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Uno (filosofia)

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Uno in filosofia è un tema che è stato trattato in maniera esplicita da


pensatori come Parmenide, Platone, Plotino, Cusano, nella scuola che
va sotto il nome di neoplatonismo, ed infine Hegel. A grandi linee si
può definire l'Uno come il principio indicante l'unità del Tutto.

Indice
Origine del termine
L'Uno nella storia del pensiero
Pitagora, Parmenide, Eraclito
Platone e Aristotele Simbolo dell'Unità, che tutto contiene
Plotino: l'Uno come libertà e a cui tutto ritorna, è per l'alchimia il
Il Cristianesimo: dal Medioevo al Rinascimento cerchio contenente un punto
Spinoza e Leibniz centrale:[1] quest'ultimo indica la
contrazione, la circonferenza invece
Fichte e Schelling
l'espansione della creazione.[2]
Hegel e Marx
Ai giorni nostri
La moderna riscoperta in ambito New Age
Note
Bibliografia
Voci correlate
Altri progetti
Collegamenti esterni

Origine del termine


Étienne Gilson ha coniato il termine "henologia" (da ἕν = «uno» in greco) per definire lo studio dell'Uno in
contrapposizione ad ontologia (lo studio dell'Essere).[3] Il termine ha cominciato a diffondersi nel 1972, con la
pubblicazione della voce "Henologie" di Egil Ander Wyller nell'Historisches Wörterbuch der Philosophie,[4]
ed è stato successivamente utilizzato da vari studiosi, tra cui Werner Beierwaltes,[5] Reiner Schürmann,[6] Jan
A. Aertsen.[7] In Italia henologia è stato introdotto da Giovanni Reale:

«Mentre il termine henologia è molto diffuso in lingue straniere, per esempio in quella
francese, in italiano non è quasi mai usato, e invece va introdotto. Abbiamo usato l'h
iniziale, perché rende lo spirito aspro di έν, ma soprattutto per differenziare il termine
metafisico da quello corrente.»
(G. Reale, L'estremo messaggio spirituale del mondo antico nel pensiero metafisico e teurgico di Proclo, in
Proclo, I Manuali, Milano, Rusconi, 1985, p. LXX, n. 15)

L'Uno nella storia del pensiero


L'Uno, prima ancora che nella storia della filosofia occidentale, tradizione di pensiero tutto sommato alquanto
recente, lo troviamo trattato già in uno dei più antichi testi sacri della tradizione induista, i Rig Veda, risalente
all'incirca al secondo millennio a.C.

Il concetto dell'Uno arriva in occidente insegnato dai sacerdoti egizi presso i quali Pitagora si presentò e studiò
in Ermopoli Magna (dove si dice dovette aspettare un anno prima che gli fosse concesso l'ingresso al tempio di
Thot). Lo stesso simbolo dell'Unità altri non è che il geroglifico della parola Ra. Tuttavia questo concetto non
era limitato soltanto a questa divinità, era bensì la base dell'intero pensiero monistico egizio da cui è poi
derivato il pensiero occidentale che rispetto all'antico differisce di poco.

Pitagora, Parmenide, Eraclito

In Occidente il tema dell'Uno viene probabilmente studiato la prima volta da Pitagora (575 a.C. – 495 a.C.),
che lo identifica con l'archè, il principio fondante e unificatore della realtà, ma gli attribuisce anche la comune
origine di tutti gli altri numeri, e quindi della molteplicità. L'Uno, essendo dispari, è inoltre un numero che
possiede la qualità del limite, equivalente della perfezione.

Sarà poi la scuola eleatica, con Parmenide, a ricondurre all'Uno tutta la realtà. Secondo Parmenide (515 a.C. –
450 a.C.) la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico sono illusori, e pertanto, contrariamente al senso
comune, esiste soltanto la realtà dell'Essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo,
immobile, eterno[8]. L'Essere è Uno e indivisibile perché, se fossero due, occorrerebbe postulare una diversità;
ma qualcosa che sia diverso dall'Essere non può essere, perché sarebbe allora un non-essere; o richiederebbe la
presenza del non-essere come elemento separatore. A tali affermazioni Parmenide giunge, come si può notare,
servendosi della logica formale che si fonda sul principio di non contraddizione.

Eraclito (535 a.C. – 475 a.C.), a differenza di Parmenide, considera del tutto reali la molteplicità e le
contraddizioni, accettandoli come un dato di fatto e non come errori del pensiero; ciò nonostante, anche per lui
il divenire sembra consistere piuttosto nelle variazioni di un identico sostrato o Lògos: «tutte le cose sono Uno
e l'Uno tutte le cose»[9]; «questo Cosmo è lo stesso per tutti... da sempre è, e sarà»[10]. Da questa visione
immanentistica del mondo verrà influenzato soprattutto lo stoicismo.

Dopo Eraclito è comunque Empedocle a riassumere i caratteri dell'Uno dentro lo Sfero, nel quale i quattro
elementi costitutivi della natura si trovavano originariamente uniti insieme dalla forza attrattiva dell'Amore.
Melisso di Samo fu il primo filosofo eleatico a teorizzare la pienezza e impassibilità dell'essere, attribuzioni che
andavano a quella già note di unicità, omogeneità, continuità, assenza del vuoto e di densità. Plotino avrebbe
spiegato l'emanazione delle tre ipostasi dall'Uno commentando con la categoria del verosimile di Platone:
l'Uno esce fuori di sè verosimilmente perché è ridondante. La pienezza è intesa come la precondizione
dell'estasi. Dai frammenti pervenuti non risulta che Melisso abbia previsto la partecipazione dell'essere umano
a questo stato dell'Uno.

Platone e Aristotele

Platone (427 a.C. – 347 a.C.), che si considera filosoficamente erede di Parmenide, cerca una soluzione che,
pur salvaguardando l'integrità dell'Uno, non riduca la molteplicità a semplice illusione. Il problema che si trova
ad affrontare è in particolare il seguente: come e perché dall'Uno hanno origine i molti?[11] Platone giunge alla
fine a supporre che nell'Uno, da lui identificato con l'idea suprema del Bene, sia implicita una dualità, che
esplicandosi nel mondo sensibile si manifesta solo allora come un vero e proprio dualismo.[12]

La soluzione di Platone sarà contestata da Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.) che gli rimprovera di sdoppiare gli
enti, quando in realtà, secondo lui, ogni entelechia ha in se stessa, e non in cielo, le leggi del proprio costituirsi.
Anche per Aristotele comunque, come già in Platone, la molteplicità riguarda solo un aspetto transitorio e
accidentale della realtà, mentre il carattere essenziale degli enti è dato appunto dalla loro unità e unicità. Viene
mantenuto così il primato dell'Uno, inteso al vertice come il motore immobile responsabile del passaggio degli
organismi dalla potenza all'atto.[13]

Plotino: l'Uno come libertà

Plotino (205 d.C. – 270), pur rifacendosi a Parmenide, per la prima


volta pone l'Uno al di sopra dell'Essere stesso; questo era per Platone
la realtà più generale e assoluta nota al pensiero, ma ora Plotino va
oltre, ammettendo l'esistenza di qualcosa di ineffabile e
impredicabile[14]: un limite per la ragione, perché dell'Uno non si può
parlare senza cadere in contraddizione.

Per risolvere il problema di come spiegare l'origine della molteplicità a


partire dall'Uno, Plotino si impone di pensare l'Assoluto non come
una realtà statica e definita una volta per tutte, perché in tal caso
significherebbe oggettivarlo e renderlo conoscibile, bensì
concependolo come libertà o potenza infinita, come attività mai
conclusa che genera continuamente se stessa, e oggettivandosi crea il
mondo.[15] La processione o emanazione dell'essere scaturisce da uno
stato di estasi auto-contemplativa; estasi significa appunto "uscire
fuori di sé". L'Uno trabocca per la sua sovrabbondanza, non perché
ne abbia bisogno, ma perché il donare fa parte della sua natura, come
un'energia che si sprigiona da sé. Si tratta di una concezione
assolutamente nuova e originale nel panorama della filosofia greca, Plotino
con tratti decisamente simili a quelli delle filosofie orientali.

Il processo emanazionistico è da sempre e per sempre, quindi coeterno all'Uno, senza soluzione di continuità;
secondo il neoplatonismo, esso è necessario e non volontaristico, incondizionato a qualsiasi causa esterna e
forma di una spontaneità naturale assoluta, poiché l'Anima del mondo, come ogni altra anima, ha la facoltà di
muoversi, ma sempre e soltanto in quanto causa di sé. Il processo non è tuttavia fine a sé stesso; al contrario,
l'Anima del mondo imprime alla materia sia la causa formale che la causa finale che diviene atto nel ritorno
all'Uno.[16]

Ogni ente possiede la tendenza spontanea a preservare il proprio essere e a muoversi, per quanto ad esso sia
possibile, progredendo nella direzione di una maggiore unità. Secondo Niccolò Cusano nel De docta
ignorantia, in accordo con il primo traduttore dei testi di Platone dal greco al latino, Scoto Eriugena, l'anima
per i neoplatonici non è localizzata in un luogo specifico o legata ad una qualche materia, bensì è tutta in tutto
l'universo generato dal Demiurgo e tutta in ogni sua parte, ma con un differente grado di virtù, il quale culmina
nell'anima razionale dell'uomo, finalizzata a determinarsi come più perfetta delle anime vegetativa e
sensitiva.[16]

Plotino ricorre a immagini suggestive per farci comprendere il modo in cui l'Uno si disperde nel molteplice e
instaura con questo un rapporto dialettico di reciproca complementarità: egli lo paragona a una sorgente
luminosa che diffonde nel buio la propria luce, la quale tende ad affievolirsi via via che si allontana. I due
estremi, luce e tenebra, sono però uno solo, perché non esiste una sorgente dell'oscurità: si tratta del tema
tipicamente neoplatonico della polarità che si risolve in unità.

L'Uno è come un cerchio bipolare, che permea di sé ogni realtà, articolandosi ma restando semplice, in
maniera simile a un organismo, composto armonicamente di tante singole parti che però non risultano
assemblate dall'esterno, ma si sviluppano interiormente dall'uno. Essendo all'origine di tutto, e quindi anche del
pensiero, quest'ultimo nel risalire alla propria fonte deve negare se stesso: l'Uno non può essere ridotto perciò a
oggetto di pensiero, perché quando l'anima umana si identifica in Lui viene a cadere la contrapposizione
dualistica tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Per questo l'Uno, che è la prima ipostasi, cioè la prima
realtà sussitente, è situato al di là dell'Intelletto, che era la condizione suprema del nostro pensare e da Plotino
già identificato con l'essere parmenideo.

Se è dunque impossibile oggettivare l'Uno, Plotino si preoccupa però di argomentare razionalmente che
occorre ammetterlo per una necessità della logica formale, poiché non potremmo avere coscienza dei molti
senza rapportarli all'uno.[17] Di Lui non si può dire propriamente cosa sia, ma si può dire cosa non è, secondo il
metodo della teologia negativa. L'uomo può farne esperienza diretta tramite l'estasi, uno stato d'animo non
riferibile a parole, che può essere compreso solo vivendolo. Con l'estasi anche l'uomo, come l'Uno, può porsi
al di sopra del principio di non-contraddizione aristotelico, identificandosi con la sua libertà assoluta, sciolta
cioè da qualsiasi necessità razionale.

La concezione dell'Uno così come la troviamo nel pensiero filosofico di Plotino non si presenta come la
negazione del politeismo ma comunque come il Tutto che si contrappone al molteplice di cui indubbiamente
anche gli dèi sono espressione. Per comprendere appieno la sua concezione particolare dell'Uno non si può
non relazionarla al nuovo pensiero religioso del Cristianesimo nascente che volgeva a consolidarsi e verso il
quale il filosofo nutre un atteggiamento alquanto critico.

Il Cristianesimo: dal Medioevo al Rinascimento

Sarà proprio il pensiero cristiano a raccogliere l'eredità di Plotino, interpretando però il suo "Uno" in senso
pienamente monoteistico. In particolare Sant'Agostino (354 – 430) concepisce Dio come la meta naturale a cui
la ragione aspira, e nel quale finalmente la discordanza dualistica tra soggetto e oggetto, pensiero ed essere, si
riconcilia in unità.
Respingendo l'ottica manichea, l'Uno è per lui la radice dell'amore che tende per natura ad unire: sentimento
non solo dell'uomo (come nell'eros platonico), ma ora anche di Dio (àgape), che desidera ricomporre le alterità
del mondo arginando la frattura con l'umanità verificatasi a causa del peccato originale.

Riprendendo lo schema delle tre ipostasi di Plotino, i teologi cristiani e medievali


vedranno così nell'Uno la prima Persona della Trinità, l'essere ineffabile di Dio
Padre che può rivelarsi solo tramite il proprio Figlio Unigenito.[18]

Niccolò Cusano (1401 – 1464), riprendendo il neoplatonico Agostino, dirà che


l'Uno è il punto supremo in cui gli opposti coincidono, e in cui non c'è più
distinzione tra gli oggetti della molteplicità. L'Uno non può essere compreso
razionalmente, ma solo a un livello intuitivo, pur essendo all'origine della razionalità
stessa. Dio infatti è l'Unione immediata di essere e pensiero, e quindi la
contrapposizione dialettica tra soggetto e oggetto, che permetteva al soggetto di
cogliere esternamente quest'ultimo e di razionalizzarlo, in Lui si ricompone Cusano
annullandosi. Di conseguenza, in quanto è l'assolutamente immediato, l'Uno risulta
attingibile solo al di là dell'opera mediatrice della ragione, ed è totalmente
trascendente. In Lui si trova la comune radice di tutto ciò che nella realtà fenomenica appare contraddittorio
alla semplice ragione: è l’implicatio dell'essere, come un cerchio dilatato all'infinito nel quale si ritrovano a
coincidere tutti i diametri e i raggi.
Anche Marsilio Ficino (1433 – 1499), nel Rinascimento, riprende l'idea neoplatonico-cristiana di un Dio inteso
come movimento circolare che si disperde nel mondo a causa del suo amore infinito, per poi produrre
nuovamente negli uomini il desiderio di ricongiungersi a Lui. Al centro di questo processo circolare c'è dunque
l'uomo, che è fatto a immagine e somiglianza divina, ed è chiamato ad essere copula mundi, specchio fedele
dell'Uno che tiene legati in sé gli estremi opposti dell'universo.

La filosofia rinascimentale è tutta permeata dalla tensione verso l'Uno: si va alla


ricerca di un sapere unitario, organico, coerente, che funga da raccordo di tutte le
conoscenze dello scibile umano, e che sappia ricondurre la molteplicità nell'unità, la
diversità nell'identità. Ricevono così grande impulso numerose discipline come la
matematica, la geometria, la numerologia, l'astronomia, che risultano connesse tra
loro e che mirano tutte a interpretare la realtà in chiave simbolica e unitaria. La
ricerca della pietra filosofale da parte degli alchimisti, ad esempio, nasce dalla
convinzione che tutti gli elementi dell'universo provengano da un'unica sostanza
L'Ouroboros, simbolo originaria (quintessenza), che si tenta ora di riprodurre in laboratorio tramite appunto
dell'alchimia e dei la creazione di un agente catalizzatore.[19]
cicli della natura
Tra gli altri, il neoplatonico Giordano Bruno (1548 – 1600) reinterpreta l'Uno ora in
senso trascendente («Mens super omnia»)[20], ora in senso immanente («Mens insita
omnibus»)[21], identificandolo con la totalità dell'universo, che risulta così tutto vivo e animato come un grande
e gigantesco Organismo, la cui complessità e molteplicità discende dall'armonico articolarsi di un princìpio
semplice e immediato.

Spinoza e Leibniz

Una visione analoga a quella bruniana sarà ripresa da Spinoza (1632 – 1677), che mirando a ricomporre il
dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa, pone un'unica sostanza a fondamento del suo sistema
filosofico: Dio che si attua come Natura (Deus sive Natura). Il pensiero e l'estensione, che sono le due
modalità con cui ci è dato percepirla, sono simili alle onde che si formano sulla superficie di uno stesso mare.
Secondo Spinoza dunque è assurdo postulare due sostanze come faceva Cartesio: tutto in natura è causato da
un principio unico e infinito, cioè Dio, che non è da intendersi come il primo anello di questa catena di cause,
ma come la sostanza unitaria di questa stessa catena.

In seguito Leibniz (1646 – 1716), pur suddividendo l'essere in un numero infinito di monadi, attribuisce loro le
caratteristiche dell'Uno come energia vitale e centro di rappresentazione, mantenendo una visione organica e
unitaria che è data da quella armonia prestabilita con cui Dio riassume in sé, nella propria appercezione, le
singole visuali di tutte le altre monadi.

Fichte e Schelling

Il tema dell'Uno, inteso come l'origine ineffabile della soggettività, viene ripreso in età romantica dagli idealisti
Fichte e Schelling, i quali, partendo dal cosiddetto io penso, introdotto da Kant (1724 – 1804) per indicare
l'unità sintetica originaria senza cui non si può avere consapevolezza del molteplice, ne fanno la condizione
non solo formale, ma anche sostanziale, della conoscenza.

Fichte (1762 – 1814) individua così nell'Io assoluto l'attività unitaria e originaria da cui tutto procede. Come in
Plotino, l'io non è concepito come un mero dato o una realtà di fatto, ma come un movimento infinito del
pensiero che pone se stesso, e così facendo pone il non-io quale risultato del suo agire. Esso è dunque
condizione del costituirsi degli oggetti e della realtà fenomenica; in quanto princìpio primo, però, non può
essere razionalizzato, ma solo intuito tramite il suo contrario, cioè riconoscendo il non-io per quello che è,
attraverso la contrapposizione dialettica tra i due princìpi opposti. All'Uno quindi non si giunge per via
teoretica, ma attraverso l'agire etico.

Anche Schelling (1775 – 1854) riprende il neoplatonismo affermando che


l'Assoluto non è raggiungibile per via oggettiva e razionale, ma solo
intuitivamente, in quanto esso è l'unione immediata di soggetto e oggetto,
finito e infinito. L'Uno esplica la sua attività in un dualismo dialettico Spirito /
Natura che permea di sé tutta la realtà, mentre Lui ne resta al di sopra.
L'esplicazione dell'assoluto nell'infinita molteplicità dell'universo è necessaria
in quanto il momento della differenza è essenziale come quello dell'identità. Si
tratta di due poli opposti ma complementari, ognuno dei quali non può
sussistere senza il secondo, e di cui l'uno è la potenza dell'altro. La peculiarità
di queste due forze antitetiche ( + / - ) consiste nel fatto che quella positiva
(attrazione) configura la realtà come Una, quella negativa (repulsione) la
configura invece come molteplice e polarizzata, tale per cui ogni polo
diventerà a sua volta l'unione di un ' + ' e un ' - ', in una scala via via Schelling
discendente. L'Uno si ritrova nei molti, e i molti sono infinite sfaccettature
dell'Uno.

Questa molteplicità latente, che nell'Uno è solo potenziale, si trasforma in una reale frantumazione a causa
della libertà umana, che sceglie volontariamente la caduta nel male e la separazione dall'unità originaria.
L'idealismo può aiutare a ricomporla, avvicinandosi indefinitamente all'Uno tramite la sua progressiva
delimitazione, ma due sono le vie che secondo Schelling consentono di coglierlo veramente in tutta la sua
pienezza: dapprima egli propone il momento estetico dell'arte, come organo principe della filosofia;[22]
nell'ultima fase del suo pensiero, infine, Schelling trova nella filosofia positiva, resa possibile dalla Rivelazione
cristiana, la dimensione più vera in cui Dio si manifesta in tutta la sua storicità, e per rapportarsi al quale la
ragione deve uscire da se stessa, in atteggiamento estatico, superando i propri limiti.[23]

Hegel e Marx

Con Hegel (1770 – 1831) avviene un capovolgimento della concezione neoplatonica dell'Uno: questo viene
concepito non come punto di origine, ma come un punto di arrivo. L'Uno infatti viene posto da Hegel al
termine del percorso dialettico della filosofia. Esso non è più l'unione immediata e originaria di essere e
pensiero, ma è un'unione mediata. Gli opposti vengono fatti coincidere a un livello immanente e razionale.

Così, mentre l'Uno di Plotino restava collocato su un piano mistico e trascendente, a partire dal quale generava
il divenire e si disperdeva nella molteplicità senza una ragione apparente, l'Assoluto hegeliano entra lui stesso
nel divenire per rendere ragione di sé. L'Uno viene identificato con la molteplicità stessa, la quale attraverso
successivi passaggi giunge alla fine a diventare consapevole di sé e a riconoscersi nell'Assoluto. Hegel infatti
riteneva irrazionale affermare l'esistenza di una realtà autonoma in sé e per sé, e che questa pertanto andava
posta in relazione col suo opposto. In tal modo Hegel sovvertì la logica di non-contraddizione, facendo
coincidere l'Uno col suo contrario, cioè con la molteplicità.[24]

Si può che dire la parabola storica dell'Uno finisce col tentativo di Hegel di oggettivarlo in maniera compiuta,
essendo il pensiero di Marx ed Engels, notoriamente allievi di Hegel, una variante di stampo materialista
riconducibile all'hegelismo stesso, anche se indubbiamente la variante marxista del pensiero di Hegel risulta
comunque la variante più rilevante per la sua portata storica e sociale.

Ai giorni nostri
Dopo il grande e complesso sistema filosofico di Hegel, definito da alcuni suoi interpreti e non a caso "l'ultimo
filosofo", la filosofia contemporanea a seguito dei tragici eventi storici rappresentati dalle dittature e dai
totalitarismi di stampo sia nazi-fascista che comunista, è divenuta alquanto allergica a questo concetto e se ne
tiene distante preferendo piuttosto definirsi come "pensiero debole" o mettendosi a rimorchio di altre discipline
in una posizione subordinata. Peraltro tuttavia questa scelta può apparire come l'abdicazione definitiva della
filosofia al suo compito storico dopo 2500 anni dalla sua nascita.

La moderna riscoperta in ambito New Age

Pur essendo stato pressoché ignorato nell'ambito della moderna filosofia accademica, il concetto dell'Uno ha
sperimentato una certa rinascita di interesse soprattutto a partire dagli anni '70, attraverso la sub-cultura New
Age. Infatti, nell'ambito del generale sincretismo che caratterizza il movimento, che include in sé la
reinterpretazione e l'integrazione delle più disparate tradizioni filosofiche e spirituali, la generica affermazione
"Tutto è Uno" è stata presa come base di un paradigma di unione fra diverse correnti di pensiero. In
particolare, il movimento ha fatto sue diverse pratiche e credenze orientali derivanti dall'Advaita Vedanta e dal
Neo-advaita. Sono inoltre stati prodotti libri canalizzati dedicati all'argomento, fra i quali vanno ricordati la
serie di libri della Legge dell'Uno[25].

Note
1. ^ Marcello Fumagalli, Dizionario di alchimia, pag. 57, Roma, Mediterranee, 2000.
2. ^ Significato del centro e del punto. (http://www.storia-dell-arte.com/significato-del-centro-e-del-
punto.html) Archiviato (https://web.archive.org/web/20160129022551/http://www.storia-dell-arte.
com/significato-del-centro-e-del-punto.html) il 29 gennaio 2016 in Internet Archive.
3. ^ L'être et l'essence, Parigi, Vrin, 1948, p. 45 della terza edizione (1972).
4. ^ Pierre Hadot, Kurt Flasch, e Erich Heintel, Eine (das), Einhei, in Historisches Wörterbuch der
Philosophie, a cura di Joachim Ritter, Basilea, Schwabe, 1972, pp. 361-384.
5. ^ Denken des Einen. Studien zur neuplatonischen Philosophie und ihrer Wirkungsgeschichte,
Francoforte 1985 (trad. it.: Pensare l'Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei
suoi influssi, Milano, Vita e Pensiero, 1992).
6. ^ Des Hégémonies brisées, Mauvezin, T.E.R., 1996 (trad. ingl. Broken Hegemonies,
Bloomington, Indiana University Press, 2003).
7. ^ Ontology and Henology in Medieval Philosophy, in Egbert P. Bos & P. A. Meijer (a cura di ),
On Proclus and His Influence in Medieval Philosophy, Leiden, Brill 1992, pp 120-140.
8. ^ «L'essere … è infatti un intero tutt'uno, immobile e senza fine. Non era mai o sarà, perché è
ora tutto insieme Uno, continuo» (Parmenide, Sulla natura, fr. 7).
9. ^ Eraclito, Sulla natura, 10.
10. ^ Ibidem, 30.
11. ^ Problema affrontato da Platone soprattutto nel dialogo Parmenide.
12. ^ Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Vita e Pensiero, Milano 2003
ISBN 88-343-1036-5
13. ^ Aristotele, Met. Λ 8, 1074a 31-38.
14. ^ Plotino, Enneadi, V, 3, 13.
15. ^ «…vogliamo dire che nell'atto di autocreazione l'Uno e il suo creare sono contemporanei,
oppure che l'Uno coincide con il suo creare e con quella che sarebbe lecito chiamare la sua
eterna generazione»; «è il Primo, e non il primo di una serie, ma nel senso della forza e della
potenza frutto di autodeterminazione e di purezza» (Enneadi, VI, 8, 20).
16. Andrea Fiamma, Fiat Lux. Anima del mondo, natura e creazione nell'opera di Nicola Cusano,
in Trilhas Filosóficas, anno 13, n. 1, pp. 135,138, DOI:10.25244/tf.v13i1.2401, ISSN 1984 –
5561. URL consultato il 5 dicembre 2020. Ospitato su archive.is.
17. ^ «In realtà, noi possediamo l'Uno in modo tale che possiamo parlare di Lui, pur senza poterlo
definire: e infatti diciamo quello che non è, e non quello che è; così parliamo di Lui a partire da
quello che viene dopo di Lui. Nulla vieta però di possederlo, anche senza parlarne» (Enneadi,
V, 3, 14).
18. ^ In tal senso era interpretato il tetragramma biblico YHWH, che significa semplicemente
«Colui che è», a indicare l'ineffabilità del Suo nome.
19. ^ A. M. Partini, Introduzione all'alchimia, sulla Rivista «Simmetria» n. 3, 2000/2001.
20. ^ «Mente al di sopra di tutto».
21. ^ «Mente presente all'interno di tutto».
22. ^ Friedrich Schelling, L'idealismo trascendentale (1800).
23. ^ Friedrich Schelling, La filosofia della Rivelazione (1854).
24. ^ Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Introduzione alla storia della filosofia (1818).
25. ^ Che cos'è la Legge dell'Uno?, su www.leggedelluno.it. URL consultato il 22 gennaio 2017.

Bibliografia
AA.VV., L'Uno e i molti (http://books.google.it/books?id=PBpni3vQ12EC&printsec=frontcover#v
=onepage&q&f=false), a cura di V. Melchiorre, Vita e Pensiero, Milano 1990
Michele Abbate, Parmenide e i neoplatonici. Dall'Essere all'Uno e al di là dell'Uno, Edizioni
dell'Orso, Alessandria 2010
W. Beierwaltes, Pensare l'Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei suoi influssi,
introduzione di G. Reale, traduzione di M. L. Gatti, ed. Vita e Pensiero, Milano 1992
W. Beierwaltes, Plotino: Un cammino di liberazione verso l'interiorità, lo Spirito e l'Uno,
introduzione di G. Reale, traduzione di E. Peroli, ed. Vita e Pensiero, Milano 1993
Alain de Libera, Introduzione alla mistica renana. Da Alberto Magno a Meister Eckhart, Di
fronte e attraverso (n. 496); Biblioteca di cultura medievale, Jaca Book, 1999, p. 301,
ISBN 9788816404960, OCLC 636196163 (archiviato il 18 maggio 2020).
G. Reale, Il concetto di "filosofia prima" e l'unità della Metafisica di Aristotele, Vita e Pensiero,
Milano 1993
G. Reale, "Henologia" e "Ontologia": i due paradigmi metafisici creati dai greci, in Storia della
filosofia greca e romana, Milano, Bompiani 2004, IX volume, capitolo VI, pp. 47-69.
E. Vignali, Il dono supremo. La visione di unità del tutto di Nicolò Cusano (https://books.google.
com/books?id=ZOuvAwAAQBAJ), Ed. Il Mio Libro, 2014.

Voci correlate
Assoluto
Idealismo
Monade
Monismo
Teoria del tutto

Altri progetti
Wikiquote contiene citazioni sull'Uno
Collegamenti esterni
L'Uno e le sue proprietà, su swif.uniba.it. URL consultato il 28 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il
18 maggio 2015).

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