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Michail Bulgakov

Appunti sui polsini


a cura di Eridano Bazzarelli
I David
Collana diretta da
Gian Carlo Ferretti
Copyright by
Editori Riuniti - Roma
I edizione: giugno 1978
La capitale nel blocknotes,
Mosca dalle rosse pietre,
Appunti sui polsini
(e i successivi frammenti),
Trattato sulle abitazioni,
Un lago di vodka casalinga,
Il salmo, La notte del tre
sono stati tradotti da
Eridano Bazzarelli;
La citt di Kiev, La citt d'oro,
Quattro ritratti
da Giovanna Spendel;
La corona rossa
da Anita Fiamenghi
Editori Riuniti
Un Bulgakov inedito, sconosciuto, ricostruito attraverso una serie
di scritti rari: cronache e racconti sulla Mosca degli anni venti,
in gran parte presentati per la prima volta in Italia. La penna acuta
di Bulgakov ritrae la Mosca della Nep, con i suoi nuovi ricchi e
letterati poveri, con i fantasiosi imbrogli degli opportunisti e i
paradossi della coabitazione, con la fame e i laghi di vodka e la
folla variopinta e festosa. La satira iperbolica di Bulgakov si
alterna al ritratto di grande vivezza e (specialmente in altri
scritti sugli anni della guerra civile) all'incubo angoscioso, in
pagine sottilmente autobiografiche. Uno scrittore gi maturo, dunque,
all'immediata vigilia della sua prima grande stagione (quella della
Guardia bianca); un'autentica e sorprendente scoperta.
Michail Bulgakov nacque a Kiev il 3 maggio 1891. Laureatosi in
medicina, esercit la professione fino al 1921, per poi dedicarsi
esclusivamente alla letteratura. Trasferitosi nello stesso anno a
Mosca, collabor intensamente a numerose riviste con cronache e
racconti, prima di pubblicare La guardia bianca (1924-1925). Nello
stesso periodo scrisse fra l'altro Cuore di cane e Le memorie di un
giovane medico. Durante gli anni trenta fu sceneggiatore al Teatro
dell'Arte, dove present il suo famoso lavoro teatrale su Molire.
Dedic gli ultimi anni della sua vita (mor a Mosca nel 1940) alla
stesura del Romanzo teatrale (rimasto incompiuto) e soprattutto del
Maestro e Margherita, entrambi pubblicati postumi.
Introduzione
Nel presente volume vengono pubblicati alcuni racconti e
feuilletons, (1) scritti da Michail Bulgakov negli anni venti. Questi
scritti sono quasi tutti inediti, da noi, e vengono qui raccolti e

organizzati intorno ad alcuni nuclei fondamentali.


Il pubblico italiano conosce Michail Bulgakov, anzitutto, come
autore di quello straordinario romanzo che Il Maestro e Margherita,
che ben possiamo considerare una delle opere d'arte pi appassionate
e fantastiche della letteratura russa del nostro secolo. Il pubblico
conosce poi, oltre all'altro grande romanzo La guardia bianca, le
opere minori, anche attraverso l'elaborazione cinematografica
(Cuore di cane) o televisiva (Uova fatali), e le opere
teatrali (come I giorni dei Turbin o La cabala dei bigotti).
Ma Bulgakov ha scritto molto, e, specialmente nel periodo in cui
egli
esercit la professione di giornalista, altern a scritti di
carattere pi evidentemente cronachistico (reportages, i cosiddetti
feuilletons, schizzi di vita presi dal vero ecc"), molti racconti
brevi. Il lavoro di raccolta e di pubblicazione di questo Bulgakov
ancora inedito, o pubblicato in quegli anni su riviste ormai
introvabili, oggi in corso in Unione Sovietica. E la ricerca
bibliografica e archivistica, legata al reperimento e alla raccolta
di questi scritti, nonch allo studio della genesi delle opere
maggiori, procede attivamente sia in Urss che all'estero. Di tutto
questo materiale abbiamo voluto offrire al pubblico italiano una
parte che ci sembra assai significativa e nella quale molto
presente l'elemento autobiografico, talora usato da Bulgakov per
rendere pi vivace, pi vissuta la pagina ( un fatto che Bulgakov
visse giorno per giorno, a Mosca, il periodo della Nep, (2) la
ricerca del lavoro, le trasformazioni in atto).
La prima parte del presente volume comprende dunque i reportages,
gli schizzi dal vero, i pezzi di cronaca; e la seconda, i racconti
veri e propri: due parti, queste, ambientate prevalentemente nella
Mosca degli anni venti. Una terza parte, invece, ci porta indietro
nel tempo e comprende due scritti ambientati nel periodo della guerra
civile e pi direttamente preliminari a un diverso progetto. Il
Bulgakov che qui presentiamo, comunque, non affatto uno scrittore
alle prime armi, come si suol dire. E" uno scrittore gi in piena
fase di maturazione. E per chiarire questo aspetto, dovremo
considerare, sia pure in breve, la sua formazione.
Michail Bulgakov incominci, difatti, assai presto a scrivere e,
tutto sommato, relativamente tardi a pubblicare. Una compagna di
scuola dello scrittore, N'A" Zemskaja, in una lettera del 18 aprile
1964, scriveva ad Elena Sergeevna (la vedova dello scrittore):
Ricordo che molto tempo addietro, nel 1912-1913, quando Mi`sa era ancora studente e io ero corsista del primo anno, mi fece
leggere un suo racconto, intitolato Il serpente di fuoco e imperniato
sulla storia di un alcolizzato arrivato al delirium tremens, che
moriva durante un attacco. Il protagonista aveva un'allucinazione: un
enorme serpente entrava nella sua stanza e lo soffocava. Questo
serpente forse l'antenato dei serpenti del racconto Uova fatali.
Nel 1912 perci (quando aveva del resto ventun anni) Bulgakov
scriveva racconti formati, come questo; dal che si deduce che egli
doveva gi avere una certa esperienza, sicuramente iniziata al tempo
in cui frequentava il ginnasioliceo.
Se vero ci che dice la Zemskaja, l'affermazione di Bulgakov,
contenuta nell'Autobiografia del 1937, secondo la quale egli avrebbe
scritto il suo primo racconto nel 1919, non dovrebbe corrispondere a
verit.
Ma lasciamo questi problemi del primo racconto, delle origini
(forse Bulgakov consider primo racconto un testo accettato,
compiuto in ogni sua parte, non rifiutato): il fatto che il
Bulgakov degli scritti pubblicati in questo volume, risalenti in gran
parte agli anni 1922-1923, non pu certo dirsi - anche storicamente -

un Bulgakov esordiente.
Questo periodo precede immediatamente il primo periodo di intensa
attivit del Bulgakov maggiore: difatti nel biennio 1924-1925 egli
scrive (o continua a scrivere), definisce, forma esteticamente La
guardia bianca e dello stesso periodo sono anche famosi racconti
quali Cuore di cane, Diavoleide, Le memorie di un giovane medico. La
stessa lettura degli scritti qui raccolti conferma queste
considerazioni. C' anzitutto una tendenziale unit di fondo, mentre
del resto difficile stabilire delle differenze di valore, oltre che
di genere, tra le pagine del Bulgakov autore di feuilletons e quelle
del Bulgakov autore di racconti. In tutte queste pagine, insomma,
egli mostra gi un sicuro mestiere, un giornalista e uno scrittore
con una sua fisionomia ben precisa.
Qui inoltre possiamo ritrovare i nuclei, gli spunti, gli elementi
iniziali che poi, sviluppati, contribuiranno alle opere maggiori,
come, per esempio, La guardia bianca. Ma non si tratta - va precisato
ancora - di abbozzi o di prove d'autore. Certo, La notte del tre
costituisce una redazione antica di certi episodi del romanzo La
guardia bianca. Ma anche questo pu essere benissimo letto come
racconto conchiuso, addirittura come reportage oggettivato
attraverso il protagonista, il dottor Bakalejnikov, di un momento
della guerra civile a Kiev (il momento in cui le truppe di Petljura,
sospinte dall'armata rossa, lasciano la citt, e avvengono episodi di
violenza sul ponte). (3) Possiamo dire che il dottor Bakalejnikov,
marito di Varvara Afanasevna e fratello di Kolja, la incarnazione
precedente di Aleksej Turbin, l'eroe della Guardia bianca. La sua
storia, come quella di Varvara Afanasevna (che sar, nel romanzo La
guardia bianca, sorella e non moglie di Aleksej Turbin, e moglie
invece di Talberg, il quale assumer per contro alcuni caratteri
della vilt di Bakalejnikov), come la storia e la figura di Kolja (il
futuro Nikolaj Turbin), riflettono momenti e terrori della vita
privata di Michail Bulgakov.
Molti fatti, molti documenti, sono stati analizzati, a proposito di
questo primo Bulgakov (insieme ad altri aspetti) da Marietta
`cudakova, nel saggio Archiv M'A" Bulgakova. Materialy dlja
tvor` ceskoj biografii pisatelja ?L'archivio di M'A" Bulgakov.
Materiali per una biografia di Bulgakov come scrittore*, che stato
pubblicato nelle Zapiski Otdela Rukopisej ?Memorie della sezione
manoscritti* della Biblioteca Lenin di Mosca (Mosca, 1976). Saggio
che mette a punto una quantit di informazioni, ne d di nuove e
getta luce su una moltitudine di problemi legati alla storia
creativa di Bulgakov: la cui biografia scientifica, completa, ,
dunque, ancora da scrivere. Scrive la `cudakova: La fine
dell'inverno e la primavera del 1922, quando la fame, la
disoccupazione, la crisi dei combustibili, complicavano
estremamente la situazione interna del paese, furono un momento
pesante anche per Bulgakov. Durante quell'anno avvennero alcuni fatti
importanti nella sua vita personale, che si trovarono in connessione
diretta con lo sviluppo dell'idea del romanzo ?La guardia bianca*. Il
16 gennaio 1922, suo fratello N'A" Bulgakov, sulla cui sorte la
famiglia da alcuni anni non
aveva notizie, scrive la prima lettera alla madre, da Zagabria. Di
questa lettera viene presto informato il fratello maggiore. Nel marzo
si conosce anche la sorte del pi piccolo dei fratelli, I" A"
Bulgakov. Cos, nei primi tre mesi del 1922, Michail Bulgakov ha
finalmente notizie dei fratelli, che la guerra e la guerra civile
avevano allontanato. E gli giunge anche, da Kiev, la notizia che sua
madre morta di tifo. Questa tensione psichica, l'ansia, la
liberazione dall'ansia dopo le notizie, e il dolore per la morte
della madre, avrebbero dunque costituito il nucleo del tema

sentimentale (di uno dei temi sentimentali) di fondo del romanzo:


l'idealizzazione, la ricostruzione fantastica, nella memoria e sulla
pagina, della famiglia di Bulgakov, con i suoi oggetti pacifici e
sicuri, con i fratelli, le sorelle. Un complesso di motivi, in
sostanza, che in un mio lavoro su Bulgakov ho chiamato nostalgia
della tana, ansia di ritornare nell"utero.
Ed ecco che in queste pagine della Notte del tre, in questo brano
che doveva essere parte di un romanzo (L'impeto rosso), non scritto o
non finito o finito e poi distrutto (che pu, questo s, essere
considerato la prova d'autore della Guardia bianca), ritroviamo la
paura per la distruzione della famiglia, ritroviamo l'attesa; e
questa ansia la ritroviamo pi ancora nel racconto La corona rossa,
che sembra essere, addirittura, l'esorcizzazione di un evento di
morte non accaduto ai fratelli minori, e una specie di autopunizione,
quasi per la colpa di non aver saputo proteggere la loro vita (uno
dei due Bulgakov minori, fra l'altro, si chiama proprio Nikolaj, come
l'eroe delle pagine La notte del tre, della Corona rossa, della
Guardia bianca, e del dramma I giorni dei Turbin, versione teatrale
del romanzo). Questi due racconti sono entrambi, appunto, del 1922
o, almeno, vennero pubblicati sul supplemento letterario della
rivista Nakanune il 22 ottobre e il 10 dicembre di quell'anno.
La corona rossa venne scritto, certamente, dopo l'arrivo della
notizia che il fratello era salvo: nel racconto, il tema l'angoscia
e poi la follia del fratello maggiore, che non riesce a salvare la
vita del fratello minore, n la vita di un altro uomo. E" uno dei
temi sostanziali di Bulgakov. E" un racconto terribile, uno dei pi
emblematici fra quelli dedicati all'orrore della violenza. Il nome
del ragazzo ucciso da un proiettile che gli scoperchia la scatola
cranica (cos si forma, appunto, la corona rossa) , dunque, Kolja,
Nikolaj. Non sappiamo fino a che punto il motivo della casa di cura,
in cui si trova il fratello maggiore, possa considerarsi
l'antecedente dell'episodio sviluppato poi nel Maestro e Margherita
(la casa di cura dove sono ricoverati il Maestro e Ivan Bezdomnyj).
Certo si che tutta una rete sottile di motivi, di immagini, di
situazioni, di allusioni psicologiche, di figure letterarie, agisce
in questi racconti e feuilletons, e ci permette di individuare fin da
adesso (come si diceva), quel tipico mondo bulgakoviano che,
successivamente, si svilupper in opere pluridimensionali e non
unidimensionali come queste.
Cos notiamo gi in tutti i racconti e feuilletons qui raccolti
alcune caratteristiche costanti dello stile di Bulgakov: la frase ben
rifinita, precisa, anche per la scelta della parola che, accanto ad
altre, pu far scoccare la scintilla comica (nel racconto La corona
rossa, e anche La notte del tre, naturalmente, l'elemento comico non
sussiste, n pu sussistere); frase in cui certe suggestioni
moderatamente cubiste non rompono mai la continuit classica del
discorso, la capacit di vedere, nel pi piccolo particolare
quotidiano, una reazione umana precisa e perfetta nella sua
essenziale laconicit di espressione; e quindi l'interesse per il
brulicare della vita dei piccoli uomini, certo meschini, vili, tesi a
salvare la propria pelle e i propri vizi, incapaci di capire quello
che succedeva, ma veri, e che Bulgakov colpisce con la sua satira e
condanna, eventualmente, per la vilt, o il vizio, ma che in fondo
ama, perch anche loro sono uomini, in preda a sconvolgimenti che li
travolgono. E non c' solo il personaggio pi grottesco in questo
ambito, e cio Vasilisa, ma anche tutti quegli abitanti di Mosca, in
cerca di vodka, di liti, stizzosi, stravolti da una realt in
trasformazione di cui non comprendono il senso: il contrasto, perci,
tra la vita minuta, quotidiana, in cui ognuno teso a salvare la
propria individualit fatta non di profondit ma di automatismo, e

l'utopia che si voleva realizzare, e la cui realizzazione si


scontrava (e si sarebbe scontrata) appunto con quella stessa realt.
Mentre c'era la guerra civile o la guerra civile era appena finita,
gi si scatenava, oltre alla rappresentazione sincera di quella
drammatica, sconvolgente vicenda, anche l'esaltazione, retorica o
meno, di chi confondeva l'idea con la realt, l'utopia con la storia:
ma Bulgakov estraeva il succo del quotidiano, e, anche attraverso
la sua esperienza personale, vedeva comunque nella nuova societ
portata dai bolscevichi sia la pace (e questo evidente: la gente,
di cui Bulgakov rappresenta, ma con un particolare distacco e
giudizio, i sentimenti, non ne poteva pi della guerra civile e della
pressione cui era stata sottoposta in quegli anni), sia la
possibilit di un vivere civile.
Erano tempi difficili quelli degli anni venti, il rublo era
svalutato (da qui i miliardi e i triliardi, e gli innumerevoli
limoni, cio biglietti da mille, necessari per sopravvivere); era
il tempo dei bezprizornye, i ragazzi allo sbando, senza famiglia, o
con famiglie per modo di dire, che dovevano pensare prima di tutto a
se stessi (mangiare) e poi, eventualmente, aiutare la famiglia, e per
questo vendevano sigarette e si adattavano a ogni genere di lavoro
lecito o illecito. L'uomo piccolo di Bulgakov, stupito di quel che
successo, contento di avere, intanto, salvato la pelle, si guarda
intorno. I pi intraprendenti approfittano della nuova politica
economica (la Nep appunto) e sperano che i tempi della borghesia
ricca, del commercio lucroso, siano tornati, che la rivoluzione sia
stata solo un sogno, un incubo, e si buttano alla conquista di ogni
possibile vantaggio economico (si veda Il trilionario).
Per la maggior parte, i problemi sono sostanzialmente due: il primo
, appunto, quello di procurarsi il cibo e un tetto; il problema
che, con sottile vena di umanit e di ironia Bulgakov affronta
ponendo se stesso come protagonista, negli Appunti sui polsini, Mosca
dalle rosse pietre, La capitale nel blocknotes e anche il racconto
Trattato sulle abitazioni; il secondo (che espresso in racconti,
come, per esempio, Quattro ritratti) quello di dimostrare la
propria lealt, a parole e con trucchi, al nuovo regime per evitare
grane, e di affermare che si sempre d'accordo con le nuove autorit
per difendere certi privilegi. Naturalmente l'ironia dell'autore
colpisce qui e altrove l'ipocrisia dei farisei, delle persone
meschine e opportuniste.
L'uomo di Bulgakov, sia esso nepman (4) o semplice cittadino
smarrito, o persona ancora troppo legata al mondo del passato,
reagisce in modo immediato, particolare, isolato, alla situazione,
alle sollecitazioni esterne: almeno l'uomo della citt, che non
sembra coinvolto profondamente dalla guerra civile, dallo sforzo di
costruzione della societ nuova. Emblematico il basamento vuoto del
monumento ad Alessandro Iii: subito dopo la rivoluzione, il monumento
a quel cupo zar venne abbattuto, ma rimase il parallelepipedo sul
quale era appoggiato. Ed ora questo parallelepipedo sembra attendere
qualcosa, che ancora non c'. Almeno, secondo l'opinione della gente
comune.
Non che Bulgakov non prenda posizione. Attraverso la freschezza
del suo stile, la sua ironia, si sente anche il suo sdegno. Bulgakov
non un ideologo, non ha schemi, accetta (lo si accennato gi)
questa societ nuova come speranza e garanzia di una vita pi civile,
diversa da quella passata.
Forse in Bulgakov ci sono state due componenti diverse: la prima,
quella che affondava le radici nella sua storia personale,
identificata, dunque, con la storia idealizzata della sua famiglia,
col mito luminoso della citt di Kiev, la pi cara, la pi bella, la
pi antica di tutte le citt di tutta la santa Russia; la seconda,

costituita dall'interesse, ironia e piet per gli altri, dalla


comprensione della tensione cui era sottoposta la gente, durante e
dopo la guerra civile. Da una parte c'erano coloro che volevano
costruire la nuova societ, dall'altra coloro che non la volevano,
che la ostacolavano, direttamente o indirettamente. Fra questi
ostacoli c'era anche l'incivilt, di cui potevano essere segnali
evidenti, per esempio, lo sputare per terra, il fumare dov'era
proibito, o, in modo ancora pi grave, fabbricare e spacciare la
vodka clandestina. Ed ecco tutti questi personaggi, figurine certo
tratteggiate con pochi colpi di penna, ma precise, vive, evidenti,
quasi fissate alla pagina con uno spillo appuntito, come la gogoliana
farfalla. Figurine che rendono la temperie di un'epoca, siano esse la
proiezione, attraverso l'io narrante, dell'autore, o siano
oggettivate in personaggi autonomi. E attraverso queste memorie
dell'io narrante, rinascono alla luce i colori, gli odori, le voci, i
sentimenti di quel tempo e di quei luoghi: Kiev, Tiflis, con i centri
letterari creati dalla fantasia affamata, e poi Mosca.
Gli Appunti sui polsini hanno, come referente, il tempo di Tiflis e
il primo tempo di Mosca, con tutte le difficolt connesse. Questi
Appunti vennero per pubblicati, in diverse redazioni, un po'"pi
tardi di quel primo periodo (1920), e cio nel 1922 (su Nakanune) e
nel 1923 (su Vozro` zdenie e Rossija). Questi Appunti costituiscono senza dubbio
un
prezioso elemento per la ricostruzione biografica di Bulgakov: a
patto di accettarne solo, si capisce, alcune linee essenziali, perch
non c' dubbio che la fantasia bulgakoviana ci ha messo il suo naso.
L'autore ci trasmette, col suo humour cos ricco di sentimento e cos
preciso, la sensazione di precariet, l'ansia per la ricerca di un
lavoro. E" tutta una serie di fatti veri che sembrano trovate (o
viceversa): l'invenzione di un ufficio (il Lito favoloso) dagli scopi
non troppo definiti di organizzazione letteraria (in realt era un
modo per procurare qualche stipendietto a un certo numero di
intellettuali appunto affamati, fra cui l'io narrante, identificabile
certo con l'autore), la follia delle sigle, che si moltiplicavano al
punto da costituire un'altra lingua, misteriosa, di fronte alla quale
il semplice cittadino rimaneva stupito, perplesso, e poi quella
straordinaria scomparsa dell'Ufficio del Lito, poi ritrovato, che
preannuncia le invenzioni fantasiose del grande Bulgakov futuro. Gli
Appunti sui polsini costituiscono dunque una pagina di vita di
Bulgakov e ci dnno veramente il senso della situazione di allora,
vista, s'intende, senza retorica ma con il caratteristico spirito
bulgakoviano, e vista dalla parte dei piccoli.
Bulgakov, come risulta dai materiali d'archivio, intendeva
preparare un vero e proprio libro di Appunti sui polsini. Questo
lavoro di preparazione risale al 1923. Il libro doveva essere di una
settantina di pagine, e l'avrebbe pubblicato l'editore di Nakanune:
poi non se ne fece niente. Mosca dalle rosse pietre e La capitale nel
blocknotes forse erano destinati, a nostro parere, a costituire altri
capitoli del libro in progetto: un libro giornalistico ma anche
sentimentale sugli anni difficili di Bulgakov, e su Mosca
dell'inizio degli anni venti. Forse poteva entrare in quel libro
rimasto intenzione anche La citt d'oro, per il suo carattere di
fotografia giornalistica, rapida. Tuttavia lo spirito un po''
diverso: l'elemento autobiografico, tipico degli Appunti sui polsini,
assente, o quasi, e sono assenti anche le scene negative. Si
tratta, in sostanza, di un esempio del giornalismo vivace e
positivo di Bulgakov: la descrizione variopinta della variopinta
esposizione. Sentiamo, peraltro, la tipica atmosfera di Bulgakov, il
brulicare della gente e, mi pare, pi in fondo, quella fiducia nella

possibilit della costruzione pacifica di una nuova societ.


Le pagine di Kievgorod, la citt di Kiev, aprono giustamente, ci
sembra, il volume; si riferiscono al 1917, almeno come punto di
partenza, e rappresentano un omaggio alla sua citt amata. Vediamo
un Bulgakov che riflette i dubbi, gli stupori, le perplessit, le
incertezze dell'uomo comune di Kiev di fronte alle novit, agli
scontri, al cos rapido passaggio da un tipo di governo a un altro.
Sotto questo aspetto si possono comprendere certi umori o anche certi
pregiudizi (per esempio a proposito della lingua ucraina, e delle
insegne ucraine dei negozi). E" certo che Bulgakov am Kiev come la
citt nativa, come l'antica tana, come la pi bella citt di tutte le
Russie e del mondo. Ma se Kiev ha per Bulgakov questo rapporto, un
rapporto non meno intenso, non meno fisico l'ha la citt di Mosca: si
sente, riga per riga, una consonanza tra il protagonista e la citt
(e quindi tra l'autore e la citt) che tormentoso e succoso, una
consonanza di sensi, in cui la fisicit della citt (in tutti i suoi
strati e in tutte le sue pieghe) viene fuori, nel suo caldo e nel suo
gelo, con le case e le luci. Direi che il "tema profondo che pu
definirsi come senso di Mosca come interno calore di Mosca sia
uno dei momenti pi intensi e meno dimenticabili di queste pagine.
Con questo volume pensiamo dunque di aver portato un ulteriore
contributo alla conoscenza, in Italia, di Michail Bulgakov: la
conoscenza cio di pagine nelle quali si pu vedere, allo stato per
cos dire nascente, il formarsi delle premesse, gi autonome
artisticamente, del mondo poetico degli anni che sarebbero seguiti.
Eridano Bazzarelli
febbraio 1978
NOTE:
(1) In Russia il feuilleton un genere letterario breve, dal
carattere satirico e umoristico, pubblicato su quotidiani e riviste
da non confondere con l'occidentale puntata di romanzo d'appendice.
(2) Sigla che indica la Novaja Ekonomi` ceskaja Politika (Nuova
Politica Economica), introdotta temporaneamente da Lenin nel 1921,
dopo la fine del comunismo di guerra. I contadini furono
autorizzati a vendere al mercato parte dei loro prodotti, si svilupp
il commercio privato e ci fu una certa reviviscenza capitalistica (ma
la direzione dell'economia, attraverso l'industria, le banche, i
trasporti, il commercio con l'estero, rimasero saldamente nelle mani
dello stato socialista).
(3) Dopo la caduta dello zarismo (2 marzo 1917) la citt di Kiev
fu al centro di un drammatico susseguirsi di governi e regimi
specialmente dal 1918 al 1920: governo sovietico (12 febbraio 1918);
ingresso dei tedeschi, alleati del governo nazionale ucraino (1 marzo
1918); avvento al potere del Direttorio ucraino, proclamato dal
nazionalista Petljura (14 dicembre 1918); riaffermazione del potere
sovietico (5 febbraio 1919); ritorno dell'armata rossa (16 dicembre
1919); conquista polacca (6 maggio 1920); ritorno definitivo del
potere sovietico (12 giugno 1920).
(4) Commerciante, o affarista, che si arricchiva, approfittando
della Nep.
Nota del curatore
I feuilletons e i racconti pubblicati in questo volume sono inediti
in Italia, ad esclusione di alcuni piccoli frammenti (per altro in
una diversa traduzione) di Appunti sui polsini, (1) e di tre
racconti: Mosca dalle rosse pietre (presentato sul n" 5 del 1975

della rivista Il racconto), Quattro ritratti e Trattato sulle


abitazioni (usciti sul n" 11 del 1976 della stessa rivista).
Gli scritti della prima parte di questo volume sono stati
pubblicati sulla rivista Nakanune ?Alla vigilia*: Kievgorod (La
citt di Kiev), il 6 luglio 1923; Stolica v bloknote (La capitale nel
blocknotes) in tre puntate, in data 21 dicembre 1922 (i capitoli I e
Ii), in data 20 gennaio 1923 (i capitoli Iii e Iv), in data 9
febbraio 1923 (i capitoli VVii). Il capitolo Iv (Il trilionario)
stato poi ripubblicato dalla Literaturnaja gazeta ?Giornale
letterario* del 13 settembre 1972. Moskva Krasnokamennaja (che
stato tradotto Mosca dalle rosse pietre; ma si potrebbe anche e
contemporaneamente intendere Mosca dalle belle pietre: il termine
ricorda, ovviamente l'aggettivo belokamennaja, dalle bianche pietre,
epiteto usato dal poeta Aleksandr Pu` skin proprio con riferimento a
Mosca, nell'Eugenio Onegin, Vii, 36 e altrove) fu pubblicato il 30
giugno 1922. E" stato poi ripubblicato da Selskaja Molod` z ?La
giovent di campagna*, n" 1, 1966. Sul numero di Nakanune del 30
settembre 1923 usc Zolotistyj gorod (La citt d'oro).
Zapiski na man` zetach (Appunti sui polsini) sono stati per la prima
volta presentati in Nakanune. Literaturnoe Prilo` zenie ?Alla vigilia.
Supplemento letterario*, il 18 giugno 1922. Questa prima puntata
comprende i capitoli IXiv, relativi agli anni 1920-1921. A questa
prima parte degli Appunti sui polsini, stata qui fatta seguire
una seconda parte, con i capitoli I e Xii (pertanto la numerazione
dei capitoli I e Xii ripetuta, ma il contenuto diverso). Questi
due capitoli uscirono in Vozro` zdenie. Almanach ?Rinascita.
Almanacco*, Mosca, n" 2, 1923. Una terza serie di Appunti sui polsini
non presenta numerazione dei capitoli (ma solo l'indicazione dei
titoli a partire da: L'abisso moscovita). Si tratta di dieci
capitoletti, pubblicati sulla rivista Rossija ?Russia*, n" 5, 1923.
Non stato qui tentato alcun mixage dei diversi capitoli, e delle
diverse puntate, che pubblichiamo una dopo l'altra, in ordine di
data, e dando a tutti i capitoli la stessa importanza e rilievo.
Dalla nostra traduzione sono esclusi i pezzi pubblicati in Grani, n"
77, 1970, (che sono poi quelli di Zvezda Vostoka ?La stella
dell'oriente*, n" 3, 1967).
Traktat o `zili` s`ce (Trattato sulle abitazioni) usc il 27 maggio
1924 e il 12 giugno 1924 in Nakanune, parte di un pi ampio racconto
dal titolo: Mosca degli anni venti; Samogonnoe ozero (Un lago di
vodka casalinga) apparve su Nakanune. Literaturnoe Prilo` zenie, il 29
luglio 1923. Il 23 settembre 1923 fu pubblicato, su Nakanune, il
racconto Psalom (Il salmo) mentre non si ha la data della prima
pubblicazione di `cetyre portreta (Quattro ritratti).
Anche i racconti della terza parte, Krasnaja korona (La corona
rossa) e V no` c na 3-e `cislo (La notte del tre) apparvero,
rispettivamente il 22 ottobre e il 10 dicembre 1922, su Nakanune.
Literaturnoe Prilo`zenie.
La traduzione stata condotta sulla antologia: Michail Bulgakov,
Rannjaja neizdannaja proza ?Prima prosa inedita* Mnchen, Otto Sagner
in Kommission, 1976 (a cura e con la prefazione di F" Levin, nella
collana: Arbeiten und texte fr Slavistik. 12), per i testi: La citt
di Kiev, La capitale nel blocknotes, Mosca dalle rosse pietre, La
citt d'oro, Appunti sui polsini (e i successivi frammenti), La notte
del tre, La corona rossa.
Per gli Appunti sui polsini non si seguito l'ordine del testo
curato da F" Levin che poneva in appendice i testi di Vozro` zdenie e
Rossija.
Trattato sulle abitazioni, Un lago di vodka casalinga, Il salmo,
Quattro ritratti sono stati tradotti dal testo: Michail Bulgakov,

Traktat o `zili` s`ce, Mosca, 1926.


Si precisa che il controllo dei testi inediti stato condotto fino
a tutto il 1977, con una parziale riserva per quelle sedi di
pubblicazione che non hanno una diffusione nazionale.
Nella organizzazione del volume, secondo le tre sezioni gi
indicate, a una successione meramente cronologica dei vari testi, si
preferita una successione fondata su una possibile coerenza interna
ai testi stessi. Nella riproduzione dei testi, inoltre, si cercato
di rispettare i criteri redazionali delle fonti citate,
uniformandoli, l dove si verificassero delle divergenze.
E" B"
NOTE:
(1) Su Carte segrete, n" 4, ottobredicembre 1967, vennero
pubblicati dei contributi alla biografia di Bulgakov, a cura di
Chiara Spano de Cet e con un'introduzione firmata g" t". Questi
contributi sono stati intitolati Autobiografia di autobiografie
scritta sui polsini, ma non corrispondono agli Appunti sui polsini,
di cui presentano il brano qui intitolato Fuggire, fuggire. Nei testi
di Bulgakov pure compreso un piccolo frammento di Un capitolo
biomeccanico (dalla Capitale nel blocknotes) e del Trattato sulle
abitazioni, oltre a frammenti della Lettera a Stalin e delle
autobiografie. Tutti questi scritti sono uniti da indicazioni di
raccordo della curatrice.
L'autore e la critica
Michail Afanasevi` c Bulgakov nacque il 3 (15) maggio 1891 nella
citt di Kiev. Suo padre, professore di storia presso l'Accademia
teologica di Kiev, mor nel 1907. Sua madre, Varvara Michajlovna
Bulgakova, nata Pokrovskaja, mor nel 1922. Terminato il
ginnasioliceo Michail Afanasevi` c si iscrisse alla facolt di
medicina dell'universit di Kiev. Dopo gli studi universitari, dal 29
settembre 1916 al 18 settembre 1917, lavor nel villaggio di
Nikolskoe (governatorato di Smolensk) come medico, dirigendo
l'ospedale territoriale. Dalla fine del settembre 1917 al febbraio
del 1918 fu medico nell'ospedale cittadino di Vjazma: qui diresse il
reparto delle malattie infettive e veneree. La sua esperienza
ospedaliera espressa in quello straordinario libro di appunti,
ricordi e racconti insieme, che porta il titolo di Memorie di un
giovane medico. Tuttavia, bench esercitasse la sua professione con
grande impegno, la passione letteraria dovette essere assai pi
forte: passione, vocazione, alla quale si era dedicato fin dagli anni
dell'adolescenza. Nel maggio del 1918 Bulgakov ritorn a Kiev, dove
rimase per un anno e mezzo, esercitando la professione di medico
privato (come il suo eroe Aleksej Turbin, della Guardia bianca). Ne
testimonianza, fra l'altro, una ricetta da lui compilata per un
paziente, in data 5 gennaio 1919. Bulgakov assistette, giorno per
giorno, fino al 1919, alla convulsa storia vissuta in quel periodo
dalla citt di Kiev (di cui si parla nell'introduzione).
Nell'autunno del 1919 Bulgakov si trasfer nel Caucaso: all'inizio
del 1920 lo troviamo a Vladikavkaz, dove rimase fino al 1921. La
scelta era stata fatta: Bulgakov abbandon l'attivit di medico per
divenire scrittore di professione. A Vladikavkaz scrisse una serie
di pezzi teatrali, che vennero rappresentati nel teatro locale. Non
si pu dire molto sulla sua attivit di giornalista nel Caucaso.
Nel 1921 si trasfer a Mosca e uno dei primi lavori che scrisse qui
fu quello dal titolo Appunti sui polsini. Era questo, come si detto
nell'introduzione, il periodo della Nep.

Bulgakov in questi anni gi pensava a un romanzo: dal ricco


complesso di sogni, di fantasie letterarie, di memorie, di reazioni
psicologiche profonde, nascer La guardia bianca. A Mosca Bulgakov
visse dapprima in una casa di via Sadovaja, dove poi avrebbe
localizzato la vicenda del Maestro e Margherita, almeno nella sua
dimensione moscovita. All'inizio del 1923 lo scrittore aveva trovato
un posto di redattore nella rivista Gudok: dal mese di dicembre di
quell'anno i suoi feuilletons comparivano in numero di quattro o
cinque al mese.
Nel 1924 lo scrittore termin La guardia bianca, e la Diavoleide.
In questo periodo ebbe inizio la collaborazione all'almanacco
letterario Nedra. Nel 1924-1925 sulla rivista Rossija vennero
pubblicate le prime due parti della Guardia bianca (la terza parte
sarebbe uscita nel 1927 a Riga, senza l'autorizzazione dell'autore).
E il 1925 fu un anno pure intenso: fra i racconti scritti e
pubblicati c' Uova fatali. Nel 1925 divorzi dalla prima moglie,
Tatjana Lappa, che aveva sposato nel 1913. In questo tempo matur in
Bulgakov l'idea di trasformare in opera teatrale il soggetto della
Guardia bianca: l'idea venne realizzata nel 1926 (I giorni dei
Turbin): il dramma ottenne subito un notevole successo di teatro,
mentre i racconti che, in riviste o anche in volumi separati, lo
scrittore andava pubblicando, non riscossero il favore che
meritavano. Anzi la critica militante, in mano ai cosiddetti
sostenitori (come dopo vennero chiamati) del marxismo volgare non
volle n capire n tollerare il modo di scrivere e di vedere il mondo
di Bulgakov. Di qui attacchi rabbiosi e condanne. Del resto Bulgakov,
che pure aveva accettato
lealmente la rivoluzione e la societ nuova, non fu mai,
esistenzialmente, legato alla visione del mondo che stava alla base
di questa societ. Di cui prefer vedere, in genere, certi
aspetti negativi. D'altra parte la sua onest, la sua innocenza
furono, in un certo senso, anche la sua protezione. In questo periodo
egli scrisse opere di grande fascino, come Cuore di cane e Le memorie
di un giovane medico (1925), e i lavori teatrali L'appartamento di
Zoja (1926), rappresentato al teatro
Vachtangov e subito ritirato, La corsa (1927), L'isola purpurea
(1927-1928). Intanto si era scatenata una campagna anche contro I
giorni dei Turbin. Nel 1928, lo scrittore abbozzava il primo nucleo
di quello che sarebbe stato Il Maestro e Margherita. Del 28 marzo
1930 la famosa Lettera inviata ai dirigenti dell'Unione Sovietica,
cio a Stalin, in cui lo scrittore
- visto che le sue opere venivano proibite, non rappresentate, non
pubblicate, e visto anche che egli non intendeva scrivere cose che
non sentiva, - chiedeva almeno di poter lavorare, in qualche modo:
come regista di teatro, o altrimenti come comparsa, oppure come
operaio. Dopo questa lettera Bulgakov ottenne di lavorare come
sceneggiatore presso il Teatro dell'Arte. Il periodo 1930-1936 fu
intenso: Bulgakov scrisse molte sceneggiature (fra cui, quella delle
Anime morte di Gogol), e un capolavoro teatrale quale La cabala dei
bigotti, che
aveva come soggetto il signor di Molire (di cui nel 1932 scrisse
anche una Vita). Del 1931 il dramma Adamo ed Eva, del 1935 Gli
ultimi giorni (sulla morte di Pu`skin: come il lavoro su Molire, anche questo dedicato al
rapporto fra il potere e l'artista), del 1935-1936 un dramma fantascientifico, di cui si hanno due redazioni o
versioni, Il sogno dell'ingegnere (Beatitudine) e Ivan Vasilevi` c. Al
1936 risale l'inizio del lavoro al Romanzo teatrale, che rimase
incompiuto. Ma gli ultimi anni della vita Bulgakov li dedic al
romanzo, di cui conosciamo, ormai, la complessa elaborazione: Il

Maestro e Margherita, pubblicato postumo nel 1966-1967 (in edizione


censurata) e poi nel 1973 in edizione intatta. Purtroppo Bulgakov
dovette subire ancora, prima e dopo la morte, il silenzio e la
censura. La sua fine fu dolorosa: si ammal nel 1939, di una malattia
terribile (la sclerosi a placche), che lo port alla cecit e caus
la sua morte, dopo dolori spaventosi, il 10 marzo del 1940. Era con
lui la seconda moglie, Elena Sergeevna, che poi ne avrebbe custodito
i manoscritti e tutta l'eredit letteraria.
Dopo l'incendio, nella Cimice viene il mondo dell'utopia capovolta
e su di esso Majakovskij non smette di esercitare la sua azione
criticostorica. Dopo gli incendi del Maestro e Margherita viene
l'esodo in un lunare aldil di pace, un'estatica rinunzia alla vita.
Tra i due incendi non stanno soltanto due diverse concezioni della
realt, ma, forse soprattutto, due diverse realt: i dieci anni di
terribile storia che li dividono.
(V" Strada, prefazione a M" Bulgakov, Il Maestro e Margherita,
Einaudi 1967.)
Il Maestro e Margherita piombato nel mondo letterario
internazionale come un fulmine a ciel sereno; ha abbagliato per la
sua luminosa, smagliante eccentricit. ?...* Ma non si pu dire che
la critica specializzata, almeno quella italiana, sia stata colta di
sorpresa, perch (a parte la recente pubblicazione, nel 1966, del
Romanzo teatrale) fin dagli anni venti aveva indicato in Bulgakov
uno dei pi promettenti scrittori della Russia sovietica. Nel 1929,
recensendo La guardia bianca (romanzo da lui stesso tradotto in
italiano), Ettore Lo Gatto scriveva, in un lungo studio pubblicato
dalla Rivista di letterature slave: Bulgakov scrittore di
eccezionale talento, dotato di un acutissimo intuito, in cui le
descrizioni si tramutano in perfette analisi psicologiche. Due anni
dopo, nella prefazione all'edizione Carabba di Uova fatali ?...*,
Umberto Barbaro esprimeva questo giudizio: ... Michail Bulgakov,
bench giovane ( nato nel 1891 a Kiev) e bench dedicatosi tardi
alla letteratura (ha fatto studi di medicina laureandosi con lode nel 1916), pos
siede, oltre a un notevole talento
di scrittore, un'abilit tecniconarrativa e una sapienza della
costruzione e dell'armonia non troppo comune negli ultimissimi
scrittori russi. La cultura italiana aveva dunque saputo seguire a
tempo i primi passi dello scrittore. E se pi tardi ne ha perduto le
tracce, non stato per dimenticanza o per distrazione, ma perch
queste erano sparite, si erano perse nella tormenta che aveva
infuriato nella letteratura sovietica degli anni staliniani.
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
(M'Olsoufieva, introduzione a M" Bulgakov, Uova fatali, De Donato
1967.)
La precisione nella raffigurazione del tempo e del luogo una
caratteristica particolare dell'autore. Parlo della Mosca di
Bulgakov, la Mosca soprattutto degli anni trenta. In questo romanzo
?Il Maestro e Margherita* Mosca per Bulgakov non un semplice luogo
dove animare l'azione, non, semplicemente, una citt come migliaia di
altre, ma la casa paterna,
amata, conosciuta, percorsa in lungo e in largo. Dopo la citt
dell'infanzia, Kiev, cantata nella Guardia bianca, Bulgakov ha dato
il suo tributo poetico a Mosca. Egli cos preciso nella topografia

della citt, che anche oggi non sembra difficile trovare proprio
quella panchina nel giardinetto ?...* sulla quale i due letterati
fecero conoscenza col misterioso consulente di maga ?...*. Non
strano, del resto, che egli conosca Mosca cos bene. Ma come mai egli
descrive in modo cos indiscutibilmente vero l'antica Gerusalemme, in
cui non era mai stato, con i ponti sospesi, la colonnata del Palazzo
d'Erode, la tenebrosa torre d'Antonio, le piazze, i templi, i
rumorosi bazar e le strette viuzze della Citt bassa?
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
(V" Lak` sin, in Novyj Mir, n" 6, 1968.)
(A" M" Fajko, nel discorso pronunciato ai funerali dello scrittore,
afferm che Bulgakov fu drammaturgo non solo perch scrisse opere
teatrali o perch am il palcoscenico, ma soprattutto perch concep
la vita come azione; per Bulgakov la vita era teatro, un ininterrotto
e sempre improvviso mutare, una continua scoperta. Il riflettersi
nei drammi di Bulgakov, di una realt tanto pi imprevedibile quanto
pi vera e provocatoria, l'evidenza tematica e l'attualit delle
situazioni che coinvolgevano lo spettatore sovietico in una
partecipazione non soltanto spettacolare ma anche e soprattutto
critica dei problemi della societ di quegli anni, tutto ci
condizion notevolmente il destino delle opere teatrali di Bulgakov,
che prima di realizzarsi compiutamente dovettero passare per tutta
una serie di vicissitudini a tal punto significanti da poter essere
prese a paradigma ideologico di un intero periodo.
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
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GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
(C" Di Paola, S" Leone, premessa a M" Bulgakov, L'appartamento di
Zoja. Adamo ed Eva, De Donato 1971.)
?...* E" difficile sottrarsi all'impressione che ?le opere di
Bulgakov* siano anche semplici cartoni, studi sperimentali, che
preludono a un'opera di sintesi, nel senso almeno che si presenta qui
ancora disarticolato, e allo stato embrionale, il complesso intreccio
di motivi, idee, figure che s'intesse nel Maestro e Margherita. Il
romanzo bulgakoviano sul diavolo si rivela altres eccezionale ?...*
perch nei suoi moduli stilistici e nella sua tematica sono ben
identificabili gli agganci con le tradizioni della narrativa classica
russa, da Gogol
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
(soprattutto) e Saltykov-`s` cedrin a Dostoevskij, e per tale via con la letteratura europea
occidentale, da Hoffmann a Goethe: si tratta di connessioni talora
dirette, ma filtrate pi spesso attraverso un'esperienza stilistica e
ideale come quella del simbolismo, da Belyi a Blok.

ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE


NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
(I" Ambrogio, Ideologie e tecniche letterarie, Editori Riuniti 1974.)
Parte prima

La citt di Kiev
Una digressione nella storia
In primavera cominciavano a coprirsi di fiori bianchi i giardini,
si rivestiva di verde il Parco imperiale, il sole irrompeva in tutte
le finestre e accendeva in esse dei bagliori. Che Dnepr! Che
tramonti! E il convento di Vydubeckij sulle colline! Un mare di verde
scendeva a terrazze verso il carezzevole e variopinto Dnepr. Le notti
erano di un fitto nero grigio sull'acqua, e la croce elettrica del
santo Vladimir incombeva dall'alto...
In una parola, la citt era bellissima, una citt felice, la madre
delle citt russe.
Ma questi erano ancora tempi leggendari, i tempi che nei giardini
della pi bella citt della nostra patria viveva una generazione
serena e giovane. Allora nei cuori di questa generazione nasceva la
convinzione che tutta la vita sarebbe passata in una luce bianca, in
serenit e tranquillit, le albe, i tramonti sul Dnepr, la via
Kre` s`catik, le strade inondate di sole d'estate, e d'inverno una
neve non fredda, soffice, a fiocchi grandi e carezzevoli...
... Ma le cose erano andate in modo completamente diverso.
I tempi leggendari si erano spezzati e improvvisamente e
minacciosamente vi era entrata la storia. Posso indicare con estrema
precisione il momento della sua comparsa: ci avvenne alle
ore dieci di mattina del giorno due di marzo del 1917, (1) quando a
Kiev giunse un telegramma firmato da due parole misteriose: Deputato
Bublikov.
Nemmeno una persona a Kiev, su questo potrei scommettere, conosceva
che cosa avrebbero dovuto significare quelle misteriose sedici
lettere, ma so
una cosa sola: con esse la storia consegn a Kiev il segnale del
proprio
inizio. Ed era iniziato, ed era continuato per quattro lunghi anni.
Ci che in quel periodo avvenne nella citt, non si presta a nessuna
descrizione.
Come se una bomba fosse scoppiata sulle tombe di Askold e Dir, (2)
e per mille giorni rimbombasse e ribollisse e divampasse di fuoco non
solo in Kiev, ma anche nella sua periferia, nei suoi dintorni di
villeggiatura per un raggio di venti verste.
Quando la folgore celeste (anche la pazienza del cielo ha un
limite) sterminer fino all'ultimo gli scrittori contemporanei, e
solo dopo cinquant'anni apparir il nuovo autentico Lev Tolstoj,
verr scritto un libro meraviglioso sulle grandi battaglie a Kiev. Si
troveranno in seguito anche dei produttori cinematografici per un
grandioso filmmemoriale sugli anni 1917-1920.
Intanto si pu dire una cosa sola: secondo il calcolo degli
abitanti di Kiev ci furono ben diciotto rovesciamenti. Alcuni
memorialisti ne contarono solo dodici; io posso dire che sono stati
quattordici, dieci dei quali da me vissuti personalmente.

Soltanto i greci non furono a Kiev, ma se non ci capitarono fu


appena per caso, in quanto i loro intelligenti superiori li avevano
ritirati in tutta fretta da Odessa. La loro ultima parola era stata
una parola russa:
- Vata! (3)
Io mi congratulo sinceramente con loro per il fatto di non essere
andati a Kiev. L sarebbero stati attesi da una ovatta ancora
peggiore. Non c' il minimo dubbio che sarebbero stati sbattuti
fuori. Basta ricordare i tedeschi; i ferrei tedeschi, con le
catinelle in testa, fecero la loro comparsa a Kiev con un maresciallo
di campo, certo Eickhorn, e con dei magnifici carri. Ma se ne
dovettero andare senza feldmaresciallo e senza carri, e anche senza
mitragliatrici. Gli inferociti contadini li avevano spogliati di
tutto.
Il record fu battuto da un noto ragioniere, in seguito funzionario
dell'Unione delle citt: Semn Vasili` c Petljura. Quattro volte entr
a Kiev e quattro volte ne fu cacciato. Per ultimi, sul finire dello
spettacolo, arrivarono per misteriose ragioni dei pan polacchi (il
quattordicesimo rovesciamento) con cannoni francesi a lunga gittata.
Per un mese e mezzo andarono a spasso per Kiev. Ammaestrati dalla
esperienza, gli abitanti di Kiev, dopo un'occhiata ai grossi cannoni
e alle pistagne color lampone, dissero con convinzione:
- I bolscevichi presto saranno qui di nuovo.
E tutto era successo come stato scritto. Sul finire del secondo
mese, sotto un cielo assolutamente sereno, la cavalleria sovietica
sopraggiunse con sbrigativa irruenza e nel giro di poche ore i pany
dovettero sgombrare la citt stregata.
Ma qui bisogna fare una piccola riserva. Tutti coloro che prima
avevano fatto la loro visita a Kiev, se ne erano allontanati con le
buone, limitandosi rispettivamente ad una innocua sparatoria con i
sei pollici sulla citt, da posizioni ben protette. I nostri
europeizzati cugini pensarono bene invece di pavoneggiarsi con i loro
ordigni esplosivi e fecero saltare tre ponti sul Dnepr, e poi
ridussero letteralmente in pezzi il ponte Cepnoj.
Cos, ancora al giorno d'oggi, al posto della magnifica struttura,
orgoglio di Kiev, spuntano solo dei tronconi grigi e neri. Ahi,
polacchi, polacchi!... Ahi! Ahi! Un grazie di tutto cuore vi dir il
popolo russo.
Non rattristatevi cari cittadini di Kiev! Arriver il giorno che i
polacchi la smetteranno di arrabbiarsi con noi e ci costruiranno un
nuovo ponte, ancor migliore del precedente, e per di pi a loro
spese.
Potete esserne certi. Solo un po'"di pazienza.
Status praesens
Dire che il monastero delle Grotte non c', sarebbe esagerato. Il
quartiere del monastero delle Grotte esiste, ma nella maggior parte
delle strade le case non ci sono. Vi sorgono rovine scarne, da
qualche parte ai buchi delle finestre spuntano grovigli di filo
spinato, coperti di ruggine. Se si passa al crepuscolo per quelle vie
deserte ed echeggianti, si viene assaliti dai ricordi; come se si
movessero delle ombre, come se si sentisse un frusco dal sottosuolo,
c' come un balenare di catene al passaggio, un lieve cigolio di
chiavistelli... ed ecco, ecco che dal grigio selciato appare una
figura sfumata, tuona raucamente:
- Fermati!
O balena in corsa una catena e pallidamente splendono per un attimo
delle spalline d'oro, o danzer in un trotto silenzioso una pattuglia
di cavalieri in giubba e berretti con la coda color lampone, o
passeranno in volo un luogotenente col monocolo e schiena eretta o un
ufficiale polacco tutto leccato, o con un'assordante maledetta

imprecazione ombre di marinai russi con pantaloni svolazzanti a


campana.
Eh, che perla Kiev! Che posto irrequieto!...
Ma qui si tratta della fantasia, del crepuscolo e del ricordo. Di
giorno, al chiaro del sole nei parchi meravigliosi sopra i dirupi,
regna una grande pace. Cominciano a coprirsi di verde le corone dei
castagni, si rivestono i tigli. I guardiani bruciano mucchi di foglie
dell'anno passato, dai viottoli deserti viene un odore di fumo. Rari
passeggiatori vagano per il Parco di Maria, chinandosi leggono le
scritte sui nastri sbiaditi delle corone. Qui ci sono i tumuli della
guerra. C' anche uno scudo ricoperto di un verde ormai appassito.
Sullo scudo sono intagliati dei segni, resti di strumenti di
misurazione, un'elica spezzata. Significa che dall'alto era
precipitato uno sconosciuto pilota e l'hanno seppellito nel Parco di
Maria.
Nei giardini c' una grande pace. Nel Parco imperiale c' un
luminoso silenzio. Viene turbato solo dal cinguettare degli uccelli e
raramente dal campanello di un tram comunale di Kiev che arriva dalla
citt.
Ma non ci sono panchine, non se ne scorge il minimo indizio. E poi
l'aereo ponte che come una freccia unisce i due abissi del Parco
imperiale stato completamente privato di tutte le parti di legno.
Fino all'ultimo pezzettino i kieviani hanno portato via il tavolato
per farne legna da ardere. E" rimasta solo l'ossatura di ferro che i
ragazzini, rischiando la loro preziosa vita, attraversano strisciando
e attaccandosi con le mani.
E anche in citt, anche l ci sono dei grossi buchi. Cos, nella
expiazza Imperiale, dove comincia la chiesa dell'Epifania, al posto
di un edificio di sette piani sta uno scheletro carbonizzato.
L'interessante che la casa era sopravvissuta al periodo pi
tempestoso ed poi andata distrutta per una questione di conduzione
domestica. Secondo una precisa testimonianza degli abitanti della
zona, la faccenda era andata cos. Nell'edificio c'era una ditta di
derrate agricole. E, come di norma, c'era anche un amministratore. E,
come di norma, costui aveva amministrato in modo tale che gli erano
rimaste solo due vie di uscita: o la sua rovina o far bruciare tutti
i registri contabili. Cos una notte i registri contabili erano
andati in fiamme. Come falchi erano volati i pompieri di servizio. Ed
era uscito anche l'amministratore a gironzolare intorno ai cassoni di
rame. E
aveva letteralmente incantato i tubi degli idranti. L'acqua
scorreva, echeggiavano imprecazioni, gli uomini si arrampicavano
sulle scale, ma il risultato fu nullo: non vennero salvati i
registri.
Ma il fuoco maledetto non si era fermato all'amministrazione
agricola e non s'era lasciato stregare: dagli uffici dov'erano i
registri era salito pi lontano e pi in alto, e la casa bruci come
se fosse stata di paglia. I kieviani sono gente schietta, e tutti
come una voce sola raccontavano in giro quella storia. Ma anche se le
cose fossero andate cos, tuttavia il fatto fondamentale era
evidente: la casa era bruciata.
Ma questo non ha importanza. L'amministrazione comunale di Kiev ha
cominciato a mostrare i segni di una tempestiva energia... Con il
passare del tempo, se andr bene e sperando in Dio, tutto sar
ricostruito.
E gi adesso, negli appartamenti di Kiev si accende la luce, dai
rubinetti scorre l'acqua, ci sono lavori in corso, le strade sono
pulite e sulle strade passa quello stesso tram comunale.
Monumenti storici
Sono le insegne di Kiev. Quel che recano scritto al di l di

ogni immaginazione.
Dir una volta per tutte: ho la massima stima per ogni lingua e
dialetto, ma nonostante tutto le insegne di Kiev sono proprio da
ricopiare.
Non si pu, infatti, togliere alla parola omeopatica la lettera
a (4) e pretendere che, in virt di ci, una farmacia si trasformi
da farmacia russa in farmacia ucraina. Bisogna, insomma, mettersi
d'accordo su come chiamare un posto dove si fanno barbe e capelli ai
cittadini: barbera, salone, parrucchera o semplicemente barbiere o
parrucchiere. (5)
Mi sembra, per esempio, che fra quattro parole come latticini,
cremeria, latte e burreria, la soluzione pi adatta sia la
semplice insegna di latteria. (6) E anche se nella fattispecie io
fossi in errore, sarei comunque nel giusto in una cosa fondamentale:
che possibile stabilire una uniformit. Se dev'esserci scritto in
ucraino, vada pure per l'ucraino: ma che sia scritto in modo corretto
e uniforme.
Che cosa significa ad esempio S" M'R'ichel? Ho pensato che si
trattasse di un nome. Per sullo sfondo azzurro sono perfettamente
evidenti i punti che contrassegnano le prime tre lettere. Ci
significa che queste lettere sono le iniziali di certe parole? E
quali?
Un kieviano di passaggio ha risposto alla mia domanda:
- Da che sono al mondo non l'ho mai saputo.
Che cosa voglia dire Kara` cik comprensibile: vuol dire
Sartoria Kara` cik; ma un'insegna come Al cantuccio dei bimbi
comprensibile solo in virt della traduzione che vi stata aggiunta
a beneficio delle minoranze etniche e che suona in russo come Asilo
d'infanzia. Tuttavia un S" M'R'ichel ancora pi incomprensibile
che un Koutu vserokompama e ancora pi stupefacente che ristoro e
banchetti.
La popolazione: usi e costumi
Quale enorme diversit c' fra kieviani e moscoviti! Questi ultimi
dispongono di dentature appariscenti, sono energici, dinamici,
indaffarati,
americanizzati. Quelli di Kiev sono placidi, lenti, senza la minima
ombra di americanismo. Ma amano il prossimo secondo il modo di vita
americano. E se qualcuno, vestito con una giacca orrenda, dal petto
di pollo e con calzoni stretti e ritirati fino alle ginocchia, sbarca
dal treno e passa immediatamente nella loro dimora, essi si
precipitano a servirgli il t e nei loro occhi brilla l'interesse pi
vivo. I kieviani adorano sentir raccontare di Mosca, ma non consiglio
a nessun moscovita di raccontare alcunch, per il semplice fatto che,
non appena se ne sar andato, tutti diranno in coro che un
bugiardo. E" la pura verit.
Non appena ho aperto bocca per iniziare la mia obiettiva
narrazione, negli occhi dei miei ascoltatori si sono accesi dei tali
fuochi d'ilarit che subito mi sono offeso e ho chiuso la bocca.
Provate a spiegargli che cos' un casino o a parlargli dell'Ermitage
con i cori tzigani o delle birrerie moscovite dove si tracannano
fiumi di birra e si cantano al suono delle fisarmoniche le canzoni
del brigante Kudejar:
... Il Signore Iddio preghiamo...
o a raccontargli del traffico a Mosca, di come Mejerchold mette in
scena i suoi drammi, del collegamento aereo MoscaKnigsberg o dei
prodi che dirigono i trust...
Kiev adesso una cos placida insenatura, il ritmo della sua vita
cos diverso da quello di Mosca, che i kieviani non ne capiscono
un'acca.
A Kiev verso mezzanotte regna il silenzio. Al mattino gli impiegati

vanno in servizio nei rispettivi uffici, mentre le mogli cullano i


pargoli e le cognate superstiti s'incipriano il naso e si avviano a
prender servizio all'Ara.
L'Ara il sole intorno al quale, come se fosse la Terra, ruota la
citt di Kiev. La popolazione cittadina si suddivide tra fortunati
mortali che bevono cioccolato e prestano servizio all'Ara (cittadini
di prima classe), fortunati che ricevono dall'America pantaloni e
farina (seconda classe) e infine la plebaglia che non ha alcun
rapporto con l'Ara.
Il matrimonio del direttore dell'Ara (il quinto secondo i calcoli)
l'avvenimento del quale tutti parlano. Lo scrostato edificio
dell'exAlbergo europeo, vicino al quale sostano i vetturini, una
grande cattedrale riempita di lardo, chinino e scatole di evaporated
milk.
Ma ecco che tutto questo finisce: a Kiev chiudono l'Ara. Il giovane
direttore parte a giugno per la sua America e uno stridor di denti si
leva dallo stuolo delle cognate. Eh s, il futuro diventa
un'incognita. L'amministrazione agricola diventa in ogni suo minimo
recesso una Baia della quiete, l'amministratore dello stabile
minaccia la ristrutturazione dell'impianto di riscaldamento e va in
giro con un foglio sul quale sta scritto: Preventivo in valuta oro.
Ma di quale valuta oro possono disporre i kieviani!? Essi sono
molto pi poveri dei moscoviti e, spariti via questi soldi, dove
andr una signorina kieviana?
Ascetismo
La Nep (7) viaggia in periferia a passi molto lenti. A Kiev c'
adesso la situazione che era a Mosca alla fine del 1921. Kiev non ha
ancora superato la fase dell'ascetismo. Per esempio vige ancora il
divieto per l'operetta. A Kiev funzionano i negozi (un vero schifo),
ma non si ostentano impertinenti Ermitage, non si gioca a tombola ad
ogni angolo, non si vagabonda inciucchiti fino all'alba.
Pettegolezzi
I kieviani si rifanno col pettegolezzo. Bisogna dire che a Kiev
esiste un vero subisso di vecchiette e di anziane signore, a cui
nulla rimasto. Gli anni tormentosi della guerra hanno qui spazzato
via e frantumato le famiglie come da nessun'altra parte. Figli,
mariti e nipoti o sono spariti senza traccia o sono morti in trincea
o sono riemersi a galla in qualche ospitale paese straniero da cui
non sanno proprio come rientrare o, infine, risultano "licenziati per
motivi amministrativi. Le vecchiette non servono a nessuna
organizzazione, l'Assistenza sociale non pu sfamarle in quanto un
ente assolutamente privo di fondi. Le vecchiette non sono davvero
necessarie a nessuno e vivono in una strana condizione: come se tutto
ci che accade fosse un sogno. In questo sogno esse vedono un altro
sogno: una realt desiderata, bramata. Nelle loro teste si formano
delle visioni...
I kieviani (bisogna esser giusti con loro) non leggono i giornali,
fermamente convinti che in essi si racchiuda l'inganno. Ma, essendo
inconcepibile che l'uomo faccia a meno di essere informato sul globo
terrestre, queste informazioni essi vanno ad attingerle al mercato
ebraico, dove le vecchiette sono obbligate a vendere candelabri.
La lontananza dei kieviani da Mosca e la loro sciagurata vicinanza
ai luoghi d'origine di tutte le leggende e infine la convinzione,
nata nel 1919, sull'imminente fine del mondo, fanno s che essi non
si meraviglino minimamente dei dispacci diramati dal mercato ebraico.
Per esempio: che l'arcivescovo di Canterbury venuto in incognito a
Kiev per vedere che cosa fanno i bolscevichi (non lo dico per
scherzo); o che il papa di Roma ha dichiarato che se tutto ci non
smetter egli si ritirer nel deserto; oppure che le lettere

dell'exzarina sono state scritte da Demjan Bednyj...


Alla fine ho dovuto non farci pi caso e non crederci...
Tre chiese
Ecco un tratto ancor pi turistico delle insegne. Tre chiese sono
troppe per Kiev: la vecchia, la vivente e la autocefala o chiesa
ucraina. (8)
Ai rappresentanti della seconda i burloni di Kiev hanno appioppato
il nomignolo di popi viventi.
Non mi capitato mai di sentire un nomignolo cos sottile. Esso
definisce in pieno i succitati rappresentanti: non solo in funzione
della loro appartenenza, ma anche per le loro caratteristiche.
In vitalit e destrezza essi soccombono a una sola organizzazione:
quella dei popi ucraini.
E stanno in assoluto contrasto con i rappresentanti della vecchia
chiesa, i quali non solo non dimostrano alcuna vitalit, ma anzi sono
indolenti, distratti e tenebrosissimi.
La situazione cos fatta: la vecchia chiesa odia la chiesa
vivente e l'autocefala, la chiesa vivente odia la vecchia e
l'autocefala, l'autocefala odia la vecchia e la vivente.
Come finir questa proficua attivit delle tre chiese, i cui fedeli
vengono nutriti di rancore, posso dirlo con la pi completa
convinzione: col distacco in massa dei fedeli da tutte e tre le
chiese e col loro ritorno nel vicolo del pi totale ateismo. E di ci
saranno colpevoli gli stessi popi, che hanno screditato non solo le
proprie persone, ma l'idea stessa della fede.
Nell'antica bellissima cattedrale di Santa Sofia, piena di
affreschi tenebrosi, si odono delle voci infantili, voci di soprano,
che innalzano tenere preghiere in lingua ucraina, e dalla porta regia
(9) esce un giovane completamente rasato, con la mitria in testa.
Tacer dell'aspetto, della mitria splendente e sovrastante un volto
pallido dai vivi occhi inquieti; e come mai i fedeli non si siano
irritati, n abbiano pensato di arrabbiarsi con me (e devo dire che
scrivo questo non con compiacimento, ma con amarezza).
Di fianco c' una piccola chiesa, il cui soffitto ricoperto dai
festoni a lutto di vecchie ragnatele: li officiano i vecchi preti in
antico slavo. Quelli della chiesa vivente hanno trovato un loro
posto, dove celebrano in russo: pregano per la repubblica, mentre i
vecchi pregano per il patriarca Tichon, ma questo non si potrebbe
assolutamente e dunque da pensarsi che essi, pi che pregare,
pronuncino degli anatemi; e infine per che cosa preghino gli
autocefalici io non lo so con sicurezza, tutt'al pi lo sospetto. Se
la mia supposizione giusta, potrei consigliarli di non sprecare le
forze. Le preghiere non arriveranno a destinazione. Il Ragioniere (10)
non torner pi a Kiev.
Di conseguenza nelle teste delle vecchiette kieviane del mercato
ebraico si fatto un buio completo. I rappresentanti della vecchia
chiesa hanno aperto dei corsi teologici; in squadre compatte sono
apparse a parteciparvi le stesse vecchiette (era da prevedersi!). Il
senso delle lezioni semplice: la colpa di questo triplice caos
tutta di Satana.
L'idea innocua, i corsi vengono presi alla leggera, come una
iniziativa che non pu recar danno a nessuno se non a chi vi
partecipa.
Il primo danno da questi corsi l'ho subto io personalmente.
Una buona vecchietta, che mi conosceva fin da bambino e che aveva
ascoltato i miei discorsi sulle chiese, spaventata e inorridita dalle
mie parole, mi ha portato un grosso libro contenente
l'interpretazione delle antiche profezie, con l'ingiunzione di
leggerlo immediatamente.
- Leggi - mi ha detto - e vedrai che l'Anticristo arriver nel

1932. Il suo regno gi arrivato.


Ho letto il libro e la mia pazienza non ha pi resistito. Usando
ogni argomento ho dimostrato alla vecchietta anzitutto che
l'Anticristo nel 1932 non arriver e, in secondo luogo, che il
librone stato scritto da qualcuno che sicuramente non era credente,
ma anzi uno sfacciato ciarlatano.
Dopo di che la vecchietta si rivolta al lettore dei corsi, ha
esposto tutta la storia e lo ha pregato in lacrime di portarmi sulla
via della verit.
Il lettore ha tenuto una lezione dedicata proprio a me, dalla quale
ha dedotto che, come due per due fa quattro, io non sono altri che un
servitore e un anticipatore dell'Anticristo, mettendomi in cattiva
luce davanti a tutti i miei conoscenti di Kiev.
In seguito a ci, ho giurato a me stesso di non immischiarmi pi in
faccende di chiese di alcuna specie: sia vecchie che viventi o
autocefale.
Scienza, letteratura e arte
No.
Non ho parole per descrivere il nero busto di Karl Marx, installato
davanti alla Duma e incorniciato da un arco bianco. Non so quale
artista l'abbia scolpito, ma inammissibile.
E" indispensabile rinunciare al pensiero che una raffigurazione del
celebre pensatore tedesco possa essere fatta dal primo venuto.
La mia nipotina di tre anni, additando il monumento, diceva
vezzosamente:
- Lo zio Karl! Com' nero!
Finale
La citt
bellissima, la citt felice. Sul Dnepr che dilaga,
tutta verde di ippocastani, tutta chiazze di sole.
Dopo gli anni tremendi della tempesta, c' ora in essa una grande
stanchezza. C' quiete.
Ma io sento i mormorii di una nuova vita. La ricostruiranno, di
nuovo ribolliranno le sue vie e sul fiume amato da Gogol, di nuovo
sorger una citt imperiale. E il ricordo di Petljura non perir.
NOTE:
(1) Data dell'insurrezione che ha posto fine al regime zarista con
la
creazione di un governo provvisorio guidato da Kerenskij (n" d'c").
(2) Secondo le Cronache, signori (di stirpe variaga o scandinava)
della citt di Kiev, al tempo di Rjurik (Ix secolo) (n" d'c").
(3) Ovatta (n" d'c").
(4) Il governo nazionale ucraino dichiar l'ucraino lingua
ufficiale. Il russo Bulgakov non pare molto d'accordo (n" d'c").
(5) Le ultime due parole sono russe, le tre precedenti ucraine. In
italiano il gioco delle alternanze fra le due lingue affini non
risulta (n" d'c").
(6) La scelta cade, ovviamente, sulla parola russa (n" d'c").
(7) Si veda l'introduzione a p" 5 (n" d'c").
(8) La vecchia fedele al patriarca di Mosca e al regime zarista,
la vivente il tentativo di una chiesa ortodossa favorevole ai
bolscevichi, l'autocefala la chiesa ucraina, autonoma e nazionale
(n" d'c").
(9) La porta che si trova nell'iconostasi e che divide la chiesa
ortodossa in due parti (per il sacerdote e per i fedeli) (n" d'c").
(10) Semn Petljura. Il riferimento all'appoggio dato dalla
chiesa autocefala al governo nazionalista ucraino, fatto cadere dai
bolscevichi (n" d'c").

La capitale nel blocknotes


I
Il dio Remont (1)
Ogni dio diverso dagli altri. Mercurio, per esempio, con le
alucce ai piedi.
E" un nepman (2) e un furfante. Ma il mio dio preferito il dio
Remont, che si insediato a Mosca nel 1922, col grembiule, tutto
sporco di calcina, e con un odore di tabacco forte. Mi ha afferrato
con la sua mano e fino ad oggi conservo la traccia del suo divino
toccamento sul mio palt autunnale, che, del resto, porto anche
d'inverno. Perch? Ah, s, all'estero
ignorano certamente che a Mosca esiste una classe intera di persone
che ritengono alla moda indossare d'inverno gli abiti autunnali. A
questa classe appartengono la cosiddetta intellighentsija pensante e
l'intellighentsija futura: i rabfak (3) ecc". Questi ultimi, del resto, vanno
persino non in palt ma in non so quali giacche corte e attillate. Fa
freddo?...
Sciocchezze. Ci si pu abituare con grande facilit.
Cos, era l'autunno dorato, mentre io e un mio amico (uno
specialista) uscivamo dall'albergo.
Il bellissimo dio imperversava nel modo pi ferino. C'erano
cavalletti dappertutto, dai muri pendevano manicotti bianchi, si
sentiva un buon odore di vernice.
E proprio qui Egli mi imbratt.
Lo spec" respir avidamente l'odore della vernice e disse
orgogliosamente:
- Scusate: aspettate ancora un annetto e non riconoscerete pi
Mosca. Ora noi (l'accento va posto su questa parola) mostreremo ci
di cui siamo capaci!
Purtroppo, lo spec" non riusc a mostrare niente di speciale,
poich una settimana dopo fu vittima di turno del terrore
bolscevico. Proprio cos: lo ficcarono ai Butyrki. (4)
Il perch, del tutto ignoto.
Sua moglie dice, a questo proposito, qualcosa d'incomprensibile.
Ma mostruoso! C' la ricevuta o non c'? No? Che la mostrino, la
ricevuta. Sidorov (o Ivanov, non ricordo) un furfante. Parla di
venti miliardi. In primo luogo sono quindici!
La ricevuta, effettivamente, non c' (lo specialista tutt'altro
che un idiota, difatti): per questo lo rilasceranno presto. E allora
lui gliela far vedere, a quelli. Ai Butyrki sta raccogliendo le
forze.
Ma lo specialista non c'. E il dio Remont rimasto.
Forse perch, per quanti specialisti mettano dentro, ne rimane
sempre
una quantit smisurata (c' una mia statistica precisa: a Mosca
sono un milione, non meno); forse perch si pu anche fare a meno
degli specialisti, ma il dio Remont , comunque, implacabile: e
bellissimo. Stuccatore, verniciatore, muratore: lavora e imperversa
sempre e ovunque. E non si messo a tacere neppure ora, che
inverno e la neve cade a larghe e soffici falde.
Sulla Lubjanka, all'angolo con la Mjasnitzkaja, Dio solo sapeva che
cosa stava succedendo: una specie di calvizie smangiata, coperta da
mattone pestato e da frammenti di bottiglie. E ora, s, a un piano
solo, ma un
edificio! Un edificio.
I vetri sono interi. Tutto come si deve. Dietro i vetri, vero,
non c' ancora niente, ma di fuori gi sfavilla un'insegna a
caratteri d'oro: Lavori a maglia.

In generale si pu dire che i miracoli avvengono davanti agli


occhi. Le porte gi aperte, senza vetri, dei piani inferiori, ora
hanno messo all'improvviso i vetri. Un giorno, due, e dietro i vetri
si accenderanno le lampade, e si vedranno tessuti a cascate, oppure
far bella mostra dietro un
abatjour verde una testa, china sulle carte. Non so perch e che
testa sia, ma quello che fa lo posso dire senza guardare dentro:
compila gli elenchi per gli straordinari.
Lo dico sinceramente: la stoffa va bene, ma la testa non
necessaria. Scrivono, scrivono: ma con ci non ne viene fuori niente.
Io credo: tessuti e piatti, ombrelli e galosce spazzeranno via alla
fine le teste calve dei burocrati. Il paesaggio moscovita diverr
esclamativo, di mio gusto.
Cammino, con un senso di piacere, per i passages. La Petrovka e il
Kuznetzkij Most al tramonto sfavillano di luci. E le tumultuose gamme
di colori, dietro le vetrine, e i giocattoli degli artigiani.
Hanno messo gli ascensori. Io stesso li ho visti oggi. Ho il
diritto di credere ai miei occhi?
In questa stagione hanno rinnovato tutto, decorato, incollato.
Nella prossima stagione, ne sono sicuro, costruiranno. D'autunno,
guardando le pentolone con l'asfalto bollente, che brillano come un
fuoco infernale nelle strade, ho provato un presentimento gioioso.
Costruiranno, nonostante tutto. forse questa la fantasia di un
fiducioso moscovita... Ma per me, se lo volete, io vedo un vero
Rinascimento.
Epitalamio di Mosca: Ti canto, o dio Remont.
Ii
La marcia intellighentsija
L'avevo lasciato nel mese di giugno. Allora era venuto da me, si
era fatta una sigaretta di tabacco forte, e cupamente aveva detto:
- Beh, ho finito l'universit.
- Complimenti, dottore, - dissi io, partecipe.
Le prospettive del medico sfornato di fresco si delineavano nel
seguente modo: nella sezione sanit mi hanno detto: Siete libero,
nel convitto degli studenti di medicina mi hanno detto: Avete
finito, quindi sloggiate, nelle cliniche, ospedali e simili istituti
mi hanno detto: Riduciamo gli organici.
Ne venuta fuori, in genere, la tenebra pi completa.
Dopo di che spar e affond nell'abisso moscovita.
- Vuol dire che morto, - constatai io tranquillamente, preso
dalle mie faccende personali (cio la cosiddetta lotta per
l'esistenza).
Lottai fino al mese di novembre e mi preparai a lottare
ulteriormente, quando lui ricomparve all'improvviso.
Indossava degli stracci lisi, bucati (l'ex palt degli studenti),
ma sotto quello stracciume sfavillavano delle scarpette nuove.
Solo dal modo com'erano levigate potei stabilire senza errore: le
ha comperate alla Sucharevka per 75 milioni.
Tir fuori la borsetta delle siringhe e mi offr una Ira di tabacco
raffinato.
Colpito dallo stupore, attendevo spiegazioni. Che seguirono
immediatamente:
- Lavoro come scaricatore in una cooperativa. Sai, una simpatica
cooperativa: sei studenti del quinto corso e io...
- Che cosa trasportate?
- Mobili, nelle botteghe. Da noi ci sono anche dei commessi in
pianta stabile.
- Quanto guadagni?
- La settimana scorsa ho preso un 275 limoncini. (5)

Ho fatto immediatamente la moltiplicazione: 2754=1 miliardo e


cento! Al mese.
- E la medicina?
- C' anche la medicina. Scarichiamo un due o tre volte la
settimana. Nel resto del tempo sono in clinica, mi occupo di raggi X.
- E la stanza?
Ridacchi.
- C' anche la stanza... E" stata
una cosa originale, sai? Abbiamo trasportato i mobili
nell'appartamento di un'artista. La donna mi chiede con stupore: Ma
voi chi siete, in realt, scusate? Avete la faccia cos
intellettuale. Io - dico, - sono un dottore, un medico. Avessi
visto, com' diventata! Mi ha offerto il t, mi ha fatto un sacco di
domande. E poi: Dove vivete? mi chiede. E io: Da nessuna parte.
Come le dispiaciuto, sapessi, che Dio le conceda la salute. Per
mezzo suo ho ottenuto una stanza, presso suoi conoscenti. A una
condizione: che non dovevo sposarmi.
- E" stata l'artista a suggerire questa condizione?
- Che c'entra l'artista... La padrona: La diamo a una persona
sola, a due non ci pensiamo nemmeno.
Affascinato dai successi fiabeschi del mio amico, gli dissi, dopo
aver riflettuto un po':
- Ecco, tutti hanno scritto: intellighentsija marcia, marcia...
Scusa, quell'intellighentsija morta e stramorta. Dopo la
rivoluzione se ne formata una nuova, una intellighentsija di ferro. Che pu scaric
are i mobili e spaccare la legna e
lavorare con i raggi X. Credo, - continuai, cadendo sul lirico, - che
questa intellighentsija non andr in malora. Sopravviver.
Egli assent, diffondendo soffocanti volute di fumo: - Perch
andare in malora? Non siamo mica d'accordo.
Iii
Un ragazzo soprannaturale
Ieri mattina, sulla Tverskaja, ho visto un ragazzo. Era seguito da
un corteo di cittadini, maschi e femmine, a bocca aperta, sbalorditi.
C'era anche una teoria di carrozze vuote, come ai funerali.
Da un tram che passava si unirono dei viaggiatori, che indicavano
il ragazzo col dito. Non voglio giurarlo, ma mi parso che la
venditrice di mele che sta presso la casa numero 73 singhiozzasse di
felicit, e un tassista che sbadigliava sal con l'auto sul
marciapiede e per poco non and a finire al commissariato.
Solo dopo essermi strofinato gli occhi, capii di che si trattava.
Il ragazzo non teneva sulla pancia, a tracolla, la cassetta con le
caramelle alla saccarina, e non ululava con voce selvaggia:
Pasolskie... Java... Mursal... (6) Giornale... Il carretto porta
tutti....
Il ragazzino non strappava dalle mani di un altro ragazzino dei
limoni spiegazzati e non gli dava calci. Non teneva sigarette in
bocca.
Non imprecava con parole oscene.
Non saliva in tram in stracci variopinti e, con voce falsa, non si
rivolgeva alle facce sazie degli speculatori, piagnucolando:
- Faate la caarit, per amore di Cristo...
No, cittadini. Questo unico ragazzo, che avevo incontrato per la
prima volta, camminava dondolandosi in modo posato, senza fretta,
aveva un comodo e bel berretto, con i paraorecchi, e sulla faccia
teneva scritte tutte le virt che pu avere un ragazzo di undici o
dodici anni.
No, non era un ragazzo. Era un cherubino vero e proprio, in guanti
caldi e valenki. (7)

Sulla schiena il cherubino aveva una cartella, dalla quale sporgeva


l'angolo di un libro molto usato.
Il ragazzo andava alla scuola di primo grado, per studiare.
Basta. Punto.
Iv
Il trilionario
Andai a far visita a certi nepmen che conoscevo.
Mi ero stancato di stare con gli scrittori. La bohme va bene solo
in Murger, vino rosso, signorine... La bohme letteraria russa
opprimente.
Tu vai da loro e ti pregano magari di sederti su una cassa, e nella
cassa ci sono dei chiodi arrugginiti, oppure non c' t, oppure il t
c', ma non c' lo zucchero, oppure nella stanza vicina la padrona
dell'appartamento sta distillando la vodka clandestina e corrono di
l certi tipi con la faccia gonfia e tu te ne stai l come sui
carboni ardenti, perch hai paura che vengano ad arrestare i gonfi e
acchiappino anche te; oppure ( il peggio) dei giovani poeti
cominciano a leggere i loro versi. Uno, poi un altro, poi un terzo...
Insomma - una situazione insopportabile. Dai nepmen tutto and
meravigliosamente bene. T, limone, biscotti, cameriera, dappertutto
profumo di profumi, cucchiaini d'argento (nota per lo spaventato
straniero: si tratta di piaceri platonici), al piano la figlia suona
la Preghiera di una vergine, il divano, non volete un po'"di
panna?, nessuno legge versi ecc".
Unica ragione di disagio: nei riflessi degli specchi un piccolo
buco nei tuoi pantaloni si trasforma in un bucaccio grande come un
piattino da t. Tenti di nasconderlo con la destra, e di mescolare il
t con la sinistra. La padrona, incantevole, dice: Siete molto caro
e interessante, ma perch non vi comperate dei pantaloni nuovi? E,
intanto che ci siete, anche un berretto....
Dopo questo intanto che ci siete venni soffocato dal t, e la
scrofolosa Preghiera di una vergine mi sembr una danse macabre.
Ma il campanello suon e mi salv.
Entr un tizio, davanti al quale tutti impallidirono e persino i
cucchiaini d'argento si rattrappirono, e divennero simili a braci
consumate.
Al dito del nuovo ospite c'era qualcosa che ricordava la croce
sulla chiesa di Cristo Salvatore, al tramonto.
- Novanta carati... Come se l'avesse preso da una corona, - mi
sussurr il mio vicino, un poeta che aveva celebrato nei versi le
pietre preziose ma che, per la sua spaventosa povert, non aveva la
pi pallida idea di che cosa fosse un carato.
A causa della pietra preziosa, dalla quale si irradiavano in tutte
le direzioni raggi multicolori, per il fatto che sulle spalle della
grassa moglie del nuovo arrivato c'era una stola fulva, e infine dato
che lo stesso nuovo arrivato aveva degli occhi furbi e mobilissimi,
indovinai che davanti a me stava un nepman, s, un nepman e,
probabilmente appartenente al trust.
La padrona avvamp, sorrise con tutti i suoi denti d'oro, si gett
impetuosamente incontro all'ospite, e la Preghiera di una vergine
s'interruppe nel punto pi interessante.
Poi ebbe inizio una vivacissima bevuta di t, durante la quale il
nepman si trov al centro dell'attenzione.
Per qualche motivo io mi offesi (ma che cosa sono questi nepmen?) e
decisi di avviare il discorso. E lo avviai in modo eccellente.
- Che stipendio guadagnate? - chiesi al possessore del tesoro.
A questo punto, sotto il tavolo, dalle due parti, sentii dei colpi
negli stinchi.
Sulla gamba destra percepii lo stivale del poeta (tacco storto
consumato), su quella sinistra il tacco della padrona (un tacco

francese a punta).
Ma il riccone non si offese. Al contrario, la mia domanda lo
lusing, chiss perch.
Fiss i suoi occhi nei miei per un attimo, e io, a mia volta, li
guardai, quegli occhi, e vidi che assomigliavano a due biglietti da
dieci (lavoro di Odessa).
- M... m... ma, come dire... Sciocchezze. Due, tre miliardi, rispose, inviandomi dal dito fasci di luce.
- E quanto avete speso per... - cominciai, gemendo dal dolore... Per il b...arbiere? - finii, fuori di me, invece di dire per il
brillante. (8)
- Venti limoni, - rispose stupito il nepman, e la padrona gli fece
segno con gli occhi: Non fategli attenzione. E" un idiota.
E mi tolsero immediatamente dal repertorio.
La padrona si mise a cinguettare, ma, grazie al mio felice inizio,
la conversazione si impantan nella palude dei limoni.
Per primo, il poeta batt le mani e gemette:
- Venti limoni! Ahi, ahi, ahii! (Si era rasato l'ultima volta in
giugno.)
Dopo, come seconda, la padrona spar qualcosa di assurdo a
proposito dei movimenti finanziari nel trust.
Il nepman cap di trovarsi di fronte a dei bambocci, in fatto di
soldi, e decise di metterci a posto.
- Viene da me al trust un tizio, - cominci, facendo scintillare
gli occhi neri - e dice: Vi compero della merce per duecento
miliardi. Pago con cambiali. Scusate, - rispondo io, - voi siete un
privato e che garanzia ho che le vostre rispettabili cambiali...
Oh, scusate, risponde lui. E tir fuori il suo libretto di
contocorrente. Quanto pensate (qui il nepman guard vittoriosamente
quelli che sedevano al tavolo), quanto pensate che avesse sul
contocorrente?
- 300 miliardi? - grid il poeta (questo maledetto sanculotto non
teneva in tasca pi di cinquanta limoni).
- 800, - disse la padrona.
- 940, - pigolai io, timidamente, sistemando i piedi sotto il
tavolo.
Il nepman fece qui una pausa artistica, e disse:
- Trentatr trilioni.
A questo punto svenni, e non so quel che successe poi.
Nota per gli stranieri: nei trust di Mosca trilione vuol dire mille
miliardi.
Trentatr trilioni si scrive cos:
33'000'000'000'000.
V
Un uomo in frac
L'opera di Zimin. (9) Gli ugonotti. Esattamente come Gli ugonotti
del 1893, Gli ugonotti del 1903, del 1913, e, infine, del 1923.
Era esattamente dal 1913 che non vedevo questi Ugonotti. La prima
sensazione che perdi la trebisonda. Due colonne verdi tortili e
un'infinita quantit di cosce in tricot. Poi il tenore comincia a
cantare e tu provi subito il tormentoso bisogno di essere al bar:
- Cittadino cameriere, della birra!
(Ormai i ragazzi non ci sono pi, a Mosca.)
Negli orecchi rintrona il pifpaf di Marcel, e nel cervello la
domanda:
Deve essere effettivamente magnifico, se negli ultimi anni
tempestosi non hanno buttato fuori questi ugonotti dal teatro,
dipinto con una tinta verderospo.
Ma dove buttarli fuori! In platea, nei palchi, in loggione non c'
un posto libero. Gli sguardi sono concentrati sugli stivali gialli di

Marcel. E Marcel, rivolgendo alla platea gli sguardi adirati,


minaccia:
Non aspettatevi piet& Ella non torner...
Riecheggiano cupe le note basse.
I solisti, bluastri sotto il trucco, tagliano la rintronante massa
del coro e degli ottoni.
Cala il sipario. Luce. Di colpo ti viene voglia di mangiare panini
ripieni e di fumare. I panini sono impossibili. Per mangiarli
occorrerebbe guadagnare almeno un dieci miliardi al mese. Fumare
invece una cosa fattibile. In guardaroba, c' una cortina di fumo.
Nel foyer uno strascicare di piedi, un mormorio; odore di profumi a
buon mercato. La tristezza pi verde che viene dopo la sigaretta.
Tutto come prima, come cinquecento anni fa.
A eccezione, si capisce, dei costumi. Le giacche sono di aspetto un
po' dubbio, le giubbe sono lise, usate.
Ma - pensai, osservando, - il pubblico quello e non quello...
E non appena lo ebbi pensato, vidi all'ingresso della platea un
uomo.
Un uomo in frac! Tutto, onore al merito, era al suo posto.
Lo sparato accecante, i pantaloni accuratamente stirati, le
scarpette di vernice, e, infine, il frac.
Non avrebbe certo fatto sfigurare
una commedia francese.
Dapprima pensai: Che sia straniero?.
Da loro ti puoi aspettare di tutto. Ma risult che era dei nostri.
Molto pi interessante del frac era la faccia del suo possessore.
Un'espressione di malinconica preoccupazione turbava il suo vago
volto di moscovita. Nei suoi occhi si leggeva chiaramente:
- Sissignori, il frac. Nessuno ha il diritto di dire neppure una
parola su questo. Non c' nessun decreto sui frac.
E, in effetti, nessuno tocc l'uomo in frac, che non suscit
neppure una particolare curiosit. Se ne stava immobile, come una
roccia, bagnata dal torrente di giubbe e giacche.
Questo frac mi turbava tanto, che non finii neppure di ascoltare
l'opera. Nella mia testa c'era una domanda: Che significa questo
frac? Una rarit da museo a Mosca fra le giubbe del 1923, oppure
l'uomo in frac vuol rappresentare una specie di segnale vivente: E"
un anticipo: fra un anno e mezzo tutti andremo in frac.
Pensate che, forse, sia una domanda vana?
Non ditelo...
Vi
Un capitolo biomeccanico
Chiamami vandalo
Mi son ben meritato questo nome.
Lo confesso: prima di scrivere queste righe, ho esitato a lungo.
Temevo. Poi ho deciso di rischiare.
Dopo essermi convinto che Gli ugonotti e il Rigoletto avevano
cessato di divertirmi, mi buttai bruscamente sul fronte di sinistra.
Causa di ci furono Ilja Erenburg, che aveva scritto il libro Eppur
si muove, e due futuristi di Mosca dai capelli lunghi, che,
comparendo da me ogni giorno nel corso di una settimana, mi
insultavano, durante il t della sera, chiamandomi piccolo
borghese!
E" spiacevole quando ti ficcano negli occhi questa parola, e cos
andai, che siano maledetti!
Me ne andai al Teatro Gitis, dove rappresentavano Il cornuto
magnifico, nella regia di Mejerchold.
La faccenda questa: io sono una persona che lavora. Ogni milione
me lo guadagno a furia di notti insonni e di un bestiale correre su e
gi durante il giorno. I miei soldarelli, posso ben dirlo, me li

guadagno col sangue. Il teatro per me un piacere,


una pace, un divertimento: insomma tutto ci che va bene,
all'infuori di ci che pu provocare una buona nevrastenia, tanto pi
che a Mosca vi sono decine di modi e possibilit di provocarla senza
spendere i soldi per il
teatro. Io non sono Ilja Erenburg n un sapiente critico teatrale,
ma giudicate voi stessi.
In un teatro squallido, cadente, aperto a tutte le correnti d'aria,
invece della scena c' un buco (naturalmente, del sipario non c'
neanche la traccia). In profondit: un muro nudo di mattoni con due
finestre sepolcrali.
Davanti al muro c' una costruzione. Al confronto il progetto di
Tatlin pu considerarsi un modello di chiarezza e di semplicit. Delle
gabbie, superfici inclinate, scaffali, porticine e ruote. E sulle
ruote delle lettere dell'alfabeto, a gambe all'aria s `c e t e.
Dei falegnami del teatro, come a casa loro, vanno su e gi, e a lungo
non si riusciva a capire, se la rappresentazione fosse gi cominciata
o no.
Quando l'azione comincia (lo vieni a sapere per il fatto che si
accende da qualche parte, di fianco, una luce sulla scena), compaiono
persone azzurre (gli attori e le attrici sono tutti in azzurro. I
critici teatrali chiamano tutto questo vestiti da prosa. Li
manderei in fabbrica, almeno per un giorno o due! Lo saprebbero,
allora, che cos' il vestito da prosa! La tuta!).
L'azione: una donna, sistemandosi la gonna azzurra, scende dalla
superficie inclinata, scivolando con quello su cui donne e uomini
stanno seduti. Una donna pulisce ad un uomo il sedere, usando una
spazzola per abiti. Una donna va intorno, portata a spalle da un
uomo, coprendosi con modestia le gambe con la gonna del vestito da
prosa.
- E" la biomeccanica, - mi spiega un amico.
La biomeccanica!! L'impotenza di questi azzurri biomeccanici che, a
suo tempo, avevano imparato a pronunciare monologhi dolciastri,
fuori concorrenza. E questo, notatelo, a due passi dal circolo
Nikitin, dove il clown Lazarenko stupisce tutti con dei salti
mirabolanti.
Picchiano qualcuno con una porta girevole, lo picchiano
malinconicamente e con insistenza sullo stesso posto. L'umore nella
sala da cimitero, come presso la tomba della moglie amata.
Le ruote girano e scricchiolano.
Dopo il primo atto dice la maschera:
- Non vi piaciuto il nostro spettacolo, signore?
Il sorriso cos sfacciato che verrebbe voglia di biomeccanizzarlo
sulle orecchie.
- Siete nato in ritardo, - mi dice un futurista.
- No, Mejerchold che nato in anticipo.
- Mejerchold un genio! - ulula il futurista.
Non discuto. Possibilissimo. Che sia pure un genio. Mi
indifferente. Ma non va dimenticato che il genio solitario, e io
sono la massa. Sono lo spettatore. Il teatro per me.
Desidero frequentare un teatro comprensibile.
- L'arte del futuro!! - dicevano, piombandomi addosso coi pugni.
E se del futuro, allora, scusate, Mejerchold morir e risusciter
nel Xxi secolo.
Cos sar tanto di guadagnato, per lui, prima di tutto. Lo
capiranno. Il pubblico sar lieto delle sue ruote, lui otterr la
soddisfazione del genio e io sar nella tomba, non sogner le porte
girevoli di legno. Del resto, che vada al diavolo, questa meccanica.
Sono stanco.

Vii
Jaron
Mi ha salvato dall'angoscia biomeccanica un artista dell'operetta,
Jaron. E io gli dedico con ardente gratitudine queste righe.
Dopo la sua prima caduta in ginocchio davanti al conte di
Lussemburgo, che gli batteva sulla spalla, compresi che cosa volesse
dire questa parola maledetta, biomeccanica, e quando l'operetta con
il galop finale, galopp intorno a Jaron, come intorno a un perno,
capii che cosa volesse dire una vera buffonade.
Trucco! Gesti! In sala rimbombo e frastuono! E non si pu non
ridere. Impensabile.
La propaganda che faccio a Jaron disinteressata, credete alla
coscienza: un talento eccezionale.
Viii
Problemi di fumo
Dal caos, in qualche modo, nasce l'ordine.
Alcuni lo vengono a sapere con notevole ritardo, e altri per
l'amara esperienza sul posto e nel processo di formazione di questo
ordine.
Cos, per esempio, il nepman del quale parler conobbe il nuovo
ordine nel corridoio della carrozza di un treno (posto soffice, con
cuccetta). Stazione della ferrovia Nikolaevskaja.
Era, in genere, una persona buona e placida, e l'unica cosa che lo
faceva uscire di senno erano i bolscevichi. Dei bolscevichi non
poteva parlare tranquillamente. Invece, della valutaoro parlava
tranquillamente.
Ma i bolscevichi gli facevano schizzare saliva.
Penso che se anche un po'"di questa saliva spruzzasse un coniglio,
questo coniglio creperebbe in un batter d'occhio.
Due grammi sarebbero sufficienti per avvelenare uno squadrone di
Budjonnyj, uomini e cavalli insieme.
Di saliva il nepman ne aveva molta, perch fumava.
E quando sal in treno con la sua valigia dura, e si guard
intorno, un sorriso di disprezzo deform il suo volto espressivo.
- Hm... pensa un po', - si mise a dire... o, meglio, non disse ma
sibil, - hanno fatto i maiali per quattro anni, e adesso si son
messi in testa la pulizia! E allora perch, ci si chiede, distruggere
tutto? E voi pensate che io creda che da loro venga fuori qualcosa di
buono? Attento alle tasche. Il popolo russo un furfante.
E di nuovo sputa su tutto.
E pieno di angoscia e di disperazione getta il mozzicone per terra
e lo calpesta. E immediatamente (il diavolo sa da dove uscito) come
se fosse venuto fuori dal muro, appare un tizio con un libretto di
ricevute tra le mani, che raggiunge il record di laconicit:
- Trenta milioni.
Non descriver la faccia del nepman.
Temetti che gli venisse un colpo.
Ecco che storia, compagni berlinesi. E voi dite bolsheviki,
bolsheviki. Mi piace l'ordine.
Vado a teatro. Non c'ero stato da molto tempo.
Dappertutto manifesti: E" severamente vietato fumare. Penso che
sia un miracolo: nessuno fuma, sotto questi cartelli. Come si spiega
tutto questo? Molto semplice: come in treno. E" sufficiente che un
tale con la barbetta nera, dopo aver letto il manifesto, tiri
dolcemente due boccate, che compare subito un giovanotto simpatico ma
dall'aria inflessibile, che dice:
- Venti milioni.
L'indignazione della barbetta nera non ha limiti.
La barbetta non voleva pagare. Mi aspettavo uno scoppio, da parte

del simpatico giovanotto, che giocherellava bonariamente con le


ricevute.
Non ci furono scoppi, per dietro la schiena del giovanotto, senza
che questi facesse segnali di sorta (ah, questi giochi di prestigio
sovietici), si concretizz un poliziotto.
Proprio cos: era qualcosa alla Hoffmann.
Il poliziotto non disse una parola, non fece un gesto. No! Era
semplicemente l'incarnazione della disapprovazione, in pastrano
grigio e rivoltella, col fischietto. Barbetta nera pag con velocit
hoffmanniana soprannaturale. E solo allora l'angelo custode, che
teneva dietro le spalle un piccolo, elegante fucile al posto delle
ali, si tir da parte e un bonario proletario sorriso comparve sul
suo volto (cos le giovani signorine scrivono i romanzi
rivoluzionari).
Il caso di barbetta nera ag a tal punto sulla mia anima
impressionabile (non solo sulla mia, come sospetto) che ora, dovunque
vada, prima di prendere il portasigarette, osservo con inquietudine
le pareti, se non presentino qualche trappola stampata. E se il
manifesto con scritto si proibisce severamente suggerisce ai russi
di non fumare e di non sputare, potete star certi che mi guardo bene
dal fumare e dallo sputare.
Ix
L'et dell'oro
Non condivido la convinzione della Friedrichstrasse secondo cui la
Russia finita, e persino pi che finita: nella misura in cui
osservo il caleidoscopio moscovita, sorge in me il presentimento, che
tutto sta prendendo forma e noi potremo vivere ancora abbastanza
bene.
Tuttavia sono ben lontano dal pensare che sia arrivata l'et
dell'oro. Per qualche motivo mi sembra che l'et dell'oro non
arriver prima che l'ordine metta delle radici definitive: i primi
segni di questo ordine si sono gi visti con chiarezza in fatti che
sembrerebbero cos insignificanti, a proposito di tutti questi
divieti di fumare e sputare. Il Gum con migliaia di luci e i commessi
accuratamente rasati, i portieri scintillanti, nelle loro divise, nei
magazzini di stato sulla Petrovka o sul Kuznetskij Most, E"
obbligatorio togliersi cappotti e pellicce ecc".
Tutte queste cose sono meravigliosi scalini della scala che porta
al paradiso, non sono il paradiso.
Per me il suddetto paradiso verr proprio nel momento in cui a
Mosca spariranno i semi di girasole.
E" del tutto possibile che io sia un degenerato che non capisce il
profondo significato di questo purissimo prodotto nazionale, che ci
tanto congenito come il tabacco da masticare ai famosi eroi americani
dei pi sbalorditivi film, ma anche del tutto possibile che i semi
di girasole siano uno schifo, che minaccia di inondarci di bucce
piene di saliva. Temo che la mia idea sembrer selvaggia e
incomprensibile ai raffinati europei, e allora vorrei dire che dal
momento della scomparsa dei semi diverr per me sicura la prospettiva
dell'elettrificazione dei treni (150 km all'ora),
dell'alfabetizzazione di tutti ecc": il che significa, gi, non c'
dubbio, il paradiso.
E una dolce speranza si annidata nel mio cuore dopo che in via
Tverskaja per poco non mi butt a terra un mucchio di babe e di
bambini, che volavano da una certa parte (con banchetti e scatole)
urlando:
- Dunka, vengo anch'io. Arriva lui!
Lui risult essere, come supponevo, l'incarnazione in grigio non
del rimprovero, ma della furia.
Cittadini: una santa furia. Che io saluto.

Bisogna cacciarli via, i semi, cacciarli. In caso contrario noi


costruiremo s i treni elettrici ultrarapidi, ma le Dunke sputeranno
i gusci dei semi nel meccanismo, cos il treno si fermer. E tutto
andr al diavolo.
X
Il bastoncino rosso
Non c' errore pi deleterio che rappresentarsi la grande,
enigmatica Mosca del 1923 come verniciata di un solo colore.
E" invece un arcobaleno. Gli effetti di luce sono stupefacenti. I
contrasti sono smisurati.
Le puttane e i mendicanti (o, morte mia, questi mendicanti di
Mosca! E" nata la Nep in scarpe di vernice, ed nato immediatamente
anche il mendicante: questo spaventoso essere dagli abiti pieni di
buchi, con la voce nasale, seduto agli incroci, che gela nei vicoli);
la sana bestemmia dei vetturini (esseri antidiluviani) e lo scivolare
silenzioso delle automobili, che scintillano di vernice, i manifesti
con nomi internazionali, e nell'edicola della piazza della Passione a
vendere le riviste, sostituendo temporaneamente il giornalaio, che si
allontanato, una baba analfabeta!
Lo giuro: analfabeta!
Io stesso mi sono avvicinato all'edicola, ho chiesto la rivista
Rossija e lei mi ha dato Korabi (le scritte sono simili).
Non va bene. La baba nella sua edicola si d da fare. Mi d
un'altra rivista. Neppure questa.
- Siete analfabeta? - le chiedo ironicamente.
Ma basta con l'ironia! Viva la disperazione.
La baba era effettivamente analfabeta.
Mosca un pentolone, in cui fanno cuocere la nuova vita. E" molto
difficile. Capita anche a noi stessi, di cuocere. Fra le puttane e
gli analfabeti nasce un nuovo scheletro organizzativo, che compenetra
ormai tutti gli angoli dell'esistenza.
Disperato per la baba, col Korabi tra le mani, disperato per i
vetturini imbestialiti che celebravano sempre la nostra collettiva
mammetta, (10) mi gettavo nella via Stole` snikov, e all'incrocio di
questa via con la grande Dmitrovka vidi proprio questi vetturini.
All'incrocio c'era, evidentemente, un ostacolo.
La fila di barbuti in serpa era immobile.
Ne fui stupito. Perch non rimbombavano le bestemmie e le
parolacce?
Perch non si precipitavano avanti i cocchieri?
Dio mio! L'ostacolo, l'ostacolo... Non era altro che un bastone
rosso nelle mani del vigile, con il quale aveva fermato il traffico,
alzandolo.
Ma le facce dei vetturini! C'era sui loro volti lo splendore
luminoso di Pasqua.
E quando il vigile, dopo aver fatto passare un tram e due
automobili, agit il bastone, aggiungendo un Davaj, che di solito
non viene usato n dai constables n dagli Schutzmann, (11) i
vetturini si misero in movimento, in modo cos tenero e accurato,
come se portassero non dei sani moscoviti, ma gente gravemente
ferita.
Datemi l'ordine come punto d'appoggio, e solleveremo il mondo.

NOTE:
(1) Tradurre remont, come si dovrebbe, con lavori in corso
sarebbe un vero delitto. Chiunque abbia frequenza di Russia conosce
le infinite sfumature di questa parola magica che, invece di aprire

le porte, le chiude (n" d'c").


(2) Si veda l'introduzione a p" 18 (n" d'c").
(3) Facolt operaie (n" d'c").
(4) Nome di una famosa prigione (n" d'c").
(5) Limone o limoncino: biglietto da mille rubli (n" d'c").
(6) Marche di sigarette (n" d'c").
(7) Stivaletti di feltro (n" d'c").
(8) Gioco di parole, in russo:
bri( te) ug" rasatura; bri( llant) ug" brillante (n" d'c").
(9) Organizzatore teatrale, ha dato vita al Teatro dell'opera di
Mosca. Gli ugonotti sono una pice di
Meyerbeer, da Zimin messa in scena (n" d'c").
(10) Molte imprecazioni russe classiche girano intorno alla
mamma e ai suoi costumi sessuali (n" d'c").
(11) I poliziotti, rispettivamente in Inghilterra e in Germania
(n" d'c").
Mosca dalle rosse pietre
Ronza Annu` ska, fa rumore, ciancia, si dondola per il lungofiume del
Cremlino, vola alla chiesa di Cristo.
E" bello, vicino alla chiesa. Che corroborante boccone d'aria
sospeso sulla Moscova, dalle bianche mura alle repellenti quattro
ciminiere senza fumo che spuntano su dallo Zamoskvore` ce.
Oltre il tempio, l dove una volta troneggiava maestoso il pesante
Alessandro Iii, con gli stivali a fisarmonica, ora c' solo un
basamento vuoto. Un com pesante sul quale non c' nulla e, a quanto
pare, non ci sar mai pi nulla. E sul basamento una colonna d'aria
che arriva fino al cielo azzurro.
Di passeggiare, non ho voglia.
D'inverno i massicci gradini che portano al monumento spariscono
sotto la neve, sono ghiacciati. I ragazzini (Java trinciato)
scivolano dalla montagnetta di neve sugli slittini, e lanciano palle
di neve contro Annu`ska che si mette a correre. E d'estate, i lastroni presso il
tempio, e i gradini del piedestallo sono vuoti. Appaiono due figure,
scendono verso i binari del tram. Uno si porta sulle spalle una gobba
verde, legata con cinghie. Nella gobba ci sono le razioni. D'inverno
mezza Mosca gira con la gobba. Si trascina le gobbe dietro, sugli
slittini. E ora basta, non ci sono razioni per i civili, ricevi dei
milioni, e ci si rovescia nei negozi.
L'altro senza gobba. Ben vestito. Bianco amido, pantaloni con la
riga. Sulla testa un berretto dall'orlo di velluto, bruciato da
tempeste e bufere. Sul bordo un distintivo, un emblema d'oro che non
n un martello n una vanga, n una falce n un rastrello; in ogni
caso n una falce n un martello. Uno specialista rosso.
Lavora non si sa bene dove, n nel Chmu n nel trust. Lavora con
successo, non ha problemi di soldi. Ogni giorno va in via Tverskaja
nel gigantesco emporio Empeo (che, nei tempi leggendari, si chiamava
Eliseev) e picchia col dito sul vetro, dietro il quale si trovano i
tesori.
- E... e... due libbre...
Il commesso in grembiule bianco:
- Sissignore, subito...
E zac col coltello, ma non dal pezzo indicato col dito dallo
specialista, che era un po'"pi fresco, ma da un altro pezzo, che gli
sta accanto, assai sospetto.
- Prego, alla cassa...
Lo scontrino. La signorina guarda la banconota alla luce. Nessuna
banconota pu passare senza questo esame. Chiunque ne prenda una in

mano, ritiene suo dovere esaminarla subito al sole!


E che cosa si cerchi nella banconota, a dire il vero, nessuno a
Mosca lo sa.
Il registratore di cassa batte il colpo, rumoreggia coi suoi
ingranaggi e si mangia dieci milioni speciali. Resto: due carte da
cento.
L'una vera, di carta filigrana; l'altra pure di carta filigrana, ma
falsa. All'Empeo - tra gli specchi e i vetri di Eliseev - i clienti
sono tutti gente nuova. Tre libbre.
Cinque libbre. Il caviale nero splende tutto lucido sui banchi.
Corgoni affumicati. Piramidi di mele, di arance. A una vetrina, un
masochista sta appiccicato col naso, sgrana gli occhi ai lampadari a
grappoli, alle arance. Gira la testa. Ha dormito dal 1918 al 1922!
E vicino, sui marciapiedi rovinati, i ciclisti si rincorrono!
Motociclette. Auto. Fischiano, gracchiano, sparano come da
mitragliatrici. Vanno su autocognac. Lo versi nell'automobile, metti
in moto e via: una colonna soffocante di fumo grigio azzurro dietro
la macchina.
Le macchine scrostate, lacerate, svitate volano.
Ora con le borse dei documenti, ora con gli elmi dalla stella
rossa, e ora, a un tratto, sobbalza sui cuscini di pelle una signora
in stola, con un cappellino da cento milioni comperato sul Kuznetskij
Most. E accanto a lei, si capisce, un tipo dal berretto sbiadito.
Nouveaux riches.
Gente della Nep.
Talvolta passa una macchina silenziosa, scintillante di vernice.
C' dentro un gentleman di tipo straniero. Un tipo su.
I vetturini, ora in corteo, ora solitari. Il respiro della bufera
non li sfiora. Sono cos, come lo erano nel 1822 e come saranno nel
2022, se per quel tempo i cavalli non saranno tutti morti. Con quelli
che discutono sul prezzo, sono sfacciati, con quelli dalla carnagione
pallida, gentili, servili.
- Eccoci arrivati, signore.
Il solito pubblico sovietico, una massa variopinta, dai molti
volti, chiamata, dai guidatori, cittdini (con l'accento sulla a)
va in tram.
Dio solo sa da che parte vengono fuori, chi li produce, ma essi
diventano sempre pi numerosi. I tram stridono, ormai, su quattordici
linee, in tutta Mosca.
La maggiore felicit quando non si sta n in piedi, n seduti, n
coricati. Succede anche, del resto, che si stia larghi.
Ecco Annu` ska che svolta sotto l'orologio della porta
Pre` cistenskaja. Dentro, il manovratore, la bigliettaria e tre
passeggeri.
Tre persone aspettano, dapprima mettendosi macchinalmente in coda.
Ma a un tratto la coda si scioglie. Le facce si fanno preoccupate.
Con i gomiti cominciano a urtarsi l'un l'altro. Uno si afferra alla
maniglia di sinistra, l'altro, contemporaneamente, a quella di
destra. Non entrano, ma si arrampicano. Dnno l'assalto alla vettura:
che vuota. Perch? Un fenomeno gi studiato. Atavismo. Il ricordo
del tempo in cui non si stava in tram, ma si viaggiava appesi al
tram. Quando erano i sacchi a viaggiare con la gente.
Ora, provateci un po'"ad appendervi: si infilano in un tram alla
stazione di Jaroslav, con un sacco di cinque pud. (1)
- Cittadini, non si pu con i bagagli.
- Ma che dite? Un piccolo fagottino.
- Cittadino, non si pu! Non riuscite a capire?
Campanello. Il tram si ferma.
Spazzato via.
E: - Cittadini, il biglietto! Cittadini, avanti c' posto!

I cittadini si spostano in avanti, i cittadini comperano il


biglietto.
Cittadini vestiti con quel che capita. Bluse, camicie, giubbe,
giacche. pi di tutto, giubbe: abbigliamento ripugnante, ricordo del
tempo di guerra. Caschetti, berretti. Giacche di pelle. Ai piedi, per
la maggior parte, stracceria sospetta con i tacchi storti. Ma succede
anche di vedere scarpe di vernice. Poi delle signorine sovietiche
vestite in maniera succinta, con le pantofole bianche.
In tram viaggia una variopinta mascherata.
Alle fermate dei tram, una gran cagnara, ressa, chiasso, spintoni.
Gli strilloni, dall'ugola gravida di notizie, con voci altostridule
cantano:
- Le Izvestija, ultime notizie... Il patriarca Tichooon! Gli
esseerre... (2) Naakanuneeee...
Da Birlino ultime notizie appena giunte.
Attraversa la citt, il tram, in mezzo alle chiacchiere, allo
schiamazzo, alle sirene. Verso il centro. Vola la via Moskovskaja.
Un'insegna dopo un'altra. Insegne lunghe un metro e insegne lunghe
due metri. La tinta fresca colpisce gli occhi. E che cosa non c',
che cosa, su quelle insegne! Tutto, c' tutto, all'infuori del segno
duro e dello jat. (3) Trupvoz. Trustram. Mossel prom. (4) Qui si
indovinano i pensieri. Mosdrevotdel. Vinotor. Trattoria
StaroRukovskaja. E" risorta la trattoria, ma ha perso il segno duro.
Trattoria Sport.
Il teatro dei lavoratori. Giusto. Chi lavora, deve trovare un po''
di riposo a teatro. Produzione: Sandala. Probabilmente volevano
scrivere: Sandalo o Sandali. Scarpe per signora, per bambini e
ragazzi. Piant
-mere. Indchiod. Unimere. Pontorg. Glavlestorg. Centrobumtrust.
E in questa allegra mescolanza di parole, di lettere su sfondo
nero, una figura bianca: lo scheletro di una mano, tesa verso il
cielo.
Aiuto fame. In una corona di spine, nell'incorniciatura dei
capelli, il volto di una fanciulla, coperto da ombre di morte e gli
occhi bruciati dalla tortura della fame.
Fotografie di bambini gonfi, scheletri di adulti, con la pelle
tesa, che cascano a terra. Guardi e riguardi. E capisci. E il
giorno ti diventa grigio negli occhi. Del resto, chi ha mangiato
sempre, tutti i giorni, non capisce. Vicino a noi corrono i nuovi
ricchi, non si voltano indietro a guardare...
Fino a notte tarda la via rumoreggia. E dei ragazzimercanti
rossimercanteggiano.
Le lancette dell'orologio rotondo di fuoco, e tutta la via
Tverskaja ansima, si rivoltola, grida. Stridono i violini al caff
Cuc. Ma tutto pi calmo, si dirada. Le finestre delle vie e dei
vicoli si spengono... Mosca dorme dopo la variopinta veglia, prima
della festa rossa.
... Di notte lo spec", nell'andare a letto, prega il Dio Ignoto.
- Beh, che ti costa? Manda un bel rovescio di pioggia, domani.
Con la grandine. Ci sono dei posti in cui viene gi una grandine di
due libbre per chicco. Basterebbe anche
una libbra e mezzo.
E sogna:
Ecco, si mettono in movimento, portano i manifesti, e dall'alto
gi a rovescio....
Ma piove, una pioggerellina, proprio a posto.
Sferza dalle grondaie arrugginite. Ma piove in un momento assurdo,
quando non serve a nessuno: di notte.
E il mattino, in cielo, neppure un'ombra!
E la baba dice alla baba, sul portone:

- Su in cielo, si vede, stanno dalla parte dei bolscevichi.


- Si vede che cos, cara...
Alle dieci, per la Tverskaja, rotola una marcia assordante. Accanto
alle vetrine spente, presso i muri ricoperti dalle macchie sbiadite
delle bandiere rosse, con le giacche dalle tasche rosse, azzurre,
arancione sul palt, con i galloni rossi, con gli elmi, uno pi bello
dell'altro, allo stridere dei piatti e al risuonare delle trombe, la
fanteria rossa marcia, una compagnia dietro l'altra.
Con le insegne bicolori degli squadroni, la cavalleria, coi cavalli
di diverso mantello, va al trotto.
Avanzano le autoblindo.
La sera c' gran ressa sui boulevards. Aleksandr Sergeevi` c Pu`skin, con la testa piegata, osserva attentamente il boulevard
Tverskoj che rumoreggia ai suoi piedi. Nessuno sa a che cosa pensi...
Di notte gli striscioni ardono...
Le stelle...
... E di nuovo Mosca si addormenta.
All'orologio di fuoco sono le tre.
Nel silenzio, per tutta la citt,
ogni quarto d'ora si diffonde un tenero, misterioso scampanio dalla
vecchia torre, ai piedi della quale, senza spegnersi per tutta la
notte, una lampada splende e una insonne sentinella vigila dalle mura
del Cremlino lo scampanio. E dorme prima del nuovo giorno di lavoro
la via di Kitajgorod, (5) un mercato rosso mai visto, mai sentito.

NOTE:
(1) Un pud: circa 16 kg
(n" d'c").
(2) Cio i socialrivoluzionari (n" d'c").
(3) Due segni ortografici aboliti dalla riforma del 1918 (n" d'c").
(4) Diamo queste sigle e le seguenti un po'"nell'originale un po''
tradotte per rendere l'idea della confusione dei cittadini e dei
giochi verbali di Bulgakov (n" d'c").
(5) Quartiere centrale di Mosca (n" d'c").
La citt d'oro
I
Il cibo degli dei
- C' un maiale enorme. Dallo spigolo del pianoforte arriva fino
alla porta, nella stanza di Anna Vasilevna.
- Ma tu racconti frottole, Vasja!
- Frottole? Andate a vedere voi stessa! Mi offendo proprio: tutto
quel che dico, insomma, son sempre frottole! E" un maiale che peser
due tonnellate!
- L'hai visto coi tuoi occhi?
- L'hanno visto tutti.
- No, voglio dire, l'hai visto proprio tu?
- Beh... me l'ha raccontato Petrov... Un maiale miracoloso!
- Il tuo Petrov miracoloso un bugiardo. Un maiale cos non
entrerebbe nemmeno in un vagone merci, e come hanno fatto a portarlo
a Mosca?
- E che ne so?! Forse su... come si chiama?... Su una piattaforma
scoperta. O magari con un camion.
- Ma dove l'hanno ingrassato un maiale del genere?
- Vattelapesca! In qualche sovchoz. Certo non un maiale di
contadini. I maiali dei contadini sono schifosi, piccoli come dei

gatti. Ed ecco che hanno portato un maiale grosso come un'automobile.


Lo guarderanno, lo riguarderanno, e anche loro tireranno su dei
maiali cos.
- No, Vasja... Che razza di uomo sei...
- Oh insomma, al diavolo! Non vi racconto pi niente!
Ii
Sulla Moscova
E" una chiara sera d'agosto. In un fumo di polvere sulla
circonvallazione Sadovaja volano i rimbombanti cassoni del tram B con
una scritta rossa: Per l'esposizione. Sono strapieni. Li sorpassano
camion e auto, sollevando una nuvola di polvere e di fumi di scarico.
Sul boulevard Smolensk cresce la ressa. Fra cappellini e cappelli
spunta un turbante bianco, fra schiene ingiacchettate si scorge una
schiena a strisce in una vestaglia di Bukara. E inoltre certe facce
color zafferano, zigomi sporgenti, occhi obliqui.
Nella gola di una via s'intravvede un ponte di pietra con rosse
macchie
aguzze di bandiere. Sul ponte, sui passaggi pedonali, si riversa un
fiume di gente, e in senso opposto avanza strombettando un autobus
tutto scrostato. Dal ponte si apre la citt. Gi al primo sguardo
dalla riva della Moscova si presenta lieve, aerea, irrompente e
dorata.
I passeggeri si riversano dal tram come da un sacco. Sugli spiazzi,
davanti all'uscita, cosparsi di sabbia, si agita una folla
formicolante.
I venditori ambulanti gridano:
- Pere, pere dolci!
Le automobili rombano, strisciano, si fanno largo nella ressa. Alle
fermate c' un muro di gente, passeggeri stipati nei tram che vengono
in senso inverso, e ci sono code alle biglietterie.
E pi avanti, dappertutto, non si vede che legno, legno, legno:
grezzo, lavorato, segato, dorato, magistralmente strutturato in
torri, padiglioni, figure, torrette.
La squama della Moscova divide due mondi: su una delle rive casette
a un piano, rosse e grigie, la solita aria accogliente e aperta,
mentre sull'altra c' la cittpadiglione, debordante, aguzza di
tetti e sommit, puntuta.
Da un tram si fa largo, agitandosi, una figura dall'abito accurato
e distinto, con una catena d'oro sulla pancia, abbraccia con lo
sguardo la folla irrequieta e mormora:
- Valla a capire "sta gente! Su questo fango dovevano cominciare a
costruire cinque anni fa e invece l'hanno fatto in cinque mesi!
Mane` cka! Qui bisogna informarsi dov' il ristorante!
La grassa Mane` cka, tintinnante e luccicante di anelli e
braccialetti, collane e cammei, si incolla alla giacca di lui e la
coppia si precipita alle biglietterie. I cancelletti girevoli
cigolano e venditori e venditrici di distintivi dell'aviazione
piombano da ogni parte.
- Cittadino, un distintivo! Un distintivo!
- Comprate L'alleanza, con la pianta completa della mostra! Dieci
rubli! La pianta particolareggiata!
Sotto i piedi scricchiola la sabbia. A destra c' un padiglione
variopinto, un pezzo di un colore e l'altro di un altro, quasi che
l'abbiano fatto con i cubi di un gioco di costruzioni per bambini.
Iii
Artigianale
Dal profondo risuonano gli ottoni di una banda. All'entrata, in
uniforme azzurra e azzurro elmetto, c' un pompiere di servizio.
Severamente vietato accendere fiammiferi e fumare. Un cartello
dice: In caso d'incendio... eccetera, eccetera.

Borsette e cartelle vengono ritirate in deposito al banco. Il


padiglione di tre colori, di tre piani; tutto inondato dalle
macchie colorate delle scritte degli espositori sul fondo dorato del
legno, mentre dalle finestre occhieggia il liscio azzurreggiante
acciaio della Moscova.
Sibcustprom, (1) oggetti d'avorio. Un piccolo busto di Trotskij,
figure di scacchi, una quantit di cosette e cosine.
Biancheggia il bianco pecora delle lettere Nkvt fatte con pelli
d'ermellino e ci sono degli scudi ai quali stanno appese pelli
diverse: volpi antracite, il rarissimo lupo nero, volpi azzurre,
argentate, fulve, ermellini del Baikal, di Jakutsk, del Narym, visoni
scuri.
Una luce pallida, serale, diafana si diffonde da una finestra su
una camera matrimoniale di mogano. Una sala da pranzo. E dovunque
Trotskij, Trotskij, Trotskij: neri di bronzo, bianchi di gesso, di
osso, di qualsiasi materiale.
I giocattoli sono la gioia dei bimbi e l'Unione degli artigiani
ha gettato sul mercato un seducente miscuglio oro azzurro rosso, pi
una giostra.
La fabbrica di Mal` cevo, la fabbrica di Kuznetzov lavorano e il
Prodasilikat ha disposto ai vari piani cristalli multicolori,
porcellane, ceramiche, gessi. Teiere, tazze, servizi decorati: per
l'esportazione in oriente, a Bukara.
La Commissione per le case di pena espone i lavori dei detenuti:
scarpe, soprammobili. Un ritratto di Marx guarda dall'alto. Gosspirt.
Dai leggeri diluenti dei lipidi, dagli alcol metilici e rettificati,
alle vodke colorate di venti gradi, alla torreggiante vodka
RjabinovSmirnov dalla squillante etichetta. Accanto fluttua il
pubblico, i suoi fiati avvolgono l'espositore che ne accarezza gli
sguardi. Dei bicchierini attendono in fila gli eletti: i degustatori
specializzati.
Le pietre semipreziose degli Urali: il diaspro, la malachite, il
cupo cristallo di rocca. Su un tavolo gigantesco c' il plastico di
una fabbrica di soprascarpe, e poi ancora pellicceria, tessuti,
ricami, pellami. Su una plancia dove s'incontrano delle scalette,
vedo equipaggi, carrozze, modellini eseguiti da un importante
laboratorio. Botti, raggi, ruote...
Si accendono le lampade sul soffitto, sulle pareti, il padiglione
si inonda di una calda luce, la Moscova oltre la finestra si spegne.
Iv
Aiuola Lenin
Scricchiola la sabbia. L'ombra discesa su Mosca. I globi bianchi
splendono, in alto un arco si ricoperto di fuochi. Un chiosco viene
preso d'assedio. C' afa.
L'edificio principale: un bizzarro miscuglio di legno e di vetro.
Nella penombra: un'aiuola interna. All'entrata: vasi, enormi torsi
di legno. E sulla piazza immensa la tribuna annega nella densit di
una folla di migliaia di persone. Non si sentono le parole, ma
s'intravvede una figura femminile. Indubbiamente si tratta di una
baba, di una comare venuta dalla campagna, col fazzolettone bianco.
Le sue ultime parole vengono coperte non dalle grida, ma dal fracasso
della folla, e in contrappunto si sente da lontano un'orchestra,
persa sotto il bordo del padiglione principale fatto a ferro di
cavallo. Dalla tribuna sparisce il fazzolettone bianco, e al suo
posto appare una nera sagoma di uomo.
- Caaro! Ili` c!
Ancora fracasso. Intanto si fa sentire una svelta marcia, e la
folla si precipita in lunghe code tra le grandi aiuole e l'edificio
del teatro all'aperto del parco, per un concerto.
Nelle code galleggiano contadini con barbe a punta, soldati coi

loro berretti, pionieri con le cravatte rosse e le ginocchia nude,


donne con fazzolettoni, figure campagnole, barbute, provinciali, e
operai moscoviti in berretto.
Una dama stata tagliata fuori dal teatro dal fiume della folla.
Sta mormorando:
- Non un'esposizione, ma il diavolo sa che cosa! Non c' pace
col proletariato. Non resisto pi a una vista simile. Un tizio col
giaccone rumoreggia forte:
- Insomma, dura!
E girano come in un vortice.
Verso il centro dell'aiuola scorre una folla ininterrotta di figure
singole. L si trova il ritratto di Lenin fatto con i fiori, famoso
in tutta Mosca. Sistemato verticalmente c' un pannello a due rotoli
leggermente inclinato, ricoperto di terra, e su un rotolo
raffigurato con una sorprendente precisione di fiori variopinti e di
erbe un Lenin enorme, dalla cintola in su. Sul rotolo opposto
riportato il frammento di un suo discorso.
Tre elettrosoli palpitano attraverso le griglie sottili, le
inferriate e i piloni del teatro all'aperto. Tutto intorno fatto di
legno, di aria, di trasparenza, di spazio. Sul vasto palcoscenico gli
ottoni dell'orchestra versano un valzer, e i sedili sono strapieni di
gente.
V
La sera. Gli uzbeki
La sera ricopre la citt e la Moscova. Nella fantastica aiuola
dell'esposizione regna la penombra, e il Lenin fatto di fiori sembra
come disegnato su una enorme tela.
I padiglioni che si estendono sulla riva del fiume fino al Parco
dei divertimenti cominciano ad illuminarsi. Il padiglione con i
possenti torsi di gesso che sostengono grigi tubi antincendio, si
copre di una luce chiara accecante. Sullo sfondo e sulle pareti ci
sono delle scritte. Gli incendi nei villaggi. La lotta contro gli
incendi. Nel padiglione c' una luce piena, ma nell'interno da
qualche parte giace sparso del legname. Non hanno ancora finito.
- Non preoccupatevi, domani l'apriranno. A me era capitato proprio
cos: vieni di mattina, di un'occhiata al lavoro, e di sera non
riconosci pi il posto, hanno finito il lavoro!
E ancora: luce e poi il semibuio. Arde il padiglione
dell'agricoltura. Attraverso i vetri si vedono delle zucche, delle
pere. Di fianco c' un masso scuro. Nereggia una scritta: Chiuso.
Nel semibuio, al riverbero dei lampioni lontani, in un caff sulla
riva del fiume, stanno mangiando e bevendo. Sulla riva del fiume, non
hanno ancora installato la luce.
Sulla Moscova corrono le luci delle barche. In lontananza rimbomba
un motore, e un appiattito idroplano si incollato proprio alla
riva. Un nugolo di soldati ha preso d'assedio lo steccato, e guarda
quell'uccello acquatico di alluminio.
Nel semibuio ecco i quadrati e i rettangoli da gioco di dama delle
parcelle da esposizione bagnate, i contorni scuri e sfumati delle
aiuole che circondano i padiglioni con una fila di astri bianchi. I
fiori di tabacco emanano un odore serale.
Sui viottoli, i visitatori si affrettano verso il padiglione del
Turk
-menistan, vi entrano in folla. Nell'interno brilla una estrosa
xilografia, la luce si spande a ondate. All'esterno il padiglione
dipinto con colori vivaci, insoliti.
E subito intorno ad esso comincia a diffondersi un accogliente
odore di `sa` slyk.
L, proprio accanto alla riva c' il chioschetto, spento ricordo
del secolo scorso, di CaterinaPaoloAlessandro, sul bordo dove in un

mare di verde si stende il Parco dei divertimenti, con fuochi


elettrici, taglienti e nuovi, e dove ribollono giganteschi samovar e
vagano fez orientali e turbanti.
Dietro la casa turkestana, dall'aspetto allegro e dai vivi colori,
c' un carro biblico. Ruote giganti, enormi capocchie di chiodi,
stanghe sterminate - un carro. Poi sulla riva, lungo la strada,
sotto una pensilina di legno, c' un sottile pavimento di legno,
ricoperto con tappeti orientali. I moscoviti vengono l attirati
dall'odore degli `sa` slyk, gli spiedini, e pallide signore cittadine,
ragazzi, uomini vestiti all'europea, ripiegando le gambe dalle scarpe
appuntite, le facce tutte sorrisi, stanno seduti su panni variopinti
e unti. Bevono da tazze senza manico; recipienti orientali dalla
sagoma affusolata mandano un pallido brillo.
Nelle stufe sotto le pensiline guizza la rossa fiamma, infilzati
agli spiedi ci sono arrosti di montone, si agitano grembiuli,
balenano teste nere. Il carbone arde in una ritorta enorme pipa e uno
sconosciuto cittadino orientale della repubblica fuma.
- Chi siete? Da dove venite? La vostra nazionalit?
- Uzbeki, siamo.
- Beh, se siete uzbeki, siete uzbeki. - All'uzbeko che sta alla
cassa piovono addosso biglietti da cinquanta e da cento rubli.
- Quattro `sa` slyk!
Sui fornelli gorgogliano pentolate di agnolotti. Il calore soffia
tutt'intorno. Si chiacchiera e si mastica rumorosamente. Mangiano gli
agnolotti grondanti grasso. Mangiano il pane bianco a trecce.
Rimorchiano gli `sa` slyk sui piatti. Intorno alle pensiline, sulla
strada c' un ininterrotto va e vieni, in direzione del Parco dei
divertimenti. Di qui si odono arrivare le note di una musica,
ora alquanto sorda, ora con squillanti esplosioni.
Vi
Il movimento
Sui vialetti, alcuni ben battuti, altri dal fondo incerto e
cedevole, la gente cammina verso il settore dei turkestani, rifluisce
alle uscite. Lungo il tragitto c' un buffet dove non hanno acceso le
luci. L non hanno ancora la corrente, ma c' lo stesso un tinno di
posate e bicchieri.
Una cosa rotonda e luccicante sbarra il cammino. E" il padiglione
dell'alimentazione popolare. In una galleria, fatta ad anello,
naturalmente sull'esterno, si mangia e si beve.
A servire c' un tizio dallo strano berretto, con un cartellino
rosso. All'interno, nel trasparente padiglione di vetro, si notano
attivit e pulizia. Diagrammi, pannelli con colori a olio, lungo la
parte superiore della parete, illustrano le future prospettive
dell'alimentazione. Cucine sociali con le migliori attrezzature,
mense sociali.
Al centro c' un tavolo. In modo cos pulito, con stoviglie cos
belle, si manger quando fiorir l'alimentazione popolare.
L'esposizione vive adesso fino alla mezzanotte. Ma dopo due o tre
ore su questa sabbia, in mezzo a questa ressa affluita dalle citt di
provincia, le gambe si rifiutano di sostenerti.
All'esposizione bisogna venire molte volte: cinque, sei, per
riuscire a vedere almeno qualcosa con una certa cognizione di causa;
per ricordarsi almeno qualcosa e per vedere un po'"tutto.
All'uscita! A casa!
Ed ecco alle uscite una lunga, noiosa, pesante coda. Di qui parte
per la citt un tram stipato fino a non poterne pi. Nugoli di folla
stanno in attesa. Quando ti toccher? E" balenata una speranza. C'
un'automobile nera, con dentro dei lunghi sedili.
- Prendete clienti?
- No. Pompe funebri.

Ma ecco arrivare in soccorso lo scatolone rosso. Goffo e greve come


un elefante, scrostato, pesante, strapieno.
- Per Strastnij?
- Settantacinque rubli.
Bisogna trovar da sedere al pi presto. I posti vengono occupati in
un batter d'occhio.
Oh Dio! Roba da strappar fuori le budella!
Sul predellino salta per ultimo un tizio con la cartella. Il suo
aspetto talmente ufficiale, la cartella cos autorevole, lo
sguardo talmente severo, che si vede subito non trattarsi di un
semplice mortale, bens di un organizzatore. E infatti lo .
- Sono io che organizzo il movimento degli autobus. Con delle buone
macchine.
- Ci vorrebbe proprio. Perch, come vede, altrimenti ci si rimette
la pelle.
- Caspita... Questa non una macchina, ma...
L'organizzatore non fa in tempo a dire che cos' esattamente. C'
stato un tale scossone che gli ha fatto saltare la lingua in mezzo ai
denti.
Ci voleva, cosi sar pi svelto a organizzare.
Tutt'a un tratto risuona un colpo di clacson, l'autobus d uno
strattone in avanti e si mette a dondolare sul lungofiume in
direzione della cattedrale del Cristo.
- Speriamo di arrivare vivi!
Vii
Due settimane dopo
Per due settimane non sono andato all'esposizione. E in queste due
settimane la citt di legno ha subto una brusca trasformazione. Si
colorata, si ricoperta di chiazze variopinte.
Intanto sparito l'ultimo legname presso i padiglioni, sono
spariti i rifiuti, il terreno si rasciugato e rassodato al sole di
settembre. Adesso facile camminare. Poi la citt ha cominciato a
muoversi, a camminare, a giocare. Il numero dei visitatori andato
continuamente aumentando e nei giorni festivi c' sempre gran folla.
Si ha l'impressione che tutti coloro che varcano i cancelletti
girevoli vengano presi come da un gioioso risveglio. Il vociare degli
strilloni, i suoni delle orchestre, la folla, i colori, tutto ci
solleva l'umore. I chioschi sono spuntati su come funghi: chioschi di
birra, di sigarette, di vino, di frutta, di latticini. E c' da dire
che facilitano di molto la visita e il cammino. Dopo alcune ore sotto
il sole caldo viene voglia di bere.
Viii
Protesta antiDio
e telegrafo antincendio
Un pompiere dalla sagoma taurina, un segnale di tromba. Un
padiglione bianco ricoperto di slogan. Reparto centrale
antincendio.
Enormi torsi di gesso sostengono dei tubi grigi. Chi l'ha fatto? Il
Resintrust.
Su certi manichini si ammirano tute di amianto, caschi, attrezzi,
pompe. Diagrammi, disegni, manifesti, quadri.
Ci significa: bisogna proteggere le campagne. Bisogna insegnare
alle campagne non solo a domare, ma anche a prevenire gli incendi. Su
tutta la parete si stende un pannello ininfiammabile di paglia
pressata. Opera dello Strojnotorg.
Sopra al pannello ininfiammabile c' una grandissima tela, un
quadro in stile realistico, senza il minimo fronzolo futurista: una
campagna in fiamme. Cavalli che scalciano, la fiamma divoratrice,
donne dalle semplici pettinature che levano le braccia al cielo, una
vecchietta con un'icona. C' una scritta: Chi non usa il cervello,

non l'aiuta nemmeno la preghiera.


La citt di Charkov ha esposto delle litografie. Una raffigura un
ucraino tranquillo e allegro davanti a una bianca casupola. Egli
tranquillo perch ha adottato le misure antincendio. Accanto si vede
un poveraccio dagli abiti sbrindellati, presso i resti di una casa
incenerita: Io non ho adottato le misure antincendio. Campavo alla
giornata, fidando in Dio. E un incendio mi ha fatto diventare ateo.
Ecco le fiammanti cassette rosse dei telegrafi antincendio,
postazioni telefoniche, segnali, modellini per dimostrare come
installare i tubi delle stufe per prevenire il rischio, preziosi
estintori marca Bogatyr e Rekord, pompe `senelis, tutti i possibili
tipi di lampade a cherosene e poi slogan: slogan e diagrammi.
La voce di una guida dice:
- Fate battere a terra la punta e indirizzate il getto...
Ix
Come salvaguardare i boschi
Nella casa del contadino, una grande casa a due piani, affluita
una folla di turisti.
Una donna con una fascia rossa sulla manica li precede spiegando:
- Adesso, compagni, passeremo insieme alla casa del contadino, dove
prima di tutto vedrete l'angolino del nostro Vladimir Ili` c...
Nella casa c' una tale confusione che gli occhi non riescono a
concentrarsi e appena vagamente si ricordano dei ritratti di Lenin,
di Kalinin e di qualche altro.
Bussano a una porta, salgono, scendono. E improvvisamente dalla
porta si scorge l'interno di un teatro. Sulla scena il sipario
alzato. Davanti a una piccola izba c' una baba con il fazzolettone,
un intero conclave di mu` zik con barbe a punta, berretti e stivali e
uno di loro con l'aria di stupidotto con un naso fibroso all'ins e
calzato di cioce. Egli, permettete di farvi notare, senza rendersene
minimamente conto, ha distrutto
una intera porzione di bosco.
- Compagni, sono forse cose da farsi? Eh?! - esclama il contadino
intelligente, abbellito da un berretto, rivolgendosi al pubblico. Ha ragione o non ha ragione? Se non ha ragione, alzate le mani.
Il pubblico contempla con soddisfazione lo stupido disboscatore, ma
non essendo ancora abituato all'azione collettiva non alza le mani.
- Insomma, sembra che abbia ragione? Lasciamolo pure disboscare! E
va bene! - si agita sulla scena il contadino col berretto. Compagni,
alzi le mani chi di voi d'accordo che quello l non ha ragione!
Tutti alzano le mani.
- Benissimo! - sentenzia soddisfatto il depositario del costume di
giustizia borghese. - Lo condanneremo al titolo di scemo!
E lo scemo si allontana, offeso, mentre gli intelligenti si mettono
a cantare stornelli. Prorompe un'armonica:
Bisogna, bisogna imparare& Come i nostri boschi salvare,&
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
Altrimenti ci si sveglier& Senza pi ruota n izb.
Entrano, escono, armeggiano buffamente con piatti e bicchieri.
Probabilmente per la mensa dei contadini. E di nuovo un'ondata di
folla e di nuovo si sente una voce di donna:
- ... e vedrete l'angolino di Vladimir...
X
Caramelle, tabacco e birra

Dalla casa del contadino si va oltre sul lungofiume verso il verde


del Parco dei divertimenti. Il posto diventato irriconoscibile.
Come prima ci sono gli alberi secolari, l'ombra, lo specchio liscio
di uno stagno; ma in mezzo al verde sono sorti degli edifici bianchi,
colorati, fantastici, dai quali si sente uno sbuffare, un cigolio, un
rimbombo di macchine.
Ed eccolo il Mosselprom. Sembra un fungo, sotto la cui cappella si
legge la scritta: Ristorante.
E fin dall'ingresso si avvolti da un dolce odore di caramelle.
Personaggi dai bianchi berrettoni e dai grembiuli color neve,
manipolano l'impasto di caramella, che una macchina spezzetta in
piccoli coni. Sui fornelli ci sono catinelle di farcitura. Le signore
spettatrici si appendono al recinto: che padiglione simpatico! E" la
seconda fabbrica statale di dolciumi, la exAbrikos e Figli, ora
ribattezzata in onore di P'A" Babaev. Alle pareti sono esposti i
diagrammi della fabbrica numero uno di lievito del Mosselprom.
Recipienti e ampolle sono colmi di lieviti diversi, di mosto, di
malto, di orzo e di avena e di lieviti in coltura.
Seguono i diagrammi di produzione della prima fabbrica di
maccheroni dell'onnipresente Mosselprom.
Nel gennaio del 1923 sono stati prodotti 7'042 pud di maccheroni,
nel maggio dello stesso anno 10'870 pud.
Nel reparto successivo, all'odore di caramelle subentra l'odore di
tabacco. I grembiuli delle operaie sono azzurri. Dukat. E" scritto
anche in grafia estera: Doukat. Le macchine trinciano, riempiono e
incollano i tubetti di carta. C' un'esposizione di scatolette
variopinte, alcune con Un saluto dall'esposizione.
pi in l espone la famosa Fabbrica degli sciroppi di frutta, gi
Kalinkin.
In un carbonizzatore a cinque atmosfere l'anidride carbonica viene
immessa nell'acqua con l'aiuto di filtri Chamberlain.
Imbottigliamento della birra. Una macchina irroratrice lava le
bottiglie, guizzano le operaie in guanti pesanti di quella industria
straordinaria. Rotola il tamburo dell'imbottigliatrice, e la
schiumosa birra dorata del Mosselprom scivola nelle bottiglie. Da un
bancone i visitatori la comprano e la bevono a boccali. C'
un'esposizione dimostrativa di bottiglie. Che cosa produce adesso la
exKalinkin? Tutto. Come una volta, sifoni con acqua di seltz e di
soda, come una volta bottiglie variopinte con tutte le acque
possibili. E dappertutto scritte ed etichette Con zucchero puro.
Xi
Ancora tabacco. Quindi seterie.
E infine stanchezza
E da questa parte? Il padiglione del Tabakotrust.
Qui espone la fabbrica exAsmolov, ora Stabilimento statale di
Rostov sul Don. Anche qui macchine che trinciano tabacco, riempiono
cartine da sigarette. Qui sono in vendita le scatole variegate con
particolari decorazioni di centinaia di sigarette appena prodotte.
Crescono verdi piante di tabacco dalle foglie digitate (seguono le
principali variet di tabacco). Si presentano modelli di essiccatori
a fuoco, sarchielli, corde, aghi.
Fiammeggiano i colori degli slogan: Zappare in tempo fa pi ricco
il raccolto. Ripulisci la pianta dalle punte e dai tralci:
raccoglierai foglie migliori.
Passa il responsabile e ci racconta di quanto si sia ridotto lo
spazio delle piantagioni in Russia e degli sforzi compiuti per
estendere la coltura del tabacco nel Kuban, in Crimea e nel Caucaso.
Sul mercato scarseggiano le cartine e attualmente in Russia non si
vende pi tabacco sciolto, si vendono solo sigarette confezionate.
Non lontano dal padiglione dell'exAsmolov, c' un padiglione con

un manifesto gigantesco: Machorka. (2) Il manifesto grida al


contadino: Semina machorka, ti conviene....
Basta col tabacco, andiamo oltre.
Ed ecco il padiglione tessile Vsnch. E" un ambiente bellissimo.
Anzitutto piacevole la sua architettura: due corpi uniti da una
galleriabalcone, con balaustrata tornita. Il verde ha coperto il
regno dei tessili. Nell'interno disposta una gamma infinita di
colori, onde interminabili di seterie, lini, cheviots, tessuti di
cotone e di lana. Si inizia dal canapificio statale di Pietroburgo,
The Petrograd State Hemp Trust, (3) che espone sacchi e cordami e
diagrammi; pi avanti, in una fila sconfinata di saloni tappezzati,
espongono altri cotonifici, ancora canapifici, la manifattura
GavriloJanskaja con lino bianco da biancheria e altre decine di
trust tra cui: trust setaioli, trust cotonieri e lanieri, il trust
tessile di IvanovVoznesensk... Mostrikot, lane pettinate...
L'Istituto tessile di Mosca con i suoi bachi da seta, che continuano
anche qui a masticare, masticano foglie verdi, a mucchi...
Dopo la visita del settore tessile le gambe si rifiutano di
procedere. Richiamano all'indietro, verso la Moscova, verso i
chioschi, per riposare, fumare, guardare, ma non visitare...
In una volta sola non si riesce a vedere nemmeno la decima parte,
perci: dietrofront.
Macelli con impianti di refrigerazione, gli impianti di
congelamento a breve termine del Narkomtrud, poi il padiglione del
Nkps, poi (una locomotiva fiammante esce fuori direttamente
nell'aiuola) segue il Mospolitgraf, e poi... verso il lungofiume: a
contemplare il tramonto.
Xii
Cooperazione! Cooperazione!
Un giapponese sfortunato
Il tramonto bellissimo. In lontananza declina il brillo delle
cupole a cipolla della chiesa di Cristo Salvatore, sulla Moscova si
stendono strisce fluttuanti, mentre nella citt dell'esposizione si
accendono i bianchi globi elettrici.
Una fitta folla assedia il balcone del padiglione del Centrosojuz
rivolto verso il fiume. Ci sono sul balcone ombrelloni colorati e
sotto si intravvedono tre marionette. C' Petru` ska, propagandista
della cooperazione.
Dietro un banco, un rotondo mercante col panciotto cerca di
convincere un mu` zik. La folla si mette a ridere. E davvero il mu` zik
un tipo straordinario, dal berretto alla bisaccia che porta dietro
la schiena: ha un volto particolare, tipicamente contadino, un fisico
eccezionale e una voce che non si presta all'imitazione. E" un mu` zik
di classe.
- La ditta esiste da duemila anni - millanta il mercante.
- Perbacco! - si stupisce il mu`zik.
Egli agita le mani di legno, muove la barba, invoca a testimone il
Signore Iddio, e riceve dal mercante imbroglione un minuscolo pacco
di merce per un miliardo.
Ma per fortuna interviene il nasuto Petru` ska, il cooperatore dal
colbacco verde, e smaschera all'istante gli imbrogli del grassone,
subito organizzando uno spaccio cooperativo e colmando il mu` zik di
ogni ben di dio. Il mercante vinto si rovescia su di un fianco,
mentre Petru` ska balla insieme al mu` zik una danza sfrenata e gioiosa
e tutti e due con le loro voci caprine intonano l'inno della
vittoria:
Cooperazione, cooperazione!& Tu di profitto alla nazione!...
- Compagni, - ulula il contadino rivolgendosi alla folla mettiamoci tutti insieme e aderiamo al Centrosojuz.

Al pontile d'imbarco della Dobroflot ci sono centinaia di


spettatori. L'uccello d'alluminio, l'idroplano Rrd, dalle gigantesche
galosce nere, sta fermo presso la riva. Per un volo sopra
l'esposizione prendono dieci rubli a persona. Nella folla si sentono
discorsi del tipo di quelli gi descritti dall'indimenticabile
Ivan Fdorovi` c Gorbunov. (4)
- Gli Junker sono pi veloci dei Fokker.
- Vi sbagliate, signora, sono pi veloci i Fokker!
- Mi stupisco; come fate a saperlo?
- State tranquilla, siamo perfettamente informati: abitiamo al
parco Petrovskij.
- Ma voi non volate proprio?
- Perch poi dovrei? Prendo il tram numero sei e sono subito in
citt.
- Allora avete fifa?
- Mi dispiace per i dieci rubli.
- Ci vanno. Guarda, ci vanno i giapponesi! Voleranno!
Sono tre giapponesi, piccoli, solidi, asciutti, ben vestiti, con
occhiali di tartaruga. Il pubblico li saluta con un bruso di
solidariet per via del recente disastro accaduto a un aereo
giapponese.
Due di loro sono entrati senza problemi e si sono lasciati
scivolare nella carlinga, ma il terzo scivola sulla scaletta e
fragorosamente finisce col sedere nell'acqua, con tutti i suoi bei
pantaloni a righe e la giacca a quadretti e le sue scarpe a pianta
larga. Per la prima volta nella vita sono testimone del silenzio
della folla moscovita. Nessuno ha fatto il minimo accenno a un
risolino.
- Sono proprio sfortunati i giapponesi negli ultimi tempi...
Di l a un minuto l'idroplano sfreccia impetuoso sull'acqua,
sollevando una spavalda ondata di schiuma, dopo due minuti eccolo che
gi volteggia, ronzante scarabeo, sopra il Parco dei divertimenti.
- Sono volati via tre biglietti da dieci, - commenta un soldato.
Xiii
La lotta per il trattore.
I pifferai di Vladimir
E" sera. La citt costellata di fuochi. Dappertutto ci sono
bianchi e accecanti puntini di luce e in lontananza cominciano a
vorticare nel cupo verde serale le ruote e le stelle colorate delle
rclames.
Nel teatro tre soli elettrici inondano la scena. Sulla scena c' un
tavolo ricoperto di panno rosso, un grande tappeto verde e altro
verde qua e l per bellezza. Al tavolo della presidenza, fra giacche,
giubbotti e palt, pare sia in corso un dibattito:
Il trattore e l'elettrificazione in agricoltura.
Tutti i posti sono occupati, la sala strapiena.
Eccoci al momento critico del dibattito.
Un professore di agronomia ha sostenuto in un suo intervento che al
momento attuale non abbiamo bisogno del trattore e che nella nostra
situazione di depauperamento esso grava in modo eccessivo sulle
spalle del contadino. A esprimere il proprio scetticismo su questa
tesi o a sostenerla si sono poi iscritte cinquanta persone, non
considerando il fatto che la discussione durava gi da molto tempo.
Sul podio appare un oratore agitato, in mantellina militare, e
berretto.
- Cari compagni! Qui avete sentito parole diverse:
elettrificazione, macchinizzazione, meccanizzazione e simili, e cos
via. Che cosa devono significare queste parole? Queste parole non
devono significare nient'altro, compagni, che la necessit

dell'elettrificazione e delle macchine nelle campagne. (Voci del


pubblico: Giusto!.) Il professore sostiene che noi non abbiamo
bisogno del trattore. Che cosa significa questo, compagni? Questo
significa, compagni, che il professore dorme. Egli vuole farci
tornare verso il passato, ma noi non vogliamo il passato. Noi abbiamo
vinto, nudi e scalzi, i nostri nemici, e adesso che vogliamo
costruire, i nostri scienziati ci dicono che non bisogna? Che bisogna
zappare la terra con la zappa? Questo non avverr, compagni!
(Bravo! Giusto!) Compaiono i gambali a bottiglia di un tizio del
governatorato di Smolensk, che domanda con vellutati accenti tenorili
di che trattore si va cianciando, dal momento che perfino lo spago
costa quattordici rubli oro.
Il professore dichiara in tono conciliante che lui non sarebbe
contrario... E" solo contrario alle fantasticherie, richiama al
calcolo, alla ragionevolezza, a un'economia severa, al credito
straniero e alla fine si mette addirittura a parlare in versi.
Compare una giubba attillata e consiglia al professore che se non
gli piace la Russia che vuole i trattori, potrebbe anche andarsene in
qualche altro posto, per esempio a Parigi.
Dopo di che il professore si rimette in testa un panama dalla banda
colorata, dicendo:
- Non capisco perch mi accusino di essere un oscurantista! - E
s'allontana nel buio.
L'oratore del Commissariato del popolo per la terra demolisce le
proposte del professore, si richiama agli
emigranti canadesi, esorta all'elettrificazione, al trattore, alla
macchina.
Gli insulti cessano.
E nel discorso conclusivo il presidente appassionatamente parla dei
sognatori, affermando che il popolo, che nell'ultimo straordinario
quinquennio ha trasformato in realt ben pi di un sogno, non si
fermer certo di fronte a quest'ultimo sogno della macchina e
riuscir a realizzarlo.
- E quello l non era un sognatore?
E con la mano istintivamente accenna in direzione dell'oscurata
aiuola dove sul pannello sta effigiato l'enorme Lenin.
Il dibattito finito. La gente affolla sempre pi il teatro. Sulla
scena, disponendosi in semicerchio, una decina di pifferai di
Vladimir con barbette a pizzo suonano antiche canzoni russe su lunghi
pifferi casalinghi di legno.
I pifferi passano dal singhiozzo a toni pieni e quasi per incanto
sorge
agli occhi la vista di campi avvolti di nebbia, di izbe col
focolare, di piccole insenature silenziose, di severe abetaie.
E nell'anima quei pifferi fanno sorgere il senso di non so quale
tristezza, di non so quale sfumata speranza. Ma poi i pifferi
tacciono e anche la speranza svanisce.
Per l'ultima volta si sentono gli sbruffi dell'idroplano planante
sul fiume, e a grappoli, a mazzi di fiori, ardono i fuochi e
volteggiano le aeree rclames.
Dal Parco dei divertimenti giunge una musica di ottoni, una marcia.
NOTE:
(1) Negli episodi della Citt d'oro ricorrono spesso le sigle
delle organizzazioni per la produzione industriale e per il commercio
(n" d'c").
(2) Tabacco forte (n" d'c").
(3) cos nell'originale (n" d'c").
(4) Attore e scrittore di racconti

umoristici (1831-1896) (n" d'c").


Parte seconda

Appunti sui polsini


Agli scrittori russi che
navigano, viaggiano e hanno paura
I
Caucaso (1)
' ' ' ' ' ' ' ' '
Ii
Il tifo ricorrente
' ' ' ' ' ' ' ' '
Iii
Che faremo?
Il letterato Jurij Slzkin stava seduto in una lussuosa poltrona.
In genere, tutto nella stanza era sciccoso e lussuoso, e perci Jura
risultava in qualche modo dissonante. La testa, rasata per il tifo,
era precisamente come quella del ragazzino descritto da Twain (un
uovo cosparso di pepe). La giubba era rosicchiata dalle tarme. Sotto
l'ascella c'era un buco. Alle gambe portava fasce grigie. Una lunga,
l'altra corta. Teneva in bocca una pipetta da quattro soldi. Nei suoi
occhi la paura e l'angoscia giocavano al saltacavallino.
- Che sar ora di noi? - chiedeva, e non riconosceva pi la
propria voce. Dopo il primo accesso, questa voce era debole, sottile,
incrinata.
- Che? che?
Io mi rivoltai nel mio letto e guardai malinconicamente dalla
finestra, oltre la quale si muovevano i rami ancora sfrondati. Il
cielo straordinario, appena sfiorato dal crepuscolo che si stava
spegnendo, non dette, naturalmente, nessuna risposta. Stava zitto
anche Slzkin dondolando la testa rasata.
Nella stanza vicina frusci un vestito. Sussurr una voce di donna:
- Questa notte gli ingusci (2) verranno a saccheggiare la citt...
Slzkin si mosse bruscamente nella sua poltrona e corresse:
- Non gli ingusci, ma gli osseti. Non questa notte, ma domani
mattina.
Dei flaconi risuonarono in risposta, nervosi, oltre il muro.
- Dio mio! gli osseti? Allora terribile.
- Che... che differenza c'?...
- Come, che differenza? Del resto, voi non conoscete i nostri
costumi. Gli ingusci, quando saccheggiano, saccheggiano e basta.
Mentre gli osseti saccheggiano e uccidono.
- Uccideranno tutti? - chiese Slzkin, preoccupato, sbuffando con
la pipa puzzolente.
- Ah, Dio mio! Come siete strano! Non tutti, si capisce... E poi,
chi, in genere pu dirlo... Del resto, come posso... io... l'ho
dimenticato.
- Stiamo facendo inquietare il malato.
Il vestito frusci. La padrona di casa si chin verso di me.
- Io non mi inquieto...
- Sciocchezze! - tagli corto Slzkin. - Sciocchezze!
- Come? Sciocchezze?
- S, proprio... Gli osseti e tutto il resto. Assurdit - mand
fuori uno sbuffo di fumo.
Il cervello, esausto, si mise a un tratto a cantare:

- Mamma, mamma! Che faremo mai?


- Proprio cos. Che faremo?
Slzkin sorrise solo con la guancia destra.
Ci pens su. L'ispirazione si accese.
- Organizzeremo una sottosezione delle arti.
- Che cos'?
- Cosa?
- Ma s... la sottoquellacosa.
- Sotto?
- Uhu!
- Perch sotto?
- Cos... Vedi, - si agit, - esistono il dipartimento
dell'istruzione popolare e la sezione dell'istruzione popolare. Dip"
e sez". Cos c' anche la sottosottosezione. Capisci?
- Istruzione popolare. Istruzione selvaggia.
- Barbusse. Che barba. Il barbaro.
La padrona si intromise.
- In nome di Dio, non parlategli! Comincia di nuovo a delirare.
- Sciocchezze! - disse severamente Jura. - Sciocchezze.
- E tutti questi mingreli, imerini...
- Come si chiamano? Circassi. Semplicemente degli imbecilli.
- Ma come?
- Scappano, semplicemente scappano. Sparano. Alla luna. Non
saccheggeranno.
- E che sar di noi? Che sar?
- Stupidaggini. Noi inaugureremo, apriremo...
- Di arte?
- Uhu? Ci sar tutto. Tutto.
Iso. Lito. Foto. Teo. (3)
- Non capisco...
- Mi` senka, (4) non parlate! Il dottore...
- Poi lo spiego! Ci sar tutto. Ci ho gi pensato. Che volete che
ci facciano? Siamo apolitici. Noi siamo l'arte.
- Come faremo a vivere?
- Butteremo i soldi oltre il tappeto.
- Ma quale tap...
- Nella cittadina dove abitavo, c'era un tappeto appeso al muro. Io
e mia moglie, quando prendevamo lo stipendio, buttavamo i soldi
dietro il tappeto, s, c'era dell'inquietudine. Ma si mangiava. Si
mangiava bene. C'erano le razioni.
- E io?
- Tu dirigerai la sezione letteraria. S.
- Quale?
- Mi` senka! Vi prego!...
Iv
La lampadina
La notte avanza, si espande nera come la pece.
Non ho sonno. La lampadina tremula riluce.
Per le strade da qualche parte lontano sparano.
E il cervello brucia. Si annebbia.
- Mamma! Mamma! Che faremo?
L, Slzkin costruisce. Ammassa roba.
Foto. Iso. Lito. Teo. Iso. Liso. Tiso. Accatasta cassetti di foto. Perch?
Lito. Letto. Letterati.
Che infelici, che siamo. Rumore. Sparano alla luna.
L'infermiera mi punge il sedere con la canfora.
Il terzo accesso.
- Oh, oh. Che succeder? Lasciatemi. Voglio andare, andare,
andare...

- Zitto, Mi` senka caro, zitto!


Dopo la morfina, gli ingusci spariscono.
La notte di velluto dondola. La lampadina come l'occhietto di Dio
risplende e canta con voce di cristallo:
- Maamma! Maamma!
V
Eccola qui la sottosezione
Il sole! Dietro le ruote delle carrozzelle nubi polverose...
Nell'edificio rumoroso entrano, escono... Nella stanza, al quarto
piano, due armadi con le ante staccate; tavolini zoppi.
Tre signore con le labbra violette, un po'"battono a macchina con
fracasso, un po'"fumano.
Come deposto dalla croce lo scrittore sta seduto proprio al centro,
e dal caos sta creando e modellando la sottosezione. Teo. Iso. Volti
azzurri di attori si arrampicano fino a lui.
E chiedono soldi.
Dopo il tifo ricorrente, c' un mareggio terribile.
Si barcolla e viene la nausea. Ma io sono un dirigente. Dir" Lito.
Mi sto abituando.
- Zavpodisk. (5)
Narobraz. (6) Collegio letterario; fra i tavoli un tale cammina.
Soprabito grigio e mostruosi pantaloni a sbuffo. Penetra nei gruppi e
questi si sciolgono subito.
Fende le acque come una torpediniera. Chiunque sia guardato da lui,
impallidisce. Gli occhi vanno a finire sotto il tavolo. Solo alle
signorine non fa niente. La paura non si addice a loro.
Si avvicinato. Ha roteato gli occhi, mi ha tirato fuori l'anima,
l'ha messa sul palmo della mano e la osserva attentamente. Ma l'anima
un cristallo. Me la rimette dentro di nuovo. Sorride benevolmente.
- Dirigente del reparto letterario?
- S, s!
Va oltre. Un giovanotto come tanti. Ma non capisci quello che ci
fa. Non simile a Teo. Tanto pi al Lito.
E" venuta una poetessa. Berretto nero. La sottana abbottonata sul
fianco e le calze che le cascano a pieghe. Ha portato dei versi.
L l l l lallal& Una dinamo batter nel cuore& Ll.
- Beh, i versi non c' male. Noi... come dire, ma s... Li
leggeremo a una serata di poesia.
Gli occhi della poetessa sono felici. Non c' niente da dire: una
signorina coi fiocchi. Ma perch non si tiene su le calze?
NOTE:
(1) Queste indicazioni di titoli seguiti da soli puntini sono cos
nell'originale. Righe di puntini interrompono a tratti i capitoli Vi
e Vii, segnano l'inizio del cap" X e del cap" Xi, che rimane sospeso
dopo le prime quattro parole, sostituiscono l'intero cap" Xii,
sostituiscono l'inizio del cap" Xiii, a sua volta interrotto da una
riga di puntini, e dividono in due il brevissimo cap" Xiv (n" d'c").
(2) Nome di una popolazione del Caucaso (come pi sotto: osseti,
mingreli, imerini, circassi) (n" d'c").
(3) Qui e pi oltre Bulgakov vuole testimoniare lo smarrimento dei
cittadini di fronte alla valanga di sigle
- spesso incomprensibili - che caratterizzano la nuova societ
(n" d'c").
(4) Diminutivo di Michail. Chiaro il riferimento autobiografico
(n" d'c").
(5) Dirigente delle sottosezioni dell'arte. Si veda la nota n" 3
di p" 77 (n" d'c").

(6) Istruzione popolare (n" d'c").


Vi
Il Kamerjunker (7) Pu` skin
Tutto bello. Tutto perfetto.
Ed ecco che mi sono perduto a causa di Pu` skin, Aleksandr
Sergeevi` c, a lui il regno dei cieli.
Cos' avvenuto?
In redazione, proprio sotto la scala a chiocciola, tesseva il suo
nido il reparto poeti locali. Fra di loro c'erano un giovane in
pantaloni azzurri da studente e con una dinamo nel cuore, un vecchio
vecchissimo, che a sessantotto anni aveva incominciato a scrivere
poesie, e altre persone ancora.
Un tipo fiero entr di sbieco, con volto aquilino e un'enorme
rivoltella alla cintura.
Per prima cosa ficc con tutto l'impeto la sua penna ebbra
d'inchiostro nel cuore di quelli che non erano stati ancora
strapazzati del tutto, e bighellonavano per le piste dei vecchi
ricordi, i ricordi delle riunioni estive passate. All'implacabile
scrosciare delle acque del fiume Terek egli maledisse il lill e
grid:
Cantato abbastanza lune e gabbiani avete gi:& Adesso ve la canter
io, vi canter la Ceka. (8)
Fece effetto.
Poi un altro lesse una relazione su Gogol e Dostoevskij. E li
spazz via, tutti e due, dalla faccia della terra. Su Pu` skin si
espresse non benevolmente, ma di sfuggita. Promise, per lui, una
speciale relazione. Per i pantaloni bianchi, per il io guardo avanti
senza paura, per il fatto che era Kamerjunker e per l'elemento
servile che c'era in lui, per il suo pseudorivoluzionarismo e per
l'effettivo bigottismo, per i versi osceni e per il fatto che correva
dietro alle donne.
Avvolto di sudore e di afa, stavo seduto in prima fila e ascoltavo
come il conferenziere strappava a brandelli i bianchi pantaloni di
Pu` skin.
A un certo punto (dopo essersi rinfrescato la gola secca con un
bicchiere d'acqua), propose come conclusione, di buttare Pu` skin
nella stufa.
Allora io sorrisi. Me ne pento. Sorrisi enigmaticamente, che il
diavolo mi prenda. Un sorriso non un passero.
- Parlate, allora, come oppositore.
- Non ne ho voglia.
- Non avete coraggio civile.
- Ah s? E allora parler.
E parlai, che tutti i diavoli mi prendano. Mi preparai per tre
giorni e tre notti. Me ne stavo seduto presso la finestra aperta,
sotto la lampada con l'abatjour rosso.
Sulle ginocchia tenevo un libro, scritto da un uomo con gli occhi
di fuoco.
... La falsa saggezza brilla e si spegne& Davanti al sole di una
mente immortale...
Diceva:
Accoglier con indifferenza la calunnia...
No, non con indifferenza! No. Gli dir il fatto loro!
La vedremo. Minacciai col pugno la nera notte.
E gliela feci vedere. Nella sezione ci fu un po'"di turbamento.
Il relatore se ne stava stravaccato sulle due scapole. Negli occhi
del pubblico leggevo qualcosa di tacito e allegro:
- Spremilo bene! Spremilo!... ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '

' '
Ma poi!... Poi!...
Io ero un lupo in pelle d'agnello, un signore, un portavoce
dei borghesi... ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
' ' ' ' ' '
Non ero pi Zavlito. (9) N Zavteo. (10)
Sono un cane bastardo in soffitta. Me ne sto rincantucciato, con la
coda mozza. Se di notte suonano alla porta, sussulto... ' ' ' ' ' ' '
' ' ' '
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Oh, giorni polverosi. Oh, notti soffocanti.
Fu l'estate del 1920, anno domini. Da Tiflis apparve qualcuno. Un
giovanotto, tutto smorfioso e dinoccolato, col volto rugoso da
vecchietto, che si present: attaccabrighe in poesia. Port un
libretto, simile agli
opuscoli che riportano i prezzi dei vini. Il libretto conteneva i
suoi versi.
Mughetto. Rima: viperetto.
C'era da impazzire.
Il giovanotto mi odi subito, a prima vista.
Lui polemizza e litiga sulle pagine del giornale (quattro zone,
quattro colonne). Scrive su di me. E su Pu`skin. Nient'altro. Di Pu` skin pi che di me, lo odia a morte. Ma
che importa! Tanto, lui non c' pi.
E io, invece, andr alla malora, come un verme.
Vii
Il bavero di bronzo
Che maledetta citt Tiflis!
Ne arrivato un secondo! Con un bavero di bronzo. Di bronzo.
cos scrisse in una rivista di attualit. Non scherzo!
Di bronzo, capite? ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
' ' '
Il letterato Slzkin l'hanno mandato al diavolo.
Nonostante il fatto che avesse un nome pauroso (11) e una moglie
incinta. E quest'altro si seduto al suo posto. Eccoti qua l'Iso e
il Liso. Eccoteli qua i soldi dietro il tappeto... ' ' ' ' ' ' ' ' '
' ' ' ' ' ' '
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' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Viii
I ragazzini nella scatola
La luna inghirlandata: l'alone. Io e Jurij stiamo seduti sul
balcone e guardiamo la striscia delle stelle. Ma non proviamo alcun
sollievo. Fra qualche ora le stelle si spegneranno e si accender su
di noi il globo di fuoco. E di nuovo, come scarabei infilzati in
spilloni, creperemo.

Attraverso la portafinestra del balcone si sente un incessante


pigolio sottile. A casa del diavolo, ai piedi delle montagne, nella
citt straniera, in una stanza stretta, una specie di
gabbiagiocattolo, all'affamato Slzkin nato un figlio. Lo hanno
messo sul davanzale della finestra, in una scatola con l'iscrizione:
Mme Marie. Modes et robes.
E lui, nella sua scatola, guaisce.
- Povero bambino.
Non il bambino. Siamo noi i poveri.
Le montagne ci hanno rinchiuso. La montagna Stolovaja dorme sotto
la luna. A sud: gole, voragini, fiumicelli tumultuosi. Da qualche
parte a occidente, il mare. Sul mare splende il corno d'oro... ' ' '
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Avete visto le mosche sul tanglefoot? (12)
Quando il pigolio cessa, entriamo nella gabbia.
Pomodori. Di pane nero non ce n' per molto. E di arak: che razza
di
oscena vodka! Uno schifo. Per la bevi e stai meglio.
E quando tutto dorme, l intorno, lo scrittore mi legge il suo
nuovo racconto.
Non c' nessun altro, per ascoltarlo.
La notte veleggia. Finisce e, dopo aver piegato accuratamente il
manoscritto, lo mette sotto il cuscino. Non c' neppure una
scrivania. Bisbigliamo fino alla bianca alba.
Quali nomi sulle nostre lingue secche! Quali nomi! I versi di
Pu` skin ammorbidiscono meravigliosamente le anime incattivite. Non
c' bisogno di cattiveria, scrittori russi!... ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
La verit arriva solo attraverso la sofferenza.
Questo vero: siate calmi. Ma per la conoscenza della verit non
pagano n denari, n tessere annonarie. E" triste, ma un fatto.
Ix
Il vento trasparente
E" arrivato Evreinov. Col suo solito colletto bianco. Dal Mar
Nero, di passaggio per Pietroburgo. Da qualche parte, a nord c'era
una citt cos.
Esiste adesso? Lo scrittore ride; assicura che esiste. Ma arrivarci
lungo: tre anni in carro merci. Per
una sera intera i miei occhietti si sono riposati sul bianco
colletto.
Per una sera intera ho ascoltato racconti d'avventure.
Fratelli scrittori, il vostro destino.
Se ne stava l seduto, senza soldi. Gli avevano rubato i bagagli.
Il vento rincalza. Come volano le foglie, come.
Uno va da Ker` c a Vologda, l'altro va da Vologda a Ker` c. Entra
furtivo l'arruffato Osip con una valigia e si arrabbia:
- Non ci arriveremo, proprio no!
- E" naturale che non ci arriverai, se non sai dove vuoi andare.
Ieri venuto R'Ivnev. Da Tiflis, per Mosca.
- A Mosca meglio.
Arriv fino al punto che una volta si coric in un canale.
- Non mi alzer. Succeder pure qualcosa!
Successe: per caso un conoscente si avvicin al canale, lo condusse
con s, lo nutr.
Un altro poeta. Da Mosca a Tiflis.
- A Tiflis meglio.
Il letterato Pilnjak, a Rostov in un treno che trasportava farina,
in blusa da donna.
- A Rostov meglio?
- No, io ci sono andato per riposare!!

Che originale. Ha gli occhiali d'oro.


Serafimovi` c dal nord.
Gli occhi stanchi. Legge una relazione nel reparto.
- Ricordate? Tolstoj aveva un fazzoletto su un bastone.
Ora si attacca al bastone, ora sventola.
Come se fosse vivo... Ho scritto un'etichetta per una bottiglia di
vodka, contro l'ubriachezza. Ho scritto una frase.
Ho cancellato una parola, ne ho aggiunta un'altra, sopra. Ci ho
pensato su: ho cancellato ancora. E cos diverse volte.
Ma ne venuta fuori una frase come fucinata: tersa, nitida...
Adesso scrivono. Scrivono in modo insolito. Prendi e leggi. Leggi una
volta. Niente: non hai capito. Leggi ancora: idem. E cos lo metti da
parte.
La sezione locale in corpore sta seduta presso la parete. Gli occhi
sono come se non capissero.
Affar loro.
Serafimovi` c se ne va... Entracte!
X
La pezza da piedi e il topo nero
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
' ' ' '
Cammino affannato tra le pozzanghere. E" sera tardi. Fa buio. Sono
tutto a pezzi. Ai piedi, frammenti di calze e scarpe rotte. Il cielo
non c'. Invece del cielo sta appesa un'enorme pezza da piedi. Sono
ubriaco di disperazione. E borbotto.
Aleksandr Pu` skin. Lumen coelum, sancta rosa. (13) E come il tuono
minacciosa. Sto impazzendo o no? L'ombra del lampione scappata via.
Lo so: la mia ombra. Per porta il cilindro. E io tengo in testa un
berretto. Il mio cilindro l'ho venduto al bazar: a causa della fame.
Me l'hanno comprato delle brave persone, e ne hanno fatto un vaso da
notte. Ma cuore e cervello al bazar non li voglio portare. A costo di
crepare. Disperazione. Sulla testa c' una pezza da piedi, nel cuore
un topo nero.
Xi
Non peggio di Knut Hamsun
Fame. Ho fame fame... ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
' '
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' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Xii
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
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Xiii
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Marciva la citt ai piedi delle montagne. Sii maledetta...
Tzichidziri. Machandzauri. (14) Il Capo verde! Fioriscono le

magnolie. Bianchi fiori grandi come un piatto. Banane. Palme! Giuro


di averle viste: la palma cresce su dalla terra. E il mare
incessantemente canta lungo i massi di granito.
Non hanno detto bugie, nei libri: il sole si immerge nel mare.
La bellezza del mare. Le altezze celesti. Uno scoglio verticale, e
su di esso piante rampicanti. `cakva. Tzichidziri. Capo verde.
Dove andare? Dove? La camicia che indosso l'ultima. Ai polsini ho
dei gemelli a forma di lettera storta. E nel cuore pesanti
geroglifici.
Ho decifrato soltanto uno di quei segni misteriosi. Significa:
dolore per me. Chi mi interpreter i rimanenti?
Sono disteso sui ciottoli levigati dall'acqua salata. Sembro morto.
La fame mi ha completamente stremato. Comincia di mattina, la testa
mi fa male fino a notte tarda. Ed ecco la notte: sul mare. Non lo
vedo, lo sento soltanto, come urla. Flusso e riflusso. E un'onda
ritardataria sciaborda. E improvvisamente al di l dell'oscuro
promontorio, tra file di luci, il Polatzkij che naviga verso il corno
d'oro.
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Le lacrime sono salate, proprio come l'acqua marina.
Ho visto un poeta, di quelli poco conosciuti. Camminava per il
bazar e vendeva il cappello che aveva in testa. La gente del posto
rideva di lui.
Egli, vergognoso, sorrideva e spiegava che non era uno scherzo.
Vendeva il cappello perch gli avevano rubato i soldi. Ma mentiva.
Non aveva soldi, da tanto tempo. E non mangiava da tre giorni. Poi,
quando ci divorammo, met per uno, una libbra di `curek, (15) egli lo
confess.
Disse che andava da Penza a Jalta. Per poco non mi misi a ridere.
Ma improvvisamente mi sovvenni: e io?
L'amaro calice pieno, ormai. Alle dodici arrivato un nuovo
dirigente.
Entra e dichiara:
- Percorreremo un nuovo cammino. Basta con la pornografia, del tipo
Che disgrazia l'ingegno e il Revisore. Gogoli. Mogoli. Ci faremo i
nostri drammi.
Quindi sal in macchina, e se ne and.
La sua faccia si impresse per sempre nel mio cervello.
Un'ora dopo vendetti il mio cappotto al bazar. La sera arriva il
piroscafo. Non vogliono lasciarmi andare. Capite? Non vogliono...
Xiv
A casa
A casa. Per mare. Poi in carro merci. Se non basteranno i soldi, a
piedi.
Ma a casa. La vita rovinata. A casa.
A Mosca! A Mosca!!
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Addio Tzichidziri. Addio Machand
-zauri.
Capo verde!
NOTE:
(7) Carica inferiore del personale di corte della Russia zarista.

Fu conferita al poeta Pu` skin


(n" d'c").
(8) Commissione straordinaria con pieni poteri, in pratica la
polizia politica, istituita nel 1917 dal governo sovietico per
combattere la controrivoluzione (n" d'c").
(9) Dirigente della sezione letteraria (n" d'c").
(10) Dirigente della sezione teorica. Si veda la nota n" 3 di p"
77, vol'Ii (n" d'c").
(11) Riferimento al cognome, derivato da sleza che significa
lacrima (n" d'c").
(12) Specie di whisky (n" d'c").
(13) Verso tratto dalla poesia di Pu` skin, Il cavaliere povero
(n" d'c").
(14) Localit georgiane (come, pi sotto, `cakva) (n" d'c").
(15) Specie di focaccia (n" d'c").
Frammenti dagli Appunti sui polsini
I
Il collaboratore della defunta Parola russa, in ghette e sigaro,
afferr dal tavolo un telegramma, e con occhi avvezzi, da
professionista, lo lesse in un minuto secondo, dalla prima all'ultima
parola.
La sua mano, macchinalmente, scrisse, di fianco su due colonne,
ma le labbra si curvarono inaspettatamente a flauto: fiu... fiu!
Tacque un momento. Poi bruscamente strapp un foglio e scrisse:
Fino a Tiflis miglia quaranta:
Chi mi vender un'automobile?
Su, in alto: Piccolo feuilleton, di fianco capo, in basso: e a
un tratto si mise a borbottare, come il Jingle (1) di Dickens: - Tks!
Tks!... Lo sapevo!... E" possibile che si dovr salpare. Ma che
importa? A Roma ho seimila lire. Credito
italiano. Che cosa? Sei... In realt, sono un ufficiale italiano.
Sissignori. La commedia finita! (2) - E fischiett ancora una
volta, si tir il berretto sulla nuca e si butt verso la porta, col
telegramma e il feuilleton.
Fermo! - gridai, riprendendomi. - Fermo! Quale credito? Finita?
Che succede? Una catastrofe?
Ma lui scomparve.
Mi slanciai per inseguirlo... ma, improvvisamente, agitai la mano,
feci una smorfia, fiaccamente, e sedetti sul piccolo divano.
Aspettate un po': che cosa mi tormentava? Quell'incomprensibile
credito? Quel parapiglia? No, no... Ah s. La testa. Mi doleva da due
giorni. Mi disturbava. La testa! Ed ecco che un brivido di freddo mi
attravers la schiena. E un minuto dopo, al contrario: il corpo fu
invaso da un calore secco, e alla fronte sentivo una sensazione
spiacevole, umida. Le tempie mi pulsavano. Avevo preso
un'infreddatura. Maledetta nebbia di febbraio! Purch non mi
ammalassi, purch non mi ammalassi!...
Tutto era diverso, ma, del resto, mi ci ero abituato, da un mese e
mezzo. Com'era bello, dopo la nebbia. A casa. Lo scoglio e il mare
nella cornice dorata. I libri nello scaffale. Il tappeto ruvido
sull'ottomana, come si faceva a star coricati? e il cuscino duro,
duro... Ma per nessuna ragione mi sarei alzato. Che pigro! Non avevo
neppure voglia di alzare le mani. Ecco, da mezz'ora che penso, che
bisogna tendere la mano, prendere dal tavolo la polverina con
l'aspirina, ma non ci riesco...
- Mi` sunja, (3) mettetevi il termometro!
- Non posso sopportarlo!... Non ho niente...
Dio mio, Dio mio, Dio miooo! 38 e 9...

Non sar mica tifo, per caso? Ma no. Non pu essere! Da dove
l'avrei preso? E se tifo? Quando volete, ma non adesso! Sarebbe
orribile...
Sciocchezze. Perch devo essere cos sospettoso! E" solo un
raffreddore, nient'altro. Un'influenza. Prender l'aspirina per la
notte, e domani mi alzer, come se non fosse stato nulla.
39 e 5.
- Dottore, non tifo, non vero? Non tifo? Penso che sia solo
un'influenza. Ah, questa nebbia...
- S, s, la nebbia... Respirate, colombino... Non a lungo. Potete?
- Siete impazzito!...
Lo scoglio, il mare e l'ottomana avvamparono di calore. Volta il
cuscino: basta appoggiarci la testa, che diventa bollente. Niente...
questa notte me ne sto a letto e domani mi alzer.
E se succede qualcosa, me ne andr, camminer: non bisogna
arrendersi. Una semplice influenza...
E" bello ammalarsi. Purch ci sia la febbre. Per dimenticare tutto.
Stare a letto, riposare, ma solo, Dio mi aiuti, non adesso!... In
questa confusione del diavolo non posso leggere, non posso...
E ora lo vorrei tanto... Ma che cosa vorrei? S. Boschi e montagne.
Ma non queste maledette montagne del Caucaso. Le nostre, lontane...
MelnikovPe` cerskij. (4) Un eremo immerso nella neve.
Un lumino risplende, e il bagno viene scaldato... Proprio i boschi
e le montagne. Darei oggi mezzo reame per avere un bagno caldo, a
vapore, col suo bravo tavolaccio... In un attimo mi sentirei
meglio... E poi, buttarsi tutto nudo in un cumulo di neve... I
boschi! Profondi, fitti, di pini... Di alberi alti, altissimi. Pietro
il Grande che in caffettano verde taglia gli alti alberi.
Conciossiacosach... Che bella parola, che parola solida, statale e
imperiale: conciossiacosach!
Boschi, burroni, aghi di pino intorno. E un coro di monache che
canta teneramente e armoniosamente:
Gloria all'eletta del signore!...
Ah, no! Quali monache! L non ce ne sono affatto!
Dov' che le vedi, scusa, le monache? Nere, bianche, sottili, come
quelle del pittore Vasnetzov?...
- Larissa Leontevna, dove sono le monache?
- Delira... delira, poveretto!...
- Niente affatto. Non ci penso neppure, a delirare.
Monachelle! Su, non ricordate? Avanti, datemi il libro. Eccolo,
eccolo l, sul terzo ripiano. Melnikov-Pe` cerskij...
- Mi` sunja, non si deve leggere!...
- Cosa? Perch non si deve? Ma io domani mi alzo! Vado da Petrov.
Voi non capite. Senn mi licenziano! Mi licenziano!
- S, va bene, vi alzerete, va bene. Ecco il libro.
Caro, caro libro. E il suo odore vecchio, noto.
Ma le righe saltellano, si spostano, si incurvano.
Ricordo. L nell'eremo facevano delle carte false, per i Romanov.
Che memoria, la mia! Non le monache, ma le carte.
Canaglie del mio cuor!...
- Larissa Leontevna... Laro` cka! Amate i boschi e le montagne? Io
andr in un monastero. Assolutamente! Nel pi profondo e deserto dei
boschi, in un eremo.
Il bosco come un muro, il chiacchierio degli uccelli; di gente,
nessuno...
Mi ha stancato questa stupida guerra! Corro a Parigi, l scriver
un romanzo, e poi, via verso l'eremo. Solo che Anna deve svegliarmi
domattina alle otto. Capite, gi da ieri devo recarmi da lui...

capite!
- Capisco, capisco, state zitto!
In russo, c' la rima: mona` ski, buma` ski. (5)
Nebbia. Nebbia calda, rossastra. Boschi, boschi... e sommessamente
stilla l'acqua da una fenditura, stilla su una pietra verde.
Uno zampillo d'acqua cos pura, come cristallo ritorto. Ma bisogna
arrivarci strisciando.
E l puoi saziarti d'acqua, la berrei dalle mani!
Ma difficile, tormentoso, strisciare sugli aghi di pino, sono
attaccaticci, pungenti. Apri gli occhi: niente aghi di pino, solo
lenzuola.
- Signore! Che lenzuolo ? Ci
avete sparso della sabbia, per caso?... Beere!
- Subito, subito!...
- Ah, calda, orrenda!
- ... Terribile. Di nuovo 40 e 5!
- ... Una borsa col ghiaccio...
- Dottore, voglio... mandatemi immediatamente a Parigi! Non voglio
pi restare in Russia... Se non mi mandate, favorite consegnarmi la mia brow... br
owning! Laro` cka!
Portatemela!
- Bene, bene. La porteremo. Non
agitatevi!...
Buio. Bagliori. Buio. Bagliori. Anche se mi uccidete, non
capisco...
La testa, la testa! Non ci sono monache, scelte dal voivoda, ma i
demoni suonano la tromba e con uncini incandescenti mi straziano il
teschio.
La testa!...
Bagliori... buio. Bagl... no, non pi! Niente pi terribile, e
tutto, tutto fa lo stesso.
La testa non fa male! Il buio e 41 e 1... ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
ATTENZIONE: SI E" RISCONTRATO UN ERRORE
NON PREVISTO DALLA CONVERSIONE DEL FILE.
SI PREGA COMUNICARE ALLA BIBLIOTECA CIECHI
IL NOME DI QUESTO FILE.
GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE.
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Xii
Fuggire, fuggire!
- Centomila... Ne ho centomila!...
Li ho guadagnati? L'aiutoavvocato, un indigeno, mi d tutte le
istruzioni. E" venuto da me, mentre sedevo in silenzio, con la testa
appoggiata alle mani, e disse:
- Neppure io ho soldi. L'unica soluzione scrivere un dramma. Di
vita indigena. Rivoluzionaria. Lo venderemo...
Lo guardai attentamente e risposi:
- Non posso scrivere niente di vita locale, n rivoluzionaria, n
controrivoluzionaria. Io non conosco i costumi di qua. E, in genere,
non posso scrivere nulla. Sono stanco e, mi pare, non ho alcuna
attitudine per la letteratura.
Egli rispose:
- State dicendo delle sciocchezze. Deriva dalla fame. Siate uomo.
Il costume! Scemenze! Io il costume lo so a memoria, in lungo e in
largo. Scriveremo insieme. Divideremo a met i soldi.
Da quella sera ci mettemmo a scrivere. Lui aveva una stufa rotonda,
caldissima. Sua moglie appendeva la biancheria a una corda, nella

stanza, e poi ci offriva dell'insalata, con l'olio, e il t con la


saccarina. Lui mi elencava i nomi caratteristici, mi raccontava le
abitudini, e io scrivevo la fabula.
Anche lui. E la moglie si sedeva vicino a noi, ci dava consigli.
Qui io mi convinsi che loro erano molto pi bravi di me, in
letteratura. Ma non provavo invidia, perch decisi fermamente che
questa commedia era l'ultima che scrivevo...
cos scrivevamo.
Lui si crogiolava presso la stufa e diceva:
- Mi piace creare!
Io facevo scricchiolare la penna...
Sette giorni dopo la commedia in tre atti era pronta. Quando, da
solo, nella mia stanza non riscaldata, di notte, la rilessi, non mi
vergogno a dirlo: mi venne da piangere!
Per l'assenza totale di talento, era qualcosa di particolare,
sconvolgente. Qualcosa di stupido e di sfacciato mi guardava da ogni
riga di questo lavoro collettivo. Non credevo ai miei occhi! In che
cosa devo sperare, me folle, se scrivo cose del genere?! Dai muri
verdi e umidi e dalle finestre nere, spaventose, la vergogna mi
guardava. Cominciai a strappare il manoscritto. Ma mi fermai. Perch,
a un tratto, con un'insolita, miracolosa chiarezza, seppi che hanno
ragione quelli che hanno detto:
Quel che scritto scritto, e non lo si pu distruggere!.
Fare a pezzi, bruciare, nasconderlo alla gente.
Ma a se stessi no, non possibile! Quel che fatto non lo si
cancella pi. E io ho scritto questa cosa stupefacente. Fatto,
finito...
Nella sezione locale la pice fece furore. La comperarono
immediatamente per duecentomila.
E due settimane dopo essa era in scena.
Nella nebbia di quel respiro di migliaia di persone brillavano i
pugnali, le cartucciere e gli occhi.
Ceceni, cabardini, ingusci, (6) dopo che, nel terzo atto, gli
eroici cavalieri irruppero e acchiapparono il commissario di polizia
e le guardie, gridarono:
- Evviva! Vigliacco! Proprio cos si doveva!
E, seguendo l'esempio delle signorine della sottosezione,
gridarono:
Fuori l'autore!....
Dietro le quinte ci stringevano le mani.
- Splendido lavoro.
E ci invitarono nei loro aul.
(7)
... Fuggire! Fuggire! Con centomila si pu uscire di qui. Avanti!
Al mare. E di mare in mare, avanti verso la Francia (continente).
Parigi.
... La pioggia mi batteva obliqua la faccia ed io, raggomitolandomi
nel cappottino, correvo per i vicoli per l'ultima volta, verso
casa...
... Voi, letterati, drammaturghi di Parigi, di Berlino, provateci!
Provate, per divertimento, a scrivere qualcosa di peggio!
Anche se siete bravi come Kuprin, Bunin o Gorkij, non ci
riuscirete. Il record l'ho vinto io! Con un lavoro collettivo.
L'abbiamo scritto in tre: io, l'aiutoavvocato e la fame.
Nel 1921, all'inizio dell'anno.

NOTE:
(1) Personaggio del Circolo Pick

-wick (n" d'c").


(2) In italiano, nel testo (n" d'c").
(3) Vedi la nota n" 4 di p" 77, vol'Ii (n" d'c").
(4) Scrittore russo (1810-1883) (n" d'c").
(5) Monache - carte (n" d'c").
(6) Nomi di popolazioni del Caucaso (n" d'c").
(7) Villaggio caucasico (n" d'c").
Altri frammenti dagli Appunti sui polsini
L'abisso di Mosca
Buio senza fondo. Stridori. Fracasso. Rotolano ancora le ruote,
sempre pi piano. E si fermano. Fine. La pi vera, la fine delle
fini. Oltre non si va. E" Mosca.
Mosca.
Per un attimo, attenzione al suono lungo e potente che nasce nel
buio.
Nel cervello ci sono spaventosi rimbombi.
C'est la lutte finaale!...
L'Internationaale!
E qui, persino un suono stridulo e spaventoso:
Viva l'Internazionale.
Nel buio, una fila di carrimerce. La carrozza degli studenti sta
zitta...
Finalmente mi sono deciso: salto gi.
Non so quale corpo molle scivoli sotto di me, con un lamento. Poi
ho sentito le rotaie, e sono sprofondato ancora di pi. Dio mio, c'
un abisso sotto le gambe?...
Dei corpi grigi, che portano sulle spalle carichi mostruosi,
passano... passano...
Una voce femminile:
- Oh, non posso!
Guardo nella nebbia nera: una studentessa dei corsi di medicina.
Tutta rattrappita, ha viaggiato per tre giorni accanto a me.
- Scusate, lo prendo io.
Per un attimo sembra che l'abisso nero vacilli, e diventi verde.
Quanta roba c' qui?
- Tre pud di farina.
Dondolandosi, in scintille a zigzag verso le luci.
I raggi sono rifratti. Sopra di essi striscia un serpente grigio,
mai visto. La cupola di vetro. Un rombo lungo, lungo. Una luce
accecante negli occhi. Biglietto. Cancello. Scoppio di voci. Una
bestemmia pesante. Di nuovo buio. Di nuovo i raggi. Buio. Mosca!
Mosca!
Il carro carico fino all'altezza delle cupole delle chiese, fino
alle stelle sul velluto. Rumoreggia, si muove, e le voci demoniache
di grigi mantelloni insultano il carro, tutto legato e fissato, e
anche quelli che incitano il cavallo. Dietro il carro, cammina il
branco. E il lungo palt biancastro della corsista appare ora a
destra, ora a sinistra. Ma siamo usciti, finalmente, dalla confusione
delle ruote, le facce barbute hanno smesso di apparire.
Si cammina, si cammina per il selciato sconnesso.
Buio dappertutto. Dove siamo? Che posto ?
Fa lo stesso. Tutto indifferente. Tutta Mosca nera, nera, nera.
Le case tacciono. Guardano secche e fredde. Oh, oh, oh. Appare una
chiesa.
Il suo aspetto incerto, smarrito. Si lamenta nella tenebra.
Le due di notte. Dove andare a dormire? Case, s, le case. E" pi
semplice di tutto... Bussare a una casa qualsiasi.

Fateci entrare, passare la notte. Immagino la scena.


La voce della corsista di medicina:
- E voi dove andate?
- Non lo so.
- Cio?... C' della brava gente a questo mondo. Vicino, vedete un
po', c' la stanza di un inquilino. Non ancora tornato dal paese.
Potete sistemarvi l per una notte...
- Oh, vi sono molto riconoscente. Domani trover dei conoscenti.
Nel cuore sono diventato un po'"pi allegro. E, cosa magnifica, si
chiarisce di colpo che la prima notte sotto un tetto, si capisce di
colpo che non s'era dormito da tre notti.
Sul ponte due lampade rompono la tenebra. Dal ponte, di nuovo,
tonfi in acqua. Poi la lanterna. Una palizzata grigia. Sulla
palizzata un manifesto. Enormi lettere squillanti. Una parola.
Dio mio, che parola ? Duvlam. Che vuol dire?
Vuol dire qualcosa?
Il dodicesimo giubileo di Vladimir Majakovskij.
Il carro si ferma. Scaricano i bagagli. Mi siedo su uno sgabello e
come incantato fisso la parola. Ah, una bella parola. E io, meschino
provinciale, che ridacchiavo tra i monti a proposito del Zavpodisk!
Al diavolo. Forse Mosca non poi cos spaventosa come la dipingono.
Un desiderio tormentoso di raffigurarmi l'eroe del giubileo. Non l'ho
mai visto, ma lo conosco... lo conosco. E" sui quaranta, di piccola
statura, piccolissima anzi, un po'"calvo, con gli occhiali, molto
vivace. Porta dei pantaloni rovesciati corti. E" impiegato. Non fuma.
Ha un grande appartamento con le portiere di velluto, occupato da un
avvocato, che oggi non fa pi l'avvocato, ma il capo di un organismo
statale.
Vive nello studio, col camino che non si accende. Gli piacciono il
fior di burro, i versi comici e l'ordine nella stanza. Il suo autore
preferito Conan Doyle.
L'opera preferita: l'Eugenio Onegin. Lui stesso si cuoce sul primus
le cotolette. Non pu sopportare l'avvocatodirigente, e sogna che lo
impiccher prima o poi, si sposer e vivr felicemente in cinque
stanze.
Il carro scricchiola, trema, di nuovo si ferma.
N la tempesta, n la bufera abbattono l'immortale cittadino Ivan
Ivany` c. Presso la casa, che nel buio, per la paura, sembrava che
fosse di quindici piani, il carro notevolmente dimagrito.
Nell'ombra del carro nera come l'inchiostro, all'ingresso, appare
una figurina e bisbiglia: Pap, e il burro?... Pap, e il grasso?...
Pap, e quella bianca?.
Il pap sta nell'ombra e borbotta: Il grasso... s, certo... il
burro... s... la farina bianca, quella nera... s.
Poi una vampata strappa dal mio minuscolo inferno il corto dito
paterno, insalivato, che contava venti carte al carrettiere.
No, ci saranno ancora bufere. Oh, ce ne saranno di grosse! E tutti
potranno morire. Ma il pap non morir!
Il carro si trasforma in un'enorme piattaforma, sulla quale il
sacco della corsista si perde, e anche il mio zaino. E noi stiamo
seduti, con le gambe penzoloni, e ce ne andiamo nella profondit
oscura.
Inserisco il Lito nell'organico
Lo storico della letteratura non deve dimenticare che: alla fine
del 1921, nella repubblica, si occupavano di letteratura tre persone:
un vecchio (drammi: alla fine si rivel che non
era certo mile Zola; mi era sconosciuto); un giovane (l'aiutante
del vecchio, pure sconosciuto; autore di versi) ed io (non avevo

scritto niente).
Lo storico deve anche sapere che: nel Lito (1) non c'erano n
seggiole, n tavoli, n inchiostro, n lampade, n libri, n lettori.
In breve: non c'era niente.
E io. S, io trassi dal nulla una scrivania da ufficio, di mogano,
vecchia. In essa trovai una cartella ingiallita, con delle lettere
incise in oro e le parole: ... le dame in abiti da ballo scollati. I
militari in giacche con le spalline; i civili in frac e onorificenze.
Gli studenti in divisa. Mosca, 1899.
E un tenero e dolce profumo. Un tempo, in un cassetto, c'era un
flacone di costosi profumi francesi. Dietro la scrivania comparve una
seggiola. Inchiostro, carta e, infine, un'impiegata, lenta, triste.
Per mio ordine essa dispose su un tavolo, in vari mucchi, tutto ci
che si trov in uno scaffale: opuscoli su certi insetti dannosi,
dodici numeri di una rivista di Pietroburgo, un pacchetto di
biglietti verdi e rossi, che invitavano a un congresso di
amministratori di governatorato. E subito il tutto divenne simile a
un vero ufficio. Il vecchio e il giovane ne furono entusiasti. Mi
batterono teneramente sulla spalla e sparirono da qualche parte.
Per ore e ore io e la triste signora stavamo l, seduti. Io dietro
la scrivania, lei dietro il tavolo. Io leggevo I tre moschettieri
dell'incomparabile Dumas, che avevo trovato in uno scaffale situato
nel gabinetto, la signora sedeva in silenzio e di tanto in tanto
sospirava profondamente e pesantemente.
Le chiesi:
- Perch piangete?
Per tutta risposta scoppi in singhiozzi e si torse le mani. Poi
profer:
- Ho saputo di aver sposato per errore un bandito.
Non so se esista qualcosa che, da tre anni a questa parte, mi possa
stupire. Ma qui... la guardai ottusamente...
- Non piangete. Succede.
E le chiesi di raccontarmi tutto.
Ella, asciugandosi le lacrime col fazzolettino, raccont di aver
sposato uno studente: si fece fare l'ingrandimento di una sua
fotografia e l'appese in salotto. Arriv un agente, guard la
riproduzione e disse che non si trattava di Karasev, ma di Dolskij,
che lui non era Gluzman, ma Senka Moment.
- Moment, - disse la povera signora e sussult e si asciug le
lacrime.
- Lui riuscito a battersela? E allora sputateci su.
Per erano gi tre giorni. E niente. Non arrivava nessuno. Proprio
non succedeva niente. Io e la signora...
Oggi mi venuta un'idea. Il Lito non fa parte dell'organico, non
risulta. Sopra di noi si svolge una certa vita. Fanno rumore coi
piedi. Oltre la parete c' pure qualcosa. Ora si sentono delle
macchine per scrivere, che ticchettano sordamente; ora si sente
ridere. L vanno persone con la faccia ben rasata, Mejerchold
terribilmente popolare in questo edificio, ma lui, peraltro, di
persona non c'.
Da noi mai niente. Nessuna carta. Niente. E cos decisi di inserire
il Lito.
Saliva per la scala una donna con un pacco di giornali.
Sul pacco, in alto, era scritto, a caratteri rossi: per l'Izo.
- E per il Lito?
La donna mi guard spaventata e non rispose nulla. Salii al piano
di sopra. Mi avvicinai a una signorina che stava seduta sotto un
cartello con la scritta: Segretaria.
Lei mi ascolt, e guard spaventata la vicina.
- Ah s, si capisce, il Lito... - disse la prima.

La seconda fece eco:


- S, Lido` cka, c' una carta per loro.
- Perch non ce l'avete mandata? - chiesi, con un tono gelido.
Le due mi guardarono, tese:
- Pensavamo che voi non esisteste.
Il Lito inserito. La seconda carta arriv oggi dall'alto, dalle
signorine. La port una donna in una specie di fazzoletto, con un
registro: - Firmate.
Indirizzai una lettera al reparto
economato. Dateci una macchina. Dopo due giorni arriv un tizio, si
strinse nelle spalle:
- Ma davvero avete bisogno di una macchina?
- Penso proprio che ne abbiamo bisogno pi di chiunque altro, in
questo palazzo.
Il vecchio fu ritrovato. Il giovane pure. Quando il vecchio vide la
macchina, e quando gli dissi che doveva firmare delle carte, mi
guard a lungo, attentamente, si morse le labbra:
- Voi avete un qualcosa. Bisognerebbe proprio mettersi in movimento
per farvi ottenere le razioni degli accademici.
Io e la moglie del bandito cominciammo a compilare l'elenco dei
cognomi, per i nostri stipendi. Il Lito funzionava a tutto vapore.
Nota per il mio futuro biografo: sono stato io a fare tutto questo.
Le prime allodole
La mattina dell'undici entr un giovane poeta, dall'aspetto molto
infreddolito.
Si present sommessamente:
- `storn.
- In che cosa posso servirvi?
- Vorrei ottenere un posto al Lito.
Aprii il registro con la dicitura: Organico.
Al Lito spettavano diciotto persone. Confusamente mi abbandonai a
questa distribuzione: istruttori per la parte poetica: Brjusov, Belyj
ecc"; prosatori: Gorkij, Veresaev, `smelev, Zajtzev, Serafimovi` c
ecc".
Ma non comparve mai nessuno dei suelencati.
E con mano ardita accolsi la richiesta di `storn: assumesi incar-istrutt.
Per il dirig". Lettera. Svolazzo.
- Salite, prima che se ne vada.
Poi arriv un tipo riccioluto, rosso, che sprizzava gioia di
vivere: il poeta Skartzev.
- Salite, prima che se ne vada.
Dalla Siberia giunse un altro tipo insolitamente tenebroso, sui
venticinque anni, cos robusto e solido che pareva di bronzo.
- Salite...
Ma lui rispose:
- Non andr da nessuna parte.
Si sedette in un angolo, su una seggiola rotta, traballante, tir
fuori un foglio di carta e si mise a scrivere, a righe brevi.
Certo, era un tipo che sapeva il fatto suo. Si apr la porta, ed
entr un tale in palt caldo, ottimo, e berretto di pelo di gatto.
Risult che era un poeta. Sa` sa.
Il vecchio scrisse le parole magiche.
Sa` sa guard attentamente la stanza, tocc pensieroso un filo
elettrico che pendeva strappato, guard, chiss perch, nell'armadio.
Sospir. Si sedette vicino a me, confidenziale:
- Ci saranno i soldi?
Sviluppiamo l'energia
Ai tavoli non c'era posto. Le frasi propagandistiche le scrivevamo

tutti, in pi c'era uno nuovo, molto vivace e rumoroso, con gli


occhiali d'oro, che si autodefiniva re dei reporter. Il re comparve
il mattino dopo che noi avevamo ricevuto un anticipo, alle nove meno
un quarto, con le parole:
- Scusate, vi hanno dato dei soldi?
Ed entr in servizio da noi.
La storia delle frasi era questa.
Dall'alto venne una carta: si chiede al Lito, per le ore 12 del
giorno tale, con urgenza, di preparare una serie di frasi di
propaganda.
In teoria le cose dovevano svolgersi cos: il vecchio, con la mia
partecipazione avrebbe emanato un ordine o gettato un grido di
richiamo per tutto lo spazio, ovunque si supponeva che si trovassero
scrittori. Gli slogan, le frasi dovevano arrivare da tutte le parti:
per telegrafo, scritte e a voce. Poi la commissione avrebbe scelto,
fra le migliaia di frasi, le migliori, e le avrebbe presentate alle
ore 12 del tal giorno.
Dopo di che io e l'ufficio da me diretto (cio la triste moglie del
masnadiero) dovevamo compilare un elenco di richieste di denaro e, in
base a tale elenco, distribuire i soldi ai migliori slogan.
Questo in teoria.
In pratica, difatti:
l" Non fu possibile lanciare alcun grido, perch non c'era nessuno
da chiamare.
I letterati, allora, nel nostro campo visivo erano: i suddetti pi
il re dei reporter.
2' Si escludeva la prima cosa: non ci poteva essere alcuna
affluenza di slogan.
3' Alle 12 del giorno tale era impossibile presentare gli slogan
scelti perch la carta, con l'ordine, arriv alle ore 1 e 26 minuti
primi, proprio di quello stesso giorno.
4' L'elenco si poteva anche non scrivere, perch non c'era alcun
capitolo finanziario per slogan. Ma il vecchio aveva una piccola
somma segreta: per i viaggi.
Perci: a) gli slogan li scrivevano, con urgenza, tutti i presenti.
b) La commissione per la scelta dei migliori doveva pure essere
composta da tutti gli stessi presenti. Per imparzialit. c) Scelti i
migliori, per ciascuno di questi si sarebbero pagati 15'000 rubli.
Ci mettemmo a sedere alle ore 1 e 50 minuti, e alle 3 gli slogan
erano pronti.
Ciascuno di noi era riuscito a spremere cinquesei slogan a testa,
ad eccezione del re, che ne scrisse diciannove in versi e prosa.
La commissione fu giusta e severa.
Il mio io che aveva scritto gli slogan, non aveva niente in comune
con l'altro me stesso che accoglieva, leggeva e criticava tali
slogan.
Come risultato, accettammo: dal vecchio: tre slogan.
Dal giovane: tre slogan.
Ecc'ecc".
Insomma: ciascuno di noi si becc 45'000 rubli.
Uh uh come soffia... Ecco, comincia a piovigginare. Una torta con
carne sulla Trubnaja, umida per la pioggia, ma saporita da matti. Un
tubetto di saccarina. Due libbre di pane bianco.
Ho raggiunto `storn. Anche lui masticava qualcosa.
Un incubo inatteso
... Lo giuro, un sogno!! Che cos' questo incantesimo, che cosa
sta succedendo?
Oggi sono andato al lavoro con due ore di ritardo.
Ho girato la maniglia, ho aperto, sono entrato e ho visto: la

stanza era vuota! Non solo non c'erano pi i tavoli, la triste donna
moglie del bandito, la macchina per scrivere, ma neppure i fili della
luce. Non c'era pi niente.
Allora un sogno: si capisce, che sciocco, un sogno...
Per un bel po'"mi parve che tutto, l intorno, fosse un miraggio.
Un miraggio incerto, fluttuante. L, dove ieri... Del resto, al
diavolo, perch ieri?! Cento anni fa... nell'eternit forse... non
c'era niente... forse ora non c' niente... Un gioco d'artificio, e
basta!
Vuol dire che il buon vecchio, il giovanotto, il triste `storn...
la macchina per scrivere... gli slogan... Niente di tutto questo, non
c' stato mai niente?
Ma no, non sono pazzo: c'era tutta quella roba, c'era, il diavolo
se la prenda...
Ma allora, dov' finito l'ufficio con tutto quello che c'era
dentro?
Camminando in modo traballante, cercando di nascondere lo sguardo
sotto le palpebre (in modo che non agguantassero e non portassero via
di colpo anche me), mi inoltrai lungo il corridoietto in penombra. E
qui mi convinsi definitivamente che mi era successo qualcosa di
brutto. Nell'ombra, sulla porta che dava nella stanza vicina, una
stanza illuminata, splendeva un'insegna come al cinema:
1836
Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un avvenimento insolito, strano.
Il barbiere Ivan Jakovlevi` c... (2)
Non andai avanti a leggere e in preda al terrore scivolai via.
All'ingresso del palazzo mi fermai, nascosi ancor pi profondamente
gli occhi e chiesi con voce sorda:
- Ditemi, non sapete dove sia andato a finire il Lito?
Una donna cupa, rabbiosa, con un nastro scarlatto fra i neri
capelli mi rispose:
- Ma quale Lito? Non ne so nulla...
Chiusi gli occhi. Un'altra voce femminile, pi partecipe alle mie
sofferenze, disse:
- Scusate, non si trova qui. Avete sbagliato indirizzo. Dovete
andare in via Volchonka.
Sentii freddo. Uscii fuori. Mi asciugai il sudore della fronte.
Decisi di tornare indietro per tutta Mosca, fin da Razumichin.
Dimenticare tutto. Perch, se fossi riuscito a mantenermi
tranquillo, a tacere, nessuno avrebbe mai saputo niente di quel che
mi succedeva. Vivr con Razumichin, sul pavimento.
Egli non mi scaccer, non scaccer un malato di mente.
Ma un'ultima debolissima speranza mi si agitava ancora nel cuore.
cos mi misi ad andare. Ad andare nel palazzo di sei piani. Il
palazzo di sei piani era francamente spaventoso. Era tutto
intersecato da passaggi longitudinali, come nei formicai. In questo
modo si poteva attraversare il palazzo in lungo e in largo per vie
interne, senza uscire in strada. Camminavo per corridoi ricurvi e
tiepidi, di tanto in tanto andavo a finire in nicchie nascoste da
tramezze. Splendevano lampade rossastre, non economiche. Incontravo
gente preoccupata, assorta, che andava in fretta chiss dove. Decine
di donne, di ragazze, sedevano, battevano a macchina. Apparivano
iscrizioni. Fin` cast. Natzmen. Finivo in pianerottoli illuminati, ma
poi di nuovo rientravo nelle tenebre. Uscii finalmente in un
pianerottolo, mi guardai intorno, intontito. Sembrava un altro regno,
del tutto diverso... Che sciocchezza! pi andavo avanti, meno
probabilit avevo di trovare il Lito incantato. Non c'era pi
speranza. Scesi e uscii in strada. Guardai attentamente: era il primo
ingresso...
Un accesso rabbioso di vento. Il cielo ricominci ancora a

rovesciare torrenti freddi. Mi calcai in testa ancor pi a fondo il


berretto estivo, alzai il bavero del cappotto. Dopo pochi minuti,
attraverso gli enormi buchi della suola, i miei stivali si riempirono
d'acqua. Fu una specie di alleggerimento. Ma non mi confortava il
pensiero che non sarei pi riuscito a tornare a casa asciutto. Senza
saltare di ciottolo in ciottolo, allungando quindi la strada, mi misi
a camminare direttamente nelle pozzanghere.
Ingresso secondo, piano primo, appartamento 23, stanza numero 40.
Una scritta di fuoco:
Al mondo succedono delle vere assurdit. Talvolta non c' alcuna
verosimiglianza. Ad un tratto lo stesso naso, che aveva passeggiato
in forma di consigliere di stato e aveva suscitato tanto rumore in
citt, si ritrov, come se nulla fosse stato, al suo posto... (3)
Il mattino pi saggio della sera. E" una verit certa. Quando il
mattino dopo mi svegliai a causa del freddo e mi misi a sedere sul
divano, arruffandomi i capelli, in testa le cose mi parvero un po''
pi chiare.
Andiamo per logica: c' stato qualcosa o no? S, c' stato. E poi
ricordo che giorno oggi, e come mi chiamo. Vuol dire che l'ufficio
andato a finire da qualche parte. Bisogna trovarlo, dunque. E
quello che han detto le donne... Sulla Volchonka... Stupidaggini. A
quelle donne possono rubare quello che si vuole sotto il naso, che
non se ne accorgono. Del resto non so proprio perch le tengano in
servizio, quelle donne. Una vera piaga d'Egitto.
Mi vestii, bevvi un po'"d'acqua (avevo riempito il bicchiere la
sera precedente), mangiai un pezzo di pane,
una patata e feci un piano.
Sei ingressi ciascuno dei quali porta a sei piani: fanno 36 piani.
A due appartamenti per piano, fanno 72 appartamenti. 72 appartamenti
per sei stanze, fanno 432 stanze.
E" pensabile trovare l'ufficio? S, pensabile. Ieri mi son fatto
duetre linee orizzontali, ma senza sistema. Oggi esplorer tutto il
palazzo, per le verticali e per le orizzontali. A meno che, si
capisce, l'ufficio non si sia tuffato nella quarta dimensione. Lo
trover. Se andato a finire nella quarta allora, si capisce, la
fine.
Proprio al secondo ingresso mi imbatto naso a naso con `storn.
`storn!
Dio mio... Fratello mio!
Ecco che cos'era successo: ieri, un'ora prima del mio arrivo, era
comparso il dirigente della parte amministrativa con due fattorini
che trasferirono il Lito al secondo ingresso, primo piano,
appartamento 23, stanza 40.
Nel nostro exlocale si installer la sezione del Muzo (Musica,
ovviamente).
- Perch?
- Non so. E perch ieri non siete venuto? Il vecchio si agitato.
- Scusate! Come facevo a sapere dove vi avevano cacciato? Almeno
dovevate lasciare un biglietto sulla porta.
- Abbiamo pensato che ve l'avrebbero comunicato.
Feci stridere i denti:
- Ma avete visto quelle donne, quelle due sedute vicino...
- E" vero.
A tutto vapore
... Dopo aver ricevuto la stanza, sentii che in me rifluiva la
vita.
Al Lito avvitammo la lampadina. Ottenni un nastro per la macchina.
Poi comparve una seconda signorina. Assum" p" lav" d'uff".
Dalla provincia cominciarono a mandare manoscritti. Poi arriv

anche una ragazza meravigliosa, una giornalista. Con una gran voglia
di ridere,
una buona compagna. Segret'add'all'uff" feuilletons artistici.
Finalmente, dal sud arriv un giovanotto. E a lui affibbiarono
l'ultimo ass" (assunto). Poi non c'erano pi posti. Il Lito era
pieno. E il lavoro ferveva.
Soldi! Soldi!
Dodici pastiglie di saccarina e nient'altro...
... Lenzuolo o giacca?...
Dello stipendio non si fiatava.
... Oggi sono salito. Le signorine mi hanno accolto in modo freddo.
Non so perch, non potevano sopportare il Lito.
- Vi prego di verificare il nostro elenco degli stipendi.
- Di che avete bisogno?
- Voglio vedere se siamo inclusi tutti.
- Rivolgetevi a madame Kritzkaja.
Madame Kritzkaja si alzata, ha
agitato un ciuffo di capelli un po'"sul grigio, e ha detto,
impallidendo:
- Il registro dei loro stipendi andato perduto.
Pausa.
- E voi non avete detto niente?
Madame Kritzkaja, in tono piagnucoloso:
- Ah, la testa mi gira. Quello che si fa qui inaccessibile alla
mente. Ho riscritto l'elenco degli stipendi sette volte, e sette
volte me lo hanno mandato indietro. Non si fa cos. Tanto voi lo
stipendio non lo riceverete. Nell'elenco l'ordine di pagamento per
voi non c'.
Che vada tutto al diavolo! Nekrasov e gli alcolizzati resuscitati.
Mi son buttato io stesso, per risolvere la cosa. Di nuovo i
corridoi. Tenebra. Luce. Luce. Tenebra. Mejerchold. Ufficio del
personale.
Di giorno lampade accese. Cappotto grigio. Una donna con gli
stivaletti bagnati. Tavoli.
- Chi di noi non ha avuto il mandato?
Risposta:
- Nessuno l'ha avuto.
Ma c' di meglio: neppure il vecchio, il fondatore del Lito.
Neppure io l'ho ottenuto? Ma cosa sta succedendo?
- Certo, voi non avete compilato il modulo, riempito l'anketa. (4)
- Come, non l'ho scritta? Ho scritto ben quattro ankety. Ve le ho
date personalmente in mano. Con quelle che ho scritto prima, vengono
fuori 113 ankety.
- Vuol dire che sono andate perse. Scrivetele di nuovo.
cos passarono tre giorni. Dopo tre giorni il diritto di tutti
venne giustamente restaurato. Compilammo nuovi elenchi.
Io sono contrario alla pena di morte. Ma se madame Kritzkaja sar
condotta alla fucilazione, io andr ad assistere. Lo stesso per la
signorina col cappellino di pelo di gatto. E per Lido` cka, l'aiutante
dell'addetto al protocollo.
... Fuori!
Madame Kritzkaja rimase con l'elenco degli stipendi tra le mani, e
io dichiaro trionfalmente: non li perder pi. Non posso capire,
perch questo diabolico ciuffo sia finito qui. Chi le ha affidato il
lavoro? E proprio qui, si capisce. Il destino.
E" passata una settimana. Sono stato al quinto piano, quarto

ingresso. E" l che mettono i timbri. Me ne manca ancora uno ma non


riesco, da due giorni, a trovare il presidente della commissione
tariffeprezzistipendi.
Ho venduto il lenzuolo.
Non ci saranno soldi prima di due settimane.
Girano voci secondo le quali daranno un anticipo di cinquecento a
tutti quelli che lavorano nell'edificio.
La voce corrisponde a verit. Tutti erano l seduti, a compilare
gli elenchi. Quattro giorni di compilazioni.
Andai col mio bravo elenco per l'anticipo. Avevo tutte le carte,
tutti i maledettissimi timbri. Ma arrivai al punto che correndo dal
secondo piano al quinto piegai, nella mia rabbia, un chiodo che
sporgeva dal muro.
Consegnai gli elenchi. Li manderanno in un altro edificio,
all'altro capo di Mosca... Qui li approveranno. Torneranno indietro.
E allora ci saranno i soldi...
Oggi ho ricevuto i soldi. I soldi.
Dieci minuti prima di andare alla cassa, una donna del primo
piano, che doveva apporre l'ultimo timbro, disse:
- La forma non va bene. Dobbiamo trattenere l'elenco.
Non ricordo, con precisione, quello che successe. Nebbia.
Mi par di aver gridato qualcosa di molto risentito. Come:
- Vi prendete gioco di me?
La donna apr la bocca:
- Ah, cos?
Allora mi calmai. Mi calmai. Dissi che ero agitato. Mi scusai.
Ritirai quello che avevo detto. Acconsentii a correggere i fogli con
la matita rossa. Scrissero: pagare. Un ghirigoro.
Alla cassa. Parola incantata: la cassa. Non ci credetti neppure
quando il cassiere mi consegn le banconote.
Poi rinvenni: i soldi!
Intorno a ci che necessario
Mi sono ammalato. Per imprudenza. Oggi ho mangiato del bor` s`c
rosso con la carne. Vi navigavano dentro dei piccoli dischi dorati
(il grasso). Tre piatti. Tre libbre al giorno di pane bianco. Mi sono
mangiato dei cetrioli di media salatura. Dopo essermi saziato, mi
sono scaldato il t. Me ne sono bevuti quattro bicchieri con lo
zucchero. Poi mi venuto sonno. Mi sono coricato sul divano e mi
sono addormentato.
In sogno mi parso di essere Lev Tolstoj, a Jasnaja Poljana. Ero
sposato con Sofja Andreevna. Me ne stavo nello studio, di sopra.
Bisognava scrivere. Ma che cosa? Non lo sapevo. E la gente che
continua a venire e a dire:
- Il pranzo pronto.
Ma ho paura, a scendere. E stupidamente sento che qui c' un grosso
malinteso. Perch non sono stato io a scrivere Guerra e pace. E cos
me ne sto seduto, l. E Sofja Andreevna in persona sale da me per la
scala di legno e dice:
- Vieni. Il pranzo vegetariano.
A un tratto mi arrabbiai:
- Come? Vegetariano? Manda subito a prendere della carne! Voglio le
polpette. E un bicchierino di vodka.
Lei si mette a piangere, e accorre un duchobor (5) con la barba
rossiccia, a ventaglio, che mi rimprovera aspramente:
- La vodka! Ahi ahi ahi! Che cosa state facendo, Lev Ivanovi` c?
- Ma che Lev Ivanovi` c! Lev Nikolaevi` c! Nikolaevi` c! Fuori dalla
mia casa! Fuori! Non voglio vedere pi neanche un duchobor!
Che scandalo ne venne fuori.

Mi sveglio malato, con le ossa rotte. Crepuscolo. Da qualche parte


oltre il muro suonano la fisarmonica.
Vado allo specchio. Eccola la faccia. La barba rossastra, gli
zigomi bianchi, le palpebre rosse. Ma questo nulla: gli occhi.
Brutti. Di nuovo con lo scintillio.
Consiglio: state attenti a questo scintillio. Non appena compare,
prendete subito un prestito in denaro dai borghesi (senza
restituzione), comprate delle provviste e mangiate. Solo, non
abboffatevi. Il primo giorno, brodo e un po'"di pane bianco. A poco a
poco. A poco a poco.
Il mio sogno non mi piace, no: un sogno brutto.
Ho bevuto di nuovo del t. Ho ricordato la settimana scorsa. Luned
ho mangiato patate con l'olio, e un quarto di libbra di pane. Ho
bevuto due bicchieri di t con la saccarina. Marted non ho mangiato
niente: ho solo bevuto cinque bicchieri di t. Mercoled sono
riuscito ad avere due libbre di pane in prestito da un fabbro. Ho
bevuto il t, ma la saccarina era finita. Gioved ho mangiato
splendidamente. Alle due sono andato da certi miei conoscenti. La
cameriera col grembiule bianco mi ha aperto la porta.
Che strana sensazione. Pareva di essere dieci anni addietro. Alle
tre sento che la cameriera comincia a preparare la tavola. Stiamo l,
chiacchieriamo (la mattina mi ero fatta la barba). Insultano i
bolscevichi e raccontano quanto loro hanno sofferto. Vedo che
aspettano che io me ne vada. Ma io non me ne vado.
Finalmente la padrona dice:
- Forse volete pranzare con noi? O no?
- Grazie. Con piacere.
Abbiamo mangiato: minestra di maccheroni, pane bianco, costolette
con cetrioli, poi polentina di riso con marmellata e t con
marmellata.
Mi pento di un cattivo pensiero. Mentre uscivo, immaginavo il
quadro di una perquisizione in casa loro: vengono, frugano
dappertutto. Trovano monete d'oro avvolte nelle mutande, nel com.
Nel ripostiglio c' un pieno di farina e prosciutto. Portano via il
padrone di casa... Che schifo pensare queste cose, pensavo.
Chi se ne sta in un abbaino, affamato, davanti a un articolo da
scrivere, non pu certo servire da esempio allo schifiltoso Knut
Hamsun. Va da quelli che vivono in sette stanze, e mangia. Il venerd
ho mangiato una zuppa, alla mensa, con cotolette di patate, e oggi,
sabato, ho ricevuto i soldi, mi sono abboffato e adesso sto male.
Il temporale. La neve
Qualcosa di minaccioso sospeso nell'aria. La mia sensibilit, in
proposito, prontissima. Sotto il nostro Lito qualcosa comincia a
tremare.
Il vecchio venuto oggi e ha detto, indicando col dito il
soffitto, dietro il quale si nascondono le signorine:
- C' un intrigo contro di me.
Appena sentito questo, ho immediatamente fatto il conto, quante
tavolette di saccarina mi restavano. Per cinquesei giorni.
Il vecchio entrato facendo rumore, contento.
- Ho spezzato il loro intrigo, - disse. Aveva appena finito di
dirlo che si affacci alla porta la testa di una baba avvolta nello
scialle e borbott:
- Chi c' qui? Firmate.
Firmai.
Nella carta c'era scritto: dal giorno tale il Lito si liquida.
Come il capitano di una nave, scesi per ultimo. Ordinai di unire
insieme tutte le pratiche, Nekrasov, l'Alcolizzato risorto, le
Raccolte degli affamati, i versi, le istruzioni, e di passarli ai

Lito distrettuali. Spensi la lampada con le mie proprie mani e uscii.


E subito dal cielo venne gi la neve. Poi la pioggia. Poi qualcosa
che non era n neve n pioggia, ma che si appiccicava alla faccia da
tutte le parti.
Nei giorni dello sfoltimento e di un tempo simile, Mosca
spaventosa. Sissignori, perch fu uno sfoltimento, una riduzione.
Anche in altri appartamenti dello stesso edificio hanno scaricato
altra gente.
Ma madame Kritzkaja, Lido` cka e cappellinodipelodigatto
rimasero.
NOTE:
(1) Sezione letteraria (n" d'c").
(2) Frase iniziale del Naso di Gogol (n" d'c").
(3) Sempre dal Naso di Gogol (n" d'c").
(4) Celebre parola: non altro che un modulo, da compilarsi in
pi copie, usato ieri (e oggi) per ogni esigenza burocratica
(n" d'c").
(5) Letteralmente: combattente dello spirito. Indicava gli
appartenenti a una setta religiosa, perseguitata dal governo zarista.
I duchobory furono aiutati molto da Tolstoj, che diede loro i
proventi dei diritti di Resurrezione, perch potessero emigrare nel
Canada (n" d'c").
Trattato sulle abitazioni
I
Non con distacco estetico ho studiato Mosca, negli anni 1921-1924.
Oh, no.
Mosca l'ho vissuta, l'ho calpestata in lungo e in largo. Sono
salito a quasi tutti i sesti piani della citt, dove c'erano degli
uffici: come si sa per certo, non esisteva un sesto piano nel quale
non ci fosse un qualche ufficio; per questo conoscevo a menadito ogni
sesto piano. Vai, per esempio, in carrozza per la via Zlatouspenskij,
vai a trovare Jurij Nikolaevi` c. E ricordi: che casone, accidenti. Ma
io ci sono gi stato. Parola! E ricordo persino quando. Nel gennaio
del 1922. Qual diavolo mi ha portato qua? Scusate, fu quando entrai
in un giornale commerciale e industriale privato, e chiesi al
direttore un anticipo. Il direttore non mi diede nessun anticipo ma
mi disse: Vada in via Zlatouspenskij, al piano sesto, stanza n"...
(242? mah: forse era la 180?... L'ho dimenticato. Non importa). In
breve: vada l e chieda l'attestazione del Glavchim. Del Glavchim o
del Centrochim? Mah. Comunque: vada l, si faccia dare la
dichiarazione e io le verso il 25%. Se qualcuno ora mi dicesse:
Vada, prenda la dichiarazione, io risponderei: Col cavolo.
Non ci vado. Non mi piace chiedere i certificati e i permessi. Non
la mia specialit. Ma allora... Oh, allora era diverso. Mi misi
quietamente il cappello, presi questo stupido libretto dei
certificati e me ne andai come stralunato. C'era un freddo, un gelo
incredibile, quale mai s'era sentito. Salii fino al sesto piano,
trovai questa stanza numero 200, c'era un tizio calvo e rosso, che,
dopo avermi ascoltato, non mi diede nessun certificato. A proposito
del sesto piano. Scusate, in questa casa ci sono gli ascensori? Ci
sono, ci sono. Ma allora, nel 1922, in ascensore ci potevano salire
solo quelli che avevano il mal di cuore. In primis. E in secondo
luogo gli ascensori non funzionavano. Cos anche le persone che
presentavano certificati medici da cui risultavano i loro difetti
cardiaci dovevano salire a piedi fino al sesto piano: proprio come
quelli dal cuore sanissimo.

Ora diverso. Oh, proprio diverso. Sono stato poco tempo fa da due
miei conoscenti, agli Stagni Patriar` sie. Salii splendidamente fino
al sesto piano con le mie gambe: cento piedi sul livello del mare. A
met tra il quarto e il quinto piano, nella tromba delle scale
avvolta da una impalcatura di rete metallica, vidi l'ascensore: era
l, tutto illuminato e immobile. Dalla cabina veniva un pianto di
donna e una voce maschile borbottante:
- Fucilarli bisognerebbe, quei banditi!
Sulla scala c'era un uomo dall'aspetto di portiere. Accanto a lui
c'era un altro tipo con i pantaloni unti: un meccanico. Inoltre
c'erano delle donne curiose, dell'appartamento numero 16.
- Che razza di caso, - diceva il meccanico, e sorrideva,
stupefatto.
Quando poi tornai dalla mia visita, l'ascensore era sempre l,
sospeso, ma buio, e non si sentiva pi alcuna voce. Probabilmente i
due infelici, che erano stati l appesi per due settimane, erano
morti di fame.
Sa Dio se esista ancora questo Centro Glavchim. Forse l c' adesso
un non so che Chimtred e magari qualcosa d'altro. E" probabile che da
tempo non ci sia pi alcun Chim, n il tipo rossiccio e calvo, le
stanze le hanno gi sgombrate e l, dove prima c'era il tavolo con il
calamaio, adesso c' un pianoforte o un divano e, al posto dell'uomo
chimico sta seduta un'affascinante signorina con i capelli ossigenati
che legge Tarzan. Tutto possibile. Una sola cosa, per, bella:
che l non ci andr pi, n a piedi, n con l'ascensore.
S, molte cose sono cambiate, si pu dire sotto i miei occhi.
Dove non sono stato! Centinaia di volte nella Mjasnitskaja, nella
Varvarka, al Delovoj Dvor, nella piazza Vecchia - al Centrosojuz; e
poi a Sokolniki, e quindi sono stato sbalestrato sul Devi` ce Pole. Un
solo,
unico desiderio mi spingeva per l'inafferrabile e vastissima
capitale: procurarmi di che mangiare. E io me lo trovai il cibo, a
dire il vero scarso, insicuro, vacillante. Lo trovai negli impieghi
pi fantastici e fugaci, in
espedienti, lo ottenni con mezzi strani, molti dei quali, quando me
ne ricordo, mi sembrano ridicoli. Ho tenuto la cronaca
commercialeindustriale nel giornale, e di notte scrivevo dei pezzi
divertenti, che a me sembravano, del resto, non pi divertenti del
mal di denti; ho fatto la domanda al Chimtrest, e una notte,
esasperato per l'olio cattivo, per le patate, per i buchi nelle
scarpe, escogitai un meraviglioso progetto di rclame luminosa. Che
tale progetto fosse ottimo lo testimonia il giudizio di un mio amico
ingegnere al quale lo presentai: egli mi baci e mi disse: Peccato
che non hai fatto ingegneria. Difatti con la mia intelligenza ero
arrivato proprio a quel marchingegno di rclame luminosa che brillava
gi sulla piazza del Teatro. Che cosa dimostra questo? L'uomo che
lotta per la propria esistenza, capace dei risultati pi brillanti.
Ma basta. Al lettore, si capisce, non interessa il modo con cui mi
tuffavo nella citt, e ho raccontato tutto questo perch lui, il
lettore, si convincesse che io la Mosca degli anni venti la conoscevo
fino in fondo. Difatti l'ho girata in lungo e in largo. Sono disposto
a descriverla. Ma se la descrivo, desidero che mi credano. Se dico
che cosi, vuol dire che proprio cos. Nel futuro, quando a Mosca
cominceranno ad arrivare rispettabili stranieri, ho in riserva, per
me, la professione di guida turistica.
Ii
Mettiamoci d'accordo una volta per sempre: la casa la pietra
angolare della vita di casa. Prendiamo questo assioma: senza casa
l'uomo non pu esistere. Come corollario a questo comunico a tutti

quelli che vivono a Berlino, Parigi, Londra e altre citt: a Mosca


non ci sono appartamenti.
Allora come fanno a vivere? Eppure vivono. Senza appartamento.
Ma questo poco: gli ultimi tre anni a Mosca mi hanno convinto, e
in modo estremamente chiaro, che i moscoviti hanno persino perduto il
concetto di appartamento e usano questa parola in modo ingenuo,
come capita. Per esempio cos: poco tempo fa uno dei miei conoscenti,
un giornalista, in mia presenza, ricevette una carta con su scritto:
Assegnare al compagno tal dei tali un appartamento nella casa numero
7 (l dove c' la tipografia).
Firma e timbro rotondo, ben inchiostrato.
Visto che offrivano un appartamento, anch'io la sera stessa mi
recai da quel compagno. Sulla scala (senza ringhiere) c'erano dei
cavoli cotti, sparsi, di traverso alla scala pendeva un cavo grosso
come una biscia, tutto sfilacciato. Al piano superiore, camminando su
uno strato di vetri rotti, presso le finestre per met chiuse da assi
di legno, andai a finire in uno spazio chiuso e oscuro, dove
cominciai a gridare. Al grido rispose una striscia di luce e,
entrando in qualche posto, trovai l'amico. Dove ero andato a finire?
Lo sa il diavolo. Era qualcosa di buio, come una miniera, diviso da
tramezze di legno compensato in cinque sezioni, che avevano l'aspetto
di cappelliere di cartone un po'"allungate. Nella cappelliera mediana
stava seduto l'amico, sul letto, e vicino a lui la moglie e vicino a
lei il fratello del mio amico e questo fratello senza alzarsi dal
letto, ma solo tendendo il braccio, disegnava col carboncino sul muro
di fronte il ritratto della cognata. Questa leggeva Tarzan.
Questi tre vivevano, alla lettera, in una cornetta del telefono.
Figuratevi, voi che vivete a Berlino, come vi sentireste se vi
sistemassero in un telefono. Ogni mormorio, il rumore di un
fiammifero caduto sul pavimento, si sentiva attraverso tutte quelle
scatole di cartone. E loro vivevano in quella centrale.
- Manja! (da un'estremit)
- Beh? (dall'altra estremit)
- Hai lo zucchero? (dalla prima)
- Nel Lustgarten, al centro di Berlino, c' stata una dimostrazione
di migliaia di operai con le bandiere rosse... (dalla scatola vicina)
- I cioccolatini ci sono... (dalla cappelliera all'altra estremit)
- Puliscigli il naso, per favore...
Dopo dieci minuti ebbe inizio l'incubo: io cessai di capire quel
che dicevo, e il mio udito afferrava delle cose estranee. I cinesi,
specialisti nel settore torture, sono semplicemente dei cuccioli. Una
tale invenzione non se la sarebbero mai sognata.
- Ma come capitato qui? Hohoho!... Una delegazione sovietica,
insieme con i sovietici residenti a Londra, si recata alla tomba di
Karl Marx.
... Beh! Ben ti sta! Tientelo! La ringrazio ma ho gi bevuto. S,
con i cioccolatini... Al diavolo, al diavolo!... Porco, porco, porco!
Buttalo fuori! E lei dove?... A Kyoto e Mokagam... Non dire bugie,
non dire bugie, porco che non sei altro, da tanto tempo che lo
vedo!... Come? Non c' il cesso?!
Dio mio! Me ne andai, senza pi aspettare un secondo, e loro
rimasero. Io rimasi in quella cappelliera un quarto d'ora, e loro ci
stanno da 7 (sette) anni.
S, cari cittadini, quando tornai a casa, per la prima volta capii
veramente come tutto sia relativo e convenzionale. Mi immaginai di
vivere in un palazzo, e che davanti ad ogni porta ci fosse un lacch
non incipriato e con la livrea rossa. E che regnasse un silenzio
perfetto, assoluto. Il silenzio! Che grande cosa il silenzio, che

dono degli dei, che paradiso il silenzio. E invece a casa mia di


porte ce n'era una sola (del resto anche la camera era una sola) e
uscendo da questa porta si andava subito nel corridoio. E in quella
casa viveva il famoso Vasilij Ivanovi` c con la sua famosa consorte.
Lo giuro per quello che ho di pi santo: ogni volta che mi accingo
a scrivere di Mosca, la maledetta immagine di Vasilij Ivanovi` c sta
davanti a me, in un angolo. L'incubo in giacchetta e pantaloni a
strisce mi copre il sole.
Io appoggio la fronte al muro di pietra e Vasilij Ivanovi` c incombe
su di me, come il coperchio di una bara.
Lo capite o no che quest'uomo pu rendere impossibile la vita in
qualsiasi casa? E lui la rese impossibile. Tutto il comportamento,
tutte le azioni di Vasilij Ivanovi` c sono tese a danneggiare i
vicini, e nel codice della repubblica non c' neppure un paragrafo
che non sia stato violato da lui.
E" brutto bestemmiare ad alta voce con le parole pi oscene? Certo,
brutto. E lui bestemmia. E" brutto o bello bere la vodka
clandestina? E" brutto. E lui la beve. E" permesso far scenate
furibonde? No, non permesso a nessuno. Ma lui le fa. Eccetera.
Peccato che nel codice della repubblica non ci sia un articolo in cui
si proibisce di suonare la fisarmonica in casa. All'attenzione dei
giuristi sovietici: vi prego di introdurlo, un tale articolo. Perch
lui suonava. Dico suonava perch adesso non suona pi. Rimorsi di
coscienza hanno fermato un tale uomo? Macch, o cari stravaganti di
Berlino: se l' semplicemente bevuta, la sua fisarmonica.
In breve, egli impensabile in una comunit umana, e perdonarlo
non posso, neppure prendendo in considerazione la sua origine
sociale. Anzi, al contrario: proprio prendendo in considerazione tale
origine non posso perdonarlo. Ragiono cos: lui che deve mostrare a
me, individuo di dubbia origine, un esempio di condotta morale, e non
io a lui: e che qualcuno mi dimostri che ho torto.
Ed ecco: sono gi tre anni che abito con Vasilij Ivanovi` c e non so
per quanto ancora ci dovr stare. Forse, fino alla fine della mia
vita, ma ora, dopo la visita agli amici della scatola di cartone, mi
sento meglio. Non necessario agitarsi particolarmente, cittadini!
S, mi son sentito pi leggero. Sono diventato pi paziente e
indulgente verso gli altri.
Il dottor G", un mio amico, venne a trovarmi la settimana scorsa,
con alti lamenti:
- Perch non mi sono sposato?
Sulla bocca di uno che, come lui,
era il primo e pi riconosciuto misogino di tutta Mosca, una tale
frase attir subito la mia attenzione.
Era accaduto che l'amministrazione della casa dove abitava aveva
ristretto il suo spazio. Aveva fatto mettere una tramezza nella sua
camera e di l dalla tramezza aveva collocato una coppia di sposi.
Invano il dottore aveva implorato con voce sospirosa e si
era dato ai lamenti. Nulla ottenne. Il presidente ripeteva la
stessa cosa:
- Se lei fosse sposato, sarebbe un'altra faccenda...
E il terzo giorno il dottore venne da me e mi disse:
- S, Dio santo, perch non mi sono sposato?... Tu hai litigato con
tua moglie?
- Hum, qualche volta... per cos dire - risposi, guardando con
furtiva gentilezza la mia consorte - in genere... vedi... qualche
volta succede...
- E chi il colpevole? - mi chiese subito mia moglie.
- Figurati! Io, io sono il colpevole, - mi affrettai a confermare.

- E" un incubo! Un incubo! Un incubo! - si mise a dire il dottore,


ingoiando il t.
- Incubo! Ogni sera, capisci? Ogni sera si sente sempre la stessa
cosa:
Dove sei stato?. Alla stazione Nikolaevski. Bugiardo! Ma s,
vero... Bugiardo! E dopo qualche minuto: Dove sei stato?.
Alla staz"... Bugiardo. E dopo mezz'ora: Dove sei stato?. Da
Anja. Bugiardo! Bugiardo!
- Povera donna, - disse mia moglie.
- No, sono io un pover'uomo, - ribatt il dottore, - e me ne vado a
OrechovoZujevo. Che il diavolo si porti via...
- Chi? - chiese, sospettosa, mia moglie.
- Quella... clinica...
Natalja Egorovna quest'inverno ha buttato una spugna sotto il
tavolo e non ha pi potuto staccarla dal pavimento, perch sotto il
tavolo c'erano nove gradi e sul pavimento non c'erano pi gradi, anzi
c'era uno sotto zero. E tutto l'inverno suon dei valzer di Chopin,
con gli stivali di feltro ai piedi; e Ptr Sergei` c assunse una
cameriera, che, dopo una settimana, volle licenziare. Ma la cameriera
non and da nessuna parte! Perch venne il presidente del caseggiato
e disse che lei (la cameriera) era membro del collettivo della casa e
occupava una certa superficie, e nessuno aveva il diritto di
toccarla. Ptr Sergei` c perse completamente la testa, si agit per
tutta Mosca, a chiedere, a destra e a sinistra, che cosa dovesse
fare,
adesso. Ma non c'era proprio niente da fare. Nel baule della
cameriera c'era la tessera di un valoroso soldato rosso, che aveva
combattuto a Perekop, e anche la tessera del collettivo di
caseggiato. Mettici su una croce, Ptr Sergei` c!
E un certo giovanotto, nel cui appartamento sistemarono una pia
vecchietta, una domenica, quando la vecchietta torn dalla messa,
l'accolse con le parole:
- Mi hai stufato, vecchia bigotta!
E cos dicendo pest la stanga di
una stadera sulla testa della vecchietta.
Di tali casi, o simili, io ne conosco, in questi ultimi tempi,
almeno quattro.
Devo biasimare quel giovanotto? No. In modo assoluto, no. Tanto pi
che sono certo che, se mettessero nella mia stanza una vecchietta, o
un secondo Vasilij Ivanovi` c, prenderei anch'io una stanga, bench
fin dall'infanzia, a casa, mi abbiano sempre ficcato in testa che non
va bene servirsi delle stanghe di stadera come arma, in nessun caso.
E Sa` sa offriva duecento rubli perch togliessero dalla sua stanza
Anfisa M"...
Del resto, basta cos.
Perch ci dev'essere una vita cos scombinata e spiacevole?
Il motivo solo uno: lo stare troppo stretti. E a Mosca si sta
stretti.
Che fare?
Una cosa sola: accogliere il mio progetto che consiste in questo:
Mosca bisogna finire di costruirla.
Un lago di vodka casalinga
Alle dieci di sera, dopo lo scampanio della vigilia di Pasqua, il
nostro corridoio maledetto tacque. Nella pace benedetta sorse in me
l'ardente pensiero che il mio sogno si era

realizzato e che la nonna Pavlovna, commerciante di sigarette, era


morta. Lo pensai perch dalla stanza della Pavlovna non venivano pi
le grida di suo figlio `surka, da lei torturato.
Sorrisi di soddisfazione, mi accomodai in una poltrona assai
malandata e aprii un volumetto di Mark Twain. Oh, momento beato, ora
luminosa...
... E alle dieci e un quarto di sera nel corridoio tre volte il
gallo cant.
Un gallo non niente di eccezionale. Anche perch la Pavlovna, da
un anno e mezzo, si teneva un porcellino nella stanza. Primo, Mosca
non Berlino, secondo, niente ormai pu stupire una persona che
abita da un anno e mezzo nel corridoio numero 50. Non fu il fatto
dell'improvvisa comparsa del gallo a stupirmi, ma la circostanza che
il gallo cant alle dieci di sera. Il gallo non un usignolo, e
prima della guerra cantava all'alba.
- Forse che questi mascalzoni l'hanno ubriacato? - chiesi alla mia
infelice sposa, staccandomi da Twain.
Ma lei non riusc a rispondere. Dopo la sua fanfara introduttiva il
gallo cominci un ininterrotto lamento. Poi si mise a ululare una
voce maschile. Ma che roba: era un urlo ininterrotto, di basso e di
diesis, un urlo che esprimeva il male e la disperazione dell'anima,
l'urlo greve, strascicato che precede la morte.
Sbatterono tutte le porte, risuonarono tutti i passi. Buttai via
Twain e mi precipitai nel corridoio.
Qui, sotto la lampadina, nello stretto cerchio degli inquilini
stupiti, stava un cittadino a me sconosciuto. Le sue gambe erano
allargate, come in una y rovesciata, egli si dimenava e, senza
chiudere la bocca, emetteva proprio quell'urlo da ossesso che mi
aveva spaventato. Nel corridoio sentii che quella nota ferma si
mescolava con un recitativo.
- Cos, - stridulamente si esprimeva e ululava l'ignoto cittadino,
bagnandosi di grosse lacrime. - Cristo risorto. E voi molto bene vi
comportate! Peggio di cos non potevate fare! Aaaaa.
E dicendo queste parole strappava a ciuffi le penne della coda del
gallo, che si dibatteva tra le sue mani.
Bast un solo sguardo per capire che il gallo non aveva bevuto
neppure un goccio. Ma sulla faccia del gallo era dipinta un'angoscia,
era espresso un dolore disumano. I suoi occhi schizzavano fuori dalle
orbite, agitava freneticamente le ali e cercava di liberarsi a
strappi dalle forti mani dell'ignoto.
La Pavlovna, `surka, l'autista, Annu` ska, il Mi` sa dell'Annu` ska,
il marito di Duska e le due Duske stavano l intorno completamente
silenziosi e completamente immobili, come inchiodati al pavimento.
Questa volta eravamo dalla stessa parte. Persino loro erano stati
privati del dono della parola. La scena dello scorticamento di un
gallo vivo la stavano vedendo per la prima volta, come me.
Il responsabile dell'appartamento numero 50, Vasilij Ivanovi` c,
sorrideva storto, e disperatamente cercando di prendere il gallo ora
per un'inafferrabile ala, ora per le zampe, tentava di strapparlo
dalle mani dell'ignoto cittadino.
- Ivan Gavrilovi` c! Abbi un po'"di timor di Dio! - gridava,
sembrando sobrio ai miei occhi. - Nessuno vuol prenderti il gallo,
che tu sia tre volte maledetto! Non tormentare questo uccello proprio
la vigilia di Pasqua! Ivan Gavrilovi` c, torna in te!
Mi riscossi per primo e con una mossa ispirata, sottrassi il gallo
dalle mani del tizio. Il gallo si agit, urt contro la lampadina,
poi scese a terra e scomparve dietro l'angolo, l dove c'era la
dispensa della Pavlovna. E il cittadino tacque immediatamente.
Il caso era veramente straordinario, e solo per questo si concluse
favorevolmente per me. Il padrone dell'appartamento non mi disse che,

se non mi piaceva quell'appartamento, potevo cercarmene uno tutto


mio, la Pavlovna non disse che io tengo accesa la lampadina fino alle
cinque del mattino, per occuparmi di chiss quali cose, e che era
inutile che cercassi d'introdurmi l dove lei viveva. Lei aveva il
diritto di prendere a botte `surka, perch era il suo `surka. E che
io mi allevassi i miei `surka e me li mangiassi pure con la
polenta. Io, Pavlovna, se picchierete ancora `surka sulla testa in
quel modo, vi denuncer al tribunale, e voi ve ne starete dentro per
sevizie a un bambino. Questa frase che le avevo detto, era stata di
scarso aiuto. La Pavlovna minacci che avrebbe mandato una denuncia
al governo, affinch mi impiccassero. E se a qualcuno non piace, che
vadano l dove c' la gente istruita.
Insomma, questa volta niente di tutto ci. In un silenzio di tomba
tutti gli inquilini del pi famoso appartamento di Mosca si
separarono. Il proprietario dell'appartamento e Katerina Ivanovna
trasportarono lo sconosciuto sulle scale, sostenendolo sotto le
ascelle. Lo sconosciuto era paonazzo, tremava e barcollava, e in
silenzio sbarrava degli occhiacci spaventosi, da bue macellato.
Era simile alla pianta chiamata atropa belladonna.
La Pavlovna e `surka misero il gallo stremato sotto una specie di
bigoncia e lo portarono via. Katerina Ivanovna torn e raccont:
- Il mio figlio di un cane (leggi: kvartchoz (1) il marito di
Katerina Ivanovna) andato tutto buono a far spese. Dalla Sidorovna
ha anche comperato un quartino. Ha invitato Gavrily` c: andiamo,
proviamola. Tutti gli uomini sono uguali e loro se la son goduta, mi
perdoni Dio il mio peccato, neppure il prete in chiesa si tira
indietro. Non ci vuol molto a capire quel che successo a Gavrily` c. Bevono e be
vono e il mio uomo gli dice: Perch vuoi andare
al cesso col gallo, dammelo che te lo tengo. E l'altro che
impazzisce. Ah, - dice, - vuoi rubarmi il gallo? E comincia a
urlare. Lo sa Dio che cosa gli venuto!
Alle due di notte, il kvartchoz, sciolto il digiuno, ruppe tutti i
vetri, picchi la moglie e spieg la sua condotta dicendo che lei gli
rendeva insopportabile la vita. In quel momento io ero andato con mia
moglie al mattutino, e il fattaccio avvenne senza la mia
partecipazione. Gli abitanti dell'appartamento sussultarono,
tremarono e chiamarono il presidente dell'amministrazione. Il
presidente dell'amministrazione comparve subito. Con gli occhi
scintillanti e rosso come una bandiera, guard Katerina Ivanovna, blu
per le botte, e disse:
- Mi stupisco di te, Vasilij Ivany` c! Sei il capo del caseggiato e
non sei capace di andare d'accordo con tua moglie.
Fu il primo caso, nella vita del nostro presidente, in cui egli non
pot compiacersi delle sue parole. Il presidente in persona,
l'autista e il marito di Duska dovettero disarmare Vasilij Ivany` c, e
durante la lotta il presidente si fer pure alla mano. Difatti
Vasilij Ivany` c, dopo le sue parole, aveva afferrato un coltello da
cucina per tagliar la gola a Katerina Ivanovna: Cos le far vedere
io!.
Il presidente, dopo aver rinchiuso Katerina Ivanovna nel
ripostiglio della Pavlovna, disse a Ivany` c che sua moglie era
fuggita; e Vasil Ivany` c si addorment, dicendo:
- Bene, la sgozzer domani. Non sfuggir alle mie mani.
Il presidente se ne and dicendo:
- E" la vodka clandestina della Sidorovna. Una cosa vergognosa.
Alle tre di notte comparve Ivan Sidory` c. Io dichiaro
pubblicamente: se fossi un uomo e non uno straccio, butterei fuori
Ivan Sidory` c dalla sua stanza. Ma io ho paura. E" la persona pi
potente, nell'amministrazione, dopo il presidente. Forse non
riusciremo a impiccarlo (ma forse s, lo sa il diavolo). E" per

certo che lui mi avvelena del tutto l'esistenza.


Questa per me la cosa pi terribile. Se mi avvelenano l'esistenza
non posso scrivere i feuilletons, e se non scrivo i feuilletons mi
capita un crac finanziario...
- Buongiorno... cittadino giornal...ista, - disse Ivan Sidory` c,
dondolandosi come un filo d'erba al vento. Sono venuto da voi!
- Molto piacere.
- Riguardo all'esperanto...
- ?
- Scriverei una nota... un articolo... Desidero promuovere lo
sviluppo della societ... Cos: Ivan Sidory` c, esperantista,
desidera...
E ad un tratto Ivan Sidory` c si mise a parlare in esperanto (a
proposito: una lingua davvero orribile).
Non so quel che lesse l'esperantista nei miei occhi, so solo che
egli ad un tratto si rattrapp, vennero fuori delle strane parole
codamozza, simili a un miscuglio di parole russe e latine, e Ivan
Sidory` c pass a una lingua pi accessibile.
- Del resto, scusate, io domani...
- Chiediamo scusa, - risposi io gentilmente, spingendo Ivan
Sidory` c verso la porta (chiss perch egli continuava a tentare di
uscire passando per il muro).
- Non lo si pu cacciare? - chiese mia moglie, mentre usciva.
- No, carina, non si pu.
Alle nove del mattino, la festa cominci con un motivo eseguito da
Vasilij Ivanovi` c con la fisarmonica (Katerina Ivanovna danzava), e
col discorso tutto sconclusionato dell'ubriaco Mi` sa (il figlio
dell'Annu`ska), discorso rivolto a me. Mi` sa, a suo nome e a nome di altri
cittadini a me sconosciuti, esprimeva il suo rispetto per me.
Alle dieci arriv il portiere pi giovane, che aveva bevuto assai
poco; alle 10,20 arriv il portiere pi anziano (ubriaco fradicio),
alle 10,25 il fuochista (in uno stato spaventoso: taceva e tacendo
camminava. I cinque milioni che gli avevo dato li aveva persi da
qualche parte nel corridoio).
A mezzogiorno la Sidorovna dette a Vasilij Ivanovi` c un quarto di
vodka, versandone sfacciatamente tre dita di meno. Vasilij Ivanovi` c
allora, preso il vetro vuoto, si diresse da chi di dovere e denunci:
- Commerciano in vodka clandestina. Desidero che vengano
arrestati...
- Ma non ti sbaglierai? - gli chiesero, l dove si doveva. Secondo le nostre informazioni nel vostro appartamento non c'
commercio di vodka.
- Ah no? - rise amaramente Vasilij Ivanovi` c. - Le vostre parole
sono stupefacenti.
- Proprio no. E del resto come mai sei comparso qui in stato di
sobriet, se da voi c' la vodka? V, v, dormici sopra un po'"e
ritorna domani: f la denuncia e dichiara chi sono quelli che fanno
la vodka.
- Ah, comprendiamo, - disse, sorridendo sbalordito, Vasilij
Ivanovi` c, - allora da voi non c' alcuna accusa contro di loro, eh?
Allora lasciate che rubino sulla misura, eh? E riguardo al fatto che
io sia sobrio o no, provate un po'"ad annusare questa bottiglia.
Il quartino risult essere con un odore fortemente avvertibile di
olio di vodka.
- Portaci con te! - dissero a Vasilij Ivanovi` c e lui li port.
Quando Vasilij Ivanovi` c si svegli, disse a Katerina Ivanovna:
- Corri dalla Sidorovna, fatti dare un quartino.
- Torna in te, anima maledetta, - rispose Katerina Ivanovna. - La

Sidorovna l'hanno messa dentro.


- Come? Come sono riusciti a fiutarla? - si stup Vasilij
Ivanovi` c.
Io esultai. Ma non per molto. Mezz'ora dopo Katerina Ivanovna
ricomparve con un quartino pieno. Risult che una fonte fresca
sgorgava da Mikei` c, due case dopo la Sidorovna.
Alle sette di sera strappai Nata`sa dalle mani del suo sposo, il fornaio Volodja. (Non osare
toccarla! E" mia moglie! ecc").
Alle otto di sera, quando si lev l'acuto suono e cominci Annu` ska
la sua danza, mia moglie si alz dal divano e disse:
- Non ne posso pi. F quello che vuoi, ma dobbiamo andarcene di
qui.
- Figlia, - risposi disperato, - che cosa posso fare? Come faccio a
trovare una camera? Costa venti miliardi, e io ne prendo quattro.
Finch non avr finito il romanzo, non possiamo avere nessuna
speranza. Sopporta.
- Non parlo per me, - mi rispose mia moglie. - Ma tu non finirai
mai il romanzo. Mai. La vita ormai senza speranze. Io prender la
morfina.
A queste parole mi sentii diventare di ferro.
Risposi, e la mia voce era metallica.
- Tu non prenderai nessuna morfina, perch io non te lo permetter.
E il romanzo lo finir e, oso credere, sar un romanzo tale che il
cielo, per questo romanzo, si scalder.
Poi aiutai mia moglie a vestirsi, chiusi la porta a chiave e
lucchetto, chiesi a Dusja (non beve niente, all'infuori del porto) di
stare attenta che non spezzassero il lucchetto, e condussi mia moglie
da sua sorella, oltre la Nikitskaja, per una festa di tre giorni.
Conclusione
Ho un progetto. Nel corso di due mesi proceder al prosciugamento
di Mosca, se non al completo, almeno al 90%.
Condizioni: io sar il capo. Lo stato maggiore degli aiutanti lo
sceglier fra gli studenti. Non necessario che lo stipendio sia
molto elevato (un 400 rubli oro: la causa lo giustifica). Cento
persone. A me un appartamento di tre stanze pi cucina e
contemporaneamente mille rubli oro. La pensione a mia moglie, nel
caso mi uccidano. Pieni poteri incondizionati. Su mio ordine,
arrestare immediatamente. Processo e sentenza entro ventiquattro ore,
e nessuna sostituzione della pena con una multa.
Distrugger tutte le Sidorovne e tutti i Mikei` c e di riflesso sar
la disfatta di tutti gli Angoletti, Fiori di Georgia, Castelli di
Tamara e luoghi simili.
Mosca diverr come il Sahara, e nelle oasi, sotto le insegne
luminose Aperto fino alle 12 si vender solo vino rosso e bianco
leggero.
NOTE:
(1) Responsabile (ex padrone) d'appartamento (n" d'c").
Il salmo
Dapprima pare che sia un topo che gratta alla porta. Poi si sente
una vocina molto gentile:
- Si pu entrare?
- Certo che si pu.
I cardini della porta cantano.
- Su v a sederti sul divano.
(Dalla porta) - Come faccio a camminare sul parquet?

- Cammina pian pianino, senza strisciare i piedi. Allora, che c'


di nuovo?
- Mmm, niente.
- Scusa un po', ma chi era quello che frignava questa mattina in
corridoio?
(Una lunga pausa) - Ero io.
- Perch?
- Le ho prese dalla mamma.
- Perch?
(Una pausa piena di tensione) - Avevo morsicato l'orecchio di
`surka.
- Ma guarda un po'.
- La mamma dice che `surka un birbante. Mi stuzzica sempre, e poi
mi ha preso un copeco.
- Non importa; non esiste mica una legge per cui si deve morsicare
la gente a causa dei copechi. Sei proprio un bambino sciocco.
(Offeso) - Non voglio pi vederti.
- Non necessario.
(Pausa) - Verr il pap e glielo dir. (Pausa) Ti sparer.
- Ah, cos? E allora non ti far il t. Perch dovrei? Tanto mi
spareranno.
- No, devi farlo.
- E tu berrai con me?
- Con i dolci? Davvero?
- Garantito.
- Allora lo berr.
Due corpi umani, uno grande e uno piccolo, accovacciati.
La teiera bolle con un soffio musicale, e un cono di luce chiara
batte sulla pagina di Jerome Jerome.
- Hai dimenticato la poesia, naturalmente.
- No, non l'ho dimenticata.
- Dilla.
- Mi com... Mi comprer delle scarpette...
- Per il frac.
- Per il frac, per cantar tutte le notti...
- Un salmo.
- Un salmo e un cane ti porter...
- Non importa...
- Non importa: in qualche modo, cos...
- Vivremo ancor...
- In qualche modo vivremo ancor...
- Proprio cos. Bolle il t. Su che beviamo. Vivremo ancor...
(Profondo sospiro) - Vivremo
aancor...
Suono. Jerome. Vapore. Cono. Il parquet scintilla.
- Tu sei solo.
Jerome cade sul parquet. La pagina si spegne.
(Pausa) - Chi te l'ha detto?
(Docile chiarezza) - La mamma.
- Quando?
- Quando ti ha cucito il bottone. Te lo cuciva. Cuce e cuce, e
parla con Nata` ska...
- Cos... Aspetta, aspetta un po'... Non girarti cos, se no ti
scotto... Oh!
- E" molto caldo, oh!
- Prendi il dolce che vuoi.
- Voglio questo qui, grosso.
- Soffia, soffia, e non agitare le gambe.
(Una voce femminile, da fuori) - Slavka!
Bussano alla porta. I cardini cantano familiarmente.

- E" ancora qui da lei! Slavka, vieni a casa!


- No, no, stiamo bevendo il t, io e lui.
- Ma se ne ha bevuto poco fa.
(Sincerit tranquilla) - Io... non l'ho bevuto.
- Vera Ivanovna, beva anche lei un po'"di t.
- Grazie. Poco fa...
- Su, su, non la lascio certo andar via...
- Ho le mani bagnate. Sto appendendo la biancheria.
(Un difensore non richiesto) - Non costringere la mamma a restare.
- Su, va bene, non la costringer... Vera Ivanovna, sieda.
- Aspetti, finisco di appendere la biancheria e ritorno.
- Meraviglioso. E io non spengo il fornello.
- E tu, Slavka, finisci di bere e poi vieni a casa. A dormire. La
disturba.
- Io non disturbo. Non sporco.
I cardini cantano spiacevolmente. Coni di luce in varie direzioni.
La teiera silenziosa.
- E tu vuoi gi dormire?
- No, non voglio. Raccontami una favola.
- Ma se hai gi gli occhietti che si chiudono.
- No, non si chiudono. Racconta.
- S, vieni qui. Metti qui la testa. Cos. Una fiaba? Quale ti devo
raccontare?
- Quella del bambino che...
- Del bambino? Eh, una fiaba difficile. Ma per te, la racconto.
Ecco, proprio cos. C'era una volta un bambino. S, piccolo. Aveva
circa quattro anni. A Mosca. Con la mamma. E si chiamava Slavka.
- Oh! Come me?
- Era abbastanza bello, ma, purtroppo, eh s, purtroppo, era un
grande attaccabrighe. E picchiava con tutto, con i pugni, con i piedi
e persino con le soprascarpe. Una volta, su per le scale, una bambina
del numero otto, una bambina bravissima e bella, e lui a picchiarle
la faccia con un libretto...
- E" stata lei ad attaccar lite...
- Aspetta un po': non sto mica parlando di te.
- Un altro Slavka?
- Certo: un altro. Dove mi sono fermato? Ah s. Naturalmente questo
Slavka lo punivano tutti i giorni, perch non si possono permettere
tutte quelle baruffe. Ma Slavka non cambiava. Successe che un bel
giorno Slavka litig con `surka, un altro bambino, e senza pensarci
su due volte, gli prende l'orecchio con i denti. E mezzo orecchio
viene via. Qui successe il finimondo: pianti e urla, `surka grida,
Slavka le prende, e grida e piange pure lui... Com' come non ,
riuscirono a incollare a `surka l'orecchio: con la colla. Slavka,
naturalmente, lo mettono in un angolo. E, ad un tratto, suona il
campanello. Compare un signore sconosciuto, con un'enorme barba rossa
e gli occhiali azzurri, che chiede con voce grossa: Scusate, abita
qui un certo Slavka?. Slavka risponde: Sono io, Slavka. Beh,
Slavka, io sono l'ispettore di tutti gli attaccabrighe, e devo
portarti lontano da Mosca, mio stimato Slavka. Nel Turkestan. Slavka
vede che le cose si mettono male e si pente sinceramente.
Confesso - dice - sono stato io ad attaccar lite, e sulla scala ho
giocato con i copechi, e alla mamma ho detto delle spaventose bugie,
perch le ho giurato che non avevo giocato... Ma non lo far pi.
Incomincia per me una nuova vita. Se cos, - dice l'ispettore, la faccenda cambia. Allora ti meriti una ricompensa per la sincerit
della tua confessione. E port immediatamente Slavka nel magazzino
dove si distribuivano le ricompense. Slavka vide una grande quantit
di cose di ogni genere. Palloncini, automobiline, aeroplani, palle a
strisce, biciclette, tamburi. Dice l'ispettore: Scegli quello che

l'animo tuo desidera." Ma io ho dimenticato quello che Slavka


scelse...
(Una voce di sonno, profonda) - Una bicicletta.
- S, s, ora ricordo. Una bicicletta. Slavka sal subito sulla
bicicletta e corse direttamente al Kuznetskij Most. Corre e suona la
trombetta, e la gente sta sul marciapiede, si meraviglia: Che
persona straordinaria questo Slavka. E se va a finire sotto
un'automobile?.
Ma Slavka suona e d i segnali e grida ai vetturini: Tieni la
destra!. I vetturini volano, le automobili volano, Slavka strombetta
che un piacere, vengono i soldati, suonano una marcia, e rintronano
le orecchie.
- Di gi?
Cantano i cardini. Corridoio. Porta. Braccia bianche, nude, fino al
gomito.
- Dio mio: ora lo spoglio.
- Venga. L'aspetto.
- E" tardi.
- No, no, non voglio sentire niente.
- D'accordo.
Coni di luce. Si sente suonare. Fate pi luce, stoppini! Jerome non
necessario: sta sul pavimento. Alla finestrella di mica della stufa
a petrolio un piacevole inferno. Canter un salmo tutte le notti. In
qualche modo vivremo. S, sono proprio solo. Il salmo triste. Io
non so vivere. Le cose pi tormentose nella vita sono i bottoni. Si
staccano, saltano via, come se marcissero. Ieri ne saltato uno dal
gil. Oggi un altro dalla giacca, e uno dai pantaloni, dietro. I
bottoni non mi lasciano vivere, ma nonostante ci vivo e capisco. Lui
non torner. Non mi sparer. Lei aveva detto una volta a Nata`ska: Presto torner mio marito, e andremo insieme a Pietroburgo.
Non torner per niente. Non torner, credetemi. Manca da sette mesi e
io ho visto, per caso, tre volte, lei che piangeva. Come nascondere
le lacrime? Ma certo che lui ha perduto molto, abbandonando quelle
braccia bianche, calde. Fatti suoi, ma io non capisco come abbia
potuto dimenticare Slavka...
Con che gioia cantano i cardini!
Non ci sono coni. Al finestrino tenebra nera. La teiera da molto
silenziosa.
La luce della lampada guarda con mille piccoli occhi attraverso il
raso del paralume.
- Lei ha delle dita meravigliose. Dovrebbe fare la pianista.
- Andr, s, a Pietroburgo e riprender a suonare.
- Lei non andr a Pietroburgo, Slavka ha sul collo dei ricciolini
uguali ai suoi. E io sono molto triste, lo sa? E una angoscia
profonda... E" impossibile vivere. E i bottoni, bottoni
dappertutto... Bot...
- Non mi baci... Non mi baci... Devo andare. E" tardi.
- Lei non se ne andr. L comincerebbe ancora a piangere. Lo fa
sempre.
- Non vero. Non piango. Chi gliel'ha detto?
- Lo so io. Lo vedo. Lei pianger, e io sono triste, triste...
- Che faccio... che fa...
Non ci sono coni... La lampada non fa pi luce attraverso il raso
dell'abatjour... Buio, buio.
Non ci sono bottoni. Comprer a Slavka una bicicletta. Non mi
comprer scarpette per il frac, n canter salmi di notte. Beh, in
qualche modo, vivremo ancor.
Quattro ritratti

- Signori, prego - disse gentilmente il padrone di casa, e accenn


con gesto regale al tavolo. Non ci facemmo pregare una seconda volta,
ci mettemmo a sedere e spiegammo i tovaglioli, rigidi di inamidatura.
Eravamo in quattro: il padrone di casa, exavvocato, un suo cugino,
exavvocato anche lui, una cugina vedova, exconsigliere di stato
effettivo, che aveva poi preso servizio al Sovnarchoz, e adesso era
semplicemente Zinaida Ivanovna: ed io, l'ospite, un ex... ma perch
poi? che cosa importa??? e attualmente individuo senza una ben
definita occupazione.
Il primo sole d'aprile batteva alla finestra e giocava col suo
scintillio sui bicchieri.
- Ecco la primavera, grazie a Dio; l'inverno mi aveva proprio
stufato - disse il padrone di casa prendendo con tenerezza il collo
di una caraffina.
- Non me ne parlate! - esclamai e, presa dalla scatola
un'acciughina, le tolsi in un batter d'occhio la pelle, non senza
avere nel frattempo spalmato di burro un panino che ricoprii poi col
corpo schiacciato dell'acciuga stessa; e, mettendo in mostra con
gentilezza la mia dentatura in direzione di Zinaida Ivanovna,
soggiunsi:
- Alla vostra salute!
E accostammo i nostri bicchieri.
- Non forse un po'... leggerina? - s'inform con sollecitudine il
padrone.
- E" perfetta - risposi, riprendendo respiro.
- E" un po'... come dire... un po'"leggerina - osserv Zinaida
Ivanovna.
Gli uomini protestarono in coro, e bevemmo il secondo bicchiere. La
cameriera port la zuppiera con la minestra. Dopo il secondo
bicchiere, un divino calore si impadron della mia persona e un senso
di benessere mi strinse nel suo abbraccio. Da quell'istante cominciai
ad amare il padrone di casa, e suo cugino, e a scoprire che,
nonostante i suoi trentotto anni, Zinaida Ivanovna era ancora molto,
ma molto in forma, e che la barba di Karl Marx, appeso proprio in
faccia a me accanto a una mappa delle ferrovie, non era poi cos
grande come di solito si pensava. La comparsa di Karl Marx
nell'appartamento dell'avvocato, che lo detestava con tutta l'anima,
aveva una storia. Eccola.
Il padrone di casa era uno degli uomini pi ingegnosi di Mosca, se
non addirittura il pi ingegnoso; era stato forse il primo a capire
che la situazione attuale andava affrontata con arte, seriet e
tenacia, per cui si era installato in quell'appartamento non cos
come capita, ma con un certo criterio. Anzitutto si era rivolto a
Terentij, e Terentij gli aveva messo tutto a soqquadro, erigendo nel
bel mezzo della sala da pranzo una specie di mausoleo in terracotta.
Lo stesso Terentij aveva praticato nei muri dei grossi buchi,
attraverso i quali aveva fatto passare dei tubi altrettanto grossi.
Dopodich il padrone di casa, molto soddisfatto dell'opera di
Terentij, aveva dichiarato:
- Possono anche chiuderlo, il loro riscaldamento centrale, quei
banditi! - e si era recato in via Plju`s` cich. Qui aveva prelevato Zinaida Ivanovna, e l'aveva insediata
nella sua ex camera da letto, sul lato soleggiato della casa. Il
cugino era arrivato da Minsk tre giorni dopo, e anche lui era stato
ben accolto e sistemato nell'ex salotto (a destra nel corridoio),
dove il padrone di casa aveva fatto installare per lui una piccola
stufa nera. Nel frattempo aveva immagazzinato nella biblioteca (nel
corridoio, in fondo) quindici pud di farina, aveva chiuso a chiave la
porta e ci aveva messo sopra un tappeto; contro il tappeto aveva poi

appoggiato un piccolo scaffale, occupandone gli scomparti con


bottiglie vuote e vecchi giornali: cos la biblioteca era
letteralmente sparita e nemmeno il diavolo sarebbe pi riuscito a
scoprirne l'ingresso. Pertanto, di sei camere che c'erano, ne
rimanevano solo tre. In
una si era sistemato lui stesso, con la scusa di un vizio cardiaco,
e aveva tolto la porta che divideva le due stanze superstiti, la
camera degli ospiti e lo studio, trasformandole in
uno stranissimo doppio vano.
Non si trattava di un vano unico, perch in effetti erano due; ma
viverci come se fossero stati due non era possibile, tanto che nel
primo (la camera degli ospiti) proprio sotto la statua di una donna
nuda e a fianco del pianoforte aveva messo un letto, e aveva chiamato
Sa` sa dalla cucina dicendole: - Quando verranno quelli l, dovrai
dirgli che dormi qui.
Sasa, sorridendo con aria di complicit, aveva annuito.
Aveva poi tappezzato la porta dello studio con tutta una serie di
ordinanze, dalle quali risultava che lui, in qualit di consulente
giuridico dell'ente tal dei tali, aveva diritto a un "vano
supplementare. Nel vano supplementare aveva issato tali barricate
(due scaffali pieni di libri, una vecchia bicicletta senza
moltiplica, delle sedie con chiodi sporgenti, e tre ceste) che
anch'io, pur conoscendo benissimo l'appartamento, alla prima visita
dopo la sua trasformazione in assetto di guerra, mi ero sbucciato
entrambi i ginocchi, escoriato la faccia e le mani e strappato la
giacca davanti, e anche dietro, nella zona delicata.
Sul pianoforte aveva incollato la dichiarazione che Zinaida
Ivanovna
era insegnante di musica, e sulla porta della sua stanza la
dichiarazione che prestava servizio al Sovnarchoz; sulla porta del
cugino, un'altra dichiarazione da cui risultava che era un
segretario. Andava egli stesso ad aprire dopo la terza scampanellata,
mentre Sa` sa correva a sdraiarsi sul letto, accanto al pianoforte.
Per tre anni vari personaggi in soprabito grigio o in palt nero
smangiato dalle tarme e ragazzotte con cartelle, e vestite di
incerati da pioggia, avevano fatto irruzione nell'appartamento come
fanterie all'assalto di una postazione, senza riuscire a combinare un
accidente.
Tornato dopo tre anni a Mosca, da dove ero partito un po'"a cuor
leggero, avevo trovato tutte le cose come prima, salvo un lieve
dimagrimento del padrone di casa, che si dichiarava per
letteralmente esausto. Proprio allora egli aveva comprato i quattro
ritratti. Il ritratto di Luna` carskij l'aveva messo nella camera
degli ospiti, bene in evidenza, in modo che il commissario del popolo
potesse essere visto da tutti i punti della stanza. In sala da pranzo
aveva sistemato il ritratto di Marx, mentre nella stanza del cugino,
su un bellissimo com giallo con specchiera, aveva affisso con delle
puntine il ritratto di Trotskij. Trotskij vi appariva in pincenez,
secondo tutte le regole, e con un sorriso benevolo sulle labbra: ma
nel momento in cui il padrone di casa aveva perforato l'immagine con
quelle quattro puntine mi era sembrato che il volto di Trotskij si
accigliasse; e cos accigliato era rimasto. Poi il padrone di casa
aveva estratto da una cartella un ritratto di Karl Liebknecht, e si era diretto
verso la stanza della cugina. Ma costei,
venendogli incontro sulla porta e mettendosi le mani sui fianchi
fasciati da una giacca a strisce, aveva esclamato:
- Ci mancava anche questo! Finch io vivo, Aleksandr Poly` c, nella
mia stanza non ci sar nessun Marat e nessun Danton!
- Zin... che c'entra Marat... - lui aveva tentato di dire; ma
quell'energica donna l'aveva gi preso per le spalle e sbattuto

fuori. Sicch l'uomo si era pensierosamente rigirato tra le mani la


stampa colorata e l'aveva rimessa in archivio.
Di l a mezz'ora c'era poi stato un nuovo assalto. Alla terza
scampanellata, accompagnata da un tempestare di pugni sulla porta
padronale dai variopinti vetri, il padrone di casa, dopo aver
indossato al posto della giacca un giubbotto da campagnolo, aveva
aperto a tre persone.
Due indossavano un palt grigio, e il terzo l'aveva nero, con una
cartella rossiccia.
- Ci sono delle stanze qui... - disse il primo personaggio in
grigio, volgendo vagamente lo sguardo verso il corridoio. Il padrone
di casa, con senso di preveggenza, non aveva acceso la luce, sicch
gli specchi, gli attaccapanni, le preziose sedie di pelle, e le corna
di renna apparivano come galleggianti nel semibuio.
- Ma che dite, compagni!! - sospir il padrone di casa, battendo le
mani l'una con l'altra. - Di quali stanze parlate? Credetemi, solo
questa settimana sono venute altre sette commissioni prima di voi.
Controllate pure! Non solo non c' nessuna stanza in pi, ma lo
spazio addirittura insufficiente. Permettete che vi mostri, - ed
estrasse di tasca un foglietto.
- Io dovrei disporre di tredici metri quadri supplementari, mentre
ne ho appena undici e mezzo. Da dove, mi domando, prender il metro e
mezzo che mi manca?
- Beh, vedremo - disse tenebrosamente il secondo tipo in grigio.
- Prego, compagni!...
Ed ecco che proprio l di fronte si lev Luna` carskij.
I tre rimasero a bocca aperta al cospetto del commissario del
popolo.
- Chi abita qui? - chiese il primo dei due grigi indicando il
letto.
- La compagna Epi` sina, Aleksandra Ivanovna.
- Chi ?
- Una lavoratrice tecnica, - rispose il padrone con soave sorriso.
- E" una specialista della stiratura.
- Ma non la vostra domestica? - incalz con aria sospettosa
l'uomo in nero.
Per tutta risposta il padrone di casa si mise a ridere
convulsamente.
- Ma che dite, compagni? Sono forse un borghese io? Come farei ad
avere una domestica? Qui non bastano nemmeno per mangiare, figurarsi
per una domestica...
- E qui? - si inform laconicamente l'uomo in nero indicando
l'apertura nello studio.
- Questo lo spazio supplementare di undici metri quadri e mezzo,
per le necessit del servizio del mio ente, - rispose il padrone
tutto d'un fiato.
Il tipo in nero si diresse immediatamente nello studio in penombra,
ma dopo un secondo rovin sul pavimento con enorme fracasso e io
potei percepire che, nella caduta, aveva battuto la testa contro la
catena della bicicletta.
- Ecco, vedete, compagni, - disse cupamente il padrone. - Ve lo
avevo detto, io: si sta stretti da morire.
Il tipo in nero riemerse da quella tana di lupo col viso tutto
graffiato e i pantaloni lacerati all'altezza di entrambi i ginocchi.
- Vi siete fatto forse male? - domand spaventato il padrone.
- Ma... nonon... sss... per... ecco... bla... bla - borbottava
in modo incomprensibile il nero.
- Qui sta la compagna Nasturtzina, - inform il padrone indicando.
- E qui sto io, - e fece un ampio cenno in direzione di Karl Marx.
Lo stupore cresceva sui volti dei tre.

- E qui sta il compagno `s` cerbovskij - e indic trionfalmente in direzione di T


rotskij.
I tre guardarono terrorizzati il ritratto.
- Ma forse un membro del partito? - chiese il secondo personaggio in grigio.
- No, non un membro del partito, - disse il padrone di casa con un sorriso mell
ifluo. - E" un
simpatizzante, un comunista nell'anima. Come del resto anch'io... In
questa casa
abitano solo dei lavoratori, compagni.
- Responsabili, simpatizzanti... - borbott accigliato il tipo in
nero sfregandosi un ginocchio. - Ma qui ci sono dei com con specchi,
roba di lusso.
- Di lusso?! - esclam sospirando il padrone. - Ma che dite,
compagni!! Qui dentro ci sono gli ultimi avanzi di biancheria, a
brandelli. La biancheria, compagni, un genere di necessit! - e
s'infil una mano in tasca per prendere la chiave, ma subito si
trattenne, impallidendo al ricordo che proprio il giorno prima, tra i
brandelli della biancheria, aveva nascosto sei sottocoppe d'argento.
- La biancheria, compagni, un genere di pulizia. Anche i nostri
amati governanti - e accenn ai ritratti - non cessano di ammonire
continuamente il proletariato sulla necessit di curare l'igiene. Le
epidemie... il tifo... la peste... il colera... Non capiremo mai
abbastanza che l'unica salvezza il tenersi puliti, cari compagni.
Il nostro capo... - qui mi parve che un tremito di disgusto
attraversasse l'effigie di Trotskij e che le sue labbra si
schiudessero come a voler dire qualcosa. La stessa impressione
dovette averla anche il padrone di casa, perch di colpo ammutol e
si mise a parlare d'altro. - Qui, compagni, c' il gabinetto, e
questo il bagno. Ma ovviamente guasto; come vedete, c' appena un
baule con degli stracci. Non tempo di bagni. La cucina fredda:
non tempo di cucine. Cuciniamo sul fornello a petrolio. Che cosa
fate voi qui in cucina, Aleksandra Ivanovna? C' una lettera per voi
in camera vostra. Ecco, questo tutto, compagni. Sto pensando che
dovr fare domanda per una stanza supplementare: capirete che
troppo fastidioso dover sbattere sempre le ginocchia. A chi bisogna
rivolgersi per ottenere un altra stanza in questa casa?
All'amministrazione?
- Andiamo, Stepan - disse il primo tipo in grigio, con un gesto di
disappunto; e tutti e tre si avviarono al corridoio con scalpiccio di
stivali.
Quando non si ud pi per le scale il rumore dei passi, il padrone
si abbandon su una sedia.
- Ecco, godetevela, - grid. - E questo succede ogni santo giorno!
Parola d'onore che mi faranno morire!
- Ihihi! - ridacchi poi e grid allegramente: - Sa` sa, il
samovar!...
Questa fu la storia dei ritratti e in particolare di quello di
Marx. Ma ritorniamo al nostro racconto...
Dopo la minestra, mangiammo del filetto stroganov, bevemmo un
bicchiere di buon bianco, e Sa` sa serv il caff. Ma in quel momento
si ud dallo studio uno smorto squillo di telefono.
- Margarita Michajlovna, certamente, - fece con un radioso sorriso
il padrone e si precipit nello studio.
- S... pronto! - si sent dallo studio e dopo tre secondi una
specie di mugolio. - Come?!
Il ricevitore cadde con un rumore sordo e di nuovo si ud il
mugolio:
- Vladimir Ivanovi` c! E io che avevo tanto pregato! Siamo tutti
implicati! Com' possibile?
- Ahi, ahi! - esclam la cugina. - L'hanno forse punito?

Si sent deporre il ricevitore e il padrone di casa riapparve sulla


soglia.
- L'hanno punito? - grid la cugina.
- Complimenti, - rispose il padrone con rabbia. - Lui ha punito
voi, mia cara.
- Come?! - la cugina si lev in piedi col viso tutto chiazzato di
rosso. - Non ne hanno il diritto! L'avevo gi detto che a quel tempo
ero in servizio.
- L'avevo detto, l'avevo detto! - la scimmiott il padrone. - Non
bisognava parlare, ma fare attenzione a ci che quel mascalzone
scriveva nell'elenco! E tu - girandosi verso il cugino - te l'avevo
detto di andare a vedere! E adesso bel risultato: ci ha segnati tutti
e tre.
- Sei uno stupido, - rispose il cugino, col sangue alla testa. Che cosa c'entro io? Gliel'avevo detto due volte a quella canaglia di
segnarmi come gi in servizio!
- La colpa tua! Sei tu che lo conosci. Glielo dovevi chiedere tu!
- E" un porco e non un conoscente! - tuon il padrone di casa. - E
si chiama anche amico, sciagurato vigliacco! Vuole scaricarsi di ogni
responsabilit.
- E quanto ci verr a costare? - domand la cugina.
- Sui cinquecento rubli!
- E perch solo a me questa multa? - protest la cugina.
- Non preoccuparti! - rispose il padrone sarcasticamente. Toccher anche a me e a lui. Non sono ancora arrivati probabilmente
alle nostre lettere alfabetiche. Solo che se a te dnno una multa di
cinquecento, pensa un po'"di quanto la daranno a me!
- Beh, non c' ragione di starsene seduti! Vestiamoci e andiamo
dall'ispettore del distretto. Gli spiegherete che si tratta di un
errore.
- Ci vengo anch'io, e di corsa!
La cugina si precipit fuori dalla stanza.
- Ma cosa significa questo? - gemette dolorosamente il padrone.
- Qui non ci dnno tregua n respiro. Se non arrivano dalla porta,
arrivano col telefono! Non ti liberi delle commissioni che subito ti
beccano con le tasse. Fin quando durer questa musica? Che cos'altro
tireranno fuori?!
E rivolse gli occhi a Karl Marx, ma lui se ne stava l immobile e
taciturno, con una faccia che sembrava voler dire: - E io cosa
c'entro?!
I bordi della sua barba s'indoravano al sole d'aprile.
Parte terza

La notte del tre


Il pan kurennoj (1) alla luce accecante del lampione risplendeva di
brina come un babbo natale, e urlava in una lingua selvaggia, formata
da un miscuglio di parole russe, ucraine e inventate da lui stesso.
- In c... a Dio e a tua madre!!! Togliti gli stivali, lurido porco,
adesso te lo faccio vedere io! Togliteli, maiale, canaglia! E se i
piedi non sono gelati, ti fucilo l'anima, Dio e tua madre in c...
Il pan kurennoj agit la mauser, la rivolse contro la stella
Venere, sospesa sulla Slobodka, (2) e premette il grilletto. Un lampo
obliquo tagli cinque volte l'aria, cinque volte echeggi lo sparo
allegramente dalla mano del pan kurennoj, e cinque volte l'eco
scherzosa lo rimand, prendendo l'are, negli spazi ghiacciati:

tractacactacdac!
Poi buttarono gi dal ponte il futuro libero docente e specialista
qualificato dottor Bakalejnikov. I cosacchi si agitarono come un
gregge impazzito, i loro mantelli, che sembravano vestaglie da
ospedale, stavano su di loro come un muro nero, il parapetto marcio
gracchi, si spacc e il dottor Bakalejnikov, con uno strido, cadde,
come un sacco di segale.
S, la neve fredda. Ma se si cade dall'altezza di oltre sei
metri, da un ponte, e si va a finire in un mucchio senza fondo,
allora calda come l'acqua bollente.
Il dottor Bakalejnikov si conficc nella neve come un temperino,
spacc la crosta sottile e, sollevando una nube bianca alta due
metri, affond fino alla gola. Gli manc il respiro, si rovesci su
un fianco, ancor pi a fondo, sollev con uno sforzo disumano una
seconda nube, sent l'acqua bollente sulle guance, sul collo, e per
un qualche miracolo riusc a strisciar fuori. All'inizio fino al
petto, poi alle ginocchia, alle caviglie (sent l'acqua bollente nei
pantaloni) e, finalmente, la scarpata solida, ghiacciata.
Su questa il dottore fece, contro
ogni sua volont, una gran piroetta, si scortic a sangue la mano
sinistra contro un filo spinato e si sedette sul ghiaccio.
Dal ponte la mauser abbai due volte, poi ci fu un gran rumore e
calpestio. E, un piano pi su, la notte divina, di velluto, con i
suoi sfavillii di diamante.
Il dottore rivolse alle stelle tremolanti il suo volto, con le
ciglia folte, bianche di neve, e alle stelle incominci il suo
discorso, sputando neve dalla bocca:
- Sono un imbecille. Un animale meschino e cretino.
Gli vennero le lacrime agli occhi, al dottore, e continu a parlare
alle stelle e alle luci baluginanti di Slobodka:
- Agli imbecilli bisogna insegnare la lezione. E cos a me.
Con la mano intirizzita cerc il fazzoletto nella tasca dei
pantaloni, lo tir fuori e se lo avvolse intorno alle dita. Sul
fazzoletto si form una striscia nera. E il dottore continu, rivolto
al cielo incantato:
- Dio mio, se esisti, fa che i bolscevichi compaiano a Slobodka.
Subito, adesso.
Guardando avidamente le luci gialle amichevoli delle case
sprofondate nella neve lontana, il dottore fece un profondo sospiro:
- Io, per le mie convinzioni, sono un monarchico. Ma in questo
momento sono necessari i bolscevichi. Al diavolo! Mi sono scorticato
bene! Farabutti! Dio mio, fa che i bolscevichi, uscendo da quella
nera notte si buttino sul ponte verso Slobodka!
Il dottore sospir di piacere, immaginandosi i marinai nelle loro
giubbe nere. Eccoli che volano come un uragano e le vestaglie da
ospedale si sparpagliano correndo impazzite. Rimangono il pan
kurennoj e quella scimmia schifosa, il colonnello Ma` s`cenko. Tutti e
due cadono in ginocchio.
- Fate la grazia! - guaiscono.
Ma il dottor Bakalejnikov si fa avanti e dice:
- No, compagni, no! Io sono monar... Ma che c'entra... Io sono
contro la pena di morte, ecco. Contro, proprio contro. Karl Marx,
devo confessarlo, non l'ho mai letto, e del resto non lo capirei,
inoltre egli il responsabile di questo casino, ma questi due
bisogna ucciderli, come cani rabbiosi. Sono dei farabutti. Degli
ignobili massacratori e sciacalli.
- Ah, cos, - rispondono con durezza i marinai.
E il dottor Bakalejnikov continua:
- Ss, ccompagni, io stesso li fuciler!
Il dottore si trova tra le mani una rivoltella da marinaio. Mira.

Nella testa. Al primo. Nella testa. Al secondo.


A questo punto la neve nel colletto gli si sciolse e lui sent un
serpente di freddo nella schiena. Cos il dottor Bakalejnikov si
riscosse. Tutto avvolto in polvere di neve, scintillante e
sfavillante, strisci su per la scarpata fino al ponte. La mano gli
doleva insopportabilmente e in testa gli suonavano campane.
Le vestaglie formavano un semicerchio. Le folle grigie fuggivano
davanti a loro e sparivano nella misteriosa Slobodka. A due passi
dalla mitragliatrice sulla neve calpestata stava seduto un cosacco
senza berretto, e, guardando ottusamente per terra, si stava
togliendo gli stivali. Il pan kurennoj, con la mano sinistra
appoggiata sul fianco, agitava la mauser ritmando con le sue parole:
- Togliteli, togliteli, rompicoglioni, - diceva.
Sulla sua faccia rotonda, foruncolosa, c'era una fredda decisione.
I ragazzi, con gli elmi a forma di tazza sulla testa, a bocca aperta,
osservavano il cosacco. Una bruciante curiosit ardeva nelle fessure
dei loro occhi.
Il cosacco lavor a lungo. Finalmente lo stivale, con un buco,
usc. Sotto lo stivale c'era una pezza da piedi nero grigiastra,
indurita. Quei diciotto mesi di piombo e di ferro passarono tutti sul
dottore, mentre il cosacco si toglieva la fascia gelata.
- Lo ammazzer, lo ammazzer... - rintronava nella testa del
dottore. - I piedi sono intatti, a questo imbecille. Signore, ma
perch tace?
Qualcosa che non era n sospiro n rimbombo di voci usc dalla
bocca dei petljuriani.
Finalmente il cosacco aveva tolto la pezza schifosa; e lentamente
con le due mani sollev il piede fin sotto il naso del pan kurennoj.
Sporgeva un piede deforme, bianco, completamente congelato.
Una nube confusa di smarrimento cancell la decisione dal volto del
pan kurennoj. Le bianche ciglia si aggrottarono.
- Che vada all'ospedale. Lasciatelo.
Le vestaglie si scostarono, e il cosacco si avvi sul ponte,
zoppicando. Il dottor Bakalejnikov guardava l'uomo col piede nudo e
con gli stracci e lo stivale tra le mani, e un'invidia bruciante gli
trafisse il cuore. Eccolo, ora se ne va verso la citt, lui! Arde su
in alto oltre il fiume la croce di San Vladimiro, e nel cielo
balugina il pallido riflesso fosforescente dei lampioni. A casa. A
casa. Dio mio! Oh pace! Oh tranquillit beata!
Un grido ferino irruppe improvvisamente da un edificio bianco. Un
grido e poi un rumore cupo.
- Stanno frustando un ebreo, - risuon una voce, sommessa e densa.
Bakalejnikov si immobilizz nella sua polvere di gelo, e ondeggiarono
davanti a lui ora il muro bianco e le occhiaie nere delle finestre
senza vetri, ora qualcosa con gli zigomi larghi, che ricordava
confusamente un volto umano, coperto da una tazza tedesca di colore
grigio.
Sembrava che nell'edificio battessero un tappeto. E il grido
aument, divenne cos forte che pareva che tutta Slobodka
riecheggiasse dell'urlo di mille uomini.
- Ma che succede? - la voce di qualcuno risuon forte e aspra. Solo
quando quella cosa dagli zigomi larghi si venne a trovare vicino a
Bakalejnikov, egli cap che si trattava della propria voce, e si rese
conto chiaramente che, se quell'ululato umano fosse durato ancora un
secondo, lui con cuore leggero e gioioso avrebbe piantato le unghie
nella bocca di quella cosa dagli zigomi larghi e l'avrebbe lacerata a
sangue. La cosa, che aveva gli occhi spalancati fino
all'inverosimile, indietreggiava nella nebbia.
- Perch lo picchiate?
Al futuro libero docente non successe niente di irreparabile solo

perch un gran rumore dal ponte sommerse il grido e i colpi, e un


vortice d'acqua avvolse sia il muso con l'elmo, sia lo stesso
Bakalejnikov.
Una nuova folla di disertori, cosacchi e hajdamaki (3) si
affrettava confusamente dalle fauci di Slobodka verso il ponte. Il
pan kurennoj, indietreggiando, sped quattro pallottole, al di sopra
delle teste, verso la nera imboccatura.
- Divisione azzurra! Avanti! - come un colpo di mazza risuon la
voce del colonnello Ma` s`cenko. Il berretto con la calotta rossa si
agit, lo stallone, premuto dalle vestaglie nere, nitrendo a causa
della spazzola di baionette che avanzavano e lo stringevano, si
impenn.
- Un passo indietro!
Il battaglione nero della divisione azzurra rimbomb con le sue
centinaia di piedi e, incanalato tra le tenaglie dei sottufficiali a
cavallo, spazz via gli ultimi resti del parapetto provvisorio di
legno, irruppe nella nera imboccatura, cacci davanti a s la folla
di cosacchi impazziti. In mezzo a tutto quel frastuono si sentiva
confusamente il grido:
- Viva il batko Petljura!
Oh materne, stellate notti ucraine! Oh pace e benedetta
tranquillit!
' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' ' '
Alle nove, mentre la nera schiera cacciava davanti a s anche il
rispettabile dottore e mandava praticamente tutto al diavolo, in
citt, di l dal fiume, nell'appartamento di propriet del dottor
Bakalejnikov, regnavano la pace usuale delle cose e il turbamento
delle anime. Varvara Afanasevna, la moglie del dottore, correva da
una nera finestra all'altra, guardava o tentava di guardare
continuamente fuori, come cercando di scorgere in quella nera
caligine densa, solo interrotta da rare luci, il marito e Slobodka.
Kolka Bakalejnikov e Jurij Leonidovi` c la seguivano alle calcagna.
- Smettila, Varja! Perch ti agiti e ti inquieti cos? Non gli
successo niente. Certo, un imbecille, perci voluto andare, ma
penso che sappia anche squagliarsela!
- In nome di Dio, ma non succeder niente, niente! - conferm Jurij
Leonidovi` c, mentre ciuffi variopinti si rizzavano sulla sua testa.
- Voi cercate solo di confortarmi!... Loro se lo porteranno in
Galizia, adesso.
- Ma cosa dici! Arriver, vedrai...
- Varvara Afanasevna!!
- Bene, e io lo accompagner... Dio mio, ma che porcheria questa?
Che cosa avete in testa? Siete impazzito? Dov' la riga dei capelli?
- Hi, hi! Si fatto la pettinatura la bolchvique!
- Niente del genere, - ment Jurij Leonidovi` c, diventando tutto
rosso.
E invece era la pura verit. Verso sera, uscendo dal parrucchiere
Jean, che durante i due mesi del regime di Petljura aveva lavorato
sotto l'enigmatica insegna Goljarnja, (4) Jurij Leonidovi` c guard
stupefatto gli ufficiali dello stato maggiore petljuriano con i
pennacchi rossi che correvano in automobile verso la stazione, e si
scontr con un tizio dalla blusa nera. Jurij Leonidovi` c va a destra,
e quello va a destra, a sinistra e quello va a sinistra...
Finalmente, riuscirono a sganciarsi.
Pensa un po', un barin (5) ucraino! Occupa mezzo marciapiedi.
Prendono i soldi dalla cassa comune per scappare. Jurij Leonidovi` c
si volt a guardare la schiena nera, macchiata di unto, sorrise come
se leggesse su quella schiena uno scritto, e borbott: Inutile
attaccar briga. Tanti saluti! I bolscevichi verranno stanotte in
citt.

Perci, giunto a casa, decise di cambiare il proprio aspetto e lo


cambi in modo stupefacente. Invece della giacca molto decorosa ed
elegante, indoss un maglione con un buco sulla pancia; il bastone
col pomo d'oro lo dette alla madre, perch glielo custodisse. Uno
straccio con i paraorecchi sostitu il berretto di castoro. E sotto
lo straccio, sulla testa, c'era: il diavolo lo sapeva che cosa ci
fosse. Jurij Leonidovi` c bagn e distrusse tutta la costruzione di
Jean della Goljarnja e si pettin i capelli all'indietro. Venne
fuori qualcosa che poteva andare, ma quando i capelli seccarono e si
alzarono!... Dio!
- Via, via! Io non lo accompagner. Lo sa il diavolo... Sembra un
papua!
- Un indiano comancio. Un capo, Occhio di falco.
Jurij Leonidovi` c pieg remissivo la testa.
- Su, di, mi ripttino.
- Pensa un po', si ripttina. Kolka, accompagnalo nella tua stanza.
Quando tornarono, Jurij Leonidovi` c non era pi un comancio come
prima, ma l'ex ufficiale della guardia, con la pettinatura liscia,
ben fissata, l'ex ufficiale che ora studiava musica d'opera presso lo
studio Makru`sin, e che aveva una straordinaria voce da baritono.
Citt meravigliosa... Ciitt felice!& Regina del mare, gloriosa
citt dei Veneti!& Doolcemente svolazza...
Un torrente di velluto invase il salotto e ammorbid i cuori pieni
di inquietudine.
Oh, ciiitt diiiviinaa!!
La lava di suoni inond tutti gli angoli della camera, risuon in
echi e riflessi infiniti da tutti gli specchi e da tutti i vetri. E
solo quando il comancio pettinato e lisciato, abbassata la voce,
dominando gli accordi, usc con una straordinaria mezzavoce:
La luna riisplende dal cielo notturno...
Kolka e Varvara Aleksandrovna avvertirono il rumore minaccioso,
diabolico delle tazzeelmo.
L'accordo s'interruppe, ma di pedale risuonava ancora un do, e si
interruppe anche la voce, e Kolka salt su, come punto.
- Ci gioco la testa che Vasilisa! Il maledetto!
- Dio mio!...
- Su calmatevi...
- Ci gioco la testa! Ma come fa la terra a sopportare un simile
vigliacco?
Fuori della finestra passava sordamente galoppando un sabba. Kolka
si dava da fare, stringeva nella tasca la rivoltella.
- Kolja, lascia stare la browning! Kolja, ti prego...
- Non aver paura, tu. Dio!
Ci fu un rumore alla porta della sala da pranzo, poi alla veranda
che dava sul cortile. Il sabba irruppe per un momento nella stanza.
Fuori nel cortile e vicino, nella via, si sent il rintocco di un
vaso di vetro. Si sparse allora, si diffuse, scuotendo l'aria gelida,
un bruso sordo, inquieto, ondeggiante.
- Kolja, non uscire dal cortile. Jurij Leonidovi` c non lasciatelo
uscire!
Ma la porta sbatt, entrambi scomparvero, e dietro la parete si
sent rintoccare sordamente... Don... don... don...
Kolka aveva indovinato. Vasilisa, padrone della casa e borghese,
ingegnere e codardo, era la causa di tutto quel trambusto. Non solo
in quella notte minacciosa, confusa, in cui aspettavano il potere
sovietico in sostituzione di quello di Petljura, ma anche nel corso
di tutto l'anno, durante il quale la citt aveva accolto e spedito
nelle pi varie parti i pi diversi tipi di potere, il povero

Vasilisa era vissuto in uno stato di ininterrotto, cronico incubo e


terrore. In lui si avvicendavano e saltavano fuori ora i volti dei
marinai con le lettere d'oro sui nastri dell'ordine di san Giorgio,
ora le carte bianche con i timbri azzurri, ora gli insolenti
pennacchi degli hajdamaki, ora i musi con il monocolo dei tenenti
tedeschi.
Nelle orecchie i fucili che sparavano giorno e notte, il risuonare
degli elmettitazza. Da proprietario di case Vasilisa si era
trasformato in presidente del comitato di caseggiato e ogni mattina,
alzandosi, aspettava, il poverino, qualche nuova commissione
straordinaria e plenipotenziaria, la surprise di tutte les surprises.
E, prima di tutto, era successo che il suo nome, cognome e
patronimico, e cio Vasilij Ivanovi` c Lisovi` c, si era perduto e
trasformato in Vasilisa.
Era andata cos.
Su tutte le innumerevoli carte, documenti, moduli, che ogni potere
esigeva a mucchi e montagne, il presidente del comitato di casa
cominciava a scrivere Vas" Lis'e poi un lungo tremolante svolazzo. E
tutto questo in previsione di non sapeva quale spaventosa, insolita
responsabilit di fronte a un potere futuro, ancora ignoto, ma,
secondo il presidente del comitato di caseggiato, spaventosamente
punitore.
E" inutile dire che non appena Kolka Bakalejnikov ricevette la prima tessera pe
r lo zucchero con Vas"
e Lis", tutto il cortile cominci a chiamare il nostro personaggio
col nome di Vasilisa, e poi lo fecero anche tutti i suoi conoscenti
in citt. E cos il nome Vasilij Ivanovi` c veniva usato solo nei casi
estremi, quando c'era un discorso faccia a faccia con Vasilisa.
Kolka, che in qualit di segretario del comitato di caseggiato
sovraintendeva al servizio di difesa della casa stessa, non rinunci
al piacere di mettere di sentinella, in quella grande notte del tre,
proprio Vasilisa, in coppia con la pi flaccida e cicciona delle
donne del cortile, una certa Avdotja Semnovna, moglie di un
ciabattino. Perci nel foglio d'ordini c'era scritto: giorno due,
dalle 8 alle 10, Avdotja e Vasilisa.
In complesso, di divertimento ce ne fu molto. Per una serata intera
Kolka istru Vasilisa sul modo di usare la carabina austriaca.
Vasilisa stava seduto su una panca contro il muro, tutto molle e con
gli occhi annebbiati dalla paura, e Kolka con colpi secchi faceva
saltar fuori il caricatore delle cartucce, cercando di colpire con
queste il povero Vasilisa.
Finalmente, dopo essersela spassata un bel po', Kolka con le sue
proprie mani fiss a un ramo di acacia un vaso per la marmellata
(serviva per dare l'allarme) e se ne and, lasciando sulla panca
Vasilisa, completamente paralizzato dalla paura, con la cupa Avdotja.
- State ben attento, Vasil... is... Ivanovi` c, - disse in tono
preoccupato Kolka a m di saluto, - nel caso che... succeda qual...
cosa, ricordatevi del mirino, - e ammicc maliziosamente verso la
carabina.
Avdotja sput.
- Che crepi questo Petljura, guarda un po'"quante rotture di
scatole per la gente...
Vasilisa si mosse un'unica volta dopo la partenza di Kolka. Con
cautela alz, con entrambe le mani, la carabina, prendendola per
l'imboccatura della canna e per il calcio, e la mise sotto la panca,
con la canna rivolta verso il muro. Dopo di che si immobilizz.
Alle dieci la disperazione si impadron di Vasilisa, quando in
citt le luci della vita cominciarono a spegnersi, e Avdotja dichiar
categoricamente che doveva allontanarsi per cinque minuti. Il canto

dedicato a Venezia, che si diffondeva soffocato oltre le tendine


color crema, allevi un poco il cuore dell'infelice Vasilisa. Ma solo
per un momento. Proprio allora oltre la palizzata, sul tetto della
rimessa verso la quale si spingevano lembi del giardino sepolto sotto
la neve, si deline un'ombra, la si vedeva chiaramente, e, con un
frusco, un blocco di neve cadde. Vasilisa chiuse gli occhi e nel
breve fugace volgere di un attimo vide una serie di quadri: ecco che
i banditi facevano irruzione, tagliavano la gola a Vasilisa, e lui,
Vasilisa, giaceva morto nella cassa da morto. E cos Vasilisa,
sospirando debolmente, batt due volte col bastone contro il vaso di
marmellata. Subito si alz un gran fracasso nel cortile vicino, poi
negli altri cortili e in un battibaleno tutta via Andreevskaja
risuon di voci metalliche minacciose, e al numero diciassette
cominciarono subito a sparare. Vasilisa, a gambe larghe, rest
immobile con il suo bastone tra le mani.
La luna risplendeva.
La porta fece rumore, e Kolka salt fuori, infilandosi il palt,
con Jurij Leonidovi` c che lo seguiva.
- Cos' successo?
Vasilisa invece di rispondere tese il dito, indicando la rimessa.
Kolka e Jurij Leonidovi` c esaminarono con cautela e attenzione il
cancelletto del giardino. Tutto era vuoto e silenzioso e il gatto di
Avdotja era scappato da un pezzo, terrorizzato da quel diabolico
frastuono.
- Siete stato voi per primo a battere?
- Ma, mi sembra di no... cio s...
Kolka si volt, alz gli occhi al cielo e bisbigli:
- Che razza di uomo!
Poi corse fuori dal cancelletto e scomparve per un quarto d'ora.
Dapprima cessarono di rumoreggiare nel cortile vicino, poi al numero
diciassette, poi al numero diciannove, e solo qualcuno, a lungo, a
lungo, spar, al termine della via, ma alla fine smise anche lui. E
di nuovo scese un inquieto silenzio.
Kolka, di ritorno, fece cessare la tortura di Vasilisa, e con la
sua autorit di segretario del comitato di caseggiato, convoc
Drabinskij con la moglie (ore 10-12) e rientr di nuovo in casa. In
punta di piedi corse in sala e, trattenendo il fiato, e con tono da
suggeritore di teatro, disse:
- Urrah! Sii felice, Varvara... Urrah! Cacciano Petljura! Arrivano
i rossi.
- Ma che dici?
- Ascoltate... Sono stato adesso in strada, ho visto un carro. Se
ne vanno i petljuriani, se ne vanno, ti dico.
- Non menti?
- Sciocca! Che interesse avrei?
Varvara Afanasevna salt su dalla poltrona e disse in fretta:
- Pensi che Michail torner?
- S, certamente. Sono convinto che li hanno gi cacciati fuori da
Slobodka. Ascolta: quando li cacciano, dove vuoi che vadano? In
citt, chiaro. E per andare in citt devono attraversare il ponte.
Quando passeranno per la citt, pure Michail riuscir a venirsene
via.
- E se non lo lasciassero?
- Come... non lo... lasciassero... Non diciamo sciocchezze. Che
scappi.
- E" chiaro, - conferm Jurij Leonidovi` c e corse al pianoforte, si
sedette, tese un dito sui tasti e cominci sottovoce:
Sol... do...
L'Inter...na...ziona...le...
e Kolka, che si era messo la mano sulla bocca, fece il gesto dei

soldati quando gridano: Urrah:


- Uu... a... a!...
- Siete impazziti tutti e due! I petljuriani sono l fuori!...
- Uuu... a... a...! Basta con Petljura!
Varvara Afanasevna si slanci su Kolka e gli chiuse la bocca con la
mano.
Il primo omicidio della sua vita il dottor Bakalejnikov lo vide,
secondo per secondo, durante il passaggio della notte dal due al tre.
A mezzanotte, presso l'imboccatura di quel maledetto ponte. Un uomo
con un palt stracciato, nero, col volto tumefatto, bluastro e nero,
con tracce di sangue, veniva trascinato da due soldati, e il pan
kurennoj correva l al fianco e lo picchiava con la canna del fucile,
lo picchiava sulla schiena. A ogni colpo la testa ciondolava;
l'insanguinato non gridava, ma gemeva solo, in modo sordo e strano.
La canna cadeva pesantemente sul palt, facendolo a brandelli, e a
ogni colpo l'uomo rispondeva con un rauco lamento.
A Bakalejnikov vacillarono le gambe, si piegarono, e l'intera
Slobodka ondeggi davanti a lui.
- Ah, grugno di giudeo! - urlava inferocito il pan kurennoj. - Alla
fucilazione! Ora ti insegner io a nasconderti negli angoli oscuri!
Te la far vedere. Che cosa facevi dietro la catasta? Che cosa?
L'insanguinato, per, non rispondeva. Allora il pan kurennoj fece
un balzo in avanti e i due soldati scartarono di lato, per evitare il
bastone che volava. Il pan kurennoj ormai non controllava pi i
colpi, e come un lampo cal la canna sulla testa del disgraziato
ebreo. Si sent un rumore, e l'insanguinato vestito di nero non
rispose pi... il suo lamento... In un modo curioso, rovesci il
braccio e scosse la testa, poi cadde su un fianco e, agitando l'altro
braccio, lo tese, come se volesse afferrare, per s, un po'"di pi di
quella terra bianca, calpestata, concimata.
Bakalejnikov vide ancora con precisione come le sue dita si
chiusero a uncino e graffiarono la neve. In una pozzanghera oscura
l'uomo mosse qualche volta la mandibola, come in preda al
soffocamento. Poi si ferm di colpo.
Con versi strani, singhiozzando, Bakalejnikov si allontan,
camminando come se fosse ubriaco, si avvi verso l'edificio bianco.
Alz la testa e vide un lampione bianco che sfrigolava, e pi su
risplendeva il cielo nero, circondato dalla pallida cintura della via
lattea, e giocavano le stelle. E nel momento in cui l'uomo in nero
esalava l'ultimo respiro, il dottore vide nel cielo un prodigio. La
stella Venere su Slobodka, lass in alto, si frantum in un serpente
di fuoco, sfavill di luci e diede in un tuono assordante.
L'orizzonte nero, che a lungo aveva sopportato il male, venne
finalmente in aiuto all'uomo senza pi forze, misero, lo aiut nella
sua impotenza. Dopo la stella, l'orizzonte
emise un suono terribile, colp col tuono a lungo e pesantemente. E
subito scoppi una seconda stella, ma pi in basso, proprio sopra i
tetti sepolti sotto la neve.
... Correvano, fuggivano i cosacchi come un grigio gregge. E
nessuno li poteva fermare. Fuggiva anche la divisione azzurra in
folla disordinata, e i berretti col pennacchio degli hajdamaki
danzavano sul nero nastro. Scomparve il pan kurennoj, spar il
colonnello Ma` s`cenko. Slobodka rimase per sempre indietro con le sue
luci gialle e rimase indietro il ponte, con la catena accecante di
luci bianche che lo illuminavano. E la citt bella, la citt felice
venne incontro sulle sue colline.
Presso la bianca chiesa con le colonne il dottor Bakalejnikov si
stacc improvvisamente dal nero nastro della strada e, senza pi

sentire il battito del suo cuore, e con le gambe che stranamente non
si piegavano pi, si avvi direttamente verso la chiesa. Le colonne
erano vicine. Ancora pi vicine. Gli pareva che migliaia di sguardi
gli bruciassero la schiena. Dio mio, la chiesa era chiusa, l'uscio
inchiodato. Neanche un'anima. Dove scappare? Dove? Ed ecco che dietro
le spalle, una voce terribile:
- Fermo!
La colonna pi vicina. Non sente il cuore che batte.
- Fermo! Fermo!
Qui il dottor Bakalejnikov si scosse e si mise a correre, a rotta
di collo, cos velocemente che il vento gli fischiava in faccia.
- Prendilo! Prendilo!
Una volta. Uno sparo. Un'altra volta. Uno sparo. Un colpo. Un
colpo. La terza colonna. Un attimo. La quarta colonna. La quinta. Qui
il dottore mise a repentaglio la vita, e si butt nel vicolo.
Altrimenti in un attimo gli hajdamaki a cavallo l'avrebbero preso in
via Aleksandrovskaja, illuminata, diritta, e sbarrata. Ma pi in l
c'era la rete di viuzze e vicoli storti e bui. Tanti saluti!
Il dottor Bakalejnikov si ficc in una breccia del muro. Attese per
un minuto la morte per infarto e inghiott aria rovente. Stracci e
disperse al vento l'attestato dal quale risultava che era stato
mobilitato in qualit di medico del primo reggimento della divisione
azzurra. Nel caso avesse incontrato, nella citt vuota, la prima
pattuglia rossa.
Sono circa le tre di notte. Nell'appartamento del dottor
Bakalejnikov suona a lungo, in modo assordante, il campanello.
- Non te l'avevo detto? - url Kolka. - Smettila di frignare,
smettila!
- Varvara Afanasevna! E" lui. Basta.
Kolka corse di scatto ad aprire.
- Dio mio!
Varvara Afanasevna si gett verso il marito e barcoll.
- Sei tu, sei tu. Ma sei tutto bianco, sei diventato bianco di
capelli... Bakalejnikov guard ottusamente lo specchio e sorrise
storto, tirandosi la guancia. Poi, storcendo la faccia, con l'aiuto
di Kolka si tolse il cappotto e, senza dire una parola, and in sala
da pranzo, si lasci cadere su una seggiola e si accartocci tutto,
come un sacco. Varvara Afanasevna lo guard, e le lacrime le scesero
di nuovo dagli occhi. Jurij Leonidovi` c e Kolka, a bocca aperta,
guardarono il ciuffo bianco sulla nuca di Bakalejnikov e le loro
sigarette si spensero.
Bakalejnikov abbracci con gli occhi la tranquilla sala da pranzo,
ferm il suo sguardo stanco sul samovar, osserv per qualche secondo
la propria immagine deformata sul metallo scintillante.
- S, - gli venne fuori a fatica, finalmente.
Kolka, sentendo questa prima parola, decise di fargli delle
domande.
- Ascolta... Sei scappato, naturalmente? D che cosa hai fatto, l
da loro.
- Sapete, - rispose lentamente Bakalejnikov, - immaginateveli, in
vestaglie da ospedale, proprio loro, i petljuriani azzurri. In
nere...
Bakalejnikov voleva dire ancora qualcosa, ma invece delle parole
gli
usc fuori una cosa inaspettata. Emise un singhiozzo, un colpo di
pianto, e poi scoppi a piangere a dirotto, come una donna, ficcando
tra le mani la testa col suo ciuffo bianco. Varvara Afanasevna, non
sapendo ancora di che si trattasse, si mise subito a piangere anche
lei. Jurij Leonidovi` c e Kolka si smarrirono al punto che

impallidirono entrambi. Kolka si riscosse per primo e vol nello


studio per prendere della valeriana, e Jurij
Leonidovi` c disse, dopo essersi schiarito la gola, chiss perch:
- S, questo Petljura proprio una canaglia.
Bakalejnikov alz il volto sfigurato dal pianto e, sempre
singhiozzando, grid:
- Banditi! Ma io... io... sono una merda di intellettuale, ecco
quello che sono! - e anche queste parole non si capiva perch le
dicesse.
Si diffuse l'odore dell'etere. Kolka con mani tremanti cominci a
contare le gocce nel bicchierino.
Dopo un'ora la citt dormiva. Dormiva il dottor Bakalejnikov.
Silenziose erano le strade, gli ingressi sbarrati, i portoni chiusi.
E per via non c'era un'anima. Anche l'orizzonte taceva. Di l dal
fiume, da Slobodka, con luci gialle inquiete, tremolanti, dal ponte
con la sua pallida catena di lampioni, non veniva neppure un suono. E
il nastro nero, dopo aver attraversato la citt, era sparito nella
tenebra, dall'altra parte. Il cielo era sospeso, una cortina di
velluto con brillii di diamanti, Venere, che per qualche miracolo
aveva rimesso insieme i suoi pezzi, giocava ancora su Slobodka,
rosseggiando appena, e si stendeva la sua cintura, la via d'argento,
la via lattea.
NOTE:
(1) Il comandante di una kuren, un reparto di truppe cosacche
(n" d'c").
(2) Un sobborgo di Kiev (n" d'c").
(3) Durante la guerra civile si chiamarono hajdamaki le truppe del
governo nazionalista ucraino e anche dell'esercito di Petljura e
Skorapadskij (n" d'c").
(4) Negozio di barbiere, in ucraino (n" d'c").
(5) Nobile (n" d'c").
La corona rossa
pi di tutto odio il sole, le voci umane sonore e il bussare. I
colpi ripetuti, ripetuti. Temo la gente al punto che, se di sera
sento dei passi estranei e delle voci nel corridoio, incomincio a
gridare. Perci ho una camera particolare, tranquilla, la migliore,
proprio alla fine del corridoio numero 27. Nessuno pu venire da me.
Ma per sentirmi pi sicuro, pregai a lungo Ivan Vasilevi` c (piansi
davanti a lui) che mi rilasciasse un certificato battuto a macchina.
Acconsent e scrisse che mi trovavo sotto la sua protezione e che
nessuno aveva il diritto di prendermi. Ma io non credevo molto, a dir
la verit, all'autorit della sua firma. Allora fece firmare anche un
professore e appose alla carta un rotondo sigillo azzurro. E"
un'altra faccenda. Conosco molti casi in cui delle persone sono
scampate grazie al fatto che gli hanno trovato in tasca un pezzo di
carta con un sigillo rotondo. E" vero che a Berdjansk hanno impiccato
ad un fanale un operaio