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I CICLI DELLA VITA1

Continuità e mutamenti
ERIK H. ERIKSON

PSICOSESSUALITÀ E CICLO DELLE GENERAZIONI

Epigenesi e pregenitalità
Termini composti dalla combinazione di due parole, com'è il caso di "psico-sessuale" e "psico-sociale", stanno
evidentemente a significare che non esiste una vera e propria demarcazione dei due campi e che ciascuno di essi, nella sua
autonomia metodologica e ideologica, consente passaggi a doppio senso. Ma gli accorgimenti utilizzati per separare con una
lineetta i due termini non sempre riescono a prevalere sull'umana tendenza di scambiare ciò che può essere sottoposto a
determinate tecniche con la vera natura delle cose. Per fortuna il loro carattere composito rimanda sempre ad un atteg-
giamento di tipo olistico che non mette in dubbio certi fatti stabiliti, ma tende però ad includerli in un contesto più ampio e
di più illuminante qualità. Sulla base dell'esperienza accumulata dalla conoscenza di storie individuali e storie di vita, posso
dunque partire da un assunto di base: l'esistenza di un individuo umano dipende sem pre e in ogni momento da tre processi
fondamentali che si possono considerare complementari l'uno all'altro. In qualsivoglia ordine, c'è sempre e prima di tutto un
processo biologico di organizzazione gerarchica dei sistemi organici che costituiscono il corpo ( soma); c'è poi un processo
psichico che organizza l'esperienza individuale attraverso la sintesi dell'io (psiche): e c'è infine, un processo di natura
comunitaria dipendente dall'organizzazione culturale entro la quale si realizza l'interdipendenza degli individui (ethos).
Cominciamo col dire che la conoscenza di ciascuno di questi processi è resa possibile da propri e specializzati metodi di
ricerca che devono essere e che di fatto sono indipendenti l'uno dall'altro al fine di poter isolare e studiare alcuni caratteri
basici della natura e dell'uomo. Ma, alla fine, tutte e tre le modalità di approccio sono necessarie per poter capire
chiaramente e integralmente qualsivoglia evento umano.
Certo, nel lavoro clinico, ci troviamo sovente di fronte al modo, spesso sorprendente, col quale questi stessi processi,
nella loro peculiare natura, perdono la loro integrazione e restano isolati l'uno dall'altro dando origine a quelle condizioni
che, con metodi diversi, possono essere studiate sotto forma di tensione somatica, ansia individuale e panico sociale. Ciò
che rende particolarmente illuminante il lavoro clinico è tuttavia la regola che. in termini di approccio al comportamento
umano relativo a ciascuno di questi processi, ci porta sempre a riconoscerne uno coinvolto negli altri giacché una qualsiasi
indicazione che risulti rilevante per un processo si rivela poi significativa anche per gli altri e riceve dagli altri la propria ri-
levanza. Come fece Freud nei suoi studi clinici sulle nevrosi del suo tempo e in sintonia coi concetti scientifici propri di
quell'epoca, per una nuova interpretazione delle motivazioni umane potremmo assumere l'ipotesi di una prepotente energia
sessuale (Eros) negata dalla coscienza, repressa dalla morale corrente e ignorata dalla scienza. E in realtà l'enorme
importanza che al tempo di Freud fu attribuita alla repressione della sessualità, aggravata com'era da una diffusa proibizione
culturale, fu di grande aiuto per la formulazione di una teoria dell'energia sessuale, prima nel senso di una scoperta che fece
scandalo, poi in quello di un'innovazione avvertita come liberatrice. E tuttavia, l'analisi di una qualsiasi storia individuale,
storia di vita o valutazione storica, ci porterà inevitabilmente a tener conto del fatto che la forza di questa ipotetica energia è
sempre associata a quella di altre energie che vengono aggiunte (o sono tenute insieme) dagli altri processi. Del resto lo
stesso Freud, quando racconta dei propri sogni o commenta alcune osservazioni su casi clinici, ci offre sempre qualche
indicazione che rimanda a considerazioni di tipo ecologico.
Il principio organismico che nel nostro lavoro si è dimostralo indispensabile per una fondazione somatica dello sviluppo
psicosessuale e psicosociale è quello di epigenesi. Il termine è mutuato dall'embriologia e qualunque sia il suo attuale
significato, negli anni della nostra esperienza fu di grande aiuto per comprendere il carattere relativo che regola i fenomeni
umani legati allo sviluppo dell'organismo.
Quando Freud scoprì la sessualità infantile, la sessuologia era allo stesso grado di sviluppo in cui si trovava l'embriologia
in epoca medievale. E come l'embriologia enunciò a suo tempo che un minuscolo ma del tutto formato homunculus era
presente nel seme maschile, pronto ad essere impiantato nell'utero femminile, per poi svilupparsi e di lì dare inizio alla vita,
così la sessuologia prima di Freud riteneva che la sessualità nascesse e si sviluppasse solo durante la pubertà senza bisogno
di uno stadio2 preparatorio infantile. Come l'embriologia arrivò poi a conoscere lo sviluppo epigenetico e cioè la graduale

1
Pagg. 39-71 del libro “I cicli della vita”, continuità e mutamenti Armando editore 2003

2
L'uso che del termine «stadio» fa l'A. è molto ampio e va inteso soprattutto nel senso di "fase", "periodo" o "livello" e non già in quello di una sua
ulteriore, interna articolazione, come nel caso degli stadi piagetiani (N.d.T.).
crescita degli organi fetali, così la psicoanalisi scoprì gli stadi pregenitali della sessualità. Ma in che rapporto stan no tra loro
questi due stadi di sviluppo?
Come ho ricordato quanto l'embriologia ci ha fatto conoscere sull'epigenesi dei sistemi organici, voglio sperare che il
lettore si sentirà ora disponibile ad ammettere la probabilità che qualsiasi crescita e qualsiasi sviluppo seguano schemi
analoghi. Nella sequenza epigenetica dello sviluppo ciascun organo ha un proprio tempo di "nascita", fattore questo
importante quanto quello del locus di origine. Se l'occhio - come ci dice Stockard 3 - non si forma al momento opportuno
«non potrà mai svilupparsi completamente perché più tardi sarà il momento dell'autosviluppo di altri organi». Ma anche se
ha cominciato a formarsi in tempo utile, un altro fattore di natura temporale può determinare lo stadio più critico del suo
sviluppo: «un determinato organo può essere bloccato nei primi stadi di sviluppo per essere poi del tutto soppresso o profon-
damente modificato» (Stockard). Se l'organo non si manifesta al momento giusto, non solo pregiudica la propria entità, ma
mette contemporaneamente in pericolo l'intero sistema gerarchico degli organi. «L'arresto di una parte che sta per nascere
non sopprime solo e temporaneamente il suo sviluppo perché la prematura perdita di precedenza rispetto ad altri organi
renderà impossibile alla parte soppressa di riacquistare poi il sopravvento e questa resterà permanentemente modificata». Il
risultato di un normale sviluppo è però dovuto allo stabilirsi di corretti rapporti di grandezza e di funzione tra tutti gli organi
somatici: il fegato nella giusta sede rispetto allo stomaco e all'intestino; il cuore e i polmoni in giusto equilibrio tra loro; e
l'efficienza dell'apparato vascolare accuratamente proporzionata al corpo nel suo insieme.
L'embriologia ha progredito molto nella conoscenza dello sviluppo normale grazie anche alle alterazioni evolutive che
causano «monstra in excessu» e «monstra in defectu», così come Freud riuscì a formulare le leggi della normale
pregenitalità infantile anche dalle osservazioni cliniche relative ad anomalie della genitalità, rese evidenti sia dai sintomi di
un'"eccessiva" perversione, sia da quelli di una "difettosa" repressione.
Come l'organismo in via di sviluppo continui, dopo la nascita, a progredire crescendo armoniosamente e secondo una
ben determinata sequenza di capacità fìsiche, cognitive e sociali, è materia ampiamente trattata dalla letteratura scientifica
sulla psicologia dell'età evolutiva.
Una delle cose più importanti da capire è per noi il fatto che nella sequenza delle esperienze significative il bambino
normale, se ben guidato, può trovare fiducia e incoraggiamento nel seguire le leggi epigenetiche dello sviluppo via via che
esse tendono ora a presentarsi come una successione di potenzialità che rendono significativa l'interazione con gruppi
sempre più ampi di persone e con le regole culturali ch'esse esprimono. Mentre il tipo d'interazione varia molto da cultura a
cultura, tutte le culture devono tuttavia garantire alcune condizioni essenziali di "ritmo" e di "sequenza" la proprietà delle
quali corrisponde a quello che Hartmann 4 aveva indicato in un "comune ambiente medio", cioè quanto è necessario e
possibile per tutti gli individui umani indipendentemente dalle diversità delle singole personalità e dei singoli contesti cultu-
rali.
L'epigenesi non è dunque una pura e semplice successione: essa determina invece alcune leggi nei rapporti che legano tra
loro le parti in via di sviluppo, come il seguente diagramma cerca di riassumere:

P Parte 1 P Parte 2 P Parte 3

Stadio III 1 III ? 2 III 3 3 III

Stockard C.H, The Physical Basis of Personality, New York, WW Norton


1931
S Stadio II 1 II ? 2 II 3 3 II

S Stadio I 1I ? 2I 3 3I

Gli spazi circoscritti da una linea più marcata lungo la diagonale ascendente stanno ad indicare, sia una sequenza di stadi
(I, II, III), sia lo sviluppo delle parti interessate (1,2, 3); in altri termini il diagramma formalizza la progressione attraverso
il tempo di una differenziazione delle parti. Ciò significa che ciascuna parte da 1 II ad es.) è presente (al di sotto della
diagonale) in una qualche forma prima che compaia il "suo" critico e decisivo tempo di emergenza (2 I) e che la parte
resta sistematicamente in relazione con tutte le altre (1 e 3) di modo che il tutto dipende da un proprio sviluppo nella
3

4
Hartmann H., Ego Psuchology and the Problem of Adaptation (1939) riportato da David Rapaport, New York, International Universities Press, 1947
sequenza che è propria di ciascun elemento. In conclusione, visto che ciascuna parte tende alla sua piena manifestazione e
trova una soluzione permanente durante il suo stadio (sulla diagonale), è lecito prevedere ch'essa sviluppi ulteriormente (2
III) sotto il predominio delle successive emergenze (3 III), e soprattutto che vada ad occupare il suo posto nell'integrazione
di tutto l'insieme. Vediamo ora quali implicazioni può avere uno schema come questo per la progenitalità e
successivamente, per lo sviluppo psicosociale.
La pregenitalità è un concetto troppo noto nella letteratura psicoanalitica e basterà riassumere qui alcune delle sue
caratteristiche essenziali sulle quali sia possibile fondare una teoria psicoanalitica dello sviluppo. Le esperienze erotiche del
bambino vengono dette pregenitali perché la sessualità realizza il suo primato genitale solo al momento della pubertà.
Nell'infanzia e nella fanciullezza lo sviluppo sessuale è caratterizzato da tre fasi ciascuna delle quali determina una forte
libidinizzazione di una zona vitale dell'organismo. Queste tre fasi vengono di regola indicate coi nomi di "orale", "anale" e
"fallica".
Quelle che saranno, a più lunga scadenza, le conseguenze determinate dalla loro ricca dotazione libidica sulle
vicissitudini della sessualità umana, sono già state ampiamente dimostrate, e cioè la giocosa varietà dei piaceri pregenitali
(anche se, in effetti, si tratta di pre-piaceri); le alterazioni che possono seguirne se una di queste si fissa a tal punto da
ostacolare l'avvento del primato genitale; e, soprattutto, la conseguente insorgenza di nevrosi determinate dal l'inadeguata
repressione di questi bisogni pregenitali. Naturalmente, anche queste tre fasi sono in relazione tra loro in senso epigenetico
giacché l'analità (2) è già presente durante lo stadio orale (I) e deve occupare il suo posto nello stadio "fallico" (III) dopo la
normale crisi che attraversa nello stadio anale (2).
v
n
Detto questo resta un problema: la pregenitalità, considerata come aspetto intrinseco di una prolungata fanciullezza
dell'uomo, è presente solo a questo fine e acquista importanza solo dallo sviluppo della sessualità?
Dal punto di vista psicobiologico appare intanto evidente come queste zone "erotigene" e gli stadi della loro
libidinizzazione siano fondamentali per la sopravvivenza di altre, importanti aree di sviluppo. Prima di tutto perché sono alla
base di alcune funzioni necessarie alla sopravvivenza stessa dell'organismo: l'assunzione del cibo e l'eliminazione dei rifiuti
e - passata la fase di latenza sessuale - gli atti procreativi dai quali dipende la sopravvivenza della specie. La sequenza della
loro erotizzazione è inoltre intrinsecamente collegata alla contemporanea comparsa e crescita di altri sistemi organici.
Consideriamo qui, a mo' d'esempio, una delle funzioni della mano umana, e cioè la mediazione tra le esperienze
autoerotiche e la loro sublimazione. Le braccia, predisposte a svolgere funzioni di fensive e aggressive, sono anche
"modellate" in modo da consentire alle mani di diventare dei sensibili strumenti di trasmissione dell'eccitazione
manipolatoria. oltre ad essere abili esecutrici di attività estremamente complesse, rese possibili dalla particolare capacità di
coordinazione occhio-mano di cui l'uomo dispone. Tutto questo è di estrema importanza nello stadio dell'attività ludica al
quale attribuiamo il conflitto psicosociale dell'iniziativa vs. la colpa, dove, naturalmente, il senso di colpa è diretto contro
l'abituale autoerotismo e le fantasie di cui si serve, mentre l'iniziativa apre molteplici possibilità di sublimazione nelle abilità
del gioco e nelle fondamentali espressioni dell'attività lavorativa e comunicativa. Tanto per cominciare è allora necessario
mettere in rapporto le zone erotigene e i loro stadi con tutti i sistemi organici di natura sensoriale, muscolare e locomotoria
che vanno formandosi, e parlare di conseguenza di:

1. Uno stadio orale-respiratorio e sensoriale.


2. Uno stadio anale-uretrale e muscolare.
3. Uno stadio genitale-infantile e locomotorio.

Questi stadi e tutte le parti che li compongono devono a loro volta essere considerati nell'ordine epigenetico
schematizzato nel precedente diagramma. Per il lettore può anche essere utile localizzare questi stadi nella colonna A del
Quadro 1 (pp. 48-49) che riporta alcune delle caratteristiche che in questo saggio verranno di volta in volta messe in
relazione tra loro.
Visto che ora affronteremo il problema del modo attraverso il quale i sistemi organici acquistano un'importanza che è
anche di natura psicosociale, dobbiamo prima di tutto ricordare che gli studi della prolungata fanciullezza umana (con tutta
la loro istintuale5 variabilità) e la struttura delle comunità umane (nella loro ricca varietà culturale) sono parte integrante di
uno sviluppo di tipo evoluzionistico e devono perciò disporre di un potenziale innato per poter servire l'uno all'altro. È
probabile che le istituzioni comunitarie abbiano inizialmente avuto una funzione di supporto delle potenzialità evolutive dei
sistemi organici, anche se, nello stesso tempo, questi stessi sistemi hanno continuato a dare a ciascuna parte (come all'in -
fanzia intesa nei suoi caratteri d'insieme) delle specifiche connotazioni che probabilmente hanno favorito l'instaurarsi delle
norme culturali, dello stile comunitario e della dominante visione del mondo, e essere perfino la causa di conflitti di natura
non ecologica.
5
Qui e frequentemente nel testo, Erikson usa instinctual (istintuale) e instinc- tive (istintivo) (come instinctualiry e instictivity) riferendosi, nel
primo caso, a determinati comportamenti umani e, nel secondo, alle tipiche condotte animali. È come dire che l'uomo utilizza, modificandole, delle
"tendenze" che nell'animale restano invece rigidamente determinate ( N.d.T.).
Quanto poi al problema specifico, relativo al modo col quale la comunità risponde all'esperienza erotica e all'espressività
associata a ciascuno stadio della pregenitalità, siamo di fronte ad un dilemma interpretativo di carattere storico perché le
osservazioni cliniche della psicoanalisi che portarono alla scoperta degli stadi pregenitali, ci consentono solo di ammettere
che, per sua stessa natura, la "società" in quanto tale è così contraria all'idea di una sessualità infantile da ridurre il problema
stesso nei termini di una più o meno rigida repressione spinta, talvolta, all'intera sessualità umana. Va però detto che questa
tendenza repressiva ha assunto caratteri monomaniacali solo nell'epoca vittoriana che è stata terreno particolarmente
patogeno per la formazione dei primi quadri psiconevrotici, e cioè l'isteria e la nevrosi ossessiva. E mentre la psichiatria e la
psicoanalisi possono e devono sempre scoprire quei "nuovi" aspetti della natura umana come si riflettono nelle tendenze
epidemiologiche dei tempi, la loro interpretazione deve a un certo momento lasciare il posto a quella che indicheremo più
avanti come relatività storica. Le epoche che non presentano una particolare inclinazione ad educare i bambini con eccesso
di moralismo favoriscono fino a un certo punto la diretta manifestazione delle tendenze sessuali infantili. E tutte le società
devono, per principio, alimentare l'istintivo bisogno di rapporti reciproci tra adulti e bambini offrendo particolari forme di
"dialogo" attraverso le quali le prime esperienze fisiche del bambino siano caratterizzate da profonde e permanenti
connotazioni culturali. Via via che la figura materna, quella paterna o altre figure parentali, in virtù di questo spontaneo
bisogno di attaccamento e di rapporto, riusciranno ad entrare nel raggio della disponibilità del bambino, il bambino stesso, a
sua volta, susciterà in questi adulti schemi comportamentali di comunicazione che avranno effetti di lunga portata per
l'integrazione individuale e comunitaria.

Processi organici e modalità posturali e sociali


Processi pregenitali

Per poter cogliere il primo e originario rapporto tra lo sviluppo psicosessuale e quello psicosociale consideriamo ora i
processi organici che interessano le zone psicosessuali dell'organismo umano. Questi processi sono incorporazione,
ritenzione, eliminazione, intrusione e inclusione, e mentre i vari orifici possono dar luogo a più processi, la teoria della
pregenitalità parte dall'ipotesi che, nel corso del "suo" stadio, ciascuna delle zone libidinali venga piacevolmente e
intenzionalmente regolata da un originario processo strutturale di funzionamento. La funzione della bocca è quella di
incorporare, ma anche di rigettare o di chiudersi per rifiutare il cibo. L'ano e l'uretra trattengono ed eliminano, mentre il pe-
ne è destinato all’ intrusione e la vagina all’inclusione. Ma questi processi comprendono anche delle conformazioni
essenziali e di base che regolano il rapporto di un organismo mammifero e delle sue parti con un altro organismo e le sue
parti, come col mondo degli oggetti. Le zone e i loro processi sono dunque il punto focale e centrale delle prime relazioni
qualunque sia il contesto culturale che caratterizza il tipo di allevamento dei bambini, mentre nel loro successivo sviluppo,
zone e processi rimangono punti focali e centrali del "modo di vivere" proprio di ciascuna cultura. La loro prima esperienza
durante l'infanzia è significativamente collegata anche alle modificazioni posturali e alle modalità che sono essenziali per un
organismo destinato ad assumere la stazione eretta - dalla posizione prona al movimento carponi; dallo star seduto e in piedi
fino a camminare e a correre - con tutte le conseguenti modificazioni che si verificheranno successivamente. Tra queste
modalità è da includere il corretto comportamento spaziale che si presume presente in entrambi i sessi.
Il modo utilizzato dai "primitivi" per far leva sulle forze istintuali della pregenitalità nell'allevamento dei figli, ci induce a
riconoscere la presenza di una innata saggezza anche ad una prima, non approfondita conoscenza; e ciò vale non solo per
indurre il bambino a rinunciare adeguatamente alla soddisfazione di certi bisogni, ma anche per aiutarlo a godere e a
perfezionare le sue funzioni adatti ve nelle più comuni abitudini della vita di tutti i giorni come nelle più complesse
"tecniche" imposte da esigenze tecnologiche. La ricostruzione che facemmo dell'originale sistema di allevamento dei Sioux
ci convinse del fatto che quanto avremmo più tardi discusso e descritto come fiducia di fondo nella prima infanzia, era stato
favorito e predisposto dalle quasi illimitate capacità di cura e di disponibilità della madre. Nello stadio della prima
dentizione e quando ancora lo allatta, la madre, anche se sotto forma ludica, irrita infatti il figlio maschio a tal punto da
scatenare risposte improntate al più alto grado possibile di latente impulsività. Quest'impulsività verrà poi trasferita e
canalizzata nel modo di giocare e in quello di lavorare giacché la caccia e la guerra impongono al maschio adulto di far
ricorso a forti cariche aggressive contro la preda e contro il nemico. Arrivammo così alla conclusione che le culture
primitive, oltre a dare particolari connotazioni alle prime esperienze di rapporto corporeo e interpersonale in modo da creare
le "giuste" accentuazioni sia sui processi organici che sulle modalità sociali, sono anche capaci di canalizzare con
adeguatezza e sistematicità le energie da esse stesse provocate e suscettibili poi di essere trasformate; queste culture
attribuiscono inoltre un ricco significato soprannaturale a quelle ansie infantili che il loro metodo di allevamento provoca e
rende manifeste.
Nel descrivere alcune precoci modalità sociali collegate ai processi organici consentitemi ora di far ricorso
all'essenzialità della lingua inglese perché il suo moderato uso di parole può darci un'idea più chiara di quei comportamenti
che sono fondamentali per tutte le lingue e che ne consentono un sistematico confronto. Lo stadio orale-sensoriale è
regolato da due processi di incorporazione. To get significa prima di tutto ricevere e accettare ciò che si è ricevuto; ed esiste
indubbiamente un rapporto fondamentale tra i processi del respirare e quelli del succhiare. Il processo di "suzio ne" è la
prima forma di modalità sociale appresa nella vita, ed è appresa in relazione con la figura materna, il "primo altro" del primo
rispecchiamento narcisistico e dell'attaccamento affettivo. Così, nell'accettare ciò che ha ricevuto, e nell'imparare a ricevere
quando c’è qualcuno disposto a dare ciò che desidera, il bambino sviluppa anche quell'indispensabile capacità adattiva per
poter poi essere egli stesso disposto a dare.

Stadi A B C D E F G H
Stadi e Crisi Raggio delle Energie di Nuclei Riferimento Ritualiz- Ritualismi
processi psicosociali relazioni base patologici e ai principi zazioni
psicosessu significative avversioni di natura obbligate
ali di base sociale

Infanzia Orale- Fiducia di Figura Speranza Ritiro Ordine Sacro Idolismo


respiratorio fondo materna cosmico
, vs.
Sensoriale- Sfiducia di
Cinestetico fondo
(Processi
incorporativ
i)
Prima Anale- Autonomia Figure Volontà Coercizione «Legge e Giuridico Legalismo
Fanciullez uretrale, vs. parentali ordine»
za Muscolare dubbio e
(Ritentivi- vergogna
Eliminativi)
Età del Genitale- Iniziativa Nucleo Finalità Inibizione Prototipi Drammatico Moralismo
gioco Infantile, vs. familiare ideali
Locomotori senso di
o (Intrusivi, colpa
Inclusivi)
Età Periodo di Industriosità «Vicinato», Compe- Inerzia Ordine Formale Formalismo
scolare «latenza» vs. scuola tenza tecnologico (Tecnico)
senso
d'inferiorità
Adolesce Pubertà Identità Gruppi di Fedeltà Rifiuto (del Visione ideo- Ideologico Totalismo
n- vs. coetanei e ruolo) logica del
za diffusione gruppi mondo
dell'identità esterni;
Modelli di
guida
Giovinezz Genitalità Intimità Compagni Amore Esclusività Modelli di Rapporto Elitarismo
a vs. nell'amicizia, cooperazion con altri e
isolamento nel sesso, e e di sostegno di
nella competitività altri
competizione
età adulta (Procreativi Generatività Cooperazion Cura Negazione Orientamenti Generaziona Autoritarismo
tà) vs. e nell'attività educativi e le
stagnazione lavorativa e tradizione
le
responsabilit
à della
famiglia
Età senile Generalizz Integrità «L'umanità» Saggezza Disprezzo Saggezza Filosofico Dogmatismo
azione dei vs. «La
processi disperazione progrenie
sensuali)

Ma intanto nascono e si sviluppano i denti e, con loro, il piacere di mordere le cose agendo su di esse, attraverso di esse e a
staccarne pezzetti. Questo più attivo processo incorporativo caratterizza anche lo sviluppo di altri organi.
Gli occhi, dapprima disposti ad accettare gli stimoli così come si presentano, imparano poi a metterli a fuoco, ad isolarli e a
"ritagliare" gli oggetti dallo sfondo indistinto per seguirli con lo sguardo. Allo stesso modo gli orecchi imparano a
riconoscere i suoni più significativi, a localizzarli e a guidare gli spostamenti verso di essi, così come le braccia imparano ad
allungarsi compiutamente e le mani ad afferrare fermamente. Tutte queste modalità si presentano con ampie e diversificate
connotazioni a seconda del più o meno precoce svezza- - mento, e in rapporto al più o meno lungo periodo di dipendenza.
Come si vede, ci troviamo di fronte, non già ad un puro e semplice effetto causale di stimolo allo sviluppo ma - come
avevamo già detto - ad una composita e mutua assimilazione di schemi somatici, mentali e sociali, cioè ad uno sviluppo di
tipo adattivo che, negli schemi utilizzati dai vari contesti culturali, dev'essere per forza guidato da una qualche logica innata
(una logica che più avanti chiameremo ethos) e che è in sintonia con le crescenti capacità dell'io rivolte all'integrazione dei
suoi "apparati" secondo modalità adattive.
Come nel caso del comune alternarsi tra il Trattenere e il lasciar andare, alcune culture - e probabilmente proprio quelle
nelle quali la possessività è l'elemento culturale dominante - possono essere indotte a sottovalutare i processi ritentivi ed
eliminativi che normalmente regolano lo stadio anale-muscolare, e possono di conseguenza fare di quelle zone un "campo di
battaglia". Nel loro ulteriore sviluppo, processi come il trattenere possono infatti trasformarsi in una distruttiva e crudele
fissazione o repressione; allo stesso modo il lasciar andare può trasformarsi in una ostile liberazione di forze distruttive o
diventare un incontrollato "lasciar passare" o "lasciar essere". Intanto, un sentimento di sfiducia e d'insicurezza (dovuto alla
conflittualità di troppi e incoerenti significati e agli insufficienti o eccessivi interventi) può portare ad un profondo senso di
vergogna e al dubbio ossessivo, un dubbio che deriva dal non sapere se si è voluto ciò che si è fatto o se si è fatto ciò che ci
è stato imposto.
Il processo intrusivo che regola gran parte del comportamento del terzo stadio, quello genitale-infantile, si caratterizza
per la varietà di "analoghe" attività conformemente organizzate: l'intrusione nello spazio, a mezzo di una vivace
locomozione; verso altri corpi, a mezzo di attacchi fisici; negli orecchi e nelle teste delle persone, a mezzo di rumori
assordanti; e nel mondo delle cose sconosciute, a mezzo di una spiccata curiosità. Il processo inclusivo può invece
esprimersi secondo modalità talvolta sorprendentemente diverse rispetto al precedente comportamento aggressivo; può
manifestarsi cioè con una calma, anche se attiva recettività riguardo al materiale oggetto di fantasie, e con una piena
disponibilità a stabilire affettuose e protettive relazioni coi coetanei e con bambini più piccoli. In effetti, la prima
libidinizzazione del pene e della vagina può esprimersi nel gioco autoerotico e in fantasie edipiche e - se le con dizioni lo
consentono - può spingersi fino al reciproco gioco sessuale compresa l'imitazione dell'amplesso adulto. Tutte queste mo-
dalità comportamentali sono però destinate a scomparire al momento della fase di "latenza" quando lo stadio deambulatorio
e genitale-infantile si unisce all'inventario di più generalizzate possibilità che si risolvono nel concetto semantico inglese di
making, nel senso di "darsi da fare". La parola fa infatti pensare all’iniziativa, al bisogno di raggiungere uno scopo, al
piacere della conquista. Anche in questo caso alcune culture riescono a coltivare nel ragazzo una più accentuata disposizione
al making attraverso processi intrusivi e nella ragazza, un making che si esprime con l'arte dello stimolare, del provocare o
attraverso altre forme di "cattura", col rendersi cioè attraente e graziosa. Entrambi i sessi hanno comunque a disposizione
un'ampia combinazione di tutte queste modalità.
Una parola dev'essere ora spesa sul fatto che invece dell'originaria "fase fallica" preferisco parlare di uno stadio genitale-
infanti- ' le e di considerarlo regolato in entrambi i sessi da una combinazione di modalità e di processi sia intrusivi che
inclusivi. Nello stadio genitale-infantile - e questa sembra essere una delle "ragioni" (evoluzionistiche) del periodo di latenza
- si deve infatti dare per scontata in entrambi i sessi una disposizione bisessuale, mentre al momento della pubertà si deve
dare per scontata una completa differenziazione dei processi genitali nel senso dell'intrusione maschile e dell'inclusione
femminile. Se è vero che l'osservazione da parte di una bambina del ben visibile organo erettile maschile può determinare,
specie in contesti culturali di tipo patriarcale, l'invidia del pene, è anche vero che la stessa osservazione può far nascere in lei
e più semplicemente, un forte desiderio di includere il pene stesso in quella parte in cui desidera entrare. Per capire questo è
bene ricordare che non si sta parlando dei soli processi organici, ma anche delle modalità sociali di intrusione e di inclusione
che sono essenziali dal punto di vista evolutivo sia per i maschi che per le femmine. Occorre, allora, un ulteriore
approfondimento nei riguardi dello sviluppo femminile: (1) dall'esclusivo senso di perdita di un organo esterno alla
percezione di un nascente e vitale potenziale interno - lo "spazio interno", appunto - che non è affatto in contrasto con le
manifestazioni di una forte capacità intrusiva nella locomozione e nei più generali schemi dell'iniziativa e (2) da una "passi-
va" rinuncia all'attività maschile alla giocosa ricerca di attività tra loro consonanti e indicative del possesso di organi capaci
di dare la vita e di nutrire. Una certa disposizione bisessuale con l'utilizzazione alternativa di processi ora intrusivi, ora
inclusivi, consente allora più ampie variazioni culturali e personali nella manifestazione delle differenze sessuali senza
escludere una completa differenziazione genitale al momento della pubertà.
L'alternarsi di processi intrusivi e inclusivi determina naturalmente degli specifici conflitti nell'infanzia maschile. Senza
dubbio, in un'età così ricca di interessi fisici, l'osservazione dei genitali femminili può far nascere nel bambino la paura della
castrazione, una paura che può inibire le identificazioni con figure femminili. Malgrado questo, però, se la manifestazione è
tollerata sotto illuminate condizioni, tali identificazioni possono essere d'aiuto allo sviluppo di quei ragazzi le cui qualità di
cure materne siano commisurate con una forte locomozione e, più tardi con un'intrusiva genitalità.
Una più completa considerazione del fine ultimo delle zone genitali, dei processi organici e delle modalità sociali può
essere di aiuto per chiarire la natura di alcuni comuni problemi maschili e femminili i quali devono essere interpretati nella
loro complessità dinamica prima che la naturale e tradizionale manifestazione delle differenze sessuali diventi del tutto
comprensibile. C'è infatti un'innegabile affinità tra i processi inclusivi e quelli incorporativi. Data l'assenza di un potenziale
fallico per l'intrusione (e un differimento nello sviluppo del seno), nella femmina quest'affinità può accentuare, sotto la
pressione di particolari condizioni culturali, la tendenza a cercare rifugio nello stato di dipendenza. Questa può. a sua volta,
entrare in conflitto con le tendenze di sfruttamento presenti in alcune culture, specie in relazione alle condizioni di dipen-
denza derivanti dalle esclusive e illimitate responsabilità procreative della femmina stessa. In certi contesti culturali allora,
insieme ad una radicale distinzione dei compiti riservati ai sessi, questa stessa tendenza può aver contribuito a favorire, nel
corso della storia umana, lo sfruttamento della donna la quale vorrebbe - sapendo che anche gli altri lo vogliono - restare
dipendente anche quando o proprio quando è operativamente impegnata nella cura di persone dipendenti, siano essi bambini
o adulti6. Nel maschio, d'altra parte, qualsiasi analogo bisogno di dipendenza repressiva o, in concreto, una alimentata
identificazione con la madre, possono condurre, sotto le stesse condizioni, a manifestazioni apertamente compensative,
capaci di esprimersi sotto forma di comportamenti fortemente intrusivi come la caccia e la guerra, la competitività e l'azione
eroica.
Cosa avvenga, in entrambi i sessi, dei controprocessi merita dunque uno studio comparativo, tanto più in un'epoca in cui
tutte le conclusioni teoriche avanzate su tali problemi si pongono all'interno di un acceso dibattito ideologico. La cosa più
importante è che gli esperimenti sociali di oggi e i futuri approfondimenti sappiano condurci verso un èthos sessuale che
valga per i bambini di entrambi i sessi come per gli adulti già emancipati.

Modalità posturali

Nel considerare il fine ultimo dei processi organici delle zone erogene al fine di metterli in rapporto con le modalità
dell'esperienza sociale, è importante porre in rilievo, sotto forma più sistematica, il significato sociale delle modalità
sensoriali, muscolari e locomotorie durante tutto il periodo della pregenitalità. Sotto queste condizioni il bambino vive,
come si è visto, due forme di esperienze entrambe destinate ad espandersi: quella relativa al rapporto spazio-tempo e quella
riguardante il raggio di un significativo rapporto sociale.
La teoria psicoanalitica, nel trattare gli stadi della psicosessualità, non ha tenuto gran conto delle differenze che esistono
tra lo stare sdraiati, il camminare carponi, lo stare in piedi o il camminare, sebbene il vero enigma posto a Edipo enunci
chiaramente la loro indiscussa importanza: «Cos'è che cammina su quattro piedi al mattino, su due a mezzogiorno e su tre
alla sera?». Consentitemi dunque di cominciare ancora una volta con la più precoce delle posture per cercare d'illustrare il
modo col quale essa determina (in sintonia con gli stadi psicosessuali e psicosociali) alcuni fondamen tali sviluppi
dell'esperienza spazio-temporale.
Il neonato, anche quand'è sdraiato, s'ingegna sempre di più e giorno per giorno, per poter cogliere con lo sguardo il volto
della madre che, pronta a rispondergli, è piegata su di lui 7. La psicopatologia c'insegna che questa crescente relazione
occhio-a-occhio (J. Erikson8) è una forma di "dialogo" essenziale ai fini dello sviluppo psichico, anzi, è la ragione stessa di
sopravvivenza per l'essere umano, come lo è il rapporto bocca-a-seno per il suo sostentamento: il primo e più grave segno
d'incapacità ad "entrare in contatto" col mondo materno è infatti proprio quello di venir meno all'incontro occhio-a-occhio.
Ma se il contatto viene stabilito, da quel momento il bambino sarà in grado di cercare altri volti, di vol gere lo sguardo verso
altre persone, e per tutta la vita si sentirà rassicurato da incontri sempre più significativi. Così, nel giocoso e semplice
dialogo che regola i primi rapporti interpersonali, la luce degli occhi, le fattezze del volto e il suono del nome diventano
componenti essenziali per un primo riconoscimento del e a mezzo del "primo altro". Il loro permanente valore esistenziale è
dimostrato dal modo col quale queste componenti sono destinate a ripresentarsi, nel corso della vita, in altri incontri
decisivi: quello degli innamorati come nel poetico verso «brinda a me solo coi tuoi occhi», o delle folle incantate (come
nell'indiano «darshan») che «assorbono la presenza di una figura carismatica», o ancora nell'esempio della costante ricerca
di una presenza divina, come nella promessa di S. Paolo secondo la quale riusciremo un giorno a scoprire il mistero
dell'«oscura trasparenza» e potremo «conoscere anche se noi stessi saremo conosciuti». Quanto sappiamo oggi
sull'esperienza di persone che sono tornate in vita dopo una morte apparente sembra confermare la visione di quest'ultimo
incontro.
Nello sviluppare il discorso su questa iniziale disposizione dell'uomo, non possiamo non ricordare l'ingegnosa tecnica,
propria della tipica situazione psicoanalitica, la quale, paradossalmente, consente la produzione di libere associazioni di
parole a patto che il paziente sia sdraiato, in una posizione cioè che non consente di guardarsi negli occhi durante quei
singoli interscambi verbali. Quest'insieme di libertà e di costrizione è, di fatto, destinato a produrre
duraturi e decisivi effetti di transfert i più significativi (e, per alcuni, i più indicativi della presenza di turbe) dei quali si possono
considerare una ripetizione della situazione vissuta dal bambino affettivamente deprivato che, in posizione supina, è alla
ricerca del volto disponibile di una qualche figura materna.

6
Mentre credo, in via di principio, all'importanza di questo potenziale di natura evoluzionistica e alla necessità di prenderne coscienza, devo
riconoscere che la sua presentazione in una tabella di processi e di zone (Erikson. 1963) potrebbe alterarne il significato a motivo della eccessiva
semplificazione configurativa (N.ciA.).
7
Uno sviluppo di questo tema si trova in D. Stern, Le prime relazioni sociali: il bambino e la madre, in queste stesse edizioni (N.d.T.).
8
Erikson J.,M. Eye to eye, in the Man-Made Object. G Kepes (ed), New York, Braziller, 1966
Lo sviluppo umano è caratterizzato da rilevanti e decisive modificazioni; e se inizialmente restano evidenti i caratteri
singolarmente lunghi della dipendenza infantile9, il bambino dell'uomo deve imparare presto a "reggersi sui propri (due!)
piedi" e ad acquisire la stabilità di una posizione che crea le premesse di nuove possibilità particolarmente importanti: come
homo ludens diventa anche homo erectus.
Per l'individuo in posizione eretta la testa (all'inizio un po' barcollante) sta alla sommità del corpo, gli occhi di fronte. La
nostra visione stereoscopica ci consente così di "cogliere" ciò che è davanti e di fronte a noi. Ciò che è dietro è anche alle
nostre spalle; ed esistono altre, significative combinazioni: davanti e di sopra; davanti e di sotto; indietro e in alto; e indietro
e in basso.
Ciascuna di queste combinazioni riceve, nelle diverse lingue, precise e variegate connotazioni. Ciò che è davanti e in alto
può guidarmi come una luce, e ciò che è di sotto e di fronte può farmi ' 1 procedere come un serpente. Chi e ciò che mi sta
alle spalle non lo posso vedere anche se esso può vedermi; il senso di vergogna non riguarda allora e soltanto la
consapevolezza d'essere esposto di fronte agli altri ma anche quella di una mia esposizione "posterio re", di un "di dietro". Le
persone che stanno "dietro di me" possono dunque cadere in analoghe, contraddittorie categorie, come quelle che "stanno
sostenendomi" e che mi guidano nell'andare avanti; o come quelle che mi stanno osservando senza ch'io me ne accorga, e
quelle che vengono "dopo di me" e che cercano di "raggiungermi". Di sotto e di dietro sono allora le cose e le persone ch'io
ho voluto semplicemente sorpassare, superare, o quelle ch'io voglio lasciare indietro, dimenticare, mettere da parte. In
questo caso il processo eliminativo può essere considerato come una più generalizzata modalità espulsiva, e vi sono
certamente molte altre, sistematiche e significative combinazioni di processi organici e di prospettive posturali la cui
individuazione lascio alla fantasia del lettore. Il lettore può aver nel frattempo notato (come del resto feci io) che in questo
paragrafo mi sono sempre espresso nei termini di un "Io" che è soggetto di esperienza 10. E, infatti, qualsiasi progressione
dello sviluppo che riceva una conferma linguistica ed esperienziale, convalida non solo (l'inconscio) io, ma anche l'"Io"
cosciente inteso come nucleo stabile dell'auto-consapevolezza, che è punto centrale per la nostra vita psichica come lo è il
respiro per la nostra esistenza fisica.
Nei confronti di tutte queste cose, la logica posturale (come quella modale) del linguaggio è una delle prime garanzie, per
il bambino che cresce che «il modo individuale di padroneggiare l'esperienza (la sintesi del suo io) è una riuscita variante di
un'identità di gruppo e in pieno accordo col suo progetto spazio-temporale e di vita». Ma ritorneremo sull'argomento.
Un bambino che abbia finalmente acquisito la capacità di muoversi sembra allora destinato, non solo a ripetere e a
perfezionare l'atto di camminare col piacere della sicurezza e il gusto della padronanza, ma è anche disponibile a compiere -
in linea col carattere intrusivo dello stadio genitale-infantile - tutta una serie di "invasioni" nel campo delle altre persone. In
tutti i contesti culturali il bambino prende infatti coscienza del suo nuovo status, che è quello di uno "che può camminare"
con tutte le connotazioni, talvolta contraddittorie, che ciò comporta: quella di uno "che può andare lontano"; "che può
andare troppo lontano"; o quella di una bambina "che può muoversi con grazia", o che potrebbe tendere "ad ingannare".
Così il camminare, come qualsiasi altro progresso evolutivo, può contribuire alla formazione di un'autostima capace di ri-
flettere e rinforzare la convinzione che si stanno facendo i giusti passi verso un futuro produttivo e condiviso dagli altri, e
che, lungo questa strada, si va acquisendo un'identità psicosociale.
Come lo ha fatto per le strutture evolutive del bambino che devono essere messe in relazione e restare sempre collegate
con la realtà culturale del «mondo esterno», la psicoanalisi ha anche messo l'accento sui modi attraverso i quali, durante la
fanciullezza, le prescrizioni e le proibizioni dei genitori vengono interiorizzate fino a diventare parte del super-io, cioè di
quell'interna voce più forte-di-te che ti fa "pensare"; o di un io ideale che ti fa ansiosamente e orgogliosamente guardare alle
più alte espressioni del tuo sé e che ti aiuta ad avere fiducia nei "grandi" consiglieri e nei "grandi" capi.

La ritualizzazione

Quello che, seppure in termini approssimativi, è stato prima definito come "dialogo" o rapporto tra il bambino che cresce
e gli adulti che si curano di lui, acquista un più consistente valore psicosociale se descriviamo una delle sue più significative
caratteristiche, e cioè la ritualizzazione. Questo termine è mutuato dall'etologia che è lo studio del comportamento animale,
e fu coniato da Julian Huxley 11 in riferimento ad alcuni "cerimoniali" di natura filogenetica quali si manifestano nelle
cosiddette società animali, com'è il caso delle vistose cerimonie di saluto proprie di alcune specie di uccelli. Qui dobbiamo
però tener presente che le parole "cerimonie" e "cerimoniale" acquistano senso in questo contesto solo se poste tra
virgolette, come succede alla parola "rituale" quando viene usata per indicare la caratterizzazione clinica di una coazione a
ripetere che abbia, per esempio, a sintomo il bisogno ossessivo di lavarsi le mani. Per fortuna il termine è nel nostro caso

9
Sull'argomento si veda il nostro. Su alcuni caratteri delia dipendenza infantile, in «Cultura e scuola», 1982. n. 81, 164-168 (N.d.T.).
10
Qui e di seguito, l'A. usa con diverso significato e fra virgolette "I" ("lo") e ego (io). Col primo intende esprimere la piena e autonoma presenza
di un «Io» cosciente, inteso come centro e sintesi dell'esperienza individuale (il «proprium» di Allport per fare un esempio analogico): col secondo,
un io in formazione e ancora soggetto ai condizionamenti delle pulsioni inconsce. Traducendo ci siamo sempre attenuti a questa distinzione (N.d. T. ).
11
Huxley J., From an antique land: ancient and modern in the middle east, New York, Harper and Row, 1966
meno pretenzioso e nell'ambito umano viene usato solo per indicare un tipo di rapporto informale, anche se imposto, tra
persone che lo ripetono secondo intervalli particolarmente significativi e in ricorrenti occasioni. Anche se tale rapporto
sembra non avere (almeno per i partecipanti) un significato che vada al di là di «questo è il modo in cui noi facciamo le
cose», siamo invece del parere ch'esso assuma un particolare valore in senso adattivo per tutti coloro che lo vivono e per i
gruppi ai quali appartengono. Esso, infatti, favorisce e guida, fin dall'inizio dell'esistenza, quel saggio e istintuale
investimento emozionale verso i processi sociali che deve poi servire ai fini dell'adattamento umano come una particolare
dotazione istintiva e specie-specifica serve all'adattamento animale.
Per cercare una comune analogia con le ritualizzazioni animali così ben descritte da J. Huxley e K. Lorenz 12 (1966), ci
viene in mente il modo in cui la madre umana si accosta al bambino quando sta per svegliarsi, o i modi coi quali la stessa
madre lo nutre, lo lava o lo mette a dormire. Diventa allora chiaro che ciò che chiamiamo' ritualizzazione nell'ambito umano
può essere al tempo stesso un fatto decisamente individuale ("tipico" per quella madre particolare e adatto per quel
particolare bambino), anche se, all'occhio di un osservatore esterno, esso può sembrare caratterizzato da comporta menti
stereotipati secondo le indicazioni suggerite da alcune linee di ricerca sottoposte ad analisi antropologica di tipo
comparativo. L'intero modo di procedere va insomma oltre la periodicità dei bisogni fisici e libidinali poiché si adatta volta
per volta alle sempre maggiori capacità cognitive del bambino, mentre l'esigenza di compiere esperienze sempre più
differenziate viene soddisfatta dalla varietà del comportamento materno. La madre, una volta partorito, deve imparare molte
cose, e per quanto realizzi un'istintiva gratificazione per il solo fatto di sentirsi madre, ha bisogno di diventarlo attraverso la
personalizzazione della sua maternità. Questa prima forma di ritualizzazione umana, mentre risponde a tutta una serie di
abitudini e di doveri, fa allora anche da supporto a quel bisogno di cui abbiamo già detto e che si esprime nella reciproca ri-
cerca di un rapporto fatto di sguardi e di vocalizzazioni. Se fin qui ci siamo sempre riferiti alla diade bambino-
madre,dobbiamo ora chiamare in causa altre figure materne e soprattutto quella paterna che aiuta ad evocare e a rinforzare
nel bambino stesso la percezione di un primo altro, cioè la controfigura dell'Io.

Ogni volta che e dovunque si verifichi una ripetizione della ritualizzazione, gli "incontri" tra il bambino e le figure
materne riconciliano nel migliore dei modi alcune apparenti contraddizioni: re ^ sono giocosi seppure formalizzati:
diventano comuni perché ripetitivi e tuttavia sembrano sempre nuovi. Inutile dire che tali "incontri", per quanto semplici
possano essere nel loro carattere "natura- le", non sono affatto il frutto di fredde determinazioni e (come le cose migliori
della vita) non possono essere progettati a tavolino. Nonostante tutto, essi servono a far nascere il duraturo fondamento di
quella che (infelicemente) nel linguaggio comune viene chiamata relazione "oggettuale"; infelicemente, perché in questo
caso un termine tecnicamente corretto per gli specialisti come parte integrante della teoria libidica (la persona amata è infatti
un "oggetto" della libido), viene ad essere generalizzato con possibili, «non confessate» conseguenze (Erikson, 1978). La
persona alla quale si rivolge una così ricca carica d'amore viene chiamata un "oggetto" e questa inappropriata definizione
esclude la parola oggetto dal mondo delle cose reali: quel mondo verso il quale il bambino deve invece rivolgere interessi
emozionali e cognitivi di decisiva importanza. Ad ogni buon conto, l'aspetto psicosessuale del problema fi trova il suo
complemento nella capacità psicosociale di prendere coscienza dell'esistenza di un "primo altro", nonché quella di percepire
il proprio sé come un sé distinto e, alla luce dell'altro, diverso. Questa capacità fa nello stesso tempo da contrappeso
all'insorgenza dell'aggressività e dell'ansia che, nel bambino dell'uomo, sembrano essere più complesse e incisive delle paure
e dei turbamenti a cui sono sottoposti i cuccioli degli animali. L'assenza di questa precoce capacità può al contrario e in casi
limite, determinare nel bambino una forma di "autismo" che, molto probabilmente, costituisce risposta alla carenza di cure
materne. In queste condizioni è facile verificare l'inutilità del comportamento materno, una specie di rituale privato
caratterizzato dall'assenza del contatto occhio-a-occhio e della responsività facciale e, nel bambino, da un'ossessiva quanto
inutile ripetizione di stereotipi gestuali.
Devo ora riconoscere che l'applicazione dei termini ritualizzazione e rituali a fenomeni come quelli descritti, trova una
giustificazione anche nella corrispondenza che è possibile cogliere tra le ritualizzazioni quotidiane e i grandi rituali della
cultura entro la quale esse stesse si esprimono. Dicevo prima che il reciproco bisogno d'incontro tra la madre e il bambino
può essere considerato come un modello dei più importanti incontri che si avranno nel corso della vita, e questo può ora
servire a rendere plausibile il fatto che le ritualizzazioni presenti in ciascuno stadio del ciclo vitale corrispondono a una delle
più significative istituzioni nella struttura delle varie società e dei loro rituali. Riconosco che questa prima ed oscura
affermazione sulla polarità di "Io" e di "Altro" costituisce l'elemento di base ai bisogni rituali ed estetici dell'individuo uma-
no in forza di quella penetrante qualità che possiamo indicare come il numinoso: la testimonianza di una consacrata
presenza. Il sacro ci rassicura infatti, di volta in volta, di una separazione destinata ad essere superata e, tuttavia, anche di
una distinzione destinata ad essere confermata13, e realizzare quel tipo di espansione e di auto-affermazione come sono
12
Lorenz K., Ritualization in the psychosocial evolution of human culture, in Philosophical transactions for the Royal society of London, Sir Julian
Huxley (ed.), series B, n.172, vol 251, 1966
13
Una più libera e discorsiva traduzione del concetto che l'A. intende espri- i mere potrebbe essere questa: il senso del sacro è in noi e ci fa vivere
l'esperienza dell'Io come quella di un'entità individuale, distinta, indipendente e, tuttavia, destinata ad espandersi e a realizzarsi nel rapporto con gli altri,
desiderati dalla sua famiglia e dalla sua cultura, e quella negativa (e ancor più incisiva) di uno, che non è riuscito ad essere
(o a sembrare) pur cioè dei caratteri che danno un senso alla percezione del nostro "Io". La religione e Partenone le
istituzioni che, tradizionalmente, hanno prodotto e alimentato il senso della sacralità, come dimostrano i particolari dei
rituali a mezzo dei quali il sacro viene ad essere condiviso in comunione col sacro di altri "Io" i quali partecipano e si
fondono in un abbraccio che li comprende tutti «Io Sono (Jeova)» (Erikson14). In competizione con la religione e con l'arte,
anche le monarchie hanno poi assunto questo ruolo e. ai giorni nostri, sono indubbiamente le ideologie politiche che, con
l'immagine del capo moltiplicata su migliaia di vessilli, si sono appropriate la funzione di alimentare il senso del sacro. Per
gli osservatori scettici (compresi i clinici che. oltre a farsi forti col potere della "tecnica", partecipano ad un "movimento"
professionale col ritratto del fondatore appeso al muro e con la guida ideologica della sua illuminata preistoria) sarà fin
troppo facile giudicare questi tradizionali bisogni di esperienze inclusive e trascendenti come fossero parziali regressioni
verso condotte di tipo infantile o come forme di psicosi collettiva. Si tratta invece di bisogni che vanno studiati in tutta la
loro relatività storica o dinamica.
È però vero che alla base di ogni ritualizzazione c'è anche una, forma di ritualismo come noi chiamiamo quegli schemi
comportamentali caratterizzati da stereotipe ripetizioni e da illusorie pretese che rendono nullo il valore integrativo
dell'organizzazione comunitaria. Così, il bisogno del sacro può, in certe condizioni, degenerare facilmente in idolatria,
un'evidente forma di passiva e sottomessa dedizione, che può davvero diventare uno dei più pericolosi si stemi di delusione
collettiva. ________________________
Cerchiamo ora di caratterizzare (nel modo più breve possibile) le ritualizzazioni primarie del secondo {anale-muscolare)
e del terzo (genitale-infantile-locomotorio) degli stadi: nel secondo stadio nasce il problema di come lo spontaneo piacere
collegato alle funzioni dell'apparato muscolare (compresi gli sfinteri) possa essere guidato secondo schemi comportamentali
adatti alle attese culturali, e come questa guida possa dipendere da una volontà adulta che dovrebbe diventare la volontà
stessa del bambino. Nelle ritualizzazioni della prima infanzia i responsabili delle decisioni e delle cautele erano senza
dubbio i genitori; ora, invece, è il bambino stesso che dev'essere abituato a "badare a se stesso" nei riguardi delle co se che
sono possibili e/o permissibili e di quelle che non lo sono. A questo scopo genitori e altri adulti non esitano a metterlo
apertamente a confronto con quello che potrebbe diventare se egli (ed essi) fallisse in questo compito, facendo così nascere
due opposte immagini di sé: quella positiva di uno che è sulla buona strada per questo o a quel comportamento per il quale il
bambino viene considerato o troppo piccolo, o dell'età giusta, o già troppo grande. Tutto questo si verifica ora all'interno di
complessi rapporti affettivi che coinvolgono sia i ragazzi sia i familiari tra i quali un ruolo sempre più centrale viene ad
essere assunto dalla figura paterna. Forse tocca proprio a questa figura di maggiore autorità muscolare e con la voce più
grossa il compito di sottolineare i Sì e i No e di equilibrare nel contempo i severi e minacciosi aspetti della sua personalità
fisica con un benevolo e premuroso atteggiamento che serva anche da guida.
Dal punto di vista clinico si conoscono bene gli esiti patologici derivanti, in questo stadio, da un ben definito tipo di
disturbo. Ancora una volta è il fallimento delle ritualizzazioni quello che delinea il margine della libertà individuale in modo
da consentire di compiere delle scelte fondamentali anche quando sono venute meno alcune possibilità di auto-
determinazione. È così che la ritualizzata adesione alla necessità di distinguere il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo
e il mio dal tuo, può degenerare o in una costrittiva acquiescenza, o in una ricorrente impulsività. Gli adulti, da parte loro,
danno prova della loro incapacità a portare avanti una ritualizzazione produttiva indulgendo essi stessi in ritualismi costrit-
tivi, impulsivi e, spesso, perfino crudeli.
Questo stadio è anche la sede che vede stabilizzarsi un altro importante principio della ritualizzazione, quello ch'io
chiamo giuridico giacché mette d'accordo "la legge" e "la parola": essere pronti ad accettare lo spirito del mondo che è
portatore di legalità, è conquista fondamentale in questo stadio dello sviluppo. Qui sta infatti l'origine ontogenetica di
quell'assillante preoccupazione umana circa i problemi della libera volontà e dell'auto-determinazione, co me quelli della
legittima definizione della trasgressione e della colpa. E le istituzioni che hanno le loro radici in questa fase della vita sono
quelle che definiscono per legge la libertà d'azione dell'individuo. I corrispondenti rituali vanno ricercati nel sistema
giudiziario che rende palese nella pubblica assise della Corte un dramma che è noto alla vita interiore di ciascuno di noi,
giacché la legge - dobbiamo ammetterlo - è instancabilmente vigilante come lo è.
ahimè, la nostra coscienza: ed entrambe nel momento stesso in cui condannano, devono darci il senso della nostra libertà.
Così, il giuridico è un altro intrinseco elemento dell'adattamento psicosociale dell'uomo che affonda le sue radici nello
sviluppo ontogenetico. Ma, anche in questo caso, il rischio del ritualismo è sempre in ag guato: è il legalismo che - ora con
troppa indulgenza, ora con troppa severità - viene a costituire il corrispettivo burocratico dell'individuale tendenza alla
coercizione.

il che significa che j noi viviamo l'esperienza dell'Io come trascendenza del separato e, nello stesso tempo, come conferma della nostra peculiare
individualità (N.d.T.).

14
Erikson E., The Galilean saying and the sense of “T”, “Yale Review” Spring 1981, 321-62
L’età ludica infine, è quella di uno stadio che si presta bene a chiudere la descrizione delle ritualizzazioni nella vita
prescolare. Dal punto di vista psicosessuale l'età ludica deve risolvere la triade edipica che caratterizza il tipico nucleo
familiare, mentre, indipendentemente dai metodi che una società utilizza ai fini della prima scolarizzazione, le
polarizzazioni affettive rivolte a figure extra-familiari vengono rimandate alle fasi che seguono l'esperienza della scolarità
primaria. Intanto l'età ludica affida l'accresciuta sfera dell'iniziativa alla capacità che hanno i bambini di estendere l'ambito
della loro ritualizzazione, e cioè il mondo dei giocattoli e quello dei giochi condivisi con gli altri nella dimensione spazio-
tempo. Giocattoli e giochi riescono infatti a risolvere in un rapporto di natura immaginativa, sia gli eccessivi sogni di
conquista, sia il senso di colpa che ne consegue15.
L'elemento base della ritualizzazione che caratterizza l'età ludica è la forma infantile del drammatico, della
drammatizzazione. Il quadro epigenetico dimostrerà, però, che il drammatico non sostituisce ma si aggiunge agli elementi
del sacro e del giuridico, anche sv, anticipa quelli che, ontogeneticamente, devono ancora venire, e cioè il formale e
l'ideologico. Nessun rituale, rito o cerimonia può fare a meno di questi elementi. Le istituzioni che sono in corrispondenza
col gioco infantile sono però il palcoscenico-o-schermo nel quale viene a specificarsi la severa o umoristica espressione del
drammatico, o altre particolari sedi (il tribunale, il tempio, la Corte,
il Parlamento) nelle quali gli eventi drammatici trovano possibilità di manifestazione. Per quanto riguarda l'elemento del
ritualismo radicato nell'età ludica, penso che, quando vengono a mancare delle modalità creativamente ritualizzate e perciò
capaci di canalizzare il senso di colpa, esso si risolva in una morali stica e inibente soppressione dell'iniziativa ludica. In
questo caso è giusto allora parlare di Moralismo.
Giacché abbiamo messo in relazione il gioco col dramma, è bene spendere qualche parola sull'importanza del destino
infantile di re Edipo che fu certamente l'eroe di un gioco. Nel mettere nel Qua dro alcuni aspetti di natura organismica, non
abbiamo tenuto conto del crescente numero di persone (o partners di ruolo) con le quali il bambino (a mezzo delle zone, dei
processi e delle modalità) può entrare via via in significativo rapporto. Prima fra tutte è, naturalmente, la persona della
madre che nello stadio simbiotico consente alla carica libidica l'attaccamento al primo altro che, come abbiamo visto,
diventa anche il garante di una specie di amore di sé (del quale Narciso sembra essere un caso particolare) assicurando così
quella fiducia di fondo che considereremo ora come la più importante attitudine alla comprensione degli altri. .
Le condizioni "conflittuali" che portano al complesso edipico vengono a stabilirsi quando l'originaria diade diventa una
Triade che include la figura paterna, quando cioè il bambino è mosso da un forte desiderio di possedere per sempre il
genitore di sesso opposto e avverte di conseguenza un sentimento di gelosia e di rancore per il genitore (che pure ama) del
suo stesso sesso. Gli aspetti psicosessuali di questo precoce attaccamento affettivo hanno messo in evidenza quello che è il
vero complesso centrale della psicoanalisi. Dobbiamo però aggiungere che queste forti spinte affettive sono regolate in
modo da essere al loro punto massimo quando le possibilità tisiche per la loro effettiva realizzazione sono del tutto assenti,
mentre e in piena fase di sviluppo l'immaginazione ludica.

Allo stesso modo, i primi desideri istintuali e le conseguenti risonanze in termini di senso di colpa, sono regolati in modo da
manifestarsi a quel livello dello sviluppo che vede uniti il più forte conflitto infantile coi maggiori progressi della fase
ludica, mentre nel momento in cui desideri fantastici e sentimenti di colpa tendono a manifestarsi essi sono regolati in modo
da essere assorbiti nel successivo stadio di "latenza" e di età scolare. A sua volta, in età adolescenziale, con l'avvento della
maturazione genitale e il suo effettivo orientamento verso partners sessuali, i residui delle fantasie edipiche infantili di
conquista e di competitività vanno a legarsi con quelle dei compagni che vivono la stessa esperienza di idealizzazione di eroi
e di capi (persone che di fatto dominano aree ed arene, teatri" e mondi). Tutte queste fantasie sono provviste di -f energie
istintuali con le quali l'ordine sociale deve poter contare ai * fini del suo rinnovamento generazionale.
Anche se solo di sfuggita, dobbiamo ora ricordare un altro essenziale attributo dell'intera maturazione evolutiva. Mentre
il numero dei partners di ruolo aumenta e il bambino che cresce entra gradualmente in ruoli sempre nuovi all'interno di
gruppi sempre più ampi, alcune tipiche configurazioni, come l'originaria diade o triade, impongono la ricerca di una nuova
rappresentazione entro nuovi e più adeguati contesti. Ma se non si dispone di una prova in- i?\o te^ confutabile, nulla ci
autorizza a considerare tali "reincarnazioni" ' come sintomo di fissazioni o di regressioni a stati simbiotici già superati. Può
anche trattarsi, infatti, di una ricapitolazione epigenetica che si esprime ad un più alto grado di sviluppo e che si presenta
sintonizzata a quel livello che controlla i principi e i bisogni psicosociali. Nel contesto della ricerca ideologica propria
dell'adolescenza, o di quella comunitaria e generativa propria dell'età adulta, un'immagine carismatica o divina non è
necessariamente e "null'altro che" un ricordo del primo "Altro". Come Bios (1967) l'ha definita, può essere una «regressione
al servizio dello sviluppo maturativo».
Concludo questo capitolo sulle implicazioni generazionali dello sviluppo epigenetico con alcuni sommari richiami al
gioco. L'originaria teoria psicoanalitica del gioco, in accordo col principio dell'energia libidica, era quella "catartica"

15
Uno sviluppo di questa tesi si trova nel volume dello stesso autore. I giocattoli del bambino e le ragioni dell'adulto (1977) pubblicato in queste
stesse edizioni (1981) (N.d.T.).
secondo la quale nella fanciullezza il gioco ha la funzione di liberare delle emozioni represse e di trovare così un
immaginario conforto contro gli effetti delle frustrazioni subite. Un'altra spiegazione plausibile era quella che attribuiva al
bambino la possibilità di utilizzare l'accresciuta padronanza nell'uso dei giocattoli per realizzare adattamenti ludici che gli
davano l'illusione di poter far fronte anche ad alcune difficili condizioni di vita. Per Freud il gioco era prima di tutto la
possibilità di trasformare una forzata passività in un'immaginaria attività. Io stesso, in accordo col punto di vista dinamico,
considerai una volta come essenziale un' autosfera per il gioco che implica delle sensazioni corporee; una microsfera per i
giocattoli; e una macrosfera per i giochi sociali. Nell'utilizzazione clinica del comportamento ludico, è stata di grande aiuto
l'osservazione che dimostra come la microsfera dei giocattoli possa portare il bambino verso una incontrollata
manifestazione di pericolosi desideri ed argomentazioni che favoriscono l'insorgenza dell'ansia e che conducono - una volta
coscienti - ad una repentina disgregazione del gioco, una disgregazione che, allo stato di veglia, è il corrispettivo dell'ansia
prodotta da un sogno. Ed effettivamente, se spaventato o disturbato nella microsfera dei giocattoli, il bambino può regredire
nell'auto sfera dei sogni ad occhi aperti, del dito in bocca e della masturbazione. Dal punto di vista del normale processo
evolutivo, però, la piena attività ludica porta alla macrosfera, che è l'ambito sociale condiviso con gli altri, dove si deve
imparare quali esperienze ludiche possono essere condotte insieme e quali no. In questo caso viene allora ad imporsi subito
la grande invenzione umana dei giochi competitivi nei quali gli intenti aggressivi vanno a fondersi con le regole della lealtà.
Il gioco diventa allora un valido esempio del modo attraverso il quale ogni importante tendenza dello sviluppo epigenetico
continua ad espandersi e a sviluppare lungo l'intero corso della vita. Il potere ritualizzante del gioco è infatti la forma
infantile della capacità umana di trattare con l'esperienza attraverso la creazione di situazioni-modello e di padroneggiare la
realtà a mezzo dell'esperimento e della progettazione. Anche l'adulto, nelle fasi cruciali del suo lavoro, "gioca" con la
passata esperienza e anticipa certi obiettivi, a cominciare da quell'attività dell'autosfera che si chiama pensiero. Ma, al di là
di questo, nel costruire delle situazioni-modello, noi inventiamo e anticipiamo il futuro traendo vantaggio dalla passata
esperienza, non solo nelle manifeste drammatizzazioni (come nei "giochi" e nelle finzioni), ma anche in laboratorio o sul
tavolo da disegno; e ciò è possibile perché possiamo compensare i nostri fallimenti e rafforzare le nostre speranze. Per far
questo dobbiamo naturalmente imparare ad accettare e a trattare con quei materiali - siano essi giocattoli o schemi mentali;
materie naturali o prodotti della tecnica - che vengono messi a nostra disposizione dalle condizioni culturali, scientifiche e
tecnologiche del momento storico in cui viviamo.
L'epigenesi ci dice allora che gioco e lavoro non si escludono a vicenda. Una prima forma di lavoro serio è già presente
nelle primissime esperienze ludiche, mentre qualche maturo elemento di gioco non riduce ma aumenta la serietà del vero
lavoro. Gli adulti hanno anche la possibilità di utilizzare l'inventiva ludica e la progettazione per i più distruttivi degli scopi;
il gioco può diventare allora un'impresa rischiosa posta su una gigantesca bilancia, e fare il proprio gioco può significare
distruggere quello degli altri.
Tutti i temi dell'Età Ludica - quello dell'iniziativa inibita dal senso di colpa; delle fantasie materializzate in oggetti-
giocattolo; dello spazio ludico condiviso in senso psicosociale; e quello della saga di Edipo - tutti questi temi, dicevo, ne
ricordano però un altro, quello di un più privato palcoscenico-e-schermo: il sogno. Dalla sua verbalizzazione ed analisi
abbiamo imparato un'infinità di cose e tuttavia in questa prospettiva psicosociale dobbiamo evitare di parlarne limitandoci a
dire che il sogno, così ben studiato dal punto di vista del suo "latente" e nascosto significato, può diventate parti colarmente
illuminante nella sua "manifesta" utilizzazione di processi e di modalità (Erikson. 1977).
Dopo aver delineato la successione, fino alla fanciullezza, di alcuni elementi fondamentali dello sviluppo psicosociale,
come i processi e le modalità, la ritualizzazione e il gioco, devo tornare ancora una volta alla teoria psicosessuale che
attribuisce alcuni specifici apporti dell'energia istintuale allo sviluppo pregenitale del bambino.
La teoria della psicosessualità considera come meta dello sviluppo pregenitale la reciprocità della potenza sessuale dei
due sessi. Gran parte della maturazione adulta e gran parte di quella adulta libertà dalle nevrosi dipendono infatti da questa
realizzazione. Qualunque cosa sia questa libido, le sue trasformazioni nel senso di uno sviluppo psicosociale potrebbero,
come si è visto, non realizzarsi se venisse a mancare quella guida all'interazione con la sfida generazionale esercitata dalle
cure costanti e a volte premurose degli adulti. La logica di una teoria psicosessuale veramente completa deve allora dare per
scontata, nella natura umana, la presenza di una qualche spinta istintuale verso la procreazione e verso il rapporto
generativo, che sono poi il corrispettivo di quell'istintivo coinvolgimento dell'animale adulto nella procreazione e nella cura
della prole (Benedek, 1952). Così, nel completare la colonna A del Quadro 1, dobbiamo aggiungere (in parentesi) uno
stadio procreativo che rappresenta l'aspetto istintuale dello stadio psicosociale della generatività (colonna B).
Quando parlai di questo problema in una relazione presentata al Congresso internazionale di psicoanalisi di New York
nel 1979 (Erikson, 1980c), illustrai l'universalità del tema facendo notare che nella classica versione dell'Oedipus Rex, il re
non è accusato solo di un crimine genitale: Edipo viene accusato di avere «arato il campo dove egli stesso era stato
seminato» (Knox, 1957); il risultato fu che tutta la terra perse la sua fertilità e le donne diventarono sterili.
Riconosco, però, che sottolineare l'aspetto procreativo della psicosessualità in un momento in cui il controllo delle
nascite sta diventando una necessità universale, può sembrare abbastanza paradossale (se non proprio immorale).
Ciononostante, è e sarà compito della psicoanalisi quello di indicare i possibili rischi di un radicale cambiamento
nell'ecologia psicosessuale (come fu. del resto, sua originale missione in epoca vittoriana), visto che i loro effetti pos sono
essere ormai facilmente riconosciuti nell'esperienza clinica e al di là di essa. Sarà anche bene tener presente, ad esempio, che
l'eccessiva preoccupazione per il proprio "Sé", come si riscontra nei pazienti di oggi, è da attribuire almeno in parte alla
repressione.
del desiderio di procreazione e al rifiuto del senso di perdita che ne deriva. Ma c'è indubbiamente un'alternativa alla
patogena soppressione del bisogno procreativo, ed è la ^sublimazione, ovvero l'impiego delle cariche libidiche negli
interventi psicosociali. Basti pensare alla crescente disponibilità e capacità dimostrate dagli adulti del nostro tempo
nell'assistenza in casa, a scuola o in quelle parti del mondo ancora sottosviluppate, di bambini biologicamente handicappati.
E la generatività comporta sempre la possibilità di compiere un energico salto verso la produttività e la creatività al servizio
delle generazioni.
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II termine, dal tedesco Muminos e con radice nel latino numeri (nume), sta ad indicare l'elemento fondamentale, in senso oggettivo come
soggettivo, relativo all'esperienza del "sacro" e della "sacralità'" (numinosità) ( N.d.T.).