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La Facoltà di Linguaggio (Ferretti)

Il dispositivo innato del linguaggio

L’ipotesi prevalente nella scienza cognitiva contemporanea è che il linguaggio faccia


parte del corredo biologico (biocognitivo), questo a seguito della svolta cognitiva
impressa da Chomsky alla riflessione sul linguaggio nella seconda metà del Novecento.
Analisi della Grammatica Universale: dispositivo della mente-cervello adibito
all’elaborazione dell’informazione linguistica.

1.1 Il caso della percezione visiva: realismo ingenuo vs costruttivismo

L’immagine del mondo, della sua staticità e permanenza è un processo di “costruzione


attiva” del sistema percettivo: un processo in larga parte governato dai sistemi di
elaborazione interni all’individuo. Sruttando l’analogia con il caso della percezione
visiva guidata dagli oggetti, l’ipotesi concettuale alla base di questo libro è che la
riflessione sulla facoltà di linguaggio sia strettamente connessa alla questione dei sistemi
di elaborazione che governano il radicamento delle espressioni linguistiche alla
situazione contestuale.

1.2. Il modello standard della scienza cognitiva del linguaggio

In contrasto con lo strutturalismo e il comportamentismo, la biolinguistica di Chomsky


nasce attorno all’idea che il linguaggio sia una proprietà della mente-cervello. A favore
dlell’innatismo, Chomsky chiama in causa “il problema di Platone”: come è possibile
che gli umani sappiano tutto ciò che sanno visto il carattere frammentario e accidentale
dell’esperienza che hanno? Alcune abilità si spiegano solo ammettendo che l’individuo
ne disponga dalla nascita. Argomento della povertà dello stimolo. La Gu è innata perché
la struttura in costituenti dellla frase non è spiegabile facendo appello all’esperienza. In
perfetta armonia con le considerazioni di Lashley e Lenneberg, Chomsky (1959) attacca
l’associazionismo linguistico chiamando in causa il “principio di dipendenza dalla
struttura”. Recensione a Verbal Behavior di Skinner (1957) da parte di Chomsky.
Secondo il principio di dipendenza dalla struttura, la conoscenza del linguaggio si basa
sulle relazioni strutturali che sussistono all’interno della frase e non sulla sequenza degli
elementi che la costituiscono. L’ipotesi di Chomsky è che la facoltà del linguaggio, oltre
a essere un dispositivo innato della mente umana, sia anche un componente specializzato
all’elaborazione dell’informazione linguistica.

1.2.2 Innato e specializzato

Ha senso parlare di facoltà di linguaggio solo se il linguaggio è un dispositivo specifico


di elaborazione. Uno dei modelli concettuali che continua a caratterizzare con forza la
scienza cognitiva è la teoria modulare della mente di Fodor (1983). Secondo tale teoria
la mente è costituita da un insieme di sottosistemi congitivi (in larga parte innati),
ognuno specializzato all’elaborazione di un tipo specifico di informazione (ogni modulo
è sensibile soltanto a un particolare dominio cognitivo) e impermeabile all’informazione
tipica di altri domini di conoscenze. La tesi di C. è che il linguaggio umano sia un
modulo della mente-cervello. Numerosi studi testimoniano l’esistenza di strutture innate
nel nostro cervello adibite a questi specifici ruoli funzionali. Gli esperimenti di Moro e
colleghi con fMRI (functional Magnetic Resonance Imaging) in soggetti alle prese con
l’acquisizione di espressioni verbali hanno mostrato che l’area di Broca è fortemente
implicata nell’analisi formale della frase. Questi risultati sperimentali sono importanti
per garantire al linguaggio il superamento del test della plausibilità cognitiva. Ma il
rapporto tra linguaggio e teoria dell’evoluzione?

La mente modulare si sposa alla perfezione con la metafora del coltellino svizzero
(Tooby, Cosmides, 1992): non esiste un risolutore generale di problemi perché non
esistono problemi generali da risolvere. Reticenza nei confronti del darwinismo risiede
nel fondamento cartesiano di C e F, ossia l’idea che il linguaggio rsppesenti una capacità
in grado di distinguere qualitativamente gli umani da altri animali. Oltre a questo c’è
l’idea che il linguaggio sia un’entità straordinariamente complessa. Il tema della
complessità ha sempre creato preblemi alla teoria dell’evoluzione. Argomenti degli
organi incipienti usato da MIvart (1871) ai tempi di Darwin: se un’ala allo stato iniziale
non permette di volare, che tipo di vantaggio può assicurare a un organismo? Il discorso
vale per il linguaggio: quale vantaggio comunicativo può rappresentare possedere uno
spezzone iniziale di GU? La conclusione di C. è che la GU è un dispositivo tutto-o- nulla
difficilmente conciliabile con la selezione naturale. Ma non tutti i fautori della GU sono
d’accordo. Pinker e Bloom (1990) aderiscono a una prospettiva compatibilista. I due
autori utilizzano l’argomento della complessità adattativa: poiché il linguaggio è un
sistema complesso e visto che l’unico modo di spiegare la complessità in natura (che non
sia il creazionismo) è il riferimento alla selezione naturale.

la selezione naturale è la sola spiegazione all’origine della complessità adattativa; il


linguaggio mostra un progetto complesso per il fine adattativo della comunicazione; il
linguaggio, dunque, si è evoluto per la selezione naturale.

Dire che un sistema è innato e specializzato significa dire che è un adattamento dovuto
alla selezione naturale. Allora avviene una revisione di alcuni assunti di fondo della GU.
Nell’ultima fase del suo pensiero (minimlismo) C. sostiene la necessità di distinguere tra
una facoltà in senso ampio (FLB) e facoltà in senso stretto (FLN). Mentre la FLN
include soltanto il sistema astratto di computazione (governato dalla ricorsività
sintattica) che opera in modo autonomo rispetto agli altri sistemi cognitivi, la FLB è un
sistema più ampio che include il sistema senso-motorio e quello concettuale-
intenzionale. L’idea di fondo del programma minimalista è che il nucleo essenziale del
linguaggio si riferisce alla FLN. La recursion-only hypotesis ha l’effetto di disinnescare
l’argomento della complessità adattativa aprendo la strada all’idea che il linguaggio
possa essere spiegato senza fare appello al gradualismo: se il linguaggio è un dispositivo
semplice allora non è necessario chiamare in causa la selezione naturale per spiegarne
l’origine. Pinker e Jackendoff (2005) però sostengono ce le caratteristiche che rendono
unico il linguaggio coinvolgono anche il piano della FLB riportando alla ribalta il tema
della complessità.
1.3 Unicità

In piena conformità al pensiero cartesiano, i fautori della GU sono dell’idea che il


linguaggio rappresenti una capacità unica della mente umana in grado di generare una
«differenza qualitativa» tra noi e gli altri animali. Siccome la comunicazione umana per
Chomsky rappresenta un fatto unico e irripetibile egli spiega l’origine del linguaggio
facendo riferimento a un salto qualitativo. Oltre all’idea della differenza qualitativa, la
critica dei neocartesiani al fondamento adattativo del linguaggio fa perno su un duplice
ordine di argomenti: a) l’idea che il linguaggio non sia un sistema finalizzato alla
comunicazione b) l’idea che il linguaggio sia una forma di exaptation. Attraverso questi
argomenti C. cerca di scardinare il legame tra linguaggio e selezione naturale.

1.3.1 Comunicazione e Linguaggio

Alla base dell’argomento di Chomsky è la credenza che il linguaggio sia uno strumento
del pensiero prima che della comunicazione. Sostenendo una tesi di questo tipo C.
accorda alla “funzione cognitiva” (l’idea che il linguggio abbia un ruolo costitutivo nei
pensieri) un netto primato rispetto alla “funzione comunicativa” (l’idea che il linguaggio
sia uno strumento di espressione dei pensieri). Tuttavia, Pinker e Jackendoff (2005)
sostengono che la mossa di

escludere la funzione comunicativa del linguaggio dal nucleo dei suoi tratti caratteristici
mette in serio pericolo l’intero impianto del minimlismo (vedi cit. pag 35). Inoltre, a
conferma della tesi che la GU sia intrinsecamente legata alla funzione espressiva del
linguaggio è il fatto che essa incarna il modello classico della comunicazione: il
“modello del codice”. Secondo tale modello il pensiero (messaggio) viene codificato dal
parlante in una successione di suoni che l’ascoltatore decodifica al fine di poter
condividere il pensiero (messaggio) che il parlante ha inteso comunicargli.

1.3.2 Linguaggio Cooptato

Considerare il linguaggio una forma di exaptation ha per C. il vantaggio di spiegare


l’origine della verbalizzazione umana in modo coerente con la teoria dell’evoluzione ma
senza fare appello al concetto di adattamento. Riconoscere che il linguaggio possa essere
considerato una forma di exaptation non dice nulla sulla natura adattativa o meno del
linguaggio perché il riconoscimento di funzioni cooptate da strutture originariamente
adattate per altri scopi non esclude, di per sé, che queste strutture possano essere
riadattate alle nuove funzioni (il caso delle variazioni della bocca e della laringe
governate dall’esigenza di una migliore produzione di suoni mostra che adattamento
e exaptation non sono concetti che si escludono).

1.4 Conclusioni

In questo capitolo abbiamo esaminato le ragioni che spingono i neocartesiani a sostenere


che le capacità verbali umane chiamano in causa un dispositivo di elaborazione
universale, innato e specializzato.
2. Linguaggio senza facoltà

Secondo Clark (1997) l’impalcatura esterna per eccellenza di cui si servono gli umani è
il linguaggio. Considerare le capacità verbali umane un artefatto culturale prodotto dalle
pratiche comunicative dei gruppi sociali è un modo per mettere in discussione l’idea del
linguaggio come un componente innato e specializzato della mente umana. Esaltare
l’idea del linguaggio come costituente esterno significa considerare il codice espressivo
(le lingue storico-naturali) la struttura essenziale del linguaggio. Se la capacità
comunicativa umana è possibile senza chiamare in causa dispositivi interni (innati e
specializzati) di elaborazione, allora il linguaggio è possibile senza una facoltà di
linguaggio (sotto la superficie non c’è alcuna struttura profonda da indagare).

2.1 Pensiero e Linguaggio

Piuttosto che la funzione espressiva (o comunicativa) del linguaggio, i culturalisti


chiamano in causa la funzione “cognitiva” del linguaggio: l’idea secondo la quale,
avendo un ruolo costitutivo nei pensieri, il linguaggio è primariamente uno strumento
della conoscenza, più che della comunicazione. L’esito della tesi del linguaggio come
artefatto culturale sul piano del pensiero è l’idea che gli stati mentali siano il risultato di
un processo di interiorizzazione delle pratiche linguistiche comunitarie.

2.2 Determinismo linguistico

La rivendicazione del ruolo costitutivo del linguaggio sul pensiero messa in atto dai
fautori della mente estesa ha alle proprie spalle una lunga tradizione di pensiero: il
determinismo linguistico.

2.2.1. Un’ipotesi (troppo) radicale

Il punto di vista più radicale del relativismo linguistico è quello sostenuto da Whorf
(1956) attorno alla metà del Novecento. La cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf trova
fondamento nello stretto legame e nella profonda interdipendenza tra due assunti teorici:
il “determinismo linguistico” (secondo cui i pensieri degli individui sono determinati
dalle categorie della propria lingua) e il “relativismo linguistico” (per il quale diverse
lingue determinano pensieri diversi). Deteminismo e relativismo linguistici radicalizzano
l’idea che il linguaggio abbia un ruolo nella costituzione del pensiero. Le difficoltà
maggiori dell’ipotesi di Sapir-Whorf riguardano una concezione della mente (simile alla
tabula rasa) che è del tutto inconsistente sul piano empirico e che è incapace di dare
conto di ciò che per i neoculturalisti rappresenta il nodo essenziale della natura della
comunicazione umana: la variabilità linguistica in una prospettiva sintetica del
linguaggio.

2.2.2. Una tesi meno radicale

Abbandonata l’ipotesi del ruolo costitutivo del linguaggio nel pensiero, la tesi oggi
prevalente è che il linguaggio abbia un ruolo nella formazione del pensiero. (Levinson lo
chiama «effetto Whorf»). Anche Everett prende parte alla revisione del whorfismo
sostenendo che «le lingue possono influenzare (non determinare) il modo in cui
pensiamo». L’idea che il linguaggio abbia un ruolo nella costituzione del pensiero
dev’essere di nuovo posta al centro del dibattito sulla comunicazione umana: la
questione da risolvere ai fini dell’analisi della facoltà di linguaggio è il problema di
come il relativismo e la diversità dei codici espressivi incidano sulla questione
dell’innatismo e degli universali. Per quanto riguarda gli argomenti più specifici, la tesi
dei neoculturalisti è che la variabilità che caratterizza i codici espressivi chiami in causa
sistemi cognitivi estremamente flessibili. Ora poiché i sistemi modulari hanno un
carattere di forte rigidità (rispondono allo stimolo in modo obbligato e determinato), la
conclusione dei neoculturalisti è che la variabilità linguistica debba essere pensata in
riferimento ad architetture cognitive povere di determinazioni interne (sistemi di
elaborazione non modulari). Ma allo stato attuale della ricerca non è più possibile
formulare ipotesi sulla natura umana senza tenere conto dei risultati teorici e
sperimentali della scienza cognitiva applicata allo studio della mente. Il punto che ci
preme sottolineare, indipendentemente dalla prospettiva adottata, è che la variabilità
delle lingue rappresenta un problema in più da risolvere e non la soluzione.

2.3 Elogio della diversità

Sostenere che i tratti essenziali del linguaggio sono incarnati nei codici espressivi
significa considerare la verbalizzazione umana un artefatto culturale più che il prodotto
dell’evoluzione biologica. Evans e Levinson sostengono che nessuna proprietà del
linguaggio può essere interpretata in termini di universali. Secondo i due autori persino
la ricorsività sintattica è un fatto culturale che varia da lingua a lingua. Secondo queste
considerazioni la struttura profonda non rappresenta il costituente essenziale del
linguaggio umano. Ai fini del nostro discorso è importante capire se le critiche dei
neoculturalisti comportino la rinuncia all’idea della facoltà di linguaggio intesa come un
sistema innato e specifico di elaborazione o se le critiche dei neoculturalisti comportino
l’esclusione dal linguaggio di qualsiasi riferimento a dispositivi innati e specifici di
elaborazione.

2.4 Lo spazio del linguaggio

L’opinione prevalente in scienza cognitiva è che la rappresentazione dello spazio sia


affidata a specifici sistemi di elaborazione caratterizzati in modo innato e specializzato.
Uno degli argomenti più utilizzti a favore della tesi degli universali spaziali è l’idea che
la rappresentazione dello spazio sia dipendente dal sistema di riferimento costituito
dall’osservatore. Prova ulteriore è data dal modo in cui le lingue storico-naturali
descrivono lo spazio: Landau e Jackendoff (1993) e Li e Gleitman (2002) sostengono
che tutte le lingue concettualizzano e codificano lo spazio sostanzialmente allo stesso
modo.

2.4.1. La critica agli universali spaziali


Secondo Levinson, quando si analizza il caso degli umani insieme alla rappresentazione
egocentrica è necessario chiamare in causa anche forme allocentriche di
rappesentazione. Studi empirici sulla lingua Tzeltal testimoniano che gli individui di
questa comunità Maya non usano termini egocentrici come “destra” e “sinistra”. I Guugu
Yimithirr, (componenti di una comunità aborigena australiana), usano un sistema di
riferimento di tipo assoluto, per indicare il posto dove cercare qualcosa dicono: «l’ho
lasciato sul bordo meridionale del tavolo a occidente della vostra casa» (Levinson,
2003). Questi esempi mettono in discussione la tesi del carattere universale della
rappresentazione dello spazio e servono a Levinson per criticare la tesi della priorità del
pensiero sul linguaggio. Secondo L. al variare delle lingue varia il modo di rappresentare
la realtà. A sostegno della propria ipotesi porta i risultati relativi agli esperimenti sulla
rotazione spaziale fatti con soggetti indigeni e europei (Olandesi) (vedi pag. 62-63).
Secondo L. è possibile osservare una forma di “whorfismo” nella relazione tra
linguaggio e pensiero.

2.5 Il tempo del linguaggio

Dal punto di vista dello sviluppo cognitivo, l’evoluzione della mente umana può essere
interpretata nei termini di un graduale incremento delle possibilità di “sganciamento” dal
qui e ora guadagnato attraverso proiezioni in spazi e tempi diversi da quello attuale. Con
il pensiero simbolico (condizione alla base della capacità ipotetico-deduttiva umana) la
nostra specie raggiunge il grado più elevato di distacco dalla situazione stimolo
ambientale. La capacità di sganciamento dal qui e ora non è una capacità che si
guadagna in un colpo solo: in uno dei libri più rappresentativi degli approcci
evoluzionistici allo studio della mente, Donald (1991) sostiene due cose importanti: 1) la
cultura è l’espressione diretta dei sistemi di rappresentazione mentale; 2) l’evoluzione
dei sistemi di rappresentazione nel processo di ominazione è caratterizzata da un
incremento progressivo delle capacità di proiezione. Le considerazioni fatte nel
paragrafo precedente in riferimento alla rappresentazione spaziale presentano profonde
affinità con il caso del tempo. L’idea che la rappresentzione del tempo debba essere
interpretata come un fatto eminentemente culturale è fortememte sostenuta nel dibattito
contemporaneo. Il caso più noto è quello dei Pirahã, la popolazione indigena studiata da
Everett (2005 e 2012). Essa è l’unica lingua senza numeri, numerali o concetti relativi al
contare. Manca di termini relativi alla quantificazione come “tutto” o “ciascuno”. È
l’unica lingua senza termini di colore…(vedi cit. pag 65). La spiegazione proposta da
Everett è che tutte le specificità riscontrate nella lingua pirahã dipendano dal fatto che la
cultura pirahã evita di racccontare ciò che non è riferibile all’esperienza personale
immediata. Secondo Everett i Pirahã sono individui legati al qui e ora della situazione
contestuale. Per Everett è la cultura e non la lingua a costituire le menti degli individui.

2.6 Prove tecniche di unificazione

La maggior parte della ricerca è oggi impegnata nel progetto di una visione sintetica e
integrata della natura umana. Un errore speculare rispetto a quello culturalista è quello
messo in atto dai fautori della sociobiologia a partire dagli anni settanta del Novecento:
un modello interpretativo fondato sulla riduzione del comportamento alla genetica degli
individui (Wilson, 1975). Secondo la teoria del «gene egoista» (Dawkins, 1976) il
comportamento individuale è il prodotto diretto delle attività dei geni e le condotte
sociali sono il prodotto diretto delle attività individuali. Per il suo carattere
unidirezionale la sociobiologia sembra inadatta a garantire una prospettiva sintetica della
natura umana. In effetti, la sociobiologia incorre in una forma di dualismo: nel libro sul
gene egoista Dawkins sostiene che, poiché la trasmissione culturale deve fare
riferimento ai «memi», un tipo di replicatore completamente diverso dai geni,
l’evoluzione culturale non ha nulla a che fare

con quella biologica. Per Dawkins la cultura segna quindi una cesura netta tra gli umani
e gli altri animali. Un’altra considerazione da fare è che la sociobiologia ha una
concezione completamente inadeguata del mentale: la cognizione, infatti, sembra essere
ridotta la funzionamento dei circuiti cerebrali. La nostra idea è che per dar corpo a una
prospettiva non dualistica dei rapporti tra biologia e cultura sia necessario riflettere sul
ruolo giocato dai sistemi e dai processi cognitivi coinvolti nei rapporti tra pensiero e
linguaggio. La difficoltà dei neoculturalisti a realizzare un reale progetto di unificazione
tra biologia e cultura sono legate alla questione della plausibilità cognitiva dei loro
modelli concettuali. Per superare queste difficoltà sono necessarie due mosse 1) le
critiche alla GU non bastano a garantire una prospettiva sintetica del linguaggio umano:
assumere la diversità delle lingue come un fattore fondamentale significa impegnarsi
anche sul tipo di architettura cognitiva in grado di gestire sistemi espressivi, come le
lingue storico-naturali; 2) chiamare in causa la tesi della coevoluzione tra linguaggio e
cervello (plausibilità evouzionistica)

2.6.1. Neoculturalismo cognitivo

Evans e Levinson (2009) sostengono che il linguaggio sia un ibrido bio-culturale


prodotto dalla coevoluzione tra geni e linguaggio tra i 200.000 e i 40.000 anni fa. La
natura ibrida degli esseri umani e il carattere interstiziale del linguaggio rappresentano
un aspetto chiave della riflessione contemporanea. Il punto da chiarire è a quali
condizioni il linguaggio possa avere una natura di questo tipo. Quanto è possibile una
conciliazione tra universali biologici e varianti culturali? Sicuramente l’individuazione
dell’architettura cognitiva in grado di gestire l’enorme e variegata diversità dei codici
espressivi deve guadagnare un ruolo di primo piano nella ricerca. Quali caratteristiche
deve avere un sistema cognitivo in grado di far fronte alla variabilità culturale dei
sistemi di comunicazione umana? La diversità delle lingue implica sistemi plastici e
flessibili, e l’idea del linguaggio come riflesso (GU) sembra essere inappropriata per
assolvere il compito richiesto. La nostra ipotesi in questo libro è che il linguaggio non
sia un modulo perché esso non è identificabile con la GU, tuttavia, il linguaggio può
essere considerato come il prodotto del funzionamento congiunto di sistemi di
elaborazione innati e specializzati. Infatti la flessibilità della mente richiesta dai
neoculturalisti per giustificare la pluralità dei codici espressivi richiede sistemi di
elaborazione specializzati.

2.6.2. Contro la specificità di dominio


Secondo Everett, il linguaggio poggia su una forma generale d’intelligenza e non su un
sistema di elaborazione specifico. Questa ipotesi però non regge né sul piano
argomentativo né su quello empirico: 1) il cervello come risolutore generale di problemi
può valere per qualsiasi capacità cognitiva, non solo per il linguaggio; 2) non è in grado
di giustificare la tesi del linguaggo come entità ibrida prodotto della coevoluzione tra
biologia e cultura (tesi neoculturalista)

2.7 Conclusioni

L’argomento della diversità delle lingue non consente di escludere la possibilità che il
linguaggio pur non essendo un modulo specifico, abbia bisogno di sistemi modulari per
funzionare. La generalizzazione indebita fatta dai neoculturalisti trova alimento nell’idea
del linguaggio come artefatto culturale: la critica agli universali linguistici non serve
solo per mettere in discussione l’ipotesi del linguaggio come un modulo, ma anche per
criticare l’idea che il linguaggio possa essere considerato un adattamento biologico
dovuto alla selezione naturale.

CAPITOLO 3 I neoculturalisti intendono la flessibilità come assenza di vincoli nelle


risposte, ma questa sarebbe una strategia fallimentare da un punto di vista evolutivo. La
flessibilità va invece intesa come

capacità di produrre risposte appropriate ai contesti. E’ il problema di Cartesio.


Chomsky considera insolubile in via di principio (perché non ha gli strumenti concettuali
per farvi fronte). Spostandosi sul fonte della pragmatica la Relevance Theory di Sperber
e Wilson mira a rivalutare l’intenzione comunicativa (inoltre, per Sperber la flessibilità
riguarda la relazione tra moduli). Seguendo Grice viene attaccato il modello del codice
affermando che le espressioni comunicative verbali hanno un carattere indiziario.
Emerge l’importanza del mindreading, il dispositivo che consente di proiettarsi nella
mente dell’altro (ed è uno dei sistemi deficitari dell’autismo) e Sperber ritiene una
precondizione per l’emergenza del linguaggio. Anche Tomasello ritiene fondamentale il
lettore della mente, in un’ottica cooperativa: ma Gardenfors integra la prospettiva
parlando di cooperazione per un fine comune futuro: emerge il ruolo fondamentale del
dispositivo per la proiezione nel tempo, il Mental Time Travel. Allo stesso tempo c’è un
sistema alla base del radicamento al contesto ecologico, il Mental Space Travel. Questi
tre sistemi si uniscono nel sistema triadico di radicamento e proiezione che è alla base
della flessibilità richiesta per l’agire appropriato. Questo permette di sostenere che il
linguaggio non è un modulo, ma per funzionare sfrutta sistemi modulari. Ora i
neoculturalisti sfruttano il concetto di exaptation (contrapposto all’adattamento) per
asserire, che se non è necessario chiamare in causa dispositivi specializzati per il
linguaggio allora il linguaggio non è un adattamento biologico dovuto alla selezione
naturale (infatti Tattersal sostiene sia esploso). Levinson ritiene che la variabilità
linguistica vada analizzata in termini di coevoluzione (ci deve essere un effetto sul
genoma), ma poi nessun culturalista è disposto ad accettare che il linguaggio sia un
dispositivo innato prodotto dalla selezione naturale (anche se l’adattamento può spiegare
l’innatismo nei termini dei rapporti tra organismo e ambiente). Per i neoculturalisti la
coevoluzione tra linguaggio e cervello implica che il linguaggio è il prodotto del
funzionamento del cervello, ma poi è attraverso i processi di apprendimento che il
cervello è soggetto a continue trasformazioni (così però l’ibridazione tra culturale e
biologico resterebbe al livello della variazione fenotipica, cioè dello sviluppo
individuale. Gould e Vrba sottolineano che un’exaptation (che coopta strutture formatesi
per selezione naturale) può a sua volta essere soggetta al processo di selezione naturale,
diventando un adattamento secondario. Si può allora considerare il linguaggio come una
nicchia ecologica in ambiente la cui costruzione è sia un prodotto dell’evoluzione che
una causa del cambiamento evolutivo. Il caso dei Kwa mostra che le pratiche culturali
possono guidare l’evoluzione alterando le frequenze dei genotipi in alcune popolazioni.
Tornando al Strp, Sperber ritiene un generico dispositivo di mentalizzazione inadeguato
all’elaborazione dell’intenzione comunicativa, che ha caratteristiche di forte specificit:
Sperber conclude che all’interno del modulo generale di Teoria della Mente possa
essersi evoluto un sottomodulo specifico, un sistema metacomunicativo che è un
adattamento che è un adattamento specifico del linguaggio, ovvero un effetto di ritorno
del linguaggio sul cervello governato dalla selezione naturale (un adattamento
secondario basta a invalidare la tesi del linguaggio come adattamento esclusivamente
culturale). La prospettiva realmente sintetica considera il linguaggio come un ibrido bio-
culturale.