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Tempo ed eternità

Aprile 19, 2012da amicoproust


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TEMPO ED ETERNITA’

Il tempo é una componente irriducibile e irriproducibile della consapevolezza


cosciente, ovvero soggettiva, ma anche una nozione fondamentale, e perciò generale,
della sua concettualizzazione della realtà fisica (oggettiva). Questo carattere
primario e generale del “tempo” e della sua consapevolezza rende difficile, se non
impossibile,

definire il concetto di tempo in modo inequivocabile e comprensivo.

Il vocabolario della lingua italiana, lo Zingarelli, definisce il tempo come il


trascorrere degli eventi in una successione illimitata di istanti. Appare chiaro
come la definizione sia poco esaustiva, laconica e incompleta.

La nozione di tempo abbraccia vari campi del sapere, e risulterebbe difficile


attribuire una definizione organica privandoci del contributo indispensabile di
discipline come:

la filosofia, la logica, la fisica e la psicologia. Si dovrebbe aggiungere che la


nozione di tempo svolge un ruolo importante anche nella religione e nella teologia,
nella storia generale, nella letteratura, e in qualche misura anche nelle belle
arti e nella musica. Stando a quanto abbiamo poc’anzi asserito, sarebbe difficile
indicare una disciplina intellettuale che non risenta in qualche modo del problema
del tempo o che non contribuisca ad esso. Eppure, nonostante tali sforzi concertati
tendenti alla chiarificazione di questo concetto, la natura ultima del tempo rimane
avvolta nell’oscurità, come lo era quando sant’Agostino, nelle celebri Confessioni,
dichiarò: “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo
a chi me lo chiede non lo so più!”

Da quando l’uomo divenne consapevole del suo proprio sé in un mondo di costante


mutamento e in particolare dei fatti della nascita e della morte, il suo senso del
tempo divenne determinante nella sua vita, incidendo sulla valutazione di tutta la
sua esperienza. Questa facoltà del suo senso del tempo dette all’ Homo sapiens un
vantaggio nella lotta per l’esistenza su tutte le altre specie viventi, benché
queste fossero spesso fisicamente più forti e più rapide nell’azione, e gettò
quindi le basi della civiltà umana, con tutti i suoi successi tecnologici e
scientifici. Ma la coscienza del tempo ebbe anche l’effetto di impedire all’uomo di
vivere, come pare facciano gli animali, completamente confinato nell’esperienza del
presente, e gli conferì un senso profondo di insicurezza e di ansiosa
preoccupazione per il futuro. Il timore causato dall’imponderabilità del futuro,
dette la stura a numerosi culti misterici e rituali magici da parte di antichissime
civiltà. Per opporsi allo scorrere distruttivo del tempo i primi pitagorici
dell’antica Grecia abbracciarono la dottrina della metempsicosi (ripetuta
trasmigrazione delle anime), per poi affrontare il problema del tempo in un modo
più razionale. I pitagorici definendo il tempo come “la sfera che abbraccia tutto”
cioè la sfera celeste, lo collegarono col cielo che con il suo movimento ordinato
ne consente la misura perfetta (Aristotele, Fisica). Platone definendo il tempo
come “l’immagine mobile dell’eternità” nel Timeo intende dire che esso riproduce
nel movimento, sotto la forma del periodo dei pianeti, del ciclo costante delle
stagioni o delle generazioni viventi, quella immutabilità che è propria dell’essere
eterno. La definizione di Aristotele “il tempo è il numero del movimento secondo il
prima e il dopo”è l’espressione perfetta del tempo come ordine misurabile del
movimento.

Anche gli Stoici assunsero la concezione aristotelica, e neppure molto diverso è il


significato della definizione di Epicuro secondo cui “il tempo è una proprietà cioè
un accompagnamento del movimento”.

Le discussioni medievali sulla natura del tempo risentirono fortemente, come del
resto l’intera filosofia medievale e scolastica, dell’influenza di Platone e di
Aristotele.

Le disquisizioni intorno al problema del tempo vertevano sulla sua realtà,


sull’unicità e universalità e da ultimo sulla sua continuità. Con sant’Agostino si
passò dalla definizione realistica di matrice aristotelica, alla interpretazione
idealistica di matrice platonica.

Il filosofo materialista inglese Hobbes definiva il tempo “l’ immagine del


movimento in quanto immaginiamo nel movimento il prima e il dopo cioè la
successione e riteneva questa definizione in accordo con quella aristotelica.
Cartesio, l’autore del Discorso sul metodo, ribadiva che il tempo fosse definibile
come “ numero del movimento”. John Locke criticava la connessione del tempo con il
movimento ereditata da Aristotele e affermava che il tempo è connesso a qualsiasi
specie di ordine costante e ripetibile: “ Qualsiasi apparizione periodica e
costante o mutamento di idee, che accadesse entro spazi di durata apparentemente
equidistanti, e fosse costante ed universalmente osservabile, avrebbe potuto
servire a distinguere tra loro intervalli del tempo egualmente bene che quelle di
cui si è fatto uso in realtà”.

Berkeley per definire il tempo sostituiva l’ordine delle idee all’ordine del
movimento. “Se io tento, egli diceva, di costruire una semplice idea del tempo,
astraendo dalla successione delle idee nel mio spirito, che fluisce uniformemente
ed è partecipata da tutti gli esseri, sono perduto e impigliato in difficoltà
inesplicabili”.

Questa concezione del tempo fu da Newton posta a fondamento della meccanica : egli
distingueva il tempo assoluto e il tempo relativo. “Il tempo assoluto vero fluisce
uniformemente e si chiama anche durata. Il tempo relativo apparente e comune è una
misura sensibile ed esterna della durata mediante il movimento”.

La concezione di Newton fu criticata severamente da Locke, il quale come abbiamo


visto sostenne che la nozione di tempo deriva dalla nostra esperienza percettiva di
essere consapevoli del passaggio di idee, attraverso la nostra mente contro lo
sfondo della coscienza permanente del nostro sé (Saggio sull’intelletto umano
1690).

L’oppositore più famoso di Newton sotto questo profilo fu Leibniz che, nel suo
famoso carteggio epistolare con Clarke, portavoce di Newton, espose la sua teoria
relazionale del tempo. Leibniz fondò la sua confutazione del tempo assoluto sul
principio di ragion sufficiente, secondo il quale deve esserci una ragione
sufficiente per cui ogni cosa (compresa la volontà di Dio) è così come è e non
altrimenti. Quanto all’assunto del tempo assoluto, ragionò, dobbiamo ammettere che
Dio avrebbe potuto creare il mondo in un’epoca precedente rispetto a quella in cui
lo creò di fatto.

Non sorge nessuna contraddizione se concepiamo il tempo come una relazione fra
eventi, ossia il tempo finisce con l’essere semplicemente l’ordine universale della
successione (Il tempo è l’ordine di esistenza di eventi che non sono simultanei).

Fu in reazione alle critiche rivolte alla concezione Newtoniana dall’empirista Hume


che I.Kant propose nella sua filosofia critica (Critica della ragion pura, 1781) la
sua tesi della idealità trascendentale del tempo (e dello spazio). Sostenendo che
il tempo è una forma o modo dell’intuizione, e quindi una condizione dell’intera
nostra esperienza, egli si trovò d’accordo con Newton sulla tesi che il tempo è
indipendente dai contenuti della conoscenza sensibile, senza peraltro accettarne
l’affermazione che esso abbia una realtà all’esterno della mente dell’individuo.
Secondo Kant il tempo non è un concetto empirico, derivato dall’esperienza, dal
momento che né la coesistenza né la successione avrebbero mai potuto essere
percepite se la rappresentazione del tempo non fosse presupposta come a esse
soggiacente a priori.

Il tempo è una rappresentazione necessaria, anteriore a tutte le intuizioni,


giacché, quanto ai fenomeni in generale, non possiamo rimuoverne il tempo stesso,
anche se siamo capaci di pensare il mondo privo di fenomeni. Né il tempo è
discorsivo, nel senso di un concetto generale, poiché tempi diversi sono solo parti
di uno e dello stesso tempo. Il tempo deve essere perciò una forma pura di
intuizione sensibile, connaturata alla nostra mente in modo tale che noi non
possiamo percepire i fenomeni se non come temporali (esattamente come non possiamo
non vedere verdi le cose quando portiamo occhiali con lenti verdi).

Questa natura a priori del tempo rende possibile, secondo Kant, attribuire al tempo
proprietà o principi (come la continuità, l’omogeneità o la unidimensionalità)
senza che ci sia alcuna necessità logica di dedurli dall’esperienza. Per fare
dell’ordine temporale dei fenomeni un ordine necessario, Kant poté così fare
ricorso al principio di causalità, che è in sé un principio a priori, secondo il
quale : “ogni evento percepibile deve essere considerato come casualmente
determinato da un qualche evento percepibile anteriore in accordo con una qualche
legge generale”. In contrasto con Hume, che riduceva l’ordine causale alla
successione temporale, Kant riuscì dunque a ridurre la successione temporale
all’ordine causale e a sviluppare quella che di solito è chiamata la teoria causale
del tempo, taluni accenni alla quale si trovano, come si è visto, negli scritti di
Leibniz.

Fra i postkantiani si staglia la figura di Hegel il quale definisce il tempo come


intuizione del movimento o “divenire intuito”, a questa interpretazione aggiunge
che “il tempo è il principio medesimo dell’Io = Io, della pura autocoscienza; ma è
quel principio o il semplice concetto ancora nella sua completa esteriorità e
astrazione”.

Hegel pertanto non identifica il tempo con la coscienza ma con qualche aspetto
parziale o astratto della coscienza stessa. Senza questa limitazione, Shelling
aveva detto “il tempo non è se non il senso interno che diviene oggetto per sé”. E
di regola la concezione del tempo come intuizione del divenire porta con sé la
riduzione del tempo stesso alla coscienza.

Martin Heidegger, il filosofo dell’essere, definisce il tempo come struttura della


possibilità. Questa è la concezione illustrata da Heidegger nell’opera Essere e
Tempo (1927), che già nel titolo annuncia l’identità dei due termini. La prima
caratteristica di questa concezione è il primato riconosciuto all’avvenire
nell’interpretazione del tempo. Heidegger ha interpretato il tempo in termini di
possibilità o di progettazione, quando il tempo è autentico (cioè originario e
proprio dell’esistenza) esso è “l’avvenire dell’ente a se stesso nel mantenimento
della possibilità caratteristica come tale”. “Avvenire, dice Heidegger, non
significa un ora che non è ancora divenuto attuale e che lo diverrà, ma
l’infuturamento per cui l’Esserci perviene a se stesso, in base al suo più proprio
poter essere. L’ anticipazione rende l’Esserci autenticamente avveniente sicché
l’anticipazione stessa è possibile soltanto perché l’esserci è, in generale, già
sempre pervenuto a se stesso”. Heidegger introduce la dicotomia fra tempo autentico
e tempo inautentico, il primo è quello per cui l’Esserci progetta la propria
possibilità privilegiata, il secondo è quello della esistenza banale, in cui il
tempo diventa una successione infinita di istanti.

L’impegno metafisico del pensiero di Heidegger è indubbiamente notevole,


ciononostante può essere sintetizzato in questa formula: il tempo per Heidegger è
concepito come una specie di circolo per cui ciò che si prospetta nell’avvenire è
ciò che è già stato; e a sua volta ciò che è già stato è ciò che si prospetta
nell’avvenire.

In letteratura Marcel Proust è lo scrittore che maggiormente ha utilizzato il tempo


da lui vissuto come materia narrativa, nella monumentale Recherche (Alla ricerca
del tempo perduto) espone la sua filosofica visione del tempo, un tempo interiore
impossibile da misurare con i mezzi convenzionali di cui disponiamo. Per lo
scrittore francese la memoria è il veicolo tramite la quale ricapitola la sua
esistenza, e il tempo da lui vissuto diventa un riflesso interiore, dove le ore, i
giorni e gli anni si rincorrono e si sovrappongono senza posa mostrandoci il volto
delle persone conosciute, amate e odiate, attimi di vita eternati dalla memoria.

* * *

Al tempo è strettamente correlata l’eternità anche se né rappresenta la negazione.


L’eternità è la condizione di ciò che durerà indefinitamente, di ciò che è sempre
stato senza principio e senza fine. L’eternità è dunque una esistenza attiva, che
non si può misurare con unità di tempo perché in essa non vi nessuna successione; è
quindi una attività non solo perfetta ma anche immutabile; donde deriva che si
svolge interamente in ogni istante del nostro tempo. In senso perfetto l’eternità è
da attribuirsi a Dio, ma anche a Lui solo in quanto Dio solamente è senza principio
e senza fine e dura immutabile senza interna successione nel possesso infinito e
simultaneo di tutto il suo Essere. Anche le antiche tradizioni cosmologiche
definiscono l’eternità come durata indefinita nel tempo, senza inizio e senza fine.
Un approfondimento del concetto si ha con la filosofia greca (Anassimandro,
Platone, Aristotele), che diversifica la durata degli enti in rapporto al grado di
attualità o di pienezza di essere: si distingue così un ordine temporale, proprio
degli enti soggetti al divenire, e un ordine intemporale, quello dell’eternità in
cui regna l’immutabile.

In questa direzione si muove anche il neoplatonico Plotino, che vede nel tempo
l’orizzonte del molteplice, mentre assegna l’eternità all’Uno, in cui tutti i molti
sono unificati. Fondendo i dati della filosofia con le istanze della teologia
patristica, Severino Boezio definisce l’eternità come il “totale, simultaneo e
perfetto possesso di una vita senza limiti”. Con Tommaso d’ Aquino l’eternità, come
abbiamo testé citato, diventa un’attributo specifico di Dio, che evidenzia la
completa identità dell’assoluto con se stesso, la sua essenziale unità,
trascendente ogni possibile divenire, e quindi ogni durata e misura.

Accanto a questa progressiva esplicazione del concetto si riscontra, presso i


filosofi antichi e medievali, anche l’accezione di eternità come persistenza nel
tempo: é in questo senso che Aristotele e Averroè parlano di eternità della
materia, del tempo e del moto. Assecondando questa prospettiva di una durata
illimitata del mondo a parte ante, i più noti teologi del XIII secolo hanno
disputato vivacemente sulla creazione ab aeterno, discutendo se il mondo sia stato
creato nel tempo o prima dell’inizio del tempo. La disputa nascondeva un’antinomia
di fondo che, sarà messa in evidenza con molto rigore da Kant : se il mondo ha
avuto inizio (si parte dall’ipotesi che sia creato), col mondo è cominciato anche
il tempo, e quindi non si può prospettare l’esistenza di un tempo vuoto che abbia
preceduto il mondo.
La filosofia Hegeliana nega che l’eternità possa essere intesa negativamente come
astrazione o negazione del tempo o come se venisse dopo il tempo. L’eternità è per
lui il totum simul delle determinazioni dell’Idea. “Intemporalità” e “presente
eterno”sono le espressioni che più frequentemente ricorrono, anche nella filosofia
contemporanea, quando si avvale della nozione di eternità.

L’arte ha sempre offerto una rappresentazione splendida dell’eternità, basti


pensare alla volta della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, nella quale
il Giudizio Universale si innalza ad emblema del passaggio dell’uomo dalla vita
terrena (peritura)

all’eternità di un’esistenza imperitura, laddove i vivi e i morti entreranno nella


luce eterna. Anche la musica ha saputo rendere la “consistenza” dell’eternità, in
particolare con Gustav Mahler, il quale, con la sue dieci sinfonie e i lieder, ha
lasciato una traccia profondissima della sua tensione verso l’Assoluto e
l’Eternità. Le sue opere sono semplicemente degli strumenti tramite i quali
l’Universo, l’Infinito e l’Eterno comunicano con l’uomo.

Bibliografia: Nicola Abbagnano Dizionario di filosofia (UTET), Garzanti


Enciclopedia Europea, Federico Motta Enciclopedia Motta, Lo Zingarelli Vocabolario
della lingua italiana, Immanuel Kant (Critica della ragion pura, 1781) Bertrand
Russell Storia della filosofia occidentale (TEA), Marcel Proust Alla ricerca del
tempo perduto (BUR), Carlo Giulio Argan (Storia dell’arte italiana), Amadeus Il
mensile della grande musica (Ottobre 1992 documenti : Mahler).

Pubblicazioni

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eternità
Dizionario di filosofia (2009)

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eternità Nel suo primo e più semplice significato il termine indica l’infinita
estensione del tempo; in senso più proprio e specifico, significa assoluta
atemporalità, cioè durata scevra da qualsiasi successione temporale; in questa
seconda accezione l’e. è riferita specificamente a Dio. Il carattere di e. viene
inoltre attribuito talora a quelle realtà che, pur avendo un inizio nel tempo,
trascendono il tempo perché immortali; tali sono ritenute in certi contesti l’anima
umana e gli angeli, nonché il mondo che, pur esistente nel tempo, non avrebbe
inizio né fine. Nel primo significato ricordato l’e. fu intesa dalla maggior parte
dei pensatori greci, per i quali eterno è ciò che infinitamente è durato e
infinitamente durerà, senza interruzione. Cogliendo l’aspetto fondamentale
dell’atemporalità, Parmenide identificava l’e. con un puro presente, un νῦν,
escludente da sé ogni passato e ogni futuro, distinguendola quindi dal ‘sempre’,
l’ἀεί, somma di passato, presente e futuro, del suo discepolo Melisso, per il quale
l’essere permane in una continuità temporale senza alterazione, ma con successione
dell’identico. In un passo del Timeo (37 e-38 a) Platone definisce l’essere eterno,
cui solo si addice l’«è», come «immobilmente identico», di contro alle cose
generate, che si danno nel fluire del tempo. Plotino (Enneadi, III, 7, 5) insiste
sul carattere della simultaneità insito nell’idea dell’e., mentre Proclo,
commentando il passaggio del Timeo platonico richiamato, individua in esso la
contrapposizione tra l’e. simultanea (τὸ αιώνιον) e quella successiva (τὸ ἀεί τὸ
χρονικόν). Nelle Scritture l’e. indica la lunga durata e la serie dei secoli,
mentre attribuita a Dio esclude ogni principio, fine e successione; in questa
accezione passa in Agostino e in Boezio (che distingue così l’aeternitas del nunc
stans dalla sempiternitas del nunc in tempore, e dà dell’aeternitas la celebre
definizione: «interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio», De
consolatione philosophiae, V, 6, che si legge ancora in Tommaso d’Aquino, Summa
theologiae, I, 10, 1). L’idea dell’e. come infinita durata e presente senza inizio
e fine è costante nella teologia medievale (che distingue anche una aeternitas a
parte ante da una aeternitas a parte post), pur essendo attribuita solo all’ente
perfetto, e trascendendo questo, come tale, l’ordine del tempo. In Dante l’e. è
carattere che appartiene soltanto a Dio, anzi è la misura stessa dell’essenza di
Dio; essa si definisce anche in opposizione al tempo, misura delle cose mutabili
nell’essere e nell’esistere, e dall’evo, che misura le cose immutabili nell’essere
e mutabili nell’esistere. La caratteristica essenziale dell’e. è l’identità
permanente e puntuale, la differenza principale tra essa e il tempo è l’essere tota
simul, priva di qualunque fluire. Il carattere di eterogeneità tra tempo ed eterno
rimane sostanzialmente indiscusso nel pensiero moderno, che formulerà comunque
diverse risposte alle aporie insite nel concetto di e., soprattutto in relazione
alla questione del libero arbitrio e dei futuri contingenti. A fronte della
svalutazione di queste problematiche in ambito illuministico, il tema torna in
primo piano nella filosofia kantiana, in cui la durata intemporale viene indicata
come proprietà dell’essere noumenico intellegibile, mentre il tempo si caratterizza
quale forma a priori della sensibilità. Il concetto dell’e. come presente eterno
tor- na ancora nell’idealismo postkantiano (Schelling, Hegel, Gentile) che,
risolvendo le antinomie che intorno al concetto dell’infinità e della finità del-
l’estensione temporale aveva suscitato il criticismo kantiano, traduce quel
concetto in quello della presenza assoluta dello spirito come soggetto
trascendentale. Sostituita dalla nozione di «eterno ritorno», l’idea di e. è
bandita nella prospettiva antimetafisica di Nietzsche, e ricondotta nell’ambito
della fede, seppure da prospettive radicalmente diverse, da K. Barth e da
Heidegger: il primo fautore della fede come unica voce capace di parlare
propriamente di un Dio assolutamente trascendente e quindi dell’e. con cui si
identifica; il secondo sostenitore della necessità che il filosofo – al quale non è
richiesta la fede – comprenda il tempo partendo dal tempo, senza nessun richiamo
alla trascendenza dell’eterno.

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BRITANNICA
Eternità
Filosofia

L'eternità, l'atemporalità o lo stato di ciò che non ha né inizio né fine.


L'eternità e il relativo concetto di infinito sono stati a lungo associati a forti
sfumature emotive, servendo a stupire, stanco o confondere coloro che tentano di
afferrarli.

Christ as eternity
Cristo come eternità
Vetrata raffigurante il trionfo dell'eternità. L'eternità è rappresentata da
Cristo, che è in trono su un carro trainato da un leone e da un bue, che sono
simboli degli evangelisti. Dietro il carro, la morte cade dalle nuvole.
Per gentile concessione del Rijksmuseum, Amsterdam
mythological figure
PER SAPERNE DI PIÙ SU QUESTO ARGOMENTO
mito: Miti del tempo e dell'eternità
L'apparente regolarità dei corpi celesti impressionò a lungo ogni società. Il cielo
è stato colto come l'immagine stessa della trascendenza, e...
Nei contesti religiosi e metafisici, lanozione di eterno si sviluppa come qualcosa
senza inizio o fine. Le eschatologie eterniste appaiono in varie forme nella
spiritualità orientale e occidentale e hanno profondamente influenzato le religioni
del mondo. La maggior parte delle eschatologie eternistiche trovano il loro
background nella concezione del tempo come ciclo infinito di ricorrenza eterna. È
da questa ripetizione che i credenti cercano di fuggire: l'ultima cosa sperato è la
liberazione dell'individuo dal regno irreale dell'empirico,temporale e storico al
regno senza tempo dello spirito. Prominente in tutte le scuole di pensiero cinese,
ad esempio, è la convinzione che l'universo sia in uno stato eterno di flusso, sia
di oscillazione che di movimento ciclico in un circuito chiuso. Il pensiero indiano
enfatizza la fede nel kalpas, o grandi cicli di quattro fasi, attraverso i quali i
mondi successivi appaiono, prosperano, si disintegrano e muoiono. Dottrine simili
sono familiari dalla letteratura greca ed ellenistica.

La religione greca presenta vari aspetti dell'eternità. L'ade omerica sembra


rappresentare una continuazione tristemente attenuata della vita terrena, ma c'è
anche un primo riferimento ai campi elisi,dove l'aldilà è molto più felice. Nel
complesso, la spiritualità greca sembra essere pervasa da una profonda malinconia
sulla transitorità della vita e sul vuoto di tutte le cose date alla nascita e alla
morte. I greci cercarono rifugio in qualche forma di perpetuazione: la
perpetuazione della fama attraverso l'epica e la storia; la perpetuazione della
giovinezza, della bellezza e della perfezione attraverso l'arte; la perpetuazione
della vita attraverso l'identificazione con il dio immortale nei numerosi culti del
mistero; la perpetuazione della mente attraverso la disciplina filosofica che
dissolve il temporale nell'eterno; e infine, la perpetuazione dell'essere
attraverso la sopravvivenza dell'anima,per natura immortale.

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