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Breve introduzione al Cognitivismo

e ad alcuni modelli cognitivi


Marco Vicentini
psicologo

Sommario
1. INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA COGNITIVA .................................................................... 2

2. IL COMPORTAMENTISMO ................................................................................................................. 2

3. VERSO LA NASCITA DELL’IMPOSTAZIONE COGNITIVA ..................................................... 3


 Tolman e il comportamento finalizzato 3
 Bandura e l’apprendimento sociale 3

4. IL COGNITIVISMO ................................................................................................................................. 4
 Nascita e sviluppo del cognitivismo 4
 L’uomo come servo-meccanismo 4
 La capacità limitata del sistema 5
 Il modello TOTE 5
 La psicolinguistica 5
 Neisser e il paradigma HIP 6
 Il modularismo 6
 Il connessionismo e le reti neurali 7
 La critica fenomenologica al cognitivismo 7

5. RECENTI SVILUPPI DELL’IMPOSTAZIONE COGNITIVA ...................................................... 7


 La scienza cognitiva 8
 Lo studio della memoria 9
 Schemi cognitivi e Mappe mentali 10
 Risoluzione dei problemi 11

6. L’INFLUENZA CULTURALISTA E LA PSICOLOGIA POST-MODERNA .......................... 12


 La psicologia culturale 12
 Il modello narrativo 13
 La metafora come forma di conoscenza 13

Testi di approfondimento:

Galimberti, U., Enciclopedia di Psicologia, Garzanti Libri, 1999


Marhaba, A., Fondamenti della psicologia. Padova, Logos Edizioni, 2006.

M. Vicentini, Centro Camilliano di Formazione, Verona, 10 marzo 2008 1


1. Introduzione alla psicologia cognitiva

Attorno agli anni „50 cominciarono a nascere alcuni dubbi sul possibile riduzionismo che il
comportamentismo apportava nelle scienze psicologiche. Le critiche nacquero all‟interno del
movimento da studiosi comportamentisti quali Miller e Broadbent e si estesero a vari campi anche
non strettamente psicologici.

Questo avvenne anche perché le spiegazioni fornite dal comportamentismo rispetto ad alcuni
problemi centrali della psicologia (in primis: lo sviluppo linguistico) non trovavano adeguata
collocazione in questa impostazione teorica.

Fu così che differenti autori (Bandura, Chomsky, Miller, Craig, solo per citarne alcuni) proposero
un modello conoscitivo imperniato sullo studio dei processi del funzionamento della mente.

Oggi, la psicologia cognitiva è una branca della psicologia che ha come obiettivo lo studio dei
processi mediante i quali le informazioni vengono acquisite dal sistema cognitivo, trasformate,
elaborate, archiviate e recuperate. La percezione, l‟apprendimento, la risoluzione dei problemi, la
memoria, l‟attenzione, il linguaggio e le emozioni sono processi mentali studiati dalla psicologia
cognitiva.

Essa studia il funzionamento della mente come elemento intermedio tra il comportamento e
l‟attività cerebrale prettamente neurofisiologica. Il funzionamento della mente è assimilato
(metaforicamente) a quello di un computer che elabora informazioni (input) provenienti
dall‟esterno, restituendo a sua volta informazioni (output) sotto forma di rappresentazione della
conoscenza, organizzata in reti semantiche e cognitive.

2. Il comportamentismo

Gli studi di Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936) come applicazione dei principi dell‟associazionismo
ai comportamenti manifesti anziché ai contenuti mentali, avevano determinato le definizione delle
leggi di associazione stimolo risposta (condizionamento classico).

Tali concetti rimasero però legati all‟ambito della fisiologia (animale) fino al 1913, quando John
Watson pubblica per l‟università di Chicago La psicologia da un punto di vista
comportamentistico, operando una vera e propria rivoluzione di paradigma, in cui vuole eliminare
dalla scienza psicologica i concetti vaghi e filosofici di “mente” “coscienza” e “istinto”, in quanto
riferentesi a processi non osservabili né misurabili.

Watson si propone di studiare con un metodo oggettivo, un contenuto oggettivo, il comportamento,


inteso come l‟insieme degli atti con cui l‟organismo risponde agli stimoli ambientali, scomponendo
questi nelle componenti più elementari (contrazioni muscolari, secrezioni ghiandolari). Il metodo
critica l‟innatismo e il mentalismo, e privilegia lo studio ambientalista, come studio delle esperienza
dell‟individuo nel suo ambiente, luogo in cui si possono scomporre i comportamenti adulti più
complessi.

Burrhus F. Skinner (1904-1990) si interessa del comportamento e alla sua relazione con le
contingenze di rinforzo (Condizionamento operante), cercando di spiegare ogni forma di
apprendimento, incluso quello linguistico.

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Egli ha esaminato come si modificano i comportamenti che un organismo effettua spontaneamente,
anziché in risposta ad uno stimolo, studiando la frequenza di un comportamento in dipendenza dalle
conseguenze che esso provoca. Gli eventi che provocano un aumento nella frequenza del
comportamento sono chiamati rinforzi. Attraverso il sistema del rinforzo è possibile aumentare,
diminuire o far cessare la frequenza di un comportamento. Tali studi aprirono anche la verificabilità
dell‟uso di farmaci nel variare un comportamento. Tale metodo fu necessario nello studio del
comportamento in ambito sociale, in quanto il modello comportamentale classico era
strutturalmente non sociale.

Skinner mette in luce la manipolabilità del comportamento umano, denunciando il ruolo giocato
dalle grandi agenzie di controllo (famiglia, stato, Chiesa), proponendo in un romanzo utopistico di
utilizzare a fin di bene le regole di manipolazione per realizzare una repubblica platonica retta da
sapienti.

3. Verso la nascita dell’impostazione cognitiva

 Tolman e il comportamento finalizzato


Edward Chance Tolman (1886-1959) partendo da premesse comportamentiste si differenzia dopo
la scoperta del comportamentismo finalizzato o direzionale nell‟uomo. Fu il più noto
neocomportamentista nonché precursore del cognitivismo, noto per i suoi studi sull‟apprendimento
nei topi in scatole sperimentali apposite (le così dette labirinti di apprendimento). La matrice
culturale di Tolman è di stampo comportamentista: rifiutava l‟introspezione, considerazione del
comportamento manifesto come oggetto di studio. Tolman si autodefinisce studioso del
comportamento molare (definendo lo studio watsoniano comportamento molecolare) e del
comportamento finalizzato (definendo quello di Watson comportamento meccanico).

Mentre Watson quasi identifica il comportamento con le contrazioni muscolari, Tolman ritiene che
esiste uno specifico psicologico caratterizzato per la molarità (non scomponibilità senza
snaturazione). Lo specifico non è di natura psichica, ma comportamentale. La differenza tra
fisiologia e psicologia è nell‟emergenza di una intenzionalità, di uno scopo, di processi mentali
appresi anche senza un comportamento.

Tolman si discosta dai comportamentisti introducendo il concetto di scopo, ma la metodologia e il


punto di partenza rimangono. Lo scopo è descrittivamente presente quando vi è almeno una delle
condizioni in rapporto alla meta, o scopo dell‟azione: 1. vi è costanza dell‟oggetto-meta al variare
dell‟adattamento agli ostacoli che compaiono 2. la variazione della direzione finale corrisponde alle
posizioni differenti dell‟oggetto-meta 3. l‟attività cessa alla scomparsa dell‟oggetto-meta.

 Bandura e l’apprendimento sociale


Con i lavori di Albert Bandura (1925-), il processo di imitazione, dapprima visto come il
consolidamento di un comportamento infantile rinforzato dai genitori. fu visto come un
meccanismo autonomo di apprendimento, come osservazione di un modello, senza il bisogno
dell‟attualità del comportamento osservato, anche senza ricevere un rinforzo.

Con la teoria dell‟apprendimento sociale, Bandura evidenziò come l‟apprendimento non implicasse
esclusivamente il contatto diretto con gli oggetti, ma che avvenisse anche attraverso esperienze
indirette, sviluppate attraverso l‟osservazione di altre persone. Bandura ha adoperato il termine

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modellamento (modeling) per identificare un processo di apprendimento che si attiva quando il
comportamento di un individuo che osserva si modifica in funzione del comportamento di un altro
individuo che ha la funzione di modello.

Esemplificativi risultano in questo senso gli studi condotti sull‟imitazione di condotte aggressive da
parte di bambini che osservavano un modello. L‟esperimento della bambola Bobo è una famosa
ricerca sperimentale sull‟aggressività condotta nel 1961, con la quale fu dimostrato che il
comportamento aggressivo dei bambini può essere modellato, cioè appreso per imitazione. Le
ricerche di Bandura sono state più volte utilizzate anche a sostegno della tesi, ancora attuale,
secondo la quale le scene di violenza mostrate in Tv possono produrre comportamenti imitativi da
parte dei ragazzi.

Il passaggio dalla teoria dell‟apprendimento sociale alla teoria sociale cognitiva avviene attraverso
lo sviluppo di un nuovo costrutto di analisi della condotta: l‟autoefficacia percepita. Bandura si
distacca dagli approcci comportamentisti che ha adottato all‟inizio della sua teoria, per poi definire
e costruire un approccio orientato ai processi cognitivi allo studio dell‟adattamento dell‟individuo
nell‟ambiente. Bandura sintetizza la capacità umana di operare attivamente in un contesto nel
costrutto dell‟agenticità umana.

Il concetto di agenticità umana (human agency), punto cardine dell‟intera teoria social cognitiva,
può essere definito come la capacità di agire attivamente e trasformativamente nel contesto in cui si
è inseriti. Tale funzione umana, che riguarda sia i singoli individui sia i gruppi, operativamente si
traduce nella facoltà di generare azioni mirate a determinati scopi. Nella valutazione del ruolo
dell‟intenzionalità Bandura distingue la condotta mirata al raggiungimento di un risultato, dagli
effetti che l‟esecuzione di tale corso d‟azione produce.

4. Il cognitivismo

 Nascita e sviluppo del cognitivismo


Il comportamentismo ha affrontato una serie di tematiche di grande rilevanza pratica per
individuare le circostanze e i condizionamenti che acquisiscono o consolidano comportamenti e
abitudini, e anche le strategie di intervento atte a modificarle.

L‟applicazione sociale porta la teoria dell‟apprendimento sociale ad approfondirei principi del


comportamentismo classico, aprendo lo studio di nuovi modelli che intendo essere più esplicativi.

Così, dalla scuole classiche del comportamentismo nasce, per l‟inferenza intenzionale, sociale e
linguistica, un movimento nuovo, la psicologia dei processi cognitivi.

 L’uomo come servo-meccanismo


Si attribuisce la nascita della psicologia cognitivista alla pubblicazione avvenuta nel 1934 del libro
di Kenneth Craik (1914-1945) “The nature of explanation”. Partendo dall‟empirismo inglese, inizia
la psicologia cognitivista, che considera l‟uomo come un sistema di elaborazione delle informazioni
relative ai controlli automatici che ne governano l‟azione. Craik da inizio al filone di ricerca legato
al paradigma HIP (Human Informaton Processing). Per Craik i processi di pensiero vanno
considerati come processi di manipolazione di simboli con tre fondamentali caratteristiche 1.
traducono in simboli i processi esterni all‟organismo, costruendo così una rappresentazione esterna

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2. con la capacità di derivare da simboli primitivi altri simboli relativamente svincolati dalla realtà
esterna 3. traducendo nuovamente l‟apparato simbolico in azioni e procedure di controllo sugli
accadimenti della realtà esterna.

L‟esperimento fondamentale fu il cosiddetto compito di tracciamento. Craik dimostra che l‟uomo


non riesce ad elaborare e ad agire su di un dato (luminoso, da puntare con due manopole) se questo
esegue un numero di operazioni maggiori di due al secondo. L‟uomo viene così concepito come un
servo-meccanismo che si autocorregge con tempi non inferiori al mezzo secondo, come sistema
decisionale che funziona ad intermittenza. Questo porta alla logica conseguenza che il presente
psichico non esiste: il mio presente è in realtà una visione retrospettiva del mondo, vissuto in
continuità. La mente ha limiti strutturali nell‟elaborazione del mondo.

 La capacità limitata del sistema


George Armitage Miller fu noto per la sua adesione allo studio della memoria come elaborazione
dell‟informazione. Nel 1956 pubblica il fondamentale articolo “Il magico numero sette, più o meno
due” dove dimostra che la mente riesce ad elaborare un numero limitato di dati di diversa
provenienza, concependo la mente come un canale di comunicazione limitato (e tanto). Queste sette
unità di informazione (chkunks) possono essere elaborate dalla mente indipendentemente dalla loro
complessità interna.

 Il modello TOTE
Nel 1960, Miller, assieme a Eugene Galanter e Karl
Pribram pubblica “Piani e struttura del
comportamento”. I tre autori, per analizzare il
comportamento, utilizzano una nuova unità operativa, il
TOTE, acronimo di Test, Operate, Test, Exit, che
afferma che quando un individuo vuole compiere una
azione formula un comportamento per ottenere lo scopo
prefissato, formula anche un test mirante a verificare la
congruenza esistente tra realtà esterna e tale scopo. Il
soggetto passa alla fase operativa, eseguendo poi un
nuovo test per verificare la nuova situazione. Queste
unità operative possono essere embricate gerarchicamente, costruendosi a più livelli, da molecolare
a molare.

Il cambio metodologico è radicale: per sapere la strategia operativa l‟unico strumento è chiedere al
soggetto una descrizione operazionale. Proprio questo è ciò che un comportamentista classico non
avrebbe fatto: Per i tre autori “è meglio scoprire cosa sta facendo una persona, piuttosto che ritenere
che stia facendo ciò che si vuole studiare”: il “cosa fa” non va quindi inteso come comportamento
esterno, ma come processo di elaborazione delle informazioni che il soggetto compie.

 La psicolinguistica
Nel 1957 Noam Chomsky pubblica “Syntactic structures” come critica radicale al testo “Verbal
behavior” di Skinner. L‟approccio di Chomsky è innatista: parte dalla considerazione che il parlante
nativo di una lingua è perfettamente in grado di distinguere quali frasi della sua lingua materna sono
ben formate sintatticamente o meno. La teoria generativo-trasformazionale si basa su più elementi:
1. il linguaggio verbale è il comportamento specie-specifico dell‟uomo, fondandosi su strutture

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biologiche innate tipiche della specie umana, postulando l‟esistenza di un dispositivo per
l‟acquisizione del linguaggio (language acquisition device, LAD), radicato nella struttura biologica
del sistema nervoso 2. il comportamento linguistico è legato a due aspetti distinti, la competenza e
l‟esecuzione. Ogni frase può essere elaborata nelle possibili forme differenti: attiva/passiva,
interrogativa/affermativa, assertiva/negativa. Questo permette di distinguere la struttura superficiale
[livello di esecuzione] (l‟espressione finale, comunque sia rappresentata) dall‟elemento profondo
(la datità), distinguendo e segmentando la frase in sintagma nominale e sintagma verbale (cf. es. La
vecchia porta la sbarra). I limiti dello studio di Chomsky si rilevano nel suo volgersi esclusivo a
fatti sintattici e al suo riferirsi soltanto a frasi anziché a testi, impedendo la soluzione di alcune
ambiguità.

Lo studio di Chomsky segna una svolta, come rottura epistemologica, nell‟analisi gerarchica della
linguistica, che esclude processi stocastici, e nell‟impostazione innatista (il parlante nativo), come
ritorno ad una sorta di introspezionismo, come osservazione naturalista, soprattutto per il linguaggio
infantile.

 Neisser e il paradigma HIP


Nel 1967 Ulrich Neisser (1928-) pubblica il libro “Psicologica cognitivista”. In esso afferma che il
modello TOTE è un modello solistico, che offre una rappresentazione dall‟alto al basso. Neisser
propone di considerare le cose dalla altra prospettiva, dal basso all‟alto, come elaborazione delle
informazioni da parte dell‟uomo.

L‟uomo è descritto metaforicamente come un elaboratore di informazioni, come una macchina di


von Neumann, dotata di una CPU. La CPU estrae serialmente dalla memoria informazioni e le
elabora attraverso un collegamento, il collo di bottiglia. Questo indica anche alcuni aspetti della
proposta: 1. il software può funzionare indipendentemente dallo specifico hardware; 2. i programmi
sono organizzati in termini di sub-functions.

Nel 1975 Massaro indica nell‟HIP un assunto fondamentale paradigmatico: tra stimolo e risposta vi
sono interposte una serie di operazioni mentali che richiedono fasi di elaborazione successive e
lente (da qui gli studi di cronometria mentale). I costrutti di fondo sono due: 1. funzionale, che
descrive la natura delle informazioni, 2. strutturale, che definisce le operazioni svolte.

E‟ da ricordare come la similitudine della HIP fu criticata dallo stesso Neisser nel 1976 quando
questa si era resa col tempo sempre più rigida e lontana dalla realtà vissuta quotidianamente, nel
testo Conoscenza e realtà.

 Il modularismo
Jerry Allan Fodor (1935-) sostiene la tesi della modularità della mente e del linguaggio del
pensiero, secondo la quale il modulo del linguaggio sarebbe innato e l‟apprendimento non sarebbe
altro che una "conferma di ipotesi". Il suo modello prevedere una architettura cognitiva distinta in
diverse strutture verticali che trasformano computazionalmente gli input in rappresentazione che
offrono al sistema cognitivo. Esistono strutture altamente specializzate che analizzano gli input con
modalità autonome. I moduli sono incapsulati informazionalmente, nel senso che durante il loro
processo non hanno accesso né alla rappresentazione delle conoscenze dell‟individuo né alle
informazioni delle altre parti del sistema cognitivo.

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Tale modello modulare trova risconti in neuropsicologia, con plausibilità data nella modellizzazione
di infinite sindromi neurologiche, a cui lesioni cerebrali specifiche corrisponde perdita cognitiva o
comportamentale specifica.

 Il connessionismo e le reti neurali


Nel 1982, John J. Hopfield pubblica un articolo fondamentale in cui presenta un modello
matematico che si distingue per "l‟emergere spontaneo di nuove capacità computazionali dal
comportamento collettivo di un gran numero di semplici elementi d‟elaborazione". Le proprietà
collettive del modello producono una memoria associativa per il riconoscimento di configurazioni
corrotte e il recupero di informazioni mancanti.

Hopfield propone una architettura orizzontale, con un massiccio connessionismo tra gli elementi. Vi
è la critica all‟analogia di mente e calcolatore di von Neumann: i connessionisti vedono il cervello
molto diverso da una CPU: non poche componenti velocissime, ma una infinita di neuroni
interconnessi e lenti. Ciò che rende specifico il cervello è la esponenziale interconnessione che
permette infinite elaborazioni contemporanee. Le applicazioni di tali modelli riguardano
principalmente la realizzazione di memorie associative, resistenti all‟alterazione delle condizioni
operative, e la soluzione di problemi d‟ottimizzazione combinatoriale.

 La critica fenomenologica al cognitivismo


La scelta del riferimento all‟intelligenza artificiale come metafora della menta ha risvegliato
problematiche epistemologiche e filosofiche di inizio secolo. Il mentalismo cognitivista rivela
l‟artificialità dei modelli e delle situazioni sperimentali rispetto alle situazioni della vita quotidiana.

Per Jerome Seymour Bruner (1915-) la psicologia deve ritornare alla struttura intenzionale dei
fenomeni e alla comunicazione sociale delle esperienze, smettendo di essere indipendente dal
significato, individuando le regole che gli esseri umani applicano nel creare significati all‟interno
dei contesti culturali.

5. Recenti sviluppi dell’impostazione cognitiva

Il principale oggetto di studi del cognitivismo è quindi la mente come sistema complesso di regole,
indipendente dai fattori biologici (le ricerche cognitive non si occupano quindi del funzionamento
del cervello dal punto di vista organico) o dai fattori sociali e culturali; la mente può essere studiata
senza tenere in considerazione gli affetti e le emozioni collegati alle percezioni, ai ricordi e ai
pensieri.

Il cognitivismo studia soprattutto i processi mentali ritenendo che la mente organizzi le


informazioni operando sui dati che ha a disposizione e secondo delle complesse serie di sequenze,
di processi cognitivi considerati in parte innati e in parte appresi dall'esperienza.

In tale prospettiva la ricerca su cui il cognitivismo si concentra è l‟analisi dei processi di raccolta e
trattamento dell‟informazione; in questo senso, i modelli derivati dalla cibernetica risultano
adeguati a descrivere questo tipo di analisi con l‟uso della simulazione sui calcolatori. I computer,
con i loro meccanismi di ingresso dell‟informazione e di uscita del dato elaborato, e con le loro
memorie, rivelano una somiglianza con l‟uomo che riceve, elabora e trasforma l‟informazione, con
i processi cognitivi umani che sono sempre uno scambio di informazione tra individuo e ambiente.

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 La scienza cognitiva

L‟idea dell‟intelligenza artificiale è nata prevalentemente dallo studio dell‟intelligenza naturale,


cioè dallo studio delle nostre capacità cognitive. I processi cognitivi sono (stati) studiati come
elaborazioni di informazioni, secondo l‟ipotesi della natura computazionale della cognizione.

Tutti i processi cognitivi potrebbero essere elaborati secondo un modello computazionale, calcoli
dove non vi siano necessariamente numeri, ma informazioni. Tale processo non deve però essere
solamente descritto, ma anche spiegato nel suo farsi (l‟algoritmo e programma) e nella sua
operatività (implementazione).

Nella distinzione tra algoritmo e programma si instaura la fattibilità teorica dell‟intelligenza


artificiale: cosa richiede che quelle particolari computazioni che sono i processi cognitivi umani
siano intrinsecamente vincolati al loro supporto materiale, cioè il cervello umano?

Si riconosce inoltre e si sostiene l‟indipendenza dell‟elaborazione dal supporto materiale che lo


realizza, secondo la tesi del carattere astratto della computazione.

Sicuramente questo non garantisce che sia possibile costruire o reperire tipi di hardware, diversi dal
cervello umano, capaci di prestazioni pari al cervello umano. Eppure un algoritmo gode della
proprietà della realizzabilità multipla, realizzabili, in linea di principio, da macchine diverse dal
cervello, e perciò anche da un computer.

Howard Gardner riassume bene questa impostazione nel libro del 1985 “The mind‟s new science”.
L‟oggetto di ricerca della scienza cognitiva è dato dalle rappresentazioni mentali, cioè dai processi
mentali che organizzano e producono conoscenza (simboli, regole, schemi, immagini).

Computer Cervello

Memoria espandibile all’infinito Memoria a capacità limitata


Unità di elaborazione centrale Attività distribuita, non c’è una centrale di
elaborazione: il pensiero non ha una sede
specifica
Elabora simboli che appartengono a un Elabora segnali sensoriali analogici,
insieme finito, secondo regole precise potenzialmente infiniti, sia utilizzando regole
(algoritmi) precise, sia in modo impreciso
Unità: processori, pochi, elaborano Unità: neuroni, miliardi (30 nel cervello, 50
velocemente un simbolo alla volta (seriali). nel cervelletto), elaborano più lentamente
Ogni simbolo sta per un’unità di informazione. l’informazione però lavorano sia in parallelo
(cioè simultaneamente), sia in serie. Si
attivano diversi circuiti neuronali.

La mente è vista come un calcolatore, metafora usata come modello di funzionamento della mente e
come strumento di simulazione della mente. Tale metafora indica anche che l‟hardware non conta e
che l‟hardware è costituito su di una struttura modulare.

I processi cognitivi sono studiati al di fuori del contesto (cognizione non situata), dei fattori
individuali, dei fattori culturali e sociali.

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L‟obbiettivo l‟universalismo e la astrazione, perseguita in una ottica interdisciplinare (da linguistica
a neuroscienze, da psicologia e intelligenza artificiale), per affrontare i temi della conoscenza
(apprendimento, memoria, risoluzione di problemi…)

 Lo studio della memoria


Lo studio della memoria, all‟interno delle scienze cognitive, si caratterizza dai seguenti assunti:

 La memoria come un flusso di informazione attraverso un sistema, in processo di tipo input-


output.
 Il sistema risulta suddivisibile in una serie di sub-sistemi ognuno coprente una determinata
parte del processo.
 Il processo risulta caratterizzato da una sequenza fissa
 Ogni stadio mnestico ha durata di tempo e capacità limitate.
 Lo stesso processo di elaborazione dell‟informazione si applica per qualsiasi tipo di formato
del segnale (grafico, tattile, semantico, verbale etc.).

A partire da questo assunti, Neisser,


il padre della psicologia cognitiva,
elabora un approccio cognitivo allo
studio della memoria orientatato
messa a fuoco dei processi cognitivi.
Questo filone prende le mosse dalle
teorie sviluppate dal concetto di
elaborazione dell‟informazione,
declinandolo in contesti naturali e
quotidiani.

A partire dagli anni 50 ed in maniera


più o meno esplicita attraverso tutto
il cognitivismo, fino a consolidarsi
con i lavori di R.C. Atkinson e
R.M.Shiffrin (1968), la memoria è definita attraverso tre moduli mnestici:

Il modulo 1 registra molte informazioni ma in maniera limitata. Prende nomi diversi a


seconda delle teorie cognitiviste che l‟hanno studiato, e fa prevalentemente riferimento
alla memoria sensoriale.
Il modulo 2 trattiene i dati per un periodo di tempo maggiore, ma ha capacità più limitata
e si identifica nelle sue numerose accezioni come memoria a breve termine. Il numero
che definisce la capienza di questo modulo è il 7 +/- 2 informazioni. Solitamente è
indicato come memoria di lavoro.
Il modulo 3 ha capacità di ritenzione illimitata, ma i suoi contenuti sono di difficile
recupero, è definita come memoria a lungo termine.

Endel Tulving (1927-) distingue inoltre tra memoria episodica e memoria semantica: la prima ha
una collocazione spazio-temporale e riguarda gli avvenimenti legati alla nostra vita, la seconda
riguarda invece informazioni che non hanno una prospettiva spazio-temporale, come i concetti
astratti, riguarda le conoscenze generali sul mondo. La memoria episodica e la memoria semantica
sono considerate memorie esplicite dato che si manifestano per ricordi coscienti in grado cioè di
riferirli.

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C‟è anche la possibilità di differenziare in memoria implicita, incosciente, dove l‟informazione non
si manifesta per ricordo, ma influenzando un comportamento senza che il soggetto ne sia cosciente.
A sua volta è diviso in procedurale e associativa. La memoria procedurale consiste nel ricordare
uno script per fare le cose automaticamente o semi-automatiche, come andare in bicicletta, digitare
su una tastiera; la memoria associatica consiste nell‟associare uno stimolo ad un comportamento
anche senza il ricordo cosciente che spinge a fare l‟associazione.

 Schemi cognitivi e Mappe mentali


Le mappe cognitive sono uno strumento per rappresentare informazione e conoscenza, teorizzato da
Joseph Novak, negli anni „70. Secondo tale impostazione, le caratteristiche essenziali di una mappa
concettuale sono le seguenti:

la logica d‟insieme è connessionista,


la mappa si sviluppa dall‟alto verso il basso, a partire da un concetto iniziale,
la struttura generale delle connessioni è di tipo inclusivo, dal generale al particolare, dal
sovraordinato al sottordinato,
oltre a quelle di inclusione, tra i concetti sono possibili anche relazioni trasversali.
le relazioni tra i nodi sono orientate e soprattutto devono essere esplicitate, in linea di
massima attraverso indicatori forti, quali verbi e connettivi sintattici,
la relazione tra due concetti costituisce una proposizione,
l‟insieme della mappa ha una struttura di significato che è data da concetti, relazioni,
proposizioni.
se le relazioni non sono esplicitate con un‟etichetta precisa, la mappa perde di
significato, fino a non averne del tutto;

Oggi questo insieme di requisiti è stato sostanzialmente indebolito e reso più flessibile, tanto che la
inclusività delle connessioni, la necessità di un‟etichetta di relazione e la direzione di sviluppo della
mappa non sono più che caratteristiche opzionali. La perdita di rigore nella definizione dello
strumento si è accompagnata ad una
crescente flessibilità operativa.

Il significato della espressione “mappa


concettuale” si è parallelamente
evoluto nel tempo. Strettamente
parlando, la nozione di mappa
concettuale riguarda uno strumento
grafico, e va distinta dalle nozioni di
mappa mentale (vedi dopo Buzan) e di
mappa cognitiva (vedi gli studi di
Tolman), con i quali si fa riferimento
alle strutture mentali elaborate dai
soggetti per immagazzinare la
conoscenza.

Una mappa mentale è una forma di rappresentazione grafica della conoscenza teorizzata da Tony
Buzan (1991), a partire da alcune riflessioni sulle tecniche per prendere appunti. Le mappe mentali
hanno una propria logica di composizione molto precisa, che è bene aver presente in modo chiaro.

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Si parte definendo un argomento centrale (chiamato Central Topic o simili) e si sviluppa la mappa
secondo una logica radiale. A quello centrale possono infatti essere collegati in forma radiale una
serie di nodi di primo livello (chiamati Topic), ciascuno dei quali può essere ulteriormente
articolato in Subtopic (nodi di secondo livello) e così via. Il principio di collegamento tra i nodi è di
tipo associazionista (dato un certo argomento centrale, cosa mi viene in mente? A partire dai nodi di
primo livello, di nuovo, che cosa mi viene in mente?). Per questa ragione, non è necessario dare un
nome ai collegamenti di questo genere. Il nome (etichetta) si rende necessario, invece, quando si
colleghino tra loro trasversalmente due nodi,
perché in questo caso la relazione tra di essi
non è più associativa, e quindi esplicita di per
sé, ma va definita di volta in volta in modo
preciso.

Buzan consiglia, inoltre, di dare ampio spazio


agli aspetti iconici, simbolici e grafici in
genere: a ciascun nodo possono quindi essere
associate immagini, le diramazioni della
mappa possono avere colori diversi, si
possono variare i caratteri a seconda dei
livelli, ecc.. Un nodo può addirittura essere
costituito da un‟icona senza bisogno di testo.

 Risoluzione dei problemi


Problem solving è il termine inglese che indica l‟insieme dei processi per analizzare, affrontare e
risolvere positivamente situazioni problematiche; è un‟attività del pensiero che un organismo o un
dispositivo di intelligenza artificiale mette in atto per raggiungere una condizione desiderata a
partire da una condizione data. Nel tempo si sono sviluppati diversi metodi per effettuare tali
operazioni, coinvolgendo più aree della comunicazione.

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L‟approccio scientifico alla risoluzione dei problemi inizialmente era sviluppata secondo uno
schema puramente intuitivo:

percezione dell‟esistenza di un problema


definizione del problema
analisi del problema e divisione in sottoproblemi
formulazione di ipotesi per la risoluzione del problema
verifica della validità delle ipotesi
valutazione delle soluzioni
applicazione della soluzione migliore

Nel definire il problema si operava un‟analisi empirica dei dati e si ricercava la riproducibilità del
problema così che fosse possibile analizzarlo in maniera quasi scientifica. Le operazioni successive
erano diretta conseguenza dell‟analisi iniziale, caratterizzate da metodologie personali,
disomogeneità delle soluzioni e capacità di riuscita inversamente proporzionali alla complessità del
problema in esame.

Per questi motivi nel tempo si sono sviluppate diverse tecniche ragionate e standardizzate per
risolvere i problemi, tra le quali emerge la FARE che si attua secondo quattro cardini: Focalizzare,
Analizzare, Risolvere, Eseguire.

Focalizzare: Creare un elenco di problemi, Selezionare il problema, Verificare e definire


il problema, Descrizione scritta del problema
Analizzare: Decidere cosa è necessario sapere, Raccogliere i dati di riferimento,
Determinare i fattori rilevanti, Valori di riferimento, Elenco dei fattori critici
Risolvere: Generare soluzioni alternative, Selezionare una soluzione, Sviluppare un
piano di attuazione, Scelta della soluzione del problema, Piano di attuazione
Eseguire: Impegnarsi al risultato aspettato, Eseguire il piano, Monitorare l‟impatto
durante l‟implementazione, Impegno organizzativo, Completare il Piano, Valutazione
finale.

6. L’influenza culturalista e la psicologia post-moderna

 La psicologia culturale
La psicologia cross-culturale intende confrontare in maniera oggettiva individui appartenenti a
culture diverse, per verificare l‟impatto della cultura sul comportamento e sul funzionamento
psicologico. La psicologia culturale si propone di esaminare le origini culturali delle differenze nel
funzionamento psicologico e nello sviluppo umano, considerando la cultura e l‟individuo come
unità di studio inscindibile

Approccio Universalista: questo indirizzo di ricerca cerca di spiegare la variabilità del


comportamento umano integrando l‟approccio biologico e il rigore metodologico riflettendo la
complessità dei diversi contesti culturali in cui si sviluppano gli individui. Asserto base è che i
processi psicologici siano comuni a tutti gli essere umani. Oggetto dell‟indagine empirica è capire
come e in che misura i fattori culturali influenzano le funzioni generali umane.

Relativismo culturale: l‟idea principale è che le differenze psicologiche siano quasi esclusivamente
dovute alle differenze nei contesti culturali in cui essi si sviluppano. Questa prospettiva cerca di

M. Vicentini, Centro Camilliano di Formazione, Verona, 10 marzo 2008 12


cancellare ogni traccia di etnocentrismo attraverso l‟eliminazione di giudizi valutativi, in pratica
inserendosi nella vita comunitaria di una cultura e utilizzando categorie e valori tipici della cultura
stessa. Il centro è posto sulla specificità e unicità di un particolare contesto.

Etnocentrismo e psicologie indigene: Sumner (1906) indica la tendenza ad utilizzare i propri


parametri di riferimento per giudicare persone appartenenti a culture diverse, considerandosi
gerarchicamente superiori. Tale approccio anti-colonizzatore occidentale intende evidenziare i
fattori specificamente culturali del funzionamento umano e stabilire l‟universalità dei princìpi
scientifici della psicologia.

 Il modello narrativo
Il concetto di identità è focalizzato nell‟approccio narrativistico: esso dà coerenza e continuità
storico-biografica alle proprie esperienze, relazioni, azioni e sentimenti.

Tale concetto nasce dall‟interazione delle persone, come processo dinamico, come interazione tra
le auto-attribuzioni (ciò che la persona pensa di se stessa, tramite un resoconto post hoc), le etero-
attribuzioni (le descrizioni che gli altri ci rimandano) e la matrice collettiva (universi simbolici di
significato, Berger e Luckmann).

Lo spessore della dimensione culturale rispetto ai processi di costruzioni dell‟identità non può
prescindere dal considerare i concetti e gli strumenti messi a disposizione. Così anche la matrice
collettiva muta continuamente di fisionomia.

Il discorrere è il nucleo generativo dell‟identità, in quanto permette il posizionamento, ovverosia


l‟orientamento di significati ed elementi attorno ad un discorso, mantenuto in una articolata
coesione.

L‟identità non assume così un ruolo ontologico, in quanto l‟accento è posto sulle modalità di
esistenza, come processo che offre la possibilità di produrre discorsi, in quanto i processi generativi
dell‟identità non possono essere spiegati, ma solamente descritti. Non sono rintracciabili cause, ma
è narrabile un processo coerente, con le sue modalità anticipatrici. Concetto opposto ad identità è
personalità, quale costellazione di (ipotetici) tratti considerati causa dei comportamenti,
caratteristiche stabili con carattere predittivo del comportamento.

Il concetto di predizione include l‟idea di causalità, mentre quello di anticipazione, anziché al


legame causa-effetto si rifà ad un legame logico tra eventi, in una relazione trovata unicamente post
hoc.

Se non è più possibile una ferrea predizione del comportamento futuro, il concetto di coerenza può
dare una certa ragione di continuità nel modo di agire delle persone. Esistono sicuramente repertori
centrali rispetto ad altri, sulle quali le persone costruiscono la loro identità, come una sorta di
“storia” preferita della persona. La storia è il tentativo di dare ordine, linearità al flusso
dell‟esistenza.

 La metafora come forma di conoscenza


La metafora è il modo classico in cui una serie complessa di elementi e di relazioni può essere resa
comprensibile quando ogni tentativo di spiegarla altrimenti si è rivelato inefficace: comunica

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l‟essenziale senza eccessive semplificazioni, preservandone la complessità attraverso la percezione
di modelli familiari di equivalente complessità.

La metafora rivela i limiti dell‟obiettivismo, della possibilità di una verità oggettiva e assoluta. La
razionalità infatti non è qualcosa di a-corporale, mentale, a-sociale, ma è qualcosa che
essenzialmente coinvolge il corpo e le sue capacità.

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