Sei sulla pagina 1di 2

PARTE SECONDA La letteratura italiana nell’età dei Comuni (1226-1310)

CAPITOLO III “Cortesia” e “gentilezza”, dai poeti provenzali allo Stil novo 1

S11 ON LINE La canzone

PAROLE Dante, nel De vulgari eloquentia [L’eloquenza in lingua volgare], collega i temi più impegnati e alti della poesia lirica
alla canzone, assegnandole un primato fra tutte le forme metriche e codificandone la struttura. La canzone ha avu-
to come modello la cansò provenzale: entrambe le forme erano inizialmente destinate all’esecuzione musicale; que-
sta caratteristica si è progressivamente perduta nella cultura letteraria italiana, e il testo letterario ha acquistato au-
tonomia artistica già a partire dai poeti della Scuola siciliana.
La canzone classica (o antica o petrarchesca) è formata da un numero variabile di *stanze (o strofe), in genere
tra cinque e sette; tali stanze sono tutte uguali tra loro per numero, disposizione e tipo di versi (per lo più *en-
decasillabi e *settenari) e intreccio delle rime; quando le rime si ripetono identiche in tutta la canzone (fatto mol-
to raro nella canzone italiana a differenza della cansò provenzale) si hanno *coblas unissonàns, termine proven-
zale che significa “stanze di uguale suono”.
La stanza è divisa normalmente in due parti: la *fronte e la *sirma, collegate tra loro dalla *concatenazione (o
*chiave), ovvero dalla rima tra l’ultimo verso della fronte e il primo della sirma. Questo collegamento, raro prima
di Dante, diventa norma in Petrarca. La fronte è a sua volta divisibile in due *piedi (i quali sono rimati tra loro se-
condo schemi diversi); la sirma può essere strutturata in due volte. La canzone può essere chiusa da una strofa
ridotta detta *congedo o commiato che riprende in genere lo schema della sirma o parte di esso.
Nel corso della tradizione lirica italiana, si sono formate alcune varietà di canzone, quali la canzone pindarica (na-
ta nel Cinquecento su imitazione dell’ode greca) e la canzone libera o leopardiana (nata nel Seicento, ma por-
tata da Leopardi alla forma più alta) che presenta un’alternanza libera di metri (in genere endecasillabi e sette-
nari) e rinuncia all’ordine fisso delle rime e non di rado alla rima stessa, sostituita da assonanze e consonanze.
Vediamo tre esempi di canzone classica: una stanza con fronte e sirma indivisa, una con fronte e sirma divisa e
una seguita da congedo.

Ancor che l’aigua per lo foco lassi A e


la sua grande freddura b b
f I piede e
non cangerea natura b b b
s’alcun vasello in mezzo non vi stasse, A g b
f FRONTE e
anzi averria senza lunga dimora B e b b
che lo foco astutasse a b b b
f II piede g b
o che l’aigua seccasse: a b b
ma per lo mezzo l’uno e l’autro dura. B g b
concatenazione
Cusì, gentil criatura, b f STANZA
in me ha mostrato Amore c e b
b b
l’ardente suo valore, c b b
che senza amore er’aigua fredda e ghiaccia: D b b
ma Amor m’ha allumato e b b
b SIRMA g
di fiamma che m’abraccia, d f (INDIVISA)
ch’eo fora consumato e b
se voi, donna sovrana, f b
non fustici mezzana f
b
b
infra l’Amore e meve g b
che fa lo foco nascere di neve. G g
(Prima stanza della canzone «Ancor che l’aigua» di Guido delle Colonne)
Donne ch’avete intelletto d’amore A e
i’ vo’ con voi de la mia donna dire, B b
f I piede e
non perch’io creda sua laude finire, B b b
ma ragionar per isfogar la mente. C g b
f FRONTE e
Io dico che pensando il suo valore A e b b
Amor sì dolce mi si fa sentire, B b b b
f II piede g b
che s’io allora non perdessi ardire, B b b
farei parlando innamorar la gente. C g concatenazione f STANZA
E io non vo’ parlar sì altamente, C e b
ch’io divenisse per temenza vile; D f I volta e b
b b
ma tratterò del suo stato gentile D g b b
f SIRMA g
a respetto di lei leggeramente, C e b
donne e donzelle amorose, con vui, E f II volta b
g
ché non è cosa da parlarne altrui. E g
(Prima stanza della canzone «Donne ch’avete intelletto d’amore» di Dante Alighieri)

Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE]
PARTE SECONDA La letteratura italiana nell’età dei Comuni (1226-1310)
CAPITOLO III “Cortesia” e “gentilezza”, dai poeti provenzali allo Stil novo 2

Pir meu cori alligrari, a e


chi multu longiamenti b f I piede e
g b
senza alligranza e joi d’amuri è statu, C b
f FRONTE
mi ritornu in cantari, a e b e
f II piede b b
ca forsi levimenti b g b
g
da dimuranza turniria in usatu C b
di lu troppu taciri; d e f STANZA
e quandu l’omu ha rasuni di diri, D b b
b b
ben di’ cantari e mustrari alligranza, E b SIRMA b
f
ca senza dimustranza e b (INDIVISA) g
joi siria sempri di pocu valuri: F b
b
dunca ben di’ cantar onni amaduri. F g
[...]
E si pir suffiriri d e
ni per amar lïalmenti e timiri D b
b
omu acquistau d’amur gran beninanza, E b CONGEDO
f (schema metrico e intreccio di rime
dig[i]u avir confurtanza e b
eu, chi amu e timu e servi[vi] a tutturi F b identici alla sirma)
b
cilatamenti plu[i] chi autru amaduri. F g
(Prima stanza e congedo della canzone «Pir meu cori alligrari» di Stefano Protonotaro)

Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese LETTERATURA STORIA IMMAGINARIO [G. B. PALUMBO EDITORE]