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Raphael 

INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Raphael

INIZIAZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE

Edizione elettronica ad esclusivo uso dei membri dell’O.M.A.T.


Qualsiasi riproduzione o diffusione di questo testo è vietata al di fuori dell’Ordine.

Edizioni Asram Vidya.

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

SOMMARIO 

Premessa. ........................................................................................................................................................................................... 3 
INTRODUZIONE. ............................................................................................................................................................................. 7 
LA SFERA DELL'ESSERE O DELLE IDEE. .............................................................................................................................. 9 
L'UNO‐BENE QUALE REALTA' METAFISICA. .................................................................................................................. 19 
DUALISMO PLATONICO?.......................................................................................................................................................... 26 
LA DIALETTICA COME TECNICA DI RISVEGLIO. ........................................................................................................... 37 
L'ANIMA POSSIEDE GIA' LA VERITA'. ................................................................................................................................ 43 
L'ASCESI PLATONICA. ............................................................................................................................................................... 49 
La Conoscenza catartica....................................................................................................................................................... 49 
L'ascensione dell'Eros filosofico. ..................................................................................................................................... 58 
ŚAMKARA ....................................................................................................................................................................................... 69 
PLATONISMO E VEDĀNTA ...................................................................................................................................................... 72 
 

   

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

PREMESSA. 

Nello studio del pensiero platonico ci sono state diverse dottrine dell'interpretazione
riconducibili a due tendenze fondamentali di cui una privilegia la scrittura e l'altra l'oralità
dell'insegnamento di Platone.

La prima, che si riallaccia essenzialmente allo Schleiermacher, esclude ogni tradizione


indiretta e incentra la sua attenzione sui soli dialoghi scritti; l'altra, più recente, della
Scuola di Tubinga, basa la sua interpretazione sulle dottrine non scritte di Platone il quale
nella Lettera VII afferma che: su queste cose non c'è un mio scritto, né ci sarà mai.

Al di là di questi due modelli interpretativi, che ai fini di una maggiore comprensione del
pensiero platonico potrebbero integrarsi anziché contrapporsi o escludersi, Raphael in:
Iniziazione alla Filosofia di Platone, propone un approccio diretto per realizzare
l'insegnamento platonico ed essere un vero filosofo: colui che è capace di vedere l'Intero.

Raphael avendo tolto i veli deformanti concettuali che lungo il tempo si sono sovrapposti
alla Dottrina del Maestro e messo da parte il timore di andare troppo lontano da tali
interpretazioni, ha voluto penetrare direttamente nel cuore dell'Insegnamento platonico
riportandolo nel filone della Tradizione filosofica misterica di quanto reale stile di vita. Per
quanto alcuni interpreti abbiano messo in evidenza parecchi punti di Platone esoterico ed
iniziatico, Raphael ha avuto l'ardire di andare oltre e di proporre Platone completamente
sotto la luce catartica, operativa e di salvezza. In altri termini ha ridato al concetto di
filosofia l'accezione che aveva ai tempi di Platone.

In quest'opera Raphael mette in luce come Platone non sia né dualista né panteista ma
essenzialmente panenteista e dimostra che la filosofia di Platone non è una semplice abilità
concettuale fine a se stessa ma mira alla trasformazione dell'uomo e della società.

Inoltre si mette in evidenza la visione dell'Uno-Bene quale fondamento metafisico


dell'intelligibile e del sensibile, e come in Platone emerge il concetto di vero Infinito
metafisico.

Infine si propongono due aspetti, Dialettica ed Eros, come mezzi di catarsi e di liberazione.
Questi due mezzi, o sentieri, conducono all'unificazione dello spirito umano con l'Essere
divino o Uno-Bene. L'esperienza metafisica del ricollegamento dell'umano al Divino
costituisce anzi il fondamento della filosofia di Platone. Così si mette in risalto che Platone
propone per l'ente l'esperienza dell'Essere in quanto è e non diviene; ciò pone il Nostro
anche nella dimensione mistica e in quella religiosa quale elemento di salvezza.

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Di particolare interesse è il capitolo: Platonismo e Vedānta in cui Raphael fa un parallelo


tra la Filosofia di Platone e quella di Śamkara, offrendo all'intuizione del lettore precisi
punti di riferimento e di corrispondenza tra gli Insegnamenti di questi due Divini Maestri.

Il libro, accessibile anche ai non esperti del campo perché presenta una chiarezza di
esposizione che facilita la lettura e la comprensione, andrebbe correlato con l'altra opera
dal titolo: Orfismo e Tradizione iniziatica.

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

COLLEZIONE VIDYA.

I proventi che si ricavano da questo libro, per il quale non si richiedono diritti d'Autore,
verranno impiegati per la ristampa dell'opera.

1984 Asram Vidya.

1986 Seconda edizione riveduta.

Raphael.

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

INIZIAZIONE ALLA FILOSOFIA di PLATONE.

Il Bello è lo splendore del Vero.

Platone.

Un giusto rapporto integrato nel Vero non può che produrre Bene.

Raphael.

 

Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

INTRODUZIONE. 

Abbiamo sentito parlare spesso della Filosofia di Platone, sia dai filosofi, sia dagli storici,
sia dai filologi, sia anche da gente comune che, a sua volta, ne ha sentito parlare per via
indiretta, sia perché molti di noi l'hanno appresa nelle scuole.

Secondo il Reale, su Platone si è scritto e si scrive talmente tanto, e in tutte le principali


lingue, che è ormai praticamente impossibile dominare tutta la letteratura. Si capisce,
pertanto, come da qualche tempo da alcuni studiosi si sia addirittura teorizzata la
necessità di fare a meno di tutta questa letteratura e di procedere alla lettura di Platone
senza la mediazione di essa o in modo più o meno indipendente da essa.

Inoltre, ogni commentatore espone un suo punto di vista che, a volte, è persino opposto a
quello di altri commentatori. Si pensi, per esempio, alle differenti interpretazioni sul
concetto di philia, dell'Eros, del Demiurgo, della χωρα, ecc.
Tuttavia, per quanto si possa aver letto molto e persino studiato Platone, riteniamo che
siano pochi coloro che hanno meditato a fondo e senza preconcetti letterari la Dottrina
platonica, carpendone l'essenza e il contenuto profondamente ascetico e realizzativo.

Il termine ascetico lo si intende nel senso di innalzamento, di rivolgimento della coscienza


dal sensibile al sovrasensibile. Quella di Platone è dunque una Filosofia di catarsi, di
ascesi, di realizzazione, di trasformazione del modo di sentire, di volere e agire. Platone si
serve della Filosofia quale mezzo per innalzarci dal mondo conflittuale e contraddittorio
del sensibile al mondo dell'Essere, nostra sede originaria.

Lungo il tempo, il concetto di Filosofia ha preso un'accezione completamente diversa da


quella originaria, fino a diventare un semplice giuoco mentale, un mero e arido esercizio
concettuale, un trastullarsi con i prodotti della mente empirica, fenomenica e
rappresentativa che può offrire solo opinioni e non Verità.

La Filosofia di Platone è di ordine iniziatico, è conversione all'Essere, è Iniziazione al Bene


supremo; e quest'idea non è nostra, ma dello stesso Platone.

Così, per comprenderla, non basta discorrervi sopra con la mente, ma occorre integrarla
nella nostra coscienza; in altri termini, occorre realizzarla e viverla. E' nel coscientizzarla
che possiamo scoprire tanti perché apparentemente insoluti, e tante verità che all'occhio
sensoriale potrebbero, a prima vista, sembrare irrazionali.

Il Platonismo fu tenuto in alta considerazione dagli stessi Padri della Chiesa (Ambrogio,
Agostino, Giovanni Damasciano, Anselmo di Canterbury, ecc.) e continuò a essere la
dottrina approvata dalla Chiesa fino al 12° secolo.

 

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Il Rinascimento, poi, gli diede un impulso positivo e fecondo con l'Accademia fiorentina
(Marsilio Ficino, i due Pico della MIrandola, ecc.), in Inghilterra con i Platonici di
Cambridge (H. More, Th. Gale, J. Morris, ecc.).

In verità, il Platonismo non è mai morto (si ricorda che l'Accademia platonica fu chiusa nel
529 d.C. da Giustiniano) e sempre vi sono stati gruppi e singoli individui che lo hanno
meditato, realizzato ed espresso.

La Filosofia platonica è caratterizzata da una profonda aspirazione per una società diversa
e migliore, da una visione della vita la quale comprende l'uomo nella sua totalità e non
nella sua frammentarietà fenomenica e sensibile; inoltre, favorisce un metodo di
apprensione che implica una progressiva appropriazione dell'intuizione noetica piuttosto
che la semplice logica formale; ma ciò che risulta soprattutto in essa è quella salda e
concreta certezza nella capacità dell'uomo di comprendere e realizzare la Verità noetica e di
modellare la vita e le cose sul principio di tale verità.

Platone ha svelato un Insegnamento iniziatico di ordine tradizionale che dev'essere


considerato sacro" e coloro che cercano l'Iniziazione filosofica platonica con tale
prospettiva gli si devono accostare. Diremo che per l'Occidente una via tradizionale di
ordine metafisico è proprio quella prospettata da Platone e dal Platonismo. E ancora oggi
coloro che hanno qualificazioni adeguate vi possono accedere.

In queste pagine Raphael dà solo una semplice introduzione all'Insegnamento platonico,


rimandando il ricercatore alla diretta meditazione dei testi.

Oltre a dare ampi stralci di Autori recenti che convalidano la tesi prospettata in questo
libro, Raphael fa un parallelo sommario con Śamkara, codificatore del Vedānta Advaita
d'ispirazione vedica. Nei due Insegnamenti, codificati da due divini Maestri, per quanto
apparentemente possano sembrare lontani tra di loro o diversi, chi ha compreso l'unica
Tradizione universale misterica può scoprirvi solo necessari adattamenti spazio-temporali.

Quanti sanno accostarsi sacralmente a tali Insegnamenti possano trovare il debito profitto
fino a pervenire alla catarsi filosofica (μετανοια−περιαγωγη , Politeia).

 

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LA SFERA DELL'ESSERE O DELLE IDEE. 

Ma io non ritengo che una discussione su questi argomenti possa essere un bene per gli uomini, se
non per quei pochi che sono capaci, dopo poche indicazioni, di trovare da soli la verità; degli altri,
alcuni si gonfierebbero di un ingiustificato disprezzo, ciò che non è bene, altri di una superba e
vuota fiducia, come se avessero appreso qualcosa di sublime.

(Platone, Lettera VII).

Il magistero non va oltre questo limite, di additare cioè la via e il viaggio: ma la visione è già tutta
un'opera personale di colui che ha voluto contemplare.

(Plotino, Enneadi).

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C. nel mese di Targelione (maggio-giugno) da un
antichissimo e nobile casato. Originariamente fu conosciuto come Aristocle.

Suo padre, Aristone, discendeva dagli ultimi re di Atene e precisamente dal mitico re
Codro, e sua madre, Perictione, attraverso Crizia, da Dropide della casa di Solone.

Da giovane Egli fu osservatore di grossi eventi e sconvolgimenti politici che portarono


Atene a perdere la sua egemonia sulla Grecia (guerra del Poloponneso).

Sembra che alcuni suoi familiari siano stati membri influenti del partito aristocratico, e si
crede persino che durante il cosiddetto governo dei trenta, affermatosi nel 404 a.C.,
Platone vi abbia avuto parte.

Però, come ci informa lo stesso Platone, disgustato dalle solite meschinità, egoismi,
ingiustizie e prepotenze del suo partito, come quello democratico, si ritirò dalla scena
politica convinto che solo governanti filosofi o, meglio, filosofi governanti, vale a dire
persone che avessero operato una vera catarsi interiore, potevano risolvere i problemi e i
mali della società. E fu l'impatto con le miserie politiche e il non giusto rapporto tra
governanti e governati, che meditò e concepì uno Stato ideale, uno Stato cioè i cui principi
si ispirassero al mondo delle idee, o all'Idea-archetipo metafisica dello Stato.

Alla filosofia fu iniziato da Cratilo, discepolo del filosofo Eraclito, la cui filosofia poggia
sul divenire più che sull'Essere. Ma colui che doveva dargli un influsso durevole e
determinante fu Socrate, di cui per parecchi anni fu assiduo e attento uditore. E Socrate
divenne poi il protagonista dei suoi dialoghi.

 

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Morto Socrate, 399 a.C., Platone per circa dieci anni compì una serie di viaggi: si recò in
Egitto, ove fu iniziato ai Misteri egiziani; nell'Italia meridionale e a Taranto dove ebbe
modo di avvicinare Archita, capo dei Pitagorici del luogo; e verso il 390 si recò a Siracusa
presso la corte del tiranno Dionigi il vecchio con la speranza di poter attuare lo Stato
ideale.

Non vi riuscì neanche con Dionigi il giovane, succeduto al Vecchio, per cui, ritiratosi ad
Atene, si dedicò interamente alla Filosofia, avendo fondato l'Accademia quale palestra di
incontro e di dialettica filosofica. Nel 347 a.C.

lasciò il suo involucro-ombra mortale per volare verso il mondo delle pure Idee o
dell'Essere.

L'Accademia platonica che, si può dire, aveva carattere sacrale, era diretta da uno Scolarca
la cui carica durava tutta la vita. Lo Scolarca non solo badava all'andamento generale
dell'organizzazione, ma era preposto anche alla funzione dei Sacrifici, ai conviti rituali, e
così via.

L'essenza del platonismo, scrive Domenico Pesce, sta in un radicale capovolgimento della
visione comune della realtà e della vita. Laddove l'uomo comune scorge il tipo stesso
dell'essere nella solida realtà corporea, crede d'intendere un evento quando sia riuscito a
spiegarlo come l'effetto necessario di un fatto antecedente, identifica il conoscere con il
vedere e toccare e considera il bene nient'altro che un'esperienza piacevole. Platone
contrappone a questo ingenuo materialismo la ferma convinzione che propriamente reale
è soltanto quel che si dimostra semplice e immutabile, e cioè l'invisibile e intangibile
oggetto spirituale, obietta al meccanicismo che l'antecedente materiale, poiché non può
rendere conto del perché si abbia un certo effetto anziché un altro, non spiega nulla,
dovendosi la vera causa ricercare piuttosto nella forma intelligibile, e perciò dotata di
significato, che caso per caso si realizza; ripudia infine, con sdegno, sensismo ed
edonismo, sostenendo che verace conoscenza è quella che si ottiene nel volgersi non già
verso l'esterno, ma verso l'interno, nel più profondo dell'animo e che il bene verace si
consegue con la rinuncia ai piaceri terreni, la fuga dal mondo (sensoriale) e l'aspirazione
alla morte (dell'io empirico). 1

Da queste premesse possiamo considerare che Platone pone una distinzione, ma non
un'opposizione in assoluto, tra il Mondo intelligibile, permanente e incorruttibile, e il
mondo sensibile, impermanente e corruttibile. Questo riconoscimento del sovrasensibile e
del costante rappresenta, per Platone, la seconda navigazione.

                                                             
1 D. Pesce, Il pensiero neoplatonico 
 
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Ma la seconda navigazione (δευτερον πλους, Fedone, 99) non può essere compresa
lasciandosi guidare dalla mente sensibile, la quale offre solo opinioni, ma dalla mente
noetica (noun).

Scrive Platone: Su ciò non esiste, né mai ci sarà, alcun mio trattato; perché questa
disciplina non è assolutamente, come le altre, comunicabile, ma dopo molte discussioni su
questi problemi e dopo una lunga convivenza, improvvisamente, come luce che si accende
da una scintilla, essa nasce nell'anima e nutre ormai se stessa... Ma io non ritengo che una
disquisizione, come si dice, su questi argomenti, possa essere un bene per gli uomini, se
non per quei pochi che sono capaci, dopo poche indicazioni, di trovare da soli la verità;
degli altri, alcuni si gonfierebbero di un ingiustificato disprezzo, ciò che non è bene, altri di
una superba e vuota fiducia, come se avessero appreso qualcosa di sublime.

La Dottrina di Platone, come quella di Śamkara, codificatore del Vedānta Advaita, e con il
quale faremo dei raffronti, appartenendo ai Grandi Misteri, non è diretta alla mente
empirica selettiva e rappresentativa, non è diretta all'io fenomenico, ma all'Anima, al νους.

Questa seconda navigazione porta così al riconoscimento di due piani dell'Essere, l'uno è
intelligibile, metempirico, sovrasensibile, coglibile solo con la mente noetica; l'altro è di
ordine fenomenico, visibile all'occhio sensoriale. L'uno è quello dell'Essere, l'altro quello
del divenire. Essi rappresentano comunque diversi gradi di manifestazione.

Nella Politeia leggiamo:

Vuoi dunque che ora esaminiamo per prima cosa questo: in che modo si formino codesti caratteri e
per quale via si possa innalzarsi alla luce, come di alcuni si dice che dall'Ade fossero stati assunti
tra gli Dei?

E come non volerlo? disse.

E in ciò, a quanto pare, non si tratta del capovolgimento d'una piastrella, ma del rivolgimento
(περιαγογηè) dell'Anima da un giorno tenebroso al giorno vero, a un'ascesa, cioè, verso l'Essere,
che è, come lo definiamo, il compito della vera filosofia.

Senza dubbio.

Sicché ci conviene investigare quale tra le diverse discipline abbia codesto potere?

E come no?

Ebbene, Glaucone, quale disciplina potrebbe mai trarre in su l'Anima dal mondo del divenire a
quello dell'Essere? E, nel dir questo, io vado riflettendo: non asserivamo noi che costoro, questi
nostri filosofi, dovessero, fin da giovani, essere degli atleti?

 
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...Così anche, allorché uno con la dialettica, senza il concorso dei sensi, mediante l'intelletto cerca di
sollevarsi alla cognizione di ciascun ente in sé, e non desista prima d'aver appreso di per sé ciò che è
il Bene in sé, allora egli giunge alla compiuta contemplazione dell'intelligibile, come quel tale alla
contemplazione del visibile.

(Politeia).

Platone porta in espressione exoterica un principio fondamentale dell'Insegnamento


misterico già professato da Orfeo, quello dell'intelligibilità di una parte di noi. Con Platone
si ha in modo netto e palese la distinzione tra immanenza e trascendenza, tra spirito e
materia, tra sensibile e sovrasensibile, tra relativo e assoluto. Ma, come vedremo, questa
dualità per Lui, per l'insegnamento misterico e per la Tradizione iniziatica tutta, non è
assoluta.

Gli orfici considerano l'Anima (di ordine intelligibile) racchiusa nel corpo (di ordine
sensibile) che, come tutti i corpi, rappresenta una tomba, un carcere; compito dell'ente è
sorgere da questa tomba e svegliarsi al riconoscimento della propria immortalità. Occorre:
trarre in su l'Anima dal mondo del divenire a quello dell'Essere.

La tradizione che, occorre sempre ribadire, non è di ordine umano, non è nichilista perché
non considera l'essere come perituro, mortale e costretto nel dualismo del sensibile; non
solo, ma Essa addita una strada per uscire dalla tomba e rimettere le ali che conducono
nella dimensione della libertà. Platone segue questa Tradizione, estende la realtà
dell'uomo oltre i confini del sensibile concreto e conflittuale per ridargli la sua dimensione
universale e la sua ragion d'essere.

Il sovrasensibile, o intelligibile, è caratterizzato dal mondo delle Idee, mentre quello


sensibile è composto di copie, di prototipi, imitazioni delle Idee.

Per Platone v'è una Realtà: l'Essere o il mondo delle Idee. Tutto il resto, più che un niente,
rappresenta solo un simulacro il più possibile conforme all'Idea.

Un'analogia può essere questa: tutte le creazioni esterne dell'individuo sono solo prototipi,
copie per quanto possibile conformi alla sua idea e al suo pensiero. Ogni oggetto non è che
un'idea, un pensiero materializzato. Ma l'idea e l'oggetto non rappresentano una dualità:
l'oggetto è solo un effetto, un fenomeno, un accidente che nasce e muore; se nel caso
specifico si volesse cercare la Realtà, si dovrebbe riconoscere che è reale solo l'idea, la
quale permane alla distruttibilità dell'oggetto. Ma l'Idea di Platone non è quella del
pensiero dell'uomo.

L'intero mondo sensibile, con le sue indefinite possibilità espressive (nomi e forme del
Vedānta), è un riflesso oggettivato di una realtà, dell'unica Realtà, che è il mondo delle
Idee.

 
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A questo punto dovremo fare, per qualcuno che non è addentro alla filosofia platonica,
qualche precisazione sul termine Idea.

Il vocabolo idea deriva dal greco ιδεα e ειδος, ed è una parola che purtroppo dà luogo a
qualche equivoco, perché può indicare tante cose. Essenzialmente essa può avere tre
significati: di essenza, sostanza, forma o specie di ordine universale (essi rappresentano un
concetto ontologico che potrebbe essere equiparato a spirito puro); quello che può indicare
un contenuto mentale in genere e rappresenta, più che altro, un aspetto psicologico: è
l'immagine che normalmente abbiamo del termine idea; quella immagine, ancora, di un
progetto sintetizzato, appunto, in un'idea.

Platone, con altri filosofi greci, usa tale termine nella prima accezione. Per esempio,
l'atomo di Democrito è ιδεα, è un ente universale. Dunque, l'Idea platonica non è un
concetto, un pensiero, una rappresentazione mentale, non è un dato psicologico; anzi,
questi dati per Lui sono ombre, sono opinioni.

L'Idea è il fondamento metafisico di tutto ciò che esiste ed è; è la struttura-essenza


ontologica di tutte le cose. L'Idea è un intelligibile e senza di essa il mondo sensibile non
potrebbe sussistere. L'Idea è Essere in quanto è e non diviene, è la costante su cui poggia il
divenire, è il sole centrale intorno a cui roteano tutti i sensibili, è l'archè, il principio da cui
dipendono tutti gli enti. Platone per designarla usa anche il termine ousia, vale a dire
essenza, sostanza.

Occorre quindi fare una netta distinzione tra il mondo ideale del pensiero umano e
psicologico e il mondo ideale di Platone. Vi è ancora un altro aspetto: si può dire che ogni
commentatore ha dato di Platone una sua interpretazione, e ciò lo si deve anche al fatto
che la sua non è una filosofia sistematica, assolutista, univoca, per cui può suscitare tanti
punti di vista secondo la posizione mentale di ciascuno. Difatti su Platone e la sua Dottrina
si è scritto tanto, e da differenti e opposte prospettive, da riempire una biblioteca, e anche
di una certa ampiezza. Ciò non implica che nella filosofia platonica non vi sia un
sottofondo lineare e coerente d'insegnamento, un nucleo dottrinario profondamente
unitario; anzi è proprio questo nucleo tradizionale che noi mettiamo in rilievo. Fino a
quando s'interpreta il Filosofo di Atene con la mente empirica e relazionata, vi possono
essere indefinite interpretazioni, anche discordanti e contrapposte, ma se lo si interpreta
con la mente intuitiva noetica, le cose mutano.

Per quanto riguarda la dottrina delle Idee la situazione non cambia, per cui abbiamo una
quantità di concetti interpretativi che in definitiva rimangono solo concetti. Così vale
anche per l'Eros platonico, ecc.

E' un punto fermo, comunque, che la mistica delle Idee rappresenta il cardine della
filosofia di Platone, e la non comprensione di questo fatto può portare molto lontano.

 
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Quella di Platone è la Filosofia dell'Essere; la parte riguardante l'Uno-Bene, come ente


metafisico, riveste carattere esoterico, e nell'Accademia veniva affrontata da determinati
esponenti con adeguate capacità di ricezione.

La teoria delle Idee ha potuto creare qualche confusione soprattutto con l'interpretazione
che ne ha dato Aristotele. Lo Stagirita ha concepito le Idee dal proprio punto di vista e non
da quello di Platone. Questo è un fatto ormai accertato da molti interpreti di Platone.

Il Reale, per esempio, cerca di chiarire la teoria delle Idee con i testi stessi di Platone. Ecco
quanto scrive: Incominciamo dal carattere della perseità attribuito alle Idee: ripetutamente
le Idee sono dette: in sé, e anche: in sé e per sé; anzi Platone usa addirittura l'espressione:
in sé, come sinonimo di Idea, e invece che di Idea del bello, Idea del bene, ecc., parla di
Bello-in-sé, Bene-in-sè, ecc. Questa espressione che è stata sovente intesa (al seguito di
Aristotele) nel significato ipostatico, come se essa rivelasse chiaramente che l'Idea altro
non è che l'ontologizzazione del concetto o l'entificazione dell'astratto, l'ipostatizzazione
dell'universale; questa espressione, dunque, significa invece altra cosa nel contesto
platonico. Platone, si noti, era andato via via maturando e fissando la sua teoria delle Idee
in opposizione a due forme di relativismo fra loro strettamente collegate:

a) quello sofistico-protagoreo, che riduceva ogni realtà e azione a qualcosa di


puramente soggettivo e faceva del soggetto medesimo la misura o criterio di verità di
tutte le cose;

b) quello di origine eraclitea, che, proclamando il perenne flusso e la radicale mobilità


di tutte le cose, giungeva di fatto e di diritto a disperdere ciascuna cosa in una
molteplicità irriducibile di stati relativi, e quindi finiva col renderla inafferrabile,
inconoscibile, inintelligibile.

Meditando queste due forme di relativismo, Platone comprende e fissa il carattere


fondamentale delle Idee, appunto l'in sé. Dunque, è chiaro che cosa vuol dire
l'affermazione che l'Idea è in sé e per sé: vuol dire che le cose hanno un'essenza che non è
relativa al soggetto, che non è manipolabile a capriccio del soggetto: l'essenza o natura o
Idea delle cose è assoluta. Se così non fosse, ogni nostra valutazione di qualunque genere,
e in special modo ogni valutazione morale, sarebbe del tutto priva di significato e il nostro
discorrere non avrebbe senso. L'in sé e per sé indica dunque l'assolutezza (non relatività)
delle Idee. Ma, poiché si tratta di una caratteristica delle Idee importantissima e per lo più
gravemente fraintesa, è bene leggere le illuminanti parole di Platone al riguardo.

La perseità delle Idee contraddice il relativismo sofistico-protagoreo; Platone sostiene:

Socrate: Orsù, allora, vediamo, o Ermogene, se anche a te pare che gli enti stiano così: la loro
essenza è relativa a ciascuno di noi individualmente, come diceva Protagora che: misura di tutte le

 
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cose è l'uomo; sì che quali a me sembrino essere le cose, tali siano per me, e quali a te, tali per te? o
credi piuttosto che esse abbiano una loro stabilità di essenza?

Ermogene: Già una volta, o Socrate, trovandomi nell'imbarazzo, proprio a questo mi lasciai trarre,
a quel che Protagora dice; ma non credo affatto che la cosa sia così.

Socrate: O come, a questo ti lasciasti trarre, sì da credere che addirittura non esista uomo cattivo?

Ermogene: Oh, no, certo; che anzi più volte codesto l'ho sperimentato a mie spese, così da
riconoscere che uomini in tutto malvagi ce ne siano, e anche troppi.

Socrate: E del tutto buoni non mai creduto ce ne fossero?

Ermogene: Sì, ma pochissimi.

Socrate: In ogni modo hai creduto che ce ne fossero.

Ermogene: Si.

Socrate: Orbene, come intendi ciò? forse così, che gli uomini del tutto buoni siano completamente
assennati, gli uomini del tutto cattivi siano completamente dissennati?

Ermogene: Così almeno mi pare.

Socrate: E' possibile allora che, se Protagora diceva il vero ed è questa la verità (che quali a
ciascuno sembrano le cose, tali anche sono), alcuni di noi siano assennati, altri dissennati?

Ermogene: No, certo.

Socrate: Anche questo ammetterai, io credo, sicuramente, che se v'è assennatezza e dissennatezza,
non è affatto possibile che Protagora dica il vero, perché nessun uomo potrà essere in verità più
assennato di un altro, se ciascuno crede vero solo ciò che gli appare.

Ermogene: E' così.

Socrate: Ma non sarai, penso, nemmeno dell'avviso di Eutidemo secondo il quale tutte le cose sono
per tutti, insieme e sempre, allo stesso modo, perché in tal caso gli uomini non potrebbero essere gli
uni buoni, gli altri cattivi, se tutti e sempre avessero allo stesso modo virtù e vizio.

Ermogene: Dici il vero.

Socrate: Se né tutte le cose sono per tutti allo stesso modo insieme e sempre, né ciascuna cosa è
propria e particolare a ciascuno, è ben chiaro che le cose stesse hanno in sé una loro propria e stabile
essenza, non dipendendo da noi, né da noi tratte in su e in giù secondo la nostra immaginazione,
bensì esistono per se stesse, secondo la loro propria essenza, così come sono per natura.

 
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La stessa perseità delle Idee è in polemica contro l'impermanenza eraclitea:

Socrate: E allora affinché questi molti nomi che tendono allo stesso punto non ci ingannino, ci
rimane da indagare questo: se in realtà coloro che posero i nomi, li posero convinti che tutte le cose
si muovano sempre e fluiscano, e pare anche a me che ne fossero convinti, o se per caso ciò non sia
così, ma costoro caduti e travolti come in un vortice trascinino anche noi gettandoci dentro.

Considera, dunque, o meraviglioso Cratilo, buono in sé e così del pari ciascuno degli enti, o no?

Cratilo: A me pare di si, o Socrate.

Socrate: Consideriamo, dunque, questo bello in sé, non già se un volto è bello o qualche altro
oggetto dello stesso genere, cose queste che sembrano fluire, bensì, diciamo, il bello in sé non rimane
sempre identico a se stesso?

Cratilo: Necessariamente vi rimane.

Socrate: Orbene, è possibile questo bello chiamarlo giustamente per sé, se sempre ci sfugge
anzitutto quanto all'essere, e poi quanto all'esser così o così? o è necessario che nel momento stesso
in cui lo enunciamo (per la sua particolare caducità) divenga subito altro e ci scappi via e non sia
più così?

Cratilo: E' necessario (che sfugga, considerata la sua particolare natura).

Socrate: E allora come potrà essere qualche cosa ciò che non è mai allo stesso modo? ché se un
momento rimane fermo nello stesso modo, è chiaro che almeno in quel momento non può trapassare,
e se sempre rimane allo stesso modo, ed è lo stesso, come potrebbe esso mutare o muoversi senza
allontanarsi per niente dalla propria idea?

Cratilo: In nessun modo lo potrebbe.

Socrate: Ma allora neppure potrà essere conosciuto da nessuno. Infatti, nel momento stesso che chi
lo deve conoscere gli si avvicina, ecco che diverrà altro e di altra specie, cosicché non potrà più essere
conosciuto né quale è né come è. Nessuna conoscenza, certo, potrebbe conoscere ciò che deve
conoscere, se questo non sta fermo in nessun modo.

Cratilo: è come dici.

In questo passo del Fedone Platone è ancora in polemica con il divenire eracliteo:

Quell'Essere in sé che, interrogando e rispondendo, ci proponiamo di definire, permane sempre


identico a se stesso o muta di tempo in tempo? L'eguale in sé, il Bello in sé, ciò che ciascuna cosa è
in sé, l'essere insomma, ammette mai qualche, sia pur minimo, mutamento? Ovvero ciascuna di
queste realtà assolute, essendo in se stessa uniforme, è sempre nello stesso modo identica a sé, e non
ammette mai per nessuna via in nessun modo mutamento nessuno?

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E Cebete: è necessario, Socrate, disse, che sia sempre nello stesso modo identica a sé.

Ma che diremo, invece, delle infinite cose, come uomini, cavalli, vesti e di tutte le altre, o eguali o
belle o comunque distinte con nomi derivati da quelle essenze? Son forse queste sempre identiche a
sé, o, addirittura al contrario di quelle, né in sé né tra loro non sono mai, per così dire, in nessun
modo le stesse?

Proprio così, disse Cebete; non sono mai allo stesso modo.

Quindi muta il mondo dei nomi e delle forme, mutano le cose sensibili, ma non può
mutare ciò che determina il mutamento. Diremo che l'Essere è il fondamento metafisico
del divenire, del fenomenico, dell'apparenza di cui parla Parmenide.

Il divenire partecipa della realtà dell'Essere, ma non è l'Essere, come un filo di capello
partecipa della realtà dell'ente ma non è l'ente in quanto tale.

Ancora, le idee sono concepite da Platone in quanto Essere (το ον) assoluto.

L'Essere in quanto è non può divenire, non può trovarsi altro da se stesso, non può cessare
di essere, perché non sarebbe appunto un Essere ciò che è. In questo contesto Platone si
riallaccia a Parmenide.

Leggiamo, altresì, come il neoplatonico Plotino espone il concetto dell'Essere-Spirito:

Sia ben fermo, allora, che lo Spirito è l'Essere nella sua pluralità: Egli serra tutte le cose in sé non
come in un luogo ma in quanto possiede se stesso ed è uno con loro. Ma lassù tutti gli esseri sono
assieme e, nondimeno, separati. Del resto, anche l'Anima, pur serrando in sé, tutte insieme, tante
scienze, non presenta nessuna confusione; anzi, ciascuna scienza esegue il suo proprio compito
quando a lei tocca, senza trascinarsi dietro le altre, e pure l'idea agisce da sé, singolarmente, senza
mescolarsi con le altre idee che se ne stanno dentro per conto loro.

Così, dunque, anzi molto di più, lo Spirito è tutti gli esseri insieme e, d'altro canto, non insieme
poiché ogni essere è una forza particolare, però lo Spirito nel suo complesso abbraccia le cose come
un genere le specie e il tutto le parti; ma anche le forze del seme presentano un'immagine di quel che
vado dicendo: nell'intero seme, voglio intendere, tutto è presente in uno stato indistinto e le ragioni
formali vi stanno come in un unico centro: c'è una ragione formale dell'occhio diversa dalla ragione
formale delle mani: questo diverso viene riconosciuto solamente per via dell'organo sensibile
generato da essa.

Ora, quanto alle forze racchiuse nei semi, ciascuna di esse costituisce una ragione unitaria formale e
totale con le parti che essa stessa abbraccia: però, mentre la parte corporea ha materia, tutto ciò che
nel seme è umidità per esempio, la forza in sé, come tale, è invece forma nella sua totalità e,

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

precisamente, forma razionale che s'identifica poi con una specie di anima, l'anima generante, la
quale, poi, è una figura di un'altra anima superiore.

C'è chi chiama natura quell'anima che opera nei semi; essa partita di lassù, da ciò che le preesiste,
quasi luce da fuoco, trasmuta e configura la materia non già con una spinta meccanica né
applicando le leve, che ora sono tanto decantate, ma facendola semplicemente partecipe delle ragioni
formali.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

L'UNO‐BENE QUALE REALTA' METAFISICA. 

Le Idee sono molteplici, pur essendo espressioni dell'Unità-Essere, e sono gerarchicamente


organizzate: nel grado più basso della gerarchia stanno le Idee degli enti geometrico-
matematici, in alto le Idee di valori etici ed estetici; però, Platone, nella Politeia, parla di un
principio incondizionato che è di là dallo stesso mondo delle Idee, cioè di là dall'Essere o
dall'Essenza. Questo Sommo Bene è l'Uno-Uno che è la radice del mondo delle Idee, il
quale a sua volta è l'Uno-molti; mentre il sensibile costituisce l'Uno e i molti.

Nel Politico Platone dice espressamente:

Per tutto ciò dunque né convien dire che il mondo stesso si volga sempre da sé, né, viceversa, che sta
interamente volto dalla divinità in due direzioni opposte; né, daccapo, che lo volgano due Iddii
animati da un pensiero avverso tra loro.

Un altro dialogo in cui Platone esprime lo stesso concetto è nella Politeia:

Quello, dunque, che comunica la verità agli oggetti conoscibili e il potere di conoscerli a chi li
conosce, dì pure che è l'Idea del Bene. E mentre devi pensarla come causa di conoscenza e di verità,
in quanto questa è conosciuta, così, essendo entrambe, la conoscenza e la verità, due cose belle, se
riterrai che l'Idea del Bene è distinta da loro ed è anche più bella, non t'ingannerai punto.

E come nel mondo sensibile la luce e la vista somigliano al sole, ma non è giusto scambiarle per il
sole, così anche nel mondo intelligibile è giusto ritenere che la conoscenza e la verità siano entrambe
simili al Bene, ma non è giusto ritenere che l'una o l'altra sia il Bene, la cui natura, anzi, è da
considerare ben più preziosa.

Tu, disse, gli attribuisci una bellezza insuperabile, se è fonte di cognizione e di verità, e le supera di
bellezza; e però non è certo il piacere quello di cui intendi parlare.

Per carità! esclamai; ma piuttosto considera ancora meglio l'immagine del Bene a questo modo.

E come? Del sole, credo, tu dirai che agli oggetti visibili non comunica soltanto la facoltà d'esser
veduti, ma anche la generazione, l'accrescimento e la nutritura, pur non essendo esso medesimo
generazione.

Non c'è dubbio.

E così, dirai che le cose conoscibili non derivano dal Bene soltanto la loro conoscibilità, ma anche
l'esistenza e l'essenza, quantunque il Bene non sia essenza, ma per dignità e potere stia anche al di
sopra dell'Essenza.

E ancora:

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

...Ma io credo che sia così: che nel mondo intelligibile l'Idea del Bene sia la più difficile a scorgersi,
ma che, quando si sia scorta, bisogna concludere che essa è per tutti la causa di ogni cosa buona e
bella poiché nel mondo visibile ha generato la luce e il signore di questa, e nel mondo intelligibile,
dov'essa egualmente signoreggia, ha prodotto la verità e l'intelligenza...

Questo passo è molto importante perché fa comprendere che la polarità sensibile-


intelligibile dipende dalla sovrana Idea del Bene. E' evidente, dunque, che l'Idea somma
del Bene, o l'Uno-Bene, è causa dell'intera manifestazione, nei suoi diversi gradi di Essere,
di conoscibilità e di non-essere. L'Uno-Bene è centro ovunque, circonferenza mai. E' l'unum
supra ens.

Così, l'Esse non è il sommo principio, ma al di sopra di Esso c'è l'Unum o il Bonum. Il Bene
sommo è specie, mentre l'Essere è genere, è nome, e qualifica con la Totalità, ma di questa
solo un momento determinato.

Occorre precisare che il Bene di cui si parla non va inteso in senso morale; il Bene di
Platone, e della filosofia greca, è il supremo Intelligibile, è l'Ordinatore supremo, è la
Conoscenza massima (Politeia), è la Misura di tutte le cose; è la Realtà per eccellenza,
quella che dà vita allo stesso Intelligibile e all'Intelligenza; è il fondamento ultimo e
metafisico di tutto l'Essere e del divenire. Nelle lezioni non scritte viene chiamato Uno-
Uno.

Leggiamo, altresì, come il Neoplatonismo incarnato da Plotino espone il concetto del Bene
o dell'Uno:

...ma lo Spirito (Essere) può vedere semplicemente o le cose che lo precedono o le cose che gli
appartengono o le cose che da lui stesso provengono.

Già sono pure le cose che si trovano in lui; ma ancora più pure e più semplici sono le cose che lo
precedono o, più esattamente, l'Unico che lo precede. Non è Spirito, dunque, Costui, ma è anteriore
allo Spirito. Poiché lo Spirito è già qualcosa che rientra tra gli esseri. Colui, invece, non è qualcosa,
ma è anteriore a ciascuna cosa e non è nemmeno Essere, poiché l'Essere possiede, per così dire, una
forma, la forma dell'Essere, ma Quegli è non-formale, privo, cioè, finanche della forma spirituale.

...Ond'è che Platone è consapevole che dal Bene deriva lo Spirito (Idea) e dallo Spirito, l'Anima...

Il Bene non è pertanto qualcosa, né qualità, né quantità, né Spirito, né Anima; non è neppure in
movimento né, d'altronde, è in quiete; non è in uno spazio, non è in un tempo; esso è invece l'Ideale
solitario, tutto chiuso in se stesso o, meglio, il Non-formale che esiste prima di ogni ideale, prima del
moto, prima della quiete poiché tali valori aderiscono all'Essere e lo fanno molteplice.

Ma poiché noi affermiamo (e lo si può ben credere) che questo Altissimo sia dappertutto eppure non
sia in alcun punto...

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Ma la via di uscita c'è preclusa soprattutto perché l'intelligenza di Lui non si ottiene né sulla via
della scienza né su quella del pensiero, come per i restanti oggetti dello Spirito, ma solo per via di
una presenza che vale ben più della scienza. Eppure, l'Anima sperimenta un allontanamento dalla
sua unità e non resta completamente una, allorché acquista la conoscenza scientifica di qualche
cosa; la scienza, difatti, è un processo logico, ma il processo logico è molteplice.

Quindi essa valica l'unità, poiché è caduta nel numero e nel molteplice. Urge pertanto oltrepassare
di corsa la scienza e non deviare giammai dal nostro essere unitario; è necessario frattanto
allontanarsi sia dalla scienza sia dallo scibile sia da ogni altro spettacolo per quanto bello, poiché
ogni bellezza è posteriore a Lui e da Lui deriva come la luce diurna deriva tutta quanta dal sole. Gli
è per questo che di Lui non si può né parlare né scrivere, come fu detto. Frattanto noi parliamo e
scriviamo per indirizzare verso di Lui, per destare dal sonno delle parole alla veglia della visione, e
quasi per additare la strada a colui che desidera contemplare un tantino.

Francamente, il magistero non va oltre questo limite di additare cioè la via e il viaggio; ma la
visione è già tutta un'opera personale di colui che ha voluto contemplare.

L'idea dell'Uno non è una visione meramente e astrattamente teoretica o logica, né una
posizione di ordine intellettualistico, ma implica l'integrale presenza di tutte le dimensioni
dello spirito in un conoscere coscienziale. Nel pensiero platonico v'è sempre un'istanza per
l'ascesi e la trascendenza dettata dal riconoscimento dell'inquietudine e inappagamento
dell'uomo, immerso nella finitudine del sensibile. La vita tende alla riconquista di quel
regno di pax profunda secondo l'inequivocabile aspirazione dello spirito umano.

Platone segue una linea tradizionale misterica, e siamo certi che tante cose non sono state
dette, mentre altre sono state concettualizzate per soddisfare la mente empirica di
discepoli e di non iniziati che non avrebbero potuto innalzarsi a una contemplazione pura
e semplice dell'Intelligibile.

La soluzione di problemi sollevati in alcuni dialoghi non è stata data, lasciandone al


discepolo la ricerca, la meditazione e l'intuizione. Inoltre, per far meglio accettare e
comprendere la Dottrina, Egli ha avuto l'idea geniale di formurarla in termini di dialogo;
infatti è stato il primo che ha presentato la filosofia in modo veramente nuovo.

In ogni modo, si constata esservi anche delle tragedie dell'epoca il cui contenuto è
profondamente esoterico.

Sorge, adesso, una domanda molto importante. Platone ha la nozione del vero infinito
metafisico, oppure il suo infinito rappresenta solo ciò che i filosofi dell'antica Grecia
denominavano indefinito, illimitato, molteplicità indeterminata, ecc.? L'illimitato, l'indefinito,
ha un significato relativo, è un ente passivo, caotico; esso è ciò che, per quanto finito, può
essere oggetto d'ingrandimento e di rimpicciolimento, di divisione e di addizione o
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

moltiplicazione (il grande-piccolo, e il più-meno). Difatti, per Platone l'Idea, che è misura,
verità e bellezza, interviene per rendere questo chaos-illimite un cosmos-limite che, per il
filosofo greco, è l'espressione dell'ordine, dell'armonia, delle giuste proporzioni
matematiche e geometriche.

Per i Greci in genere l'infinito o, meglio, l'illimitato-indeterminato è un concetto negativo, è


un non-essere. Aristotele, infatti, lo identifica con la pura negatività della materia
potenziale che è l'opposto di ciò che ha forma-principio.

Tutto ciò, beninteso, ha la sua validità sul piano della manifestazione, a qualunque
dimensione e grado la si voglia concepire. La materia in sé è indeterminata, è priva di
logos, di forma, quindi è irrazionale. E' su questa materia irrazionale che interviene
appunto l'Intelligenza per dare ordine, vale a dire numero e qualità.

Difatti essa è manchevole, è privazione, secondo l'accezione aristotelica; ciò che le dà vita e
fondamento è l'Unità metafisica la quale è trascendente ma anche immanente. Platone
enuncia tre specie di enti per la produzione dell'universo, più un quarto che li governa e
che ne è la causa.

Primo dunque dico che è l'illimitato, secondo il limite, terzo ciò che è generato dalla loro mescolanza
e, infine, indicando come quarto la causa della mescolanza e della generazione, uscirei forse in
qualche modo di tono?

Protarco: E come?

Socrate: Ma è pur facile perché tutti i sapienti, esaltando realmente se stessi, s'accordano nel dire
che l'intelletto (nous) è per noi re del cielo e della terra.

...E dunque vuoi tu che anche noi conveniamo su questo punto ammesso dai nostri predecessori:
che, cioè, le cose stiano così, e che non solo crediamo di poter ripetere senza pericolo le parole altrui,
ma anche sfidare il pericolo insieme con loro e partecipare del rischio e del biasimo, ove mai qualche
uomo abilissimo nel disputare affermasse che queste cose non sono così ma addirittura senza
ordine?

Protarco: E come potrei non volerlo?...

Socrate: Poiché certo, Protarco, noi non possiamo credere che di quei quattro generi: il limite,
l'illimitato, il misto e la causa; questo quarto, ch'è insito in tutte le cose, e perché dà ai viventi
un'anima e l'esercizio del corpo... è quanto v'ha di più bello e di più prezioso.

Protarco: Ma ciò non sarebbe punto conforme a ragione.

Socrate: Dunque, se ciò non è ragionevole diremmo forse meglio attenendoci a quest'altra opinione:
che, come più volte abbiamo detto, c'è nell'universo molto d'illimitato e una sufficiente quantità di

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

limite; e al di sopra di essi una causa non spregevole, che ordina e contempera gli anni, le stagioni e
i mesi e merita a buon diritto d'esser detta sapienza e intelletto.

Protarco: A buon diritto, certo...

Socrate: Sicché, Protarco, non credere che questo discorso lo abbiamo detto senza ragione, ma vuol
essere l'alleato di quelli che ab antico dichiarano che l'intelletto impera perpetuamente nell'universo
(vale a dire gli Orfici e i Pitagorici).

Se meditiamo questi passi si può senz'altro dedurre che il panenteismo sia nato con
Platone. L'Uno-Bene, mediante l'Essere e l'Intelligenza ordinatrice, è immanente e nello
stesso tempo trascendente,...questo quarto che è insito in tutte le cose...

E secondo lo stesso Platone questa visione apparteneva già agli Orfici e ai Pitagorici.
Abbiamo dunque: un'Intelligenza suprema ordinatrice che pone il limite (ordine)
nell'illimite (indefinito). Tale Intelligenza-nous è così di là dal limite, dall'illimite e dal
misto, vale a dire dal prodotto dei due. E mentre nel sensibile l'Intelligenza ordinatrice è
l'Anima universale, nell'intelligibile è il Bene.

D'altra parte, l'Intelligenza suprema come potrebbe creare un cosmos (limite) dall'illimite
se essa stessa rappresentasse un chaos o lo stesso limite? Ovviamente deve avere una
natura diversa dal chaos-limite se da questo deve trarre numero e qualità.

Ora, limite-illimite è una polarità, mentre l'altra polarità rappresenta appunto


l'Intelligenza. Abbiamo così, a livello dell'intelligibile, l'Uno-Diade, ma l'Uno, abbiamo
detto precedentemente, non si esaurisce nella Diade perché, per potenza e dignità, è
superiore a essa (illimite), come è superiore persino al mondo delle Idee (ordine-limite),
vale a dire all'Essere o corpo germinale, archetipale determinato, qualificato, limitato,
fissato e definito (per il Vedānta si tratta del Brahman saguna).

Ciò implica che Platone era a conoscenza del concetto dell'Uno metafisico e dell'Infinito
quale espressione dell'assoluto Bene. E l'interpretazione che ne dà il neoplatonico Plotino
risponde a quanto sopra. Lo stesso Cristianesimo s'innesterà a questa tradizione platonica
per concepire il Dio infinito.

Possiamo quindi dire che la manifestazione per Platone è un misto d'illimite-limite, e lui
stesso lo afferma, ma l'Uno-Bene è infinito, impersonale e assoluto. Il concetto del misto
Egli l'ha ricavato dalla Tradizione pitagorica, la quale ammette il pari e il dispari, vale a
dire il limitato e l'illimitato. Il limite esprime la perfezione, il bene, il reale determinato;
l'illimite, l'imperfetto e il male; da questa coppia (peras-apeiron) nasce l'Armonia che
Filolao pitagorico definisce l'unificazione del molteplice e l'accordo dei dissenzienti.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Bisogna fare attenzione a non considerare le poche proposizioni enunciate come teorie
ingenue e semplicistiche (non potendo, poi, in questa sede proporre l'Insegnamento
pitagorico).

Applichiamo, per esempio, questi principi all'elemento atomo fisico e traiamone le


conseguenze. Un atomo è composto d'illimite-limite, di pari-dispari, di numero e qualità.
Dalla giusta proporzione di numero e qualità nasce l'atomo fisico.

Un atomo è il prodotto di particelle qualificate e ben definite numericamente; un atomo di


idrogeno differisce, per esempio, da quello di elio per il suo numero elettronico: protone 1,
elettrone 1, mentre l'elio ha: protone 2, elettrone 2. Poiché l'atomo è neutro, ne consegue
che, per mantenersi stabile, la carica negativa degli elettroni dev'essere uguale alla carica
positiva del nucleo. Il più-meno deve bilanciarsi, come devono bilanciarsi l'illimitato
energetico (campo per la fisica) e il limitato atomo (massa).

Passando al mondo degli enti autoconsapevoli, dovremo riconoscere che spirito e materia
devono bilanciarsi se si vuole creare un cosmos umano. La passione, l'autoaffermazione,
l'invidia, la sete di possessi sono sbilanciamenti psicologici che creano ovviamente
squilibri, disaccordo, malattia, male, mentre il perseguire la virtù, in senso platonico
significa rendersi compiuti, significa manifestare l'armonia che è l'effetto del giusto
accordo spirito-materia, psichè-soma, logos-sentimento, ecc.

Sotto altre prospettive l'Armonia, platonica e pitagorica, è il giusto accordo del


microcosmo col macrocosmo, dell'uomo col suo archetipo ideale, e le stesse istituzioni
umane devono seguire questa legge di Accordo. Laddove logos (positivo) e sostanza
materiale (negativo) non sono bilanciati vi è il male, v'è squilibrio, disaccordo,
impoverimento coscienziale.

La virtù platonica coincide con la purificazione dell'Anima, è una virtù filosofica, non
sentimentale o di costume sociale, l'etica filosofica non è la morale sociale imposta dalle
consuetudini e dal sentimentalismo individuale. E la più alta virtù che l'uomo possa
perseguire è, per Platone, la sete della Conoscenza-sapienza liberatrice.

Se leggiamo che l'Uno-Bene è buono, virtuoso, ecc., questi non sono accidenti o attributi
umanizzati, ma significano che l'Uno-Bene ha in sé la perfezione, la compiutezza o
pienezza, per quanto anche questi termini siano fuorvianti.

Le virtù che Platone attribuisce all'Essere sono virtù ontologiche, non sono del piano del
sensibile o delle ombre. Dio non è né buono né cattivo, perché è di là da ogni possibile
polarità; Dio è impersonale, come ad altri livelli è impersonale il fuoco il quale può
incendiare un edificio, ma anche cuocere alimenti per la sussistenza degli individui.
L'energia atomica in sé non è né buona né cattiva, essa è, e basta; dalla direzione che le si
vuole dare può derivare la distruzione o il progresso del pianeta.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Nel Dio-assoluto impersonale, infinito e finito, Essere e divenire (mondo) si trovano


conciliati, e alla comprensione di questo Uno-assoluto l'uomo deve avvicinarsi non con la
mente empirica, ma con quella noetica.

Passando all'Oriente, dovremo riconoscere che là si è professata ed esposta soprattutto una


visione profondamente metafisica (si veda il Vedānta Advaita di Śamkara), per cui
l'insegnamento verte sull'Uno metafisico che risponde all'Infinito (non all'indefinito), al
non-determinato e non-qualificato, e tali termini, questa volta, vanno intesi nel senso che
l'Infinito, in quanto tale, è incommensurabile, è causa e principio di se stesso; è dunque
autogenerato; non può essere quindi determinato o qualificato.

Una determinazione è già una limitazione, una circonferenza, demarcazione, definizione,


una restrizione: questi ultimi termini vanno invece applicati all'Essere che, per quanto
finito, esprime indefinite modalità vitali.

Così Śamkara parla di Brahman nirguna (non qualificato e incondizionato) e di Brahman


saguna (qualificato e determinato). In senso platonico si ha l'Uno-Bene e l'Essere-mondo
delle Idee.

E come nel mondo sensibile la luce e la vista somigliano al sole, ma non è giusto
scambiarle per il sole, così anche nel mondo intelligibile è giusto ritenere che la conoscenza
e la verità siano entrambe simili al Bene, ma non è giusto ritenere che l'una o l'altra sia il
Bene, la cui natura, anzi, è da considerarsi ben più preziosa.

E' bene ripetere e tenere sempre presente che l'Uno platonico è causa (αιτια) di tutte le
cose (του παντος αρχη), quindi della stessa polarità primordiale, perché Esso è altro,
diverso (αλλο) e superiore per dignità e potenza.

Il sensibile-visibile (ορατος) dipende dall'intelligibile (νοητος) e questo dal supremo arch.


Così il tutto è subordinato al Sommo Bene (το αγαθον), escludendo ogni fattore di
reciprocità. Ciò implica che in Platone non v'è alcuna ombra di panteismo.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

DUALISMO PLATONICO?  

Come abbiamo notato in precedenza, Platone concilia due tendenze radicalmente opposte,
quella di Eraclito e quella di Parmenide. Ciò implica che Egli riconosce due stati
dell'Essere assoluto, metafisico, o Sommo bene: il sensibile e l'intelligibile, nei loro
rispettivi gradi. Ma questi due piani sono separati, contrapposti e distinti sì da creare una
dualità assoluta? Secondo alcuni interpreti, compreso Aristotele, ed è stato con questo che
molti commentatori platonici si sono allineati, Platone sembra aver posto una dualità
irriducibile nella dimensione dell'Essere, per cui tra le due sfere non v'è alcuna
connessione. Se però, più che avere una rappresentazione soggettiva propria sul pensiero
di Platone, si studiano i testi platonici alla luce di ciò che Platone stesso afferma, si può
comprendere come Egli sia ben lungi dal postulare una dualità o una divisione assoluta di
piani e di principi.

Platone propone a livello di Principi tre fattori che sono: il Bene, che sovrasta il mondo
delle Idee, l'Anima universale e gli enti sul piano del sensibile; ora l'Anima o Intelligenza
universale, assimilata al Demiurgo, funge appunto da intermediario tra il Bene-Essere sul
suo piano e gli enti sul piano del sensibile. In fondo, è la tripartizione sintetica espressa da
tutte le Tradizioni. L'Anima universale è un riflesso del Bene assoluto e l'Anima
microcosmica è, a sua volta, un riflesso o un raggio di quella universale.

Il tutto è una processione, come più tardi si esprime il neoplatonico Plotino, dell'Uno-Bene.

Da ciò si può dedurre che fra i vari principi esistenziali vi è una stretta correlazione o,
volendo proporre il problema in altri termini, l'Ente per eccellenza irraggia il suo Principio
vitale in gradi espressivi di essere.

Diremo che, come il sole, il Sommo Bene irradia il suo influsso in tutta la totalità del suo
consistere. Esso è immanente e anche trascendente il sensibile e l'intelligibile stesso, come
Platone fa comprendere in alcuni passi, e soprattutto nella Politeia: la natura del bene,
abbiamo visto, è da porsi anche più in alto dell'Intelligenza universale e persino del
mondo delle Idee.

Inoltre, Platone menziona una materia (da non confondere con ciò che oggi si designa con
tale termine) quale sostrato e ricettacolo da cui nascono e a cui ritornano tutte le cose, e
quindi i piani esistenziali.

Ecco come si esprime a tale riguardo:

Lo stesso discorso s'ha a ripetere anche di quella tal natura che accoglie in sé tutti i corpi: bisogna
dirla sempre la stessa, perché non perde mai il proprio potere. Essa infatti accoglie sempre in sé tutte
le cose, e non prende mai in nessun caso e in nessun modo alcuna forma somigliante a nessuna delle
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

cose che entrano in lei; giacché la sua natura è lì come cera da impronta per ogni cosa, essendo
mossa e configurata dagli oggetti che v'entrano, e a causa di questi assume ora l'una ora l'altra
parvenza (questa materia o cura, corrisponde alla prakrti del Vedānta e costituisce la stoffa con cui
s'intessono i chiaroscuri fenomenici; le forme-corpi da essa foggiate appaiono e scompaiono perché
sono parvenze, sono movimento conformato, maya, mentre essa, come cera plastica, permane).

Orbene, ciò che v'entra e ciò che n'esce è imitazione delle cose che sempre sono (le Idee), recante
l'impronta di esse, in un certo modo difficile a spiegarsi e meraviglioso.

Per il momento dunque s'hanno a riconoscere tre generi: quello che si genera, quello in cui si genera
e quello a imitazione del quale nasce ciò che si genera.

E perciò anche il ricettacolo conviene paragonarlo alla madre (la vergine Maria universale, o Binah
parlando in termini sephirotici); il modello al Padre (Chokmah in termini sephirotici e Purusa in
termini Vedānta); e la natura intermedia, alla prole... E però questa madre e ricettrice di quanto si
genera di visibile e in tutto sensibile, non dobbiamo dirla né terra né aria né fuoco né acqua né altra
cosa che nasca da queste o da cui queste nascono; ma, dicendola una specie invisibile e amorfa
capace di accogliere tutto, partecipe dell'intelligibile, non diremo il falso.

Le Idee sono archetipi che trovano manifestazione mediante questa χωρα intelligibile
(Diade illimitata; grande-piccolo) sotto l'influsso dell'Uno-Bene.

Questa essenza-sostrato omogenea, unitaria e intelligibile, propagandosi e irraggiandosi


fino al limite della sua determinazione imposta dall'Uno-Bene, rallenta il suo dinamismo e
la sua plasticità fino a divenire resistente, pesante e difficile a essere ordinata e
geometrizzata.

Sul piano delle Idee, l'essenza è elementare, pura, duttile, responsiva, leggera, sé da
formare modelli perfetti, mentre le copie che emergono dalla χωρα sensibile e pesante,
sono semplici approssimazioni.

Come le Idee sono ordinate gerarchicamente e tenute stabili dall'influsso dell'Uno-Bene,


così le copie sono ordinate gerarchicamente dall'Intelligenza ordinatrice demiurgica,
riflesso del puro Intelligibile Bene assoluto.

Il processo si ripete con l'Intelligenza-Anima dell'individuo microcosmico; la sua χωρα


corporale, sempre più appesantita, risponde meno all'ideazione animica sì da avere di
fronte una sostanza materiale quasi irriducibile.

In termini Vedānta il mondo delle Idee-archetipi rappresenta il corpo causale-germinale


dell'intera manifestazione: in esso, quale Ente principiale, esistono tutte le determinazioni
o i semi o idee allo stato sottile.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E come in un qualunque seme non c'è separazione di parti né confusione, essendo


un'unità, così questo corpo ideale principiale è uno e molteplice nello stesso tempo. In
quanto unità rappresenta l'Essere che, con la Diade, partecipa della Realtà dell'Uno-Bene.
Se la Diade o l'Altro è un riflesso, una polarità o proiezione dell'Uno-Bene, e tutti i dati
manifesti, a qualunque dimensione e grado possano appartenere, sono il prodotto
dell'interrelazione di Idea-Diade, allora di veramente reale c'è solo l'Uno-Bene essendo
tutto il resto un causato e un manifestato. Un oggetto, un corpo-volume, un solido non
sono altro che χωρα geometrizzata; e poichè la cura è in continuo movimento, i corpi del
piano sensibile appaiono, si conformano, secondo un modello, e scompaiono travolti dal
moto del divenire (maya).

Possiamo meglio precisare che la χωρα intelligibile, in quanto principio universale polare,
è la potenza pura (sakti per il Vedānta) in cui tutto è indefinito e indeterminato; essa
costituisce il supporto complementare passivo di ogni manifestazione; la sua polarità
correlata è l' ειδος (Idea); l'ειδος e la χωρα possono così, e sotto questa prospettiva,
rappresentare la polarità universale di essenza e sostanza-materia, forma e materia, qualità
e numero.

In termini della filosofia scolastica la χωρα è equivalente alla materia prima (riferita
all'intelligibile, quale sostanza universale) e materia secunda (riferita al particolare
sensibile, che rappresenta la base-supporto dei corpi materiali). La materia secunda, o cura
sensibile, partecipa della materia prima; è dunque una υλη partecipata.

Diciamo χωρα intelligibile solo per denominazione e per distinguerla da quella sensibile,
dal momento che, in quanto substratum universale, non è intelligibile perché in essa non
v'è ancora niente da conoscere; solo quando è congiunta con l'Idea diventa da potenziale
attuale e con un dato intelligibile da conoscere.

La conoscenza è qualità e non quantità e appartiene all' ειδος. Per questo vien detto che la
materia è non-essere, pur partecipando dell'Essere.

Si può dire che la cura è la madre-sostanza; l'Idea o il seme-archetipo, immessa nella


matrice e nutrice universale, è il frutto; l'Uno-Bene, per quanto trascendente, è il sole che fa
vivificare e maturare l'Idea. L'Idea, a sua volta, esprime la misura, essa è infatti la misura
di tutte le cose (contrariamente a ciò che sosteneva Protagora che misura di tutte le cose è
l'uomo-individuo). Il non-misurato è ciò che ancora non è stato determinato, definito,
delimitato e corrisponde alla χωρα, mentre ciò che ha limite e misura corrisponde all'Idea.
Nel concetto di misura c'è implicita l'idea di ordine, così la χωρα è ordinata secondo
misura-numero con la specifica qualità dell'Idea.

La Genesi dice che sulle Acque dell'abisso, o sulle Tenebre primordiali, scoccò il Raggio di
luce fecondatore, per cui dal chaos procedette il cosmos; e Dio, secondo la Bibbia, ha
disposto tutte le cose in misura, numero e peso.
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

A ciò fa riscontro il Rg-Veda: Con il suo Raggio ha misurato i confini del Cielo e della Terra.
Questa misurazione implica una geometrizzazione dello spazio virtuale o potenziale che
in tal modo diventa qualificato. Il Raggio che prende direzione esprime determinate
forme: lo spazio racchiuso da un triangolo non può non avere qualità diverse da uno
spazio racchiuso da un rettangolo. Il Sommo Bene, mediante l'Idea, geometrizza la χωρα
rendendola qualificata e determinata.

Il numero e la qualità sono sempre correlati, dove c'è il numero c'è spazio-sostanza, mentre
la forma geometrica o le precise direzioni che circoscrivono la χωρα danno la qualità.

...questo quarto (la causa di tutte le cose) ché insito in tutte le cose, e perché dà ai viventi un'anima
e l'esercizio del corpo... è quanto v'ha di più bello e di più prezioso.

Nei testi Vedānta possiamo leggere:

...l'atman (l'Essere) ha quattro quarti (pada = piede) i quarti sono identici alle lettere (matra =
misura) e le lettere ai quarti... La prima matra è il mondo grossolano, la seconda matra è il mondo
sottile, la terza matra è il mondo causale-germinale; Turiya, il Quarto (corrispondente all'Uno-
Bene) è amatra, non misurabile e privo di parti.

Matra significa misura, anche numero, e deriva da ma (misura) e da matri che significa
madre, la quale è assimilata alla madre divina o all'energia universale come principio e
origine.

Brahma (l'Intelligenza demiurgica di Platone) ha ordinato il mondo secondo precise


misure (matra) che corrispondono al suono AUM.

La Verità è una, le sue espressioni verbali (e spesso coincidono anche queste) possono
cambiare.

Se, come si accennava poc'anzi, tutte le cose create dalla cura sensibile nascono e
scompaiono (si verifica l'inversione nel moto dell'universo), si può anche inferire che le
Idee scompaiono? Secondo la Tradizione misterica, ed essenzialmente Platone la segue, le
Idee, costituendo l'archetipo stabile e fermo di una manifestazione, durano fino al termine
del ciclo cosmico. è la teoria dei cicli o eoni, cicli di manifestazione, il cui tempo però non è
cronologico, esistendo sul piano dell'Essere il continuo presente. L'Essere è (mondo delle
Idee), non diviene; ma, essendo una determinazione dell'Infinito Bene, il suo essere è
limitato da tale determinazione costituente la sua stessa natura; in ogni modo il suo tempo
è di ordine ontologico. Riguardo all'Essere non possiamo parlare di tempo sensibile; per
quanto possa avere nascita e dissoluzione non ha trascorrere, né ha prius o post con cui lo
si possa correlare.

A proposito della χωρα e dei corpi che da essa emergono leggiamo un passo del fisico F.
Capra:
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

... Questa trasformazione, che si realizzò nelle cosiddette teorie dei campi, ebbe inizio con l'idea
einsteniana di associare il campo gravitazionale alla geometria dello spazio, e divenne ancora più
profonda quando la teoria dei quanti e la teoria della relatività furono unite per descrivere i campi di
forza delle particelle subatomiche. In queste teorie quantistiche dei campi, la distinzione tra le
particelle e lo spazio che le circonda diviene sempre più sfumata e il vuoto è concepito come
un'entità dinamica d'importanza fondamentale.

...Materia e spazio vuoto, il pieno e il vuoto (il limite e l'illimitato di Platone), furono i due concetti,
fondamentalmente distinti, sui quali si basò l'atomismo di Democrito e di Newton. Nella relatività
generale, questi due concetti non possono più rimanere separati. Ovunque è presente una massa
sarà presente anche un campo gravitazionale, e questo campo si manifesterà come una curvatura
dello spazio che circonda quella massa. Non dobbiamo pensare, tuttavia, che il campo riempia lo
spazio e lo incurvi. Il campo e lo spazio non possono essere distinti: il campo è lo spazio curvo. Nella
relatività generale, il campo gravitazionale e la struttura, o geometria, dello spazio sono identici.

Essi sono rappresentati nelle equazioni del campo di Einstein dalla medesima grandezza
matematica. Nella teoria di Einstein, quindi, la materia non può essere separata dal suo campo di
gravità, e il campo di gravità non può essere separato dallo spazio curvo. Materia e spazio sono
pertanto visti come parti inseparabili e indipendenti di un tutto unico.

...Poiché i fotoni sono anche onde elettromagnetiche, e poiché queste onde sono campi variabili, i
fotoni devono essere manifestazioni dei campi elettromagnetici. Di qui il concetto di campo
quantistico, cioè di un campo che può assumere la forma di quanti, o particelle.

...In queste teorie quantistiche dei campi, il contrasto della teoria classica tra le particelle solide e lo
spazio circostante è completamente superato.

Il campo quantistico è visto come l'entità fisica fondamentale: un mezzo continuo presente ovunque
nello spazio. Le particelle sono soltanto condensazioni locali del campo, concentrazioni di energia
che vanno e vengono e di conseguenza perdono il loro carattere individuale e si dissolvono nel
campo soggiacente a esse. Come dice Albert Einstein: Noi possiamo perciò considerare la materia
come costituita dalle regioni dello spazio nelle quali il campo è estremamente intenso. In questo
nuovo tipo di fisica non c'è luogo insieme per campo e materia poiché il campo è la sola realtà.

La concezione delle cose e dei fenomeni fisici come manifestazione effimera di una entità
fondamentale soggiacente, non è solo un elemento di fondo della teoria dei campi, ma anche un
elemento basilare della concezione orientale del mondo.

I fenomeni, per Platone e Śamkara, non sono altro che apparenze, simulacri, parvenze,
sono soltanto condensazioni locali del campo, concentrazioni di energia che vanno e
vengono... e si dissolvono nel campo soggiacente a esse.

Dunque, la materia, per Platone e Śamkara, non è un puro non-essere, non è, scrive
Śamkara, come le corna di una lepre o il figlio di una donna sterile, vale a dire non è un
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

niente ma ha un suo grado di realtà che, però, di fronte all'Uno-Bene o Brahman, ha


carattere di aleatorietà, di indeterminatezza, di dipendenza. L'effetto è meno della causa,
come la creatura è meno del creatore.

La materia poi non è contrapposta all'Idea perché, come abbiamo visto, rappresenta una
semplice polarità. Diremo che dall'Uno-Bene emergono, come riflessi o raggi intelligibili,
l'Idea e la χωρα come aspetti polari, complementari.

L'universo è un tutto correlato, e presenta solo gradi di manifestazione, modo di essere,


generi esistenziali, aspetti vari di espressione.

In questo modo, osservai, io posso fare una cernita; da una parte mettere quei tali patiti degli
spettacoli, delle arti e la gente di mestiere, e dall'altra quelli di cui trattiamo, che soli meritano il
nome di filosofi.

Come dici? domandò.

Gli amanti degli spettacoli e dei cori, spiegai, amano le belle voci, i colori, le figure e tutto ciò che a
partire da questi elementi l'arte sa realizzare; ma l'essenza del Bello in sé la loro mente non la sa
contemplare, né la sa amare.

E' proprio così, riconobbe.

Ora, coloro che son capaci di puntar dritti al Bello in sé e di vederlo per quello che è, non diresti che
son rari?

Altro che.

E chi crede alle cose belle, ma non alla Bellezza in sé, e non sa seguire chi tenta di condurlo a questa
conoscenza, ti sembra che viva nel sogno o nella realtà? Guarda qui. Non è questo un modo di
sognare, se uno, nella veglia o nel sonno, giudica due cose simili, non simili, ma l'una identica
all'altra alla quale assomiglia?

Io, ammise, direi proprio che un uomo siffatto stia sognando.

E allora, un uomo che, al contrario di costoro, riconosce l'esistenza del Bello in sé e sa vederlo nella
sua assolutezza e nelle realtà a cui partecipa, e non lo confonde con queste ultime, né viceversa
scambia queste col Bello in sé, ebbene, come diresti che costui vive, in sogno o desto?

Desto, affermò, non c'è dubbio.

Anche per il Vedānta gli enti vivono immersi in un sogno perché scambiano il mondo dei
nomi e delle forme per la realtà-Brahman o, per dirla con Platone, con il Bene in sé.
Compito del Vedānta, e dello stesso Platone, è quello di svegliare le coscienze
addormentate alla consapevolezza dell'essere ciò che si è.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

La trama con cui Platone spiega l'universo, o la manifestazione, è evidente: vi è un Mondo


ideale o Modello divino, v'è una copia rappresentata dal mondo sensibile, v'è un Artefice-
Intelligenza che modella la copia sull'Archetipo divino; v'è una materia elementare con cui
sono fatti i corpi; v'è, infine, l'Uno-Bene che sovrasta il tutto ed è causa dell'Essere e del
divenire, pur essendo Esso incausato.

Così, il piano del sensibile riceve la sua ragion d'essere dall'Intelligibile, e ciò è dimostrato
dal fatto che il sensibile, trovandosi nel continuo cambiamento (la cura, abbiamo detto,
muovendosi fa nascere e perire i corpi-volumi), nella sua autocontraddittorietà e nel
divenire sempre altro da sé, non può essere causa di se stesso, non può essere ipseità, non
può spiegare se stesso.

Scrive il Reale:...Con la teoria delle Idee, Platone ha inteso dire questo: il sensibile si spiega solo
ricorrendo alla dimensione sovrasensibile, il relativo con l'assoluto, il mobile con l'immobile, il
corruttibile con l'eterno: la vera causa del materiale è l'immateriale.

Questa visione è identica a quella del Vedānta. Śamkara parla, in riferimento alla χωρα, di
prakrti, di maya, di argilla con cui sono fatti i vasi che hanno nomi e corpi-forme (nama-
rupa) diversi. I vari componenti chimici sono fatti della stessa stoffa elettronica, e ciò che
differenzia un composto da un altro, come abbiamo già visto, è il numero e la qualità.
L'Intelligenza ordinatrice, dice Platone (e anche Śamkara), foggia e modella la sostanza
materiale secondo numero, proporzione, qualità, armonia, e questa Armonia, o archetipo
dell'Armonia, si trova attuata nel Mondo ideale.

Se, dunque, il mondo dei composti è parvenza, è fenomeno che appare e scompare, allora
tutto ciò che ha attinenza con tale parvenza non risponde al Reale in sé, non può dare,
affermano questi due Maestri dei Misteri, né conoscenza stabile né costante beatitudine né
Essere.

E così dunque, disse, che cosa dopo ciò resta da esporre? E che altro, diss'io, se non ciò che ne
consegue? Poiché i filosofi son quelli che sono capaci di attingere ciò che è sempre immutabile allo
stesso modo, mentre quelli che non ne sono capaci, ma vagano senza posa tra infiniti oggetti
continuamente mutevoli, non sono filosofi...

Se, ancora, la χωρα, o l'υλη aristotelica, è indeterminata, è chaos, è l'abisso primordiale, è


amorfa e insenziente, allora essa è solo un effetto e non causa di se stessa. Diremo che la
madre è polarità negativa che, insieme con il padre positivo (prakrti e purusa del
Vedānta), si reintegra nell'Unità metafisica.

In termini sephirotici abbiamo che Kether si polarizza in Chokmah e in Binah, polarità


positivo-negativa (o Intelligenza ordinatrice e Sostanza indifferenziata), da cui procedono
tutte le cose manifeste e a cui fanno anche ritorno (ciò che v'entra e ciò che ne esce). Così
delle particelle, determinate dal numero, si polarizzano nel protone-neutrone e

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

nell'elettrone componendo l'atomo fisico, mattone elementare, o archetipo sensibile, di


tutti i composti chimici.

Platone considera le Idee come il solo vero ente, mentre il fenomeno sensibile egli lo spiega
come una via di mezzo fra essere e non-essere, come un qualcosa cui spetta solo un
passaggio dall'essere al non-essere e dal non-essere all'essere, solo un divenire, mai un
essere; per lui, nel fenomeno l'Idea non si presenta mai pura, ma sempre commista col suo
contrario, solo confusa, frantumata in una pluralità di esseri singoli e nascosta sotto
l'involucro materiale; il fenomeno non è cosa che è in e per se stessa, tutto il suo essere è
per altro, attraverso altro, in rapporto ad altro. In una parola, l'esistenza sensibile è solo
un'ombra e una caricatura del vero essere; ciò che in questo è Uno, è in quello un
molteplice e diviso, quel che là è puramente per e attraverso sé, è qui in altro e attraverso
altro, quel che lì è essere, qui è divenire...

Nel Timeo Platone distingue: l'essere prototipo e uguale a se stesso, le Idee; ciò che è
formato secondo il loro modello, il fenomeno sensibile; e, come terzo, ciò che forma la base
e per così dire il seno materno di ogni divenire, il comune, che è alla base di tutti gli
elementi fisici e di tutte le materie determinate, e che nell'incessante flusso di tutte queste
forme, nel giro del divenire, si muove attraverso tutte esse, come il loro sostrato
permanente, il Questo, in cui le forme divengono e in cui di nuovo scompaiono, che esse
non rappresentano mai puro, ma sempre solo sotto qualche forma particolare, quello che
assume le impronte di tutte le forme, ma che appunto per questo deve essere esso stesso
ancora senza alcuna forma e proprietà determinata.

Che noi dobbiamo presupporre un simile elemento, il Timeo lo dimostra sulla base del
perpetuo flusso dell'essere fisico, del perenne trasformarsi degli elementi l'uno nell'altro;
questo fenomeno non sarebbe possibile se le materie determinate come tali fossero
qualcosa di reale, un Questo, e non invece semplici modificazioni di un terzo elemento
comune, e perciò necessariamente privo di determinazione. (Śamkara sostiene che i nomi e
le forme, nama e rupa, non sono altro che semplici modificazioni della prakrti-χωρα, in
altri contesti parla di sovrapposizioni, di proiezioni che appaiono e scompaiono).

Questo elemento è più esattamente definito come un'essenza invisibile e informe, capace
di assumere tutte le forme, come lo spazio che, imperituro, offre un luogo a tutto ciò che
diviene, come l'Altro, in cui, per poter essere, tutto ciò che diviene deve essere; mentre il
vero ente, in quanto unico in sé, non può entrare in una sfera così radicalmente diversa.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Prima di andare oltre, possiamo sintetizzare quanto abbiamo detto con questo quadro di
riferimento:

L'idea principiale è l'Idea-madre-seme-archetipo dell'intera manifestazione. E' l'Essere che


contiene in sé le indefinite modalità esistenziali: Uno-molti.

L'Idea universale è l'Idea prototipo proiettata dal Demiurgo sul modello dell'archetipo
principiale o causale.

La Diade, l'Illimitato e la χωρα sensibile non sono altro che la stessa sostanza-essenza-
polarità passiva, ricettiva o negativa a gradi diversi di condensazione o vibrazione.

Sarebbe opportuno visualizzare queste sfere esistenziali e i principi connessi di discesa in


modo da avere sempre presente la sintesi degli stati dell'Essere, e anche perché in seguito
dovremo attuare un'ascesa, una salita, un processo di integrazione che va dalla
molteplicità all'Unità (periagoghè=rivolgimento, conversione, secondo Platone).

E' bene comunque menzionare che tutti i termini designati sono solo simboli che
racchiudono dei Principi o stati di Essere e il loro svelamento può avvenire unicamente
con la realizzazione coscienziale effettiva.

Un'ultima considerazione: se teniamo presente che Platone è stato iniziato anche ai Grandi
Misteri d'Egitto, allora la sua filosofia dei Principi ci è ancora più chiara.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Che cosa ci dice la filosofia esoterica dei Misteri egiziani? Al vertice di tutte le categorie v'è
l'Uno metafisico, non-qualificato e infinito, chiamato Tem o Atem. Tem si polarizza in
Tum e Nu che rappresentano la Luce e la Tenebra, l'aspetto Positivo e Negativo, lo Spirito
e la Materia intelligibile o le Acque dell'Abisso. Tum, o Khnum, e Nu costituiscono la
polarità principiale di tutte le Tradizioni metafisiche iniziatiche, per quanto vengano
ovviamente designate con nomi diversi.

Da questa polarità metafisica, sotto la spinta di Tem, emerge Ra (l'Essere) che contiene in
sé i semi, o germi, della totalità manifesta.

Tum e Nu vengono designati ancora come Padre-Madre, di ordine intelligibile, essendo


essi un'Unità polare e non una dualità assoluta.

Rivolto a Nu, Ra dice: Tu, il Dio primordiale dal quale io sono nato, e Nu risponde: Ra,
figlio mio, grande quanto tuo Padre. A sua volta Ra, ripetendo, su una voluta più bassa
della spirale, l'atto generativo del Padre Tem, si sdoppia in Tef-Mut (Padre-Madre)
portando in emergenza il tutto esistente.

Così da Ra emergono gli universi e tutti gli enti manifesti. Esso rappresenta il Dio solare, il
costruttore dei mondi.

Le Trinità metafisiche, non potendo essere comprese dalle coscienze impreparate, vengono
antropomorfizzate e umanizzate. Infatti i Maestri del Fuoco di Eliopoli, di Menfi e di Tebe
hanno simbolizzato tali Principi metafisici con il nome di Osiride e Iside (Padre, Madre-
sposa) da cui nacque Horus.

In Grecia, l'Orfismo menziona una Notte come l'ingenerata e non-qualificata, da Essa


procede la polarità Urano-Gea (Cielo e Terra; in altri termini la polarità maschile-
femminile, positiva-negativa, ecc.). Dalla polarità Padre-Madre nascono i figli
innumerevoli (Mondo delle Idee) fino ad arrivare a Demiurgo rappresentato da Dionisio.
Questi rappresenta il primogenito del Mondo, il Dio che uscì dall'Uovo cosmico (per il
Vedānta: Hiranyagarbha = Uovo d'oro) e dal quale derivano i mortali e gli immortali.

Ancora, la catarsi orfica consiste in una graduale ascesa dal mondo sensibile e titanico fino
al mondo dell'etere celeste: ciò che vi è di divino nell'uomo deve tornare al divino.

Coloro che non sanno innalzarsi a questo stato, dopo la morte del corpo fisico, ritornano in
stati individuati e corporei (trasmigrazione) sperimentando la corruttibilità e il conflitto
del divenire.

La Tradizione orfica, seguendo la Dottrina unica universale, non si accontenta di


sperimentare la condizione mortale e fenomenica, al contrario essa sostiene: che ogni
uomo reca in sé la sua parte di divinità creatrice e che ciascuno deve, in conseguenza, fare

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

del suo meglio per spogliarsi dell'elemento terrestre, e trovarsi, alla fine, in possesso totale
della divinità e dell'immortalità.

L'Orfismo, come il Cristianesimo, vuole tutto l'uomo, lo strappa dalla sua radice terrena e
lo trasporta in un più spirabil aere.

Platone vivifica questa stessa Tradizione mediante la dialettica catartica, indirizzandola


soprattutto a persone di puro intelletto.

E si dà il caso che non siano uomini da poco coloro che istituirono i Misteri: e in verità già
dai tempi antichi ci hanno velatamente rivelato (vale a dire gli Orfici) che colui il quale
arriva all'Ade senza essersi iniziato e senza essersi purificato, giacerà in mezzo al fango;
invece, colui che si è iniziato e si è purificato, giungendo colà, abiterà con gli Dei. Infatti,
gli interpreti dei Misteri dicono che i portatori di ferule sono molti, ma i Bacchi sono pochi.
E costoro, io penso, non sono se non coloro che praticarono rettamente filosofia. Socrate:
Beato te, Callicle!, tu sei stato evidentemente iniziato nei Misteri Grandi prima che nei
piccoli. E io credevo che in questo modo non si potesse fare.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

LA DIALETTICA COME TECNICA DI RISVEGLIO. 

I primi due gradi della conoscenza, vale a dire l'eikasia (congettura) e la pistis (credenza),
appartengono agli individui non discriminanti, non intuitivi e dominati essenzialmente
dai sensi. Una mente prevalentemente matematica si serve della diànoia; il Filosofo, inteso
in senso platonico, accede alla nòesis, all'intellezione, la quale, abbandonato
quell'apprendimento esclusivamente sensorio ed empirico, si immette nel mondo
metempirico cogliendo le pure Idee e le loro correlazioni o nessi ontologici, fino a
contemplare l'Idea suprema.

Il processo per cui l'Intelletto coglie i nessi fra le Idee, comprendendone la sintesi e l'unità,
si chiama Dialettica. Platone menziona un procedimento dialettico ascensivo e uno
discensivo; quello ascensivo parte dal sensibile, si inoltra lungo i piani sovrasensibili per
culminare nella contemplazione della suprema Idea. Tale metodo è esposto nella Politèia:

Dunque non c'è, diss'io, se non il metodo dialettico che, superando le ipotesi, si eleva al principio in
sé per fissarlo saldamente e ritraendo a poco a poco l'occhio dell'anima da quella, dirò così, melma
barbarica in cui è sommerso, lo conduce su in alto servendosi in ciò del sussidio e del ministero delle
arti che si son passate a rassegna. A queste arti noi più volte abbiamo dato il nome di scienze per
attenerci all'uso comune, sebbene meritino un altro nome, più perspicuo che quello di opinione, ma
più oscuro che quello di scienza.

...E chiami anche tu dialettico quel ragionamento che apprenda l'essere di ciascuna cosa? E chi non
sia capace di ciò, non dirai tu che in quanto non può rendere ragione di qualche cosa né a se stesso
né a un altro, in tanto appunto manca d'intelligenza?

E come negarlo? rispose.

Sicché anche del Bene si può dire altrettanto. Chi non può definire col ragionamento l'idea,
distinguendola da tutte le altre; e, aprendosi per forza, come in una battaglia, un varco attraverso
tutte le obiezioni, sollecito a dar le prove di quel che sia una tale idea, non secondo l'opinione, ma
secondo la realtà, chi non proceda in tutti questi casi con un ragionamento inconfutabile; non dirai
tu che un siffatto uomo non conosce né il Bene in sé né qualsiasi altro bene; ma che, se pure ne
attinge una qualche parvenza, l'attinge con l'opinione e non con la scienza? e che, mentre trascorre
questa vita sognando e dormendo, prima di destarsi in questo mondo, andrà ad addormentarsi
definitivamente nell'Ade?.

Il procedimento dialettico discensivo parte dall'Idea suprema e mediante la diaìresis,


distingue le Idee singole, contenute nell'universale, assegnando loro il giusto posto nel
contesto gerarchico e cogliendone il principio operativo.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Tale aspetto della dialettica, Platone l'affronta nel Fedro e nei dialoghi cosiddetti dialettici
(Sofista, Politico, ecc.).

Ecco come nel Fedro lo espone sinteticamente:

Fedro: E l'altro processo, di cui parlavi, qual è?

Socrate: Il poter daccapo distinguere l'argomento nei suoi concetti elementari secondo le sue
giunture naturali, tentando di non romperne nessuna parte, come fanno gli scalchi inabili.

Si può dunque dire che la dialettica rappresenta uno strumento conoscitivo del Filosofo
che tenta di ascendere al mondo sovrasensibile fino al coglimento dell'Uno-Bene, e altresì
quello di discendere e mettere ogni cosa al suo giusto posto.

Questo processo conoscitivo è uguale a quello del Vedānta il quale, mediante viveka
(discernimento intuitivo tra ciò che è e ciò che non è Reale assoluto), perviene a jnana, cioè
alla Conoscenza noetica.

Bisogna fare però una precisazione: il termine dialettica dev'essere inteso nel senso
platonico e nell'accezione che aveva all'origine. Purtroppo tanti termini dell'antica filosofia
greca (come per esempio teoria, virtù, dialettica, Bene, filosofia, ecc.) lungo il tempo hanno
subito delle trasformazioni e delle alterazioni sì che dell'originaria loro accezione non è
rimasto più niente.

E' un fatto che occorre ricordare, studiando soprattutto Platone, per evitare di cadere in
grossi equivoci e in malintesi.

La filosofia, che significa amico di sophia, vale a dire amico della sapienza-conoscenza-
saggezza, rappresenta la zattera, lo strumento operativo, il canale mediante cui l'ente si
traghetta dal mondo del sensibile all'intelligibile. Se per il religioso propriamente detto i
mezzi operativi di purificazione e innalzamento sono il culto e il rito, per il ricercatore
della Verità ultima, colui che ama o ha sete di conoscere per essere l'oggetto di conoscenza,
è la filosofia.

L'uno opera mediante la sfera del sentire, l'altro con quella dell'intelletto.

La filosofia, essendo un mezzo, tende dunque a un fine ben preciso, quale?

Così anche, allorché uno con la dialettica, senza alcun concorso dei sensi... cerca di penetrare fino a
ciò che ciascun ente è in sé, e non desista fino a quando non ha colto con l'intelletto il Bene in sé,
allora egli è giunto alla meta di tutto il conoscibile.

Dimmi dunque in che consista il potere della dialettica, in quante forme si distingua, e quali siano le
sue vie che conducono là dove per colui che vi pervenga v'è il riposo dal cammino e la fine del
viaggio.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Quindi, per Platone e gli antichi Greci la filosofia è diretta alla ricerca dell'Intero,
dell'Essere, della Totalità, dell'archè, della realtà ultima da cui possono dipendere tutte le
cose manifestate. è solo quando ciò è stato realizzato v'è il riposo del filosofo e la fine del
viaggio.

Aristotele afferma, nel Metafisica, che il conoscere tutte le cose non vuol dire che il filosofo
debba conoscere ogni singolo dato empirico, ma l'universale, l'unità suprema, o la costante
a cui fanno capo tutte le singole cose.

Ecco come Egli si esprime a tale riguardo:

C'è una scienza che studia l'essere in quanto essere e le proprietà che gli sono inerenti per la sua
stessa natura.

Questa scienza non s'identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari, giacché nessuna
delle altre ha come suo universale oggetto di indagine l'essere-in-quanto-essere, ma ciascuna di esse
ritaglia per proprio conto una qualche parte dell'essere e ne studia gli attributi, come fanno, per
esempio, le scienze matematiche. E poiché noi stiamo cercando i principi e le cause supreme, non v'è
dubbio che questi principi e queste cause sono proprio di una certa realtà in virtù della sua stessa
natura. Se, pertanto, proprio su questi principi avessero spinto la loro indagine quei filosofi che si
diedero a ricercare gli elementi delle cose esistenti, allora anche gli elementi di cui essi hanno parlato
sarebbero stati propri dell'essere-in-quanto-essere e non dell'essere-per-accidente; ecco perché anche
noi dobbiamo riuscire a comprendere quali sono le cause prime dell'essere-in-quanto-essere.

Noi stiamo cercando i principi e le cause degli esseri, ma, ovviamente, degli esseri-in-quanto-esseri.
C'è, infatti, una certa causa della salute e del benessere fisico, e ci sono anche principi ed elementi e
cause degli enti matematici, e, in generale, ogni scienza discorsiva, o partecipe di una certa dose di
pensiero discorsivo, si occupa di cause o di principi più o meno esatti.

Però tutte queste scienze, concentrandosi su un essere determinato e su un determinato genere, si


occupano di esso, ma non dell'essere in senso assoluto né in quanto essere, né danno alcuna
spiegazione dell'essenza...

E Platone sostiene:

Poiché i filosofi son quelli che sono capaci di attingere ciò che è sempre immutabile allo stesso
modo... che amano sempre quella dottrina che può loro chiarire qualche cosa di quell'essere che
sempre è, inaccessibile a qualsiasi alterazione per effetto di generazione e di corruzione...

Ed è perciò, diss'io, che i filosofi amano quell'essere tutto intero e non già una parte o piccola o
maggiore, o più pregevole o più spregevole di esso... E così noi dobbiamo cercare un intelletto che,
oltre il resto, essendo naturalmente dotato di misura e di grazia, si lasci volentieri guidare alla
contemplazione di ciascun essere in sé.

 
39 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

In conclusione, l'affermazione di Platone risulta senza equivoci.

Chi è capace di vedere l'Intero è filosofo, chi no, no.

Ciò implica che il filosofo s'interessa essenzialmente di ciò che è e non diviene, di ciò che è
universalmente valido, di ciò che nel divenire dei dati rimane invariante.

Il Vedānta identifica l'Intero con Brahman, il Buddhismo con Tathata, il Taoismo con il Tao
e Platone con l'Uno-Bene.

Ciò in cui sono tessuti il Cielo, la Terra e lo Spazio intermedio, la mente con tutti i sensi, è l'atman
unico, è Quello che si deve conoscere. (Mundaka upanisad).

Se, dunque, la natura della filosofia è la contemplazione (theoria) dell'Intero, questa


contemplazione non può non trasformare l'individuo e, quindi, la stessa società. La
Theoria non è semplice astrazione o espressione meramente logica, ma è catartica, e
comporta un atteggiamento etico.

La filosofia di Platone infatti, come abbiamo visto, ha una meta ben precisa: portare l'ente
decaduto dal sensibile all'Intelligibile e da questo all'Uno-Bene infinito.

Scrive Cornelia J. de Vogel:

Dire che la filosofia per i Greci significava riflessione razionale sulla Totalità delle cose è abbastanza
esatto se ci si limita a questo. Ma se vogliamo completare la definizione, dobbiamo aggiungere che,
in virtù dell'altezza del suo oggetto, questa riflessione implicava un preciso atteggiamento morale e
uno stile di vita che erano ritenuti essenziali sia dagli stessi filosofi che dai loro contemporanei.
Questo, in altre parole, significa che la filosofia non era mai un fatto puramente intellettuale.

E a tale riguardo nella Politeia Platone così si esprime:

Ecco quello che a me sembra: nella sfera del conoscibile, ultima è l'Idea del Bene e solo a stento può
essere vista, ma, una volta vista, bisogna riconoscere che essa è causa di tutte le cose giuste e belle,
perché genera, nella sfera del visibile, la luce e il Signore della luce, e, in quella dell'intelligibile,
essendo essa sovrana, produce la verità e l'intelligenza; e che a questa Idea deve guardare colui che
vuole comportarsi in modo assennato nella vita privata e in quella pubblica.

A più riprese Platone sottolinea che la conoscenza dell'Idea comporta uno scioglimento
delle catene, un'ascesa e un rivolgersi con tutta la persona; vale a dire che la Conoscenza
deve operare una conversione (περιγωγη o μετανοια).

Così la filosofia di Platone e dei neoplatonici deve considerarsi di ordine realizzativo


perché implica il comprendere e trascendere il mondo delle ombre e lo stabilirsi nel
dominio della Costante.

Scrive F. Gregoire:
 
40 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

La riflessione detta metafisica non è altro che la forma più pura di quell'aspirazione all'unità che è
essenzialmente il pensiero filosofico, il momento decisivo in cui lo spirito si decide, non senza
timori, a ricercare fuori del mondo la spiegazione unificatrice del mondo stesso.

Poiché i filosofi son quelli che sono capaci di attingere ciò che è sempre immutabilmente allo stesso
modo, mentre quelli che non ne sono capaci, ma vagano senza posa tra infiniti oggetti
continuamente mutevoli, non sono filosofi...

E' chiaro dunque che per Platone la nostra ricerca deve dirigersi verso ciò che è Reale-
assoluto, verso la Costante e la Totalità; suo intento è quello di trovare tra gli indefiniti dati
cangianti e apparenti l'invariante, l'universalmente valido, il permanente, perché ogni
relatività, o contingenza, essendo semplice effetto e dipendenza, deve necessariamente
avere una causa determinante, la quale è causa sui, è causa di se stessa. Il metodo, o la
tecnica, che consente di discernere ciò che è da ciò che non è, è così la dialettica, la quale
rappresenta il cardine del processo ascensivo della conoscenza simboleggiato, poi, dal
mito della caverna.

Śamkara che, come abbiamo già accennato, è il codificatore del Vedānta Advaita, si serve
di questa stessa tecnica per assurgere alla Costante-Brahman.

Per esempio, nel Vivekacudamani inizia col dimostrare come il corpo fisico denso non è
una costante, ma un complesso fenomenico soggetto a mutamento.

Prima della sua apparizione esso (corpo fisico sensibile) non poteva esistere, né dopo la sua
scomparsa potrà mai essere, la sua parabola è solo un lampo. Le sue qualità sono aleatorie; è per
natura soggetto a mutamento, è composto di parti, è inerte e, come una brocca, è un semplice
oggetto sensorio. Tale corpo potrà mai essere l'atman (la costante), l'indistruttibile testimone di
tutti i cambiamenti fenomenici?

La dialettica, dunque, lungi dall'avere il senso che oggi purtroppo le viene dato, consiste
nel sapersi interrogare e rispondere, è una tecnica che porta al giusto ragionare e al giusto
filosofare; essa svela la conoscenza, offre la capacità di passare, in termini ascendenti, da
un'Idea a un'altra fino al riconoscimento e alla contemplazione dell'Idea suprema.

La dialettica non usata giustamente può divenire un semplice giuoco mentale, e quando
viene degenerata può portare all'eristica e al sofismo. Mediante la dialettica il filosofo,
degno di tal nome, deve innalzarsi all'Intero perché, secondo Platone, e lo stesso Śamkara,
chi è capace di vedere l'Intero è filosofo, chi no, non può esserlo.

Questo metodo dialettico-filosofico, che porta alla gnosi, risponde al vedantico jnana-
marga, il sentiero della pura conoscenza.

 
41 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Per coloro, però, che non hanno predisposizione per la dialettica, Platone, da vero
Maestro, ha proposto il sentiero dell'Eros filosofico per la realizzazione dell'identità col
Bene supremo. E' la via che risponde alla parabhakti del Vedānta.

Se nel sentiero prettamente filosofico, o del Conoscitore, lo strumento operativo è la


dialettica, in quello dell'Amante-filosofo è l'Eros.

Ciò che occorre sempre ribadire, ma la ripetizione è voluta, è che Platone non ha delineato
una filosofia per gratificare la mente empirica, ma per realizzare questo preciso intento:
portare l'uomo irrequieto dal sensibile cadùco e conflittuale all'Intelligibile supremo, sua
vera patria, Platone vuole strappare l'uomo di dolore dalle maglie delle illusioni e delle
opinioni e condurlo sul piano della Realtà e della Libertà. E non solo ha esteso e codificato
i principi fondamentali dell'Insegnamento tradizionale dandogli una mirabile e
ineccepibile veste concettuale (si ritiene che il Fedro rappresenti uno dei maggiori
capolavori della letteratura greca), ma ha proposto e svelato quei sentieri pratici, operativi
che conducono al reale supremo.

L'uomo, per Platone e Śamkara, è Nous-Atman; egli deve sapersi ritrovare puro
intelligibile, abbandonando la sfera della διανοια-manas (mente empirica mediana) per la
nohsin-prajna (intellezione) con la quale si raggiunge la ησυχια-mauna (pace-silenzio).

Nella filosofia platonica, e in quella di Śamkara, non c'è posto per il mondo delle ombre-
maya, considerato il valore relativo che a questo si attribuisce; ai due Filosofi interessa solo
il ritorno all'Uno-Brahman. La purificazione mediante la dialettica-viveka e la θεωρια-
samadhi, non deve limitarsi ad annullare il peccato-errore-ignoranza, ma deve tendere a
far ritrovare ed essere Brahman-Θειον.

L'intento dei due grandi Maestri supera lo stesso discorso filosofico, dimostrando come la
condizione umana non costituisce che un semplice momento di transizione che acquista
significato solo se correlato con la sfera dell'intelligibile.

L'autentica liberazione e la vera beatitudine consistono, per essi, nell'uscire dal dualismo
della condizione contingente e fenomenica e fissarsi nell'Uno-Bene non-duale.

 
42 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

L'ANIMA POSSIEDE GIA' LA VERITA'. 

Se dovessimo attenerci alla conoscenza sensoriale, o conoscere solo gli oggetti sensibili, la
nostra conoscenza non sarebbe completa o perfetta, per cui dovremmo accontentarci
dell'opinione (δοξα).

Ora noi abbiamo nozione dell'idea di giustizia, del bello, della realtà non modificata,
abbiamo l'idea del cerchio perfetto, dell'unità, di dati matematici, di cose cioè che non
appartengono alla dimensione del sensibile fenomenico.

Da dove ricaviamo queste idee che non vediamo e non tocchiamo con i nostri sensi ma che
troviamo già dentro di noi? Platone sostiene che ci fu un tempo in cui queste idee le
abbiamo contemplate e che una volta caduti nella generazione le abbiamo dimenticate.
Esse comunque giacciono nel più profondo sito della nostra Anima; le abbiamo dunque in
potenza.

Questo è il passo del Fedone in cui si pone il problema in questione:

E non risulta forse, in base a tutti questi esempi, che la reminiscenza viene dai simili e anche dai
dissimili?

Si risulta.

Ma, quando uno si ricorda di qualche cosa a causa di cose che le assomigliano, non viene
necessariamente da chiedersi se quella data cosa sia, rispetto alla cosa di cui si ricorda, quanto alla
somiglianza, per qualche rispetto manchevole o no?

E' necessario, disse.

Considera, allora, disse Socrate, se la cosa è così. Diciamo noi che esiste un uguale? Non intendo un
uguale come legno a legno, né come pietra a pietra, né nulla di simile, ma intendo un uguale che è al
di là di tutte queste cose uguali e che è qualcosa di diverso: l'uguale in sé. Ebbene, diciamo noi che
esiste oppure no?

Certo che diciamo che esiste, per Zeus! E come esiste, disse Simmia.

E conosciamo forse anche ciò che esso è in se stesso?

Certamente, disse.

E da dove abbiamo appreso la conoscenza di esso? Non è forse vero che, partendo dalle cose di cui
poco fa dicevamo, cioè legni o pietre o altri oggetti uguali, nel vedere che sono uguali, prendendo le
mosse da queste, noi abbiamo pensato a quell'uguale che è diverso da questi? O non ti sembra che

 
43 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

esso sia diverso? E considera la cosa anche da questo punto di vista: le pietre e i legni uguali, pur
rimanendo i medesimi, non sembrano talvolta, a qualcuno uguali e ad altri no?

Si, certamente.

E allora? è mai possibile che gli uguali in sé possano apparire disuguali, e che l'uguaglianza possa
apparire disuguaglianza?

No, mai, o Socrate.

Allora, non sono la medesima cosa le cose uguali particolari e l'uguale in sé.

No affatto, mi pare, o Socrate.

Di certo, però, partendo da queste cose uguali particolari, che sono diverse da quell'uguale in sé, hai
potuto pensare e cogliere la conoscenza di quell'uguale.

Verissimo ciò che dici, rispose.

E questo, sia che l'uguale sia simile, sia che sia dissimile rispetto a quelle cose particolari.

Certo.

Infatti, non fa differenza, disse Socrate. Se, quando vedi una cosa, per la vista di questa pensi a
un'altra, simile o dissimile che sia, questo è necessariamente un processo di reminiscenza.

Si, certo.

E allora? soggiunse Socrate. A proposito di quegli uguali che riscontriamo nei legni e in quelle altre
uguali di cui poco fa ragionavamo, non ci accade qualcosa di questo genere? Ci paiono uguali così
come l'uguale in sé, oppure sono per qualche rispetto manchevoli, per poter essere tali qual è
l'uguale in sé? Oppure non mancano di nulla?

Mancano di molto, rispose.

E allora siamo d'accordo che, quando qualcuno, vedendo qualche cosa, ragiona così: questa che ora
io vedo è qualche cosa che vuole essere come un'altra, cioè come uno degli esseri che sono per sé, ma
rispetto a esso è manchevole e non riesce a essere come quello ed è inferiore a quello; ebbene, siamo
d'accordo che chi ragiona in questo modo, necessariamente deve aver prima visto ciò a cui dice che
la cosa assomiglia, ma in modo difettoso?

Necessariamente.

E allora? Non è qualcosa del genere quello che avviene anche in noi a proposito delle cose uguali e
dell'uguale in sé?

Si, certamente.

 
44 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Dunque, è necessario che noi abbiamo veduto l'uguale in sé, prima di quel momento in cui, avendo
visto per la prima volta cose uguali, abbiamo pensato che esse tendono, si, tutte quante a essere
come l'uguale in sé, ma rispetto a esso sono difettose.

E' così.

Se, dunque, l'Anima possiede potenzialmente la verità, nostro compito è quello di portarla
in manifestazione. Se l'Anima ha in sé la conoscenza, allora è nostra cura cercare di
ricordarla. Platone ribadisce spesso che cura dell'Anima significa purificazione
dell'Anima.

Questa purificazione, scrive il Reale, si realizza quando l'Anima, trascendendo i sensi, si


impossessa del puro mondo dell'intelligibile e dello spirituale, e ad esso si congiunge, come a ciò che
le è congenere e connaturale. Qui la purificazione coincide con il processo di elevazione alla
suprema conoscenza dell'intelligibile. Ed è proprio su questo valore di purificazione riconosciuto
alla conoscenza che bisogna riflettere per comprendere la novità del misticismo platonico: esso non è
estatica e alogica contemplazione, ma catartico sforzo di ricerca e di progressiva ascesa alla
Conoscenza. E si capisce così perfettamente come, per Platone, il processo della conoscenza razionale
sia a un tempo processo di conversione morale: nella misura in cui il processo della conoscenza ci
porta dal sensibile al soprasensibile, ci converte dall'uno all'altro mondo, ci porta dalla falsa alla
vera dimensione dell'Essere.

Dunque, l'Anima si cura, si purifica, si converte e si eleva conoscendo. E in questo sta la virtù.

E nella Bhagavad Gita leggiamo:

In questo mondo non vi è nulla che purifichi quanto la conoscenza...

Possiamo riportare un passo del Fedone in cui questa virtù (purificazione-conoscenza)


viene messa in evidenza.

Ottimo Simmia, forse, quando si tratta di virtù, non è questo il giusto modo di fare il cambio:
cambiare cioè piaceri con piaceri e dolori con dolori, e paura con paura, cose più grandi con cose più
piccole, come fossero monete. Forse, vedi, c'è una sola giusta moneta, e in rapporto a questa si deve
procedere al cambio di tutte le altre cose; ed è, questa moneta, esperienza di una spirituale luce. E
forse, tenendo quale base il suo valore, e valendosi di essa quale mezzo di scambio, si possono
vendere e comprare davvero tutte queste cose, e fortezza e temperanza e giustizia; in una parola, la
vera virtù per mezzo di spirituale luce; s'aggiungano a essa o no piaceri e paure e tutte le altre
affezioni del genere.

Invece, quand'ogni cosa è distaccata da tale luce, e ogni cosa viene acquistata per vicendevole
scambio, oh! allora forse una simile virtù è ingannevole prospettiva; forse veramente servile, nulla
di buono, nessuna verità in sé possiede. Ed è proprio vero, la temperanza, la giustizia e la fortezza

 
45 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

sono una cotale purificazione, e persino la prudenza d'una spirituale luce è una forma di
purificazione anch'essa.

E, bada, coloro che hanno disposto le mistiche Iniziazioni, ebbene, costoro non sono affatto gente da
nulla; ma davvero, fin dai tempi antichi, hanno voluto esprimersi sotto forma di enigma: hanno
detto che chiunque giungerà profano all'Ade senza essere stato iniziato, sarà sommerso nel pantano;
al contrario, chi è stato purificato e iniziato, una volta giunto colà, prenderà dimora insieme con gli
Dei. Perché, vedi, è un fatto; così si esprimono gli Iniziati: sono molti i portatori di ferula, ma i
Bacchi sono pochi. E costoro, io credo, sono quelli appunto che hanno esercitato, nel vero senso della
parola, quel loro amor di sapienza: insomma sono i filosofi.

E non solo il Fedone, ma gli stessi libri centrali della Politeia ribadiscono questa tesi: la
dialettica è conversione all'Essere, è Iniziazione al Bene supremo.

Per comprendere che cos'è la dialettica quale mezzo catartico di ascesi, occorre prima di
tutto capire quali sono, secondo Platone, i gradi della conoscenza.

Questi gradi, tappe, o modi specifici del conoscere, Egli li ha espressi nella Politeia e nei
dialoghi dialettici.

***

Fin qui abbiamo esposto la Dottrina platonica degli stati dell'Essere, in modo semplice e
sintetico e, procedendo dall'Uno-Bene, in quanto assoluto, per gradi discendenti abbiamo
menzionato la sfera dell'Anima universale e quella dell'ente sensibile. Abbiamo anche
accennato all'Anima che possiede in sé il conoscere e quindi la possibilità di reintegrarsi
nel Principio o Idea.

Adesso parliamo di salita, di ritorno, di ascesi, perché quella di Platone non rappresenta
un semplice virtuosismo mentale o concettuale, ma una filosofia di risveglio a ciò che
realmente siamo; una filosofia di realizzazione, di soluzione del conflitto umano, di ritorno
alla Beatitudine dell'Idea.

Per comprendere meglio questa salita, o ascesa, è bene avere un'idea chiara sulla
costituzione psico-fisica-spirituale dell'ente umano, secondo il Platonismo.

V'è innanzi tutto il Nous, lo Spirito puro che promana dal Sommo Bene, è l'Intelletto a
dimensione metafisica, non è quindi il pensiero o la mente logica; v'è poi l'Anima (psichè),
riflesso o momento coscienziale dell'Anima universale; v'è infine il corpo fisico denso,
l'aspetto soma che costringe l'Anima.

Il Nous, quale Intelletto puro o, come viene anche chiamato, Anima noetica, è immortale,
essendo della stessa essenza dell'Uno-Bene; Esso contempla le Verità eterne, il mondo

 
46 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

dell'Essere; l'Anima mediana, o affettiva, è causa di movimento energetico; infine abbiamo


l'Anima somatica, sede della sfera istintuale, sensoriale, animale.

L'Anima mediana può direzionarsi verso le inclinazioni della sfera appetitiva e animale
oppure verso l'aspetto del Bello noetico che appartiene al Nous.

L'ignoranza e l'errore consistono nell'assimilare l'Anima all'energia appetitiva (cavallo


nero, secondo l'immagine di Platone), dimenticando completamente la natura noetica di
sé; da quest'assimilazione nascono tutti i conflitti, le sofferenze, i turbamenti, l'infelicità e
le aberrazioni degli enti umani, e fino a quando non si risolve la causa della caduta,
qualunque rimedio escogitato nel mondo dei corpi non potrà mai risolvere il problema.

Quando la passionalità, l'instintualità e l'individuazione, separazione dal Tutto,


prevalgono, v'è nel corpo singolo e in quello sociale malattia, male, disarmonia e
disordine.

E' bene precisare che queste tre Anime non sono distinte e contrapposte; sono elementi,
parti, aspetti di un'unica realtà. Potremmo anche dire che esse rappresentano le parti
puramente intellettiva, psicologica e somatica dell'ente.

L'Anima usa l'autodeterminazione per contraddire la propria natura, perdendo così di


vista la propria origine noetica. Il soffermarsi o l'assimilarsi con le cose relative, caduche e
terrene è causa di smarrimento e di oblio del Divino.

Il male è effetto d'ignoranza, è l'aspetto negativo del vivere, mentre quello positivo trova
la sua consumazione nell'aspirazione all'unità-armonia esistenziale, al Nous e infine al
Bene supremo.

Il male è l'effetto dell'estremo allontanamento dall'Intelligibile; quando si cade nell'abisso


della materialità dei semplici corpi, il male trionfa.

L'allontanamento dall'essenza della propria natura è alienazione; l'uomo, secondo Platone,


è un alienato, e tale rimarrà se continuerà a cercare l'armonia e l'accordo nel mondo della
dualità del sensibile (caverna).

Come uscire da questa alienazione? Come liberarsi degli impulsi corporei e passionali
psichici ridando all'Anima le ali capaci di ricondurre al Divino? Platone indica soprattutto
tre strade: della Conoscenza, dell'Eros e dell'Azione-agire (per il Vedānta: jnana-marga,
parabhakti-marga e karma-marga).

Facciamo adesso un confronto tra la costituzione psico-fisica-spirituale dell'uomo secondo


il Platonismo e il Vedānta:

Nous; Atman.

 
47 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Psichè; Jivatman.

Soma; Sthula sarira.

L'atman è un raggio del Brahman (Uno-Bene), il jivatman è un raggio dell'atman e sthula


sarira è, a sua volta, un riflesso del jivatman. Il jivatman, secondo la determinazione che
vuole prendere, può guardare in basso, in alto oppure portarsi in una posizione di
armonia vitale, di equilibrio coscienziale. Il jivatman-psichè è l'intermediario tra lo spirito
e la materia.

Teniamo ancora presente che per Platone, come per Śamkara, il corpo è un semplice
strumento-veicolo dell'Anima.

 
48 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

L'ASCESI PLATONICA. 

LA CONOSCENZA CATARTICA. 

Platone considera la conoscenza correlata all'Essere perché non si può avere cognizione di
ciò che non è; la vera conoscenza è conoscenza di realtà, e la conoscenza suprema coincide
con il Bene assoluto. Ma tra il puro conoscere e la semplice ignoranza esiste una zona
intermedia che, pur non essendo Essere, non è neanche assoluto non-essere, è un qualcosa
che può partecipare dell'uno e dell'altro. Così si ha un tipo di apprendimento relativo che
ha nome opinione (δοξα).

...Senonché, chi conosce conosce qualche cosa o non conosce nulla?

Risponderò, disse, che certo conosce qualche cosa.

E qualche cosa che è o che non è?

Che è; giacché come mai si potrebbe conoscere ciò che non è?

Questo dunque possiamo ritenerlo come sicuro, qualunque sia il punto di vista da cui lo
consideriamo: che, cioè, quello che assolutamente è, è assolutamente conoscibile, ma quello che
punto non è, non è in alcun modo conoscibile?

Sicurissimo.

E sta bene; ma se c'è poi qualche cosa cosiffatta da essere e non essere, non starà forse di mezzo tra il
puro essere e l'assoluto non-essere?

Di mezzo, certo.

Or dunque, se ciò che è si può conoscere e ciò che non è necessariamente si ignora, per quello che sta
di mezzo non s'ha da cercare qualcosa che stia anch'essa di mezzo tra l'ignoranza e la conoscenza,
dato, s'intende, che qualche cosa di simile esista?

Senza dubbio.

Ora, diciamo noi che l'opinione sia qualche cosa?

E come no?

Ed è forse una facoltà differente dalla conoscenza o identica a questa?

Differente.
 
49 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Sicché l'opinione ha per oggetto una cosa, la conoscenza un'altra, ciascuna secondo il potere che le è
proprio.

Così è.

Da quanto sopra si possono riconoscere due forme di apprendimento: doxa ed episteme, la


prima ha attinenza col mondo del sensibile, la seconda col mondo dell'Intelligibile. La
doxa è pur sempre un grado di percezione conoscitiva, ma non ha in sé la certezza della
veracità; ecco come Platone si esprime a tale proposito nel Menone.

Però, Socrate, con questa riserva: che chi ha la conoscenza-scienza coglierà sempre nel vero, ma chi
ha l'opinione, per quanto retta, è sempre nel dubbio.

A meno che la retta opinione non la si leghi a un ragionamento di causalità, vale a dire non
la si ponga sul piano delle Idee-causa; però se l'opinione arriva a questo non è più
opinione perché essa ha lasciato il posto all'episteme.

Platone così prosegue nello stesso passo:

Giacché anche queste (opinioni rette), fino a che rimangono ferme, sono una gran bella cosa e fanno
tutto bene. Senonché non vogliono rimanerci a lungo, ma disertano dall'anima umana, onde non
hanno gran pregio, fino a che qualcuno non le leghi con un ragionamento di causalità. E questo,
Menone, è rimembranza, come s'è convenuto poc'anzi. Ma quando siano legate, divengono
dapprima cognizioni scientifiche e quindi cognizioni stabili. Ed ecco perché la scienza è più preziosa
della retta opinione, dalla quale si distingue perché forma una concatenazione.

Ma Platone va ancora più a fondo nel dimostrare i possibili aspetti dell'apprendimento,


mettendo in risalto più tipi di percezione conoscitiva. Così divide l'opinione (δοξα) in
semplice congettura o immaginazione (εικασια) e in credenza-fede (πιστις), e la
conoscenza-scienza la divide in conoscenza mediana o ragionata (διανοια) e in pura
intellezione (νοησις). Questi tipi di apprendimento corrispondono a vari gradi di verità.

L'eikasia e la pistis si riferiscono al mondo sensibile e corrispondono rispettivamente l'una


alla percezione sensoriale delle ombre, l'altra alle cose sensibili stesse, in quanto a loro
volta non sono la realtà in sé, ma copie dell'Idea. La dianoia e la noesis, invece, si
riferiscono a due gradi della sfera intelligibile. La prima è conoscenza di aspetti
matematici e geometrici, quindi in essa v'è ancora del visibile, del rappresentarsi,
dell'operare con ipotesi; la noesis è coglimento immediato, diretto e puro delle Idee e del
principio assoluto che è il sommo Bene; essa è conoscenza d'identità: l'essenza conosce
l'essenza, l'Idea conosce l'Idea, dal momento che l'ente, come dice Platone, a certi livelli è
anch'esso un'Idea.

Egli afferma infatti:

 
50 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

...l'opinione si occupa del divenire, l'intelligenza dell'Essere, e come l'Essere sta al divenire, così
l'intelligenza sta all'opinione; e come l'intelligenza sta all'opinione, così la scienza-conoscenza sta
alla fede-credenza e la conoscenza ragionata alla congettura-immaginazione...

E a proposito della conoscenza mediana o ragionata, quella che si occupa di ipotesi


matematiche e geometriche, ecco che cosa dice Platone:

...Ma le altre discipline che, come dicevamo, attingono qualcosa dall'Essere: la geometria, cioè, e le
scienze affini, noi vediamo che, circa l'Essere, non fanno che sogni, ma che a occhi aperti non
possono vederlo finché si attengono a ipotesi che non osano toccare, visto che non sono in grado di
renderne ragione. E in effetti chi pone come principio ciò che non conosce, e ciò che non conosce
intreccia conclusioni e proposizioni intermedie, che via gli rimane perché gli diventi scienza-
conoscenza una cosiffatta serie di deduzioni, per quanto concordi tra loro?

Non ce n'è alcuna, rispose.

Quando, per esempio, vediamo un miraggio nel deserto, o per rifrazione due lune al posto
di una, o il sole riflesso nell'acqua, ecc., noi percepiamo solo delle ombre, dei simulacri di
oggetti empirici; quando vediamo i vari oggetti empirici che cadono sotto i nostri cinque
sensi, percepiamo solo rappresentazioni mentali, ma non la cosa in sé o l'ipseità
dell'oggetto; possiamo dire che abbiamo una credenza soggettiva delle cose, però una
credenza o rappresentazione mentale non è conoscenza.

Allorché incominciamo a lavorare sul piano intuitivo formulando ipotesi, deduzioni,


analisi, ecc., ci stiamo spostando su un più solido grado del conoscere, per quanto ancora
possiamo avere un misto di sensibile e intelligibile. Quando conosciamo per via diretta, e
non più per immaginazione, ipotesi o intuizione sensoriale, allora abbiamo
l'apprendimento della cosa, non come appare ai nostri sensi, ma come essenzialmente e
veramente è.

Questi gradi del conoscere, con i gradi di realtà oggettuale, Platone li ha espressi nel
celebre mito della caverna. In esso, ha voluto sintetizzare tutta la sua Dottrina, sotto
l'aspetto metafisico, gnoseologico, etico e sotto il fattore dell'ascesi mistica.

Egli dipinge questo meraviglioso quadro che, da solo può stimolarci alla presa di
consapevolezza del Reale assoluto. Infatti il mito non si appoggia sulla riflessione
filosofica, ma sulla visualizzazione creativa di una condizione o stato coscienziale.

Il mito fa leva sulla rappresentazione immaginativa, sganciata dal pensiero analitico, che
riflette una realtà metafisica. Mediante un mito, dunque, possiamo carpire uno stato
esistenziale per essere. Così questo mito andrebbe meditato, contemplato, assimilato e
vissuto.

 
51 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E ora, ripresi, raffigurati la nostra natura sotto il riguardo della cultura e dell'ignoranza, come
somigliante a un quadro suppergiù cosiffatto.

Immàginati che degli uomini stiano in una dimora sotterranea in forma di caverna, di cui l'entrata,
aperta verso la luce, sia larga quanto tutta la bocca della stessa caverna, e che in questa degli uomini
stian sin da bambini con catene ai piedi e al collo; cosicché non possono muoversi né guardare
altrove, se non dinanzi a sé, giacché dai ceppi sono impediti di volgere in giro la testa; alle loro
spalle brilla la luce d'un fuoco acceso lontano su un'altura: di mezzo tra il fuoco e quei prigionieri
c'è una via in salita, e, lungo questa via, figurati un muricciolo simile a quella specie di steccato che
i burattinai interpongono tra loro e gli spettatori, e dall'alto del quale fanno mostra delle loro
marionette.

Me lo figuro, disse.

E ora immagina pure che lungo questo muricciolo passi della gente che porti utensili d'ogni specie, i
quali superano l'altezza del muro, nonché figure di uomini e di animali in pietra, in legno d'ogni
sorta e dalle forme più svariate, e che in questa folla di portatori ci siano, come suole avvenire,
alcuni che parlano tra di loro e altri che tacciono.

Che strano quadro e che strani prigionieri, disse.

Però simili a noi, diss'io, giacché in primo luogo credi tu che costoro e di se stessi e di quelli che son
loro accanto abbian visto altro, fuorché le ombre proiettate dal fuoco sul fondo della caverna che è di
fronte a loro?

Difatti, disse, come potrebbero vedere altro, costretti come sono a tener la testa immobile durante
tutta la vita?

E degli oggetti trasportati? Non bisognerà dire lo stesso?

E come no?

E se potessero discorrere tra loro, non pensi tu che riterrebbero come realtà le ombre degli oggetti
che vedrebbero?

Necessariamente.

E se poi questo carcere avesse nel fondo anche un'eco, che cosa avverrebbe? Quando uno di quelli
che passano parlasse, pensi tu che quei prigionieri riterrebbero che colui che parla sia un altro, e non
l'ombra che passa?

Per Zeus, rispose, quanto a me non penserei altrimenti.

Sicché certo, soggiunsi, costoro riterrebbero che le ombre di quegli oggetti fossero l'unica realtà
esistente.

 
52 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E' di un'assoluta necessità.

Orbene, diss'io, ove essi fossero sciolti dai loro ceppi e guariti della loro stoltezza, rifletti che cosa
naturalmente dovrebbe accader loro.

Quando qualcuno fosse costretto d'improvviso a levarsi e volgere in giro il collo e camminare e
guardare la luce, e nel fare tutte queste cose soffrisse, e per lo sfolgorìo fosse incapace di contemplare
direttamente quegli oggetti, dei quali prima vedeva solo le ombre; che cosa credi tu che egli
risponderebbe a chi gli dicesse che prima non vedeva se non cose vane, mentre ora, essendo più
vicino alla realtà e avendo lo sguardo rivolto a ciò che più partecipa dell'essere, vede meglio; e,
additandogli ciascuno degli oggetti che gli passano davanti, gli domandasse che cosa è, e lo
costringesse a rispondere? Non credi tu che egli rimarrebbe perplesso e riterrebbe che le cose fino
allora vedute fossero più vere di quelle che gli si mostrano ora?

Ben più vere, rispose.

Cosicché, se lo costringesse a guardare la luce in sé, i suoi occhi ne soffrirebbero, egli ne rifuggirebbe
e, volgendosi indietro a riguardare quelle cose che può contemplare, non stimerebbe che queste cose
sono in realtà più chiare di quelle altre che ora gli si mostrano?

Così è, rispose.

E se poi, ripresi, uno lo strappasse di lì per condurlo a forza su quella via aspra ed erta, senza
lasciarlo prima di averlo tratto fin su alla luce del sole, non pensi tu che egli ne soffrirebbe
immensamente e si lamenterebbe d'esser trascinato in alto, e, quando fosse venuto di fronte alla luce
con gli occhi abbagliati da questo splendore, non sarebbe egli incapace di scorgere perfino qualcuno
degli oggetti che ora si dicono veri?

Sarebbe certo incapace, disse, per lo meno a prima vista.

Perché, credo, dovrebbe abituarcisi, se volesse vedere gli oggetti che sono in alto. E dapprima
riguarderebbe assai facilmente le ombre, e dopo nell'acqua le immagini degli uomini e delle cose, poi
gli oggetti stessi e, quindi, alzando gli occhi verso la luce degli astri e della luna, contemplerebbe di
notte più facilmente i corpi celesti e il cielo stesso, anziché di giorno il sole e lo splendore solare.

E come no?

E da ultimo, credo, potrebbe guardare il sole, non già una sua immagine nell'acqua o anche in un
altro mezzo, ma il sole stesso in sé nella sua propria sede e contemplarlo qual è.

Necessariamente, disse.

E dopo ciò, ragionando, concluderebbe che è proprio il sole che ci dà le stagioni e gli anni e governa
tutto quello che esiste nel mondo visibile, ed è in certo modo l'autore di tutte le cose che lui e i
compagni vedevano prima.

 
53 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E' chiaro, disse, che sarà questa la conclusione a cui verrebbe.

E che dunque? Richiamandosi a mente la sua antica dimora e la scienza di un tempo e i suoi
compagni di prigionia, non credi tu che si stimerebbe felice del mutamento e avrebbe compassione di
quelli?

Certamente.

E circa gli onori e le lodi, posto che quelli allora se ne attribuissero a vicenda, e alle ricompense per
chi vedesse più acutamente gli oggetti che passavano loro davanti, e ricordasse con gran precisione
quanti di questi passassero prima e quanti dopo e quanti insieme, e perciò fosse capacissimo
d'indovinare quello che dovesse giungere prima, credi tu che costui potrebbe ingelosirsene e
invidiare quanti tra loro fossero onorati e potenti, o non vorrebbe invece trovarsi nella condizione
d'Achille secondo Omero, e non preferirebbe piuttosto di servire per mercede presso un altro povero
contadino e tollerare qualsiasi cosa piuttosto che avere le opinioni di allora e vivere a quel modo?

Per me, disse, credo che vorrebbe tollerare qualsiasi cosa piuttosto che vivere a quel modo.

E, soggiunsi, rifletti anche a questo: se codesto uomo ritornasse dov'era e rioccupasse il posto che
aveva, non avrebbe forse gli occhi offuscati di tenebra, venendo d'improvviso dal sole?

E come! rispose.

E se poi nell'esporre la propria opinione intorno a quelle ombre si trovasse a discutere con quelli
tutt'ora in ceppi, mentre egli ha la vista ancora offuscata e prima che i suoi occhi si fossero abituati
a quell'oscurità, e il tempo di assuefarcisi non potrebbe certo esser breve, non farebbe egli ridere e
non si direbbe di lui che per essere salito lassù fosse tornato con gli occhi offesi, e che non valesse la
pena neanche di tentare di salire lassù? E chi si provasse a sciogliere quegli uomini e a condurli in
alto, se mai potessero averlo nelle mani, non pensi tu che lo ucciderebbero senz'altro?

Ma certo, rispose.

Ebbene, diss'io, mio caro Glaucone, questa immagine bisogna applicarla tutta a ciò che si è detto
dianzi: il mondo visibile somiglia a quel carcere e la luce di quel fuoco alla potenza del sole; e se
supponi che la salita verso l'alto e la contemplazione delle cose di lassù rappresentano l'ascesa
dell'anima al mondo intelligibile, non t'ingannerai sulla mia opinione, perché è questa appunto che
tu desideri di conoscere. Iddio sa se sono nel vero, ma io credo che sia così: che nel mondo
intelligibile l'Idea del Bene sia la più alta e la più difficile a scorgersi, ma che, quando si sia scorta,
bisogna concludere che essa è per tutti la causa d'ogni cosa buona e bella, poiché nel mondo visibile
ha generato la luce e il Signore di questa, e nel mondo intelligibile, dov'essa egualmente
signoreggia, ha prodotto la verità e l'intelligenza, e che questa Idea è quella che deve conoscere chi
voglia condursi saggiamente nella vita privata e nella pubblica.

Sono, disse, anch'io del tuo parere, a quanto posso giudicarne.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Orsù, continuai, sii del mio parere anche in questo, e non meravigliarti che coloro i quali sono saliti
a tanta altezza non vogliano più occuparsi delle faccende umane, ma che, invece, nella loro anima
aspirino senza posa a vivere lassù; giacché questo, credo, è perfettamente naturale, se, a sua volta, la
realtà deve rispondere all'immagine che ne ho tracciato.

Perfettamente naturale, disse.

E che? soggiunsi, ti pare poi strano che uno, discendendo da questa divina contemplazione alle
miserie terrene, faccia una magra figura e sembri oltremodo ridicolo, se, mentre ha tutt'ora la vista
abbagliata e prima d'assuefarsi abbastanza alle tenebre che lo circondano, si trovi costretto a
contendere nei tribunali o altrove intorno alle ombre del giusto e ai simulacri che le ombre
proiettano e a disputare intorno all'interpretazione che di codeste cose danno quelli che non hanno
mai veduto la giustizia in sé?

Anche in ciò, disse, non c'è nulla di strano.

Il mito della caverna, scrive il Reale, ben simboleggia anche l'aspetto ascetico, mistico e
teologico del Platonismo: la vita nella dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella
caverna, così come la vita nella dimensione dello spirito è vita nella pura luce; il volgersi
dal sensibile all'intelligibile è espressamente rappresentato come liberazione, come
guarigione dai ceppi, come conversione; e la visione suprema del sole e della luce in sé è
visione del Bene e contemplazione del divino.

Quella di Platone è una filosofia che indica e conduce all'esperienza dell'Essere e dell'Uno-
Bene, è una filosofia di salvezza, di liberazione dall'ignoranza metafisica in cui l'ente si è
posto. Sotto questa prospettiva Conoscenza filosofica e esperienza mistico-religiosa
coincidono. Se la religione ha lo scopo di ristabilire l'unione dell'uomo con Divino, allora
la Dottrina del Maestro è anche religione perché mira allo stesso scopo, anche se i suoi
mezzi operativi sono diversi ma non opposti a quelli propriamente religiosi (culto).

In Oriente religione, misticismo e filosofia sono perfettamente correlati e difficilmente


scindibili. E. Fink assimila il mito della caverna all'Iniziazione misterica, esso è analogo nella
sua conformazione e nel suo sviluppi al processo dell'Iniziazione misterica, e noi condividiamo
che la Dottrina del Maestro, diligentemente sperimentata, porta alla realizzazione
dell'epopteia, la finale esperienza mistica dei Misteri di Eleusi.

Anche il Vedānta propone tre tipi di apprendimento ascensionale:

a) La realtà illusoria (è la percezione dell'ombra) o pratibhasika satta.

b) La realtà empirica propriamente detta e riguarda la percezione delle forme (nomi e


forme del divenire) o vyavaharika satta.

 
55 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

c) La realtà assoluta o paramarthika satta. E' la costante o il fondamento metafisico del


sensibile e dell'intelligibile. Questa realtà si svela mediante la conoscenza-jnana
d'identità.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Ma la Bellezza brillava allora intera ai nostri occhi, quando insieme col coro dei beati... godevamo
d'una vista e d'uno spettacolo beatificante, e ci iniziavamo alla più beata, è ben lecito dirlo, delle
Iniziazioni che celebravamo allorché, perfetti e immuni dei mali che ci attendevano nell'avvenire,
iniziati ai più profondi Misteri, godevamo di quelle visioni perfette, semplici, calme, felici, in una
luce pura, puri noi stessi e non sepolti in questa tomba, che chiamiamo corpo e che trasciniamo con
noi, imprigionati in esso come ostriche nel proprio guscio.

(Fedro).

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

L'ASCENSIONE DELL'EROS FILOSOFICO. 

Il demone Amore è stato generato da Penia e da Poros nel giorno natale di Afrodite, per
cui Amore ha doppia natura: da una parte è povero, indigente, mancante, dall'altra è
amante della conoscenza, è audace, per cui è in mezzo tra ignoranza e conoscenza.

Ecco come Platone descrive Eros:

Prima di tutto è povero, ed è tutt'altro che bello e delicato, come ritengono i più. Invece è duro e
ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperte, e dorme all'aperto davanti alle
porte o in mezzo alla strada e, poiché ha la natura della madre, sempre accompagnato da povertà.
Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è insidiatore dei belli e dei buoni, è coraggioso, audace,
impetuoso, straordinario cacciatore, intento sempre a tramare intrighi, appassionato di saggezza,
pieno di risorse, ricercatore di sapienza per tutta la vita, straordinario incantatore, sofista. E per sua
natura non è né mortale né immortale, ma, in uno stesso giorno, talora fiorisce e vive, quando riesce
nei suoi espedienti, talora, invece, muore, ma poi torna in vita, a causa della natura del padre...
Inoltre sta in mezzo tra sapienza e ignoranza.

Penia (dal verbo πενομαι = lavorare, faticare, essere bisognoso, darsi da fare per) è
l'espressione di chi è privato di qualcosa, di chi è preso da una preoccupazione,
inquietudine da cui ci si vuole liberare; è quella mancanza che sospinge alla
consapevolezza di colmare la carenza.

Poros è, invece, l'espressione di chi ha facoltà di sapere: πορος è connesso al verbo περαω
che significa passare attraverso o per, traversare, andare al di là di. Poros implica anche
mezzo per passare un fiume, guado, passaggio (latino: vadum); esso dà l'idea di essere il
mezzo conoscitivo mediante cui dalla povertà spirituale si può giungere alla ricchezza del
puro conoscere ed essere.

Eros riveste dunque un duplice aspetto: è si privato di qualcosa, quindi è caduto in


povertà, ma nello stesso tempo è colui che può traghettare di là dal sensibile carente per
incontrare il sovrasensibile la cui natura è l'abbondanza.

Simbolicamente potremmo dire che Penia rappresenta il sensibile povero e bisognoso e


Poros l'intelligibile pieno di abbondanza e ricchezza. Se l'Amore filosofico culmina
nell'identità col Bello supremo, esso può partire anche dal gradino più basso. Platone
espone così una scala ascensiva che rappresenta le tappe iniziatiche nei Misteri d'Amore.

Ecco questa meravigliosa ascensione della dialettica d'Amore come appare nel Convito:

Sino a questo grado nei Misteri d'Amore, Socrate, forse avresti potuto iniziarti da te. Ma nelle
dottrine perfette e contemplative, alle quali, ove si proceda rettamente, quelle finora esposte servono

 
58 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

di preparazione, non so se ne saresti capace. Te le esporrò dunque io, e non tralascerò di metterci
tutta la mia buona volontà; e tu cerca di seguirmi, se ti riesce.

Chi vuole incamminarsi per la via dritta a questa impresa, deve da giovane andare verso i bei corpi,
e dapprima, se chi lo guida lo guida dirittamente, amare un sol corpo e generare in esso discorsi
belli; e poi intendere che la bellezza in un qualunque corpo è sorella della bellezza d'un altro corpo; e
se convien perseguire ciò che è bello d'aspetto, sarebbe una grande stoltezza non stimare che una
sola e identica sia la bellezza in tutti i corpi. E inteso che abbia questo, divenire amante di tutti i bei
corpi, e calmare quei suoi ardori per uno solo, spregiandoli e tenendoli a vile.

E in seguito reputare che la bellezza delle anime sia maggior pregio che la bellezza del corpo, sicché,
ove uno sia bello d'animo, quand'anche poco leggiadro, se ne contenti e lo ami e ne prenda cura e
partorisca e cerchi ragionamenti siffatti che valgan a rendere migliori i giovani, affinché sia di poi
costretto a considerare il bello che è nelle istituzioni e nelle leggi, e riconoscere che esso è tutto
congenere a sé, e si persuada così che il bello corporeo non è che piccola cosa.

E dopo le istituzioni (la sua guida), lo conduca più in alto, alle scienze, perché veda la bellezza delle
scienze e, mirando all'ampia distesa del bello, non più estasiandosi come uno schiavo davanti alla
bellezza d'una singola cosa, d'un giovanetto o d'un uomo o di una istituzione sola, né, come un
servo, sia più un'abietta e meschina persona, ma volto al gran mare della bellezza, e
contemplandolo, partorisca molti e belli e magnifici ragionamenti e pensieri in un amore sconfinato
di sapienza, fino a che, in questo rinvigorito e cresciuto, non s'elevi alla visione di quell'unica
scienza, che è scienza di cosiffatta bellezza.

E ora, continuava, aguzza l'occhio della mente quanto più puoi.

Giacché colui che sia stato educato fin qui alle cose amorose, contemplando a grado a grado e
rettamente il bello, pervenuto al termine della via d'amore scorgerà d'improvviso una bellezza di
sua natura stupenda, e precisamente quella, o Socrate, per la quale si erano avuti tutti i travagli
precedenti, quella che innanzi tutto è eterna, che non diviene e non perisce, non cresce e non scema,
e, ancora, che non è bella per un verso e brutta per un altro, né a volte no e a volte si, né bella
rispetto a una cosa e brutta rispetto a un'altra, né qui bella e lì brutta, o bella per alcuni e brutta per
altri.

Né, per di più, la bellezza prenderà ai suoi occhi la forma come di un volto o di una mano o
d'alcunchè di corporeo, né d'un discorso o d'una scienza o di qualcosa che sia in un altro, in un
animale, poniamo, o in terra o in cielo o dove che sia; ma gli apparirà qual è in sé, uniforme sempre
a sé medesima; e mentre tutte le altre cose belle, partecipando solo di essa, sono soggette al nascere e
perire, essa non diviene punto né maggiore né minore, e non soffre nulla. E quando alcuno per aver
rettamente amato i fanciulli, sollevandosi dalle cose di quaggiù, prenda a contemplare quella
bellezza, allora può dirsi che abbia quasi toccato la meta. Perché questo appunto è, sulla via d'amore,
il modo di procedere o esser guidato dirittamente da un altro: movendo dalle belle persone di
quaggiù ascendere via via sempre più in alto, attratto dalla bellezza di lassù, quasi montandovi per
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

una scala, da un bel corpo a due, e da due a tutti e bei corpi, e dai bei corpi alle belle istituzioni e
dalle istituzioni alle belle scienze per finire dalle scienze a quella scienza che non è scienza se non di
Bellezza appunto; e pervenuto a termine, conosca ciò che è il Bello in sé.

Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva l'ospite di Mantinea, è il momento della vita degno
per un uomo d'esser vissuto, allorché egli può contemplare la Bellezza in sé. Ed essa, ove mai tu la
veda, non ti parrà comparabile né con oro né con vesti né con bei fanciulli e giovanetti, al cospetto
dei quali rimani ora sgomento e sei pronto tu e molti altri, guardando codesti vostri amati, a stare
con loro, se fosse possibile, sempre, e a non mangiare né bere, ma soltanto a contemplarli e a
conviverci. Che cosa si dovrebbe pensare, allora, se a qualcuno riuscisse di vedere il Bello in sé,
schietto, puro, sincero, non infarcito di carni umane e di colori e di tante altre vanità mortali, ma
potesse scorgere quella divina Bellezza in sé medesima e uniforme? Credi tu che sia una vita da
tenere a vile quella di chi possa guardare colà e contemplare con l'intelletto quella Bellezza e starci
con essa? O non pensi, disse, che quivi soltanto, a lui che vede la Bellezza per mezzo di ciò per cui
essa è visibile, verrà fatto di partorire, non immagini di virtù, perché non è in contatto con
immagini, ma virtù vera, perché in contatto col vero? e che, avendo generato e nutrito virtù vera, a
lui solo è concesso di divenir caro agli dei, e anche, se altri mai fu tale al mondo, immortale? Eccovi,
Fedro e voi altri, quel che diceva Diotima, e io ne fui persuaso; e, persuaso, mi adopero a persuadere
anche gli altri: che per procacciare alla natura umana un tanto acquisto, non si può facilmente
trovare un collaboratore più valido di Eros.

E perciò appunto affermo che ogni uomo ha l'obbligo di rendere onore a Eros, e io stesso onoro e
coltivo in modo speciale le discipline amorose e vi esorto gli altri; ora e sempre, per quanto è in me,
encomio la possanza e la fortezza di Eros.

Eros è, dunque, l'anelito filosofico, l'amore per il sovrasensibile capace di far rispuntare le
ali all'Anima caduta nella schiavitù del desiderio sensibile.

Esso è il traghettatore filosofico che dal sensibile può condurci all'intelligibile; è solo un
mezzo che, preso in se stesso, non è né ignoranza né conoscenza, né mortale ma neanche
immortale, è dunque un sentiero, una via da percorrere, ma una via che può condurci al
termine del viaggio...e pervenuto a termine, conosca ciò che è Bello in sé.

Dicci, dunque, di che tipo sia la forza di questa dialettica, e in quali generi si divide e quali siano le
sue vie. Queste vie, se non erro, dovrebbero essere quelle che conducono là dove chi giunge troverà
riposo del cammino e fine del viaggio.

Platone, lungi dal prospettare una filosofia fine a se stessa che si conclude in una sterilità
senza via d'uscita, propone un sentiero o, meglio, più sentieri, secondo la natura dell'ente,
che conducono al riposo dell'Anima (la pax profunda dei Rosacroce) e la fine del viaggio
filosofico.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Ma chi è fresco d'Iniziazione, chi è pieno delle visioni avute, allorché veda un volto divino o una
forma corporea, imitazione felice della vera Bellezza, dapprima prova un brivido ed è assalito dagli
sgomenti di un tempo, dipoi la contempla e la venera come un nume; se non temesse di passare per
un forsennato, farebbe al diletto fanciullo come all'immagine di un Dio stesso.

Al vederlo, quasi preso dal tremito febbrile, si trasmuta nell'aspetto, si copre di sudore, prova un
ardore insolito, giacché nell'accogliere attraverso gli occhi l'efflusso, si riscalda d'un calore, onde si
ristora la natura delle ali, e per effetto di esso si fonde l'involucro che copriva i germogli e che da
tempo induritosi ne impediva lo sviluppo. Quindi, penetrandovi il nutrimento, il gambo delle penne
si gonfia e tenta di spuntare dalla radice di sotto a tutta l'Anima, perché questa era tutta un tempo
alata.

Ecco, ancora, come il neoplatonico Plotino propone l'ascesa dell'Eros:

E come vi si può giungere? Può giungere colui che è di sua natura amante, colui che davvero, per
costituzione, originariamente, ha vocazione alla filosofia: amante com'è, egli soffre i dolori del parto
di fronte alla bellezza e nonché tenersi soddisfatto della bellezza corporea, s'invola, al contrario, da
questa verso la varia bellezza dell'anima: virtù, scienze, costumi, consuetudini; e di qui sale ancora
una volta in alto a ciò che lo precede fino a giungere in fondo a quel termine primordiale che è Bello
di per sé stesso; quivi, si, una volta che sia giunto, può placare il suo travaglio, ma prima giammai.

Ma in qual modo eseguirà la sua ascesa? E donde gli verrà la forza e quale dottrina ispirerà e
guiderà questo suo Eros? Questa: la nostra bellezza terrena che fiorisce nei corpi è solo un'aggiunta
che viene ai corpi stessi dal di fuori, poiché queste forme corporee sono nei corpi come su di una
materia; pertanto il sostrato si cambia e da bello si fa brutto; dunque, conclude questa dottrina, essi
son belli solo per partecipazione.

Ora, che è mai quello che rende bello il corpo? Per un verso, è la presenza della bellezza, per un altro
verso è l'anima, la quale ha plasmato e infuso in lui questa determinata forma. Ma l'anima è poi
una cosa bella di per sé stessa? No, perché allora non si darebbe il caso che l'una sia assennata e
bella, l'altra stolta e brutta. In grazia della saggezza, dunque, entra il bello nell'anima. E chi è colui
che dona saggezza all'anima? Lo Spirito necessariamente. Ma lo Spirito, o via, del vero Spirito, non
si può ammettere che a volte sia Spirito a volte non-Spirito; per conseguenza, esso è Bello di per sé
stesso.

Pure, occorre fermarsi qui, allo Spirito, come se fosse Lui il primo, oppure occorre andare al di là
dello Spirito? Ma solo nella nostra prospettiva umana, lo Spirito sta innanzi al principio
primordiale e, quasi al vestibolo del Bene, serra in sé il messaggio dell'universo; egli è, per così dire,
un sigillo di lui impresso piuttosto nella pluralità, mentre egli persevera assolutamente nell'unità.

In riguardo a questi due sentieri, Conoscenza e Amore, bisogna ancora ribadire: l'Amore e
la Conoscenza sono mezzi, sono ponti, strumenti e intermediari per risolvere la dualità:
nel primo caso Amante-Amato, nel secondo Conoscente-Conosciuto. Se sono mezzi,

 
61 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

occorre fare attenzione perché possono essere indirizzati in modo sbagliato, possono
anche essere, come abbiamo accennato precedentemente, degradati, quindi male usati.

E la prova ce la offre il mondo degli uomini ove appunto vediamo strumenti operativi
degradati in vari modi e sotto molteplici aspetti.

Scrive Leon Robin:

L'Amore è un'essenza intermediaria fra il mortale e l'immortale, fra gli uomini e gli Dei e, poiché
l'Anima ha vissuto in mezzo alle Idee, è lo sforzo continuo dell'Anima per ritrovare ciò che un
tempo ha amato e che non cessa mai di essere amabile..

L'Amore non è forse proprio il mezzo per mettere in relazione il sensibile e l'Intelligibile, un dono
che proviene dall'Intelligibile, uno sforzo che parte dal sensibile?...

Se l'Amore è un intermediario con l'aiuto del quale possiamo riconciliare il sensibile e l'Intelligibile,
il fenomeno e l'Idea, è chiaro che le tappe di questa mediazione saranno, inversamente, i termini
medi della Partecipazione...

Fra il sensibile e l'Intelligibile non v'è dunque una rottura completa; non v'è neppure
identificazione del primo col secondo, e credo che si commetterebbe un grave errore facendo della
dottrina platonica un monismo idealistico. Ma fra l'uno e l'altro esiste tutta una serie di
intermediari, e l'Amore sembra essere giustamente un'espressione simbolica di questa concezione.
Platone ha avuto l'intuizione del metodo sintetico: per lui lo sforzo del pensiero deve tendere a
conciliare gli opposti; la dottrina dell'Amore non è forse, come abbiamo visto, una delle soluzioni del
problema dei contrari? Possiamo anzi dire che essa ne è precisamente la soluzione concreta e
pratica.

Se l'Amore e la Conoscenza sono mezzi, allora, in quanto tali, bisogna saperli dirigere
verso l'oggetto giusto, diversamente si può avere un errore di direzione che può essere
fatale. Insistiamo su questi due punti:

1) i mezzi possono essere degradati, male usati e impoveriti;

2) l'oggetto verso cui l'Amore e la Conoscenza vengono diretti può essere sbagliato.

In entrambi i casi, e spesso avviene persino che i due si uniscano, l'ente o l'Amante e il
Conoscente cadono nel conflitto e nel dolore. Se teniamo a mente queste cose, allora
possiamo riconoscere che l'Amore è uno strumento operativo, un ponte che unifica
l'Amante con l'Amato. E' una forza, un potente magnete che risolve la distanza esistente,
appunto, tra l'Amante e l'Amato. L'Amante ha avuto la temerarietà, dice Plotino, l'ardire
di separarsi dall'Amato, fino a disconoscere la sua stessa paternità. L'individuo, privato
della fonte prima del vivere e dell'esistere, si è trovato in caduta divenendo ovviamente
assetato dell'unità perduta, del Bello in sé. Inoltre, perso l'Amore che solo sa concedersi,

 
62 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

l'ente si è costretto nelle brame, nei desideri, nelle appropriazioni onde poter appagare una
sete d'Amore che invece è di ordine metafisico. Così abbassato, precipitato, l'Amante è
divenuto irrequieto, in cerca disperata dell'oggetto d'Amore perduto. Ma, avendo obliato
la giusta forza che unifica e fonde e il giusto oggetto d'Amore, ha dovuto, per
sopravvivere, trasformare l'Amore donante in desiderio acquisitivo e l'oggetto vero
d'Amore nell'oggetto che vive nel mondo delle ombre (mito della caverna). In altri termini,
l'Amore si è trasformato in egotismo, in forza centripeta costringente e imprigionante.

L'unità, invece di realizzarla sul piano dell'Intelligibile, l'ente-amante decaduto ha voluto


trovarla sul piano del contingente, dell'effimero, sul piano del sensibile. Questa sete-
desiderio di prendere, afferrare, d'impossessarsi per vivere, portando conflitto e
smarrimento, lo conduce gradualmente a ricercare il vero Amore e il vero oggetto
d'Amore, vale a dire l'Amato giusto.

E' a questo punto che l'ente lo si può chiamare vero Amante. E' a questo punto che lo si
può iniziare ai Misteri d'Amore, secondo le parole di Diotima, perché ormai è convinto che
il mondo delle ombre, il mondo del divenire non può dare la soluzione del dualismo
Amante-Amato. Il riconoscimento di questo fatto sospinge a un rivolgimento di valori, di
mete, di rapporti, di oggetti che può portare ulteriore turbamento e smarrimento; ma è
solo una fase preliminare e inevitabile perché l'ente, per quanto abbia potuto capire, non
ha ancora compreso.

Con la contemplazione-meditazione e con l'aiuto che può ricevere dall'estremo, incomincia


a scoprire il vero Amore quale medium risolutore della frattura creatasi a causa della sua
temerarietà. Allora l'Amore si accende e l'Amante riconosce che esso è un fuoco potente,
grandioso, bello, che tende a sciogliere l'ostacolo di divisione. Riconosce che l'Amore
libera la coscienza, identificata con l'individualità egoistica (il prodotto della scissura), per
fonderla e restituirla all'Amato.

L'Amante, in definitiva, riconosce che la sua volontà e la sua stessa vita non sono sue, sono
un prestito che deve restituire all'Amato. Una scintilla del Fuoco universale non ha, né può
avere, vita propria o desideri propri, essendo solo una semplice propaggine del Fuoco
universale dell'Essere e del sommo Bene.

Sentirsi separati dall'Amato è illusorio, anzi l'Amore nasce proprio per riunificare la
scintilla transfuga e temeraria con l'Amato fuoco universale.

Il Dèmone Amore rappresenta il più gran dono dato all'Amante errabondo per ritrovare la
fonte del suo essere e consistere.

Così, l'Amore è sete di unità, di compiutezza integrale, di pienezza che offre la beatitudine
dell'essere tutt'uno con l'Amato. Leon Robin scrive, confrontando l'opinione con l'Amore:

 
63 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Mentre l'opinione è in un certo senso un intermediario fisso, imprigionato fra gli estremi
dell'ignoranza, che necessariamente supera, e della scienza, che non raggiunge mai, restando
sempre al di sopra dell'una e al di sotto dell'altra, l'Amore, al contrario, è di tale natura che tende a
unire realmente gli estremi e a conciliarli l'uno con l'altro. Inoltre esso è ciò che l'opinione non è,
poiché costituisce di per sé stesso un metodo, cioè una transizione nel senso proprio del termine, un
passaggio, un movimento verso una meta alla quale giunge pur restando quello che è. E' per questo
che l'Amore verrà chiamato giustamente filosofico, nei termini stessi dell'analisi del V libro della
Politeia.

L'opinione è cosa ben diversa: non si potrebbe infatti, come sappiamo, trasformarla attraverso
l'istruzione senza che diventi un'altra cosa, senza che faccia posto alla scienza che ne è l'opposto. La
sintesi dei contrari che realizza l'Amore è dunque una vera sintesi.

Il vero Amore, dunque, porta alla propria casa; se per un atto di volontà e temerarietà ci si
è distaccati dal proprio ostello, per la magia del grande Dèmone Amore si fa ritorno a esso.
L'Amore è morte di sé perché non è desiderio di sé. L'Amante deve perdersi
completamente per offrirsi nella sua totale nudità.

Io cerco Te, io amo Te, io sono Te: questo è il grido dell'Amante che finalmente rivolge lo
sguardo non più al mondo delle ombre e delle copie, ma al mondo della Bellezza, e delle
pure Idee. Per perdersi nell'Amato occorre che l'Amante comprenda lo stato di essere
dell'Amato, in modo che possa gradatamente vibrare sulla stessa nota. E' una questione di
sensibilità al contatto, di Accordo, di Bellezza, di commensura con l'Amato Bene.

Ora, se l'Amore è un mezzo per tornare verso la Realtà assoluta, sembra che esso debba avere lo
stesso ruolo di esercizio d'apprendimento della morte: l'Amore è una specie di morte di cui gli Dei
ci accordano la grazia nel corso stesso della nostra esistenza mortale e in vista della nostra
immortalità.

Se la passione sensoriale, degradazione dell'Amore filosofico, è cieca e intemperante


perché non comprende, è centripeta perché desidera e gode della sua proprietà, l'Amore
filosofico è saggezza, è comprensione perché si dirige verso l'oggetto giusto, verso quel
mondo sovrasensibile che libera l'Amante filosofo dal conflitto della dualità del sensibile.
Se il desiderio-passione è un fuoco fatuo che brucia le facoltà più alte dell'ente, l'Amore è
un Fuoco vivo e ristoratore che rende combusto il complesso individuato imprigionante,
causa di smarrimento e divisione. Amore è morte dell'io separato e temerario; il desiderio-
passione rappresenta la vita dell'io fenomenico, il suo alimento.

L'Amore non può albergare in un cuore non purificato, come l'Amato universale non può
essere trovato contemplando esclusivamente il mondo dei corpi, delle ombre, dei nomi,
delle forme, dei composti.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Se l'Amore rende infuocati per l'Amato, la Conoscenza è Luce che illumina l'intelletto in
modo da diradare la nebbia dell'ignoranza.

L'Amore è calore, la Conoscenza è luce; l'Amore è il coagulo di tutte le potenze rivolte


verso l'Amato principiale; la Conoscenza è l'accensione della luce che rischiara la camera
oscura della coscienza. L'Amore fonde, la Conoscenza scioglie il nodo dell'Ignoranza, vale
a dire dell'ignoranza metafisica. L'Amore è una calamita, la Conoscenza è un faro, un
riflettore che risolve le tenebre, l'oscurità del non-conoscere. La Conoscenza svela l'oggetto
del conoscere e lo porta in emergenza dalla potenzialità in cui si trova, l'Amore fa in modo
che l'Amante venga attratto dall'Amato; l'Amore attrae, la Conoscenza rivela, scopre,
rende brillanti tutte le cose. Il Conoscitore vive di tensione dialettica meditativa, l'Amante
vive di tensione magnetica.

Anche la Conoscenza che ha perduto il vero oggetto del conoscere, si degrada e diventa
acquisizione di dati fenomenici, diventa quantità di opinioni perdendosi nel molteplice e
nel differenziato. La conoscenza degradata porta all'inflazione quantistica di dati, di
nozioni fino a un punto in cui l'intelletto diventa ottenebrato, confuso, dubbioso, incerto. Il
conflitto del Conoscente deriva proprio dal dubbio, dall'incertezza del Reale, dalla
precarietà del suo conoscere, dalla confusione mentale che avvilisce, stordisce e rende
incompiuti e incompresi. Il conflitto dell'Amante deriva dall'estrema irrequietezza
dell'animo di non trovare l'oggetto del suo Amore. L'Amante è irrequieto fino a essere
frustrato, il Conoscente è avvilito perché confuso, perché ignora, perché gli sfugge la luce e
l'oggetto del conoscere.

Sia il Conoscente che l'Amante cercano dapprima nel mondo dei fenomeni, del sensibile,
delle ombre, dell'effimero; poi, stanchi di non trovare, dirigono l'attenzione altrove e
incontrano la Conoscenza e l'Amore che possono la prima svelare il Conosciuto e il
secondo ritrovare l'Amato.

Se agli inizi hanno usato l'uno l'erudizione quantistica dei fenomeni cangianti, che non
porta catarsi, ascesi e pienezza, e l'altro il desiderio-passione imprigionante e fuorviante,
poi, dopo insuccessi e conflitti, arrivano a captare le note superiori, e non degradate, della
vera Conoscenza e dell'Amore risolvente, noetico e unificante.

Si confrontino l'ascensione mediante la dialettica (mito della caverna) e l'ascensione


mediante l'Amore (mito di Eros). La dialettica, nei suoi vari gradi, ci eleva all'Idea del
Bene; l'Amore, nei suoi vari gradi, ci eleva all'Idea del Bello.

E come l'ascensione mediante la dialettica conduce all'Iniziazione filosofica, così


l'ascensione mediante Eros conduce all'Iniziazione amorosa. Nel Simposio si parla
dell'Iniziazione d'Amore che consiste nel portare progressivamente l'Anima fino alla
εποπτεια (epopteia, la più alta Iniziazione nei Misteri).

 
65 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

...il senso preciso degli sviluppi poetici del Fedro è che, grazie all'Amore, opera proprio del filosofo,
l'Anima ritorna verso le Idee, e questo ritorno consiste nel riconoscimento dell'Universale
sostanzializzato, nella riduzione della molteplicità delle sensazioni all'unità dell'Idea.

E come la Conoscenza è reminiscenza di realtà sovrasensibili, così l'Amore è condizione di


reminiscenza dell'Unità e del Bello divino.

Amore e Conoscenza rappresentano una moneta a due facce, perché Platone intende
Conoscenza noetica o intellettiva (νοησις, intellezione pura e non dianoia, mente
discorsiva) e Amore intellettivo noetico (amor intellectualis) e non amore sensoriale,
emotivo e sentimentale. L'Amante deve pur sempre essere filosofo, se vuole esperire
l'Amor platonico.

Sul piano dell'effimero o della sfera del sensibile e del fenomenico le due note degradate si
contrastano e si offendono; sul piano dell'eterno le due note, divenute Conoscenza e
Amore filosofici, si integrano e si fondono.

L'Amante non guidato dalla Conoscenza svilisce e mortifica l'Amore e l'Amato; il


Conoscente non guidato dall'Amore verso il vero oggetto di conoscenza degrada la
Conoscenza e lo stesso Conosciuto. Diremo che il semplice sforzo eruditivo come
l'accecante desiderio-passione non portano all'Essere, al mondo delle Idee.

L'erudizione porta all'orgoglio di sé, la Conoscenza rende poveri perché offre la ricchezza
del supremo Bene; il desiderio-passione è intemperante e si vende per avere, l'Amore
filosofico si offre per Essere.

Eros e logos, più che escludersi, sono avvinti; anzi l'Eros, in Platone, è la forza che rende
viva la stessa dialettica. Eros è amore del Bello, e la mistica platonica dell'Amore è una
mistica filosofica di Bellezza.

Platone è uno dei filosofi della Bellezza e del Bello in sé, inteso nel senso più ampio del
termine. (Michele Sciacca).

Il Bello non è, secondo Platone, un'idea particolare come tante altre, ma è un'Idea
universale e fondamentale che sovrasta tutte le altre idee; epperò sia il Bello sia l'Amore
sono subordinati al principio supremo che è il Bene.

Diremo che il Bene si palesa come Idea del Bello e dell'Amore. Ne consegue che l'Amore
intelligibile è essenzialmente un canale in cui si fondono la forza magnetica vitale e la
potenza conoscitiva, canale atto a svelarci la bellezza dell'Ordine, del Cosmos. Dobbiamo
riconoscere che da tutta la filosofia di Platone emerge pur sempre, come abbiamo
dimostrato, il Dèmone dell'Amore e della Bellezza.

 
66 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

L'Idea del Bello e dello Splendore ci porta a un tipo di meditazione-contemplazione senza


forma (per il Vedānta, meditazione arupa: senza forma). Ciò implica che essa ci conduce
non solo fuori di ogni stato individuato, ma anche fuori di ogni stato formale del
manifesto universale. Il Bello in sé è essenza pura priva di qualunque sovrapposizione
velante; un corpo, a qualunque dimensione e grado possa appartenere, è pur sempre un
velo posto sull'essenza.

Scrive ancora Leon Robin:

L'Amore come lo concepisce Platone ha infatti la caratteristica di essere contemporaneamente un


principio motore e un principio di conoscenza, di riunire in sé il fare e il sapere... L'Amore è la
tendenza attiva verso l'Idea, è lo sforzo entusiasta verso la scienza e verso la virtù.

Se si vuole comprendere in che senso l'Amore può essere considerato identico all'insegnamento
della virtù, dice il Brochard, basta riflettere sul fatto che non è soltanto attraverso formule astratte,
aride dimostrazioni e processi puramente discorsivi che ci si eleva alla virtù. Se non altro, la
dialettica deve essere attiva e viva, il ragionamento deve essere accompagnato dal calore che anima e
vivifica l'Anima, dalla convinzione che persuade, dall'entusiasmo che trascina e dall'ispirazione che
illumina.

L'Amore è filosofo: ciò significa che vi è in lui una certa intuizione di quella sapienza di cui è privo,
e il desiderio di ottenerla; ma significa altresì che esso tende essenzialmente a realizzare questa
stessa sapienza in maniera concreta, sia nella persona dell'Amante che l'Amore ha condotto verso il
Dio da cui dipende, sia nella persona dell'Amato, in cui si sforza di produrre un'immagine del suo
divino modello.

...La teoria dell'Amore è una delle forme più caratteristiche di quello spirito sintetico che anima la
filosofia di Platone... In quanto tale, è possibile che la teoria dell'Amore abbia assunto nel sistema
un posto ancora più importante di quello che i testi ci autorizzano ad assegnarle. Platone tendeva
forse a vedere nell'Amore la legge universale che anima tutto il reale, fa vivere la natura e muove
l'anima del mondo, che riunisce nell'Intelletto l'Intelligibile e il sensibile, che opera nel mondo
ideale la mescolanza dei Generi e, infine, tutti li riporta e, per così dire, li sospende al Bene, sotto il
suo triplice aspetto della Proporzione, della Bellezza e della Verità. Una sintesi incessantemente
rinnovata dei contrari, regolata intellettualmente e perfino matematicamente in vista del Bello, del
Vero e del Bene, ecco ciò che sarebbe l'Amore platonico.

...Ebbene, se è questo che desiderate, io voglio rifondervi e riplasmarvi in un'unica natura, sicché di
due diventiate uno... ma crederebbe d'aver udito precisamente quello che egli desiderava da tanto
tempo: di sentirsi unito e fuso con l'amato, e divenuto di due un essere solo... E la ragione è appunto
questa: che tale era in origine la nostra natura, e che eravamo interi.

Ebbene, al desiderio e alla caccia dell'intero si dà nome di Amore.

Prima, dunque, come dico, eravamo uno, ma ora per la nostra nequizia siamo stati separati...
 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Qui Platone espone il mito del divino Androgino o Ermafrodito, mito che appartiene a
tutte le Tradizioni iniziatiche.

Un tempo eravamo un intero, vale a dire che avevamo in noi la doppia polarità maschio-
femmina, ma poi avvenne una scissura; da qui anche la separazione dei sessi e la ricerca
affannosa del ricongiungimento e della riconquista dell'intero. Questo intero è lo stato
coscienziale delle origini, non tanto nel senso storicistico, quanto nel senso ontologico. Ci
fu un tempo, quindi, in cui l'ente era una totalità, un essere assoluto, un'unità(quindi non
spezzato, non diviso, non duale), e l'assolutezza dell'essere implica immortalità.

La condizione duale, per contro, corrisponde al mortale e conflittuale; essa è di chi non
trova in sé ma in altro la propria esistenzialità e il proprio consistere. E questo stato
Platone, come la Tradizione misterica e iniziatica, lo fa corrispondere a quello naturale e
primordiale dell'uomo. Anche nella Bibbia troviamo che Adamo, scindendosi o
polarizzandosi in Eva, viene allontanato dall'Albero della Vita, cioè viene a obliterare la
propria immortalità.

L'unione del maschio e della femmina, del positivo e del negativo rappresenta la tensione,
lo slancio e l'anelito a ritrovarsi unità, corrisponde al simbolo vivente di una realtà
metafisica.

Secondo W. Will, la via di Eros e quella degli Orfici è la stessa. E' quel sentiero che dalla
condizione di Mystes porta all'Epoptes, colui che contempla, colui che ha aperto gli occhi
(lo Svegliato della Tradizione orientale), è il sentiero che dai mysteria conduce agli
anakalypteria. Così il mito esplica le tappe dell'Iniziazione, lo svelamento progressivo di
un segreto fondamentale.

 
68 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

ŚAMKARA 

La data esatta della nascita di Śamkara è difficile da stabilire. La tradizione indica l'anno
del Nandana, il mese lunare di Vaisakha (aprile-maggio) e il giorno sukla-pancami. Ma
quale anno del Nandana? Per alcuni studiosi la nascita di Śamkara dovrebbe essere situata
nel 700 d.C., perché nel Brahmasutrabhasya è fatto cenno alla città di Pataliputra, distrutta
dall'erosione del fiume intorno al 750 d.C.

Secondo un manoscritto sanscrito le date della nascita e della morte di Śamkara sarebbero:
Kali 3889 e 3921, che corrispondono al 788 e 820 d.C. La stessa data di nascita, Kali 3889, si
ritrova nell'opera Śamkara-mandara-saurabha.

La gente di Kalati, villaggio sulle rive del fiume Curna, nel Kerala, dove Śamkara nacque,
vide il figlio neonato nella casa di Sivaguru, padre di Śamkara, e pensò che fosse
veramente Sambu (Siva) venuto in qualità di Avatara (incarnazione di un principio
universale).

Nell'undicesimo giorno dalla nascita, al bambino fu dato il nome di Śamkara, le cui lettere
indicano il giorno, la quindicina e il mese della sua nascita.

Sivaguru scelse questo nome per suo figlio non facendo alcun riferimento al suo
significato; invece esso si dimostrò significativo poiché Śamkara, come si sostiene, fu un
Avatara di Siva.

I fatti più rilevanti della vita di Śamkara sono citati così in un verso sanscrito: All'età di
otto anni egli si era reso padrone dei quattro Veda; a dodici anni era versato in tutti gli
Sastra; a sedici terminò la compilazione del suo bhasya (commento al Brahmasutra) e a
trentadue lasciò questo mondo.

Prima che l'upanayana (investitura del cordone sacro) potesse essere eseguita, Sivaguru
morì e l'upanayana fu compiuta quando Śamkara aveva cinque anni. Egli fu mandato
presso un gurukula (il romitaggio di un guru) per gli studi vedici.

Si rese padrone in breve tempo della saggezza contenuta nelle sei branche ausiliarie dei
Veda, quanto degli altri Sastra. Da brahmacarin, visse d'elemosina e servendo il suo
istruttore.

Completata la sua istruzione, Śamkara lasciò il gurukula e riprese a vivere con sua madre
Aryamba. Giovanissimo, chiese alla madre il permesso di lasciare il villaggio per cercare il
proprio guru (maestro) che lo avrebbe iniziato nel samnyasa formale (asceta
rinunciatario). Prima di partire egli le assicurò un adeguato sostentamento e protezione,

 
69 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

dichiarò che sarebbe tornato da lei ogni qualvolta ci fosse stato bisogno della sua presenza
e che lui stesso avrebbe compiuto gli ultimi riti dopo la sua morte.

Dopo un lungo viaggio, raggiunse la riva del fiume Narmada dove trovò il suo Maestro.
Govinda Bhagavatpada, discepolo di Gaudapada, viveva in una caverna assistito da alcuni
saggi che lo avevano scelto come loro guida. Śamkara sostò all'entrata della grotta nella
quale Govinda sedeva e annunciò il suo arrivo pregandolo di accettarlo come discepolo.

Govinda gli pose la domanda: Chi sei tu? In risposta Śamkara spiegò in dieci versi,
conosciuti come Dasasloki, la natura del supremo Sé. Applicando il metodo dialettico e
procedendo per esclusione, Śamkara dimostrò che di là dai fenomeni transeunti, dalle
apparenze empiriche o dal mondo dei nomi e delle forme esiste una Realtà sempre
identica a se stessa quale fondamento metafisico dell'essere e del non-essere; questa Realtà
senza secondo è la nostra Realtà.

Govinda fu compiaciuto della magistrale esposizione dell'Advaita (non-dualità) fatta da


Śamkara e lo accettò come discepolo. Conformemente all'usanza, egli fu iniziato nel
paramahamsa-samnyasa, e l'istruzione gli fu impartita secondo i mahavakya (i maggiori
detti delle Upanisad) che insegnano la verità della non-dualità.

Śamkara venne non per distruggere, ma per edificare, e la filosofia che egli insegnò,
l'Advaita, non deve essere considerata una contrapposizione alle varie scuole di pensiero.
Il paramaguru di Śamkara, Guadapada, aveva già insegnato che non poteva esserci alcun
antagonismo tra l'Advaita e le filosofie dualiste. Come non si può venire a contesa con le
proprie membra, così l'Advaita non può essere in contrasto con le diverse scuole
filosofiche.

Śamkara, che riscoprì lo spirito dell'unità e della totalità e lo rivelò a un'epoca di tumulto e
di discordia, cercò di porre fine alle scissioni e di rimettere le parti al loro posto nel
contesto del Tutto.

Il suo messaggio consiste nell'affermare non solo la Non-dualità del Brahman


(Brahmadvaita), ma anche la fondamentale non differenza degli altri punti di vista
(darsana).

In ciò egli seguì solo l'insegnamento dei Veda che proclamano questa suprema verità: La
Realtà è una, e poi aggiungono: A questa Realtà vengono dati molti nomi.

Le scuole ortodosse ed eterodosse trassero ugualmente beneficio dalla dialettica


costruttiva di Śamkara. Pur partendo da punti di vista divergenti, i Mimamsaka e i
Buddhisti erano diventati insoliti compagni di lotta nella difesa delle dottrine atee.
Śamkara dovette correggere l'unilateralità di entrambi: il karma, o rituale, fu messo al suo
giusto posto come propedeutico al sentiero della conoscenza; la nobile dottrina
dell'ahimsa (non-violenza), posta in rilievo dal Buddha ma non sconosciuta ai Veda, venne
 
70 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

inclusa come parte essenziale della filosofia indù del dharma e il Buddha stesso venne a
essere considerato un Avatara di Visnu.

Non solo la filosofia ma anche la religione trasse vantaggio dagli insegnamenti di


Śamkara. Egli volle perseverare le fedi e le loro istituzioni rimuovendo le sovrastrutture
che vi si erano insinuate, restituendole così alla loro genuinità originaria e additandole
come modi diversi di accostarsi al Divino.

Secondo Śamkara il Divino personale (Dio persona) non è l'espressione più alta, ma
l'aspirazione a Esso è un gradino necessario alla realizzazione dell'Advaita.

Se così è, allora non è il nome col quale Dio è chiamato che importa, ma la ferma e
innocente aspirazione del neofita. Nell'Inno a Hari, Śamkara dichiara: Gloria a Hari, il
distruttore delle tenebre del samsara (il divenire fenomenico), la sola Realtà che, a causa
della diversità degli enti, si manifesta con molteplici nomi, come Brahma, Visnu, Rudra,
Agni, Surya, Chandra, Indra, Vayu e Sacrificio.

Il fondamento della Religione è lo stesso, sebbene le sue manifestazioni siano varie.


Śamkara professò il puro universalismo e nella sua filosofia rese omaggio all'Essere nei
suoi vari aspetti.

Egli, poi, commentò estesamente, alla luce dell'Advaita, i tre testi fondamentali del
Vedānta: le Upanisad, la Bhagavad Gita e il Brahmasutra. Oltre i bhasya (commentari)
scrisse molti testi sull'Advaita tra cui: Atmabodha, Vivekacudamani, Upadesasahasri,
Aparoksanubhuti.

Śamkara morì giovanissimo, ad appena trentadue anni, ma questi pochi anni furono
sufficienti per enunciare e codificare il Vedānta Advaita, commentare i principali testi
vedici, riorganizzare gli ordini degli Svami, fondare quattro Matha (centri di
realizzazione) distribuiti nei quattro punti cardinali dell'India, accendere nella coscienza
del suo popolo l'amore per la realizzazione mediante la metafisica.

 
71 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

PLATONISMO E VEDĀNTA 

Da quanto è stato esposto sul Platonismo si possono desumere queste concordanze con il
Vedānta Advaita di Śamkara.

1) I due Insegnamenti postulano una Costante assoluta quale causa sui, da cui Tutto
dipende.

2) Danno la stessa definizione del termine realtà. E' reale ciò che permane, è
immutabile e universalmente valido, ciò che è senza origine e senza fine, ciò che è
identico a se stesso. Platone, come Śamkara, identifica Essere, Identità e immobilità
col Bene supremo; divenire, variante e movimento col sensibile empirico.

3) Formulano una gerarchia di piani esistenziali e di valori etici che sono


essenzialmente identici.

4) Concepiscono il conflitto, il dolore e le contraddizioni umane quale effetto di una


caduta-oblio-avidya.

5) Riconoscono il mondo sensibile come ombra, proiezione che non ha consistenza e


spessore reale, per quanto non lo considerino un niente, un non-essere in termini di
assolutezza.

Il sensibile non ha una realtà propria e indipendente; in fondo, non è che un


indeterminato, privo di ogni caratteristica positiva e che assume esistenza solo
quando è animato da ciò che Platone chiama Idea e Śamkara Isvara a livello
universale, e atma a livello individuale. Per Śamkara il sensibile non è un niente
come le corna di una lepre o il figlio di una donna sterile, ma non è altresì un
assoluto, quindi non può offrire stabile Conoscenza.

6) Concepiscono l'ente, nella sua integralità, composto di sensibile e sovrasensibile,


capace di riconoscere quest'ultimo e di poterlo realizzare.

Scrive F. Gregoire: Quello platonico è un idealismo temperato che senza negare in


modo assoluto l'esistenza delle cose, non vede in esse che un mondo secondario di
apparenze e di confusione, questo mondo imperfetto non ha significato se non in
funzione di un universo intelligibile, un universo di Idee pure, del quale costituisce
un riflesso sfumato. Agli uomini però è possibile oltrepassare il nostro mondo
sensibile ed elevarsi alla contemplazione delle Idee vere, perfette ed eterne, per la
quale è necessario un modo speciale di attività spirituale che Platone chiama
dialettica e che consiste in una specie di epurazione progressiva e ragionata degli
aspetti mutevoli e imprecisi che ci offrono le cose terrene per arrivare, attraverso

 
72 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

queste, a scoprire le Idee, che esse grossolanamente imitano. Queste considerazioni


valgono, per intero e senza eccezioni, per l'insegnamento di Śamkara.

7) Riconosciamo alla mente empirica la facoltà do offrire opinioni e di apprendere solo


fenomeni; ma riconoscono altresì all'ente la capacità di apprendere per pura
contemplazione e per pura intuizione intellettiva noetica.

8) Entrambi gli Insegnamenti hanno una nota ottimistica e di grande conforto


filosofico: l'uomo può innalzarsi dal suo decadimento spirituale, psicologico e
materiale e risolvere tutti i suoi problemi esistenziali; può uscire, così, dalla morsa
del dolore e della contraddittorietà in cui vive. Sono dunque Insegnamenti di
Salvezza, di Liberazione, di catarsi.

9) Platone e Śamkara non sono gli iniziatori di nuove religioni, quanto i loro
riformatori; non tanto i banditori di una nuova visione metafisica e religiosa,
quando i restauratori della religione tradizionale degenerata e discosta dai principi
metafisici.

Śamkara e Platone sono dei rettificatori della Visione rispettivamente Vedānta e


Misterica degradata nelle mani di sacerdoti non qualificati all'espletamento del loro
compito. Essi, così, si muovono nell'ambito di un preciso rinnovamento della
Tradizione religiosa, reintegrandola nella sua originaria purezza.

Entrambi estendono la Visione spirituale di là dall'individualismo castale e dalla


stessa polis, ridando vigore a quella che è la visione universale dell'Essere. Da qui lo
sviluppo dei Grandi Misteri o della paravidya (conoscenza suprema, di contro
all'aparavidya o conoscenza seconda, relativa).

10) I due Misteri vivono, scrivono e operano in conformità all'Insegnamento proposto.

11) La Filosofia di Platone non è una semplice speculazione personale della mente
empirica, non è un virtuosismo dialettico, ma la continuazione dell'Insegnamento
orfico e pitagorico. Ricordiamo che Platone è un grande iniziato dei Sacri Misteri
greci e di quelli egiziani. Il Vedānta Advaita di Śamkara segue la stessa strada,
rifacendosi ai Veda-Upanisad.

12) Da questi Misteri tradizionali Platone trae il contenuto soprattutto metafisico


(Grandi Misteri), che è per pochi, lasciando quello più spiccatamente rituale e
preparatorio (Piccoli Misteri) ai molti. Anche a livello sociale fa una distinzione tra
lo Stato ideale della Politeia e quello più umanizzato delle Leggi. Śamkara tralascia
il ritualismo vedico della Mimamsa per esprimere essenzialmente la parte
metafisica (paravidya) dei Veda-Upanisad.

 
73 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

13) In quanto Filosofia tradizionale e sacra, essa è di ordine catartico, realizzativo; e di


ciò Platone, come Śamkara, è un assertore inequivocabile.

Questo dimostra che Platone e Śamkara non scrivono per un puro discorrere fine a
se stesso, ma per additare una strada, una via di realizzazione, di salvezza, di
liberazione dell'Anima dai ceppi dell'ignoranza.

14) Tralasciando l'aspetto rituale e del culto, l'Insegnamento platonico pone l'accento
soprattutto sulla Conoscenza quale mezzo diretto di purificazione e di elevazione
dell'Anima all'intelligibile. Parlando in termini Vedānta, esso risponde al jnana-
marga, al sentiero della Conoscenza di Śamkara.

15) Platone, come Śamkara, pone al primo posto dell'attenzione umana l'Anima
intelligibile, considerando il mondo dei corpi, o del sensibile, quale espressione di
corruzione e di conflitto.

Ciò implica che, al pari di Śamkara, egli rovescia i valori della vita, come
comunemente viene intesa, collocando la Realtà, in quanto tale, non nel mondo del
divenire, ma in quello dell'Essere, essendo il mondo del divenire semplice ombra
che appare e scompare. Così per Platone, come per Śamkara, la filosofia è esercizio
di morte, morte dell'ignoranza-avidya, cioè del sensibile corruttibile, dell'ombra.
Sotto altre prospettive, si può dire che per loro cercare la vera vita diventa esercizio
filosofico di autentico vivere, quel vivere che risponde alla pura dimensione dello
Spirito.

La fuga dal corpo e dal mondo è si fuga, ma non verso l'annichilimento e l'evasione,
bensì è fuga verso la vera Patria dell'Essere, è fuga dal mondo delle ombre, è fuga
dal sensoriale-passionale-irrazionale. La fuga per Platone e Śamkara è diretta al
ritrovamento del Bene supremo o Brahman.

Questa rinuncia platonica si basa su un fattore conoscitivo, su un moto di Dignità


spirituale la quale, svegliandosi, dà all'uomo la capacità di comprendersi e
riconoscersi d'intelligibile lignaggio. Essa non è frutto di mortificazione, di
pentimenti emotivi, di complessi psicologici, o altro: la fuga platonica, o quella
samkariana, avviene come naturale effetto del riconoscimento che si è di natura
sovrannaturale. La Conoscenza, o il ricordo di ciò che realmente si è, fa si che ogni
presa, brama, sete, nel mondo del corruttibile venga infranta, spezzata, trascesa. Chi
comprende nella sua nudità il giuoco del divenire (samsara per il Vedānta) non si
lascia più giocare.

Quella platonica non è una fuga dal dolore fisico o psicologico, non è una fuga da
eventuali responsabilità individuali, ma è qualcosa di più: è la fuga del Filosofo che,

 
74 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

mediante la pura contemplazione, ha compreso l'insufficienza, la caducità, la


vanità, l'inconsistenza, o non-sostanzialità, della sfera del sensibile materiale.

Diremo di più: quella del Filosofo non è una fuga perché da che cosa egli deve
fuggire se le cose non sono? La fuga platonica è così diretta verso la terra dei nostri
veri padri (Mondo delle Idee), perché questa del piano sensibile è soltanto una
mediocre palestra per coloro che sono addormentati.

E' per questo che bisogna anche sforzarci di fuggire di qui a lassù al più presto. E
fuga è rendersi simili a Dio (ομοιωσις θεω) secondo le proprie possibilità: e rendersi
simili a Dio significa diventare giusti e santi, e insieme sapienti.

Ma, intendiamoci, la Conoscenza di cui si parla è quella additata da Platone e da


Śamkara, quella che opera un rivolgimento e fa scoprire la Dignità dell'essere
divini.

16) Entrambi i Maestri, come si è già accennato, non disconoscono la religione dei
padri, né la ritualità, ma cercano di purificarle dagli eccessi in cui sono cadute.
Rimane emblematica questa pagina dello Zeller confermata, naturalmente, dal testo
platonico:

Per quel che anzitutto riguarda la religione,...per il nostro filosofo la vera religione
s'identifica con la filosofia, e il veramente divino con i supremi oggetti della speculazione
filosofica. La filosofia è per lui non solo un atteggiamento teoretico ma, e in egual misura,
anche pratico, essa è amore e vita, piena realizzazione dell'uomo per via del vero ente e del
veramente infinito...

A quel modo che sopra tutte le Idee sta, come causa di ogni essere e sapere, questa Idea
suprema, così sopra tutti gli Dei, ugualmente difficile a trovare e a descrivere, sta l'unico,
eterno e invisibile Dio, il creatore e padre di tutte le cose (confrontare il Timeo)... Respinge
non solo la concezione antropomorfica, secondo cui la Divinità avrebbe un corpo, ma anche
tutti quei racconti antropopatici che attribuiscono agli Dei passioni, contese e delitti di ogni
sorta; Afferma che essi sono superiori al piacere e alla ripugnanza (Filebo) e non tocchi da
alcun male, e si oppone, pieno d'indignazione morale, all'opinione che sia possibile tacitarli,
o piuttosto corromperli, con preghiere e sacrifici. Dimostra inoltre che tutto è ordinato e
governato dalla provvidenza divina, e che questa cura della provvidenza si estende al piccolo
non meno che al grande (Timeo; Filebo; Leggi).

...Per lo stato e la maggioranza dei cittadini egli vuole perciò mantenere la fede popolare e il
culto tradizionale degli Dei, ma sia l'una che l'altro debbono essere purificati dal punto di
vista morale, e debbono essere impediti gli eccessi cui i loro rappresentanti erano anche allora
inclini; anzi nelle Leggi, vuole intervenire con pene severe non solo contro l'ateismo e le

 
75 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

altre colpe di carattere religioso, ma anche contro i culti privati e gli abusi che ne facevano
(da ciò si deduce che sia stato un rettificatore della Tradizione).

...Quello che diede alla sua filosofia un calore e una direzione pratica che va oltre i suoi
principi scientifici, quello che gli fece sentire come necessaria addirittura un'adesione la più
stretta possibile alla fede popolare, fu quell'interesse morale-religioso che in lui, autentico
socratico, è così intimamente collegato con quello scientifico...

Egli ci mostra nell'entusiastico amore del Bello la radice, comune e anteriore a ogni
conoscenza, della moralità e della filosofia, ci fa vedere nella virtù non filosofica un gradino
preparatorio di quella filosofica, analogia che nella maggioranza degli uomini deve sostituire
codesta intelligenza.

Questa considerazione dello Zeller su Platone la si può fare anche per Śamkara che si
propone lo stesso obiettivo.

Passando alla struttura gerarchica dell'Essere, Platone la esprime così:

L'Uno-Uno, o Bene supremo, corrisponde al vedantico Turiya, o Quarto, o Brahman


nirguna (non qualificato). E' l'Essere metafisico propriamente detto, o il Non-Essere,
perché è di là dalle stesse determinazioni dell'Essere qualificato o principiale. Non-Essere,
quindi, in quanto non può essere ne l'Uno quale causa efficiente del molteplice
manifestato, né il molteplice differenziato, o dualità. Il Non-Essere, o l'Essere metafisico,
per la sua particolare natura deve abbracciare l'Essere e il non-essere e nello stesso tempo
deve trovarsi di là dall'Essere e dal non-essere. Risponde ugualmente all'Ain-Soph
qabbalistico.

Di Esso si può dire solo che è ciò che è, e basta.

 
76 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

E così, dirai, che le cose conoscibili non derivano dal Bene soltanto la loro conoscibilità, ma anche
l'esistenza e l'essenza, quantunque il Bene non sia essenza, ma per dignità e potere stia anche al di
sopra dell'essenza.

L'Uno-Molti rappresenta il Corpo causale, il seme universale che contiene le indefinite


possibilità di essere. E' uno perché in esso non v'è separazione assoluta di parti, quindi
non v'è dualità; è molti perché nell'Unità è contenuta la sintesi archetipale di tutto ciò che
esiste sul piano manifesto. Corrisponde al vedantico Isvara o Brahman saguna
(qualificato), al Brahman che contiene, appunto, tutte le determinazioni archetipali della
manifestazione. Dev'essere considerato come il Corpo causale, germinale,
precedentemente accennato, in quanto in Esso dimorano tutte le cause-categorie che si
svilupperanno come effetti-riflessi sul piano dell'intelligibile universale e
contemporaneamente sul piano del sensibile individuato.

L'Uno è l'Essere; i molti, nell'Unità, sono le cifre, le varie o molteplici modalità espressive
dell'Uno. Così, la nostra mente, si veda per esempio nel sogno, può proiettare indefiniti
dati, pur rimanendo un'unica mente. Questa è la sfera ontologica dell'Essere, la sfera in cui
nascono e ritornano tutte le cose.

Il mondo delle Idee è un mondo di enti impersonali. Anche la suprema Idea, ossia il Bene della
Politeia (o l'Uno delle dottrine non scritte), è θειον e non θεος (un Divino impersonale e non un
Dio persona).

Come il seme di un fiore, per quanto unità, contiene in sé tutte le sue categorie
d'espressione: stelo, foglie, petali, corolla, ecc., così il Seme universale contiene in sé tutte
le sue possibili determinazioni o categorie espressive, che si palesano sul piano del
manifesto nei molteplici enti di ogni ordine e grado. E come i vari componenti del fiore
non possono determinare dualità assoluta perché, appunto, poggiano sull'unica realtà e
sul sottofondo comune di essere, né possono determinare confusione, così le molteplici
Idee, per quanto diverse l'una dall'altra, poggiano sul loro fondamento comune che è
l'Essere uno. Possiamo ancora dire che la molteplicità rappresenta l'indefinita modalità
vitale dell'Uno-Tutto.

Questo Seme, fondamento ontologico, è portato in manifestazione o in espressione


dall'Intelligenza ordinatrice demiurgica, la quale plasma la sostanza-materia, cura,
pregenetica (la prakrti del Vedānta) producendo prototipi quanto più conformi a quel
Modello-seme; questi prototipi sono proiezioni, copie, riflessi di luci-ombre che appaiono
e scompaiono.

A mano a mano che si scende di piano o di livello espressivo vitale, la perfezione dei
prototipi diminuisce perché la cura-materia diventa sempre più pesante, densa, opaca,
meno responsiva e plastica all'Idea-archetipo. A mano a mano che dal semplice si scende
al composto la manipolazione della sostanza diventa sempre più difficile, presentando
 
77 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

così dei precisi limiti di risposta e di perfettibilità, L'Intelligenza, personificata dal


Demiurgo, in quanto Anima universale, è un prodotto del mondo ideale intelligibile, per
cui ha di fronte a sé tre dati:

• Il mondo intelligibile.

• La χωρα-materia, o sostanza informe.


• L'azione contemplativa.

In termini vedantici Essa risponde a Brahma, al creatore, che, sospinto dall'energia di Siva,
porta in manifestazione o in espressione oggettiva il Seme ishvarico. Brahma, in quanto
creatore o meglio, plasmatore-ordinatore universale, è spesso assimilato a Hiranyagarbha,
l'Uovo d'oro da cui emerge la totalità degli esistenti. A sua volta, l'Anima umana è un
raggio, una scintilla dell'Anima universale e anch'essa, come quest'ultima, ha di fronte a sé
tre dati (più un quarto, quando riesce a percepirlo e contemplarlo):

• Il mondo intelligibile universale, che per lei rappresenta il Modello ideale, quando
riesce a captarlo (da qui i vari gradi d'iniziazione).

• La sua χωρα -sostanza (porzione individuata di quella universale) su cui deve


esercitare la sua azione ordinatrice.

• La contemplazione dell'Idea.

In termini Vedānta, l'Anima microcosmica risponde all'atma che dimora sul piano della
buddhi, vale a dire sul piano dell'Intelligenza universale, o intelletto puro (sattvico), e da lì
si riflette nel sensibile-concreto.

Per facilitare il compito a quanti possono non aver dimestichezza con la filosofia di
Platone e di Śamkara, esponiamo anche questo quadro di sintesi.

E, per questo, anche Platone insegna i suoi tre gradi: Tutto, egli dice (e vuole riferirsi a ciò che è
primo), è intorno al Re del Tutto e il secondo è intorno al Secondo e il terzo intorno al Terzo. Ma
egli afferma ancora che la causa ha un Padre, quella causa che, lo dice lui stesso, è lo Spirito;
creatore, infatti, per lui è lo Spirito; Costui, egli dice, crea l'Anima in quella sua coppa. E al padre
della causa, che è poi lo Spirito, egli dà nome: il Bene e Ciò che sta al di là dello Spirito e al di là
dell'Essere, e in molti luoghi chiama l'Essere e lo Spirito, Idea.

Ond'è che Platone è consapevole che dal Bene deriva lo Spirito (Idea) e dallo Spirito l'Anima; ed
ecco che questi nostri ragionari non sono una novità, né datano da oggi, ma sono stati fatti da gran
tempo sia pure non esplicitamente e i nostri ragionamenti attuali si presentano solo come
interpretazioni di quegli antichi contesti che ci garantiscono che queste dottrine sono antiche,
proprio attraverso gli scritti di lui, di Platone. Così, anche Parmenide toccò, prima di Platone, la
dottrina enunciata, in quanto fece convergere nell'identità Essere e Spirito e pose l'Essere non già

 
78 
Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

nelle cose sensibili: poiché è la stessa cosa pensare ed essere, egli dice; e poi continua dicendo che
l'Essere è immobile per quanto gli aggiunga il pensare ed elimini da lui ogni movimento, a che esso
perseveri identico, e ricorre all'immagine di una massa sferica, poiché esso abbraccia tutte le cose
strette insieme e poiché il suo pensiero non è al di fuori ma all'interno di esso.

Usando però nei suoi scritti il termine Uno, offre il fianco alla critica, poiché questo suo Uno si
trova a essere, in definitiva, molte cose; invece il Parmenide platonico parla con maggiore esattezza
critica, distinguendo tra loro l'Uno primordiale, quello che è più propriamente Uno, il secondo,
ch'egli chiama Uno-molti e il terzo che è Uno e molte cose. Così, proprio nel nostro senso, consente
anche lui con la dottrina delle tre nature.

Il messaggio di Platone rivolto all'uomo del piano del sensibile riteniamo che sia il più alto
e fecondo che mente umana abbia potuto concepire.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Per comprenderlo bene, occorre, considerare, prima di tutto, le basi su cui Egli cerca di
erigere la mistica della Liberazione dell'individuo conflittuale. Per Lui questo evento
rappresenta un imperativo categorico.

Il fattore primo su cui Platone postula la visione realizzativa poggia sul fatto che l'uomo è
caduto nell'oblio della sua vera origine. L'uomo è una Divinità dimentica di sé; è un
Dèmone tramortito e schiavo del mondo fenomenico, o del sensibile, perché ha
dimenticato ciò che realmente è. Egli, nella sua totalità, non è solo corpo, soma, non è solo
mente, non è solo Anima, è anche un'Idea, un Essere; anzi, è l'Essere perché l'Essere è uno.

Quanto abbiamo esposto è perfettamente identico alla visione Vedānta, al Tu sei Quello
(Tat tvam asi) upanisadico, e a tutte le Dottrine iniziatiche orientali e occidentali.

Il primo obiettivo dev'essere, quindi, quello di ricordare la propria origine in modo da


riprendere la propria Dignità.

Se motivo del vivere è ricordare, ciò implica che l'ente ha in sé la soluzione del problema
vitale. La conoscenza, la vera Conoscenza, non è quella che riguarda gli oggetti sensibili,
che sono solo mutevoli ombre proiettate sul grande telo della cura, ma è quella che opera
per via diretta nel mondo noetico delle pure Idee. La Conoscenza non è un apprendere o
acquisire qualcosa che non si ha, non è un appropriarsi della verità, ma è svelamento, è
mezzo capace di portare dalla virtualità all'attualità la Verità. Conoscere è vedere, e vedere
è conoscere, ma conoscere-vedere significa risvegliarsi a ciò che realmente si è.

L'anamnesis platonica è lo svegliarsi alla realtà dell'intelligibile, il che implica un


rivolgimento, una conversione completa della propria coscienza.

La metanoia-periagoghè rappresenta un profondo ripensamento, cambiamento nel modo


di sentire e giudicare le cose, e la filosofia di Platone conduce inevitabilmente a un tale
stato di essere.

Or dunque, ripresi, se tutto ciò è vero, dobbiamo concludere quanto segue: che l'educazione non è
tale quale certuni pretendono che sia. Questi, credo, affermano che, quand'anche in un'anima non
ci sia la conoscenza, essi possono mettervela, come si metterebbe la vista in occhi ciechi.

Difatti lo affermano, disse.

Mentre invece, diss'io, il nostro ragionamento ci indica che nell'anima di ognuno di noi c'è la
facoltà di apprendere e l'organo mediante il quale ciascuno apprende; e come un occhio non ha la
capacità di volgersi dall'oscurità alla luce, se non con tutto il corpo, così quest'organo dell'anima
dev'essere stornato con tutta l'anima da ciò che è divenire, fino a che non si renda capace di
contemplare l'Essere e contemplarlo nella sua parte luminosa che è, come affermiamo noi, il Bene. O
non ti pare?

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Ma si.

L'educazione, dunque, diss'io, è l'arte di produrre questo rivolgimento, e produrlo nel modo più
facile e più proficuo, non quella di immettere nell'uomo la facoltà visiva, ma di procurare a chi già
possiede la vista, ma è volto male e non guarda dove dovrebbe, la possibilità di questa conversione.

Il conoscere del sensibile non è altro che opinione (δοξα) perché non dà una certezza
assoluta; nel sensibile le cose-eventi sono in continuo mutamento e alterazione per cui non
possono offrire conoscenza stabile e valida per tutti e per sempre. Questa Conoscenza non
è, dunque, l'effetto dell'incontro con le cose sensibili, perché queste non possono offrire se
non il dubbio e il probabile. La Conoscenza non proviene dal di fuori dell'essere ma dal di
dentro, da una partecipazione dell'Anima al νους.

D'altra parte, anche l'accumulo di nozioni eruditive sui fenomeni cangianti del sensibile
lascia l'individuo quello che è, non contribuisce in nulla alla rimozione dell'ignoranza
metafisica (avidya per il Vedānta). Per quanto si possa capire il meccanismo operativo del
fenomenico (maya-avidya per il Vedānta), per quanto si possano inventare mezzi materiali
da offrire all'io irrequieto e insoddisfatto, tuttavia quest'io rimarrà pur sempre
insoddisfatto.

Il conoscere sensoriale, nelle sue svariate modalità espressive, non porta compiutezza, non
porta serenità, non porta autentica Conoscenza, la quale è causa di pienezza-beatitudine.

La conoscenza empirica, o sensoriale, potrà portare le consolazioni del tecnicismo, del


consumismo, dello stordimento oggettuale, ma non potrà portare la stabile pax profunda.

Anche se portassimo questa nostra intuizione sensibile al più alto grado della chiarezza, non ci
accosteremmo perciò di più alla natura degli oggetti in sé.

Giacché in ogni caso noi non potremmo conoscere compiutamente se non il nostro modo di
intuizione, cioè la nostra sensibilità, e questa sempre nelle condizioni originariamente inerenti al
soggetto di spazio e tempo; ma che cosa possono essere gli oggetti in sé stessi, per illuminata che sia
la conoscenza dei loro fenomeni, che soltanto ce n'è data, non ci sarebbe mai noto.

Una conoscenza che non trovi il fondamento nell'intimo dell'essere stesso è una
conoscenza alienata e Platone, avendo visto e compreso, per farci ritrovare non si rivolge
all'opinione infruttuosa, ma alla Conoscenza Noetica, fonte di svelamento dell'Essere o del
ciò che si è.

Kant sferrò un duro attacco al mondo dell'opinione, concludendo che tutto ciò che
possiamo conoscere non è altro che rappresentazione empirica che trova fondamento
nell'esperienza sensoriale; noi possiamo conoscere semplici modificazioni o fondamenti della
nostra intuizione sensibile: ma l'oggetto trascendentale ci resta ignoto.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Per conoscere quest'ultimo, ci occorre un tipo di conoscenza che non scaturisce dal
rapporto esperienziale, ma da un'intuizione pura che è a priori. Platone dice che
nell'Anima esistono facoltà e strumento conoscitivi atti a comprendere-conoscere l'in sé.

L'ente non è scisso dal contesto universale intelligibile (Platone, come abbiamo visto, non
ha postulato una dualità assoluta e irriducibile), è solo dimentico per la sua capacità e
libertà di assimilazione con il mondo del sensibile.

L'identificazione con la sfera delle ombre (mito della caverna) conduce a disconoscere ed
escludere la realtà noetica: l'Idea; quindi il Sommo Bene, o l'Uno metafisico.

Il secondo fattore su cui poggia la soluzione del conflitto umano deriva dal fatto che se
l'uomo vuole un mondo migliore, se vuole plasmare eventi favorevoli, deve anche saper
contemplare il mondo archetipale in modo da rendere il sensibile quanto più conforme
all'intelligibile, per cui ha un'immensa responsabilità sul piano esistenziale in cui vive. Se
su tale piano le cose non procedono come dovrebbero è perché l'individuo non sa costruire
secondo le leggi dell'Armonia ideale (ricordiamo che sul frontespizio dell'Accademia di
Platone v'era scritto: Se non si è Geometri non si può entrare, e la sua è una Geometria ideale).

L'uomo è un secondo Demiurgo il cui compito è di portare l'Intelligibile nel sensibile e il


sensibile nell'intelligibile. Questo mondo è in rovina perché l'uomo lo vuole tale, ma
potrebbe essere diverso se egli si volgesse con umiltà a scoprire prima di tutto il suo
Ordinatore interno e poi a contemplare ciò che è perfetto a certi livelli di essere. La sua
metallizzazione ha prodotto una scissura tale da formare una dualità. L'essere umano
dovrebbe operare secondo il suo archetipo più immediato: il Demiurgo o Intelligenza
universale.

Egli è, in fondo, un prototipo dell'universale intelligibile, è un microcosmo creato sul


modello divino; ciò che l'Intelligenza universale compie a livello sovrasensibile, l'uomo
quale Intelligenza particolarizzata, ripetendo con le debite proporzioni l'azione
demiurgica, deve creare a livello del sensibile.

Come l'architetto deve prima intuire il modello da costruire, poi stendere la geometria
architettonica nella sua sintesi unitaria, e infine plasmare la materia conformemente al
modello progettato, così l'architetto-uomo deve prima contemplare-intuire il Modello
ideale universale, poi stendere la sua geometria operativa conforme alle leggi
dell'Armonia, infine plasmare i corpi, i composti il più possibile aderenti a quel Modello
contemplato (si veda la Politeia).

Egli non dovrebbe fare altro che contemplare i modelli, i paradigmi e materializzarli sul
piano del sensibile si che questo diventi un mondo di Accordi, di Armonia, di Ritmi.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Il messaggio di Platone è dunque duplice: realizzazione o rimembranza (anamnesis) di ciò


che realmente si è, e, conseguentemente, costruzione del mondo sensibile in cui si vive sul
Modello ideale principiale.

Se si vuole un mondo migliore, per Platone non v'è altra alternativa che quella prospettata
sopra; Ogni altra strada è destinata necessariamente a fallire, o può rappresentare semplice
demagogia.

Sarebbe opportuno notare come Platone assegni all'uomo un preciso compito etico:
costruire in sé e nella società l'Ordine, l'Armonia, la Misura, il Bello. Questi termini hanno
una precisa connotazione nell'Insegnamento platonico e occorre tenerlo presente.

Platone non demanda ad altri (Dio, Messia, dei, ecc.) né rinvia ad altro tempo-spazio la
responsabilità della nostra realizzazione e del nostro sviluppo sociale. Egli ci mette di
fronte la possibilità di trovare la Verità ultima e i mezzi per realizzarla.

Come conclusione possiamo dire che l'Insegnamento di Platone si dirige verso questi
obiettivi: a) verso il mondo dell'Insieme-Tutto metafisico (Sfera del sovraintelligibile); b)
verso il mondo dei noumeni o degli archetipi (Sfera dell'intelligibile); c) verso l'individuo
microcosmico, per la sua conoscenza, il suo sviluppo armonico e la sua felicità; d) verso la
società, in quanto comunità organizzata, per la sua giusta convivenza e la sua giusta
legislazione e amministrazione.

Il primo è frutto di una Realizzazione d'identità.

Il secondo è frutto di pura contemplazione noetica.

Il terzo obiettivo lo si raggiunge con un'opera di rettificazione della coscienza e del


complesso psicologico individuato (Anima irascibile e concupiscibile): ciò è opera di
ascesi, di risveglio alla propria essenziale natura, di conoscenza di ciò che realmente si è.

Quindi, quella di Platone rappresenta una Filosofia di alta etica realizzativa che culmina
nell'identità col Bene supremo. Ciò implica, altresì, e dovremo sempre ribadirlo a scanso di
equivoci, che il filosofare di Platone non costituisce una semplice abilità concettuale fine a
se stessa, ma mira alla trasformazione dell'uomo e della società.

Il quarto obiettivo lo si raggiunge mediante la costruzione di uno Stato che non sia frutto
di maneggiamenti settari o assolutistici, ma modello dell'Ordine universale. E per
l'attuazione di ciò Platone non si pone nell'astratto e nel teoretico, ma formula tutta una
legislazione (si leggano, per esempio, la Politeia e le Leggi) capace di modellare lo Stato, e
quindi la società, sul paradigma dell'Idea. I principi di questa legislazione, ovviamente con
opportuni adattamenti di ordine pratico, hanno validità anche nella società odierna.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Ma c'è di più: Platone esige che il Filosofo realizzato non si astragga dalla società in cui
vive, per quanto possa anche farlo seguendo le proprie attitudini, ma ne diventi il
Legislatore e l'Ordinatore. Ciò implica anche che il suo Insegnamento assomma, parlando
in termini Vedānta, diversi tipi di marga (via-sentiero): dal Jnana (conoscenza-gnosi), al
Bhakti (Eros-amore), al Karma (giusto agire); e noi costatiamo infatti che alcuni filosofi
neoplatonici si soffermano essenzialmente su l'uno o l'altro aspetto della Dottrina. Plotino,
uno dei maggiori filosofi neoplatonici, considerò, per esempio, soprattutto l'aspetto
conoscenza-gnosi. Il Platonismo perciò si dirige, parlando sempre in termini Vedānta, al
brahmana-sacerdote e allo ksatriya-legislatore.

Così, la filosofia di Platone, essendo una straordinaria e profonda codificazione dell'unico


Insegnamento tradizionale, è eminentemente operativa, vale a dire costruttiva; e se Egli
pone la Realtà di là dal contingente e dall'effimero, lo fa non per seguire il suo particolare
punto di vista, ma per offrire all'individuo narcotizzato dal movimento delle ombre questa
evidenza che non può essere contraddetta: nel fenomenico-relativo non esistono costanti.

E il paradosso è questo: molti sistemi filosofici e scientifici positivisti, materialisti,


razionalisti, ecc., pur professandosi realisti e certi di aver scoperto l'uomo e la realtà come
espressioni della materialità transitoria ed evanescente, a una mente critica e attenta
risultano invece nichilisti, riduttivi e solipsisti.

Il razionalismo che nega ogni principio di ordine superiore e si appella alla sola ragione
razionale, si isola dalla pura intellettualità (νους), cadendo nel dominio esclusivo
dell'individualità corporea. Operata così questa scissura, diventa naturale tendere sempre
più verso il sensibile materiale fino a considerare l'uomo, e la Realtà stessa, un semplice
fenomeno, un accidente molecolare il cui unico destino è quello di perdersi nel nulla.

Sotto questa prospettiva, l'ente empirico, credendosi assoluto sulla scena universale, si
sente in diritto di manipolare la sostanza e distruggere le forme, di portare la tecnica
manipolatrice nell'ordine della realtà senza alcuna direzione etica e senza comprendere
che ciò comporta una profonda metallizzazione del vivere quotidiano. Questo implica
inevitabilmente un accentuato allontanamento dalla realtà sovrasensibile in cui potremmo
riconoscerci gocce dello stesso oceano, rispettando tutte le forme che servono, una volta
decaduti, come trampolino di lancio per il ritorno alla condizione primigenia.

Platone, come Śamkara, non propone l'azione disordinata nei riguardi del sensibile, non
indica, il fare o, meglio, lo strafare tipico dell'ente irrazionale e manchevole, ma sviluppa
una filosofia del come essere realmente.

Qualunque agire non sorretto dalla pura intellettualità noetica, non sottoposto all'Idea
quale principio ontologico o, ancora, il semplice sensibile sensoriale non sottoposto al
principio universale non piò non portarsi verso la propria distruzione.

 
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Raphael  INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DI PLATONE 

Si può dire che vi sono filosofie del divenire e filosofie dell'Essere; Platone, ponendosi di là
dalla parzialità dogmatica, propone una filosofia dell'Intero, della Totalità, quella filosofia
che propone lo stesso Śamkara con il Vedānta Advaita.

Che l'Insegnamento platonico sia allo stesso tempo una filosofia e una mistica realizzativa
non v'è dubbio, ma proprio perché presenta codesti caratteri richiede una speciale
predisposizione intellettiva, soprattutto nell'epoca presente, epoca imbevuta di
positivismo materialista, relativistico e fenomenico, epperò estremamente riduttivo e
incapace di spiegare la totalità dell'essere e indicare una dimensione universale all'uomo
in conflitto.

Per quanto siano passati ben duemila e quattrocento anni, l'Insegnamento di Platone,
come quello più antico dei Veda, sussiste ancora e sussisterà perché appartiene, di là dalle
indefinite interpretazioni culturaliste ed eruditive, a quella Philosophia perennis che
prescinde dal tempo e dallo spazio.

Possiamo finire queste brevi note su Platone con la preghiera del Filosofo:

Fedro: ...Ma andiamo, anche il caldo è diminuito.

Socrate: Eh si, ma non conviene rivolgere una preghiera agli Dei prima d'incamminarci?

Fedro: E come no?

Socrate: O caro Pan e voi tutti altri Dei che dimorate in questo luogo, concedetemi la Bellezza
interiore, e quanto è all'esterno sia in accordo con quanto è all'interno, ch'io possa ritenere ricco il
sapiente e che possa avere quel tanto di oro che solo un temperante può prendersi e portare seco.

C'è altro da chiedere Fedro? Per me la preghiera è conforme a giusta misura.

Fedro: Mi unisco con te in tale preghiera giacché tra amici tutto è comune.

Socrate: Andiamo.

FINE.

 
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