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LA

GUARDIA BIANCA.

Einaudi, 1967 Torino.


Titolo originale "Belaja gvardija". Traduzione di Ettore Lo Gatto.
"A Ljubov' Evgen'evna Belozerskaja".
LA GUARDIA BIANCA
"Cominciò a cadere una neve minuta e ad un tratto si mutò in grandi fiocchi. Il
vento ululò; cominciò la tempesta di neve. In un attimo il cielo buio si confuse
col mare di neve. Tutto scomparve.
- Ah, Signore, - esclamò il cocchiere: - sventura: la tempesta di neve!"
PUSKIN, "La figlia del capitano".
"Ed i morti furono giudicati dalle cose scritte ne' libri, secondo l'opere loro..."
PARTE PRIMA
1.

Fu grande e terribile l'anno 1918 dalla nascita di Cristo, il secondo dall'inizio della rivoluzione. Fu
ricco di sole l'estate e di neve l'inverno e particolarmente alte nel cielo stettero due stelle: la stella dei
pastori, la Venere serotina, e il rosso, tremulo Marte.
Ma i giorni volano come frecce sia negli anni di pace sia negli anni di sangue, e i giovani Turbin non
si erano accorti come nel forte gelo era giunto il bianco velloso dicembre. Oh! nostro Babbo Natale sotto
l'albero, scintillante di neve e di felicità! Mamma, regina luminosa, dove sei tu?
Un anno dopo che la figlia Elena si era sposata col capitano Sergej Ivanovic Tal'berg, proprio la
settimana in cui il figlio maggiore Aleksej Vasil'evic Turbin, dopo le dure campagne, il servizio e ogni
sorta di disgrazie, era ritornato in Ucraina, in città, nel nido paterno, la bara bianca col corpo della madre
era stata portata, per l'Alekseevskij spusk(1) a Podol nella piccola chiesa di Nicola il Buono, che si trova
a Vzvoz.
Quando fu cantata la messa funebre in suffragio della madre, era maggio, i ciliegi e le acace avevano
addirittura sbarrato le finestre ogivali. Padre Aleksandr, che incespicava spesso per la tristezza e
l'emozione, brillava e scintillava vicino alle fiammelle d'oro, e il diacono, col viso e il collo paonazzi,
d'oro battuto fino alle punte delle scarpe che scricchiolavano con le doppie suole, pronunciava con voce
cupa e tonante le parole d'addio alla mamma che lasciava i suoi figli.
Aleksej, Elena, Tal'berg e Anjuta, cresciuta in casa dei Turbin, e Nikolka, intontito dalla morte, con
un ciuffo di capelli pendenti sopra il sopracciglio destro, stavano ai piedi d'un San Nicola vecchio e
scuro. Gli occhi azzurri di Nikolka, messi ai lati di un lungo naso da uccello, guardavano smarriti,
abbattuti. Di quando in quando egli li levava sull'iconostasi(2), sull'arcata dell'altare annegata
nell'oscurità, dove si innalzava triste ed enigmatico il vecchio Dio, e batteva le palpebre. Perché una
simile offesa? Una simile ingiustizia? Perché era stato necessario portar loro via la madre, proprio
quando tutti s'erano riuniti, quando era arrivato un po' di sollievo?
Dio, che s'involava nel nero cielo screpolato, non dava risposta, e Nikolka non sapeva ancora che
qualunque cosa succeda, succede sempre così come deve e solo per il meglio.
Il servizio funebre finì, uscirono sulle lastre risonanti del portico e accompagnarono la madre
attraverso tutta l'enorme città al cimitero, dove, sotto una croce di marmo nero, giaceva da molto tempo il
padre. E la mamma fu seppellita. Ahimè...

Molti anni prima della morte, nella casa n. 13 all'Alekseevskij spusk, la stufa di maiolica olandese
nella sala da pranzo aveva riscaldato e veduto crescere la piccola Elena, il primogenito Aleksej e
l'ancora piccino piccino Nikolka.
Quante volte accanto alla stufa di maiolica rovente era stato letto "Il carpentiere di Saardam"(3)',
l'orologio aveva suonato la gavotta, e verso la fine di dicembre s'era fatto sentire l'odore della resina e le
candele di paraffina multicolore avevano bruciato sui rami verdi! In risposta all'orologio di bronzo con la
gavotta, che si trovava nella camera da letto della mamma ed ora di Elena, nella sala da pranzo aveva
suonato l'orologio nero con la suoneria a torre. L'aveva comprato il babbo molto tempo prima, quando le
donne portavano ancora quelle ridicole maniche a rigonfi vicino alle spalle. Queste maniche erano
sparite, il tempo era fuggito via come un baleno, era morto il padre professore, tutti erano cresciuti, ma
l'orologio era rimasto quello di prima e suonava con la suoneria a torre.
Vi erano ormai tanto abituati tutti, che se esso per un miracolo fosse scomparso dal muro, li avrebbe
presi la malinconia, come se si fosse spenta una voce cara; e nulla avrebbe potuto riempire il posto
vuoto. Ma l'orologio per fortuna era immortale ed immortale era anche "Il carpentiere di Saardam", e la
maiolica olandese, come una saggia roccia, era piena di vita e di calore proprio nel tempo più penoso.
Ecco, questa maiolica e il mobilio di vecchio velluto rosso e i letti con i pomi lucidi, i tappeti logori,
variopinti o di color lampone col falco in una mano dello zar Aleksej Michajlovic, con Luigi
Quattordicesimo sdraiato in dolce ozio sulla riva di un lago di seta in un giardino paradisiaco, i tappeti
turchi con le bizzarre spirali su uno sfondo orientale che apparivano al piccolo Nikolka nel delirio della
scarlattina, la lampada di bronzo col paralume, gli scaffali più belli del mondo coperti di libri che
mandavano un misterioso odore di cioccolata antica, con Natasa Rostova(4), con la "Figlia del capitano"
(5), le tazze dorate, l'argenteria, i ritratti, le tende, tutte le sette stanze polverose e piene, tra le cui mura

erano cresciuti i giovani Turbin, tutto questo, nell'epoca più penosa la madre aveva lasciato ai suoi figli
dicendo, mentre già rantolava e le forze venivano meno ed essa si aggrappava alla mano di Elena
piangente: - Vivete... d'accordo.

Ma come vivere? Come vivere dunque?
Aleksej Vasil'evic Turbin, il figlio maggiore, un giovane medico, ha ventotto anni. Elena ne ha
ventiquattro. Suo marito, il capitano Tal'berg, ne ha trentuno, e Nikolka, diciassette e mezzo. La loro vita
è stata stroncata all'alba. Già da un pezzo ha cominciato a infuriare il vento dal nord, infuria e non posa, e
quanto più si va avanti tanto peggio diventa. Il maggiore dei Turbin è ritornato nella città natale dopo il
primo colpo che ha scosso i monti là sopra il Dnepr. Si pensava che sarebbe presto finito e sarebbe
cominciata la vita di cui si parla nei libri dal profumo di cioccolata, ma essa non soltanto non comincia,
ma si fa intorno sempre più terribile. A nord la tempesta piange ed urla senza tregua, e qui sotto i piedi
rimbomba sordamente, brontola il ventre inquieto della terra. L'anno diciotto vola verso la fine e guarda
di giorno in giorno sempre più minaccioso e furioso.

Cadranno le mura, volerà via il falco allarmato dal guanto bianco, si spegnerà la fiamma nella
lampada di bronzo, la "Figlia del capitano" sarà bruciata nella stufa.
La madre ha detto ai figli:
- Vivete.
Ed essi dovranno soffrire e morire.
Un giorno, al crepuscolo, subito dopo i funerali della madre, Aleksej Turbin, venuto da padre
Aleksandr, gli disse:
- Sì, c'è una gran tristezza da noi, padre Aleksandr. E' difficile dimenticare la mamma, e per di più si
attraversa un momento così difficile... Io sono appena tornato; pensavo: adesso organizzeremo la nostra
vita ed ecco che...
Egli tacque e, seduto vicino al tavolo nella luce crepuscolare, rimase pensoso, guardando lontano. I
rami nel cortile della chiesa chiudevano tutta la casetta del prete. Come se lì subito, dopo il muro del
piccolo stretto studietto ricolmo di libri, cominciasse il bosco primaverile misterioso e intricato. Dalla
città veniva il solito frastuono della sera, nell'aria si sentiva l'odore dei lillà.
- Che vuoi farci, che vuoi farci? - borbottò come mortificato il prete. (Egli pareva sempre mortificato
quando doveva discorrere con qualcuno). - E' la volontà di Dio.
- Ma finirà, un giorno, tutto ciò? Sarà meglio più tardi? - domandò Turbin come rivolgendosi a un
assente.
Il prete si agitò nella poltrona.
- Sono tempi difficili, assai difficili, non c'è che dire, - borbottò egli, - ma non bisogna lasciarsi
abbattere...
Poi, all'improvviso, posò la sua mano bianca, liberandola dalla manica scura della tonaca, su una pila
di libri e aprì quello di sopra, là dove c'era un segnalibro ricamato.
- Non bisogna lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, - disse egli confuso, ma in un modo molto
persuasivo. - Lo scoraggiamento è un grande peccato... Tuttavia credo che ci saranno ancora delle prove
da superare. Sì, sì, delle grandi prove, - disse egli ancora più convinto. - Io, sapete, in questi ultimi
tempi, me la passo sempre leggendo i libri della mia specialità, si capisce, soprattutto di teologia...
Egli sollevò il libro, in modo che l'ultima luce dalla finestra cadesse sulla pagina e lesse:
"Poi il terzo angelo versò la sua coppa ne' fiumi, e nelle fonti dell'acque: e divennero sangue".
2.

E così era giunto il bianco, velloso dicembre. Si avvicinava già impetuosamente alla metà. Sulle rive
coperte di neve si sentiva già il riflesso di Natale. Sarebbe arrivata presto la fine del diciotto.
Sulla casa n. 13 a due piani, una costruzione sorprendente (verso la strada l'appartamento dei Turbin
era al secondo piano, ma verso il piccolo e comodo cortile in discesa era al primo), nel giardino, che era
come appiccicato sotto una ripidissima collina, tutti i rami degli alberi erano diventati come grosse
zampe e pendevano giù. La collina era come imbiancata, le piccole rimesse nella corte erano
completamente coperte e formavano come una gigantesca testa di zucchero. La casa si coprì del suo
berretto di generale bianco, e al piano inferiore (il primo verso la strada - verso il cortile, sotto la
veranda dei Turbin, era già sottosuolo) le finestre si illuminarono di lumicini deboli e giallognoli - erano
le finestre di Vasilij Ivanovic Lisovic, ingegnere e vigliacco, borghese e antipatico, mentre al piano
superiore si accesero gaiamente le finestre dei Turbin.
Al crepuscolo Aleksej e Nikolka andarono a prender la legna nella rimessa.
- Ohilà, diavolo, n'è rimasta poca, di legna. L'hanno portata via di nuovo oggi, guarda.
Dalla lampadina elettrica di Nikolka uscì un cono azzurro di luce, e in esso si vide che la rivestitura
di tavole era stata strappata dal muro e inchiodata alla meglio dal di fuori.
- Li piglierei volentieri a revolverate, quei diavoli! Lo giuro. Sai, questa notte li pigliamo in castagna.
Lo so, sono i calzolai del n. 11. Ma che mascalzoni! Ed hanno più legna di noi.
- Che vadano a... Andiamo. Prendi.
Il catenaccio arrugginito cantò, un grosso strato di neve cadde sui due fratelli che trascinavano la
legna per terra. Verso le nove della sera non era più possibile toccare le maioliche di Saardam.
La straordinaria stufa sulla sua superficie lucida portava le seguenti storiche iscrizioni e figure,
tracciate in vari momenti del diciotto dalla mano di Nikolka con inchiostro litografico e pieni di un
significato profondo.

"Se ti dicono che gli alleati corrono in nostro aiuto, non ci credere.
Gli alleati sono delle carogne."
Egli simpatizza per i bolscevichi."

Disegno: il muso di Momus.
Firma:

""L'ulano Leonid Jur'evic".
Voci terribili minacciose:
Avanzano le bande rosse!"

Disegno a colori a olio: una testa con baffi pendenti, con un colbacco con la coda azzurra.
Firma:

""Dagli a Petljura(6)!""

Di mano di Elena e dei teneri e vecchi amici d'infanzia dei Turbin - Myslaevskij, Karas', Servinskij -
con colori a olio, inchiostro di china, inchiostro e succo di ciliege, era scritto:

"Elena Vasil'evna ci vuol molto bene.
A chi - si, chi - no."

"Lenocka, ho preso il biglietto per l'"Aida".
Bell'étage n. 8, parte destra."

"Nel 1918 il 12 maggio mi sono innamorato."
Voi siete grasso e brutto."

"Dopo queste parole mi ucciderò."

(Era disegnata molto esattamente una browning).

"Viva la Russia,
Viva l'autocrazia"

"Giugno. Barcarola."

"Non per nulla tutta la Russia ricorda
Il giorno di Borodino."

Con lettera a stampatello, di mano di Nikolka:

"Io ordino di non scrivere cose fuori luogo sulla stufa, sotto pena di fucilazione di qualsiasi
compagno e con la privazione dei diritti.

"Il commissario del comitato rionale di Podol, sarto per signore, signori e dame, Abram Pruziner."
"1918, 30 gennaio".

Alitano calore le maioliche dipinte, l'orologio nero cammina, come trent'anni fa: dong-dang. Il più
grande dei Turbin, rasato, coi capelli chiari, invecchiato e tetro dopo il 25 ottobre 1917, indossa una
giubba con delle tasche enormi, calzoni azzurri di cavalleggero, ha delle morbide pantofole nuove ai
piedi e se ne sta nella sua posizione prediletta - seduto con i piedi sulla poltrona. Ai suoi piedi, su di uno
sgabellino, sta Nikolka che porta un ciuffo, e tiene le gambe allungate fin quasi alla credenza, - la sala da
pranzo è piccola. Egli porta stivali con le fibbie. La compagna di Nikolka, la chitarra, da dei suoni dolci
teneri e sordi; tren, tren... Un indistinto tren, tren... perché, per ora, vedete, non si sa ancora nulla di
preciso. Nella città c'è allarme, confusione, le cose vanno male...
Nikolka porta le spalline di sottufficiale con ricami bianchi, e sulla manica sinistra ha un gallone
triangolare a tre colori (prima legione di fanteria, terzo reparto. Si sta costituendo da quattro giorni, in
vista degli avvenimenti che si preannunziano).
Ma, nonostante tutti questi avvenimenti, nella sala da pranzo, in fondo, si sta magnificamente bene.
C'è caldo, è tutto così comodo, le tende chiare sono abbassate. E il calore riscalda i fratelli, dà un senso
di languore.
Il fratello maggiore butta il libro, si stiracchia.
- Via, suona un po'.
Tren, tren, tren,... tren, tren...

"Stivali eleganti, berretti sciccosi,
Passano gli allievi ufficiali del genio!"

Il fratello maggiore si mette a cantare sottovoce anche lui. Gli occhi sono cupi, ma in essi si accende
una fiammella, nelle vene - il calore. Ma piano, signori, piano, pianino.

"Buongiorno a voi, signori villeggianti
Buongiorno a voi, signore villeggianti..."

La chitarra va a tempo di marcia, dalle corde scorre la compagnia, gli allievi ingegneri marciano: un
due, un due... Gli occhi di Nikolka ricordano:
La scuola militare. Le scalcinate colonne del ginnasio, i cannoni. Gli allievi ufficiali si trascinano
sulla pancia da una finestra all'altra, sparano. Le mitragliatrici alle finestre.
Una massa di soldati ha assediato la scuola militare, sì, una vera massa. Che si può fare? Il generale
Bogorodickij si è spaventato e si è arreso, si è arreso con gli allievi ufficiali. Vergogna...

"Buongiorno a voi, signore villeggianti.
Buongiorno a voi, signori villeggianti,
E' da un pezzo che abbiamo cominciato."

Si annebbiano gli occhi di Nikolka.
Colonne d'afa sopra i dorati campi ucraini. Camminano nella polvere le compagnie degli allievi
ufficiali incipriate di polvere. C'è stato, sì, c'è stato tutto questo ed ora non c'è più. Vergogna. Assurdità!
Elena scostò la portiera e nello spazio nero apparve la sua testa dai capelli rossigni. Gettò
un'occhiata tenera ai fratelli e una molto inquieta all'orologio. E si capiva perché. Dov'è dunque Tal'berg?
La sorella è agitata.
Vorrebbe, per mascherarlo, cantare con i fratelli, ma si ferma d'un tratto e solleva un dito.
- Aspettate. Sentite?
La compagnia fermò il suo passo su tutte e sette le corde: alt! Tutti e tre ascoltarono e non ebbero
dubbio: era il rombo dei cannoni. Pesante, lontano e sordo. Ecco, ancora una volta: bum... Nikolka posò
la chitarra e si alzò in fretta; dietro di lui, ansimando, si alzò Aleksej.
Nel salotto è buio pesto. Nikolka urta contro una sedia. Dalle finestre si vede una vera "Notte della
vigilia di Natale"(7): neve e lumicini. Tremano e vacillano. Nikolka si accosta dappresso alla finestra.
Dagli occhi sono scomparsi l'afa e la scuola, gli occhi sono ora come tesi ad ascoltare. Dove? Egli si
stringe nelle sue spalle di sottufficiale.
- Il diavolo lo sa. Ho l'impressione che sparino sotto Svjatosino. Strano, non può essere così vicino.
Aleksej è nel buio, Elena più presso alla finestra, e si vede che i suoi occhi sono scuri per lo
spavento. Che significa che Tal'berg non è ancora venuto? Il fratello sente la sua emozione e perciò non
dice una parola, sebbene abbia una gran voglia di dire qualcosa. A Svjatosino. Non ci può essere dubbio.
Sparano a dodici verste dalla Città, non più lontano. Che roba è questa?
Nikolka appoggiò una mano alla maniglia della finestra e schiacciò l'altra sul vetro, come se lo
volesse sfondare e uscir fuori; anche il naso è schiacciato contro il vetro.
- Vorrei proprio andarci. Informarmi di che si tratta...
- Già, ci manchi solo tu là...
Elena parla agitata. E' una disgrazia. Il marito doveva ritornare al più tardi, sentite, al più tardi, oggi
alle tre del pomeriggio e sono già le dieci.
Ritornano in silenzio nella sala da pranzo. La chitarra tace, cupa. Nikolka porta dalla cucina il
samovar che canta e sputa sinistramente. Sul tavolo sono preparate le tazze con dei fiori delicati al di
fuori e dorate di dentro, delle tazze speciali che sembrano colonnette ornate. Ai tempi della madre, Anna
Vladimirovna, era questo il servizio da festa, adesso è diventato quello di tutti i giorni. La tovaglia,
nonostante i cannoni e tutta questa inquietudine, ansietà e assurdità, è bianca e inamidata. E' merito di
Elena, che non può diversamente, merito dell'Anjuta cresciuta in casa dei Turbin. I pavimenti sono lucidi,
e sebbene sia dicembre, sul tavolo, in un vaso opaco a colonna, sono le ortensie azzurre e due rose cupe e
calde, come a confermare la bellezza e la continuità della vita, benché alle porte della Città sia il perfido
nemico, che può perfino distruggere la bella nevosa città e calpestare coi tacchi gli ultimi frammenti di
quiete. I fiori sono un omaggio del fedele ammiratore di Elena, il tenente della guardia Leonid Jur'evic
Servinskij, amico della commessa della famosa confetteria Marquise, amico della commessa del grazioso
negozio di fiori La Flora di Nizza. All'ombra delle ortensie un piattino a rabeschi azzurri, qualche fetta di
salame, il burro nel vasetto di vetro trasparente, nel cestino dei biscotti un coltello a sega e degli sfilatini
di pane bianco. Si potrebbe fare un magnifico spuntino e prendere un po' di té. Se non ci fossero tutte
queste circostanze tetre... Ahimè!...
Un gallo di lana variopinta cavalca sulla teiera, e nel lucido fianco del samovar si riflettono i tre visi
alterati dei Turbin e le guance di Nikolka che sembrano quelle di Momus.
Negli occhi di Elena è l'angoscia, e le ciocche di capelli dal riflesso dorato di fuoco penzolano tristi.
Tal'berg è rimasto, si vede, in qualche posto col suo treno-tesoreria dell'etmano(8) ed ha rovinato la
serata. Il diavolo solo sa se non gli è capitata qualche disgrazia!... I fratelli masticano fiaccamente i
panini imbottiti. Davanti ad Elena è la tazza col té che si fredda e "Il signore di San Francisco" di Bunin.
Gli occhi annebbiati guardano senza vedere, le parole:

"... buio, oceano, tempesta."

Non legge, Elena.
Alla fine Nikolka non resiste più:
- Vorrei sapere perché sparano così vicino. Non può essere... Si interruppe e, a un suo movimento, si
deformò il riflesso nel samovar. Pausa. La sfera passa sopra il decimo minuto e, dong-dang, va verso le
dieci e un quarto.
- Sparano perché i tedeschi sono dei mascalzoni, - borbotta improvvisamente il fratello maggiore.
Elena alzò la testa verso l'orologio e domandò:
- Possibile, possibile che ci abbandonino al destino? - La sua voce era piena d'angoscia.
I fratelli, come seguendo un comando, voltano la testa e cominciano a mentire:
- Non si sa nulla, - dice Nikolka e stacca con i denti un boccone.
- L'ho detto così, hm... come ipotesi. Sono voci.
- No, non sono voci, - risponde ostinatamente Elena, - non è una voce, è la verità; oggi ho visto la
Sceglova e mi ha detto che da Borodjanka hanno richiamato due reggimenti tedeschi.
- Sciocchezze.
- Pensa un po' tu, - comincia il fratello maggiore, - ti pare verosimile che i tedeschi lascino
avvicinarsi alla città quel farabutto? Rifletti un po'! Io non riesco assolutamente a immaginarmi che essi
possano andare d'accordo con lui per un minuto soltanto. Una vera assurdità. I tedeschi e Petljura. Essi
stessi non lo chiamano altrimenti che bandito. E' ridicolo.
- Ah, che dici. Li conosco adesso i tedeschi, io. Ne ho già visti certi con i nastri rossi. E un sergente
ubriaco con una donna. E anche la donna era ubriaca.
- E che importa? Singoli casi di disgregazione possono succedere anche nell'esercito tedesco.
- E così, secondo voi Petljura non entrerà?
- Uhm... Secondo me la cosa non è possibile.
- "Absolument". Mi dai, per piacere, un'altra tazza di té? Non allarmarti. Conserva, come si dice, la
calma.
- Ma, Dio mio, dov'è Sergej? Sono convinta che il loro treno è stato assalito e...
- Che dici? Perché fantastichi senza ragione? Quella linea è completamente libera.
- Dio mio! Sai benissimo come ci si muove adesso. Certamente saranno rimasti fermi quattro ore in
ogni stazione.
- Viaggio di rivoluzione. Vai per un'ora e ti fermi per due.
Elena, con un sospiro profondo, guardò l'orologio, rimase un po' in silenzio, poi cominciò di nuovo a
parlare:
- Signore Iddio! Se i tedeschi non facessero questa vigliaccheria, andrebbe tutto benissimo. Bastano
due loro reggimenti per schiacciare il vostro Petljura come una mosca. No, lo vedo, i tedeschi fanno un
infame doppio giuoco. E perché non ci sono i tanto vantati alleati? Vigliacchi... Hanno promesso,
promesso...
Il samovar, che fino a quel momento aveva taciuto, cominciò a cantare improvvisamente e pezzetti di
carbone, velati di cenere grigia, cascarono sul vassoio. I fratelli guardarono istintivamente la stufa. La
risposta eccola. Prego:

"Gli alleati sono delle carogne."

La sfera si fermò sul quarto, l'orologio emise un suono rauco e grave e batté un colpo, e
immediatamente all'orologio rispose un suono squillante e sottile sotto il soffitto dell'anticamera.
- Grazie a Dio, ecco anche Sergej, - disse allegramente il fratello maggiore.
- E' Tal'berg, - confermò Nikolka e corse ad aprire. Elena si colorì, si alzò.

Ma non era Tal'berg. Si sentì del chiasso presso la porta e la voce sorpresa di Nikolka risuonò sorda
sulla scala. Una voce rispose. Alle voci seguì sulla scala il rumore pesante di stivali ferrati e di un calcio
di fucile. La porta che dava nell'anticamera lasciò passare una ventata di freddo, e davanti ad Aleksej ed
Elena si presentò un'alta figura dalle spalle quadrate avvolta in un pastrano che scendeva fino ai calcagni,
con le spalline grigioverdi e le tre stellette di tenente disegnate con una matita copiativa. Il cappuccio era
coperto di neve gelata, e il pesante fucile con la baionetta brunita occupò tutta l'anticamera.
- Salve, - cantò la figura con una voce rauca di tenore, e con le dita intirizzite cercò di togliersi il
cappuccio.
- Vitja!
Nikolka aiutò la figura a sciogliere i lacci, il cappuccio scivolò, dietro al cappuccio il tondello del
berretto di ufficiale con una coccarda diventata ormai scura e sopra le enormi spalle emerse la testa del
tenente Viktor Viktorovic Myslaevskij. Era una testa assai bella, dalla strana malinconica ed attraente
bellezza di una autentica razza antica e di un che di decadente. La bellezza era negli occhi arditi di
diverso colore, nelle lunghe ciglia. Il naso con una lieve gobba, le labbra orgogliose, la fronte bianca e
pura, senza segni particolari. Ma un angolo della bocca scende malinconicamente e il mento è tagliato un
po' di sbieco, come se nello scultore, che aveva modellato il nobile viso, fosse nata la folle fantasia di
portar via una striscia di argilla, lasciando al viso virile un piccolo e irregolare mento femmineo.
- Di dove vieni?
- Di dove?
- Piano, - rispose debolmente Myslaevskij, - non rompere. C'è una bottiglia di vodka.
Nikolka appese con precauzione il pesante pastrano, dalla cui tasca sporgeva il collo di una bottiglia
avvolta in un pezzo di giornale. Poi appese il pesante fucile dal fodero di legno, facendo barcollare
l'attaccapanni ornato di corna di cervo. Soltanto allora Myslaevskij si voltò verso Elena, le baciò la
mano e disse :
- Vengo da Krasnyj Traktir(9). Permettimi, Lena, di pernottare qui da voi. Non arriverei fino a casa.
- Ah, Dio mio, ma si capisce.
All'improvviso Myslaevskij gemette, tentò di soffiarsi sulle dita, ma le labbra non gli obbedivano. Le
sopracciglia bianche e il nero dei corti baffi coperti di brina cominciarono a squagliarsi, e tutto il viso si
inumidì. Il maggiore dei Turbin gli sbottonò la giubba, seguì la cucitura, e tirò fuori la camicia sporca.
- Ecco, sicuro... E' pieno. Formicolano.
- Ho capito -. Elena spaventata si diede da fare, dimenticando per un momento Tal'berg. - Nikolka, là
in cucina c'è della legna. Corri, accendi la stufetta. Ah, che peccato, che ho lasciato andare Anjuta.
Aleksej, levagli la giacca, presto.
Myslaevskij, dando libero sfogo ai lamenti cadde su una sedia vicino alla stufa di maiolica. Elena
correva da tutte le parti e le sue chiavi tintinnavano. Turbin e Nikolka, in ginocchio, sfilavano dai piedi di
Myslaevskij gli stretti ed eleganti stivali legati ai polpacci da fibbie.
- Adagio... Oh, adagio.
Le strisce di tela, ripugnanti, coperte di macchie, si svolsero. Sotto di esse si vedevano dei calzini di
seta viola. Nikolka mise subito la giacca sulla fredda veranda per far crepare i pidocchi. Myslaevskij in
una sudicissima camicia di batista, su cui si incrociavano le bretelle nere, e in pantaloni blu con tiranti,
apparve sottile e nero, malato e misero. Le palme delle mani livide pel freddo si misero a battere la
maiolica cercando il calore.

"Voci... minaccia...
Veri... band...
Mi sono innamorato... Maggio..."

- Ma che vigliacchi! - esclamò Turbin. - Non potevano darvi stivali di feltro e giacche di pelliccia?
- Di... feltro... - gli fece il verso piangendo Myslaevskij, - di fel...
Un dolore insopportabile a causa del caldo gli tagliò le mani e i piedi. Sentito che i passi di Elena si
erano smorzati in cucina, Myslaevskij furioso e lacrimante esclamò:
- Un casino!
Cadde in terra rantolando e contorcendosi, e, indicando con le dita i calzini, gemette:
- Levateli, levateli, levateli...
Si sentì l'odore ripugnante dell'alcool denaturato, mentre nel bacile si squagliava una montagna di
neve; con un solo bicchierino di vodka il tenente Myslaevskij s'ubriacò in un attimo fino a farsi diventar
torbida la vista.
- Si dovrà amputare davvero? Dio mio... - egli si dondolò amaramente nella poltrona.
- Ma che dici, aspetta. Non è nulla... Ti s'è gelato il pollice. Passerà. Passerà anche questa.
Nikolka si accoccolò e cominciò ad infilare ai piedi di Myslaevskij dei calzini neri, puliti, mentre
quegli ficcava le braccia indurite come pezzi di legno nelle maniche di un accappatoio. Sulle guance si
accesero delle macchie scarlatte. Rattrappito nella biancheria pulita e nell'accappatoio, si placò e si
rianimò alla fine l'intirizzito tenente Myslaevskij. Delle bestemmie terribili cominciarono a saltare per la
camera, come la grandine sul davanzale di una finestra. Torcendo gli occhi, egli ingiuriava con parole
oscene lo Stato Maggiore che viaggiava in vagoni di prima classe, un certo colonnello Sciotkin, il freddo,
Petljura, e i tedeschi, e la tempesta di neve, e finì con l'insultare con le più volgari parole da trivio
l'etmano stesso di tutta l'Ucraina.
Aleksej e Nikolka guardavano il tenente che, riscaldandosi, batteva i denti ed esclamava di quando in
quando: "Ohi... ohi".
- L'etmano, ah? figlio di p...! - ruggiva Myslaevskij. - Cavaliere della guardia? Nel Palazzo? Eh? E
noi ci hanno mandato così come eravamo vestiti. Eh? ventiquattr'ore sulla neve, al freddo... Signore!
Pensavo: "Ci resteremo tutti"... Porca...! Ogni cento "sazen'"(10) un ufficiale - questo si chiama una catena
di sbarramento? Per poco non ci hanno sgozzati come tante galline.
- Aspetta, - diceva Turbin stordito dalle ingiurie, - ma chi c'è là vicino a Traktir?
- Accidenti! - Myslaevskij fece un gesto con la mano, - non si capisce niente! Sai quanti eravamo
vicino a Traktir? Qua-ran-ta uomini. Arriva quel figuro del colonnello Sciotkin e dice, - (qui Myslaevskij
contrasse il viso, sforzandosi di imitare l'odioso colonnello Sciotkin e cominciò a parlare con una
sgradevole voce sottile e sibilante): - "Signori ufficiali, tutta la speranza della Città è riposta in voi.
Giustificate la fiducia della pericolante madre delle città russe; nel caso che il nemico compaia - passate
all'assalto. Dio è con noi! Dopo sei ore vi darò il cambio. Ma vi prego di risparmiare le munizioni...", -
Myslaevskij tornò a parlare con la voce naturale, - e si dileguò sulla macchina col suo aiutante. Era buio
come nel c...! Gelo. Come se ti pungessero degli aghi
- Ma chi c'è dunque lì, Signore Iddio? Non può mica esserci Petljura vicino a Traktir.
- Chi diavolo lo sa? Ti assicuro che verso il mattino per poco non siamo impazziti. Occupato il posto
a mezzanotte, aspettiamo il cambio... Non ci sentiamo più né le braccia, né le gambe. Il cambio non viene.
Accendere i bracieri è impossibile, il villaggio è distante due verste, Traktir una versta. Di notte pare che
il campo si muova. Sembra che qualcuno avanzi strisciando... Cos'è? Alzi il fucile, pensi, sparare o non
sparare? Un supplizio. Ululavamo come lupi. Dai la voce, da qualche parte nella catena si risponde.
Finalmente, mi seppellii nella neve, mi scavai una tomba col fucile, mi sedetti, sforzandomi di non
addormentarmi: se ti addormenti, sei fregato. Verso il mattino non ho potuto resistere, sento che comincio
a sonnecchiare. Sai cosa mi ha salvato? Le mitragliatrici. All'alba sento che a una distanza di tre verste
cominciano a sparare. Ma di alzarsi manca la voglia. Poi cominciò a tuonare il cannone. Mi alzai, mi
pareva che ogni gamba pesasse un "pud"(11) e pensai: "Complimenti, Petljura si è degnato". Serriamo un
po' la fila, ci diamo la voce. Decidemmo di far così: in caso di bisogno, ci raggrupperemo e ci
difenderemo con i fucili, retrocedendo verso la città. Ci ammazzeranno tutti, pazienza. Almeno creperemo
tutti insieme. E, figurati, la sparatoria cessò. La mattina cominciammo a tre a tre a correre verso Traktir
per scaldarci. Sai quando è venuto il cambio? Oggi alle due del pomeriggio. Duecento allievi del primo
reparto. E figurati, magnificamente equipaggiati: berrettoni di pelo, stivali di feltro e un comando di
mitragliatrici. Li condusse il colonnello Naj-Turs.
- Ah!... il nostro, il nostro! - esclamò Nikolka.
- Aspetta, non è un ussaro del reggimento Belgradskij ? - domandò Turbin.
- Sì, sì, è un ussaro... Capisci, ci guardarono e rimasero terrificati: "Credevamo", ci dicono, "che ci
fossero qui almeno un paio di compagnie con mitragliatrici. Come avete fatto a resistere?"
- Quelle mitragliatrici sparavano alla Serebrjanka, dove verso la mattina ci fu l'attacco di una banda
di un migliaio circa di uomini. Per fortuna non sapevano che anche lì la catena era come la nostra,
altrimenti, ti puoi immaginare, fin dalla mattina tutta questa marmaglia avrebbe potuto fare una visita in
Città. Per fortuna quegli altri avevano un certo collegamento con Post-Volynskij, lo fecero sapere e di là
da non so quale batteria si rovesciò loro addosso una pioggia di shrapnel e il loro ardore si spense; così,
capisci, non portarono a termine l'attacco e si dispersero. Dio sa dove.
- Ma chi erano? Petljura? Non può essere.
- E chi diavolo li conosce. Io credo che fossero dei contadini del posto - dei "portatori di Dio"(12)
alla Dostoevskij... mah!... Figli di p...!
- Signore! Dio mio!
- E così, - continuò a dire con voce roca Myslaevskij, succhiando la sigaretta, - ci hanno dato il
cambio, grazie a Dio! Ci contiamo, siamo trentotto. Congratulazioni: due morti di freddo. Partiti. Altri
due li abbiamo trasportati: gli amputeranno le gambe.
- Come! Morti assiderati?
- E che credevi? Un allievo e un ufficiale. E a Popelich, che è sotto Traktir, ce n'è capitata una ancora
più bella. Il tenente Krasin ed io ci trasciniamo lì a prendere la slitta per portare i congelati. Il villaggetto
sembrava morto: nemmeno un'anima. Vediamo finalmente che arranca un vecchio in pellicciotto, con un
bastone. Figurati, appena ci vede è tutto contento! Io sentii subito che c'era qualcosa che non andava.
"Che cos'è?" penso. "Perché mai si rallegra tanto questo barbogio portatore di Dio?" "Ragazzi, ragazzi!"
Mi rivolgo a lui con una voce dolce dolce: "Salute, nonnino. Dacci presto una slitta". E lui risponde:
"Non ce n'è. Gli ufficiali le hanno portate tutte a Post". Io strizzai l'occhio a Krasin e dissi: "Ufficiali?
Benone. Ma dove sono i vostri giovanotti?" E lui fa: "Sono scappati tutti da Petljura". Che ne dici?
Mezzo cieco com'era, non s'era accorto che avevamo le spalline sotto i cappucci e ci aveva preso per dei
petljuriani. Allora io, capisci, non riuscii a frenarmi... Faceva un freddo... Andai su tutte le furie...
afferrai il vecchio per il petto, ma così, che per poco non gli feci volar l'anima al Creatore e gridai:
"Sono scappati da Petljura? Ti fucilerò subito, così imparerai come si scappa da Petljura! Farai una
passeggiata in Paradiso, canaglia che non sei altro!" Ma qui, si capisce, il santo agricoltore, seminatore e
protettore nostro, - (Myslaevskij, come se scaraventasse una valanga di pietre, cacciò fuori una terribile
bestemmia), - aprì in un momento gli occhi. Naturalmente si buttò ai miei piedi: "Ohi, vostra signoria,
perdonate al povero vecchio; l'ho fatto per stupidità e cecità; vi darò i cavalli, subito, però non
ammazzatemi!" E si trovarono la slitta e i cavalli.
- E così, verso il crepuscolo raggiungemmo Post. Quel che succede lì è inconcepibile. Lungo la via
ho contato quattro batterie: non sono neppure messe in linea, è che non ci sono munizioni. Stati Maggiori,
quanti ne vuoi. Nessuno, si capisce, sa un corno. E quel che è più grave, non si sa dove cacciare i morti!
Finalmente abbiamo trovato un'ambulanza; ci credi? abbiamo dovuto dar loro per forza i morti, non li
volevano prendere: "Voi dovete portarli in Città". Allora diventammo come delle belve. Krasin voleva
addirittura fucilare un tale dello Stato Maggiore. Quello disse: "Sono sistemi da Petljura". E se la
squagliò. Soltanto verso sera trovai, finalmente, il vagone di Sciotkin. Prima classe, luce elettrica... E
cosa credi? Allo sportello sta piantato un pelandrone di attendente e non mi lascia passare. Eh? "Dorme",
mi fa. "Ordine di non far entrare nessuno". Io picchiai con forza col fucile contro la parete del vagone, e
dopo di me tutti i nostri cominciarono un fracasso d'inferno. Son venuti fuori dagli scompartimenti come
dei ceci da un sacchetto. Venne fuori anche Sciotkin e cominciò ad agitarsi: "Ah, Dio mio. Ma certo.
Subito. Ehi, attendenti, della zuppa, del cognac. Troveremo subito posto per tutti. Riposo completo. E' un
vero eroismo. Ah, che perdita! Ma che fare: sono vittime. Non ne posso più..." E a un chilometro di
distanza puzza di cognac. A-a-a! - Myslaevskij improvvisamente sbadigliò, chinò la testa, borbottando
come in sogno:
- Al reparto diedero un carro bestiame e una stufa... O-oh! Io ebbi fortuna. Evidentemente aveva
voluto disfarsi di me dopo quel fracasso: "Lei, tenente, la mando in Città addetto allo Stato Maggiore del
generale Kartuzov. Farà il suo rapporto! Eh-e-e! Io vado sulla locomotiva... sono intirizzito... il castello
di Tamara... vodka..."
Myslaevskij lasciò cadere la sigaretta dalle labbra, si gettò indietro e d'un colpo s'addormentò.
- Questa è bella, - disse Nikolka smarrito.
- Dov'è Elena? - domandò preoccupato il fratello maggiore, - bisognerà dargli un lenzuolo; tu portalo
a lavarsi.
Elena intanto di là, nella camera accanto alla cucina, dove, dietro una tenda di cotonina, nella stufetta
vicino alla vasca da bagno di zinco, crepitava la fiamma della secca betulla, Elena piangeva. L'orologetto
rauco della cucina batté le undici. Ed ella si immaginò Tal'berg ucciso. Certamente avevano assalito il
treno col denaro, uccisa la scorta e sulla neve erano sparsi sangue e cervello. Elena era seduta nella
semioscurità, attraverso l'arruffata corona dei capelli brillava la luce della fiamma, giù per le guance
scorrevano le lacrime. Ucciso. Ucciso...
Ed ecco tintinnò la voce sottile del campanello e riempì tutto l'appartamento. Elena come un uragano
si precipitò attraverso la cucina, attraverso la biblioteca oscura, nella sala da pranzo. Le luci diventarono
più vive. L'orologio nero cominciò a battere più forte, come a rotta di collo.
Ma Nikolka e il fratello maggiore si calmarono rapidamente dopo il primo impulso di gioia.
Veramente la gioia era per Elena. Le spalline cuneiformi del ministero della guerra dell'etmano sulle
spalle di Tal'berg facevano sempre una cattiva impressione sui fratelli. Del resto, anche prima delle
spalline, quasi dal primo giorno delle nozze di Elena si era incrinato il vaso della vita dei Turbin, e da
questa incrinatura l'acqua buona era corsa via impercettibilmente. Il vaso era ormai asciutto. Forse la
causa principale di questo era negli occhi a doppio fondo del capitano di Stato Maggiore Sergej Ivanovic
Tal'berg...
Ahimè... Comunque, in quel momento il primo fondo lo si poteva leggere chiaramente. Nel fondo
superiore c'era la semplice gioia umana che viene dal tepore, dalla luce e dalla sicurezza. Ma un po' più
in fondo era evidente l'inquietudine, e Tal'berg l'aveva portata con sé or ora. I sentimenti più profondi
naturalmente erano, come sempre, nascosti. In ogni modo nella figura di Tal'berg non si rifletteva nulla.
La cintura era larga e ferma. Tutti e due i distintivi, quello dell'accademia e quello dell'università,
brillavano egualmente come testoline bianche. La figura scarna si voltava e si rivoltava sotto l'orologio
nero, come un automa. Tal'berg aveva molto freddo, ma sorrideva a tutti benevolmente. Tuttavia anche in
quella benevolenza traspariva l'inquietudine. Nikolka, tirando su col suo lungo naso, fu il primo ad
accorgersene. Trascinando le parole in modo lento e allegro Tal'berg raccontava che il treno, che portava
il denaro in provincia sotto la sua scorta, vicino a Borodjanka, a quaranta verste dalla Città, era stato
assalito non si sa da chi! Elena terrificata socchiudeva gli occhi e si stringeva ai distintivi del marito, i
fratelli esclamavano di continuo "e poi, e poi", mentre Myslaevskij, che dormiva come un sasso, ronfava
mettendo in mostra tra le labbra tre capsule d'oro.
- Ma chi erano? Petljura?
- Se fosse stato Petljura, - dice Tal'berg, condiscendente, ma nello stesso tempo con un sorriso
inquieto, - difficilmente io sarei qui con voi... a discorrere. Non so chi sia stato. E' probabile che siano
stati i reparti disciolti dei "serdjuki"(13). Hanno fatto irruzione nel vagone, brandendo i fucili e gridando:
"Di chi è il convoglio?" Io ho risposto: ""Serdjuki"", ed essi, pensa pensa, brontola brontola, hanno dato
il comando: "Giù dal vagone, ragazzi". E sono scomparsi tutti. Io ritengo che cercassero degli ufficiali,
probabilmente ritenevano che si trattasse non di un convoglio ucraino, ma di un convoglio ufficiali -.
Tal'berg gettò uno sguardo espressivo sui galloni di Nikolka, sbirciò l'orologio e aggiunse ad un tratto: -
Elena, vieni di là, ho da dirti due parole...
Elena lo seguì frettolosamente nella camera da letto, dove sulla parete al disopra del letto era il falco
sul guanto bianco, e sulla scrivania di Elena ardeva con luce tenue la lampada verde, e su di una
colonnetta di mogano erano i pastorelli di bronzo del frontone dell'orologio, che suonava ogni tre ore la
gavotta.
Per svegliare Myslaevskij, Nikolka dovette fare degli sforzi enormi: quegli barcollò, urtò due volte
contro la porta e finì con l'addormentarsi nel bagno. Nikolka dovette restargli accanto a fare la guardia
perché non annegasse. Intanto il fratello maggiore, senza sapere egli stesso perché, era passato nel salotto
buio e, accostandosi alla finestra, s'era messo in ascolto: di nuovo, sordamente, come nell'ovatta,
rombavano i cannoni, a intervalli e lontano.
La fulva Elena sembrava invecchiata e imbruttita di colpo. Gli occhi erano rossi: con le braccia
penzoloni, ella ascoltava tristemente Tal'berg. E lui la sovrastava come un'enorme colonna e diceva
implacabile:
- Elena, è assolutamente impossibile agire diversamente.
Elena allora riconciliandosi con l'inevitabile disse così:
- Bene, capisco. Tu hai certo ragione. Tra cinque o sei giorni eh? Forse la situazione si cambierà in
meglio.
Qui Tal'berg si trovò in difficoltà. E dal suo viso scomparve perfino l'eterno sorriso stereotipato. Il
viso invecchiò e in ogni suo punto c'era un pensiero fermamente deciso. Elena... Elena. Ah, la falsa,
incerta speranza... Cinque... sei giorni...
E Tal'berg disse:
- Bisogna andarsene subito. Il treno parte all'una di notte...
... Dopo una mezz'ora tutto nella camera col falco era sottosopra. La valigia in terra col ripiano
interno drizzato, Elena, smagrita e severa, con delle rughe presso le labbra, in silenzio riponeva nella
valigia le camicie, le mutande, le lenzuola. Tal'berg in ginocchio presso il tiretto inferiore dell'armadio vi
rigirava una chiave. E poi... poi, tutto nella camera era disgustoso, come in tutte le camere dove c'è il
caos quando si fanno le valige e, peggio ancora, è stato tolto il paralume. Non togliete mai il paralume
dalla lampada! Mai. Il paralume è sacro. Non fuggite davanti al pericolo andando verso l'ignoto a
frettolosi passi di topo. Sonnecchiate, leggete presso il paralume - che la tempesta ululi pure -, aspettate
che vengano loro da voi...
Tal'berg invece fuggiva. Egli si ergeva, calpestando dei pezzi di carta presso la pesante valigia
chiusa, nel suo lungo pastrano, coi ben aggiustati copriorecchi neri, la coccarda grigio-azzurra dei
seguaci dell'etmano e la sciabola alla cintura.
Alla prima stazione passeggeri della Città si trova già il treno, ancora senza la locomotiva, come un
bruco senza testa. E' composto di nove vagoni illuminati da una luce elettrica d'un biancore abbagliante.
In questo treno all'una di notte parte per la Germania lo Stato Maggiore del generale von Bussoff.
Prendono con loro anche Tal'berg: Tal'berg ha trovato delle relazioni... Il ministero dell'etmano è una
stupida e insulsa operetta (Tal'berg amava esprimersi in modo triviale, ma forte) come, del resto,
l'etmano stesso è un burattino. Tanto più insulsa, in quanto che...
- Comprendi, - (bisbiglio), - i tedeschi abbandonano l'etmano alla sua sorte, ed è assai probabile che
Petljura entri nella Città... e questo, tu sai...
Oh, Elena, sapeva! Elena sapeva benissimo. Nel marzo del 1917 Tal'berg era stato il primo, -
comprendete, il primo, - a venire alla scuola militare con una larga fascia rossa sulla manica. Erano
ancora i primi giorni, quando gli ufficiali ch'erano nella Città alle notizie provenienti da Pietroburgo
diventavano di color mattone e si ritiravano nei corridoi oscuri per non sentire nulla. Tal'berg, come
membro del Comitato rivoluzionario militare, proprio lui, aveva arrestato il celebre generale Petrov. Ma
quando, verso la fine del famoso anno, nella Città si verificarono molti fatti eccezionali e strani e vennero
alla luce certi tipi che non portavano stivali, ma che in compenso portavano larghe brache visibili sotto ai
grigi pastrani militari, e costoro avevano dichiarato che a nessun costo avrebbero lasciata la Città per il
fronte, perché al fronte non avevano niente da fare, e che sarebbero restati qui in Città, Tal'berg era
diventato irascibile e aveva dichiarato seccamente che non era quello che ci voleva e che si trattava di
un'insulsa operetta. E fino ad un certo punto egli aveva avuto ragione: ne era venuta fuori per davvero
un'operetta, ma non una qualunque, bensì con un grande spargimento di sangue. Gli uomini dalle larghe
brache erano stati cacciati via in un batter d'occhio dalla Città da grigi reggimenti isolati giunti da oltre le
foreste, dalla pianura che conduce a Mosca. Tal'berg aveva detto che quelli dalle larghe brache erano
degli avventurieri, e che le radici erano a Mosca, anche se queste radici erano bolsceviche.
Ma un giorno, in marzo, erano entrati nella Città in grige colonne i tedeschi: avevano in testa dei fulvi
bacili metallici, che li proteggevano dalle pallottole di shrapnel e gli ussari portavano certi berretti
pelosi e montavano certi cavalli che al solo vederli Tal'berg capì dove erano le radici. Dopo alcuni
pesanti colpi dei cannoni tedeschi presso la Città, i moscoviti si erano dileguati oltre le fumide foreste a
mangiar carogne, mentre gli uomini dalle larghe brache rispuntarono dietro i tedeschi. Era stata una
grossa sorpresa. Tal'berg sorrideva smarrito, ma non temeva nulla, perché quelli dalle larghe brache in
presenza dei tedeschi erano cheti cheti, non osavano ammazzare nessuno e giravano anzi per le vie con
una certa cautela, con l'aria di ospiti non sicuri. Tal'berg aveva dichiarato che essi non avevano radici e
per due mesi non aveva prestato servizio. Nikolka Turbin aveva sorriso, entrando un giorno nella camera
di Tal'berg. Questi stava scrivendo su di un grande foglio di carta degli esercizi di grammatica, e aveva
davanti un libriccino sottile stampato su carta grigia.
"Ignatij Perpillo - Grammatica ucraina".
Nell'aprile del '18, a Pasqua, nel circo ronzavano allegramente gli opachi globi elettrici e tutto era
nero di gente fino alla cupola. Tal'berg, come una colonna, stava nell'arena allegro e battagliero e faceva
il conto delle mani: quelli dalle larghe brache erano finiti, sarebbe sorta l'Ucraina, ma l'Ucraina degli
"etmani". Si eleggeva infatti l'etmano di tutta l'Ucraina.
- Ci siamo staccati dalla sanguinosa operetta moscovita, - diceva Tal'berg e splendeva nella strana
uniforme dei seguaci dell'etmano, lì a casa, sullo sfondo delle vecchie care tappezzerie. L'orologio
emetteva uno sprezzante e strozzato dong-dang, e l'acqua uscì fuori dal vaso. Nikolka e Aleksej non
avevano nulla da dire con Tal'berg. Del resto sarebbe stato difficile dire qualcosa perché Tal'berg si
irritava molto ogni volta che si parlava di politica, soprattutto quando Nikolka, con assoluta mancanza di
tatto, diceva: "Ma come, Serioza, in marzo dicevi..." Tal'berg metteva subito in mostra la fila superiore
dei suoi denti radi, ma grandi e bianchi, nei suoi occhi apparivano delle scintille gialle, ed egli
cominciava ad agitarsi. Così, le conversazioni erano uscite di moda di per sé.
Sì, un'operetta... Elena sapeva che cosa significava tale parola su quelle baltiche labbra rigonfie. Ma
adesso l'operetta minacciava non più quelli dalle larghe brache, non più i moscoviti, non più un
qualunque Ivan Ivanovic, ma Sergej Ivanovic Tal'berg in persona. Ogni uomo ha la sua stella e non per
nulla nel medioevo gli astrologi di corte facevano oroscopi, predicevano l'avvenire. Oh, come erano
saggi! Ebbene, Sergej Ivanovic Tal'berg aveva una stella infelice e sfortunata! Per Tal'berg sarebbe stato
bello se tutto fosse andato diritto, su una determinata linea, ma gli avvenimenti in Città in quel frattempo
invece di seguire una linea retta facevano degli zig-zag capricciosi e invano Sergej Ivanovic cercava di
indovinare che cosa sarebbe accaduto. Non aveva indovinato. Lontano ancora, a centocinquanta, forse
anche duecento verste dalla Città, sui binari illuminati dalla luce bianca c'era una vettura salone. Nella
vettura, come un pisello nel guscio, un uomo rasato, con le gambe ciondoloni dettava ai suoi scrivani e ai
suoi aiutanti. Guai a Tal'berg se quell'uomo fosse venuto in Città - ed egli poteva venire! Guai! Il numero
del giornale "Le notizie" era noto a tutti come anche il nome del capitano Tal'berg che aveva votato per
l'etmano. Nel giornale c'era un articolo dovuto alla penna di Sergej Ivanovic e nell'articolo erano
contenute le seguenti parole:

"Petljura è un avventuriero che con la sua operetta minaccia la rovina del paese..."

- Elena, tu lo capisci, non posso prenderti con me quando dovrò errare verso l'ignoto. Non ti pare?
Elena non rispose perché era orgogliosa.
- Io credo che riuscirò ad arrivare senza ostacoli in Crimea e sul Don attraverso la Romania. Von
Bussoff mi ha promesso il suo appoggio. Io sono apprezzato. L'occupazione tedesca si è trasformata in
un'operetta. I tedeschi se ne vanno già, - (bisbiglio). - Petljura, secondo i miei calcoli, crollerà presto
anche lui. La vera forza viene dal Don. E tu sai che io non posso non essere là, dal momento che vi si
forma l'armata del diritto e dell'ordine. Non esserci significa rovinarsi la carriera, e tu sai che Denikin è
stato a capo della mia divisione. Sono certo che non passeranno tre mesi, al più tardi in maggio, e noi
verremo in Città. Non aver paura di nulla. In nessun caso tu sarai toccata, e alla peggio hai il passaporto
col tuo nome di ragazza. Pregherò Aleksej di proteggerti.
Elena ritornò in sé.
- Aspetta, - disse ella, - bisogna avvertire subito i fratelli che i tedeschi ci hanno tradito.
Tal'berg si fece di bragia.
- Certo, certo, senz'altro io... Anzi, diglielo tu. Anche se questo cambia poco le cose.
Uno strano sentimento balenò nell'animo di Elena, ma non c'era tempo di abbandonarsi alla
riflessione: Tal'berg già baciava la moglie, e ci fu un istante in cui nei suoi occhi a doppio fondo si
rifletté un sentimento solo: la tenerezza. Elena non seppe trattenersi e si mise a piangere, ma piano piano:
era una donna forte, non per nulla figlia di Anna Vladimirovna. Poi nel salotto ebbe luogo il congedo con
i fratelli. Nella lampada di bronzo si accese una luce rosea che illuminò tutto l'angolo. Il pianoforte
mostrò i suoi denti bianchi così familiari e lo spartito del "Faust" aperto là dove gli scarabocchi neri
delle note formano una fitta fila nera e il variopinto Valentino dalla barba rossa canta:

"Per la sorella mia ti prego
Abbi pietà di lei!
Proteggila."

Perfino a Tal'berg, che per natura era alieno da ogni sentimentalismo, rimasero impressi nella
memoria gli accordi neri e le pagine logore dell'eterno "Faust". Ahimè!... Egli non avrebbe sentita più la
cavatina sul dio possente, non avrebbe sentito più Elena accompagnare il canto di Servinskij! Eppure,
quando i Turbin e Tal'berg non ci saranno più al mondo, di nuovo suoneranno i tasti e sulla scena uscirà il
variopinto Valentino, e nei palchi si sentirà l'effluvio dei profumi e a casa le donne, rischiarate dalla luce,
accompagneranno al piano perché il "Faust", come "Il carpentiere di Saardam" è immortale.
Tal'berg raccontò tutto lì vicino al pianoforte. I fratelli risposero con un cortese silenzio, sforzandosi
di non batter ciglio. Il minore per orgoglio, il maggiore perché era un debole. La voce di Tal'berg tremò.
- Proteggete Elena, - il primo fondo degli occhi di Tal'berg esprimeva preghiera e inquietudine. Egli
rimase per un momento incerto, gettò smarrito un'occhiata all'orologio e disse preoccupato: - E' ora.
Elena attirò a sé il marito, lo benedì con un rapido e sghembo segno della croce e lo baciò. Tal'berg
punse i due fratelli con le spazzole dei suoi corti baffi neri. Diede un'occhiata al portafoglio, verificò il
fascio dei documenti, ricontò nella tasca semivuota le banconote ucraine e i marchi tedeschi e,
sorridendo, sorridendo d'un sorriso forzato e voltandosi, uscì. Zin... zin... nell'anticamera la luce dall'alto,
poi per la scala il rumore della valigia. Elena si sporse fuori della ringhiera e per l'ultima volta vide la
cima puntuta del cappuccio.
All'una di notte, dal quinto binario, uscendo dall'oscurità stipata dai cimiteri di vagoni merci vuoti,
prendendo subito con un rimbombo velocità e alitando una rossa calura dalla ciminiera, grigio come un
rospo partì un treno blindato che lanciava terribili urli. Percorse otto verste in sette minuti, arrivò a Post-
Volynskij tra il fragore, lo strepitio, il rimbombo e i lampioni, senza fermarsi, attraverso gli scambi
scattanti deviò dalla linea principale e, suscitando nell'animo degli allievi e degli ufficiali intirizziti,
rannicchiati nei carri bestiame e nelle postazioni presso Post, una vaga speranza ed un senso d'orgoglio, -
arditamente, senza temere nessuno, corse verso la frontiera tedesca. Dietro di esso, dopo dieci minuti,
attraversò Post, luccicando coi suoi numerosi finestrini, un treno passeggeri con un'enorme locomotiva.
Le sentinelle tedesche, impalate, massicce, infagottate fino agli occhi balenarono sulle piattaforme dei
vagoni con le loro larghe baionette nere. I guardiascambi soffocati dal gelo, videro barcollare sulle
giunture delle rotaie i lunghi vagoni pullman i cui finestrini gettavano su di loro fasci di luce. Poi tutto
scomparve e gli animi degli allievi ufficiali si riempirono di invidia, di rabbia e di angoscia.
- Uh... carogne!... - si sentì urlare nei pressi di uno scambio e un rovente vortice di neve si abbatté sui
carri bestiame. Quella notte Post fu tutto coperto di neve.
Intanto nel terzo vagone dopo la locomotiva, in uno scompartimento foderato di stoffa a righe,
sorridendo con aria cortese e insinuante, Tal'berg sedeva di fronte a un tenente germanico e parlava in
tedesco.
- Oh, ja, - profferiva di quando in quando il grosso tedesco e masticava il sigaro.
Quando il tenente si addormentò, le porte di tutti gli scompartimenti si chiusero, e nel vagone caldo e
abbagliante dominò il borbottio monotono del treno in moto, Tal'berg uscì nel corridoio, scostò la pallida
tendina con le iniziali trasparenti F.S.O. (Ferrovie sud-occidentali) e guardò a lungo nel buio.
Saltellavano in disordine le scintille, saltellava la neve, e la locomotiva correva ululando così
minacciosamente, così sgradevolmente, che persino Tal'berg ne rimase sconcertato.
3.

In quell'ora della notte nell'appartamento del padrone di casa, l'ingegnere Vasilij Ivanovic Lisovic, al
piano di sotto, c'era un completo silenzio, che soltanto un sorcio nella piccola sala da pranzo
interrompeva di tanto in tanto. Il sorcio rosicchiava, rosicchiava, importuno e alacre, una vecchia crosta
di formaggio nella credenza, maledicendo l'avarizia della consorte dell'ingegnere, Vanda Michajlovna. La
maledetta gelosa e ossuta Vanda dormiva profondamente nel buio della piccola camera da letto del fresco
ed umido appartamento. L'ingegnere invece era sveglio e si trovava nel suo studiolo adorno di tende,
pieno zeppo di libri, e perciò assai confortevole. Una lampada a piedistallo, che raffigurava una
principessa egiziana riparata da un ombrello verde a fiori, abbelliva tutta la camera con una luce delicata
e misteriosa, e anche l'ingegnere era misterioso nella profonda poltrona di cuoio. Il mistero e la duplicità
di quell'instabile epoca si manifestavano prima di tutto nel fatto che l'uomo in poltrona non era Vasilij
Ivanovic Lisovic, ma Vasilisa(14)... Cioè, lui si chiamava Lisovic e molte delle persone con le quali si
incontrava lo chiamavano Vasilij Ivanovic, ma soltanto in faccia. Alle spalle, in terza persona, nessuno
chiamava l'ingegnere altrimenti che Vasilisa. Questo era avvenuto perché dal gennaio 1918, da quando
cioè nella Città era cominciata chiaramente la serie degli avvenimenti portentosi, egli aveva alterata la
propria chiara scrittura e invece del preciso "V. Lisovic", per paura di qualche futura responsabilità,
aveva cominciato a scrivere nei moduli, nei certificati, nei documenti, negli ordini e nelle tessere, "Vas.
Lis.".
Nikolka, che aveva avuto dalle mani di Vasilij Ivanovic una tessera per lo zucchero il 18 gennaio
1918, invece dello zucchero aveva ricevuto un terribile colpo di pietra nella schiena, lì sul Krescatik(15)
e aveva sputato sangue per due giorni di seguito. (Il proiettile era scoppiato proprio sopra la fila che
aspettava lo zucchero, composta tutta da gente impavida). Ritornato a casa appoggiandosi ai muri, tutto
verde in viso, Nikolka aveva egualmente sorriso, per non impressionare Elena, e al grido di Elena:
- Signore! Che cos'è successo?! Aveva risposto:
- E' lo zucchero di Vasilisa, che il diavolo se lo porti, - e, fattosi bianco bianco, era piombato giù su
un fianco. Quando si era alzato due giorni dopo, Vasilij Ivanovic Lisovic non esisteva più. Dapprima la
casa n. 13, poi tutta la Città aveva cominciato a chiamare l'ingegnere Vasilisa e soltanto il possessore di
questo nome femminile continuava a presentarsi come il presidente del comitato degli alloggi Lisovic.
Convintosi che la strada si era definitivamente quietata, e che non si sentiva più lo scricchiolio dei
pattini delle slitte, dopo aver ascoltato attentamente il sibilo che veniva dalla camera da letto della
moglie, a conferma che questa dormiva, Vasilisa si recò in anticamera, verificò attentamente le serrature,
la catena e il gancio e ritornò nello studiolo. Da un cassetto della sua massiccia scrivania tirò fuori
quattro luccicanti spilli da balia. Poi in punta di piedi uscì nel buio e ritornò con uno scialle e un
lenzuolo. Stette di nuovo in ascolto e si portò perfino un dito alle labbra. Si tolse la giacca, rimboccò le
maniche, tirò giù dallo scaffale un barattolo di colla, un rotolo di tappezzeria ben avvolto e un paio di
forbici. Si accostò stretto stretto alla finestra e, riparandosi gli occhi con la mano, guardò la strada. Poi
col lenzuolo coprì la finestra di sinistra, e con lo scialle quella di destra, fissando ben bene con gli spilli
da balia il lenzuolo e lo scialle, perché non restassero delle fessure. Prese una sedia, vi salì sopra e
prese tentoni qualcosa sull'ultima fila di libri sullo scaffale, tagliò col temperino la tappezzeria, prima
verticalmente e poi ad angolo retto di fianco, infilò il temperino sotto il taglio ed aprì un bel
nascondiglio, grande non più di due mattoni che egli stesso aveva preparato la notte precedente. Scostò lo
sportellino formato da una sottile lastra di zinco, scese, guardò timorosamente le finestre, toccò il
lenzuolo. Dal fondo del cassetto inferiore della scrivania, aperto con un doppio e tintinnante giro della
chiave, apparve un pacchetto avvolto in carta di giornale, ben legato a croce e sigillato. Vasilisa lo
seppellì nel nascondiglio e chiuse lo sportello. Rimase poi a lungo a tagliare e ritagliare delle strisce di
tappezzeria sul panno rosso del tavolo, finché non trovò quelle che facevano al caso suo. Unte di colla le
strisce ricoprirono il taglio così accuratamente che era una meraviglia: un mezzo fiore accanto a un altro
mezzo fiore, un quadretto accanto a un altro quadretto. Sceso giù dalla sedia, l'ingegnere constatò che sul
muro non si vedeva alcuna traccia del nascondiglio. Vasilisa si fregò le mani estasiato, appallottolò e
bruciò nella stufetta gli avanzi della tappezzeria, mescolò ben bene la cenere e nascose la colla.
Nella via nera e deserta una figura stracciata, che aveva un che di lupo, scese senza far rumore dal
ramo di acacia su cui era seduta da mezz'ora, tormentata dal gelo, ma intenta a spiare avidamente,
attraverso una perfida fessura sopra l'orlo superiore del lenzuolo, il lavoro dell'ingegnere, che aveva
attirato su di sé la sventura proprio con quel lenzuolo steso sulla finestra illuminata di verde. La figura
saltò elasticamente in un mucchio di neve e risalì la via, scomparendo poi con un passo di lupo nei
vicoli, e la tempesta, l'oscurità e la neve la inghiottirono e ne coprirono tutte le tracce.
E' notte. Vasilisa è in poltrona. Nell'ombra verde è Taras Bulba fatto e finito(16). I folti baffi
penzoloni: che Vasilisa è mai!, è un uomo. I cassetti dettero un dolce suono, e davanti a Vasilisa, sul
panno rosso del tavolo, apparvero dei fasci di biglietti oblunghi simili al rovescio verde delle carte da
giuoco.

"Carta moneta della Tesoreria di Stato
50 rubli
ha lo stesso valore delle banconote."

Il disegno rappresenta un contadino dai baffi spioventi, armato di pala, e una contadina con una falce.
Dall'altra parte, in una cornice ovale, i visi ingranditi e rossastri dello stesso contadino e della stessa
contadina. E anche qui i baffi penzoloni, all'ucraina. E sopra a tutto una iscrizione intimidatoria:

"Ogni contraffazione è punita a norma di legge."

E la firma piena di sicurezza:

"Il direttore della Tesoreria di Stato, Lebid'-Jurcik."

Il bronzeo Alessandro Secondo a cavallo, con lo scomposto sapone metallico delle fedine, sbirciava
con irritazione l'opera d'arte di Lebid'-Jurcik e con tenerezza la principessa-lampada. Dalla parete
guardava inorridito quelle carte, con l'ordine di San Stanislao al collo, un antenato di Vasilisa dipinto ad
olio. Nella luce verde brillavano dolcemente i dorsi delle opere di Goncarov e di Dostoevskij e in una
fila poderosa stava, come una nera e dorata guardia a cavallo, l'enciclopedia Brokhaus-Efron. Intimità.
I buoni del tesoro al 5 per cento sono ben nascosti nel ripostiglio sotto la tappezzeria. Vi sono
quindici monete di Caterina, nove di Pietro, dieci di Nicola Primo, tre anelli di brillanti, una spilla, una
decorazione di Sant'Anna e due di San Stanislao.

Nel nascondiglio n. 2, ci sono venti monete di Caterina, dieci di Pietro, venticinque cucchiaini
d'argento, un orologio d'oro con catena, tre portasigari ("al caro collega", sebbene Vasilisa non fumasse),
cinquanta monete d'oro da dieci rubli, alcune saliere d'argento, un astuccio con argenteria per sei persone
e un colino d'argento per il té (il grande nascondiglio si trova nella legnaia a due passi dalla porta, poi un
passo a sinistra e un passo dal segno fatto col gesso sulla parete. Tutto è in cassette da biscotti di Einem,
avvolto in tela cerata, con le cuciture ricoperte di catrame, a due "arsiny"(17) di profondità).
Un terzo nascondiglio è nel solaio: mezzo metro dal tubo verso nord-est sotto la trave, nell'argilla: le
molle per lo zucchero, centottantatre monete d'oro da 10, venticinquemila rubli in buoni del tesoro.
Lebid'-Jurcik per le spese quotidiane.
Vasilisa si guardò intorno, come faceva sempre quando contava il denaro, poi provò il disegno delle
banconote con la saliva. Il suo viso fu preso da un'estasi divina. Poi improvvisamente impallidì.
- Falsi, falsi, - borbottò egli con rabbia, scuotendo la testa,
- ecco il guaio!
I suoi occhi azzurri si riempirono della tristezza d'una bestia condotta al macello. Nel terzo pacchetto
uno, nel quarto due, nel sesto due, nel nono tre di seguito, sono senza dubbio di quelli per i quali Lebid'-
Jurcik minaccia la galera. Centotredici banconote in tutto e, guarda un po', ben otto presentano segni
evidenti di falsificazione. Il contadino è mesto, mentre dev'essere allegro, il covone non ha i contrassegni
misteriosi e sicuri: la virgola rovesciata e i due punti, e per di più la carta è migliore di quella di Lebid'.
Vasilisa guardava contro luce e il Lebid' appariva evidentemente falso sulla parte opposta.
- Domani sera ne darò uno al cocchiere, - diceva Vasilisa,
- tanto bisogna prendere la carrozza, e gli altri naturalmente al mercato.
Egli mise da parte con precauzione i biglietti falsi, destinati al cocchiere e al mercato, e ripose il
pacchetto dietro il catenaccio tintinnante. Trasalì. Sopra la sua testa passarono lungo il soffitto dei passi
di corsa e il silenzio di morte fu spezzato da risate e da voci indistinte. Vasilisa disse volgendosi alla
figura di Alessandro Secondo:
- Vedete, non si è mai in pace...
Di sopra tutto si calmò. Vasilisa sbadigliò, si accarezzò i baffi stopposi, tolse dalle finestre lo scialle
e il lenzuolo ed accese una piccola lampada nel salotto, dove la tromba del grammofono luccicava
debolmente. Dopo dieci minuti il buio completo regnava nell'appartamento. Vasilisa dormiva accanto alla
moglie nell'umida camera da letto. Si sentiva un odore di sorci, di muffa, un odore di noia brontolona e
assonnata. Ed ecco che nel sonno arrivò Lebid'-Jurcik a cavallo e dei Ladroni di Tusino(18) col
grimaldello aprirono il nascondiglio. Il fante di cuori, salito sulla sedia, sputò nei baffi di Vasilisa e
sparò a bruciapelo. Urlando, tutto coperto di sudore freddo, Vasilisa saltò su e la prima cosa che vide fu
il sorcio che, con tutta la famiglia, si dava da fare nella sala da pranzo sopra un sacchetto di biscotti, poi
udì un suono di chitarra di straordinaria dolcezza attraverso il soffitto e i tappeti, poi delle risate...
Dall'altra parte del soffitto cantò una voce di straordinaria potenza e passione, e la chitarra prese un
ritmo di marcia.
- L'unico rimedio è di sfrattarli, - disse Vasilisa, voltandosi nei lenzuoli, - è una cosa impossibile.
Non c'è pace né di giorno né di notte.

"Marciano e cantano gli allievi
Della scuola della guardia!"

- Per quanto, d'altra parte, se dovesse succeder qualcosa... E' vero, è un gran brutto momento. Non sai
chi ti prenderesti in casa, loro invece sono degli ufficiali, e al bisogno sono una difesa... Via! - gridò
Vasilisa al sorcio sfrontato.
Chitarra... chitarra... chitarra...

Quattro lampade del lampadario della sala da pranzo. Bandiere di fumo azzurro. Le tendine color
crema chiudono completamente la veranda a vetri. L'orologio non si sente. Sul candore della tovaglia
mazzi freschi di rose di serra, tre bottiglie di vodka, e le lunghe bottiglie tedesche dei vini bianchi.
Bicchieri per il Lafitte, mele nelle sfaccettature sfavillanti dei vasi, fettine di limone, briciole, briciole,
té...
Sulla poltrona un foglio sgualcito del giornale umoristico "La bambola del diavolo". Una nebbia
ondeggia nelle teste, ora ci si sente trasportare verso l'isola dorata d'una gioia irragionevole, ora ci si
sente precipitare nell'onda torbida dell'inquietudine. Nella nebbia si vedono parole sfacciate:

"Col didietro nudo.
Non ti puoi sedere sul porcospino!"

- Che allegra marmaglia... I cannoni hanno smesso di sparare. Perbacco, che spirito ! La vodka, la
vodka e la nebbia. Ar-ra-ta-tam!
Chitarra.

"Non condite l'anguria col sapone,
Gli americani si sentono benone."

Dietro il sipario di fumo Myslaevskij rise. Ubriaco.

"Gli scherzi di Brejtman sono fraintesi,
Ma dove sono le Compagnie senegalesi?"

- Dove? Davvero? Dove sono? - cercava di capire Myslaevskij intontito.

"Le pecore si sgravano allegramente,
Rodzjanko sarà il presidente."

- Ne hanno, dell'ingegno, quei mascalzoni, non c'è niente da dire!
Elena, alla quale non hanno dato tempo di riaversi dopo la partenza di Tal'berg... il vino bianco non
uccide il dolore, ma lo attutisce soltanto, Elena siede a capotavola in una poltrona. All'estremità opposta
c'è Myslaevskij, spettinato, pallido, in vestaglia, e il suo viso è coperto di macchie per la vodka e la
tremenda stanchezza. I suoi occhi sono cerchiati di rosso: il freddo, la paura provata, la vodka, la rabbia.
Ai lati del tavolo da una parte sono Aleksej e Nikolka, dall'altra Leonid Jur'evic Servinskij, tenente
dell'ex reggimento degli ulani della guardia ed ora aiutante di campo nello Stato Maggiore del principe
Belorukov; accanto a lui è il sottotenente d'artiglieria Stepanov, Fiodor Nikolaevic, Karas'(19), secondo il
nomignolo del ginnasio Aleksandrovskij.
Piccolo, compatto, per davvero molto simile ad un carassio, Karas' si era imbattuto in Servinskij sul
portone dei Turbin, una ventina di minuti dopo la partenza di Tal'berg. Tutti e due avevano delle bottiglie.
Servinskij quattro bottiglie di vino bianco in un involto, Karas' due bottiglie di vodka. Servinskij inoltre
s'era caricato di un enorme mazzo di fiori, ermeticamente chiuso in tre strati di carta, naturalmente, rose
per Elena Vasil'evna. Karas' sul portone gli aveva comunicato una novità: sulle spalline aveva dei
cannoni d'oro - aveva perso la pazienza, tutti dovevano andare a combattere, tanto dall'università non si
ricavava un accidente, e se Petljura fosse entrato nella Città, ancor meno. Tutti dovevano andare, e gli
artiglieri soltanto nella divisione mortai. Il comandante era il colonnello Malysev, la divisione era
straordinaria, e si chiamava divisione studentesca. Karas' era disperato perché Myslaevskij era entrato in
quella stupida legione. Non aveva senso. Faceva l'eroe, aveva avuto troppa fretta. E dove era adesso, lo
sa il diavolo. Forse, lo avevano già ammazzato presso la Città...
To', Myslaevskij invece era proprio lì! La fulva Elena nella penombra della camera da letto, davanti
alla cornice ovale con le foglie d'argento, si era data un po' di cipria ed era uscita a prendere le rose.
Urrà! Erano tutti lì. I cannoni d'oro sulle spalline sgualcite di Karas' erano un'inezia accanto alle pallide
spalline di cavalleggero e alle brache azzurre ben stirate di Servinskij. Negli occhi spavaldi del piccolo
Servinskij come tante palline saltellò la gioia alla notizia della sparizione di Tal'berg. Il piccolo ulano
sentì subito che aveva una voce come mai l'aveva avuta e il salotto rosato si riempì di un travolgente
uragano di suoni: Servinskij cantava l'epitalamio al dio Imeneo, e come cantava! Sì, forse, niente ha
valore al mondo, tranne una voce come quella di Servinskij. Certo, c'erano gli Stati Maggiori, quella
stupida guerra, i bolscevichi e Petljura, e il dovere, ma poi, quando tutto fosse tornato normale, egli
avrebbe lasciato il servizio militare, malgrado le sue conoscenze pietroburghesi, - sapete, che
conoscenze ha, accipicchia... e via sul palcoscenico. Avrebbe cantato alla Scala e al Bol'soj di Mosca,
quando i bolscevichi sarebbero stati impiccati ai lampioni della piazza del Teatro di Mosca. A Zmerinka
la contessa Lendrikova si era innamorata di lui, perché, cantando l'epitalamio, egli aveva preso invece
del fa il la é lo aveva mantenuto per cinque tempi. Dopo che ebbe detto "cinque", Servinskij chinò
lievemente la testa e si guardò intorno imbarazzato, come se un altro lo avesse detto, e non lui.
- Già, cinque. Ma si, andiamo a cenare.
Ed ecco le bandiere, il fumo...
- Ma dove sono le Compagnie senegalesi? Rispondi tu, aiutante di campo, rispondi. Lenocka, bevi del
vino, tesoro, bevi. Tutto andrà per il meglio. Ha fatto bene a partire. Raggiungerà il Don e verrà qui con
l'armata di Denikin.
- Verranno! - fece eco Servinskij, - verranno. Permettetemi di darvi una notizia importante: oggi ho
visto coi miei occhi sul Krescatik i furieri serbi e dopodomani, al più tardi fra due giorni, verranno nella
Città due reggimenti di serbi.
- Senti, senti, ma è poi vero? Servinskij diventò paonazzo.
- Strano. Dal momento che ho detto di averli visti personalmente, mi pare siano domande fuori luogo.
- Due reggimenti... che cosa sono due reggimenti?
- Bene, allora abbiate la cortesia di ascoltare. Il principe oggi mi ha detto che nel porto d'Odessa si
scaricano già le navi: sono arrivati i greci e due divisioni senegalesi. Basterà resistere una settimana, e
poi potremo infischiarcene dei tedeschi.
- Traditori!
- Se tutto ciò è vero, bisogna acchiappare Petljura e impiccarlo. Impiccarlo!
- Lo ammazzerò con le mie mani.
- Ancora un sorso. Alla vostra salute, signori ufficiali!
Gin, e la nebbia è definitiva! Nebbia, signori. Nikolka, che aveva bevuto tre bicchieri, corse nella sua
camera per prendere il fazzoletto e nell'anticamera (quando nessuno vede, si può essere se stessi)
abbracciò l'attaccapanni. La sciabola curva di Servinskij con l'impugnatura scintillante d'oro. Gliel'ha
regalata un principe persiano. La lama è di Damasco. Non gliel'ha regalata un principe né la lama è di
Damasco, ma è davvero bella e costosa. La tetra Mauser nella fondina con le cinghie, lo Steier di Karas':
la canna brunita. Nikolka si strinse al legno freddo della fondina, toccò con le dita la bocca rapace della
Mauser e per poco non pianse d'emozione. Avrebbe voluto combattere subito, in quello stesso momento,
là dietro Post, sui campi nevosi. Era una vergogna! Una mortificazione... Qui la vodka, il tepore, e là il
buio, la tempesta, la neve, gli allievi ufficiali assiderati. Ma a che cosa pensano quelli degli Stati
Maggiori? Eh, la legione non è ancora pronta, gli studenti non sono preparati, e i senegalesi non vengono
mai, devono essere neri come stivali... Ma qui creperanno di freddo! Sono abituati al caldo, no?
- Io, - gridava il maggiore dei Turbin, - impiccherei per primo il vostro etmano! Ci ha presi in giro
per mezz'anno. Chi ha proibito la formazione dell'armata russa? L'etmano. E adesso che sta con l'acqua
alla gola, si comincia a formare l'armata russa? Il nemico è a due passi e loro parlano di legioni e di Stati
Maggiori. State bene attenti!
- Semini il panico, - disse gelidamente Karas'. Turbin si irritò.
- Io? Il panico? Siete voi che non mi volete capire. Non è panico, è che voglio sfogare tutto quel che
ho dentro. Panico? Sta' tranquillo. Domani, l'ho deciso, vado alla divisione, e se il vostro Malysev non
mi prende come medico, mi faccio soldato semplice. Ne ho piene le scatole! Non è panico, - un pezzo di
cetriolo gli andò di traverso, ed egli si mise a tossire rumorosamente soffocando, e Nikolka cominciò a
dargli dei colpi sulla schiena.
- Giusto! - confermò Karas', battendo il pugno sul tavolo, - ma che soldato! Ti prendiamo come
medico.
- Domani andremo tutti insieme! - borbottava Myslaevskij ubriaco, - tutti insieme. Tutto il ginnasio
imperiale Aleksandrovskij. Urrà!
- E' una carogna, - continuava con odio Turbin, - neppure lui parla questa lingua! Eh? L'altro giorno
domando a quella canaglia del dottore Kuric'kyj, - figuratevi che non sa più parlare russo dal novembre
dell'anno scorso. Era Kurickij, ora si è trasformato in Kuric'kyj... E così gli domando come si dice in
ucraino "kot". Lui risponde "kit". Gli domando come si dice "kit"(20) lui sta zitto, spalanca gli occhi e non
risponde. E ora non mi saluta più.
Nikolka rise fragorosamente e disse:
- La parola "kit" da loro non può esistere, perché in Ucraina non ci sono balene, mentre in Russia c'è
abbondanza di tutto. Nel Mar Bianco le balene ci sono...
- La mobilitazione! - continuava velenosamente Turbin. - Peccato che voi non abbiate visto quel che è
successo ieri nei distretti. Tutti gli speculatori di valuta sapevano della mobilitazione tre giorni prima
dell'ordine. Bello, no ? Tutti avevano l'ernia, tutti avevano una forma apicale di t.b.c. e chi non l'aveva
non si era nemmeno fatto vivo, come se fosse sprofondato sotto terra. E questo, amici, è un sintomo
minaccioso. Se prima della mobilitazione si mormora nei caffè e nessuno si presenta, le cose vanno male!
Canaglia, canaglia! Se fin dal mese di aprile avesse cominciato a formare dei corpi d'ufficiali, avremmo
già preso Mosca. Qui, in Città, avrebbe raccolto un esercito di cinquantamila uomini, e che esercito!
Scelto, il migliore, perché tutti gli allievi ufficiali, tutti gli studenti, gli ufficiali, e ce ne sono migliaia
nella Città, tutti sarebbero andati di buon animo. Non soltanto non ci sarebbe stata l'ombra di Petljura
nell'Ucraina, ma noi avremmo schiacciato Trockij come una mosca. E' proprio il momento: dicono che là
mangiano i gatti. E lui, figlio di un cane, avrebbe salvato la Russia.
Il viso di Turbin si coprì di macchie e con le parole gli uscirono dalla bocca sottili spruzzi di saliva.
I suoi occhi ardevano.
- Tu... tu... tu dovresti fare il ministro della difesa, non il medico, dico sul serio, - disse Karas'.
Sorrideva ironicamente, ma il discorso di Turbin gli piaceva e lo aveva infiammato.
- Aleksej nei comizi è un uomo insostituibile, un oratore, - disse Nikolka.
- Nikolka, ti ho già detto due volte che tu non sei affatto spiritoso, - rispose Turbin, - bevi che è
meglio.
- Tu devi capire, - cominciò Karas', - che i tedeschi non avrebbero permesso di formare l'esercito, ne
hanno paura.
- Non è vero! - esclamò con voce sottile Turbin. - Bisogna soltanto avere la testa sulle spalle e ci si
potrebbe sempre mettere d'accordo con l'etmano. Si dovrebbe spiegare ai tedeschi che noi non
costituiamo un pericolo per loro. E' finita. La guerra l'abbiamo perduta. Adesso da noi c'è una cosa più
terribile della guerra, dei tedeschi, di qualunque altra cosa al mondo. Abbiamo Trockij. Ecco quello che
si dovrebbe dire ai tedeschi: voi avete bisogno dello zucchero, del pane? prendete, mangiate, nutrite i
vostri soldati. Pappate da scoppiare, ma aiutateci. Lasciate che ci organizziamo, è meglio per voi, noi vi
aiuteremo a mantenere l'ordine nell'Ucraina, perché i nostri "portatori di Dio" non si buschino la malattia
moscovita. Se ci fosse stato in questo momento l'esercito russo nella Città, un muro di ferro ci
separerebbe da Mosca. E Petljura... puh... - Turbin fu preso da un furioso colpo di tosse.
- Un momento! - Servinskij si alzò, - aspetta. Io debbo parlare in difesa dell'etmano. E' vero che sono
stati commessi degli errori, ma il piano dell'etmano era giusto. E' un diplomatico. Terra ucraina... In
seguito l'etmano avrebbe fatto come dici tu: l'esercito russo e basta! Prego! - Servinskij fece un gesto
solenne con la mano. - Sulla via Vladimirskaja sventolano già le bandiere tricolori.
- Sono in ritardo con le loro bandiere!
- Hm. E' vero. Sono un poco in ritardo, ma il principe è convinto che l'errore può essere riparato.
- Dio lo voglia, me lo auguro di cuore, - e Turbin si fece il segno della croce rivolto verso l'icona
della Madonna nell'angolo.
- Il piano era questo, - disse Servinskij con voce sonora e solenne, - quando la guerra fosse finita, i
tedeschi si sarebbero rimessi e ci avrebbero aiutati nella lotta contro i bolscevichi. E, occupata Mosca,
l'etmano avrebbe messo solennemente l'Ucraina ai piedi di Sua Maestà l'imperatore Nikolaj
Aleksandrovic.
Dopo questa notizia un silenzio di tomba si fece nella sala da pranzo. Nikolka impallidì pieno di
afflizione.
- L'imperatore è stato ucciso, - mormorò egli.
- Quale Nikolaj Aleksandrovic? - domandò Turbin stupefatto, mentre Myslaevskij, barcollando,
gettava uno sguardo nel bicchiere del vicino. Chiaro: aveva resistito, aveva resistito ed ecco che adesso
era ubriaco fradicio.
Elena, con la testa tra le mani, guardò inorridita l'ulano. Ma Servinskij non era particolarmente
ubriaco, egli alzò la mano e disse con voce possente:
- State calmi e ascoltatemi. Ma prego i signori ufficiali, - (Nikolka arrossì e impallidì), - di
conservare per ora il silenzio su quanto dirò. Sapete quel che successe nel palazzo dell'imperatore
Guglielmo quando gli si presentò il seguito dell'etmano?
- Non ne abbiamo alcuna idea, - disse pieno d'interesse Karas'.
- Io invece lo so.
- Pfu! Lui sa tutto, - si meravigliò Myslaevskij. - Tu non andare...
- Signori! Lasciatelo parlare.
- Dopo aver parlato benignamente col seguito dell'etmano l'imperatore Guglielmo disse: "Adesso vi
saluto, signori, e quanto al resto parlerà con voi..." La portiera si aprì e nella sala entrò il nostro sovrano.
Egli disse: "Andate, signori ufficiali, in Ucraina e formate i vostri reparti. Quando arriverà il momento,
mi metterò personalmente alla testa dell'esercito e lo condurrò nel cuore della Russia, a Mosca", e i suoi
occhi si empirono di lacrime.
Servinskij girò uno sguardo sereno su tutti i presenti, tracannò d'un colpo un bicchiere di vino e
strinse le palpebre. Dieci occhi si fissarono su di lui e il silenzio regnò fino a che egli non si sedette e
mangiò un pezzo di prosciutto.
- Senti... è una leggenda, - disse Turbin, con una contrazione dolorosa del viso. - Io ho già sentito
questa storia.
- Sono stati uccisi tutti, - disse Myslaevskij, - l'imperatore, l'imperatrice e l'erede.
Servinskij sbirciò la stufa, respirò profondamente, e disse:
- Fate male a non credere. La notizia della morte di Sua Maestà...
- E' alquanto esagerata..., - fece dello spirito Myslaevskij ubriaco.
Elena trasalì indignata e uscì fuori dalla nebbia.
- Vitja, vergognati. Tu sei un ufficiale.
Myslaevskij si tuffò nella nebbia.
- ...è stata inventata dai bolscevichi. L'imperatore è riuscito a salvarsi coll'aiuto del suo fedele
precettore... cioè, domando scusa, del precettore dell'erede, monsieur Gillard e di alcuni ufficiali che lo
hanno portato in... in Asia. Di là sono passati a Singapore e, per mare, in Europa. Ed è così che il
sovrano si trova ora ospite dell'imperatore Guglielmo.
- Ma non è stato cacciato via anche Guglielmo? - cominciò Karas'.
- Tutti e due sono ospiti della Danimarca, e con loro è anche l'augusta madre del sovrano, Marija
Fedorovna. Se non mi credete, vi dirò che tutto questo mi è stato comunicato dal principe in persona.
L'anima di Nikolka gemeva, piena di turbamento. Egli voleva credere.
- Se è così, - cominciò egli ad un tratto entusiasticamente, saltando in piedi e asciugandosi il sudore
dalla fronte, - propongo un brindisi alla salute di Sua Maestà! - Il suo bicchiere scintillò e frecce d'oro
sfaccettate attraversarono il vino bianco tedesco. Gli speroni tintinnarono contro le sedie. Myslaevskij si
tirò su, barcollando e appoggiandosi al tavolo. Elena si alzò. La sua falce d'oro si sciolse e le ciocche le
ricaddero lungo le tempie.
- Sì! Sì! Anche se è stato ucciso, - gridò ella con voce isterica e rauca. - Non importa. Io bevo. Io
bevo.
- Non gli si perdonerà mai la sua abdicazione alla stazione di Dno. Mai. Ma non importa, adesso
siamo ammaestrati dall'amara esperienza e sappiamo che la Russia può essere salvata soltanto dalla
monarchia. Perciò se l'imperatore è morto, viva l'imperatore! - gridò Turbin e sollevò il bicchiere.
- Ur-rà! Ur-rà! Ur-rà! - nella sala da pranzo risuonarono tre volte le grida.
Al piano di sotto Vasilisa saltò su, bagnato di sudore freddo. Ancora intontito dal sonno, egli strillò a
più non posso e svegliò Vanda Michajlovna.
- Dio mio... dio... dio... - borbottò Vanda, aggrappandosi alla sua camicia.
- Che roba è questa? Sono le tre di notte! - urlò piangendo Vasilisa, rivolto al nero soffitto, - finirò
col denunciarli!
Vanda si mise a piagnucolare. E d'improvviso tutti e due rimasero come di pietra. Dal piano di sopra,
filtrando chiaramente attraverso il soffitto, penetrò un'ondata densa e compatta di suoni su cui dominava
una voce sonora di baritono, poderosa come una campana:

"...forte, possente
Regna nella gloria..."(21).

Il cuore di Vasilisa si fermò e persino le gambe gli si bagnarono di sudore freddo. Muovendo
pesantemente la lingua, egli borbottò:
- No... sono, come dire, malati di mente... Ci possono procurare tali fastidi da non sapere come
uscirne. L'inno è proibito! Dio mio, ma che cosa fanno? Fuori in istrada, si sente!!
Ma Vanda era già ripiombata sul letto e si era addormentata di nuovo. Vasilisa si coricò soltanto
quando l'ultimo accordo si spense in un vago rumorio e in esclamazioni.
- In Russia è possibile soltanto una cosa: la fede ortodossa e il potere autocratico! - gridava
ondeggiando Myslaevskij.
- Giusto!
- Io... sono stato a vedere "Paolo Primo"(22)... una settimana fa... - borbottava Myslaevskij con la
lingua che gli si incespicava, - e quando l'attore ha pronunziate queste parole, non ho potuto resistere e ho
gridato: "Giusto", e, figuratevi, intorno hanno applaudito. Soltanto qualche carogna dal loggione ha
gridato: "Idiota".
- Ebrei, - esclamò cupo Karas', anch'egli un po' ubriaco. Nebbia... Nebbia... Nebbia. Dong-dang...
Dong-dang. E' ormai impossibile bere dell'altra vodka, è ormai impossibile bere dell'altro vino, ti va
nell'anima e torna indietro.
Nello stretto e piccolo stanzino del gabinetto, dove la lampadina saltellava e danzava sul soffitto
come stregata, tutto era confuso e vacillante. Pallido, sofferente, Myslaevskij vomitava penosamente.
Turbin, anche lui ubriaco, orribile, con la guancia contratta da un tic e coi capelli incollati alla fronte,
sorreggeva Myslaevskij.
- Ah-ah...
Quegli, finalmente, si scostò con un gemito dal water, storse con un'aria di tormento gli occhi spenti e
penzolò tra le braccia di Turbin come un sacco svuotato.
- Ni-kolka, - risuonò tra il fumo e le strisce nere una voce, e solo dopo qualche secondo Turbin capì
che era la sua propria voce. - Ni-kolka! - ripeté. La parete bianca del gabinetto ondeggiò e diventò verde.
"Dio, dio, che schifo, che orrore. Non mescolerò più la vodka e il vino, lo giuro". Nikol...
- Ah-ah, - ansimava Myslaevskij, afflosciandosi sul pavimento. La nera fessura si allargò e vi
comparvero la testa di Nikolka e un gallone.
- Nikol... aiutami, prendilo. Prendilo così, sotto braccio.
- Ts... ts... ts... Eh, eh, - borbottava Nikolka, scuotendo con commiserazione la testa, e faceva degli
sforzi. Il corpo quasi senza vita ciondolava, le gambe si divaricarono, strisciando, come se fosse
sostenuta da un filo la testa penzolava inerte. Dong-dang. L'orologio scivolò giù dalla parete e poi vi
ritornò. I fiorellini sulle tazze danzavano a mazzi. Il volto di Elena era coperto di macchie ardenti, e una
ciocca di capelli le ballava sul sopracciglio destro.
- Così. Mettilo giù.
- Chiudigli almeno la vestaglia. E' imbarazzante, ci sono io qui. Diavoli maledetti. Non sapete bere.
Vit'ka! Vit'ka! Che cos'hai? Vit'...
- Lascia stare. E' inutile. Nikoluska, ascolta. Nel mio studio... sul ripiano c'è un flacone con scritto
Liquor ammonii, e l'angolo dell'etichetta è strappato, capisci... sa di ammoniaca.
- Subito... subito... Eh-eh.
- Anche tu, dottore, sei in gamba...
- Su, smettila, smettila.
- Cosa? Non si sente il polso?
- No, non è niente, passerà.
- La bacinella! La bacinella!
- Ecco la bacinella.
- Ah-ah-ah...
- Accidenti a voi!
L'ammoniaca mandò una zaffata acuta e penetrante. Karas' e Elena aprirono la bocca a Myslaevskij.
Nikolka lo sorreggeva e Turbin gli versò due volte in bocca dell'acqua bianca intorbidita.
- Ah... hrr... u-uh... Tfu... tfu...
- Della neve, della neve...
- Signore iddio. Ma come ha fatto...
Uno straccio bagnato era steso sulla fronte e ne cadevano delle gocce sulle lenzuola, sotto lo straccio
si vedeva il bianco infiammato degli occhi riversi sotto le palpebre gonfie, e delle ombre azzurrognole si
stendevano attorno al naso affilato. Per un quarto d'ora, urtandosi coi gomiti, affannandosi, si dettero da
fare con l'ufficiale vinto, finché questi non aprì gli occhi e disse con voce rauca:
- Ah... Lasciatemi...
- Bene, che dorma pure qui.
In tutte le stanze si accesero le luci, si misero a preparare i letti.
- Leonid Jur'evic, lei si coricherà qui, in camera di Nikolka.
- Sissignore.
Servinskij, del color del rame, ma ancora arzillo, fece risuonare gli speroni e inchinandosi mostrò la
scriminatura. Le mani bianche di Elena si muovevano rapide sui cuscini del divano.
- Non si disturbi... faccio da me.
- Si scosti. Perché tira il cuscino per l'orecchio? Il suo aiuto non serve.
- Permetta che le baci la manina...
- Per quale ragione?
- Per ringraziarla del disturbo.
- Per adesso se ne può fare a meno... Nikolka, tu dormi nel tuo letto. Allora come va?
- Mica male, si è ripreso, ha bisogno di una dormita.
Prepararono due letti anche nella camera prima di quella di Nikolka. Dietro a due armadi strettamente
uniti e pieni di libri. Questa camera nella famiglia del professore si chiamava la biblioteca.
E si spensero le luci, nella biblioteca, nella camera di Nikolka, nella sala da pranzo. Attraverso la
stretta fessura della portiera dalla camera da letto di Elena penetrò nella sala da pranzo una striscia
rosso-scura. La luce le dava fastidio e perciò ella aveva messo sulla lampada del comodino un cappuccio
rosso scuro da teatro. Un tempo Elena aveva portato questo cappuccio per andare al teatro la sera,
quando le mani, la pelliccia e le labbra sapevano di profumo, il viso era coperto da un lieve e delicato
strato di cipria e dalla cornice del cappuccio Elena sembrava la Liza della "Donna di picche"(23). Ma il
cappuccio s'era logorato in modo stranamente rapido nell'ultimo anno; le pieghe erano tutte sdrucite e
stinte, i nastri consunti. Come la Liza della "Donna di picche" la fulva Elena, in vestaglia con le braccia
rilasciate sulle ginocchia, era seduta sul letto già preparato per la notte. I suoi piedi nudi affondavano in
una vecchia e logora pelle d'orso. L'effimera ebbrezza era scomparsa ed una nera, enorme tristezza
avvolgeva la testa di Elena come il cappuccio. Dalla stanza accanto, sordamente, attraverso la porta,
contro cui era stato messo un armadio, giungeva il sibilo sottile di Nikolka e l'energico e sano ronfare di
Servinskij. Dalla biblioteca il silenzio del tramortito Myslaevskij e di Karas'. Elena era sola e perciò non
si tratteneva e discorreva ora sottovoce, ora tra sé e sé, quasi senza muovere le labbra, col cappuccio
inondato di luce e con le due macchie nere delle finestre.
- E' partito...
Mormorò ella stringendo gli occhi aridi e si fece pensierosa. I suoi pensieri erano incomprensibili a
lei stessa. Era partito e in un momento simile. Ma, scusate, era un uomo molto ragionevole, e aveva fatto
benissimo a partire... Era per il meglio...
- Ma in un momento simile... - mormorò ancora, e sospirò profondamente.
- Che uomo è? - Sembrava che gli volesse bene e che gli si fosse affezionata. Ed ecco adesso quella
enorme angoscia nella solitudine della camera, vicino a quelle finestre, che oggi sembravano sepolcrali.
Ma né ora, né per tutto il tempo - un anno e mezzo - che ella aveva vissuto con quell'uomo, c'era stata
nell'anima sua la cosa fondamentale, senza la quale non può esistere nemmeno un matrimonio brillante
come quello fra la bellissima Elena dai capelli rossi e dorati e un carrierista dello Stato Maggiore, un
matrimonio con veli, profumi, speroni, e alleviato, senza figli. Un matrimonio con un uomo prudente, un
baltico dello Stato Maggiore. Ma che uomo era mai? Che cos'era quella cosa fondamentale senza la quale
è vuota l'anima?
- Lo so, lo so, - disse a se stessa Elena, - è la stima che non c'è. Sai, Serioza, io non ho stima di te, -
disse ella con aria significativa al cappuccio, e alzò un dito. E inorridì di quello che aveva detto. Inorridì
della propria solitudine e desiderò che egli fosse lì subito, in quell'istante. Senza stima, senza questa cosa
fondamentale, ma purtuttavia lì, in quel momento così difficile. Era partito. E i fratelli l'avevano baciato.
Possibile che si debba fare così? Ma no, scusate, che dico mai? Che cosa avrebbero potuto fare?
Trattenerlo? A nessun costo. Era persino meglio che in un momento simile lui non ci fosse, meglio così,
ma trattenerlo, questo no. A nessun costo. Vada pure. Baciato lo avevano baciato, ma, in fondo all'anima,
lo odiavano. Parola d'onore. Si continuava a mentire, a mentire, ma quando ci si ripensava - tutto era
chiaro: lo odiavano. Nikolka è più buono, ma Aliosa... Ma no. Anche Aliosa è buono, ma odia di più.
Signore, che pensieri! Serioza, che cosa penso di te? E se rimaniamo tagliati fuori... Lui là e io qui...
- Mio marito, - disse ella, sospirando e cominciò a sbottonare la vestaglia. - Mio marito...
Il cappuccio ascoltava con interesse e le sue guance s'illuminarono di un rosso denso. Domandava: -
Ma che uomo è tuo marito?

- E' un mascalzone! Nient'altro! - disse a se stesso Turbin, nella solitudine, diviso da Elena da una
stanza e dall'anticamera. I pensieri di Elena erano arrivati a lui e lo rodevano già da vari minuti, - è un
mascalzone, ed io davvero sono uno smidollato. Non dico cacciarlo via, ma dovevo almeno andarmene
senza dir nulla. Va' al diavolo. Non è neppure un mascalzone perché ha abbandonato Elena in un momento
simile: questa, alla fin fine, è un'inezia, una sciocchezza, ma per tutt'altra ragione. Ma perché dunque?
Che diavolo, lo capisco perfettamente. Marionetta che non sei altro, senza il minimo concetto dell'onore!
Tutto ciò che dice lo dice come una chitarra senza corde, ed è un ufficiale dell'accademia militare russa.
Quanto di meglio doveva esserci in Russia...
L'appartamento taceva. La striscia di luce che usciva dalla camera da letto di Elena, si era spenta.
Ella si era addormentata e i suoi pensieri si erano spenti, ma Turbin continuò ancora a lungo a tormentarsi
nella sua cameretta, seduto alla piccola scrivania. La vodka e il vino tedesco gli avevano reso un brutto
servizio. Egli fissava con gli occhi iniettati la pagina del primo libro capitatogli sotto mano e leggeva e
rileggeva insensatamente sempre lo stesso passo:

"Per il russo l'onore non è che un peso superfluo..."

Soltanto verso l'alba egli si svestì e si addormentò, e nel sonno gli apparve un incubo: di bassa
statura, coi calzoni a grandi quadri, che gli disse beffardo:
- Col didietro nudo non ti puoi sedere sul porcospino!... La Santa Russia è un paese di legno, pezzente
e... pericoloso, e per il russo l'onore non è che un peso superfluo.
- Ehi, tu! - gridò egli nel sogno, - carogna, ti farò veder io! - E nel sogno si alzò per prendere la
browning dal cassetto della scrivania, la tirò fuori, insonnolito, voleva sparare contro l'incubo, lo
inseguì, e l'incubo scomparve.
Per un paio d'ore si prolungò un sonno torbido, nero, senza sogni, e quando sorse il mattino pallido e
tenero dietro le finestre della camera che davano sulla veranda a vetri, Turbin sognò la Città.
4.

Come un alveare a più piani, fumigava e rumoreggiava e viveva la Città. Bellissima nel gelo e nella
nebbia sui monti, al disopra del Dnepr. Per giornate intere, a spirali si alzava il fumo da innumeri camini
verso il cielo. Dalle strade si alzava un velo di vapore e la copiosa neve calpestata scricchiolava. Le
case si alzavano a cinque, sei, sette piani. Di giorno le loro finestre erano nere, ma di notte ardevano in
file sul cielo azzurro scuro. Catene di globi elettrici brillavano a perdita d'occhio come pietre preziose,
appese in alto ai ganci dei lunghi pali grigi. Di giorno, con un monotono e piacevole ronzio correvano i
tram dai rigonfi sedili di colore giallo paglia, di modello straniero. Da una discesa all'altra volavano le
slitte, i cocchieri di quando in quando davano la voce, e i grandi colli scuri di pelliccia nero-argentea
rendevano i volti femminili enigmatici e belli.
I giardini erano silenziosi e calmi, appesantiti dalla neve bianca e intatta. E nella Città di giardini ce
n'erano tanti quanti in nessun'altra città del mondo. Si stendevano dappertutto come enormi macchie, con
viali, con castagni, con forre, con aceri, con tigli.
I giardini facevano bella mostra sui magnifici monti sovrastanti il Dnepr, e sollevandosi a terrazze,
allargandosi, ora screziato di milioni di macchie di sole, ora immerso nei teneri crepuscoli, su tutto
regnava l'eterno Giardino imperiale. A terribili altezze, i vecchi pali neri e marciti del parapetto non
sbarravano il cammino verso i precipizi. I muri perpendicolari, coperti dalla neve della bufera,
strapiombavano sulle lontane terrazze inferiori, e queste si allargavano sempre più lontane e più ampie, si
trasformavano in boschetti costieri, sopra la strada maestra serpeggiante lungo la riva del grande fiume, e
l'oscuro nastro contratto dal gelo si perdeva nella bruma, là dove dalle alture della Città non arriva
l'occhio umano, là dove sono le cascate argentee, la Zaporozskaja Sec' e il Chersones e il mare lontano.
D'inverno, come in nessun'altra città al mondo la calma scendeva sulle vie e sui vicoli sia della Città
alta, sui monti, sia della Città bassa, distesa nell'ansa del Dnepr gelato, e tutto il frastuono delle macchine
si perdeva nell'interno degli edifici di pietra, si attutiva e borbottava piuttosto sordamente. Tutta l'energia
della Città, accumulata durante l'estate piena di sole e di temporali, si riversava in luce. La luce
cominciava ad accendersi alle quattro del pomeriggio nelle finestre delle case, nei rotondi globi elettrici,
nei lampioni a gas, nei fanali delle case con i numeri di fuoco(24), e nelle enormi vetrate delle stazioni
elettriche che inducevano a pensare al terribile e irrequieto futuro elettrico dell'umanità, nelle enormi
vetrate dove si vedevano le macchine che instancabilmente muovevano le loro ruote scatenate, scuotendo
fin alla radice le fondamenta stesse della terra. Ogni notte fino all'alba la Città splendeva di luce
iridescente, brillava, ballava e scintillava e all'alba si spegneva, si rivestiva di fumo e di nebbia.
Ma più di tutto sfavillava la bianca croce elettrica nelle mani del colossale Vladimir sulla collina
Vladimirskaja, e si vedeva di lontano, e spesso d'estate, nella nera bruma tra le anse e le insenature
intricate del vecchio fiume, dalle vincaie, la scorgevano le barche che, facendosi guidare dalla sua luce,
trovavano la via acquea verso la Città e i suoi approdi. D'inverno la croce splendeva nell'oscurità densa
dei cieli e regnava fredda e tranquilla sugli spazi declivi e bui della riva moscovita su cui erano gettati
due colossali ponti. Uno sospeso, pesante, detto Nikolaevskij, che conduceva ad un piccolo sobborgo
sull'altra riva; l'altro, altissimo, slanciato, su cui correvano i treni che venivano di molto molto lontano,
da dove, come un immenso berretto variopinto, era stesa la misteriosa Mosca.

Ed ecco, nell'inverno del 1918, la Città viveva una vita strana e innaturale, quale probabilmente non
si ripeterà più nel ventesimo secolo. Dietro le pareti di pietra tutti gli appartamenti erano stipati. I suoi
antichi abitanti originari si stringevano e continuavano a stringersi lasciando entrare, di buona o di mala
voglia, i nuovi venuti che affluivano nella Città. Questi arrivavano lungo quel ponte slanciato, di là dove
si levava enigmatico un fumo grigio-azzurro.
Fuggivano i brizzolati banchieri con le loro mogli, fuggivano gli abili affaristi dopo aver lasciato dei
fiduciari a Mosca con l'incarico di non perdere i contatti col mondo nuovo che nasceva nel regno
moscovita; i proprietari di immobili che avevano affidato le case a fedeli amministratori segreti, gli
industriali, i mercanti, gli avvocati, gli uomini politici. Fuggivano i giornalisti moscoviti e pietroburghesi
prezzolati, avidi e vili. Le cocottes. Le signore per bene delle famiglie aristocratiche. Le loro delicate
figliole, pallide dissolute pietroburghesi con le labbra di carminio. Fuggivano i segretari dei direttori dei
dicasteri, giovani pederasti passivi. Fuggivano principi e bottegai, poeti e usurai, gendarmi e attrici dei
teatri imperiali. Tutta questa massa, infiltrandosi attraverso la fessura, si dirigeva verso la Città.
Durante tutta la primavera, dall'elezione dell'etmano in poi, la Città continuò a riempirsi di profughi.
Negli appartamenti si dormiva sui divani e sulle sedie. Si pranzava in enormi compagnie intorno ai tavoli
negli appartamenti ricchi. Si erano aperte innumerevoli bottegucce di consumazioni al minuto che
lavoravano fino a tarda notte, caffè dove si serviva il caffè ma si poteva anche comprare una donna,
nuovi teatri di varietà sui cui palcoscenici si dimenavano e divertivano il pubblico tutti i più noti attori,
accorsi dalle due capitali: era stato aperto il famoso teatro Il Negro Viola e il maestoso club Cenere sulla
Via Nikolaevskaja (club di poeti, registi, attori, pittori) che faceva sentire il rumore dei suoi piatti fino
all'alba. Erano subito apparsi giornali nuovi, e le migliori penne della Russia avevano cominciato a
pubblicarvi i loro "feuilletons" dove ingiuriavano i bolscevichi. I cocchieri per giornate intere portavano
i clienti da un ristorante all'altro, e la notte nei cabarets suonava la musica degli strumenti a corda e
attraverso il fumo del tabacco rilucevano d'una bellezza ultraterrena i pallidi volti delle prostitute sfinite
e cocainizzate.
La Città si gonfiava, si slargava, traboccava come una pasta lievitata. Fino all'alba frusciavano i club
dove giuocavano personalità pietroburghesi e personalità cittadine, superbi e solenni luogotenenti e
maggiori tedeschi, temuti e rispettati dai russi. Giuocavano i furfanti dei club moscoviti e i proprietari
terrieri ucraino-russi ormai sull'orlo dell'abisso. Nel caffè Maxim da un violino traeva trilli d'usignolo un
rumeno pastoso e affascinante, e i suoi occhi erano meravigliosi, tristi, languidi, velati d'azzurro, e i
capelli vellutati. Le lampade, avvolte in scialli zingareschi, gettavano due fasci di luce: in giù una bianca
elettrica, di fianco e in alto una arancione. Il soffitto si stendeva come una stella di seta celeste
polverosa, nei palchi azzurri sfavillavano grossi brillanti e lucevano le rossastre pellicce siberiane. E si
spandeva un odore di caffè bruciato, di sudore, di alcool, di profumi francesi. Per tutta l'estate del 1918 i
tronfi cocchieri avvolti in caffettani ovattati passarono di volo per la Nikolaevskaja, e fino all'alba le
automobili in fila gettarono coni di luce. Nelle vetrine dei negozi si stendevano vellutate selve di fiori,
come travi di grasso dorato pendevano dorsi di pesce affumicato, facevano rilucere languidamente aquile
e sigilli le bottiglie dell'eccellente champagne Abrau.
E per tutta l'estate affluì senza posa gente nuova. Fecero la loro comparsa bianchi tenori cartilaginei
dalla barba grigiastra ben rasa sul volto, con le scarpe laccate rilucenti e gli occhi sfrontati; membri della
Duma di Stato in pince-nez, puttane coi cognomi altisonanti, giuocatori di biliardo... portavano le ragazze
nei negozi a comprare il rossetto per le labbra e le mutande di batista di gamba larghissima.
Comperavano alle ragazze lo smalto.
Mandavano lettere attraverso l'unico sfiatatoio, attraverso la torbida Polonia (nessuno sapeva, a dir la
verità, che cosa succedesse, e che cosa fosse questo nuovo paese, la Polonia) in Germania, nel grande
paese degli onesti teutoni, per chiedere il visto e per depositare i soldi, presentendo che sarebbe toccato
loro di andar sempre più lontano, là dove in nessun caso sarebbe arrivata la terribile battaglia e il fragore
delle schiere bolsceviche. Sognavano la Francia, Parigi, s'immalinconivano al pensiero che era molto
difficile, quasi impossibile, arrivarci. E s'immalinconivano ancora di più quand'erano presi dai pensieri
terribili e non del tutto chiari che li assalivano all'improvviso nelle notti insonni passate sui canapè
altrui.
- E se a un tratto? a un tratto? a un tratto? Se salta questo cordone di ferro... E arriveranno quelli dai
pastrani grigi... Terribile, terribile...
Pensieri simili nascevano quando da molto lontano si sentivano i colpi attutiti dei cannoni: chi sa
perché, per tutta quell'estate splendida e calda si sparò nei dintorni della Città, quando dappertutto i
metallici tedeschi proteggevano la tranquillità, e nella Città si udivano continuamente i colpi sordi alla
periferia: pa-pa-pah.
Chi sparasse e contro chi, nessuno lo sapeva. Questo di notte. Di giorno si calmavano vedendo di
quando in quando passare per il Krescatik, la via principale, o per la Vladimirskaja, un reggimento di
ussari tedeschi. Ah, che reggimento! Berretti pelosi sopra visi superbi e soggoli a scaglie che serravano
menti di pietra, baffi rossicci che si drizzavano come frecce. I cavalli degli squadroni erano ben
accoppiati, altissimi, robusti, bai, e le casacche grigio-azzurre dei seicento cavalleggeri ricordavano le
bronzee uniformi dei loro massicci capi germanici nei monumenti della piccola Berlino.
Quando li vedevano si rallegravano e si calmavano e ai lontani bolscevichi, digrignando i denti con
gioia maligna dietro il filo di ferro della frontiera, dicevano:
- Fatevi avanti se avete coraggio!
I bolscevichi erano odiati. Ma non di un odio a viso aperto, quando chi odia vuole combattere e
uccidere, ma di un odio vile, perfido, di chi si nasconde nel buio, dietro un angolo. Erano odiati di notte,
quando ci si addormentava in una vaga inquietudine, di giorno nei ristoranti, quando si leggevano i
giornali che descrivevano come i bolscevichi sparassero alla nuca agli ufficiali e ai banchieri e come a
Mosca i macellai vendessero la carne dei cavalli malati di cimurro. Li odiavano tutti: i mercanti, i
banchieri, gli industriali, gli avvocati, gli attori, i proprietari di case, le cocottes, i membri del Consiglio
di Stato, gli ingegneri, i medici e gli scrittori...

C'erano anche degli ufficiali. Erano fuggiti anch'essi e da nord e da ovest, dal vecchio fronte, e tutti si
dirigevano verso la Città; erano moltissimi ed aumentavano sempre. Arrischiavano la vita, perché,
essendo per la maggior parte privi di denaro e recando su di sé la traccia incancellabile della loro
professione, facevano più fatica ad ottenere documenti falsi e passare la frontiera. Tuttavia erano riusciti
a passare e a venire nella Città con gli sguardi di belve inseguite, pidocchiosi e irsuti, senza spalline, e
cominciavano ad adattarvisi per mangiare e vivere. Fra loro c'erano anche alcuni originari della Città che
ritornavano dalla guerra al vecchio nido con l'idea, come Aleksej Turbin, di riposare e riposare e
ricominciare la vita, non quella militare, ma quella comune, umana; e c'erano centinaia e centinaia di
forestieri, i quali non potevano più rimanere né a Pietroburgo, né a Mosca. Alcuni fra essi, i corazzieri, i
cavalieri della guardia imperiale, i cavalleggeri, gli ussari emergevano facilmente nella schiuma torbida
della Città turbata. La guardia del corpo dell'etmano portava spalline fantastiche e alle tavole dell'etmano
si sedevano fino a duecento persone dalle scriminature grasse e dalle bocche luccicanti di denti gialli e
marci piombati d'oro. Chi non si era sistemato nella guardia del corpo, si sistemava in costose pellicce
col bavero di castoro e in appartamenti semibui con pannelli di quercia intagliata, a Lipki, nel migliore
quartiere della Città, nei ristoranti e nelle camere degli alberghi...
Altri, i capitani in seconda dei reggimenti sfiniti e sbandati, i provati ussari, come il colonnello Naj-
Turs, e le centinaia di alfieri, di sottotenenti, ex studenti, come Stepanov-Karas', che la guerra e la
rivoluzione avevano scaraventato fuori della vita, e di tenenti, anch'essi ex studenti, ma finiti per sempre
per l'università, come Viktor Viktorovic Myslaevskij. In grigi pastrani logori, con le ferite ancora aperte,
e le tracce delle spalline strappate, arrivavano nella Città, e nelle proprie famiglie o presso famiglie
estranee dormivano sulle sedie, si coprivano coi pastrani, bevevano vodka, correvano, si
affaccendavano, ribollivano d'ira. Questi ultimi odiavano i bolscevichi d'un odio ardente ed aperto, di
quell'odio che può spingere alla rissa.
C'erano anche gli allievi ufficiali. Nella Città al principio della rivoluzione erano rimaste quattro
scuole militari: una del genio, una di artiglieria e due di fanteria. Esse erano finite e si erano disgregate
nel fragore della fucileria dei soldati e avevano gettato sulla strada, rovinati, gli studenti ginnasiali che
avevano appena terminato la scuola e si accingevano ai corsi superiori, non più fanciulli e non ancora
adulti, né militari né civili, ma come il diciassettenne Nikolka Turbin...

- Tutto ciò è, certo, molto carino, e su tutto regna l'etmano. Ma, parola d'onore, non so ancora e
probabilmente non saprò mai che cosa rappresenti questo inaudito sovrano il cui titolo è proprio più al
secolo diciassettesimo che non al ventesimo.
- Ma chi è dunque, Aleksej Vasil'evic?
- E' un cavalleggero della guardia imperiale, un generale, un grande e ricco proprietario terriero e si
chiama Pavel Petrovic...
Per uno strano scherzo della sorte e della storia, l'elezione dell'etmano, avvenuta nell'aprile del
famoso anno, aveva avuto luogo al circo. Ai futuri storici questa circostanza probabilmente offrirà
abbondante materiale per far dello spirito. Ma ai cittadini, specialmente a quelli stabilitisi nella Città,
che avevano già conosciuto le prime esplosioni della lotta intestina, erano ben lontani non solo da questo
spirito, ma in genere da qualsiasi riflessione. Le elezioni erano avvenute con stupefacente rapidità: il
Signore sia lodato. L'etmano si era insediato: benissimo. Purché ai mercati si trovi la carne e il pane e
non si spari per le strade, e, per amor di Dio, non ci siano i bolscevichi, e il popolino non saccheggi.
Ebbene, tutto ciò, più o meno, si era verificato durante il potere dell'etmano, e, forse, perfino in misura
considerevole. Almeno i moscoviti e i pietroburghesi fuggiaschi e la maggior parte dei cittadini, pur
ridendo di quello strano paese dell'etmano, che essi, come il capitano Tal'berg, chiamavano paese da
operetta, regno per modo di dire, glorificavano sinceramente l'etmano... e... "Dio voglia che ciò duri in
eterno".
Ma se ciò poteva continuare in eterno, nessuno avrebbe potuto dirlo, nemmeno lo stesso etmano.
Proprio così.
Il fatto è che la Città era la Città, e c'era una polizia, un ministero, e perfino un esercito, e dei giornali
dai vari titoli, ma che cosa succedesse intorno, nella vera Ucraina, che per estensione è più grande della
Francia, ed è abitata da diecine di milioni di uomini, questo, nessuno lo sapeva. Non si sapeva, non si
sapeva nulla, non soltanto dei luoghi lontani ma neppure - è ridicolo dirlo - dei villaggi a cinquanta
verste dalla Città. Non si sapeva, ma si odiava con tutta l'anima. E quando arrivavano notizie vaghe da
quelle regioni misteriose che si chiamano campagna, che cioè i tedeschi saccheggiavano i contadini e li
punivano senza pietà, ammazzandoli con le mitragliatrici, neppure una voce di indignazione si levava a
difesa dei contadini ucraini, ma più d'una volta, sotto i paralumi di seta nei salotti, digrignavano i denti
come lupi e borbottavano:
- Ben gli sta! Ben gli sta! Anzi è troppo poco. Io li tratterei ancora peggio. Così si ricorderanno della
rivoluzione. Gli raddrizzeranno le idee i tedeschi: non volevano i loro padroni e adesso provino un po'
quelli stranieri!
- Oh, che discorsi sconsiderati sono mai i vostri, oh, come sono sconsiderati.
- Ma come, Aleksej Vasil'evic!... Sono tali canaglie. Bestie selvagge. Ma sì. I tedeschi gliela faranno
vedere.
I tedeschi! !
I tedeschi! !
E dappertutto:
I tedeschi!!!
I tedeschi! !
D'accordo: qui i tedeschi, e là, dall'altra parte del lontano confine, dove ci sono le foreste grigio-
azzurre, i bolscevichi. Soltanto due forze.
5.

Ed ecco che, di punto in bianco, era comparsa una terza forza sull'enorme scacchiera. Così un
giocatore scadente e stupido, che si isola con una fila di pedine dal terribile avversario (a proposito, le
pedine assomigliano molto ai tedeschi con gli elmi), raggruppa i suoi alfieri attorno al re. Ma l'astuta
regina dell'avversario a un tratto trova una via d'accesso laterale, penetra nelle retrovie e comincia a
colpire di qui pedine e cavalli, mette sotto scacco il re con temibili mosse, e dietro alla regina arriva,
impetuoso e leggero, l'alfiere, e i cavalli s'avvicinano con perfidi zigzag, ed ecco che il giocatore debole
e cattivo perde: il suo re di legno riceve scacco matto.
Tutto ciò è avvenuto in modo rapido ma non inatteso, e ciò che è avvenuto è stato preceduto da certi
segni.
Un giorno - era di maggio - che la Città si svegliò risplendente come una perla nel turchese, e il sole
rotolò fuori per illuminare il regno dell'etmano, e i cittadini erano già in moto, come le formiche, per i
loro affarucci, e gli assonnati commessi dei negozi cominciavano ad alzare fragorosamente le
saracinesche, un rombo terribile e sinistro attraversò la Città. Era di timbro inaudito - né di cannone né di
tuono, ma così forte, che parecchie finestre si aprirono da sé e tutti i vetri tremarono. Il rombo si ripete,
attraversò di nuovo tutta la Città alta, si riversò a ondate nella Città bassa, a Podol, e, attraverso l'azzurro
e magnifico Dnepr, si perde nei lontani spazi moscoviti. I cittadini si svegliarono e nelle strade cominciò
lo scompiglio. Dilagò in un istante, perché dalla Città alta, Pecersk, arrivò di corsa, urlando e ululando,
della gente insanguinata e dilaniata. E il rombo si ripeté una terza volta e così forte che nelle case di
Pecersk cominciarono a cadere fragorosamente i vetri e il terreno tremò sotto i piedi.
Molti videro allora delle donne correre con la sola camicia indosso, gridando con voci terribili. Ben
presto si seppe da dove era venuto quel rombo. Era venuto da Lysaja Gora, fuori della Città, sul Dnepr,
dove si trovavano depositi colossali di munizioni e di polvere. A Lysaja Gora era avvenuta
un'esplosione.
Per cinque giorni la Città visse aspettando terrorizzata da Lysaja Gora l'ondata dei gas asfissianti. Ma
le esplosioni cessarono, i gas non si sparsero, la gente insanguinata scomparve, e la Città riacquistò il
suo aspetto pacifico in ogni sua parte, ad eccezione del piccolo angolo di Pecersk dove erano crollate
alcune case. Inutile dire che il comando tedesco ordinò una severa inchiesta, e inutile dire che la Città
non seppe nulla sulle cause dell'esplosione. Correvano voci diverse.
- L'esplosione è stata provocata dalle spie francesi.
- No, è stata provocata dalle spie bolsceviche. Si finì col dimenticare l'esplosione.
Un secondo avvertimento venne durante l'estate, quando la Città, ricolma di una lussureggiante
verzura polverosa, strepitava e rintronava, i tenenti tedeschi bevevano un mare di acqua di selz. Il
secondo avvertimento fu veramente mostruoso!
In pieno giorno, nella via Nikolaevskaja, proprio là, dove stazionavano le carrozze eleganti, fu ucciso
nientemeno che il comandante in capo dell'esercito tedesco in Ucraina, maresciallo Eichhorn, un generale
inaccessibile e superbo, terribile nella sua potenza, luogotenente dell'imperatore Guglielmo! Fu ucciso,
s'intende, da un operaio, che, s'intende, era socialista. I tedeschi ventiquattr'ore dopo la morte del
generale avevano impiccato non soltanto l'assassino, ma anche il cocchiere che lo aveva portato sul luogo
del delitto. E' vero, questo non fece risuscitare il famoso generale, ma in compenso fece nascere nelle
persone intelligenti pensieri stupendi su quanto accadeva.
Così, una sera, soffocando vicino alla finestra aperta, con la camicia di tussor sbottonata, Vasilisa
beveva del té col limone e diceva ad Aleksej Vasil'evic Turbin con un sussurro pieno di mistero:
- Se si mettono a confronto tutti questi avvenimenti, io non posso non giungere alla conclusione che la
nostra vita è poco sicura. Ho l'impressione che sotto i tedeschi qualche cosa, - (Vasilisa agitò in aria le
sue corte dita), - barcolli. Pensi un po'... Eichhorn... e dove? Eh?! - (Vasilisa fece gli occhi spaventati).
Turbin ascoltò tetramente, tetramente contrasse una guancia e se ne andò.
Un altro avvertimento si ebbe la mattina seguente e colpì direttamente Vasilisa. Di buon mattino,
quando il sole mandò il suo primo raggio allegro nel tetro sotterraneo che conduceva dal cortiletto
all'appartamento di Vasilisa, questi, gettata un'occhiata fuori, vide nel raggio l'avvertimento. Era
impareggiabile nello splendore dei suoi trent'anni, nel luccichio delle collane su un collo da regina, nelle
gambe snelle e scalze, nel petto elastico, ondeggiante. I denti della visione brillavano, e dalle ciglia
scendeva un'ombra violacea sulle gote.
- Oggi cinquanta, - disse la visione con voce di sirena, indicando il bidone del latte.
- Che dici, Javdocha? - esclamò lamentosamente Vasilisa, - che diamine. L'altro ieri quaranta, ieri
quarantacinque, oggi cinquanta. Così è impossibile.
- Cosa ci posso fare, io? Tutto è caro, - rispose la sirena, - al mercato dicono che s'arriverà a cento.
I suoi denti brillarono di nuovo. Per un istante Vasilisa dimenticò e i cinquanta e i cento, dimenticò
tutto, e un gelo dolce e impertinente gli attraversò il ventre. Il dolce gelo che attraversava il ventre di
Vasilisa non appena gli appariva la bella visione nel raggio di sole. (Vasilisa si alzava prima della
consorte). Dimenticò tutto, s'immaginò una radura in un bosco, l'odore dei pini. Eh-eh...
- Sta' attenta, Javdocha, - disse Vasilisa, leccandosi le labbra e sbirciando per vedere se non fosse
uscita la moglie, - vi siete lasciati andare troppo con questa rivoluzione. Sta' attenta, vi faranno imparare
i tedeschi -. "Darle o no un colpetto sulla spalla", pensò egli tormentosamente, e non osò.
Il largo nastro di latte color alabastro scorse e schiumeggiò nel boccale.
- Non è ancora detto chi deve imparare, - rispose l'avvertimento, e mandò un brillio, fece rumore col
bidone, dondolò il bilico e, come un raggio nel raggio, cominciò a salire dal sotterraneo verso il
cortiletto soleggiato. "Ma che gambe!", balenò nella testa di Vasilisa.
Nello stesso istante arrivò la voce della consorte e, voltatosi, Vasilisa s'imbatté in lei.
- Con chi stavi parlando? - domandò la consorte gettando rapidamente uno sguardo in alto.
- Con Javdocha, - rispose indifferente Vasilisa, - pensa un po', il latte oggi costa cinquanta.
- C-come? - esclamò Vanda Michajlovna. - E' una vergogna! Che impudenza! I contadini sono
diventati matti... Javdocha! Javdocha! - gridò ella, sporgendosi dalla finestra. - Javdocha!
Ma la visione era scomparsa e non ritornò.
Vasilisa guardò la figura sbilenca della moglie, i capelli gialli, i gomiti ossuti e le gambe asciutte, e
sentì ad un tratto una tale nausea della vita che per poco non sputò sull'orlo della gonna di Vanda. Vinto
questo desiderio e tratto un sospiro, se ne andò nella fresca penombra delle camere, senza capire egli
stesso che cosa precisamente lo opprimesse: la presenza di Vanda - se la immaginò con le clavicole
gialle sporgenti come stanghe legate insieme - o il fastidio causato dalle parole della languida visione.
"Non si sa ancora chi deve imparare. Eh? che ve ne pare? - borbottava tra sé Vasilisa. - Figuriamoci!
No, che ne dice? Se smettono d'aver paura dei tedeschi... è finita. Non si sa ancora chi deve imparare.
Eh? Però, che denti! uno splendore!..."
E ad un tratto nel buio si immaginò Javdocha nuda come una strega sul monte.
"Che sfacciataggine... Chi deve imparare! Ma che petto..."
Questo era tanto sconvolgente che Vasilisa si sentì male e andò a lavarsi con l'acqua fredda.
Così, inavvertitamente, come sempre, sopraggiunse l'autunno. Dopo il rigoglioso agosto dorato venne
il sereno e polveroso settembre, e in settembre non si ebbe più un avvertimento, ma un vero e proprio
avvenimento, che a tutta prima parve insignificante.
E cioè, nella prigione cittadina una sera di quel sereno settembre, arrivò una carta firmata dalle
competenti autorità dell'etmano nella quale si diceva di liberare il detenuto della cella n. 666. Ecco tutto.
Ecco tutto! E per colpa di quel pezzo di carta - senza dubbio per colpa sua! - si verificarono tali
sventure e disgrazie, tali spedizioni, spargimenti di sangue, incendi e pogrom, tale disperazione e
orrore... Ahi, ahi, ahi!
Il detenuto messo in libertà, aveva il più semplice e insignificante dei nomi: Semion Vasil'evic
Petljura. Egli stesso si chiamava, e i giornali cittadini del dicembre 1918 - febbraio 1919 lo chiamavano
un po' alla francese: Simon. Il passato di Simon era immerso nell'oscurità più profonda. Si diceva che
fosse un ragioniere.
- No, contabile.
- No, studente.
All'angolo del Krescatik e della via Nikolaevskaja c'era una grande ed elegante tabaccheria.
Sull'insegna oblunga era molto ben riprodotto un turco color caffè col fez che fumava il narghilè. I piedi
del turco erano calzati in morbide pantofole gialle con le punte in su.
Vi furono di quelli che giuravano di aver visto di recente Simon vendere in quel negozio, in elegante
posa dietro il banco, i prodotti della fabbrica di tabacco di Salomon Kogan. Ma vi furono anche altri che
dicevano :
- Niente affatto. Faceva il rappresentante dell'unione delle città.
- Non dell'unione delle città, ma dell'unione dei "zemstva"(25) - rispondevano altri ancora, - egli è un
tipico ussaro del "zemstvo".
Altri ancora (gente venuta di fuori), socchiudendo gli occhi per meglio ricordare, borbottavano:
- Permettete... permettete...
E raccontavano che una decina d'anni prima... no, scusate... undici, l'avevano visto una sera passare
per la Malaja Bronnaja a Mosca, con sotto il braccio una chitarra avvolta in un pezzo di cotonina nera. E
aggiungevano perfino che egli andava dai suoi compaesani per una festicciola e perciò portava con sé la
chitarra avvolta nella cotonina. Sarebbe andato a una festicciola divertente con le allegre studentesse sue
compaesane dalle guance colorite, con la vodka di prugne portata direttamente dalla generosa terra
ucraina, con le canzoni, col meraviglioso "Uric"(26).

"Ohi, ohi, non ci andare!"

Poi cominciavano a imbrogliarsi nella descrizione del suo aspetto, a confondere le date e i luoghi...
- Lei dice che è sbarbato?
- No, pare... permetta... ha la barbetta.
- Scusi... ma è forse di Mosca?
- Ma no, è stato... studente.
- Niente affatto. Ivan Ivanovic lo conosce. E' stato maestro in una scuola popolare a Tarasca...
Diavolo!... Ma forse non era mai passato per la Bronnaja, Mosca è una città grande, la Bronnaja è
piena di nebbia, di nevischio, di ombre... Una chitarra... un turco sotto il sole... il narghilè... La chitarra:
tren-tren... tutto era vago, nebuloso... ah, come tutto era nebuloso e terribile intorno.

"Marciano e cantano..."

Marciano, passano le ombre insanguinate, corrono fantasmi, trecce arruffate di ragazze, prigioni,
spari e il gelo e la croce di Vladimir a mezzanotte.

"Marciano e cantano
Gli allievi ufficiali della Scuola della Guardia...
Le trombe, i timpani,
I piatti risuonano!"

Risuonano i mandolini, fischia l'usignolo sfrenatamente, e la gente è fustigata a morte con le bacchette
dei fucili, passa, passa la cavalleria dai neri cappucci sui cavalli focosi.
Un sogno premonitore scende con fragore verso il letto di Aleksej Turbin. Turbin dorme, pallido, con
una ciocca di capelli bagnata nel tepore, e la lampada rosa è accesa. Tutta la casa dorme. Dalla
biblioteca arriva il ronfare di Karas', dalla camera di Nikolka il sibilo di Servinskij... Torbidezza...
notte... Vicino al letto di Aleksej giace a terra un Dostoevskij e i "Demoni" scatenati lanciano parole di
beffa... Elena dorme tranquilla.
- Bene, ecco che cosa vi dico: non è mai esistito. Non è mai esistito questo Simon, mai! Né il turco,
né la chitarra sotto il lampione di ferro battuto della Bronnaja, né l'unione dei "zemstva"... niente di
niente. E' semplicemente un mito, creato in Ucraina nella nebbia del terribile '18.
... c'era dell'altro: un odio feroce. C'erano quattrocentomila tedeschi, e intorno a loro quattro volte
quaranta volte quattrocentomila contadini dai cuori ardenti di rabbia insoddisfatta. Oh, molto, molto si
era accumulato in quei cuori. I colpi dei frustini dei tenenti sulla faccia e il fuoco ininterrotto di shrapnel
sui villaggi indomiti, le schiene coperte di cicatrici lasciate dalle bacchette dei fucili dei seguaci
dell'etmano e i pezzetti di carta rilasciati come ricevute dai maggiori e dai tenenti dell'esercito tedesco:
"Dare al porco russo 25 marchi per il porco da lui vendutoci".
Una bonaria, sprezzante risatina accoglieva colui che si presentava con una simile ricevuta allo Stato
Maggiore tedesco della Città.
E i cavalli requisiti, il pane sequestrato e i proprietari dalle facce grasse ritornati nelle loro tenute
all'epoca dell'etmano, - un fremito di odio alla parola "ufficiali". Ecco che cosa c'era.
E ancora le voci sulla riforma agraria che l'etmano si accingeva ad effettuare,
- Ahimè, ahimè! Soltanto nel novembre del '18, quando presso la Città cominciarono a rombare i
cannoni, le persone intelligenti, e fra queste anche Vasilisa, intuirono che i contadini odiavano questo
"pan hetman" come un cane idrofobo, e capirono quel che avevano in testa i contadini: non c'era alcun
bisogno di quella porca riforma fatta dai signori, ma era invece necessaria l'eternamente desiderata
riforma contadina:
- Tutta la terra ai contadini.
- Cento desjatine(27) a testa.
- Non vogliamo più sentire neanche la puzza dei padroni.
- E che per queste cento desjatine ci diano una carta da bollo sicura, con un timbro, che la terra sia
sempre nostra, ereditaria, dal nonno al padre, dal padre al figlio, dal figlio al nipote e via di questo
passo.
- Che nessun pelandrone venga dalla Città a chiedere pane. Il pane è dei contadini, non lo daremo a
nessuno, quel che non mangiamo, lo mettiamo sotto terra.
- Che dalla Città portino il petrolio.
- Una riforma del genere l'adorato etmano non l'ha potuta fare. E nessun diavolo la farà mai.
Correvano voci sconsolanti che liberare dalla sventura di avere l'etmano e i tedeschi avrebbero
potuto soltanto i bolscevichi, ma anche i bolscevichi portavano le loro sventure:
- Gli ebrei e i commissari.
- Che disgraziati sono i contadini ucraini! Non c'è scampo!!
C'erano decine di migliaia di uomini che erano ritornati dalla guerra e che sapevano sparare...
- E glielo hanno insegnato gli stessi ufficiali per ordine dei superiori!
Centinaia di migliaia di fucili, seppelliti sotto terra, nascosti nei granai e nei ripostigli e non
consegnati, nonostante i tribunali di guerra tedeschi facili a punire, le fustigazioni con le bacchette dei
fucili e le scariche di shrapnel; milioni di cartucce nascoste sottoterra, e in ogni cinque villaggi, pezzi da
tre pollici e ogni due, mitragliatrici, e in ogni cittadina, arsenali di munizioni, depositi di pastrani e
colbacchi.
E in queste stesse cittadine i maestri elementari, gli infermieri, i piccoli proprietari, i seminaristi
ucraini, per volontà del destino diventati sottotenenti, gli erculei figli degli apicoltori, i capitani in
seconda con i cognomi ucraini... tutti parlano l'ucraino, tutti amano un'Ucraina fatata, immaginaria, senza
signori, senza ufficiali moscoviti, e le migliaia di ex prigionieri ucraini, ritornati dalla Galizia.
E questo in aggiunta alle decine di migliaia di contadini?... Stiamo freschi!
Ecco che cosa c'era. E il prigioniero... la chitarra...

"Voci minacciose, terribili...
Avanzano verso di noi..."

Din, din, trein... eh, eh, Nikolka.
Il turco, l'ussaro, Simon. Ma non è mai esistito. Mai. Assurdità, leggenda, miraggio.
E invano, invano il saggio Vasilisa, stringendosi la testa fra le mani, esclamava nel famoso novembre:
"Quos vult perdere, dementat!" - e malediceva l'etmano perché aveva lasciato uscire Petljura dalla
sudicia prigione cittadina.
- Tutte storie. Non è lui, è un altro. Non è un altro, è un altro ancora.
Dunque, erano finiti tutti gli avvertimenti ed erano cominciati gli avvenimenti... Il secondo
avvenimento non fu futile come la scarcerazione di un uomo-fantasma - oh, no! - esso fu così grandioso
che l'umanità ne parlerà certamente ancora per cent'anni... I galli francesi dalle brache rosse, nel lontano
Occidente europeo, avevano beccato i grassi corazzati tedeschi quasi a morte. Spettacolo terribile: i galli
dai berretti frigi con gridi gorgoglianti si erano gettati sui teutoni blindati e ne avevano strappato a pezzi
la carne insieme alle corazze. I tedeschi avevano combattuto disperatamente, ficcando le larghe baionette
nei petti piumati, si erano difesi con i denti, ma non avevano potuto resistere: i tedeschi! i tedeschi!
avevano chiesto pietà.
L'avvenimento che seguì fu strettamente legato a questo e ne derivò come l'effetto dalla causa. Tutto il
mondo stupefatto e scosso aveva appreso che l'uomo, il cui nome e i cui baffi rigidi come chiodi di sei
pollici erano noti a tutto l'universo, quest'uomo, certamente tutto di metallo, senza la minima traccia di
legno, era stato rovesciato. Era stato rovesciato nella polvere: aveva cessato di essere imperatore. Poi
una nera paura passò come il vento per tutte le teste della Città: vedevano, vedevano coi propri occhi
come sbiadivano gli ufficiali tedeschi e come il peloso, morbido tessuto celeste-azzurro delle loro
uniformi si trasformava in rada tela logora e sospetta. E tutto questo accadeva lì, sotto i loro occhi, nel
corso di ore, nel corso di poche ore gli occhi si scolorivano e nelle finestre a monocolo degli ufficiali si
spegneva la viva luce e dai larghi dischi di vetro cominciava ad affacciarsi, meschina e sfinita, la
miseria.
Allora una corrente attraversò il cervello dei più intelligenti fra quelli che con le pesanti valige gialle
e le ben pasciute donne avevano superato il filo spinato del campo bolscevico per venire nella Città. Essi
capirono che il destino li legava ai vinti e i loro cuori si riempirono di terrore.
- I tedeschi sono vinti, - dissero i vigliacchi.
- Noi siamo vinti, - dissero i vigliacchi intelligenti. La stessa cosa compresero anche i cittadini.
Oh, soltanto colui che è stato vinto sa che significhi questa parola! Essa assomiglia a una sera in una
casa in cui si sia guastata la luce elettrica, assomiglia a una stanza sulle cui tappezzerie si diffonde una
muffa verde piena di vita insana. Assomiglia a dei bambini rachitici indemoniati, all'olio marcio, a una
bestemmia oscena pronunziata da voci femminili nell'oscurità. Insomma, assomiglia alla morte.
E' finita. I tedeschi abbandonano l'Ucraina. Vuol dire, vuol dire che gli uni debbono fuggire e gli altri
debbono andare incontro ai nuovi strani ospiti non invitati della Città. Vuol dire che qualcuno dovrà
morire. Quelli che fuggono non moriranno, chi dunque morirà?
- Mo'i'e non è uno sche'zetto, - disse a un tratto, parlando con l'erre moscia, il colonnello Naj-Turs,
apparso non si sa donde dinanzi ad Aleksej Turbin, che dormiva.
Egli indossava una strana uniforme: aveva in testa un elmo risplendente, il suo corpo era coperto da
un giaco, e s'appoggiava a una lunga spada, di quelle che non sono più in uso in nessun esercito dal tempo
delle crociate. Un nimbo celestiale procedeva dietro Naj come una nuvola.
- Lei in Paradiso, colonnello? - chiese Turbin, sentendosi percorrere da quel fremito voluttuoso che
l'uomo non prova mai da sveglio.
- Si, in Pa'adiso, - rispose Naj-Turs con una voce limpida e trasparente come un ruscello dei boschi
comunali.
- Che strano, che strano, - prese a dire Turbin, - credevo che il Paradiso fosse, insomma... una
chimera umana. E che strana uniforme! Scusi la domanda, colonnello, lei rimane ufficiale anche in
Paradiso?
- Adesso Sua Signoria è nella brigata dei crociferi, signor dottore, - rispose il sottufficiale Zilin,
notoriamente falciato dal fuoco nemico insieme con uno squadrone degli ussari Belgradskij, nel 1916, in
direzione di Vilna.
Il sottufficiale torreggiava come un erculeo paladino, e il suo giaco emanava luce. I suoi lineamenti
grossolani, ben impressi nella memoria del dottor Turbin che aveva con le sue stesse mani bendato la
ferita mortale di Zilin, erano irriconoscibili, e gli occhi, in tutto simili a quelli di Naj-Turs, erano
limpidi, profondi, illuminati dall'interno. Più d'ogni altra cosa al mondo, l'anima tenebrosa di Aleksej
Turbin amava gli occhi femminili. Ah, gli occhi delle donne, che gingillo creato dal Signore!... Ma che
cos'erano in confronto degli occhi del sottufficiale?
- Lei, qui? - andava chiedendo il dottor Turbin, con curiosità e con inspiegabile gioia. - Come mai è
venuto in Paradiso con gli stivali, con gli speroni? Non ci saranno mica anche i cavalli, le salmerie, le
lance?
- Creda alla mia parola, signor dottore, - asserì con voce profonda da violoncello il sottufficiale
Zilin, fissandogli negli occhi uno sguardo celeste che scaldava il cuore, - siamo arrivati su dritto dritto a
cavallo, tutto lo squadrone al completo. Con la fisarmonica, per giunta. Certo, è un po' imbarazzante...
Lassù, come lei saprà, c'è una gran pulizia, pavimenti come quelli delle chiese.
- Sul serio? - chiese Turbin, sbalordito.
- Lassù, dunque, c'è l'apostolo Pietro. Non è un militare, ma è un vecchietto importante, alla mano. Io,
naturalmente, mi metto a rapporto e riferisco: così e così, il secondo squadrone degli ussari Belgradskij è
arrivato felicemente in Paradiso, dove ci ordina di accasermarci? Ma mentre riferisco, - il sottufficiale
tossicchiò pudicamente dietro il pugno chiuso, - seguito a pensare: "Sta' a vedere che lui, l'apostolo
Pietro, ci dirà di andare tutti al diavolo"... Perché, come lei sa, pazienza per i cavalli, ma... - il
sottufficiale, imbarazzato, si grattò la nuca, - c'è anche qualche donna che, detto in segreto, si è aggregata
strada facendo. Mentre parlo con l'apostolo, strizzo l'occhio al reparto perché spediscano via le donne,
per il momento, poi si vedrà. Per adesso, finché la faccenda non sia chiarita, è meglio che vadano a
sedere dietro le nuvole. Ma l'apostolo Pietro, lei capirà, pur non essendo un militare, è uno che la sa
lunga. Dà un'occhiata, e m'accorgo che ha avvistato le donne sui carretti. Si sa, con i loro fazzoletti
sgargianti, si vedono a una versta di distanza. Accidenti, penso. Ora caccia via tutto lo squadrone...
- "Ohibò", dice lui, "dunque vi siete tirati dietro le donne?" e tentenna il capo.
- "Signorsì", dico, "ma", dico, "non si preoccupi, le sbattiamo subito fuori, signor apostolo".
- "Ma no", dice, "lasciate stare, non dovete maltrattarle".
- Eh? Come le sembra? Che bravo vecchietto! Del resto, capirà anche lei, signor dottore, è
impossibile che uno squadrone si metta in campagna senza donne.
E il sottufficiale ammiccò furbescamente.
- E' vero, - fu costretto ad ammettere Aleksej Vasil'evic, abbassando gli occhi. Tra le tenebre del
sonno baluginarono due occhi neri neri, e i nei su una guancia destra, di un pallore perlaceo. Egli
tossicchiò imbarazzato, ma il sottufficiale continuò :
- "Be'", soggiunge subito lui, "riferiremo". Se ne va, ritorna e annunzia: "Va bene, vi sistemeremo". E'
impossibile dire quanto fosse grande la nostra gioia. A questo punto, però, sorge un piccolo intoppo,
"Bisognerà aspettare un poco", dice l'apostolo Pietro. Ma l'attesa non dura più d'un minuto. Guardo, e chi
vedo? - Il sottufficiale indicò il taciturno e altezzoso Naj-Turs, che scomparve dal sogno, dileguando
nelle tenebre. - Il signor comandante dello squadrone al trotto sul suo Ladrone di Tusino. Dopo un po',
dietro di lui se ne arriva a piedi un piccolo allievo ufficiale -. Zilin guardò Turbin con la coda
dell'occhio, poi per un attimo abbassò la testa quasi volesse nascondergli un segreto, non triste, ma al
contrario lieto e piacevole; poi rialzò il capo e continuò: - Pietro li guarda, facendosi solecchio, e dice:
"Be', adesso, ci siete tutti!" e subito si spalanca la porta e lui comanda: "Avanti, a destra, per tre".

"... Dun'ka, Dun'ka, Dun'ka, ehi!
Dunja, tesoro bello,..."

intonò a un tratto, come in sogno, un coro di voci ferree e una fisarmonica cominciò a suonare.
- Al passo! - gridarono i comandanti di plotone, con voci discordi.

"Ah, Dunja, Dunja, Dunja bella!
Voglimi bene, mia stella!"

e il coro svanì in lontananza.
- Con le donne? Siete andati dentro così? - esclamò Turbin.
Il sottufficiale scoppiò a ridere, tutto eccitato, e agitò allegramente le braccia.
- Dio buono, signor dottore. Là dentro c'è tanto di quello spazio. E una pulizia... Così, a prima vista,
ci sarebbe posto per altri cinque corpi d'armata, e anche per gli squadroni di riserva, ma che dico, per
cinque... per dieci! Accanto a noi c'è un palazzone con soffitti così alti che non si vedono neppure! "Scusi
la domanda", dico io, "questo qui per chi sarebbe?" Perché, infatti, era strano: là dentro le stelle erano
rosse, le nuvole mandavano un riflesso rosso, del colore dei nostri... "Questo", dice l'apostolo Pietro, "è
per i bolscevichi, di Perekop(28)".
- Che c'entra Perekop? - chiese Turbin, lambiccandosi inutilmente il povero cervello terrestre.
- Vede, eccellenza, lassù sanno tutto in anticipo. Nell'anno venti, quando hanno preso Perekop, una
massa di bolscevichi ci ha lasciato la pelle. E così, dunque, gli avevano preparato i locali per riceverli.
- I bolscevichi? - insorse Turbin. - Lei fa confusione, Zilin, questo è impossibile. Non li lascerebbero
entrare là dentro.
- Lo credevo anch'io, signor dottore. Anch'io. Mi sono indignato e ho chiesto al Signore Iddio...
- A Dio? Ohi, Zilin!
- Non dubiti, signor dottore, dico la verità, perché dovrei mentire? Gli ho parlato davvero più d'una
volta.
- E com'è?
Gli occhi di Zilin raggiarono e il viso gli si affilò orgogliosamente.
- Anche se m'ammazzasse, non potrei spiegarglielo. Il suo sembiante è illuminato, ma come sia, non si
riesce a capire... A volte lo guardi... e ti senti gelare. Sembra che egli sia simile a te. Ti prende uno di
quegli spaventi... "Che sarà mai?" ti chiedi. Poi ti passa e ritorni in te. Ha una faccia che varia. Ma,
appena lo senti parlare, provi una gioia, una gioia... E subito dopo appare una luce azzurra... hm... no, non
azzurra, - (il sottufficiale rifletté un poco), - non so dire come sia. Una luce che ti trapassa anche a mille
verste di distanza. Sicché, dunque, io gli faccio rapporto e gli domando: "Come mai, Signore, i tuoi pope
dicono che i bolscevichi finiranno all'inferno? Cos'è questa faccenda? Essi non credono in te, e tu,
invece, gli hai destinato simili caserme?"
- "Davvero, non credono?" chiede lui.
- "Com'è vero Iddio", rispondo io, ma intanto, sa, ho paura, sono parole da dirsi a Dio? Ma lo guardo,
e vedo che sorride. "Sono un imbecille", penso. "Cosa vengo a riferirgli, quando lui lo sa meglio di me?"
Però sono curioso di sentire quel che dirà. E lui dice:
- "E va bene, non credono, che ci vuoi fare? Lascia perdere. A me non fa né caldo né freddo. E
neppure a te. E neppure a loro. Perché a me dalla vostra fede non deriva né un guadagno né una perdita.
Uno crede, l'altro non crede, ma agite tutti quanti allo stesso modo: cercate subito di scannarvi. In quanto
poi alle caserme, Zilin, bisogna cercar di capire: per me, Zilin, siete tutti uguali, siete tutti morti sul
campo di battaglia. Questo bisogna capirlo, e non tutti lo capiscono. Ma tu, Zilin, non stare a confonderti
con questi problemi. Tira a campare, divertiti".
- Che ne dice, signor dottore, non si è spiegato bene? Eh?
- "Ma i pope", dico io... E lui mi fa cenno di star zitto... "Tu, Zilin, non nominarli nemmeno, i pope.
Non so proprio come fare con loro. Stupidi come i vostri pope, non ce ne sono altri al mondo. Te lo dico
in segreto, Zilin, non sono pope, sono uno schifo".
- "E allora", dico, "licenziali in tronco, Signore! Perché vuoi mantenere quei leccapiatti?"
- "Mi fanno pena, Zilin, ecco perché", dice lui.
Il nimbo intorno a Zilin divenne cilestrino, e una gioia inspiegabile ricolmò il cuore del dormiente.
Protendendo le mani verso lo sfavillante sottufficiale, egli gemette in sogno:
- Zilin, Zilin, non potrei in qualche modo esser assunto come medico nella vostra brigata?
Zilin agitò la mano come per rassicurarlo e assentì gentilmente, tentennando il capo. Poi si trasse
indietro e abbandonò Aleksej Vasil'evic. Questi si destò e davanti a lui, invece di Zilin, c'era il quadrato
della finestra che l'alba cominciava a poco a poco a imbiancare. Egli si asciugò il viso con la mano e
sentì che era bagnato di lacrime. Per un po' continuò a sospirare nel crepuscolo mattutino, ma non tardò a
riaddormentarsi e il suo sonno cominciò a scorrere tranquillo, senza visioni...
Sì, la morte non indugiò a venire. Essa vagò per le vie autunnali e poi per quelle invernali
dell'Ucraina, insieme alla secca neve turbinante. Cominciò a tambureggiare con le mitragliatrici nelle
boscaglie. Non la si vedeva, ma la precedeva la ben visibile ira sgraziata del contadino. Questi correva
nella tormenta e nel freddo, nei suoi "lapti"(29) consunti, con la paglia nei capelli arruffati, e ululava. In
mano aveva un grande bastone del quale nessuna iniziativa può fare a meno in Russia. Furono appiccati
qua e là degli incendi. Poi nella scarlatta luce del tramonto apparve appeso per i genitali l'oste ebreo. E
nella bella capitale polacca, Varsavia, si ebbe una visione: Henryk Sienkiewicz stava in una nuvola e
sorrideva sardonicamente. Poi cominciò una vera e propria diavoleria, si gonfiò e ribollì. I preti
suonavano le campane sotto le cupole verdi delle chiesette turbate, e accanto, nelle scuole dalle finestre
spezzate dalle pallottole, cantavano canti rivoluzionari.
No, c'è da morir soffocati in un simile paese e in un simile periodo. Che vada pure al diavolo! Un
mito. Petljura è un mito. Non è mai esistito. E' un mito non meno straordinario del mito del non mai
esistito Napoleone, ma molto meno bello. Accadde un'altra cosa. Bisognava incanalare quest'ira
contadina per una strada perché questo mondo è fatto in modo così infernale che per quanto corra finisce
sempre fatalmente per trovarsi allo stesso bivio.
E' molto semplice. Basta che ci sia dello scompiglio che gli uomini si trovano sempre.
E così, chissà da dove, apparve il colonnello Toropec. Risultò che proveniva nientemeno che
dall'esercito austriaco...
- Possibile?
- Glielo assicuro.
E poi fece la sua comparsa lo scrittore Vinnicenko, rinomato per due cose: per i suoi romanzi e poi
perché non appena l'ondata infernale, al principio del'18, lo gettò alla superficie del turbolento mare
ucraino, nei giornali satirici di Pietroburgo fu immediatamente chiamato traditore.
- Ben gli sta...
- Questo, poi, io non lo so. Per di più quel misterioso prigioniero uscito dalla prigione cittadina.
Nessuno ancora in settembre nella città si immaginava quel che potevano combinare tre uomini
provvisti della capacità di comparire al momento giusto, sia pure in un luogo così meschino come Belaja
Cerkov'. Ma in ottobre erano in molti a intuirlo e cominciarono a lasciare la stazione della città treni
illuminati da centinaia di luci, diretti attraverso l'ultimo sbocco ancora largo nella neonata Polonia e in
Germania. Volarono i telegrammi. Partirono i brillanti, gli occhi sfuggenti, le scriminature, il denaro. Ci
si precipitava anche verso sud, verso sud, nella città marittima di Odessa. Nel novembre, ahimè!, tutti
sapevano con sufficiente precisione. La parola
- Petljura!
- Petljura!
- Petljura!
cominciò a saltare negli occhi dai muri, dai grigi bollettini telegrafici. La mattina sgocciolava nel
caffè dalle pagine dei giornali e la divina bevanda tropicale si trasformava subito in bocca nella più
sgradevole risciacquatura. Passeggiò da una lingua all'altra e saltellò sugli apparecchi Morse sotto le dita
dei telegrafisti. Nella Città cominciarono a verificarsi avvenimenti portentosi legati a questa parola
enigmatica che i tedeschi pronunciavano a modo loro:
- Peturra.
Singoli soldati tedeschi, che avevano preso la pessima abitudine di gironzolare per i sobborghi,
cominciarono a scomparire di notte. Di notte scomparivano, e di giorno si veniva a sapere che erano stati
ammazzati. Perciò di notte cominciarono a girare le ronde tedesche con i loro bacili da barbiere in testa.
Giravano, giravano e le lanterne luccicavano: niente scandali! Ma nessuna lanterna era in grado di far
dileguare tutta la confusione che si era creata nelle teste.
Guglielmo. Guglielmo. Ieri hanno ucciso tre tedeschi. Dio mio, i tedeschi se ne vanno, lo sapete? !
Gli operai hanno arrestato Trockij a Mosca!!! Dei figli di cani hanno fermato un treno presso Borodjanka
e l'hanno completamente saccheggiato. Petljura ha mandato un'ambasciata a Parigi. Di nuovo Guglielmo. I
neri senegalesi sono a Odessa. Un ignoto nome misterioso - il console Enno. Odessa. Odessa. Il generale
Denikin. Di nuovo Guglielmo. I tedeschi se ne andranno, verranno i francesi.
- Verranno i bolscevichi, caro mio!
- Crepi l'astrologo, caro mio!
I tedeschi hanno un apparecchio speciale con una lancetta, lo mettono in terra e la lancetta indica
dove è sotterrata l'arma. Questo sì che è bello. Petljura, Petljura, Petljura, Petljura, Petljura, Peturra.
Nessuno, proprio nessuno sapeva che cosa di preciso questo Peturra volesse combinare in Ucraina,
ma tutti, nessuno escluso, sapevano che era un essere misterioso e senza volto
(benché i giornali di quando in quando pubblicassero nelle loro pagine la prima fotografia capitata in
redazione di un prelato cattolico, ogni volta diverso, con la didascalia: Simon Petljura),
che voleva conquistare l'Ucraina e, per conquistarla, veniva a prendere la Città.
6.

Il negozio Allo Chic Parigino di madame Anjou si trovava nel centro della città, nella Via
Teatral'naja, dietro il Teatro dell'Opera, in un enorme edificio a più piani e precisamente al piano
terreno. Dalla strada tre gradini conducevano attraverso una porta di vetro nel negozio, e ai lati della
porta c'erano due vetrine con delle tendine di tulle polverose. Nessuno sapeva dove fosse andata a finire
madame Anjou e perché il suo negozio fosse adoperato per scopi tutt'altro che commerciali. Sulla vetrina
di sinistra era dipinto un cappello di signora a colori, con le parole in oro "Chic Parisien", e dietro il
vetro della prima vetrina c'era un grandissimo manifesto di cartone giallo con due cannoni di Sebastopoli
incrociati come sulle spalline degli artiglieri, con la seguente iscrizione: "Puoi anche non essere un eroe,
ma sei obbligato ad arruolarti volontario".
Sotto i cannoni le parole:
"Si accettano iscrizioni volontarie nella Divisione mortai".
Accanto all'ingresso del negozio c'era una motocicletta annerita e sgangherata col side-car, e la porta
a molla sbatteva continuamente, e ogni volta che si apriva, faceva tintinnare uno splendido campanello -
din, din, din - che ricordava i recenti tempi felici di madame Anjou.
Turbin, Myslaevskij e Karas' si alzarono quasi contemporaneamente, dopo la notte della sbronza e,
con loro grande sorpresa, con la testa perfettamente chiara, ma abbastanza tardi, quasi a mezzogiorno.
Nikolka e Servinskij non c'erano già più. Nikolka di buon'ora aveva preparato un misterioso fagottino
rosso e, raschiandosi la gola - eh, eh... -, si era recato alla sua legione, mentre Servinskij era appena
andato allo Stato Maggiore.
Myslaevskij, denudatosi fino alla cintola nella sospirata cameretta di Anjuta dietro la cucina, dove,
nascosto da una tenda, c'erano bagno e scaldabagno, si rovesciò sul collo, sulla schiena e sulla testa un
getto di acqua gelida, e con un urlo di orrore e di entusiasmo gridò:
- Eh! Benone! Benissimo! - e inondò il pavimento tutt'intorno. Poi si asciugò con un asciugatoio di
spugna, si vestì, si unse la testa di brillantina, si pettinò e disse a Turbin:
- Aliosa, hm... sii buono, lasciami mettere i tuoi sproni. Non passo da casa, e non vorrei presentarmi
senza sproni.
- Prendili, sono nello studio, nel tiretto di destra della scrivania.
Myslaevskij andò nello studiolo, vi rovistò, tintinnò e uscì. Anjuta, dagli occhi neri, ritornata quella
mattina dal permesso che aveva trascorso presso una zia, passava il piumino sulle poltrone. Myslaevskij
tossì, sbirciò la porta, mutò il percorso diretto in uno tortuoso, girò intorno alla stanza e disse piano:
- Buon giorno, Anjutocka...
- Lo dirò ad Elena Vasil'evna, - sussurrò meccanicamente e senza riflettere Anjuta e chiuse gli occhi,
come un condannato su cui il boia ha già alzata la scure.
- Scioccherel...
Turbin aveva infilata la testa attraverso la porta. Il suo viso assunse un'espressione sarcastica.
- Vitja, stai osservando il piumino? Già. E' bello. Faresti però meglio ad andare per la tua strada. E
tu, Anjuta, ricordati bene, se ti dice che ti sposa, non gli credere, non ti sposa.
- Ma non si può neppure salutare una persona. Myslaevskij diventò scuro per la non meritata offesa,
sporse il petto in avanti e facendo tintinnare gli sproni, uscì dal salotto. Nella sala da pranzo s'avvicinò
alla sussiegosa Elena, mentre i suoi occhi giravano intorno inquieti.
- Buon giorno, Lena, cara, come stai? Hm... - (Dalla gola di Myslaevskij invece della metallica voce
di tenore uscivano rauche e basse note di baritono). - Lena, cara, - esclamò egli con sentimento, - non ti
arrabbiare. Ti voglio bene e anche tu me ne devi volere. E se ieri mi son comportato da villano, non ci
badare. Possibile che tu creda ch'io sia una canaglia?
Con queste parole egli prese Elena tra le braccia e la baciò su entrambe le guance. Nel salotto con un
morbido tonfo cadde il piumino. Ad Anjuta accadevano sempre strane cose non appena il tenente
Myslaevskij compariva in casa dei Turbin. Gli oggetti domestici cominciavano a piovere dalle sue mani:
se era in cucina, cadevano i coltelli a cascate, piovevano i piattini dalla credenza; Annuska diventava
distratta, correva senza necessità in anticamera e là si dava da fare intorno alle soprascarpe, pulendole
con uno straccio finché non tintinnavano i corti sproni calati giù fino ai calcagni e non comparivano il
mento tagliato a sbieco, le spalle quadrate e le brache azzurre dell'ufficiale. Allora Annuska chiudeva gli
occhi e usciva di sbieco dallo stretto e perfido passaggio. Anche quella volta, nel salotto, lasciato cadere
il piumino, era rimasta soprapensiero e guardava lontano, attraverso la tenda lavorata, il cielo grigio e
nuvoloso.
- Vit'ka, Vit'ka, - diceva Elena, scrollando la testa, simile ad una lustra corona teatrale, - a guardarti
sembri un giovane robusto, perché ti sei tanto infiacchito ieri sera? Mettiti a sedere, prendi un po' di té,
forse ti sentirai meglio.
- E tu, invece, Lenocka, parola d'onore, hai un'aria magnifica oggi. E la vestaglia ti sta bene, te lo
giuro, - diceva con tono adulatorio Myslaevskij, gettando degli sguardi rapidi e leggeri nel lucido interno
del buffet. - Karas', guarda che vestaglia. Tutta verde. Quanto è bella Elena!
- Elena Vasil'evna è bellissima, - rispose serio e sincero Karas'.
- E' colore "électrique", - spiegò Elena, - ma tu, Viten'ka parla francamente, che c'è?
- Vedi, Lena, cara, dopo la storia di ieri, mi può venire l'emicrania, e coll'emicrania non si può
combattere...
- Va bene, è nel buffet.
- Ecco, ecco... Un bicchierino soltanto... E' meglio di tutti i piramidoni.
Con una smorfia di sofferenza, Myslaevskij tracannò due bicchierini di vodka uno dopo l'altro e
mangiò un cetriolo rammollito del giorno prima. Poi dichiarò che gli sembrava di essere appena nato ed
espresse il desiderio di prendere del té col limone.
- Tu, Lenocka, - diceva Turbin, con voce un po' rauca, - non ti agitare e aspettami, vado ad iscrivermi
e torno. Quanto alle azioni militari non ti preoccupare, noi resteremo nella Città e respingeremo questo
carissimo presidente, questa canaglia.
- Non vi manderanno in qualche altro luogo?
Karas' fece un gesto rassicurante con la mano.
- Non si preoccupi, Elena Vasil'evna. Prima di tutto debbo dirle che prima di due settimane la
divisione non sarà pronta in nessun caso: non ci sono ancora né cavalli né munizioni. E anche quando
sarà pronta, senza dubbio alcuno resteremo in Città. Tutta l'armata, che si sta formando qui, servirà
certamente di guarnigione alla Città. Forse più tardi, nel caso di una campagna contro Mosca...
- Questo chissà quando... Hm.
- Bisognerà prima unirsi con Denikin...
- Voi mi consolate inutilmente, signori, io non ho paura di nulla, al contrario, approvo.
Elena parlava per davvero in tono risoluto e nei suoi occhi c'era ormai la consueta preoccupazione
delle faccende quotidiane.
- Anjuta, - gridò ella, - cara, là sulla veranda c'è la biancheria di Viktor Viktorovic. Prendila, amore,
spazzolala per bene, e poi subito a lavare.
Il piccolo agile Karas' dagli occhi azzurri agiva su Elena in modo tranquillizzante come nessun altro.
Nella sua casacca stinta, sicuro di sé, Karas' era calmo, fumava e socchiudeva gli occhi.
Si salutarono nell'anticamera.
- Che il Signore vi protegga, - disse Elena con aria severa e benedì Turbin. Benedì anche Karas' e
Myslaevskij. Myslaevskij l'abbracciò, e Karas', con la larga vita del pastrano strettamente fasciata dalle
cinghie, arrossendo le baciò teneramente tutte e due le mani.

- Signor colonnello, - disse Karas', facendo tintinnare dolcemente gli sproni e portando la mano alla
visiera, - mi permette di fare rapporto?
Il signor colonnello era seduto in una bassa poltroncina verdastra da boudoir, su di un rialzo simile a
una pedana, nella parte destra del negozio, dietro a una piccola scrivania. Le cataste di scatole di cartone
azzurro con la scritta "Madame Anjou. Cappelli per signora" si innalzavano alle sue spalle, attenuando
alquanto la luce che veniva dalla finestra impolverata coperta di tulle lavorato. Il signor colonnello
teneva in mano una penna e in realtà non era un colonnello ma un tenente-colonnello con le larghe
spalline d'oro a due scomparti e tre stellette oltre i cannoncini d'oro incrociati. Il signor colonnello era di
poco più anziano di Turbin; aveva trent'anni, al massimo trentadue. Il suo viso ben pasciuto e ben rasato
era adorno di baffetti neri tagliati all'americana. Gli occhi, straordinariamente vivaci, guardavano in
modo evidentemente stanco, ma attento.
Intorno al colonnello regnava il caos del primo giorno della creazione. A due passi da lui in una
piccola stufetta nera scoppiettava il fuoco e dai nodosi tubi neri, che si prolungavano dietro il tramezzo e
scomparivano nel fondo del negozio, gocciolava di tanto in tanto un liquido nero. Il pavimento, che sia
sulla pedana sia in tutto il resto del negozio finiva in alcune nicchie, era sparso di pezzi di carta e di
ritagli di stoffa rossa e verde. In alto, sopra la testa del colonnello, come un uccello inquieto crepitava
una macchina per scrivere, e quando Turbin sollevò la testa, vide che essa cantava dietro un parapetto
sospeso sotto il soffitto del negozio. Dietro il parapetto spuntavano delle gambe e un sedere infilati in
calzoni azzurri di cavalleggero, ma la testa non si vedeva, perché era tagliata dal soffitto. Una seconda
macchina strideva a sinistra in una buca invisibile, dalla quale venivano fuori le smaglianti spalline di un
volontario e una testa bianca, senza che si vedessero né le gambe né le braccia.
Molta gente passava di corsa accanto al colonnello, passavano spalline con i cannoncini d'oro,
troneggiava una cassa gialla con i ricevitori e i fili telefonici e accanto alle scatole di cartone erano
ammucchiate come barattoli bombe a mano col manico di legno e alcuni rotoli di nastri di mitragliatrice.
Una macchina da cucire a pedale stava sotto il gomito sinistro del signor colonnello, e accanto alla
gamba destra cacciava fuori il suo musetto una mitragliatrice. Nel fondo e nella penombra, dietro una
tenda attaccata a una lucida stanga, una voce si spolmonava, evidentemente al telefono: - Sì... sì... pronto.
Pronto: sì, sì. Sì, sono io -. Trin... fece il campanello... Più, più... cantò il delicato uccellino laggiù nella
buca, e una giovane voce di basso borbottò:
- Divisione... pronto... sì... sì.
- L'ascolto, - disse il colonnello a Karas'.
- Permette, signor colonnello, che le presenti il tenente Viktor Myslaevskij e il dottore Turbin. Il
tenente Myslaevskij presta attualmente servizio nella seconda legione di fanteria, in qualità di soldato
semplice, ma desidererebbe essere trasferito nella sua divisione in conformità alla sua qualifica
professionale. Il dottore Turbin domanda di essere nominato medico della divisione.
Dopo aver detto tutto ciò, Karas' tolse la mano dalla visiera, e Myslaevskij salutò militarmente.
"Diavolo... bisognerà indossare l'uniforme al più presto", pensò contrariato Turbin, sentendosi in
imbarazzo senza il berretto, come un fannullone qualunque, nel suo cappotto nero col collo di persiano.
Gli occhi del colonnello sfiorarono rapidamente il dottore e si spostarono al pastrano e al viso di
Myslaevskij.
- Già, - disse egli, - è una bella cosa. Dove ha prestato servizio, tenente?
- Nella divisione di artiglieria pesante N, signor colonnello, - rispose Myslaevskij, specificando in
tal modo la sua posizione durante la guerra con la Germania.
- Artiglieria pesante? Ma va benissimo. Cosa diavolo hanno fatto? Degli ufficiali di artiglieria
schiaffati in fanteria. Che pasticcio!
- No, signor colonnello, - rispose Myslaevskij, rischiarando con un leggero corpetto di tosse la sua
voce disobbediente, - sono stato io a chiederlo perché c'era urgenza di andare a Post-Volynskij. Ma
adesso che la legione è quasi al completo...
- Approvo incondizionatamente... bene, - disse il colonnello e guardò davvero con aria di
incondizionata approvazione Myslaevskij negli occhi. - Sono lieto di aver fatto la sua conoscenza...
Dunque... ah, sì, dottore? Anche lei vuole venire da noi? Hm...
Turbin piegò in silenzio la testa, per non rispondere: "Sissignore" vestito com'era col collo di
persiano.
- Hm... - il colonnello gettò uno sguardo alla finestra, - sa, la sua idea è certo buona. Tanto più che a
giorni probabilmente... Già... - egli si arrestò, socchiuse leggermente gli occhi e cominciò a parlare,
abbassando la voce: - Soltanto... come dire... Qui, vede, dottore, c'è una questione... Le teorie sociali...
e... hm... è socialista? non è vero? come tutti gli intellettuali -. Gli occhietti del colonnello sfuggirono da
un lato, e tutta la sua figura, le labbra e la voce melliflua espressero il desiderio vivissimo che il dottor
Turbin fosse per davvero un socialista e non altro. - La nostra divisione si chiama appunto studentesca, -
il colonnello sorrise cordialmente, ma senza mostrare gli occhi. - Certo, è una cosa un po' sentimentale,
ma anch'io, sa, provengo dall'università.
Turbin provò una grande delusione e sorpresa: "Diavolo... Ma che cosa diceva Karas'?..." Senti la
presenza di Karas' alla sua spalla destra e, senza guardare, capì che quegli desiderava vivamente fargli
capire qualche cosa, ma che cosa di preciso era impossibile sapere.
- Io, - sbottò egli con un movimento nervoso della guancia, - purtroppo non sono socialista, ma...
monarchico. E debbo anzi aggiungere che non posso neppure sopportare la parola "socialista". E fra tutti
i socialisti quello che odio di più è Aleksandr Fiodorovic Kerenskij.
Un suono indefinibile uscì dalla bocca di Karas' dietro la spalla destra di Turbin. "Peccato separarsi
da Karas' e da Vitja, - pensò Turbin, - ma che vada al diavolo questa divisione piena di idee sociali".
Gli occhietti del colonnello riemersero fulmineamente sul viso e una scintilla e un luccichio vi
balenarono. Egli agitò una mano come se volesse cortesemente chiudere la bocca a Turbin, e disse:
- Mi rincresce. Hm... mi rincresce molto... Le conquiste della rivoluzione, eccetera... Ho un ordine
dall'alto: evitare di arruolare gli elementi monarchici, considerando che la popolazione... vede, è
necessario un certo controllo. Inoltre l'etmano, col quale siamo in diretti e strettissimi rapporti, come sa...
mi rincresce, mi rincresce...
Mentre il colonnello pronunziava queste parole, la sua voce non soltanto non esprimeva
rincrescimento, ma, al contrario, risuonava assai gioiosa, e i suoi occhietti erano in assoluta
contraddizione con ciò che andava dicendo.
"Aha-a? - pensò significativamente Turbin, - sono uno stupido, io... e il colonnello non è mica scemo.
Probabilmente è un carrierista, a giudicare dalla faccia, ma non importa".
- Non so proprio come fare... perché adesso, - il colonnello sottolineò forte la parola "adesso", -
dico, adesso, il nostro compito diretto è la difesa della Città e dell'etmano contro le bande di Petljura e,
probabilmente, anche contro i bolscevichi. Poi, poi si vedrà... Mi permetta, dottore, di domandarle dove
ha prestato servizio finora.
- Nel 1915, dopo aver finito l'università, sono stato assistente in una clinica dermatologica, poi
medico nel reggimento degli ussari Belgradskij e poi astante dell'ospedale riunito da campo. Attualmente
sono smobilitato e faccio pratica privatamente.
- Allievo ufficiale! - chiamò il colonnello, - mi chiami un ufficiale.
Una testa scomparve nella buca, e poco dopo davanti al colonnello si trovava un giovane ufficiale,
bruno, energico e tenace. Portava un berretto rotondo di astrakan dal fondo color lampone, con due
strisce incrociate e un pastrano grigio, lungo à la Myslaevskij, stretto da una cintura con la rivoltella. Le
sue spalline d'oro sgualcite indicavano che era capitano in seconda.
- Capitano Studzinski, - si rivolse a lui il colonnello, - abbia la bontà di mandare allo Stato Maggiore
una relazione sull'immediato trasferimento del tenente...
- Myslaevskij, - disse, salutando militarmente, Myslaevskij.
- ... Myslaevskij dalla seconda legione alla nostra divisione, secondo la qualifica. Ed un'altra
relazione nella quale sia detto che il dottor... eh?
- Turbin...
- Turbin mi è estremamente necessario come medico di divisione. Chiediamo la sua nomina
immediata.
- Signorsì, signor colonnello, - rispose l'ufficiale sbagliando gli accenti, e salutò militarmente. "Un
polacco", pensò Turbin.
- Lei, tenente, può non tornare alla legione (a Myslaevskij). Il tenente comanderà il quarto plotone
(all'ufficiale).
- Signorsì, signor colonnello.
- Signorsì, signor colonnello.
- E lei, dottore, da questo momento è in servizio. Le propongo di venire fra un'ora sulla piazza del
ginnasio Aleksandrovskij.
- Signorsì, signor colonnello.
- Al dottore subito l'equipaggiamento.
- Signorsì.
- Pronto, pronto! - gridava la voce di basso nella buca.
- Sente? No. Dico: no... No, dico, - gridava qualcuno dietro il tramezzo.
- Prr... Pi... Pi-u... - cantava l'uccellino nella buca.
- Sente?...

- "Le libere notizie"! "Le libere notizie"! Il nuovo giornale quotidiano "Le libere notizie" ! - gridava
un piccolo strillone con uno scialle da donna sopra il berretto. - Lo sfacelo di Petljura. L'arrivo delle
truppe nere a Odessa. "Le libere notizie"!
Turbin in un'ora era riuscito a andare a casa. Le spalline d'argento uscirono dall'ombra del cassetto
della scrivania che si trovava nel piccolo studio di Turbin contiguo al salotto: le tendine bianche sulla
porta a vetri che dà sul balcone, la scrivania coi libri e il calamaio, gli scaffali con le boccette delle
medicine e gli strumenti, un sofà coperto con un lenzuolo bianco. Una cameretta povera e un po' stretta,
ma confortevole.
- Lenocka, se oggi per qualche ragione dovessi tardare, e se qualcuno venisse, di' che non ricevo.
Malati in cura non ce ne sono... Fa' presto, tesoro.
Elena in fretta, infilando le dita sotto il collo della casacca, attaccava le spalline... Un altro paio di
spalline grigioverdi con la riga nera l'aveva attaccato al pastrano.
Pochi minuti dopo Turbin uscendo di corsa gettò uno sguardo alla targhetta bianca della porta
d'ingresso:

"Dottore A. V. Turbin
Malattie veneree e sifilide
606-914
Riceve dalle 4 alle 6 pom."

incollò la modifica "dalle 5 alle 7" e risali in fretta Alekseevskij spusk.
- "Le libere notizie"!
Turbin si fermò un momento, comprò e aprì il giornale continuando a camminare:

"Giornale democratico indipendente.
Esce ogni giorno.
13 dicembre 1918.
I problemi del commercio estero e in particolare del commercio con la Germania ci obbligano..."

- Scusate, ma dov'è?... mi gelano le mani.

"Come informa il nostro corrispondente, a Odessa sono in corso trattative per lo sbarco di due
divisioni di truppe di colore. Il console Enno non ammette l'idea che Petljura..."

- Ah, figlio di un cane!

"I disertori presentatisi ieri allo Stato Maggiore del comando di Post-Volynskij hanno riferito del
crescente sfacelo nelle file delle bande di Petljura. Due giorni fa un reggimento di cavalleria nella
regione di Korosten' ha aperto il fuoco sul reggimento di fanteria di loro fucilieri. Nelle bande di Petljura
si osserva un forte desiderio di pace. Evidentemente l'avventura di Petljura va verso il fallimento.
Secondo un'informazione dello stesso disertore, il tenente Bolbotun, rivoltatosi contro Petljura, s'è mosso
per ignota destinazione col suo reggimento e 4 pezzi d'artiglieria. Bolbotun propende per il partito
dell'etmano.
I contadini odiano Petljura a causa delle requisizioni. La mobilitazione da lui annunciata nelle
campagne non ha alcun successo. I contadini le si sottraggono in massa, nascondendosi nei boschi."

- Ammettiamo... Ah, maledetto gelo... Scusate.
- Ma, signore, perché va addosso alla gente? I giornali bisogna leggerli a casa...
- Scusate...

"Noi abbiamo sempre affermato, che l'avventura di Petljura..."

- Che mascalzone! Ah, mascalzoni!

"Chi vuol agire con onestà
Tra i volontari si iscriverà."

- Ivan Ivanovic, perché è di cattivo umore oggi?
- Mia moglie petljurizza. E' da stamattina che è bolbotunica.
A questa spiritosaggine l'espressione di Turbin si stravolse. Egli sgualcì con rabbia il giornale e lo
gettò sul marciapiede. Tese l'orecchio.
- Bu-um, - cantavano i cannoni. - U-u-uh, - chissà di dove, dal seno stesso della terra, si propagava un
rombo oltre la città.
- Ma che diavolo è?
Turbin si voltò bruscamente, raccolse il giornale sgualcito, lo spiegò di nuovo e lesse ancora una
volta attentamente in prima pagina:

"Nella regione di Irpen scontri dei nostri esploratori con gruppi isolati di banditi di Petljura.
In direzione di Serebrjanka tutto è tranquillo.
A Krasnyj Traktir nulla di nuovo.
In direzione di Bojarka il reggimento della guardia dell'etmano in un brillante attacco ha disperso una
banda di millecinquecento uomini. Sono stati fatti due prigionieri."

- Gu... gu... gu... Bu... bu... bu... - borbottava il grigio orizzonte invernale in direzione sud-ovest. Ad
un tratto Turbin aprì la bocca e impallidì. Automaticamente si ficcò il giornale in tasca. Dal viale, lungo
la via Vladimirskaja, veniva lenta e nera una folla. In mezzo alla strada si muoveva una massa di gente in
cappotti neri... Sul marciapiede si vedevano passare di corsa delle donne. Un cavalleggero della
Derzavnaja varta(30) cavalcava come un generale. Il suo massiccio cavallo aguzzava le orecchie,
sbirciava ai lati, camminava sghembo. Il grugno del cavaliere era pieno di imbarazzo. Di quando in
quando egli gridava delle parole, agitando per dovere la "nagajka", ma nessuno prestava ascolto ai suoi
gridi. Nella folla tra le prime file, balenarono le pianete dorate e le barbe dei sacerdoti, ondeggiò un
gonfalone. I ragazzini accorrevano da tutte le parti.
- "Le notizie"! - gridò lo strillone e si lanciò verso la folla.
Gli aiuto cuochi in berretti bianchi con i fondi piatti erano saltati fuori dagli antri infernali del
ristorante Metropol. La folla si spandeva sulla neve, come l'inchiostro sulla carta.
Delle lunghe casse gialle oscillavano sopra la folla. Quando la prima di esse fu vicina a Turbin, egli
poté decifrare una scritta che vi era stata scarabocchiata col carbone su un fianco:

"Alfiere Jucevic".
Sulla seguente:
"Alfiere Ivanov".
Sulla terza:
"Alfiere Orlov".

Nella folla ad un tratto si udirono degli strilli. Una donna canuta col cappello scivolato sulla nuca,
inciampando e lasciando cadere degli involti, si gettò dal marciapiede in mezzo alla folla.
- Ma come? Vanja? ! - proruppe la sua voce. Qualcuno impallidendo corse via. Una delle donne
ululò, e dietro ad essa un'altra.
- Signore Gesù Cristo! - udì mormorare dietro di sé Turbin. Qualcuno lo spingeva nella schiena e gli
alitava sul collo.
- Signore... la fine del mondo. Ma come, ammazzano la gente?... Ma che cosa succede?...
- Meglio qualunque cosa piuttosto che vedere una cosa simile.
- Cosa? Cosa? Cosa? Che cosa è accaduto? Di chi sono questi funerali?
- Vanja! - si sentiva urlare nella folla.
- Sono gli ufficiali assassinati a Popeljucha, - mormorò in fretta la voce di uno che soffocava dalla
voglia di essere il primo a raccontare, - erano arrivati a Popeljucha, si erano messi a dormire e di notte
sono stati accerchiati dai contadini e dai seguaci di Petljura e sono stati ammazzati tutti. Proprio tutti...
Gli hanno bucato gli occhi, e sulle spalle gli hanno tagliato le spalline nella carne. Li hanno sfigurati,
veramente.
- Davvero? Ma guarda...

"Alfiere Korovin".
"Alfiere Gerdt", -

passavano oscillando i feretri gialli.
- A che punto siamo arrivati... Pensate.
- Lotte intestine.
- Come mai?...
- Dicono, che si sono addormentati...
- Se la sono meritata... - sibilò ad un tratto nella folla alle spalle di Turbin una vocina nera, ed egli
vide tutto verde. In un istante balenarono dei visi, dei berretti. Come con una tenaglia, Turbin, tendendo il
braccio fra due colli, afferrò la voce per la manica d'un cappotto nero. Questo si voltò e cadde in uno
stato di terrore.
- Che cosa ha detto? - domandò Turbin sibilando, ma subito perse slancio.
- Scusi tanto, signor ufficiale, - rispose la voce tremando di terrore, - io non dico niente. Io taccio. Si
sbaglia, - la voce saltellava. Il naso a spatola impallidì e Turbin capì subito di essersi sbagliato, di non
aver afferrato quello che doveva. Sotto il naso a spatola, dal collo di persiano spuntava una faccia con
un'espressione estremamente bene intenzionata. Essa non avrebbe potuto dire assolutamente nulla, e i suoi
occhietti rotondi erano stravolti dalla paura.
Turbin lasciò la manica e in uno stato di gelido furore cominciò a frugare con gli occhi i berretti, le
nuche e i baveri che formicolavano intorno. Con la mano sinistra egli si preparava ad afferrare qualche
cosa, mentre con la destra stringeva nella tasca l'impugnatura della rivoltella. Il triste canto dei sacerdoti
gli passava accanto, e vicino risuonava il pianto straziante di una donna avvolta in uno scialle. Non c'era
assolutamente nessuno da afferrare, la voce era scomparsa, come sprofondata sotto terra. Passò l'ultimo
feretro:
"Alfiere Morskoj",
passò di volo una slitta.
- "Le notizie"! - ad un tratto nell'orecchio di Turbin esplose la voce di contralto un po' rauca.
Turbin cavò di tasca il foglio sgualcito e, fuori di sé, per due volte colpì con questo il volto del
ragazzo, e disse, digrignando i denti:
- Eccoti le notizie. Eccoti, eccoti le tue notizie. Canaglia!
Il suo attacco di furore si limitò a questo. Il ragazzo lasciò cadere i giornali, scivolò e si sedette su di
un mucchio di neve. In un istante il suo viso si contorse in un falso pianto, e gli occhi gli si riempirono di
un odio non falso, ferocissimo.
- Cos'è... Che cos'ha... perché? - disse egli con voce nasale, sforzandosi di piangere e frugando nella
neve. Un viso fissò sorpreso Turbin, ma temette di parlare. Pieno di vergogna, e sentendo l'assurdità del
suo gesto, Turbin infossò la testa tra le spalle e, voltatosi bruscamente, corse accanto al lampione a gas,
lungo la bianca fiancata del gigantesco edificio rotondo del museo, accanto a enormi buche piene di
mattoni coperti di uno strato di neve, e uscì di corsa sull'imponente piazza a lui tanto nota, che era il
giardino del ginnasio Aleksandrovskij.
- "Le notizie". Quotidiano democratico, - arrivò di nuovo a lui la voce dalla strada.

Come un'immensa stanza a quattro piani con centottanta finestre, il ginnasio, così familiare a Turbin,
circondava la piazza. Otto anni vi aveva passato Turbin(31), e per otto anni negli intervalli tra le lezioni
durante la primavera aveva corso per questa piazza, e, d'inverno, quando le aule erano piene di polvere
soffocante e sulla piazza era stesa la fredda greve neve dell'anno scolastico invernale, egli l'aveva
contemplata dalla finestra. Per otto anni questa immensa stanza aveva allevato e istruito Turbin e i suoi
compagni più giovani - Karas' e Myslaevskij.
Ed esattamente otto anni prima Turbin aveva visto per l'ultima volta il giardino del ginnasio. Il suo
cuore fu preso da un sentimento di paura. Gli sembrò ad un tratto che una nuvola nera avesse coperto il
cielo, che fosse calato un turbine e avesse cancellato tutta la vita come una terribile mareggiata spazza
via un approdo. Oh, gli otto anni di studio! quante cose assurde e tristi, quante cose disperate per l'anima
del fanciullo c'erano in essi, ma quante cose felici! Un giorno grigio, un giorno grigio, un giorno grigio,
l'"ut consecutivum", Caio Giulio Cesare, uno in cosmografia e l'eterno odio per l'astronomia da quel
giorno in poi! Ma in compenso la primavera, la primavera e lo schiamazzo nelle sale, e le studentesse coi
grembiulini verdi che passeggiavano per il viale, i castagni e maggio, e soprattutto un inesauribile faro
davanti, l'università, ossia la vita libera, capite che cosa significhi l'università? I tramonti sul Dnepr, la
libertà, il denaro, la forza e la gloria.
Ed egli aveva vissuto tutto ciò. Gli occhi eternamente enigmatici dei maestri, e i terribili bacini(32)
che ancora appaiono nei sogni e dai quali l'acqua scorre eternamente senza mai vuotarli, e i ragionamenti
complicati su quel che differenziava Lenskij da Onegin(33), o sulla bruttezza di Socrate, o sull'anno di
fondazione dell'ordine dei gesuiti, su quello dello sbarco di Pompeo e di tutti gli altri che erano sbarcati
e non avevano smesso di sbarcare nel corso di duemila anni...
Non basta. Dopo gli otto anni del ginnasio, ormai libero da tutti quei bacini, ecco i cadaveri del teatro
anatomico, le bianche corsie, il vitreo silenzio delle sale operatorie, e poi tre anni di vita agitata in sella,
le ferite altrui, le umiliazioni e le sofferenze, - oh, maledetto bacino della guerra... Ed eccolo di nuovo
approdato là, sulla stessa piazza, in quello stesso giardino. E correva per la piazza, malato e innervosito,
stringendo la rivoltella nella tasca, correva, il diavolo solo sa dove e perché. Probabilmente a difendere
quella stessa vita - l'avvenire, per il quale s'era tormentato sui bacini e su quei maledetti pedoni, uno dei
quali si muove dalla stazione A e un altro gli viene incontro dalla stazione B(34).
Le finestre nere manifestavano la calma più assoluta e più tetra. A prima vista si capiva che quella
calma era la calma della morte. Strano, nel centro della Città, in mezzo al disastro, all'agitazione e al
trambusto, era rimasta, morta, la nave a quattro parti che un tempo aveva portato in mare aperto decine di
migliaia di vite. Come se nessuno più la custodisse : né un suono, né un movimento si notava alle finestre
e sotto i muri tinti di giallo. La neve copriva i tetti d'uno strato intatto, si posava come un berretto sulle
chiome dei castagni, rivestiva di un manto uniforme tutta la piazza, e soltanto alcuni sentieri tracciati dai
passi in varie direzioni dimostravano che la neve era stata da poco calpestata.
Strano, non soltanto nessuno sapeva, ma nessuno neppure s'interessava di sapere dove tutto fosse
andato a finire. Chi studiava adesso in quella nave? E se non vi si studiava, perché? Dove erano i
bidelli? Perché i terribili mortai dal muso ottuso sporgevano di sotto la fila dei castagni vicino
all'inferriata che divideva il giardinetto interno presso l'entrata principale? Perché nel ginnasio era stato
messo un arsenale? Di chi? Da chi? Perché?
Nessuno lo sapeva, come nessuno sapeva dove fosse andata a finire madame Anjou, e perché nel suo
negozio accanto alle scatole vuote fossero state accatastate le bombe...

- Dai! - gridò una voce. I mortai si muovevano e si spostavano lentamente. Duecento uomini si
muovevano, si spostavano, si accoccolavano e saltavano su, accanto alle enormi ruote di ferro battuto.
Balenavano confusamente i pellicciotti gialli, i pastrani grigi, i colbacchi, i berretti militari grigioverde e
quelli azzurri degli studenti.
Quando Turbin attraversò la grandiosa piazza, quattro mortai erano già in fila, con la bocca rivolta
verso di lui. La rapida istruzione sull'uso dei mortai era già finita e le svariate reclute volontarie della
divisione si disposero su due file.
- Signor capitano, - cantò la voce di Myslaevskij, - il plotone è pronto.
Studzinski si presentò davanti alle file, fece qualche passo indietro e comandò:
- Fianco sinistr', avanti, marsc...
La neve scricchiolò, le file si mossero e, posando fuori tempo i piedi, il plotone si mise in marcia.
Davanti a Turbin balenarono molti noti e tipici visi studenteschi. In testa al terzo plotone passò
Karas'. Non sapendo ancora dove e perché andasse, Turbin s'avviò accanto al plotone...
Karas' usci dalla fila e, camminando all'indietro, cominciò a contare, pieno di zelo.
- Sinistr'. Sinistr'. Un... due, un... due...
Come un serpente la colonna era risucchiata nella gola nera dell'ingresso del sotterraneo del ginnasio,
che la inghiottiva, una fila dopo l'altra.
All'interno il ginnasio era ancora più morto e tetro che di fuori. Il silenzio di pietra e le tenebre
vacillanti dell'edificio abbandonato furono rapidamente svegliati dall'eco dei passi militari. Sotto le
volte cominciarono a volare dei suoni, come se si fossero svegliati dei demoni. Un fruscio e un pispiglio
si sentivano attraverso il passo pesante dei soldati: i topi, disturbati, fuggivano nei buchi più oscuri. La
colonna passò per gli interminabili e neri corridoi del sotterraneo, ricoperti di mattonelle e arrivò in un
enorme salone, dove, attraverso le strette aperture delle finestre coperte da un'inferriata, attraverso le
morte ragnatele filtrava avaramente la luce.
Un fracasso infernale di martelli ruppe il silenzio. Aprivano le casse di legno cerchiate di ferro con
le munizioni, ne levavano gli interminabili nastri e i dischi simili a torte delle mitragliatrici Lewis. E
vennero fuori le mitragliatrici grige e nere, simili a fastidiose zanzare. Si sentivano battere i dadi e
strappare i chiodi, in un angolo una sega tagliava sibilando qualche cosa. Gli allievi tiravano fuori pile di
colbacchi schiacciati e freddi, pastrani dalle pieghe ferree, cinture che non si piegavano, cartuccere,
borracce coperte di panno.
- Sbriga-atevi, - echeggiò la voce di Studzinski.
Sei ufficiali con le opache spalline dorate si agitarono come ditischi sull'acqua. La voce tenorile di
Myslaevskij, tornata in sé, risuonava imperiosa.
- Signor dottore! - gridò Studzinski dal buio, - abbia la cortesia di prendere il comando degli
infermieri e di dar loro istruzioni.
Davanti a Turbin comparvero subito due studenti. Uno di essi basso e agitato, portava una croce rossa
sulla manica del cappotto da studente. L'altro indossava un pastrano grigio e il colbacco gli scendeva
sugli occhi e lui lo aggiustava continuamente con le dita.
- Là sono le casse con i medicamenti, - disse Turbin, - tirate fuori le borse da portare a tracolla, e per
me quella con gli strumenti. Distribuirete poi ad ogni artigliere due pacchetti di medicazione, spiegando
rapidamente come aprirli in caso di bisogno.
La testa di Myslaevskij si eresse sopra la grigia massa brulicante. Salito su di una cassa egli agitò il
fucile, fece scattare l'otturatore, con un rumore scattante infilò il caricatore e poi, mirando la finestra e
facendo scattare l'otturatore, coprì gli allievi di cartucce vuote. E subito l'interrato risuonò di un rumore
scandito come un'officina. Sollevando ondate di rumori scanditi e scattanti, gli allievi ufficiali caricarono
i fucili.
- Chi non è pratico, stia più attento, - cantava Myslaevskij, - allievi ufficiali, spiegate agli studenti.
Tutti cominciarono a infilarsi le cinture con le cartuccere e le borracce.
Avvenne un miracolo. Tutti quegli uomini diversi, dall'aspetto svariato, si trasformarono in una massa
omogenea e compatta, al di sopra della quale, come una spazzola pungente, muovendosi e sollevandosi
disordinatamente, si alzò la setola delle baionette.

- I signori ufficiali a rapporto, - risuonò da lontano la voce di Studzinski.
Nell'oscurità del corridoio, al dolce e gradevole suono degli sproni, Studzinski disse sottovoce:
- Le impressioni?
Gli sproni si mossero imbarazzati. Myslaevskij, con noncuranza ed abilità, toccando con la punta
delle dita la visiera si avvicinò al capitano in seconda e disse:
- Nel mio plotone quindici uomini non hanno alcuna idea di che cosa sia un fucile. Andiamo
maluccio.
Studzinski alzando gli occhi con aria ispirata là dove, modesta e grigia, filtrava attraverso il vetro
l'ultima luce fioca, disse:
- Stato d'animo?
Di nuovo parlò Myslaevskij:
- Hm... Hm... I feretri hanno danneggiato. Gli studentelli sono perplessi. I funerali hanno fatto una
brutta impressione. Li hanno visti attraverso l'inferriata.
Studzinski volse su di lui i suoi occhi neri e tenaci:
- Abbiate la cortesia di rialzare il morale. Gli sproni tintinnarono allontanandosi.
- Allievo ufficiale Pavlovskij! - si udì la voce di Myslaevskij tuonante come quella di Radames
nell'"Aida".
- Pavlovskij - ...lovskij! - ...lovskij! - rispose l'arsenale con gli echi delle pareti di pietra e col
clamore delle voci degli allievi.
- Presente!
- Della scuola Alekseevskaja?
- Signorsì.
- Forza allora, ci canti una canzone di quelle che scaldano il sangue. Che Petljura crepi, quel figlio di
p...
Una voce alta e pura intonò sotto le volte di pietra:

"Sono nato artigliere..."

Dall'altro lato risposero delle voci di tenore nel fitto delle baionette:

"La brigata è la mia famiglia."

Tutta la massa degli studenti trasalì, afferrò subito il motivo e ad un tratto un corale possente di bassi,
rimbombante come un'eco di cannoni, fece esplodere tutto l'arsenale.

"Il fuoco della mitraglia m'ha battezzato
E il velluto del fuoco m'ha avvolto."

Risuonò negli orecchi, nelle casse delle munizioni, nei vetri cupi, nelle teste e dei bicchieri polverosi
dimenticati sui davanzali delle finestre traballarono e tintinnarono...
Studzinski, acchiappati, in quella folla di cappotti, baionette e mitragliatrici, due sottotenenti rosei e
paffuti, diede loro a bassa voce un ordine :
- Nel vestibolo... strappar via la mussola... svelti.
I due sottotenenti scomparvero.

"Marciano e cantano
Gli allievi della Scuola della Guardia!
Le trombe, i timpani,
I piatti risuonano!!!"

La vuota scatola di pietra del ginnasio adesso urlava e ululava nella terribile marcia, e i topi
restavano nelle loro tane profonde, impazziti dal terrore.
- Un... due, un... due -, La voce stridula di Karas' tagliava il rumore tonante del coro.
- Più allegri!... - gridava Myslaevskij con la voce schiarita. - Andate forse a un funerale?
Non un grigio bruco multiforme ma

"Modiste! cuoche! cameriere! lavandaie!!
Seguono con lo sguardo gli allievi che van via!!!"

Una colonna rivestita di baionette puntute si riversava nel corridoio e il pavimento si piegava sotto il
fruscio dei piedi. Lungo l'interminabile corridoio e al secondo piano, il lungo bruco si dirigeva verso il
gigantesco vestibolo, inondato di luce dalla cupola di vetro, e le prime file ad un tratto uscirono di sé
dall'entusiasmo. Su un cavallo orientale di purissima razza, coperto da una gualdrappa con le insegne
imperiali, lo zar Alessandro, impennando il destriero, volava davanti agli artiglieri, con un sorriso
smagliante, coperto da un tricorno con una piuma bianca e le falde rialzate, un po' calvo e luminoso.
Mandando loro sorrisi pieni di un fascino insidioso, Alessandro agitava la sciabola e con la sua punta
indicava agli allievi ufficiali le schiere di Borodino. I campi di Borodino si coprivano delle nuvolette
dei proiettili e un nero sciame di baionette nascondeva lo sfondo della tela lunga più di quattro metri.

"... eppur ci furono
Gli scontri di battaglie!!!"

- E si dice... - risuonava la voce di Pavlovskij.

"E si dice che furono grandiosi!!"

tuonavano i bassi.

"Non per nulla tutta la Russia ricorda
Il giorno di Borodino!!"(35).

Lo splendido Alessandro si slanciava verso il cielo e il lacero telone di mussola, che lo nascondeva
per tutto l'anno, giaceva come una barriera ai piedi del suo cavallo.
- Non avete forse mai visto l'imperatore Alessandro il Benedetto? In fila, in fila! Un... due... un... due,
- urlava Myslaevskij e il bruco saliva, facendo piegare la scala sotto il passo pesante come quello della
fanteria di Alessandro. Voltando poi a destra la divisione passò davanti al vincitore di Napoleone
nell'immensa aula magna illuminata da due teorie di finestre e, interrotto il canto, si fermò in fitte file,
facendo oscillare le baionette. Una torbida luce biancastra regnava nella sala e come macchie smorte e
pallide, tra una finestra e l'altra, guardavano, interamente ricoperti, gli enormi ritratti degli ultimi zar.
Studzinski indietreggiò e guardò l'orologio da polso. In quel momento entrò correndo un allievo e gli
sussurrò qualcosa.
- Il comandante della divisione, - udirono i più vicini.
Studzinski fece un cenno agli ufficiali. Questi rapidamente corsero fra le file e le allinearono.
Studzinski uscì nel corridoio incontro al comandante.
Il colonnello Malysev, facendo tintinnare gli sproni lungo la scala, voltandosi e guardando lo zar
Alessandro, saliva verso l'ingresso dell'aula. Una sciabola caucasiana curva con la dragona di color
ciliegia gli penzolava al fianco sinistro. Egli portava un berretto di velluto nero brillante e un lungo
pastrano con un enorme spacco posteriore. Il suo viso era preoccupato. Studzinski gli si avvicinò in fretta
e si fermò, salutando militarmente.
Malysev gli domandò:
- Sono vestiti?
- Signorsì. Tutti gli ordini sono stati eseguiti.
- Allora?
- Combatteranno. Ma non hanno alcuna esperienza. Su centoventi allievi ufficiali, ottanta studenti che
non sanno tenere il fucile in mano.
Un'ombra si posò sul viso di Malysev. Egli rimase silenzioso.
- E' una grande fortuna che siano capitati dei bravi ufficiali, - continuò Studzinski, - specialmente
questo nuovo, Myslaevskij. In un modo o nell'altro ce la caveremo.
- Bene. Allora, dopo che li avrò passati in rivista, mandi a casa gli uomini della divisione, esclusi gli
ufficiali e una guardia di sessanta uomini scelti fra gli allievi più esperti che lascerete presso i pezzi
nell'arsenale e a custodia dell'edificio, con l'intesa che domani mattina alle sette tutta la divisione deve
essere al suo posto.
Un terribile sbalordimento scosse Studzinski e i suoi occhi si sgranarono sul signor colonnello in
modo indecente. La sua bocca si spalancò.
- Signor colonnello... - per l'emozione Studzinski spostava tutti gli accenti sulla penultima sillaba(36),
- mi permetta di parlare. E' impossibile. L'unico modo per conservare un minimo di spirito combattivo
alla divisione è di trattenerla qui di notte.

Il signor colonnello rivelò subito e con grande prontezza una nuova qualità: quella di arrabbiarsi nel
più splendido dei modi. Il suo collo e le sue guance diventarono paonazze e gli occhi scintillarono.
- Capitano, - disse egli con una voce sgradevole, - nel mandato di pagamento le farò assegnare uno
stipendio non come ufficiale, ma come professore che impartisce lezioni ai comandanti di divisione, e me
ne dispiacerà perché credevo di avere in lei un esperto ufficiale, e non un insegnante. Dunque, non ho
bisogno di lezioni. La prego di non darmi consigli! Ascoltare, ricordare. E, quindi, eseguire!
E si fissarono.
Il collo e le guance di Studzinski divennero di color rame e le labbra ebbero un tremito. Con un
soprassalto della voce egli disse:
- Obbedisco, signor colonnello.
- Sì, obbedire. Li mandi a casa. Ordini di riposare bene, li faccia uscire senza armi, e domani adunata
alle sette. Li mandi a casa.. Anzi li mandi a piccoli gruppi, e non in blocco, e senza spalline per non
attirare l'attenzione dei curiosi col loro aspetto marziale.
Un raggio di comprensione balenò negli occhi di Studzinski e l'ira vi si spense.
- Signorsì, signor colonnello.
Il signor colonnello allora cambiò bruscamente.
- Aleksandr Bronislavovic, è da vario tempo che la conosco come un esperto e provato ufficiale. Ma
anche lei mi conosce. Quindi, non prova risentimento, non è vero? I risentimenti in ore simili sono fuori
posto. Io mi sono espresso in modo spiacevole, dimentichi, ma anche lei...
Studzinski si fece di porpora.
- Giustissimo, signor colonnello, io ho torto.
- Allora, va tutto bene. Non perdiamo tempo perché non cadano di morale. Insomma, a domani.
Domani si vedrà meglio. In ogni caso, vi avverto in precedenza: trascurate l'artiglieria, sappiatelo bene:
non ci saranno né cavalli né munizioni. Quindi, da domani mattina esercitazione di tiro con i fucili e
nient'altro. Fate in modo che la divisione domani a mezzogiorno tiri come un reggimento scelto. E a tutti
gli allievi già esperti, le granate. Chiaro?
Ombre assai tetre si posarono sul viso di Studzinski. Egli ascoltava pieno di tensione.
- Signor colonnello, permetta una domanda.
- So già quello che vuole domandarmi. Può farne a meno. Le risponderò: è una situazione schifosa.
Può capitare anche peggio, ma raramente. Chiaro?
- Signorsì.
- Dunque, - Malysev abbassò molto la voce, - si capisce che non ho nessuna voglia di rimanere in
questo sacco di pietra in una notte sospetta e forse di mandare all'altro mondo duecento ragazzi,
centoventi dei quali non sanno neppure tirare!
Studzinski taceva.
- Le cose stanno così. Del resto parleremo stasera. Ne avremo il tempo. Dalla divisione, adesso.
Entrarono nell'aula.
- Presentat'arm! Signori ufficiali! - comandò Studzinski.
- Buongiorno, artiglieri!
Studzinski da dietro la schiena di Malysev, come un regista inquieto, agitò la mano, e la grigia
muraglia irsuta di baionette gridò così forte che i vetri ne tremarono.
- Salute, signor colonnello.
Malysev guardò con espressione allegra le file, tolse la mano dalla visiera e disse:
- Magnifico... Artiglieri! Non spenderò inutilmente le parole, non so parlare perché non ho mai fatto
comizi e perciò sarò breve. Noi le daremo a Petljura, figlio d'un cane, e, state tranquilli, le daremo sode.
Molti di voi provengono dai reggimenti Konstantinovskij, Vladimirskij, Alekseevskij; le aquile delle loro
bandiere non hanno mai conosciuto la vergogna. Molti di voi sono stati alunni di questo ginnasio famoso.
Le sue vecchie pareti vi guardano. E io spero che non farete arrossire di voi. Artiglieri della Divisione
mortai! Difenderemo questa grande Città nel momento in cui l'assedia un bandito. Se scaricheremo su
questo carissimo presidente i nostri pezzi da sei pollici, il cielo gli sembrerà più piccolo delle sue
mutande, stramaledetto figlio di buona donna!
- Ah - ah - ah, - rispose la massa irsuta sbalordita dalla vivacità delle espressioni del colonnello.
- Fate del vostro meglio, artiglieri!
Studzinski di nuovo, come un regista dietro le quinte, agitò la mano pieno di preoccupazione e di
nuovo la massa fece cadere strati di polvere col suo urlo ripetuto da un'eco tonante.
- Rrr... rrr...

Dopo dieci minuti l'aula magna, come il campo di Borodino, era piena di centinaia di fucili in fascio.
Due sentinelle spiccavano nere alle estremità della polverosa pianura del parquet fitto di baionette. Più
lontano, in basso, risuonava l'eco dei passi dei neoartiglieri che se ne andavano in fretta per ordine del
comandante della divisione. Nei corridoi si sentiva un battito e un fragore metallico, e si udivano i gridi
degli ufficiali: era Studzinski che metteva personalmente le sentinelle. Poi all'improvviso nei corridoi si
fece sentire la tromba. Nei suoi suoni arrugginiti e spezzati che volavano per tutto l'edificio, non c'era più
nulla di minaccioso ma anzi si sentiva chiaramente una nota inquieta e stonata. Nel corridoio sopra la
tromba della scala che, circondata da due rampe, conduceva al vestibolo c'era un allievo ufficiale e
gonfiava le guance. Dei logori nastri di San Giorgio pendevano dal bronzo opaco della tromba.
Myslaevskij, piantato davanti al trombettiere con le gambe divaricate, gli insegnava e lo faceva provare.
- Non riesce a rendere la melodia... Adesso così, così. Soffi, soffi. E' stata troppo tempo ferma, la
nostra trombetta. E adesso l'allarme.
- Ta-ta-tam-ta-tam, - cantava il trombettiere, seminando il panico e lo sconforto tra i topi.
Il crepuscolo irrompeva nell'aula attraverso le due teorie di finestre. Davanti al campo coi fucili in
fascio rimasero Malysev e Turbin. Malysev guardò il dottore in un certo qual modo arcigno ma subito
atteggiò il viso a un sorriso affabile.
- E così, dottore, come va? Il reparto sanitario è in ordine?
- In ordine, signor colonnello.
- Lei, dottore, può andare a casa. Lasci andare anche gli infermieri. Con questo accordo: gli
infermieri torneranno domani alle sette del mattino insieme agli altri... Quanto a lei, - (Malysev riflette un
po' e socchiuse gli occhi), - ... la prego di venire qui domani alle due del pomeriggio. Fino a quel
momento lei è libero, - (Malysev rifletté di nuovo). - Ancora: le spalline, per ora, può fare a meno di
metterle, - Malysev titubò. - Nei nostri piani non entra l'idea di attirare troppo l'attenzione su di noi.
Insomma, la prego di esser qui domani alle due.
- Signorsì, signor colonnello.
Turbin rimase al suo posto. Malysev tirò fuori il portasigarette e gli offrì una sigaretta. Turbin come
risposta accese un fiammifero. Luccicarono due piccole stelle rosse, e si capì subito che s'era fatto molto
scuro. Malysev inquieto guardò in alto, là dove biancheggiavano vagamente le lampade ad arco, poi uscì
nel corridoio.
- Tenente Myslaevskij, venga qui, per favore. Ecco: le affido in pieno l'illuminazione elettrica
dell'edificio. Illumini i locali al più presto. La prego di studiare il sistema in modo da poter accendere e
spegnere dappertutto le luci in ogni momento. La responsabilità dell'illuminazione cade tutta su di lei.
Myslaevskij salutò militarmente e si voltò con un movimento energico. Il trombettiere fece ancora un
debole suono e smise di suonare. Myslaevskij facendo tintinnare gli sproni - top-top-top - scese giù per la
scala principale così rapidamente che pareva pattinasse. Un minuto dopo dal basso si udirono i suoi
rimbombanti colpi di pugno e i suoi urli imperiosi. In risposta, sull'ingresso principale a cui conduceva il
larghissimo vestibolo col tetto a due versanti, gettando un debole riflesso sul ritratto di Alessandro, si
accese la luce. Malysev aprì perfino un po' la bocca dalla soddisfazione e si rivolse a Turbin:
- Accidenti!... Questo sì che è un ufficiale. Ha visto? Intanto giù sulla scala era comparsa una piccola
figura e aveva cominciato a salire lentamente. Quando essa voltò sul primo pianerottolo, Malysev e
Turbin, sporgendosi sulla ringhiera, la videro. La piccola figura camminava sulle gambe incerte e malate
e la sua testa bianca tremava. Portava una larga giacca a doppio petto con i bottoni d'argento e le
mostrine verdi. Dalle sue mani tremanti sporgeva un'enorme chiave. Myslaevskij veniva dietro di lui e di
tanto in tanto gli gridava:
- Sbrigati, sbrigati, vecchione! Perché cammini come un pidocchio sulla corda?
- Vossigno... Vossigno... - biascicava il vecchio, strascicando le gambe. Dal buio sul pianerottolo
sbucò Karas', dietro di lui un altro ufficiale, alto, poi due allievi e infine una mitragliatrice dal muso
affilato. La piccola figura si scansò terrorizzata, si curvò, si curvò, e fece un profondo inchino alla
mitragliatrice.
- Vossignoria, - borbottava essa.
Arrivata su, la piccola figura dalle mani tremanti, movendosi a tentoni nella semioscurità, aprì nel
muro una cassetta oblunga nella quale si vide una macchia bianca. Il vecchio vi infilò la mano, fece
scattare qualcosa, e in un istante la luce inondò il pianerottolo superiore del vestibolo, l'entrata dell'aula
magna e il corridoio.
Il buio si contrasse e fuggì alle sue estremità. Myslaevskij s'impadronì in un batter d'occhio della
chiave, e, infilata la mano nella cassetta, cominciò a divertirsi, facendo scattare le manopole nere. Una
luce abbagliante al punto da aver dei riflessi rosa, ora si accendeva, ora si spegneva nell'aula. I globi si
accesero e si spensero. Improvvisamente si accesero due globi ai due estremi del corridoio, e l'oscurità
con un salto fuggì via completamente.
- Ehi! C'è luce? - gridava Myslaevskij.
- Spenta, - rispondevano le voci dalla fossa del vestibolo.
- C'è! Acceso! - gridavano da basso.
Dopo essersi divertito, Myslaevskij accese definitivamente la luce nell'aula magna e nel corridoio e
il riflettore che illuminava lo zar Alessandro, chiuse lo sportello con la chiave e se la mise in tasca.
- Adesso, vecchione, va' a dormire, - disse egli con tono tranquillizzante, - tutto è in perfetto ordine.
Il vecchio batté le palpebre degli occhi semispenti con aria colpevole.
- E la chiavetta? la chiavetta... vossignoria... Come? La tiene lei?
- La chiavetta la tengo io. Proprio così.
Il vecchio restò ancora lì un po' con la testa tremante, poi cominciò a scendere lentamente.
- Un allievo ufficiale!
Un grosso allievo dalle guance colorite batté a terra il calcio del fucile vicino alla cassetta e restò
immobile.
- Alla cassetta possono avvicinarsi liberamente il comandante della divisione, l'ufficiale superiore ed
io - nessun altro. In caso di bisogno, per ordine di uno di noi tre, romperete la cassetta, ma con cura, per
non danneggiare in nessun caso il quadro di comando.
- Signorsì, signor tenente.
Myslaevskij si avvicinò a Turbin e sussurrò:
- E' Maksim... l'hai visto?
- Dio mio... l'ho visto, l'ho visto, - sussurrò Turbin.
Il comandante della divisione si fermò all'ingresso della sala e migliaia di luci giuocavano sulla
cesellatura d'argento della sua sciabola. Egli chiamò con un gesto Myslaevskij e disse:
- Senta, tenente, sono contento che lei sia capitato nella nostra divisione. Bravo.
- Faccio il mio dovere, signor colonnello.
- Lei deve ancora farci avere il riscaldamento qui nell'aula, per gli allievi ufficiali di guardia, al resto
penserò io. Troverò da mangiare e da bere. Della vodka, non molta, ma sufficiente per scaldarsi.
Myslaevskij sorrise in modo affascinante e tossicchiò molto espressivamente.
- Ech... ehm...
Turbin non ascoltava più. Chino sopra la ringhiera, egli non staccò gli occhi dalla piccola figura dai
capelli bianchi, fino a che essa non scomparve. Una vacua malinconia s'impadronì di lui. E subito, vicino
alla fredda ringhiera, con una chiarezza straordinaria gli passò davanti un ricordo:
... una folla di ginnasiali di tutte le età si riversava piena di ammirazione nel corridoio. Il tarchiato
Maksim, il capobidello, trascinava deciso delle piccole figure nere, aprendo una meravigliosa
processione.
- Ma sì, ma sì, ma sì, - borbottava egli, - in occasione della lieta venuta del signor provveditore, il
signor ispettore ammiri pure il signor Turbin e il signor Myslaevskij. Sarà un piacere per loro. Un enorme
piacere!
Evidentemente le ultime parole di Maksim racchiudevano la più caustica delle ironie. Soltanto ad un
uomo dal gusto depravato la vista dei signori Turbin e Myslaevskij poteva procurare piacere e per di più
nell'ora lieta della venuta del provveditore.
Il signor Myslaevskij, tenuto ben stretto dalla mano sinistra di Maksim, aveva il labbro spaccato di
traverso, e la sua manica sinistra era attaccata per un filo. Il signor Turbin, che Maksim trascinava con la
destra, non aveva più la cintura e tutti i bottoni, e non soltanto quelli della blusa ma anche quelli dei
pantaloni, erano stati strappati via cosicché sia la biancheria che il corpo del signor Turbin erano
vergognosamente esposti agli occhi di tutti.
- Ci lasci, caro Maksim, - imploravano Turbin e Myslaevskij, rivolgendo a turno verso Maksim
sguardi che si spegnevano sui loro visi insanguinati.
- Urrà! Tiralo, Max Venerabile! - gridavano loro dietro gli studenti agitati. - Nessuna legge permette
di picchiare impunemente quelli della seconda!
Oh, Dio mio, Dio mio. Allora c'era il sole, c'era chiasso, frastuono. Maksim non era allora come
adesso - canuto, afflitto e affamato. La sua testa era allora come una spazzola nera per le scarpe, qua e là
toccata da qualche filo bianco. Aveva delle tenaglie al posto delle mani, e al collo portava una medaglia
grande come una ruota di carrozza... Ah, la ruota, la ruota. Sei rotolata dal villaggio B facendo "n" giri
per arrivare in questo vuoto di pietra. Dio, che freddo. Adesso bisogna difendere... Ma che cosa? Il
vuoto? Il rombo dei passi?... Potrai tu, tu, Alessandro, salvare con le truppe di Borodino la casa che
crolla? Falli tornare in vita, falli scendere dalla tela! Essi sconfiggerebbero Petljura.
Le gambe portarono giù Turbin quasi automaticamente. Egli avrebbe voluto gridare "Maksim!", poi
cominciò a fermarsi e infine si fermò del tutto. S'immaginò Maksim giù, nel piccolo appartamento del
sotterraneo dove vivevano i bidelli. Certamente se ne stava tremando vicino alla stufa, aveva dimenticato
tutto e magari si sarebbe messo a piangere. E di malinconia ce n'era già fin troppa. Meglio infischiarsi di
tutto. Basta con i sentimentalismi. Abbiamo fatto i sentimentali tutta la vita. Basta.
E pure, quando ebbe congedati gli infermieri, Turbin si trovò nella classe vuota e semibuia. Come
macchie di carbone guardavano dai muri le lavagne. E i banchi stavano in fila. Egli non poté trattenersi,
sollevò il ripiano di uno di essi e si sedette. Difficile, penoso, incomodo. Com'è vicina la lavagna! Sì, lo
giuro, lo giuro, è la stessa classe oppure quella accanto perché dalla finestra si ha la stessa veduta sulla
Città. Ecco la mole nera e morta dell'università. La freccia del viale segnata dalle luci bianche dei
lampioni, e le scatole delle case, abissi di oscurità, muri, l'altezza sconfinata del cielo.
E dalla finestra una vera e propria scena dell'opera "La vigilia di Natale"; la neve e i lumicini che
tremano, vacillano... "Vorrei sapere perché sparano a Svjatosino". E' inoffensivo, lontano, come se i
cannoni sparassero nell'ovatta: bu-u, bu-u...
- Basta.
Turbin riabbassò il ripiano del banco, uscì nel corridoio e, passando davanti alle sentinelle,
attraverso il vestibolo, uscì in strada. All'ingresso principale c'era una mitragliatrice. Nelle vie c'erano
pochi passanti e la neve cadeva a larghe falde.

Il signor colonnello passò una notte affannata. Dovette fare la spola fra il ginnasio e il negozio di
madame Anjou, che si trovava a due passi. Verso mezzanotte la macchina funzionava bene e a tutto
vapore. Nel ginnasio, con un lieve sfrigolio, i filamenti delle lampade riversavano una luce rosea. L'aula
magna era diventata assai più calda, perché per tutta la sera e tutta la notte la fiamma aveva divampato
nelle vecchie stufe delle stanze attigue alla biblioteca.
Gli allievi al comando di Myslaevskij avevano accese le bianche stufe con gli "Annali patrii" e la
"Biblioteca di lettura" del 1863 e per tutta la notte senza tregua con le scuri avevano sfasciati i vecchi
banchi per alimentare il fuoco. Studzinski e Myslaevskij, dopo aver bevuto due bicchierini d'alcool a
testa (il signor colonnello aveva mantenuto la promessa e aveva procurato la quantità sufficiente per
riscaldarsi: un mezzo secchio) dormirono due ore a turno insieme agli allievi sopra i pastrani stesi in
terra vicino alle stufe, e le fiamme e le ombre purpuree giocavano sui loro visi. Poi si alzavano e per tutta
la notte andavano da una sentinella all'altra per sorvegliare i posti di guardia. Anche Karas' con alcuni
allievi mitraglieri montò la guardia alle uscite del giardino. Avvolti in lunghi pellicciotti di montone,
quattro allievi, dandosi il cambio ogni ora, montarono la guardia ai mortai dal largo muso.
Da madame Anjou la stufa era rovente come nell'inferno e i camini tiravano rumorosamente; un
allievo montava la guardia alla porta, senza staccar mai gli occhi dalla motocicletta ch'era presso
l'ingresso; altri cinque dormivano come sassi nel negozio, sui pastrani distesi in terra. Verso l'una di notte
il signor colonnello si stabilì definitivamente da madame Anjou; sbadigliava, ma non andava a dormire e
parlava continuamente al telefono. Alle due di notte arrivò sibilando una motocicletta da cui scese un
militare in pastrano grigio.
- Lasci passare. E' per me.
L'uomo portava al colonnello un voluminoso fagotto avvolto in un lenzuolo e legato in quattro da uno
spago. Il signor colonnello nascose con le proprie mani l'involto in un piccolo sgabuzzino attiguo al
negozio e lo chiuse con un lucchetto. L'uomo col pastrano grigio ripartì in motocicletta, il colonnello
passò nella galleria e lì, disteso il pastrano e preparato un guanciale con un mucchio di ritagli, si sdraiò,
ordinò all'allievo di servizio di svegliarlo alle sei e mezzo precise e si addormentò.
7.

Nella notte profonda un buio nero come il carbone si stese sulle terrazze del più bel posto del mondo
- la collina Vladimirskaja. I sentieri e i viali erano nascosti sotto l'infinito morbido strato della neve
intatta.
Non un'anima nella Città, non un piede turbava d'inverno quell'altura a più ripiani. Chi sarebbe andato
sulla Collina di notte e per di più in un momento simile? C'era da morir di paura, lassù! Neppure un uomo
coraggioso ci sarebbe andato. E del resto a far che? Un punto solo è illuminato: già da cent'anni, su un
terribile pesante piedistallo, sta il nero bronzeo Vladimir e in mano regge una croce alta più di sei metri.
Ogni sera, non appena il crepuscolo avvolge i precipizi, gli scoscendimenti e le terrazze, la croce
s'accende e arde tutta la notte. E si vede da lontano, si vede da quasi quaranta chilometri di distanza, nei
neri spazi che conducono a Mosca. Ma non illumina molto qui: la pallida luce elettrica cade sfiorando il
fianco verde-nero del piedistallo e strappa alle tenebre la balaustrata e un pezzo dell'inferriata che
circonda la terrazza centrale. Null'altro. E più lontano, più lontano!... Tenebre assolute. Gli alberi
nell'oscurità, strani come lampadari avvolti in veli di mussola, stanno immobili coi loro berretti di neve,
e intorno i cumuli di neve t'arrivano alla gola. Orrore.
Si capisce che a nessuno verrà mai in testa di salire fin qui. Nemmeno al più temerario. E, soprattutto,
non c'è nulla da fare qui. Tutt'altra cosa invece nella Città. La notte è inquieta, seria, una notte di guerra. I
lampadari ardono come un filo di perle. I tedeschi dormono, ma cogli occhi semiaperti. Nel vicolo più
buio ad un tratto un cono di luce azzurra.
- Halt!
Scricchiolio... scricchiolio... in mezzo alla strada avanzano delle pedine coi bacili in testa.
Copriorecchi neri... Scricchiolio... I fucili non a tracolla, ma in mano. Con i tedeschi non si scherza...
almeno per ora... Si dica quel che si vuole, ma i tedeschi sono una cosa seria. Sembrano scarabei
stercorari.
- I documenti!
- Halt!
Un cono di luce dalla lanterna. Ehi!...
Ed ecco una pesante e lucida automobile nera, e davanti quattro fari. Non è una semplice macchina,
perché dietro la lustra vettura trotta una scorta di otto uomini a cavallo. Ma per i tedeschi questo non ha
importanza. Gridano anche alla macchina:
- Halt!
- Dove? Chi? Perché?
- Il comandante, il generale di cavalleria Belorukov.
Questo, si capisce, è un altr'affare. Avanti pure. Dietro i vetri della vettura, nel fondo, un viso pallido,
coi baffi. Uno spento luccichio sulle spalle del cappotto da generale. E i bacili tedeschi salutano
militarmente. E' vero, in fondo al cuore a loro non importa se sia il generale Belorukov, o Petljura, o il
capo degli zulù, in quello schifoso paese. Tuttavia... Chi vive cogli zulù, deve fare come gli zulù. I bacili
tedeschi salutano. Cortesia internazionale, come si dice.

E' una notte seria, di guerra. E dalle finestre di madame Anjou cadono raggi di luce. Nei raggi si
vedono i cappelli da signora, i busti, le mutande, i cannoni di Sebastopoli. E va avanti e indietro come un
pendolo l'allievo di guardia, ha freddo e la baionetta traccia il monogramma imperiale. E là, nel ginnasio
Aleksandrovskij, i globi riversano la loro luce, come ad una festa da ballo. Myslaevskij, ristoratosi con
una buona dose di vodka, va avanti e indietro, sogguarda lo zar Alessandro il Benedetto, e tiene d'occhio
la cassetta dell'interruttore. Nel ginnasio l'atmosfera è abbastanza allegra e solenne. Ai posti di guardia ci
sono ben otto mitragliatrici e gli allievi ufficiali non sono mica degli studenti!... E' gente che saprà
combattere. Gli occhi di Myslaevskij sono rossi come quelli di un coniglio. Quante notti sono passate
così, insonni, e la vodka non manca e neppure le preoccupazioni. Nella Città la preoccupazione, almeno
per ora, può essere vinta facilmente. Se hai la coscienza pulita, passeggia pure. E' vero, ti fermeranno
cinque o sei volte. Ma se hai i documenti, va' pure. E' un po' strano che tu giri di notte, ma, se vuoi, va'...
Ma sulla Collina a chi può venire in mente di andare? E' un assurdo vero e proprio. E per di più c'è
anche il vento là in alto... quando soffia per i viali pieni di neve, ti sembra di sentire le voci dei diavoli.
Se uno va sulla Collina, dev'essere proprio un reietto che, sotto qualsiasi regime, si sentirà fra gli uomini
come un lupo in una muta di cani. Un miserabile, come quelli di Hugo. Uno che non deve neppure farsi
vedere nella Città, e se ci si fa vedere, è a suo rischio e pericolo. Se riesci a sfuggire alle pattuglie, vuol
dire che hai fortuna, se non ci riesci, non te la prendere. Un uomo simile, anche se raggiunge la Collina,
andrebbe umanamente compianto.
Neppure a un cane c'è da augurarlo. Il vento è diaccio. Resisti cinque minuti e vorresti trovarti a casa,
mentre...
- E' da cinque ore che siamo qui. Eh... eh... geleremo!...
Il fatto è che non si può andare nella Città alta passando lungo la via panoramica e la torre
dell'acquedotto, perché nel vicolo Michajlovskij, nella casa del convento, si trova lo Stato Maggiore del
principe Belorukov. Ogni momento passa una macchina con la scorta, o una macchina con le
mitragliatrici, o... - ufficiali, maledetti, crepate una buona volta!
Pattuglie, pattuglie, pattuglie.
Scendere per le terrazze nella Città bassa, a Podol, neanche da pensarci perché nella via
Aleksandrovskaja, che serpeggia ai piedi della Collina, prima di tutto c'è una catena di lampioni e poi, i
tedeschi - che il diavolo se li prenda - una pattuglia dietro l'altra. Forse, chissà, verso l'alba. Ma fino
all'alba saremo già assiderati. Vento gelido, hu-u-u, quando soffia per i viali, sembra che sui mucchi di
neve presso l'inferriata borbottino voci umane.
- Moriremo assiderati, Kirpatyj.
- Coraggio, Nemoljaka. Le pattuglie girano fino all'alba, poi vanno a dormire. Passeremo a Vvoz e ci
scalderemo dalla Sycicha.
L'oscurità si muove lungo l'inferriata e sembra di veder tre ombre nerissime stringersi al parapetto,
protendersi, guardare in giù, dove, come sulla palma d'una mano, si stende la via Aleksandrovskaja.
Adesso è muta, è vuota, ma all'improvviso vi passano di corsa due coni di luce azzurra - filano le
automobili tedesche o compaiono i neri piatti dei bacili che lasciano cadere corte ombre aguzze... Si
vede come sulla palma di una mano...
Un'ombra si staglia sulla Collina e la sua aspra voce di lupo sibila...
- Eh... Nemoljaka... Rischiamo! Andiamo. Chissà, forse riusciremo a passare...
Tira una brutta aria sulla Collina.
Anche nel palazzo, pensate un po', tira una brutta aria. C'è una strana confusione, addirittura
sconveniente di notte. Attraverso la sala, dove si trovano delle goffe sedie dorate, sul pavimento ben
lucidato, passò di corsa con un passetto da topo un vecchio servitore con le fedine. In lontananza risuonò
un tremolante campanello elettrico, e tintinnarono degli sproni. Nella camera da letto gli specchi nelle
opache cornici ornate di corone rifletterono una scena strana e innaturale. Un uomo magro, brizzolato, coi
baffetti corti sul glabro viso volpino incartapecorito, con una ricca giacca alla circassa dalle cartuccere
d'argento sul petto, si agitava davanti agli specchi. Accanto a lui si muovevano tre ufficiali tedeschi e due
russi. Uno in giacca alla circassa, come quello che stava nel centro, l'altro in casacca e calzoni da
cavalleggero che rivelavano la sua appartenenza alla guardia imperiale ma con le spalline cuneiformi dei
seguaci dell'etmano. Essi aiutavano l'uomo dal viso volpino a cambiarsi d'abito. La giacca alla circassa
fu deposta e così anche i larghi calzoni a sbuffo e gli stivali di vernice. L'uomo fu rivestito di un'uniforme
di maggiore tedesco e prese un aspetto non migliore né peggiore di centinaia di altri maggiori. Poi la
porta si aprì, si scostarono i polverosi tendaggi e lasciarono entrare un altro uomo in uniforme di medico
militare delle truppe germaniche. Egli aveva con sé un mucchio di pacchetti, li aprì e fasciò
completamente con le sue mani esperte la testa del neomaggiore tedesco in modo che si vedeva soltanto il
volpino occhio destro e la bocca sottile che lasciava travedere le capsule d'oro e di platino dei denti.
La sconveniente confusione notturna nel palazzo continuò ancora per un po' di tempo. Ad alcuni
ufficiali che gironzolavano per la sala piena di goffe sedie e nella sala adiacente, un tedesco uscito dalla
camera da letto raccontò in tedesco che il maggiore von Schratt scaricando la rivoltella si era ferito
accidentalmente al collo e doveva essere mandato d'urgenza all'ospedale tedesco. Si udì suonare un
telefono, e poi, in un punto, si senti pigolare un uccellino - più. Quindi ad un ingresso laterale del
palazzo, passando attraverso l'ogivale portone intagliato, si accostò una silenziosa automobile tedesca
con la croce rossa, e, avvolto nella garza e tutto impacchettato nel pastrano, il misterioso maggiore von
Schratt fu portato fuori sulla barella, e, ribaltato lo sportello, fu deposto nella vettura-ambulanza. La
macchina partì, mandando un sordo boato mentre usciva dal portone.
Nel palazzo fino al mattino continuarono la confusione e l'inquietudine, la luce ardeva nelle sale dei
ritratti e nelle sale dorate, il telefono suonava di continuo, e le facce dei camerieri avevano
un'espressione spavalda e negli occhi brillavano scintille d'allegria...
In una piccola stanza stretta, al primo piano del palazzo, vicino all'apparecchio telefonico comparve
un uomo in uniforme di colonnello di artiglieria. Egli chiuse con cautela la porta della piccola cameretta
intonacata di bianco che fungeva da centralino e che non assomigliava affatto alle altre camere del
palazzo e soltanto allora prese il ricevitore. Egli pregò l'insonne signorina del centralino di dargli il
numero 212. E, quando l'ebbe, disse: - Merci, - corrugò severo e preoccupato le sopracciglia, e domandò
con voce piuttosto sorda e intima:
- Parlo con lo Stato Maggiore della Divisione mortai?

Ahimè! Ahimè! Il colonnello Malysev non riuscì a dormire fino alle sei e mezzo, come aveva sperato.
Alle quattro del mattino l'uccellino nel negozio di madame Anjou cominciò a cantare con straordinaria
insistenza e l'allievo di servizio fu costretto a svegliare il signor colonnello. Il signor colonnello si
svegliò con straordinaria rapidità e si mise a riflettere in modo pronto e acuto come se non avesse mai
dormito. E non se la prendeva con l'allievo che aveva interrotto il suo sonno. Le quattro erano passate da
poco che la motocicletta lo trasportava via, e quando alle cinque ritornò al negozio di madame Anjou,
egli, inquieto e grave, immerso in una tetra riflessione piena d'ansia, aggrottò le sopracciglia come quel
colonnello che nel palazzo aveva chiamato la Divisione mortai.

Alle sette del mattino, sul campo di Borodino illuminato dai globi rosei, rannicchiandosi per il freddo
antelucano e alzando un rombo e un vocio, si trovava quello stesso lungo bruco che la sera prima aveva
salite le scale verso il ritratto dello zar Alessandro. Il capitano in seconda Studzinski stava un po' in
disparte in un gruppo di ufficiali e taceva. Cosa strana, nei suoi occhi c'era quello stesso riflesso incerto
di inquietudine che dopo le quattro c'era negli occhi del colonnello Malysev. Chiunque avesse visto il
colonnello e il capitano in quella notte memorabile, avrebbe notato subito con chiarezza la differenza:
negli occhi di Studzinski c'era l'inquietudine del presentimento, in quelli di Malysev l'inquietudine ben
precisa di chi si rende perfettamente conto che tutto va in malora. Dal risvolto della manica del pastrano
di Studzinski sporgeva il lungo elenco degli artiglieri della divisione. Egli aveva appena appena finito
l'appello e aveva constatato che mancavano venti uomini. Perciò l'elenco portava le tracce del brusco
movimento delle dita del capitano ed era tutto sgualcito.
Nella sala ormai fredda salivano leggere colonne di fumo: nel gruppo degli ufficiali si fumava.
Alle sette in punto davanti alla colonna comparve il colonnello Malysev e, come il giorno precedente,
fu accolto da un fragoroso saluto nella sala. Come il giorno precedente, il signor colonnello portava al
fianco la sciabola d'argento, ma, per qualche ragione, i riflessi delle luci non giuocavano più nella
cesellatura d'argento. Sull'anca destra del colonnello giaceva il revolver nella fondina, ma questa, forse
per una distrazione insolita nel colonnello Malysev, era aperta.
Il colonnello si presentò davanti alla divisione, posò la mano sinistra inguantata sull'impugnatura
della sciabola, e mise delicatamente la destra senza guanto sulla fondina, quindi pronunciò le seguenti
parole:
- Ordino ai signori ufficiali e agli artiglieri della Divisione mortai di ascoltare attentamente quanto
dirò loro! Durante la notte nella nostra situazione, nella situazione dell'esercito, e direi nella situazione
politica dell'Ucraina, si sono verificati mutamenti bruschi e improvvisi. Dichiaro perciò sciolta la
divisione! Propongo ad ognuno di voi di togliere tutti i distintivi e, dopo aver preso dall'arsenale tutto ciò
che vuole e che può portare con sé, di andarsene a casa, di nascondersi, di non farsi vivi e di aspettare
che io vi chiami di nuovo!
Egli tacque e parve così sottolineare ancora di più l'assoluto silenzio che regnava nella sala. Perfino
le lampade avevano cessato di sfrigolare. Tutti gli sguardi degli artiglieri e del gruppo di ufficiali erano
concentrati in un punto solo, precisamente sui baffi corti del signor colonnello.
Egli riprese:
- Io vi chiamerò non appena ci sarà un mutamento della situazione. Ma debbo dire che vi sono poche
speranze di mutamento... In questo momento ignoro anch'io quale piega prenderanno gli avvenimenti, ma
credo che la cosa migliore su cui possa contare ognuno... - (il colonnello improvvisamente gridò le
seguenti parole), - anzi i migliori di voi! è di essere mandato sul Don. Ordino dunque a tutta la divisione,
esclusi i signori ufficiali e gli allievi che hanno montata la guardia, di andarsene immediatamente a casa!
- Eh? Eh? Oh! Oh! Oh! - frusciò attraverso tutta quella massa, e le baionette persero la loro aria
combattiva. Si videro qua e là dei visi smarriti, ma in alcune file degli occhi brillarono di gioia... Dal
gruppo degli ufficiali si fece avanti il capitano Studzinski: stranamente livido, con gli occhi sfuggenti,
mosse alcuni passi in direzione del colonnello Malysev, poi si voltò a guardare gli ufficiali. Myslaevskij
teneva lo sguardo rivolto non a lui, ma sempre ai baffi del colonnello Malysev, e aveva l'aria di voler
tirare, com'era sua abitudine, un'infilata di bestemmie. Karas' si mise scioccamente i pugni sui fianchi e
batte le palpebre. In un gruppetto appartato di giovani sottotenenti corse all'improvviso una parola
inopportuna e distruttiva : "Arresto!"
- Cosa? Come? - disse una voce di basso nelle file degli allievi.
- Arresto!
- Tradimento!!
Studzinski, all'improvviso e con un'aria ispirata, diede un'occhiata al globo luminoso al di sopra della
sua testa, sbirciò il manico della fondina della rivoltella e gridò:
- Primo plotone!
La prima fila si spezzò a un'estremità, alcune figure grige ne uscirono e cominciò una strana
confusione.
- Signor colonnello! - disse Studzinski con voce completamente strozzata, - la dichiaro in arresto.
- Arrestatelo!!, - gridò ad un tratto con voce isterica un sottotenente e si mosse verso il colonnello.
- Aspettate, signori! - gridò Karas', che rifletteva in modo lento ma sicuro.
Myslaevskij saltò agilmente fuori del gruppo e, afferrato l'espansivo sottotenente per la manica del
pastrano, lo tirò indietro.
- Mi lasci, signor tenente! - esclamò il sottotenente, storcendo con rabbia la bocca.
- Silenzio ! - gridò la voce straordinariamente sicura del signor colonnello. E' vero, la sua bocca si
storceva non meno di quella del sottotenente, è vero, il viso gli si coprì di macchie rosse, ma nei suoi
occhi c'era più sicurezza che in tutto il gruppo degli ufficiali. E tutti si fermarono.
- Silenzio ! - ripeté il colonnello! - Ordino a tutti di ritornare ai propri posti ed ascoltare!
Regnò il silenzio, e lo sguardo di Myslaevskij si fece molto attento. Sembrava che nella sua testa si
fosse già fatta strada un'idea, ed egli aspettava ormai dal signor colonnello cose importanti e assai più
interessanti di quelle che egli aveva già riferito.
- Sì, sì, - cominciò il colonnello con un movimento nervoso della guancia, - sì, sì... L'avrei fatta bella,
se fossi andato in battaglia con gente simile. L'avrei fatta proprio bella! Ma ciò che è perdonabile ad uno
studente volontario, ad un giovane allievo ufficiale, al massimo ad un sottotenente, non è in nessun caso
perdonabile a lei, signor capitano!
Con queste parole il colonnello piantò su Studzinski uno sguardo di una asprezza senza pari. Negli
occhi del signor colonnello saltellarono scintille di vera irritazione contro Studzinski. Di nuovo subentrò
il silenzio.
- Dunque, - continuò il colonnello, - non ho mai fatto comizi in vita mia, ma a quanto pare ne dovrò
fare uno adesso. Ebbene, facciamo un comizio! E' vero che il vostro tentativo di arrestare il vostro
comandante, rivela in voi dei buoni patrioti, ma nello stesso tempo esso dimostra, che voi, eh... siete
degli ufficiali, come debbo dire? inesperti! In poche parole: io non ho tempo, e ve lo assicuro, - egli
sottolineò le parole con un tono sinistro e significativo, - neppure voi ne avete. La questione è: chi volete
difendere?
Silenzio.
- Chi volete difendere, vi domando, - ripeté minaccioso il colonnello.
Myslaevskij, con gli occhi scintillanti di enorme e fervido interesse, si fece avanti, salutò
militarmente e disse:
- Noi dobbiamo difendere l'etmano, signor colonnello.
- L'etmano? - ripeté come un'eco il colonnello. - Benissimo. Divisione, attenti! - urlò egli
improvvisamente in modo che la divisione trasalì istintivamente. - Attenzione!! L'etmano questa notte alle
quattro, abbandonandoci tutti vergognosamente in balia del destino, è scappato! E' scappato come l'ultimo
delle canaglie e dei vigliacchi! Un'ora dopo l'etmano, è scappato per la stessa destinazione, nel treno
tedesco, il comandante della nostra armata, il generale di cavalleria Belorukov. Al più tardi, fra alcune
ore noi saremo testimoni d'una catastrofe, quando uomini ingannati e trascinati come voi nell'avventura
saranno massacrati come cani. Ascoltate, Petljura ha nelle vicinanze della Città un esercito di più di
centomila uomini e nella giornata di domani... ma che dico, non di domani, ma d'oggi, - il colonnello
indicò con la mano la finestra, dove cominciava ad apparire l'azzurro del cielo sopra la Città, - i reparti
isolati e disfatti dei disgraziati ufficiali ed allievi, abbandonati dai mascalzoni dello Stato Maggiore e da
questi due farabutti che bisognerebbe impiccare, si scontreranno con le truppe di Petljura magnificamente
equipaggiate e venti volte superiori di numero... Ascoltate, figlioli! - gridò improvvisamente con voce
spezzata il colonnello Malysev che per età poteva essere non padre ma solo fratello maggiore a tutti
coloro che erano lì con le baionette, - ascoltate! Io ufficiale di carriera, che ho combattuto la guerra con i
tedeschi, e il capitano Studzinski ne è testimone, prendo sulla mia coscienza la responsabilità di tutto... di
tutto! Vi avverto! Vi mando a casa! E' chiaro? - esclamò egli.
- Sì... oh... oh, - rispose la massa e le baionette ondeggiarono. Poi si udì un pianto forte e convulso
nella seconda fila degli allievi.
Il capitano Studzinski, in modo del tutto inaspettato per la divisione e probabilmente anche per lui,
con un gesto strano che non aveva nulla di militare, si portò le mani inguantate agli occhi, lasciando
cadere l'elenco della divisione, e scoppiò in pianto.
Contagiati dal suo pianto, anche molti degli allievi scoppiarono in singhiozzi, le file d'un colpo si
spezzarono, e la voce di Radames-Myslaevskij, coprendo il frastuono discorde, urlò al trombettiere:
- Allievo Pavlovskij! Suonate la ritirata!!

- Signor colonnello, permette ch'io dia fuoco all'edificio del ginnasio? - disse Myslaevskij,
guardando il colonnello con un'espressione serena.
- Non permetto, - gli rispose Malysev, cortese e calmo.
- Signor colonnello, - disse in tono cordiale Myslaevskij, - nelle mani di Petljura cadranno il
deposito, l'artiglieria e, quel che è ancora più grave, - Myslaevskij indicò con la mano la porta,
attraverso la quale nel vestibolo, sopra la tromba della scala, si vedeva la testa dello zar Alessandro.
- Cadranno, - affermò cortesemente il colonnello.
- Ma come, signor colonnello?
Malysev si voltò verso Myslaevskij e fissandolo attentamente disse:
- Signor tenente, nelle mani di Petljura fra tre ore cadranno centinaia di vite; l'unica cosa che
rimpiango è che, a prezzo della mia vita e della sua, che certo è ancora più preziosa, non posso arrestare
la loro rovina. La prego di non parlarmi più dei ritratti, dei cannoni e dei fucili.
- Signor colonnello, - disse Studzinski, fermandosi davanti a Malysev, - da parte mia e degli ufficiali
da me spinti al gesto mostruoso di poco fa, la prego di accettare le nostre scuse.
- Le accetto, - rispose cortesemente il colonnello.

Quando sulla Città cominciò a dissiparsi la nebbia mattutina i mortai dai musi ottusi stavano vicino
alla piazza del ginnasio senza gli otturatori, e i fucili e le mitragliatrici, rotti e svitati, erano sparsi nei
nascondigli delle soffitte. Nella neve, nelle fosse e nei nascondigli dei sotterranei erano buttate a mucchi
le cartucce, e i globi elettrici non diffondevano più la loro luce nella sala e nei corridoi. La cassetta
bianca degli interruttori era stata fatta a pezzi con le baionette dagli allievi al comando di Myslaevskij.
Nelle finestre era tutto azzurro. E nell'azzurro sul pianerottolo erano rimasti due, che andavano via
per ultimi: Myslaevskij e Karas'.
- Il comandante avrà avvertito Aleksej ? - domandò preoccupato Myslaevskij a Karas'.
- Certo che l'ha avvertito, hai visto che non si è presentato, - rispose Karas'.
- Riusciremo ad andare dai Turbin oggi?
- No, oggi è impossibile, bisognerà nascondere le armi... e poi una cosa e l'altra. Andiamo a casa.
Nelle finestre era tutto azzurro, ma nella strada c'era già una luce biancastra e la nebbia si alzava e si
disperdeva.
PARTE SECONDA
8.

Sì, si vedeva la nebbia. Il gelo pungente, i rami frangiati, la neve buia, non rischiarata dalla luna, e
poi illuminata dalla luce antelucana, dietro la Città, in lontananza, le cupole delle chiese azzurre e
cosparse di stelle d'oro finto e ad un'altezza smisurata, sulla Città, la croce di Vladimir, che non si spegne
mai prima della luce dell'alba proveniente dalla riva moscovita del Dnepr.
All'alba essa si spense. E si spensero le luci sopra la terra. Il giorno tuttavia non divenne chiaro e
prometteva di essere grigio, con un velo basso sull'Ucraina.
Il colonnello Kozyr'-Lesko si svegliò a quindici verste di distanza dalla Città, sul far del giorno,
quando una luce rachitica e nebulosa penetrò dalla torbida finestrina della casupola nel villaggio di
Popeljucha. Il risveglio di Kozyr' coincise con le parole:
- Le carte delle operazioni.
Da principio gli sembrò di aver visto queste parole in un sogno molto caldo e quasi voleva
allontanarle con la mano come se fossero gelide. Ma le parole si gonfiarono, penetrarono nella casa
insieme alle ripugnanti pustole rosse sul viso dell'attendente e a una busta sgualcita. Dalla borsa col
foglio di mica e la retina Kozyr' tirò fuori, vicino alla finestra, una carta, trovò il villaggio di Borchuny, e
dopo Borchuny Belyj Gaj verificò con l'unghia la biforcazione delle strade, tutta sparsa, ai lati, di punti
indicanti i cespugli come di tante mosche, e poi l'enorme macchia nera: la Città. C'era un odore di
"machorka"(37) esalato dal possessore delle pustole rosse, il quale pensava che fumare si potesse anche in
presenza di Kozyr', tanto la guerra non ne avrebbe risentito, e di tabacco di seconda qualità, fumato dallo
stesso Kozyr'.
Kozyr' doveva andare subito a combattere. Egli accolse l'ordine con animo baldo, sbadigliò di gusto
e fece tintinnare il suo complicato finimento gettandosi le cinghie sulle spalle. Aveva dormito avvolto nel
suo pastrano, senza togliersi neppure gli sproni. La contadina si affannava intorno con una brocca di latte.
Kozyr' non beveva mai latte e neppure quella volta ne bevve. Sbucarono dei bambini. E uno di essi, il più
piccolo, trascinandosi sulla panca col sederino nudo cercava di raggiungere la pistola di Kozyr'. Ma non
la raggiunse perché Kozyr' se l'appese al fianco.
Per tutta la vita fino al 1914 Kozyr' era stato maestro di villaggio. Nel '14 era andato alla guerra in un
reggimento di dragoni e verso il 1917 era stato fatto ufficiale. L'alba del 14 dicembre '18 lo trovò
colonnello dell'armata di Petljura, e nessuno al mondo (lui meno degli altri) avrebbe saputo dire come
ciò fosse accaduto. Era accaduto perché la guerra per lui era una vocazione, mentre la professione di
maestro era stata soltanto un lungo e grosso errore. Del resto, così capita molto spesso nella nostra vita.
Per una ventina d'anni, uno si occupa di qualche cosa, per esempio, di diritto romano, e il ventunesimo
anno, ad un tratto, si accorge che il diritto romano non c'entra, che egli non lo capisce e non lo ama
neppure, perché è un bravo floricultore e arde d'amore per i fiori. Ciò dipende, bisogna supporre,
dall'imperfezione del nostro ordinamento sociale, per cui gli uomini il più delle volte trovano il proprio
posto soltanto verso la fine della vita. Kozyr' lo aveva trovato verso i quarantacinque anni. E fino a quel
tempo era stato un cattivo maestro, crudele e noioso.
- Dite ai ragazzi che escano fuori e montino a cavallo, - disse Kozyr', e si strinse sulla pancia la cinta
che scricchiolò.
Fumigavano le bianche case del villaggio di Popeljucha, e le quattrocento sciabole di Kozyr' uscirono
in ordine di battaglia. Nelle file della colonna ondeggiava il fumo delle "machorka" e il massiccio
stallone baio di Kozyr' si moveva nervosamente sotto il suo cavaliere. Le slitte della salmeria cigolavano
e si snodavano per mezzo chilometro dietro il reggimento. Il reggimento dondolava sulle selle, e subito
dopo Popeljucha alla testa della colonna sventolò sull'asta la bandiera a due colori: una striscia azzurra e
una striscia gialla.
Kozyr' non poteva sopportare il té, e a qualunque altra cosa la mattina preferiva un sorso di vodka.
Amava la vodka imperiale. Per quattro anni non ce n'era stata, ma sotto l'etmano essa era ricomparsa in
tutta l'Ucraina. Dalla borraccia grigia la vodka passò come una fiamma allegra nelle vene di Kozyr' e
passò anche nelle file dei soldati dalle fiaschette prese nel deposito di Belaja Cerkov', e non appena fu
passata, in testa alla colonna risuonò l'armonica e una voce in falsetto attaccò :

"Ahi, dietro il bosco
Dietro il verde bosco..."

E nella quinta fila irruppero i bassi:

"Arava una ragazza
Col bue nero...
Arava... arava
Ma non sapeva cantare
E invitò un giovane cosacco
A suonare il violino."

- Ffiu... ah! Ah, tach, tach!... - cominciò a fischiettare e a schioccare con la lingua come un allegro
usignolo il cavalleggero accanto alla bandiera. Le lance ondeggiarono e tremarono i cappucci d'un nero
funerario ornati di passamani e nappe funerarie. La neve scricchiolava sotto le migliaia di zoccoli ferrati.
Attaccò gioioso un mandolino.
- Forza, ragazzi! State allegri, - disse in tono d'approvazione Kozyr'. E l'usignolo spiegò i suoi trilli
sfrenati sopra i campi nevosi d'Ucraina.
Passarono Belyj Gaj, si squarciò il velo della nebbia e su tutte le strade apparve una nera massa
brulicante e si udì lo scricchiolio della neve. Presso Gaj a un bivio cedettero il passo a millecinquecento
uomini di fanteria. Nelle prime file questi uomini indossavano casacche azzurre tutte eguali di solido
panno tedesco, i tratti dei loro visi erano più fini e più espressivi, portavano abilmente i fucili: erano
galiziani. Nelle file successive indossavano vestaglie da ospedale lunghe fino ai calcagni, strette da
cinture di cuoio giallo non conciato. Su tutte le teste ondeggiavano i larghi elmetti tedeschi al di sopra dei
colbacchi. Stivaloni ferrati calpestavano la neve.
Le bianche vie che conducevano alla Città cominciavano a nereggiare di quella massa.
- Gloria! - gridava la fanteria alla bandiera azzurra e gialla.
- Gloria! - echeggiava Gaj con le sue foreste.
Al grido risposero i cannoni alle spalle e a sinistra. Il comandante del corpo di assedio, colonnello
Toropec, già nella notte aveva mandato due batterie verso il bosco della Città. I cannoni erano stati
disposti a semicerchio nel mare di neve e all'alba avevano cominciato il bombardamento. I pezzi da sei
pollici con le loro onde di fragore svegliarono gli altissimi pini nevosi. L'enorme paese di Pusca-Vodica
fu sconvolto da due colpi e in quattro strade aperte nel bosco le case, sprofondate nella neve, persero tutti
i vetri in una sola volta. Alcuni pini erano andati in schegge e si erano sollevate enormi fontane di neve.
Ma poi a Pusca il rombo era cessato. Il bosco pareva in dormiveglia e soltanto gli scoiattoli allarmati
giravano, facendo frusciare le zampine, sui tronchi centenari. Le due batterie lasciarono quindi Pusca e si
portarono sul fianco destro. Attraversarono i campi sconfinati e l'Urocisce boscoso, presero per uno
stretto sentiero, arrivarono al bivio e si piazzarono ormai in vista della Città. Dalle prime ore del mattino
sulla Podgorodrjaja, sulla Savskaja, nel sobborgo della Città, la Kurenevka, cominciarono a scoppiare
altissimi gli shrapnel.
Sul cielo basso e nevoso si sentiva un rumore di sonagli come se qualcuno giuocasse. Gli abitanti
delle casette fin dal mattino s'erano rintanati nelle cantine e nella luce dell'alba si potevano vedere le file
degli allievi ufficiali irrigiditi dal freddo che si ritiravano verso il centro della Città. Del resto, ben
presto i cannoni si calmarono, cedendo il posto alla allegra crepitante fucileria nei sobborghi
settentrionali. Poi anche questa si spense.

Il treno del comandante del corpo d'assedio Toropec era fermo allo scambio a cinque verste
dall'inanimato villaggio di Svjatosino mezzo seppellito nella neve e assordato dai boati e dai rimbombi
tra le immense foreste. Per tutta la notte nei sei vagoni restò accesa la luce elettrica, per tutta la notte allo
scambio risuonò il telefono e pigolarono i telefoni da campo nella sozza vettura-salone del colonnello
Toropec. Quando il giorno nevoso illuminò del tutto il luogo, i cannoni rintronarono in avanti lungo la
linea della ferrovia che porta da Svjatosino a Post-Volynskij, gli uccellini cominciarono a cantare nelle
cassette gialle e il magro e nervoso Toropec disse al suo aiutante di campo Chudjakovskij:
- Hanno preso Svjatosino. Signor aiutante, ordini, per favore, che il treno si sposti a Svjatosino.
Il treno di Toropec avanzò lentamente fra le pareti d'un nevoso bosco d'alto fusto e si fermò
all'incrocio della linea ferroviaria con l'enorme strada maestra che come una freccia penetrava nella
Città. E qui, nella vettura-salone, il colonnello Toropec cominciò ad attuare il piano che aveva elaborato
durante due notti insonni in quella stessa vettura n. 4173 piena di cimici.
La Città si innalzava nella nebbia, assediata da tutte le parti. A nord del bosco della Città e della
campagna, a ovest di Svjatosino occupata, a sud-ovest del malaugurato Post-Volynskij; a sud, al di là dei
boschetti, dei cimiteri, dei pascoli e del poligono di tiro, cinti dalla strada ferrata, ovunque sui sentieri e
sulle strade e con estrema facilità sulle pianure nevose nereggiava e avanzava tintinnando la cavalleria,
cigolavano gravosi i cannoni e marciava, sprofondando nella neve, spazientita da un mese di assedio, la
fanteria dell'armata di Petljura.
Nella vettura-salone dal pavimento coperto di un panno consunto cantavano senza posa, sommessi e
dolci, i galletti e i telefonisti Fran'ko e Garas', che non avevano dormito tutta la notte, cominciavano a non
capir più nulla.
- Ti-u... pi-u... pronto! pi-u... ti-u...
Il piano di Toropec era astuto, astuto era il nervoso colonnello Toropec dalle sopracciglia nere e
dalla testa rasata. Non per nulla egli aveva mandato due batterie nei pressi del bosco della Città, non per
nulla faceva rimbombare i cannoni nell'aria gelida e aveva distrutta la linea tramviaria che portava alla
boscosa Pusca-Vodica. Non per nulla aveva poi fatte spostare le mitragliatrici dal lato della campagna,
avvicinandole all'ala sinistra. Toropec voleva trarre in inganno i difensori della Città, facendo loro
credere che avrebbe attaccata la Città dalla sua ala sinistra (da nord), dal sobborgo di Kurenevka, per
attirare lì le truppe assediate, mentre lui avrebbe attaccato la Città di fronte, direttamente da Svjatosino,
lungo la strada di Brest-Litovsk e, inoltre, dall'estrema ala destra, da sud, dal lato del villaggio di
Demievka.
Eseguendo il piano di Toropec, alcuni reparti delle truppe di Petljura si spostavano lungo le strade
che dall'ala sinistra portavano a quella destra, e, accompagnato dai fischi e da un'armonica, con i capi in
testa, marciava il reggimento dei cappucci neri di Ko-zyr'-Lesko.
- Gloria! - riecheggiavano i boschi di Gaj. - Gloria!
Si avvicinarono, lasciarono Gaj da una parte e, attraversata la strada ferrata su di un ponte di travi,
videro la Città. Essa era ancora calda di sonno, e su di essa si stendeva una coltre di nebbia o di fumo.
Sollevatosi sulle staffe, Kozyr' guardava attraverso le lenti di un binocolo Zeiss là dove si ammassavano
i tetti delle alte case e le cupole della vecchia cattedrale di Santa Sofia.
Alla sua destra era già in corso la battaglia. A un paio di verste di distanza i cannoni rimbombavano
con un suono di piatti percossi e crepitavano le mitragliatrici. Lì la fanteria di Petljura correva in file
verso Post-Volynskij e, in file, retrocedeva da Post, stordita a sufficienza dal fuoco intenso, la rada e
eterogenea fanteria della guardia bianca...
La Città. Un cielo basso, denso. Un angolo. Le casette del sobborgo, rari pastrani.
- E' stato adesso riferito che avrebbero stretto l'accordo con Petljura di lasciare andare tutti i reparti
russi sul Don da Denikin senza disarmarli...
- Possibile?
Cannoni... Cannoni... bum... bu... bu-bu... Ecco, si è messa ad ululare la mitragliatrice. Disperazione e
perplessità nella voce dell'allievo ufficiale.
- Ma, scusa, allora bisogna cessare ogni resistenza. Melanconia nella voce dell'allievo:
- Chi diavolo lo sa!

Fin dal mattino il colonnello Sciotkin non era allo Stato Maggiore, e non c'era per la semplice ragione
che lo Stato Maggiore non esisteva più. Già nella notte dal 13 al 14 lo Stato Maggiore di Scétkin si era
ritirato nella stazione ferroviaria della Città e aveva passata la notte all'albergo La Rosa di Istanbul nei
pressi del telegrafo. Durante la notte in camera di Sciotkin di quando in quando aveva cantato l'uccellino
telefonico, ma verso l'alba aveva smesso. Alla mattina i due aiutanti del colonnello scomparvero senza
lasciar traccia. Un'ora dopo lo stesso Sciotkin, dopo aver frugato nei cassetti della scrivania e aver fatto
a pezzi delle carte, era uscito da quella sudicia locanda, ma non più nel suo pastrano grigio con le
spalline, bensì in un peloso cappotto borghese e col cappello moscio. Di dove fossero saltati fuori quegli
indumenti, nessuno lo sapeva.
Presa una carrozza a un isolato di distanza dalla Rosa di Istanbul, il borghese Sciotkin andò a Lipki,
arrivò a un piccolo appartamento ben ammobiliato, suonò il campanello, scambiò un bacio con una
paffuta signora bionda dai riflessi dorati e si ritirò con lei nella ben nascosta camera da letto. Dopo aver
mormorato in faccia alla bionda che spalancò gli occhi dal terrore, le parole:
- Tutto è finito! Oh, come sono stanco... - il colonnello Sciotkin si ritirò nell'alcova e si addormentò
dopo una tazza di caffè nero, preparatagli dalle mani della bionda dai riflessi dorati.

Nulla di tutto questo sapevano gli allievi della prima legione. Peccato! Se l'avessero saputo, forse,
sarebbe scesa su di loro l'ispirazione e invece di affannarsi sotto un cielo di shrapnel presso Post-
Volynskij, sarebbero andati nel confortevole appartamento di Lipki, ne avrebbero trascinato fuori
l'assonnato colonnello Sciotkin e l'avrebbero impiccato al lampione, proprio dirimpetto all'appartamento
della bionda dai riflessi dorati.

Sarebbe stato bello farlo, ma non lo fecero, perché non sapevano e non capivano nulla.
Del resto, nessuno capiva nulla nella Città e, probabilmente, neppure in futuro avrebbero capito
subito. Infatti, nella Città c'erano i ferrei tedeschi, anche se, a dire il vero, ormai un poco corrosi; nella
Città c'era quel furbo matricolato di etmano, magro magro, coi baffetti (della ferita al collo del misterioso
maggiore von Schratt sapevano quella mattina ben pochi); nella Città c'era Sua Eccellenza, il principe
Belorukov; nella Città c'era il generale Kartuzov, che completava le legioni per difendere la madre delle
città russe; nella Città, infine, risuonavano e cantavano i telefoni degli Stati Maggiori (nessuno sapeva
che fin dal mattino avevano cominciato a squagliarsela); nella Città si vedevano ufficiali dappertutto.
Nella Città ci si infuriava a sentir nominare Petljura, e nel giornale "Le notizie" ancora quel giorno
continuavano a prenderlo in giro gli immondi giornalisti pietroburghesi; nella Città giravano i cadetti(38),
mentre là, presso le villette di Karavaevka, la cavalleria variopinta incappucciata fischiettava come un
usignolo e dall'ala sinistra con trotto leggero i temerari "gajdamaki"[39] si spostavano all'ala destra. Se
fischiano a sole cinque verste di distanza, ci si domanda in che cosa spera ancora l'etmano. Fischiano
pregustando il piacere di fargli la pelle! E come fischiano...
Forse i tedeschi intercederanno per lui. Ma allora perché i tozzi tedeschi sorridono con indifferenza
sotto i loro baffetti alla tedesca, lì alla stazione di Fastov, mentre davanti a loro, un convoglio dietro
l'altro, passano i reparti di Petljura? Sono forse d'accordo con lui per farlo entrare pacificamente nella
Città? Ma allora, perché diavolo i cannoni degli ufficiali bianchi sparano ancora contro di lui?
No, nessuno capirà mai quel che accadde nella Città il 14 dicembre.
Suonavano i telefoni degli Stati Maggiori, ma, è vero, sempre più di rado, sempre più di rado... Più di
rado!
Più di rado!
Drr!
Tiu...
- Che cosa succede da voi?
-Tiu.
- Mandate le munizioni al colonnello...
- A Stepanov...
- A Ivanov!
- Ad Antonov!
- A Stratonov!
- Sul Don... Sul Don, amici... Siamo proprio scalognati.
- Tiu...
- Alla malora quelle carogne dello Stato Maggiore!
- Sul Don!...
Sempre più di rado, sempre più di rado, e verso mezzogiorno molto, molto di rado.
Intorno alla Città ora qua, ora là, ribolliva il rombo, poi cessava... Ma la Città ancora a mezzogiorno,
nonostante il rombo, viveva una vita che assomigliava a quella d'ogni giorno. I negozi erano aperti e
vendevano. Sui marciapiedi si affrettava la massa dei passanti, le porte battevano e il tram andava
sferragliando.
Ed ecco a mezzogiorno dalla parte di Pecersk una gaia mitragliatrice intonò la sua musica. I colli di
Pecersk ripercossero quel fragore intermittente ed esso volò al centro della Città. Scusate, ma è proprio
vicino!... Che cosa succede? I passanti si fermavano e cominciavano a fiutare l'aria. In certi punti del
marciapiede la folla si diradò.
Cosa? Chi?
- Arrrrrrrrrrrrr-pa-pa-pa-pa-pa! Pa! Pa! Pa! rrrrrrrrrrrrrr!! Chi?
- Come chi? Ma come, vossignoria, non è al corrente? E' il colonnello Bolbotun.

Sissignori, si era proprio ribellato a Petljura!
Il colonnello Bolbotun, stanco di eseguire i difficili pensamenti strategici del colonnello Toropec,
aveva deciso di accelerare alquanto gli avvenimenti. Erano intirizziti i cavalleggeri di Bolbotun a sud,
dietro il cimitero, a due passi dal venerando Dnepr bianco di neve. Era intirizzito anche Bolbotun. Ed
ecco che egli alzò il frustino e il suo reggimento a cavallo, cominciando dall'ala destra, si mosse in file di
tre, si dispiegò sulla strada e si avvicinò alla strada ferrata che cingeva da vicino il sobborgo della Città.
Il colonnello Bolbotun non incontrava nessuno sul suo cammino. Le sue sei mitragliatrici cominciarono a
strepitare sì che il rimbombo riempì la zona boscosa di Niznjaja Telicka. Bolbotun tagliò in un momento
la linea ferroviaria e fermò il treno passeggeri, che aveva appena passata la freccia del ponte ferroviario
per portare nella Città una porzione fresca di moscoviti e pietroburghesi con le loro ben pasciute donne e
i loro cagnolini pelosi. Il treno impazzì completamente, ma Bolbotun non aveva tempo da perdere con i
cagnolini. Gli allarmati treni merci vuoti dallo scalo merci furono smistati alla stazione passeggeri, le
locomotive di manovra fischiarono e le pallottole di Bolbotun fecero piovere una grandine inaspettata sui
tetti delle casette della via Svjatotroickaja. E Bolbotun entrò nella Città, andò avanti e avanti e arrivò
senza ostacoli fino alla scuola militare, mandando pattuglie a cavallo in tutti i vicoli. E si arrestò
Bolbotun soltanto presso lo scalcinato edificio a colonne della scuola militare Nikolaevskaja. Qui
Bolbotun fu accolto da una mitragliatrice e da fiacche salve sparate da una schiera di soldati. Nel plotone
di testa della prima centuria di Bolbotun fu ucciso il cosacco Bucenko, altri cinque furono feriti e due
cavalli ebbero le gambe spezzate. Bolbotun indugiò un poco. Ebbe l'impressione di aver di fronte chissà
quali forze. Ma in realtà solo trenta allievi e quattro ufficiali con una mitragliatrice avevano dato il
benvenuto al colonnello dal cappuccio azzurro.
Le file di Bolbotun a un comando si appiedarono, si sdraiarono, si nascosero e aprirono il fuoco
contro gli allievi ufficiali. Pecersk si riempì di fragore, l'eco si ripercosse sui muri e la zona della via
Millionnaja ribollì come una pentola.
Le azioni di Bolbotun ebbero subito il loro riflesso nella Città: cominciarono a chiudersi di schianto
le saracinesche delle vie Elisavetinskaja, Vinogradnaja e Levasovskaja. I gai negozi accecarono. I
marciapiedi si vuotarono d'un colpo e si riempirono di un silenzio ostile. I portieri chiusero svelti svelti i
portoni.
Anche nel centro della Città s'ebbe un riflesso: cominciarono a smorzarsi i galli dei telefoni degli
Stati Maggiori.
Telefonano dalla batteria allo Stato Maggiore della divisione. Che storia è questa? Non rispondono!
Telefonano dalla legione allo Stato Maggiore del comandante, vogliono qualcosa. E una voce in risposta
borbotta delle assurdità:
- I vostri ufficiali hanno le spalline?
- Perché?
- Ti-u...
- Ti-u...
- Mandare immediatamente un distaccamento a Pecersk.
- Che c'è?
- Ti-u...
Per le vie cominciò a diffondersi: Bolbotun, Bolbotun, Bolbotun, Bolbotun...
Come avevano saputo che si trattava di Bolbotun e non di un altro? Era un mistero, ma l'avevano
saputo. Forse perché da mezzodì fra i soliti pedoni e i perdigiorno erano comparsi certi tipi col cappotto
con i colli di astrakan. Gironzolavano, s'intrufolavano. Seguivano con gli sguardi insistenti e appiccicosi
gli allievi, i cadetti e gli ufficiali dalle spalline d'oro. Bisbigliavano.
- E' Bolbotun che è venuto in città.
E lo bisbigliavano senza alcuna amarezza. Al contrario, nei loro occhi si leggeva chiaramente:
"Gloria!"
- Gloria, - riecheggiavano le colline di Pecersk. Cominciarono a diffondersi le voci più strampalate:
- Bolbotun è il granduca Michail Aleksandrovic.
- Macché: Bolbotun è il granduca Nikolaj Nikolaevic.
- Bolbotun è semplicemente Bolbotun.
- Ci sarà un pogrom antisemita.
- Macché: portano i nastri rossi.
- Correte a casa, è meglio!
- Bolbotun è contro Petljura.
- Macché: è per i bolscevichi.
- Nemmeno per idea: è per lo zar, però senza gli ufficiali.
- L'etmano è scappato?
- Davvero? Davvero? Davvero?
- Ti-u. Ti-u. Ti-u.

La pattuglia di Bolbotun col capocenturia Galan'ba in testa avanzò lungo la via Millionnaja, e in via
Millionnaja non c'era anima viva. Allora, immaginatevi un po', si aprì un portone e ne uscì di corsa
incontro ai cinque "gajdamaki" a cavallo coi berretti a coda, il famoso appaltatore Jakov Grigor'evic
Fel'dman in persona. E' diventato matto, Jakov Grigor'evic, a correre quando accadono cose simili? Sì,
Jakov Grigor'evic aveva proprio l'aspetto di chi è diventato matto. Il cappello di lontra era scivolato
sulla nuca e il cappotto era sbottonato. Gli occhi erano stralunati.
Jakov Grigor'evic Fel'dman aveva di che diventare matto. Quando era cominciato il rintrono presso la
scuola militare, dalla piccola luminosa camera da letto di sua moglie era giunto un lamento. Si ripeté e si
spense.
- Ohi, - aveva risposto al lamento Jakov Grigor'evic, aveva guardato fuori della finestra e aveva
constatato che le cose andavano male. Tutto intorno c'erano vuoto e fragore.
Il lamento s'era fatto più forte e come un coltello aveva trafitto il cuore di Jakov Grigor'evic. Una
vecchietta un po' curva, la mamma di Jakov Grigor'evic, era sbucata dalla camera da letto esclamando:
- Jasa! Sai? Ci siamo!
Col pensiero Jakov Grigor'evic era volato verso l'unica meta: all'angolo della via Millionnaja, vicino
al terreno abbandonato, su una casetta faceva bella mostra di sé una targa arrugginita con una scritta a
lettere dorate:

"E. T. SADURSKAJA
Levatrice".

La via Millionnaja era molto pericolosa, sebbene fosse trasversale, mentre sparavano dalla piazza
Pecerskaja verso il Kievskij spusk.
Oh, poter passare! Poter passare... Col cappello sulla nuca, il terrore negli occhi, Jakov Grigor'evic
si stringe al muro.
- Alto là! Dove vai?
Galan'ba si piegò sulla sella. Il viso di Fel'dman si fece scuro, i suoi occhi saltellarono. Davanti vide
saltellare le verdi code dei "gajdamaki".
- Io, signori, sono un pacifico cittadino. Mia moglie sta partorendo. Ho bisogno della levatrice.
- Della levatrice? E perché ti nascondi sotto il muro? eh? ebreaccio!
- Io, signori...
Una "nagajka" passò come un serpente sul suo bavero di lontra e sul suo collo. Un dolore d'inferno.
Fel'dman strillò. Da scuro si fece bianco e credette di vedere fra le code il viso della moglie.
- I documenti!
Fel'dman cavò dalla tasca il portafoglio con i documenti, lo aprì, prese il primo foglietto che gli
capitò sottomano e subito fu scosso da un tremito: soltanto allora gli venne in mente... Dio mio! Dio mio!
Che cosa aveva fatto? Che cosa ha tirato fuori, Jakov Grigor'evic? Ma ci si può ricordare di sciocchezze
simili quando si corre fuori di casa perché dalla camera della moglie arriva il primo lamento? Oh,
povero Fel'dman! Galan'ba s'impadronì in un attimo del documento. Non era che un sottile foglietto di
carta con un timbro, ma in quel foglietto era la condanna a morte di Fel'dman:

"Al latore della presente, signor Fel'dman Jakov Grigor'evic, è permesso di uscire liberamente dalla
Città per il rifornimento dei reparti corazzati della guarnigione della Città, e di circolare dopo la
mezzanotte.
Il capo dei rifornimenti
maggiore-generale Ularionov
L'aiutante tenente Lescinskij."

Fel'dman forniva al generale Kartuzov il grasso e la vasellina per la lubrificazione dei pezzi
d'artiglieria. Signore, fa' un miracolo!
- Signor comandante, non è questo il documento... Permetta...
- No, è questo, - disse sorridendo diabolicamente Galan'ba, - non ti preoccupare, anche noi sappiamo
leggere.
Dio! Fa' un miracolo! Undicimila rubli... Prendete tutto. Ma lasciatemi la vita!
Non gliela lasciarono.
Fu ancora una fortuna che Fel'dman morì d'una morte facile. Il comandante Galan'ba non aveva tempo
da perdere. E perciò si limitò a spiccare con la sciabola la testa di Fel'dman.
9.

Il colonnello Bolbotun, che aveva avuto sette cosacchi uccisi e nove feriti, e sette cavalli perduti,
percorse una mezza versta dalla piazza Pecerskaja fino alla via Reznikovskaja, e lì si fermò di nuovo.
Qui alla fila degli allievi che retrocedevano si aggiunse un rinforzo. Consisteva in un'autoblindo. Una
goffa tartaruga grigia con delle torri avanzò pesantemente dalla via Moskovskaja e per tre volte sparò su
Pecersk un colpo che si lasciava dietro, come una cometa, una coda di rumore simile al fruscio delle
foglie secche (era un tre pollici). Bolbotun immediatamente si appiedò, gli stallieri condussero via nel
vicolo i cavalli, il reggimento di Bolbotun si stese in varie file, retrocedendo un po' verso la piazza
Pecerskaja, e cominciò un fiacco duello. La tartaruga bloccava la via Moskovskaja e rombava di quando
in quando. A quei rombi rispondeva una debole salva di fucili dall'imboccatura della via Suvorovskaja.
Là nella neve era stesa una fila che si era staccata dalla Pecerskaja sotto il fuoco di Bolbotun e il suo
rinforzo che era stato deciso in questo modo :
- Dr-r-r-r-r-r-rr...
- Prima legione?
- Pronto.
- Inviate immediatamente due compagnie di ufficiali a Pecersk.
- Signorsì. Drrrr... Ti... ti... ti... ti...
E a Pecersk giunsero: quattordici ufficiali, tre allievi, uno studente, un cadetto e un attore del teatro di
Varietà.

Ahimè! Una rada fila, si capisce, non può bastare. Anche se rafforzata da una tartaruga. Di tartarughe
ne dovevano venire quattro. E si può dire con certezza che se fossero venute, il colonnello Bolbotun
sarebbe stato costretto ad andarsene da Pecersk. Ma esse non vennero.
Questo era successo perché nella divisione blindata dell'etmano, composta di quattro ottime
macchine, era capitato come comandante della seconda macchina proprio quel famoso sottotenente che
aveva ricevuto personalmente nel maggio del 1917, dalle mani di Aleksandr Fiodorovic Kerenskij, la
croce di San Giorgio: Michail Semionovic Spoljanskij.
Michail Semionovic era nero e rasato, con delle fedine vellutate, e somigliava straordinariamente a
Evgenij Onegin[40]. Michail Semionovic era diventato noto a tutta Città subito dopo il suo arrivo da
Pietroburgo. E s'era conquistata una larga fama come eccellente declamatore dei propri versi: "Le gocce
di Saturno", al club Le Ceneri, e come ottimo organizzatore di poeti e presidente dell'ordine poetico
cittadino: Il Triolet Magnetico. Non aveva poi eguali come oratore, e per di più sapeva guidare le
automobili sia militari che civili, e, come se non bastasse, manteneva una ballerina del Teatro dell'Opera,
Musja Ford, e una signora, il cui nome egli, da perfetto gentiluomo, non rivelava a nessuno, aveva
moltissimi soldi e li dava generosamente in prestito ai membri del Triolet Magnetico:
beveva vino bianco,
giuocava d'azzardo,
aveva comprato il quadro "La veneziana al bagno",
la notte viveva sul Krescatik,
la mattina nel caffè Bilboquet,
durante il giorno: in una confortevole camera del miglior albergo, il Continental,
la sera al circolo Le Ceneri,
all'alba scriveva l'opera scientifica "L'elemento intuitivo in Gogol'".
La Città dell'etmano perì tre ore prima del dovuto proprio perché Michail Semionovic la sera del 2
dicembre 1918 al circolo aveva dichiarato a Stepanov, a Scejer, a Slonych e a Ceremscin (gruppo
dirigente del Triolet Magnetico) quanto segue:
- Sono tutti mascalzoni. Sia l'etmano che Petljura. Ma Petljura è anche un organizzatore di pogrom.
Del resto, non è questo che conta. Mi annoio perché è da un pezzo che non butto bombe.
Finita la cena al circolo, cena pagata da lui, Michail Semionovic, che indossava una costosa pelliccia
dal bavero di castoro e il cappello a cilindro, uscì accompagnato da tutto il Triolet Magnetico e da un
quinto personaggio, un ubriaco in cappotto col collo di pelle di capra. Spoljanskij sapeva ben poco di
lui: prima di tutto che era sifilitico, poi, che scriveva versi blasfemi, versi che Michail Semionovic, con
le sue grandi aderenze letterarie, era riuscito a collocare in una rivista di Mosca, e, infine, che si
chiamava Rusakov ed era figlio di un bibliotecario.
L'uomo con la sifilide piangeva nel suo pelo di capra, sotto un lampione del Krescatik, e stringendo
con le dita i paramani di castoro di Spoljanskij diceva:
- Spoljanskij, tu sei il più forte in questa città che marcisce come marcisco io. Tu sei così bello che ti
si può anche perdonare la tua incredibile somiglianza con Onegin! Senti, Spoljanskij... E' indecente
somigliare a Onegin. Sei troppo sano, tu... Ti manca quel nobile tarlo che potrebbe far di te un uomo
veramente eccezionale del nostro tempo... Guarda me: marcisco e ne sono orgoglioso. Tu sei troppo sano,
ma sei forte come una vite, perciò avvitati!... Avvitati in alto!... Così...
E il sifilitico mostrò come bisognava fare. Abbracciato al lampione, egli vi si avvitava davvero,
facendosi lungo e sottile come una biscia. Passarono loro accanto delle prostitute in berrettini verdi,
rossi, neri e bianchi, belle come bambole, e borbottarono allegramente alla vite:
- Hai bevuto, figlio di un cane?
Molto lontano sparavano i cannoni e Michail Semionovic somigliava davvero ad Onegin, sotto la
neve che volteggiava intorno illuminata dalla luce elettrica.
- Va' a dormire, - disse egli alla vite sifilitica, girando un pochino il viso da parte, perché quegli non
gli tossisse in faccia, - va', - e lo spingeva nel petto con le punte delle dita. I neri guanti di daino
sfiorarono il logoro panno del paltò. Gli occhi dell'ubriaco erano del tutto vitrei. Si lasciarono. Michail
Semionovic chiamò una carrozza e disse al cocchiere: - Malo-Proval'naja, - e partì; il paltò col collo di
capra, barcollando, si mosse a piedi verso casa, a Podol.

In casa del bibliotecario, la notte, a Podol, davanti allo specchio, tenendo una candela accesa in
mano, stava, nudo fino alla cintola, il padrone del paltò col collo di capra. La paura saltellava come un
demonio negli occhi del sifilitico, le sue mani tremavano e, mentre parlava, le labbra gli sussultavano
come quelle d'un bambino.
- Dio mio, Dio mio, Dio mio... Orrore, orrore, orrore... Ah, quella sera! Sono infelice. Anche Scejer
c'è stato e non si è infettato perché è un uomo fortunato. E se andassi ad ammazzare la Liol-ka? Ma che
senso ha? Chi mi spiegherà che senso ha? Oh, Signore, Signore... Ho ventiquattro anni ed avrei potuto,
avrei potuto... Passeranno quindici anni, forse meno ed ecco, le pupille saranno diverse, le gambe
cederanno, poi i miei discorsi saranno dementi, idioti, e infine sarò un cadavere viscido, putrido.
Il corpo scarno, denudato fino alla cintola, si rifletteva nello specchio polveroso, la candela, retta in
alto dalla mano, cominciava a colare e sul petto si vedeva una lieve e sottile efflorescenza a stella. Le
lacrime scorrevano irrefrenabili lungo le guance del malato e il suo corpo sussultava e dondolava.
- Devo uccidermi. Ma non ne ho la forza, perché, Dio mio, mentire a te? Perché mentire a te, o mio
riflesso?
Egli cavò fuori da un cassetto di una piccola scrivania da signora un sottile volumetto, stampato su di
una bruttissima carta grigia. Sulla copertina si leggeva a lettere rosse:

FANTOMISTI -
FUTURISTI
Versi di:
M. Spoljanskij
B. Fridman
V. Sarkevic
I. Rusakov.
Mosca 1918.

Il povero malato apri il libro alla pagina 13 e vide le righe ben note:

"IVAN RUSAKOV
"La tana di Dio"

Nel cielo si stende una fumida forra.
Come una belva che si succhia la zampa,
Il grande vero papa
Orso peloso
Dio.
Nella tana
Nella forra
Colpite Dio.
Il suono scarlatto
Del Dio battuto
L'accolgo con una preghiera blasfema."

- Oh-o-oh, - e il malato emise un lamento, digrignando i denti. - Oh, - ripeté egli in una sofferenza
implacabile.
Col viso contratto, sputò improvvisamente sulla pagina con la poesia e gettò il libro in terra, poi
s'inginocchiò e, facendosi dei piccoli segni di croce con le mani tremanti, inchinandosi e toccando con la
fronte fredda il parquet polveroso, si mise a pregare, gli occhi levati verso la nera finestra sconsolata:
- Signore, perdonami e abbi pietà di me perché ho scritto queste parole abominevoli. Ma perché sei
così crudele? Perché? So che tu mi hai punito. Oh, che terribile punizione! Ti prego, guarda la mia pelle.
Ti giuro su tutto ciò che mi è sacro, su tutto ciò che ho di caro al mondo, sulla memoria della mia povera
mamma, che sono stato punito abbastanza. Io credo in te! Credo coll'anima e col corpo, con ogni filo del
mio cervello. Credo e ricorro soltanto a te, perché in nessun luogo del mondo c'è chi mi possa aiutare.
Non spero in nessuno, tranne che in te. Perdonami e fa' che le medicine mi aiutino! Perdonami, se ho
affermato che tu non esisti: se tu non esistessi, io in questo momento sarei un miserabile cane rognoso
senza speranza. Ma io sono un uomo e sono forte soltanto perché tu esisti e in ogni momento io posso
rivolgermi a te con un'invocazione d'aiuto. Sono certo che tu sentirai le mie invocazioni, mi perdonerai e
mi guarirai. Guariscimi, o Signore, dimentica le porcherie che ho scritto in un accesso di demenza,
ubriaco, sotto l'effetto della cocaina. Non mi lasciar marcire e ti giuro che diventerò ancora un uomo.
Rafferma le mie forze, liberami dalla cocaina, salvami dalla fiacchezza, salvami da Michail Semionovic
Spoljanskij.
La candela gocciolava, la camera diventava fredda, verso l'alba il corpo del malato si coprì di
minuscole bollicine, ma egli si sentiva moralmente più sollevato.

Michail Semionovic Spoljanskij passò il resto della notte nella Malaja-Proval'naja in una grande
camera dal soffitto basso, con un vecchio ritratto dal quale guardavano, ormai prive di lustro a causa del
tempo, delle spalline della metà del secolo scorso. Michail Semionovic senza giacca, con la sola camicia
bianca di zefir, sulla quale faceva bella mostra di sé un panciotto nero molto scollato, era seduto su un
piccolo canapè e diceva a una donna dal volto pallido e dalla pelle opaca:
- Dunque, Julija, ho deciso definitivamente di entrare al servizio di quella canaglia di etmano, nella
divisione blindata.
Al che la donna, che si stringeva in un morbido scialle grigio, straziata mezz'ora prima e sfinita dai
baci del focoso Onegin, rispose:
- Mi spiace molto di non aver mai capito e di non poter capire i tuoi piani.
Michail Semionovic prese dal tavolino davanti al canapè un bicchierino affusolato di aromatico
cognac, ne bevve un sorso e disse:
- Non ce n'è proprio bisogno.

Due giorni dopo questa conversazione Michail Semionovic era trasformato. Invece del cappello a
cilindro portava in testa un berretto piatto e largo con una coccarda di ufficiale, e invece dell'abito
borghese, una giacca di pelo che gli scendeva fino ai ginocchi, adorna delle sgualcite spalline
grigioverdi. Le mani calzavano guanti alla moschettiera, come Marcello negli "Ugonotti", e i piedi erano
avvolti in uose. Michail Semionovic era tutto sporco dalla testa ai piedi (perfino in viso) di olio di
macchina e, chissà perché, di fuliggine. Una volta, e precisamente il 9 dicembre, due autoblindo erano
andate in battaglia nei pressi della Città e, bisogna riconoscerlo, avevano avuto un successo
straordinario. Avevano percorso circa venti verste sulla strada maestra e dopo i primi colpi dei loro
pezzi di tre pollici e il crepitio delle mitragliatrici le schiere di Petljura se l'erano data a gambe. Il
sottotenente Straskevic, un entusiasta dalle guance rosse, comandante della quarta macchina, giurava a
Michail Semionovic che le quattro macchine, se si fossero fatte avanzare insieme, da sole avrebbero
difesa la Città. Questa conversazione aveva avuto luogo la sera del 9, ma l'11, al crepuscolo, nel gruppo
di Scur, Kopylov ed altri (un puntatore, due autisti e un meccanico), Spoljanskij, di servizio nella
divisione, parlava così:
- Voi sapete, amici, che in sostanza è un gran problema se si faccia bene a difendere l'etmano. Nelle
sue mani noi non siamo altro che un costoso e pericoloso giocattolo, col cui aiuto egli diffonde la
reazione più nera. Chissà, forse, l'urto fra Petljura e l'etmano è storicamente utile, e da questo urto deve
nascere una terza forza storica, probabilmente la sola giusta.
Gli ascoltatori adoravano Michail Semionovic per la stessa ragione per cui lo adoravano nel club Le
Ceneri - per la sua eccezionale eloquenza.
- Ma qual è questa forza? - domandò Kopylov, sbuffando dalla sigaretta fatta a mano.
Il biondo, tarchiato, intelligente Scur con aria furba socchiuse gli occhi e fece una strizzatina agli
interlocutori in direzione di nord-est. Il gruppo si fermò ancora un po' a conversare e si sciolse. La sera
del 12 dicembre ebbe luogo nella stessa eletta compagnia una seconda conversazione con Michail
Semionovic dietro le rimesse delle automobili. L'argomento di questa conversazione rimase ignoto, ma in
compenso si sa molto bene che alla vigilia del 14 dicembre, quando nelle rimesse della divisione erano
di servizio Scur, Kopylov e il camuso Petruchin, si presentò Michail Semionovic con un grande involto di
carta d'imballaggio. La sentinella Scur lo lasciò entrare nella rimessa, dove una miserabile lampadina
dava una torbida luce rossastra. Kopylov accennò abbastanza familiarmente con l'occhio all'involto e
domandò:
- Zucchero?
- Uhu, - rispose Michail Semionovic.
Nella rimessa una lanterna cominciò a muoversi accanto alle macchine, balenando come un occhio, e
Michail Semionovic, preoccupato, si dava da fare col meccanico per preparare le macchine all'attacco
dell'indomani.
Causa: un ordine del comandante della divisione blindata, capitano Plesko: "Il 14 dicembre, alle otto
del mattino, portarsi verso Pecersk con quattro autoblindo".
Gli sforzi collettivi di Michail Semionovic e del meccanico per preparare le autoblindo alla battaglia
dell'indomani diedero strani risultati. Tre macchine, sanissime alla vigilia (la quarta era impegnata nella
battaglia al comando di Straskevic), la mattina del 14 dicembre non poterono muoversi, come se fossero
state colpite da paralisi. Che cosa fosse loro successo, nessuno poté capirlo. Qualche porcheria aveva
ostruito il filtro della benzina e per quanto vi si soffiasse dentro con le pompe delle gomme non si ottenne
alcun risultato. La mattina, alla torbida luce dell'alba, ci si agitò penosamente con le lanterne intorno alle
tre macchine. Il capitano Plesko era pallido, si guardava intorno come un lupo e voleva il meccanico. Qui
cominciarono i disastri. Il meccanico era sparito. Risultò che il suo indirizzo, contrariamente a tutti i
regolamenti, era sconosciuto alla divisione. Corse voce che si fosse improvvisamente ammalato di tifo
petecchiale. Questa notizia arrivò alle otto del mattino; alle otto e mezzo il capitano Plesko fu colpito da
un'altra batosta. Il sottotenente Spoljanskij, che alle quattro di notte, dopo aver lavorato intorno alle
macchine per Pecersk, era partito su una motocicletta, guidata da Scur, non era tornato. Solo Scur ritornò
e raccontò una storia dolorosa. La motocicletta era entrata in Verchnjaja Telicka e invano Scur aveva
cercato di dissuadere Spoljanskij dal commettere una follia. Noto a tutta la divisione per il suo coraggio
eccezionale, Spoljanskij infatti, dopo aver lasciato Scur, presa la carabina e una bomba a mano, s'era
avviato da solo nel buio per perlustrare il terreno lungo la strada ferrata. Scur aveva sentito dei colpi.
Egli era perciò certo che una pattuglia d'avanguardia del nemico, arrivata fino a Telicka, aveva incontrato
Spoljanskij e che questi, senza dubbio, era stato ucciso in una lotta impari. Scur aveva aspettato il
sottotenente due ore, sebbene questi gli avesse ordinato di aspettare soltanto un'ora e di ritornare poi alla
divisione, per non esporre a pericolo se stesso e la motocicletta n. 8175.
Il capitano Plesko, dopo il racconto di Scur si fece ancora più pallido. Gli uccellini nel telefono dello
Stato Maggiore dell'etmano e del generale Kartuzov cantavano senza posa, ingiungendo di mandare le
autoblindo. Alle nove, a bordo della quarta macchina ritornò dalle posizioni l'entusiasta dalle guance
rosse, Straskevic, e una parte del suo colorito passò alle guance del comandante della divisione.
L'entusiasta aveva guidato la macchina a Pecersk ed essa, come è stato già detto, aveva sbarrata la via
Suvorovskaja.
Alle dieci del mattino il pallore di Plesko diventò permanente. I due puntatori, i due autisti e il
mitragliere erano scomparsi senza lasciare traccia. Tutti i tentativi per muovere le macchine non diedero
alcun risultato. Scur, partito in motocicletta per ordine del capitano, non ritornò dalla posizione. Non
tornò neppure, si capisce, la motocicletta, perché non poteva tornare da sola! Gli uccellini nei telefoni
cominciarono a minacciare. Quanto più si faceva giorno, tanto più portenti avvenivano nella divisione.
Scomparvero gli artiglieri Duvan e Mal'cev e un altro paio di mitraglieri. Le macchine presero un aspetto
enigmatico e trasandato, e accanto ad esse giacevano dadi, chiavi inglesi e delle secchie.
E a mezzogiorno, a mezzogiorno scomparve anche il comandante della divisione, il capitano Plesko.
10.

Strani rimescolamenti e spostamenti, ora determinatisi spontaneamente nel corso delle operazioni, ora
collegati con l'arrivo dei portaordini e col pigolio dei telefoni, per tre giorni e tre notti avevano portato il
reparto del colonnello Naj-Turs attraverso i cumuli e gli ingombri di neve nei pressi della Città, da
Krasnyj Traktir fino a Serebrjanka a sud e a Post-Volynskij a sud-ovest. Ma la sera del 13 dicembre
riportò il reparto in Città, in un vicolo, nell'edificio delle caserme abbandonate, che avevano metà dei
vetri fatti a pezzi.
Il reparto del colonnello Naj-Turs era uno strano reparto. Tutti quelli che lo vedevano erano colpiti
dai suoi stivali di feltro. Al principio del terzo giorno esso contava centocinquanta allievi ufficiali e tre
sottotenenti.
Dal comandante della prima legione, il maggiore generale Blochin, ai primi di dicembre era venuto
un ufficiale di cavalleria, di media statura, nero, ben rasato, con gli occhi luttuosi e con le spalline di
colonnello degli ussari, e si era presentato come il colonnello Naj-Turs, ex comandante del secondo
squadrone dell'ex reggimento Belgradskij degli ussari. Gli occhi luttuosi di Naj-Turs erano fatti in modo
che chiunque incontrava quel colonnello leggermente zoppicante, col logoro nastrino di San Giorgio sullo
scadente pastrano di soldato, lo ascoltava con la più tesa attenzione. Il maggiore generale Blochin dopo
una breve conversazione con Naj-Turs gli aveva dato l'incarico di formare il secondo reparto della
legione affinché fosse pronta per il 13 dicembre. Il reparto era pronto, con un anticipo sorprendente, il 10
dicembre e lo stesso giorno il colonnello Naj-Turs, di solito estremamente parco di parole, aveva
dichiarato brevemente al maggiore generale Blochin, straziato da ogni parte dal pigolio dei telefoni, che
lui, Naj-Turs, era pronto ad entrare in azione con i suoi allievi ufficiali, ma soltanto a patto che gli
fossero dati per tutti i centocinquanta uomini del reparto i colbacchi e gli stivali di feltro, senza dei quali
egli considerava la guerra assolutamente impossibile. Il generale Blochin, dopo aver ascoltato il laconico
colonnello dall'erre moscia, aveva dato di buon grado un biglietto per l'intendenza, avvertendo però il
colonnello che con quel biglietto egli non avrebbe certamente ricevuto nulla prima di una settimana
perché all'intendenza e negli Stati Maggiori regnava un disordine da far schifo. Naj-Turs prese il
biglietto, mosse, com'era sua abitudine, il baffo sinistro e senza voltare la testa né a destra né a sinistra
(egli non la poteva muovere perché, in seguito ad una ferita, il collo aveva subito una contrazione e
quando doveva guardare ai lati, girava tutto il tronco) lasciò lo studio del maggiore generale Blochin. Al
quartiere della legione in via L'vovskaja, egli prese con sé dieci allievi ufficiali (chissà perché, armati) e
due carrette e si diresse all'intendenza.
All'intendenza, che si trovava in una bellissima palazzina di via Bul'varno-Kudrjavskaja, in un
confortevole studiolo dove era appesa una carta della Russia e, dai tempi della Croce Rossa, il ritratto
dell'imperatrice Aleksandra Fiodorovna, il colonnello Naj-Turs fu ricevuto dal tenente generale Makusin,
un uomo piccolo, con uno strano colorito delle guance, vestito da una giubba grigia, di sotto al cui collo
si vedeva una camicia linda che lo rendeva straordinariamente somigliante al ministro di Alessandro
Secondo Miljutin.
Staccatosi dal telefono, il generale con una voce bambinesca, simile al suono di un fischietto di
terracotta, domandò:
- Che cosa desidera, colonnello?
- Dobbiamo anda'e in linea, - rispose Naj laconicamente con l'erre moscia. - Chiedo pe'ciò
immediatamente stivali di felt'o e colbacchi pe' duecento uomini.
- Hm, - fece il generale stringendo le labbra e sgualcendo il biglietto di Naj, - vede, colonnello, oggi
non possiamo darglieli. Oggi prepareremo l'elenco dei rifornimenti dei singoli reparti. La prego di
mandare qualcuno fra tre giorni. E poi non sono in grado di darle tutta questa roba.
Egli mise il biglietto di Naj-Turs in un posto ben visibile sotto un fermacarte che raffigurava una
donna nuda.
- Gli stivali di felt'o, - rispose con voce monotona Naj e, volgendo gli occhi verso il naso, si guardò
le punte degli stivali.
- Come? - non capì il generale e fissò sorpreso il colonnello.
- Mi dia immediatamente gli stivali di felt'o.
- Che cosa? Come? - il generale spalancò gli occhi quanto poté.
Naj si voltò verso la porta, la schiuse e gridò nel corridoio ben riscaldato della palazzina.
- Ehi, plotone!
Il generale impallidì d'un pallore cinereo, gettò rapidamente lo sguardo dal viso di Naj al ricevitore
del telefono, quindi all'immagine della Madonna nell'angolo, poi di nuovo al viso di Naj.
Nel corridoio si udì un fragore di armi e un battere di passi, e i bordi rossi dei berretti senza visiera
degli allievi della scuola Alekseevskaja e le baionette nere balenarono nel vano della porta. Il generale
cominciò a sollevarsi dalla sua soffice poltrona.
- Per la prima volta sento una cosa simile... E' una sedizione...
- Sc'iva l'o'dine, eccellenza, - disse Naj, - noi non abbiamo tempo da pe'de'e, fa un'o'a dobbiamo
anda'e in linea. Si dice che il nemico sia già nei p'essi della Città.
- Come?... Che dice?
- Svelto, - disse Naj con una voce funerea.
Il generale, con la testa infossata fra le spalle e gli occhi fuori dalle orbite, trasse di sotto la donna
nuda il biglietto e con la penna saltellante vi scarabocchiò nell'angolo, facendo schizzare l'inchiostro:
"Eseguire".
Naj prese la carta, l'infilò sotto il paramano e disse agli allievi ufficiali che avevano lasciato le loro
orme sul tappeto:
- Ca'icate gli stivali di felt'o. P'esto.
Gli allievi ufficiali, con un rumore di passi e di armi, cominciarono ad uscire, Naj invece si trattenne.
Il generale gli disse, facendosi di porpora:
- Telefonerò subito allo Stato Maggiore del comandante in capo e la deferirò alla corte marziale. E'
una cosa...
- P'ovi, - rispose Naj e inghiottì la saliva, - p'ovi un po'. Su, p'ovi pe' cu'iosità, - egli portò la mano
all'impugnatura della rivoltella che sporgeva dalla fondina sbottonata. Il generale si coprì di macchie ed
ammutolì.
- Da' un colpo di telefono, vecchio imbecille, - disse Naj con un'improvvisa cordialità, - e io ti do un
colpo di 'ivoltella che c'epi subito.
Il generale si sedette nella poltrona. Il collo gli si riempì di pieghe paonazze, mentre il viso rimase
cinereo. Naj si voltò ed uscì.
Il generale restò per qualche minuto seduto sulla poltrona di cuoio, poi si fece il segno della croce
guardando l'icona, prese il ricevitore, lo portò all'orecchio, udì una voce intima e sorda che disse
"centralino"..., si sentì improvvisamente addosso gli occhi luttuosi dell'ussaro dall'erre moscia, posò il
ricevitore e guardò dalla finestra. Vide che nel cortile gli allievi ufficiali si affaccendavano a portar fuori
dalla nera porta del deposito grigi fasci di stivali di feltro. Il ceffo soldatesco del magazziniere
sbalordito si vedeva sullo sfondo nero. Egli teneva nelle mani il biglietto. Naj stava vicino alla carretta,
con le gambe divaricate, e lo guardava. Il generale con mano debole prese dal tavolo il giornale del
mattino, lo spiegò e in prima pagina lesse:

"Presso il fiume Irpen' scontri con pattuglie nemiche che tentavano di penetrare a Svjatosino... -"

gettò il giornale e disse ad alta voce:
- Che sia maledetto il giorno e l'ora in cui mi sono immischiato in questo...
La porta s'aprì ed entrò il vicecapo dell'intendenza, un capitano che sembrava una puzzola senza
coda. Egli guardò espressivamente le pieghe paonazze sopra il colletto del generale e disse:
- Permetta, signor generale...
- Sa, Vladimir Fiodorovic, - lo interruppe il generale, ansando e lasciando errare lo sguardo
malinconico, - mi sono sentito male... una congestione... vado subito a casa, e lei, per favore, dia
disposizioni.
- Signorsì, - rispose la puzzola, guardandolo con curiosità, - e come devo fare? Dalla quarta legione e
dalla cavalleria di montagna domandano stivali di feltro. Lei ha dato l'ordine per duecento paia?
- Sì. Sì! - rispose con voce stridula il generale. - Sì, ho dato io l'ordine! Io! Io in persona! L'ho dato
io! E' un'eccezione! Debbono andare subito in linea. Sì, in linea! Sì!!
Delle fiammelle di curiosità saltellarono negli occhi della puzzola.
- Quattrocento paia in tutto...
- Che cosa posso fare io? Che cosa? - esclamò con voce diventata rauca il generale. - Li partorisco
io, gli stivali? Eh? Se ne chiederanno, date, date, date!
Dopo cinque minuti il generale Makusin fu portato a casa in carrozza.

La notte dal tredici al quattordici le morte caserme del vicolo Brest-Litovskij si rianimarono.
Nell'enorme sala tutta sporca di passi, si accese una lampada elettrica sulla parete fra le finestre (gli
allievi di giorno avevano lavorato sui lampioni e sui pali per tendere dei fili di ferro). Centocinquanta
fucili erano disposti a fascio e su sporchi tavolacci dormivano ammucchiati gli allievi. Naj-Turs sedeva
accanto ad un tavolo zoppicante, coperto di pagnotte, di gavette con avanzi di sbobba ormai fredda, di
cartuccere e di caricatori, e vi aveva distesa la pianta variopinta della Città. Una piccola lampada da
cucina gettava un fascio di luce sulla carta fitta di segni e su di essa si vedeva il Dnepr come un azzurro
albero secco e ramificato.
Verso le due di notte il sonno cominciò a spossare Naj. Egli tirava su col naso, si chinò parecchie
volte sopra la pianta, come se volesse discernere qualche cosa. Finalmente chiamò a bassa voce:
- Allievo!
- Presente, signor colonnello, - rispose una voce alla porta, e un allievo frusciante con gli stivali di
feltro si avvicinò alla lampada.
- Io adesso vado a do'mi'e, - disse Naj, - lei mi svegli fa t'e o'e. Se ci sa'à qualche fonog'amma, svegli
il sottotenente Za'ov che, secondo il contenuto del fonog'amma, ved'à se è il caso di sveglia'mi.
Non arrivò nessun fonogramma... Anzi quella notte lo Stato Maggiore non disturbò il reparto di Naj. Il
reparto uscì all'alba con tre mitragliatrici e tre carrette e si snodò lungo la strada. Le casupole del
sobborgo parevano morte. Ma quando il reparto uscì sulla larghissima via Politechniceskaja vi trovò del
movimento. Nell'incerta luce dell'alba passavano sferraglianti furgoni e si vedevano a volte colbacchi
isolati. Tutto era diretto verso la Città ed evitava il reparto di Naj con un certo timore. La luce del giorno
si diffondeva in modo lento e sicuro e sopra i giardini delle ville statali disposte lungo la battuta e
sconnessa strada maestra si alzava e si disperdeva la nebbia.
Dall'alba fino alle tre del pomeriggio Naj rimase sulla via Politechniceskaja perché durante il giorno
sulla quarta carretta lo aveva raggiunto un allievo ufficiale del suo servizio di collegamento e gli aveva
consegnato un biglietto dello Stato Maggiore scritto a matita.
"Difendere la strada Politechniceskaja e, se si presenta il nemico, accettare la battaglia".
Il nemico Naj-Turs lo vide la prima volta alle tre del pomeriggio, quando a sinistra, lontano, sulla
piazza coperta di neve del ministero della guerra fecero la loro comparsa numerosi cavalleggeri. Era il
colonnello Kozyr'-Lesko che, in conformità alle disposizioni del colonnello Toropec, tentava di
raggiungere la strada maestra e, lungo di essa, penetrare nel cuore della Città. A dire la verità, Kozyr'-
Lesko, non avendo incontrato fino all'accesso di quella strada alcuna resistenza, non aggrediva la Città,
ma vi entrava, vi entrava vittoriosamente e apertamente, sapendo bene che dietro al suo reggimento
venivano ancora il reparto di "gajdamaki" a cavallo del colonnello Sosnenko, due reggimenti della
divisione azzurra, un reggimento di fucilieri e sei batterie. Quando sulla piazza comparvero i punti neri
dei cavalli, gli shrapnel cominciarono a scoppiare in alto, volando come cicogne nel cielo cupo che
prometteva neve. I punti neri dei cavalli si riunirono in un nastro e, occupando tutta la larghezza della
strada maestra, cominciarono a gonfiarsi, a infittirsi, a ingrandirsi e si gettarono su Naj-Turs. Lungo le
schiere degli allievi passò un fragore di otturatori, Naj prese il fischietto, emise uno stridulo fischio e
gridò :
- Sulla cavalle'ia!... Fuoco!
Una scintilla passò lungo la schiera grigia e gli allievi ufficiali mandarono a Kozyr' la prima scarica.
Per tre volte, in seguito, sembrò che strappassero d'un colpo un telone che dal cielo andasse fino alle
mura del Politecnico e per tre volte, mandando ondate di fragore, sparò il battaglione di Naj-Turs. I nastri
neri formati dai cavalli in lontananza si spezzarono, si dispersero e scomparvero dalla strada.
Proprio in quel momento qualche cosa accadde a Naj. A dire il vero, nessuno del reparto aveva mai
visto Naj spaventato, ma quella volta gli allievi ufficiali ebbero l'impressione che Naj avesse visto
qualche cosa di pericoloso nel cielo, o avesse sentito qualche cosa in lontananza... insomma, Naj ordinò
di ripiegare sulla Città. Solo un plotone rimase al suo posto e con un fragore che si ripeteva ad ondate
sparava sulla strada maestra, coprendo i plotoni che si ritiravano. Poi arretrò anch'esso di corsa.
Percorsero così due verste, mettendosi ogni tanto in posizione di sparo e risvegliando con l'eco la grande
strada, finché non si ritrovarono all'incrocio di quella strada col vicolo Brest-Litovskij, dove avevano
passato la notte. L'incrocio non dava alcun segno di vita e non si vedeva anima viva.
Qui Naj chiamò tre allievi e ordinò loro:
- Di co'sa alle vie Polevaja e Bo'scagovskaja ad info'ma'si dove sono i nost'i 'epa'ti e che cosa fanno.
Se incont'e'ete dei fu'goni, delle ca'ette o qualsiasi alt'o mezzo di t'aspo'to che ret'ocedano in diso'dine,
'equisiteli. In caso di 'esistenza minaccia'e con le a'mi, e poi usa'le...
Gli allievi ritornarono indietro di corsa, piegarono a sinistra e scomparvero, ma davanti
all'improvviso cominciarono a piovere pallottole sul reparto. Battevano sui tetti facendosi sempre più
frequenti, e nella schiera un allievo ufficiale cadde e colorì la neve di sangue. Dopo di lui un altro si
staccò con un lamento dalla mitragliatrice. Le schiere di Naj si allargarono e cominciarono a sparare
fragorosamente con un fuoco accelerato e continuo contro la strada maestra, accogliendo le file oscure
del nemico che spuntavano magicamente da terra. Gli allievi feriti furono raccolti e si srotolò la garza
bianca. Le mascelle di Naj si contrassero. Egli voltava sempre più di frequente il tronco, sforzandosi di
vedere quel che accadeva ai fianchi e perfino dal suo viso si vedeva che aspettava con impazienza il
ritorno dei tre allievi. Essi finalmente ritornarono di corsa, ansando come cani da caccia stremati, con un
rantolo e un sibilo. Naj divenne teso e si oscurò in volto. Il primo degli allievi lo raggiunse di corsa, gli
si mise davanti e disse boccheggiando:
- Signor colonnello, a Suljavka non c'è nessun nostro reparto e non solo a Suljavka, ma in nessun
luogo, - egli riprese fiato. - Alle nostre spalle sparano le mitragliatrici e la cavalleria nemica è passata or
ora per Suljavka, come se stesse per entrare in Città...
Le parole dell'allievo ufficiale furono subito coperte da un fischio assordante di Naj.
Tre carrette si gettarono con un gran frastuono nel vicolo Brest-Litovskij, lo percorsero e poi
infilarono il vicolo Fonarnyj tutto sconnesso. Le carrette trasportavano due allievi feriti, quindici sani e
armati e le tre mitragliatrici. Le carrette non potevano caricare di più. Naj-Turs si voltò verso le schiere e
con voce sonante diede agli allievi un ordine strano, mai da loro udito...
In via L'vovskaja, nella ex caserma scalcinata e ben riscaldata, il terzo reparto della prima legione di
fanteria composto di ventotto allievi era in un'attesa snervante. La cosa più interessante di questa attesa
era che il comandante di questi uomini era Nikolka Turbin. Il comandante del reparto, il capitano in
seconda Bezrukov e due sottotenenti suoi aiutanti, partiti la mattina alla volta dello Stato Maggiore, non
erano ritornati. Nikolka, che era caporale, e aveva il grado maggiore, gironzolava per la caserma,
avvicinandosi ogni momento al telefono e sogguardandolo.
La cosa durò fino alle tre del pomeriggio. I visi degli allievi ufficiali alla fine erano pieni di tristezza.
Eh... eh... Alle tre strillò il telefono da campo.
- Terzo reparto della legione?
- Sì.
- Comandante al telefono.
- Chi parla?
- Dallo Stato Maggiore.
- Il comandante non è tornato.
- Chi parla?
- Il sottufficiale Turbin.
- E' il più alto di grado?
- Signorsì.
- Porti immediatamente gli uomini sul percorso fissato.
E Nikolka portò fuori i suoi ventotto uomini e li guidò lungo la via.

Fino alle due del pomeriggio Aleksej Vasil'evic dormì come un sasso. Si svegliò come se gli
avessero versato dell'acqua addosso, guardò l'orologio sulla sedia, vide che segnava le due meno dieci e
si mise a muoversi nervosamente per la stanza. Infilò gli stivali di feltro, ficcò in fretta nelle tasche,
dimenticando ora questo ora quello, i fiammiferi, il portasigarette, il fazzoletto, la rivoltella, due
caricatori, strinse la cintura del pastrano, poi ricordò qualcosa, ma titubò - la cosa gli sembrò vergognosa
e vile, ma tuttavia lo fece -, tirò fuori dal cassetto del tavolo la sua carta di riconoscimento dell'ordine
dei medici. Se la rigirò tra le mani, deciso a prenderla con sé, ma Elena lo chiamò proprio in quel
momento ed egli la dimenticò sul tavolo.
- Senti, Elena, - disse egli, stringendo innervosito la cintura; il cuore gli si stringeva in un brutto
presentimento ed egli soffriva al pensiero che Elena sarebbe rimasta sola con Anjuta nel grande
appartamento vuoto, - non c'è niente da fare. Non si può non andare. Credo che non mi succederà nulla.
La divisione non andrà oltre i sobborghi della Città e io resterò in qualche posto sicuro. Speriamo che
Dio protegga anche Nikolka. Stamattina ho sentito che la situazione s'è fatta un po' più seria, ma mi
auguro che Petljura sia respinto. Addio, addio...
Elena, sola, andava innanzi e indietro nel salotto ormai vuoto, dal pianoforte, su cui si vedeva ancora
il variopinto Valentino[41], alla porta dello studio di Aleksej. Il parquet scricchiolava sotto i suoi piedi. Il
suo viso esprimeva infelicità.

All'angolo della sua storta via e della via Vladimirskaja, Turbin si mise a trattare con un cocchiere.
Questi acconsentì a portarlo ma, soffiando col naso con aria imbronciata, domandò una somma
incredibile, e si vedeva che non avrebbe ceduto. Turbin digrignò i denti e si sedette nella slitta che partì
in direzione del museo. C'era il gelo.
Aleksej Vasil'evic era molto allarmato. Mentre andava, prestava orecchio agli spari lontani delle
mitragliatrici, che giungevano a strappi dalla parte del Politecnico e, a quanto pareva, in direzione della
stazione. Egli cercava di capire che cosa ciò potesse significare (della visita di mezzogiorno di Bolbotun
Turbin non sapeva nulla, perché allora dormiva) e, girando la testa di qua e di là, osservava i
marciapiedi. Vi era un movimento intenso, benché ansioso e confuso.
- Ferma... fer... - disse una voce d'ubriaco.
- Che cosa vuol dire? - domandò adirato Turbin.
Il cocchiere tirò tanto le redini che per poco non cadde sulle ginocchia di Turbin. Un viso tutto rosso
oscillava accanto alla stanga e, reggendosi alle briglie, si avvicinava al sedile. Sul pellicciotto
luccicavano spalline sgualcite da sottotenente. Un odore pesante e stantio di alcool e di cipolla colpì
Turbin alla distanza di quasi un metro. Nelle mani del sottotenente ciondolava un fucile.
- Tor... tor... torna indietro, - disse l'ubriaco rosso, - fa'... scendere il passeggero -. La parola
"passeggero" sembrò ridicola all'ubriaco che ne rise subito.
- Cosa vuol dire? - ripeté Turbin adirato. - Non vede chi sono? Vado al punto di raduno. La prego di
lasciare il cocchiere. Avanti!
- No, non andare... - disse l'ubriaco minacciosamente e soltanto allora, battendo le palpebre, notò le
spalline di Turbin. - Ah... dottore... allora, insieme... anch'io mi siederò.
- Noi non facciamo la stessa strada... Avanti!
- Per... metta...
- Avanti!
Il cocchiere tirò la testa dentro le spalle, voleva dare una strappata alle redini, ma poi ci ripensò; si
voltò indietro e gettò un'occhiata rabbiosa e impaurita all'ubriaco. Ma questi all'improvviso si fermò
perché aveva visto una slitta vuota. Questa voleva scappar via, ma non fece a tempo. L'ubriaco sollevò il
fucile con tutte e due le mani e minacciò il cocchiere. Questi restò immobile e l'uomo, inciampando e
singhiozzando mosse verso di lui.
- Se l'avessi saputo, non sarei venuto neppure per cinquecento rubli, - borbottava rabbiosamente il
cocchiere di Turbin, frustando la sua rozza sulla groppa, - se ti spara nella schiena, cosa gli fai?
Turbin taceva tetramente.
"Carogne... i tipi come quello rovinano tutto", pensava egli con rabbia.
L'incrocio presso il Teatro dell'Opera era tutto un viavai agitato e confuso. Proprio in mezzo alla
linea tramviaria era stata piazzata una mitragliatrice, a guardia della quale si trovavano un piccolo
cadetto[42] intirizzito con un pastrano nero e con copriorecchi e un allievo ufficiale col pastrano grigio. I
passanti, come mosche, stavano a mucchi sul marciapiede e guardavano incuriositi la mitragliatrice.
Presso la farmacia, all'angolo, in vista del museo, Turbin lasciò andare il cocchiere.
- Bisogna aggiungere qualche cosa, vostra signoria, - disse rabbioso e insistente il cocchiere, - se lo
avessi saputo, non sarei venuto. Guarda cosa succede!
- Basta.
- Chissà perché hanno immischiato anche i ragazzi... - si udì una voce femminile.
Soltanto allora Turbin vide la folla armata presso il museo. Essa ondeggiava e si infittiva. Fra le
falde dei pastrani s'intravvedevano le mitragliatrici sul marciapiede.
Allora con brio cominciò a tambureggiare una mitragliatrice a Pecersk.
Vra... vra... vra... vra...
"Sembra che stia succedendo un pasticcio", pensava smarrito Turbin e, accelerando il passo, si
diresse verso il museo attraverso l'incrocio.
"Possibile che sia in ritardo?... Che vergogna... Possono pensare che abbia disertato..."
Sottotenenti, allievi ufficiali, cadetti e qualche raro soldato si agitavano, si affaccendavano,
correvano presso il gigantesco portone del museo e presso i portoni laterali abbattuti, che portavano sul
piazzale del ginnasio Aleksandrovskij. I vetri enormi della porta tremavano ogni momento, le porte
gemevano e nel bianco, rotondo edificio del museo, sul cui frontone faceva bella mostra di sé una
iscrizione in oro:

"Per una proficua istruzione del popolo russo",

entravano di corsa gli allievi armati, agitati, sgomenti.
- Dio! - esclamò involontariamente Turbin, - sono già andati via.
I mortai fissarono silenziosamente Turbin, solitari e abbandonati allo stesso posto del giorno prima.
"Non capisco nulla... che cosa vuol dire tutto ciò?" Senza sapere perché, Turbin corse attraverso il
piazzale verso i cannoni. Essi si facevano sempre più grandi a misura ch'egli si avvicinava e lo
guardavano minacciosamente. Ecco l'ultimo. Turbin si arrestò e impietrì: era senza otturatore. Con una
rapida corsa egli riattraversò il piazzale ed uscì di nuovo sulla via. Qui la confusione della folla era
ancora maggiore, molte voci gridavano insieme e delle baionette sporgevano e sobbalzavano.
- Bisogna aspettare Kartuzov! Capito? - gridava una voce sonora e turbata. Un sottotenente tagliò la
strada a Turbin e questi vide sulle sue spalle una sella gialla con le staffe penzoloni.
- Restituire alla legione polacca.
- Ma dove si trova?
- Chi diavolo lo sa!
- Tutti al museo! Al museo!
- Sul Don!
Il sottotenente si fermò di colpo e gettò la sella sul marciapiede.
- Al diavolo! Che vada tutto in malora, - urlò egli furiosamente, - oh, quei cani dello Stato
Maggiore...
Egli si gettò da una parte, facendo un gesto di minaccia coi pugni.
"Una catastrofe... Adesso capisco... Ma la cosa terribile è che sono andati via a piedi... Sì, sì, sì...
Non c'è dubbio. Probabilmente Petljura si è avvicinato all'improvviso. Cavalli non ce n'erano e loro sono
partiti coi fucili, senza cannoni... Ah Dio mio... bisogna correre da Anjou... Forse là saprò qualcosa... Ma
anzi di sicuro: sarà ben rimasto qualcuno là".
Turbin saltò fuori da quel turbinante viavai e senza più prestar attenzione a nulla, corse indietro verso
il Teatro dell'Opera. Un soffio secco di vento corse lungo la stradicciola asfaltata che girava tutto intorno
al teatro, e fece muovere un angolo di un programma mezzo strappato sul muro del teatro, presso
l'ingresso laterale attorniato da nere finestre. Carmen. Carmen.
Ed ecco Anjou. Alle finestre non ci sono più cannoni, alle finestre non ci sono più spalline dorate.
Nelle finestre tremola e ondeggia un incerto riflesso di fiamma. Un incendio? La porta tintinnò sotto le
mani di Turbin, ma non cedette. Turbin bussò inquieto. Bussò ancora. Una figura grigia balenò dietro il
vetro della porta, aprì, e Turbin entrò nel negozio. Sbalordito, egli osservò la figura sconosciuta.
Indossava un pastrano nero da studente, e aveva in testa un berretto roso dalle tarme con i copriorecchi
legati in alto. Un viso stranamente noto, ma come alterato e deformato. La stufa ronzava furiosamente,
divorando fogli di carta. Fogli di carta ricoprivano tutto il pavimento. La figura, dopo aver aperto a
Turbin, senza dire una parola di spiegazione, si precipitò subito verso la stufa e vi si accoccolò accanto e
riflessi purpurei si muovevano sul suo viso.
"Malysev? Sì, il colonnello Malysev", pensò Turbin.
Il colonnello non aveva più i baffi. Una striscia azzurrognola ne aveva preso il posto.
Malysev con un largo gesto raccolse dal pavimento un mucchio di fogli e li ficcò nella stufa.
"Aha... a".
- Che cos'è? E' finita? - domandò con voce sorda Turbin.
- E' finita, - rispose laconicamente il colonnello, si alzò di scatto, si slanciò verso il tavolo, lo frugò
attentamente con gli occhi, sbatté alcune volte i tiretti, aprendoli e chiudendoli, si chinò rapidamente,
raccolse l'ultimo fascio di fogli in terra e gettò anche questi nella stufa. Soltanto a questo punto, si voltò
verso Turbin e soggiunse con tranquilla ironia : - Abbiamo fatto un po' di guerra... e basta! - S'infilò la
mano sotto la giacca, tirò fuori frettolosamente il portafoglio, vi verificò i documenti, strappò in quattro
pezzi un paio di foglietti e gettò anche questi nella stufa. Turbin intanto lo esaminava. Malysev non
sembrava più un colonnello. Davanti a Turbin stava uno studente piuttosto robusto, un attore dilettante
dalle tumide labbra cremisine.
- Dottore? E lei? - Malysev indicò con inquietudine le spalle di Turbin. - Se le tolga subito. Che fa?
Da dove viene? Non sa ancora nulla?
- Sono venuto in ritardo, colonnello, - cominciò Turbin.
Malysev sorrise allegramente. Ma subito il sorriso gli scomparve dal viso, egli scosse la testa con
un'espressione di colpa e di inquietudine e disse:
- Ah, Dio mio, sono io che l'ho messo in questo pasticcio! Le ho fissato quest'ora... Evidentemente lei
oggi non è ancora uscito di casa. Non importa. E' inutile parlarne ora. Insomma, si tolga subito le spalline
e scappi, si nasconda.
- Ma che è successo? Che è successo, me lo dica per amore di Dio... Che è successo? - Malysev
ripeté la domanda con allegra ironia. - E' successo che Petljura è in Città. E' a Pecersk, se non è già al
Krescatik. La Città è presa, - Malysev ad un tratto digrignò i denti, storse gli occhi e riprese a dire non
più come un attore dilettante, ma, inaspettatamente, come il Malysev d'una volta: - Gli Stati Maggiori ci
hanno traditi. Già questa mattina bisognava fuggire. Ma io, per fortuna, grazie a certe brave persone, ho
saputo tutto durante la notte, e ho avuto il tempo di sciogliere la divisione. Dottore, non c'è tempo di
riflettere, tolga le spalline!
- ... e là, al museo, al museo... Malysev si rabbuiò.
- Non mi riguarda, - rispose egli rabbiosamente, - non mi riguarda! Adesso non mi riguarda più nulla.
Ci sono stato poco fa, ho gridato, avvertito, pregato di scappare. Non posso fare altro. I miei li ho salvati
tutti. Non li ho mandati al macello! Non li ho mandati alla vergogna! - Malysev ad un tratto cominciò a
gettar dei gridi isterici: evidentemente tutto quel che si era accumulato in lui era esploso ed egli non
poteva più trattenersi. - Maledetti generali! - egli strinse i pugni e fece dei gesti di minaccia. Il suo viso
era diventato di porpora.
In quel momento, nella via, in alto, ringhiò una mitragliatrice e sembrò che scuotesse un casamento
vicino. Malysev tornò in sé e tacque subito.
- Su, dottore, tagliamo la corda. Addio. Scappi! Non per la strada però, ma da questa parte, dalla
porta di servizio, e poi per i cortili. Là è ancora libero. Presto.
Malysev strinse la mano a Turbin sbalordito, si voltò bruscamente e di corsa s'infilò nel buio
corridoio dietro il tramezzo. E subito il silenzio regnò nel negozio. Anche nella via tacque la
mitragliatrice.
C'era un senso di solitudine. Nella stufa bruciava la carta. Turbin, nonostante gli incitamenti di
Malysev, si avvicinò alla porta a passi lenti e fiacchi. Trovò a tentoni il gancio, lo abbassò e ritornò
presso la stufa. Nonostante gli incitamenti, Turbin agiva con lentezza, con le gambe fiacche, coi fiacchi e
confusi pensieri. Il debole fuoco aveva ingoiato tutta la carta, la bocca della stufa da allegra e
fiammeggiante si fece quieta e rossastra e il negozio diventò subito buio. Tra le ombre grige si vedevano
gli scaffali alle pareti. Turbin li sfiorò con lo sguardo e pensò fiaccamente che nel negozio di madame
Anjou c'era ancora un sentore di profumi. Un sentore delicato e debole, ma pur vivo.
I pensieri nella testa di Turbin si confusero in una massa informe, e per qualche tempo egli guardò con
occhi vuoti il punto dove era scomparso il colonnello ormai senza baffi. Poi nel silenzio, la matassa dei
pensieri si sciolse, gradualmente. Emerse il filo più importante e più vistoso: Petljura era lì. "Peturra,
Peturra", ripeté Turbin debolmente e sorrise, senza sapere perché. Si avvicinò allo specchio, fra le due
finestre, coperto da uno strato di polvere come da un taffettà.
La carta era ormai tutta bruciata e l'ultima fiammella rossa, dopo qualche guizzo, si spense sul
pavimento. Nella stanza c'era ora una luce crepuscolare.
- Petljura, è una cosa assurda... In fondo è un paese completamente finito, - borbottò Turbin
nell'oscurità del negozio, ma poi si riprese: - ma che cosa vado fantasticando? Possono entrare anche qui
da un momento all'altro!
Qui egli si agitò come Malysev prima di andar via, e cominciò a strapparsi le spalline. I fili si
schiantarono e nelle mani di Turbin rimasero le due strisce d'argento scurito della casacca e le due verdi
del pastrano. Turbin le guardò, rigirandole tra le mani, pensò di mettersele in tasca per ricordo, poi
rifletté, capì che era pericoloso e decise di bruciarle. Combustibile non ne mancava, sebbene Malysev
avesse distrutto tutti i documenti. Turbin raccolse in terra un mucchio di ritagli di seta, li mise nella stufa
e diede loro fuoco. Di nuovo ombre mostruose cominciarono a muoversi sulle pareti e sul pavimento, e di
nuovo, per un momento, la casa di madame Anjou si rianimò. Le strisce d'argento nella fiamma
s'inarcarono, si coprirono di bollicine, diventarono brune, si contrassero...
Nella testa di Turbin nacque una domanda di importanza essenziale: e la porta? Lasciarla chiusa col
gancio o aprirla? E se ad un tratto fosse venuto un volontario, rimasto indietro come lui e non avesse
trovato dove rifugiarsi! Turbin sollevò il gancio. Poi un altro pensiero lo scottò: il passaporto? Tastò in
una tasca, nell'altra: nulla. Sicuro! L'aveva dimenticato, ah, questo si ch'era un pasticcio. E se si fosse
imbattuto in quelli là? Il pastrano era grigio. Gli avrebbero domandato: chi sei? Dottore... Vallo a
dimostrare! Ah, maledetta distrazione!
"Presto", gli sussurrò una voce interiore.
Turbin non rifletté più, si gettò nel fondo del negozio e per la via che aveva percorso Malysev,
attraverso una piccola porta, uscì frettolosamente in un corridoio piuttosto scuro, e di là, per la scala di
servizio, nel cortile.
11.

Obbedendo alla voce del telefono il sottufficiale Nikolaj Turbin portò fuori i ventotto allievi e fece
attraversare loro tutta la Città secondo l'itinerario stabilito. L'itinerario condusse Turbin e gli allievi a un
incrocio assolutamente deserto. Non c'era alcuna vita, ma il frastuono non mancava. Intorno - nel cielo,
sui tetti, sui muri - crepitavano le mitragliatrici.
Evidentemente il nemico doveva essere lì, perché era quello il punto estremo, indicato dalla voce del
telefono. Ma nessun nemico si faceva vedere, e Nikolka si trovò un po' imbarazzato - che altro fare? I
suoi allievi un po' pallidi ma tuttavia coraggiosi, come il loro comandante, si stesero in fila sulla via
coperta di neve, mentre il mitragliere Ivasin si accoccolò accanto alla mitragliatrice presso il bordo del
marciapiede. Gli allievi guardavano tesi, in lontananza, e alzando la testa da terra, aspettavano che cosa
sarebbe accaduto.
Il loro capo era così pieno di pensieri gravi e significativi da farsi addirittura pallido e magro. Egli
era sbalordito, prima di tutto, perché all'incrocio mancava tutto ciò che era stato promesso dalla voce al
telefono. Lì, egli avrebbe dovuto trovare un distaccamento della terza legione e "rinforzarlo". Invece non
c'era alcun distaccamento. Non ce n'era l'ombra.
In secondo luogo egli era sbalordito dal fatto che gli spari minacciosi delle mitragliatrici si sentivano
a volte non soltanto davanti, ma anche a sinistra, e, perfino, un po' alle spalle. In terzo luogo, egli temeva
di spaventarsi e verificava sempre se stesso: "Hai paura?" "No, non ho paura", rispondeva una voce
energica nella sua testa, e per l'orgoglio di sentirsi coraggioso impallidiva ancora di più. L'orgoglio si
trasformò nel pensiero che se fosse stato ucciso, gli avrebbero fatto i funerali con la musica. Sicuro: per
la via si muove lento un feretro col bordo d'argento, e nel feretro si trova il sottufficiale Turbin, morto in
battaglia, col nobile viso cereo, e peccato che adesso non diano decorazioni, altrimenti egli avrebbe
certamente sul petto una croce al valore e il nastro di San Giorgio. Le donne sono ferme presso i portoni:
"A chi fanno i funerali?" "Al sergente Turbin..." "Ah, come è bello..." E la musica suona. In battaglia,
sapete, è piacevole morire. L'importante è non soffrire. Queste riflessioni sulla musica e sui nastri
abbellirono un po' l'attesa incerta del nemico, il quale, evidentemente, non obbedendo alla voce del
telefono, non pensava neppure a farsi vedere.
- Aspetteremo qui, - disse Nikolka agli allievi, facendo ogni sforzo perché la voce risuonasse più
ferma, ma tanto ferma essa non risuonò, perché le cose intorno non erano come avrebbero dovuto essere e
tirava una brutta aria. Dov'era il distaccamento? Dov'era il nemico? Strano, sembrava che sparassero alle
spalle!

Il capo con le sue truppe non aspettò invano. Nel vicolo trasversale, che conduce dall'incrocio alla
strada maestra Brest-Litovskaja, improvvisamente echeggiarono degli spari e nel vicolo si
sparpagliarono delle figure grige che correvano disperatamente. Esse si precipitavano verso gli allievi di
Nikolka e i loro fucili erano puntati in diverse direzioni.
"Ci hanno aggirati?", passò nella testa di Nikolka, ed egli si agitò non sapendo quale comando dare.
Ma un attimo dopo scorse delle macchie dorate sulle spalle di alcuni di quelli che correvano e capì che
erano dei loro.
Pesanti, alti, accaldati dalla corsa, gli allievi della scuola Konstantinovskaja coi colbacchi si
fermarono di colpo, caddero su un ginocchio e, con un pallido luccicore, spararono due scariche sul
vicolo, donde erano venuti. Poi saltarono in piedi e, gettando via i fucili, si precipitarono attraverso
l'incrocio senza fermarsi presso il reparto di Nikolka. Correndo si strappavano le spalline, le cartuccere
e le cinture, e gettavano tutto sulla neve battuta dalle slitte. Uno di essi, un allievo robusto, grigio,
massiccio, raggiunto Nikolka, voltò la testa verso il suo reparto e gridò con voce tonante, ansimando:
- Scappate, scappate con noi! Si salvi chi può!
Gli allievi di Nikolka, sbalorditi, cominciarono ad alzarsi. Nikolka perde per un momento la testa, ma
si riprese subito, pensò fulmineamente: "Ecco il momento in cui si può essere eroi", e gridò con la sua
voce squillante:
- Che nessuno s'alzi! Aspettate il comando!!!
"Ma che cosa fanno?", pensò nello stesso tempo con esasperazione.
Gli allievi della scuola Konstantinovskaja - una ventina d'uomini -, saltati oltre l'incrocio ormai senza
armi, si erano sparsi nel vicolo trasversale Fonarnyj e una parte di essi si era gettata nel primo enorme
portone. La porta di ferro rimbombò terribilmente e sotto la volta risonante echeggiarono i colpi degli
stivali. Un secondo gruppo s'infilò nel portone successivo. Rimasero soltanto cinque uomini ed essi,
accelerando la corsa, si slanciarono lungo il vicolo Fonarnyj e scomparvero in lontananza.
Finalmente all'incrocio apparve l'ultimo fuggitivo, con le pallide spalline dorate sulle spalle.
Nikolka, il cui sguardo ebbe un attimo di particolare acutezza, riconobbe in lui il comandante del secondo
reparto della prima legione, il colonnello Naj-Turs.
- Signor colonnello! - gridò egli turbato e nello stesso tempo con un senso di sollievo. - I suoi allievi
fuggono presi dal panico.
E qui accadde una cosa mostruosa. Naj-Turs irruppe nella neve calpestata dell'incrocio, e il suo
pastrano aveva i lembi infilati nella cintura, come la fanteria francese. Il berretto sgualcito gli era sceso
sulla nuca e si reggeva grazie alla cinghia sotto il mento. Nella mano destra Naj-Turs teneva la rivoltella
la cui fondina sbottonata gli sbatteva sul fianco. Il viso ispido, da tempo non rasato, era minaccioso, e gli
occhi erano volti verso il naso. Adesso, da vicino, sulle spalle si vedevano chiaramente gli zigzag delle
spalline degli ussari. Naj-Turs saltò addosso a Nikolka, alzò di scatto la mano sinistra libera e gli
strappò prima la spallina di sinistra, poi quella di destra. I robusti fili cerati si spezzarono con un crepito
e con la spallina di destra si strappò anche il panno del pastrano. Nikolka barcollò e così capì come
fossero straordinariamente forti le mani di Naj-Turs. Nikolka cadde di slancio su qualche cosa di
morbido e questo qualche cosa di morbido saltò su con un urlo: era il mitragliere Ivasin. Poi intorno
mulinarono i visi alterati degli allievi e tutto andò al diavolo. Se in quel momento Nikolka non uscì di
senno fu soltanto perché non ne ebbe il tempo, tanto impetuose furono le azioni del colonnello Naj-Turs.
Voltatosi col viso verso il plotone disfatto, egli urlò un comando con una voce fuori del comune, inaudita.
Nikolka pensò superstiziosamente che una voce simile si doveva sentire a dieci verste lontano e, senza
dubbio, per tutta la Città.
- Allievi ufficiali! Eseguite il mio comando: st'appate le spalline, le cocca'de, le ca'tucce'e, gettate le
a'mi! Pe' il vicolo Fona'-nyj, pe' i co'tili andate in via 'az'ezzaja, a Podol! a Podol! ! St'appate i documenti
pe' st'ada, nascondetevi, scioglietevi, t'ascinate con voi tutti quelli che incont'ate!
Poi agitando la rivoltella, Naj-Turs urlò come una tromba di cavalleria:
- Nel Fona'nyj! Solo nel Fona'nyj! Salvatevi nelle case! La battaglia è finita! Di co'sa!
Per qualche secondo il plotone non poté tornare in sé. Poi gli allievi impallidirono tutti. Ivasin, sotto
gli occhi di Nikolka, si strappò le spalline, le cartuccere volarono nella neve, il fucile rotolò
rumorosamente sulla crosta di ghiaccio del gibboso marciapiede. Dopo mezzo minuto nell'incrocio
giacevano cartuccere, cinture e un berretto sgualcito. Gli allievi fuggivano lungo il vicolo Fonarnyj,
irrompendo nei cortili che portavano alla via Raz'ezzaja.
Naj-Turs con un rapido gesto rimise la rivoltella nella fondina, e saltò accanto alla mitragliatrice
vicino al marciapiede, si contrasse, si accoccolò, voltò l'arma nella direzione donde era accorso e con la
mano sinistra aggiustò il nastro. Così accoccolato si voltò verso Nikolka e gridò furioso:
- Sei so'do? Co'i!
Una strana, ebbra estasi salì in Nikolka dal ventre, e la bocca immediatamente gli si inaridì.
- Non voglio, signor colonnello, - rispose egli con voce legnosa, si accoccolò, afferrò con entrambe
le mani il nastro e lo mise nella mitragliatrice.
In lontananza, là donde erano venuti correndo i resti del reparto di Naj-Turs, sbucarono
improvvisamente alcune figure a cavallo. Si vedeva confusamente che i cavalli caracollavano sotto di
loro come se giocassero e che le lame delle sciabole grige erano nelle loro mani. Naj-Turs accostò le
manopole, la mitragliatrice cominciò a crepitare: ra... ra... ra..., si fermò, crepitò di nuovo e poi
rimbombò a lungo. Tutti i tetti delle case ribollirono, a destra e a sinistra. Alle figure a cavallo se ne
aggiunsero alcune altre, ma poi una di esse fu scagliata da un lato, nella finestra di una casa, un altro
cavallo si impennò e parve terribilmente lungo, quasi fino al primo piano, e alcuni cavalleggeri
scomparvero del tutto. Infine in un attimo scomparvero, come sprofondati sotto terra, tutti gli altri.
Naj-Turs scostò le manopole, minacciò il cielo col pugno, i suoi occhi si riempirono di luce, ed
esclamò:
- Dei 'agazzi! Dei 'agazzi!... Che ca'ogne quelli dello Stato Mag-gio'e!...
Si voltò verso Nikolka ed esclamò con una voce che a Nikolka parve come il suono di una tenera
tromba di cavalleria :
- Scappa, sciocco! Ti dico, scappa!
Egli gettò lo sguardo indietro e constatò che tutti gli allievi erano scomparsi, poi spostò lo sguardo
sull'incrocio al fondo della via parallela alla strada Brest-Litovskaja ed esclamò con dolore e rabbia:
- Ah, diavolo!
Nikolka si voltò anche lui e vide che lontano, ancora lontano, nella via Kadetskaja, presso un
rachitico viale coperto di neve erano comparse delle file scure e cominciavano a buttarsi a terra. Poi la
targa sopra la testa di Naj-Turs e di Nikolka all'angolo del vicolo Fonarnyj:

"Medico-Dentista
Berta Jakovlevna
Prinz-Metall"

sbatté e dietro il portone caddero dei vetri. Nikolka vide dei pezzi di calcinaccio che caddero e
saltellarono sul marciapiede. Fissò interrogativamente gli occhi sul colonnello Naj-Turs, curioso di
sapere come interpretare le file lontane e il calcinaccio. E il colonnello Naj-Turs reagì in modo strano.
Saltò su una gamba, girò l'altra, come in un valzer, e sorrise in modo non adatto alla circostanza, come si
sorride durante un ballo. Poi il colonnello Naj-Turs si trovò steso ai piedi di Nikolka. Il cervello di
Nikolka fu avvolto da una nebbiolina nera, egli si accoccolò e scoppiando, senza che se l'aspettasse, in
un singhiozzo arido, senza lacrime si mise a tirare il colonnello per le spalle, sforzandosi di alzarlo.
Allora vide che dal colonnello usciva del sangue attraverso la manica sinistra e i suoi occhi si erano
rovesciati verso il cielo.
- Signor colonnello, signor...
- Sottufficiale, - disse Naj-Turs, e il sangue gli sgorgò dalla bocca sul mento e la voce uscì a gocce,
ad ogni parola sempre più debole, - la pianti di fa'e l'e'oe, io muoio... Malo-P'ovalnaja...
Altro egli non volle spiegare. La sua mascella inferiore cominciò a muoversi. Giusto tre volte e
convulsivamente, come se soffocasse, poi si fermò, e il colonnello diventò pesante come un gran sacco di
farina.
"Così si muore? - pensò Nikolka. - Non è possibile. Adesso adesso era vivo. In battaglia non si ha
paura, a quanto pare. Me non mi colpiscono..."

"Med...
...Dent",

tremò per la seconda volta la targa sopra la sua testa e di nuovo si spezzarono dei vetri. "Forse egli è
soltanto svenuto", pensò Nikolka assurdamente nella sua agitazione e continuava a tirare il colonnello.
Ma sollevarlo era assolutamente impossibile. "Hai paura?" pensò Nikolka e sentì che provava una
terribile paura. "Perché? Perché?" pensava egli ma comprese che la paura viene dall'angoscia e dalla
solitudine e che se il colonnello Naj-Turs si fosse rimesso in piedi, egli non avrebbe più avuto paura...
Ma il colonnello Naj-Turs era immobile, non dava più alcun comando, non faceva più attenzione a nulla,
né al fatto che vicino alla sua manica si allargava una grande pozzanghera rossa, né che il calcinaccio
sulle sporgenze del muro si rompeva e si sbriciolava, come impazzito. Nikolka aveva paura perché era
del tutto solo. I cavalleggeri non assalivano più di fianco, ma, evidentemente, tutti erano contro Nikolka,
ed egli era l'ultimo, egli era del tutto solo... E la solitudine scacciò Nikolka dall'incrocio. Egli si trascinò
sul ventre, spostando le braccia, anzi il gomito destro soltanto, perché nella mano stringeva la rivoltella
di Naj-Turs. Un vero terrore s'impadronì di lui a due passi dall'angolo. "Adesso mi colpiranno alla
gamba e allora non potrò più scappare, gli uomini di Petljura mi raggiungeranno e mi ammazzeranno a
sciabolate. E' terribile stare disteso e incassare sciabolate... Sparerò se la rivoltella è carica..." E non c'è
che un passo e mezzo... tendersi... tendersi... via!... e Nikolka è dietro il muro nel vicolo Fonarnyj.
"E' strano, è terribilmente strano che non mi abbiano colpito. E' proprio un miracolo. Un miracolo del
Signore, - pensava Nikolka alzandosi, - un vero miracolo. Adesso ne ho visto uno. La cattedrale di Notre-
Dame. Victor Hugo. Che ne sarà di Elena? E di Aleksej ? E' chiaro, se ci si strappa le spalline vuol dire
che è successa una catastrofe".
Nikolka balzò in piedi fradicio di neve fino al collo, mise la rivoltella nella tasca del pastrano e si
mise a correre per il vicolo. Il primo portone a destra era spalancato, Nikolka entrò correndo
nell'androne risonante, sbucò in un tetro sudicio cortile con delle rimesse di mattoni rossi a destra e delle
cataste di legna a sinistra, capì che il passaggio era in mezzo, vi si gettò slittando ed andò a sbattere
contro un uomo in pellicciotto. Ci era cascato. Una barba rossiccia e due piccoli occhi dai quali stillava
l'odio. Un Nerone camuso dal berretto di montone. L'uomo, come se facesse un gioco allegro, afferrò
Nikolka con la mano sinistra e con la destra gli agguantò il braccio sinistro e si mise a torcerglielo dietro
la schiena. Nikolka rimase stordito per qualche istante. "Dio! Mi ha preso, mi odia!... E' un petljuriano..."
- Ah, canaglia! - gridò con voce rauca l'uomo dalla barba rossiccia e sbruffò. - Dove vai? ferma! -
poi si mise a urlare. - Acchiappa gli allievi ufficiali! Ha buttato via le spalline. Ma cosa credi, carogna,
che non ti riconosceranno? Tienilo!
Un'ira folle s'impadronì di Nikolka dalla testa ai piedi. Con un rapido movimento, si accoccolò così
che di dietro gli si spezzò la martingala del pastrano, si voltò e con una forza soprannaturale guizzò fuori
dalle braccia del rosso. Per un attimo non lo vide più, perché gli voltava le spalle, ma poi si voltò e lo
rivide. L'uomo dalla barba rossiccia non aveva nessuna arma, non era neppure un militare: era un
portinaio. Il furore passò davanti agli occhi di Nikolka come una coperta rossa e un'assoluta sicurezza ne
prese il posto. Il vento e il gelo entrarono nella sua bocca ardente perché digrignava i denti come un
lupetto. Cavò fuori dalla tasca la mano con la rivoltella e pensò : "Lo ammazzo come un cane, purché sia
carica". Egli non riconobbe la propria voce tanto s'era fatta terribile ed estranea.
- Ti ammazzo, cane! - disse egli rauco, tastando con le dita il complicato meccanismo della colt e
sull'istante si accorse di aver dimenticato come la si usava. Il portiere, rosso e giallo, vedendo che
Nikolka era armato, pieno di disperazione e di terrore, cadde in ginocchio e strillò, trasformandosi
miracolosamente da Nerone in serpente.
- Ah, vostra signoria! Vostra...
Nikolka avrebbe sparato, ma la rivoltella non volle sparare. "E' scarica, che peccato!" il pensiero
passò come un turbine nella sua testa. Il portinaio, coprendosi con la mano e retrocedendo, si era
accoccolato riversandosi indietro, e strillava a più non posso e così danneggiava Nikolka. Non sapendo
cosa fare per chiudere quelle fauci rumorose nascoste nella barba color rame, Nikolka disperato del fatto
che la rivoltella non sparava, assalì il portinaio come un gallo battagliero e lo colpì pesantemente sui
denti col manico della rivoltella, rischiando così di ammazzare se stesso. L'ira gli si dileguò
istantaneamente. Il portinaio invece saltò in piedi e corse via infilandosi nell'androne donde Nikolka era
giunto. Pazzo di paura, egli non strillava più, ma correva scivolando sul ghiaccio ed inciampando; si
voltò una volta e Nikolka poté vedere che metà della sua barba era rossa di sangue. Poi scomparve.
Nikolka si lanciò giù, passando accanto alla rimessa, verso il portone che dava sulla Raz'ezzaja, ma qui
fu preso dalla disperazione. "E' finita. Sono arrivato in ritardo, ci sono cascato. Dio mio... e questa non
spara". Invano egli scosse la sbarra e il lucchetto del portone. Non si poteva fare nulla. Non appena gli
allievi di Naj-Turs erano passati, il portinaio dalla barba rossiccia aveva chiuso il portone sulla
Raz'ezzaja e davanti a Nikolka si trovava adesso un ostacolo insormontabile, una parete di ferro compatta
e liscia fino alla sommità. Nikolka si voltò, guardò il cielo straordinariamente basso e denso, vide
appoggiata al muro antincendio una leggera scala nera, che conduceva sul tetto della casa a tre piani. "Se
mi arrampicassi lassù?" e stupidamente ricordò una vignetta variopinta: Nat Pinkerton in giacca gialla e
con una maschera rossa sul viso che si arrampicava per una scala come quella. "Eh, Nat Pinkerton,
l'America... invece io mi arrampico, e poi? Come un idiota starò seduto sul tetto, ed intanto il portinaio
raccoglierà i petljuriani. Quel Nerone mi tradirà... Gli ho spaccato i denti... Non me la perdonerà!"
Era proprio così. Dal portone sul vicolo Fonarnyj, Nikolka sentì gli urli disperati di appello del
portiere: "Di qua! Di qua!" e lo scalpitio dei cavalli. Egli capì che la cavalleria di Petljura era entrata di
fianco nella Città. Adesso essa era già nel vicolo Fonarnyj. Ecco perché Naj-Turs aveva gridato... sul
Fonarnyj ormai non era più possibile ritornare...
Tutto questo Nikolka lo comprese chiaramente quando già chissà come si trovava sulla catasta di
legna, accanto alla rimessa, sotto il muro della casa vicina. I pezzi di legna coperti di ghiaccio
vacillarono sotto i suoi piedi, Nikolka fece qualche passo incerto barcollando, cadde, si strappò i
pantaloni, arrivò al muro, guardò giù e vide un cortile identico al primo. Identico al punto che s'aspettava
di vedere un altro rosso Nerone col pellicciotto. Ma non vide nessuno. Qualche cosa gli si strappò nel
ventre e nei reni ed egli si trovò seduto in terra, nello stesso momento la rivoltella gli saltò nella mano e
sparò un colpo assordante. Nikolka si meravigliò, poi capì. "La sicura era chiusa, e adesso l'ho smossa.
Che storia!"
Diavolo! Anche qui il portone che dava sulla Raz'ezzaja era chiuso. Sbarrato. Quindi di nuovo al
muro. Ma, ahimè non c'era più la legna. Nikolka chiuse la sicura e mise la rivoltella in tasca. Si
arrampicò su un mucchio di mattoni rotti, e poi, come una mosca, su per il muro perpendicolare,
piantando le punte delle scarpe in buchi così piccoli, che in tempo di pace non ci sarebbe entrata una
copeca. Si strappò le unghie, si insanguinò le dita e strisciò sul muro. Mentre era lì sdraiato sul ventre,
sentì nel primo cortile un fischio assordante e la voce di Nerone, e nel terzo cortile da una finestra nera
del primo piano un viso femminile contratto dallo spavento lo guardò per un istante e subito scomparve.
Quando si buttò giù dal secondo muro, gli andò bene: cadde in un mucchio di neve, ma qualche cosa
tuttavia gli si torse nel collo e gli scricchiolò nel cranio. Con la testa rintronante e gli occhi pieni di
scintille egli corse al portone.
Oh, giubilo! Anche questo era chiuso, ma si trattava di una bagatella! Era un cancello di ferro battuto.
Nikolka vi si arrampicò come un pompiere, lo scavalcò, scese e si trovò nella via Raz'ezzaja. Vide che
era completamente deserta, non c'era anima viva. "Un quarto di minuto, per riprendere fiato, non di più,
se no il cuore mi scoppia", pensò egli, inghiottendo l'aria arroventata. "Sì... i documenti...", egli tirò fuori
dalla tasca un pacchettino di certificati bisunti e li strappò. Ed essi si sparpagliarono come la neve. Sentì
che alle sue spalle, dalla parte dell'incrocio dove egli aveva lasciato Naj-Turs, crepitava una
mitragliatrice e che davanti a lui, dalla parte della Città, le facevano eco mitragliatrici e scariche di
fucili. Chiaro. La Città era occupata. In Città si combatteva. Una catastrofe. Sempre ansimando, si pulì
dalla neve con entrambe le mani: "Buttar via la rivoltella? La rivoltella di Naj-Turs? No, a nessun costo.
Forse, riuscirò a passare. Non possono essere subito dappertutto!"
Dopo aver sospirato penosamente, sentendo che le gambe gli si erano indebolite e non gli
obbedivano, corse per la via Raz'ezzaja ormai morta e arrivò felicemente all'incrocio di due vie: la
Lubocickaja in direzione di Podol e la Lovskaja, che andava verso il centro della Città. Qui egli vide una
pozzanghera di sangue e del letame, due fucili buttati e un berretto azzurro di studente. Nikolka si tolse il
colbacco e si mise quel berretto. Era troppo piccolo e gli diede un'aria sgradevole e spavalda di civile.
Uno straccione cacciato dal ginnasio. Da dietro l'angolo Nikolka guardò nella via Lovskaja e molto
lontano vide caracollare la cavalleria con le macchie azzurre dei colbacchi. Là c'era confusione e si
sentiva sparare. Egli si lanciò per la Lubocickaja. E qui per la prima volta vide una persona viva. Sul
marciapiede opposto correva infatti una signora: il cappello dall'ala nera le era sceso da un lato, nelle
mani le ciondolava una borsa grigia, da cui un gallo cercava disperatamente di scappar fuori strillando a
squarciagola: "Peturra, Peturra". Da un sacchetto, che la signora aveva nella mano sinistra, attraverso un
buco cadevano sul marciapiede delle carote. La signora gridava e piangeva buttandosi contro il muro. Un
signore passò via facendo il segno della croce e gridando:
- Signore Gesù! Volod'ka! Volod'ka! Viene Petljura!
In fondo alla Lubocickaja già molta gente andava su e giù, si agitava e si rifugiava nei portoni. Un tale
con un cappotto nero, uscito di senno per la paura, si lanciò in un androne, ficcò il bastone nel cancello e
lo spezzò con uno schianto.
Intanto il tempo volava, volava e senza che ce se ne accorgesse avanzava il crepuscolo: quando
Nikolka uscì dalla Lubocickaja sul Vol'skij spusk, un lampione elettrico si accese sibilando. In una
botteguccia scese con fracasso la saracinesca e subito nascose le scatole variopinte con la scritta:
"Polvere di sapone". Un cocchiere, voltando a un angolo, aveva rovesciata la slitta in un mucchio di neve
e ora frustava bestialmente la sua rozza. Nikolka si lasciò indietro una casa di quattro piani con tre
ingressi, le cui porte sbattevano ogni momento, e un tale dal bavero di lontra passò di corsa accanto a
Nikolka e urlò nel portone:
- Piotr! Piotr! Sei impazzito? Chiudi? Chiudi il portone -. La porta d'ingresso si chiuse con gran
fracasso ma si poté ancora sentire, come sulla scala buia una sonora voce di donna gridare:
- Viene Petljura. Petljura!
Quanto più Nikolka fuggiva verso il Podol salvatore, indicato da Naj-Turs, tanto più gente correva, si
agitava e s'affaccendava per le vie, ma c'era già meno paura e non tutti correvano nella stessa direzione
di Nikolka, parecchi anzi correvano in senso inverso.
Proprio vicino alla discesa di Podol, da un portone di una grande casa di pietra grigia uscì
solennemente un cadettuccio in pastrano grigio e con le spalline bianche sormontate dalla lettera B. Il
naso del cadettuccio aveva la forma di un bottone. I suoi occhi guardavano vivacemente a destra e a
sinistra e un grande fucile pendeva dalle sue spalle attaccato ad una cinghia. I passanti andavano su e giù,
guardavano con terrore il cadetto armato e scappavano. Il cadetto si fermò sul marciapiede, ascoltò con
aria inquisitoria e saputa i colpi che venivano dalla Città alta, tirò su col naso e s'incamminò. Nikolka
mutò bruscamente il suo cammino, attraversò il marciapiede, gli si piantò davanti e in un sussurro disse:
- Getti il fucile e si nasconda immediatamente.
Il cadetto trasalì, si impaurì, si buttò indietro, ma poi afferrò in modo minaccioso il fucile. Nikolka
con un vecchio sistema sperimentato gli si strinse addosso finché non lo spinse nel portone e là, fra due
porte, lo convinse.
- Le ho detto di nascondersi. Io sono un allievo ufficiale. E' una catastrofe. Petljura ha occupato la
Città.
- Come "ha occupato"? - domandò il cadetto e aprì la bocca, e si vide che gli mancava un dente dalla
parte sinistra.
- Così, - rispose Nikolka e, facendo un gesto in direzione della Città alta, soggiunse: - Sente? Là c'è
la cavalleria di Petljura nelle vie. Mi sono salvato a stento. Corra a casa, nasconda il fucile e avverta
tutti.
Il cadetto restò di sasso e così irrigidito Nikolka lo lasciò nel portone: non aveva tempo da perdere
con uno che era duro a capire.
A Podol l'allarme non era così grande, ma la confusione c'era, e abbastanza forte. I passanti
acceleravano il passo, spesso alzavano la testa e stavano in ascolto; spessissimo le cuoche sbucavano
sull'ingresso o nel portone, buttandosi sulle spalle i loro scialli grigi. Dalla Città alta arrivava
l'ininterrotto crepitio delle mitragliatrici. Ma in quell'ora crepuscolare del 14 dicembre non si sentivano
più i cannoni, né lontano, né vicino.
Il cammino di Nikolka era lungo. Mentre egli attraversava il Podol, il crepuscolo avvolse
completamente le vie gelate, e il trambusto e l'allarme furono attutiti da una grossa neve morbida, che
volteggiava nelle macchie di luce intorno ai lampioni. Attraverso la sua rete dalle larghe maglie
balenavano le luci, le botteghe e i negozi erano illuminati gaiamente, ma non tutti: alcuni erano accecati.
La neve cadeva sempre più fitta. Quando Nikolka arrivò al principio della sua via, il ripido Alekseevskij
spusk, e cominciò a risalirla, presso la casa n. 7 vide questa scena: due ragazzini con la giacca di maglia
grigia e il passamontagna erano appena scesi con lo slittino giù per la via. Uno di essi, piccolo e tondo
come un palloncino, tutto coperto di neve, era seduto e rideva. L'altro, un po' più grande, sottile e serio,
scioglieva un nodo della corda. Presso il portone c'era un giovane in pellicciotto e si puliva il naso con
le dita. Gli spari si sentivano sempre di più. Si accendevano in alto in punti diversi.

- Vas'ka, Vas'ka, che colpo ho dato contro il paracarro col sedere! - gridava il piccolo.
"Giuocano così pacificamente", pensò stupito Nikolka e domandò al giovane con voce tenera:
- Dica, per piacere, perché sparano lassù?
Il giovane levò il dito dal naso, rifletté e disse con voce nasale:
- I nostri le danno agli ufficiali.
Nikolka lo guardò di sbieco e automaticamente toccò l'impugnatura della rivoltella nella tasca. Il
ragazzino più grande fece arrabbiato:
- Mettono a posto gli ufficiali. Ben gli sta. Sono ottocento in tutta la Città, e non hanno combinato
niente. E' venuto Petljura, e ha un milione di soldati.
Si voltò dall'altra parte e tirò la slitta.
La tenda color crema che separava la veranda dalla piccola sala da pranzo si aprì ad un tratto.
L'orologio faceva dong-dang.
- E' tornato Aleksej? - domandò Nikolka a Elena.
- No, - rispose ella e scoppiò in lacrime.

E' buio. E' buio in tutta la casa. In cucina è accesa soltanto la lampada... Anjuta è seduta e piange, con
i gomiti sul tavolo. Certo, per Aleksej Vasil'evic... Nella stufa della camera da letto di Elena arde la
legna. Dallo sportellino balzano delle macchie e, piene di calore, danzano sul pavimento. Elena, dopo
aver pianto tutte le sue lacrime per Aleksej, sta seduta su uno sgabello sorreggendo la guancia con un
pugno, e Nikolka è ai suoi piedi, in terra, nella macchia rossa della fiamma, con le gambe divaricate.
Bolbotun... il colonnello. Dagli Sceglov oggi dicevano che egli non è altri che il granduca Michail
Aleksandrovic. Insomma, una disperazione lì, nella penombra e nel riflesso della fiamma. Perché
piangere Aleksej? Piangerlo, certo, non giova a nulla. Che l'abbiano ucciso non c'è dubbio. Tutto è
chiaro. Loro non fanno prigionieri. Se non è venuto, vuol dire che l'hanno preso con la divisione e l'hanno
ucciso. La cosa terribile è che Petljura, a quanto dicono, ha ottocentomila soldati scelti. Ci hanno
ingannati, ci hanno mandati al macello...
Ma di dove è venuta fuori questa terribile armata?... Come se si fosse intessuta di nebbia gelata nella
pungente aria azzurra del crepuscolo... Nebbia... nebbia...
Elena si alzò e tese la mano.
- Che siano maledetti i tedeschi. Che siano maledetti. Se Dio non li punirà, vuol dire che non c'è
giustizia. E' mai possibile che essi non debbano rispondere per questo tradimento? Pagheranno,
pagheranno. Soffriranno le nostre stesse pene, oh se le soffriranno!
Ella ripeteva ostinatamente: "Soffriranno", come se facesse un esorcismo. Sul suo viso e sul suo collo
giuocavano bagliori purpurei e gli occhi vuoti erano tinti di un nero odio. A quei gridi Nikolka, che se ne
stava con le gambe divaricate, fu preso da disperazione e tristezza.
- Ma forse è ancora vivo, - disse egli timidamente. - Dopo tutto è un dottore... Anche se l'hanno preso,
può darsi che non l'ammazzino, ma lo tengano prigioniero.
- Mangeranno dei gatti, si uccideranno l'un l'altro, come facciamo noi! - continuò Elena con voce
sonora e minacciò il fuoco con un gesto d'odio della mano.
"Eh, eh... Bolbotun non può essere il granduca. E' impossibile che abbia ottocentomila uomini, e
addirittura un milione... Nebbia. Sono venuti tempi duri. Tal'berg ha dimostrato di essere intelligente, è
partito a tempo. La fiamma balla sul pavimento. Eppure ci sono stati tempi sereni e belle contrade. Per
esempio Parigi, e Luigi con le immagini dei santi sul cappello, e Clopin Trouillefon[43] andò a scaldarsi a
quello stesso fuoco. E persino lui, pezzente, si sentiva bene. In nessun luogo c'è mai stata una serpe così
schifosa come quel portinaio rosso, Nerone. Tutti, certo, ci odiano, ma quello è un perfetto sciacallo!
Prenderti di dietro per un braccio".

Ed ecco dietro le finestre riecheggiarono i cannoni. Nikolka saltò in piedi e si mise a camminare
avanti e indietro.
- Senti? Senti? Senti? E se fossero i tedeschi? se fossero arrivati gli alleati in aiuto? Chi? Non
possono essere loro a sparare sulla Città, dal momento che l'hanno già presa.
Elena piegò le braccia sul petto e disse:
- Nikolka, non ti lascerò andare lo stesso. Non ti lascerò andare. Ti supplico di non uscire. Non fare
pazzie.
- Andrei soltanto fino al piazzale vicino alla chiesa di Sant'Andrea e di lì guarderei e ascolterei. Si
vede tutto Podol!
- Va bene, va'. Se ti senti di lasciarmi sola in un momento come questo, va'.
Nikolka si confuse.
- Allora, andrò soltanto ad ascoltare nel cortile.
- Vengo anch'io.
- Lenocka, e se torna Aleksej, e non sentiamo il campanello dell'ingresso?
- Sì, non lo sentiremo. E sarà colpa tua.
- Allora, Lenocka, ti do la mia parola d'onore che non farò un passo fuori del cortile.
- Parola d'onore?
- Parola d'onore.
- Non uscirai dal cancello? Non ti arrampicherai sulla collina? Resterai nel cortile?
- Parola d'onore.
-Va'.

Era caduta una fittissima neve, il quattordici dicembre 1918, e aveva coperto la Città. E gli strani,
inaspettati cannoni spararono alle nove di sera. Spararono soltanto per un quarto d'ora.
La neve si scioglieva dentro il colletto di Nikolka che lottava con la tentazione di arrampicarsi sulle
alture nevose. Di là egli avrebbe potuto vedere non soltanto Podol, ma anche una parte della Città alta, il
seminario, le centinaia di file di luci nelle case a più piani, le colline e su di esse le casette, alle cui
finestre baluginavano le fiammelle dei lumi. Ma nessuno deve violare la propria parola data perché non
sarebbe più possibile vivere. Così riteneva Nikolka. E ad ogni rimbombo minaccioso e lontano egli
pregava così: "Signore, fa' che..."
Ma i cannoni tacquero.
- Erano i nostri cannoni, - pensò egli con amarezza. Ritornando dal cancello egli gettò uno sguardo
nella finestra degli Sceglov. La piccola tenda bianca della finestra aveva fatto una piega e si vedeva
Mar'ja Petrovna che lavava Pet'ka. Pet'ka nudo era seduto nella tinozza e piangeva silenziosamente
perché il sapone gli era entrato negli occhi. Mar'ja Petrovna spremeva su Pet'ka la spugna. Sulla corda
era stesa la biancheria, e sopra la biancheria si muoveva e si chinava la grande ombra di Mar'ja
Petrovna. Nikolka ebbe l'impressione che dagli Sceglov si dovesse stare molto bene, al caldo, ed egli
sentiva freddo nel pastrano sbottonato.

In una distesa nevosa, a otto verste dal sobborgo della Città, a nord, in un capanno abbandonato dal
guardiano e tutto coperto dalla neve, c'era un capitano in seconda. Sul tavolino c'erano una pagnotta, una
cassetta col telefono da campo e una minuscola lampadina di tre candele con un panciuto vetro nero di
fumo. Il fuoco stava morendo nella stufa. Il capitano, piccolo, con un naso lungo e affilato, era avvolto in
un pastrano con un gran collo. Con la mano sinistra spezzettava e sbriciolava la pagnotta, e con la destra
premeva i bottoni del telefono. Ma il telefono pareva morto e non rispondeva.
Intorno al capitano, per uno spazio di cinque verste in giro, non c'era niente altro che tenebra e
tormenta. E cumuli di neve.
Passò ancora un'ora e il capitano lasciò in pace il telefono. Verso le nove di sera egli tirò su col naso
e disse chissà perché ad alta voce:
- Divento matto. Bisognerebbe tirarsi un colpo di rivoltella.
E come in risposta canterellò il telefono.
- Sesta batteria? - domandò una voce lontana.
- Sì, sì, - rispose il capitano con una gioia sfrenata.
La voce allarmata da lontano pareva molto allegra e sorda:
- Aprite immediatamente il fuoco sulla vallata... - il lontano interlocutore gracchiava nel filo, - un
fuoco continuo... - La voce si interruppe: - ho l'impressione... - e qui la voce si interruppe di nuovo.
- Pronto, pronto, - urlava il capitano nel ricevitore digrignando i denti. Ci fu un lungo intervallo.
- Io non posso aprire il fuoco, - disse il capitano nel ricevitore, capendo perfettamente che parlava
nel vuoto assoluto, ma non poteva fare a meno di parlare. - Tutti i serventi e i tre sottotenenti sono
scappati. Sono solo alla batteria. Trasmettete a Post-Volynskij.
Il capitano restò lì ancora un'ora, poi uscì. La tormenta turbinava violentemente. I quattro tetri e
terribili cannoni erano già quasi tutti coperti di neve e sulle loro canne e sugli otturatori si erano già
formate delle creste. La neve intorno mulinava, e il capitano camminava come un cieco in mezzo al gelido
strido della tormenta. Rimase a lungo senza veder niente, prima di levare a tastoni il primo otturatore.
Pensò di gettarlo nel pozzo dietro il capanno, ma ci ripensò e ritornò nel capanno. Uscì ancora tre volte,
tolse tutti e tre gli otturatori dai pezzi e li nascose in un ripostiglio sotto il pavimento, dove si trovavano
le patate. Poi usci nell'oscurità, dopo aver spento la lampada. Camminò un paio d'ore affondando nella
neve, assolutamente invisibile e al buio, e arrivò alla strada maestra che conduceva alla Città. Sulla
strada ardevano fiocamente rari lampioni. Sotto il primo di questi lampioni lo uccisero a sciabolate i
cavalleggeri con le code sugli elmi e poi gli levarono gli stivali e l'orologio.
La stessa voce risuonò nel ricevitore di un telefono in un rifugio sotterraneo sei verste ad ovest del
capanno abbandonato.
- Aprite... il fuoco sulla vallata immediatamente. Ho l'impressione che il nemico sia passato fra voi e
noi, verso la Città.
- Pronto? Pronto? - risposero dal rifugio.
- Informatevi al Post..., - interruzione.
La voce, senza ascoltare, gracchiò nel ricevitore:
- Fuoco accelerato nella vallata... sulla cavalleria... E si interruppe definitivamente.
Dal rifugio uscirono con le lanterne tre ufficiali e tre allievi coperti di pellicciotti. Un quarto ufficiale
e due allievi erano vicini ai pezzi con una lanterna che il turbine si sforzava di smorzare. Cinque minuti
dopo i cannoni cominciarono a saltare e a sparare forte nel buio. Essi riempirono di un potente rimbombo
tutta la località a quindici verste intorno, raggiungendo la casa n. 13 sull'Alekseevskij spusk... Signore, fa'
che...
Una centuria a cavallo, muovendosi nel turbine, uscì dall'oscurità di dietro alle lanterne e massacrò
gli allievi e i quattro ufficiali. Il comandante, rimasto nel rifugio al telefono, si sparò nella bocca.
Le sue ultime parole furono:
- Quelle carogne dello Stato Maggiore! Capisco perfettamente i bolscevichi.

La notte Nikolka accese la lampada attaccata al soffitto nella sua camera d'angolo e con un temperino
incise sopra la porta una grande croce e queste parole tracciate in modo disuguale:

"Col. Turs, 14 Dic. 1918, 4 pomeridiane."

Eliminò il "Naj" per prudenza, nel caso che fossero venuti i petljuriani a fare una perquisizione.
Non voleva dormire per non correre il rischio di non sentire il campanello. Bussò nel muro ad Elena
e disse:
- Dormi, Elena, starò sveglio io.
E subito dopo si addormentò, come un sasso, vestito com'era. Elena invece non dormì fino all'alba,
sempre in ascolto, con la speranza di sentire il campanello. Ma il campanello non suonò e il fratello
Aleksej non tornò.

Un uomo stanco, sfinito, ha bisogno di dormire, e sono già le undici e dorme sempre... E' un modo
molto originale di dormire, ve lo dico io! Gli stivali danno fastidio, la cintura è penetrata fin sotto le
costole, il colletto strozza e l'incubo affonda le sue zampe nel petto.
Nikolka giaceva riverso, il viso gli s'era fatto di porpora, dalla gola gli usciva un fischio... Un
fischio!... La neve e una ragnatela... Una ragnatela tutt'intorno, che il diavolo se la porti! Attraverso
questa ragnatela bisogna passare ad ogni costo, se no quella maledetta cresce, cresce sempre e si alza
fino al viso. E chissà, ti avvolgerà e non potrai più liberarti! Così rimani soffocato. Dietro questa
ragnatela c'è purissima neve, quanta ne vuoi, pianure intere. Bisogna raggiungere questa neve e al più
presto, perché una voce ha esclamato: "Nikol!" E qui, figuratevi, in questa ragnatela è rimasto impigliato
un allegro uccellino e si è messo a picchiettare... Ti-ki-tiki, tiki, tiki. Fiù! Fiù - Tiki! Tiki! Diavolo!
L'uccellino non si vede, ma fischia lì vicino, e qualcuno piange la sua sorte, e di nuovo la voce: "Nik!
Nik! Nikolka! !"
- Eh! - gridò Nikolka, strappò la ragnatela e si sedette d'un colpo, tutto arruffato, esausto, con la
fibbia della cintura sul fianco. I capelli biondi gli stavano irti sul capo, come se qualcuno glieli avesse
arruffati.
- Chi? chi? chi? - domandò Nikolka preso da terrore, senza capire nulla.
- Chi, chi, chi, tak! tak!... Fiti! Fi-u, Fiuch! - rispose la ragnatela e una voce dolente disse, piena di
lacrime interiori:
- Sì, con l'amante!
Nikolka terrorizzato si strinse alla parete e fissò la visione. La visione indossava una giacca marrone,
un paio di calzoni di cavallerizzo dello stesso colore e stivali con i risvolti gialli come quelli dei fantini.
Gli occhi torbidi e dolenti guardavano dalle orbite profondissime di una testa incredibilmente grande,
con i capelli tagliati corti. Senza dubbio era giovane, la visione, ma la pelle del suo viso era grigia,
senile, e si vedevano i denti storti e gialli. In mano alla visione c'era una grande gabbia coperta da uno
scialle nero e una lettera celeste aperta...
"Vuol dire che non mi sono ancora svegliato", rifletté Nikolka e fece un movimento con la mano,
sforzandosi di strappare la visione come aveva strappata la ragnatela, ed urtò dolorosamente con le dita
nelle sbarre della gabbia. Nella gabbia nera l'uccello cominciò subito a strillare e fischiare come un
indemoniato.
- Nikolka! - lontano lontano risuonò la voce di Elena inquieta.
"Gesù, Gesù, - pensò Nikolka, - no, sono sveglio, ma sono impazzito e so anche perché, per
l'esaurimento. Dio mio! Ho già delle visioni assurde... e le dita? Dio! Aleksej non è tornato... ah sì... non
è tornato... l'hanno ucciso... ohi, ohi! ohi!"
- Con l'amante, proprio su quel divano, - disse la visione con voce tragica, - su cui io le leggevo le
poesie.
La visione si voltava verso la porta, parlando a qualcuno, ma poi si rivolse definitivamente a
Nikolka:
- Sì, proprio sullo stesso divano... Adesso stanno lì a baciarsi... dopo le cambiali per
settantacinquemila rubli che io ho firmato senza riflettere come un gentiluomo, poiché gentiluomo sono
stato e gentiluomo resterò. Che si bacino pure!
"Oh, Dio", pensò Nikolka. I suoi occhi si spalancarono e un brivido gli attraversò la schiena.
- Domando scusa, - disse la visione, uscendo sempre di più fuori dalla vacillante nebbia del sonno e
trasformandosi in un autentico corpo vivo, - forse la cosa non le riesce del tutto chiara. Allora, prego,
ecco la lettera, essa le spiegherà ogni cosa. Io non nascondo la mia vergogna a nessuno, da gentiluomo.
E con queste parole lo sconosciuto consegnò a Nikolka la lettera celeste. Completamente stordito,
Nikolka prese la lettera e, muovendo le labbra, cominciò a leggere quella calligrafia grossa, rapida e
agitata. Senza data, sul delicato foglio cilestrino era scritto:
"Cara, cara Lenocka! Conosco il suo buon cuore e lo mando da lei, come da un parente. Le ho
spedito, del resto, un telegramma, e lui stesso le racconterà tutto, povero ragazzo. Lariosik ha subito un
colpo terribile, e per molto tempo ho avuto paura che non l'avrebbe superato. Milocka Rubcova, con la
quale, come lei sa, egli si sposò un anno fa, si è rivelata una serpe! Le dia ospitalità, la supplico, e quel
calore che solo lei sa dare. Io le invierò puntualmente il denaro per il mantenimento. Zitomir gli è
divenuto odioso e io lo comprendo benissimo. Ma non scriverò altro, sono troppo agitata, e adesso parte
un treno ospedale. Lui le racconterà tutto. Un bacio affettuoso a lei e a Serioza!"
Seguiva una firma illeggibile.
- L'uccello l'ho preso con me, - disse lo sconosciuto, sospirando, - l'uccello è il migliore amico
dell'uomo. Molti, è vero, lo considerano superfluo in casa, ma io posso dire che un uccello, in ogni modo,
non fa male a nessuno.
L'ultima frase piacque assai a Nikolka. Senza cercare più di capire, con l'incomprensibile lettera egli
si grattò timidamente un sopracciglio e cominciò a calare le gambe giù dal letto, pensando: "E'
sconveniente... domandargli come si chiama?... E' una storia sbalorditiva..."
- E' un canarino? - domandò egli.
- E che canarino! - rispose con entusiasmo lo sconosciuto. - E' un maschio! A Zitomir ne ho una
quindicina. Li ho portati dalla mamma, essa darà loro da mangiare. Quel mascalzone avrebbe certamente
tirato loro il collo. Egli odia gli uccelli. Mi permette di metterlo intanto sulla sua scrivania...
- Prego, - rispose Nikolka. - Viene da Zitomir?
- Ma sì, - rispose lo sconosciuto, - e si figuri che coincidenza: sono arrivato con suo fratello.
- Quale fratello?
- Come, con quale? Suo fratello è arrivato con me, - rispose meravigliato lo sconosciuto.
- Che fratello? - esclamò lamentevolmente Nikolka, - che fratello? Da Zitomir?
- Suo fratello maggiore...
La voce di Elena chiamò chiaramente nel salotto: "Nikolka! Nikolka! Illarion Larionovic! Ma lo
svegli! Lo svegli!"
- Triki, fit, triki! - l'uccello mandò un grido strascicato.
Nikolka lasciò cadere la lettera celeste e si lanciò come un proiettile attraverso la biblioteca nella
sala da pranzo, e là rimase immobile con le braccia aperte.
Aleksej Turbin in un pastrano nero non suo, con la fodera rotta, in pantaloni neri pure non suoi, era
sdraiato immobile sul divano sotto l'orologio. Il suo viso era pallido, d'un pallore azzurro, e i denti erano
stretti. Elena tutta agitata si affaccendava intorno a lui, la veste da camera si era aperta e si vedevano le
sue calze nere e il merletto della biancheria. Ella ora afferrava i bottoni sul petto di Turbin, ora lo
prendeva per le mani, gridando: "Nikolka! Nikolka!"
Dopo tre minuti Nikolka col berretto da studente spinto sulla nuca, in un pastrano grigio tutto
sbottonato, correva, ansimando su per l'Alekseevskij spusk, e borbottava: "E se non c'è? Che situazione
balorda! Ma Kurickij non lo si può chiamare in nessun caso, è evidente... Kit e kot..." Un uccello gli
batteva nella testa in modo assordante: kiti, kot, kiti, kot!
Un'ora dopo nella sala da pranzo in terra c'era un bacile pieno d'acqua rossastra, intorno erano sparsi
dei batuffoli di garza stracciata e i cocci bianchi di alcuni piatti che aveva fatto cadere dalla credenza lo
sconosciuto dai risvolti gialli, prendendo un bicchiere. Tutti correvano avanti e indietro fra i cocci.
Turbin pallido, ma non più azzurrognolo, era come prima riverso su un cuscino. Egli era ritornato in sé e
voleva dire qualche cosa, ma il dottore dalla barba a punta, con le maniche rimboccate e il pince-nez
d'oro sul naso, chinandosi su di lui, disse, asciugando con la garza le mani sporche di sangue:
- Stia zitto, collega...
Anjuta, bianca come il gesso, con gli occhi sbarrati, ed Elena, coi rossi capelli spettinati, sollevavano
Turbin e gli levavano la camicia bagnata di sangue e d'acqua con una manica tagliata.
- Tagli di più, che importa della camicia! - disse il dottore dalla barba a punta.
La camicia di Turbin fu fatta a pezzi con le forbici e, levata pezzo per pezzo, lasciò vedere il corpo
scarno e giallastro e il braccio sinistro, allora allora ermeticamente bendato fino alla spalla. Le punte
delle assicelle sporgevano in alto e in basso alla bendatura. Nikolka in ginocchi, slacciava e sfilava con
cautela i calzoni a Turbin.
- Spogliatelo completamente e subito a letto, - diceva con voce di basso il dottore. Anjuta gli versava
sulle mani l'acqua della brocca e i fiocchi di sapone cadevano nel bacile. Lo sconosciuto stava in
disparte, senza partecipare al trambusto, ora guardando amaramente i piatti rotti, ora, arrossendo, perché
ad Elena, in disordine, la vestaglia si era completamente aperta. I suoi occhi erano umidi di lacrime.
Con il concorso di tutti Turbin fu portato dalla sala da pranzo nella sua camera, e lo sconosciuto
prese parte al trasporto: mise le braccia sotto le ginocchia di Turbin e gli sorresse le gambe.
Elena, nel salotto, porse del denaro al medico. Questi lo respinse con la mano...
- Ma le pare, - disse egli, - da un collega? Qui c'è una questione più grave. Bisognerebbe portarlo
all'ospedale...
- Non si può, - si fece sentire la debole voce di Turbin, - non si può all'osped...
- Stia zitto, collega, - ribatté il dottore, - ce la sbrighiamo anche senza di lei. Sì, certo, capisco
anch'io. In Città avvengono cose pazzesche... - Egli fece un cenno con la testa verso la finestra. - Hm...
forse, ha ragione: non si può... Ebbene, allora in casa... Verrò questa sera.
- E' pericoloso, dottore? - domandò Elena inquieta.
Il dottore fissò lo sguardo sul pavimento, come se nel luccichio giallo del legno leggesse la diagnosi,
si schiarì la gola e, arricciandosi la barbetta, rispose:
- L'osso è intatto... Hm... i grossi vasi sanguigni non sono stati toccati... il nervo neppure... Ma ci sarà
suppurazione... Nella ferita sono penetrati dei pezzi di lana del pastrano... Ha la febbre... - Dopo aver
espresso questi poco comprensibili brandelli di pensieri, il dottore alzò la voce e disse con fermezza: -
Riposo completo... Se soffrirà molto, farò io stesso un'iniezione di morfina. Quanto al cibo, solo
liquido... del brodo, per esempio... E che non parli molto...
- Dottore, dottore, la prego tanto... lui ha chiesto di non dirlo a nessuno...
Il dottore gettò su Elena uno sguardo cupo e scrutatore e borbottò:
- Sì, lo capisco... Come gli è successo?
Elena sospirò debolmente e spalancò le braccia.
- Va bene, - borbottò il dottore e, camminando di sbieco come un orso, passò nell'anticamera.
PARTE TERZA
12.

Nella piccola camera da letto di Turbin le tende scure calarono sulle due finestre che s'affacciavano
sulla veranda a vetri. La stanza fu invasa dall'oscurità e in essa luccicò la testa di Elena. Le rispose il
baluginare di una macchia bianchiccia sul guanciale: il viso e il collo di Turbin. Un filo elettrico strisciò
come una serpe dalla presa verso una seggiola, una lampadina rosea s'accese sotto il paralume e con vertì
il giorno in notte. Turbin fece segno a Elena di chiudere la porta.
- Bisogna subito avvertire Anjuta che stia zitta...
- Lo so, lo so... Non devi parlare molto, Aliosa.
- Lo so da me... Parlo sottovoce... Ah, se dovessi perdere il braccio!
- Ma che dici, Aliosa... sta' coricato, taci... Il cappotto di quella signora lo teniamo qui per ora?
- Sì, sì. Che non venga in mente a Nikolka di riportarglielo. Se no, per la strada... Senti? Per carità,
non lasciarlo uscire per nessun motivo.
- Il Signore le dia la salute, - disse Elena con accento sincero e affettuoso. - E poi si dice che a questo
mondo non c'è della brava gente...
Un lieve rossore colorì i pomelli del ferito, i suoi occhi si affissarono nel basso soffitto bianco, poi
egli li volse verso Elena e, col viso contratto dalla sofferenza, chiese:
- A proposito, scusa, chi è quel girino? Elena si chinò nella luce rosea e alzò le spalle.
- Be', capisci, è comparso qui due minuti prima di te, non di più: è un nipote di Serioza, viene da
Zitomir. Ne avrai sentito parlare: Surzanskij... Larion... Insomma, è il celebre Lariosik.
- E allora?
- E allora, se n'è arrivato da noi con una lettera. In casa loro c'è stato non so che dramma. Aveva
appena cominciato a raccontarlo, quando lei ti ha portato qui.
- Ma che tipo! Viaggiare con un uccello...
Col riso e lo spavento negli occhi, Elena si chinò sopra il letto:
- Altro che uccello!... Egli chiede addirittura il permesso di vivere da noi. Non so proprio come fare.
- Vi-vere?...
- Ma sì... Tu, però, sta' zitto e non muoverti, ti prego, Aliosa... Sua madre scrive, supplica; sai, questo
Lariosik è il suo idolo... In vita mia, un babbeo come lui non l'ho mai visto. Qui da noi, per cominciare,
ha sbattuto in terra tutte le stoviglie. Il servizio blu. Sono rimasti solo due piatti.
- Ho capito. Cosa facciamo?
Nell'ombra rosea per un bel po' si continuò a bisbigliare. Da lontano, al di là delle porte e delle
portiere, giungeva il suono soffocato delle voci di Nikolka e dell'ospite inatteso. Elena protendeva le
braccia, implorando Aleksej di parlare meno. Si sentiva un rumore di cocci nella sala da pranzo: Anjuta,
scombussolata, spazzava via il servizio blu. Finalmente, sussurrando, fu presa una decisione. Dato che
adesso in Città sarebbe successo chi sa cosa ed era assai probabile che venissero a requisire alcune
stanze, dato che non c'era denaro e che Lariosik avrebbe pagato, si stabilì di accoglierlo in casa, ma egli
doveva impegnarsi a osservare le regole di vita dei Turbin. Quanto all'uccello, stare a vedere: se si
rendeva insopportabile, esigere che fosse mandato via, ma tenere in casa il suo padrone. Quanto al
servizio, poiché Elena non avrebbe mai avuto il coraggio di parlarne e del resto sarebbe stato villano e
meschino farlo, tanto valeva non pensarci più.
Elena entrò nella sala da pranzo. Lariosik stava in piedi, con aria affranta, a capo chino, guardando il
punto della credenza dove dianzi c'era una pila di dodici piatti. I suoi occhi di un celeste appannato
esprimevano una profonda afflizione. Nikolka stava di fronte a Lariosik, a bocca aperta, e ascoltava i
suoi discorsi. Gli occhi di Nikolka erano pieni di spasmodica curiosità.
- Non c'è cuoio a Zitomir, - diceva Lariosik, smarrito, - capisce, non ce n'è affatto. Un cuoio come
sono avvezzo a portarlo, non c'è. Ho lanciato un appello ai calzolai, offrendo qualsiasi somma di denaro,
ma inutilmente. E così ho dovuto...
Scorgendo Elena, Lariosik impallidì, alzò un piede, poi l'altro, ma non si mosse, e guardando chi sa
perché i fiocchi smeraldini della vestaglia, prese a dire:
- Elena Vasil'evna, vado immediatamente a fare il giro dei negozi, lancerò un appello e questa sera
stessa lei avrà il servizio. Non so neppure cosa dirle. Come posso scusarmi dinanzi a lei? Meriterei
senz'altro che mi uccidessero per quel servizio. Sono maledettamente sfortunato, - disse, rivolto a
Nikolka. - Ma adesso vado subito a fare il giro dei negozi, - continuò, rivolto a Elena.
- La prego vivamente di non andare in nessun negozio, tanto più che saranno tutti chiusi. Ma scusi, è
possibile che non sappia quel che sta accadendo da noi, nella Città?
- Altro che, se lo so! - esclamò Lariosik. - Ho viaggiato sul treno-ospedale, come avrà saputo dal
telegramma.
- Da quale telegramma? - chiese Elena. - Noi non abbiamo ricevuto nessun telegramma.
- Come? - Lariosik spalancò la bocca. - Non l'avete ricevuto? Ah!... Adesso capisco, - e si voltò
verso Nikolka, - perché mi guardava così meravigliato... Ma scusate... La mamma vi ha mandato un
telegramma di sessantatre parole.
- All'anima!... Sessantatre parole! - si stupì Nikolka. - Che peccato! Adesso i telegrammi arrivano
così irregolarmente. Anzi, non arrivano affatto.
- E ora che faccio? - chiese Lariosik, addolorato. - Mi permettete di rimanere da voi? - Si guardò
attorno, sconsolato, e gli si leggeva negli occhi che gli piaceva molto stare dai Turbin e che non avrebbe
voluto andarsene.
- Tutto è sistemato, - rispose Elena e annuì benignamente col capo, - siamo d'accordo. Rimanga qui e
si accomodi. Vede che sventura ci ha colpiti...
Lariosik si accorò ancora di più. Le lacrime gli velarono gli occhi.
- Elena Vasil'evna! - disse, commosso. - Disponga di me come vuole. Io, sa, posso stare tre o quattro
notti di fila senza dormire.
- Grazie, tante grazie.
- E adesso, - Lariosik si rivolse a Nikolka, - potrei chiederle un paio di forbici?
Nikolka, coi capelli arruffati per lo stupore e la curiosità, corse via e tornò con le forbici. Lariosik
afferrò un bottone della giubba, poi batté le palpebre e si rivolse di nuovo a Nikolka:
- Scusi, però, mi lasci andare un attimo in camera sua... Nella stanza di Nikolka, Lariosik si tolse la
giubba, scoprendo una camicia indicibilmente sporca, si armò delle forbici, sparò la lucida fodera nera
della giubba e ne trasse un grosso rotolo giallo-verde di biglietti. Questo rotolo lo portò solennemente
nella sala da pranzo e lo depose sulla tavola davanti a Elena, dicendo:
- Ecco, Elena Vasil'evna, mi permetta di versarle subito questo denaro per il mio mantenimento.
- Ma perché tanta fretta? - chiese Elena, arrossendo. - Poteva farlo anche più tardi...
Lariosik protestò calorosamente:
- No, no, Elena Vasil'evna, per favore, lo prenda subito. Scusi tanto, in un momento difficile come
questo, si ha sempre una gran necessità di denaro, questo lo capisco benissimo! - Aprì il plico
dall'interno del quale cadde una fotografia di donna. Lariosik fu lesto a raccattarla e con un sospiro se la
mise in tasca. - Del resto è meglio che lo tenga lei. Di che cosa ho bisogno io? Di quel tanto che occorre
per comprarmi le sigarette e i semi per il canarino...
Elena dimenticò per un attimo la ferita di Aleksej e le scintillarono gli occhi dal piacere, tanto era
giudizioso e opportuno il modo di agire di Lariosik.
"Forse non è un babbeo come mi è sembrato sulle prime, - pensò, - è gentile e scrupoloso, è soltanto
un originale, e nient'altro. Mi piange il cuore per il servizio".
"Che tipo", pensava Nikolka. La miracolosa apparizione di Lariosik gli aveva scacciato dalla mente i
pensieri tristi.
- Ecco qui ottomila rubli, - disse Lariosik, facendo scorrere sulla tavola il pacchetto che
assomigliava a una frittata con le cipolline, - se è troppo poco, faremo i conti e me ne farò subito
mandare degli altri.
- No, no, c'è tempo, va benissimo, - rispose Elena. - Stia a sentire: adesso pregherò Anjuta di
scaldarle l'acqua e lei farà subito il bagno. Ma dica un po', come ha potuto venire, com'è arrivato fin qui?
- Elena intanto aveva appallottolato i biglietti e li aveva riposti nel tascone della vestaglia.
Il ricordo riempì di terrore gli occhi di Lariosik.
- E' stato un incubo! - esclamò, giungendo le mani come un cattolico che dice le preghiere. - Ho
messo nove giorni... no, sbaglio, dieci?... un momento, domenica, sì, lunedì... undici giorni a venire da
Zitomir!...
- Undici giorni! - gridò Nikolka. - Vedi? - soggiunse, chi sa perché, in tono di rimprovero,
rivolgendosi a Elena.
- Sissignore, undici... Quando partii era un treno dell'etmano, ma strada facendo si convertì in un
treno di Petljura. Ed ecco, arriviamo a una stazione, come si chiamava? O Dio, non ricordo più... be', fa
lo stesso... e qui, figuratevi, volevano fucilarmi. Arrivano quelli di Petljura, con i pennacchi...
- Blu? - chiese Nikolka, incuriosito.
- No, rossi... sì, con i pennacchi rossi... e gridano: "Scendi! Adesso ti fuciliamo!" Avevano deciso
che ero un ufficiale e che m'ero nascosto nel treno-ospedale. E invece ero stato semplicemente
raccomandato... dalla mamma al dottor Kurickij.
- Kurickij? - esclamò significativamente Nikolka. - Già: quello di "kot" e "kit"[44] Lo conosciamo.
- Kiti, kot, kiti, kot, - rispose sommessamente il canarino da dietro la porta.
- Sì, a lui... era stato lui a condurre il treno da noi, a Zitomir... Dio mio! Io, allora, incomincio a
pregare il Signore. "E' finita", penso! E volete saperne una? Mi ha salvato il canarino. "Non sono un
ufficiale", dico. "Sono uno scienziato, allevatore d'uccelli", e mostro il canarino... Allora, sapete, uno di
essi, mi da una botta sulla nuca e dice insolentemente: "Va' pure, diavolo d'un allevatore". Che
impudente! Io, da gentiluomo, l'avrei ammazzato, ma capirete anche voi...
- Ele... - si sentì chiamare con voce sorda dalla camera di Turbin. Elena si voltò in fretta e senza stare
ad ascoltare la fine, si precipitò dal ferito.

Il 15 di dicembre, secondo il calendario, il sole tramonta alle tre e mezzo del pomeriggio. Sin dalle
tre, quindi, il crepuscolo cominciò a invadere l'appartamento. Ma alle tre sul viso di Elena le lancette
segnarono l'ora più bassa e più sgomenta della vita: le cinque e mezzo. Le due lancette avevano tracciato
rughe tristi agli angoli della bocca ed erano scese giù verso il mento. Le si leggeva negli occhi l'angoscia
e la risoluzione di lottare contro la sventura.
Sul viso di Nikolka le lancette pungenti e assurde segnarono l'una meno venti, perché nella sua testa
c'era il caos e una confusione provocata dalle importanti e misteriose parole "Malo-Proval'naja..." parole
pronunziate il giorno prima da un moribondo al crocicchio dove si era combattuto, parole che bisognava
assolutamente chiarire non più tardi dei prossimi giorni. Il caos e le difficoltà erano prodotti anche dal
misterioso e interessante Lariosik piovuto dal cielo nella vita dei Turbin, nonché dal sopraggiungere di un
avvenimento mostruoso e grandioso: Petljura aveva preso la Città. Quello stesso Petljura e, capite?,
quella stessa Città. E quel che adesso sarebbe avvenuto in essa era incomprensibile e inconcepibile
anche per il più evoluto degli intelletti umani. Era ben chiaro che il giorno prima un'orrenda catastrofe si
era abbattuta sulla Città: tutti i nostri erano stati sterminati e colti alla sprovvista. Il loro sangue,
indubbiamente, gridava vendetta, questo per prima cosa. I generali delinquenti e i mascalzoni dello Stato
Maggiore meritavano la morte, e due. Ma, oltre all'orrore, andava crescendo anche un'ardente curiosità:
che cosa sarebbe accaduto, adesso? Come sarebbero vissute settecentomila persone qui, nella Città, sotto
il dominio di un individuo misterioso che portava quel brutto e terribile nome di Petljura? Chi era colui?
Perché?... Ah, del resto, tutto ciò passava adesso in seconda linea in confronto col fatto principale, col
sangue versato... Ohimè... ohimè... una cosa terribile, ve lo dico io. Di preciso, certo, non si sa nulla, ma
è più che probabile che sia Myslaevskij sia Karas' si debbano considerare spacciati.
Sulla tavola unta e scivolosa Nikolka rompeva il ghiaccio con una larga squarcina. I pezzetti si
spaccavano con uno scricchiolio o scivolavano di sotto alla squarcina e saltavano per tutta la cucina, le
dita di Nikolka erano intirizzite. A portata di mano c'era una borsa dal coperchietto argenteo.
- Malo... Proval'naja... - diceva fra sé Nikolka, movendo le labbra, e gli guizzavano nella mente le
immagini di Naj-Turs, del fulvo Nerone e di Myslaevskij. E non appena quest'ultima immagine, nel
pastrano con lo spacco, penetrava i pensieri di Nikolka, il viso di Anjuta che, sgomenta e trasognata,
s'affaccendava intorno al fornello rovente, segnava sempre più chiaramente le cinque meno venticinque,
l'ora dell'avvilimento e della tristezza. Erano incolumi gli occhi di due diversi colori? Si sarebbe udito
ancora il passo ciondolante, cadenzato dal tintinnio degli sproni... drin... drin...?
- Porta il ghiaccio, - disse Elena, aprendo l'uscio della cucina.
- Subito, subito, - rispose in fretta Nikolka, avvitò il coperchio e uscì di corsa.
- Anjuta, cara, - prese a dire Elena, - bada bene di non lasciarti sfuggire con nessuno che Aleksej
Vasil'evic è stato ferito. Se, Dio guardi, venissero a sapere che egli ha combattuto contro di loro,
sarebbero guai.
- Lo capisco da me, Elena Vasil'evna. Cosa crede? - Anjuta guardò Elena con occhi inquieti,
stralunati. - Quel che sta succedendo in Città, Madonna santa! Mentre passavo per Boricev Tok ho visto
due in terra, senza stivali... E tutto quel sangue!... Attorno c'era gente che guardava... Uno ha detto che
avevano ammazzato due ufficiali... Ed essi stavano lì, senza berretto in testa... Mi tremavano le gambe,
sono scappata, c'è mancato poco che non buttassi via il paniere...
Anjuta si strinse nelle spalle come se avesse freddo, le era tornato in mente qualche cosa, e subito i
tegami che aveva in mano caddero di sghembo sul pavimento.
- Piano, piano, per amor di Dio, - mormorò Elena, protendendo le braccia.
Alle tre del pomeriggio, sul viso grigio di Lariosik le lancette segnavano il colmo dell'entusiasmo e
dell'energia: le dodici in punto. Le due lancette s'erano incontrate a mezzogiorno, s'erano appiccicate
insieme e stavano ritte come spade aguzze. Questo perché dopo la catastrofe che aveva sconvolto l'anima
delicata di Lariosik a Zitomir, dopo gli undici giorni di viaggio nel treno-ospedale, dopo le violente
sensazioni, la casa dei Turbin era piaciuta moltissimo a Lariosik. Per qual motivo gli fosse piaciuta, non
avrebbe potuto spiegarlo per il momento, giacché lui stesso non lo sapeva esattamente.
La bella Elena gli era parsa straordinariamente meritevole di rispetto e d'attenzione. Anche Nikolka
gli era piaciuto molto. Desideroso di sottolineare questo fatto, Lariosik colse il momento in cui Nikolka
smise di correre avanti e indietro dalla camera di Aleksej e si diede ad aiutarlo a disporre nella libreria
e ad aprire lo stretto letto a molle.
- Lei ha un viso molto aperto, che ispira simpatia, - disse gentilmente Lariosik e s'incantò a guardare
quel viso aperto al punto da non accorgersi che aveva richiuso il letto macchinoso e sferragliante,
imprigionando fra le due parti la mano di Nikolka. Il dolore fu così violento che Nikolka cacciò un urlo,
soffocato a dire il vero, ma così forte da far accorrere, frusciando, Elena. Nikolka faceva tutti gli sforzi
possibili per non strillare, ma dai suoi occhi inavvertitamente, cadevano grosse lacrime. Elena e Lariosik
si aggrapparono al letto automatico e per un pezzo lo tirarono in varie direzioni, liberando la mano
illividita. Lariosik stesso si mise quasi a piangere quando essa venne fuori ammaccata e striata di rosso.
- Dio mio! - disse, e la sua faccia, già di per sé triste, era stravolta. - Che cosa mi sta succedendo?!
Sono proprio scalognato! Le fa molto male? Mi perdoni, per amor di Dio.
Nikolka, senza fiatare, si precipitò in cucina, dove Anjuta, per suo ordine, gli fece cadere sulla mano
un getto di acqua fredda dal rubinetto.
Quando l'ingegnoso letto patentato si fu aperto e disteso e quando fu chiaro che la mano di Nikolka
non era gravemente lesionata, Lariosik fu colto da un altro accesso di gioia dolce e silenziosa a causa dei
libri. Oltre alla passione e all'amore per gli uccelli, egli aveva anche la passione dei libri. E qui, negli
armadi aperti dai molti ripiani, in ranghi serrati, c'erano dei tesori. Da tutt'e quattro le pareti, libri dalle
copertine verdi, rosse, impresse in oro, gialle, e cartonati in nero guardavano Lariosik. Da un pezzo il
letto era stato disteso e fatto, e accanto ad esso c'era una sedia dal cui schienale pendeva un asciugamano,
mentre sul sedile, in mezzo a tutti gli oggetti necessari a un uomo, portasapone, sigarette, fiammiferi,
orologio, la misteriosa fotografia di donna torreggiava in posizione inclinata, ma Lariosik era ancora
nella libreria. Ora deambulava intorno alle pareti tappezzate di libri, ora s'accovacciava davanti alle file
inferiori di tutta quella grazia di Dio e guardava con occhi avidi le legature, non sapendo che cosa
prendere per primo, se le "Memorie postume del Circolo Pickwick" o il "Messaggero russo" del 1871.
Le lancette erano ferme sulle dodici.
Ma nella casa, insieme col crepuscolo, penetrava sempre più la tristezza. Per questo motivo
l'orologio non batteva più i dodici colpi, le lancette stavano immobili e silenziose ed erano simili a una
spada scintillante avvolta in una bandiera abbrunata.
Causa del lutto, causa della discordanza fra le ore della vita di tutte le persone saldamente legate alla
polverosa e antica intimità dei Turbin, era una sottile colonnina di mercurio. Alle tre del pomeriggio,
nella camera da letto di Aleksej, essa segnò 39,6. Elena, divenuta pallida, voleva farla scendere, ma
Turbin voltò la testa, alzò gli occhi e debolmente, ma con insistenza, disse: "Fammi vedere". Senza
parlare e a malincuore, Elena gli porse il termometro. Turbin gli diede un'occhiata e sospirò
profondamente.
Alle cinque egli giaceva con un sacchetto grigio e freddo sulla testa e nel sacchetto si squagliavano e
galleggiavano piccoli pezzi di ghiaccio. Il suo viso era divenuto roseo e gli occhi s'erano fatti lucidi e
molto più belli.
- Trentanove e sei... mica poco, - diceva, leccandosi ogni tanto le labbra asciutte e screpolate. - Già...
Tutto è possibile... Ma in ogni caso non eserciterò più... per molto tempo. Purché possa conservare il
braccio... se no che faccio senza un braccio?...
- Non parlare, Aliosa, per favore, - lo pregava Elena, accomodandogli la coperta sulle spalle...
Turbin taceva, chiudendo gli occhi. Un calore asciutto, pungente, saliva dalla ferita fino all'ascella
sinistra e si diffondeva per il corpo. A tratti riempiva tutto il petto e annebbiava la testa, ma le gambe
erano ghiacciate. Verso sera, quando le lampade si erano accese dappertutto e da un pezzo era finito il
pranzo consumato nel silenzio e nell'inquietudine da Elena, Nikolka e Lariosik, la colonnina di mercurio,
ingrossando e spuntando magicamente dalla densa pallina argentea, salì e raggiunse i 40,2. Allora, nella
rosea camera da letto, l'inquietudine e l'angoscia cominciarono a un tratto a sciogliersi e ad allargarsi.
L'angoscia che era venuta, come un groppo grigio, a posarsi sulla coperta, si trasformò in corde gialle che
si allungarono come alghe nell'acqua. Il malato dimenticò la sua professione e la paura dell'avvenire
perché queste alghe avevano coperto tutto. Si attutì il dolore lancinante da sotto in su, nella parte sinistra
del petto, e divenne meno vagante. Il caldo si alternò col freddo. La candela che ardeva nel petto si
convertiva a tratti in un gelido coltellino che perforava un punto del polmone. Turbin, allora, scrollava la
testa, gettava via la borsa, e scivolava più giù sotto la coperta. Il dolore della ferita era sgusciato fuori
della custodia che lo attenuava e cominciava ad esser così tormentoso che il ferito, senza volere, si
lagnava con voce secca e fioca. Poi, quando il coltellino era scomparso e aveva ceduto di nuovo il posto
alla candela ardente, il caldo inondava il corpo, le lenzuola, tutta l'angusta cavità sotto la coperta, e il
ferito chiedeva da bere. Le facce di Nikolka, di Elena, di Lariosik apparivano di volta in volta tra il
fumo, si chinavano e ascoltavano. Gli occhi di tutt'e tre erano divenuti stranamente simili, arcigni e
adirati. Le lancette di Nikolka s'erano mosse all'improvviso ed erano ferme, come quelle di Elena, sulle
cinque e mezzo in punto. Nikolka andava ogni momento nella sala da pranzo, dove quella sera, non si sa
perché, la lampada mandava una luce debole e tremolante, e guardava l'orologio. Tonk... tonk... il suono
rauco dell'orologio era rabbioso e premonitorio, e le sue lancette segnavano di volta in volta le nove, le
nove e un quarto, le dieci e mezzo...
- Ohi, ohi, - sospirava Nikolka e, come una mosca insonnolita, si trascinava dalla sala da pranzo al
salotto passando per l'anticamera e davanti alla camera da letto di Turbin, poi di là nello studio e,
scostate le tendine bianche della porta a vetri, guardava giù nella strada... "Ci mancherebbe altro che il
medico avesse fifa... e non venisse...", pensava. La via, ripida e tortuosa, era più deserta che nei giorni
precedenti, non tanto però da far paura. E di quando in quando passava cigolando una slitta di piazza. Ma
di rado... Nikolka rifletteva che, magari, avrebbe dovuto uscire... E pensava come persuadere Elena.
- Se alle dieci e mezzo non sarà arrivato, ci andrò io stessa con Larion Larionovic e tu rimarrai in
guardia presso Aliosa... Sta' zitto, per piacere... Devi capire che hai una fisionomia da allievo ufficiale...
Daremo a Lariosik l'abito civile di Aliosa... Ed essendo con una signora, non gli faranno niente...
Lariosik, molto agitato, si dichiarò pronto a sacrificarsi e ad andarci da solo e corse a indossare
l'abito civile.
Il coltello era scomparso del tutto, ma il caldo diventava più torrido - il tifo faceva salire la
temperatura - e con la febbre era comparsa già più d'una volta una figura d'uomo non ben chiara e del
tutto estranea alla vita di Turbin. Essa era vestita di grigio.
- Sai, lui, forse, è capitombolato? Uno grigio? - disse a un tratto distintamente Turbin con tono severo
e guardò Elena con attenzione. - Questo mi dispiace... In fondo, però, sono tutti uccelli. Bisognerebbe
portarli nella dispensa riscaldata, lasciarli lì, e al caldo rinverrebbero.
- Che dici, Aliosa? - domandò Elena, spaventata, chinandosi e sentendosi alitare in faccia il calore
che emanava dal viso di Turbin. - Un uccello? Che uccello?
Lariosik, nell'abito civile nero, appariva gobbo, tarchiato, aveva fatto sparire sotto i calzoni i risvolti
gialli degli stivali. Egli si spaventò, volse attorno uno sguardo smarrito. In punta di piedi, cercando di
non perdere l'equilibrio, uscì di corsa dalla piccola camera da letto, attraversò l'ingresso, la sala da
pranzo, la libreria, svoltò verso la stanza di Nikolka e qui, agitando imperiosamente le braccia, si
precipitò verso la gabbia posata sulla scrivania e gettò sopra di essa un panno nero... Ma non ce n'era
bisogno: l'uccello dormiva da un pezzo in un angolo, rannicchiato su se stesso come un gomitolo di penne,
e taceva, ignaro. Lariosik richiuse ermeticamente l'uscio della stanza, poi anche quello fra la libreria e la
sala da pranzo.
- Mi dispiace... oh, come mi dispiace, - diceva Turbin, inquieto, guardando in un angolo, - ho fatto
male a sparargli... Senti... - E accennò a tirar fuori il braccio sano di sotto la coperta... - Non c'era un
mezzo migliore d'invitarlo ad avvicinarsi e di spiegare perché uno si dimena come un imbecille?... Io,
naturalmente, mi addosserò la colpa... Tutto è perduto ed è sciocco che...
- Sì, sì, - mormorò tristemente Nikolka, ed Elena chinò il capo. Turbin si agitò, fece per alzarsi, ma un
dolore acuto l'assalì; mandò un gemito, poi disse con astio:
- Portatelo via, allora!...
- Devo portarlo in cucina? Io, però, ho chiuso l'uscio, e lui sta zitto, - sussurrò, concitato, Lariosik a
Elena.
Elena fece un gesto come per dire: "No, no, non si tratta di questo..." Con passo risoluto Nikolka andò
in sala da pranzo. Gli si rizzarono i capelli in testa mentre guardava il quadrante dell'orologio: erano
circa le dieci. Anjuta, allarmata, entrò nella sala da pranzo.
- Come sta Aleksej Vasil'evic? - chiese.
- Delira, - rispose Nikolka con un sospiro profondo.
- Ah, Dio mio, - sussurrò Anjuta, - ma perché non viene il dottore?
Nikolka le diede un'occhiata e tornò nella camera da letto. S'accostò a Elena e, parlandole
all'orecchio, cercò di persuaderla:
- Di' quel che vuoi, ma io vado a cercarlo. Se non c'è, bisogna chiamarne un altro. Sono le dieci. Per
la strada tutto è tranquillo.
- Aspettiamo fino alle dieci e mezzo, - rispose in un sussurro Elena, scrollando il capo e
avvolgendosi nello scialle. - Non conviene chiamarne un altro. Questo verrà, lo so.
Poco dopo le dieci un pesante, assurdo, grosso mortaio s'installò nell'angusta camera da letto.
Accidenti! Sarebbe stato assolutamente impossibile vivere là dentro. Occupava tutto lo spazio, da una
parete all'altra, sicché la ruota sinistra era a ridosso del letto. Non si poteva rimaner lì, bisognava
infilarsi fra i pesanti raggi della ruota, poi chinarsi ad arco e aprirsi un passaggio attraverso la seconda
ruota, quella di destra, e per giunta portando la roba, e di roba ce n'era Dio sa quanta, appesa al braccio
sinistro. Sgombrare il mortaio non si poteva, tutto l'appartamento conformemente agli ordini, era
diventato una postazione di mortai e né l'inefficiente colonnello Malysev, né Elena divenuta anch'essa
inefficiente, potevano intraprendere alcunché per sgombrare il cannone, o, per lo meno, trasferire un
uomo malato in altre, sopportabili condizioni di vita, in un luogo dove non ci fossero mortai. A causa di
quella maledetta cosa, pesante e fredda, tutto l'appartamento è diventato come una locanda. Il campanello
nell'ingresso suona spesso... drin... e le visite hanno cominciato ad arrivare. E' comparso per un attimo il
colonnello Malysev, goffo come un lappone, in berretto con paraorecchi e con le spalline dorate, e s'è
portato dietro un fascio di carte. Turbin glie ne ha dette quattro e Malysev è sparito nella bocca del
cannone e gli è succeduto Nikolka, affaccendato, inconcludente e sciocco nella sua ostinazione. Nikolka
gli ha dato da bere, ma non acqua fredda zampillata dal rubinetto, bensì un'acqua tiepida e disgustosa che
sa di casseruola.
- Puh... che schifo... smettila, - mormorava Turbin. Nikolka si spaventava e inarcava le sopracciglia,
ma era testardo e inetto. Elena si è convertita più volte nel nero e inutile Lariosik, il nipote di Serioza,
poi, tornata a essere la fulva Elena, gli ha passato le dita su e giù vicino alla fronte, il che è giovato ben
poco. Le mani di Elena, di solito tiepide e abili, questa volta hanno strisciato a lungo, stupidamente come
un rastrello e hanno fatto quanto era più inutile e più seccante, quanto avvelena la vita di un uomo
pacifico nel maledetto cortile dell'arsenale. Non è escluso che Elena sia stata anche la causa del bastone
che hanno infilzato nel tronco di Turbin ferito. E per giunta essa si è seduta... cosa le è venuto in mente?...
sulla punta di quel bastone, il quale, sotto il peso, ha cominciato a girare adagio adagio sino a far venir la
nausea... Provate un po' a resistere con un bastone rotondo piantato nel corpo! No, no, no, è gente
insopportabile! E più forte che poté, ma in realtà con un filo di voce, Turbin invocò :
- Julija!
Julija, però, non uscì dall'antica stanza con le spalline dorate degli anni quaranta, non udì l'appello
dell'infermo. E il povero malato sarebbe stato torturato a morte dalle figure grige che avevano cominciato
ad aggirarsi per l'appartamento, al pari degli stessi Turbin, se non fosse arrivato un tipo grasso, con gli
occhiali cerchiati d'oro, ostinato e molto bravo. In suo onore, appena egli compare s'accende nella
camera un'altra luce, la luce tremolante di una candela di stearina in un vecchio, pesante e nero
candeliere. La candela brilla sulla tavola, poi gira attorno a Turbin, e sopra di essa un mostruoso
Lariosik, simile a un pipistrello con le ali tarpate, cammina lungo il muro. La candela s'è inclinata,
gocciolante di stearina bianca. La piccola camera da letto s'è riempita d'un odore greve di iodio, di
alcool e di etere. Sulla tavola c'è adesso un caos di sfavillanti scatolette nichelate in cui, come in uno
specchio, si riflettono le luci, e montagne d'ovatta teatrale, simile alla neve finta sull'albero di Natale.
Con mani tiepide, il tipo grasso, dagli occhiali d'oro, ha fatto una miracolosa iniezione nel braccio sano
di Turbin e dopo pochi minuti le figure grige hanno cessato di dar fastidio. Il mortaio è stato spinto nella
veranda e attraverso i vetri velati dalle tendine la sua bocca nera non ispira più alcun timore. Si respira
più liberamente, adesso ch'è andata via l'enorme ruota e che non occorre più infilarsi fra i suoi raggi. La
candela si è spenta e dal muro è scomparso l'angoloso Larion, nero come il carbone, Lariosik Surzanskij
di Zitomir. Il volto di Nikolka, invece, è divenuto più intelligente e non è più così odiosamente cocciuto,
forse perché egli spera nell'abilità del tipo grasso dagli occhiali d'oro, e questo ha fatto sì che una
lancetta si mettesse in moto e non pendesse più così inflessibile e sconsolata sul mento aguzzo. Per
retrocedere dalle cinque e mezzo alle cinque meno venti, c'è voluto un po' di tempo, ma l'orologio della
sala da pranzo, pur non essendo d'accordo, pur avendo continuato a mandar sempre avanti le lancette,
cammina adesso senza raucedine senile e senza brontolii e batte il suo "tonk" con il consueto limpido e
grave timbro baritonale. E rintoccando come nella fortezza in miniatura dei magnifici galli di Luigi
Quattordicesimo, l'orologio a torre ha suonato: bum!... Mezzanotte... ascolta... mezzanotte... ascolta. L'ora
è scoccata come un monito, e le alabarde di non si sa chi hanno mandato un suono argentino e gradevole.
Le sentinelle sono andate attorno e hanno vigilato, poiché l'uomo, pur non sapendolo nemmeno lui, ha
creato le torri, gli allarmi e le armi per un unico scopo, quello di salvaguardare la tranquillità e il
focolare degli uomini. Per questo egli combatte, e, tutto sommato, non bisogna in nessun caso combattere
per qualcos'altro.
Soltanto in un focolare di pace, Julija, donna egoista, viziosa, ma seducente, acconsentirà a venire. Ed
ecco, essa è venuta, la sua gamba nella calza nera, l'estremità della soprascarpa di feltro nero con l'orlo
di pelliccia è apparsa per un attimo sulla leggera scaletta di mattoni, e ai colpi frettolosi e al fruscio delle
vesti ha risposto in uno scrosciare di campanelli, la gavotta da laggiù, dove Luigi Quattordicesimo si
crogiolava in un giardino azzurro come il cielo, in riva a un lago, inebriato dalla propria gloria e dalla
presenza di affascinanti donne colorate.
A mezzanotte Nikolka intraprese un lavoro importantissimo e, naturalmente, assai opportuno.
Anzitutto egli arrivò dalla cucina con uno straccio sporco inumidito e dal petto del carpentiere di
Saardam scomparvero le parole:

"Viva la Russia...
Viva l'autocrazia!
Dàgli a Petljura!"

Con la fervorosa partecipazione di Lariosik furono quindi eseguiti dei lavori ancora più importanti.
Abilmente e senza far rumore, dalla scrivania di Turbin fu portata via la browning di Aliosa insieme con
due caricatori e una scatola di cartucce. Nikolka l'esaminò e constatò che delle sette cartucce, suo fratello
maggiore ne aveva sparate sei.
- All'anima... - sussurrò Nikolka.
Naturalmente, non c'era neppure da pensare che Lariosik fosse un traditore. Era del tutto escluso che
una persona colta potesse parteggiare per Petljura, e tanto meno un gentiluomo che firmava cambiali da
settantacinquemila rubli e spediva telegrammi di sessantatre parole... Sia la colt di Naj-Turs che la
browning di Aliosa furono lubrificate nel migliore dei modi con olio minerale e petrolio. Lariosik, al
pari di Nikolka, si rimboccò le maniche e aiutò a oliare e a riporre ogni cosa in una lunga e profonda
scatola di latta da caramelle. Era un lavoro da sbrigare in fretta, poiché ogni persona ammodo che abbia
partecipato a una rivoluzione sa benissimo che sotto qualsiasi regime le perquisizioni si fanno dalle due e
trenta di notte alle sei e quindici di mattina nell'inverno, e da mezzanotte alle quattro nell'estate. Tuttavia
il lavoro andò per le lunghe a causa di Lariosik, il quale, studiando il meccanismo di una pistola colt da
dieci colpi, introdusse il caricatore nel castello dalla parte sbagliata e per tirarlo fuori occorsero
parecchi sforzi e una buona quantità di olio. Sorse inoltre un secondo e inatteso ostacolo: la scatola
contenente le rivoltelle, le spalline di Nikolka e di Aleksej, un distintivo di grado e una fotografia del
principe ereditario Aleksej, la scatola rivestita all'interno da uno strato di carta paraffinata e chiusa
all'esterno su tutte le commessure da strisce adesive di nastro isolante, non passava dallo sportello della
finestra.
Si trattava di questo: c'è modo e modo di nascondere!... Non tutti sono idioti come Vasilisa. Come
nascondere, Nikolka l'aveva studiato già durante il giorno. La parete della casa n. 13 si avvicinava a
quella dell'attiguo n. 11 fin quasi a toccarla, fra le due, non c'erano più di settanta centimetri. Nella parete
del n. 13 s'aprivano soltanto tre finestre: quella della stanza d'angolo di Nikolka, le due della contigua
libreria, del tutto inutili (tanto non davano luce alcuna) e da basso il finestrino mezzo cieco, munito
d'inferriata, del ripostiglio di Vasilisa; il muro dell'attiguo n. 11 era completamente cieco. Immaginate una
magnifica gola di settanta centimetri, buia e invisibile anche dalla strada, e alla quale nessuno, tranne
forse qualche monello, poteva accedere dal cortile. E per l'appunto da ragazzino, Nikolka, giocando ai
briganti, s'era infilato là dentro, incespicando su mucchi di mattoni, e ricordava benissimo che lungo la
parete del n. 13 c'era una fila di staffe che arrivavano fino al tetto. Un tempo, probabilmente, quando il n.
11 non esisteva ancora, esse reggevano una scala di sicurezza che poi era stata tolta. Le staffe, invece,
erano rimaste. Quella sera Nikolka, allungando il braccio dallo sportellino per cercare, in meno di due
secondi aveva trovato a tastoni una staffa. Era una faccenda chiara e semplice. Ma ecco che la scatola,
legata in croce da un triplice giro di quell'ottimo spago chiamato "da zucchero" e munita di un cappio,
non passava dallo sportellino.
- C'è poco da fare, bisogna aprire la finestra, - disse Nikolka, scendendo dal davanzale.
Lariosik rese omaggio all'intelligenza e all'ingegnosità di Nikolka, dopo di che si accinse a
dissigillare la finestra. Questo lavoro bestiale portò via una buona mezz'ora: i telai, che si erano gonfiati,
non volevano aprirsi. Alla fine, però, si riuscì ad aprire il primo, e poi anche il secondo, ma dal lato di
Lariosik si formò una lunga e serpeggiante incrinatura che spaccò il vetro.
- Spenga la luce! - ordinò Nikolka.
La luce si spense e un freddo tremendo irruppe nella stanza. Nikolka si sporse a metà corpo e
agganciò il cappio superiore alla staffa. La scatola rimase magnificamente appesa allo spago lungo un
metro e mezzo. Dalla via non si poteva vedere in nessun modo perché il muro divisorio del n. 13 formava
con essa un angolo obliquo e non retto e perché c'era in alto l'insegna di una sartoria. Soltanto chi fosse
penetrato nella gola avrebbe potuto notarla. Ma nessuno ci avrebbe messo piede prima della primavera
poiché dalla parte del cortile essa era sbarrata da giganteschi cumuli di neve e dalla parte della strada da
uno splendido steccato; e, soprattutto, era possibile sorvegliarla senza aprire la finestra. Bastava
allungare un braccio dallo sportellino: si poteva toccare lo spago teso come la corda d'uno strumento.
Benone.
La luce si riaccese e, dopo aver stemperato sul davanzale il mastice avanzato da Anjuta nell'autunno,
Nikolka sigillò di nuovo la finestra. Anche se, per miracolo, l'avessero trovata, si poteva sempre
rispondere:
"Scusate! A chi può appartenere la scatola? Ah, rivoltelle... il principe ereditario?..."
"Ma nemmeno per sogno! Lo sa il diavolo chi l'ha appesa! Saranno scesi dal tetto e l'avranno appesa.
C'è tanta gente qua attorno! Sissignori, proprio così. Siamo gente tranquilla noialtri, non c'interessano i
principi ereditari..."
- Meglio di così non si poteva fare, com'è vero Iddio, - diceva Lariosik.
Altro che! La roba era a portata di mano e, nello stesso tempo, era fuori dell'appartamento.
Erano le tre. Quella notte, a quanto pareva, non sarebbe venuto nessuno. Con le palpebre appesantite
dalla stanchezza, Elena entrò in punta di piedi nella sala da pranzo. Nikolka doveva darle il cambio.
Nikolka dalle tre alle sei, e dalle sei alla nove Lariosik.
Parlavano sottovoce.
- Dunque, siamo intesi, - sussurrava Elena, - ha il tifo. Tenete presente che oggi è già accorsa Vanda a
chiedere come stava Aleksej Vasil'evic. Ho detto che, forse, aveva il tifo. Probabilmente non ci ha
creduto, aveva certi occhi che frugavano qua e là... Ha seguitato a domandare come andavano le cose da
noi, dov'erano i nostri amici e se nessuno era stato ferito. In quanto alla ferita, zitti e acqua in bocca.
- Figuriamoci, - Nikolka agitò perfino le braccia, - Vasilisa è un coniglio come non ce n'è un altro al
mondo ! Se succedesse qualcosa, pur di non aver grane, andrebbe a spifferare a tutti che Aleksej è stato
ferito.
- Che vigliacco, - disse Lariosik, - questo è vergognoso. Turbin giaceva avvolto in una spessa nebbia.
Dopo l'iniezione il suo viso era perfettamente calmo, i lineamenti s'erano affilati e assottigliati. Il veleno
tranquillante circolava nel sangue e faceva la guardia. Le figure grige avevano smesso di comportarsi
come in casa propria, se n'erano andate per i fatti loro, qualcuno aveva definitivamente portato via il
cannone. Quand'anche fosse arrivato un tizio del tutto estraneo, si sarebbe comportato educatamente,
avrebbe cercato di far amicizia con le persone e con le cose il cui posto legittimo era sempre stato
nell'appartamento dei Turbin. Una volta era comparso il colonnello Malysev, s'era seduto nella poltrona,
ma aveva sorriso in un modo come se tutto dovesse andare per il meglio, e non aveva sbraitato
minacciosamente, non aveva riempito la stanza di carta. Certo, aveva bruciato dei documenti, però non
aveva osato toccare il diploma di laurea di Aleksej né le fotografie della mamma, e inoltre li aveva
bruciati su una piacevole fiamma azzurrina alimentata dall'alcool; era una fiamma tranquillante, poiché ad
essa faceva seguito abitualmente un'iniezione. Spesso suonava il campanello di madame Anjou.
- Drin... - diceva Turbin, con l'intenzione di trasmettere lo squillo del campanello a chi sedeva nella
poltrona, e vi si erano seduti successivamente Nikolka, poi uno sconosciuto dagli occhi di mongolo (che
a causa dell'iniezione non aveva osato baccagliare), poi l'addolorato Maksim, canuto e tremolante. -
Drin... - il ferito parlava gentilmente, e con le ombre flessibili aveva costruito una scena angosciosa e
penosa, ma che terminava con un epilogo insolito, lieto e al tempo stesso doloroso.
L'orologio correva, la lancetta girava nella sala da pranzo, e allorché sul bianco quadrante, corta e
larga essa arrivò alle cinque, sopraggiunse il dormiveglia. Turbin si muoveva ogni tanto, spalancava gli
occhi semichiusi e borbottava confusamente:
- Per la scaletta, per la scaletta, per la scaletta non ce la farò a correre fino in cima, mi mancheranno
le forze, cadrò... E i suoi piedi veloci... le soprascarpe... sulla neve... lascerai le tracce... e i lupi... drin...
13.

"Drin!" sentì Turbin per l'ultima volta, fuggendo per la scala di servizio del negozio di madame
Anjou, partita per ignota destinazione e voluttuosamente profumata. Il campanello. Qualcuno in quel
momento entrò nel negozio. Forse, un militare smarrito e solo come Turbin, uno dei loro, e forse anche un
estraneo, un inseguitore. In ogni caso ritornare nel negozio era impossibile. Sarebbe stato un eroismo
superfluo.
I gradini scivolosi portarono Turbin nel cortile. Qui egli sentì molto chiaramente che le scariche
rintronavano vicinissimo, in un punto della via, che in una larga discesa portava giù al Krescatik, o forse
anche nei pressi del museo. Capì subito che aveva perduto troppo tempo nel negozio semibuio a far tristi
riflessioni e che Malysev aveva avuto pienamente ragione, consigliandogli di affrettarsi. Il cuore gli batté
allarmato.
Guardatosi intorno, si rese conto che la lunga e infinitamente alta cassa gialla dell'edificio che
ospitava madame Anjou, dava in un enorme cortile e questo cortile si stendeva fino a un basso muro che
lo separava dalla vicina proprietà dell'amministrazione ferroviaria. Turbin, stringendo le palpebre, si
guardò intorno e, tagliando lo spiazzo deserto, andò dritto verso quel muro. C'era qui un cancelletto che,
con sua grande sorpresa, Turbin trovò aperto. Attraverso il cancelletto egli entrò nell'orrendo cortile
dell'amministrazione. Gli insensati buchi delle finestre avevano un'aria antipatica e si sentiva chiaramente
che tutto l'edificio era spopolato. Passando sotto la volta risonante che attraversava la casa e percorrendo
una stradina asfaltata, il dottore uscì sulla via. Erano le quattro precise al vecchio orologio sulla torre
della casa di fronte, cominciava a imbrunire leggermente. La via era deserta. Turbin, cupo, si voltò
indietro, spinto da un presentimento e si diresse non verso l'alto, ma giù, là dove in uno spoglio
giardinetto si elevavano gli Zolotye Vorota[45] coperti di neve. Turbin vide soltanto un passante in
cappotto nero che gli venne incontro con un'aria spaventata e scomparve.
Una via deserta, in generale, produce un'impressione terribile, e qui per di più un presentimento
tormentava e angosciava l'animo. Aggrottando rabbiosamente le ciglia per vincere l'indecisione, -
camminare bisognava ad ogni costo: a casa non ci si poteva andare volando - Turbin sollevò il bavero
del pastrano e si mosse.
Allora capì che quel che in parte lo tormentava era l'improvviso silenzio dei cannoni. Nelle due
ultime settimane essi avevano ininterrottamente rimbombato intorno, e adesso nel cielo c'era il silenzio.
In Città invece, e precisamente laggiù, sul Krescatik, si sentivano chiaramente a brevi intervalli scariche
di fucile. Turbin, subito dopo gli Zolotye Vorota avrebbe dovuto voltare a sinistra nel vicolo e di là,
nascondendosi dietro la cattedrale di Santa Sofia, sarebbe sbucato tranquillamente, attraverso i vicoli,
all'Alekseevskij spusk. Se avesse fatto così, la sua vita avrebbe avuto un tutt'altro corso, ma egli non fece
così. C'è una forza che, in montagna, ci spinge talvolta a guardar giù nei precipizi... Ci attira il freddo...
l'abisso. E così egli si sentì spinto verso il museo. Sentiva il bisogno di vedere, sia pure soltanto da
lontano, quel che accadeva laggiù. Invece di voltare Turbin fece dieci passi di più e uscì nella via
Vladimirskaja. Immediatamente l'inquietudine gridò dentro di lui, e molto distintamente la voce di
Malysev bisbigliò: "Scappa!" Turbin voltò la testa a destra e guardò verso il museo. Fece in tempo a
vedere un pezzo di muro bianco, le cupole imbronciate, certe piccole figure nere che balenavano in
lontananza... Di più non gli riuscì di vedere.
Proprio incontro a lui, giù per la via Proreznaja, dalla parte del Krescatik velato da una leggera
nebbia gelata, salivano, sparsi per tutta la larghezza della via, degli uomini grigi in pastrani militari.
Erano vicini, ad una trentina di passi. Si capiva subito che avevano già corso molto e che la corsa li
aveva stancati. Non con gli occhi, ma con un palpito del cuore, Turbin capì che erano soldati di Petljura.
"Ci sei cascato", disse distintamente dentro di lui la voce di Malysev.
Poi alcuni secondi dileguarono dalla vita di Turbin, e che cosa vi accadde egli non lo seppe. Ritornò
in sé soltanto dietro l'angolo, in via Vladimirskaja, con la testa tirata dentro le spalle, mentre le gambe lo
portavano rapidamente via dall'angolo fatale della Proreznaja, dove c'era la confetteria Marquise.
"Su, su, su, ancora... ancora", il sangue prese a battergli nelle terapie.
Ancora un po' di silenzio alle spalle. Ah, potersi trasformare in una lama di coltello, o poter entrare
nel muro. Su... Ma il silenzio si interruppe, spezzato da quello che era assolutamente inevitabile.
- Alt! - gridò una voce rauca nella schiena fredda di Turbin. "Ci siamo", qualche cosa si spezzò
dentro di lui.
- Alt! - ripeté la voce seriamente.
Turbin si voltò e per un attimo si fermò, perché gli venne per un attimo l'idea folle di fare la parte di
un pacifico cittadino qualunque. Vado per i fatti miei... Lasciatemi in pace... L'inseguitore era a una
quindicina di passi e alzava in fretta il fucile. Non appena il dottore si voltò, la sorpresa si manifestò
negli occhi dell'inseguitore, e al dottore parve di vedere occhi obliqui, mongolici. Uno secondo uomo
saltò fuori da dietro l'angolo e cercava di aprire l'otturatore. Sul viso del primo lo stupore si mutò in
un'incomprensibile gioia sinistra.
- To', - gridò egli. - Guarda Petro: un ufficiale! - Aveva l'aria di un cacciatore che improvvisamente
abbia visto sulla strada una lepre.
"Che succede? Come fa a saperlo?" nella testa di Turbin questa idea batté come un colpo di martello.
Il fucile del secondo inseguitore si trasformò tutto in un piccolo buco nero non più grande di una
moneta di dieci copeche. Poi Turbin sentì di essersi trasformato in una freccia lanciata lungo la via
Vladimirskaja e che gli stivali di feltro erano la sua rovina. Dall'alto e di dietro, sibilando, scoppiò in
aria un colpo: ciach!
- Dagli! Dagli... - Risuonò un colpo. - Dagli all'ufficiale! - tutta la via Vladimirskaja rintronava e
urlava, aizzando. Due altri colpi allegri squarciarono l'aria.
Basta dare la caccia ad un uomo sparandogli addosso perché egli si trasformi in un accorto lupo; al
posto di un'intelligenza debole ed inutile nei casi realmente difficili, nasce un accorto istinto ferino.
Voltatosi come un lupo inseguito all'angolo della via Malo-Proval'naja, Turbin vide che il buco nero alle
sue spalle s'era rivestito di un fuoco rotondo e pallido; accelerando il passo, egli girò nella Malo-
Proval'naja e, per la seconda volta nel corso di cinque minuti, fece fare una brusca svolta alla sua vita.
L'istinto: lo inseguivano in modo tenace e ostinato, non lo avrebbero mollato, lo avrebbero raggiunto;
poi - la cosa era assolutamente inevitabile - lo avrebbero ucciso. Lo avrebbero ucciso perché scappava,
e in tasca non aveva neppure un documento e aveva invece la rivoltella, e indossava il pastrano grigio; lo
avrebbero ucciso perché nella corsa il colpo poteva fallire una volta, due volte, ma la terza avrebbe
colpito nel segno. Proprio la terza. E' noto fin dai tempi più lontani. Quindi, era finita; ancora un mezzo
minuto e gli stivali di feltro sarebbero stati la sua rovina. Tutto era irrevocabile, e allora la paura,
attraverso il corpo e attraverso le gambe, si scaricò in terra. Ma attraverso le gambe come un'acqua
gelida ritornò il furore e come acqua bollente uscì dalla bocca durante la corsa. Come un lupo Turbin
correndo guardava indietro con la coda dell'occhio. Due uomini grigi e dietro di loro un terzo sbucarono
dall'angolo della Vladimirskaja e tutti e tre, uno dopo l'altro, fecero scintillare il fucile. Turbin rallentò la
corsa e, digrignando i denti, sparò tre volte contro di loro, senza mirare. Di nuovo accelerò la corsa,
davanti a sé vide torbidamente una fragile ombra nera che balenò ai piedi dei muri vicino al tubo della
grondaia, ebbe la sensazione che delle tenaglie di legno gli strappassero con forza la carne sotto l'ascella
sinistra, e allora il suo corpo si mise a correre in un modo strano, sghembo, irregolare. Si voltò ancora
una volta, sparò senza fretta tre colpi e s'impose severamente di fermarsi al sesto colpo:
"Il settimo è per me. Fulva Elenka e Nikolka. E' finita. Mi tortureranno. Mi taglieranno le spalline
nella carne. Il settimo è per me".
Correndo di fianco sentì una cosa strana: la rivoltella gli gravava il braccio destro, ma pareva che a
portare il peso fosse la sinistra. Insomma bisognava fermarsi. Tanto mancava il respiro, non c'era più
nulla da fare. Tuttavia Turbin arrivò fino alla svolta della più fantastica via del mondo, scomparve dietro
l'angolo e provò un po' di sollievo. Poi non c'era più speranza: una cancellata chiusa, il portone sbarrato
di un enorme edificio anche lì era tutto chiuso... Egli ricordò un allegro proverbio senza senso: "Non
perdere le forze e scendi fino in fondo!"
E qui essa gli apparve come in un miracolo, nel muro nero coperto di muschio che chiudeva
ermeticamente il ricamo degli alberi nel giardino. Essa era a metà nascosta dal muro e, come in un
melodramma, con le braccia tese e con gli occhi luccicanti resi enormi dal terrore, gridava:
- Ufficiale! Di qua! Di qua...
Turbin, scivolando un po' sugli stivali di feltro, respirando con la bocca spalancata e piena d'aria
calda, corse adagio incontro alle mani salvatrici, e seguendole scomparve nella stretta fessura del
cancelletto nella nera parete di legno. E tutto mutò in un attimo. Il cancelletto sotto le mani della donna
vestita di nero diventò invisibile nella parete e il saliscendi si chiuse. Gli occhi della donna si trovarono
vicinissimo agli occhi di Turbin. Egli vi lesse confusamente risolutezza, iniziativa e una nera profondità.
- Venga qua! Mi segua... - bisbigliò la donna, si voltò e si mosse svelta per uno stretto sentiero di
mattoni. Turbin le corse dietro, ma molto lentamente. A sinistra apparvero i muri delle rimesse e la donna
svoltò. A destra, un bianco fantastico giardino a terrazze. Una bassa palizzata a due passi, la donna infilò
un secondo cancello e Turbin ansimando la seguì. Ella sbatté il cancelletto, davanti agli occhi di Turbin
balenò una gamba molto snella in una calza nera, l'orlo della gonna sventolò e le gambe della donna si
mossero con leggerezza su per una scaletta di mattoni. Con l'udito, divenuto più acuto, Turbin sentì che là,
alle loro spalle, erano rimasti la via e gli inseguitori. Ecco... ecco, proprio in quel momento avevano
passato l'angolo e lo stavano cercando. "Oh mi salverebbe... mi salverebbe... - pensò Turbin, - ma ho
paura di non farcela... il cuore". Egli cadde all'improvviso sul ginocchio sinistro e sulla mano sinistra
sull'ultimo gradino della scala. Tutto intorno girò leggermente. La donna si chinò e lo afferrò sotto il
braccio destro...
- Ancora... ancora un poco! - esclamò ella; con la mano sinistra tremante aprì un terzo cancelletto
basso, tirò per la mano Turbin che inciampava e si lanciò nel vialetto. "Che labirinto... sembra fatto
apposta", pensò molto confusamente Turbin e si trovò nel giardino bianco, ma in alto e lontano dalla
fatale Proval'naja. Egli sentiva che la donna lo tirava, che il fianco e il braccio sinistro erano caldi, ma
tutto il corpo era freddo e il cuore di ghiaccio batteva appena. "Mi salverebbe, ma è già la fine, sono
partito... le gambe non reggono". Si videro vagamente dei cespugli di lillà virgineo e intatto, sotto la
neve, una porta, la veranda a vetri dell'antico ingresso coperto di neve. Si sentì il tintinnio della chiave.
La donna era sempre lì, al fianco destro di Turbin che, con le ultime forze, a stento entrò dietro di lei
nella veranda. Poi, dopo un secondo tintinnio della chiave, entrò in un'oscurità densa di un sentore di
vecchia casa abitata. Nel buio, sopra la sua testa, si accese un debolissimo lumicino, il pavimento si
spostò a sinistra sotto i suoi piedi... Improvvisi brandelli di color giallo acceso con l'orlo infuocato
passavano rapidamente verso destra davanti ai suoi occhi e il cuore, in quel buio completo, ebbe subito
un po' di sollievo...
Nella luce opaca e inquieta una fila di lucide capocchie dorate. Un freddo vivo scorreva sul petto e
faceva sentire più aria, ma nella manica sinistra c'era un fatale calore umido e morto. "Ecco il fatto. Sono
ferito". Turbin capì di essere steso in terra, con la testa appoggiata su qualche cosa di duro e di scomodo
che gli faceva male. Le capocchie dorate davanti gli occhi indicavano un baule. Faceva così freddo, che
mancava il respiro: era lei che versava e spruzzava dell'acqua.
- Per l'amore di Dio, - disse sopra la sua testa una voce debole e profonda, - beva, beva. Respira?
Che fare adesso?
Il bicchiere batté contro i denti e con un gorgoglio Turbin bevve dell'acqua freddissima. Adesso
vedeva da vicino dei riccioli biondi e degli occhi assai neri. La donna, accoccolata, posò il bicchiere in
terra, e passandogli delicatamente il braccio sotto la nuca, cominciò a sollevare Turbin.
"Il cuore c'è? - pensò egli. - A quanto pare ritorno in vita... forse non ho perduto tanto sangue...
bisogna lottare". Il cuore batteva, ma i suoi battiti palpitanti e frequenti si annodavano in un filo
interminabile, e Turbin disse debolmente...
- No. Strappi via tutto e con quello che vuole, ma stringa subito forte...
Cercando di capire ella allargò gli occhi, capì, saltò in piedi e si slanciò verso un armadio da cui
trasse una quantità di pezzi di tela.
Turbin si morse il labbro e pensò: "Oh, in terra non è macchiato, per fortuna perdo poco sangue".
Torcendosi e aiutato dalla donna, riuscì a liberarsi del pastrano e si sedette, cercando di vincere le
vertigini. Ella cominciò a togliergli la giacca.
- Le forbici, - disse Turbin.
Parlare era difficile, mancava l'aria. Ella scomparve, facendo sventolare l'orlo della gonna di seta
nera e sulla porta si tolse in fretta il berretto e la pelliccia. Quando ritornò, si accoccolò e con le forbici,
penetrando a fatica e con tormento nella manica già tutta intrisa e grassa di sangue, la tagliò e liberò il
braccio di Turbin. Con la camicia la cosa fu più facile. Tutta la manica sinistra era inzuppata e inzuppato
di rosso era anche il fianco. Il sangue cominciò a sgocciolare in terra.
- Strappi, forza...
La camicia si levava a pezzo a pezzo, e Turbin, pallido in viso, nudo e giallo fino alla cintola, sporco
di sangue, desideroso di vivere, resistendo per non cadere una seconda volta, stringendo i denti, con la
mano destra scosse la spalla sinistra e disse tra i denti:
- Grazie a Dio... l'osso è intatto... Strappi una striscia di tela o una benda.
- C'è la benda, - esclamò ella con voce gioiosa e debole. Scomparve e ritornò, strappando la carta
del pacchetto e dicendo: - E non c'è nessuno, nessuno... sono sola...
Ella si accoccolò di nuovo. Turbin vide la ferita. Era un piccolo buco nella parte superiore del
braccio, più vicino alla superficie interna, là dove il braccio aderisce al corpo. Ne filtrava un sottile filo
di sangue.
- E di dietro c'è? - domandò egli con voce spezzata e laconica, risparmiando istintivamente il respiro
della vita.
- C'è, - rispose ella con spavento.
- Se stringe più su... qui... mi salva.
Sopraggiunse un dolore mai provato, e degli anelli verdi l'uno dentro l'altro, o intrecciati fra loro
danzarono nell'anticamera. Turbin si morse il labbro inferiore.
Ella strinse e lui l'aiutò coi denti e con la mano destra e un nodo ardente avvolse così tutto il braccio
sopra la ferita. E il sangue cessò immediatamente di scorrere...

La donna lo aiutò a cambiare posto così: egli si mise in ginocchio e le mise il braccio destro sulla
spalla, allora ella lo aiutò a sollevarsi sulle gambe deboli e tremanti e lo condusse, sorreggendolo con
tutto il corpo. Egli vide intorno le ombre scure del crepuscolo in una camera d'antico stile, molto bassa.
Quando ella lo fece sedere su qualcosa di morbido e di polveroso, sotto la sua mano, di fianco, si accese
una lampada coperta con un fazzoletto rosso cupo. Egli riuscì a vedere gli arabeschi su un velluto, il
fianco di una giacca a doppio petto in una cornice sulla parete e una spallina d'un giallo dorato.
Protendendo le mani verso Turbin e respirando pesantemente per l'emozione e gli sforzi, ella disse:
- Ho del cognac... le farebbe bene?... Lo vuole? Egli rispose:
- Immediatamente.
E cadde sul gomito destro.
Il cognac sembrò aiutarlo, almeno Turbin ebbe l'impressione che non sarebbe morto e che il dolore,
che gli mordeva e tagliava la spalla, egli l'avrebbe sopportato. La donna, in ginocchio, fasciò il braccio
ferito, poi si spostò verso i suoi piedi e tolse a Turbin gli stivali di feltro. Portò poi un cuscino e una
lunga veste da camera giapponese con dei fiori esotici, odorosa di un dolce sentore antico.
- Si sdrai, - disse ella.
Egli si sdraiò obbediente, ella lo coprì con la veste da camera, poi con una coperta e si fermò vicino
alla stretta ottomana, guardandolo in viso.
Egli disse:
- Lei... lei è una donna straordinaria -. Dopo una pausa: - Io resterò un po' così, finché non
ritorneranno le forze, poi mi alzerò e andrò a casa... Sopporti ancora un po' questo disturbo.
Nel suo cuore si infiltrarono la paura e la disperazione: "Che ne è di Elena? Dio, Dio... Nikolka. Per
che mai Nikolka ha dato la vita? Sicuramente è morto..."
Ella senza parlare gli indicò un finestrino basso, coperto da una tendina coi fiocchetti. Allora egli udì,
lontani ma chiari, dei colpi di fucile.
- L'ammazzerebbero subito, può esserne certo, - disse ella.
- Ma... io ho paura... di comprometterla... E se venissero... la rivoltella... il sangue... là nel pastrano, -
egli s'inumidì con la lingua le labbra aride. La testa gli girava un po' per il sangue perduto e per il
cognac. Il viso della donna espresse spavento. Ella rifletté.
- No, - disse risolutamente, - no, no, se avessero trovate le tracce, sarebbero già venuti. Qui c'è un
tale labirinto, che nessuno troverebbe le tracce. Abbiamo attraversato tre giardini. Ma bisogna
nascondere tutto e subito.
Egli sentì lo sciabordio dell'acqua, il fruscio della tela, lo sbattere dell'armadio...
Ella ritornò, tenendo la rivoltella fra due dita, come se scottasse e domandò:
- E' carica?
Turbin liberò dalla coperta il braccio sano, tastò la sicura e rispose:
- Non abbia paura, la tenga però per l'impugnatura. Ella ritornò ancora e disse confusa:
- Se venissero... Deve togliersi anche i pantaloni... Lei rimarrà a letto ed io dirò che è mio marito
malato...
Con una smorfia egli cominciò a sbottonarsi. Ella si avvicinò risolutamente, s'inginocchiò e da sotto
la coperta, tirandoli per le uose, gli sfilò i pantaloni e li portò via. Stette assente a lungo. Nel frattempo
egli vide un arco. Praticamente le stanze erano due. Il soffitto era così basso che se un uomo di alta
statura si fosse alzato in punta di piedi, l'avrebbe toccato con le dita. Al di là dell'arco, nel fondo, era
buio, ma il fianco di un vecchio pianoforte faceva luccicare la sua vernice, qualcos'altro ancora mandava
luccichii e, forse, c'erano anche dei ficus. E qui di nuovo quell'orlo della spallina nella cornice.
Dio mio, che antichità!... Le spalline lo attiravano. C'era stata una volta la pacifica luce della candela
di sego nel candeliere. C'era stata una volta la pace, e la pace era stata uccisa. Non sarebbero ritornati gli
anni passati. E dietro, le finestre basse, piccole, e di fianco, ancora una finestra. Ma che strana casetta!
Ed ella è sola. Chi era? L'aveva salvato... Non c'era la pace... Laggiù sparavano...
La donna entrò con una bracciata di legna e la lasciò cadere rumorosamente nell'angolo vicino alla
stufa.
- Che cosa fa? Perché? - domandò egli con irritazione.
- Avrei acceso il fuoco lo stesso, - rispose ella e nei suoi occhi balenò un leggero sorriso, - l'accendo
io...
- Venga qua, - disse piano Turbin. - Ecco... io non l'ho neppure ringraziata per tutto quel che lei... ha
fatto... E come potrei... - egli tese la mano, prese le sue dita ed ella si avvicinò docile, allora egli le
baciò due volte la mano magra. Il viso di lei si raddolcì, come se l'ombra dell'inquietudine ne fosse
fuggita via e i suoi occhi apparvero in quel momento di una bellezza straordinaria.
- Se non fosse per lei, - continuò Turbin, - mi avrebbero certamente ucciso.
- Certo, - rispose ella, - certo... Lei però ne ha ucciso uno... Turbin sollevò la testa.
- Io ho ucciso? - domandò egli, preso di nuovo dalla debolezza e dalla vertigine.
- Uhu! - Ella fece un cenno benevolo con la testa e guardò Turbin con timore e curiosità. - Uh, com'è
terribile... per poco non hanno ammazzato anche me, - ella trasalì...
- Come l'ho ucciso?
- Ma è semplice... Essi sono saltati fuori, lei ha cominciato a sparare, e il primo è stramazzato...
Forse, l'ha solo ferito... lei è coraggioso... Io credevo di svenire... Lei si mette a correre, spara... e si
mette a correre di nuovo... E' un capitano, non è vero?
- Perché pensa che sia un ufficiale? Perché mi ha chiamato "ufficiale"?
Gli occhi di lei scintillarono.
- Mi pare che non fosse difficile dal momento che ha la coccarda sul colbacco. Perché questa
ostentazione?
- La coccarda? Ah, Dio... io... io -. Egli ricordò il suono del campanello... lo specchio impolverato...
- Ho tolto tutto... ma la coccarda l'ho dimenticata!... Non sono un ufficiale, - disse egli, - sono un medico
militare. Mi chiamo Aleksej Vasil'evic Turbin... Posso domandarle chi è lei?
- Sono Julija Aleksandrovna Rejss.
- Perché è sola?
Ella rispose con una tensione nella voce e voltando gli occhi da una parte.
- Mio marito è assente in questo momento. E' partito. E sua madre pure. Sono sola... - soggiunse ella
dopo un breve silenzio: - qui fa freddo... Brrr. Accenderò subito il fuoco.

La legna ardeva nella stufa e contemporaneamente ardeva di un terribile dolore la testa di Turbin. La
ferita taceva, tutto si era concentrato nella testa. Il dolore era cominciato dalla tempia sinistra, poi s'era
diffuso lungo il sincipite e la nuca. Una piccola vena si tese sopra il sopracciglio sinistro mandando in
tutte le direzioni anelli di opprimente, insopportabile dolore. La Rejss stava in ginocchio davanti alla
stufa e con l'attizzatoio smuoveva il fuoco. Turbin tormentato, con gli occhi ora aperti ora chiusi,
guardava la testa di lei gettata indietro e protetta con la mano bianca dal calore, e i capelli assolutamente
indefinibili, non si capiva se color cenere penetrati dai riverberi del fuoco o dorati, e le sopracciglia
color carbone e gli occhi neri. Difficile dire se fosse bello quel profilo irregolare e il naso con una
leggera gobbetta. Difficile precisare che cosa fosse nei suoi occhi: spavento, preoccupazione e, forse,
anche vizio... Sì, vizio.
Quando era seduta così e l'onda del calore l'avvolgeva, ella appariva meravigliosa, attraente. La
salvatrice!

Per molte ore della notte, quando già da un pezzo il calore nella stufa era finito ed era cominciato il
calore nel braccio e nella testa, qualcuno piantò nel cranio di Turbin un chiodo arroventato,
distruggendogli il cervello. "Ho la febbre", ripete egli più volte con le labbra aride e silenziose, e si
ripeteva: "Domani mattina debbo alzarmi e andare a casa..." Il chiodo distruggeva il cervello, e alla fine
distrusse la sua riflessione su Elena, Nikolka, la casa e Petljura. Tutto diventò indifferente. Peturra...
Peturra... Rimase una cosa sola: il desiderio che cessasse il dolore.
Nella notte profonda, la Rejss in morbide pantofole guarnite di pelo venne e si sedette accanto a lui, e
di nuovo, abbracciato al suo collo e perdendo le forze, egli attraversò alcune piccole camere. Prima ella
si fece coraggio e gli disse:
- Si alzi, se può... Non badi a me. Io l'aiuterò. Poi si coricherà per tutta la notte... Se però non può...
Egli rispose:
- No, vado... però mi deve aiutare...
Ella lo condusse ad una porticina di quella casetta misteriosa e poi lo riportò indietro. Mentre si
coricava, battendo i denti, tra i brividi di febbre, sentendo che il dolore alla testa si era placato e stava
per passare, egli disse:
- Le giuro che non lo dimenticherò... Vada a dormire...
- Stia zitto, io le accarezzerò la testa, - rispose ella.
Poi tutto il dolore ottuso e feroce scorse fuori dalla testa, scese dalle tempie nelle morbide mani di
lei e, attraverso quelle mani e il suo corpo, nel pavimento coperto da un polveroso soffice tappeto e là si
dileguò. Invece del dolore per tutto il corpo si diffuse un calore uniforme e sgradevole. Il braccio si in
torpidi e diventò pesante come se fosse stato di ghisa, perciò egli non lo mosse e, chiusi gli occhi, si
abbandonò in balia della febbre. Egli non avrebbe potuto dire quanto tempo rimase così: forse cinque
minuti, ma forse anche molte ore. In ogni caso gli parve che così avrebbe potuto giacere tutta l'eternità,
nel fuoco. Quando aprì adagio adagio gli occhi per non spaventare la donna che gli era seduta accanto,
egli vide il solito quadro: la lampadina che sotto il paralume rosso dava una luce uniforme e debole,
spandendo un placido chiarore, e il profilo insonne della donna vicino a lui. Con le labbra che
sporgevano tristi come quelle dei bambini, ella guardava attraverso la finestra. Galleggiando nella
febbre, Turbin fece un movimento e si tese verso di lei...
- Si chini, - disse egli. La sua voce s'era fatta secca, debole, alta. Ella si voltò verso di lui, il suo
sguardo diventò spaventato e teso e si fece profondo. Turbin passò il braccio destro intorno al suo collo,
l'attirò a sé e la baciò sulle labbra. Gli sembrò di aver toccato qualche cosa di dolce e di freddo. La
donna non fu sorpresa dal gesto di Turbin. Ella si limitò a scrutarne più attentamente il viso. Poi disse:
- Che febbre ha. Che cosa faremo? Bisognerebbe chiamare un dottore, ma come fare?
- Non c'è bisogno, - rispose sottovoce Turbin, - non c'è bisogno del dottore. Domani mi alzerò e
andrò a casa.
- Ho tanta paura, - gli sussurrava ella, - che lei si senta male. Come potrò aiutarla allora? Non
sanguina più? - ella sfiorò appena il braccio bendato.
- No, non abbia paura, non mi succederà nulla. Vada a dormire.
- Non ci andrò, - rispose ella e gli carezzò la mano. - La febbre, - ripeté.
Egli non poté resistere e di nuovo l'abbracciò e l'attirò a sé. Ella non faceva resistenza. Egli l'attirò a
sé finché non si chinò del tutto e non gli fu vicina. Allora egli sentì attraverso il proprio calore malato, il
tepore vivo e sereno del suo corpo.

- Stia sdraiato e non si muova, - sussurrò ella, - io le accarezzerò la testa.
Ella si sdraiò accanto a lui ed egli sentì il tocco dei suoi ginocchi. Ella cominciò a passare la mano
dalla tempia verso i capelli. Egli si senti così bene che pensò soltanto a non addormentarsi.
Ma si addormentò. E dormì a lungo, d'un sonno uniforme e dolce. Quando si svegliò, capì che andava
in barca lungo un fiume torrido, che i dolori erano scomparsi, e dietro la finestra la notte impallidiva
lentamente. Non solo nella casetta, ma in tutto il mondo e nella Città regnava un completo silenzio. Una
fioca luce vitrea e azzurra si diffondeva nelle fessure delle tende. La donna, calda e triste, dormiva
accanto a Turbin. Ed egli si addormentò.

La mattina dopo, verso le nove, una vettura che era passata per caso nella deserta Malo-Proval'naja,
prese due passeggeri - un uomo in borghese vestito di nero, molto pallido, e una donna. La donna,
sorreggendo con cura l'uomo che le si aggrappava alla manica, lo condusse all'Alekseevskij spusk. Là
non c'era alcun movimento. Solo all'ingresso del n. 13 c'era una vettura, dalla quale era sceso uno strano
ospite, con una valigia, un involto e una gabbia.
14.

Essi si ritrovarono. Nessuno era stato ucciso e si trovarono la sera del giorno successivo.
"Lui", echeggiò nel petto di Anjuta, e il suo cuore saltò come l'uccellino di Lariosik. Alla finestra
tutta coperta di neve della cucina dei Turbin qualcuno dal cortile bussò circospetto. Anjuta si accostò alla
finestra e scorse un viso. Lui, ma senza baffi... Lui... Anjuta con tutte e due le mani si ravviò i neri
capelli, aprì la porta dell'ingresso e poi quella sul cortile coperto di neve, e Myslaevskij le si trovò
straordinariamente vicino. Il cappotto da studente col colletto di agnello e il berretto... scomparsi i
baffi... Ma gli occhi, anche nella penombra dell'ingresso, li si poteva riconoscere benissimo. Il destro
pieno di macchie verdi come una pietra preziosa degli Urali, e il sinistro scuro... E sembrava più
piccolo...
Anjuta con mano tremante chiuse il gancio della porta e il cortile sparì, e sparirono le strisce di luce
provenienti dalla cucina perché il cappotto di Myslaevskij avvolse Anjuta e una voce familiare bisbigliò:
- Buon giorno, Anjutocka... Prenderà freddo... Ma in cucina non c'è nessuno?
- Nessuno, - rispose Anjuta anche lei con un bisbiglio, non rendendosi conto di quel che diceva. "Mi
bacia, le labbra sono diventate dolci", pensò con languida angoscia e bisbigliò: - Viktor Viktorovic... mi
lasci... A Elena...
- Che c'entra Elena... - bisbigliò con tono di rimprovero la voce che sapeva d'acqua di Colonia e di
tabacco, - che ha, Anjutocka...
- Viktor Viktorovic, mi lasci, griderò, parola d'onore, - disse piena di passione Anjuta e abbracciò al
collo Myslaevskij, - c'è stata una disgrazia. Aleksej Vasil'evic è stato ferito.
Il pitone lasciò sull'istante la preda.
- Come è stato ferito? E Nikol?!
- Nikol è vivo, sta bene, ma Aleksej Vasil'evic è stato ferito.
Una striscia di luce proveniente dalla cucina, la porta. Nella sala da pranzo Elena, quando vide
Myslaevskij, scoppiò in pianto e disse:
- Vit'ka, sei vivo... Ringraziamo Iddio... Ma da noi... - Ella singhiozzò e indicò la porta di Turbin, - ha
quaranta... una brutta ferita...
- Madonna santa, - rispose Myslaevskij, spingendo il berretto sulla nuca, - come mai ci è cascato?
Egli si volse alla figura che s'era chinata presso la tavola su una grossa bottiglia e delle scatolette
luccicanti.
- Lei è il dottore?
- No, purtroppo, - rispose una voce triste e sbiadita, - non sono il dottore. Mi permetta di
presentarmi: Larion Surzanskij.

Il salotto. La porta che dà in anticamera è chiusa e la portiera è tirata perché il rumore e le voci non
arrivino a Turbin. Dalla sua camera da letto sono usciti da poco, e poi sono andati via, uno con la
barbetta a punta e il "pince-nez" d'oro, un altro rasato, giovane, e infine uno vecchio coi capelli bianchi e
la faccia intelligente, in pelliccia pesante e berretto da bojaro, il professore, il maestro di Turbin. Li
accompagnava Elena, il cui viso era come di pietra. Dicevano: tifo, tifo... e c'era il tifo davvero.
- Oltre la ferita, tifo petecchiale...
E la colonna di mercurio a quaranta e... "Julija"... Nella piccola camera da letto c'era una calura
rossiccia. Silenzio, e nel silenzio con un borbottio parlava di una scala e di un campanello: "drrin"...

- Buon giorno, eccellenza, - disse Myslaevskij con un bisbiglio pieno di ironia velenosa e divaricò le
gambe. Servinskij, di porpora, aveva lo sguardo sfuggente. Il vestito nero gli stava a pennello, la
biancheria era finissima, aveva una cravatta a farfalla, e calzava scarpe di vernice. "Solista del teatro
d'opera Kramskoj". La carta d'identità in tasca. - Perché non ha le spalline?... - continuò Myslaevskij. -
"Sulla Vladimirskaja sventolano le bandiere russe... Due divisioni di senegalesi nel porto di Odessa e i
furieri serbi... Andate, signori ufficiali, in Ucraina e formate i reparti". Ti venisse un accidente!
- Perché sfotti?... - rispose Servinskij. - La colpa è forse mia?... Che c'entro io?... Anche me, per poco
non m'hanno ammazzato. Sono uscito dallo Stato Maggiore per ultimo a mezzogiorno, quando a Pecersk
sono comparsi i nemici.
- Tu sei un eroe, - rispose Myslaevskij, - ma spero che sua eccellenza, il comandante in capo, abbia
fatto in tempo ad andar via prima... Allo stesso modo di sua altezza serenissima l'etmano... figlio di un
cane... Mi lusinga la speranza che si trovi in un luogo sicuro. Alla patria occorrono le loro vite. A
proposito non potresti dirmi dove si trovano?
- Perché lo vuoi sapere?
- Ecco perché! - Myslaevskij strinse a pugno la mano destra e la picchiò sul palmo della sinistra. - Se
mi capitassero tra le mani questa eccellenza e questa altezza serenissima, ne piglierei uno per la gamba
sinistra e l'altro per la destra, li volterei in giù e pesterei le loro teste sul selciato fino a che non ne fossi
stufo. E la tua marmaglia degli Stati Maggiori, bisogna affogarla in un cesso...
Servinskij divenne scarlatto.
- Potresti scegliere meglio le tue espressioni... - cominciò. - Tieni presente che il principe ha
abbandonato anche gli ufficiali dello Stato Maggiore. Due suoi aiutanti sono partiti con lui, ma gli altri
sono stati lasciati al loro destino.
- Sai che in questo momento nel museo si trovano mille dei nostri, affamati, con le mitragliatrici... E
gli uomini di Petljura li schiacceranno come pulci... Sai come hanno ammazzato il colonnello Naj?... Era
l'unico...
- Lasciami, ti prego!... - gridò Servinskij, arrabbiandosi sul serio. - Che tono è mai questo... Io sono
un ufficiale, come te!
- Via, signori, smettetela, - Karas' si gettò tra Myslaevskij e Servinskij. - Una conversazione assurda.
Tu perché ti scagli contro di lui... Smettiamola, non ha senso...
- Non gridate, - bisbigliò afflitto Nikolka, - da lui si sente... Myslaevskij si confuse e rimase incerto.
- Via, non agitarti, baritono. Si fa così per dire... Lo capisci anche tu...
- E' abbastanza strano...
- Per piacere, signori, non gridate... - Nikolka si tese in ascolto e batté un piede sul pavimento. Tutti
prestarono ascolto. Da basso, dall'appartamento di Vasilisa, arrivarono delle voci. Sentirono
confusamente che Vasilisa era scoppiato in una risata allegra e forse un po' isterica. E che Vanda, in
risposta, aveva gridato qualcosa con voce gioiosa e sonora. Poi le voci si spensero. Ancora per un po' e
sordamente si sentì il rumore delle voci.
- Straordinario! - disse Nikolka, con aria meditabonda. - Vasilisa ha ospiti... Ospiti. E per di più in un
tempo come questo. E' proprio la fine del mondo.
- Sì, bel tipo il vostro Vasilisa, - confermò Myslaevskij.

Era circa mezzanotte, quando Turbin, dopo un'iniezione di morfina, si addormentò, e Elena si sedette
nella poltrona accanto al suo letto. Nel salotto si tenne il consiglio di guerra.
Fu deciso che tutti dovevano pernottare lì. In primo luogo, di notte, anche avendo documenti buoni,
non c'era ragione di muoversi. In secondo luogo, anche per Elena era meglio: per qualsiasi evenienza,
loro potevano essere d'aiuto. Ma, soprattutto, in tempi simili era meglio non restare a casa propria ma
trovarsi in visita da qualcuno. E, cosa ancora più importante, non c'era altro da fare. Si poteva dunque
organizzare una partita a "vint"[46].
- Lei gioca? - domandò Myslaevskij a Lariosik.
Lariosik arrossì, si confuse e disse subito tutto: sì, sapeva giocare a "vint", ma molto, molto male...
Ma, per carità, non lo sgridassero, come lo sgridavano a Zitomir gli ispettori delle imposte... Gli era
successo un dramma, ma lì, in casa di Elena Vasil'evna, si sentiva rinascere perché era veramente un
essere d'eccezione Elena Vasil'evna, e in casa loro c'era un'atmosfera di calore e di intimità, in
particolare erano bellissime le tendine color crema a ogni finestra che facevano sentire isolati dal mondo
esterno... E bisognava convenirne... il mondo esterno era sporco, insanguinato e assurdo.
- Scusi, scrive poesie? - domandò Myslaevskij, fissando attentamente Lariosik.
- Sì, - rispose Lariosik modestamente, arrossendo.
- Ah... Scusi se l'ho interrotto... Assurdo, dice... Continui, la prego...
- Sì, assurdo e le nostre anime ferite cercano tranquillità appunto dietro queste tendine color crema...
- Per quel che riguarda la tranquillità, non so come stiano le cose a Zitomir, ma qui, nella Città, non
credo che la trovi... Bagna la spazzola con la vodka, se no fai polvere[47]. Ci sono le candele? Magnifico.
La segneremo dunque come riserva... In cinque il giuoco è morto...
- E Nikolka gioca come un morto, - s'intromise Karas'.
- Che ti prende, Fedja. Chi ha perduto la volta scorsa? Proprio tu sei rimasto senza carta... Perché
calunni?
- Il dietro delle carte è azzurro come la bandiera di Petljura...
- Vivere dietro tendine color crema. Chissà perché tutti ridono dei poeti...
- Dio ci guardi... Perché ha interpretato male la mia domanda? Io non ho nulla contro i poeti. E' vero
che non leggo versi...
- E nessun altro libro, tranne il regolamento d'artiglieria e le prime quindici pagine del diritto
romano... Arrivato alla pagina sedici scoppiò la guerra, e lui piantò lì tutto...
- Mente, non gli dia retta... Il suo nome e patronimico è Larion Ivanovic?
Lariosik spiegò che egli si chiamava Larion Larionovic, ma che gli era tanto simpatica tutta la
compagnia, la quale non era neppure una compagnia, ma un'affiatata famiglia, che avrebbe desiderato che
tutti lo chiamassero per nome: "Larion", senza il patronimico... Naturalmente se nessuno aveva qualcosa
in contrario.
- Sembra un ragazzo simpatico... - bisbigliò il riservato Karas' a Servinskij.
- Ma sì... accorciamo le distanze... Mente: se vuole saperlo, ho letto "Guerra e pace". Questo sì che è
un libro. Fino alla fine l'ho letto, e con piacere. E perché? Perché non l'ha scritto un qualsiasi babbeo, ma
un ufficiale d'artiglieria. Ha il dieci? Gioca con me... Karas' con Servinskij... Nikolka, tu via.
- Ma, per l'amor di Dio non mi sgridi, - disse con un certo nervosismo Lariosik.
- Ma che ha? Siamo dei papuani, forse? Si vede che a Zitomir quei terribili ispettori delle imposte
l'hanno spaventato sul serio... Da noi ci si comporta correttamente.
- Per carità, stia tranquillo, - fece eco Servinskij, sedendosi.
- Due picche... Sì... il conte Lev Nikolaevic Tolstoj, tenente d'artiglieria, era uno scrittore... Peccato
che andò in congedo... passo... sarebbe diventato generale... Del resto, aveva una tenuta. Dalla noia si
può anche scrivere un romanzo... d'inverno non si sa che fare... Nella propria tenuta la cosa è facile.
Senza atout...
- Tre quadri, - disse timidamente Lariosik.
- Passo, - ribattè Karas'.
- Ma perché? Lei gioca magnificamente. Non bisogna sgridarla, ma lodarla. Se ci sono tre quadri,
diremo quattro picche. Anch'io adesso andrei con piacere in una tenuta...
- Quattro quadri, - disse a Lariosik Nikolka che aveva sbirciato le carte.
- Quattro? Passo.
- Passo.
Alla luce tremolante delle candele di stearina, nel fumo delle sigarette, l'inquieto Lariosik raccolse le
carte. Myslaevskij distribuì le carte ai giuocatori come bossoli di fucile.
- Gioco di picche, - ordinò egli e incoraggiò Lariosik, - bravo.
Le carte dalle mani di Myslaevskij volavano senza rumore, come foglie d'acero. Servinskij le gettava
con cura, Karas', che non aveva fortuna, con un gesto scattante. Lariosik, sospirando, le deponeva piano
piano come carte d'identità.
- "Papà, mamma", è una vecchia storia, - disse Karas'.
Myslaevskij a un tratto s'imporporò, gettò le carte sul tavolo e, spalancando rabbiosamente gli occhi
su Lariosik, gridò:
- Che cosa ti salta in mente di prendere la mia donna? Larion?!
- Magnifico! Ah, ah, ah! - si rallegrò con aria rapace Karas'. - Una di meno!
Un terribile baccano si sollevò intorno al tavolo verde e le fiamme delle candele si misero a
tremolare. Nikolka, intimando silenzio e facendo gesti con le mani, corse ad accostare la porta e a tirare
la portiera.
- Credevo che Fiodor Nikolaevic avesse il re, - proferì Lariosik, sentendosi venir meno.
- Come si può credere una cosa simile... - Myslaevskij si sforzò di non gridare, perciò dalla gola gli
uscì un suono rauco che lo fece ancora più terribile, - se tu con le tue mani l'hai preso e l'hai girato a me?
Eh? Cose dell'altro mondo, - Myslaevskij si voltava verso tutti, - cose... Cerca tranquillità, lui. Eh?
Starsene così senza donna, è tranquillità questa? E' un giuoco calcolato. Bisogna lavorare di cervello, non
sono mica poesie, queste!
- Aspetta. Forse, Karas'...
- Forse che cosa? E' una sciocchezza, punto e basta. Mi scusi, carissimo, a Zitomir giuocheranno così,
ma è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Non se la prenda... ma Puskin o Lomonosov, anche se
scrivevano poesie, una cosa simile non l'avrebbero mai fatta... o Nadson, per esempio.
- Zitto! Perché ti arrabbi tanto? Può accadere a chiunque.
- Lo sapevo, - mormorò Lariosik, - sono sfortunato...
- Fermi. Fer...
E subito subentrò un silenzio assoluto. Lontano, dietro numerose porte, in cucina suonò il campanello.
Tacquero. Si sentì un battere di tacchi, la porta si aprì, comparve Anjuta. La testa di Elena balenò in
anticamera. Myslaevskij tamburellò con le dita sul panno e disse:
- Prestino, se non sbaglio. Eh?
- Sì, è presto, - fece eco Nikolka, che era considerato lo specialista più competente in fatto di
perquisizioni.
- Vado ad aprire? - domandò inquieta Anjuta.
- No, Anna Timofeevna, - rispose Myslaevskij, - aspetti, - egli si alzò dalla poltrona sbuffando, - apro
io adesso, non si preoccupi...
- Andiamo insieme, - disse Karas'.
- Bene, - proferì Myslaevskij e assunse subito un aspetto come se stesse davanti al plotone. - Sì. Là,
dunque, è tutto in ordine. Il dottore ha il tifo, eccetera. Tu, Lena, sei la sorella... Karas', tu puoi essere
preso per uno studente di medicina... Fila in camera da letto... Prendi una siringa qualsiasi... Siamo in
molti. Ma non importa...
Il campanello suonò di nuovo impaziente, Anjuta sussultò e tutti si fecero più seri.
- C'è tempo, - disse Myslaevskij e dalla tasca posteriore dei pantaloni trasse un piccolo revolver
nero, simile a un giocattolo.
- Questa non ci voleva, - disse, facendosi scuro, Servinskij, - mi meraviglio di te. Potresti essere un
po' più prudente. Sei andato in giro così?
- Non t'agitare, - rispose in modo serio e cortese Myslaevskij, - arrangeremo tutto. Prendi, Nikolka, e
mettiti vicino all'ingresso di servizio o allo sportello di una finestra. Se sono gli arcangeli di Petljura,
tossirò, tu allora falla sparire, ma in modo che sia poi possibile ritrovarla. E' preziosa, è stata con me
anche vicino a Varsavia... Hai tutto a posto?
- Sta' tranquillo, - rispose severo e orgoglioso lo specialista Nikolka, impossessandosi del revolver.
- Dunque, - Myslaevskij puntò un dito in petto a Servinskij e disse: - un cantante, venuto in visita, - a
Karas', - uno studente di medicina, - a Nikolka, - il fratello, - a Lariosik, - uno studente che sta a
pensione. Un documento?
- Ho il passaporto prerivoluzionario, - disse impallidendo Lariosik, - e la tessera dell'università di
Char'kov.
- Il passaporto è da buttare. Vediamo la tessera. Lariosik si impigliò nella portiera, poi corse via.
- Gli altri sono una quisquilia: donne, - continuò Myslaevskij. - Un documento d'identità l'avete tutti?
In tasca niente di superfluo? Eh, Larion! Domandagli se ha delle armi.
- Ehi, Larion! - gridò in sala da pranzo Nikolka. - Hai armi?
- No, no, per l'amor di Dio, - rispose Lariosik.
Il suono del campanello si ripeté lungo, violento, impaziente.
- Bene, che il Signore ci protegga, - disse Myslaevskij e si mosse. Karas' andò nella camera da letto
di Turbin.
- Stavamo facendo un solitario, - disse Servinskij e spense le candele.
Tre porte portavano all'appartamento dei Turbin. La prima dall'anticamera alla scala; la seconda, a
vetri, delimitava l'abitazione dei Turbin. In basso, dietro la porta a vetri, c'era un buio e freddo ingresso
padronale nel quale dava, di fianco, la porta dei Lisovic; e il corridoio era chiuso dall'ultima porta che
dava sulla via.
Le porte rintronarono e Myslaevskij gridò in basso:
- Chi è?
In alto, alle sue spalle, sulla scala sentì che si muovevano delle ombre. Dietro la porta una voce
soffocata implorò:
- E' un pezzo che suono... Tal'berg-Turbin abita qui?... C'è un telegramma per lei... Aprite!...
"Ma guarda!" balenò nella testa di Myslaevskij, ed egli tossì come se avesse la bronchite. Un'ombra,
dietro, sulla scala, sparì. Myslaevskij spostò con prudenza la sbarra, girò la chiave e aprì la porta,
lasciando la catena.
- Dia il telegramma, - disse, tenendosi di fianco alla porta, in modo che questa lo coprisse. Una mano
con un guanto grigio si infilò nell'apertura e gli diede una piccola busta. Myslaevskij, sbalordito, vide che
era per davvero un telegramma.
- Firmi, - disse con rabbia la voce dietro la porta. Myslaevskij lanciò uno sguardo e vide che nella
via c'era una persona sola.
- Anjuta, Anjuta, - gridò ringalluzzito, senza più la bronchite. - Dammi la matita.
Invece di Anjuta, corse a lui Karas' e gli diede la matita. Su un pezzetto di carta, strappato dalla busta
Myslaevskij scarabocchiò: "Tur" e bisbigliò a Karas':
- Dàgli venticinque copeche... La porta rimbombò... Si chiuse...
Lo sbalordito Myslaevskij e Karas' salirono in casa. Si riunirono tutti. Elena aprì la busta e lesse
macchinalmente ad alta voce le parole: "Una terribile sventura ha colpito Lariosik. Stop. L'attore
dell'operetta Lipskij..."
- Dio mio, - esclamò Lariosik diventato purpureo, - è quel telegramma!
- Sessantatre parole, - disse stupito e ammirato Nikolka, - guarda, è scritto tutto intorno!
- Signore! - esclamò Elena. - Che roba è questa? Ah, mi scusi, Larion... se ho cominciato a leggere.
Me ne ero proprio dimenticata...
- Di che si tratta? - domandò Myslaevskij.
- Sua moglie l'ha lasciato, - gli bisbigliò all'orecchio Nikolka, - una brutta storia...
Un terribile fracasso alla porta a vetri irruppe nell'appartamento come una valanga. Anjuta gettò uno
strillo. Elena impallidì e cominciò a piegarsi verso la parete. Il fracasso fu così mostruoso, terribile,
assurdo che perfino Myslaevskij si alterò in viso. Servinskij afferrò Elena, anch'egli pallido... Dalla
camera da letto di Turbin si sentì un lamento.
- La porta... - gridò Elena.
Giù per la scala, confondendo il piano strategico, corsero Myslaevskij e, dietro, Karas', Servinskij e
Lariosik spaventato a morte.
- Andiamo peggio, - borbottò Myslaevskij.
Dietro la porta a vetri si levò di scatto una nera ombra e il fracasso cessò.
- Chi è? - tuonò Myslaevskij, come in un corpo di guardia.
- Per l'amor di Dio... Per l'amor di Dio... Aprite, sono Lisovic... Lisovic! ! - gridò l'ombra. - Sono
Lisovic... Lisovic...
Vasilisa era orrendo... Ai lati della sua diafana e rosea pelata sporgevano i capelli. La cravatta era
storta e i lembi della giacca spenzolavano come gli sportelli di un armadio scassinato. Gli occhi di
Vasilisa erano folli e torbidi come quelli di un avvelenato. Apparve sull'ultimo gradino, ad un tratto
barcollò e crollò nelle braccia di Myslaevskij. Questi lo afferrò e a mala pena lo sorresse, poi si sedette
sulla scala e gridò con voce rauca e smarrita:
- Karas'! Dell'acqua...
15.

Era sera. Erano quasi le undici. A causa degli avvenimenti la via, già di per sé non molto frequentata,
si era svuotata molto prima del solito.
Cadeva un nevischio, i cui fiocchi volavano uniformemente dietro la finestra, mentre i rami
dell'acacia del marciapiede, che d'estate oscuravano le finestre dei Turbin, sempre più s'incurvavano con
le loro creste nevose.
Tutto era cominciato all'ora del pranzo e poi era venuta una sera brutta e smorta, piena di
contrattempi, che struggeva il cuore. La lampadina mandava una luce più fioca del solito, e Vanda aveva
preparato per pranzo della cervella. Di per sé la cervella è un cibo orrendo, ma preparato da Vanda,
diventava insopportabile. Prima della cervella c'era stata la minestra, nella quale Vanda aveva messo
dell'olio di girasole, e il cupo Vasilisa s'era alzato da tavola tormentato dall'idea di non aver pranzato
affatto. Durante la sera ci furono varie faccende fastidiose e pesanti. Nella sala da pranzo il tavolo era
rovesciato con le gambe in alto e un pacco di Lebid'-Jurcik giaceva sul pavimento.
- Sei una cretina, - disse Vasilisa alla moglie. Vanda si alterò in volto e rispose:
- Da un pezzo sapevo che sei un villanzone. Il tuo modo di comportarti negli ultimi tempi ha
sorpassato ogni limite.
Vasilisa aveva una voglia matta di darle con tutta la forza un pugno in faccia in modo da mandarla a
sbattere contro l'angolo della credenza. E poi di picchiarla, di picchiarla ancora fino a che quel maledetto
sacco d'ossi non fosse stato zitto e non si fosse riconosciuto vinto. Lui, Vasilisa, non ne poteva più, lui
lavorava come un bue e voleva, voleva che in casa gli ubbidissero. Vasilisa digrignò i denti e si trattenne:
attaccare Vanda non era così privo di rischi come si poteva credere.
- Fa' come ti dico, - disse Vasilisa tra i denti, - cerca di capire che la credenza possono spostarla, e
allora? Questo, invece, non verrà in mente a nessuno. In Città tutti fanno così.
Vanda ubbidì, e si misero entrambi al lavoro: con delle puntine attaccarono le banconote alla parte
interna del tavolo.
Presto tutta la superficie interna del tavolo si colorò e diventò simile a un bizzarro tappeto di seta.
Vasilisa, sbuffando, col volto iniettato di sangue, si alzò e gettò uno sguardo a quella distesa di soldi.
- E' scomodo, - disse Vanda - se si ha bisogno di un biglietto, bisogna rovesciare il tavolo.
- E lo rovesci, le braccia le hai buone, - rispose con voce rauca Vasilisa, - meglio rovesciare il
tavolo che perdere tutto. Hai sentito quel che succede in Città? Peggio dei bolscevichi. Si dice che sono
in corso perquisizioni generali, cercano sempre gli ufficiali.
Alle undici Vanda portò dalla cucina il samovar e spense la luce in tutto l'appartamento. Prese dalla
credenza un pacchetto di pane raffermo e una formella di formaggio piccante. La lampadina, che pendeva
sul tavolo da un braccio di un lampadario a tre bracci, emetteva dai fili non ben riscaldati una smorta
luce rossastra.
Vasilisa masticava un pezzo di pan bianco, e il formaggio lo irritava fino a farlo piangere, come un
lancinante mal di denti. Ad ogni morso le briciole nauseanti gli cadevano dalla bocca sulla giacca e sotto
la cravatta. Senza capire che cosa lo tormentasse, Vasilisa guardava di sottecchi Vanda che masticava.
- Mi meraviglio come quelli là la passino sempre liscia, - diceva Vanda, volgendo lo sguardo al
soffitto, - io ero convinta che ne avrebbero ammazzato qualcuno. Invece no, sono tornati tutti e adesso
l'appartamento è di nuovo pieno di ufficiali...
In un altro momento le parole di Vanda non avrebbero fatto su Vasilisa nessuna impressione, ma
adesso che tutta la sua anima bruciava di angoscia, esse gli sembrarono terribilmente vili.
- Mi meraviglio di te, - rispose, volgendo lo sguardo da una parte, per non sconfortarsi, - tu sai
benissimo che in fondo hanno agito giustamente. Era pur necessario difendere la Città da queste -
(Vasilisa abbassò la voce) - canaglie... E ti sbagli se pensi che sia andato tutto liscio. Io credo che lui...
Vanda lo fissò e annuì col capo.
- L'ho pensato subito anch'io... Certo, l'hanno ferito...
- Non c'è dunque motivo di rallegrarsi: "la passano liscia, la passano liscia"...
Vanda si leccò le labbra.
- Io non mi rallegro, dico soltanto "la passano liscia", ma vorrei sapere se, Dio non voglia, vengono
da noi e ti domandano, come presidente del comitato della casa, chi abita al piano di sopra e se hanno
lavorato per l'etmano, che cosa rispondi? Vasilisa si accigliò e il suo sguardo si fece sfuggente.
- Si potrà dire che è dottore... Dopo tutto, come faccio a saperlo, come?
- Già, come...
A questo punto nell'anticamera suonò il campanello. Vasilisa impallidì e Vanda girò il collo
muscoloso.
Vasilisa, tirando su col naso, si alzò dalla sedia e disse:
- Sai che dico? Non è meglio correre a chiamare i Turbin? Vanda non ebbe il tempo di rispondere che
il campanello suonò di nuovo.
- Ah, Dio mio, - disse Vasilisa allarmato, - no, bisogna andare.
Vanda lo guardò spaventata e lo seguì. Aprirono la porta che dava sul corridoio comune. Vasilisa uscì
nel corridoio, un sentore di freddo lo investì e il viso angoloso di Vanda gli apparve con gli inquieti
occhi spalancati. Sulla sua testa per la terza volta l'elettricità strepitò nella campana luccicante.
Per un istante Vasilisa pensò di bussare alla porta a vetri dei Turbin - qualcuno sarebbe uscito e non
sarebbe stato così terribile. Ma ebbe paura di farlo. E se gli avessero detto: "Perché hai bussato? Eh?
Hai paura?" e poi balenò, sia pure debole, la speranza che forse non erano loro, ma si trattava di
qualcos'altro...
- Chi... è là? - domandò debolmente Vasilisa vicino alla porta.
Immediatamente la toppa mandò sul ventre di Vasilisa il suono di una voce rauca, mentre su Vanda
continuava a strepitare il campanello.
- Apri, - disse la toppa, - siamo dello Stato Maggiore. E non andar via, se no spariamo attraverso la
porta.
- Ah, Signore... - sospirò Vanda.
Con le mani inerti Vasilisa smosse la sbarra e il pesante gancio e, senza capire più niente, levò la
catena.
- Svelto... - disse rozzamente la toppa.
Il buio della via si presentò a Vasilisa come un pezzo di cielo grigio, un lembo di acace e fiocchi di
neve. Entrarono in tre, ma a Vasilisa sembrò che fossero assai di più.
- Vorrei sapere... per quale motivo?
- Perquisizione, - rispose il primo entrato con una voce di lupo e avanzò subito contro Vasilisa. Il
corridoio si capovolse e nella porta illuminata il viso di Vanda sembrò fortemente incipriato.
- Allora, scusi, - la voce di Vasilisa era smorta, incolore, - ha un mandato? Io sono un pacifico
cittadino... non capisco perché veniate da me. Io non ho niente -. Vasilisa voleva terribilmente dire
qualcosa in ucraino e disse: nema[48].
- Bene, vedremo, - rispose il primo.
Muovendosi come in sogno sotto la pressione di quelli che erano entrati, Vasilisa li vedeva come in
sogno. Nel primo tutto era lupesco, almeno così sembrò a Vasilisa. Aveva il viso appuntito, gli occhi
piccoli, molto infossati, la pelle grigia, i baffi sporgevano a ciuffi e le guance non rase erano tagliate da
aridi solchi. Aveva uno sguardo strano, sfuggente, guardava di traverso e anche lì, in uno spazio ristretto,
riuscì a mostrare che camminava con l'andatura inumana, sbilanciata di un essere abituato alla neve e
all'erba. Parlava in una lingua terribile e sbagliata - un miscuglio di parole russe e ucraine - una lingua
nota agli abitanti della Città che vanno a Podol, sulla riva del Dnepr, dove d'estate il porto fischia e ruota
gli argani, dove d'estate gli straccioni scaricano dai barconi i cocomeri... Il lupo aveva in testa un
colbacco e una pezza azzurra, guarnita di un passamano d'orpello, gli pendeva da un lato.
Il secondo, un gigante, occupò quasi fino al soffitto l'anticamera di Vasilisa. Aveva la faccia colorita
del colorito intenso e gaio delle contadine, era giovane e nulla gli era ancora cresciuto sulle guance. In
testa aveva un berretto conico col copriorecchi mangiato dalle tarme. Indossava un pastrano grigio, e i
piedi, piccoli in modo innaturale, erano calzati in un paio di vecchie scarpe terribilmente sdrucite.
Il terzo aveva il naso infossato, roso a un lato da una crosta in suppurazione, e un labbro ricucito e
sfregiato da una cicatrice. Aveva in testa un vecchio berretto da ufficiale orlato di rosso, su cui si vedeva
l'impronta della coccarda, e indossava un'antica casacca militare a doppio petto coi bottoni di rame
ormai verdi, pantaloni neri, e cioce di scorza di tiglio infilate su grosse calze grige militari. Il suo viso
alla luce della lampada si fondeva in due colori, giallo cera e violetto e gli occhi avevano un'espressione
afflitta e astiosa.
- Vedremo, vedremo, - ripeté il lupo, - e il mandato l'abbiamo.
Mentre diceva queste parole s'infilò una mano nella tasca dei pantaloni, ne trasse una carta gualcita e
la mise in mano a Vasilisa. Uno dei suoi occhi trapassò il cuore di Vasilisa, l'altro, il sinistro, torvo,
guardò rapidamente i bauli nell'anticamera.
Sul foglio spiegazzato, un quarto di foglio col timbro:

Stato Maggiore del primo reparto cosacco

c'era scritto a matita copiativa con grosse lettere scarabocchiate di traverso:

Si ordina di perquisire l'appartamento del signor Vasilij Lisovic, all'Alekseevskij spusk, n. 13. In
caso di resistenza punire con la fucilazione.
Il capo dello Stato Maggiore
Procenko L'aiutante Miklun.

Nell'angolo in basso a sinistra c'era un suggello azzurro indecifrabile.
I fiori della tappezzeria saltellarono un po' negli occhi di Vasilisa, ed egli disse, mentre il lupo si
riprendeva la carta:
- Prego, prego, ma io non ho niente...
Il lupo cavò di tasca una browning nera unta di olio e la puntò su Vasilisa. Vanda gettò un debole
"Ahi". Una colt luccicante d'olio, lunga e impetuosa, era anche nella mano dello sfregiato. Vasilisa piegò
le ginocchia e fece una piccola riverenza, diventando più basso di statura. La luce elettrica mandò uno
sprazzo bianco e gaio.
- Chi c'è nell'appartamento? - domandò rauco il lupo.
- Nessuno, - rispose Vasilisa con le labbra smorte, - io e mia moglie.
- Su, ragazzi, guardate, svelti, - disse il lupo, volgendosi ai suoi compagni, - non c'è tempo da
perdere.
Il gigante scosse subito un baule, come se fosse stato una scatoletta, e lo sfregiato filò verso la stufa. I
revolver erano stati rimessi in tasca. Lo sfregiato picchiò coi pugni contro il muro, con un colpo aprì la
serratura e dallo sportellino nero uscì un fievole tepore.
- Ci sono armi? - domandò il lupo.
- Parola d'onore... per carità, che armi...
- Non ne abbiamo, - confermò in un soffio l'ombra di Vanda.
- Meglio dirlo, se no hai visto: fucilazione, - disse il lupo gravemente...
- Parola d'onore... come potrei averle?
Nello studio era accesa la lampada verde e Alessandro Secondo, indignato fino nel profondo della
sua anima di bronzo, guardò i tre. Nel verde dello studio Vasilisa, per la prima volta nella vita, seppe
come, facendo girare terribilmente la testa, arriva il presentimento di un deliquio. Per prima cosa i tre si
occuparono della tappezzeria. Il gigante buttò giù dagli scaffali, fila dopo fila, i libri a pile, con facilità,
come se giocasse e sei mani percorsero le pareti, battendole... Tup... tup... e la parete risonava
sordamente. Tuk, a un tratto riecheggiò la lastra del nascondiglio. La gioia scintillò negli occhi del lupo.
- Che cosa ho detto? - bisbigliò egli in modo quasi impercettibile. Il gigante strappò la pelle della
poltrona con i suoi piedi pesanti, si levò fin quasi al soffitto, qualcosa scricchiolò e si schiantò sotto le
dita del gigante che divelse dalla parete la lastra. Il pacchetto legato in quattro si trovò nelle mani del
lupo. Vasilisa barcollò e si appoggiò alla parete. Il lupo cominciò a scrollare la testa e la scrollò a lungo,
guardando Vasilisa che era più morto che vivo:
- Dunque, carogna, - disse egli amaramente, - che mi racconti? Non hai nulla, eh, figlio d'una cagna!
Hai detto di non avere nulla e tieni i soldi nascosti nel muro. Bisogna ammazzarti!
- Per carità! - esclamò Vanda.
A Vasilisa successe qualcosa di strano per il che a un tratto scoppiò a ridere d'un riso spasmodico, e
quel riso era terribile perché nei suoi occhi azzurri saltellava il terrore e ridevano soltanto le labbra, il
naso e le gote.
- Non c'è stato alcun decreto, signori. Qualche biglietto di banca e delle cosucce... Poco denaro...
Denaro guadagnato... Tanto adesso il denaro imperiale è fuori corso...
Vasilisa parlava e guardava il lupo come se questi gli ispirasse una terribile ammirazione.
- Bisognerebbe arrestarti, - disse il lupo in tono edificante, scosse il pacchetto e se l'infilò nella tasca
senza fondo del pastrano stracciato. - Su, ragazzi, guardate i cassetti.
Dai cassetti aperti dallo stesso Vasilisa saltarono fuori mucchi di carte, sigilli, timbri, biglietti da
visita, penne, portasigari. I fogli coprirono il tappeto verde e il panno rosso del tavolo, i fogli,
frusciando, caddero a terra. Il mostro rovesciò il cestino. Nel salotto picchiarono sulle pareti
superficialmente, quasi controvoglia. Il gigante tirò via il tappeto e cominciò a battere coi piedi il parquet
così che vi rimasero delle tracce bizzarre, come impresse col fuoco. La luce elettrica, aumentando per la
notte, sprizzava una luce allegra e la tromba del grammofono brillava. Vasilisa andava dietro ai tre,
trascinando e strusciando i piedi. Un'ottusa tranquillità s'era impadronita di lui, e i suoi pensieri
scorrevano più coerenti. Nella camera da letto in un istante fu il caos: tirarono fuori dall'armadio a
specchi in un ammasso le coperte e le lenzuola, e il materasso fu rovesciato. Il gigante a un tratto si
fermò, si illuminò di un sorriso timido e guardò in basso. Da sotto al letto messo sottosopra spuntarono le
scarpe nuove di capretto di Vasilisa con le punte laccate. Il gigante sorrise e gettò uno sguardo timido a
Vasilisa.
- Che belle scarpe, - disse con voce sottile, - non mi andrebbero bene?
Vasilisa non aveva ancora pensato che cosa rispondere quando il gigante si chinò e prese con
tenerezza le scarpe. Vasilisa ebbe un tremito.
- Sono di capretto, signori, - disse, senza capire che cosa diceva.
Il lupo si voltò verso di lui: nei suoi occhi torvi luccicò un'ira amara.
- Taci, verme, - disse cupo. - Silenzio! - ripeté, arrabbiandosi improvvisamente. - Devi dirci grazie
che non ti abbiamo fucilato come ladro e bandito per aver nascosto tesori. Taci, - continuò, avvicinandosi
a Vasilisa che era pallidissimo e guardandolo con gli occhi che scintillavano minacciosamente. - Hai
accumulato la roba, sei grasso e roseo come un maiale, e lo vedi come va vestita la brava gente? Lo
vedi? Quello ha i piedi congelati, a pezzi, nelle trincee marciva per te, e tu te ne stavi in casa a suonare il
grammofono. Hu, figlio di una puttana, - negli occhi gli balenò il desiderio di colpire Vasilisa
all'orecchio e sollevò la mano. Vanda gridò: "Che cosa fa..." Il lupo non osò colpire il prestante Vasilisa
e si limitò a dargli un pugno nel petto. Pallido, Vasilisa barcollò sentendo un dolore e un affanno acuto
nel petto per il colpo di quel pugno puntuto.
"Ecco la rivoluzione, - pensò nella sua testa rosea e accurata.
- Una rivoluzione coi fiocchi. Bisognava impiccarli tutti, ma adesso è tardi..."
- Vasil'ko, mettiti le scarpe, - il lupo si rivolse affettuosamente al gigante. Questi si sedette sul
materasso a molle e si levò la vecchia calzatura. Le scarpe non entrarono sulle grosse calze grige.
- Da' al cosacco i calzini, - il lupo si rivolse severamente a Vanda. Questa si accoccolò subito davanti
al cassetto inferiore dell'armadio giallo e prese i calzini. Il gigante si sfilò le calze grige, mostrando i
piedi con le dita rossastre e le nere smangiature del congelamento e infilò i calzini. Le scarpe entrarono a
stento; il laccio della sinistra si strappò con uno schiocco. Beato, sorridendo come un bambino, il gigante
tese i pezzi rimasti e si alzò. E subito qualcosa si ruppe nei tesi rapporti di quei cinque strani individui
che andavano uno dietro l'altro per l'appartamento. Apparve la semplicità. Lo sfregiato, dopo aver gettato
un'occhiata alle scarpe del gigante, a un tratto prese destramente i pantaloni di Vasilisa che pendevano a
un piccolo chiodo vicino al lavabo. Il lupo guardò ancora una volta con aria di sospetto Vasilisa per
vedere se avrebbe detto qualcosa, ma Vasilisa e Vanda non dicevano nulla, e i loro volti erano
ugualmente bianchi, con gli occhi enormi. La camera da letto adesso assomigliava all'angolo di un
negozio di abiti fatti. Lo sfregiato indossava le sole mutande rigate e sbrindellate e osservava alla luce i
pantaloni di Vasilisa.
- Roba fina, di cheviot... - disse egli con voce nasale, quindi sedette nella poltrona azzurra e cominciò
a infilarseli. Il lupo cambiò la sua casacca sporca con la giacca grigia di Vasilisa, e gli restituì certe carte
che erano in tasca, dicendo: - Ci son delle carte, le prenda, signore, le possono servire -. Dal tavolo
prese un orologio di vetro a forma di globo, sul quale brillavano grosse e nere le cifre romane.
Il lupo si infilò il cappotto e sotto al cappotto si sentì il ticchettio dell'orologio.
- L'orologio è una cosa necessaria. Senza orologio è come senza mani, - disse il lupo allo sfregiato,
diventando sempre più indulgente nei riguardi di Vasilisa, - guardar di notte l'ora è una cosa di cui non si
può fare a meno.
Poi tutti si mossero e tornarono attraverso il salotto nello studio. Vasilisa e Vanda, uniti, li seguirono
in silenzio. Nello studio il lupo, con gli occhi sfuggenti, si fece pensieroso, poi disse a Vasilisa:
- Mi dia la dichiarazione, signore... - (una riflessione lo inquietava ed egli aggrottò a fisarmonica la
fronte).
- Come? - bisbigliò Vasilisa.
- La dichiarazione che ci ha dato la roba, - spiegò il lupo, guardando a terra.
Vasilisa si alterò in viso, le sue gote divennero rosee.
- Ma come... Io... - (egli voleva gridare: "Come, io debbo darvi la dichiarazione?!", ma queste parole
non gli vennero fuori, e gliene vennero altre), - voi... siete voi a doverci una dichiarazione, per così
dire...
- Ohi, bisognerebbe ammazzarti come un cane. Uhu, sanguisuga. Lo so quello che pensi. Lo so. Tu, se
ci fossero i tuoi al potere, ci distruggeresti come insetti. Uhu, lo vedo che con le buone con te non si
conclude nulla. Ragazzi, mettetelo al muro. Uh, se ti meno...
Andò su tutte le furie e schiacciò nervosamente Vasilisa contro la parete, afferrandolo con una mano
alla gola, così che Vasilisa sull'istante diventò rosso.
- Ahi! - strillò terrorizzata Vanda e afferrò per il braccio il lupo. - Per pietà... Vasja, scrivi, scrivi...
Il lupo lasciò la gola dell'ingegnere e con uno scricchiolio il colletto saltò via come se fosse stato su
una molla. Vasilisa stesso non si accorse di essersi seduto nella poltrona. Le mani gli tremavano. Strappò
dal blocco un foglietto e intinse la penna. Si fece silenzio e nel silenzio si sentiva il globo di vetro che
batteva nella tasca del lupo.
- Cosa debbo scrivere? - domandò Vasilisa con voce debole, rauca.
Il lupo si fece pensieroso e batté le ciglia.
- Scriva... per disposizione dello Stato Maggiore del reparto cosacco... ho consegnato in buone
condizioni questo e questo in misura...
- In mi... - cigolò Vasilisa e subito tacque.
- ... Ho consegnato durante la perquisizione. E non ho nessun reclamo. Firmi...
Qui Vasilisa raccolse gli avanzi del suo ultimo fiato e domandò, volgendo altrove gli occhi:
- A chi?
Il lupo guardò Vasilisa con aria di sospetto, ma trattenne l'indignazione e si limitò a sospirare.
- Scriva: ricevuto... hanno ricevuto in buone condizioni Nemoljaka... (riflette e guardò lo sfregiato)...
Kirpatyj e l'etmano Uragan.
Vasilisa, guardando confusamente la carta, scriveva sotto la sua dettatura. Dopo aver scritto quanto
gli era stato richiesto, invece della firma, scarabocchiò un tremolante "Vasilis" e tese la carta al lupo.
Questi prese il foglietto e cominciò a guardarlo.
In quel momento lontano sulla scala in alto rintronò una porta a vetri, si sentirono dei passi e risuonò
la voce di Myslaevskij.
Il viso del lupo cambiò bruscamente, si rabbuiò. I suoi compagni si mossero. Il lupo divenne scuro e
gridò con voce soffocata: "Silenzio!" Cavò di tasca la browning e la puntò su Vasilisa, e questi sorrise
con un'espressione di sofferenza. Dietro la porta, nel corridoio, si sentirono dei passi, dei gridi. Poi si
sentì il frastuono del chiavistello, del gancio, della catena: chiudevano la porta. Ancora dei rapidi passi,
la risata di un uomo. Poi la porta a vetri sbatté, in alto si allontanarono dei passi che andarono morendo e
tutto si calmò. Lo sfregiato andò nell'anticamera, si piegò verso la porta e si mise in ascolto. Quando
tornò, scambiò uno sguardo molto significativo col lupo e tutti, accalcandosi, uscirono in anticamera. Qui
il gigante agitò le dita nelle scarpe che gli erano un po' strette e disse:
- Farà freddo.
Si infilò le soprascarpe di Vasilisa.
Il lupo si voltò verso Vasilisa e con voce dolce disse, mentre lo sguardo vagava qua e là:
- Dunque, signore... Non dica che siamo stati da lei. Perché se ci denuncia, i nostri ragazzi
l'ammazzano. Non esca di casa fino a domattina, se no la pagherà cara.
- Tante scuse, - disse con voce nasale quello dal naso infossato.
Il gigante roseo non disse nulla, si limitò a guardare con timidezza Vasilisa e a sbirciare con gioia le
soprascarpe luccicanti. Dalla porta del corridoio di Vasilisa andarono alla porta d'ingresso in punta di
piedi, in fretta, urtandosi. Risuonò il chiavistello, si vide il cielo buio e Vasilisa con le mani gelide
chiuse la serratura. La testa gli girava, e per un istante ebbe l'impressione di sognare. Il cuore dapprima
gli venne meno, poi cominciò a battere fitto fitto. Nell'anticamera Vanda singhiozzava. Cadde sul baule,
batté con la testa contro la parete, e grosse lacrime inondarono il suo viso:
- Dio! Che cosa è mai questo?... Dio. Dio. Vasja... In pieno giorno. Che cosa sta succedendo?
Vasilisa tremava davanti a lei, come una foglia, e il volto era contratto.
- Vasja, - gridò Vanda, - sai... Non era né lo Stato Maggiore, né il reggimento. Vasja! Erano banditi!
- L'ho capito, l'ho capito anch'io, - mormorò Vasilisa, allargando le braccia in un gesto di
disperazione.
- Signore! - esclamò Vanda. - Bisogna correre al più presto, denunziarli subito, subito, arrestarli.
Arrestarli! Madonna santa! Tutta la nostra roba. Tutta! Tutta! E se almeno qualcuno, qualcuno... Ah!... -
Ebbe un fremito, ruzzolò a terra giù dal baule, nascose il viso tra le mani. Le si sciolsero i capelli, la
camicetta le si sbottonò sulla schiena.
- Ma dove, dove?... - domandava Vasilisa.
- Dio mio, allo Stato Maggiore, al posto di guardia! Fare una denunzia. Presto. Ma che cosa è mai
questo?!...
Vasilisa rimase un po' indeciso, poi all'improvviso si slanciò verso la porta. Urtò nella porta a vetri e
sollevò un gran fracasso.

Tutti, ad eccezione di Servinskij e di Elena, si affollarono nell'appartamento di Vasilisa. Lariosik,
pallido, stava sulla porta. Myslaevskij con le gambe divaricate, guardò le scarpe sdrucite e i vestiti
stracciati abbandonati dagli ignoti visitatori e si volse a Vasilisa.
- Ci faccia su una croce. Sono banditi. Ringraziate Iddio che siete ancora vivi. Io, a dir la verità, mi
stupisco che ve la siate cavata a così buon mercato.
- Dio mio... che cosa hanno fatto di noi! - disse Vanda.
- Mi hanno minacciato di morte.
- Dica grazie che non hanno eseguita la minaccia. E' la prima volta che vedo un caso simile.
- A regola d'arte, - confermò sottovoce Karas'.
- E adesso che fare?... - domandò Vasilisa, sfinito. - Un reclamo?... A chi?... Per l'amor di Dio, Viktor
Viktorovic, ci consigli.
Myslaevskij tossì, riflette.
- Non le consiglio di andare a reclamare in nessun posto, - disse, - prima di tutto non li prenderanno, -
ed egli piegò il suo lungo dito, - in secondo luogo...
- Vasja, non ricordi che hanno detto che ti uccideranno se li denunzi?
- Questa è una sciocchezza, - Myslaevskij si accigliò, - nessuno la ucciderà, ma, ripeto, non li
prenderanno e nessuno cercherà di prenderli, e in secondo luogo, - egli piegò un altro dito, - dovrà dire
che le hanno preso, come lei ha detto, denari imperiali... Lei farà la sua denunzia allo Stato Maggiore o
dove che sia e loro sono capaci di farle una seconda perquisizione.
- E' possibile, possibilissimo, - confermò il grande specialista Nikolka.
Vasilisa straziato, zuppo d'acqua dopo lo svenimento, abbassò il capo, Vanda si mise a piangere in
silenzio, appoggiata a uno stipite, e tutti provarono compassione di loro. Lariosik sospirò pesantemente
presso la porta e spalancò gli occhi torbidi.
- Ognuno ha il suo dolore, - mormorò.
- Come erano armati? - domandò Nikolka.
- Dio mio. Due avevano la pistola, ma il terzo... Vasja, il terzo non aveva nulla?
- Due avevano la pistola, - confermò fiaccamente Vasilisa.
- Che pistola, non l'avete osservato? - intervenne con precisione Nikolka.
- Non lo so, - rispose Vasilisa sospirando, - non conosco i vari tipi. Una era grossa e nera, l'altra
piccola, nera, con una catenella.
- Una catenella, - sospirò Vanda.
Nikolka increspò le sopracciglia e guardò con la coda dell'occhio Vasilisa come un uccello. Rimase
per un momento incerto, poi si mosse inquieto e si avviò lestamente verso la porta. Lariosik lo seguì.
Lariosik non era ancora arrivato alla sala da pranzo che dalla camera di Nikolka arrivò un rumore di
vetri e un urlo di Nikolka stesso. Lariosik si slanciò là. La camera di Nikolka era chiaramente illuminata,
dallo sportello della finestra entrava il freddo e si vedeva un enorme buco che Nikolka aveva fatto coi
ginocchi, cadendo pieno di disperazione dal davanzale. Gli occhi di Nikolka vagavano qua e là.
- Possibile? - esclamò Lariosik, alzando le braccia. - Ma questa è una vera stregoneria!
Nikolka si precipitò fuori della stanza, passò di corsa attraverso la biblioteca e la cucina, accanto ad
Anjuta che sbalordita gridò: - Nikol, Nikol, dove corri senza berretto? Signore, cosa ancora è
successo?... - E saltò attraverso l'anticamera nel cortile. Anjuta, facendosi il segno della croce, chiuse la
porta dell'ingresso, corse in cucina e si strinse alla finestra, ma Nikolka era scomparso in un baleno.
Egli voltò bruscamente a sinistra, corse in giù e si fermò davanti a un cumulo di neve, che chiudeva lo
stretto passaggio tra due muri. Il cumulo di neve era assolutamente intatto. "Non ci capisco nulla",
borbottò disperato Nikolka e si gettò coraggiosamente nel cumulo di neve. Ebbe l'impressione di
soffocare. Si agitò a lungo nella neve, sputando e sbuffando, si aprì finalmente la via attraverso la
barriera di neve e tutto bianco s'infilò nel passaggio, guardò in alto: là in alto, dove dalla finestra fatale
della sua camera cadeva la luce, si vedevano le testine nere dei ganci e le loro ombre puntute dense, ma
la scatola non c'era.
Con un'ultima speranza che forse la cinghia si era spezzata, Nikolka, cadendo di continuo in
ginocchio, tastava tra i mattoni rotti. La scatola non c'era.
Qui una chiara luce illuminò a un tratto la testa di Nikolka: "Ah-ah", gridò egli e andò oltre verso lo
steccato, che chiudeva il passaggio dalla strada. Avanzò e fece pressione con le mani, le tavole cedettero
e si vide un largo buco sulla strada nera. Si capiva tutto... Essi avevano strappate le tavole che portavano
al passaggio, erano stati lì e, capito, volevano penetrare nell'appartamento di Vasilisa attraverso il
ripostiglio, ma li c'era un'inferriata alla finestra.
Nikolka, tutto bianco, entrò nella cucina senza parlare.
- Santo cielo! Lascia che ti pulisca... - gridò Anjuta.
- Lasciami stare, per l'amor di Dio, - rispose Nikolka ed entrò nelle stanze, sfregando sui pantaloni le
mani intirizzite. - Larion, dammi un pugno, - si rivolse egli a Lariosik. Questi batté le palpebre, poi
spalancò gli occhi e disse:
- Che ti salta, Nikolasa? Perché abbandonarsi così alla disperazione? - e si mise timidamente a
passare le mani sulla schiena di Nikolka e a togliere la neve con la manica.
- A parte il fatto che Aliosa mi stacca la testa se, come Dio voglia, guarirà, - continuò Nikolka, - quel
che più conta... è la colt di Naj-Turs... Sarebbe stato meglio che avessero ucciso me, parola d'onore...
Dio mi ha punito perché mi sono fatto beffa di Vasilisa. Dispiace per Vasilisa, ma, capisci, loro con
quella pistola lo hanno tenuto a bada. Benché anche senza nessuna rivoltella si può pelarlo, come un
pollo... E' fatto così. Eh... Bella storia davvero. Prendi della carta, Larion, per incollare il telaio della
finestra.
Nella notte Nikolka, Myslaevskij e Lariosik sgusciaron fuori della gola con chiodi, accetta e martello.
La gola fu tappata ermeticamente con assicelle corte. Nikolka piantò con furia dei chiodi lunghi e grossi
in modo che le loro punte uscissero fuori. Ancora più tardi andarono con le candele sulla veranda e di lì,
attraverso il ripostiglio, tutti e tre salirono in solaio. Nel solaio, scalpitando lugubremente sopra
l'appartamento, rovistarono dappertutto, chinandosi fra i tubi caldi, fra la biancheria stesa, e inchiodarono
l'abbaino.
Vasilisa, venuto a conoscenza della spedizione in solaio aveva manifestato il più vivo interesse, si
era unito ad essa e s'insinuava fra le travi, approvando tutte le azioni di Myslaevskij.
- Proprio un peccato che non ci abbiate avvertiti in qualche modo. Bisognava mandare da noi Vanda
Michajlovna per le scale di servizio, - disse Nikolka, facendo gocciolare la stearina dalla candela.
- Be', caro, non sarebbe stata una buona idea, - ribatté Myslaevskij, - dal momento che erano già
nell'appartamento, sarebbe successo un guaio. Credi che non si sarebbero difesi? E come! Prima che tu
fossi entrato nell'appartamento, ti saresti buscato una pallottola nella pancia. Ed eri bell'e morto. Proprio
così. Non lasciarli entrare, questo era un'altra faccenda.
- Hanno minacciato di sparare attraverso la porta, Viktor Viktorovic, - disse confidenzialmente
Vasilisa.
- Non avrebbero mai sparato, - replicò Myslaevskij, menando colpi col martello, - in nessun caso.
Avrebbero messo in allarme tutta la strada.
A notte tarda Karas' si crogiolava nell'appartamento dei Lisovic, come Luigi Quattordicesimo. Prima
di questo c'era stato il seguente dialogo:
- Oggi non verranno certo, cosa mai pensate! - disse Myslaevskij.
- No, no, no, - risposero a gara Vanda e Vasilisa sulle scale, - la scongiuriamo, la preghiamo, lei o
Fiodor Nikolaevic... Che le costa? Vanda Michajlovna le preparerà il té. La sistemeremo comodamente.
Ci faccia questo piacere, e domani anche. Per carità, non si può stare senza un uomo nell'appartamento!
- Non riuscirei a chiuder occhio, - confermò Vanda, avvolgendosi nello scialle di lana d'angora.
- Ho del cognacchino, ci scalderemo, - saltò su Vasilisa, fattosi improvvisamente baldanzoso.
- Va', Karas', - disse Myslaevskij.
In conseguenza di che Karas' rimase a godersela. La cervella e la minestra di magro, com'era da
aspettarsi, erano soltanto i sintomi di quella disgustosa malattia dell'avarizia che Vasilisa aveva
trasmesso a sua moglie. In realtà le viscere dell'appartamento celavano tesori, che erano noti soltanto a
Vanda. Sulla tavola della sala da pranzo comparve un barattolo di funghi marinati, carne di vitello,
marmellata di ciliege e un autentico squisito cognac di Sustov col campanellino sull'etichetta: Karas'
domandò un bicchierino per Vanda Michajlovna e versò.
- Non pieno, non pieno, - gridava Vanda.
Vasilisa, dopo essersi schermito con un gesto della mano, si sottomise a Karas' e trangugiò un
bicchierino.
- Non dimenticare, Vasja, che ti fa male, - disse teneramente Vanda.
Dopo la spiegazione autorevole di Karas' che assolutamente il cognac non può far male a nessuno e
che vien dato perfino agli anemici col latte, Vasilisa ne bevve un secondo bicchierino, dopo di che le sue
guance si colorirono e la sua fronte si coperse di sudore. Karas' vuotò cinque bicchierini, il che lo mise
di ottimo umore. "Se la rimpolpassero un po', non sarebbe poi tanto male", pensò, guardando Vanda.
Poi lodò la disposizione dell'appartamento dei Lisovic e discusse un piano di segnalazione con
l'alloggio dei Turbin: un campanello in cucina, un altro nell'anticamera. Non appena succedesse qualcosa,
una scampanellata per avvertire di sopra. Sarebbe andato ad aprire Myslaevskij, e sarebbe stato un affare
ben diverso.
Karas' lodò molto l'appartamento: comodo e ben arredato - un solo difetto: freddo.
Nella notte Vasilisa portò dentro la legna e con le sue stesse mani accese la stufa nel salotto. Karas',
spogliatosi, era coricato sul divano tra due ottime lenzuola e si sentiva bene, a suo agio. Vasilisa, in
camicia e bretelle, gli si avvicinò e sedette su una poltrona, dicendo:
- Non ho sonno, mi permette di far due chiacchiere con lei? La stufa si andava spegnendo, Vasilisa,
grassoccio, tranquillizzato, sedeva in poltrona, sospirava e diceva:
- E così, Fiodor Nikolaevic, tutto quello che avevo guadagnato con un lavoro tenace, in una sera è
passato nelle tasche di non so che mascalzoni... che sono ricorsi alla violenza... Non creda che io
disapprovi la rivoluzione, oh, no, capisco benissimo le ragioni storiche che hanno provocato tutto ciò.
Un riflesso vermiglio guizzava sul viso di Vasilisa e sui fermagli delle sue bretelle. Karas',
deliziosamente infiacchito dal cognac, cominciava a sonnecchiare, sforzandosi di conservare sul viso
un'espressione di cortese attenzione...
- Ma, ne converrà anche lei, da noi in Russia, in un paese indubbiamente tra i più arretrati, la
rivoluzione è già degenerata in rivolta alla Pugaciov... Guardi quel che sta accadendo... In un paio d'anni
ci è venuto meno qualsiasi appoggio della legge, la benché minima difesa dei diritti dell'uomo e del
cittadino. Gl'inglesi dicono...
- Hm, gli inglesi... essi, certo, - borbottò Karas', sentendo che una soffice parete cominciava a
separarlo da Vasilisa.
- ... Ma qui come si fa a dire "La tua casa è la tua fortezza", se, quando sei ben chiuso nel tuo
appartamento, niente ti garantisce che una banda sul tipo di quella che è stata da me oggi non ti privi non
solo dei beni, ma forse, addirittura della vita?
- Facciamo un bell'impianto di segnalazione e rafforziamo le imposte delle finestre, - rispose non
molto a proposito Karas', con voce sonnolenta.
- Ma senta, Fiodor Nikolaevic! Non si tratta solo della segnalazione, caro mio. Non c'è segnalazione
che valga a fermare lo sfacelo e la disgregazione che si sono annidati nelle anime degli uomini. Ma scusi,
la segnalazione è un caso particolare; e se, supponiamo, si guasta?
- La ripareremo, - rispose Karas', felice e beato.
- Ma non si può mica organizzare tutta la vita su un sistema di segnalazioni e sulle rivoltelle. Non si
tratta di questo. Io parlo in generale, generalizzando, per così dire, il caso. Il fatto è che è scomparsa la
cosa essenziale, il rispetto per la proprietà. E se è così, è finito tutto. Se è così, siamo perduti. Io sono un
convinto democratico per natura e vengo dal popolo. Mio padre era un semplice caposquadra delle
ferrovie. Tutto quello che vede qui e tutto quello che oggi mi hanno portato via quei furfanti, tutto è stato
guadagnato e fatto esclusivamente con le mie mani. E mi creda, io non ho mai difeso il vecchio regime, al
contrario, le confesserò in segreto che sono democratico costituzionale, ma adesso, che ho visto coi miei
occhi dove tutto ciò va a finire, le giuro che si viene formando in me la fatale convinzione che una cosa
sola ci può salvare...
Da un punto al di là del soffice panno che fasciava Karas', giunse un sussurro... - l'autocrazia. Sì... La
peggiore dittatura che si possa immaginare... L'autocrazia...
"Ha preso l'aire!" pensava, beato, Karas'. - Hm, l'autocrazia è un affar serio. Eh, eh!... - mormorò
attraverso la bambagia che l'avvolgeva.
- Ah, du-du, du-du, "habeas corpus", ah, du-du, du-du... Ahi, du-du... - borbottava la voce attraverso
la bambagia, - ah, du-du-du, sbagliano se credono che un simile stato di cose possa durare a lungo, ahi,
du-du-du e acclamano "Per molti anni". Nossignori. Questo non durerà molti anni e sarebbe ridicolo
pensare che...
- Fortezza di Ivangorod, - il defunto comandante in colbacco di pelo interruppe improvvisamente
Vasilisa,
- per molti anni!
- E Ardagan e Kars, - confermò Karas' nella nebbia,
- per molti anni!
Il rispettoso risolino a scatti di Vasilisa giunse da lontano.
- Per molti anni! ! -
cantavano giulive le voci nella testa di Karas'!
16.

"Per molti anni. Per molti anni


Mo-o-o-o-o-lti a-a-a-anni..."

proclamarono i novi bassi del famoso coro di Tolmasevskij.

"Mo-o-o-olti - a-a-a-a-nni..."

ripresero e modularono le cristalline voci bianche.

"Molti... Molti... Molti..."

e fra il trillo dei soprani il coro avvitò la parola nella cupola.
- Guarda! Guarda! E' proprio Petljura...
- Guarda, Ivan...
- Oh, balordo... Petljura è già sulla piazza...
Nelle tribune del coro centinaia di teste si ammassavano una sull'altra, schiacciandosi fra di loro,
penzolavano dalle balaustrate tra le antiche colonne, coperte di affreschi neri. Girandosi, agitandosi,
premendo, schiacciandosi l'un l'altra, esse s'avvicinavano alla balaustrata, cercando di guardare
nell'abisso della cattedrale, ma centinaia di teste, come mele gialle, formavano un triplice fitto strato.
Nell'abisso fluttuava una greve ondata di migliaia di teste e sopra di essa s'addensavano, arroventandosi,
il sudore e il vapore, il fumo dell'incenso e di centinaia di candele, la fuliggine delle pesanti lampade
appese alle catene. Una pesante cortina grigio-azzurra scivolò lungo gli anelli cigolanti e chiuse la Porta
regia scolpita, rabescata, di un metallo vecchio di secoli, scuro e fosco come tutta la fosca cattedrale di
Santa Sofia. Gli stoppini infocati delle candele nei grandi lampadari sfrigolavano, oscillavano, esalavano
soltanto un filo di fumo perché non avevano aria a sufficienza. Nella cappella dell'altare regnava
un'inverosimile confusione. Dalle porte laterali dell'altare, pianete dorate si riversavano sulle lastre di
granito consunte, sventolavano stole di diaconi. Da scatole rotonde di cartone uscivano cappe violacee,
dalle pareti, ondeggiando, venivano staccati gli stendardi. La terribile voce di basso del protodiacono
Serebrjakov mugghiava tra la calca. Una pianeta senza testa, senza braccia, che volteggiava curva sopra
la folla, affondò a un tratto, dopo di che, una dopo l'altra, emersero le maniche di una veste talare
ovattata. Fazzoletti a quadri sventolavano, s'attorcigliavano come corde.
- Padre Arkadij, si copra ben bene le guance, fa un freddo atroce, permetta che l'aiuti.
Gli stendardi s'inchinavano nel varcare porte, come bandiere di vinti, bruni volti d'immagini e
misteriose parole dorate passavano, strascichi spazzavano il pavimento.
- Fatevi in là...
- Ma dove, "batjuska"?
- Man'ka! Ci schiacciano...
- Ma di chi? - (voce di basso, in un sussurro). - Della Repubblica popolare ucraina?
- E chi diavolo lo sa... - (sussurro).
- Se non è zuppa, è pan bagnato...
- Attenzione...

"Per molti anni!!!

tuonò il coro, spandendosi per tutta la cattedrale... Il grasso, paonazzo Tolmasevskij spense il cero
sottile e ripose in tasca il suo diapason. Il coro, in vesti brune lunghe fino ai calcagni, con galloni dorati,
cominciò a uscire dalle buie, cupe gallerie; passarono ondeggiando le testoline delle voci bianche, rapate
a zero e come calve, poi i bassi con i pomi d'Adamo e le teste cavalline dondolanti. Da tutti i
pianerottoli, a valanghe, addensandosi, pigiandosi, la gente cominciò a vorticare, a rumoreggiare.
Dalla cappella fluivano cotte di diaconi, teste fasciate quasi avessero mal di denti, con occhi
sbigottiti, berrette viola, come di pupazzi. Padre Arkadij, priore della cattedrale, un ometto esile che
inalberava sopra il grigio fazzoletto a quadri una mitra scintillante di gemme, si lasciava trasportare dalla
corrente, camminando a passettini. Gli si leggeva lo sgomento negli occhi, gli sussultava la barbetta.
- Ci sarà la processione. Fatti avanti, Mit'ka.
- Piano, voialtri! Dove andate? Schiaccerete i preti...
- E se lo meriterebbero.
- Gente!! Hanno travolto un bambino...
- Non capisco nulla...
- Se non capisce, se ne vada pure a casa, perché qui non ha da far niente...
- M'hanno rubato il portamonete!!!
- Permetta, sono dei socialisti. Dico bene? Che c'entrano, allora i preti?
- Guardi meglio.
- Da' ai preti un bel bigliettone e diranno messa per il diavolo.
- Adesso bisognerebbe andare al mercato e dar l'assalto alle botteghe degli ebrei. E' il momento
buono...
- Io non parlo la sua lingua...
- Strozzano una donna, la strozzano...
- Aha-a-a-a... Aha-a-a...
Dagli spazi laterali dietro le colonne, dalle gallerie del coro, di gradino in gradino, spalla contro
spalla, non c'era modo di voltarsi, di fare un solo passo; s'era trascinati verso le porte, come in un
vortice. Giullari bruni di un'epoca sconosciuta, con grossi polpacci, sfilavano sugli antichi affreschi delle
pareti, danzando e suonando il piffero. Da tutti i varchi, con un frastuono confuso che rimbombava,
passava una folla semisoffocata, intontita dall'acido carbonico, dal fumo e dall'incenso. Ogni momento
dalla massa venivan fuori brevi dolorosi strilli di donne. I borsaioli con sciarpe da collo nere,
lavoravano sodo, assiduamente, introducendo nei viluppi di carne umana pigiata e appiccicata insieme le
loro mani sapienti di virtuosi. Migliaia di piedi scricchiolavano, la folla bisbigliava, frusciava.
- Signore, Dio mio...
- Cristo Gesù... Regina del cielo, Madre...
- Mi rincresce d'esser venuto. Cosa sta succedendo?
- Va' a morire ammazzato, mascalzone.
- Il mio orologio, cari, un orologio d'argento. L'avevo comprato ieri...
- Bella liturgia, è proprio il caso di dirlo...
- Ma in che lingua hanno detto messa? Non riesco a capire, cari miei.
- Nella lingua divina, buona donna.
- Hanno severamente proibito di parlare in lingua moscovita.
- Come sarebbe a dire? Dunque non è più permesso parlare nella lingua materna degli ortodossi?
- Per portarmi via gli orecchini, m'hanno strappato mezzo orecchio...
- Acchiappate il bolscevico, cosacchi! Una spia! Una spia bolscevica!
- Qui non siamo in Russia, signor mio.
- Dio mio, con le code... Guarda, Marusja, come sono gallonati...
- Mi sento male...
- C'è una donna che si sente male.
- Tutti si sentono male, cara lei. Per tutti le cose vanno malissimo. Mi cavate gli occhi, gli occhi, non
spingete. Siete impazziti, maledetti?!...
- Via di qui. Tornate in Russia! Via dall'Ucraina!
- Ivan Ivanovic, qui adesso ci vorrebbero le squadre della polizia, come nelle grandi ricorrenze, si
ricorda?... Oh, oh!
- Lei ha la nostalgia di Nicola il sanguinoso[49]? Sappiamo, sappiamo tutti che idee ha in testa.
- Mi lasci stare, in nome di Cristo. Io non le faccio niente.
- Signore Iddio, purché si arrivi presto all'uscita... per prendere una boccata d'aria fresca.
- Non ce la faccio. Muoio.
Dall'uscita principale la gente scaturiva e premeva, vorticando, buttandosi avanti, chi lasciava cadere
il berretto, chi urlava, chi si faceva il segno della croce. Dalla seconda uscita laterale, dove in un attimo
avevano sfondato due vetri, irruppe, acciaccata e stordita, la processione, tutta oro e argento, insieme col
coro. Macchie d'oro galleggiavano tra la massa nera, emergevano calotte di preti e mitrie, gli stendardi
inclinati uscivano dalle vetrate, si raddrizzavano e procedevano.
Faceva un gran freddo. La Città fumigava. Il cortile della cattedrale cricchiava sotto le migliaia di
piedi che lo calpestavano. Il vapore del gelo aleggiava nell'aria ghiaccia, saliva verso il campanile. La
pesante campana del campanile maggiore di Santa Sofia rimbombava, cercando di coprire tutta quella
terribile, vociante baraonda. Le campane piccole gagnolavano, squillando discordi e intermittenti, come
se Satana si fosse arrampicato sul campanile e il diavolo stesso, in sottana da prete, facesse baccano per
divertirsi. Dalle finestrelle nere del campanile a più piani, che un tempo aveva accolto suonando a
stormo i tartari dagli occhi obliqui, si vedevano le piccole campane che si agitavano e gridavano, come
cani furiosi incatenati. Il gelo scricchiava, fumigava. L'anima si scioglieva, in essa entrava una gran pace,
e nero nero il popolino si riversava nel cortile della cattedrale.
I mendicanti, nonostante il freddo intenso, con le teste nude, calve come zucche mature o coperte di
una folta peluria arancione, s'erano già seduti uno accanto all'altro alla turca lungo il sentiero lastricato
che portava al grande ripiano del campanile antico e cantavano con voci nasali.
I ciechi cantori e suonatori di ghironda straziavano l'anima con la dolente canzone del Giudizio
Universale; i loro laceri berretti a visiera giacevano in terra capovolti. Vi cadevano, come foglie, sudici
rubli di carta ucraini e dai berretti occhieggiavano logore monetine da dieci copeche.

"Ohi, quando arriva la fine del mondo,
Si avvicina il Giudizio Universale..."

Suoni terribili, che stringevano il cuore, salivano dalla terra scricchiolante, sprigionandosi, nasali e
striduli, dalle bandure dai denti gialli con il manico storto.
- Fratellini, sorelline, prestate attenzione alla mia miseria. Date, in nome di Cristo, quel che vi
piacerà di dare.
- Corra in piazza, Fedosej Petrovic, se no facciamo tardi.
- Ci sarà la preghiera di ringraziamento.
- La processione.
- La funzione propiziatoria per la vittoria e per il sopravvento dell'esercito popolare ucraino
sull'esercito rivoluzionario.
- Scusi, che vittoria e che sopravvento? Hanno già vinto.
- Vinceranno ancora!
- Faranno una campagna.
- Contro che cosa?
- Contro Mosca.
- Quale Mosca?
- Quella di sempre.
- Vorrebbero, ma non ce la faranno.
- Come ha detto? Ripeta, che cosa ha detto? Ragazzi, sentite quello che ha detto!
- Io non ho detto nulla!
- Piglialo, piglialo, è un ladro, piglialo!
- Corri, Marusja, attraverso quel portone, di qui non passiamo. Dicono che Petljura è sulla piazza.
Andiamo a vedere Petljura.
- Stupida, Petljura è nella cattedrale.
- La stupida sei tu. Egli monta un cavallo bianco, così dicono.
- Viva Petljura! Viva la Repubblica popolare ucraina...
- Don... don... don... Don-don-don... Tirli-bom-bom. Don-bom-bom, - impazzivano le campane.
- Guardate i poveretti, ortodossi, brava gente... Date al cieco... allo storpio...
Nero, col sedere rivestito di cuoio, simile a uno scarabeo spezzato, un uomo senza gambe arrancava,
fra i piedi della gente, aggrappandosi coi guantoni alla neve calpestata. Gli sciancati, gli storpi facevano
mostra delle loro piaghe sui ginocchi lividi, scotevano le teste come se soffrissero di un tic o di paralisi,
roteavano gli occhi biancastri, fingendo d'esser ciechi. Tormentando l'anima, affliggendo il cuore,
evocando la miseria, l'inganno, la disperazione, la barbarie senza scampo delle steppe, le maledette
ghironde cigolavano come ruote, gemevano, ululavano tra la calca.
- Torna indietro, orfanello, se no andrai lontano...[50]. Vecchie scarmigliate, traballanti sulle grucce,
tendevano le mani scarne e incartapecorite e urlavano:
- Bellezza senza eguali! Iddio ti dia la salute.
- Signora, abbi pietà d'una vecchia, d'una povera infelice.
- Colombelli cari, il Signore Iddio non vi abbandonerà... Accattone dai piedi piatti, donne in
caffettano e cuffia con i paraorecchi, contadini con berretti di pelo di montone, ragazze dalle guance
rosse, impiegati a riposo con polverose tracce di coccarde, donne anziane dal ventre sporgente come un
promontorio, ragazzini svelti, cosacchi in pastrano, in berretti con la parte superiore azzurra, rossa,
verde, cremisi, con un gallone, con nappine dorate simili a quelle che adornano gli angoli delle bare,
dilagavano come una fiumana nera nel cortile della cattedrale, ma dalle porte del tempio continuavano a
sgorgare nuove ondate. All'aria aperta la processione riprese animo, ricuperò le forze, si riorganizzò,
serrò le file e in buon ordine cominciarono a sfilare teste nude, nei fazzoletti a quadri, mitre e calotte,
criniere fluenti di diaconi, cappe di monaci, croci aguzze su aste dorate, stendardi di Cristo Salvatore e
della Madonna col Bambino, e sfilarono drappi caudati, traforati, trapunti, dorati, cremisi, con scritte in
caratteri veteroslavi.
Come una grigia nube dal ventre di serpente che si spande per la città, o come bruni, torbidi fiumi
scorrenti per le vecchie strade, così l'innumerevole esercito di Petljura va alla parata sulla piazza
dell'antica Santa Sofia.
Prima di tutte, lacerando l'aria gelida col fragore delle trombe, battendo i piatti luccicanti, tagliando
la fiumana nera del popolo, passò in file serrate la divisione azzurra.
In pesanti cappotti blu, in berretti di persiano dalla calotta azzurra spavaldamente portati sulle
ventitre, passarono i galiziani. Due labari bicolori, inclinati tra spade sguainate, seguivano la numerosa
banda di strumenti a fiato, e dietro i labari, calpestando in cadenza la neve cristallina, avanzavano
baldanzose le file di soldati, vestiti di panno di buona qualità, sebbene tedesco. Dietro al primo
battaglione venivano i neri in lunghi gabbani, stretti alla cintola da cinghie, e con gli elmi a forma di
catinella in testa e la boscaglia bruna delle baionette, come una nube irta di punte, andava alla parata.
In schiere interminabili procedevano i grigi, laceri reggimenti dei tiratori della Sec'. Passavano i
reparti cosacchi dei "gajdamaki", a piedi, uno dietro l'altro, e fra i battaglioni, caracollando, cavalcavano
i prodi comandanti dei reggimenti, dei reparti e delle compagnie. Le balde marce vittoriose erano una
chiassosa macchia d'oro nella fiumana colorata.
Dietro la fanteria, a trotto leggero, sobbalzando in sella, cominciarono ad affluire i reggimenti di
cavalleria. Gli sgualciti colbacchi portati di sghimbescio, con i cocuzzoli azzurri, verdi, rossi, adorni di
nappine dorate, colpivano, abbagliandoli, gli occhi del popolo entusiasta.
Le lance guizzavano come aghi, fissate con cappi al braccio destro. I "buncuki"[51] allegramente
tintinnanti si dimenavano in mezzo alla cavalleria; e spinti dal fragore delle trombe i cavalli dei
comandanti e dei trombettieri si lanciavano avanti. Grasso, allegro, Bolbotun sembrava rotolare come
una palla davanti ai suoi cosacchi, offrendo al gelo la bassa fronte luccicante di sego e le gioconde
guance paffute. La giumenta fulva, guardando di sbieco con l'occhio iniettato di sangue, rodendo il morso,
schiumando, s'inalberava e di continuo scuoteva il pesantissimo Bolbotun, la cui scimitarra tinniva
sbattendo nel fodero, e il colonnello pungeva lievemente con gli sproni i sodi fianchi nervosi.

"Poiché i superiori sono con noi,
Sono con noi come con fratelli."

abbandonandosi alla melodia cantavano e saltavano al trotto gli ardimentosi "gajdamaki" e
scuotevano i loro ciuffi colorati. Sventolando la bandiera giallo-azzurra bucata dalle pallottole, al suono
dell'armonica passò il reggimento comandato dal colonnello Kozyr'-Lesko, nero, coi baffi a punta, su un
enorme cavallo. Il colonnello era cupo, guardava di traverso e frustava la groppa del suo stallone. Aveva
di che essere arrabbiato, il colonnello: le raffiche di mitraglia di Naj-Turs nel mattino nebbioso, sul
rettifilo della strada Brest-Litovskij avevano decimato i suoi reparti migliori e il reggimento procedeva
al trotto e sboccava sulla piazza in file diradate.
Dietro Kozyr' arrivò, baldanzoso e non sconfitto da nessuno, il reparto cosacco di cavalleria del Mar
Nero, intitolato all'etmano Mazeppa. Il nome del glorioso etmano, che per poco non aveva ucciso
l'imperatore Pietro presso Poltava, scintillava in lettere d'oro sulla seta azzurra.
Una massa enorme di popolo si assiepava contro i muri grigi e gialli delle case, la gente spingeva e
saliva sui paracarri, i ragazzini si arrampicavano sui lampioni e sedevano sulle traverse, stavano in piedi
sui tetti, fischiavano, strillavano: urrà... urrà...
- Evviva! Evviva! - gridavano dai marciapiedi.
Visi appiattiti come pizze si affollavano dietro i vetri dei balconi e delle finestre.
I vetturini, cercando di non perdere l'equilibrio, salivano a cassetta delle slitte e brandivano le fruste.
- Parlavano di bande... Eccotele le bande! Urrà!
- Evviva! Gloria a Petljura! Gloria al nostro Padre!
- Urrà...
- Manja, guarda, guarda... E' Petljura, guarda, sul cavallo grigio! Com'è bello...
- Che dice, madame, è un colonnello.
- Ah, sì? E dov'è Petljura?
- Petljura sta ricevendo nel Palazzo gli ambasciatori francesi venuti da Odessa.
- Ma no, signore, è diventato matto? Che ambasciatori?
- Dicono che Petljura, Piotr Vasil'evic, - (sottovoce), - sia a Parigi. Eh, ha visto?
- Altro che bande... un milione di soldati.
- Dov'è Petljura? Cari miei, dov'è Petljura? Potessimo dargli almeno un'occhiata!
- Petljura, signora, sta passando in rivista le truppe sulla piazza.
- Nemmeno per sogno. Petljura è a Berlino e si presenta al presidente per concludere un'alleanza.
- A quale presidente?! Senta, lei fa il provocatore.
- Al presidente di Berlino. In occasione della repubblica...
- L'avete visto? L'avete visto? Com'è imponente... E' passato in carrozza per il vicolo Ryl'skij. Sei
cavalli...
- Scusi, lui crede forse negli arcipreti?
- Non dico che crede o non crede... Dico che è passato e nient'altro. Interpreti lei il fatto...
- Il fatto è che i preti in questo momento celebrano una funzione...
- Coi preti si è più sicuri...
- Petljura. Petljura. Petljura. Petljura. Petljura...
Si sentiva uno strepito di ruote pesantissime, un rombo di affusti di cannoni; dietro ai dieci reparti di
cosacchi a cavallo l'artiglieria si snodava serpeggiando e non se ne vedeva la fine. Passavano grossi,
ottusi mortai, sottili obici; i serventi sedevano sugli affusti, allegri, pasciuti, vittoriosi e i conducenti
cavalcavano con calma e sussiego. Grossi cavalli robusti, ben nutriti, dalle groppe sode e cavallucci da
contadini, avvezzi al lavoro, simili a pulci gravide, avanzavano tendendo i muscoli e allungando il collo.
L'artiglieria da montagna passava rombando, e i cannoncini sobbalzavano, circondati da gagliardi
cavalieri.
- Eh... eh... altro che quindicimila... Perché ci hanno raccontato frottole?... Quindicimila, un bandito,
lo sfacelo... Oh Dio, non si riesce a contarli... Ancora una batteria... e un'altra... e un'altra...
La folla premeva e premeva Nikolka, ed egli, affondando il naso adunco nel bavero del pastrano da
studente, s'infilò finalmente in una nicchia del muro, e qui s'installò. Un'allegra donnetta in stivali di feltro
già si trovava nella nicchia e tutta contenta disse a Nikolka:
- Si regga a me, signorino, io mi reggerò ai mattoni, se no cascheremo giù.
- Grazie, - bofonchiò tristemente Nikolka nel bavero coperto di brina, - io mi reggerò al gancio.
- Dove sarà, Petljura? - disse la donnetta loquace, - ohi, voglio vedere Petljura. Dicono che sia di una
bellezza indescrivibile.
- Già, - mugolò evasivamente Nikolka di sotto al bavero di astrakan, - indescrivibile. "Ancora una
batteria... Accidenti... Già, già, adesso capisco"...
- Dicono che è passato di qui in automobile... Lei non l'ha visto?
- E' a Vinnica, - rispose Nikolka con voce asciutta e sepolcrale, movendo le dita dei piedi che gli
s'eran gelate negli stivali. "Maledizione, perché non mi sono messo gli stivali di feltro. Che freddo".
- Guarda, guarda, Petljura.
- Ma che Petljura, è il capo della polizia.
- Petljura ha la sua residenza a Belaja Cerkov'. Adesso Belaja Cerkov' sarà la capitale.
- Ma nella Città non verrà, scusi se glielo chiedo?
- Verrà a suo tempo.
- Già già!...
Strepito, strepito, strepito. Sordi rimbombi di grancasse arrivavano dalla piazza di Santa Sofia e per
la via, minacciando con le mitragliatrici dalle feritoie, movendo le pesanti torrette, strisciavano già
quattro terribili autoblindo. Ma il rubicondo entusiasta Straskevic non c'era più all'interno. Giaceva
tuttora, non portato via e non più rubicondo, ma di color giallo sporco, immobile a Pecersk, nel parco
Mariinskij, subito dopo la porta. Aveva sulla fronte un forellino, e un altro, con un po' di sangue
raggrumato, l'aveva dietro l'orecchio. I piedi nudi dell'entusiasta spuntavano dalla neve ed egli fissava
con occhi vitrei il cielo attraverso i rami nudi degli aceri. Intorno regnava un gran silenzio, nel parco non
c'era anima viva e anche per la strada si vedeva di rado qualcuno; la musica non arrivava fin lì
dall'antica Santa Sofia e perciò il viso dell'entusiasta era perfettamente tranquillo.
Gli autoblindo rombando, fendendo la folla, scomparvero nella fiumana là dove sedeva a cavallo
Bogdan Chmel'nickij[52]e col suo bastone di etmano, nero sullo sfondo del cielo, indicava il nord-est. Il
suono della campana continuava a diffondersi in una densissima ondata oleosa sui colli e sui tetti della
città, coperti di neve, il tamburo rimbombava tra la calca e i ragazzini in preda a un'allegra eccitazione si
arrampicavano fino agli zoccoli del nero Bogdan. Ma per le vie già sferragliavano gli autocarri, tra un
cigolare di catene, e sulle loro piattaforme, in pelliccioni ucraini, di sotto ai quali spuntavano le gonne a
righe di vari colori, c'erano ragazze con corone di paglia in testa e giovanotti in brache azzurre sotto ai
pelliccioni, e cantavano in coro a mezza voce...
Ma nel vicolo Ryl'skij in quel momento rintronò una salva. Prima della salva strilli di donne tra la
folla avevano vorticato come un turbine di neve. Qualcuno era accorso, urlando:
- Oh, Dio mio!
Una voce rotta, frettolosa, rauca, aveva gridato:
- Li conosco. Pigliali! Ufficiali. Sono ufficiali. Ufficiali... Li ho visti io con le spalline!
I giovani di un plotone del decimo reparto cosacco Rada che sostava in attesa di sbucare sulla piazza,
smontarono in fretta da cavallo, si fecero largo tra la folla, acciuffando qualcuno. Le donne strillavano. Il
capitano Plesko, afferrato per le braccia, gridava con voce fioca, isterica:
- Non sono un ufficiale. Nemmeno per sogno. Nemmeno per sogno. Che vi prende? Io sono un
impiegato di banca.
Ne presero un altro accanto a lui e questi, bianco, taceva e si contorceva fra le loro braccia.
Poi, come da un sacco spaccato, pigiandosi l'un l'altro, la folla eruppe nel vicolo. La gente scappava,
fuori di sé dal terrore. Un posto rimase completamente sgombro e tutto bianco, con una sola macchia: un
berretto, buttato via da qualcuno. Nel vicolo lampeggiarono e rintronarono gli spari e il capitano Plesko,
tre volte apostata, pagò la sua curiosità per le parate. Giacque supino presso il giardinetto della casa
parrocchiale di Santa Sofia, con le braccia aperte, e l'altro, silenzioso, cadde ai suoi piedi e col viso
riverso sul marciapiede. E subito dopo strepitarono i piatti dall'angolo della piazza, la gente affluì di
nuovo, la banda riprese a suonare. Una voce vittoriosa tagliò l'aria: - Avanti marsc! - E una fila dietro
l'altra, in uno scintillio di galloni con pennacchi, il reparto a cavallo Rada si rimise in marcia.

Inaspettatamente nello spazio tra le cupole lo sfondo grigio si squarciò e nella torbida bruma apparve
il sole. Era grande come nessuno l'aveva mai visto in Ucraina, e completamente rosso come sangue
schietto. Dalla sfera, che a stento raggiava attraverso la cortina delle nuvole, lentamente e lontano si
allungarono strisce di sangue raggrumato e di siero. Il sole colorò di sangue la cupola maggiore di Santa
Sofia e sulla piazza si proiettò una strana ombra, così che in questa ombra Bogdan divenne viola e la
moltitudine di gente smarrita si fece ancora più nera, più fitta, più sgomenta. E si videro degli uomini
grigi, con spavalde cinghie alla cintura, che salivano lungo la roccia su una scala e con baionette
tentavano di far scomparire l'iscrizione che spiccava sul granito nero. Ma inutilmente: le baionette
scivolavano sul granito e non facevano presa. E il galoppante Bogdan dava strappate furiose al cavallo,
cercando di volar via da coloro che gli pesavano sugli zoccoli. Il suo viso, rivolto alla sfera rossa, era
furibondo e come sempre col suo bastone di etmano egli indicava l'orizzonte lontano.
E in quel momento sopra la folla che si raccoglieva rumoreggiando di fronte a Bogdan, un uomo fu
sollevato a braccia sulla vasca gelata e scivolosa della fontana. Indossava un cappotto scuro col bavero
di pelliccia e, nonostante il freddo, s'era tolto il berretto e lo teneva in mano. La piazza continuava a
ronzare e a brulicare, come un formicaio, ma il campanile di Santa Sofia taceva e le bande militari se
n'erano andate in direzioni diverse per le vie gelate. Ai piedi della fontana s'era radunata una grande
folla.
- Pet'ka, Pet'ka. Chi hanno alzato?...
- Petljura, sembra.
- Petljura tiene un discorso...
- Non racconti frottole... E' un semplice oratore...
- Marusja, un oratore. Guarda... guarda...
- Leggono un proclama...
- Macché, leggeranno l'Universale[53].
- Evviva la libera Ucraina!
L'uomo che era stato sollevato guardò ispirato al disopra della massa di migliaia di teste fissando il
punto in cui sempre più chiaramente sbucava fuori il disco solare e indorava le croci di un denso oro
rosso; poi alzò il braccio e gridò con voce fioca:

- Gloria al popolo!
- Petljura... Petljura.
- Ma che Petljura. Che cosa dice?
- Perché Petljura salirebbe sulla fontana?
- Petljura è a Char'kov.
- Petljura s'è recato adesso adesso al palazzo per il banchetto...
- Non racconti storie, non ci sarà nessun banchetto.
- Gloria al popolo! - ripeteva l'uomo e subito dopo una ciocca di capelli biondo chiaro gli piovve
sulla fronte.
- Silenzio!
La voce dell'uomo biondo si rafforzò e si poté udire chiaramente attraverso il fragore e lo scalpiccio
dei piedi, attraverso il brusio e la risacca della folla, attraverso i lontani colpi dei tamburi.
- Ha visto Petljura?
- Certo, Dio buono, adesso adesso.
- Fortunata lei. E com'è? Com'è?
- Ha i baffi neri all'insù, come Guglielmo, e ha l'elmo in testa. Ma ecco, eccolo, guardi, guardi, Mar'ja
Fiodorovna... guardi, guardi - sta arrivando a cavallo...
- Ma lei diffonde apposta notizie false! Quello lì è il comandante dei pompieri della Città.
- Signora, Petljura è nel Belgio.
- E perché mai è andato nel Belgio?
- Per fare un'alleanza con gli alleati...
- Macché! E' andato or ora con la scorta alla Duma.
- Perché?
- Per il giuramento...
- Lui giurerà?
- Perché dovrebbe giurare? Presteranno giuramento a lui.
- Be', io piuttosto morrei, - (bisbiglio), - ma non giurerei...
- Ma lei non deve mica giurare... Le donne le lasceranno stare.
- Se la prenderanno con gli ebrei, questo è sicuro...
- E con gli ufficiali. Gli caveranno fuori le budella, a tutti quanti.
- E anche agli agrari. Abbasso!!
- Zitto!
L'uomo biondo con una terribile angoscia negli occhi e nello stesso tempo con fermezza indicò il
sole.
- Voi avete sentito, cittadini, fratelli e compagni, - cominciò, - come i cosacchi hanno cantato :
"Poiché i capi sono con noi, sono con noi come con fratelli". Con noi. Essi sono con noi! - l'uomo si batté
col berretto il petto, sul quale rosseggiava un grande nastro svolazzante, - con noi. Perché quei capi sono
col popolo, con lui sono nati, e con lui moriranno. Con noi essi hanno patito il freddo nella neve
all'assedio della Città ed ecco l'hanno presa eroicamente e la bandiera rossa già sventola sui palazzi...
- Urrà!
- Che bandiera rossa? Cosa dice? Giallo-azzurra.
- Sono i bolscevichi che l'hanno rossa.
- Zitto! Evviva!
- Ma come parla male l'ucraino.
- Compagni! Davanti a voi sta adesso un nuovo compito: promuovere e rafforzare la nuova
Repubblica indipendente, per la felicità di tutti i lavoratori operai e contadini, perché soltanto essi, che
hanno versato il loro sangue e il loro sudore per la nostra terra natia, hanno il diritto di possederla!
- Giusto! Evviva!
- Hai sentito? Ci chiama "compagni". Roba da matti...
- Zitto.
- Perciò, cari cittadini, giuriamo qui nell'ora felice della vittoria popolare, - gli occhi dell'oratore
cominciavano a luccicare, sempre più commosso egli tendeva le braccia verso il cielo denso e sempre
meno comparivano parole ucraine nel suo discorso, - e giuriamo che non deporremo le armi fino a
quando la bandiera rossa, simbolo di libertà, non sventolerà su tutto il mondo dei lavoratori.
- Urrà! Urrà! Urrà!... Inter...
- Vas'ka, chiudi il becco. Sei diventato scemo?
- Scur, che dice? Zitto!
- Com'è vero Iddio, Michail Semenovic, non resisto più, avanti... maled...[54]
Le nere basette alla Onegin scomparvero nel folto del bavero di castoro e si vedeva soltanto gli occhi
lampeggiare, allarmati, rivolti verso l'entusiastico soldato ciclista pigiato fra la folla, occhi stranamente
simili a quelli del defunto sottotenente Spoljanskij, morto durante la notte del 14 dicembre. Una mano in
guanto giallo si tese e strinse il braccio di Scur.
- Va bene, va bene, non lo farò più, - borbottò Scur, divorando con gli occhi l'uomo biondo.
Ma questi, ormai padrone di sé e della massa nelle file più vicine, gridava:
- Evviva i sovieti dei deputati operai, contadini e cosacchi. Evviva...
Il sole si spense a un tratto e l'ombra calò sulle cupole di Santa Sofia; il viso di Bogdan si stagliava
nitido e così pure quello dell'uomo. Si vedeva saltellare il ciuffo chiaro sulla sua fronte...
- Aha, aha, - mormorò la folla...
- ... i sovieti dei deputati operai, contadini e soldati rossi. Proletari di tutti i paesi, unitevi...
- Come? Come? Cosa?... Gloria!!
Nelle ultime file alcune voci maschili e una, sottile e sonora, intonarono: "Se morirò..."
- Urrà! - gridarono vittoriosamente in un altro punto. All'improvviso in un terzo punto scoppiò una
baraonda.
- Piglialo! Piglialo! - strillò una voce maschile chioccia, rabbiosa e piagnucolosa. - Piglialo. E' un
provocatore. Un bolscevico! Un moscovita. Piglialo! Avete sentito quel che ha detto...
Nell'aria si levarono delle braccia. L'oratore si piegò da un lato, poi scomparvero le sue gambe, il
ventre, scomparve anche la testa ch'egli aveva coperto col berretto.
- Piglialo! - gridava in risposta alla prima, una seconda voce sottile di tenore. E' un falso oratore.
Prendetelo, ragazzi, prendetelo, cittadini.
- Ah, ah, ah. Fermi! Chi? Chi hanno preso? Chi? Nessuno!!!
Il possessore della voce sottile di tenore si slanciò verso la fontana, facendo con le mani dei
movimenti come se avesse preso un grande pesce viscido. Ma lo sprovveduto Scur in giaccone di cuoio e
berretto con paraorecchi gli si parò davanti urlando: - Piglialo! - e a un tratto sbraitò:
- Fermi, ragazzi, hanno fregato un orologio!
A una donna pestarono un piede ed essa cacciò un urlo terribile.
- L'orologio di chi? Dove? Bugiardo, non scapperai!
Qualcuno da dietro afferrò per la cintola il possessore della voce sottile e lo trattenne, nello stesso
momento una grossa mano fredda gli assestò sul naso e sulle labbra un ceffone che pesava una libbra e
mezzo.
- Up! - strillò la voce sottile e il suo possessore si fece pallido come un morto e sentì che la sua testa
era nuda, che non aveva più il berretto. Nello stesso istante un secondo ceffone gli fece veder le stelle, e
qualcuno ululò verso il cielo:
- Eccolo, il ladro, eccolo, figlio d'un cane. Dategliele!
- Ma che fate? - guaì la voce sottile, - perché mi picchiate? Non sono stato io, non sono stato io. Il
bolscevico dovete acchiappare. Oh, oh, - strillò ancora più forte...
- Dio mio, Dio mio, Marusja, corriamo svelte. Cosa sta succedendo?
Tra la folla vicino alla fontana scoppiò un tafferuglio; chi veniva picchiato, chi urlava, la gente
scappava di qua e di là, e, cosa essenziale, l'oratore era scomparso. Era miracolosamente, magicamente
scomparso, come fosse sprofondato sottoterra. Qualcuno fu tratto fuori dalla mischia, ma non
assomigliava neppure da lontano al falso oratore che aveva in testa un berretto nero mentre questo
portava un colbacco di pelo. E dopo tre minuti il trambusto si calmò da sé, come se non fosse mai stato,
perché un nuovo oratore era già stato sollevato a braccia sull'orlo della fontana e da tutte le parti era
accorsa ad ascoltarlo, ingrossando a poco a poco il nucleo centrale, una folla di almeno duemila persone.

Nel bianco vicolo accanto al giardinetto, di dove il popolo curioso era già sfollato seguendo le
truppe che se ne andavano, il ridanciano Scur non resse più e si sedette di colpo sul marciapiede.
- Ohi, non ne posso più, - tuonò, tenendosi la pancia. Il riso sgorgò da lui a scrosci, e i denti bianchi
gli brillavano in bocca, - creperò dal ridere, come un cane. Gesù, Gesù come l'hanno picchiato!
- Non se la prenda troppo comoda, Scur, - disse il suo compagno, lo sconosciuto dal bavero di
castoro che assomigliava come due gocce d'acqua al famoso defunto sottotenente e presidente del Triolet
Magnetico Spoljanskij.
- Vengo, vengo, - rispose Scur, alzandosi.
- Mi dia una sigaretta, Michail Semionovic, - disse il secondo compagno di Scur, un uomo alto in
cappotto nero. Si calcò sulla nuca il berretto di pelo e una ciocca chiara di capelli gli scese sulle
sopracciglia. Aveva il fiato grosso e sbuffava come se morisse dal caldo nonostante il gelo.
- Be'? Se l'è vista brutta? - domandò gentilmente lo sconosciuto, scostando una falda del cappotto e,
tratto fuori un piccolo portasigarette d'oro, offrì all'uomo dai capelli chiari una sigaretta tedesca senza
bocchino; quegli, facendosi scudo con le mani, l'accese alla fiammella del fiammifero e, aspirata una
boccata di fumo, esclamò:
- Uff! Uff!
Poi tutt'e tre si mossero rapidamente, voltarono l'angolo e scomparvero.
Dalla piazza due figure di studenti entrarono in fretta nel vicoletto. Uno piccolo, tarchiato, lindo, con
soprascarpe di gomma luccicanti. L'altro alto, dalle spalle larghe, gambe lunghe a compasso e un passo di
quasi due metri.
Tutt'e due avevano il bavero rialzato fino alla tesa del berretto da studente e quello alto aveva anche
la bocca sbarbata coperta da una sciarpa; non c'era da stupirsi con quel freddo. Tutt'e due, come
obbedendo a un ordine, volsero la testa, gettarono uno sguardo al cadavere del capitano Plesko e all'altro
che giaceva sul ventre, con i ginocchi divaricati e puntati nella terra e, senza fiatare, proseguirono.
Poi, quando dal vicolo Ryl'skij voltarono nella via Zitomirskaja, quello alto si volse al basso e disse
con voce tenorile un po' rauca:
- Hai visto che roba! Hai visto, ti domando?
Il piccolo non rispose, ma fece una smorfia, e mugolò qualcosa come se a un tratto gli facesse male un
dente.
- Non lo dimenticherò finché vivo, - continuò quello alto, camminando a lunghe falcate, - me ne
ricorderò sempre.
Il piccolo lo seguiva in silenzio.
- Grazie della lezione. Be', se una volta mi capiterà d'imbattermi in quella canaglia... dell'etmano... -
Di sotto alla sciarpa uscì un suono rauco - io lo... - e quello alto uscì in un'orrenda imprecazione da far
oscurare il sole e non finì. Sboccati nella Bol'saja Zitomirskaja i due trovarono la strada sbarrata da una
fila di gente che si dirigeva verso il commissariato di polizia Staro-Gorodskoj, dove c'è la torre di
guardia dei pompieri. La strada dalla piazza era, in sostanza, dritta e semplice, ma la Vladimirskaja era
ancora ostruita dalla cavalleria che non aveva fatto in tempo a andar via dalla parata e, come tutti quanti,
la fila aveva dovuto fare un giro. Si apriva essa con uno stuolo di monelli che correvano, sculettavano e
fischiavano a perdifiato. Dopo di loro sul selciato sporco veniva un uomo con gli occhi stralunati dal
terrore e dall'angoscia, in un cappotto a lunghe falde sbottonato e strappato, e senza berretto. Aveva il
viso coperto di sangue e dai suoi occhi scorrevano lacrime. Apriva la bocca larga e gridava con una voce
sottile ma molto rauca, mescolando parole russe e ucraine:
- Voi non avete il diritto! Io sono un noto poeta ucraino. Mi chiamo Gorbolaz. Ho scritto un'antologia
della poesia ucraina. Mi lamenterò col presidente della Rada e col ministro. E' inaudito!
- Picchialo, quella carogna, quel borsaiuolo, - gridavano dai marciapiedi.
- Io, - strillava disperatamente l'insanguinato, voltandosi da tutte le parti, - io, ho tentato di trattenere
il provocatore bolscevico...
- Cosa, cosa, cosa? - vociferavano sui marciapiedi.
- Chi è costui?
- Un attentato a Petljura.
- Cosa?!
- Ha sparato, figlio d'un cane, sul nostro Padre.
- Ma se è ucraino.
- E' un mascalzone, non un ucraino, - borbottò una voce di basso, - rubava i borsellini.
- Fi-iu, - fischiavano con disprezzo i monelli.
- Cosa succede? Con che diritto?
- Hanno acchiappato un provocatore bolscevico. Bisogna ammazzarlo sul posto, quella carogna.
Dietro all'insanguinato avanzava lentamente una folla agitata, s'intravvedeva un gallone dorato su un
colbacco e le punte di due fucili. Un tale, con la vita stretta da una fascia colorata, camminava
dondolandosi a fianco dell'insanguinato e a tratti, quando questi gridava più forte, gli assestava
meccanicamente un pugno sul collo; allora lo sfortunato che era stato tratto in arresto per aver voluto
afferrare l'inafferrabile, taceva e scoppiava in un pianto convulso, ma silenzioso.
I due studenti lasciarono passare la processione. Quando si fu allontanata, quello alto afferrò per il
braccio il piccolino e sussurrò astiosamente:
- Ben gli sta, ben gli sta. Mi si è allargato il cuore. Ti dirò una cosa sola, Karas', i bolscevichi sono
gente in gamba. Lo giuro sul mio onore - sono in gamba. Che bel lavoro! Hai visto come hanno fatto
abilmente sparire l'oratore? E sono coraggiosi. Per questo mi piacciono, per il loro coraggio, figli di
buona donna...
Il piccolo disse sottovoce:
- Se adesso non si beve un bicchiere, tanto vale impiccarsi.
- E' un'idea. Un'idea, - confermò vivacemente quello alto. - Quanto hai?
- Duecento.
- Io centocinquanta. Passiamo da Tamarka, prendiamo un litro e mezzo...
- Sarà chiuso.
- Aprirà.
I due voltarono nella Vladimirskaja, arrivarono a una casetta a due piani con l'insegna:
"Negozio di generi alimentari" e accanto "Cantina Il Castello di Tamara". Scesi alcuni gradini, i due
bussarono cautamente più volte alla doppia porta a vetri.
17.

Lo scopo segreto, al quale Nikolka aveva pensato di continuo durante i tre giorni in cui gli
avvenimenti s'erano abbattuti come macigni sulla famiglia, lo scopo collegato con le enigmatiche ultime
parole dell'uomo disteso sulla neve, questo scopo egli l'aveva raggiunto. Ma per raggiungerlo aveva
dovuto girare per la città tutto il giorno precedente la parata e recarsi almeno in dieci posti diversi. E più
volte durante questo correre di qua e di là aveva smarrito la sua presenza di spirito, s'era scoraggiato e
poi s'era di nuovo ripreso e nonostante tutto era riuscito.
Nell'estrema periferia, in una casupola in via Litovskaja, aveva scovato un uomo del secondo reparto
della compagnia e da lui aveva saputo indirizzo, nome e patronimico di Naj.
Nikolka aveva lottato due ore con le impetuose ondate di popolo, nel tentativo di attraversare la
piazza di Santa Sofia. Ma la piazza non si poteva attraversare, era semplicemente impossibile. Allora
l'intirizzito Nikolka aveva perduto quasi mezz'ora solo per liberarsi dalla morsa e tornare al punto di
partenza, il monastero Michajlovskij. Di qui per la Kostiol'naja, facendo un gran giro per strade e
stradette, aveva tentato di arrivare giù al Krescatik e di là, per vie traverse, alla Malo-Proval'naja. Ma
anche questo era risultato impossibile. Su per la Kostiol'naja, simili a un grosso serpente che si snoda,
passavano, come dappertutto d'altronde, le truppe che andavano alla parata. Nikolka, allora, aveva fatto
un altro giro ancora più lungo e s'era trovato, completamente solo, sulla collina Vladimirskaja. Era corso
per le terrazze e i viali, in mezzo a pareti di neve, spingendosi più avanti. Ed era finito in un piccolo
spiazzo, dove non c'era più tanta neve. Dalle terrazze, tra il mare di neve, si vedeva il Giardino
imperiale, situato sui colli dirimpetto, e più lontano, a sinistra, le sconfinate distese dei campi di
Cernigov nella gran quiete invernale di là dal fiume Dnepr - bianco e solenne tra le sponde.
C'era pace e piena tranquillità, ma Nikolka non poteva pensare alla tranquillità. Lottando con la neve,
aveva superato le terrazze una dopo l'altra e solo ogni tanto s'era meravigliato che qua e là la neve fosse
già calpestata, che ci fossero delle tracce, il che significava che qualcuno vagava sulla Collina anche
d'inverno.
Finalmente egli scese giù per il viale, trasse un sospiro di sollievo vedendo che al Krescatik non
c'erano truppe e si affrettò verso il luogo vagheggiato, cercato: "Malo-Proval'naja 21". Era questo
l'indirizzo che Nikolka era riuscito a procurarsi, indirizzo non scritto ma fortemente impresso nel suo
cervello.

Nikolka era agitato e intimidito... "Di chi e come conveniva chiedere? Non sapevano nulla"... Suonò
il campanello alla porta del villino che si trovava nella parte bassa del giardino. Per un bel po' nessuno
si fece vivo, ma alla fine si sentì ciabattare e la porta fu socchiusa appena appena con la catena. Fece
capolino un viso femminile con gli occhiali a stringi-naso che, dal buio dell'anticamera, domandò
severamente:
- Che cosa vuole?
- Scusi... abitano qui i Naj-Turs?
Il viso femminile s'incupì e prese un'espressione ostile, le lenti scintillarono.
- Non c'è nessun Turs qui, - disse la donna a bassa voce. Nikolka arrossì, si confuse e si rattristò...
- Questo è l'appartamento n. 5...
- Be', sì, - rispose a malincuore e con sospetto la donna, - ma dica che cosa vuole.
- Mi è stato detto che i Turs abitano qui...
Il viso si sporse un po' di più e un occhio scrutatore sbirciò il giardinetto, cercando di scoprire se
c'era qualcun altro oltre a Nikolka... Nikolka notò allora il grasso doppio mento della signora.
- Ma che cosa le occorre? Lo dica a me. Nikolka sospirò e guardandosi intorno, disse:
- E' a proposito di Feliks Feliksovic... Ho delle notizie.
Il viso si trasformò bruscamente. La donna batté le palpebre e chiese:
- Chi è lei?
- Uno studente.
- Aspetti qui, - l'uscio si richiuse con un tonfo e i passi s'allontanarono.
Dopo mezzo minuto si udì dietro l'uscio un battere di tacchi, la porta si aprì completamente e lasciò
entrare Nikolka. La luce penetrava nell'anticamera dal salotto e Nikolka intravvide l'angolo di una soffice
poltrona imbottita e poi la signora con gli occhiali a stringi-naso. Nikolka si tolse il berretto da studente e
subito dopo si trovò davanti un'altra signora smilza e piccola, con un viso che recava le tracce di una
bellezza sfiorita. Da certi tratti irrilevanti e indefinibili, forse dalle tempie, forse dal colore dei capelli,
Nikolka comprese che era la madre di Naj e si spaventò all'idea di doverle comunicare... La signora gli
piantò addosso due occhi imperiosi e sfavillanti, ed egli si smarrì ancora di più. Allato era apparso
qualcun altro, una donna giovane, forse, e anch'essa molto somigliante.
- Su, parli, avanti... - disse insistentemente la madre. Nikolka sgualcì il berretto, volse gli occhi alla
signora e balbettò:
- Io... io...
La signora smilza, la madre, lanciò a Nikolka un'occhiata scura e, come parve a lui, piena di odio, e a
un tratto gridò così forte che il grido riecheggiò nel vetro della porta dietro Nikolka:
- Feliks è morto!
Essa strinse i pugni, li brandì davanti al viso di Nikolka e gridò:
- L'hanno ucciso!... Irina, senti? Hanno ucciso Feliks! Dalla paura Nikolka si sentì venir meno e
pensò, sgomento:
"Ma non ho detto nulla... Dio mio!" La signora grassa con gli occhiali a stringi-naso richiuse
immediatamente la porta alle spalle di Nikolka. Poi svelta svelta corse verso la signora smilza, l'afferrò
per le spalle e frettolosamente bisbigliò:
- Su, Mar'ja Francevna, su, cara, si calmi... - Si piegò verso Nikolka, domandò: - Ma forse non è
così... Oh, Signore!... Dica dunque... Davvero?...
Nikolka non poté dir nulla... Guardava solo sconsolatamente davanti a sé e scorgeva di nuovo
l'angolo della poltrona.
- Zitta, Mar'ja Francevna, zitta, cara... Per carità... La sentiranno... Così ha voluto Dio... - balbettava
la signora grassa.
La madre di Naj-Turs era caduta riversa e gridava: - Sono quattro anni! Quattro anni! E aspetto,
continuo ad aspettare... Aspetto! - A questo punto la giovane da dietro le spalle di Nikolka si gettò verso
la madre e l'afferrò. Nikolka avrebbe dovuto aiutarla, ma all'improvviso s'era messo a singhiozzare
convulsamente, irresistibilmente e non riusciva a frenarsi.
Le finestre erano velate dalle tende, il salotto era in penombra e vi regnava un gran silenzio, nel quale
si sentiva un odore disgustoso di medicine...
Il silenzio fu rotto alla fine dalla giovane - dalla sorella. Volse le spalle alla finestra e si avvicinò a
Nikolka. Egli si alzò dalla poltrona, continuando a tenere in mano il berretto, dal quale non aveva potuto
separarsi in quelle terribili circostanze. La sorella si ravviò macchinalmente un ricciolo di capelli neri,
torse la bocca e chiese:
- Com'è morto?...
- E' morto, - rispose Nikolka con la sua voce più bella, - è morto, sa, come un eroe... Un vero eroe...
Ha spedito via in tempo tutti gli allievi ufficiali, proprio all'ultimo momento, e lui, - Nikolka,
raccontando, piangeva, - e lui li ha coperti col fuoco. E per un pelo non hanno ucciso anche me insieme a
lui. Siamo capitati sotto il fuoco delle mitragliatrici, - Nikolka piangeva e raccontava nello stesso tempo,
- noi... solo in due eravamo rimasti e lui insisteva perché me ne andassi e mi sgridava e sparava con la
mitragliatrice... Da tutte le parti è arrivata la cavalleria, perché ci avevano presi in trappola. Non
esagero, da tutte le parti.
- E se l'avessero solo ferito?
- No, - rispose fermamente Nikolka, asciugandosi occhi, naso e bocca col fazzoletto sporco, - no,
l'hanno ucciso. Io stesso l'ho palpato. Aveva una pallottola nella testa e una nel petto.
S'era fatto ancora più buio, dalla stanza attigua non veniva nessun suono, perché Mar'ja Francevna era
ammutolita e nel salotto, strettamente vicini, sussurravano in tre: la sorella di Naj, Irina, la signora grassa
con gli occhiali a stringi-naso - la padrona dell'appartamento Lidija Pavlovna, come Nikolka era venuto a
sapere -, e lo stesso Nikolka.
- Non ho denaro con me, - sussurrava Nikolka, - se è necessario corro subito a prenderne e poi
andremo.
- Il denaro lo darò io subito, - mormorava Lidija Pavlovna, - il denaro non ha importanza, ma in nome
di Dio, faccia il possibile per riuscire. Irina, con lei non accennare dove lui va e perché... Non so proprio
che cosa si deve fare...
- Io andrò con lui, - sussurrava Irina, - e la spunteremo. A lei dica che l'hanno portato in caserma e
che occorre un permesso per vederlo.
- Sì, sì, è una buona idea...
La signora grassa passò nella camera accanto e di lì si sentì la sua voce che sussurrava, cercando di
persuadere:
- Su, Mar'ja Francevna, rimanga a letto, per favore... Adesso essi andranno a informarsi. L'allievo
ufficiale ha detto che si trova in caserma.
- Sul tavolaccio ?... - domandò una voce squillante e, come parve di nuovo a Nikolka, piena d'odio.
- Ma no, Mar'ja Francevna, è nella cappella, nella cappella...
- Forse giace ancora al crocicchio e i cani lo sbranano.
- Ah, Mar'ja Francevna, cosa dite... Stia a letto, da brava, la supplico...
- La mamma in questi tre giorni è come impazzita... - sussurrò la sorella di Naj e di nuovo gettò
indietro la ciocca ribelle e guardò lontano oltre le spalle di Nikolka, - ma, del resto, adesso tutto è
assurdo.
- Vado con loro, - si sentì dire dalla stanza attigua... Subito, la sorella si riscosse e corse via.
- Mamma, mamma, tu non devi venire. Non devi. L'allievo ufficiale rifiuta di occuparsi della
faccenda, se vieni anche tu. Potrebbero arrestarlo. Rimani a letto, da brava, te ne prego...
- Irina, Irina, Irina, Irina, - si senti dire dalla stanza accanto, - l'hanno ucciso, ucciso e tu che fai? Che
fai? Tu, Irina? Che farò io, adesso che hanno ucciso Feliks? L'hanno ucciso... E giace sulla neve... Ci
pensi?... - I singhiozzi ricominciarono, il letto cigolò e si udì la voce della padrona di casa:
- Su, Mar'ja Francevna, su, poverina, abbia pazienza, abbia pazienza...
- Ah, Signore, Signore, - disse la giovane e attraversò correndo il salotto. Nikolka, in preda alla
paura e alla disperazione, pensò costernato: "E se non lo troviamo, che sarà?"

Davanti alla porta più terribile, dove, nonostante il freddo intenso, si sentiva già un orribile odore
greve, Nikolka si fermò e disse:
- Forse è meglio che lei aspetti qui... Perché... perché di là l'odore è così forte, che potrebbe sentirsi
male.
Irina guardò la porta verde, poi Nikolka, e rispose:
- No, vengo con lei.
Nikolka girò la maniglia della pesante porta ed entrarono. Da principio era tutto buio. Poi si
cominciarono a vedere file e file di attaccapanni vuoti. In alto pendeva una lampada dalla luce scialba.
Nikolka, allarmato, si volse alla sua compagna, ma questa, come niente fosse, camminava accanto a
lui; il suo viso, però, era pallido ed essa aggrottava le sopracciglia. Le aggrottava in un modo che a
Nikolka ricordò Naj-Turs; del resto era una somiglianza passeggera, - Naj aveva un viso ferreo,
ordinario e virile, mentre questa era molto bella, e non sembrava una russa, ma forse una straniera. Una
ragazza stupenda, eccezionale.
L'odore che Nikolka temeva tanto, era dappertutto. Veniva dal pavimento, dalle pareti, dagli
attaccapanni di legno. Era così terribile, quell'odore, che lo si poteva addirittura vedere. Sembrava che le
pareti fossero grasse, appiccicose, gli attaccapanni unti, i pavimenti grassi; l'aria densa e sostanziosa
sapeva di carogna. All'odore in quanto odore, del resto, ci si abitua molto presto, ma, comunque, è
meglio non guardarsi intorno e non pensare. Soprattutto non pensare, altrimenti si scopre subito che cosa
significhi aver la nausea. Uno studente in cappotto passò in fretta e scomparve. Dietro gli attaccapanni, a
sinistra, una porta si aprì cigolando e ne uscì un uomo in stivali. Nikolka lo guardò ma subito distolse gli
occhi per non vedere la sua giacca. La giacca era unta come gli attaccapanni e anche le mani dell'uomo
erano unte.
- Che cosa vogliono? - domandò severamente l'uomo.
- Siamo venuti, - cominciò Nikolka, - per una faccenda, vorremmo vedere il direttore... Dobbiamo
trovare un uomo che è stato ucciso. Probabilmente è qui, no?
- Ucciso, come? - domandò l'uomo e guardò di traverso.
- Ucciso per la strada, tre giorni or sono...
- Aha, un allievo ufficiale, dunque, o un ufficiale... E i "gajdamaki" glie l'hanno suonate. Chi era?
Nikolka ebbe paura di dire che Naj-Turs era appunto un ufficiale e disse così:
- Sì, hanno ucciso anche lui...
- Era un ufficiale, mobilitato dall'etmano, - disse Irina, - Naj-Turs, - e si accostò all'uomo.
A costui evidentemente era del tutto indifferente chi fosse Naj-Turs, guardò di sbieco Irina e rispose,
tossendo e sputando sul pavimento:
- Non so come fare. Le lezioni sono finite e non c'è nessuno nelle sale. Gli altri custodi sono andati
via. E' difficile cercare. Molto difficile. Perché i cadaveri sono stati trasferiti nelle celle inferiori. E'
difficile, molto difficile...
Irina Naj aprì la borsetta, ne trasse un biglietto di banca e lo tese al custode. Nikolka si voltò
dall'altra, temendo che quell'onest'uomo del custode protestasse. Ma il custode non protestò.
- Grazie, signorina, - disse e si animò, - trovare si può. Però occorre l'autorizzazione. Se il professore
permette, si può prendere il cadavere.
- E dov'è il professore?... - domandò Nikolka.
- E' qui, ma è occupato. Non so... se riferirgli...
- Per favore, per favore, riferisca, - disse Nikolka, - il morto, lo riconoscerò subito...
- Riferire si può, - disse il custode e li accompagnò. Salirono i gradini che portavano a un corridoio
dove l'odore era ancora più terribile. Poi per il corridoio, poi a sinistra e l'odore si affievolì e non
faceva più così buio perché il corridoio aveva un tetto di vetro. Qui, sia a destra che a sinistra, le porte
erano bianche. Il custode si fermò davanti a una di esse, bussò, poi si tolse il berretto ed entrò. Nel
corridoio c'era silenzio e dal tetto filtrava la luce. In un angolo lontano cominciava ad annottare. Il
custode uscì e disse:
- Entrino.
Nikolka entrò per primo, dietro di lui Irina Naj. Nikolka si tolse il berretto e per prima cosa notò le
macchie nere sulle tende unte nello stanzone enorme e un fascio di terribile luce acuta, che cadeva sul
tavolo e nel fascio una barba nera e un viso estenuato, coperto di rughe, e un naso aquilino. Poi, depresso,
gettò uno sguardo alle pareti. Nella penombra baluginavano innumerevoli armadi in cui s'intravvedevano
non si sa che mostri scuri e gialli, come orrende figure cinesi. Ancora più lontano egli scorse un uomo
alto con un camice sacerdotale di cuoio e guanti neri. Costui si chinò sopra un lungo tavolo, sul quale,
come cannoni, erano allineati microscopi brillanti di cristalli e d'oro nella luce di una lampadina
abbassata, sotto un globo verde.
- Che cosa desiderano? - domandò il professore.
Dal viso estenuato e dalla barba, Nikolka comprese che quello era proprio il professore e che il
sacerdote era qualcosa di meno, un assistente o un aiuto.
Nikolka tossicchiò, continuando a guardare il fascio di luce acuta che usciva dalla lampada
scintillante, stranamente ricurva, e le altre cose: le dita ingiallite dal tabacco e l'oggetto orrendo,
ripugnante, che si trovava davanti al professore: un collo e un mento umano formati di tendini e di fili,
infilati e appesi a decine di luccicanti ganci e pinzette.
- Sono parenti? - domandò il professore. Aveva una voce sorda che s'intonava col viso estenuato e
con quella barba. Alzò la testa e fissò gli occhi su Irina Naj, sulla sua pelliccia e i suoi stivaletti di feltro.
- Sono sua sorella, - disse Irina Naj, sforzandosi di non guardare quel che c'era davanti al professore.
- Vede, Sergej Nikolaevic, com'è difficile. E non è il primo caso... Già, può anche darsi che non sia
neppure da noi. Hanno portato dei cadaveri anche nell'aula dei principianti?
- E' possibile, - ribatté l'uomo alto e buttò da parte uno strumento.
- Fiodor! - gridò il professore...

- No, là dentro... Là non può entrare... vado io... - disse timidamente Nikolka.
- Si sentirebbe male, signorina, - confermò il custode. - Può aspettare qui, - aggiunse.
Nikolka lo prese in disparte, gli diede altri due biglietti di banca e lo pregò di far accomodare la
signorina su uno sgabello pulito. Il custode, emettendo sbuffi di fumo bollente di "machorka", portò uno
sgabello da un punto dove si trovavano una lampada verde e degli scheletri.
- Non studia medicina, signorino? Gli studenti di medicina, quelli si abituano subito, - e, aperta una
grande porta, fece scattare l'interruttore. Un globo si accese in alto, sotto il soffitto di vetro. Dalla stanza
veniva un odore greve. Le file di tavole di zinco biancheggiavano. Esse erano vuote e da qualche parte
c'era dell'acqua che cadeva con rumore in un lavandino. Il pavimento di pietra rimbombava sotto i piedi.
Nikolka, oppresso dall'odore, che s'era addensato qui per sempre, camminava, sforzandosi di non
pensare. Dalla porta opposta sboccarono in un corridoio completamente buio, dove il custode accese una
piccola lampada, poi proseguirono per un po'. Il custode tirò un pesante chiavistello, aprì una porta di
ferro e fece scattare un altro interruttore. Nikolka fu investito dal freddo. Negli angoli del locale buio
c'erano degli enormi cilindri, pieni fino all'orlo così che ne traboccavano pezzi e squarci di carne umana,
brandelli di pelle, dita, pezzi di ossi frantumati. Nikolka si voltò dall'altra, inghiottendo saliva, e il
custode gli disse:
- Fiuti questo, signorino...
Nikolka chiuse gli occhi e avidamente aspirò dal naso, come una sfitta acuta, l'odore dell'ammoniaca
da una boccettina.
Come in dormiveglia, tra le palpebre socchiuse, egli vedeva la fiammella nella pipa di Fiodor e
sentiva il delizioso profumo della "machorka" che bruciava. Fiodor armeggiò a lungo con la serratura
vicino alla rete di ferro del montacarichi, l'aprì e con Nikolka salì sulla piattaforma. Poi girò la maniglia
e la piattaforma scese giù, cigolando. Da sotto saliva una corrente d'aria glaciale. La piattaforma si
fermò. Entrarono in un grande deposito. E Nikolka vide confusamente quel che non aveva visto mai.
Come legna accatastata, uno sull'altro giacevano corpi umani nudi, che esalavano un fetore
insopportabile, tale da soffocare un uomo nonostante l'ammoniaca. Gambe, irrigidite e flosce, tendevano
in fuori i piedi. Teste di donna giacevano con i capelli sciolti e sparsi, e le loro mammelle erano peste,
gualcite, coperte di lividi.
- Be', adesso li rivolteremo e lei guarderà, - disse il custode, chinandosi. Afferrò per un piede un
cadavere di donna ed essa gli sgusciò di mano e con un tonfo scivolò in terra come sull'olio. A Nikolka la
donna sembrò bellissima, come una strega, e viscida. I suoi occhi aperti erano fissi su Fiodor. Nikolka
distolse a stento lo sguardo dalla cicatrice che essa aveva intorno alla vita, come un nastro rosso, e
guardò dall'altra parte. Aveva la nausea e gli girava la testa all'idea che sarebbe stato necessario voltare
tutto quel mucchio compatto di corpi appiccicati insieme.
- Non occorre. Alt, - disse debolmente a Fiodor e si mise in tasca la boccettina, - eccolo. L'ho
trovato. E' in cima. Là, là.
Fiodor si fece subito avanti, cercando di mantenere l'equilibrio per non sdrucciolare sul pavimento,
afferrò Naj-Turs per la testa e tirò forte. Sul ventre di Naj giaceva bocconi una donna piatta, larga di
fianchi e sulla sua nuca luccicava tra i capelli, come una scheggia di vetro, un pettinino di poco prezzo,
dimenticato. Di sfuggita, con una mossa abile, Fiodor glielo sfilò, lo gettò nella tasca del grembiule e
riafferrò Naj sotto le ascelle. La testa di Naj, strisciando fuori dalla catasta, si snodò, penzolò e il mento
aguzzo dalla barba lunga si sollevò, un braccio scivolò giù.
Fiodor non scaraventò Naj, come aveva scaraventato la donna, ma con cautela, tenendolo sotto le
ascelle, piegando il corpo già afflosciato in modo che i piedi rastrellassero il suolo, gli voltò la faccia
verso Nikolka, e disse:
- Guardi bene, è lui? Che non sia poi uno sbaglio...
Nikolka guardò Naj dritto negli occhi e i vitrei occhi aperti risposero assurdamente. La sua guancia
sinistra era coperta da una quasi impercettibile ombra verde, e sul petto e sul ventre s'erano allargate e
coagulate grosse macchie scure, probabilmente di sangue.
- E' lui, - disse Nikolka.
Fiodor, sempre tenendolo sotto le ascelle, trascinò Naj sulla piattaforma del montacarichi e lo depose
ai piedi di Nikolka. Il morto aveva allargato le braccia e spinto di nuovo in su il mento. Fiodor entrò a
sua volta, toccò la maniglia e la piattaforma salì.

Quella stessa notte nella cappella era stato tutto fatto come voleva Nikolka e la sua coscienza era
completamente tranquilla, ma triste e severa. La nuda e cupa cappella del teatro anatomico era diventata
più chiara. In un angolo, la bara di uno sconosciuto era stata chiusa col coperchio e l'incomodo vicino, lo
spiacevole e pauroso defunto estraneo non turbava la pace di Naj. E anche Naj, nella bara, s'era fatto
assai più lieto e più allegro.
Naj, lavato dai custodi soddisfatti e loquaci, Naj pulito, in giubba senza spalline, Naj con la
coroncina sulla fronte, sotto i tre ceri accesi e, soprattutto, Naj col metro di nastro variopinto di San
Giorgio, che Nikolka gli aveva messo con le sue stesse mani sotto la camicia sul freddo, viscido petto. La
vecchia madre distolse gli occhi dalle tre fiammelle, voltò verso Nikolka la sua testa tremula e gli disse:
- Mio figlio. Be', ti ringrazio.
E per questo Nikolka ricominciò a piangere e uscì dalla cappella nella neve. Intorno, sopra il cortile
del teatro anatomico c'era la notte, la neve e le stelle simili ai fiori delle carte da gioco e la bianca Via
Lattea.
18.

Turbin aveva cominciato a morire durante la giornata del 22 dicembre. Era una giornata un po'
torbida, bianca e tutta permeata dal riflesso del Natale che sarebbe venuto due giorni dopo. In particolar
modo questo riflesso si sentiva nello splendore del parquet del salotto, lucidato dalle forze congiunte di
Anjuta, Nikolka e Lariosik, che il giorno prima l'avevano strofinato coi loro piedi senza far rumore. Il
Natale si sentiva anche nel rivestimento delle lampade davanti alle icone, forbito dalle mani di Anjuta.
Infine c'era odore di aghi di abete e il verde illuminava l'angolo vicino al multicolore Valentino, che
sembrava per sempre dimenticato sopra la tastiera aperta,

"Io per mia sorella..."

Verso mezzogiorno Elena uscì dalla camera di Turbin a passi malfermi e in silenzio attraversò la sala
da pranzo dove sedevano muti Karas', Myslaevskij e Lariosik. Nessuno di loro si mosse al suo passaggio,
per timore di vedere il suo viso. Elena chiuse dietro di sé l'uscio della sua camera e la pesante portiera
ricadde subito immobile.
Myslaevskij si riscosse.
- Già, - disse in un sussurro rauco, - il comandante aveva predisposto bene ogni cosa, ma in quanto a
Alioska, non l'aveva sistemato come si deve...
A questo Karas' e Lariosik non aggiunsero nulla. Lariosik batté le palpebre e ombre violacee gli si
stesero sulle guance.
- Eh, diavolo... - soggiunse ancora Myslaevskij, si alzò e, dondolandosi, si avvicinò alla porta, poi si
fermò indeciso, si voltò, indicò con gli occhi la porta di Elena. - Sentite, ragazzi, datele un'occhiata ogni
tanto... Se no...
Scalpicciò un poco ed entrò nella libreria, dove i suoi passi si smorzarono. Dopo un po', insieme con
la sua voce si sentirono certi strani suoni flebili che provenivano dalla camera di Nikolka.
- Nikol piange, - sussurrò Lariosik con voce sconsolata, sospirò e in punta di piedi s'accostò alla
porta di Elena, si chinò al buco della serratura ma non distinse nulla. Si voltò a guardare Karas' con aria
smarrita e cominciò a fargli dei segni, come per chiedergli qualcosa. Karas' si avvicinò alla porta, esitò,
poi bussò pian piano alcune volte con l'unghia e disse sottovoce:
- Elena Vasil'evna, Elena Vasil'evna...
- Non abbiate paura, - arrivò da dietro la porta la voce un po' soffocata di Elena, - non entrate.
Karas' indietreggiò e Lariosik anche. Tornarono tutt'e due ai loro posti, alle sedie ai piedi della stufa
di Saardam e rimasero in silenzio.
Nella stanza di Aleksej non c'era nulla da fare per i Turbin e per coloro che con i Turbin erano
strettamente e intimamente legati. E, comunque, non ci si poteva più rigirare là dentro, con quei tre
uomini. Uno di essi era l'orso dagli occhiali d'oro, l'altro il giovane sbarbato e snello, più simile a un
ufficiale della guardia che a un medico, e finalmente, il terzo, era il professore canuto. La sua scienza
aveva svelato a lui e alla famiglia Turbin notizie poco allegre, non appena egli era apparso il 16
dicembre. Aveva capito tutto e aveva subito detto che Turbin aveva il tifo. E di colpo la ferita perforante
all'ascella del braccio sinistro era passata in secondo piano. Era lui che un'ora prima era entrato con
Elena nel salotto e là alla domanda insistente di lei, una domanda espressa non soltanto a parole ma dagli
occhi asciutti e dalle labbra screpolate e dai capelli scomposti, aveva detto che c'erano poche speranze, e
aveva aggiunto, guardando Elena con gli occhi di un uomo molto esperto e quindi partecipe del dolore
altrui: "ben poche". Tutti, sapevano bene, e lo sapeva anche Elena, che questo significava che non c'era
nessuna speranza e che Turbin era in punto di morte. Dopo di ciò Elena era andata nella camera da letto
del fratello e vi si era trattenuta a lungo, guardandolo in viso e qui aveva compreso appieno che cosa
significano le parole: non c'è speranza. Anche senza possedere la scienza del canuto e buon vecchio, si
poteva sapere che il dottore Aleksej Turbin stava morendo.
Egli giaceva tuttora in preda alla febbre, ma a una febbre già intermittente e fluttuante che fra poco
sarebbe caduta. Anche sul suo viso cominciavano già a trapelare certe strane sfumature ceree, il suo naso
era mutato, si era affilato e proprio sulla gobba del naso si veniva disegnando un tratto, particolarmente
visibile, di amara rinunzia. Il gelo aveva invaso i piedi di Elena, essa si era sentita assalire da un senso
di oscura angoscia nell'aria spessa, impestata di canfora, della camera da letto. Ma questo le era passato
presto.
Nel petto di Turbin c'era qualcosa che lo ostruiva, come un macigno, ed egli respirava sibilando,
assorbendo attraverso i denti stretti un filo d'aria vischiosa che non scendeva nel petto. Da un pezzo era
incosciente e non vedeva e non capiva quel che accadeva intorno a lui. Elena era rimasta un po'
immobile, a guardarlo. Il professore le aveva toccato un braccio e aveva sussurrato :
- Vada, Elena Vasil'evna, penseremo noi a far tutto.
Elena aveva obbedito ed era uscita. Ma il professore non aveva più fatto nulla.
S'era tolto il camice, s'era pulito le mani con batuffoli di ovatta umida e aveva guardato ancora una
volta Turbin in faccia. Un'ombra azzurrognola s'era addensata nelle pieghe delle labbra e del naso.
- E' spacciato, - aveva detto sottovoce all'orecchio del dottore sbarbato, - lei, dottor Brodovic, resti
accanto a lui.
- Canfora? - aveva chiesto Brodovic in un sussurro.
- Sì, sì, sì.
- Per iniezione?
- No, - aveva dato un'occhiata alla finestra, aveva riflettuto, - tre grammi alla volta. E più spesso -.
Dopo una pausa aveva aggiunto: - In caso di esito letale, mi telefoni alla clinica, - le ultime parole il
professore le aveva sussurrate molto cautamente, affinché Turbin non potesse percepirle neppure
attraverso il velo del delirio. - Se questo non accadrà, verrò subito dopo la lezione.

D'anno in anno, per quanto ricordavano i Turbin, le lampade davanti alle icone si accendevano in
casa loro il 24 dicembre al crepuscolo, e la sera, nel salotto, venivano accese sui rami verdi dell'abete le
fioche e tremule fiammelle delle candeline. Ma adesso l'insidiosa ferita d'arma da fuoco e l'ansimare del
tifo avevano confuso e scombussolato tutti, avevano affrettato la vita e l'apparire della luce di una
lampada. Elena, accostata la porta che dava nella sala da pranzo, andò al comodino accanto al letto,
prese i fiammiferi, salì su di una sedia e accese la fiamma nella pesante lampada a catene che pendeva
davanti all'antica icona nella sua greve copertura di metallo. Quando la fiammella si rafforzò e si fece più
chiara, la coroncina sopra il volto scuro della Madonna si mutò in oro e gli occhi della Madonna
diventarono affabili. La testa, reclinata da un lato, guardò Elena. Dai due quadrati delle finestre entrava
la luce bianca di una silenziosa giornata di dicembre, ma nell'angolo la fiammella vacillante aveva creato
l'atmosfera della vigilia festiva. Elena scese dalla sedia, si tolse lo scialle dalle spalle e s'inginocchiò.
Spinse in là l'orlo del tappeto, liberò un pezzo di parquet luccicante e in silenzio fece il primo inchino
fino a terra. Myslaevskij attraversò la sala da pranzo, seguito da Nikolka con le palpebre gonfie. Si erano
trattenuti un poco nella camera di Turbin. Nikolka, tornato nella sala da pranzo, disse ai presenti:
- Sta morendo... - e aspirò una boccata d'aria.
- Sentite, - disse Myslaevskij, - non sarebbe il caso di chiamare un sacerdote? Che ne dici, Nikol?...
Lasciarlo morire così, senza atto di contrizione...
- Bisogna dirlo a Lena, - rispose Nikolka spaventato. - Come possiamo, senza interpellarla? Chi sa
che effetto le farebbe...
- Ma cosa dice il dottore? - domandò Karas'.
- Che c'è da dire? Non c'è nulla da dire, - rispose rauco Myslaevskij.
Continuarono per un po' a sussurrare concitatamente e si sentiva sospirare il pallido, scombussolato
Lariosik. Andarono ancora una volta dal dottor Brodovic. Questi fece capolino nell'anticamera, si accese
una sigaretta e sussurrò che il malato era in agonia, che, naturalmente, si poteva chiamare il prete, a lui
non importava nulla perché, tanto, il paziente era senza conoscenza e questo non poteva nuocergli.
- Una confessione muta...
Sussurrarono, sussurrarono, ma per allora non si decisero a chiamare il prete e quando bussarono da
Elena essa rispose attraverso la porta con voce soffocata: - Andatevene, per ora... vengo subito...
Ed essi se ne andarono.
Elena, in ginocchio, guardava di sotto in su la corona dentellata sopra il viso annerito dagli occhi
chiari e, protendendo le mani, diceva in un sussurro:
- Troppo dolore ci mandi in una volta sola, o Madre Ausiliatrice. Così in un anno annienti la famiglia.
Perché?... Ci hai preso la madre, io non ho marito, e non l'avrò, questo lo capisco. Ormai lo capisco
molto chiaramente. E adesso ci togli il fratello maggiore. Perché... Che faremo in due, io e Nikol?...
Guarda quel che succede intorno, guarda. Madre Ausiliatrice, è possibile che tu non t'impietosisca?...
Forse siamo cattivi, ma perché punirci in questo modo?
S'inchinò di nuovo e sfiorò avidamente con la fronte il pavimento, si fece il segno della croce e di
nuovo, protendendo le braccia, pregò:
- Solo in te spero, Vergine purissima. In te. Implora Tuo Figlio, implora il Signore che faccia un
miracolo...
Il sussurrio di Elena diveniva appassionato, essa confondeva le parole, ma il suo discorso non
s'interrompeva, continuava a fluire. Sempre più spesso si prosternava, scrollava la testa per gettare
indietro una ciocca di capelli che sfuggita al pettine, le spioveva sugli occhi. Scomparve la luce del
giorno nei quadrati delle finestre, scomparve anche il bianco falcone, passò senza farsi sentire la
saltellante gavotta alle tre del pomeriggio e senza farsi sentire arrivò colui che Elena, con l'intercessione
della bruna Vergine, aveva invocato. Egli apparve accanto al sepolcro scoperchiato, veramente risorto,
benigno e a piedi nudi. Il petto di Elena si dilatò, sulle sue guance spuntarono delle chiazze, i suoi occhi
si riempirono di luce, si colmarono di un pianto asciutto, senza lacrime. Premette la fronte e la guancia
sul pavimento, poi tendendosi con tutta l'anima, si sporse verso la fiammella, senza più sentire il duro
pavimento sotto le ginocchia. La fiammella s'inturgidì, il viso scuro come intagliato nella corona si
animava, palesemente, e gli occhi suggerivano a Elena sempre nuove e nuove parole. Un silenzio perfetto
regnava di là dalla porta e dalle finestre, il giorno si oscurava con estrema rapidità e ancora una volta
sorse una visione: la luce vitrea della cupola celeste, blocchi di sabbia di un prodigioso color rosso
giallo, ulivi, e l'atmosfera della cattedrale col gelo e col nero, secolare silenzio circonfuse il suo cuore.
- Madre Ausiliatrice, - mormorava Elena verso la fiamma, - impetra questa grazia da lui. Eccolo qui.
Che ti costa dunque? Abbi pietà di noi. Abbi pietà. Stanno per venire i tuoi giorni, la tua festa. Forse essa
recherà qualcosa di buono e io t'implorerò di perdonarmi i miei peccati. Pazienza se Sergej non ritorna.
Se me lo vuoi togliere, toglilo, ma non punire questo qui con la morte... Siamo tutti colpevoli nel sangue,
ma non punirci. Non punire... Eccolo, eccolo...
La fiammella cominciò a dividersi e un raggio si allungò come una catenella fino agli occhi di Elena.
A questo punto i suoi occhi dissennati credettero di vedere che le labbra, sul volto circondato da una
fascia dorata, s'erano dischiuse e gli occhi erano divenuti così straordinari che la paura e un'ebbra gioia
le lacerarono il cuore. Si lasciò cadere sul pavimento e non tentò più di rialzarsi.
Per tutto l'appartamento, come un vento asciutto, si diffuse l'orgasmo e qualcuno accorse dalla sala da
pranzo in punta di piedi. E qualcun altro grattò alla porta e si udì sussurrare: "Elena... Elena... Elena..."
Elena si terse col dorso della mano la fredda, madida fronte, gettò indietro la ciocca di capelli, si alzò,
guardando davanti a sé senza vedere, come una selvaggia, senza volger più gli occhi verso l'angolo
risplendente, e con cuore d'acciaio andò alla porta. Questa, senza aspettare il permesso, si spalancò da sé
e Nikol apparve nell'incorniciatura della portiera. Guardò Elena con gli occhi sbarrati, allibito, senza
fiato.
- Sai, Elena... non temere... non temere... va' di là... sembra che...

Il dottor Aleksej Turbin, cereo come una candela rotta, strizzata fra mani sudate, tratte fuori della
coperta le mani ossute dalle unghie non tagliate, giaceva con il mento aguzzo all'insù. Il suo corpo era
inondato di un sudore appiccicoso e il petto scarnito e madido si sollevava nell'apertura della camicia.
Egli abbassò la testa, puntò il mento sul petto, disserrò i denti ingialliti, socchiuse gli occhi. In essi
ondeggiava ancora la cortina squarciata della nebbia e del delirio, ma già tra i brandelli neri faceva
capolino la luce. Con voce molto debole, rauca e sottile, disse:
- La crisi, Brodovic. Sicché... me la caverò?... aha...
Karas' reggeva la lampada con mani sussultanti, ed essa illuminava il letto sconvolto e le lenzuola
ammucchiate, con ombre grige nelle pieghe.
Con mano malferma il dottore sbarbato pizzicò fra le dita quel che restava di carne, introducendo nel
braccio di Turbin l'ago di una piccola siringa. Goccioline di sudore apparvero sulla fronte del medico.
Egli era commosso e sbalordito.
19.

Peturra. La sua permanenza nella Città fu di quarantasette giorni. Sui Turbin trasvolò il gennaio del
1919 incatenato nel ghiaccio e incipriato di neve, sopraggiunse il febbraio e si mise a vorticare nella
tormenta.
Il 2 di febbraio una figura nera, con la testa rasata, coperta da un berrettino di seta nera, attraversò
l'appartamento. Era il risuscitato Turbin in persona. Era molto cambiato. Sul viso, agli angoli della
bocca, s'erano incise, probabilmente per sempre, due rughe, la pelle s'era fatta cerea, gli occhi s'erano
infossati tra le ombre, ed erano diventati per sempre seri e cupi.
Nel salotto, come quarantasette giorni prima, egli si affacciò ai vetri e si mise ad ascoltare, e come
allora, quando dalle finestre s'intravvedevano le piccole luci tremolanti, la neve, l'Opera, si udirono,
attutiti, i lontani colpi di cannone. Corrugando severamente le sopracciglia, Turbin si appoggiò al bastone
con tutto il peso del corpo e guardò nella via. Vide che i giorni s'erano magicamente allungati, che c'era
più luce, sebbene di là dal vetro vorticasse la tormenta, sparpagliandosi in milioni di fiocchi.
I pensieri scorrevano sotto il berrettino di seta, austeri, chiari, senza gioia. La testa sembrava leggera,
svuotata, come una scatola estranea sulle spalle, ed era come se i pensieri venissero dal di fuori e in
quell'ordine che a essi garbava. Turbin era contento d'esser solo vicino alla finestra e guardava...
"Peturra... Questa notte, non più tardi, tutto si compirà, non ci sarà più Peturra. Ma è mai esistito?
Oppure tutto questo me lo sono sognato? Non si sa e non è possibile controllare. Lariosik è molto
simpatico. Non disturba in famiglia, anzi è necessario. Bisognerà ringraziarlo per le sue cure... E
Servinskij? Chi diavolo lo conosce... E' un guaio aver che fare con le donne. Di sicuro Elena si legherà a
lui, immancabilmente... Cos'ha di bello? Forse la voce? La voce è magnifica, ma una voce, in fin dei
conti, si può ascoltare, senza bisogno di sposarsi, dico bene?... Del resto, non è importante. Ma che cosa
è importante? Già, quello stesso Servinskij ha detto che essi hanno la stella rossa sui colbacchi. Chi sa
che spavento in Città!... Sicché, questa notte... Forse le salmerie stanno già passando per le strade... E
nondimeno ci andrò, ci andrò oggi... stesso... E le porterò... Drin. Piglialo! Io sono un assassino. No, ho
ucciso in combattimento. Oppure ho ferito... Con chi vive lei?... Dov'è suo marito?... Drin... Malysev.
Dove sarà adesso?... E' come sprofondato sottoterra... E Maksim... Alessandro Primo?..."
I pensieri scorrevano ma li interruppe un trillo di campanello. In casa non c'era nessuno, tranne
Anjuta; tutti erano andati in Città, affrettandosi a sbrigare ogni cosa finché c'era luce.
- Se è un paziente, fallo entrare, Anjuta.
- Va bene, Aleksej Vasil'evic.
Un tizio era salito per le scale dietro Anjuta, nell'anticamera s'era tolto il cappotto di pelo di capra ed
era entrato nel salotto.
- S'accomodi, - disse Turbin.
Dalla poltrona si alzò un giovane magro e giallognolo in giubba grigia. I suoi occhi erano torbidi e
assorti. Turbin, in camice bianco, si trasse da parte e lo fece entrare nello studio.
- Segga, la prego. In che cosa posso servirla?
- Ho la sifilide, - disse il visitatore con voce rauca, e guardò in faccia Turbin con aria cupa.
- Si è già curato?
- Sì, ma male e non regolarmente. La cura mi ha giovato poco.
- Chi l'ha mandato da me?
- Il priore della chiesa di Nicola il Buono, padre Aleksandr.
- Come?
- Padre Aleksandr...
- Ma come, è un suo conoscente?
- Mi sono confessato da lui e la conversazione con quel sant'uomo mi ha recato un sollievo spirituale,
- spiegò il visitatore, alzando gli occhi al cielo. - Non avevo il diritto di curarmi... Così almeno ritenevo.
Dovevo sopportare con rassegnazione la prova mandatami da Dio per il mio terribile peccato; ma il
priore mi ha persuaso che il mio ragionamento era sbagliato. E io mi sono arreso.
Turbin guardò con la massima attenzione le pupille del paziente e per prima cosa cominciò a
esaminare i riflessi. Ma le pupille del proprietario della pelliccia di capra risultarono normali, solo
piene di una mesta nerezza.
- Senta un po', - disse Turbin, spingendo da parte il martelletto, - lei, a quanto pare, è religioso.
- Sì, giorno e notte penso a Dio e lo prego. E' l'unico mio rifugio e consolatore.
- Tutto ciò è molto bello, naturalmente, - rispose Turbin, senza staccare gli occhi da quelli di lui, - e
io considero la cosa con rispetto, ma le do un consiglio: durante la cura, rinunzi a pensare costantemente
a Dio. Il fatto è che questo pensiero comincia a diventare in lei un'idea fissa. E nel suo stato ciò è
dannoso. Lei ha bisogno di aria, di moto e di sonno.
- Di notte io prego.
- No, bisognerà cambiare sistema. Bisognerà ridurre le ore di preghiera. L'affaticherebbero, e lei ha
bisogno di riposo.
Il malato abbassò docilmente gli occhi.
Egli stava nudo davanti a Turbin e si sottoponeva all'esame.
- Ha annusato cocaina?
- Fra le turpitudini e i vizi a cui m'ero abbandonato, c'era anche questo. Adesso no.
"Chi diavolo sa cos'è... e se fosse un imbroglione... se fingesse? Bisognerà stare attenti che in
anticamera non scompaiano le pellicce".
Turbin disegnò col manico del martelletto un punto interrogativo sul petto del malato. Il segno bianco
diventò rosso.
- Smetta di appassionarsi ai problemi religiosi. In generale, cerchi di abbandonarsi il meno possibile
a riflessioni penose. Si rivesta. Da domani comincerà le iniezioni sottocutanee di mercurio, e fra una
settimana faremo la prima endovenosa.
- Va bene, dottore.
- Niente cocaina. Niente alcool. E niente donne...
- Io mi sono allontanato dalle donne e dai veleni. Mi sono allontanato anche dai malvagi, - disse il
malato, abbottonandosi la camicia, - il cattivo genio della mia vita, precursore dell'Anticristo, è partito
per la città del diavolo.
- Caro mio, così non si può, - gemette Turbin, - lei finirà in un ospedale psichiatrico. Di che
Anticristo parla?
- Parlo del suo precursore Michail Semionovic Spoljanskij, un uomo dagli occhi di serpente e dalle
basette nere. E' andato nel regno dell'Anticristo, a Mosca, per dare il segnale e condurre le orde dei
demoni in questa Città per punirla dei peccati dei suoi abitanti. Come una volta Sodoma e Gomorra...
- Lei chiama demoni i bolscevichi? D'accordo. Comunque, così non va... Prenda bromuro. Un
cucchiaio da minestra tre volte al giorno...
- E' giovane. Ma c'è in lui turpitudine come nel diavolo millenario. Egli spinge le donne alla
depravazione, i giovani al vizio e già suonano le trombe di guerra delle orde dei peccatori e sui campi si
vede il volto di Satana che lo segue.
- Trockij?
- Sì, è questo il nome che egli ha assunto. Ma il suo vero nome è Abaddon in ebraico, e in greco
Apollonio, che significa il cattivo genio.
- Le parlo seriamente; se non smette, l'avverto... in lei si sta sviluppando una mania...
- No, dottore, sono normale. Quanto si fa pagare, dottore, per le sue sante fatiche?
- Ma scusi, perché a ogni piè sospinto usa la parola "santo"? Io non vedo niente di santo nel mio
lavoro. Mi faccio pagare secondo la tariffa, come tutti. Se si metterà in cura da me, lasci un acconto.
- Benissimo.
Il visitatore sbottonò la giacca.
- Forse lei ha poco denaro, - mormorò Turbin, guardandogli i calzoni lisi sui ginocchi. "No, non è un
imbroglione... no... ma diventerà matto".
- No, dottore, ne troverò. Lei, a modo suo, reca sollievo all'umanità.
- E talvolta con molto successo. Per favore, prenda regolarmente il bromuro.
- Un sollievo completo, egregio dottore, lo avremo soltanto lassù, - e il paziente, con un gesto
ispirato, indicò il soffitto bianco. - Ora, invece, ci aspettano prove quali non abbiamo ancora viste... E
cominceranno assai presto.
- Be', grazie tante. Ho già avuto abbastanza prove, io.
- Non bisogna mai giurare di averne avute troppe, dottore, no, - mormorò il paziente, mentre in
anticamera infilava la pelliccia di capra, - giacché è stato detto: il terzo angelo versò la coppa nelle
sorgenti delle acque ed esse divennero sangue.
"Questo l'ho già sentito non so più dove... Ah, già, sicuro, ho fatto tante di quelle chiacchierate col
prete. Erano proprio fatti uno per l'altro... delizioso!"
- Le consiglio vivamente di leggere il meno possibile l'Apocalisse... Ripeto, le fa male. Ho l'onore di
salutarla. Domani alle sei, prego. Anjuta, fallo uscire...

- Non rifiuterà di prenderlo... Vorrei che, avendomi salvato la vita... accettasse qualcosa... per
ricordo... è un braccialetto della mia povera mamma...
- Non occorre... Perché?... No, non voglio, - rispose la Rejss e con la mano si schermiva da Turbin,
ma egli insistette e agganciò sul polso pallido il pesante, scuro braccialetto cesellato. La mano si fece
ancora più bella e la Rejss tutta sembrò ancora più bella. Perfino nel crepuscolo si vedeva come il suo
viso diventava roseo.
Turbin non resistette, col braccio destro le cinse il collo, l'attrasse a sé e la baciò più volte sulla
guancia... Nel far questo, si lasciò sfuggire dalle mani indebolite il bastone che cadde con un tonfo ai
piedi del tavolo.
- Vada... - sussurrò la Rejss, - è ora... E' ora. Le salmerie stanno passando. Stia attento che non le
facciano del male.
- Lei mi è cara, - mormorò Turbin. - Mi permetta di venire ancora a trovarla.
- Venga...
- Mi dica perché è sola e di chi è quella fotografia sulla tavola. Quel tipo nero, con le basette.
- E' un mio cugino... - rispose la Rejss, e abbassò gli occhi.
- Come si chiama?
- Che le importa?
- Lei mi ha salvato... Voglio sapere...
- Perché l'ho salvato ha forse il diritto di sapere? Si chiama Spoljanskij.
- E' qui?
- No, è partito... per Mosca. Com'è curioso!
Qualcosa sussultò in Turbin, ed egli guardò a lungo le basette nere e gli occhi neri... Un pensiero
sgradevole, tormentoso, indugiò più a lungo degli altri mentre studiava la fronte e le labbra del presidente
del Triolet Magnetico. Ma era un pensiero confuso... Il precursore. Quel disgraziato in pelliccia di
capra... Che cosa mi preoccupa? Che cosa mi tormenta?... Ma io che c'entro? I demoni... Ah, non
importa... Purché possa venire ancora qui, in questa casetta strana e silenziosa, dove c'è il ritratto con le
spalline d'oro.
- Vada. E' tempo.

- Nikol? Tu?
I fratelli s'incontrarono naso a naso nella parte inferiore del misterioso giardino, davanti all'altra
casetta. Nikolka, chissà perché, si turbò, come se l'avessero colto in flagrante.
- Sai, Aliosa, ero andato dai Naj-Turs, - spiegò egli, e aveva l'aria di chi sia stato sorpreso su uno
steccato, mentre rubava le mele.
- E' una buona azione. Aveva ancora la madre?
- Sì, e anche una sorella, capisci, Aliosa... Insomma... Turbin guardò di sbieco Nikolka e non lo
sottopose ad altri interrogatori.
I due fratelli fecero metà della strada senza aprir bocca. Poi Turbin ruppe il silenzio.
- A quanto pare, fratello mio, Peturra ci ha sbalestrati tutt'e due nella Malo-Proval'naja. Eh? Be',
continueremo ad andarci. Cosa ne verrà fuori, non si sa. Eh?
Nikolka ascoltò col massimo interesse questa frase enigmatica e domandò a sua volta:
- Anche tu, dunque, eri andato a trovare qualcuno, nella Malo-Proval'naja?
- Uhu, - rispose Turbin, poi rialzò il bavero del cappotto, si nascose in esso e non fece più motto fino
a casa.

In quel giorno importante e storico tutti pranzarono dai Turbin: sia Myslaevskij con Karas', sia
Servinskij. Era il primo pranzo in comune da quando Turbin ferito s'era messo a letto. E tutto era come
prima, eccetto una cosa: sulla tavola non c'erano le cupe, torride rose, poiché da un pezzo era stata
saccheggiata e non esisteva più la pasticceria della Marquise, che se n'era andata lontano non si sa dove,
probabilmente là dove riposava anche madame Anjou. E nessuno di quelli che sedevano intorno alla
tavola aveva le spalline, che erano volate via e s'erano dissolte nella tormenta al di là delle finestre.
A bocca aperta, tutti ascoltavano Servinskij, anche Anjuta che era venuta dalla cucina e stava
addossata alla porta.
- Come sono quelle stelle? - interrogava cupo Myslaevskij.
- Piccole, come coccarde, a cinque punte, - raccontava Servinskij, - sui colbacchi. Arrivano a nugoli,
così dicono... In una parola, a mezzanotte saranno qui...
- Come si fa a sapere di preciso che sarà a mezzanotte?...
Ma Servinskij non fece in tempo a rispondere perché suonò il campanello e comparve Vasilisa.
Vasilisa, inchinatosi a destra e a sinistra e strette affabilmente le mani, specie quella di Karas',
prosegui, con le scarpe che scricchiolavano, dritto verso il pianoforte. Elena, con un sorriso radioso, gli
porse la mano e Vasilisa, con un piccolo salto di gioia, gliela baciò. "Sa il diavolo perché, ma Vasilisa è
diventato simpatico, da quando gli hanno portato via il malloppo, - pensò Nikolka e tra sé filosofò: -
Forse è il denaro che impedisce di essere simpatici. Qui, per esempio, nessuno ha denaro e tutti sono
simpatici".
Vasilisa rifiuta il té. No, grazie, grazie tante. Va benissimo. Eh, eh. Come si sta bene qui da voi,
nonostante i tempi terribili. Eh... eh... No, grazie tante. E' arrivata dalla campagna la sorella di Vanda
Michajlovna ed egli deve tornar subito a casa. E' venuto per consegnare a Elena Vasil'evna una lettera.
Ha aperto dianzi la cassetta davanti alla porta, ed ecco la lettera. "Ho ritenuto mio dovere. Ho l'onore di
salutarvi". E, saltellando, Vasilisa prese congedo.
Elena andò con la lettera in camera da letto... "Una lettera dall'estero? E' mai possibile? Dunque,
esistono anche simili lettere. Basta prenderla in mano e già sai che cosa c'è dentro. E come sarà arrivata?
La posta non funziona. Perfino da Zitomir, chi sa perché, bisogna mandare qui le lettere a mano,
approfittando della prima occasione. Si vede che questa occasione viaggia anche in treno. Perché dunque,
ci si domanda, le lettere non possono viaggiare, vanno smarrite? Ed ecco, questa qui è arrivata. Non
dubitate: una simile lettera arriverà, troverà sempre il destinatario... Var... Varsavia. Varsavia! Ma la
scrittura non è di Tal'berg. Come mi batte sgradevolmente il cuore".
Sebbene sulla lampada ci fosse il paralume, nella camera da letto di Elena si stava male, come se
qualcuno avesse strappato via la seta a fiorami e una luce troppo viva battesse negli occhi e creasse il
caos dei preparativi della partenza. Il viso di Elena si alterò, divenne simile all'antico volto della madre
che guardava dalla cornice scolpita. Le labbra tremarono, ma presero una piega sprezzante. La bocca si
contrasse. Il foglietto di carta a mano grigia, uscito dalla busta strappata, stava là dove batteva la luce.

"... Soltanto qui ho saputo che hai divorziato da tuo marito. Gli Ostroumov hanno visto Sergej
Ivanovic all'ambasciata: parte per Parigi insieme alla famiglia Gerc; si dice che sposerà Lidocka Gerc:
quante cose strane succedono in questa baraonda. Mi rincresce che tu non sia partita. Mi dispiace per tutti
voi rimasti nelle grinfie dei contadini. Secondo i giornali di qui, Petljura avanzerebbe sulla Città. Noi
speriamo che i tedeschi non lo lascino entrare..."

Nella testa di Elena saltellava e rimbombava meccanicamente la marcia di Nikolka attraverso la
parete e la porta, ermeticamente chiusa da Luigi Quattordicesimo. Luigi rideva, piegando all'indietro il
braccio col bastoncino intorno al quale c'erano dei nastri. L'impugnatura di un bastone batté alla porta e
Turbin entrò. Diede un'occhiata di sbieco al viso della sorella, torse la bocca come lei e domandò:
- E' di Tal'berg?
Elena non rispose, soffriva e si vergognava. Ma si riprese subito e spinse il foglietto verso Turbin:
"E' di Olja, da Varsavia..." Turbin ficcò gli occhi sulle righe e le scorse attentamente finché non fu
arrivato in fondo, poi rilesse l'inizio:

"Cara Lenocka, non so se ti arriverà..."

Sul suo viso svariarono i colori: giallo zafferano in generale, rosa sui pomelli; gli occhi da azzurro
chiaro divennero neri.
- Con che piacere... - masticò tra i denti, - con che piacere pesterei il muso...
- A chi? - domandò Elena e tirò su col naso, nel quale s'erano accumulate le lacrime.
- A me stesso, - rispose, vergognandosi profondamente, il dottor Turbin, - perché ho scambiato con
lui il bacio dell'addio.
Elena scoppiò subito in pianto.
- Fammi questo favore, - continuò egli, - manda al diavolo questa roba qui, - e col manico del bastone
indicò il ritratto che era sul tavolo. Elena, singhiozzando, porse il ritratto a Turbin. Questi
immediatamente strappò dalla cornice la fotografia di Sergej Ivanovic e la fece a pezzi. Elena si mise a
singhiozzare forte come una donnetta, con le spalle che sussultavano e si strinse al petto inamidato di
Turbin. In tralice, superstiziosamente guardava con terrore l'icona bruna, davanti alla quale continuava ad
ardere la lampada nella retina dorata.
"Ecco ho pregato... ho messo condizioni... ma abbi pazienza... non arrabbiarti, non arrabbiarti, Madre
di Dio", pensò la superstiziosa Elena. Turbin si spaventò.
- Piano, su, piano... ti pare bello farti sentire dagli altri?
Ma in salotto non sentivano. Il pianoforte, sotto le dita di Nikolka, vomitava la marcia baldanzosa:
"L'aquila a due teste" e si udiva ridere.
20.

Fu grande e terribile l'anno 1918 dalla nascita di Cristo, ma il 1919 fu più terribile ancora.
Nella notte dal 2 al 3 febbraio all'inizio del ponte a catene sul Dnepr un uomo in cappotto nero
stracciato, col viso coperto di ematomi blu e rossi, veniva trascinato sulla neve da due giovanotti e un
cosacco gli correva accanto e lo picchiava sulla testa con una bacchetta di fucile. La testa dondolava a
ogni colpo, ma l'uomo insanguinato non gridava già più, gemeva soltanto. La bacchetta greve e pungente
penetrava tra i brandelli del cappotto e a ogni colpo rispondeva un rauco:
- Uh... ah...
- Ceffo di giudeo! - gridava freneticamente il cosacco. - Portatelo alle cataste, a fucilarlo. Ti farò
veder io cosa succede a nascondersi negli angoli bui. Ti farò veder io. Che facevi dietro le cataste?
Spia!...
Ma l'uomo insanguinato non rispondeva all'inferocito cosacco. Allora questi prese la rincorsa e i due
giovanotti si scostarono con un salto per sottrarsi alla luccicante bacchetta che frustava l'aria. Il cosacco
che non aveva calcolato il colpo calò fulmineamente la bacchetta sulla testa dell'uomo. Qualcosa in essa
scricchiolò; l'uomo nero non reagì più nemmeno con un gemito. Voltando il braccio, dondolando la testa,
dalla posizione in ginocchio si abbatté su un fianco e agitando l'altro braccio, lo tese indietro, come se
volesse afferrare e tenere per sé un po' più di terra calpestata e coperta di stereo. Le dita si piegarono a
uncino e rastrellarono la neve sudicia. Poi egli si dibatté alcune volte in una pozza scura preso da
convulsioni e giacque immobile.
Sull'uomo abbattuto sfrigolava il lampione all'inizio del ponte, intorno a lui si agitavano le ombre
inquiete dei gajdamaki coi pennacchi sulla testa, e in alto c'era il cielo nero con le stelle che
ammiccavano.
Nell'attimo stesso in cui l'uomo disteso in terra esalava l'ultimo respiro, la stella Marte sopra la
Slobodka vicino alla Città si squarciò all'improvviso nel cielo gelido, sprizzò fuoco e colpì in modo
assordante.
E dopo la stella, dalle buie lontananze oltre il Dnepr, dalle lontananze che portavano a Mosca, arrivò
un rombo pesante e lungo. E subito scoppiò una seconda stella, ma più in basso, proprio sopra i tetti
sepolti sotto la neve.
E subito la divisione azzurra dei "gajdamaki" partì dal ponte, entrò di corsa nella Città, l'attraversò, e
ne uscì per sempre.
Dietro la divisione azzurra, con andatura da lupo passò sui cavalli intirizziti il reparto cosacco di
Kozyr'-Lesko, passò traballando una cucina da campo... poi tutto scomparve come se non ci fosse mai
stato. Rimase solo il cadavere irrigidito dell'ebreo vestito di nero all'imbocco del ponte, e poi ciuffi di
fieno calpestato e sterco di cavalli.
E soltanto il cadavere testimoniava che Peturra non era un mito, che era realmente esistito... Drin...
trin... la chitarra, il turco... il lampione di ferro battuto nella Bronnaja... fanciulle con le trecce lunghe fino
quasi a terra, ferite d'arma da fuoco, urla ferine nella notte, gelo... Dunque, c'era stato.

"Lui, Gric, al lavoro...
Gric ha le scarpe rotte..."

Ma perché c'era stato? Nessuno lo dirà. Pagherà qualcuno per il sangue?
No. Nessuno.
Semplicemente la neve si scioglierà, spunterà la verde erba ucraina, coprirà la terra... germineranno
le biade rigogliose... tremolerà l'aria torrida sui campi e del sangue non resterà traccia. Costa poco il
sangue sui campi vermigli, e nessuno lo riscatterà.
Nessuno.

Fin dalla sera le mattonelle smaltate di Saardarn hanno scaldato bene e ancora adesso, a notte fonda,
le stufe hanno mantenuto il tepore. Le iscrizioni sul carpentiere di Saardam sono state cancellate e n'è
rimasta una sola:

"... Ele... ho preso il biglietto per l'Aid..."

La casa all'Alekseevskij spusk, la casa coperta dal berretto del generale bianco dormiva da un pezzo
e dormiva al caldo. Il torpore del sonno passava dietro le tende, ondeggiava tra le ombre.
Di là dai vetri la notte gelida sbocciava sempre più vittoriosa e aleggiava muta sopra la terra. Le
stelle ammiccavano, contraendosi e dilatandosi, e particolarmente alta nel cielo c'era una stella rossa a
cinque punte: Marte.
Nelle tepide stanze presero dimora i sogni. Turbin dormiva nella sua cameretta e il sogno pendeva
sopra di lui, come un quadro dilavato. Passava, ondeggiando, il vestibolo e l'imperatore Alessandro
Primo bruciava nella stufetta gli elenchi nominativi della divisione... Passò Julija e lo chiamò con un
cenno e scoppiò a ridere, passarono di corsa ombre che gridavano: "Piglialo! Piglialo!"
Sparavano senza rumore e Turbin tentava di fuggire, ma i piedi erano attaccati al marciapiede della
Malo-Proval'naja e nel sogno Turbin periva. Si svegliò con un gemito, sentì il russare sonoro di
Myslaevskij dal salotto e il sibilo sommesso di Karas' e di Lariosik dalla biblioteca. Si terse il sudore
dalla fronte, tornò in sé, sorrise debolmente, si protese verso l'orologio.
Erano le tre.
- Sono certamente andati via... Peturra... Non ci sarà mai più.
E si riaddormentò.

La notte sbocciava. Il mattino s'avvicinava ormai, e la casa sepolta sotto la neve felpata dormiva. Il
travagliato Vasilisa riposava tra le lenzuola fredde, scaldandole col suo corpo dimagrito. Vasilisa faceva
un sogno assurdo e compiuto. Nel sogno non c'era stata nessuna rivoluzione, erano tutte fisime e
sciocchezze. Una sospetta, instabile felicità lo inondava. Era estate, ed ecco che lui aveva comprato un
orto. Sul momento era cresciuta la verdura. Le aiuole s'erano coperte di allegri viticci e fra essi, come
pigne verdi, facevano capolino i cetrioli. Vasilisa, in calzoni di tela, stava in piedi e, grattandosi la
pancia, guardava il caro solicello che tramontava...
In quel punto Vasilisa sognò l'orologino da tavola rotondo, a forma di globo, che gli avevano preso.
Avrebbe voluto che gli rincrescesse di non averlo più, ma il solicello brillava così piacevolmente, che
non gli veniva da rammaricarsi.
Ed ecco che in quel bel momento certi rosei, rotondi porcellini avevano fatto irruzione nell'orto e coi
loro piccoli grugni avevano cominciato a buttare all'aria le aiuole. La terra volava e schizzava da tutte le
parti. Vasilisa aveva raccattato un bastone e stava per cacciare via i porcellini, ma in quel momento era
saltato fuori che erano bestie terribili, avevano zanne aguzze che fuoruscivano. S'erano avventati contro
Vasilisa saltando fino a un metro da terra, poiché dentro di loro c'erano delle molle. Vasilisa cacciò un
urlo nel sonno. Uno stipite nero coperse i porcellini, essi sprofondarono sotto terra, e davanti a Vasilisa
riemerse la sua buia, umida camera da letto...

La notte sbocciava. Il torpore del sonno passò sopra la Città, trasvolò come un opaco uccello bianco,
lasciando da una parte la croce di Vladimir, cadde oltre il Dnepr nel più fitto della notte e volò lungo
l'arco della ferrovia. Arrivò così alla stazione di Darnica e si trattenne sopra di essa. Sul terzo binario
era fermo un treno blindato. Le piattaforme erano ermeticamente serrate, fino alle ruote, nella corazza
grigia. La locomotiva nereggiava come un masso sfaccettato, dal suo ventre cadeva un drappo di fuoco
che si stendeva sui binari e a non saperlo sembrava che le viscere della locomotiva fossero stipate di
brace incandescente. La locomotiva sibilava sommessa e irosa, qualcosa stillava dalle pareti laterali, il
suo muso schiacciato taceva e sbirciava le foreste lungo il Dnepr. Dall'ultima piattaforma, alzata verso il
cielo nero e azzurro, una larghissima bocca di cannone, in una ermetica museruola, era puntata sulla croce
di mezzanotte, a dodici verste di distanza.
La stazione era tramortita dal terrore. Si era calcata la tenebra sulla fronte e baluginava nel buio con
gli occhietti dei lumi gialli imbambolati dallo strepito della sera. Il trambusto sulle sue banchine era
continuo, nonostante l'ora antelucana. Nella bassa, gialla baracca del telegrafo tre finestre erano
illuminate a giorno e attraverso i vetri si udiva l'ininterrotto ticchettio di tre apparecchi. Sulla banchina,
sagome di uomini in giacconi di pelo fino ai ginocchi, in pastrani e giubbe imbottite da marinai,
correvano su e giù, nonostante il freddo pungente. Discosto dal treno blindato e dietro ad esso c'era una
tradotta di carri merci riscaldabili in cui non si dormiva, ci si chiamava e si sbattevano le porte.
E vicino al treno blindato, accanto alla locomotiva e al corpo ferreo del primo vagone andava su e
giù come un pendolo, un uomo avvolto in un lungo pastrano, con stivali di feltro strappati e con un
cappuccio a punta. Egli ninnava teneramente tra le braccia il fucile come una madre stanca ninna un
bambino, e al suo fianco, tra le rotaie, sotto la scarsa luce del lampione, camminava sulla neve un'ombra
nera, aguzza come una scheggia con una fantomatica baionetta che non mandava alcun suono. L'uomo era
molto stanco e intirizzito come una bestia non come una creatura umana. Le sue mani, livide e fredde,
frugavano invano con le dita irrigidite nei guanti stracciati, cercando un riparo. Nelle fauci del
cappuccio, orlate da una frangia irregolare di schiuma bianca, s'intravvedeva una bocca pelosa e gelata, e
due occhi dalle ispide ciglia nevose. Questi occhi erano azzurri, pieni di sofferenza, assonnati, languidi.
L'uomo camminava metodicamente lasciando penzolare la baionetta e pensava a una cosa sola, a
quando finalmente sarebbe trascorsa la gelida ora di tortura ed egli dalla terra inferocita sarebbe andato
dentro, dove dai tubi che riscaldavano la tradotta si spandeva un calore paradisiaco, dove nell'angusto
canile egli avrebbe potuto buttarsi su una brandina, avvinghiarsi ad essa e stendersi bocconi. L'uomo e
l'ombra camminavano dal getto di fuoco che usciva dal ventre blindato fino alla parete scura del primo
cassone, fino al punto in cui nereggiava l'iscrizione:

Treno blindato "Proletario"

L'ombra, ora allungandosi ora ingobbendosi mostruosamente, ma sempre con la testa aguzza, scavava
la neve con la sua baionetta nera. I raggi cilestrini del lampione erano come sospesi alle spalle
dell'uomo. Due lune azzurrognole che non scaldavano e pigliavano solo in giro, ardevano sulla banchina.
L'uomo cercava un fuoco qualsiasi e non lo trovava in nessun posto; serrando i denti, perduta ogni
speranza di riscaldare le dita dei piedi movendole, egli teneva lo sguardo immutabilmente volto alle
stelle. Quella che poteva guardare più comodamente era Marte, che splendeva in cielo là davanti, vicino
alla Slobodka. E la guardava. Dai suoi occhi lo sguardo andava milioni di verste lontano e non perdeva
mai di vista la viva stella rossiccia. Essa si contraeva e si dilatava, evidentemente viveva e aveva cinque
punte. Di tratto in tratto, quando era troppo stanco, l'uomo poggiava il calcio del fucile sulla neve; appena
si fermava, si assopiva subito, e la nera parete del treno blindato non s'allontanava da quel sonno
trasparente, come non se ne allontanavano alcuni suoni provenienti dalla stazione. Ad essi, però, se ne
erano aggiunti di nuovi. Era comparso nel sonno un firmamento mai veduto. Tutto rosso, sfavillante, e
tutto coperto di stelle Marte nel loro vivo scintillio. Istantaneamente l'anima dell'uomo si riempi di
felicità. Spuntò un cavaliere ignoto, misterioso, in cotta di maglia e fraternamente cavalcò verso l'uomo.
Nel sonno sembrò che il nero treno blindato stesse per sprofondare e che al suo posto sorgesse il
villaggio di Malye Cugry sepolto nella neve. E lui, quell'uomo, era nei pressi di Cugry e colui che gli
veniva incontro era un vicino, un compaesano.
- Zilin? - disse, senza suono, senza muover le labbra, il cervello dell'uomo, e sull'istante la voce
severa del capoposto gli batte nel petto tre parole:
- Attento... sentinella... gelerai...
L'uomo, con uno sforzo sovrumano, strappò da terra il fucile, lo rimise in spalla, barcollando, staccò i
piedi dal suolo e riprese a camminare.
Avanti-indietro. Avanti-indietro. Era scomparso il firmamento del sogno, di nuovo tutto il mondo
intirizzito si rivestiva dell'azzurra seta del cielo, bucata dalla nera e funesta coda d'affusto del cannone.
Venere rossiccia ammiccava e, in risposta ad essa, la luna azzurra del fanale faceva di tanto in tanto
scintillare una stella sul petto dell'uomo. Era piccola e anch'essa a cinque punte.

Il sonno agitato si buttava di qua e di là. Volava lungo il Dnepr. Trasvolò gli scali deserti e cadde su
Podol. Qui da molto tempo s'erano spente le luci. Tutti dormivano. Solo all'angolo della Volynskaja, in
una casa di pietra a tre piani, nell'appartamento del bibliotecario, in un'angusta cameretta, come la stanza
a buon mercato di un albergo molto modesto, sedeva l'occhiceruleo Rusakov sotto la gobba di un
paralume di vetro. Davanti a lui c'era un grosso libro rilegato in pelle gialla. Gli occhi seguivano le righe
lentamente e solennemente:
"Ed io vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti al trono: ed i Libri furono aperti, ed un
altro Libro fu aperto, che è il Libro della vita; ed i morti furono giudicati dalle cose scritte ne' libri,
secondo l'opere loro.
"E 'l mare rendé i morti ch'erano in esso; parimente la morte e l'inferno renderono i lor morti; ed essi
furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere.
....
"E se alcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gittate nello stagno del fuoco.
...
"Poi vidi nuovo cielo e nuova terra, percioché il primo cielo e la prima terra erano passati, e 'l mare
non era più".
Man mano che leggeva lo sconvolgente libro, la mente di Rusakov diventava come una spada
scintillante che si addentra nelle tenebre.
Malattie e sofferenze gli sembravano irrilevanti, non essenziali. Il suo malanno si staccava da lui,
come la crosta di terra da un ramo secco dimenticato nel bosco. Egli vedeva l'azzurra sconfinata bruma
dei secoli, il corridoio dei millenni. E non provava spavento, ma una saggia sottomissione e devozione.
La pace si fermò nella sua anima e nella pace egli arrivò fino alle parole:
"Ed asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro, e la morte non sarà più; parimente non vi sarà più
cordoglio, né grido, né travaglio, percioché le cose di prima son passate".

La torbida caligine si dissipò e lasciò penetrare fino a Elena il tenente Servinskij. I suoi occhi
sporgenti sorridevano disinvolti.
- Io sono il Demone, - disse egli, battendo i tacchi, - e lui; Tal'berg, non tornerà... e io le canto...
Trasse dalla tasca una grande stella di oro falso e glie l'appuntò sul petto a sinistra. Le nebbie del
sogno strisciavano intorno a lui, il suo viso spuntava dalle nuvole, colorito come quello d'un pupazzo.
Cantava con voce penetrante, non come si canta da svegli:
- Vivere, noi vivremo!
- Ma la morte verrà, noi moriremo... - finì di cantare Nikolka ed entrò.
Aveva in mano una chitarra, ma il suo collo era coperto di sangue e sulla fronte aveva una coroncina
gialla con piccole immagini sacre. Elena sull'istante pensò che egli stava per morire e singhiozzò
amaramente e si svegliò con un grido nella notte.
- Nikolka. Oh, Nikolka?
E a lungo, singhiozzando, ascoltò il mormorio della notte. E la notte continuava a trascorrere.

E in fine anche Pet'ka Sceglov, nella casetta del cortile, fece un sogno.
Pet'ka era piccolo, perciò non s'interessava né dei bolscevichi, né di Petljura, né del Demone. E
sognò un sogno semplice e lieto, come la sfera del sole.
Pet'ka sognò che andava per un grande prato verde, e su questo prato c'era una sfavillante palla di
diamante, più grande di lui. Nel sogno gli adulti, quando debbono correre, restano attaccati alla terra, si
lamentano e si dimenano, cercando di spiccicare i piedi dalla melma. Le gambe dei bambini sono invece
svelte e sciolte. Pet'ka corse fino alla palla di diamante e, soffocando nel suo riso gioioso, l'afferrò con le
mani. La palla inondò Pet'ka di spruzzi scintillanti. E questo è tutto il sogno di Pet'ka. Dal piacere egli
scoppiò a ridere nella notte. E in risposta il grillo dietro la stufa si mise a frinire allegramente. Pet'ka
fece altri sogni lievi e giocondi e il grillo continuò a cantare la sua canzone in una fessura, nell'angolo
bianco dietro il secchio, animando la sonnolenta notte brontolona della famiglia.
Sbocciò l'ultima notte. Nella sua seconda metà tutto il greve azzurro, il sipario di Dio che avvolge il
mondo, si coprì di stelle. Sembrava che a un'altezza incommensurabile dietro a quella cortina azzurra si
celebrasse davanti alla Porta regia la funzione notturna che precede le grandi feste. Sull'altare erano state
accese le candele e le fiammelle trasparivano dalla cortina in forma di croci, cespugli e quadrati. Sopra
il Dnepr dalla terra peccaminosa, insanguinata e nevosa s'innalzava nel cupo cielo nero la croce di
mezzanotte di Vladimir. Da lontano sembrava che l'asta trasversale fosse scomparsa, si fosse fusa con
quella verticale e che la croce si fosse trasformata in una minacciosa spada tagliente.
Ma essa non è terribile. Tutto passerà. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La
spada sparirà, ma le stelle resteranno anche quando le ombre dei nostri corpi e delle nostre opere non
saranno più sulla terra. Non c'è uomo che non lo sappia. Perché dunque non vogliamo rivolgere lo
sguardo alle stelle? Perché?
Mosca, 1923-24.
NOTE.

1. "Spusk" in russo significa "discesa".


2. Iconostasi è la parete ricoperta di icone che divide l'altare dal resto della chiesa.
3. Titolo di un vecchio libro per ragazzi su Pietro il Grande.
4. Natasa Rostova in "Guerra e pace" di L. Tolstoj.
5. "La figlia del capitano", romanzo storico di A. Puskin.
6. S. V. Petljura (1877-1926), ispiratore di un movimento nazionalista controrivoluzionario ucraino
durante l'intervento straniero e la guerra civile.
7. Racconto di N. Gogol', in "Veglie alla fattoria presso Dikan'ka".
8. Etmano, antica denominazione del capo dei cosacchi. Si tratta qui dell'etmano Skoropadskij. La
forma russa della parola è "ataman", quella ucraina "hetman". La forma italiana atamano è in nostri
antichi scrittori; di uso è anche etmano.
9. La Trattoria Rossa, nome di località, evidentemente da una trattoria che vi si trovava.
10. "Sazen'" = metri 2,133.
11. "Pud" = chilogrammi 16,375.
12. "Muzicki-bogonoscy", contadini portatori di Dio. Qui si ironizza sull'idealizzazione slavofila del
contadino russo.
13. "Serdjuk", antica denominazione dei seguaci dell'etmano.
14. Nome russo di donna.
15. Via principale di Kiev.
16. Eroe dell'omonimo romanzo di N. Gogol'.
17. "Arsin" = metri 0,711.
18. Il nome di Ladrone di Tusino fu dato al secondo falso Demetrio (pretendente al trono di Russia,
morto nel 1610) dalla località nei pressi di Mosca in cui si accampò.
19. "Karas'", carassio, pesce d'acqua dolce simile alla carpa.
20. Gioco di parole: "kot" in russo significa "gatto" (in ucraino "kit"); ma "kit" in russo vuol dire
"balena" (in ucraino "kyt").
21. Parole dell'inno imperiale.
22. Dramma di D. Merezkovskij.
23. Opera di Cajkovskij tratta dall'omonimo racconto di Puskin.
24. In molte città della Russia e della Polonia i numeri delle case sono scritti su piccoli fanali e sono
perciò visibili anche di notte.
25. "Zemstvo", forma di organizzazione rappresentativa provinciale.
26. Canzone ucraina.
27. Desjatina, vecchia misura agraria russa pari a ha 1,0925.
28. Istmo della Crimea dove i bolscevichi spezzarono l'estrema resistenza dei "bianchi" ponendo fine
alla guerra civile (novembre 1920).
29. Calzature di scorza di tiglio.
30. Polizia.
31. Il ginnasio russo anteriore alla rivoluzione corrispondeva al nostro ginnasio-liceo del tempo.
32. Allusione ai problemi di aritmetica in cui si parla dei tempi di svuotamento o riempimento di uno
o più bacini.
33. I due eroi del romanzo in versi di A. Puskin "Evgenij Onegin".
34. Altra formulazione tipica di vari problemi di aritmetica in uso nelle scuole russe.
35. [Dalle poesie di Lermontov "Borodino", i cui versi divennero le parole di una canzone.
36. Cioè pronunciava le parole alla polacca.
37 Particolare tipo di tabacco molto forte.
38. Membri del partito democratico-costituzionale.
39. "Gajdamaki", nome dei soldati dell'antica Ucraina; poi passato a indicare anche i briganti.
40. Protagonista dell'opera omonima di Cajkovskij tratta dal romanzo in versi di Puskin.
41. E' la partitura dell'aria di Valentino del "Faust" di Gounod.
42. Alunno di un collegio militare.
43. Personaggio di "Nostra Signora di Parigi" di Victor Hugo.
44. [Confer nota 20 cap. 1.
45. Le Porte d'oro a Kiev.
46. Gioco di carte che si fa in quattro persone divise in due coppie,
47. Prima di giocare a "vint" si spazzolava il tappeto del tavolo con la spazzola inumidita di vodka.
48. In questo capitolo, come nei seguenti, si incontrano spesso parole ucraine. Sarebbe stato
impossibile conservare tale caratteristica nella traduzione.
49. Allusione alla catastrofe della Chodynka, il giorno dell'incoronazione di Nicola Secondo (18
maggio 1896), quando migliaia di persone rimasero uccise o ferite nella calca.
50. Verso di una canzone popolare ucraina.
51. "Buncuk", coda di cavallo appesa a un'asta dorata, insegna di comando.
52. Bogdan Chmel'nickij (1595-1657), fu una delle maggiori figure della storia ucraina. Liberò
l'Ucraina dai polacchi e l'unificò alla Russia. Qui ci si riferisce al suo monumento a Kiev, poggiato sopra
una roccia.
53. Decreto sotto forma di proclama.
54. E' l'inizio del primo verso dell'"Internazionale" in russo.