Sei sulla pagina 1di 206

articoli di:

Tiziano

Terzani

prelevati da internet sito www.tizianoterzani.it

articoli di : Tiziano Terzani prelevati da internet sito www.tizianoterzani.it 1

2001

8/10 L'articolo di Terzani in risposta a O. Fallaci

2000

09/10 Le illusioni perdute della guerra di popolo

1999

19/12 Il ritorno alla Cina Io, in fuga da Macao 08/11 Le ragioni degli altri 04/07 Io, senza nome a scuola dal guru 04/07 Uno straniero nella famiglia del guru 17/01 Nomadi in fuga dal mercato globale

1998

29/05 I pacifisti armati

1997

1996

1995

Il Sultano e San Francesco

lunedì , 08 ottobre 2001

VARIE

Il Sultano e San Francesco Non possiamo rinunciare alla speranza Terzani Tiziano

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana

da quella in cui anche tu sei nata, guardo le

lame austere ed eleganti dei cipressi contro il

cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre

a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano l e Torri Gemelle. Mi torna in

mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni

fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata

per le stradine di questi nostri colli

argentati dagli

piccolo, alla professione nella quale tu eri gi

à grande e tu proponesti di scambiarci delle

«Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina

dell' immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall' America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non c erto per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto

di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l' impressione di stare in un mondo

assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far

sentire troppo

come me, sono rimasti sbigottiti

crollo delle due

invettive, quasi come dal

dalle tue

ulivi.

Io

mi affacciavo,

soli

quei lettori che forse,

Torri. Là morivano migliaia di persone e con

loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue

parole sembra

umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito

morire il meglio della testa

e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha

qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all' indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua.

Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell' umanità, un' opera che sembra essere ancora di un' inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema

è però che, grazie alla tua notorietà, la tua

brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L' orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell' odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l' uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell' anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l' uomo non si metterà di sua volontà all' ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua

rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c' è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen

questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora

il nostro modo di pensare, il nostro modo di

stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto,

immaginiamoci un futuro diverso da quello che

ci illudevamo d' aver davanti prima dell' 11

settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all' inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco

alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un' altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile

ed interconnesso sia i l mondo in cui viviamo,

e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo

a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice - Stati Uniti in testa - d' impegnarsi solennemente con tutta l' umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per sé un' arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l' orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L' arte di non essere governati: l' etica politica da Socrate a Mozart). L' autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all' Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all' uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all' esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell' uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suo i ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e

non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli

spettatori, e

televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie

attraverso le nostre

sulla inutilità

della

violenza

che

così,

israeliane. Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te

se in Giappo ne, sull' isola di Kyushu, tu

avessi visitato Chiran, il centro dove i primi

kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto

le parole, a volte poetiche e tristissime,

scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l' Imperatore. I kamikaze mi interessano perché orrei capire che cosa li rende così disposti a quell' innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si

preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo,dilagante tipo

di violenza di

Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non

cui l' ecatombe nelle Torri

si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il

problema del

uccidendo i terroristi, ma eliminando le

ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c' è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento,

risultato di

anche della nostra

vita,

a

si risolverà

terrorismo

non

è

il

migliaia di cause che producono, assieme

quell' evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L' attacco alle Torri Gemelle è uno di

questi eventi:

complessi fatti antecedenti. Certo non è l' atto di «una guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell' Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. «Gli assassini suicidi dell' 11 settembre non hanno attaccato l' America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di var i libri - l' ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l' anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo «contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell' Un ione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson f a l' elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il «contraccolpo» dell' attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla

e

il

risultato

di

tanti

Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l' Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell' Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l' analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c' è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L' occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d' anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d' essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l' Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull' Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d' essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura

intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell' Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l' India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall' Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera a mericana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell' oleodotto attraverso l' Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l' imminente attacco contro l' Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell' America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell' industria petrolifera con quelli dell' industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all' interno del paese, in ragione dell' emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l' America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpit o della Casa Bianca per essersi chiesto se l' aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L' aver diviso

il mondo in maniera - mi pare - «talebana», fra

«quelli che stanno con noi e quelli contro di

noi», crea ovviamente i presupposti per quel

clima da caccia alle streghe di cui l' America

ha

maccartismo,

funzionari di Stato ed accademici,

ingiustamente accusati di essere comunisti o

loro

processati e in moltissimi casi lasciati senza

lavoro. Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi

di sputo - alle «cicale» ed agli intellettuali

«del dubbio»

Dubitare

pensiero; il dubbio è il fondo della nostra

cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l' aria ai nostri

polmoni. Io

risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle

lasci porre delle

oneste domande. In questi tempi di guerra non

deve essere un crimine parlare di pace.

Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell'

establishment

disperante corsa alla ortodossia. È come se l'

America ci mettesse già paura. Capita così di

sentir dire in televisione a un post-comunista

in odore di una qualche carica nel suo partito,

che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell' America che per due volte ci ha salvato.

Ma non c' era anche lui nelle marce contro la

guerra americana in Vietnam? Per i politici -

me ne rendo conto - è un momento

difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più

l' angoscia di qualcuno che, avendo preso la

via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah.

una

risposte altrui

pretendo affatto d' aver

funzione essenziale del

negli anni Cinquanta col

già sofferto

quando

tanti

vennero

intellettuali,

perseguitati,

simpatizzanti,

va

una

in

quello stesso senso.

è

non

e

mi

si

mediatico,

c'

è

stata

No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi , Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue rgomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l' Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l' arabo, oltre ai tanti che già studiano l' inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi

assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci

rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali

combattevano i

andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma

la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta

crociata, durante

assedio di Damietta in

tutto per

crociati. Fece di

l'

Egitto,

amareggiato

dal

comportamento

dei

crociati («vide

il

male

ed

il

peccato»),

sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco

attraversò le

catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c' era ancora la Cnn - era il -

sarebbe interessantissimo

Venne

linee

del

fronte.

1219

perché

rivedere oggi il filmato di quell' incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una

chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che

San

accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l' uno disse all' altro le sue ragioni, che

San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano

Francesco

tornasse, incolume, all'

lesse passi del Corano e che alla fine

si

trovarono d' accordo sul messaggio

che

il

poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu

aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire

farla

Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all' orrore dell' olocausto atomico pose una bella domanda: «La sindrome da fine del mondo, l' alternativa fra

finire. Ti ricordi, Oriana, Padre

essere e non essere, hanno fatto diventare l' uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che cosa spinge l' uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l' evoluzione psichica dell' uomo in m odo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell' odio e della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c' era da sperare: l' influsso di due fattori - un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all' umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza:

«Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto». Per difendersi, Oriana, non c' è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c' è bisogno d' ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M' è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell' acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di

certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni dall' India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell' esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L' immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell' Afghanistan, ordina l' attacco alle Torri Gemelle; è l' ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l' uomo d' affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese

ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare

che fa ammalare di cancro la gente che ci vive

vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al

giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono,

gli operai restano senza lavoro e non essendoci

più i campi per far crescere il riso, muoiono

di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo

dire che il terrorismo, come modo di usare la

violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico

da debellare . I governi occidentali oggi sono

uniti nell' essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma

il senso del disagio è diffuso così come è

diffusa la confusione su quel che si debba

volere al posto della guerra. «Dateci qualcosa

di più carino del capitalismo», diceva il

cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui c hi ha tanto si preoccupa di chi non ha

nulla; un mondo retto da principi di legalità

ed ispirato ad un po' più di moralità. La

vastissima, composita alleanza che Washington

sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi

schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché

ora

tornano comodi, è solo l' ennesimo esempio

di

quel cinismo politico che oggi alimenta il

terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti , per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote a l Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L' interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l' utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i «lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l' etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell' Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s' è «globalizzata», perché non ha resistito all' assalto di quella

forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile:

la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva

andare

storica , un vecchio bar, una tradizionalissima

farmacia ed un negozio di musica. Per far posto

a che? A tanti negozi di moda.

Credimi, anch' io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch' io ritirato, in una sorta di baita nell' Himalaya indiana dinanzi al le più

divine montagne del mondo. Passo ore, da solo,

a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo

della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e

impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli

pieni

sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci

sono più. Guarda un filo d' erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la r abbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. BIOGRAFIA DI UN INVIATO DA FIRENZE ALL' ASIA Tiziano Terzani (nella foto) è nato a Firenze nel 1938, scrive sul « Corriere» dal ' 71. Prima di arrivare al giornalismo, ha confessato Terzani, «le avevo provate tutte: avvocato, università, manager all' Olivetti. Ma dovevo seguire la mia

vocazione». Terzani ha

l'Asia. E' vissuto

Pechino, Tokio, Bangkok. Dal 1994 si è

stabilito in

Angela

Staude, scrittrice, e i loro due figli I LIBRI

di leopardo»

Terzani ha pubblicato «Pelle

per

scomparsa una libreria

a

spasso

è

di

gente

inscatolata,

finirai

viaggiato in tutta Singapore, Hong Kong,

la moglie,

a

India

con

(1973), dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975 è uno dei pochi giornalisti che resta a Saigon per assistere alla presa di potere da parte dei comunisti. Da questa esperienza nasce «Giai Phong! La liberazione di Saigon» (1976).

Fra i primi corrispondenti a tornare a Phnom Penh dopo l' intervento vietnamita in Cambogia,

racconta il suo viaggio in «Holocaust in

Kambodscha» (1981). Tra gli altri libri

ricordiamo:

«Buonanotte, Signor Lenin» (1992); «Un indovino

mi disse» (1995); «In Asia» (1998) SU INTERNET

Digitando l' indirizzo www.tizianoterzani.com

si può visitare il sito del «Tiziano Terzani

Fan Club» dedicato allo scrittore-giornalista

LA RABBIA E L' ORGOGLIO IL RITORNO DI ORIANA La

«Lettera da Firenze» di Tiziano Terzani è una

risposta alla «Lettera da New York» di Oriana

Fallaci (nella foto), pubblicata da l «Corriere della Sera», sabato 29 settembre, con il titolo «La Rabbia e l' Orgoglio». Un intervento,quello della Fallaci, che ha rotto un silenzio durato oltre dieci anni (l' ultimo reportage risaliva alla Guerra del Golfo). E che ha scatenato, com' era prevedibile, dibatti e discussioni in tutto il mondo ALL' ESTERO L' articolo di Oriana Fallaci è stato acquistato negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina e numerosi altri Paesi UN LIBRO DA RIZZOLI Il pamphlet di Oriana Fallaci, «La Rabbia e l' Orgoglio» si trasformerà presto in un libro. Sarà pubblicato dalla Rizzoli www.corriere.it Sul sito del «Corriere» il testo integrale della «Lettera da New York» di Oriana Fallaci,

la risposta di Dacia Maraini, pubblicata il 5

ottobre, «La bandiera italiana» di Sergio

Romano, apparso ieri sul «Corriere della Sera»,

da oggi l' articolo di Terzani, e il forum con

lettori

i commenti

dei

lunedi , 09 ottobre 2000 STORIA

VIETNAM Le illusioni perdute della guerra di popolo Terzani Tiziano

TESTIMONI A 25 anni dalla caduta di Saigon, Terzani ripropone con

una nuova prefazione, che anticipiamo, i suoi libri «Pelle di leopardo»

e «Giai Phong!» VIETNAM Le illusioni perdute della guerra di popolo di

TIZIANO TERZANI Tiziano Terzani, cronista della guerra del Vietnam, che documentò nel libro «Pelle di leopardo», uscito nel 1973, e testimone nel 1975 della conquista di Saigon da parte dei vietcong, che descrisse nel bestseller internazionale «Giai Phong!» (1976), ripropone oggi quei due t esti con una nuova prefazione che qui anticipiamo in gran parte. Il nuovo volume, che Longanesi manderà in libreria il 20 ottobre con il titolo «Pelle di leopardo» (pagine 500, lire 32.000), è rivolto soprattutto alle nuove generazioni, come spiega l o stesso Terzani, 62 anni, corrispondente per l' Asia di «Der Spiegel» e collaboratore del «Corriere della sera». Dello stesso autore Longanesi ha pubblicato «La porta proibita», «Buonanotte, signor Lenin», «Un indovino mi disse» e «In Asia». Nel 197 5 mi capitò d' essere uno dei pochissimi testimoni occidentali d' un avvenimento storico che segnò la vita della mia generazione: la fine della guerra in Vietnam. Su quella esperienza, a caldo, con le emozioni ancora a fior di pelle, scrissi un libro che uscì col titolo Giai Phong! La liberazione di Saigon. Il volume che il lettore ha ora fra le mani è la ristampa di quel libro preceduto dal mio diario di corrispondente al fronte pubblicato per la prima volta col titolo Pelle di Leopardo nel nov embre 1973. È passato più d' un quarto di secolo da quando quei due volumi videro la luce e il tempo non ha fatto uno dei suoi soliti, strani scherzi: ha cambiato me, ma non i libri. Come una immagine fotografica congelata nell' immobilità dell' ista ntanea, Giai Phong! in particolare riflette ancora l' entusiasmo di quei giorni, è pieno delle speranze che la rivoluzione aveva suscitato. Io invece, avendo vissuto il resto di quella e altre storie, sono diventato,

com' è naturale e giusto, un' alt ra persona: scettica di tutte le promesse politiche e sospettosa di ogni tipo di rivoluzione. «Allora ti eri sbagliato?» mi si chiede spesso. Al fondo di questa domanda c' è una provocazione che merita una risposta, e la risposta è sostanzialmente:

« No». I fatti di poi non possono mutare i fatti di prima e quel che è

successo in Vietnam dopo la fine della guerra non può cambiare il giudizio sul significato del conflitto in sé. Per la mia generazione fu soprattutto una questione di moralità. Da u na parte c' erano i vietnamiti che combattevano una guerra di indipendenza, la stessa che avevano combattuto da quando, un secolo prima, i francesi erano

sbarcati sulle loro coste ed avevano fatto dell' Indocina una colonia; dall' altra c' erano gli americani che avevano rimpiazzato i francesi nel loro tentativo neocolonialista, che non avevano alcuna ragione di immischiarsi negli affari di un Paese così lontano dal loro e che non avevano perciò alcun diritto «di distruggerlo per poterlo salvare ». Ogni generazione cerca degli eroi con cui identificarsi, degli eroi a cui

ispirarsi. Per la mia furono i vietcong. Fra gli americani con la loro sofisticata, tecnologicissima macchina da guerra e i contadini- guerriglieri, la scelta era fin troppo facile. I princìpi nei quali credevamo erano semplici: ogni popolo doveva scegliere il proprio destino, ogni società doveva essere soprattutto umana e giusta. La rivoluzione vietnamita prometteva questo. Il Vietnam era esattamente così: da un lato c' era un reale, presentissimo, visibile, oppressivo regime appoggiato dalla potenza militare americana; dall' altro c' era una dura, spartana e moralissima rivoluzione che prometteva pace e una vita migliore per tutti. Per questo lo slogan «Uno, dieci , mille Vietnam» fu per anni sulla bocca di milioni e milioni di giovani che in tutto il mondo manifestavano contro ogni fase della «sporca guerra» americana. La rivoluzione non faceva paura. Anzi. Per giunta, quando arrivò a Saigon

e finalmente mise fine alla guerra, la rivoluzione si presentò

esattamente con la faccia che molti avevano sognato: era gentile, comprensiva, compassionevole. Alcuni avevano temuto che i guerriglieri, una volta presa Saigon, avrebbero scatenato un bagno di sangue, av rebbero allineato i loro nemici davanti ai plotoni di esecuzione. Non avvenne niente del genere. Invece di chiedere

vendetta i nuovi detentori del potere parlarono di fratellanza e di riconciliazione nazionale. I primi rivoluzionari che entrarono a S aigon avevano l' aria di onesti, sinceri combattenti di una causa che improvvisamente sembrò giusta persino ad alcuni dei loro più accaniti avversari. Nei tre mesi in cui mi fu permesso di restare in Vietnam l' esperienza quotidiana della rivoluzione fu incoraggiante, a volte persino esaltante. Avevo l' impressione di qualcosa di nuovo e affascinante che veniva alla luce, qualcosa di magico come la vita di

un neonato. C' era nella rivoluzione un aspetto catartico, purificante,

che non poteva las ciare indifferente un osservatore. C' era un senso

di «giustizia è fatta» nel vedere una società marcia e corrotta messa

sotto sopra, nel vedere i prepotenti di ieri esautorati e la parola data alle vittime. Giai Phong! è il resoconto di quel periodo . Riflette l' atmosfera, lo spirito di quel tempo. Un anno dopo la edizione originale, in Italia il libro venne ristampato in una versione abbreviata da adottare nelle scuole. In Vietnam Giai Phong! venne prima pubblicato a puntate da un quotidiano e poi distribuito come libro fra i quadri del partito comunista e dell' esercito. Una volta, nelle Filippine, telefonai alla famiglia di Ninoy Aquino che era ancora in prigione. Cercavo di presentarmi quando venni interrotto: «La conosciamo. Ninoy non fa che citare il suo libro». Lui stesso, prima di essere assassinato, mi scrisse una nota per dirmi quanto Giai Phong! l' aveva aiutato nel fargli

credere nella possibilità di una rivoluzione dal volto umano. Anni dopo, alcuni amici thailandesi mi h an raccontato che molti degli studenti di Bang kok andati a raggiungere la guerriglia comunista avevano il mio libro fra le poche cose che si eran portati nella giungla. Dinanzi alla realtà di ciò che è successo in Vietnam dopo il 1975, mi sono senti to spesso un gran peso sulla coscienza all' idea che Giai Phong! venisse utilizzato per propagare un mito che s' era sgonfiato e che continuasse

ad alimentare speranze che s' erano rivelate penose illusioni. La sola

cosa che potevo fare era continuar e a scrivere: scrivere su ciò che succedeva in Vietnam, scrivere su come i rivoluzionari si comportano quando sono al potere. L' ho fatto ogni volta che mi si è presentata l'

occasione: in Vietnam e altrove. È così che l' essere stato l' autore di

Gi ai Phong! non mi impedì di descrivere come la gente, che avevo

pensato avesse una sorta di superiorità morale, l' aveva perduta e come i «liberatori» si erano trasformati in oppressori. Nel 1976 le autorità comuniste di Hanoi mi permisero di tornare in Vietnam in occasione del primo anniversario della loro vittoria. Per due settimane viaggiai in macchina da nord a sud attraverso un Paese dove la gente, nonostante la propaganda sulla riunificazione, era ancora profondamente divisa, dove non c' er a stata alcuna riconciliazione nazionale, e dove i «perdenti» venivano trattati come paria, mentre i

«vincitori» avevano assunto i privilegi, l' arroganza e tutti gli altri difetti

di quelli che avevano spodestato. Le così dette «nuove zone

economiche» altro non erano che campi di concentramento, mentre la tanto vantata rieducazione s' era rivelata una trappola in cui centinaia

di migliaia di potenziali oppositori politici erano stati abilmente attirati.

Quando, in visita ufficiale in una prigione, fui messo dinanzi a una

orchestrina composta da violinisti ex ufficiali dell' esercito di Thieu che per dimostrare la loro gioia di essere rieducati avrebbero suonato per

me

un quartetto di Mozart, mi rifiutai di prender parte a quelle farsa e

ne

l libro dei visitatori scrissi che dovunque ci fossero delle sbarre la

mia simpatia andava sempre a quelli che ci stavano dietro. Tornai in Vietnam ancora due volte e ogni volta trovai il Paese in condizioni peggiori. Andando a far visita agli amici e ai conoscenti di un tempo - con tutti che si guardavano costantemente alle spalle per vedere se venivano pedinati o spiati - mi fu facile rendermi conto di tutto quello che non era stato fatto, di tutto quel che era stato sprecato, di tutto

quello che era andato storto. I rivoluzionari non avevano portato alcuna giustizia, a meno che questa significasse semplicemente mettere in basso ciò che era in alto e rimpiazzare una dittatura con un' altra. La qualità della vita sembrava peggiorare di vo lta in volta: povertà, corruzione, inefficienza dilagavano. Su ogni argomento che cercavo di affrontare, dalla Cambogia al numero della gente che arbitrariamente era ancora detenuta, le autorità mentivano con una spudoratezza che rasentava il ridicol o. Il mio migliore amico, Cao Giao, venne arrestato

e tenuto per mesi in isolamento in una cella senza luce dove ogni

giorno gli veniva data una ciotola di riso piena di formiche che lui si

accorgeva di mangiare solo quando nel buio le sentiva correr gli sulla faccia. Il Pen Club internazionale condusse una campagna per la sua liberazione, ma le autorità comuniste lo rilasciarono solo quando era chiaro che stava morendo di cancro e aveva ormai pochissimo da vivere. Cao Giao era uno di quelli che la rivoluzione aveva fatto sognare; ma per lui come per tantissimi altri vietnamiti la polizia rivoluzionaria con le sue tattiche di terrore era diventata un incubo come la polizia del vecchio regime. La rivoluzione non aveva mantenuto nessuna delle sue promesse e governava la gente con una crudeltà che divenne spaventosamente apparente quando migliaia di

vietnamiti si buttarono, o vennero buttati, in balia del mare su barche pericolanti in cerca di un rifugio. Scrissi di tutto questo e presto, come era già avvenuto ai tempi di Thieu, venni dichiarato persona non grata

e messo sulla lista di quelli a cui venne impedito di entrare nel Paese.

Non me ne dispiacque. In Cina, per aver scritto cose simili sul regime comunista, nel 1984 venni arre stato, rieducato per un mese e alla fine espulso. Anche lì la rivoluzione aveva avuto un diverso inizio e giornalisti come l' americano Edgar Snow avevano scritto con grande simpatia di Mao e della presa di potere da parte dei comunisti. Eppure in Ci na - come in Vietnam e in verità come ovunque - la rivoluzione era presto andata a male, s' era rivoltata contro la gente, e il bambino

che sul nascere era apparso così bello e attraente s' era presto rivelato un mostro dal cuore di pietra. Che libro scriverei oggi se mi capitasse

di assistere a quello che vidi nel 1975? Certo non lo stesso libro, visto

che oggi non sono più la stessa persona di allora, non sono più quel giovane ottimista, sorridente e speranzoso raffigurato coi sandali di gomma dei vietcong nella foto sul retro della copertina. E come potrei essere lo stesso dopo essere passato - e solo da testimone, fortunatamente - attraverso tutte le disgrazie, i massacri, i tradimenti degli ultimi venticinque anni di storia asiatica, d ai killing fields di Pol Pot, ai giovani cinesi assassinati inermi sulla piazza del Tienanmen, alla delusione della people' s power revolution di Cory Aquino nelle Filippine, allo strangolamento della democrazia in Birmania e ora all' ondata di mater ialismo che spazza via quello che non era ancora stato distrutto dalle bombe e dagli iconoclasti? Io non sono lo stesso uomo di venticinque anni fa, così come il mondo non è lo stesso di allora. La vita di oggi non è più dominata dai conflitti ideolo gici, non ci sono più contrastanti visioni del futuro e non più diverse interpretazioni della storia. La sola voce che oggi si sente rintronare è quella autoincensantesi dei vincitori della Guerra Fredda. Nessuno marcia più per nulla e niente sembra più rivoltare la coscienza della gente. In questo senso mi fa piacere che Giai Phong! e Pelle di Leopardo, da tempo esauriti e introvabili, tornino a vedere la luce grazie al mio editore Mario Spagnol, che poco prima di morire decise di ristamparli.

domenica , 19 dicembre 1999 POLITICA INTERNA

Il ritorno alla Cina Io, in fuga dall' orrore di Macao

Terzani Tiziano

Il ritorno alla Cina Io, in fuga dall' orrore di Macao Oggi Macao torna sotto la sovranita' della Cina: dopo 442 anni il Portogallo cede l' ultimo lembo del suo impero coloniale. MACAO - La nostalgia e' come un usignolo: canta meglio se tenuta in gabbia. Ho fatto l' errore di liberare la mia, di farla volare qui, dove voleva, e ora me ne pento. Tutto quello che sognavo di ritrovare e' scomparso, Macao non e' all' appuntamento e il cinguettare di emozioni che provavo ogni volta, approdando in questa minuscola lingua di terra occidentale sulla costa della Cina, oggi s' e' ammutolito. In cinese nostalgia si dice xiang jia, “pensare a casa", e per tre decenni questa commovente ci tta' , visitata irregolarmente, a volte solo per qualche giorno, a volte per settimane, e' stata una sorta di casa. Non ci avevo i miei libri, non i miei mobili, ma qui, come tanti altri occidentali che han messo l' Asia nel cesto del proprio destino , sentivo di avere una radice, qualcosa in comune con le pietre delle strade che qui a ogni passo riflettevano quel sogno tutto occidentale di capire e carpire qualcosa dell' Oriente. Perche' e' da qui, da questi quindici chilometri quadrati di terra che, per piu' di quattro secoli, sono passate le idee e le merci, le speranze e le delusioni di tutti i malati d' Asia: avventurieri e studiosi, missionari e banditi, santi, eroi e mercanti. A Macao la storia di questo strano, complicato rapporto fr a Oriente e Occidente (due mondi e due modi di essere diversissimi) era riassunta non soltanto nei palazzi, nelle chiese, nei monumenti, ma nella vita stessa della citta' : perche' qui, piu' che in ogni altro posto al mondo, passato e presente coesis tevano; a volte sembravano persino confondersi, e le antiche statue di pietra coi loro crocefissi occidentali branditi allo stesso modo delle spade contro il cielo d' Asia parevano avere una loro presentissima, magica forza. REPORTAGE Viaggio nella p rovincia portoghese che oggi torna alla Cina, un lembo di terra dove l' Oriente ha incontrato l' Occidente Ma il fascino della vecchia colonia non esiste piu' : la citta' e' ormai un souvenir in vendita per i turisti La mia lettera d' amore a Macao u na scheggia di eternita' perduta Le strade con l' antico acciottolato sono state ormai sostituite quasi ovunque da colate di cemento Tutto e' stato ripulito, lucidato Anche l' odore della muffa e dell' incenso ormai non si sente piu' Era impossibile guardare dalla veranda dell' Hotel Bela Vista il mare limaccioso che batteva giu' contro i muri della Praia Grande, senza immaginare, sentire, a volte persino credere di intravedere le sagome dei vascelli che, secoli fa, sfidando tempeste e ragione, partiti

da qualche porto d' Europa, dopo mesi e mesi di navigazione, arrivavano finalmente in questo porto agognato, nella foce del Fiume

delle Perle. Ed il viaggio era appena incominciato perche' da li' si trattava di andare in quell' immenso contin ente che era, ed ancor oggi

e' , la Cina. A Macao davvero il tempo aveva un ritmo diverso da quello

degli orologi. A volte pareva proprio fermarsi: come nei casino' dove le ruote della roulette giravano in continuazione, ma dove era impossibile, una volta entrati, sapere se fuori era giorno o notte, se il sole stava tramontando o sorgendo. Cogliendo l' occasione del fatto che oggi, allo scoccare della mezzanotte, Macao tornera' nell' abbraccio della madrepatria, che questo primo lembo di terra o ccidentale in Cina sara' anche l' ultimo ad ammainare una bandiera europea, ho ceduto al “desiderio di casa". Son voluto tornare a fare una passeggiata a Macao, ho voluto respirare un' ultima volta la sua aria, il suo odore: allo stesso modo di quell a giovane, sconosciuta ragazza vietnamita che nel maggio del 1975 nella Saigon appena presa dai comunisti mi si paro' dinanzi per strada, mi abbraccio' e volle risentire ancora una volta nel mio collo l' odore d' una pelle bianca come quella del suo amante americano che era scappato con uno degli ultimi elicotteri e l' aveva lasciata li' . Ma a Macao quell' odore di muffa, di incenso, di vecchio, di morte che in fondo era la sua vita, oggi non c' e' piu' . Tutto e' stato ripulito, cambiato, risa nato, lucidato, distrutto. L' Hotel Bela Vista non esiste piu' : e' stato adibito a residenza del futuro console portoghese. Il magnifico tempio cinese di Ama non e' piu' sul mare perche' davanti gli hanno costruito un grande

parcheggio per gli autob us dei turisti che vengono a migliaia e migliaia dall' altra parte della frontiera. Come il resto di Macao, il tempio stesso,

il piu' vecchio, il piu' sacro della penisola - era gia' li' quando i

portoghesi si installarono a meta' del Cinquecento - e ' diventato la prosaica rappresentazione di se stesso: falso, senza vita, privato della sua anima. Dovunque, invece delle vecchie strade con l' antico

acciottolato, ci sono ora distese di cemento. Dalla veranda della vecchia Pusada de Santiago non si sente piu' il rassicurante respiro delle onde. Sotto ormai ci passa un' autostrada. Alcuni monumenti sono stati cosi' restaurati da parere finti, altri sono stati semplicemente rimossi come quello al governatore Amaral, tolto dal suo piedistallo “pe r rispetto ai cinesi" che, pur avendolo ucciso ed avendogli mozzato la testa un secolo e mezzo fa, lo hanno sempre considerato - forse anche

a ragione - il simbolo della prevaricazione europea nei loro confronti.

Ma la storia e' storia! L' intero pae saggio di Macao, dove un tempo gli alberi eran piu' alti delle case e le chiese dominavano ogni panorama,

e' stato messo sottosopra da una orribile fungaia di casermoni e grattacieli che offuscano tutto, coprono ogni vista. Della vecchia Macao che un o scrittore portoghese negli Anni Venti aveva proposto venisse presa in gestione e conservata dalla Lega delle Nazioni, come eredita' comune dell' umanita' , non rimane intatto che il nome. Macao e' diventata una sorta di souvenir da comprare al Free duty Shop. E'

disperante. Mi viene da pensare a Stefan Zweig che, gia' distrutto per

la fine del suo mondo europeo, il “mondo di ieri", per mano dei nazisti,

non resistette alla notizia che Singapore era caduta in mano ai giapponesi. Fortunatamente non sono venuto a Macao da solo ed ho con me quel che da tempo so essere il migliore compagno di viaggio:

un libro. Quello che mi accompagna e' di un amico, Philippe Pons, corrispondente di “Le Monde" da Tokyo, anche lui malato d' Asia. “Macao: un ec lat d' eternite", una scheggia di eternita' , piccolo, elegante, appena stampato da Gallimard, e' una lettera d' amore di uno che non ha ceduto alla tentazione di tornare per le cerimonie, le dichiarazioni, le parate ed ha preferito scrivere da lonta no, coi soli riferimenti della memoria, il suo poetico addio. Comincio a leggerlo seduto nel Turbojet che fa la spola da Hong Kong, gelido d' aria condizionata come un obitorio pieno di cadaveri non reclamati. Philippe solleva una giusta domanda. Che cosa e' una citta' ? E la sua realta' fisica? Sono le sue case, le strade, o e' anche quello che la citta' reale evoca, facendo sorgere cosi' un' altra citta' , una citta' della

fantasia, una in cui si senton le vite di quelli passati prima di noi, in cui

si riflettono le proprie memorie, il ricordo delle emozioni che si sono

provate lungo i percorsi che ci si son fatti? “Macao era parte di quelle citta' immaginarie che uno si porta dentro ancor prima di esserci andati", dice. Certo che per me era diventata cosi' , parte della mia vita, dalla prima visita nel 1967, quando in Cina imperversava la Rivoluzione Culturale, le guardie rosse locali avevano preso il controllo della citta' ed ai lampioni delle strade deserte pendevano, impiccati, i

fantocci di paglia del governatore portoghese. Durante una dimostrazione popolare la polizia sparo' sulla folla e ci furono dei morti. I portoghesi dovettero scusarsi con Pechino e promettere che non avrebbero mai piu' usato la forza. Da allora Maca o fu praticamente gestita dalla Cina attraverso suoi rappresentanti locali, ma la vita di Macao non cambio' e la citta resto' quella che era sempre stata. Solo negli ultimi anni con l' apertura economica della Cina e con l' afflusso

di enormi capital i cinesi Macao e' stata oggetto di enormi speculazioni

edilizie, e' stata aggredita ed ha cambiato faccia. Mi pregustavo di continuare a leggere il libro di Pons sulle panchine un tempo affacciate

sul lungomare, ma arrivandoci mi accorgo che il mare, il mare limaccioso dei vascelli immaginati, il mare delle giunche dalle vele incerate, dei pescherecci col loro vecchio ansimare, il mare non c' e' piu' . Il mare li' e' stato portato via, prosciugato con montagne di

spazzatura e di detriti su cui s on cresciuti giardinetti, grattacieli e ora

e'

in costruzione una gigantesca torre che non so se servira' per i lanci

di

paracadutisti o per metterci in cima un ristorante panoramico. Non l'

ho voluto sapere e certo non sono andato a chiederlo ai por tavoce del governo. Il solo con cui son riuscito a parlare e' stato un vecchissimo amico, uno che ad ogni visita qui sono andato a trovare: Padre Luigi Minella. “S.J. nato in Italia il 27.9.1911, morto a Macao il 31.1.1999 R.I.P.", come dice la sempl icissima iscrizione sulla sua tomba. L' ho

trovato in un angolo del cimitero di San Michele Arcangelo. Ci sono arrivato passando dinanzi alla rovina della Chiesa di San Paolo, concepita da un altro gesuita italiano nel 1602, bruciata nel secolo scors o e da allora rimasta con la sola facciata a fare da simbolo a quella straordinaria aspirazione missionaria di conquistare l' anima della Cina. Anche quella spettrale, suggestiva presenza - “come un volto dalla pelle rugosa" dice Pons - e' stata viol ata. Con i lavori di restauro sono state costruite all' interno delle scaffalature in ferro che ora permettono ai turisti, quasi tutti ormai della Cina comunista, di salire all' altezza delle grandi finestre vuote e di farsi fotografare dai loro amic i in basso, come fossero dei santi fra quelli di pietra che restano nelle vecchie nicchie. In quella centrale c' e' ancora la particolarissima statua della Madonna che qui non tiene a bada sotto il suo piede un serpente, simbolo del peccato, bensi' u n drago, simbolo della Cina che tutti i Gesuiti da Matteo Ricci a Padre Minella han sognato, un giorno, di cristianizzare. E' un sogno quello che non si e' avverato. “Non c' e' da disperarsi di nulla. La storia continua", sento Padre Minella dirmi co n l' ottimismo di quelli che hanno la fede. “Tutto cambia, ma noi restiamo". E' vero: attorno alla sua tomba ci sono, ancora intoccate dalla speculazione edilizia, le lapidi di altri missionari. Su un grande marmo sotto la intestazione “Societas Jesu , Societas amori" sono elencati i nomi dei gesuiti, su un altro marmo, con una scritta in portoghese che dice “Qui aspettano la resurrezione", ci sono i nomi dei salesiani, molti di loro italiani. Padre Minella forse non ha torto. Per quattro secoli e mezzo in questa striscia di terra Occidente ed Oriente si sono incontrati, frequentati, amati, accoppiati, combattuti, disprezzati, ammirati ed in fondo mai capiti. Ma l' ultima parola non e' detta. Nonostante gli sforzi missionari fatti dal trampo lino di questa citta' dove ci sono piu' chiese per chilometro quadrato che in qualsiasi altra parte del mondo, la Cina non e' diventata cristiana, ma i cinesi che stanotte verranno a riprendersi Macao, come una conchiglia vuota da cui han gia' succhi ato via la polpa della sua storia, sono ormai piu' occidentalizzati di quanto i loro predecessori siano mai stati. La loro anima non e' stata conquistata dal crocefisso, ma la loro testa e' certo stata espugnata dal nostro modo di essere, dal modello occidentale di modernita' , dalla nostra concezione di “progresso" e dall' idea di come gli uomini debbono presentarsi per essere rispettabili. Per questo i dirigenti di Pechino stasera avranno tutti la cravatta, dimentichi del fatto che, proprio in cinese, cravatta originariamente voleva dire la corda con cui i loro antenati mongoli tenevano legati per il collo ed attaccati alle selle dei cavalli i loro prigionieri. La recente distruzione di Macao nasce dalla invasata fede nella modernita' “al la occidentale" che solo dei neoconvertiti possono avere. Quel che e' successo a Macao e' parte del progressivo scempio che i cinesi, in nome dello “sviluppo", stanno facendo delle loro citta' e delle loro stesse radici storiche: un processo pericolo so in quanto elimina i punti di riferimento che sono alla base della identita' di qualsiasi popolo, ma un processo

di cui oggi nessuno, specie in Cina, sembra preoccuparsi. “Macao e' ormai un vecchio libro da cui sono state strappate le pagine piu' b elle", scrive Pons. Nessuno dei dirigenti di Pechino che stanno arrivando per le cerimonie di stanotte e nessuno dei turisti cinesi, con le loro coccarde colorate al petto per non perdersi fra i tanti gruppi che sbarcano qui, capirebbe. Macao e' per loro la Disneyland dei loro sogni. Per me e' un incubo. Dovunque guardo mi sento ferire. Troppo mondo viene distrutto, e troppo in fretta e Macao mi appare ora come l' esempio piu' bruciante di questo continuo massacro. Vorrei solo non vedere, non se ntire, non avere olfatto. Ero partito per stare un paio di giorni nella Macao, “la felice" come veniva chiamata, ma ormai ho solo voglia di scappare. Corro all' imbarcadero, anche quello, senza piu' poesia, diventato una sorta di stazione spaziale. N el gelo mortale del Turbojet leggo le ultime righe di Pons: “Bisogna dimenticarsi Macao, bisogna dimenticarla con tenerezza come si stempera il ricordo di un amore passato le cui vampate di felicita' sorgono a volte ancora, impreviste, dal mormorio d ella memoria". No. Mi e' impossibile. Preferisco azzerare il ricordo di questo viaggio, convincermi di non averlo mai fatto. Non voglio affatto dimenticare, anzi voglio continuare a portare la mia, immaginaria, Macao nel petto e la nostalgia di quell a casa per sempre in gabbia. Cosi' che continui a gorgheggiare. Segue dalla prima di TIZIANO TERZANI

lunedi , 08 novembre 1999 RELIGIONE, CATTOLICA, INDUISTA

Il viaggio del Papa, le paure dell' India LE RAGIONI DEGLI ALTRI

Terzani Tiziano

Il viaggio del Papa, le paure dell' India LE RAGIONI DEGLI ALTRI Una delle principali ragioni dei conflitti e, al limite, delle guerre e' che chi si trova da una parte non capisce le r agioni di quelli che sono dall' altra. La situazione si aggrava quando chi, trovandosi a raccontare quei conflitti o quelle guerre, si schiera con gli uni o con gli altri, ne rinforza cosi' i pregiudizi e con cio' contribuisce a rendere ancor piu' ir riconciliabili le due posizioni. La visita del Papa in India, col seguito di giornalisti che parlano solo con i suoi portavoce o con alcuni rappresentanti dei cristiani di qui, e' un caso tipico di rappresentazione parziale della situazione: da un la to ci sarebbero le vittime, le suore, i sacerdoti e i missionari, dall' altro i boia, le masse urlanti dei “fondamentalisti indu", per l' occasione stranamente messi nello stesso fascio dei loro piu' acerrimi nemici, i fondamentalisti islamici. Le ra gioni per cui i cristiani qui si sentono ora minacciati e perseguitati sono ben descritte. Ma le ragioni degli altri? Nessuno sembra troppo preoccuparsene. Forse e' perche' da cinque anni vivo in India e faccio un punto di stabilire dei rapporti con “gli altri", che mi e' stata recapitata una lettera originariamente indirizzata al Papa, ma molto probabilmente persasi per strada e non fatta arrivare nelle mani del destinatario. La lettera e' scritta da Swami Dayananda Saraswati, un noto monaco in diano, rifondatore dell' insegnamento vedantico ed uno degli ideologi - il piu' moderato - del movimento di rinascita induista. La lettera in due paginette rispettose e concilianti spiega appunto le “ragioni" degli altri e cerca di attirare l' attenz ione del Pontefice sul nocciolo del conflitto cosi' come esso e' visto dagli induisti. I punti della lettera sono questi: - l' India e' un Paese di antica civilta' e con una cultura religiosa che non ha difficolta' ad accettare le varie tradizioni religiose arrivate qui attraverso i secoli; - la Chiesa con il Vaticano Secondo ha si' riconosciuto il valore delle varie religioni, ma solo come mezzi per preparare al Cristo, e questo preoccupa milioni di indu' perche' implica una teologia di convers ione; - le religioni si distinguono fra quelle che convertono, come il Cristianesimo e l' Islam, e quelle che non convertono, come l' Induismo, l' Ebraismo e lo Zoroastrismo. Le prime sono necessariamente “aggressive", le seconde no; - le conversioni sono una intrusione nel profondo di una persona e tendono a distruggere comunita' e culture vecchie di secoli. Le conversioni sono una forma di violenza e come tali generano violenza;

- la liberta' di praticare la propria religione e' un diritto nat urale di tutti, ma liberta' di religione non puo' significare aver un programma di conversioni, perche' un tale programma e' un' aggressione nei confronti della liberta' religiosa altrui; - ogni religione ha una sua bellezza ed il mosaico delle diver se religioni non fa che arricchire l' insieme dell' umanita' . La lettera al Papa conclude: “Durante gli anni del Suo pontificato, Lei ha notevolmente contribuito a cambiare certi atteggiamenti della Chiesa. In nome delle religioni non aggressive del mondo e delle religioni locali dei vari Paesi, io Le chiedo di bloccare le conversioni e di creare le condizioni in cui tutte le culture religiose possano vivere e lasciar vivere". L' appello, gia' formulato due anni fa

in occasione di una conferenz a interreligiosa organizzata dalle Nazioni

Unite, alle quali si chiedeva ugualmente di intervenire in questo senso

per evitare l' acuirsi dei conflitti religiosi nel mondo, e' chiaro e deve essere capito nel contesto di una cultura, come quella india na, che, pur non volendo isolarsi dal resto del mondo, cerca a suo modo di mantenere, ed oggi - con il Bjp (Partito nazionalista indiano) al governo

- di rafforzare, la sua identita' . La religione ne e' una parte

fondamentale e la parola “conversion e" e' un anatema perche' suscita ricordi di umiliazioni e sconfitte subite dagli indiani secoli fa quando gran parte del Paese venne sopraffatto dagli invasori musulmani.

Centinaia di migliaia di indu' vennero allora convertiti a fil di spada all' Is lam e centinaia di templi indu' vennero abbattuti per essere rimpiazzati da moschee. Furono quelle conversioni a creare le condizioni per cui al momento dell' indipendenza dall' Inghilterra il Paese venne arbitrariamente spaccato in due tronconi: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l' India, a maggioranza indu' . Sono state quelle conversioni di quasi 500 anni fa e quella spaccatura del 1947 a dare origine al piu' grande conflitto interno che ancor oggi indebolisce

e di tanto in tanto insang uina il Paese. Il Cristianesimo non e' mai

stato in questo senso una minaccia paragonabile a quella musulmana:

non solo perche' la percentuale di cristiani sull' intera popolazione e' insignificante, ma perche' il Cristianesimo, con la sua presenza q ui di quasi duemila anni, e' diventato a suo modo una delle tante religioni indiane ed una in cui gli indiani riconoscono vari aspetti della loro. Il fatto che quella religione sia poi stata complice del colonialismo non la rende particolarmente invi sa in un Paese in cui le tracce di quel tempo sono ancora dovunque e dove i “colonizzatori" sono generosamente ricordati come “parte della nostra storia". La preoccupazione nei confronti delle conversioni cristiane ha a che fare con la progressiva in troduzione nel Paese di tutto cio' che la modernizzazione, vista soprattutto come occidentalizzazione, comporta. Nuovi prodotti, nuove idee, nuovi valori stanno lentamente mutando il modo di vivere e di pensare degli indiani, specie quelli urbanizzat i. Da qui la reazione di quelli - e sono ancora tantissimi - che cercano di impedire all' India di diventare un Paese “globalizzato", un Paese come tutti gli altri. Per questo i politici di qui simbolicamente non si vestono, come ormai

fanno i dirige nti cinesi, con giacca e cravatta. Per questo qualcuno si chiede giustamente perche' si debba presto celebrare anche qui la fine di un secondo millennio, calcolato secondo un calendario fondato sulla nascita di Cristo, il cui nome non sarebbe che una variazione del dio Krishna nato in India molto prima e la cui capitale, ora sotto il mare, e' appunto oggetto di grandi scavi archeologici per essere riportata alla luce. Tiziano Terzani

domenica , 04 luglio 1999 COMMENTI

Lettera dall'India Io, senza nome a scuola dal guru

di Tiziano Terzani

CONTINUA A PAGINA 31 ANAIKATTI HILLS (Tamil Nadu), giugno 1999 - Scrivo queste righe da uno strano posto. Strano, almeno per

chi, come me, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo a raccontarne le storie e i mil le problemi, improvvisamente si ritrova isolato da tutto, senza radio, senza televisione, senza giornali e con un unico problema su cui riflettere, ora per ora, giorno per giorno, settimana dopo settimana: «Chi sono io?». Da più di due mesi vivo, d a «sisha» (colui che merita di studiare), in un «gurukulam» (famiglia del guru) nel Sud dell'India. Ho una mia spartanissima cameretta, mangio assieme a un centinaio di altri «sisha» seduto per terra, con le mani, da un piatto di metallo in cui, da

d ei gran calderoni, mi viene messo del cibo esclusivamente

vegetariano - per cui mai uova o formaggio -, studio Vedanta, la parte finale dei Veda, i testi sacri indiani in traduzione inglese, e prendo lezioni di sanscrito, la lingua originale in cui q uesti testi sono stati tramandati, prima oralmente e poi per iscritto da tre, quattro millenni; forse da più. Le ragioni che portano una persona in un posto come questo, un «ashram» (eremitaggio), sono le più svariate. Fra i miei compagni di corso, tutti indiani, ci sono giovani sui trent'anni di buona famiglia e di ottima educazione che han fatto voto di celibato, si dicono liberati d'ogni possesso e desiderio materiale e si apprestano a indossare l'abito arancione dei «sannyasin», i rinuncia tari, i mendicanti spirituali; ci sono vecchi con alle spalle vite di successo, venuti qui per familiarizzarsi con l'idea della morte, convinti come sono che dopo di quella torneranno a vivere in un altro corpo, non necessariamente uno umano, ognuno con un suo bagaglio di meriti e demeriti, karma, con cui dovranno fare i conti. Altri, specie le donne, son qui per dare un senso alla propria esistenza spesa, in India più che altrove, in un labirinto di riti e doveri familiari e sociali. Alcuni son qui invece che essere sul divano di uno psicanalista; altri ancora perché questo splendido isolamento dai rumori e dalle tensioni del mondo non costa nulla, o al massimo una piccola, discrezionalissima offerta: i ricchi seguaci del guru, fra cui alc uni dei grandi industriali del Paese, pagano per tutti.

domenica

,

04

luglio

1999

CULTURA

Terzani racconta la sua esperienza ascetica in una comunita hinduista:

i rituali di lavaggio e vestizione, le formule sacre, la meditazione INDIA Uno straniero nella famiglia del guru

Ci sono giovani che rinunciano a tutto, vecchi che si abituano

all'idea della morte. La sveglia e alle cinque, i pasti a base di ceci lessi Alle dieci l'ashram dorme.

di Tiziano Terzani

SEGUE DALLA PRIMA Fra le mie ragioni - quelle coscienti almeno -

del venir qui ce n'è una semplicissima: dopo essere vissuto per quasi

cinque anni in India, m'era parso di non far più progressi nella comprensione del Paese, e questo perché non mi e ro mai seriamente impegnato a studiare il fondo di tutto ciò che è indiano: la religione. Ero come un marziano che fosse arrivato nella Firenze di Dante e avesse

preteso di capirla visitando ogni tanto qualche chiesa e ignorando i Vangeli. Da qui l a decisione di affrontare i loro. In India la religione è una componente fondamentale della storia: la sola vera grande rivoluzione che il Paese abbia mai conosciuto fu una rivoluzione religiosa, il buddhismo, cinque secoli prima della nascita di Cri sto. Uno

dei grandi valori religiosi, ahimsa, la non-violenza, ha così determinato

il carattere della gente di qui che per almeno tremila anni gli indiani

non hanno invaso un altro Paese, non sono mai entrati da

conquistatori nelle terre altrui. Hann o esportato sì la loro civiltà, la loro arte, i loro dei, ma solo mandando architetti, scultori e sacerdoti a costruire templi come Angkor in Cambogia o Borobudur nel centro di Giava. Quella non-violenza li ha resi docili a quattro secoli di dominazi one musulmana e a un secolo e mezzo di colonizzazione inglese; ma quella stessa non-violenza, nelle abilissime mani di Gandhi, è stata poi anche lo strumento della loro liberazione. Ancora oggi nell'India, pur modernizzata e in parte occidentalizza ta, il divino è presente nella quotidianità della gente come in nessun altro Paese. E' nel contadino che automaticamente tocca la terra prima di uscire di casa al mattino,

è nel gesto di versare alcune gocce d'acqua sul cibo prima di

mangiarlo; è nel modo stesso con cui la gente qui si saluta. Noi ci stringiamo la mano dopo averla aperta per mostrare che non ci nascondiamo delle armi; qui la gente unisce le mani al petto e si dice reciprocamente, «Namaste», saluto la divinità che è in te. Le t re guerre che l'India ha combattuto con il Pakistan dal 1947, così come il conflitto che minaccia continuamente di scatenarsi in Kashmir, hanno origini religiose, essendo il Pakistan nato dalla spartizione secondo linee religiose dell'India inglese. La religione è l'unica vera ragione della esplosiva tensione che ancora separa all'interno del Paese la

popolazione musulmana (120 milioni) da quella hindu. Ugualmente religiose sono le motivazioni della recente campagna - a mio parere solo agli iniz i - che alcuni gruppi fondamentalisti hindu stanno conducendo contro la minoranza cristiana. Religione, religione, religione. Forse la più antica sistematizzata religione del mondo; quella col più vecchio e più completo capitale di saggezza dell'uman ità; la

religione che ha fornito miti e concetti - tipico quello del Paradiso - ripresi poi da tutte le successive religioni, eppure una religione, questa dell'India, senza una sua struttura istituzionale, senza una Chiesa: una religione in fondo sen za neppure un nome, visto che quello con cui è conosciuta nel mondo, Hinduismo, è uno che le venne affibbiato da uno studioso inglese nel secolo scorso e che gli indiani stessi evitano

di usare. Basta visitare alcuni templi indiani per confondersi ancora di

più sull'essenza di questa fede: in alcuni si venerano parti del corpo umano, in altri si venerano animali come i topi, nei più la gente si

prostra e prega dinanzi a una varietà di figure metà bestie metà uomini. Il numero delle divinità og getto di devozione appare infinito, eppure tutte - ci vien detto - sono espressione di un unico dio, lui

tanti nomi. Tanto valeva che cercassi di

avvicinarmici, e non studiandolo sui libri, non leggendone le definizioni fo rnite da accademici occidentali, ma alla maniera tipicamente indiana: andando a cercarmi un guru. Guru è una bella, antica parola purtroppo avvilita dall'uso che se ne è fatto in Occidente: gu significa «tenebra», ru vuol dire «cacciare»; per cui i l guru è colui che scaccia

la tenebra, colui che porta luce nel buio dell'ignoranza. Quello che mi

sono scelto non è uno dei tanti, famosi santoni alla moda a cui accorrono frotte di occidentali, uno di quelli che fanno «miracoli» o li promettono. Il mio guru è un intellettualissimo studioso, un uomo di notevole cultura, uno che molti in India considerano già come il successore di Shankara, il grande commentatore delle scritture sacre dell'VIII secolo d.C., perché ha reintrodotto con successo la tradizione classica d'insegnamento e ha già formato alcune centinaia di nuovi swami, maestri, che ora ripropongono la versione originaria del Vedanta in tutto il Paese. Il mio guru è anche uno degli ideologi, uno dei più moderati, di quel movimento di rinascita nazional-hinduista che ha la sua espressione politica nel partito del Bjp, oggi al potere. Si chiama Swami Dyananda Saraswati, ha 70 anni, da giovane fu giornalista, il suo gurukulam è isolato, nelle colline a nord di Coimbatore, sulla v ia di una delle ultime foreste tropicali d'Asia, la Valle Silenziosa. Entrandoci in aprile ho avuto l'impressione d'approdare finalmente in India, di non essere più un semplice visitatore. Mi sveglio alle cinque del mattino al suono di un campanacc io, per un'ora osservo nel tempio il rituale lavaggio degli idoli e la loro vestizione godendo del magnifico salmodiare dei mantra, i suoni sacri; per mezz'ora partecipo alla meditazione di gruppo, poi dopo colazione - di solito a base di ceci lessi - seguo le lezioni interrotte dal pranzo - riso e ceci lessi - e dalle varie pause per il tè. Al tramonto vado al

stesso però portatore di

tempio per la cerimonia del fuoco, o da solo su una delle colline per il glorioso calare del sole. Dopo cena - per lo più ceci lessi e r iso, questa volta però con l'aggiunta di yogurt! - c'è una conversazione di gruppo su un tema che ognuno può proporre. Alle dieci l'intero ashram dorme. Il succo di tutto l'insegnamento è più o meno questo:

l'esperienza che ognuno fa di se stesso e del mondo è fondata sulla divisione fra soggetto e oggetto, fra chi conosce e ciò che viene conosciuto. L'Io percepisce l'intero universo come qualcosa fuori da sé

e si sente perciò come una limitata, insignificante esistenza sulla scala

del mondo. Da questa dualità scaturiscono tutti i problemi: innanzitutto

quello della ricerca del Creatore di questo universo che l'Io si trova dinanzi, di cui si accorge che è così intelligentemente messo assieme,

e di cui sa di non poter essere l'autore. Comi ncia così quella ricerca di

un Dio esterno all'Io che è di tutte le religioni. Ecco che entrano di scena le scritture sacre, i Veda, o meglio la parte finale di questi, il Vedanta. Con una serie di ragionamenti logici che nascono dall'esperienza che uno fa di sé e del mondo, le scritture dimostrano, allo stesso modo con cui gli occhi vedono e gli orecchi sentono, che partendo dall'analisi dell'Io questa dualità fra conoscitore e conosciuto

è falsa, non esiste e che tutto, tutto è semplicemente c oscienza, che quella coscienza è dovunque, è fuori dal tempo e dallo spazio, che

quella coscienza è atma, è Brahman, è Ishavara e che la risposta alla domanda «Chi son io?» è semplicemente: «Tat tuom asi», tu sei questo. Tu sei dio, tu sei il Creator e dell'intero universo. Da qui l'idea tutta indiana che dio è in ogni forma, in ogni cosa perché non ci sono vari dei, perché non c'è un solo dio, ma perché tutto è dio. «Allora come va chiamata questa religione?», ho chiesto al swami in una dell

e nostre conversazioni in cui ho voluto registrare come un religioso

d'Oriente vede il mondo d'oggi e i suoi problemi. «Vedanta non è una

Vedanta è conoscenza, la

un barbone

conoscenza

religione, è una cosa più spirituale

».

«Ma lei come si definisce?» . «Io? Sono

spirituale», ha detto divertito. «Sono un sannyasin. Questi abiti arancioni indicano che seguo la tradizione vedica, ma questo non mi fa

un

hindu

l'hinduismo non esiste. Quel che perseguo è comune a tutti

gli

uomini, è universale. Questo è il grande pregio del Vedanta. Per

questo nella nostra visione ognuno è libero di adorare dio come vuole,

di chiamarlo con il nome che preferisce, Gesù, Allah, Jehowa. Per

questo noi rispettiamo tutte le religioni e non abbiamo co nflitti con nessuno». «Non è vero. Il conflitto c'è già. I cristiani vengono aggrediti da bande di ultrà hindu, ci sono già stati dei morti; delle chiese sono

state messe a fuoco

bloccare l'espansio ne cristiana in India», rispondo sapendo che Swami Dyananda è coinvolto con varie iniziative, compresa l'organizzazione di un convegno e di una grande manifestazione a Madras a metà luglio, per pubblicizzare un'idea che il swami ha già presentato rec entemente in un discorso a una commissione delle Nazioni Unite: il congelamento delle conversioni cristiane in India. «Il

e lei stesso non fa mistero della necessità di

problema delle conversioni è diventato estremamente serio in questo Paese, specie qui nel Sud. Le conversioni sono una forma d i violenza. La Chiesa cattolica e le varie sette protestanti stanno facendo un grande sforzo e investendo montagne di soldi per convertire la nostra gente. Questo è diventato inaccettabile perché cambia la nostra cultura, crea conflitti e tensioni ch e sarebbe invece bene evitare. Non

abbiamo niente da obiettare contro gli ebrei, contro i parsi: quelli sono come noi hindu, non vanno in giro per il mondo a convertire la gente. Queste, come la nostra, sono fedi non aggressive. Diverso invece è il c aso dell'Islam e del cristianesimo. Quelle sono religioni missionarie, aggressive. E non si possono mettere a confronto queste con quelle perché una religione come la nostra è subito in svantaggio». «Ma questa è l'epoca del mercato libero, mercato di beni, mercato di idee,

di religioni. Come si può andare contro questo?», chiedo. «Questo

mercato non è libero perché il debole non è libero dinanzi al forte e le

religioni non aggressive, non combattive non possono competere con quelle aggressiv e. Per questo debbono essere protette. Noi siamo vittime di una aggressione. Qualcuno deve intervenire, le Nazioni Unite eventualmente, ma innanzitutto la Chiesa deve bloccare le sue conversioni. Se questo non succede qui si creano le condizioni per una violenta reazione. I cristiani vogliono un dialogo? Siamo prontissimi,

ma innanzitutto debbono smettere di pestarci i piedi», dice il swami. Vivekanda, il grande filosofo, propagandista hindu, all'inizio del secolo predisse che Vedanta sarebbe pr esto diventata la religione del mondo. Swami Dyananda la pensa allo stesso modo. Dubito che i fatti daranno loro ragione, ma almeno per quanto riguarda l'India l'attuale rinascita della tradizione classica del Vedanta è un fenomeno che non

va sottova lutato e, dati i suoi connotati nazionalisti, è un fenomeno

con cui le altre religioni, specie quella cristiana, qui da quasi duemila

duemila anni, cosa sono nella storia

dell'India? Comunque nessuno mette in disc ussione il diritto dei cristiani a essere in India. Ci stiano pure altri duemila anni! Chiediamo solo che non continuino a distruggere la nostra cultura come hanno fatto con tante altre antiche culture in America Latina e in Africa. Anche questa è un a forma di globalizzazione contro cui dobbiamo resistere. Lasciamo che il mondo mantenga le sue diversità». Così parla oggi in uno strano posto nell'India del Sud un influente «barbone spirituale»

anni, dovranno fare i conti. «Già

che vorrebbe tanto aprire un dialogo con la Chiesa e convincere magari il Papa in persona a bloccare le conversioni: un messaggio questo che, visto il mittente, mi pare valga la pena registrare, mentre io continuo, solo per qualche giorno ancora, nel mio quotidiano

chi sono. P. S. Nel caso queste righe dovessero

cadere sotto gli occhi di un cardinale, mi sia concessa una postilla:

arrovellarmi su

«Eminenza, non le pare che anche la Chiesa potrebbe fare da noi qualcosa di simile a questi ashram? Non sarebbe una buona idea prendere qualche v ecchio convento vuoto, qualche proprietà in disuso e metterla a disposizione di tanti che potrebbero andare lì a riflettere

sulle proprie frustrazioni e sul senso della vita invece che andare a

cercare risposte consumistiche nelle vacanze al mare

spirituali, ma sempre da vacanza, negli ashram dell'India o nei monasteri tibetani?».

o risposte più

domenica , 17 gennaio 1999 CULTURA

Popoli di civilta e religioni diverse vivono nello stesso Paese, straordinaria cassaforte dell'umanita. Ma il modello occidentale di sviluppo minaccia la loro identita, condannandoli all'estinzione. E' il caso dei Rabari INDIA Nomadi in fuga dal mercato globale

Un'esistenza primitiva ma per molti versi migliore di quella condotta da chi vive nella societa del benessere di TIZIANO TERZANI

Pubblichiamo un brano della prefazione di Tiziano Terzani al libro fotografico «Rabari», di Francesco d'Orazi Flavoni, edito da «Stampa Alternativa» (pagine 148, lire 45.000).Ero arrivato in India da poco ed una sera, a cena in casa di amici, la signora che mi sedeva accanto, sentendo che ero italiano, mi sorprese chiedendomi che cosa sapevo

di Giove: «Poco», risposi imbarazzato. Ma lei insistette: «Quanti sono

oggi i suoi seguaci a Roma?». Solo col tempo, viaggiando ed imparando a conoscere il Paese, mi resi conto che quella domanda non era così assurda come m'era apparsa allora. In India la storia non

è un susseguirsi, ma un affiancarsi di fatti; il medioevo coabita con la modernità, i computer - ed ora le bombe atomiche - nascono in u na società che nella quotidianità usa ancora strumenti che sono dell'età della pietra, ed una nuova verità - o una credenza - non ne soppianta necessariamente una precedente. Così, siccome in India accanto agli hindu ed ai musulmani, ai cristiani ed ai buddisti, sopravvivono ad esempio gli zoroastriani adoratori del fuoco ed i jain i cui sacerdoti portano delle garze sulla bocca e sul naso per non uccidere,

respirandoli, i microbi, per la mia signora indiana era inconcepibile che

una fede come q uella seguita dai Romani [

devoti. Questa è una delle meraviglie dell'India: la gente vive nella stessa geografia, ma in una storia che varia; lo spazio è lo stesso per tutti, ma il tempo è diverso. Ognuno sta nel suo. A vo lte, per accorgersene, basta voltare un angolo o solo osservare una folla. Un giorno stavo seduto in una casa da tè nel mercato di Ahmedabad perso a guardare il solito, vario scorrere della vita sulla strada, quando dal coloratissimo andirivieni di q uella straordinaria collezione di umanità che l'India è sempre, vidi spuntare due particolarissimi personaggi: un uomo alto e maestoso, dai grandi baffi neri, gli orecchini d'argento, un corpetto ed un turbante bianco, seguito da una donna snella e d ritta come un fuso, vestita di nero, avvolta in uno scialle di intricati ricami colorati. La loro primitiva bellezza mi folgorò. Si

avesse più i suoi

]non

sedettero davanti a me e io non riuscii più a togliergli gli occhi di dosso. Osservavo le loro dita lunghe e forti, i loro capelli corvini, i sorrisi

bianchissimi, gli occhi di fuoco, le ciglia folte, i nasi dritti, i corpi asciutti. Nel mio calendario era il 1995, ma quelli venivano come da un altro tempo, dall'anno zero forse; quelli erano esemplari di un'umanit à primordiale, come doveva essere l'umanità alla creazione, un'umanità ancora in comunione con la natura, un'umanità non ancora indebolita dal comodo, non ingrassata dal «benessere», non intristita dal «progresso». I due mi parevano la rappresentazio ne olografica dell'uomo dell'Eden prima della cacciata: regale, sereno, in controllo di

Poi una domenica pomeriggio, Francesco d'Orazi

Flavoni che passava parte del suo tempo libero nel deserto del Kutch

sulle tracce di una pa rticolare razza di allevatori di cammelli, venne a farmi vedere una sua emozionante collezione di fotografie e quegli straordinari personaggi d'altro tempo, finalmente, ebbero anche per me

Le immagini che d'Oraz i Flavoni

faceva scorrere sotto i miei occhi erano più che un ricordo: illustrando la vita di un piccolo gruppo di persone raccontava una grande storia, la storia di una umanità che, ancora incontaminata dal moderno, cerca di restare se stessa, di ma ntenere le proprie tradizioni e con ciò la propria identità dinanzi alla prospettiva ormai comune a tutti i diversi, di

estinguersi per assimilazione. A loro modo i Rabari sono un ottimo esempio di quel problema che pochi osano ormai porre, ma su c ui è

sempre più urgente riflettere: che cosa è progresso, che cosa è felicità, che cosa è giusto, che cosa è bello, che cosa è saggio? Che cosa stiamo facendo della terra e di noi stessi affidandoci completamente alla tecnologia di cui certo sappiamo che può salvare e prolungare la vita, ma che anche la avvelena e la svuota di gioie e di pace? I Rabari sono un ottimo esempio di una comunità che attraverso i secoli ha raggiunto un suo equilibrio ed ha sedimentato, col suo sperimentato modo di viv ere, un'etica, un'estetica ed una saggezza che non è possibile giudicare dall'esterno con metodi e valori cresciuti in altri contesti. Tutto quel che i Rabari sono può essere visto da un disattento occhio occidentale come misero, retrogrado e al li mite persino come orribile, riprovevole. I bambini messi a ricamare o a badare i cammelli fin da piccoli e promessi in matrimonio ben prima della pubertà sono un anatema per chi pensa in astratto alla protezione dei diritti umani. Le donne che filano , tessono e fanno duri lavori manuali, mentre gli uomini badano le greggi e fumano sono per il fontamentalismo femminista un esempio di sciovinismo maschilista, di sfruttamento e di repressione, eppure queste pratiche «barbare e incivili» son lì da s ecoli, in una società che funziona, che ha trovato un suo ordine. Le condizioni di vita dei Rabari appaiono primitive, ma la qualità del loro esistere è per tanti versi migliore di quella di tanta gente che vive nel

preteso benessere della modernit à [

I Rabari hanno origini nomadi

e come nomadi vivono vicini alla terra; come i loro cammelli han bisogno di poco per sopravvivere a lungo. Come i loro cammelli, ora minacciati dall'avanzare inarrestabile di altri mezzi di locomozione, anche i Rabari vivono sotto la minaccia di cambiare irrimediabilmente

un nome, una identità: i Rabari [

sé e del mondo [

].

].

].

[

].

Bisogna averli visti i cammelli caracollare eleganti e leggeri nel

fetore soffocante del traffico di Jaipur inquinata, o all'alba a migliaia

nella piana polverosa di Pushkar per la fiera annuale, per capire come l'identità dei Rabari sia legata a quelli e come, essendo i cammelli sentiti come creature semidivine, loro che se ne occupano si sentano esseri superiori, discendenti d'un unione fatta in cielo. Eppure il loro

stato semi-divino non salverà i cammelli ed i Rabari finiranno per perdere con questo la loro identità come gli aborigeni australiani persero la loro: avevano fondato tutte le loro certezze sul credersi i soli al mondo e la semplice vista di un uomo bianco li distrusse. Come tanti altri indiani i Rabari potrebbero presto finire per bere Coca-Cola invece

che latte e per mangiare le patatine sintetiche [

ripugnante, di sacrilego in tutto questo sovversivo tentativo di mettere

in d iscussione, in nome del progresso e della libertà di informazione, ciò che è stato in piedi per secoli, nello sforzo di omogeneizzare e di

globalizzare tutto e tutti, non certo con l'intento sincero di migliorare la vita della gente, ma con quello di aprire nuovi mercati, di vendere idee,

modelli e con ciò prodotti d'importazione [

globalizzazione deve essere quella della presa di coscienza che la distruzione della vecchia Pechino o della cultura tibetana non è solo un affare dei cinesi, ma riguarda anche gli altri popoli e che la assimilazione di un piccolo gruppo di bella, antica gente come i Rabari impoverisce tutti. L'India è una straordinaria cassaforte di umanità, una gigantesca arca di Noè stivata di uomi ni di tutte le epoche, di tutte le civiltà, di creature ancora non addomesticate e deformate dal progresso, ancora non indebolite dal vivere urbano e fra cui potrebbero essere sopravvissuti anche dei seguaci di Giove. Eppure proprio oggi anche quella immensa riserva sta per appiattirsi, per eliminare le sue interne diversità. Le cause ultime sono sempre le stesse: la razionalizzazione, le regole di mercato, la logica dei commercianti. Le antiche società sapevano che non si poteva lasciare a cost oro la gestione del mondo e non a caso Confucio, sistematizzando la struttura piramidale della società cinese relegò i mercanti al livello più basso, dopo i sapienti, i militari e i contadini. Oggi le società moderne hanno rovesciato quella piramide ed i mercanti con la loro etica, la loro estetica sono in testa a tutti.

Se ci deve essere una

C'è qualcosa di

].

].

venerdi , 29 maggio 1998 PRIMA PAGINA

I PACIFISTI ARMATI

di TIZIANO TERZANI

CONTINUA A PAGINA 2 NEW DELHI - Quarantasei gradi e mezzo all'ombra. Il caldo è soffocante. Il condizionatore d'aria non funziona perché da giorni l'elettricità va e viene. Apro il rubinetto dell'acqua, sperando di rinfrescarmi sotto la doccia, ma dopo un promettente gorgogliare d'aria, non esce nulla. Cerco di telefonare all'amministratore del mio condominio, ma il telefono è muto. In mia assenza qualcuno ha dato una manciata di rupie al locale funzionario dei telefoni e quello ha attaccato l a mia linea all'apparecchio di

qualcun altro. Sono stato via dall'India per alcuni mesi e tornare a casa

è il solito sofferto piacere. «Di questa stagione è sempre così: né luce né acqua. Ma almeno ora abbiamo la bomba», viene a consolarmi, con

la su a saggia ironia, il mio vicino. Ha fatto la sua passeggiata nei

giardini di Lodhi dove gli avvoltoi son venuti, come ogni anno, ad affollare le cupole delle vecchie tombe Mogul, ha acceso le bacchette d'incenso, ha pregato davanti ai suoi dei e ha tutto il tempo per darmi una delle sue solite lezioni d'indianità. «Siamo come quei poveri che a casa mangiano solo riso, ma quando escono si ungono le labbra di burro per far credere alla gente d'aver mangiato anche del buon condimento». LETTERA DALL'INDIA * *

domenica , 24 agosto 1997 CULTURA

Avvincenti storie di streghe, fantasmi e spiriti fra rocce, boschi e vecchie case in un incantevole piccolo borgo sull'Appennino toscano, senza storia e senza eroi. Pochi gli abitanti, ma tanta l'umanita e la saggezza La Selva oscura nella Valle dell'Orsigna

Le pecore coi ragazzi della mia eta, a cercare funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole. E’ stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il mio primo ballo. Dopo tante avventure intorno al mondo e tanti amori per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l'India, mi domando se questo luogo non sia il mio vero, ultimo amore

TIZIANO TERZANI

Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sentì solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi già abituati al buio della notte perché tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la più vecchia lo bloccò con la sua maledizione: «Ettore, quel che hai visto scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, subito morirai». Passa rono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la

fontana e il bar gli parevano lontanissimi, gli v enne da aprirsi il cuore.

E fece i nomi. La mattina dopo, mentre

era al lavoro, una carica di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco. Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono q uando arrivai ad Orsigna. Ero bambino, venivo dalla città a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi ed a rispettare i tabù della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembrava averne uno e i loro nomi parevano fatti apposta per n on far perdere alla gente la memoria delle loro origini, così come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve. La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che lì ci si aggirava uno spirito, una notte d'inverno avev a voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile e al mattino l'avevano ritrovata stecchita, morta di paura. Il Fosso dello Scaraventa era dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato giù per le balze. La Pedata del Diavolo era dove il demonio, che abitava nella valle dell'Orsigna -

«Io le streghe le ho viste

».

chiamata ai vecchi tempi «La Selva oscura» -, a veva appoggiato per l'ultima volta il piede, scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterne. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un solo filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai ve cchi, m'incantarono. Sono passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli più strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi sono liberato e l'Orsigna, con le sue duecento «anime», come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra. «Orsigna, 806 metri sul livello del mare», dice

il cartello all'inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi ci arriva non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto di una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle

ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni. Al contrario dell'Abetone, Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'è mai successo nulla di storico, non ci si è fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese è quella sulla facciata della chiesa, coi nomi e le fotografie smaltate di una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande guerra. Il più vicino che un «grande» sia mai arrivato fu a cinque chilometri: quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa di un guasto alla locom otiva del treno che lo portava alle Terme di Porretta. Io ad Orsigna ci venni per la prima volta nel 1945, portato da mio padre, che c'era stato da giovane, quando, per sciare, si legavano le palanche delle staccionate alle scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo la mulattiera. Non era un vero posto di villeggiatura e trovammo facilmente una camera da affittare. Per alcuni anni stemmo dall'Azelia, la postina, poi dalla Filide, una pastora che da ogni marito che le era morto aveva ereditato qua lcosa

e la cui casa era per questo una delle migliori del paese. Ogni estate

ero lì a badar le pecore coi ragazzi della mia età, a cercar funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri, m a tutte - per me - altissime. L'Orsigna è stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il primo ballo, ho avuto il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi miei primi risparmi comprai il prato dove avevo mandato l'aquilone e con le pietre del f iume ci feci una casa come quelle degli altri, solo con la porta e le finestre più grandi. Il pensiero di quel posto m'è servito da bussola nei miei vagabondaggi nel mondo e quando ai miei figli, cresciuti sempre in paesi d'altri, ho voluto dare dell e radici e mettere nella memoria l'odore di una casa a cui legare poi la nostalgia dell'infanzia, ho imposto loro, come regola di famiglia, di passare ogni anno due mesi ad Orsigna. C'era in questa valle selvaggia con la sua gente senza storia - tr anne quella d'una gran miseria - senza gloria - tranne quella delle leggende di cui si sentivano protagonisti - una misura di umanità che volevo i figli imparassero e si portassero dentro. Strana gente quella dell'Orsigna! Già i loro nomi mi impres sionarono quando arrivai. Gli uomini si

chiamavano Assuero, Smeraldo, Antimo, Elio; le donne Sedomia, Elide, Fortunata. A me, fiorentino, pareva strano che loro non sapessero bene chi fossero i loro antenati. Alcuni dicevano che venivano da una compa gnia di ventura a cui un signore, non potendoli pagare, aveva dato in feudo la valle. Da qui i loro nomi di famiglia:

Venturi, Caporali e quello d'un caseggiato chiamato il Vizzero. Altri dicevano che all'origine erano dei contrabbandieri che in ques ta valle inaccessibile e zona di confine fra le terre del Papa e quelle del Granduca di Toscana, evitavano di pagare il dazio alle Gabbellette (un posto si chiama appunto così) e varcavano la montagna in un punto

impervio chiamato, non a caso, Porta Franca. Certo è che in questa valle, scura di boschi di castagni e faggi, gli orsignani, lontani dalle città - Firenze e Pistoia - di cui diffidavano, erano cresciuti liberi e pieni d'orgoglio. Abitavano nei loro piccoli borghi sparsi lungo le cost e dei monti; ed anche alla Chiesa, come si chiama ancora oggi il paese vero

e

proprio, ci andavano solo per la Messa, per giocare a carte, per bere

e

per comprare il sale ed i fiammiferi. Il resto lo facevan da sé. Eran

pastori e dalle pecore e dai c astagni tiravano tutto quello di cui avevano bisogno. Anche dal medico ci andavano solo in punto di morte. Alighiero sapeva bloccare il sangue di una ferita recitando una formula misteriosa; Ubaldo - quello vive ancora - con una sua formula segnava il fuoco di Sant'Antonio. Gli orsignani era gente che aveva tempo. Con un filo d'erba in bocca, stavano per ore ed ore in cima ad un colle a guardare il gregge con tutto l'agio di pensare e di tacere. Mi parevano conoscere l'animo umano come pochi . Da ogni piccola vicenda mi sembravano capaci di tirar fuori l'archetipo con quella semplicità in cui, piano piano, ho imparato a riconoscere la grandezza. Erano, per necessità, grandi osservatori della natura e da quella tiravano sempre grandi le zioni ed il senso di un equilibrio che si rifletteva nel dar vita, a volte solo con un nome e una leggenda, ad ogni sasso, ad ogni forra. Crescendo imparai ad apprezzarli sempre di più. Io andavo in capo al mondo a cercar di capire qualcosa; loro, senza saper né leggere né scrivere, restando sempre lì, ma facendo d'ogni piccolezza un capitale, s'eran costruiti un gran sapere, mi pareva. Tornavo dal Vietnam e Alighiero, che la guerra l'aveva vista solo una volta quando i tedeschi eran venuti a bruciare una borgata nella valle per rappresaglia d'un attacco partigiano, sembrava saperne tanto più di me. E forse era così. Io avevo visto per un attimo un grande bagliore, lui aveva visto il lento scorrere delle cose nella loro interezza. I cin esi hanno una bella espressione per descrivere come io vivevo - ed ancora vivo. - «Guardare i fiori dal dorso di un cavallo». Proprio così: in 25 anni d'Asia ho visto tanti fiori, a volte straordinari, grandi, ma dall'alto di un cavallo, sempre di co rsa, sempre a distanza, senza troppo tempo per soffermarmici. Gli orsignani hanno visto pochi fiori, forse piccoli, ma ci sono stati accanto, li hanno visti sbocciare, crescere, morire. E di quello straordinario ciclo della vita son diventati esperti . E liberi, anche dalla morte. Questo è un posto in cui tanta

gente s'è suicidata come non volesse dipendere dai disegni di nessuno, neanche da quelli, all'ultimo, del loro Creatore. La Nunziatina, mia vicina, qualche anno fa, si buttò dalla fi nestra per poter andare ad occupare al cimitero la tomba che s'era resa libera accanto a quella del marito. Aveva sentito che un'altra donna del paese era stata portata all'ospedale e sapeva che, se quella moriva prima di lei, lei avrebbe perso il po sto in cui voleva esser sepolta. Gli orsignani vivevano in un mondo tutto loro, con regole loro, e della città rifiutavano tutto. Persino la spiegazione del nome del loro posto. Orsigna, stando agli storici, veniva dal fatto che la valle, menzionat a già in documenti dell'anno Mille, era piena di orsi (da qui i due che sono nello stemma di Pistoia), ma secondo gli orsignani il nome avrebbe a che fare con una principessa Orsinia (degli Orsini?) esiliata qui ad espiare un «fallo d'amore». Le sue guardie erano protette da grandi armature e solo quando si spogliavano per prendere il sole su uno dei colli si vedeva che erano delle magnifiche ragazze. Quel posto si chiama ancora Le Ignude. «Lì ci si sente», mi dicevano gli orsignani, indic andomi i ruderi di un posto che sia chiama Il Castello (quello della principessa?), ma che tutt'al più poteva essere stato un gruppo di misere casupole di pietra. Io stavo in silenzio a cercare di sentire i lamenti antichi della Orsinia, ma non ci ri uscivo. «Ci vuole che tu abbia il secondo udito e la seconda vista», diceva Guidino, un vecchio piccolo piccolo che mi era amico. Lui quei secondi sensi li aveva tutti. Viveva in una casa tutta nera di fumo, ma era un poeta nato, e vinceva regolarm ente le gare di contrasto in cui, davanti ad una damigiana di vino, i vari poeti del paese si sfidavano a cantare, a rime alterne, uno difendendo le virtù della donna mora, l'altro quelle della bionda; uno i pregi del sole, l'altro quelli della luna. Oggi nessuno canta più di contrasto ad Orsigna. Col passare degli anni tante cose anche qui sono cambiate. È arrivata la televisione ed attorno al camino, la sera, la gente non ci sta più a conversare. La maggioranza dei pastori sono scesi in pian o e i loro figli son diventati cittadini. Eppure molti di loro tornano, rifanno le vecchie case, tornano per andare a funghi, per vedere sorgere il sole dalle cime e per ballare in piazza sotto l'unico monumento del paese, un piccolo Cristo di marmo a braccia aperte. Torno sempre anch'io e sempre più mi domando se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d'altro, in cerca d'esotico, in cerca d'un senso all'insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l'India, l'Orsigna non sia - se ho fortuna - il mio vero, ultimo amore.

domenica , 27 luglio 1997 ESTERI

Affari come prima

di

Tiziano Terzani

Il

sole. Finalmente, il sole. Dopo un intero mese di pioggia («anche gli

dei piangono», diceva la gente), il cielo è tornato a essere alto e chiaro. Il mare della baia è luccicante e i grattacieli, riflettendo l'azzurro, sono come eterei, trasparenti . A volte pare che una polvere dorata aleggi sulla città. Hong Kong è davvero una meraviglia: la solita meraviglia di sempre. «Allora? Hai visto? Non è cambiato nulla!», mi apostrofa il portiere dello stabile-dormitorio di 26 piani in cui ho abitato da metà giugno, come volesse rimproverarmi di non averlo rassicurato abbastanza nel nostro quotidiano scambio d'impressioni sullo stato dell'isola. Il fatto che finora niente, assolutamente niente, sia mutato nella sua vita, tutta spesa in un bugigat tolo con una mini-televisione sempre accesa, una sedia scomoda e una branda pieghevole su cui dorme la notte, a lui pare rassicurante. E in fondo non ha torto. Son passate esattamente quattro settimane da quando la bandiera rossa della Cina Popolar e venne issata nel Convention Center e fatta sventolare da un apposito soffione d'aria nascosto in cima al pennone, ma il «ritorno di Hong Kong nell'abbraccio della madrepatria» non

sembra avere avuto visibili conseguenze. I dirigenti cinesi, venuti a presenziare alla «storica vittoria», son ripartiti per Pechino, distanti e intirizziti com'erano arrivati (ora si sa che quella loro rigidità era dovuta

in parte ai giubbotti anti-pallottole che s'erano messi sotto le camicie

perché non si fidavano delle misure di sicurezza prese dagli inglesi e temevano un qualche complotto dell'ultimo minuto); il reclamizzatissimo circo degli 8 mila giornalisti (in verità erano molti di meno) ha fatto le sue tende per andare al prossimo avvenimento- spettacol o e Hong Kong, non più nell'occhio del mondo, è tornata alla sua affrettata, materialistissima esistenza. Nessuno dei disastrosi scenari previsti dalle varie Cassandre s'è realizzato. Le annunciate

dimostrazioni dei democratici si sono risolte senz a neppure un arresto

e il nuovo, provvisorio parlamento - tutto composto da gente scelta da

Pechino che ha preso il posto dei deputati eletti in libere elezioni - ha passato disposizioni e regolamenti voluti dal nuovo padrone di casa: il Partito comu nista cinese. In quattro e quattr'otto sono state abrogate le leggi che permettevano agli operai la trattativa collettiva e proteggevano i sindacalisti; è stata rivista la legge elettorale in modo che i democratici, alle elezioni del prossimo anno, o ttengano il minimo dei seggi; al capo della polizia è stata data discrezione perché impedisca qualsiasi manifestazione che metta in pericolo la «sicurezza nazionale» o che propaghi l'idea dell'indipendenza di Taiwan, del Tibet

o di Hong Kong stessa. A pensarci bene questi sono grandi

mutamenti, ma son di quelli che non danno nell'occhio e non hanno,

per ora, cambiato né la vita del portiere, né la mia. Ogni mattina esco all'alba a fare un po' di ginnastica nel Giardino botanico, a un passo da casa, e lì, esattamente come prima, centinaia d'anziani cinesi fanno la «lotta contro le ombre», muovendo lentamente i loro arti o le loro spade di legno, davanti alle gabbie degli orang utan, tra gli strilli dei babbuini e sotto lo sguardo benevolo di «Sua maestà graziosissima, Re Giorgio Sesto» in bronzo che ancora domina la bella collezione di piante e di animali. Tutte le statue del passato, messe alla gloria del potere coloniale, sono rimaste ai loro posti, così come tutte le lapidi, compre sa quella al primo ufficiale inglese caduto nella Guerra dell'Oppio, ancora murata sulla parte esterna della Cattedrale di St.John, costruita nel 1842, un anno dopo la fondazione della colonia. Avevo sentito dire che la statua della regina Vittoria era sparita dal grande parco che porta ancora il suo nome a Causeway Bay, e son corso a vedere. «Per il momento non ci sono piani per rimuoverla», m'ha detto il giardiniere cinese. Persino il nome della caserma in cui sono andati ad installarsi, n el cuore di Hong Kong, i soldati dell'Esercito di liberazione è rimasto lo stesso: Prince of Wales, Principe del Galles. L'immagine della bandiera rossa che ora sventola contro quel colonialissimo nome sembra riassumere quel che Pechino ha deciso che qui debba succedere: niente. Tutto deve rimanere come prima e tutti debbono solo pensare a far soldi. Tutti, anche l'Esercito di liberazione. Si dice che i generali, venuti dalla madrepatria, trovino quella caserma Principe del Galles un po' sprecat a, così com'è nel centro della città, e che stiano pensando di trasformare quel preziosissimo pezzo di terra in un grande centro commerciale con tanti bei nuovi grattacieli! Anche la proverbiale efficienza di Hong Kong e dei suoi servizi pubblici n on è cambiata. Il ramo d'un albero disturbava la vista dei miei vicini; il portiere ha fatto una telefonata e nel giro di poche ore è arrivata una squadra di operai con una gru; un ramo è stato tagliato e tutte le frasche portate via. Le grandi merav iglie lasciate dagli inglesi, i tre tunnel sottomarini, la scala mobile che dal centro porta sino a metà del Picco, la metropolitana - l'unica al mondo in cui i telefoni cellulari funzionano anche quando il treno è sotto decine di metri di terra e di mare - continuano a essere esempi di perfezione. Niente è cambiato: giorni fa ho visto una suora buddista che entrava a fare spese in un negozio di biancheria intima. Tutti i giorni vedo file di signore che aspettano pazienti il loro turno davanti ai negozi che continuano ad annunciare le svendite delle loro comunque carissime scarpe, borse e foulards. All'ora di pranzo gli uffici riversano per le strade e nei ristoranti la solita bella folla di giovani, tutti firmatissimi con vestiti di moda , gli uomini in giacche e pantaloni scuri, nonostante la calura, perché questa è la moda che gli inglesi della City si sono lasciati dietro. Tutto normale? Sì, se non fosse per la Cina. «Non ci vada, è pericoloso», m'avverte una vecchia venditrice del Chinese Emporium, che conosco da anni. «La Cina è ormai piena di banditi e uno può sparire senza lasciar traccia». Dalla bocca di una

che lavora in un posto che gli stranieri chiamavano «il negozio di Mao» è sorprendente, ma le storie sulla Cina che circolano fra la gente di qui fanno rizzare i capelli. Siccome di là della frontiera la legge è praticamente inesistente e nessuno può fidarsi della polizia e dei giudici, l'applicazione dei contratti viene spesso affidata a dei privati che a mo' di punizione o di avvertimento tagliano orecchie, rompono

gambe o braccia, quando non uccidono. Il prezzo da pagare varia a seconda dell'intervento richiesto. Neppure i leggendari soldati e ufficiali dell'Esercito di liberazione, «servitori del po polo», danno affidamento. È di pochi giorni fa l'insolita direttiva del presidente cinese e segretario del Partito comunista, Jiang Zemin, che denunciava la «complicata situazione» all'interno delle forze armate (tre milioni di uomini oggi), accusate di vari atti di criminalità, tra cui stupri, rapine, assassinii e corruzione. Eppure è in questo clima d'incontrollata «libertà» che enormi fortune vengono ammassate in Cina e riciclate a Hong Kong. Alcune sere fa ero a cena da un diplomatico euro peo in un appartamento stupefacente, in una delle zone più esclusive dell'isola. La vista era da capogiro, così come il prezzo per il quale quella proprietà era recentemente passata di mano. L'acquirente? Un cinese

di Pechino che l'ha comprata per te lefono, senza neppure vederla e

senza trattare la cifra richiesta. Di solito questi nuovi multimiliardari

sono familiari o parenti dei grandi dirigenti politici e militari che grazie alle loro relazioni ottengono concessioni, privilegi, monopoli con cui accumulano ricchezze un tempo inimmaginabili. «Son loro - dice il mio amico storico - che presto domineranno Hong Kong. I ricchi di qui son condannati a diventare insignificanti». Un'indicazione di come questo modo di operare potrebbe presto mett er piede anche a Hong Kong è venuta quando il nuovo «governatore», Tung Chee-hwa, ha incontrato per la prima volta il comandante della guarnigione: nessun giornalista

di qui era presente; l'esclusiva della storia era stata data a una tv di

Pechino. Ma per ora non c'è notizia o voce che scoraggi i circoli di affari. Neppure quella che nel giro dei prossimi anni Hong Kong, che non controlla più l'immigrazione dalla Cina, potrebbe vedere altri quattro milioni di cinesi aggiungersi ai sei di oggi. «Ci vorranno più case, più negozi e ci saranno più occasioni di far soldi», dice l'amico che si occupa di finanza. E la Borsa continua a salire. «La Borsa di Hong Kong - dice l'amico - è una delle priorità all'ordine del giorno del Politburo. Quelli hanno capito che tutto il mondo li giudicherà qui e che qui possono avere accesso a tutti i soldi che vogliono a prezzo zero. Il mondo intero vuole investire in Cina. Hong Kong resta il miglior casinò della Terra». Per quanto ancora? Due anni, si sente dire con sempre più insistenza. Due anni di «tutto come prima». Due anni è anche il termine che i cinesi di qui hanno per registrare i loro eventuali passaporti stranieri. Se non lo fanno verranno automaticamente considerati cinesi e perderanno ogni protezione consolare. Se lo fanno potranno essere considerati poco «patrioti» e, come stranieri, sottoposti a speciali regolamenti e tasse. Per molti è un dilemma.

«Allora due anni, ho sentito», dice ridendo il mio portiere, felice perché qui , dove la gente è sempre vissuta come se la terra ed il tempo fossero presi in prestito, due anni paiono ancora un'eternità. «Ritorni!». Magari. Ho già fatto le valigie e scrivo guardando per l'ultima volta dalla finestra il solito taglio di Hong K ong che ho visto per sei settimane: il tetto dipinto di azzurro della Chiesa anglicana di St.Paul, la straordinaria sagoma di vetro della Bank of China, la fila di taxi che scendono giù dal Picco e la fila dei bambini che escono dall'asilo. Il carill on della chiesa batte le ore con le note dei soliti inni religiosi in onore del Signore. Davvero nulla è cambiato. Eppure niente è più come prima. Sì, il sole. Fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 23, 25, 27, 29 e 30 giugno; 1 e 2 luglio

mercoledi, 02 luglio 1997 PRIMA PAGINA

Diario da Hong Kong QUELLE FACCE DI CERA

di Tiziano Terzani

Non riuscivo a dormire. Le immagini della cerimonia di mezzanotte continuavano a frullarmi nella testa. Rivedevo le facce di cera di Jang Zemin e Li Peng, venuti da Pechino a riprendersi formalmente Hong Kong dagli inglesi, i loro corpi come imbal samati negli abiti di foggia occidentale, i loro capelli fintamente neri, i loro applausi rituali, senza che mai una mano toccasse l'altra, e non riuscivo a credere che tutto quello fosse davvero successo qui, in questa città che conosco da trent'ann i ed in cui ho vissuto per sette. Non è facile prendere coscienza di un fatto storico, specie se questo è rivoluzionario e cambia la prospettiva con cui bisogna guardare a quel che ci circonda. Son giorni che seguo gli avvenimenti, che ne discuto, che ne scrivo, ma il fatto che Hong Kong non è più Hong Kong ma parte della Cina non mi era davvero entrato dentro. Ho deciso così di non stare a rigirarmi nel letto e d'andare a vedere le truppe di Pechino che stavano per arrivare. Albeggiava appe na e la città, ancora battuta da raffiche di pioggia, era come il palcoscenico di un teatro su cui è appena finita una commedia ed un'altra sta cominciando. Per le strade c'erano i resti bagnati dei cartelloni dei democratici che avevano dimostrato c ontro il nuovo governo ed i vuoti delle bottiglie consumate da migliaia di giovani - per lo più occidentali - che avevano approfittato della «riunificazione» per far baldoria. Dagli alberghi e dagli eleganti club del centro uscivano gli ultimi fest aioli inglesi: gli uomini in smoking, con le cravatte in mano, le signore con le lunghe gonne leggermente tirate su. Degli occidentali ubriachi si disputavano i pochi taxi in giro. Al riparo dei tetti, gruppi di cinesi, in calzoncini e maglietta, acc ucciati per terra, preparavano le pile dei giornali, inserendo, sveltissimi, in ognuno gli inserti speciali con le ultime foto della grande cerimonia. Gli uni non facevano caso agli altri. La sera prima ero stato in una delle belle, grandi case col oniali sul Picco dell'isola. Era una cena tutta inglese:

per «piangere». Ho sentito una signora che diceva: «Hong Kong era perfetta, era il paradiso. Non poteva durare per sempre. I cinesi ci hanno servito così bene!». Alle sei, puntualissime, le t ruppe cinesi hanno varcato la frontiera, ma l'autista dell'amico miliardario con cui viaggiavo aveva paura d'andare fin là e ci siamo fermati a qualche chilometro di distanza. Sotto una pioggia scrosciante, assieme ad un gruppo di 40 persone del loca le «Comitato di accoglienza», ognuna con un fischietto ed una bandierina di plastica, ho visto la lunga colonna dei mezzi militari entrare ad Hong Kong: prima i camion coperti dai teloni, poi i camion coi soldati, rigidi, seduti in fila sulle panche di legno ed i fucili appoggiati alle ginocchia, poi,

impressionanti, i blindati, ognuno con un soldato che sbucava dalla torretta, la mano sulla mitragliatrice. «Benvenuti. Benvenuti», gridavano i miei vicini senza tanto entusiasmo, Gli ufficiali n elle macchine chiuse ed i soldati nelle loro uniformi nuove intrise di pioggia, rispondevano con un gesto meccanico delle loro mani guantate di bianco. Era una sinistra sfilata per chi aveva in mente le immagini di quegli stessi camion, con gli ste ssi soldati seduti in file parallele, sulla Tien An Men nel giugno del 1989, a Lasa in Tibet nel 1993, o sempre più regolarmente nei vari stadi della Cina con i condannati a morte da giustiziare. I cinesi hanno preparato da tempo questa «liberazion e» di Hong Kong. Le limousine degli ufficiali ed i camion erano nuovi di zecca e tutti avevano la guida a destra come è la regola - inglese - di Hong Kong, ma non della Cina. Alle otto in punto la colonna diretta al centro della città è entrata nel la caserma «Principe di Galles» e tre soldati in alta uniforme, un marinaio, un fante e un aviatore, si sono messi di guardia all'ingresso. Solo poche ore prima, lì davanti era attraccato lo yacht Britannia e gli ultimi soldati inglesi si facevano ab bracciare e fotografare dalle ragazzine di Hong Kong a caccia di ricordi. «Da quale parte della Cina venite?», ho chiesto ad un giovane ufficiale. M'ha guardato con sospetto. «Da tutte le parti», ha risposto. «Ma tu, tu da dove vieni?». «Non lo so» , ha tagliato corto. I soldati sono stati ancora per una mezz'ora immobili sul camion, sotto il diluvio, poi in formazione, preceduti dalle loro bandiere rosse ed i loro gagliardetti, hanno marciato nell'edificio su cui ancora stava scritto:

«Quartie r Generale delle Forze Inglesi». Era una immagine che aveva dell'irreale. Le uniformi, i colori, le falci e martello parevano assolutamente fuori luogo lì, nel cuore di Hong Kong, sullo sfondo dei grattacieli, delle banche, delle compagnie di assic urazione e degli alberghi di lusso. Ma quella era l'immagine della nuova Hong Kong e l'immagine che mi ha tolto ogni dubbio. L'ha tolto anche all'amico cinese che mi accompagnava e che s'era sempre detto felice di quel che succedeva. «È strano, ma so lo ora mi rendo conto che questi sono gli stessi soldati che espropriarono la mia famiglia a Shangai e che ci fecero venir qui da rifugiati». Dalle finestre della caserma è comparso un lungo striscione rosso con su scritto, in cinese, coi caratteri semplificati di Pechino che Hong Kong, come Taiwan, si è sempre rifiutata finora di adottare: «Celebriamo la riunificazione di Hong Kong con la madrepatria». Le celebrazioni dureranno ancora due giorni. Per tanti, alle feste seguirà la depressione. Son tornato a casa a piedi. Dalla residenza del governatore inglese erano già scomparse le iniziali di Elisabetta Regina, sul palazzo del governo era già stata messa l'insegna della Repubblica Popolare, la stessa che è su tutti i palazzi pubblici d ella Cina; i poliziotti avevano già cambiato le spalline ed i bottoni delle loro uniformi. Quando, bagnato come un pulcino, sono arrivato davanti alla porta di casa, mi sono accorto che anche sul mio ingresso penzolava una bandiera rossa con le cin que

stelle. L'aveva messa il portiere. Non ho più bisogno di chiedermi che cosa è davvero successo.

martedi , 01 luglio 1997 PRIMA PAGINA

IL SEME DELLA COLONIA BIANCA

Blair e il principe Carlo faccia a faccia con i gerarchi comunisti. Sulla baia i valori occidentali han messo radici.

di TIZIANO TERZANI

CONTINUA A PAGINA 7 SEGUE DALLA PRIMA La storia è fatta. E la storia continua. L'Inghilterra ha restituito Hong Kong alla Cina ed ha

chiuso con questo il capitolo della prevaricazione occidentale in Asia. Il governatore «straniero» è partito co n la sua bandiera, coi suoi soldati, ed i cinesi, umiliati dalle sconfitte del secolo scorso, festeggiano ora, quasi con isteria, questa grandissima, pacifica vittoria. L'onore ferito è ristabilito. L'orgoglio di razza risorge. L'esistenza di una colonia «bianca» nel corpo di un Paese che si è sempre considerato l'Impero

al centro della terra non era più concepibile alla fine di un secolo come

il nostro che ha visto tutti i Paesi del mondo riguadagnare la propria indipendenza ed in cui la Ci na ha ritrovato la sua unità e la sua forza. Certo: Hong Kong non diventa indipendente, viene ripresa dalla Cina, dalla Cina comunista; la gente di Hong Kong, a cui nessuno ha mai chiesto il suo parere, è inquieta. Ma a questa soluzione non c'erano alternative. Nel 1982, andando a Pechino, Margareth Thatcher propose a Deng Xiaoping di prolungare di altri 50 anni l'amministrazione inglese sulla città. La risposta fu inequivocabile:

«Posso ordinare alle mie truppe di entrare ad Hong Kong oggi pomeriggio». La Thatcher preferì cedere, negoziando, e così le truppe cinesi sono entrate ad Hong Kong, pacificamente, quindici anni dopo. Il confronto fra Cina ed Occidente, scoppiato militarmente con la guerra

dell'Oppio, si è concluso. Quello ch e ora continua è il confronto di due civiltà. Bastava guardarli, durante la breve cerimonia nel Palazzo dei Congressi, i cinesi venuti da Pechino a riprendersi la loro terra e gli inglesi che partivano restituendogliela, per capire quanto, nonostan te

le loro simili apparenze, gli stessi abiti scuri e le stesse cravatte, fra gli

uni e gli altri ci fosse ancora un abisso. Jang Zemin e Li Peng, responsabili del massacro di Tien-an-men, erano i rappresentanti di un potere totalitario che non amm ette dissenso, membri - vecchi - di una società ancora chiusa ed intollerante. Gli inglesi, col loro governatore populista, col loro principe ed il loro primo ministro - giovani - stavano lì per un mondo che non è più quello delle conquiste coloniali , ma della democrazia e della libertà di pensiero. Riprendendosi Hong Kong, la Cina si mette ora in casa sei milioni di cinesi fra cui le idee, i principi, la moralità di quel mondo - il mondo occidentale - hanno messo il loro seme, e presto dovrà farci i conti. Patten, il governatore, nel suo breve ed intenso discorso d'addio, non ha voluto lasciare dubbi sul ruolo

storico che l'amministrazione inglese di Hong Kong si lascia dietro e sulle speranze che Londra ed il resto del mondo si fanno sul suo futuro. «Questa è una città cinese con caratteristiche inglesi - ha detto -. Hong Kong dovrà esser governata da gente di Hong Kong. Questa è la promessa. Questo è l'incrollabile destino». Pioveva a dirotto. Pioveva sul governatore che parla va, pioveva sul berretto militare del principe Carlo che portava il saluto della regina Elisabetta, pioveva sulle migliaia di scolari delle scuole della città nei costumi della grande pantomima, pioveva sul primo ministro Tony Blair e sui diecimila i nvitati; pioveva sui tamburi, sulle trombe, sulle bocche dei fucili che hanno sparato a salve l'ultima loro raffica; pioveva a scroscio sui soldati che, impassibili, hanno continuato a marciare fino all'ultimo ritmo, quello della ritirata, una musica lenta che nei tempi antichi veniva suonata al tramonto per annunciare ai soldati la tregua intesa per andare a ritirare i propri morti sul campo di battaglia. In quel restare, imperterriti, sotto la pioggia c'era una determinazione che nasceva dal senso di una missione compiuta. «È bene capire il passato per poterlo meglio dimenticare», ha detto Patten mettendo sullo stesso piano l'inaccettabilità del comportamento inglese nella Guerra dell'Oppio 150 anni fa, ma anche quello dei cinesi comuni sti nei confronti dei loro stessi cittadini nel corso degli ultimi 50 anni. Poco prima Chris Patten, 28º governatore di Hong Kong, era partito, per l'ultima volta, dalla sua residenza, facendo fare alla sua Rolls Royce nera tre giri attorno al penn one da cui era stata appena ammainata la bandiera britannica. È un vecchio rito cinese di chi si augura di tornare nel posto che lascia, e qualcuno nella folla che si accalcava lungo i marciapiedi per aspettarlo ha certo capito che c'era in quel gest o non solo qualcosa di personale, ma di simbolico. Patten, al contrario di tutti i suoi predecessori, non arrivò qui con la vecchia uniforme coloniale ed il berretto carico di piume. Non venne qui da semplice amministratore, ma da politico per dare ad una città che, dopo il massacro di Tien-an- men, era scesa in piazza con più di un milione di persone, un primo saggio di democrazia. Allo stesso modo è partito. Quando la sua macchina è uscita dal cancello nero della residenza, la strada, per s uo ordine, non era stata chiusa al traffico e la limousine è rimasta per un po' imbottigliata in mezzo ai taxi e alle macchine della gente comune. Quando, dopo la grande cerimonia del passaggio di sovranità alla Cina, Patten si è avviato verso lo yac ht Britannia, si è fermato a salutare e ad abbracciare la gente dietro le transenne. La delegazione cinese, al contrario, circondata da un nugolo di agenti della sicurezza, è andata via senza permettersi alcun bagno di folla in questa città che, pe r ora, è sua solo sulla carta.

lunedi , 30 giugno 1997 PRIMA PAGINA

L'ULTIMA MESSA

di Tiziano Terzani

CONTINUA A PAGINA 12 SEGUE DALLA PRIMA Era domenica, l'ultima della Hong Kong che ho conosciuto, ed ho cominciato con l'andare alla Messa delle nove. La Cattedrale di St. John, una delle prime costruzioni dell'isola ed una delle poche rimaste sen za aria condizionata, è sulle pendici della collina, accanto al vecchio tribunale. L'intera società coloniale, dal governatore al comandante delle truppe inglesi, ai più alti funzionari dell'amministrazione che ha ormai le ore contate, era lì, raccol ta in preghiera, sotto le grandi arcate neo- gotiche, al fresco dei lenti ventilatori che muovevano l'aria umida e calda. Fuori, sull'ultimo lembo di prato non ancora mangiato dal cemento e dai grattacieli, dei cinesi venuti dal continente e vestiti c ome solo i poliziotti in borghese di là sanno fare, si fotografavano ridendo davanti alle lapidi e alle croci. Due mondi diversi, divisi, che non hanno più nulla da dirsi: uno celebrava il proprio funerale, l'altro la propria vittoria. Il significa to di quel che sta per avvenire, a

mezzanotte, è talmente contrastante che inglesi e cinesi sembrano ormai far fatica a parlarsi - anche diplomaticamente - e le cerimonie del passaggio di sovranità finiranno per essere rovinate da una serie di recipr oci sgarbi. Gli inglesi si rifiutano di andare col loro primo ministro all'inaugurazione del nuovo consiglio legislativo, imposto senza vere elezioni da Pechino, e per ripicca i cinesi rifiutano di mandare i loro rappresentanti alla cerimonia di addi o delle truppe inglesi, rifiutano di mandare il loro presidente Jang Zemin al banchetto del Principe Carlo

e lasciano ad un semplice vice ministro il compito di accompagnare il

figlio e rappresentante della Regina al suo yacht, il Britannia, che salp erà da Hong Kong immediatamente dopo che la bandiera cinese verrà

issata sull'isola. L'uscita dalla scena di un potere coloniale non è mai facile. L'ultimo ufficiale francese che lasciò Hanoi nel 1954, traversando a piedi con le sue truppe il ponte Doumer, si prese un calcio nel sedere da un soldato di Hochiminh. Non gli restò che voltarsi

e salutare militarmente. Gli inglesi han fatto di tutto perché la loro

partenza da Hong Kong sia meno umiliante, ma i cinesi dal canto loro non sembrano ora voler lasciare alla storia l'impressione di essere stati troppo generosi con gli ultimi rappresentanti di quel «grande male»,

come chiamano il colonialismo. In questo ultimo gioco, dove tutte le carte sono ormai nelle mani di Pechino, la gente di Hong Kong, che viene «liberata» senza che le sia stato mai chiesto se è proprio quello che vuole, è sempre più incerta su quello che l'aspetta. Ognuno sente che sta per finire un'epoca e cerca in qualche modo di approfittarne, di coglierne gli ultimi momenti. Decine di coppie in abiti nuziali facevano oggi pomeriggio la coda fuori dal municipio, affacciato sulla baia, per

sposarsi ancora sotto il regime inglese. Davanti alla residenza del governatore, fino a tarda notte, c'era una lunghissima fi la di giovani

che aspettavano il loro turno per farsi fotografare dinanzi al cancello di ferro che ha ancora le lettere «E.R.», Elisabetta Regina. «Perché sei qui?», ho chiesto ad un ragazzino. «Ho sentito dire che questo palazzo verrà buttato giù e voglio un ricordo». La caccia al ricordo è diventata uno sport. Coppie di inglesi vestiti da sera, sulla via di una delle loro tante feste di addio, vengono fermati da famiglie di qui che vogliono farsi con loro un'ultima fotografia. I soldati ingl esi di guardia alla caserma del Principe di Galles debbono farsi abbracciare per un attimo da un continuo flusso d ragazzine dinanzi ad un cartello che dice

diceva uno di loro, alzando le spalle.

Durante tutto il giorno c'era in città una strana atmosfera, non esattamente quella di una festa. Migliaia di domestiche filippine, come ogni domenica, avevano invaso il centro trasformando in un grande, gioioso, cinguettante bivacco le strade attorno al Mandarin Hot el e la Piazza della Statua. Sembravano, come sempre, essere le uniche persone veramente felici. Dinanzi al monumento ai caduti, dove ancora sventolano le bandiere inglesi, un gruppo missionario, «Gesù vive», teneva un suo rumoroso concerto. Ho cer cato di vedere «l'entusiasmo del popolo di Hong Kong per la riunificazione con la madrepatria» di cui parla sempre più insistentemente la propaganda di Pechino, ma non sono riuscito a trovarlo. «Comitato di quartiere per le celebrazioni», diceva una scritta sul negozio di un venditore di incenso sulla Hollywood Road, ma la bandiera rossa cinese che ci era appesa era l'unica di tutta la strada. Le associazioni dei taxi avevano dato disposizione che tutte le macchine avessero oggi legata all'anten na della radio la nuova bandiera di Hong Kong, rossa con al centro un fiore bianco di bauhinia a cinque petali, ma anche di quelle se ne vedevano poche in giro. «Felice?», ho chiesto ad un tassista. «Posso essere felice, e quelli vengono. Posso esser e infelice, e quelli vengono lo stesso». «Quelli» sono già qui. Agenti della sicurezza di Pechino hanno fatto il giro degli alberghi facendosi dare la lista degli ospiti, mentre altri - si dice - stanno organizzando le «spontanee dimostrazioni di g ioia» di 10.000 contadini dei Nuovi Territori che dovranno dare il benvenuto ai soldati dell'Esercito di Liberazione che entreranno ad Hong Kong all'alba del primo luglio. È stato il primo giorno senza grandi scrosci di pioggia ed un cielo a volte limpidissimo si rispecchiava nel mare della baia e nel vetro dei grattacieli facendo scintillare le loro ardite sagome di modernità. Davvero una straordinaria creazione. Ero in giro con un vecchio amico, uno storico, scappato dalla Cina nel 1949, c he ora insegna in Australia. Anche lui è venuto ad Hong Kong per vivere questi giorni storici e cercare di raccogliere le opinioni della gente di qui. Non c'è riuscito. Ogni volta che chiede ai suoi parenti cosa pensano, quelli gli offrono dell'altro tè e degli altri cioccolatini. Solo un vecchio compagno di scuola che ha ritrovato qui, fra i quadri comunisti arrivati da Pechino, gli ha dato

«vietato fotografare». «Ormai

»,

un'opinione. «I nostri antenati sono stati furbi», gli

«Prestarono agli inglesi un villaggio di pescatori, e guarda ora cosa ci

riprendiamo! Peccato che non gliene abbiano dati di più». DiariodaHongKong

ha detto.

domenica , 29 giugno 1997 ESTERI

Arrivano i comunisti come a Saigon. Il potere rosso e gia dappertutto

di Tiziano Terzani

Da trent'anni m'aggiro in Oriente e non è la prima volta che mi capita

d'essere in una città ad aspettare l'arrivo delle truppe comuniste. Qui, dove tutti sembrano intenti ad approfittare delle svendite, a mangiare, bere e ballare nelle mille feste, forse pochi vedono le cose così, ma io non posso mettere a tacere la memoria. Hong Kong non è assediata come Saigon e Phnom Penh nel 1975. Qui non si teme un bagno di sangue o una immediata resa dei conti, ma la sostanza di quel che sta per avvenire è abbastanza simile. Il Paese che lunedì notte si riprende Hong Kong non è la Cina, ma la Cina comunista; la bandiera che sventolerà su questa terra è quella rossa a cinque stelle e i 4 mila soldati che, coi loro mezzi blindati, varcheranno plateal mente, trionfalmente la frontiera per installarsi nelle caserme che sono state inglesi, appartengono a un esercito che - non a caso - si chiama ancora oggi di «liberazione». Dietro il pudico paravento diplomatico delle cerimonie e delle celebrazioni questa è la profonda verità di quel che sta per succedere. M'è bastato, stamani, accendere la radio e sentire le stazioni cinesi, m'è bastato guardare per un po' le trasmissioni tv di Pechino. In Cina è cominciata una vasta campagna

di propaganda p er convincere la gente che con questa storica

«vittoria» si conclude «l'eroica lotta del popolo di Hong Kong per liberarsi del giogo coloniale» e le masse sono spinte a festeggiare. La grande fanfara è certo intesa a riaccendere nei cinesi del contin ente quell'orgoglio nazionalista e razziale che, al di sopra di tutte le ideologie, è la vera colla che tiene assieme il Paese, ma è soprattutto intesa a consolidare la posizione del regime e a legittimare la posizione del presidente del partito, Jia ng Zemin. Certo, non c'è panico e la gente non cerca di aggrapparsi agli ultimi elicotteri in partenza dai tetti delle case. Chi voleva andarsene da qui lo ha fatto (dal 1984 un decimo della popolazione è partito); ma fra chi è rimasto

gli argoment i che sento sono simili a quelli che sentivo fra i vietnamiti

e i cambogiani di allora. «I nuovi padroni di Hong Kong sono cinesi, e

fra cinesi ci intenderemo», mi diceva uno dei tanti miliardari di qui, con

una delle più belle collezioni di arte c ontemporanea cinese e una delle più grandi collezioni di vini francesi. Mi aveva invitato a cena e in

perfetto inglese mi spiegava che anche lui non poteva più sopportare l'arroganza coloniale degli inglesi e che occupandosi esclusivamente di affari non avrà nulla da temere. Eravamo in una di quelle belle case sulla collina con vista sulla baia e mi tornavano in mente i drammatici giorni del 1967, quando la gente come lui era terrorizzata. In Cina la Rivoluzione Culturale era al suo apice e il Fiume delle Perle portava

nel mare di Hong Kong i cadaveri delle vittime. La città era paralizzata

da scioperi e dimostrazioni. I maoisti locali bruciavano pupazzi di paglia col nome dell'allora governatore inglese e lanciavano appelli perché l'Eser cito di Liberazione, appostato alla frontiera, marciasse sulla città. La polizia coloniale combatteva per le strade. Ogni tanto scoppiava una bomba. I ricchi di Hong Kong avevano già caricato le loro giunche e si erano accertati che i loro marinai fo ssero degli ex

soldati nazionalisti che non li avrebbero traditi. Nessuno si fidava più di nessuno perché - si diceva - la colonia era già infiltrata da migliaia di agenti di Pechino, pronti a prendere il potere. L'Esercito di Liberazione, fermato - ora si sa - da Zhou Enlai, non varcò la frontiera e l'ordine tornò a Hong Kong. E oggi? Quanti sono oggi gli uomini di Pechino già

in città? Nessuno parla troppo apertamente di questo, ma la memoria

aiuta. Quando i vietcong ed i nordvietnamiti pres ero Saigon, una delle

cose più strabilianti fu il venire a galla di quella struttura clandestina che Hanoi aveva messo in piedi col lavoro paziente di anni. Alcune delle persone più insospettabili si rivelarono agenti comunisti. Il cameriere d'alberg o dove erano alloggiati tutti i giornalisti divenne il commissario politico del quartiere, l'interprete del settimanale americano Time che gli ingenui avevano sospettato di essere un agente Cia, si rivelò invece un colonnello dei servizi segreti di H anoi.

Lo stesso era successo a Shanghai nel 1949: quando le truppe di Mao

marciarono nella città, l'intero corpo sociale, dalle università alle fabbriche, era infiltrato da agenti che praticamente avevano già in mano le chiavi di Shanghai. Il numer o due della polizia nazionalista si rivelò un membro segreto del Partito comunista, che aveva impedito la

distruzione degli archivi per facilitare le epurazioni che seguirono. Che qualcosa di simile sia già successo anche qui? Bisogna darlo per sco ntato. Quel che i comunisti cinesi chiamano dixia gongzuo, il lavoro sotterraneo, è parte del loro normale modo di operare, è parte essenziale di quella loro mentalità formatasi nella guerra contro il Giappone e nella guerra civile. E non è un segret o per nessuno che a Hong Kong i comunisti hanno operato prima attraverso la Bank of China, poi attraverso l'agenzia di stampa Nuova Cina e le centinaia di aziende cinesi che hanno aperto uffici nella colonia. Il settimanale Zheng Ming ha scritto che Pechino ha recentemente investito 150 milioni di dollari per piazzare a Hong Kong 900 nuovi agenti prima del passaggio di sovranità. A questa presenza ha alluso lo stesso Chris Patten, il governatore, quando recentemente ha detto: «Certo che i comuni sti operano a Honk Kong clandestinamente». Patten ha aggiunto di non aver voluto condurre una caccia alle streghe prima di partire «perché la stabilità di Hong Kong sta anche nel saper chiudere

un occhio quand'è necessario». Parte di questo chiuder e un occhio è

forse stata l'improvvisa, inspiegata rimozione, dieci mesi fa, del capo

dei servizi d'immigrazione di Hong Kong. Si dice che avesse passato alla Cina la lista dei 50 mila importanti cittadini di qui a cui Londra era disposta, eccezional mente, a dare un passaporto inglese. Negli occhi

di Pechino quella è gente «non-patriottica», probabilmente da tener

d'occhio. Sempre secondo certe voci, gran parte dell'amministrazione coloniale che resterà in piedi dopo il passaggio di sovranità sa rebbe ormai fortemente infiltrata da uomini fedeli a Pechino e nel nuovo gruppo dirigente, capeggiato da Tung Chee-hwa, ci sarebbero alcuni veri e propri membri del Partito comunista. Membri clandestini, s'intende, perché il partito a Hong Kong è sem pre stato clandestino e

tale rimarrà anche dopo il 1º luglio. La Cina s'è formalmente impegnata

a rispettare il principio «un Paese, due sistemi» e come potrebbe

giustificare la presenza di un partito dedito alla distruzione del sistema capitalista d i qui? E poi: se il partito uscisse allo scoperto, dovrebbe

partecipare alle prossime elezioni e sarebbe imbarazzante vedere quanti pochi voti otterrebbe in questa città, fatta di gente scappata al comunismo. Eppure tutti noi che abbiamo avuto a ch e fare con la Cina, negli anni in cui il Paese era chiuso e Hong Kong era il punto privilegiato di osservazione, sappiamo com'era facile mettersi in contatto con i membri di quel partito pure clandestino. Bastava telefonare e si era invitati a bere u na tazza di tè. Il mio «contatto» risale all'estate del 1967, quando Hong Kong sembrava sul punto di cadere in mano alle guardie rosse. In quei giorni drammatici un

ragazzo cinese di diciassette anni, studente in una delle migliori scuole cristiane della colonia, venne arrestato per aver distribuito dei volantini sovversivi e condannato a due anni di galera, che passò nel Forte di Stanley, nel sud dell'isola. «Quella è stata la mia università». Lo conobbi dopo che venne rilasciato e fra noi c' è stata da allora amicizia. Ogni volta che volevo capire qual era la posizione di Pechino su un certo argomento non avevo che da chiederlo a lui. Oggi è uno dei portavoce non ufficiali di Pechino e il direttore del giornale pro- comunista di Hong Kong . Lo sono andato a trovare. Felice? «Felicissimo - m'ha risposto -. Il ritorno di Hong Kong alla Cina è quel che ho sempre sognato». Quale sarà il futuro di Hong Kong? «Voi stranieri vi ponete il problema così, ma io sono cinese e mi chiedo quale sar à il futuro della Cina. Può un Paese come il nostro perseguire fini puramente materiali o ha bisogno di credere in qualcosa

di più alto?». A guardarlo mi pareva una rarità. Aveva una camicia e

dei pantaloni da poco, una cintura di quelle che portan o i manovali e che girava una volta e mezza attorno alla sua vita magrissima. «Son passati trent'anni, ma io non ho cambiato le mie idee. Ti parrà strano,

ma è così - diceva -. Ho studiato dai preti e quelli, per vendermi l'idea della Bibbia, mi pone vano dinanzi a una stessa domanda: “Qual è il senso della vita?". Bene, mi pongo sempre quella domanda». Quando

ci siamo salutati ho sentito che la risposta a quella domanda lui pensa

sempre d'averla trovata nel partito e nell'ideologia che, nonost ante tutti i cambiamenti e tutte le apparenze, in gente come lui, sopravvive.

venerdi , 27 giugno 1997 ESTERI

Lacrime inglesi per le ultime cornamuse.

E io brindo alla fine dell'Impero

Tutti gli asiatici della colonia discendono dai cinesi che fuggirono dalla madrepatria. Ogni profugo qui sapeva di trovare la porta sempre aperta. I colonialisti diedero liberta di TIZIANO TERZANI.

«Entrate! Questi sono gli ultimi giorni dell'Impero», c'è scritto sulla lavagna di un bar a pochi passi da casa mia. A Hong Kong tutte le scuse son buone per vendere qualcosa e la «riconsegna» della colonia alla Cina - oramai data inevitabile e scon tata da tutti - è usata come tema pubblicitario. I grandi magazzini hanno svendite per celebrare il

30 giugno, le bancarelle offrono montagne di inutili oggetti-ricordo, i ristoranti hanno speciali menu; uno ha scelto di attirare clienti con un orolo gio elettronico che tiene - velocissimo e angosciante - il conto alla rovescia dei secondi che restano alla fatidica mezzanotte: poco più

di 300 mila. A forza di passarci davanti, quell'invito a brindare agli

ad andare allo stadio ad

assistere all'ultimo grande concerto pubblico delle bande militari dell'esercito di Sua Maestà Britannica stazionato qui. Il 30 giugno

quelle stesse bande suoneranno alla cerimonia ufficiale del passaggio

di sovranità, ma lì ci saranno solo gli invitati, le grandi personalità. Allo

stadio c'era invece la gente comune. L'ingresso era libero e i 50 mila posti erano quasi tutti occupati. Soprattutto da cinesi. Lo spettacolo era maestoso: soldati nelle uniformi bia nche coloniali e in quelle classiche con la giubba rossa e i colbacchi neri di pelo d'orso marciavano e suonavano alla perfezione nel caldo tropicale e nell'umidità che qui ha raggiunto il 96 per cento. Quando un membro della guardia scozzese è sal ito sul podio per intonare con la sua cornamusa il solitario lamento «Dormi, compagno, dormi», alcuni avevano le lacrime agli occhi. Si sentiva nell'aria l'alito della storia. Davvero questi sono gli ultimi giorni, non solo di un impero, ma di un'epo ca. Restituendo Hong Kong alla Cina, l'Inghilterra perde il resto più significativo delle sue colonie e l'Occidente perde il suo ultimo bastione in Asia, la testa di ponte da cui sono partiti i suoi mercanti ed i suoi missionari, i suoi prodotti e le sue

«ultimi giorni dell'Impero» m'ha convin to

idee; specie ora quella di modernità. Hong Kong è oggi il simbolo di questa avventura. Fra due immense arcate di teloni, che in parte riparavano lo stadio, svettavano nel cielo nero della notte le sagome spaziali dei grattacieli illuminati. As coltando quelle musiche che hanno

marcato la grande marcia imperiale dell'Inghilterra, con le sue vittorie e

le sue sconfitte, mi veniva da pensare al meraviglioso, funzionante

congegno che gli inglesi si lasciano dietro e al bilancio che l'avvenire farà di questa eredità. Hong Kong è un'opera d'arte della colonizzazione occidentale al suo meglio. Certo che nacque col

marchio della guerra dell'oppio, ma è forse l'unico territorio nella storia della colonizzazione che è vissuto e cresciuto senz a che i colonizzatori abbiano schiavizzato e sfruttato i loro sudditi, senza che si siano macchiati di quei crimini che hanno segnato tutti gli altri esperimenti di questo tipo. Quando gli inglesi atterrarono su quest'isola non c'era praticamente n essuno e i sei milioni di cinesi che vivono oggi in questa città sono tutti profughi o discendenti di profughi scappati dalla Cina. Era la presenza inglese ad attrarli. In una delle prime foto di Hong Kong si vedono migliaia di uomini, con il loro co dino legato alla testa, che cercano di farsi assumere dagli inglesi. È sempre stato così. Nel 1949 vennero quelli che scappavano al comunismo di Mao, negli anni Sessanta quelli che scappavano alla carestia provocata dal Grande Balzo in Avanti e all e epurazioni ed esecuzioni della Rivoluzione Culturale. Gli inglesi, con la loro proverbiale arroganza, li avranno trattati dall'alto in basso, ma hanno dato loro modo di salvarsi. Li han messi al lavoro, hanno dato una educazione ai loro figli e han no indirettamente migliorato le loro vite. Guardavo le migliaia di cinesi attorno a me allo stadio. Moltissimi erano anziani - operai, contadini dei Nuovi Territori, gente semplice - e mi chiedevo quanti di loro, fuggendo dalla Cina, anni fa, spess o con addosso solo degli stracci e la paura, avevano visto in quei soldati che ora marciavano via i loro protettori, quanti, arrivati nella colonia, si erano finalmente sentiti in salvo, al sicuro da ogni persecuzione. «Questa è la sola società cin ese in cui per soli cento brevi anni un uomo non ha dovuto temere che qualcuno bussasse alla sua porta in mezzo alla notte», ha scritto poco prima di morire nel 1989 un famoso giornalista di Hong Kong. Ed è vero: i cinesi di qui hanno goduto - grazie agli inglesi - di una libertà che nessun altro paese in Asia, tranne il Giappone, ha dato ai suoi cittadini. Assieme, inglesi e cinesi, con quella praticità che è delle due culture, hanno costruito questa meraviglia di città dove tutto funziona, d ove tutto è efficiente e che ora, così com'è, coi suoi tunnel sottomarini, le sue sopraelevate, la sue ricchezze, viene consegnata alla Cina. Gli inglesi praticamente non ci rimettono nulla: hanno venduto tutto quello che hanno potuto prima di fare l e valigie. «Potrebbero anche vendere lo Yacht Reale Britannia», mi diceva un miliardario di qui, sapendo che dopo aver portato il principe Carlo nelle Filippine lo yacht farà rotta per l'Inghilterra solo per essere smantellato. «Lo potremmo comperare noi e conservare come parte del museo dell'era coloniale». Già la residenza di tutti i governatori inglesi, a mezza costa sulla collina dell'isola, col suo tetto ricurvo aggiunto durante l'occupazione giapponese, diventerà un museo. Per ora ospite rà i doni fatti dalle varie province cinesi in commemorazione della «consegna» di Hong Kong, ma - chi sa? - un giorno potrebbe anche ospitare una mostra sulla «liberazione di Hong Kong da giogo coloniale». Riscrivere la storia è un'arte che i cines i hanno coltivato da secoli. I comunisti l'hanno solo raffinata. Per questo son capaci di insistere ancora oggi che, nonostante tutte le

testimonianze e i filmati, sul Tienanmen, la notte del 4 giugno 1989 non fu ucciso nessuno. L'ipocrisia della p ropaganda non cambia mai.

Il giornale di Pechino, lasciato stamani assieme agli altri davanti alla

porta, ne aveva una bella conferma. Pechino ha scelto il delfino cinese

- una specie in via di estinzione - come animale mascotte per le

celebrazioni. Perché il delfino? «Perché quel delfino si trova solo nei mari del Sud e così può bene rappresentare Hong Kong; perché ogni anno il delfino risale il Fiume delle Perle per andarsi ad accoppiare, e questo dimostra come Hong Kong è parte inseparabile d ella Cina; perché il delfino è solito vivere in grossi branchi e questo rappresenta

bene il grande desiderio dei compatrioti di Hong Kong di tornare nell'abbraccio della madre patria». Quando i soldati inglesi delle quattro bande militari si sono m ischiati, uniti, intrecciati in intricate manovre al ritmo travolgente dei tamburi, delle trombe e delle cornamuse per poi scomparire definitivamente, eleganti e precisi come pezzi di un gioco meccanico, nel tunnel degli spogliatoi, tutto lo stadio

e ra in piedi. Gruppi di inglesi sventolavano la Union Jack piangendo, i

cinesi applaudivano. Davvero questi sono gli ultimi giorni di un impero e, tornando, m'è venuto da accettare l'invito scritto sulla lavagna del

bar vicino a casa. Alla salute!

lunedi , 23 giugno 1997 ESTERI

Ma uno strano silenzio aspetta i fuochi d'artificio del Politburo

di Tiziano Terzani

Ho affittato un minuscolo appartamento nel centro della città. Ho detto

al portiere che ogni mattina vorrei avere i giornali e, puntuale, all'alba

un cinese in canottiera e calzoncini bagnati - piove quasi sempre in questi giorni - arriva a deposita re un pacco davanti alla porta. Non ha voluto soldi in anticipo, né un deposito. Il fatto che parlo un po' di cinese è la sua garanzia. Ad Hong Kong alcune delle più grandi fortune del passato sono state fatte così, sulla parola, sul fatto di apparte nere allo stesso clan, di essere emigranti della stessa contea. Nonostante la città pulluli ormai di avvocati, certi accordi vengono stipulati ancora in questo modo. Probabilmente anche quello fra la Cina e il futuro governo di Hong Kong, fatto tutto - caso unico nella storia recente - da uomini d'affari. La Cina li ha scelti e la Cina deve aver dato loro delle garanzie perché le loro aziende e le loro proprietà prosperino o almeno non vengano toccate. Niente di scritto. Niente da portare domani in tribunale. I giornali sono pieni di notizie sugli ultimi preparativi per le «celebrazioni» - questa è ormai la parola usata da tutti - della «consegna» di Hong Kong alla Cina da parte degli inglesi. Tutto è stato deciso da tempo, ma gli uomini di Pechino cercano ancora di ottenere delle concessioni. Ad esempio insistono perché almeno un terzo dei 6.000 soldati dell'Esercito di Liberazione (tutti già addestrati e pronti da tempo con speciali uniformi di nuova foggia) varchino la frontiera a lcune ore prima della cerimonia ufficiale del passaggio di sovranità a mezzanotte del 30 giugno. La scusa è che solo così riusciranno ad essere ai loro posti in tempo per garantire l'ordine e la sicurezza dopo la partenza delle ultime unità di sua Ma està Britannica; il sospetto è che vogliono riuscire in una sorta di «invasione pacifica», così che la storia dica poi che formalmente hanno preso Hong Kong quando quella era ancora in mano agli

inglesi. «Possibile che tengano a questi dettagli?», chiede un giovane giornalista canadese. Io credo proprio di sì. Ai tempi in cui vivevo in Cina, una ventina d'anni fa, quando pioveva, s'era soliti dire: «Non è certo un caso. Lo deve aver deciso il Politburo». Da allora in Cina son

cambiate tante cose - il Paese s'è aperto, la gente è libera di arricchirsi

e di viaggiare, al posto del preteso socialismo s'è installato, almeno nel

settore dell'economia, un sistema capital-gangsteristico -, ma il potere

è ancora fermamente nelle mani del Partit o Comunista ed il Politburo

continua a lasciare poco o nulla al caso. Un paio di riprove le ho trovate scorrendo i giornali. Fra i film che si danno ad Hong Kong in quest'ultima settimana, prima che la sovranità della colonia passi dall'Inghilterra alla Cina, c'è «La guerra dell'oppio», un kolossal fatto

con abilità e gusto dagli studi cinematografici di Pechino e - certo non

a caso - proiettato proprio ora in quattro delle sale più importanti della città. Son corso a vederlo. La gente, quas i tutti giovani - molte le

coppiette -, faceva la coda per entrare ed ho avuto fortuna a comprare uno degli ultimi biglietti. Il film rifà la storia delle navi inglesi che, nella prima metà del secolo scorso, con l'aiuto di funzionari corrotti dell'I mpero, scaricano oppio sulla costa cinese; del Commissario Lin, mandato dall'Imperatore a mettere fine a questa «pestilenza» che stava distruggendo la società; della decisione inglese di dichiarare guerra alla Cina e dell'umiliazione che l'esercito i mperiale subisce quando vede le navi inglesi sfrecciare sul mare «alla velocità di cavalli

al galoppo» ed i potentissimi cannoni inglesi distruggere uno dopo

l'altro i fortini lungo la costa. «Il nostro fuoco non riesce a raggiungerli», dice disperat o un generale dell'Impero Celeste prima di far saltare la

santabarbara uccidendo se stesso e qualche decina di inglesi. Il pubblico guardava attonito le drammatiche sequenze sullo schermo. Il messaggio era chiaro e penetrante: la Cina è stata umili ata dai «barbari» perché l'Impero era debole e corrotto, e perché non disponeva dei mezzi materiali per far fronte ad un Paese moderno. Il senso dell'impotenza diventa ancora più bruciante nella scena in cui si

vede un piccolo manipolo di soldati i nglesi (l'intero corpo di spedizione invasore fu di appena 3.000 uomini) sbarcare sull'isola di Hong Kong e piantarci la bandiera. L'impero cinese, sconfitto, ha dovuto cedere una fetta della sua terra ed ha dovuto aprire i suoi porti al commercio (i ncluso quello dell'oppio). Siamo nel 1841. Tutti gli eroi del film finiscono da vittime: la protagonista femminile viene legata ad una grossa pietra ed affogata in mare dalla sua stessa gente; il commissario Lin, per ordine imperiale, viene mandato i n esilio perché ha «provocato» la guerra; il suo successore è costretto a rientrare a Pechino per essere punito perché ha perso Hong Kong. Lo schermo si annerisce e compare, in cinese, la scritta: «Il 1º luglio 1997 Hong Kong tornerà nell'abbraccio d ella madrepatria». Non ci sono applausi, non ci sono commenti. Un pesantissimo silenzio cade sulla platea immobile prima che la gente si alzi, si riprenda come da uno choc e, senza un bisbiglio, si riversi di nuovo sulle strade. Quel silenzio m'è p arso la reazione più sincera della normale gente di Hong Kong all'inevitabile che sta per succedere. La Cina è una cultura di cui si sentono parte e

di cui sono orgogliosi, ma è anche una madre di cui sanno che varie

volte ha divorato i suoi figli e non si sentono sicuri. In passato ogni cinese che voleva sfuggire alle ire di quella genitrice cercava di raggiungere Hong Kong. Lo fecero i primi rivoluzionari modernisti della fine del secolo scorso e l'hanno fatto i giovani studenti del moviment o per la democrazia sopravvissuti al massacro di Tienanmen nel 1989. Fra una settimana Hong Kong non sarà più un rifugio. Lo sanno i duecento giovani dissidenti cinesi arrivati qui negli anni scorsi che cercano di partire in Occidente nei pochi giorn i che restano. «La Cina non potrà permettersi mosse false», si sente dire, specie fra gli osservatori occidentali. I cinesi di qui non ne sono completamente

convinti e sanno che la mano della Cina può essere durissima. Nei giornali di stamane c'era la foto, rilasciata dall'agenzia di stampa di

Pechino, di un condannato a morte, «Un trafficante di droga», c'era scritto. Accanto era riportata la notizia, sempre di fonte di Pechino, che più di 100 «trafficanti di droga» sono stati fucilati nelle ultime settimane in varie parti della Cina, ma in particolare nelle province del Sud vicine ad Hong Kong. Non è certo un caso che questa ondata di esecuzioni avvenga proprio ora e la gente di Hong Kong capisce il senso del vecchio proverbio cinese: « Ammazza un pollo per far paura alle scimmie». Son tornato a casa a piedi. I ristoranti e i bar di Wanchai stavano chiudendo. Mi sono fermato ad un angolo di strada a bere un succo di frutta da un banchetto all'aperto. «Brindiamo alle celebrazioni», m'ha incitato, ridendo, un cinese di mezza età, ben vestito, con una bottiglia di birra in mano e forse già un paio nello stomaco. «Non riesco a decidere chi ha ragione e chi ha torto: gli

Forse hanno ragione tutti e due, ma no i che

inglesi o la Cina?

c'entriamo? - mi chiedeva - Celebrazioni? Diciamo addio ad un governatore che ci hanno dato gli inglesi e diciamo benvenuto ad uno che ci danno i cinesi. Restiamo sempre governati da altri». Era un

impiegato del governo ed il suo compito nei prossimi giorni sarà di rimuovere il simbolo della corona inglese da tutte le carte da lettera e le buste del suo ufficio. Aveva proposto al suo capo di metterci sopra degli adesivi così che il tutto possa essere riciclato, ma non ha ancora

avuto una risposta. «Beviamo al riciclaggio! - diceva -Al riciclaggio

Al

riciclaggio di Hong Kong», l'ho sentito ancora vaneggiare mentre me ne andavo nella pioggia. Sì, continua a piovere e mi chiedo se il Politburo riuscirà a farla smettere prima di lu nedì prossimo, così che le celebrazioni e i fuochi d'artificio possano dare alla città quell'impressione di gioia e di festa che la gente in cuore suo non sembra ancora avere

lunedi , 23 giugno 1997 PRIMA PAGINA

Hong Kong e il fantasma del Politburo

FERRARO e TERZANI

«Il silenzio m'è parso la reazione più sincera della normale gente di Hong Kong all'inevitabile che sta per succedere. La Cina è una cultura di cui si sentono parte e sono orgogliosi, ma è anche una madre che

varie volte ha divorato i suoi figli e n on si sentono sicuri

Continua a

piovere e mi chiedo se il Politburo riuscirà a farla smettere prima di lunedì prossimo, così che i fuochi d'artificio possano dare alla città

un'impressione di gioia e di festa»

venerdi , 20 giugno 1997 PRIMA PAGINA

Tra dieci giorni torna cinese HONG KONG ADDIO PER SEMPRE

Tiziano Terzani

Resistere al suo fascino è impossibile. Esuberante ed esotica, ricca e misteriosa, Hong Kong travolge il visitatore che arriva qui per la prima volta e quello che da anni continua a tornarci, notando ogni volta i suoi immensi cambiamenti ed ogni v olta restandone stupefatto. Il più grande mutamento di tutta la sua storia sta giusto per avvenire e la domanda è che cosa ne sarà di questo minuscolo lembo di terra d'Oriente su cui solo 150 anni fa c'erano a mala pena una dozzina di buie capanne di pescatori e su cui oggi fiorisce una delle più scintillanti, moderne, vitali e intraprendenti città del mondo. Fra dieci giorni, allo scoccare della mezzanotte del 30 giugno, la bandiera inglese verrà ammainata qui per l'ultima volta ed Hong Kon g tornerà «felicemente nell'abbraccio della madrepatria»: la Cina. Così almeno dicono i governanti comunisti di Pechino. Altri vedono le cose in maniera completamente diversa e parlano di questo evento come della «consegna di sei milioni di persone - vissute finora in una clima di relativa libertà - nelle mani dell'ultima grande tirannia del mondo». Un imperdonabile tradimento, dicono quelli. In ambedue le versioni c'è un fondo di verità, così come è vero che questo passaggio di Hong Kong dalla sovranità inglese a quella cinese era storicamente inevitabile. Dal 1841, quando gli inglesi se la presero come bottino di guerra - la guerra con cui Londra impose all'Impero cinese l'importazione dell'oppio - Hong Kong è stata una colonia e come t ale non poteva continuare ad esistere alla fine di un secolo come questo che ha visto tutti gli imperi coloniali tramontare e tutti i territori d'Asia e d'Africa, governati da «bianchi», diventare indipendenti. La presenza di un regime coloniale su u n pezzo, pur minuscolo, di Cina - una Cina che ha ritrovato il suo orgoglio di grande potenza - era inconcepibile. «La Cina si è sollevata», annunciò Mao Zedong dagli spalti della Città Proibita, nel 1949. Ed era vero: la Cina si sollevava da decen ni di umiliazioni impostele prima dagli europei e poi dai giapponesi, che tutti si erano sbizzarriti a massacrare la sua gente, a radere al suolo alcuni dei suoi grandi monumenti ed a spartirsi il suo territorio. Con la fine della guerra civile e l'a vvento dei comunisti al potere, la Cina chiuse definitivamente questo umiliante capitolo della sua storia e riprese con forza il controllo dell'intero continente, dal Tibet alla Manciuria. Restarono solo due piccoli, ma irritantissimi ricordi del pas sato: Hong Kong in mano agli inglesi e Macao in mano ai portoghesi. I comunisti si dettero tempo per eliminare «questa puzza di colonialismo che veniva dalle loro sponde» (come ebbe a dire Krusciov). Il tempo è ora venuto:

Hong Kong cessa di essere u na colonia fra dieci giorni, Macao fra due

anni (una cortesia questa da parte di Pechino nei confronti dei portoghesi che sono stati a Macao molto più a lungo degli inglesi e

che, al contrario di quelli, non usarono la forza per installarcisi). È c osì che dal punto di vista della Cina e della stragrande maggioranza dei cinesi - anche quelli non comunisti e quelli della diaspora - la fine del regime coloniale ad Hong Kong è davvero un «ritorno all'abbraccio della madrepatria» e come tale un avv enimento che ristimola il loro profondo orgoglio di razza. Resta il fatto che questo abbraccio può essere mortale e che sei milioni di cinesi si sveglieranno all'alba del 1º luglio non più sudditi di Sua Maestà britannica, ma della Repubblica Popol are. E questo senza che a loro sia mai stato chiesto nulla, senza che sia mai stata data loro una scelta. Non solo: molte di quelle libertà e quei diritti che il regime coloniale inglese garantiva loro verranno - lo

si sa già - ridimensionate o sempl icemente eliminate dal nuovo regime

«patriottico» che si installerà a gestire quel periodo di 50 anni a venire

in

cui, secondo le promesse di Pechino, Hong Kong dovrebbe godere

di

una certa autonomia, conservare il suo stile di vita ed il suo sistema

capitalista. Sulla carta tutto è abbastanza rassicurante. Eppure la sola idea che unità dell'Esercito di Liberazione, quello stesso che soffocò il movimento per la democrazia sulla Piazza di Tien An Men nel 1989, stiano per installarsi nel cuore di Hong Kong manda già dei brividi giù per tante schiene. Il fatto è che la straordinaria storia della crescita e del successo di Hong Kong è legata a quell'irripetibile combinazione di intraprendenza cinese e di capacità amministrativa coloniale ingl ese che fra dieci giorni finirà. L'intera popolazione di Hong Kong è fatta di

emigrati e dei loro discendenti. È gente che fuggendo dalla Cina per evitare la sua fame o i suoi regimi dittatoriali, ultimo quello comunista, ha trovato qui un «padrone» coloniale sì, ma uno che le ha permesso

di esprimere al suo meglio quello che è desiderio di ogni emigrato:

migliorare la propria vita. Il cinese di Hong Kong, fino a pochissimo tempo fa, non ha avuto alcun diritto di voto, non ha avuto altra sicurez

za sociale che quella della beneficenza dei suoi pari arricchitisi, eppure

sapeva che se portato davanti ad un giudice coloniale con la sua inglesissima parrucca bianca sarebbe stato trattato con giustizia, sapeva di poter contare su degli amministra tori non corrotti. In questa cornice di ordine e di legalità pur coloniale, i cinesi di Hong Kong, sia quelli arrivati come ku-li («amara forza», manovali) e rimasti tali, sia quelli diventati multimiliardari, si sono sentiti al sicuro ed hanno fatto di questa città - certo anche grazie ai loro «padroni» - un posto unico al mondo, un posto che per non essere fagocitato dalla Cina si è dovuto continuamente rinnovare e reinventare. In ogni momento dal 1949 in poi Pechino si sarebbe potuta ripren dere Hong Kong - dopo la Seconda guerra mondiale gli inglesi non sono più stati in grado militarmente di difendere questa colonia -. Eppure la Cina non ha mai fatto questo passo perché Hong Kong era utile così com'era: un porto sempre conveniente ed una finestra sul mondo quando la Cina era chiusa, una riserva di sapere tecnico e finanziario quando la Cina si è

aperta e si è voluta mettere al passo con la modernità. «Questa è una gallina che fa le uova d'oro» si sono detti e si dicono ancora ogg i per consolarsi quelli che vogliono essere ottimisti. «Perché la Cina dovrebbe ucciderla?». Molti fondano su questo semplice ragionamento le loro speranze che il cambio di bandiera non significhi la fine di tutto. Altri invece pensano alla storia della Cina e, accorgendosi che è seminata di scheletri di simili «galline» (Shanghai nel 1949 ad esempio), si preoccupano. In un modo o nell'altro i dieci che vengono sono gli ultimi giorni della Hong Kong che il mondo ha conosciuto e ci vorrà un po' di tempo per sapere se questo storico mutamento muterà anche l'anima di questo posto e con ciò il suo ancora irresistibile fascino.

giovedi , 20 febbraio 1997 PRIMA PAGINA

IL PICCOLO TIMONIERE

di TIZIANO TERZANI

«Vede quell'ometto là, piccolo, piccolo. Stia attento. Quello ha dinanzi a sé un grande futuro». Era il 1957 e Mao, seduto accanto a Krusciov, indicava Deng Xiaoping, diventato da poco segretario generale del partito comunista cinese. Sul conto d i quell'«ometto» Mao non si sbagliò mai. Nel 1966, in piena Rivoluzione Culturale, si rese conto che Deng era ormai passato nel campo dei suoi avversari e lo accusò

di voler tradire la rivoluzione e di voler imboccare «la via capitalista».

Aveva asso lutamente ragione. Deng venne rimosso da tutti i suoi incarichi, epurato dal partito e cacciato, assieme a milioni di altri cinesi,

a lavorare nei campi. Nel 1973 poi, Mao, già affetto dal morbo di

Parkinson, fece tornare Deng Xiaoping a Pechino. A nche quella volta non si sbagliò: Deng era l'unico dirigente sopravvissuto alle persecuzioni delle Guardie Rosse, con il prestigio militare e l'esperienza amministrativa in grado di aiutare il primo ministro Zhou Enlai, anche lui già malato di cancro , a riprendere in mano le redini di

un Paese in preda all'anarchia e sull'orlo del disastro economico. Deng Xiaoping aveva già 70 anni, ma il suo «grande futuro» doveva ancora cominciare. Solo dopo la morte di Mao, nel 1976, l'ascesa dell'«ometto» al potere divenne irresistibile e Deng ebbe mano libera per fare esattamente quel che il Grande Timoniere aveva cercato ad ogni costo di evitare: cambiare il colore della Cina mettendo il Paese «sulla via capitalista».

lunedi , 16 dicembre 1996 INSERTO ECONOMIA

FINE DEI MIRACOLI / PRIMI SEGNI DI CRISI NEI PAESI ASIATICI PROTAGONISTI DEL BOOM QUELLE TIGRI SENZA ARTIGLI

Taiwan, Hong Kong, Thailandia, Singapore e Malesia, con la loro

aggressivita produttiva, per anni sono stati lo spauracchio di tutto

il mondo. Ora non piu. Che cosa sta succedendo? L'inflazione, la

crescita dei salari, il consumismo e l'arrivo di nuovi concorrenti

di Tiziano Terzani

I miracoli, specie quelli fatti dall'uomo, finiscono sempre per rivelarsi effimeri. I miracoli economici non fanno eccezione. Per anni quel che è successo nell'Asia del Sud Est è stato definito «straordinario», «insolito»; la rapida crescita di Paesi come Taiwan, Hong Kong, Thailandia, Singapore, Corea del Sud e Malesia è stata definita «miracolosa» e montagne di carta sono state scritte su queste «tigri»

che, con la loro aggressività produttiva, sembravano dover far paura al resto del mondo. Il successo delle «tigri» veniva indicato come un modello che non solo gli altri Paesi in via di sviluppo, ma persino quelli industrializzati, «ormai sulla via della decadenza economica», avrebbero dovuto imitare. I fatti, o meglio le statistiche che spesso servono ad oscurare i fatti, erano sempre lì a dimostrare la veridicità del «miracolo». Anno dopo anno il tasso di crescita dei vari Paesi era

di oltre il 10%, le esportazioni in continuo aumento, la disoccupazione

inesistente, le proiezioni per il futuro - un'altra turlupinatura affidata al

gioco dei numeri - rassicuravano tutti sulla continuità del successo. Il «miracolo» aveva anche i suoi filosofi: certi intellettuali erano arrivati a trovare la spiegazione di questo straordinario successo nelle comuni radici confuciane dei vari Paesi miracolati, mentre altri - più realisticamente - identificavano la formula magica nella specie abbinata: dittatura politica e libera economia. Lo stesso Lee Kuan Yew, per decenni primo ministro e mago-autocrate del «miracolo» di Singapore, non si peritava a ripetere con vanto e arroganza la sua lezione: «Un Paese per svilupparsi ha bisogno di disciplina, non di democrazia». Ora tutto questo sembra finito. Improvvisamente non si parla più d i miracolo e al posto dell'ottimismo, prima imperante nei vari Paesi, è subentrato un nuovo sentimento che va dalla semplice inquietudine al panico. La Thailandia è il caso più preoccupante. Per più di vent'anni, nonostante i sei colpi di Stato, i generali al potere, il massacro di Bangkok ed altri guai politici, l'economia Thai è vissuta nella più spensierata euforia. Non più. Quest'anno il tasso di crescita è largamente inferiore alle aspettative (non potrà essere più del 6%), la Borsa ha pe rso nelle ultime settimane il 20% del suo valore e si parla ora di svalutare la moneta nazionale, il bath, per cercare di ridare

competitività ai prodotti da esportazione che qui, come negli altri Paesi dell'Asia, sono stati alla base del miracolo. N egli ultimi cinque anni le esportazioni thailandesi sono cresciute al ritmo regolare del 20%. Ora

si sono fermate. L'esportazione dei tessili è caduta da sola del 12%.

Perché? Semplice: l'inflazione mangia i salari degli operai, i prezzi salgono ed i l capitale, nella sua fredda logica, si sposta. Per anni la

Thailandia ha potuto offrire agli investitori stranieri masse di giovani contadini tolti alle risaie e intruppati nelle fabbriche delle periferie urbane. Quella riserva ora sta da un lato es aurendosi, dall'altro diventando più cara e gli investitori vanno a cercarsi altrove i giovani a buon mercato di cui hanno bisogno. Le fonti non mancano: un operaio

in Vietnam, in Birmania o in certe parti della Cina costa oggi solo un

terzo di quant o ormai costa un operaio a Bangkok. Da qui lo sgonfiarsi

del boom. La Corea del Sud, pur con la sua economia più sofisticata e diversificata di quella thailandese, deve affrontare una simile fine del miracolo. Per anni il Paese è cresciuto sulla sp inta della produzione in massa di prodotti di consumo tipo scarpe, biciclette, giacche a vento, parrucche e giocattoli fatti da una popolazione operaia pagata poco. Lentamente però anche lì i prezzi sono andati salendo e quando le grandi aziende si s ono messe, pur con l'aiuto del governo, in produzioni più impegnative (dalle navi alla grande elettronica) i vantaggi di una mano d'opera a buon mercato sono presto scomparsi:

un operaio specializzato sudcoreano costa oggi sulle 18 mila lire l'ora,

m entre il suo equivalente in Malesia costa circa 3 mila lire, uno in Cina

solo 1.500. Il processo è stato simile nei vari Paesi: il successo ha

innescato la scalata dei prezzi - da non dimenticare quella vertiginosa dei terreni (a Bangkok un metro q uadrato vale più che a Manhattan) -

e quella ha provocato la crisi. Per alcuni economisti, specie i credenti

del passato, il miracolo delle tigri non è finito e la recessione attuale è

semplicemente il risultato di un rallentamento ciclico che sarà superato. Le Cassandre invece sono molto preoccupate e parlano già

di un possibile crollo dell'Asia che potrebbe appunto cominciare nel

punto più debole, la Thailandia, afflitta al momento da un deficit simile

a quello del Messico prima del suo disa stro. Qualunque sia la

prossima fase dello sviluppo di questa regione, che con la Cina e l'India resta comunque negli occhi di tutti il grande mercato del prossimo secolo, le ragioni della attuale crisi nei paesi del miracolo sono sempre più chiare e hanno a che fare con la natura stessa del fenomeno e la sua fragilità di fondo. Innanzitutto c'era una speciale situazione internazionale: lo Yen si era rivalutato così tanto rispetto al dollaro da costringere le aziende giapponesi a produrre fu ori dal Paese, grandi capitali europei erano in cerca di collocamento e il mondo degli investimenti internazionali era dominato da notevole euforia. Questa situazione è ora mutata: i giapponesi sono più cauti e gli europei trovano più familiare muove rsi coi loro soldi nell'Europa orientale. Inoltre c'era il fatto che il miracolo aveva disseminato i vari Paesi della regione di tante fabbriche - dure e pericolose (in Thailandia

più di 200 ragazze addette a far bamboline morirono in un incendio) - dove i capitali stranieri (non vanno dimenticati quelli ingenti dei cinesi

di oltremare) manifatturavano prodotti diretti a dei mercati su cui i

Paesi produttori stessi non avevano alcun controllo. Da qui la loro estrema vulnerabilità. Il caso de lla produzione elettronica è stato tipico. Per anni l'Asia è stata popolare con i capitali dell'industria dei

chips («Chi usa le bacchette per mangiare, ha una eccezionale manualità» si diceva). Le tigri sono così arrivate a produrre più del 50% del fabbisogno mondiale di memorie. Il risultato è stato un grande accumulo di ricchezza, ma anche una straordinaria dipendenza al punto che, invece di «repubbliche delle banane» si è parlato in Asia delle «repubbliche dei chips». Ebbene: è bastato che i l prezzo dei chips sia caduto, che la domanda di computers nel mondo, dopo il boom di Windows 95, sia crollata per mettere in coma l'intero settore e far scattare la fine del miracolo. Alcune grandi fabbriche, ora deserte ed abbandonate nella perifer ia di Taipei, sono il simbolo di questa storia. Un Paese come Singapore, grazie alla sua popolazione concentrata e docile e grazie al suo dirigismo politico, è riuscito a evitare questa dipendenza, a diversificare la sua economia e a essere

ora il più flessibile e pronto alla riconversione. Altri Paesi invece, come

la Thailandia, pagano ora l'errore di non aver usato gli anni delle

vacche grasse per sviluppare adeguatamente la loro infrastruttura e per alzare il livello di educazione della p ropria popolazione, così da aver le basi per il salto di qualità ora sempre più necessario. Sull'intera regione aleggia poi un'altra incognita: quella della stabilità. Il successo negli ultimi vent'anni aveva fatto pensare a molti che l'economia l' aveva finalmente avuta vinta sulla politica e che nella frenetica corsa ad arricchirsi nessuno sarebbe mai più stato interessato a creare conflitti e tanto meno a rischiare delle guerre. Anche su questo sorge ora un dubbio e la Cina, dove la crescita economica è andata di pari passo con l'aumento della spesa militare, è la maggiore fonte di preoccupazione a Taiwan come in India. I capitali restano però - per loro natura - ottimisti e la fine del miracolo da una parte non vuol certo dire la fin e della speranza di un miracolo altrove. L'attenzione del momento è tutta sulle Filippine. Questo Paese, che non era riuscito mai a diventare una tigre, ora che il conflitto coi musulmani indipendentisti del Sud si è risolto, viene visto come un'area di grande potenzialità: in altre parole il costo della mano d'opera così come quello della terra è ancora attraente. Se tutto va bene, la storia si ripeterà finché anche lì il successo non provocherà la crisi ed i capitali non si trasferiranno ancor a una volta altrove. È questa la natura del miracolo. Lunedì 16 dicembre 1996 Anno VIII / Numero 42

venerdi , 07 giugno 1996 PRIMA PAGINA

UNO SPETTRO PER LA SINISTRA

Uccise milioni di cambogiani ma è un mistero

PHNOM PENH - Dalla giungla cambogiana e arrivata via radio la notizia: . I servizi segreti francesi hanno confermato il decesso del dittatore comunista autore del genocidio del periodo 1975-1979, ma nel corso della giornata i dubbi sono aumentati. Il governo della Cambogia non e stato in grado di trovare prove e il Dipartimento di Stato americano ha concluso: . Sarebbe stato un attacco di febbre malarica a stroncare il terribile leader dei Khmer rossi, 68 anni. Tiziano Terzani

Un altro dei grandi assassini del nostro tempo morto nel suo letto, senza che la giustizia degli uomini lo abbia raggiunto, senza che sia stato ristabilito quel principio di naturale moralità che è una necessità nel fondo di tutti noi. Sarebbe l'ulti ma beffa. Pol Pot ha sulla coscienza il massacro di almeno un milione e mezzo, forse di due milioni di cambogiani e la distruzione di una civiltà. Una delle figure più inquietanti del secolo. Inquietante perché dietro la sua apparente follia omicid a, diventata politica, c'era una logica che ha attratto tanta attenzione e tante simpatie nel mondo. Quella logica si chiamava rivoluzione. Pol Pot si era diplomato all'istituto tecnico di Phnom Penh quando andò a Parigi e, da giovane nazionalista in cerca di una formula per combattere il regime che reggeva allora il suo Paese, si imbatté nel marxismo-leninismo. Lo studiò, prese alla lettera i suoi dettami di eliminazione di una classe per sostituirla con un'altra e, quando nel 1975 alla tes ta del movimento di guerriglia dei Khmer rossi prese il potere, li mise in pratica con una determinazione che era mancata a tutti i suoi predecessori ideologici. Da bravo rivoluzionario Pol Pot aveva capito che, per fare una società «nuova», occorr eva innanzitutto creare un uomo «nuovo» e lui fece un passo più avanti di Lenin, di Stalin e dello stesso Mao di cui si sentiva allievo: per dar vita all'uomo nuovo cercò di eliminare nel più breve tempo possibile tutto ciò che era vecchio: gli uomin i, le istituzioni, le tradizioni. Pol Pot capì che, se del passato fosse rimasta una sola traccia, la rivoluzione sarebbe stata sempre in pericolo; così cercò di azzerare la memoria collettiva, dando alle fiamme le biblioteche, uccidendo chi sapeva l eggere e scrivere, eliminando dal paesaggio i pinnacoli dei templi e i monaci, catena di trasmissione dei valori buddisti. Tolti dalle loro famiglie ed educati esclusivamente da Angka, la omnipresente Organizzazione, il Partito, migliaia di giovani cominciarono a crescere senza alcuna idea del prima, imbevuti solo dell'ideologia della rivoluzione. Se i vietnamiti nel 1979 non avessero invaso il Paese e

rovesciato il suo regime, Pol Pot sarebbe forse riuscito a fare della Cambogia quel Paese «n uovo» che era il suo sogno. «Stiamo

facendo qualcosa che non è mai stato fatto prima nella storia dell'umanità», mi disse nel 1976 Ieng Sary, il braccio destro di Pol Pot, incontrato a Kuala Lumpur, in una delle sue rare apparizioni fuori da un Pae se che si era ermeticamente chiuso al resto del mondo. Era allora difficile figurarsi che cosa davvero volesse dire. Fui uno dei primi giornalisti occidentali a tornare nella Cambogia «liberata» dalle truppe

di Hanoi e quello che mi trovai dinanzi sfidava ogni fantasia dell'orrore,

era più spaventoso di qualsiasi cosa un uomo potesse immaginarsi. Fra il 1975 ed il 1979 l'intera società era stata rovesciata, le città abbandonate, le pagode distrutte, la religione buddista eliminata e la gen te regolarmente massacrata in una devastante orgia purificatrice. Un terzo della popolazione era stato eliminato. Cercai quelli che avevo conosciuto negli anni della guerra e non trovai nessuno. Erano tutti finiti a «fare da concime nei campi» perché i «controrivoluzionari», diceva Pol Pot, dovevano almeno come cadaveri servire a qualcosa. Viaggiai per un mese attraverso un Paese martoriato a raccogliere le testimonianze di questa follia. La gente era così inebetita dall'orrore che spesso non riusciva a raccontare quel che era loro successo. Nelle campagne mi venivano indicati i «centri di raccolta per

l'eliminazione dei nemici» - di solito le vecchie scuole ed i monasteri - dove restavano le tracce delle torture, i pozzi dove non era più possibile attingere l'acqua perché pieni di scheletri, le risaie dove spesso non si riusciva a camminare senza pestare le ossa di quelli che

lì a colpi di bastone, per risparmiare le pallottole, erano stati

massacrati. Dovunque si scoprivano fosse c omuni. C'erano superstiti che non riuscivano più a montare su una barca da quando avevano visto i loro familiari portati in mezzo a un lago e buttati in pasto ai coccodrilli. Altri non riuscivano più a salire su una palma perché gli uomini di Pol Pot avevano usato gli alberi per mettere alla prova le loro

vittime e decidere chi dovesse vivere e chi morire. Quelli che riuscivano ad arrivare fino in cima erano considerati contadini da utilizzare, gli altri intellettuali da eliminare. Un'altra id ea che stava dietro la follia rivoluzionaria di Pol Pot era di riportare la Cambogia alla grandezza del suo passato, spazzando via tutto ciò che col colonialismo era stato introdotto nel Paese. Il simbolo di quella corruzione erano le città. L'unica soluzione era abbandonarle e ricominciare da capo. «Bisogna tornare alla purezza del chicco di riso» diceva. Tutto quello che era venuto dall'esterno aveva indebolito ed imbastardito la razza Khmer. Per tornare alla grandezza di Angkor, bisogna all ora tagliare ogni legame con l'esterno ed eliminare tutti i segni di presenza straniera. Da qui la decisione, una volta entrato a Phnom Penh, di far saltare la banca centrale lasciando pacchi di dollari

a svolazzare al vento; da qui la demolizione, p ietra per pietra, della

cattedrale cattolica, da qui l'evacuazione forzata, fatta nel giro di 24 ore delle città simboli di quella modernità non cambogiana che Pol Pot

detestava. L'assurdo fu che una volta rimosso dal potere, Pol Pot ed i suoi Khme r rossi diventarono una pedina nel gioco della guerra fredda

e la guerriglia Khmer venne usata dagli Stati Uniti e dall'Occidente per combattere l'egemonia vietnamita sulla penisola indocinese. Allo stesso modo, quando, dopo anni di trattative, la nuova guerra cambogiana ebbe fine e nel 1991 a Parigi furono firmati gli accordi di pace che portarono le Nazioni Uniti con 22.000 uomini in Cambogia a garantire il cessate il fuoco e ad organizzare le prime elezioni democratiche nel Paese, su insist enza della Cina, che pur senza Mao ha continuato fino alla fine a proteggerli, i Khmer rossi furono considerati una componente legittima del nuovo assetto politico e Pol Pot poté tornare nella sua base al confine con la Thailandia senza che venisse p ortato davanti ad un tribunale - internazionale o cambogiano

- a rispondere dei suoi crimini. Così nessuno ha fatto i conti con Pol

Pot. Neppure la sinistra che l'ha trattato come un folle o semplicemente come una aberrazione. Né l'uno né l'altro. Pol Pot è stato un rivoluzionario che ha cercato di fare in pochissimo tempo quel che altri, ispirati dalle stesse idee, avevano pensato di fare nel giro di qualche generazione. Per questo resta una figura inquietante e il suo

spettro strisciante

domenica , 05 maggio 1996 PRIMA PAGINA

Terzani

DHARAMSALA - La Cina ha sventrato il centro della capitale del Tibet, Lhasa, per costruire discoteche, bar e supermercati. I giovani sono conquistati dal rock. Ma il Dalai Lama, dal suo esilio, lancia l'appello:

«Stanno distruggendo la nostra spiritu alità».

mercoledi, 27 dicembre 1995 ESTERI

Quei 15 mila giovanissimi con la fiala di cianuro al collo Li descrivono come zombi a cui il lavaggio del cervello non ha lasciato altra passione che la tensione verso il martirio Da vicino, invece, appaiono come normali ragazzi di villaggio

Tiziano Terzani

BATTICALOA (Sri Lanka) - Il ragazzo sorride. «Morire è facile. Guarda!», dice e si mette fra i denti una piccola fiala di vetro trasparente, piena di cristalli bianchi. Basta che chiuda la bocca ed il cianuro lo ammazzerà in po chi secondi. «In meno di un minuto», precisa con orgoglio, come rassicurato da questa certezza. Ma il ragazzo non morde e la bocca gli resta aperta in un sorriso scherzoso. «Avanti! Prova te», dice porgendomi la fiala. Ha appena 16 anni e mi sfida al l'unico gioco che conosce: quello della morte. Attorno a noi s'è riunita una piccola folla di altri ragazzi che sghignazzano. Ognuno di loro ha una di quelle fiale, appesa al collo con un filo nero, allo stesso modo con cui, in altre parti del mond o, la gente porta un crocefisso, l'immagine della Madonna o di Budda, appesa a una catenina d'oro. Qui il cianuro è un amuleto e la fiala è per questi ragazzi, il simbolo della loro appartenenza ad una sorta di ordine religioso segreto e temibile. Co me dei monaci, anche loro, hanno preso i loro voti: non bevono, non fumano, non hanno rapporti sessuali. Si sono impegnati a combattere per creare in Sri Lanka, un'isola in cui, la maggioranza della popolazione (il 75%) è cingalese, uno stato indipen dente per la minoranza Tamil (il 14%), ed hanno giurato di non farsi mai catturare vivi dalle forze governative che si oppongono alla secessione. Il cianuro sembra fatto per esorcizzare la paura e a rafforzare la loro fede. I Tamil li chiamano «i n ostri ragazzi». Loro preferiscono definirsi le Tigri, le tigri del movimento di Liberazione dell'Eelam (Ltte), la guerriglia più efficiente, più spietata, più assassina oggi rimasta al mondo. Trovare le Tigri non è stato difficile: 15 chilometri a bordo di un tre ruote a sud di Batticaloa su una strada assolata all'ora della siesta, quando i soldati governativi sono più distratti e stanno al riparo nei bunker; mezz'ora di traghetto attraverso la laguna - il battelliere con un cenno di complici tà rifiuta di farmi pagare il biglietto -, qualche chilometro su una bicicletta presa in prestito ed i «ragazzi» mi accolgono nell'ufficio dello Ltte di Kokkadicholai, un grosso villaggio in mezzo alle risaie. Sulla porta un manifesto con le foto di cinque giovani, raffigurati in un alone di fiamme azzurre, annuncia il loro «martirio»: recentemente, imbottiti di esplosivo, si sono gettati contro alcune installazioni militari del governo. Più difficile è trovare le risposte alle tante domande c he uno, venendo qui, ha in testa. Come ha fatto questa cultura di morte e di violenza a mettere radici in un'isola dove la bellezza tropicale della natura sembra fatta solo per ispirare pace e

contemplazione? Come riesce un uomo come il «Supremo» Pre bhakaran, fondatore e capo delle Tigri, a far dimenticare a migliaia di giovani il naturale, umano istinto alla sopravvivenza ed a mettere loro addosso, invece, una sorta di fervore religioso che li spinge ad uccidere ed a morire? Un mese e mezzo f a nel nord del Sri Lanka ho visto decine di contadini cingalesi massacrati nel sonno dai giovanissimi guerriglieri Tamil: fra le Tigri c'erano delle bambine di appena 10, 12 anni. Tre settimane fa ho visto una ventina di cadaveri fatti a pezzi dall'e splosione martirio di due giovani bomba, che si sono fatti saltare in aria nel centro della capitale, Colombo. A sentirne soltanto parlare, da lontano, le Tigri paiono esseri particolari, degli zombi ai quali il lavaggio del cervello non ha lasciat o altra passione che quella della morte. A vederli, i ragazzi hanno tutta l'aria di normali giovani di villaggio, completamente a loro agio con quello che fanno e con la gente che hanno attorno. A Kokkadicholai le Tigri sono tornate solo due mesi f a. Il governo, per andare a prendere Jaffna, la capitale dei ribelli nel Nord, ha dovuto ritirare gran parte delle sue truppe dalle regioni dell'Est ed i guerriglieri ne hanno approfittato per riprendere il controllo di questa zona. Le Tigri qui sono di casa. Come nel Nord, la stragrande maggioranza della popolazione qui è Tamil e non c'è una sola famiglia che non abbia un figlio o un parente nella guerriglia. «Non siamo d'accordo con tutto quel che fanno, ma i ragazzi sono la nostra assicurazio ne sulla vita», dice un uomo che, la notte, viene a trovarmi, «Se tornano i soldati ci massacrano tutti». In passato è successo così. Nel 1990 l'esercito, fatto esclusivamente di cingalesi, spinse via le Tigri dalla regione di Batticaloa. Migliaia di giovani Tamil vennero arrestati e torturati. La gente era così terrorizzata che non tentava nemmeno di riconoscere i cadaveri messi a bruciare sulle vecchie gomme d'auto al margine delle strade. «Non mi dimenticherò mai quelle scene», mi racconta un prete cattolico della zona. «Una volta che era piovuto ed il fuoco s'era spento vidi una pila di piedi che erano rimasti intatti, bene accatastati, come tanti panini sugli scaffali di un forno. Da allora mi chiedo se siamo ancora degli esseri uman i». Nei cinque anni in cui l'esercito ha controllato questa zona di 250.000 abitanti, 4.200 Tamil sono scomparsi, così. E' questa violenza da parte dei cingalesi che ha spinto molti giovani Tamil ad entrare nella guerriglia e che li rende così disp onibili a morire. «Siamo una minoranza e lottiamo contro un esercito forte che ha a disposizione tutti i più sofisticati mezzi militari. Il suicidio è la nostra arma più potente», mi dice Karikalan, il capo delle Tigri della regione dell'Est. Mi ha dato appuntamento in una casa in mezzo ai campi. E' uno degli uomini più ricercati delllo Sri Lanka, ma anche lui qui sembra essere perfettamente a suo agio. Arriva guidando una motocicletta, con solo una guardia del corpo sul sedile posteriore. «La caduta di Jaffna? Non ha alcuna importanza - dice -. L'esercito c'è entrato, ma non riuscirà ad uscirne. Continueremo a lottare dalla giungla. La popolazione è con noi. La pace verrà solo quando avremo ottenuto uno stato indipendente, Eelam. La pres idente Chandrika ha

portato la guerra nella nostra capitale e noi la porteremo da lei, la porteremo a Colombo». Il governo prende sul serio questa minaccia e Colombo vive come una città assediata. Il traffico è continuamente bloccato da operazioni di controllo e rastrellamento. La voce è che decine di Tigri Nere, guerriglieri addestrati al suicidio, si sono infiltrati nella capitale e son pronti ad entrare in azione per un colpo spettacolare. Il timore nella mente di tutti è un attentato alla presidente. La guerra è ben lontana dall'essere finita con la vantata vittoria di Jaffna. La caduta della capitale ribelle appare sempre di più come un semplice episodio in una guerra che va avanti ormai da 12 anni, ha lacerato la società e diviso in maniera apparentemente irreversibile i Tamil dai cingalesi. Situata sulla punta meridionale dell'India, conosciuta fin dai tempi dei greci e dei romani, come un'isola di grande fascino e ricchezza, lo Sri Lanka, un tempo chiamato Ceylon, è stato p er secoli un'oasi di relativa tolleranza con le quattro grandi religioni del mondo che hanno fatto seguaci nelle varie comunità. La violenza è recente. I primi pogrom cominciano una decina d'anni dopo l'indipendenza del paese nel 1947. I cingalesi, t emendo che i due milioni e mezzo di Tamil dell'isola si uniscano ai 50 milioni di Tamil che vivono in India lungo la costa per buttarli a mare, fanno di tutto per stabilire la loro supremazia, cacciando via più Tamil possibili e marginalizzando quell i che restavano. Per giustificarsi i cingalesi, buddisti, si inventano il mito di essere una razza eletta, «la razza del leone», cui il Budda stesso, morendo ha scelto la loro isola come il santuario della sua religione. I Tamil, hindu, diventano cos ì anche dei nemici religiosi. Nel 1971 a Jaffna, la capitale tradizionale dei Tamil, 13 giovani fondano il primo movimento di liberazione dei Tamil. Uno di loro è Prebhakaran. Ha solo 17 anni. Nel 1975, con una vecchia pistola, Prebhakaran uccide i l sindaco della città. Nel 1976 viene ufficialmente fondato lo Ltte. L'emblema copiato da una scatola di fiammiferi è una tigre, simbolo della ferocia, capace di tenere testa a quella del leone. Prebhakaran è il capo; l'assassinio politico il suo più efficace mezzo di imporsi. Nel giro di pochi anni Prebhakaran uccide e fa uccidere tutti i suoi possibili avversari nella comunità Tamil. I pogrom continuano. In quello del 1983 i cingalesi massacrano alcune migliaia di persone. Intere famiglie, n ella stessa capitale Colombo, vengono chiuse nelle loro case e date alle fiamme. Con ogni pogrom le Tigri reclutano nuovi adepti. Come Pol Pot prima di lui, Prebhakaran sa che i migliori soldati sono quelli reclutati giovanissimi ed addestrati alla guerra, senza memoria, senza altri valori che quelli inculcati dall'organizzazione. Prebhakaran va nelle scuole delle regioni Tamil, fa vedere dei video con scene dei massacri e chiede: «Volete che questo succeda ai vostri genitori? Alle vostre so relle?» Alla fine di ogni sessione decine di giovani si alzano, lasciano tutto quel che hanno in ricordo ai genitori e scompaiono con i reclutatori. Spesso la loro unica traccia è, qualche mese dopo, una foto sui manifesti che annunciano il loro suic idio martirio in una azione militare. Alcuni di queste reclute

hanno appena dieci, dodici anni. Parte del loro addestramento consiste nel torturare ed uccidere i prigionieri. Il caso di uno di questi ragazzi, impazzito per essere stato costretto ad a mmazzare un neonato, viene portato agli occhi del mondo da un coraggioso psichiatra di Jaffna che ne parla ad una conferenza internazionale. Nonostante questo rivoltante carattere delle Tigri, il fatto che i Tamil siano realmente vittime della pers ecuzione cingalese, pare giustificare la loro violenza agli occhi dei Tamil in Sri Lanka, dei Tamil della diaspora ed anche di parte della comunità internazionale. Sotto la direzione di Prebhakaran,

le Tigri diventano con gli anni quel mostro di or ganizzazione - ancora

in parte sconosciuta - che è oggi. Le Tigri hanno circa 10/15.000 guerriglieri in Sri Lanka, hanno una quarantina di uffici nel mondo, si finanziano con soldi offerti o estorti dalle comunità Tamil nei vari paesi

e pare sempre d i più con il traffico delle armi e della droga. Un

sospetto ancora non ben provato è che le Tigri prendono l'eroina in Birmania e la distribuiscono nel mondo, passando per l'Europa. Alcuni dei loro corrieri che vengono catturati non possono parlare: hanno la lingua tagliata. Anche in Italia un paio di centinaia di Tamil, sono stati arrestati, in gran parte a Palermo, per droga. Le Tigri non permettono il

dissenso. Chiunque osi criticare Prebhakaran viene ucciso: ultimo il suo numero due, fucil ato poco tempo fa, dopo un «anno di interrogatori», come ha detto il portavoce del movimento. Prebhakaran resta l'indiscusso capo del movimento che, nonostante la perdita di Jaffna, non sembra affatto indebolito. Dovunque sono stato nei quattro gio rni che ho passato con loro, le Tigri erano gli «eroi» e decine di giovanissimi Tamil nella regione di Kokkadicholai sembravano non sognare altro che di diventare come loro con un mitra a tracolla e la

fiala di cianuro al collo. Poco importa se la fine è in una fossa. «Vedi?»

e mi fanno vedere le loro targhette di soldati, col nome dell'Ltte ed il

loro numero di matricola. Ognuno ne ha tre: una al collo, una al polso, una attorno alla vita. «Così anche in caso che vada a pezzi, mi si potrà i dentificare», mi dice uno di loro facendo il gesto del suo corpo che esplode in aria. Appena fuori dal villaggio, le Tigri hanno da poco costruito il «Parco dei Martiri» con le tombe ben ordinate dei ragazzi morti e le file di fiaccole, accese la n otte, in memoria di quelli i cui corpi non sono stati recuperati. Tornando verso le zone del governo, son passato davanti a quel cimitero e m'ha colpito vedere quanto spazio è già stato previsto per file e file di nuove tombe. Ci vorrà del tempo - e forse anche un miracolo - finché anche in questa strana isola qualcuno insegni ai bambini un gioco diverso da quello facile di uccidere e morire.

domenica , 03 dicembre 1995 ESTERI

REPORTAGE/ Duro colpo alle speranze dei secessionisti di costituire un proprio Stato. Ora la battaglia si sposta nella giungla Cade nel sangue la Tamil

Svolta

nella

guerra

in

Sri

Lanka,

i

governativi

singalesi

conquistano

 

Jaffna

Tiziano Terzani

 

COLOMBO - Jaffna è caduta. Almeno così dice il governo. Dopo quasi due mesi in cui ogni giorno la presa della città ribelle da parte dell'esercito veniva data per certa o imminente, l'annuncio ufficiale è stato reso pubblico dal portavoce delle Forze Armate. Il brigadiere Sarath Munasinghe ha detto che, alle dieci e trenta del mattino, i soldati di Colombo, provenienti dal Nord della penisola, hanno occupato la zona del Forte (una vecchia rocca a forma di stella del periodo coloniale olandese, d istrutta nel 1990 dalle Tigri) e che qualche ora dopo si sono ricongiunti con una colonna di loro colleghi provenienti dal Nord-Ovest. «Ai terroristi, ora completamente accerchiati nel centro della città, non resta che arrendersi o suicidarsi», ha co ncluso il brigadiere. L'annuncio ufficiale, come da settimane tutte le notizie su questa guerra che nessun osservatore indipendente è riuscito a vedere da vicino a causa della rigorosa censura imposta dal governo e della impossibilità di raggiunger e il fronte, lascia molto a desiderare, ma non c'è dubbio che l'avvenimento costituisca, per il governo del Presidente, signora Chandrika Kamaratunga, un notevole successo. Nel corso degli ultimi cinque anni Jaffna, una vecchia città commerciale, u n tempo cosmopolita e colta, era diventata la vera e propria «capitale» dello LTTE, il movimento di liberazione delle Tigri Tamil, guidato dal «Supremo» Prebakaran, un rivoluzionario di 41 anni, mistura di Mao, Che Guevara, Hitler e Pol Pot. A Jaffna le Tigri avevano gli uffici centrali della loro amministrazione civile, i loro tribunali (coi giudici di solito ancora ragazzini), le loro scuole politiche ed il loro grande cimitero dei «martiri». Lì avevano uno dei loro principali comandi militari . Conquistando la città e ricacciando la guerriglia separatista nella giungla, il governo ha distrutto l'immagine di uno stato Tamil, di fatto già indipendente e separato all'interno dello Sri Lanka. Psicologicamente questo è importante. Politicame nte poi la presa di Jaffna aumenta la già notevole popolarità della signora Chandrika, che potrebbe ora annunciare nuove elezioni per ottenere in Parlamento una maggioranza più sicura di quella attuale. La signora è stata eletta un anno fa con un man dato di pace. Le Tigri però, dopo tre mesi di negoziati col suo governo, avevano ripreso le ostilità e a lei non era rimasto che mostrarsi ferma e ordinare ai suoi generali di rispondere alla guerra. Piantare ora la bandiera del governo su una città che dal 1990 è stata in mano ai ribelli è un atto carico di

simbolismo. La vittoria di Jaffna arriva però solo fin qui perché la guerra fra il «Supremo» Prebakaran che a tutti i costi vuole creare

sull'isola uno stato separato per la popolazione di minoranza Tamil e il governo che intende invece mantenere l'unità del Paese, dominato dalla maggioranza singalese, non è oggi più vicina a una conclusione

di quanto lo fosse qualche settimana fa. Militarmente infatti la caduta di

Jaffna non cambia di molto l'equilibrio delle forze in campo e alla lunga potrebbe avere effetti più negativi per il governo che per la guerriglia. Le Tigri, pur avendo nella battaglia per Jaffna perso un notevole numero dei propri combattenti (fonti governative parl ano di circa 2.000

fra morti e feriti), sono riuscite a evacuare i loro quadri superiori e tutti i loro rifornimenti nelle basi di riserva nella foresta. La speranza del governo è che Prebakaran, indebolito ora dalla sconfitta, torni al tavolo dei negoziati o venga sostituito (magari assassinato) da qualcuno più moderato. La speranza delle Tigri è che il governo non riesca a subire

il continuo salasso di uomini e di soldi provocato dalla guerra e che

qualcuno, dopo Chandrika, che le Tigri hann o messo in testa alla lista delle persone da assassinare, si decida a dare loro quel che vogliono:

uno Stato indipendente. Tutti e due forse si illudono e il risultato non potrà essere che la progressiva distruzione del Paese. Come avviene

a Jaffna dove i ribelli, prima di ritirare il grosso delle loro truppe, hanno piantato centinaia di mine, dove ogni bicicletta, ogni secchio, ogni lampadina tascabile può essere una bomba e dove nel centro della vecchia città sono ancora asserragliate intere squadre di Tigri nere, i guerriglieri votati al suicidio. Sì, Jaffna è praticamente caduta, ma la caduta continua.

martedi , 05 settembre 1995 TERZA PAGINA

L'incontro con un mago orientale che sconsiglio di prendere l'aereo per dodici mesi. Cosi un grande inviato scopri il mondo via terra Anno 1993:

di TIZIANO TERZANI

«Un indovino mi disse» è il titolo del nuovo libro di Tiziano Terzani

(Longanesi, pagg. 429, lire 30 mila). Ne anticipiamo un brano tratto dal primo capitolo. Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l'aria di essere una maledizione. «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai», m'aveva detto un indovino. Era successo a Hong Kong. Avevo incontr ato quel vecchio cinese per caso. Sul momento quelle parole m'avevano ovviamente colpito, ma non me ne ero fatto un gran cruccio. Era la primavera del 1976, e il 1993 pareva ancora

lontanissimo. Quella scadenza però non l'avevo dimenticata. 1977

987 1990

1991. Sedici anni, specie se visti dalla prospettiva del

primo giorno, sembrano tanti, ma, come tutti gli anni, tranne quelli dell'adolescenza, passarono velocissimi e presto mi ritrovai alla fine del 1992. Che fare? Prendere sul serio quel vecchio cinese e

riorganizzare la mia vita, tenendo conto del suo avvertimento? O far finta di niente e tirare avanti dicendomi: «Al diavolo gli indovini e le loro fandonie»? A quel punto avevo vissuto in Asia, ininterrottamente, per più di u n ventennio - prima a Singapore, poi a Hong Kong, Pechino, Tokyo, infine a Bangkok - e pensai che il miglior modo di affrontare quella «profezia» fosse il modo asiatico: non mettercisi contro, ma piegarcisi. «Allora ci credi?» mi stuzzicavano i colle ghi-giornalisti, specie quelli occidentali, gente avvezza a voler sempre un netto sì o

no a tutte le domande; anche a quelle mal poste come questa. Uno

non ha bisogno di credere alle previsioni del tempo per uscire di casa con l'ombrello in una giorn ata nuvolosa. La pioggia è una possibilità,

l'ombrello una precauzione. Perché provocare la sorte se proprio quella ti fa un cenno, ti dà un suggerimento? Al tavolo della roulette

quando il nero è uscito tre o quattro volte di seguito ci sono giocato ri che, contando sulle probabilità statistiche, puntano allora tutto quel che hanno sul rosso. Io no. Ripunto sul nero. Non è in questo senso che la pallina mi ha fatto l'occhiolino? E poi a me l'idea di non volare per un anno intero piaceva di per sé. Soprattutto come sfida. Pretendere che

1

un

vecchio cinese di Hong Kong potesse avere la chiave del mio futuro

mi

divertiva moltissimo. Mi pareva di fare un primo passo in un terreno

ignoto.

cinquantacinque anni ha una gran voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, di guardare al mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c'è la luna

La profezia era la scusa. La verità è che uno a

[

].

e che il tempo non è solo quello s candito dagli orologi. Questa era la mia occasione e non potevo lasciarmela scappare. Il problema era come fare: rinunciare per un anno al mio lavoro? prendere una lunga vacanza o continuare a lavorare, pur con questa limitazione? [ ] L'occasione di verificarlo venne nell'ottobre del 1992. Uno dei due capiredattori di Der Spiegel passò da Bangkok e una sera, dopo cena,

senza tanti preamboli, gli raccontai la storia dell'indovino di Hong Kong

e gli parlai della mia intenzione di passare il 19 93 senza prendere

aerei. «Ora che m'ha detto questo, come vuole che io le chieda di volare a Manila quando ci sarà il prossimo colpo di Stato o in Bangladesh per il prossimo tifone? Faccia come crede», fu la sua risposta. Come al solito magnifici, quei miei lontani gestori! Capirono che da quel mio sfizio poteva nascere una storia diversa, che avremmo potuto offrire al lettore qualcosa che gli altri non avevano [ La «profezia» scattava con l'inizio dell'anno nuovo e mi riservai di decid ere all'ultimissimo momento, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre dovunque mi fossi trovato. Fu nella foresta del Laos. Il «cenone» era stato una omelette di uova di formiche rosse; per brindare non c'era champagne, ma sollevando un bicchie re d'acqua fresca presi formalmente con me stesso l'impegno di non cedere, per nessuna ragione, a nessun costo, alla tentazione di volare. Avrei viaggiato il mondo con ogni mezzo possibile purché non fosse un aereo, un elicottero, un aliante o un del taplano. Fu una splendida decisione e l'anno 1993 è finito per essere uno dei più straordinari che io abbia passato: avrei dovuto morire e son rinato. Quella che pareva

una maledizione s'è dimostrata una vera benedizione. Muovendomi fra l'Asia e l'Europa in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato, le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di

Appena si decide di farne a meno, ci si

accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell'esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di distanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo. Si lascia Roma al t ramonto, si cena, si dorme un po' e all'alba si è già in India. Ma un Paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pur avere il tempo di prepararsi all'incontro, deve pur fare fatica per godere della conquista. Tutto è diventato così facile oggi che non si prova più piacere per nulla. Il capire qualcosa è una gioia, ma solo se è legato a uno sforzo. Così con i Paesi. Leggere una guida, saltando da un aeroporto all'altro, non equivale alla lenta, faticosa acquisizione - per osmosi - degli umo ri della terra cui, con il treno, si rimane attaccati. Raggiunti in aereo, senza un minimo sforzo nell'avvicinarli, tutti i posti diventano simili: semplici mete separate fra di loro solo da qualche ora di volo. Le frontiere, in realtà segnate dall a natura e dalla storia e radicate nella coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli aeroporti, dove il «confine» è un poliziotto davanti

scoperta e di avventura [

].

allo schermo di un computer, dove l'impatto con il nuovo è quello con il nastro che distribuisce i bagagli, dove la commozione di un addio viene distratta dalla bramosia del passaggio obbligato attraverso il free duty shop, ormai uguale dovunque. Le navi si avv icinano ai Paesi entrando con lento pudore nelle bocche dei loro fiumi; i porti lontani tornano a essere delle agognate destinazioni, ognuna con la sua faccia, ognuna con il suo odore. Quel che un tempo si chiamavano i terreni d'aviazione erano anche loro un po' così. Oggi non più. Gli aeroporti, falsi come i messaggi pubblicitari, isole di relativa perfezione anche nello sfacelo dei Paesi in cui si trovano, si assomigliano ormai tutti; tutti parlano nello stesso linguaggio internazionale che dà a ciascuno l'impressione di essere arrivato a casa. Invece si è solo arrivati in una qualche periferia da cui bisogna ripartire, in autobus o in taxi, per una centro che è sempre lontanissimo. Le stazioni invece no, sono vere, sono specchi delle cit tà nel cui cuore sono piantate. Le stazioni stanno vicino alle cattedrali, alle moschee, alle pagode o ai mausolei. Una volta arrivati lì, si è arrivati davvero. Pur con questa limitazione del non volare non ho smesso di fare il mio mestiere e sono s empre riuscito ad arrivare in tempo là dove era necessario che fossi, dalle prime elezioni democratiche in Cambogia all'apertura della prima linea di comunicazione - via terra! - fra la Thailandia e la Cina attraverso la Birmania. In estate non ho rinunciato alla visita annuale in Europa a mia madre, facendo uno «storico» Bangkok-Firenze in treno:

più di 20.000 chilometri passando per la Cambogia, il Vietnam, la Cina, la Mongolia, la Siberia e via avanti, un viaggio di per sé niente affatto ec cezionale, tranne che nessuno lo faceva più da tantissimo tempo; un mese al ritmo del botta e risposta delle ruote con le traversine, dei fischi delle locomotive di vari Paesi, attraverso quella che sulla carta pare una piccola parte di mondo.

domenica , 28 maggio 1995

Cinquant'anni e tre conflitti tra India e Pakistan non hanno risolto una crisi a sfondo religioso nata con la fine dell'impero britannico Kashmir, nel tempio dell'odio

Tiziano Terzani

Tra i picchi dell'Himalaia la guerra infinita in nome di Dio Tra le rovine

annerite di Sharar i Sharif solo i cani randagi sanno la verità sul grande rogo.

SHARAR

Storditi, i cani si aggirano fra le macerie e rosicchiano ossa carbonizzate. Accecati dal fuoco, alcuni muoiono di fame, sdraiati fra i resti fumanti di quello che era il tempio più sacro del Kashmir. Loro la verità la sanno e sarebbero anche gli unici a non mentire, ma i cani riescono appena a guaire. Dal 1300, arroccata su questo promontorio, circondata dai picchi dell'Himalaia, c'era una elegante cittadina di mattoni. Non restano che un paio di case. Dal 1460 c'era qui un sant uario di legno di noce, tutto intagliato, a cui sia gli hindu che i musulmani venivano in pellegrinaggio, spesso portando, come un ex voto, il primo taglio di capelli dei loro figli. Non restano che alcuni gradini di pietra. Tutto è andato in fumo e con quello se n'è andata l'ultima speranza d'un compromesso in Kashmir, il pomo della discordia che da mezzo secolo avvelena le relazioni fra India e Pakistan e che minaccia d'essere la scintilla d'una nuova guerra fra questi Paesi vicini, tutti e du e ormai armati di testate nucleari. Il santuario di Sharar i Sharif era il simbolo della tolleranza religiosa, della possibile coesistenza fra hindu e musulmani. Era stato costruito attorno alla tomba di Sheik Nurudin, il propagatore del sufismo . la versione mistica dell'Islam ., il profeta della non violenza, il poeta i cui versi sono alla radice dell'anima kashmir. “Dio è dovunque e ha mille nomi, ma non c'è foglia d'erba che non lo conosca". “Siamo venuti assieme sulla terra, perchè non sp artire gioie e dolori?", scriveva Sheik Nurudin per convincere la sua gente che l'amore, più che la spada, converte gli infedeli e che “Non bisogna mai dividere gli hindu

(India).

I

SHA

RIF

dai musulmani". L'incendio di Sharar i Sharif ha approfondito quella division e. Chi l'ha appiccato? Chi ha voluto distruggere questa cittadina con tutto quel che rappresentava? I cani tacciono. Solo alcuni fatti sono certi. Due mesi fa una cinquantina di guerriglieri fondamentalisti islamici, armati fino ai denti, si sono m ischiati ai pellegrini e sono entrati a Sharar i Sharif. Il loro capo era Mastgul, un sedicente “maggiore" dei mujihaeddin, veterano della guerra in Afghanistan. L'esercito indiano ha mandato 3.000 dei suoi uomini a circondare la città, ma i generali di Delhi han detto fin dall'inizio che non avrebbero attaccato i guerriglieri per evitare di fare vittime fra la popolazione e danneggiare il santuario. Dopo settimane di stallo,

improvvisamente, una notte l'intera città, il tempio, la tomba di Shei k Nurudin, i suoi manoscritti e la sacrissima reliquia rappresentata dal

mantello di Fatima, figlia di Maometto, sono stati divorati dalle fiamme. Chi è responsabile di questo sacrilegio? Le autorità indiane dicono che sono stati i guerriglieri; qu elli dicono che sono stati gli indiani con la loro artiglieria; la popolazione, ora rifugiata nei villaggi vicini, racconta una inverosimile storia di elicotteri che avrebbero cosparso la città di una polvere incendiaria, poi innescata dalle bombe. O gni volta che qualcuno sgarra da questa stereotipa versione, la folla attorno lo corregge. I kashmiri vivono nel terrore: terrore dei mujihaeddin venuti a “liberarli", terrore degli indiani venuti a “proteggerli". “I militanti erano poco più di u na trentina. Tutti mercenari, venuti dal Pakistan. Ne abbiamo ammazzati 28 e catturato uno. Per noi è stato un gran successo", dice il generale Mohinder Singh comandante delle truppe indiane che ora occupano la città distrutta e abbandonata. La sua u niforme è inamidata, il suo turbante verde con una striscia rossa, ma il generale è scalzo. “Per rispetto alla santità del posto" ha costretto tutti, soldati e giornalisti, a togliersi le scarpe e a camminare pericolosamente, a piedi nudi, fra le mac erie, le schegge e i vetri rotti nel recinto del santuario che non esiste più: un ultimo tocco di ipocrisia in una guerra combattuta anche a suon di falsità. Per l'India la distruzione di Sharar i Sharif è stata tutt'altro che un successo. Il poten te esercito di Delhi non solo è stato messo in scacco da una piccola banda di guerriglieri; alla fine è stato anche preso in giro. Mentre i portavoce militari annunciavano che il “maggiore" Mastgul era circondato e che entro poche ore sarebbe stato " liquidato", il capo dei mujihaeddin lasciava Sharar i Sharif, accompagnato da 18 dei suoi uomini, e poco dopo mandava ai giornalisti una registrazione in cui raccontava la fuga. Il problema del Kashmir ha quasi cinquant'anni. Cominciò quando gli in glesi, lasciando l'India nel 1947, permisero la formazione di due Stati indipendenti . il Pakistan con una popolazione

a maggioranza musulmana e l'India con una maggioranza di hindu . e

chiesero ai 562 maharaja di scegliere con chi stare. Questa “spa rtizione" contestata dal Mahatma Gandhi, ma voluta dal capo del Partito Islamico, fu drammaticissima ed è all'origine di tutte le guerre

che hanno da allora insanguinato il subcontinente. Nei massacri reciproci del primo anno soltanto morirono più di un milione di persone.

Nel Kashmir non ci furono massacri, ma il maharaja, un hindu, scelse, nonostante la popolazione fosse per l'80% musulmana, di annettere il suo Stato all'India. Il Pakistan allora invase il Kashmir, l'India mandò il suo esercit o e l'Onu ordinò ai due contendenti di ritirare le loro truppe

e di lasciare ai kashmiri di decidere la loro sorte per mezzo di un plebiscito. Niente di questo avvenne. Anzi: sul Kashmir India e

Pakistan hanno da allora combattuto tre guerre. Il ri sultato è che oggi

il Kashmir è diviso: gli indiani ne controllano una parte (100.000

chilometri quadrati con una popolazione di 12 milioni), i pakistani ne controllano un'altra (67.000 km con tre milioni) e i cinesi, approfittando

della situazione, se ne sono appropriati una fetta di 24.000 km con un milione e mezzo di persone. I kashmiri si sono sentiti traditi da tutta questa storia e col tempo si sono mossi su posizioni sempre più radicali. La svolta decisiva è stata nel 1989, quando la ma ggior parte dei gruppi separatisti hanno deciso di ricorrere alla lotta armata contro l'India e sono stati affiancati da bande di mujihaeddin, rimasti

disoccupati con la fine della guerra in Afghanistan. Secondo le autorità indiane il Pakistan e i su oi “mercenari" sono all'origine del “terrorismo" nel Kashmir, ma anche questa è una mezza verità. “Tutti stranieri", dice un ufficiale indiano indicando i cadaveri di cinque guerriglieri stesi sotto dei teli bianchi in un prato alla periferia di Sh arar i Sharif. I giornalisti prendono nota, i fotografi scattano immagini e ripartono. Chi per curiosità torna qualche ora dopo sul posto scopre che i cadaveri sono circondati da donne che piangono. Erano tutti ragazzi dei dintorni. Non c'è dubbio che il Pakistan soffia sul fuoco dell'insurrezione anti indiana nel Kashmir, che infiltra suoi agenti e manda rifornimenti di armi alla guerriglia, ma il movimento separatista ha forti radici locali e l'odio contro l'amministrazione indiana è ormai t ale che centinaia di giovani kashmiri lasciano spontaneamente i loro villaggi per andare nella parte di Kashmir controllata dal Pakistan dove ricevono un addestramento non solo militare, ma anche religioso. È così che sempre più kashmiri cadono sot to l'influenza dei mullah fondamentalisti e che il sufismo, con la sua tolleranza ed ecumenicità, viene progressivamente soppiantato in questa regione dall'Islam duro

e militante. Per l'India stessa, che per decenni ha fatto della tolleranza

e dell a coesistenza fra le religioni la base della sua identità nazionale, l'alienazione del Kashmir . il solo Stato dell'Unione con una maggioranza musulmana . è motivo di grande imbarazzo sul piano internazionale e di grandi conseguenze sul piano interno . La distruzione del tempio a Sharar i Sharif viene dopo quella del Tempio d'Oro dei sikh da parte dell'esercito, dopo quella della moschea di Ayodhya da parte di una folla scatenata di hindu e sembra indicare una crescente intolleranza religiosa. Per i 110 milioni di musulmani che ancora vivono in India è un'indicazione preoccupante. Il fatto è che per

il momento nessuna soluzione è possibile. Qualsiasi concessione

l'India possa fare in Kashmir apparrebbe come una concessione al Pakistan e questo è qualcosa che nessuno a Delhi può permettersi. Lasciare che il Kashmir abbia il suo plebiscito e scelga il suo futuro vorrebbe dire ispirare altre popolazioni e altri Stati indiani a chiedere la loro indipendenza. Così lo stato d'assedio co ntinua e il Kashmir, un Paese di particolare bellezza, diventa sempre di più una sorta di paradiso perduto. La sera i bei house boats, un tempo occupati da centinaia di turisti, restano bui e deserti, ormeggiati sotto i monumentali platani lungo le rive del lago Dal. Le vette dell'Himalaia risplendono d'argento sotto la luna. Nel silenzio rincuorante della natura si sentono improvvisamente delle urla lontane: “Azaadi Kashmir!", Libertà al Kashmir, poi lo sgranare della mitraglia.

domenica , 21 maggio 1995

Sette e terrorismo

E il Giappone adesso esporta anche gli incubi IL GIAPPONE

Tiziano Terzani

Bisogna aver viaggiato nella metropolitana di Tokio alle ore di punta quando la gente viene stivata nei vagoni da uomini in uniformi grigie e guanti bianchi; bisogna aver passato delle serate nei piccoli bar di Shinjuku dove gli “uomini salario", semplici impiegati o alti funzionari, piangono ubriachi sulle spalle delle mama san; bisogna aver osservato come all'alba le mogli restano ad inchinarsi sulle soglie di casa finchè i

mariti scompaiono in lontananza verso la stazione per capire come quella giapponese è una s ocietà dura e senza gioia, e come tanti individui, intrappolati in una disumana vita di solitudine, finiscono per vedere l'unica via d'uscita nella distruzione: la propria, degli altri e al limite del Giappone stesso. Gli attacchi al gas nervino da parte degli adepti della setta Aum della Suprema Verità contro le folle formicolanti delle città non sono una aberrazione. Sono semplicemente l'espressione più drammatica e vistosa di una malattia che da tempo cova nell'anima giapponese; sono parte del prezzo che il Giappone . affascinante, ma anche terrificante Paese . paga per il suo straordinario successo economico. Le radici di questo male sono vecchie. Risalgono alla fine del secolo scorso, quando i giapponesi decisero, senza alcun spiri to critico, di imitare la modernità occidentale e così si disancorarono dalle loro tradizioni culturali e persero i loro, già relativi, punti di riferimento morale e spirituale. L'aggravamento però è cominciato nel 1945, quando il Giappone, sconfit to sui campi di battaglia dell'Asia e dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ha scelto di continuare a battersi contro il resto del mondo . questa volta sul piano economico . senza alcun riguardo per le conseguenze che la nuova guerra aveva su lla sua gente. Buttati

a capofitto nell'impresa di ricostruire il Paese, messi a correre dietro a

sogni di banali acquisizioni materialistiche, i giapponesi hanno ancora una volta dovuto reprimere ogni loro individualità, rinunciare ad ogni rifless ione e si sono presto ritrovati a vivere a ritmi sempre più pressanti, in spazi sempre più angusti, in una società sempre più disumanizzata in cui nessuno è quel che è, ma è il ruolo che svolge. Nelle scuole gli studenti non considerano i compagni come possibili amici, ma come dei concorrenti. Nelle fabbriche e negli uffici i rapporti sono esclusivamente gerarchici. Persino all'interno delle famiglie le comunicazioni sono dettate da stereotipi e per lo più fatte di grandi silenzi. La natura vien e progressivamente mangiata dal cemento, le città cambiano in continuazione. In questo vuoto spirituale, creato da una società tutta presa dal lavoro e dal consumo, sono fiorite le “nuove religioni", ognuna con una sua promessa di “salvezza", ma og nuna,

per sua natura, una organizzazione giapponese e con ciò, in un modo o nell'altro, integrata al sistema. Molte di queste sette sono parte di quella stessa rete di interessi politici ed economici da cui uno crede, diventandone membro, di sfuggire . È certo da questo senso di impotenza dinanzi ad una società senza alternative che è cresciuto inconsciamente fra i giapponesi, culturalmente già così affascinati dalla morte e propensi al suicidio, il desiderio di far saltare tutto in aria, di ve dere città come Tokio rase al suolo e l'intero Giappone ingoiato dal mare. Non è certo un caso che Godzilla, il mostro che calpesta i grattacieli di Tokio, sia una invenzione giapponese e che i film in cui lui è protagonista continuano ad essere un i ncredibile successo. Allo stesso modo non è un caso che i libri più venduti siano quelli che descrivono l'ultimo terremoto o l'ultimo maremoto che cancelleranno il Giappone dalla faccia della terra. Ogni giapponese trova in questi scenari da apocalis se la liberazione da tutto ciò a cui si sente incatenato. In questo senso gli adepti di “Aum della Suprema Verità", mettendo in pratica coi loro attacchi al gas nervino le fantasie altrui, sono una espressione del Giappone di oggi come lo sono i su oi gadgets elettronici. Gli uni sono legati agli altri. Quella loro è una storia raccapricciante, ma una che fa riflettere sulle conseguenze del puro economicismo; una che dovrebbe far anche ricredere quelli che in Occidente, affascinati dalle appa renze

domenica , 30 aprile 1995

Vent' anni fa la fine della guerra I VIET A SAIGON SOGNO FALLITO

Terzani Tiziano

Vent'anni

fa

la

fine

della guerra

L'emozione fu grande . Una delle più intense della mia vita. Quando vidi i primi guerriglieri con la bandiera vietcong sfrecciare su una jeep per la strada principale di Saigon, urlando: “Giai Phong!", non riuscii a trattenermi. Mi misi a piangere. Di gioia. Con quell'ur lo, “Liberazione!", finiva una guerra che aveva martoriato il Vietnam e scosso il resto del mondo. Mi misi a correre verso il Palazzo presidenziale. Arrivai che i primi carri armati avevano appena sfondato la cancellata di ferro e i soldati stavano p rendendo posizione sulla scalinata. La resa formale del regime del Sud avvenne in pochi minuti, senza altri scontri, senza più morti. Col passare delle ore il panico di quelli che non erano riusciti a fuggire con gli americani passò, la paura di Saig on si sciolse e alla sera sul grande prato al fianco della Cattedrale i guerriglieri, come fossero ancora nella giungla, accesero i loro falò per cucinare il riso in grandi pentoloni. Il 30 aprile 1975 “la rivoluzione" si presentò a Saigon esattame nte come milioni e milioni di dimostranti nel mondo, per anni, se l'erano sognata: semplice, contadina, giusta. I giovani guerriglieri che entrarono in città, magri, con le uniformi lise e ai piedi i classici sandali di Ho Chi Minh ricavati da vecchi e gomme di camion, erano ragazzi di campagna che si rivolsero ai loro ex nemici chiamandoli “fratelli". Erano estremamente disciplinati e non ci furono nè furti, nè saccheggi. Quella che si concludeva era stata una lunga, sanguinosa guerra civile, ep pure non ci furono plotoni di esecuzione, non ci furono bagni di sangue, nè regolamenti di conti. Tutto quel che i nuovi governanti dissero di volere era la pace e la riconciliazione nazionale. La rivoluzione sembrò ideale. Restai a Saigon per tre mesi e l'esperienza quotidiana di quella rivoluzione fu eccitante. Si aveva la sensazione di qualcosa di nuovo che veniva al mondo, qualcosa di promettente come un bambino appena nato. C'era qualcosa di catartico, di purificante nel lento rovesciarsi di una società che era stata estremamente corrotta, incapace e senza più ispirazione. C'era un senso di “giustizia è fatta" nel vedere gli oppositori del vecchio regime liberati dalle “gabbie di tigre", i profittatori della guerra andare a prendere lezioni di “nuova moralità" e i funzionari e gli ufficiali di Saigon partire verso le basi dei guerriglieri per essere “rieducati" e rendersi conto delle difficoltà con cui quelli avevano vissuto e combattuto “per il bene di tutti". L'altra faccia della rivoluzione L'illusione non durò a lungo e la rivoluzione vietnamita come ogni altra rivoluzione . da quella sovietica, a quella cubana, a quella cinese prima . presto mostrò l'altra sua faccia: i combattenti furono lentamente

sostituiti da i commissari politici, gli eroi dai burocrati e gli idealisti dagli uomini dei servizi segreti. Presto una dittatura prese il posto dell'altra ed il nuovo regime comunista finì per essere spietato e disumano come quello pro americano del passato. Inv ece che vivere in pace e lavorare alla ricostruzione del Paese, migliaia di giovani vietnamiti dovettero andare a combattere e a morire in Cambogia contro i Khmer rossi di Pol Pot; decine di migliaia di persone furono costrette a mettersi in mare e a cercare scampo come boat people nei Paesi vicini; la “rieducazione" si rivelò una trappola con cui tutti i potenziali oppositori del nuovo regime vennero tolti di mezzo e rinchiusi in campi

di concentramento da cui moltissimi non tornarono. Il fatto di essere

stati pro americani e di aver combattuto per il Sud si rivelò un “peccato" che non potè essere espiato con nulla e che anzi si tramandò di padre in figlio come una maledizione. Di tutte le belle promesse la rivoluzione non ne ha mantenut a nessuna. Tanto meno quella della riconciliazione nazionale. I comunisti hanno sì riunito politicamente il Paese . e questo è stato il loro grande, storico merito ., ma hanno mantenuto, anzi approfondito, l'abisso psicologico fra Nord e Sud. Il regi me che i comunisti, al costo di tanti morti e tanti sacrifici, hanno instaurato è oggi . a distanza di due decenni . corrotto, inefficiente e poco ispirante quanto lo era quello che loro stessi rovesciarono nel 1975. La società che i rivoluzionari ha nno messo in piedi è una società senza grandi ideali, confusa e ora tutta tesa a diventare quel che in maniera più sbrigativa ed efficace sarebbe comunque diventata se i “reazionari" del vecchio regime fossero rimasti al potere. Fra le tante ragion i di questo fallimento c'è stato certo il fatto che gli Stati Uniti, non avendo accettato la sconfitta del 1975, hanno continuato per anni, pur con altri mezzi, a fare la guerra al Vietnam; che la Cina, da alleata di Hanoi, è diventata sua nemica e c he il mondo s'è presto dimenticato del Vietnam e dei suoi problemi. Al fondo del fallimento però ci sono state ugualmente l'arroganza dei

dirigenti di Hanoi, la loro superbia nei confronti dei vinti e la loro ottusa applicazione dell'ideologia marxis ta leninista imposta sopra il comune, forte nazionalismo che ha distinto i vietnamiti da secoli. Giuste le sfilate per la pace Il risultato è stato una grande delusione e oggi molti di noi

si chiedono se tutto sommato non c'eravamo sbagliati a marciare allora

per le strade del mondo a favore della pace in Vietnam, cioè della vittoria vietcong. La domanda è giusta. La risposta è: “No". Quel che è successo negli ultimi vent'anni non ha cambiato il senso di quella guerra e il significato st orico del 30 aprile 1975. I vietnamiti combattevano una guerra di liberazione nazionale cominciata più di cento anni prima con lo sbarco delle prime truppe coloniali francesi. Per molti della mia generazione quella guerra era un test di moralità così come lo era stata quella di Spagna. Senza necessariamente essere comunisti, eravamo convinti che gli Stati Uniti non avessero alcuna ragione di immischiarsi negli affari di quel lontano Paese dell'Asia. Eravamo idealisti e fra la sofisticata macchin a da guerra

americana e il guerrigliero contadino la scelta del nostro eroe era scontata. Un principio in cui credevamo era che un popolo ha il diritto

di decidere il proprio destino e che le società hanno da essere a

misura d'uomo e giuste. La rivol uzione sembrava promettere tutto questo. È sempre così con le rivoluzioni. Perchè le rivoluzioni sono il futuro e il futuro, a confronto del presente . di solito segnato di miseria

., è sempre più attraente, visto che può essere riempito di promess e. Il Vietnam era un caso perfetto su cui trasferire le nostre aspettative. Dopo due decenni lo scetticismo Da un lato c'era un regime oppressivo appoggiato dall'intervento americano che era la continuazione del regime coloniale francese, dall' altro c'era una spartana, morale, dura rivoluzione che prometteva una migliore vita per tutti. Son passati vent'anni e il tempo ha fatto la sua parte: ha cambiato il mondo, ha

cambiato il Vietnam e ha cambiato noi stessi. Nessuna guerra ci commuove più, nessuna causa ci fa scendere più in strada come quella allora dei vietcong. Siamo diventati . certo anche a causa di tante speranze deluse . scettici dinanzi a tutte le promesse politiche e certo sospettosi di tutte le rivoluzioni. Quel che i l tempo non ha combiato è il ricordo delle grandi passioni di quegli anni e della grande emozione di quel 30 aprile. È importante che resti così se, nel cinico clima del presente, vogliamo capire che il passato aveva una sua carica di idealismo, che la “rivoluzione" vietnamita era anche un sogno

ed è per questo che milioni di persone scesero per le strade del mondo

per dimostrare a suo favore e che tanti giovani vietnamiti andarono a morire . forse inutilmente . in suo nome.

giovedi , 30 marzo 1995

REPORTAGE DAL PAKISTAN L' universita dei soldati di Allah

Terzani Tiziano

REPORTAGE

DAL

PAKISTAN

A Peshawar il centro frequentato dai militanti mandati a combattere su

decine

di

fronti.

PESHAWAR

(Pakistan).

Il muro di cinta è di fango; gli edifici che per un attimo riesco a vedere all'interno, sono anche di fango. Il cartello dinanzi al portone dice:

“Università", ma l'autista del taxi, invece che fermarsi, come gli chiedo, accelera indicandomi un furgone nero, senza targa, fermo sul bordo della strada. Dietro i vetri affumicati si vedono le ombre di uomini barbuti e di fucili. “Quelli sono gli studenti!", dice, piegandosi sul volan

te come per farsi più piccino. Ha ragione ad aver paura: secondo varie

fonti, quel che si insegna in questa strana, inaccessibile “università", spersa nella pianura sassosa ai piedi dei monti Chirat, in territorio pachistano, sulla via dell'Afghani stan, non è la letteratura o la medicina, ma la scienza del terrorismo, Qui, in queste casupole di fango, identiche a quelle dei tanti villaggi attorno, farebbero capo i bandoli di alcuni misteri e complotti che le polizia di mezzo mondo non sono anc ora riuscite a sbrogliare. La bomba scoppiata due anni fa al World Trade Center nel cuore di New York e quella in preparazione a Manila per la visita del Papa all'inizio dell'anno, ad esempio, hanno avuto a che fare con questa “università": l'uomo ch e le avrebbe confezionate, fra un viaggio e l'atro in vari Paesi, è passato regolarmente da qui. Il nome dell'università, scritto in bianco su un pannello verde fuori dal portone, è di per sè tutto un programma:

Dawat and Jihad, “Benvenuti alla Gue rra Santa". “Gli studenti" sono alcune centinaia. Il loro addestramento punta a farne dei combattenti per la gloria dell'Islam nel mondo. Giovani militanti musulmani, formati

negli anni scorsi fra queste mura di fango, sono ora “al fronte" in Algeria , in Tajikistan, in Bosnia, nelle Filippine e nel Kashmir. Fondata

ai tempi dell'invasione sovietica in Afganistan, “l'università" è uno dei

tanti esempi di come lo sforzo americano per sconfiggere l'URSS ha messo al mondo dei mostri che vivono ora una vita tutta loro e di cui nessuno sa esattamente come riprendere il controllo. Per vincere la “Guerra fredda", Washington ha lasciato che i gruppi anti comunisti si finanziassero col traffico della droga, e così l'eroina ha invaso l'Occidente. Washington ha dato a questi gruppi montagne di armi e quelle finiscono ora sul mercato privato ed in mano ai terroristi. Washington ha fatto da balia ai mujaheddin, i “guerrieri santi", contro il regime ateo dell'Afghanistan, ed ora quelli diventano i soldati del fondamentalismo islamico contro i regimi arabi pro occidentali e contro

l'Occidente stesso. “Quando arrivavano qui al tempo della guerra, li accoglievamo a braccia aperte . dice il capo della polizia pachistana a

Erano ven uti per una nobile causa e non facevamo loro nessuna domanda". Fra il 1979 ed il 1989 più di 25.000 giovani musulmani, provenienti dai Paesi del Medio Oriente e dell'Africa del Nord, sono passati dal Pakistan per partecipare alla jihad, la “guerra sa nta" in Afghanistan. Ora che quella è finita, molti di loro, rimasti disoccupati e senza più alcuna possibilità di tornare a casa loro dove sono considerati dei sovversivi, vengono impiegati in una guerra molto più generalizzata e pericolosa: la guer ra per l'imposizione dell'Islam nel mondo. La Frontiera del Nord Ovest, come viene chiamata questa regione montagnosa del Pakistan al confine afgano, è un terreno ideale per questo nuovo esercito di fanatici religiosi. Gran parte della regione, coi suoi 15 milioni di abitanti più due milioni e mezzo di rifugiati afghani, è solo nominalmente controllata dal Pakistan e non è soggetta a nessuna delle leggi che vigono nel resto del Paese. Nella cittadina di Darra, ad esempio, a soli 28 chilometri da Peshawar, i negozi affacciati sulla strada principale vendono tutti la stessa mercanzia: armi. Mitra, pistole e bazooka sono apertamente offerti con

le loro munizioni. Un Ak 47 “Kalashnikov" costa appena 6 mila rupie,

trecentomila lire. Quel che n on è esposto sono gli Stinger, i micidiali

missili capaci di abbattere un aereo o un elicottero seguendo semplicemente la sua fonte di calore. Gli americani ne avevano dati

alcune centinaia ai mujaheddin. Ora gli stessi americani offrono milioni

di d ollari per riavere quelli non utilizzati, ma pochissimi sono venuti a

galla. I missili valgono evidentemente molto di più sul mercato del terrorismo. Le autorità pachistane sanno da anni che questa regione è diventata il santuario di vari gruppi fo ndamentalisti e che dietro la facciata dell'“università", così come dietro quella di alcune organizzazioni umanitarie arabe, si svolgono attività legate ad operazioni terroristiche, ma è sola ora, dopo enormi pressioni americane, che cominciano ad af frontare il problema. La posizione del Pakistan è estremamente precaria. Fin dalla sua nascita nel 1947, il Pakistan ha cercato di darsi un'identità nazionale attraverso l'Islam. Da allora, ogni governo ha usato l'Islam per restare al potere. I grupp i fondamentalisti, finanziati dall'Iran e da altri interessi arabi, ne hanno approfittato per mettere le proprie radici in Pakistan e col tempo hanno acquisito una tale influenza da rendere ora rischiosissimo per un primo ministro come Benazir Bhutto il metterli al bando. Il rischio è che questi gruppi si rivoltino contro il governo di Islamabad, che lo accusino di essere anti islamico, servo degli Stati Uniti, e che lancino qui una “guerra santa" per eliminare tutte le influenze occidentali ed imporre una stretta ortodossia islamica come stanno facendo in Afghanistan i taliban. Il Pakistan è un Paese di enormi divisioni sociali dominato da una piccola èlite di grandi proprietari terrieri che ha il monopolio del potere e della ricchezza, che vive nelle città, che manda i propri figli a studiare all'estero, che non è particolarmente religiosa, ma che usa

della religione per legittimarsi. Per la massa della popolazione che resta estremamente tradizionalista, la sola educazione possibil e nelle

campagne è quella offerta dalle scuole coraniche in cui l'insegnamento consiste soprattutto nel leggere e rileggere . a volte incatenati ai banchi . il Corano. È fra i giovani inculcati di fanatismo in queste scuole che è stato reclutato l' esercito di “studenti", i taliban, che carcano ora

di conquistare l'Afghanistan. È fra di loro che vengono reclutati i

guerriglieri che vengono infiltrati nella parte indiana del Kashmir ed i

militanti per le varie guerre islamiche in giro per il mon do. Dinanzi all'avanzare della cultura occidentale che attraverso la Tv arriva nei villaggi più remoti di ogni Paese, la reazione più comune di certe società di stampo feudale è il ritorno alla religione nelle sue espressioni più radicali e tradizi onaliste. Da qui il rafforzarsi del

fondamentalismo islamico, visto da molti come l'unica arma per combattere “il male" che viene dall'Occidente. Per questo Peshawar, centro di intrighi e di spie fin dai primi anni della “Guerra fredda" (fu da qu i che partì l'U 2, l'aereo spia americano abbattuto nell'URSS), è tornata improvvisamente ad essere un calderone di misteri e di complotti nel quadro della guerra occidentale contro il nuovo nemico: il fondamentalismo islamico. Per questo Peshawar pullula di agenti che cercano gli assassini dei due diplomatici americani a Karachi, di spie che cercano di seguire le tracce lasciate qui da decine di algerini, marocchini, yemeniti, palestinesi, sauditi ed altri che ora con passaporti pakistani com prati qui per 4 mila rupie, circa duecentomila lire, viaggiano per il mondo a mettere in pratica ciò che hanno imparato

fra le mura di fango dell'Università della “Guerra Santa".

mercoledi, 15 marzo 1995

RAPPORTO DAL PAKISTAN. Ogni giorno nella citta di 12 milioni di abitanti un massacro, una bomba, una mano mozzata gettata nel giardino di qualcuno per avvertimento. Nel labirinto di Karachi, fabbrica di morte

Terzani Tiziano

Sunniti a caccia di sciiti, sanguinose faide politiche e poi feroci

regolamenti di conti tra gangster

KARACHI. Si ha paura, ma non si sa bene di chi. Di quel gruppo di uomini contro il muro? Della macchina che si affianca a un semaforo o di due guardie armate fino ai denti che potrebbero non essere guardie? Il senso del terrore è tutto qui: ogni giorno in questa città di dodici mi lioni di abitanti c'è un massacro, scoppia una bomba o una mano mozza viene buttata, come avvertimento, nel giardino di qualcuno. Nessuno si sente più al sicuro. Gli spacciatori di eroina sono liberi agli angoli delle strade; gli assassini sparano in pieno giorno e i poliziotti evitano di inseguirli. “A che serve farsi ammazzare?", ha detto l'ufficiale che una settimana fa, avendo visto freddare i due funzionari del consolato americano sulla via dell'aeroporto, si è rifiutato di dare la caccia a lla macchina dei terroristi. Una delle poche regole che ancora tutti rispettano è quella di non attaccare i furgoncini di Abdul Sattar Edhi . l'uomo conosciuto come la “madre Teresa" di Karachi . che ogni giorno fanno il giro della città a raccogli ere i cadaveri. Dall'inizio di dicembre ne hanno già recuperati più di 500. È su uno di quei furgoni che sono riuscito a entrare a Pak Colony, uno dei quartieri più esplosivi, infestato da varie bande di armati. Il centro della città con i grandi alb erghi, le banche, gli uffici e la vita che continua ad avere una sua parvenza di normalità è solo a pochi minuti. Poi le strade si fanno deserte, i negozi sono chiusi. Entrato nei meandri di viuzze sterrate, il furgone viene circondato da dei giovani e guidato verso una stamberga di cemento. Le pareti sono cosparse di fori di pallottole, i pavimenti di sangue, di scarpe, di mobili sfasciati. Gli assassini sono arrivati alle undici del mattino e hanno ucciso sette persone nella prima stanza. Un g iovane

spie

e

sui trent'anni che era nella seconda ha cercato di salvarsi nascondendosi in una cisterna d'acqua nel pavimento, ma non ha fatto in tempo a richiudere il coperchio su di sè, è stato visto e freddato con un colpo in faccia. È il più difficile d a recuperare. Quando il furgone riparte col suo carico di morte, sulla piazzetta resta una folla attonita e una capra a gambe all'aria anche lei inutile vittima della sparatoria. Restano anche infinite domande a cui nessuno sembra saper rispondere co n certezza. “Innanzitutto ci sono almeno quattro diverse guerre in corso allo stesso tempo . dice Fazal Qureshi, direttore della

Agenzia di stampa pachistana . la guerra fra musulmani sunniti e sciiti, quella fra le mafie della droga, quella fra i partiti politici e quella fra i

normali gangster e la polizia. Poi c'è il resto". Il “resto" sono sei diversi servizi segreti pachistani che hanno a Karachi più di 6.000 uomini, sono gli agenti dello spionaggio indiano certo interessati a destabilizz are il Pakistan per rispondere alla destabilizzazione pachistana in Kashmir; il “resto" sono gli agenti americani dell'antidroga e della Cia,

gli agenti segreti afghani, quelli iraniani, più i trafficanti d'armi che

hanno qui un grande mercato. Kar achi, uno dei porti più importanti dell'Asia, è ormai un ingovernabile Frankenstein di violenza che rischia

di diventare una seconda Beirut e di provocare lo smembramento del

Pakistan stesso. La responsabilità ultima di quel che sta succedendo è

da c ercare nella storia. Nel 1947 gli inglesi, dando l'indipendenza al

loro Impero, permettono la spartizione dell'India in due Stati: l'India vera e propria, dominata dalla popolazione di religione hindu ed il Pakistan dominato dai musulmani. Già sull a carta il Pakistan, come nuovo Stato, nasce male, fatto di due tronconi: uno nell'Ovest con la capitale nazionale Karachi, uno nell'Est con la capitale regionale Dacca. I due tronconi sono separati da migliaia di chilometri. La spartizione dà origin e a una migrazione di popoli di dimensioni bibliche e ai primi grandi pogrom in cui centinaia di migliaia di hindu vengono massacrati da musulmani e viceversa. Karachi è allora una piccola città di appena 200.000 abitanti. L'influsso degli immigrati musulmani dall'India, che parlano urdu, che sono molto più colti, molto più moderni ed intraprendenti della locale popolazione dei sindhi, cambia completamente la struttura sociale della città ed innesca fra i due gruppi un antagonismo che col passar e del tempo è solo diventato più acuto. I sindhi hanno lentamente monopolizzato il potere centrale, trasferendo fra l'altro la capitale da Karachi a Islamabad e gli

immigrati si sono sempre più sentiti discriminati in una città che resta la

più imp ortante del paese. Il PPP di Benazir Bhutto, ora al governo, è

sostanzialmente il partito dei sindhi; il MQM, il partito degli immigrati urdu, ha l'appoggio popolare a Karachi, ma non governa. Nel corso degli ultimi tre anni centinaia di suoi sosteni tori sono stati uccisi dall'esercito e da gruppi rivali sponsorizzati dai militari che cercavano

di togliergli il controllo sulla città. È in questo partito, ancora

estremamente popolare fra la gente di Karachi, che si incominciano a sentire le dom ande di una maggiore autonomia e anche di una possibile indipendenza per Karachi. Alcuni sognano già di fare di questa città un porto libero e un centro finanziario tipo Singapore. L'altra importante tappa della storia a cui vanno ricondotte le res ponsabilità di quel che succede qui oggi è la guerra in Afghanistan. Gli americani, fin dalla prima ora alleati del Pakistan contro l'India prosovietica, fanno di questo Paese la base della resistenza afghana contro il regime di Kabul e contro la for za di intervento sovietica. Miliardi e miliardi di dollari entrano nel Paese per finanziare i mujaheddin e le scuole coraniche in cui vengono addestrati i

combattenti della “guerra santa" contro i comunisti. Karachi è il porto d'ingresso di tutto il materiale bellico che gli Stati Uniti offrono alla resistenza. Il fatto che parte di queste armi si perdono per strada in territorio pachistano non preoccupa eccessivamente Washington, come non preoccupa il fatto che nei contenitori che tornano vuoti dalla frontiera vengono nascosti ingenti quantitativi di eroina che ripassando per Karachi vanno in tutto il mondo. Per anni la priorità americana è di sconfiggere l'Unione Sovietica in Afghanistan e accelerare il processo

di disintegrazione dell'UR SS. Il risultato è stato un grande successo. Il

prezzo di quella strategia però viene ora pagato da Karachi: circa

cinquantamila fucili mitragliatori sono oggi in mani private nella città e

la mafia della droga è diventata un vitale centro di potere in grado di

controllare, attraverso i suoi uomini in alte posizioni politiche, le attività

dei vari partiti, compreso il MQM. La vittoria americana in Afghanistan ha anche lasciato moltissimi combattenti della “guerra santa" islamica disoccupati ed è fra questi che i vari gruppi ed i vari servizi segreti reclutano la loro manovalanza e i loro agenti provocatori. I massacri di apparente natura religiosa, come quello contro la moschea sciita o quello di due famiglie in cui gli uomini sono stati torturati per tre ore davanti ai loro parenti prima di essere uccisi a Karachi, non sarebbero stati opera di musulmani sunniti, ma di agenti esterni interessati a metter in moto una catena di vendetta e a mantenere alto il livello di terrore. Quant o all'assassinio dei due americani, una delle teorie più accreditate qui è che Washington vuole ora risolvere il problema della droga e che spinge il governo pachistano ad attaccare le varie mafie.

La risposta sarebbe stata l'imboscata sulla via dell 'aeroporto, contro due funzionari che di diplomatico avevano forse solo la copertura ufficiale. L'unico a non saper più cosa fare è il governo. Benazir Bhutto, venuta a Karachi nei giorni scorsi, ha promesso alla città di usare tutti i mezzi possib ili per riportare l'ordine e subito dopo la polizia ha annunciato di aver arrestato più di trecento sospetti. Son bastate poche ore perchè i giornali qui rivelassero che erano in gran parte dei vagabondi e drogati di nessuna importanza e perchè un nu ovo massacro avesse luogo in pieno giorno. Per questo Karachi è una città

di paura e dove è difficile immaginarsi come la paura cesserà.

venerdi , 10 febbraio 1995

La

piu grande democrazia del mondo cerca faticosamente di conciliare

gli

interessi della liberalizzazione economica con quelli di un esercito di

poveri

Sonia, sfinge nel destino dell' India

Terzani Tiziano

A

villa Gandhi il premier Rao chiede consiglio alla “vedova italiana".

Ci

sono più di 900 milioni di indiani in India, ma il futu ro politico di

questo Paese sembra improvvisamente dipendere dalle parole di una italiana che odia la politica e preferisce tacere. Da quando, a dicembre, il Partito del Congresso ha perso le elezioni in cinque stati dell'Unione, Sonia Gandhi, la sig nora di origini piemontesi, vedova del primo ministro Rajiv Gandhi, assassinato nel 1991, è qui al centro dell'attenzione pubblica e la sua residenza . una villa dai muri bianchissimi, coperti di bouganville, al numero 10 del viale Janpath . è

la met a di continui pellegrinaggi da parte degli uomini più importanti

del Paese. L'altra sera è stato lo stesso capo del governo, Narashima Rao, ad andarla a trovare nel tentativo di ottenere la sua approvazione

per aver cacciato dal partito il suo arci r ivale, Arjun Singh. La signora l'ha ascoltato per 40 minuti e, come al solito, non ha detto nè sì nè no. Nonostante si definisca “la più grande democrazia del mondo", l'India è ancora per molti versi “una democrazia dinastica": dall'indipendenza (1 947) il Paese è stato retto per 42 anni dal Partito del Congresso e per 38 anni questo partito è stato nelle mani di un clan: la famiglia Nehru Gandhi. Nel 1964 il potere passò da Jawaharlal Nehru alla figlia Indira; dopo che fu assassinata, passò al figlio Rajiv. Quando lui stesso rimase vittima di una bomba, il potere venne offerto alla sua vedova italiana, ma lei, categoricamente, rifiutò. Venne allora scelto un candidato di compromesso, appunto Narashima Rao, che diventò così capo del part ito e del governo. La nostalgia dinastica però sopravvive.

A buon diritto: il Partito del Congresso, senza un Gandhi alla testa, ha

perso terreno e, nonostante abbia ancora una comoda maggioranza nel parlamento nazionale, è sempre più minacciato dall a crescente popolarità di piccoli partiti di sinistra e di ispirazione regionale che gli portano via elettori ogni volta che si vota per le Assemblee legislative dei vari stati. Da qui la rivolta di alcuni influenti membri del partito contro il primo ministro Rao, accusato di essere un personaggio grigio

e senza carisma, e la crescente richiesta da parte di tanti perchè la

signora Gandhi, erede diretta della dinastia, sciolga il suo riserbo, entri

in politica e, grazie al suo nome che ha ancora una immensa, quasi

magica, forza di attrazione con le masse del Paese, “salvi il Congresso". Per il momento la signora, che ha visto la politica uccidere sua suocera, suo marito e che sa bene come essa costituisca una seria minaccia per lei stessa ed i suoi due figli, si rifiuta. E solo perchè

non c'è un Gandhi a capo del Congresso che il partito è indebolito e rischia di perdere alla fine di questo mese le elezioni in altri cinque stati

e . ancora peggio . quelle nazionali previste nel 1996 ? Certo no. Le

ragioni sono in quel che è cambiato . e soprattutto in quel che non è cambiato . in India negli ultimi anni. Sotto la guida di Narashima Rao, il Congresso ha abbandonato la sua tradizionale politica semi socialista,

il suo modello di economia centralizzata e dal 1991 ha lanciato nel

Paese quella che molti vedono come una “grande rivoluzione": la liberalizzazione. Nel giro di quattro anni sono state rimosse gran parte delle barriere doganali che proteggevano l'industria locale, sono state decurtate le sovvenzioni governative ed è stata aperta la porta agli investimenti stranieri. Improvvisamente l'India è diventata di moda: i guru di Wall Street e dei grandi gruppi finanziari europei hanno visto nell'India un grande mercat o e molti capitali, preoccupati dalla instabilità e dal clima di gangsterismo prevalenti in Cina, sono accorsi a scommettere sullo sviluppo di questo Paese, dove il sistema democratico e quello legale, ancora di stampo inglese, sembrano garantire un futuro meno incerto agli operatori economici stranieri. I risultati di queste riforme, che il Congresso si vanta di aver introdotto, sono stati notevoli: l'economia, prima stagnante, è cresciuta ad un ritmo medio del 6 per cento all'anno ed il Paes e, prima chiuso su se

stesso, si è aperto alle più svariate influenze del resto del mondo:

invece della sola televisione di Stato, gli indiani hanno potuto godersi i vari programmi della tv via satellite posseduta da Murdoch, nei negozi hanno potuto comprare Coca Cola e cereali Kellog ed hanno avuto la scelta di volare sugli aerei di alcune nuove linee private invece che su quelli della malandata compagnia di stato. Presto potranno usare anche i telefoni cellulari. Ma quanti indiani profittano di questi mutamenti? Sostanzialmente solo i 200 milioni che appartengono alla classe media e che abitano nelle città. Per i 700 milioni che continuano

a vivere di agricoltura nei villaggi dove più di metà della popolazione è

analfabeta e la mortalit à infantile (79 per mille) resta una delle più alte del mondo, le riforme hanno solo voluto dire aumento di prezzo nei beni di consumo essenziali come il riso. Lo Stato non ha speso per loro una lira in più in educazione e in igiene. Di qui la reaz ione:

chiamati alle urne, ad esempio nello stato di Andra Pradesh, gli elettori

si sono espressi al 60 per cento contro il Congresso ed hanno votato

invece per un partito locale la cui principale promessa è stata quella di vendere il riso a due rupie il chilo invece delle sette rupie che costa sul mercato libero. “Il Congresso si è dimenticato che l'India è soprattutto un Paese povero", ha scritto uno dei più influenti commentatori su un quotidiano locale. La povertà è fuori discussione. Il pr oblema è come uscirne e come evitare che, strada facendo, le due Indie che già esistono . quella dei benestanti e quella dei disgraziati . diventino sempre più separate e distanti. Al momento nessuno sembra avere una vera soluzione. Rao dice che le r iforme sono irreversibili e che ci vorrà del tempo “finchè i loro frutti penetrino giù fino negli strati più

bassi della società" il suo ministro delle Finanze dice che “bisogna aspettare che la ricchezza del Paese cresca perchè ci si possa occupare di distribuirla più equamente". Nel frattempo però il Congresso perde la sua immagine tradizionale di “partito dei poveri" e cresce al suo interno la fronda di quelli che, come l'arci rivale di Rao, Arjun Singh, ora epurato, chiedono, pur vagamente, di dare alle riforme “un volto umano". Dinanzi al suo continuo calo di popolarità ed alla possibilità di una spaccatura, che potrebbe segnare la sua fine, il Congresso avrebbe bisogno di qualcuno di grande prestigio e con grande presa sulle masse per presentarsi alle urne. Per questo il pellegrinaggio alla villa bianca sul viale Janpath e l'ipotesi che Sonia Gandhi possa diventare il futuro primo ministro. Una soluzione ideale? Non necessariamente. Gli avversari politici del Congresso, spec ie quelli nelle file del partito fondamentalista hindu, non aspettano altro per dar fiato alla loro propaganda. Un loro commentatore “disgustato

dallo spettacolo dei più alti dirigenti del Paese che strisciano alla porta

di una donna di casa italiana ed apolitica", scrive: “Se l'India deve

proprio avere un primo ministro italiano, allora tanto vale sia Berlusconi. Anche lui è disoccupato, ma almeno ha un pò di esperienza amministrativa". ------------------------- PUBBLICATO ----------- ---------- --------- TITOLO: La nostra industria sbarca in forze Scalfaro

inaugura la Fiera di Delhi Il partito del Congresso che fu di Indira, in difficoltà, invoca il vecchio carisma della dinastia Tra battaglie e frecciate al veleno - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - NEW DELHI . Nell'India avviata sulla strada della liberalizzazione economica e destinata a diventare uno dei più grandi mercati mondiali sono sbarcati ieri il presidente della Repubblica Oscar Luigi Sc alfaro e il ministro degli Esteri Susanna Agnelli. Non a caso la visita di Stato di Scalfaro (che oggi incontrerà il primo ministro Rao e il presidente Shankar Dayal Sharma) coincide con l'inaugurazione ufficiale, domani, della Fiera internazionale d i New Delhi, che vede l'Italia in prima fila con 141 aziende espositrici (tra cui Agip, Alenia, Ansaldo, Ilva, Marconi, Stet), i vertici di Confindustria e Ice, i maggiori gruppi industriali privati e pubblici affiancati dal “nocciolo duro" delle pic cole e medie imprese. Il simbolico taglio del nastro con il quale Scalfaro darà il via alla Fiera rappresenterà il desiderio dell'Italia di essere presente

in India come “sistema Paese".

martedi , 24 gennaio 1995

Viaggio nella citta dove la mitica efficienza giapponese, poco addestrata all' imprevisto, non ha funzionato. Dolore senza lacrime tra le macerie di Kobe

di Terzani Tiziano

Dopo giorni di attesa sono al lavoro i soccorritori. Si fanno i conti della

Borsa

KOBE. Poveri giapponesi! Non piangono, non urlano, no n si disperano. La loro cultura glielo impedisce e così raspano fra le macerie, bruciano i

ricostruzione

e

crolla

la

loro morti, si aggirano, attoniti, fra i resti delle loro case, senza espressione come non provassero nulla, come volessero, anche a chi

li

osserva, evitare di commuoversi, di compiangerli. Ho passato 48 ore

in

giro per questa città martoriata dalla cieca, ingiusta forza della

natura, in mezzo a decine di migliaia di persone disorientate, impaurite, ognuna con una vita, a suo modo, azzerata da dieci second

i d'orrore, ma non ho visto una lacrima, non ho sentito un grido,

neppure di rabbia per gli aiuti che ancora tardano a venire. E anche se ieri c'è stata una nuova, forte scossa. Quel che più ha colpito è stato il disciplinato, agghiacciante silenzi o della gente. Non è facile arrivare a

Kobe. Il treno super rapido in provenienza da Tokio non va oltre la stazione di Osaka dove i viadotti sono crollati e l'autostrada, che prima volava alta fra le case, è ora come un budello rovesciato su una part e;

i

piloni di cemento sono spezzati come dei fiammiferi. La via più sicura

è

quella del mare ed una nave, prima adibita a crociere di lusso, fa ora

la

spola attraverso la baia di Osaka, carica di gente che porta acqua e

cibo a parenti e amici. A bor do nessuno parla, nessuno si scambia informazioni, storie su quel che è successo, e quando si entra nel porto di Kobe, con gli occhi fissi sui moli deserti, le gru ripiegate, le pile dei containers, come i tasselli di legno di un gioco per bambini, r ovesciati sui piazzali squarciati da voragini, il silenzio si fa soffocante.

Sbarcare è come mettere piede in un altro tempo; un tempo in cui l'uomo riscopre il senso della sua infinita vulnerabilità. Palazzi d'acciaio

e di vetro sono crollati come fossero stati di carta, altri pendono

pericolosamente da una parte, altri ancora stanno in piedi, ma con alcuni piani in meno rientrati, come sono, gli uni negli altri, schiacciando tutto e tutti quelli che ci stavano dentro. L'asfalto delle strade è pieno di gobbe e di crepe, i blocchi di granito lungo i marciapiedi sono spezzati. Certi quartieri sono completamente rasi al suolo; in altri le case sul lato di una strada sono distrutte, quelle sull'altro sono intatte; in una fila alcune sono rid otte a macerie, altre non hanno neppure una crepa, come se il terremoto avesse giocato alla roulotte russa con la vita di ognuno. (Si fanno i conti della ricostruzione, sono cifre da vertigine e la Borsa crolla ai livelli più bassi

in un anno, ndr). “Siamo tutti salvi", “Cercateci a questo numero di

telefono", “La mamma è morta e noi stiamo ora a questo indirizzo", dicono dei cartelli scritti a mano e messi sui resti di una tv o su una sedia che spunta dalle rovine. Kobe aveva circa 2 milion i e mezzo di abitanti. Molti sono scappati; chi resta, vive accampati nelle scuole, nelle tende che hanno montato nei parcheggi. La città è ancora in grande parte senza elettricità, gas e acqua e l'esistenza sembra tornata ad una medioevale semplicit à. I più mangiano ancora un solo pasto al giorno. La sera, fra le rovine dei quartieri popolari, gruppi di gente si riuniscono per scaldarsi attorno a dei falò. L'unico suono è il guaire dei cani che non trovano più le loro case o i loro padroni. G li orologi della città sono rimasti fermi all'ora di martedì scorso, le 5.55 del mattino, quando dalle viscere della terra sono venuti i boati che

molti ricordano come gli urli di una bestia, e poi i dieci secondi che hanno segnato il destino di Kobe . I più dormivano. Alcune coppie sono state ritrovate abbracciate; altri rimasti intrappolati sono bruciati tra le fiamme. I cadaveri ritrovati finora sono più di 5.000, ma centinaia di persone continuano ad essere date per disperse. Molti dei mort i avrebbero potuto essere salvati, ma i soccorsi sono stati lenti ed inadeguati. Nel quartiere di Negata, uno dei più colpiti, i primi pompieri sono arrivati solo dopo due ore dopo il terremoto, i medici un giorno dopo ed i primi rifornimenti di cibo tre giorni dopo. Le autorità non sono state all'altezza della situazione ma nessuno protesta. “Contro il terremoto, il fulmine ed il padre non c'è niente da fare", dice un proverbio giapponese e la gente, con feudale disciplina, accetta la propria d ipendenza dall'autorità con la stessa rassegnazione con cui accetta le calamità. Dal punto di vista delle autorità il problema è semplice: un terremoto di queste dimensioni non era previsto per questa zona del Paese e nessuno è riuscito ad improvvi sare un piano

di soccorso. In maniera tipicamente giapponese, ogni comportamento

ha da essere previsto, codificato ed imparato a memoria. Questo dei soccorsi a Kobe non era stato previsto e non è stato possibile inventarlo. Anche quando, dopo giorni di attesa, l'esercito è stato fatto intervenire a fianco di poliziotti e pompieri, ognuno ha continuato a fare la sua parte senza grande coordinazione: più che lavorare, tutti parevano molto più presi dal fare bella figura: i soldati nelle uniformi v erdi, i pompieri in arancione, i poliziotti in bianco; tutti con le mascherine sulla bocca. Il capo della polizia si aggirava con un attendente che lo seguiva con un gagliardetto. Anche con gli aiuti stranieri le autorità hanno avuto uno strano att eggiamento. Solo quando si sono accorti che un continuo rifiuto si sarebbe attirato delle critiche, i giapponesi hanno finalmente accettato gli aiuti che venivano offerti loro da vari Paesi, ma poi quando questi sono arrivati non sono stati in grado o non hanno voluto impiegarli a dovere. I gruppi di salvataggio svizzeri e francesi, ad esempio, venuti qua con i loro cani ed con i loro equipaggiamenti elettronici, capaci di identificare dei corpi nelle macerie, non sono stati fatti lavorare a tem po pieno . di notte

hanno dovuto fermarsi . e non sono stati portati là dove c'era più possibilità di trovare gente in vita. Inefficienza? O il vecchio orgoglio giapponese? Forse tutte e due. L'organizzazione giapponese funziona nelle situazioni pr eviste e questa non lo era. Quanto all'orgoglio, con le sue vecchie radici xenofobe, con la disciplina resta una straordinaria qualità di questo popolo: disciplina che impone ad ogni giapponese di non manifestare le proprie emozioni. Kobe è una cit tà in gran parte lasciata a sè stessa, per le strade ci sono decine di auto, moto e biciclette abbandonate, ci sono case con porte e finestre aperte, negozi senza saracinesca, magazzini sventrati da cui rigurgitano merci, ma non ci sono stati furti e saccheggi. In silenzio nascondendo dolore e paura, i giapponesi aspettano che venga loro detto cosa fare o che quella orribile bestia nella terra torni ad urlare.

martedi , 04 ottobre 1994

La peste? c' e solo sulla carta

di Terzani Tiziano

La paura è relativa . La verità meno. Quel che spaventa una persona

può non spaventare un'altra, ma i fatti, se raccolti con un pò di onestà, hanno da essere accettati per quel che sono. I fatti sulla peste in India,

a due settimane dallo scoppio dell'epidemia, sono que sti: . in un

Paese di 900 milioni di persone i morti di peste sono stati soltanto una

cinquantina; . la stragrande maggioranza delle altre persone colpite dal morbo (circa 500 in tutto il Paese) ha reagito benissimo agli antibiotici,

si è salvata o è in via di guarigione; . l'epidemia è sotto controllo.

Nonostante il giustificato timore che i pazienti fuggiti dagli ospedali e che gli operai di Surat, sparpagliatisi nel Paese, avrebbero potuto portare la malattia con sè ed accendere focol ai di peste in varie parti dell'India, questo fenomeno non si è verificato su vasta scala e . dato che l'incubazione del morbo è al massimo di una settimana . più passano i giorni più il pericolo recede. Nessuno, ripeto nessuno, è morto finora di pes te nei grandi centri urbani di Calcutta e Bombay. Quanto ai cinque morti di Delhi, la causa del loro decesso non è stata ancora definitivamente accertata. La ovvia conclusione da tirare è che la peste è sì ancora, come nei secoli scorsi, una malatt ia particolarmente contagiosa, ma è anche una malattia che oggi, al contrario di altre come l'Aids, è curabilissima. La tetraciclina si è dimostrata in questo di miracolosa efficacia. Quanto alle autorità indiane, dopo un primo momento di incertezz a e di inefficienza, la loro reazione è stata competente ed efficace. La iniziale penuria di medicinali è stata colmata, nel giro di una settimana, con una capillare distribuzione ed oggi la tetraciclina sembra essere disponibile in quantità sufficie nti nelle farmacie private e negli ospedali di tutto il Paese. Là dove il governo è fallito è nel presentare i fatti nella loro completezza, fornendo dati che si sono facilmente prestati ad aumentare l'apprensione qui ed il panico all'estero. Le auto rità dei vari Stati hanno dato, ad esempio, giornalmente il numero delle persone ricoverate come “sospette", senza poi dire che la stragrande maggioranza di queste risultava poi non avere la peste, ma solo la polmonite, il raffreddore o, come avviene proprio in questa stagione del dopo monsone, la malaria. È stato così che l'India, presentatasi da poco come la nuova “tigre" economica dell'Asia, percepita dalla finanza internazionale come un grande mercato del futuro, è tornata, nel giro di poc hi giorni, ad essere di nuovo il Paese degli incantatori di serpenti, sporco ed appestato. Simboli della modernità indiana come la città di Bangalore, grande centro dell'elettronica, sono stati in un attimo dimenticati e sostituiti negli occhi dell 'opinione pubblica internazionale dai simboli dell'India medioevale coi suoi lazzaretti, le bidonvilles

infestate dai ratti, i cumuli di spazzatura attorno a cui vivono branchi di animali e uomini imbavagliati. Come fosse stato tradito nelle sue aspe ttative, il mondo ha reagito, non senza una vena di razzismo, cercando di proteggersi da qualsiasi cosa che venisse dall'India: i suoi aerei, le sue merci, la sua gente. In Occidente il gioco del massacro è stato fatto con una strana, particolare g ioia. La stampa e la televisione hanno avuto in questo un loro colpevole ruolo. Le cifre sono state gonfiate, certi episodi . qui comuni . sono stati presentati come eccezionali. Il racconto di un missionario di Bombay, ad esempio che, intervistato a l telefono, diceva di aver visto alla televisione un bambino morto di peste a Surat portato dal padre al crematorio, diventava la testimonianza oculare di “diversi bambini morti tra le braccia dei loro genitori" a Bombay (l'Unità del 25 settembre). L a gente è così corsa a cancellare i viaggi di lavoro in India e le proprie vacanze non solo qui, ma anche nei Paesi vicini e persino nelle Maldive, le isole in mezzo ad un oceano che purtroppo si chiama “Indiano". Il fatto è che le due Indie, quell a già tutta proiettata verso il XXI secolo e quella del passato, sono e resteranno ancora per molto tempo l'una accanto all'altra e che solo la cecità delle statistiche aveva nascosto la realtà umana di gran parte del Paese dietro le cifre dei tassi di sviluppo e le proiezioni di crescita. La peste è stata, se si vuole, una cartina di tornasole di queste contraddizioni che sono presenti in India come in altri Paesi dell'Asia, soprattutto la Cina. Anche lì l'ottimismo degli investitori occidental i potrebbe un giorno o l'altro venir deluso dall'esplosione di una qualche peste che nell'Impero di Deng Xiaoping potrebbe prender la forma di una rivolta contadina. La tetraciclina avrebbe in quel caso poco effetto. Certo che parole come “peste bu bbonica" e “peste polmonare", specie se sentite da lontano, continuano ad avere una loro antica carica terrorizzante. Ma proprio per quello che è successo qui dovrebbero d'ora innanzi far tremare di meno. Oggi, vista dall'India, l'India con la peste non fa così paura.

domenica , 25 settembre 1994

Su Bombay l' incubo della peste

Terzani Tiziano

Le autorità indiane considerano l'ipotesi di isolare completamente la megalopoli impedendo l'accesso a chiunque

DELHI.

La peste uccide ancora, ma la gente ha cominciato a capire che c'è scampo e la corsa è ora alle medicin e. Da quando i giornali hanno scritto che due dosi di tetraciclina al giorno, prese per una settimana, sono la salvezza contro la terribile malattia, le farmacie del Paese sono diventate la grande meta della speranza, ma non tutte sono in grado di soddisfare l'improvvisa domanda. A Bombay, la capitale finanziaria del Paese, a sole sei ore di macchina dall'epicentro dell'epidemia, le scorte dell'antibiotico disponibile al pubblico si sono presto esaurite e migliaia di persone che avevano aspe ttato per ore e ore in lunghe file fuori dai negozi sono dovute tornare a casa a mani vuote, aumentando così il clima di inquietudine della città. A Surat, il centro dell'industria tessile, dove c'è stato il più alto numero di morti e da dove circa m età dei due milioni di abitanti sono fuggiti, gruppi di persone in panico hanno attaccato le ambulanze di passaggio nella speranza di procurarsi l'antibiotico. Ospedali Il governo ha cercato di calmare gli animi, annunciando di aver spedito milio ni di dosi di tetraciclina nelle zone più colpite dalla peste, ma la gente non si fida, teme che la distribuzione non avvenga in tempo e fa di tutto per ottenere la desiderata medicina. Nella stessa New Delhi, dove è entrato in vigore lo stato di all arme negli ospedali, ma dove finora non sono stati registrati casi di peste, le farmacie erano ieri affollatissime e molte non sono riuscite a far fronte alle richieste del pubblico. L'India ha un'ottima industria farmaceutica e ha scorte di antibi otici sufficienti, secondo le autorità, a far fronte anche a una emergenza come questa. Ma il pericolo è che la gente, non trovando i medicinali in negozio, si serva

NEW

del mercato nero come è già avvenuto in passato. Le autorità sanitarie nazionali han no messo in guardia contro la possibilità che vengano smerciate da speculatori senza scrupoli false medicine anti peste. Farmaci falsi che negli anni scorsi, in situazioni analoghe, hanno ucciso molte persone ignare. Gli altri grandi problemi del m omento sono i trasporti e come contenere l'epidemia. Un primo tentativo di creare un cordone sanitario attorno alle zone colpite, impedendo a chiunque potesse esserne affetto di uscire, è fallito. Le misure da adottare sarebbero dovuto essere così dr aconiane che le autorità locali non hanno voluto rischiare di aumentare il panico della popolazione e provocare ben più morti di quanti ne avesse fatti la peste (finora circa 200). Non c'è stata così una precisa politica nei confronti dell'esodo. A lcuni treni sono passati ad esempio dalla città di

Surat che si trova sulla linea Delhi Bombay completamente sigillati per non prendere passeggeri, altri invece si sono fermati regolarmente e hanno aperto i loro vagoni alla gente che voleva scappare. La peste ha un periodo di incubazione di circa una settimana e il pericolo è ora che quelle persone, portatrici dei germi, scatenino l'epidemia nei posti in cui sono andate a rifugiarsi. Stati Uniti e Russia hanno già inviato aiuti e mezzi sanitar i per effettuare test su campioni di sangue e saliva degli ammalati. Ma è comunque una lotta ad armi impari. La peste polmonare o pneumonica è più pericolosa delle altre due forme, la bubbonica e la setticemica, perchè, per contrarla, basta un colpo di tosse, mentre le altre necessitano di un contatto per sviluppare il contagio. Nuovi casi di peste annunciati oggi in città come Boroda, 150 chilometri a Nord di Surat, confermano il timore di un'epidemia su larga scala. Tra l'altro decine di app estati, come hanno ammesso gli ufficiali sanitari, hanno lasciato l'ospedale contro il parere dei medici per ritornare nelle loro case e questo fa temere una ulteriore diffusione del morbo. Decisioni La città al momento più esposta resta Bombay, cuore economico dell'India dove vivono quasi 13 milioni di persone. Le autorità stanno considerando di isolare la città e impedire l'accesso a chiunque. Una decisione politicamente difficile da prendere e ancor più difficile da applicare. La traged ia, per ora, si consuma nel lazzaretto di Surat. Pochi medici e molta immondizia. Centinaia di vittime giacciono in terra su materassi sporchi e strappati, senza lenzuola. I malati lottano per la vita in un clima agghiacciante. In ogni stanza ci sono dalle 10 alle 15 persone; il silenzio viene spezzato soltanto da qualche respiro affannato o da lamenti. La maggior parte dei ricoverati appare stordita, sotto l'effetto dei sedativi, con le flebo di glucosio infilate nei polsi.

sabato , 24 settembre 1994

La morte nera nel cuore dell' India

di Terzani Tiziano

L'epidemia di peste ha colpito una regione vicino a Bombay. In allarme

Delhi.

Le autorità hanno chiuso uffici e cinema I villaggi sono invasi dalle mosche, le strade colme dei resti dei topi La gente ha preso d'assalto i treni ma molti scappano a piedi e in risciò In crisi l'immagine moderna del Paese che riscopre gli incubi del passato

Più di cento vittime, e sauriti gli antibiotici: ora scatta la grande fuga

NEW

I cadaveri dei ratti coperti di piccoli bubboni sono sparsi per le strade, i cani che cercano di mangiarli muoiono subito dopo; i contadini

scappano dai villaggi invasi da nuvole nere di mosche. Le descrizioni sono da Medioevo. Le conseguenze anche. Più di cento persone sono già morte, alcune centinaia di migliaia stanno cercando di sfuggir e dinanzi all'avanzare di una malattia che si pensava ormai appartenere

a un'altra era: la peste. La terribile, temutissima Morte Nera che fece

milioni di vittime nell'Europa e nell'Asia dei secoli scorsi si è rimessa in

cammino, ora, alla fine del tecnologico, sofisticato ventesimo secolo, nel centro dell'India e, nel giro di poche ore, ha già raggiunto la costa. Le prime notizie sono arrivate due giorni fa da dei villaggi nello Stato di Maharashstra: alcuni contadini, morsi dai ratti, accu savano la crescita

di linfonodi sotto le ascelle e all'inguine. Le autorità hanno cercato di

minimizzare. La peste era un terribile imbarazzo: imbarazzo per il governo centrale che nel 1966 l'aveva dichiarata ufficialmente sradicata dal Paese e per i l governo dello Stato di Maharashstra, la cui capitale, Bombay, è il simbolo dell'attuale liberazione e della modernizzazione indiana. Bombay è una città ancora afflitta dalle conseguenze dei recenti violenti scontri religiosi e da una campagna

ter roristica che ha fatto decine e decine di sue vittime. La peste non è certo quello che le serve a ristabilire la sua immagine di avanguardia e

la sua credibilità come il centro finanziario del Paese. Alle richieste di

aiuto dei contadini il gover no locale ha reagito mandando decine di

fusti di Ddt per combattere le mosche e assumere 100 membri di una particolarissima tribù, gli Irula, specializzati nell'acchiappare i topi. Ma

la storia non poteva finire lì. I sintomi della peste bubbonica si sono

fatti di ora in ora più chiari, le vittime più numerose e ieri sera la peste,

DELHI.

anche

gli

ospedali

di

New

questa volta nella sua versione pneumonica . più micidiale perchè non più trasmessa dai ratti e dalle mosche, ma semplicemente dai germi nell'aria che uno respira . ha fatto la sua comparsa nella città di Surat, nello Stato di Gujarat, sulla costa occidentale del continente, a centinaia di chilometri dai primi villaggi infestati dell'interno. Le prime

strane, improvvise morti sono state spiegate con l'avvelen amento delle acque della città . che ha reputazione di essere una fra le più

sporche dell'India ., ma la verità è presto venuta a galla e i due milioni

di abitanti sono stati presi dal panico. Le farmacie sono rimaste aperte

tutta la notte, hanno esa urito le loro riserve di antibiotici e presto è cominciato un esodo in massa. I treni sono stati presi d'assalto e le

strade si sono intasate di gente che in macchina, nei trisciò e a piedi cercava di lasciare l'abitato. Per evitare possibili occas ioni di contagio,

le autorità hanno chiuso i mercati, le scuole e tutti i luoghi di ritrovo e

hanno mandato per la città le auto della polizia con altoparlanti che trasmettevano messaggi registrati invitando la popolazione a rimanere nelle case. Cent inaia di poliziotti battono strade e stazioni per intercettare i fuggitivi. Ma la gente non si è tranquillizzata e l'esodo è continuato durante tutta la giornata. Un giornalista locale parlava di strade piene di gente “come mummie", ognuno che si cop riva la faccia pensando così di proteggersi. Con ogni persona che parte aumenta il rischio che l'epidemia si diffonda in altre parti del Paese, ma i primi tentativi di fare un cordone sanitario attorno a Surat, una delle basi dell'industria tessile , non sono valsi a nulla e stasera anche gli

ospedali di New Delhi sono stati messi in stato di allarme e hanno ricevuto l'ordine di creare speciali reparti di isolamento per i pazienti. L'epidemia potrebbe essere stata “importata" dal vicino Stato d el Maharastra. Secondo quest'ipotesi le massicce scorte di cereali fatte dalla popolazione dopo il terremoto che un anno fa provocò la morte di 10 mila persone avrebbero attirato migliaia di topi. Che storia! Proprio ora che l'India cerca di uscire dal suo semi isolamento, che cerca di entrare, come tutti, nella corsa dello sviluppo e verso un futuro di stampo occidentale, viene colpita da questa che appare come una vendetta del passato. La verità è che questo è ancora un Paese di immense co ntraddizioni, un Paese in cui 900 milioni di persone vivono nella stessa geografia, ma non nella stessa storia; nello stesso spazio, ma non nello stesso tempo. Accanto a una parte della popolazione che ha le auto, i computer e la televisione satellit are del ventesimo secolo, c'è ancora . spesso semplicemente a pochi metri di distanza . una popolazione che non ha nè acqua nè luce e che vive ancora nelle condizioni del Medioevo. È da lì che ora escono e si diffondono i germi

di questa atavica paura.

lunedi , 08 agosto 1994

Cambogia, le radici dell' orrore

di Terzani Tiziano

La missione dei Caschi blu non ha saputo nè ridimensionare l'enorme esercito nè ricondurre i Khmer Rossi alla legalità.

PENH.

Sono le undici e mezzo di sera e, vista dall'alto, la città è come inesistente : buia e silenziosa. Attraverso le finestre spalancate della

mia camera al quarto piano del Monorom Hotel, mi arriva solo il fischio, poi lo sparo di avvertimento, di un poliziotto che forse ferma una macchina per farsi pagare una birra; il fruscio d i un motorino di un qualche ritardatario che fila verso casa. Mi immagino la sua paura. Stamani, di nuovo al mercato di là dal ponte delle Nazioni Unite, un ladro ha sparato in faccia ad un uomo per portargli via la motocicletta.

Il bambino che era s eduto dietro è rimasto ad urlare avvinghiato al

casco di banane che il padre aveva appena comprato. L'orrore qui sembra non dover mai finire. Ma dove nasce l'orrore? Che cosa fa di un uomo . o di un intero popolo . all'apparenza così semplice e pur o,

un mostro di violenza e di crudeltà? Ogni volta che arrivo in Cambogia queste domande mi tornano naturalmente a rimuginare nella testa perchè qui, più che altrove, uno si trova dinanzi ad un Paese in cui, se il mondo fosse retto da un qualche prin cipio di decenza, la gente ora dovrebbe vivere in pace, godere di un minimo di giustizia ed essere aiutata da tutti a ritrovare il senso della propria esistenza. Invece no. Dopo due decenni di morte e di distruzione, la vita è tornata sì a fiorire,

m a lo fa con tutta la sua vecchia crudeltà, la sua violenza, e gli uomini,

alla maniera di prima, sono fra di sè come lupi. E qui non per ragioni di

religione, di ideologia o di razza. Qualcuno bussa alla mia porta. È il guardiano di notte. “Vieni g iù. C'è un tuo amico appena arrivato da Siem Reap che deve assolutamente parlarti". Un amico? Da Siem "

e a mezza frase mi fermo.

Reap? “Non ho amici a Siem Reap

Giusto due giorni fa ho fatto colazione con Greg Davis, il grande fotografo di Time Ma gazine. Veniva da Tokyo e m'ha detto che sarebbe andato per qualche giorno ad Angkor. "È uno straniero l'uomo giù?", chiedo. “No è khmer". “Allora non sono io che cerca. Digli di andarsene". Ma il guardiano ritorna. “L'uomo insiste. Dice che è import antissimo". Scendo. L'uomo è magro, piccolo, sulla trentina, ben

vestito. Ha l'aria stanca e gli occhi spiritati. Mi vede e si inchina. “Sono

Sono venuto

è stato ucciso dai Khmer

perchè il tuo amico Greg Davis è mo rto

appena arrivato con un taxi. Ho viaggiato tutto il giorno

PHNOM

Rossi e dovevo venire a darti la notizia. È successo ieri verso le due del pomeriggio, a Bantei Serei. Io sono il portiere del Grand Hotel di Siem Reap e sono stato chiamato perchè alcuni ospiti dell'albergo

erano stat i attaccati dai Khmer Rossi durante la visita al tempio

Greg Davis era ferito alla testa ed al petto

all'ospedale mi ha detto di venire a Phnom Penh, ad avvisare te". Il

suo inglese è rudimentale, ma le sue parole sono chiare e la testa improvvisamente è come mi andasse in tutte le direzioni, esplodesse

in mille pensieri, domande, dubbi: l'inutilità di morire per una foto, come

avvisare sua moglie? Far cremare il cadavere? Come accertare ora, in mezzo alla notte, se quest o tipo dice la verità? Lo sento dire che deve pagare il taxi che aspetta fuori, che gli mancano dei soldi. Quanto? “Cinquemila Riels". Metto la mano in tasca e glieli do, pensando che il viaggio da Siem Reap deve costare ben più che due dollari, sp ecie coi

rischi che uno corre dopo il tramonto. L'uomo esce. Quanto torna lo faccio sedere e mi faccio riraccontare tutto da capo. La sua storia è piena di dettagli e tutti tornano: la descrizione di Greg, i suoi vestiti, le

all'ospedale non c'era nulla

e siccome il tuo amico cominciava a puzzare io sono andato a

comprare tanto, tanto ghiaccio per metterglielo attorno". Impossibile. Anche ai tropici la decomposizione non comincia così presto. L'uomo me nte. È tardi, ma il telefono cellulare del collega americano della Far Eastern Economic Review, Nate Thayer che vive qui da anni e parla

Ho con me un tipo che sostiene

di aver visto Greg Davis morire ieri a Sie m Reap". “Greg? Ho appena

cenato con lui

momento ha cambiato idea

Davanti a Nate l'uomo ripete il suo racconto, dice che può sbagliarsi sul nome, m a è certo che il morto è un americano. Dal suo telefono

Nate riesce a raggiungere qualcuno all'ambasciata. “No. No, non è

. dice quello .

Sono giorni che un

tipo va in giro per Phmom Penh, si presenta alle organizzazioni umanitarie, alle ambasciate dicendo d'aver visto uno di loro morire ucciso dai Khmer Rossi". Nate ed io ci guardiamo. Che fare con questo

furfante? “Anche tu, come tutti , avrai perso dei familiari, degli amici in questa guerra. Anche tu hai sofferto. Come puoi ora far soffrire gli altri, solo per portar via loro dei soldi?", dice Nate. L'uomo si mette a piangere. Racconta che i suoi genitori sono stati uccisi ai tem pi di Pol Pot, che lui ha passato anni ed anni in un campo di profughi alla frontiera thailandese, e che ora, tornato in Cambogia, non riesce a comprarsi una carta d'identità e che senza quella non trova lavoro. È a Phmom Penh da un mese ed ha escogi tato questo sistema per guadagnarsi da vivere. Ha visto me a Greg far colazione. Lo ha seguito quando è andato a fare la sua prenotazione per Siem Reap e, pensando che era partito, è venuto a fare la scena da me nel mezzo della notte. Lo facciamo g iurare che non farà più una cosa del genere, gli giuriamo che lo faremo arrestare se scopriamo che continua e prima di salutarlo gli diamo un'altra manciata di Riels. “Non ne posso

Guarda cosa può fare

più di questo Paese . dice Nate

di un tipo come quello! Altrove, anche lui sarebbe stato una persona

morto nessun americano a Siem Reap, nè ieri, nè oggi

Possibile che si tratti di qualcun altro?".

Si era prenotato per andare ad Angkor, ma all'ultimo

khmer, è acceso. “Vieni al Monorom