Sei sulla pagina 1di 4

PROPOSTA DI SOLUZIONE PER LA SIMULAZIONE PRIMA PROVA DI MATURITÀ 2019

TRACCIA: Italiano
ARGOMENTO: – Esempio tipologia C – Riflessione critica di carattere espositivo-

argomentativo su tematiche d’attualità - Eugenio Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi,

Torino 2018, pp. 67-69

La nostalgia fa parte della vita, come ne fa parte la memoria, della quale la nostalgia si nutre sulla
scia dei ricordi che non dovremmo mai dimenticare, e che ci aiutano a vivere. Non c’è vita che non
possa non essere attraversata dai sentieri talora luminosi e talora oscuri della nostalgia, e delle sue
emozioni sorelle, come la malinconia, la tristezza, il rimpianto, il dolore dell’anima, la gioia e la
letizia ferite, e sono molte le forme che la nostalgia assume nelle diverse stagioni della nostra vita.
Andare alla ricerca delle emozioni, delle emozioni perdute, e la nostalgia ne è emblematica
testimonianza, è compito di chiunque voglia conoscere le sconfinate aree dell’interiorità, e delle
emozioni che ne fanno parte. Non dovremmo vivere senza una continua riflessione sulla storia
della nostra vita, sul passato che la costituisce, e che la nostalgia fa rinascere, sulle cose che
potevano essere fatte, e non lo sono state, sulle occasioni perdute, sulle cose che potremmo
ancora fare, e infine sulle ragioni delle nostre nostalgie e dei nostri rimpianti. Non solo è possibile
invece, ma è frequente, che si voglia sfuggire all’esperienza e alla conoscenza di quello che siamo
stati nel passato, e di quello che siamo ora.
La nostalgia ha come sua premessa la memoria che ne è la sorgente. Se la memoria è incrinata, o
lacerata, dalle ferite che la malattia, o la sventura, trascina con sé, come sarebbe mai possibile
riconoscere in noi le tracce della nostalgia? Dalla memoria emozionale, certo, dalla memoria
vissuta, sgorgano le sorgenti della nostalgia, e non dalla memoria calcolante, dalla memoria dei
nomi e dei numeri, che nulla ha a che fare con quella emozionale; ma il discorso, che intende
riflettere sul tema sconfinato della memoria, mirabilmente svolto da sant’Agostino nelle
Confessioni, ha bisogno di tenerne presenti la complessità e la problematicità.

Eugenio Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi, Torino 2018, pp. 67-69

Eugenio Borgna, psichiatra e docente, in questo passo riflette sulla nostalgia. A qualunque età si
può provare nostalgia di qualcosa che si è perduto: di un luogo, di una persona, dell’infanzia o
dell’adolescenza, di un amore, di un’amicizia, della patria. Non soffocare «le emozioni perdute»,
testimoniate dalla nostalgia, consente di scandagliare l’interiorità e di riflettere sulla «storia della
nostra vita», per comprendere chi siamo stati e chi siamo diventati.
Condividi le riflessioni di Borgna? Pensi anche tu che la nostalgia faccia parte della vita e che ci
aiuti a fare i conti continuamente con la complessità dei ricordi e con la nostra storia personale?
Sostieni con chiarezza il tuo punto di vista con argomenti ricavati dalle tue conoscenze scolastiche
ed extrascolastiche e con esemplificazioni tratte dalle tue esperienze di vita.

Eleonora Gilardengo
Puoi articolare la struttura della tua riflessione in paragrafi opportunamente titolati e presentare
la trattazione con un titolo complessivo che ne esprima in una sintesi coerente il contenuto.

Svolgimento

“La sostenibile pesantezza dell’essere”


1. La nostalgia: emozione, sentimento o malattia?

Le riflessioni del Dottor Eugenio Borgna, psichiatra, primario emerito dell’Ospedale psichiatrico di
Novara e docente di “Clinica delle malattie nervose e mentali” presso l’Università degli studi di
Milano propongono un impegnativo viaggio introspettivo nel percorso, spesso doloroso, sterrato e
pieno di ostacoli da scansare, del nostro “io” interiore.
Il brano proposto scandaglia l’epidemiologia della nostalgia, proponendocela non come una
malattia, come del resto l’occhio critico di ogni medico della psiche saprebbe fare attribuendole il
ruolo di causa e manifestazione latente di una probabile malattia mentale, disturbo, regressione o
sindrome da curare farmacologicamente, ma come un sentimento da esternare al pari di qualsiasi
altro, da non reprimere con le cure. Non necessariamente la sofferenza che spesso essa
inevitabilmente e naturalmente fa riaffiorare dal nostro passato è nociva al nostro essere, al
contrario essa può far superare i disagi sociali e dare risposta ai più attanaglianti interrogativi che
insistenti si presentano in ogni momento della nostra permanenza in questo mondo così ambiguo,
complesso e poco accogliente.
Ferma è in me la convinzione che tali riflessioni, mutuate dal filone della “psichiatria
fenomenologica” di cui condivido pienamente approcci e ideali, siano la chiave per comprendere
molti dei comportamenti, dei gesti, dei problemi e per provare a fornire una soluzione, o per lo
meno per tentare di prevenire un gesto irreparabile o l’impasse in cui qualsiasi individuo potrebbe
cadere senza più trovare il filo di Arianna per uscire da un labirinto infinito di intricati pensieri.
Il contributo di studiosi di tale calibro è di grande rilievo sociale poiché grazie a questo nuovo
approccio medico si apre uno spiraglio verso una nuova accezione del termine “malattia mentale”:
con un sorprendente ribaltamento di prospettiva si può arrivare ad una psicologia svolta in
seconda persona, dove l’oggetto dell’analisi non è più un paziente schedato attraverso una cartella
clinica e una terapia farmacologica, non è più l’ “egli”, ma finalmente il “tu”, un essere umano in
carne ed ossa con emozioni, sentimenti, ricordi, memoria, rimpianti, occasioni perse, e una voce
da ascoltare e comprendere.

2. Il disagio sociale come risultato di una nostalgia soffocata.

A qualunque età si può percepire quella sensazione di vuoto, di incapacità di produrre un pensiero
logico, connesso e utilmente articolato, di inadeguatezza che non ti fa più sentire a tuo agio in
nessun modo e in nessun luogo, di astrazione e disperazione nei confronti di un mondo e di una
società multietnica, globalizzata, dove non ci sono più spazio e tempo per la realtà di un singolo
individuo e non c’è abbastanza silenzio per ascoltare una voce più tenue e timida nella dirompenza
della frenesia attuale.
Ma non siamo di certo tutti malati.

Eleonora Gilardengo
A qualunque età si può far strada in noi la “nostalgia”: nostalgia di vecchi amici, di una casa e di
una città dopo un necessario trasferimento, nostalgia della presenza e delle partole affettuose di
un nostro caro che non è più tra noi, nostalgia del nostro primo amore o dell’ultimo che ci ha
chiuso la porta in faccia e ancora non riusciamo a farcene una ragione, nostalgia del nostro paese
poiché un lavoro ci costringe alla sua lontananza, nostalgia della gioventù quando ormai la conta
dei nostri ultimi anni inizia a stare sulle dita di una mano.
Spesso per non affrontare spiacevoli ricordi la nostra mente rifugge inconsciamente il dolore e
crea un percorso alternativo, simile se vogliamo a quello di un navigatore che automaticamente,
nell’analisi dell’indirizzo che manualmente gli abbiamo fornito, opti per il “percorso migliore”,
quello senza traffico, ostacoli o troppi km da percorrere. La differenza è che la nostra mente, con il
tempo, inciampa, ed è inevitabile allora fermarsi, poiché non più un sassolino, ma un intero muro
che solletica il cielo, si para davanti a quella che era, o sembrava una spensierata passeggiata nei
giardini della nostra routine di vita.
E allora che fare se avanti non si può più proseguire?
E’ lì che occorre fermarsi e scavare a ritroso nella nostra interiorità fino a trovare il primo
mattoncino che ha gettato le fondamenta di quel muro virtuale così ingombrante.

3. Una nuova medicina per le ferite della nostalgia: il ricordo

La memoria emozionale è l’unica arma che può fornirci i mezzi per scalare il muro e proseguire il
sentiero della nostra vita: la medicina siamo noi, aggrapparci ai ricordi e raccontarli esternare i
nostri pensieri e liberare le sorgenti della nostra nostalgia alleggerisce il nostro cuore e fortifica il
nostro spirito.
Non dobbiamo temere di provare dolore o vergognarci di nominare ciò che ci manca; purtroppo
questa consapevolezza arriva con il tempo e con la maturità fornita dalle esperienze vissute negli
anni che passano, ma io, dopo il mio primo piccolo traguardo raggiunto, ne sto acquisendo la
consapevolezza.
La prima grande perdita di cui ho dovuto, pian piano, assimilare il dolore è stata quella del mio
primo e unico animale domestico, che ha accompagnato i miei giorni per 15 lunghi anni. Essendo
figlia unica Lulù per me era la compagnia più discreta, la risorsa d’affetto più dolce, la presenza più
discreta e allo stesso tempo fondamentale che io abbia mai avuto. Ricordo ancora adesso, a
distanza di un anno, quando mia mamma mi telefonò e con la voce rotta dal pianto mi disse
“Tieniti forte, la nostra Lulù ha passato il ponte dell’arcobaleno, ti aspettiamo così la saluti anche
tu per l’ultima volta.” La mia disperazione fu tale che appena arrivata a casa non gettai una
lacrima, mi chiusi in me stessa e tolsi tutte le sue foto dal cellulare, nascosi in cantina il cibo di
scorta che avevamo sempre sul mobiletto della veranda e posi nel garage le sue ciotoline, chiesi a
tutti i componenti della famiglia di non nominarla perché, assurdamente, pensavo bastasse una
notte per dimenticare 15 anni di vita e del suo amore.
Riesco ora, dopo aver accettato la presenza di un’altra gattina raccolta casualmente per strada
qualche mese dopo, a ricordare Lulù, a nominarla, a parlare di lei con i miei, a rivedere le sue foto
nell’hard disk che non ho voluto neanche aprire per così tanto tempo, comprendendo che l’unica
vera medicina che potesse curare il vuoto e la mancanza della sua presenza fosse il suo ricordo.

Eleonora Gilardengo
Condividere il passato è importante proprio perché serve a riappropriarsi di una parte di sé il
racconto dei miei nonni, oggi possiamo tradurlo con dei nuovi strumenti che permeano il nostro
ritmo quotidiano: i social network. Io stessa utilizzo per esempio Facebook o Instagram come una
sorta di auto-terapia, condivido i miei pensieri, stati d’animo, pareri, ricordi; lo scopo primario di
fondazione di Facebook era a tal proposito proprio il recuperare i contatti con persone che non si
vedevano da tempo, e quindi in realtà contatti con i ricordi del proprio passato, a quanto pare,
l’ingrediente fondamentale della nostra sopravvivenza.

Grazie a questo brano acquisisco ulteriore consapevolezza sull’importanza che la memoria e il


ricordo hanno nella nostra esistenza, indipendentemente dalla nostra età, identità, religione,
istruzione, noi tutti abbiamo bisogno, ad un certo punto della nostra vita, di fermarci e permettere
al ricordo di entrare in ogni ferita della nostra mente e buttare giù, con la dirompente forza di un
uragano, tutti i mattoni di nostalgia che uno dopo l’altro hanno innalzato il muro della nostra
infelicità.
Non dobbiamo vergognarci mai di ricordare, chi si aggrappa ai ricordi e ama raccontarli, come
facevano i miei nonni mettendomi sulle loro ginocchia o accostandosi al bordo del mio lettino per
farmi chiudere gli occhi tra le accoglienti braccia di Morfeo, è il miglior medico di se stesso.

Eleonora Gilardengo