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PSICOLOGIA DELLA MEMORIA

SINTESI DEL VOLUME DI MARIA ANTONELLA BRANDIMONTE

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INDICE

Parte prima: Cosa ricordiamo ......................................................................... 3

1 Passato e presente .............................Errore. Il segnalibro non è definito.


1.1 Ricordare un numero di telefono ........................................................... 3
1.2 Ricordare immagini ............................................................................. 4
1.3 Ricordare esperienze della propria vita ................................................... 4
1.4 Ricordare emozioni.............................................................................. 5
1.5 Ricordare procedure ............................................................................ 6
1.6 Il lato oscuro della memoria: falsi ricordi e oblio ...................................... 6
2 Ricordare il futuro .................................................................................. 7
2.1 La multicomponenzialità della memoria prospettica .................................. 7
2.2 Quanti tipi di “intenzione”? ................................................................... 8
2.3 Fattori che influenzano il recupero di un’intenzione .................................. 9

Parte seconda: misure e paradigmi della memoria ......................................... 9

3 Come si misura la memoria? .................................................................... 9


3.1 Le variabili della memoria .................................................................. 10
3.2 Compiti tradizionali ........................................................................... 10
3.3 Nuovi compiti di memoria................................................................... 10
3.4 Misure dirette e indirette di memoria ................................................... 11
3.5 Misure primarie e secondarie .............................................................. 11
3.6 Lesioni cerebrali e memoria ................................................................ 11
3.7 Tecniche di neuroimmagine funzionale ................................................. 12
3.8 Misure elettrofisiologiche.................................................................... 12
3.9 La memoria fuori dal laboratorio.......................................................... 13
4 Paradigmi della memoria umana...........Errore. Il segnalibro non è definito.
4.1 Paradigmi della memoria esplicita........................................................ 13
4.2 Paradigmi della memoria implicita ....................................................... 16

Parte terza: perché ricordiamo ..................................................................... 17

5 Strutture e processi della memoria: dalla mente al cervello ........................ 17


5.1 L’Arca di Noè: le dicotomie della memoria ............................................ 17
5.2 Memoria e cervello: dove abitano i ricordi? ........................................... 19

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Parte prima: cosa ricordiamo

PASSATO E PRESENTE

La memoria non è semplicemente elaborazione di idee, sentimenti ed emozioni passate,


nonostante il senso comune la consideri così.
Anche essere consci di sé è un atto di memoria. La capacità di integrare nuove informazioni o
combinare diversamente informazioni note richiede una forma di memoria legata alla coscienza
di ciò che è qui e ora. Tutti i compiti che svolgiamo quotidianamente richiedono la presenza di
atti di memoria – “presente consapevolezza” (nella definizione di Baddeley e Wilkins – 1984
– e di Meacham e Leiman 1982). Ricordare un numero di telefono o suonare il violino
richiedono processi mnestici diversi: esplici il primo, implici il secondo; tuttavia, entrambi
richiedono un’integrazione di passato e presente.
Ricordare un numero di telefono
Perché ci sia ricordo, deve essersi verificata una qualche forma di apprendimento.
L’informazione deve essere acquisita (codifica), conservata (ritenzione) e reperita per il suo
utilizzo (recupero). Queste tre fasi non sono necessariamente sequenziali e ma rappresentano
lo schema di funzionamento del processo di memoria.
Codifica: si riferisce all’elaborazione dell’informazione per il suo successivo inserimento in
memoria (es. suddividere un numero di telefono in gruppi di numeri cui è possibile attribuire
un significato) ed è diversa per ciascun individuo.
La strategia più comune per immagazzinare l’informazione è la
ripetizione.
Uno stesso contenuto può essere registrato in memoria tramite un certo codice (visivo,
fonologico, motorio, semantico…) oppure tramite più codici (codifica multidimensionale). Il
codice è un insieme di regole e operazioni tramite le quali la mente trasforma l’informazione
in una forma che può essere conservata in memoria.
Il recupero dell’informazione avviene attraverso il processo inverso di decodifica.
Gli studiosi distinguono due tipi di codifica: superficiale e profonda, secondo la quantità di
elaborazione cui lo stimolo è sottoposto (1972). Più profonda è l’elaborazione, più probabile è
la ritenzione a lungo termine. La qualità e la quantità dell’informazione recuperata dipendono
in modo cruciale dalle connessioni fra tracce di memoria(es.il colore della camicia, la persona
seduta accanto,…)
Nel 1940 Katona riteneva che la chiave di tutto fosse l’organizzazione e che questa fosse un
processo inseparabile dalla memoria. Memorizziamo bene quando scopriamo un “ordine” da
dare al materiale.
Nel 1956 Miller ha coniato il termine chunk per definire le unità di base dell’informazione in
memoria. Il processo di chunking consiste nell’organizzazione del materiale in più ampie unità
dotate di significato. Il chunk, in quanto unità di base di informazione, può essere una sola
lettera o un gruppo di lettere dotate di significato. Il chunking facilita i processi di codifica e
recupero dell’informazione poiché riduce la quantità di materiale da elaborare.
È stato dimostrato che l’apprendimento è più facile se gli item da ricordare vengono presentati
in blocchi della stessa categoria, ma che si tende spontaneamente a far ricorso a strategie di
chunking anche con item che apparentemente non hanno nulla in comune (Tulving –
organizzazione soggettiva).
La capacità di ricordare organizzando il materiale in unità dotate di significato si sviluppa con
l’età.

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Sembra che i bambini non facciano uso di alcuna strategia. Le prime strategie di ripetizione
(rehearsal) compaiono verso 7 anni di età e sono di tipo non cumulativo (i bambini ripetono
una parola alla volta), mentre le strategie di ripetizione degli adulti sono di tipo cumulativo
(ripetere gruppi di parole).
Ritenzione: E’ la conservazione delle informazioni in memoria. Esistono differenze sostanziali
del ricordo, tra il mantenimento temporaneo (come ricordare un numero di telefono) e quello
permanente (che può durare anche tutta la vita). Si parla di MBT e MLT.
Questa definizione non tiene tuttavia conto di altri elementi, quali il
sistema coinvolto nel ricordo, la natura della rappresentazione, il meccanismo sottostante al
ricordo.
Anche in compiti di MBT infatti, si utilizzano elementi appartenenti alla MLT.
La stessa distinzione tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine fa riferimento
anche a strutture neuroanatomiche.
Si fa riferimento a memoria di lavoro (ML) quando il ricordo temporaneo mantiene ed
elabora le informazioni durante i compiti cognitivi appena presentati; essa rappresenta il
nostro presente. Inoltre ci aiuta a trasformare il passato in presente e a integrare il vecchio
con il nuovo.
Ha capacità limitate e trattiene il ricordo solo per un breve periodo di tempo.
Ricordare immagini
Una delle più straordinarie capacità della nostra memoria è quella di “rivedere” immagini che
non sono più davanti agli occhi. L’immaginazione produce una rappresentazione fondata
sulla percezione ma distinta da essa. I contenuti dell’attività immaginativa sono
determinati dai processi percettivi che li precedono sempre. Quindi anche le singole parti di
un’immagine mentale sono (o meglio sono state) percetti.
Ma immaginazione e percezione sono due processi distinti.
Le persone sono quasi sempre capaci di distinguere se il contenuto temporaneamente presente
alla coscienza è un’immagine (cioè in assenza di stimolo esterno) o un percetto (cioè in
presenza di stimoli esterni).
• I percetti sono subordinati alla presenza di stimoli esterni e sono stabili perché riflettono la
realtà circostante: tendono a permanere finché permane lo stimolo esterno.
I percetti non sono alterabili a piacimento come le immagini mentali.
La percezione, infine, funziona continuamente ed indipendentemente dalla volontà, a
differenza dell’immaginazione.
• L’immagine mentale è un tipo di rappresentazione ed è instabile perché tende a decadere
rapidamente a meno che non venga rigenerata continuamente. Si è lungamente ritenuto che le
immagini mentali fossero troppo soggettive per divenire oggetto di studio, ma l’avvento del
cognitivismo ha posto notevole interesse in quest’area di ricerca. Paivio fu il primo a ipotizzare
l’esistenza di due sistemi distinti di memoria: per le parole e per le immagini (teoria del
doppio codice). Da allora numerosi studiosi si sono interessati alle
immagini mentali.
Unanimamente oggi si concorda nel distinguere l’immagine mentale che viene creata nella
memoria attiva, presente alla coscienza, dalla rappresentazione immaginativa, ossia le
informazioni immagazzinate nella memoria a lungo termine e necessarie per formare
l’immagine. Si suppone che la memoria a lungo termine contenga anche le “istruzioni”, o
regole di costruzione, formatesi in esperienze passate, per la costruzione dell’immagine nella
memoria attiva.
Ricordare esperienze della propria vita
Il concetto di “memoria autobiografica” si riferisce al “ricordo di informazioni legate al sé”.

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La memoria assomiglia a un mosaico che contiene una varietà di “pezzi” di esperienza e le loro
ricostruzioni. Sono stati identificati tre livelli di memoria autobiografica:
1) Livello dei periodi di vita lunghi: si riferisce ad estesi periodi della vita di un
individuo e rappresenta un livello astratto della conoscenza autobiografica che incorpora
conoscenze di persone significative, di stati d’animo, di scopi, ecc.

2) Livello degli eventi generali: è più specifico e si riferisce ad episodi ampi ed


eterogenei misurati in periodi relativamente brevi (vacanze, malattie, etc.);
3) Livello della conoscenza di eventi specifici: rappresenta la conoscenza percettiva e
sensoriale che dura da qualche secondo ad alcune ore (fatti temporanei).
Quando una persona racconta la propria storia, riunisce insieme tutti e tre i livelli di
conoscenza.
Lo studio della memoria autobiografica risale a metà dell’Ottocento con Galton che sviluppò il
metodo della parola-cue, o metodo di Crovitz (lo studioso che lo ha riscoperto e affinato),
adoperato ancora oggi per il ricordo autobiografico. Esso comporta la presentazione di una lista
di parole concrete, altamente familiari, e la rievocazione immediata di un ricordo della vita
personale associato a ogni parola, datando il ricordo. I soggetti sottoposti alla prova
mostrarono di ricordare maggiormente episodi più recenti. Ciò nonostante, alcuni “agganci”
(cues) presenti in certe circostanze permettevano di recuperare ricordi anche remoti.
I ricordi autobiografici a volte sono distorti, inaccessibili, influenzati dai nostri desideri o
persino falsi.
E’ stato dimostrato che il senso generale di un ricordo autobiografico è di solito accurato; ciò
che va incontro a distorsioni sistematiche è il ricordo dei dettagli più fini.
La causa più comune di tali distorsioni è la naturale tendenza delle persone a riempire i “buchi”
nel ricordo con dettagli che esse credono debbano essersi verificati sulla base di plausibili
inferenze.
Il termine “memoria ri-episodica” (Neisser 1981), appunto, si riferisce a situazioni in cui la
rievocazione di alcuni eventi non è altro che l’integrazione di dettagli estratti da episodi simili.
Esiste infine, l’amnesia infantile, ossia la difficoltà o incapacità di ricordare eventi dei primi
due/tre anni di vita. Quello che crediamo di ricordare non è altro che la ricostruzione di ciò che
ci ha raccontato ripetutamente chi ci sta vicino.
Ricordare emozioni
Le emozioni rivestono enorme importanza per il ricordo o per l’oblio. Eventi di grande peso
emotivo sono ricordati con straordinaria vividezza: questa è in forte correlazione con la forza
emozionale dell’evento. Ma vividezza non significa necessariamente accuratezza.
Negli anni 70 Brown e Kulik sperimentarono su 80 persone cosa ricordassero sull’assassinio del
pres. Kennedy, avvenuto nell’anno 64. 79 soggetti ricordavano precisamente dove e da chi
avevano appreso la notizia e cosa avevano provato. Furono definite flashbulb memories le
rievocazioni di quell’evento.
Le flashbulb memories sono ricordi dettagliati e particolarmente vividi del contesto in cui una
persona apprende per la prima volta una notizia sorprendente ed emotivamente saliente.
Alcuni dettagli che di solito vengono ricordati dalle persone sono: Quando e da chi hanno
saputo la notizia, Dove si trovavano e con Chi, Cosa stavano facendo e Cosa hanno provato…
La ricchezza di dettagli di questi ricordi fece ipotizzare che le flashbulb memories siano il
risultato del funzionamento neuronale che “stampa” nella MLT un incredibile numero di dettagli
relativi all’evento. Il “peso” dell’evento “carica” il meccanismo e scatta l’istantanea.
Neisser e Harsch (1992) hanno confutato questa idea con un altro esperimento su studenti di
college, per verificare il loro ricordo dell’esplosione della navicella spaziale Challenger.

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Un primo questionario fu compilato la mattina seguente l’esplosione ed altri
due circa dopo 3 anni. I risultati furono che le flashbulb memories erano molto labili e
soggette ad oblìo.
Tuttavia alcune flashbulb memories sono davvero accurate e persistenti. Le variabili
fondamentali sembrano essere il significato che l’evento ha a livello personale e quindi il grado
di coinvolgimento in prima persona e le numerose ripetizioni a cui l’evento va incontro nei
giorni, nei mesi e persino negli anni successivi.
Ricordare procedure
È facilmente dimostrabile il ricordo di “come si fa” qualcosa solo dimostrando di saperlo fare.
Gli studiosi parlano di memoria procedurale, per distinguerla dalla memoria dichiarativa
che si riferisce invece alla conoscenza di fatti direttamente accessibili alla coscienza (Anni
Ottanta).
La memoria procedurale non è soltanto un ricordo di abilità motorie ma anche di altro tipo,
come la risoluzione di problemi che spesso richiede il recupero di “modi di procedere” dei quali
la persona non è consapevole. Si parla di Memoria procedurale quando c’è un “apprendimento
senza ricordo”. Questo tipo di memoria è implicito, non consapevole e automatico.
Il lato oscuro della memoria: falsi ricordi e oblio
Negli anni novanta ci fu un’accesa controversia sull’accuratezza di ricordi di abusi sessuali
dichiarati da molte donne dopo molti anni, con l’aiuto di un terapeuta. Alcune dichiarazioni
hanno trovato conferma, ma la maggior parte si sono dimostrate infondate.
La sindrome da falsi ricordi è in realtà solo una piccola parte dei fallimenti mnestici cui la
nostra memoria va incontro, con conseguenze più o meno importanti sulla qualità della vita.
Schacter (2002) ha suggerito di dividere i diversi fallimenti di memoria in sette “peccati”
fondamentali, appartenenti a tre categorie diverse:

1) Fenomeni di oblio
- distrazione: l’inattenzione o un’elaborazione superficiale che determinano “vuoti di
memoria”;
- blocco mentale: la temporanea inaccessibilità di informazioni nella MLT.
- transitorietà: la riduzione del ricordo col passare del tempo;
Ebbinghaus fornì importanti indizi sulla transitorietà del ricordo usando se stesso nel
“metodo della padronanza”: memorizzava liste di 16 sillabe senza senso al ritmo del
metronomo; le ripeteva fino alla perfezione per poter definire “la curva dell’oblìo” e “i
punteggi di risparmio” (quanto tempo o quante prove si erano ridotte per arrivare alla
“completa padronanza”. In generale, più alti erano i punteggi di risparmio, più grande era la
quantità di ritenzione. Nella curva dell’oblìo di Ebbinghaus, si nota che il decremento dell’oblìo
è più rapido nella 1° ora per continuare a diminuire più lentamente.
Studi simili, più recenti, hanno confermato che le curve dell’oblìo hanno un maggior
decremento (anche se meno rapidamente), subito dopo l’apprendimento, seguito da un
moderato declino.
Tuttavia, le persone ricordano materiale significativo molto meglio di sillabe senza senso.
Molto dipende dal tipo d’informazione, dal tempo impiegato per apprenderla, dalle condizioni di
recupero e dalla motivazione personale.
2) Fenomeni di distorsione
- erronea attribuzione: confusione sull’origine del ricordo;
- suggestionabilità: formazione di ricordi in seguito a commenti fuorvianti di altre persone;
- bias: influenze inconsce di credenze e conoscenze preesistenti.

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Bartlett (1932) illustrò la distorsione in seguito a bias usando il metodo della riproduzione
seriale: far riprodurre ai soggetti, in forma verbale o disegni, materiale appreso
precedentemente: la versione di A viene data al soggetto B che la passa a C e così via. Si
verificano parecchie omissioni durante i passaggi.
Bartlett concluse che l’informazione del materiale originario veniva trasformata ad ogni
passaggio perché influenzata dagli schemi mentali preesistenti in ogni soggetto.
Durante gli ultimi vent’anni è nata la neuroscienza cognitiva che ha dato nuovo impulso alla
ricerca sulla memoria.
3) Persistenza: ricordi patologici o eventi che la persona non può dimenticare, anche
volendolo.

RICORDARE IL FUTURO

“Ricordare” può avere due significati:


1) Ricordare ciò che abbiamo fatto nel passato (Memoria retrospettiva);
2) Ricordare ciò che dobbiamo fare in futuro (Memoria prospettica).
La multicomponenzialità della memoria prospettica
La multicomponenzialità della memoria prospettica mette in gioco numerose variabili:
cognitive, emotive e motivazionali.
Nella “Memoria prospettica” viene recuperata un’azione pianificata precedentemente, che potrà
essere svolta solo al momento opportuno.
Il processo prospettico si compone di almeno 5 fasi:
1) Formazione dell’intenzione (decidere di fare qualcosa e quando);
2) Intervallo di ritenzione (intervallo tra la formazione dell’intenzione e la prestazione);
3) Intervallo di prestazione (intervallo di recupero dell’intenzione);
4) Esecuzione dell’azione intenzionale (il recupero quando compare il contesto
appropriato);
5) Valutazione del risultato.
Formazione dell’intenzione: fa riferimento alla codifica del contenuto dell’azione futura (“il
cosa”), dell’intenzione (“la decisione”) e del contesto di recupero (“quando eseguire
l’azione”).
Il compito di memoria prospettica ha sia una componente retrospettiva (ricordarsi cosa fare e
quando) sia una componente prospettica (recupero dell’azione al momento opportuno).
Intervallo di ritenzione: si riferisce al lasso di tempo tra la codifica dell’intenzione e l’inizio
dell’intervallo potenziale di prestazione (da pochi minuti a diversi giorni). Esiste una distinzione
tra memoria prospettica a breve o a lungo termine. Secondo Baddeley e Wilkins, i compiti a
breve termine vengono mantenuti in uno stato di “cosciente consapevolezza” per tutta la
durata dell’intervallo di ritenzione, con meccanismi simili a quelli presenti nei casi di vigilanza.
Altri, invece, sostengono che solo nel momento in cui l’azione deve essere ricordata,
l’intenzione è presente alla coscienza; quando il soggetto monitora costantemente l’intenzione,
si parla di vigilanza.
Intervallo di prestazione: è il periodo di tempo durante il quale deve essere recuperata
l’intenzione. Di solito, il recupero avviene quando compare il contesto appropriato.
Esecuzione dell’azione intenzionale: implica che si deve fare qualcosa in un dato
momento, in cosa consista e la decisione di farla.
Valutazione del risultato: confrontare il risultato dell’azione con il contenuto retrospettivo.
Una eventuale cattiva prestazione prospettica può derivare anche da altri fattori come la

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mancanza di abilità o conoscenze necessarie per la prestazione o eventi che interrompono
l’azione in corso. In questi casi è necessario ripianificare l’azione iniziale con una nuova
codifica.
“Output monitoring”: alcuni studiosi propongono di inserire anche una fase di
cancellazione, che registra le azioni compiute e quelle da compiere. Se questo processo di
“output monitoring” non funziona, può capitare che un’azione non venga svolta perché
pensiamo di averla già compiuta, oppure viene svolta di nuovo perché non ci ricordiamo di
averla già compiuta.

Quanti tipi di “intenzione”?


Di solito per “intenzione” si intende la disposizione di una persona a mettere in atto un’azione
futura in un certo modo. Searle (1983) distingue due tipi di intenzione: prior intention (si
forma prima dell’azione) e intention-in-action (l’intenzione viene realizzata immediatamente:
azione spontanea, non ritardata da intervalli di tempo); quest’ultima non può essere
considerata memoria prospettica.
Un compito di memoria prospettica dipende da come le intenzioni sono codificate,
immagazzinate e recuperate. Negli anni ‘90, Kvavilashvili ed Ellis hanno proposto una
classificazione delle intenzioni.
Distinzione per fase di codifica:
• Intenzioni basate su decisioni facili / difficili, che richiedono tempi diversi per la
codifica;
• Intenzioni intrinseche / estrinseche, che producono una prestazione migliore o
peggiore (perché generate da noi stessi piuttosto che dagli altri);
• Intenzioni importanti / non importanti per raggiungere uno scopo; alcuni studi
(sporadici) hanno evidenziato una correlazione positiva tra l’importanza percepita di un
compito e il ricordo delle intenzioni;
• Intenzioni piacevoli / spiacevoli / neutre, con caratteristica l’aspetto emotivo;
intenzioni piacevoli e spiacevoli sono ricordate con più facilità; le più spiacevoli sono
spesso rimandate.
Distinzione per fase di immagazzinamento:
Baddeley e Wilkins distinguono tra:
1) intenzioni a breve termine
2) intenzioni a lungo termine. All’aumentare del tempo tra intenzione e azione, aumenta la
complessità del processo di mantenimento.
Distinzione per processi di recupero:
• Intenzioni basate sul tempo / sull’evento (Einstein, McDaniel 1990):
le prime richiedono che l’azione venga svolta in un momento ben preciso e sono
autoattivate; le seconde sono attivate da suggerimenti esterni: è necessario un
evento e il cue che dà l’avvio all’azione. Nel quotidiano le due forme possono comparire
separatamente o in forma combinata. La forma combinata facilita il ricordo;
• Intenzioni episodiche / abituali: non frequenti o più frequenti e quindi ricordate con
maggiore o minore facilità;
• Intenzioni pulse / intermediate / step: la distinzione è basata sulla specificità
temporale. Pulse sono le intenzioni ricordate in un tempo breve (es. fare una cosa
subito); Step sono le intenzioni con tempi lunghi (es. fare una cosa
domani); Intermediate hanno durata intermedia.

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Distinzione per fase di prestazione:
1) Intenzioni momentanee / brevi / lunghe, che dipendono dalla durata della
prestazione (rispettivamente: da pochi secondi a qualche minuto; alcuni minuti;
qualche ora). E’ logico che più passa il tempo, più sono necessarie
elaborazioni.
2) Intenzioni a uno stadio / a due stadi, riferite al numero di volte in cui un individuo
deve recuperare un’intenzione per completare il compito di memoria prospettica.

Fattori che influenzano il recupero di un’intenzione


Il recupero è fondamentale per il compimento dell’azione prospettica.
L’esito positivo dipende da tre fattori interagenti fra loro:
1) (trace-dependent): livello di attivazione sottostante la rappresentazione degli eventi;
2) (cue-dependent): caratteristiche dei cues che attivano l’azione intenzionale (i target
atipici o non familiari sono recuperati più facilmente);
3) (capacity-dependent): risorse attentive durante il compito e strategie autoattivate.
Secondo i ricercatori, intenzioni che prevedono target atipici vengono ricordate meglio
così come quelle che necessitano di attivazione di strategie infrequenti.
Una caratteristica saliente delle intenzioni è la persistenza. Lewin (1961) considerava le
intenzioni un “sistema di tensioni” che si scarica al compimento dell’azione. In vari esperimenti
è stato dimostrato che compiti interrotti contro la propria volontà vengono ricordati meglio
rispetto a quelli completati perché i livelli di attivazione dell’intenzione vengono mantenuti alti
fino a quando non si è conclusa l’azione per il desiderio di completarla.
In tempi più recenti, alcuni studiosi hanno tratto la conclusione che le parole che riguardano
azioni da eseguire vengono rievocate e riconosciute più facilmente rispetto a quelle relative ad
azioni che devono essere soltanto osservate.
Nella classificazione delle intenzioni, un’altra distinzione importante è quella tra intenzioni
basate sul tempo e quelle basate sull’evento.
Le prime vengono recuperate grazie a strategie interne auto-attivate.
Le seconde, su suggerimenti esterni, i cue (una parola o persona, ecc. che ci fa ricordare
l’intenzione).
Per il recupero di un’intenzione sono fondamentali le caratteristiche individuali. Persone con la
caratteristica di “rimuginare” mantengono l’intenzione più attiva rispetto a persone “orientate
all’azione”.
Inoltre, persone che sentono il bisogno di portare a termine un compito, hanno prestazioni
migliori in certi compiti di memoria prospettica perché fanno un uso maggiore di processi di
controllo strategico del compito.
Parte seconda: misure e paradigmi della memoria

3 COME SI MISURA LA MEMORIA?

Dopo la pubblicazione di Ebbinghaus, nel 1885, del primo saggio che conteneva la misurazione
di una prestazione mnestica, l’approccio sperimentale allo studio della memoria si impose
come un nuovo paradigma della scienza e sostituì quasi completamente il classico approccio
filosofico. Fu importante perché:
1) Chiarì che la memoria può essere studiata sperimentalmente;
2) Presentava risultati nuovi, tuttora attuali, per la

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comprensione di alcune proprietà della memoria; 3) Rispondeva alle critiche di coloro che
affermavano che solo fenomeni osservabili direttamente potevano essere misurati.

3.1 Le variabili della memoria

Le variabili che influenzano le prestazioni mnestiche sono di tre ordini: organismiche,


antecedenti e relative al compito.
• Variabili organismiche: sono relative alle caratteristiche permanenti della persona
(attenzione, motivazione, intelligenza, salute fisica e psicologica);
• Variabili antecedenti: sono fattori che, se variati di recente, alterano lo stato
dell’organismo (sonno, droga, alcuni medicinali o altri incentivi che modificano la
motivazione al compito);
• Variabili relative al compito: consistono nel tipo di istruzioni, nel modo e nel tempo
di presentazione degli stimoli, nella loro natura e nel contesto in cui il compito deve
essere svolto.

3.2 Compiti tradizionali

Esistono due compiti tradizionali di memoria. Entrambi richiedono che il soggetto sia
consapevole di ricordare eventi avvenuti in un particolare contesto spazio-temporale:
1) rievocazione (libera, seriale o guidata);
2) riconoscimento (a scelta multipla o sì/no);
Nella rievocazione libera, ai soggetti è chiesto di ricordare, con o senza l’aiuto di cue, una
lista di item nell’ordine preferito. Il risultato è il cosiddetto effetto di posizione seriale. Gli
item in cima e in fondo alla lista sono ricordati meglio di quelli centrali.
Questi “effetti di posizione seriale” sono chiamati effetto di priorità e effetto di recenza.
La rievocazione seriale è stata usata per decenni per misurare la capacità della memoria a
breve termine attraverso la tecnica dello span di memoria. Viene presentata una lista di item
che deve essere ripetuta immediatamente. La sequenza viene aumentata progressivamente
finché il soggetto è in grado di ripeterla senza errori nell’ordine esatto per il 50% delle volte.
Lo “Span di memoria” corrisponde alla sequenza più lunga che è riuscito a ripetere.
La rievocazione guidata prevede l’uso di suggerimenti di natura semantica o fonologica.
Produce una prestazione migliore rispetto alla rievocazione libera.
Le due forme più usate di riconoscimento sono:
- ------ compiti di riconoscimento con test a scelta multipla, il soggetto deve scegliere tra
più alternative presentate contemporaneamente.
-_ ------ compiti di riconoscimento sì/no, al soggetto viene presentato
un item per volta ed egli deve decidere se l’item era stato presentato in fase di
studio o è nuovo.
Il riconoscimento è più facile della “rievocazione guidata” che a sua volta è più facile della
“rievocazione libera”.

3.3 Nuovi compiti di memoria

I ricercatori, oggi, associano ai compiti tradizionali, anche quelli che comportano l’uso di
questionari, di diari, di misure soggettive, del ricordo prospettico o di misure implicite.

3.3.1 Compiti di memoria prospettica

Il soggetto deve eseguire un compito principale, come memorizzare una lista di parole, e
allo stesso tempo deve ricordarsi di compiere una data azione al momento giusto (compito

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secondario) che di solito consiste nel premere un tasto dopo qualche minuto o quando appare
un target.
In generale, un compito di memoria prospettica deve sempre possedere tre caratteristiche:
• Ritardo tra formazione dell’intenzione e opportunità di eseguirla;
• Assenza di un promemoria per eseguire l’intenzione al momento opportuno;
• Necessità di interrompere l’attività corrente per realizzare l’intenzione.
Contengono sempre una componente retrospettiva (ricordarsi cosa fare e quando) e una
componente prospettica (ricordarsi che si deve fare qualcosa) derivata da cues generati
internamente.

3.3.2 Compiti di memoria implicita

I compiti di memoria implicita (o indiretta), non comportano riferimenti ad eventi della vita del
soggetto ma hanno effetti sul comportamento. Sono classificati come impliciti, indiretti o
incidentali. Ad esempio, se si richiede ad un soggetto di completare parole che hanno solo
frammenti, la prestazione sarà migliore nel completamento per le parole che erano presenti
nella lista.
Questa metodologia è risultata molto utile per analizzare i processi mentali umani.

3.4 Misure dirette e indirette di memoria

Questa distinzione fa riferimento agli stati mentali che si attivano durante i test di memoria.
“Diretti” sono i test che si riferiscono ad uno o più eventi della vita del soggetto;
“Indiretti” sono i test che richiedono attività cognitive o motorie (si riferiscono solo al test e
non a eventi passati). Si dividono in due categorie:
1) - Test concettuali: utilizzati per analizzare i processi coinvolti nel recupero della
conoscenza;
- Test lessicali: utilizzati per pronunciare parole più accuratamente e velocemente
possibile;
- Test percettivi: Comportano l’identificazione percettiva di parole, figure, ecc.
2) Test sulla conoscenza procedurale (problem solving, prove di abilità motoria).

3.5 Misure primarie e secondarie

Le misure primarie riguardano l’accuratezza, ossia la quantità di informazione ricordata.


L’accuratezza però non misura adeguatamente ciò che effettivamente è in memoria.
Poiché queste misure sono fuorvianti, si usa accoppiarle a misure secondarie.
Le misure secondarie si riferiscono all’accertamento della qualità dell’informazione
recuperata. Una misura secondaria maggiormente usata è il tempo necessario per fornire la
risposta L’uso dei tempi di reazione (conometria mentale) nella misurazione del ricordo, si è
sviluppato dagli studi di Sternberg. Nel Paradigma di Sternberg), al soggetto viene data una
lista di item (numeri o lettere), non superiore allo span di memoria (circa sei item), detta set
di memoria, che cambia ad ogni prova. Dopo qualche secondo, viene proposto al soggetto un
altro item detto probe; il soggetto deve dire se il probe è parte o meno del set di memoria
originario. Poiché la quantità di errori è bassa, è importante il tempo di reazione.
L’uso di entrambe le misure (primarie e secondarie), fornisce quasi sempre indicazioni
importanti che non ci sarebbero se si utilizzasse una sola misura.

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3.6 Lesioni cerebrali e memoria

I deficit di memoria sono tra i sintomi più comuni che fanno seguito a un danno cerebrale. La
lesione può essere conseguenza di un trauma cranico, di un ictus, di un’infezione virale, di
demenza senile o di normale invecchiamento. La lesione solitamente provoca un deficit
relativamente lieve; talvolta, però, il danno è così grave da sfociare nella sindrome
amnesica, quella più studiata in neuropsicologia.
Essa si manifesta con la difficoltà (o incapacità) ad acquisire e ritenere nuove informazioni o a
ricordare eventi recenti. Restano inalterate l’intelligenza generale, le funzioni percettive, la
comprensione, la produzione del linguaggio. Resta intatta anche la memoria di lavoro, anche
se dopo qualche tempo i pazienti amnesici non ricordano quasi nulla delle proprie esperienze
recenti.
La sindrome amnesica può dipendere da una varietà di cause che vanno dalla sindrome di
Korsakoff (alcoolismo con scarsa alimentazione) a un’infezione virale, ad avvelenamento o
mancanza di ossigeno.
Normalmente la sindrome amnesica coinvolge i lobi temporali mediali (ippocampo e amigdala)
o le aree della regione di encefalica (corpi mammillari e nucleo talamico dorsomediale). Il caso
del soggetto sottoposto ad intervento chirurgico per una grave epilessia, ha fatto capire
l’importanza del lobo temporale mediale, in particolare dell’ippocampo. Più precisamente, le
lesioni che provocano sindrome amnesica sembrano essere a danno del circuito che connette i
lobi temporali, l’ippocampo, i corpi mammillari i lobi frontali..

3.7 Tecniche di neuroimmagine funzionale

Le lesioni di tipo naturale (non indotto) possono danneggiare più strutture cerebrali, non
permettendo di comprendere di preciso quali aree del cervello siano colpite dalle lesioni
specifiche, e quindi a quali funzioni siano preposte.
Le tecniche di neuroimmagine funzionale permettono di visualizzare un cervello nel momento
in cui svolge un compito cognitivo. Le tecniche più avanzate sono la PET (Tomografia a
Emissione di Positroni) e la fMRI ( Risonanza Magnetica Funzionale). Entrambe misurano
variazioni nel sangue:
- la PET è una misura del flusso ematico cerebrale: la rilevazione del flusso avviene attraverso
un tracciante radioattivo inalato/iniettato che si lega al glucosio nel sangue;
- la fMRI è la tecnica più recente e più usata poiché non essendo invasiva, può essere ripetuta
senza rischio: certi nuclei suonano e producono un segnale di frequenza radio quando vengono
immersi in un forte campo magnetico.
Il principio di fondo è che zone del cervello impegnate in determinate attività necessitino di un
maggiore afflusso di sangue. Queste tecniche hanno permesso di separare i processi di codifica
dai processi di recupero dalla memoria ed hanno fornito l’ipotesi che i processi di codifica si
ottengano con metodi comportamentali.
Tuttavia, anche queste tecniche hanno dei limiti. Ad esempio, sono troppo lente per catturare
processi cognitivi come nella memoria prospettica.
Ambedue hanno una scarsa risoluzione temporale.
Un’altra questione è quella relativa al concetto di “attivazione”. Ad esempio, un incremento nel
flusso ematico può riflettere processi sia eccitatori che inibitori.
Secondo alcuni neuroscienziati, queste limitazioni possono essere superate se si combinano
studi meuropsicologici e tecniche di neuroimmagine.
Prove convergenti aiuterebbero a delineare meglio la mappatura dei processi e dei sistemi di
memoria.

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3.8 Misure elettrofisiologiche

Si hanno importanti indicazioni di come il cervello codifica e recupera informaz in persone sane
tramite l’EEG, ElettroEncefaloGramma, che rileva le onde elettriche cerebrali, in
particolare le onde generate da stimoli specifici (vista o i suoni) o ERP - Event Related
Potentials (Potenziali Correlati a Eventi). Le registrazioni non sono invasive perché
vengono applicati elettrodi sul cuoio capelluto. Quando si verifica qualcosa di insolito, il cervello
emette un’onda (P300) che si legge graficamente con un picco. Più ampie sono le onde alla
codifica, più l’informazione verrà poi ricordata meglio.
L’ERP è stato utilizzato anche per studi sulla memoria prospettica, dai quali sono emerse due
forme caratteristiche dell’ERP: la N300 (onda di negatività prospettica) che sembra essere
associata alla rilevazione di un cue che attiva il ricordo dell’intenzione e la normale P300
(onda di positività prospettica) che sembra, invece, essere associata al recupero
dell’intenzione dalla memoria.

3.9 La memoria fuori dal laboratorio

Neisser (1978) lamentava che gli studi sulla memoria fossero stati sempre condotti in
laboratorio, senza tener conto della complessità della memoria nella vita quotidiana; così,
durante gli anni novanta, nacque il dibattito sulla “everyday memory”, teso a restituire
validità ecologica agli studi sulla memoria. Oggi convivono tutti e due i metodi contrapposti:
quello tradizionale, di laboratorio e quello naturalistico, ecologico.
Notevole importanza hanno avuto gli studi sulla
memoria infantile, i cambiamenti nell’arco della vita (life-span), il ricordo di informazioni
studiate a scuola, la memoria delle intenzioni.
I fenomeni della vita quotidiana, infatti, possono fornire informazioni non ottenibili in altro
modo, così come alcuni processi mentali possono essere studiati solo in determinate condizioni
ambientali.

4 PARADIGMI DELLA MEMORIA UMANA

Rispetto alla psicologia della memoria, si utilizza la parola “paradigma” nell’accezione di


complesso di regole metodologiche, criteri e strumenti che caratterizzano un periodo
dell’evoluzione di una scienza.

4.1 Paradigmi della memoria esplicita

La distinzione memoria esplicita / memoria implicita riflette la distinzione conscia /


inconscia. Nei test espliciti, la memoria è oggetto (in quanto le istruzioni si riferiscono al
recupero cosciente dell’informazione); nei test impliciti, la memoria è strumento (per lo
svolgimento di un compito non connesso al recupero cosciente di un’informazione). Jacoby
(1988) li definiva modo riflessivo (i processi intenzionali) e modo operativo (i processi
automatici).

4.1.1 Paradigma di rievocazione libera ed effetti di posizione seriale

Si parla di rievocazione libera quando il soggetto sperimentale è lasciato libero di ricordare


una lista di item nell’ordine che preferisce. Con questa procedura, i primi e gli ultimi item sono
rievocati meglio di quelli centrali e vengono denominati effetti di posizione seriale,
rispettivamente: effetto di priorità ed effetto di recenza.
Questi effetti si verificano se la rievocazione libera è
immediata. Dopo un breve intervallo di tempo si mantiene l’effetto di priorità e scompare
l’effetto di recenza.

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La spiegazione plausibile è che i primi item vengono ripetuti più volte dal soggetto durante la
presentazione della lista, per essere memorizzati; questo, però, comporta un decadimento
dell’attenzione durante la presentazione degli item successivi. Il ricordo degli ultimi item
riflette invece l’esistenza di un MBT, di limitata capacità, di recupero semplice. Se
l’informazione si trova in questo magazzino, può essere recuperata e se ripetuta finisce nella
MLT, altrimenti decade.
L’effetto di recenza può essere eliminato con l’introduzione di un compito distraente. Questo è
stato interpretato come un effetto dovuto alla capacità limitata del magazzino a breve termine;
ma alcuni studi sull’effetto di recenza, hanno dimostrato che la memoria a breve termine non
ha capacità limitata poiché questo effetto interviene anche in compiti di memoria a lungo
termine.
I detrattori della visione dicotomica (memoria a breve termine/memoria a lungo termine),
sostenevano che la distintività di un item determina la facilità con cui viene recuperato; le
posizioni alla fine della lista sono più distintive di quelle centrali.
Se il contesto di recupero è simile al contesto di apprendimento, il ricordo sarà migliore.
Secondo i sostenitori della visione dicotomica, questi argomenti trascuravano numerosi fatti
importanti: gli amnesici hanno una MBT intatta ma non sono in grado di apprendere nuove
informazioni a lungo termine.
In sintesi, almeno due differenti meccanismi – presenza dell’informazione nella memoria di
lavoro e discriminabilità temporale – sono responsabili degli effetti di recenza.

4.1.2 Distrazione e oblio: il paradigma Brown – Peterson

Anche una minima quantità di informazione può essere dimenticata se interviene un’attività
distraente.
Alla fine degli anni 50, Brown in Inghilterra e i Peterson negli Stati Uniti sperimentarono due
differenti sistemi di memoria, uno a breve e l’altro a lungo termine e per lungo tempo il
paradigma Brown-Peterson fu uno dei più utilizzati per lo studio della MBT.
I Peterson fecero un esperimento in cui venivano presentate tre consonanti da rievocare dopo
un intervallo di qualche secondo. Per impedire che, intanto, le ripassassero, veniva introdotto
un compito distraente: contare all’indietro per tre, partendo da un numero pronunciato subito
dopo le consonanti.
I Peterson attribuirono l’oblìo in MBT a processi di decadimento della traccia e non
all’interferenza. I risultati dei Peterson furono considerati una prova della differenza tra i
due sistemi di memoria:
- MBT: fragile, capacità limitata, l’oblìo avviene per decadimento della traccia mnestica a
causa del trascorrere del tempo;
- MLT: durevole, capacità teoricamente infinita, non soggetta a interferenza da processi di
ripetizione. L’oblìo avviene per interferenza.
Per molti anni si ritenne che i ricordi si indebolissero col tempo fino a scomparire dalla
memoria, a meno che l’informazione non venisse “rinfrescata” di tanto in tanto attraverso
l’uso. E’ conosciuta come legge del disuso (Thorndike-1914) o teoria del decadimento
della traccia(Bjork – 1992).
Questa teoria venne ben presto criticata poiché fu dimostrato che l’oblìo non era determinato
dal decadimento della traccia ma dall’interferenza nell’intervallo tra l’apprendimento e il
recupero dell’infor.
In genere, più grande è la somiglianza tra i compiti da svolgere, maggiore è la quantità di
interferenza.
Di distinguono due i tipi di interferenza che hanno significativi effetti sul recupero:

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1) Interferenza retroattiva: la nuova informazione inibisce il recupero di vecchie
informazioni;
2) Interferenza proattiva: la vecchia informazione inibisce il recupero di materiale
appreso di recente e il locus di questa interferenza è la memoria a lungo termine.
Keppel e Underwood (1962), furono i primi a fornire una spiegazione dell’interferenza proattiva
nel paradigma Brown-Peterson basandosi sul concetto di “disapprendimento” /
“estinzione”. Il concetto di estinzione si riferisce al fatto che i comportamenti non rinforzati si
indeboliscono a causa di informazioni vecchie, non più necessarie.
L’estinzione, però, non si mantiene sempre allo stesso livello e col tempo si verifica un
“recupero spontaneo”.
Risultati successivi, ed anche recenti, però, hanno mostrato che l’interferenza proattiva
decresce con l’intervallo delle prove e chiaramente questo contraddice l’ipotesi del “recupero
spontaneo”. L’ipotesi della discriminabilità temporale (Bennett 1975), ritenuta ancora
valida (Greene 1992), afferma che con l’aumentare dell’intervallo distraente (tra presentazione
e rievocazione) la prestazione peggiora, mentre con l’aumentare dell’intervallo interstimolo (tra
due prove) la prestazione migliora.

4.1.3 Il paradigma di Sternberg

La tecnica di Sternberg, nota come “ricerca seriale esaustiva”. Al soggetto veniva presentata
una lista di item “set di memoria”, formata da numeri o lettere, che cambiava ad ogni prova,
non superiore allo span di memoria (circa sei item). Dopo qualche secondo veniva presentato
un altro item (probe) che il soggetto doveva essere indicare se facesse parte del set originario
o no.
Il risultato standard era che variando l’ampiezza del set di memoria, il tempo di reazione
incrementava proporzionalmente con il numero di item immagazzinati (circa 38 millisecondi
per ogni item aggiunto).
Il confronto del probe poteva essere fatto tramite:
- ricerca in parallelo: confronto con tutti gli item nello stesso tempo (v.
connessionismo) - ricerca seriale: confronto con ogni singolo item per volta.
E “la ricerca seriale” poteva essere:
- autoterminante: interruzione della ricerca appena s’incontra un item che corrisponde al
probe;
- esaustiva: il soggetto continua la ricerca fino all’esaurimento dei contronti.
Questo valeva sia per le prove negative (il probe non era parte del set) che per quelle positive
(il probe era presente nel set). Perché il soggetto non si dovrebbe fermare quando ha trovato
la corrispondenza? Sternberg sostiene la “ricerca seriale esaustiva” perché è più economico
scorrere tutti i confronti e prendere una decisione alla fine. Lo stesso meccanismo valeva per i
tempi di reazione.
Alcuni studi hanno messo in dubbio i risultati di Sternberg. Si è osservato, ad esempio, che
effetti della ripetizione (item ripetuti nella lista) comportavano tempi di reazione più bassi e
gli effetti della posizione seriale (tempo di reazione dell’ultimo item) incrementavano di soli
8 msec.. È stato, inoltre, dimostrato che ai probe negativi, che appaiono più frequentemente,
si risponde più rapidamente che a probe negativi meno frequenti (effetto dei probe
negativi).
Townsend ritiene che l’elaborazione avvenga in parallelo (il soggetto confronta il probe con
tutti gli item del set di memoria) e che l’incremento dei tempi di risposta sia dovuto alla
quantità di informazioni (maggior numero di confronti).

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Greene fa anche notare che, da un punto di vista adattivo, i confronti seriali degli stimoli
sarebbero poco funzionali in condizioni naturali perché lunghissimi.

4.1.4 Il paradigma dei livelli di elaborazione

Secondo Craik, Lockhart e Tulving, il ricordo è determinato dalle profondità della codifica.
Più profondo è il livello di elaborazione dello stimolo, più duratura sarà la traccia che si forma.
Altri autori dimostrarono invece che anche elaborazioni superficiali possono contribuire ad un
apprendimento a lungo termine. Secondo questo punto di vista, perché si verifichi il ricordo,
devono essere compatibili la traccia di un evento e il cue (l’informazione) presente durante il
recupero: “principio di specificità della codifica”. Compatibile significa che tra i due esiste
un’associazione.
Altri studiosi estesero questo principio (elaborazione appropriata al trasferimento)
dandone un significato più generale, ossia le condizioni di codifica e di recupero debbono
essere simili perché la prestazione di memoria sia significativa; i soggetti utilizzavano una
strategia di codifica superficiale (giudizi di rima: pane fa rima con…) o profonda (giudizi di
congruenza semantica: pane è un farinaceo).

4.2 Paradigmi della memoria implicita

Benché Ebbinghaus, alla fine dell’Ottocento, avesse già notato che a volte siamo influenzati
dalle esperienze passate in modo inconsapevole, lo studio della memoria implicita è stato
riconosciuto quasi un secolo dopo. Quest’area di ricerca è tuttora in fase di sviluppo anche per i
risultati delle neuroscienze

4.2.1 Identificazione percettiva

La notorietà di questo paradigma si deve a Jacoby e i suoi collaboratori, negli anni 80.
Esso include una fase di studio nella quale si presenta una lista di parole, una per volta. Il
recupero avviene con un compito percettivo che consiste nell’identificare parole presentate per
pochi secondi.
Alcune delle parole presentate nella fase di test sono state presentate anche in fase di studio
(parole primed), altre sono del tutto nuove (parole unprimed).
Il risultato classico è che i soggetti trovano significativamente più facile identificare le parole
primed rispetto alle unprimed.
Jacoby ha condotto numerosi esperimenti per verificare se variabili che notoriamente
influenzano compiti di memoria esplicita abbiano lo stesso effetto in compiti di memoria
implicita.
E’ stata trovata una dissociazione tra misure esplicite e misure implicite attraverso la variabile
“livelli di elaborazione”: l’elaborazione profonda ha un effetto positivo sul compito di
riconoscimento ma nessun effetto sul compito di identificazione percettiva.
Si deduce che esistono due forme di memoria separate: una per i compiti di riconoscimento,
facilitata dall’elaborazione semantica (profonda); l'altra per i compiti di identificazione,
facilitata dall’elaborazione di superficie degli stimoli (percettiva).

4.2.2 Compiti di completamento

Questo paradigma è detto di “completamento” perché contiene tutti gli “aiuti parziali” per il
recupero. Esso prevede due fasi: -
-- una fase di studio (ai soggetti vengono presentate liste di item);
- una fase di test (vengo mostrati stimoli parziali che devono essere completati).
La questione di interesse scientifico è quale parola verrà prodotta.

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Se una delle possibili parole è stata vista di recente
(primed), i soggetti sono più inclini a produrre questa, anche se pensano di non averla mai
vista. Questi sono l’effetto di priming; in quanto la precedente esposizione allo stimolo,
anche inconsapevolmente, induce una specifica scelta.

4.2.3 Compiti di giudizio

Un compito di giudizio implica una scelta tra due stimoli sulla base di giudizi del tutto
soggettivi (preferenza, piacevolezza, ecc.).
Il paradigma prevede la presentazione di una lista di stimoli; al test, i soggetti vedono coppie
di stimoli, uno solo dei quali è quello presentato velocemente in fase di studio.
Il ricordo implicito della lista è dimostrato quando il soggetto, pur dichiarando di non avere
visto di recente quello stimolo, sceglie con maggiore frequenza il membro della coppia che era
stato presentato in fase di studio.
Questo risultato indica che vi è memoria di uno stimolo del quale non si ha consapevolezza.

Parte terza: perché ricordiamo

5 STRUTTURE E PROCESSI DELLA MEMORIA: DALLA MENTE AL CERVELLO

La neuroscienza cognitiva è un’area di ricerca che unifica i due filoni principali di studio a
lungo separati: la neuroscienza, che studia il cervello, e la psicologia cognitiva che studia la
mente. Le due scienze non possono prescindere l’una dall’altra nello studio dei processi che
sottendono l’attività psiconeurale dell’individuo.

5.1 L’Arca di Noè: le dicotomie della memoria

Gli studi sulla memoria, che hanno postulato l’esistenza di diversi tipi di memoria, non hanno
tuttora resa evidente una distinzione strutturale cioè l’esistenza di sistemi diversi di memoria.
Negli anni cinquanta si riteneva che in realtà esistesse un unico sistema che funziona in modi
diversi secondo le necessità.
Un sistema a più dimensioni ha senso:
- se può spiegare in modo naturale grandi quantità di dati;
- se gli stessi dati possono essere spiegati da una struttura unica solo con
implausibili modifiche ad hoc. Si può ipotizzare una memoria multisistemica, inoltre, se:
- sovraccaricare un sistema lascia la capacità di
altri sistemi intatta; - danni cerebrali distruggono la
funzionalità di un sistema ma non quella di altri; - certe variabili sperimentali
funzionano su un sistema ma non su altri.

5.1.1 Memoria a breve termine e memoria a lungo termine

La dicotomia più discussa è quella tra memoria a breve termine e memoria a lungo
termine. Già William James nel 1890, distingueva tra una memoria primaria (transitoria
e fragile), consistente nei contenuti della coscienza e una memoria secondaria (permanente)
che conteneva informazioni non presenti alla coscienza ma riattivabili all’occorrenza.
Dagli anni sessanta la distinzione tra una MBT e una MLT sembrò la soluzione teorica migliore
per spiegare i fenomeni di ricordo temporaneo e permanente.

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Le caratteristiche distintive dei due sistemi si riferivano alla capacità (limitata per MBT e
infinita per MLT), alla durata della traccia (30 sec. per MBT e illimitata per MLT), al tipo di
codifica (acustica in MBT e semantica in MLT), alla natura dell’oblio (decadimento in MBT e
interferenza in MLT).
Alla fine degli anni sessanta, erano tanti i modelli sviluppatisi dei due sistemi, che furono
sintetizzati in un modello ibrido “modello modale” con riferimento alla moda statistica. Esso
si basava principalmente sul modello di Atkinson e Shiffrin (1968), ma raccoglieva le
caratteristiche comuni a tutti i modelli delle due memorie.
Il modello di Atkinson e Shiffrin prevede l’esistenza di tre componenti strutturali della
memoria: registri sensoriali, un magazzino a breve termine e un magazzino a lungo
termine.
I registri sensoriali elaborano in parallelo le informazioni che finiscono nel magazzino a breve
termine, nel quale l’informazione viene mantenuta in uno stato di accessibilità per il
trasferimento nel magazzino a lungo termine. Il ruolo del magazzino a breve termine è dunque
fondamentale perché l’apprendimento a lungo termine è determinato dalla quantità di tempo
che l’informazione ha trascorso nella MBT. Essa svolge anche una serie di processi di
controllo, la ripetizione (rehearsal) è uno dei più importanti: più è lunga la permanenza
dell’informazione nella MBT, più è probabile che l’informazione sia sottoposta a processi di
ripetizione e venga “copiata” nella MLT.
Il modello considerava la MBT come un solo magazzino multiuso con funzioni di
immagazzinamento, codifica e mantenimento, e che serviva da snodo per il passaggio delle
informazioni in MLT.
Baddeley e Hitch (1974) utilizzarono il paradigma del doppio compito per verificare l’ipotesi
della struttura unica della MBT. Fecero apprendere una lista di parole visivamente e, nello
stesso tempo, tenere a mente tre o sei cifre presentate uditivamente.
Questo e altri risultati simili misero in dubbio il sistema unitario di MBT e portarono alla
formulazione del modello della memoria di lavoro come alternativa ai modelli classici del
doppio magazzino.
La memoria di lavoro è formata da un sistema attentivo: il sistema esecutivo centrale –
SEC, che coordina un insieme di sottosistemi. I due più studiati sono:
- il loop articolatorio (uditivo) che ha due componenti: una parte passiva, il magazzino
fonologico al quale ha accesso il linguaggio parlato e una parte attiva il processo di ripetizione
di natura articolatoria;
- il taccuino visuo-spaziale (visivo) che si suddivide in una parte passiva, magazzino visivo
ed un processo attivo di ripetizione.
La terza componente della memoria di lavoro è la meno conosciuta. Forse è dovuto al fatto che
il SEC funziona più come un sistema attentivo che non come un sistema di memoria; seleziona
strategie, interviene in compiti nuovi o difficili, blocca comportamenti automatici. Essendo una
componente della memoria a breve termine, anch’esso ha capacità limitata e può essere
sovraccaricato.
Il modello della memoria di lavoro è stato di recente riesaminato criticamente. Secondo alcuni
teorici, la memoria di lavoro non è un “sistema” autonomo. La MLT contiene diversi tipi di
informazione (visiva, uditiva, motoria) che in ogni momento possono riattivarsi
temporaneamente.

5.1.2 Memoria episodica e memoria semantica.

Tulving (1972): la MLT contiene due distinti sistemi di memoria:


- memoria episodica (o autobiografica, riferita ad eventi della vita
dell’individuo), contenente informazioni spazio-temporali relative all’acquisizione

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dell’informazione; - memoria semantica, sganciata dall’episodio
di apprendimento. Non ricordare quando si è formata la traccia. (Es.: Parigi è in Francia).
La memoria episodica sarebbe
organizzata cronologicamente mentre quella semantica in modo tassonomico (classificazione) e
associativo. Ambedue rientrano nella Memoria
dichiarativa.
Tulving (2002) ha rielaborato la sua teoria considerando la memoria episodica un
sottoinsieme della memoria semantica e che esistesse in memoria a lungo termine un altro
tipo detto memoria procedurale, riferito all’apprendimento di abilità (come andare in
bicicletta).
Oggi però ancora Tulving ribadisce l’importanza del sistema di memoria episodica come
autonomo, unico e distintivo degli esseri umani.
Oggi i risultati delle neuroscienze cognitive contraddicono l’ipotesi di un unico
sistema che elabora informazioni episodiche e semantiche; indica invece, l’esistenza di sistemi
neurologici, relativamente indipendenti.

5.1.3 Memoria dichiarativa e memoria procedurale


Cohen e Squire contrappongono la memoria procedurale, implicita, inconsapevole e
automatica (riferita all’apprendimento di abilità, modalità operative, regole implicite)
alla memoria dichiarativa (relativa a fatti acquisibili in un solo tentativo e direttamente
accessibili alla coscienza). La memoria procedurale, invece, può essere accessibile e
valutabile solo compiendo l’azione cui si riferisce.

5.1.4 Memoria esplicita e memoria implicita

Lo sviluppo negli ultimi dieci anni per spiegare le dissociazioni su pazienti amnesici, mostra
deficit di memoria esplicita ma memoria implicita intatta. Il dibattito è tuttora ampio e vede
due orientamenti contrapposti: uno esplicito, che vede gli effetti differenziali come risultato
dell’attività di due sistemi separati; l’altro implicito, che le dissociazioni in relazione tra le
elaborazioni fatte allo studio e al test.

5.1.5 Memoria retrospettiva e memoria prospettica

Di recente è apparsa anche la distinzione tra memoria retrospettiva e memoria


prospettica, ossia tra il ricordo di eventi passati e il ricordo di azioni future. In particolare, la
memoria prospettica è ritenuta un sistema di memoria perché ogni compito che la coinvolge ha
componenti retrospettive.
Il “cosa” fare, rappresenta la componente retrospettiva del compito prospettico, mentre il
“quando” è la componente prospettica.

5.2 Memoria e cervello: dove abitano i ricordi?

teorici dell’approccio HIP (Human Information Processing) affermano che ogni esperienza
forma una “traccia” o “engramma” nel sistema nervoso. C’è stato un acceso dibattito al fine
di individuare se specifici engrammi fossero localizzati in determinate aree del cervello oppure
fossero distribuiti (ma non equipotenziali) in tutto il cervello.
La mente non può essere ridotta al cervello e le neuroscienze non potrebbero progredire nella
comprensione della mente senza le spiegazioni psicologiche dei fenomeni osservati.

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Quindi, la memoria umana deve basarsi sugli studi neuropsicologici, sulle tecniche di
neuroimmagine funzionale, sulle misure comportamentali e sulle teorizzazioni cognitive.
Oggi la posizione comune è che esistano sistemi multipli e distribuiti: la suddivisione delle
funzioni cerebrali in più sistemi, da un lato, e la suddivisione del sistema nervoso in più parti,
dall’altro che permette di distinguere l’analisi della mente da quella del cervello.
Le neuroscienze cognitive cercano di comprendere come si registrano, mantengono e
recuperano le informazioni in sistemi di memoria (reti neuronali che sostengono processi
mnestici).
Dagli studi sulle lesioni cerebrali molto si è scoperto sulle funzioni di alcune aree del cervello:
strutture mediotemporali e diencefaliche nella memoria dichiarativa,
amigdala per la modulazione emozionale,
gangli della base nell’apprendimento di procedure,
cervelletto nel condizionamento,
neocorteccia nei processi di codifica,
immagazzinamento e recupero e nel priming di ripetizione.
L’idea che la memoria sia strutturata in sistemi multipli è attualmente la più accreditata e si
applica sia alla struttura della MLT che a quella della MBT.
Negli studi tramite PET o fMRI è stato possibile osservare che memoria dichiarativa e
memoria procedurale dipendono da sistemi neuronali distinti: strutture mediotemporali e
diencefaliche (MLT), gangli della base e cervelletto (MBT).
Lesioni alle regioni portano all’amnesia nella memoria dichiarativa ma lasciano intatte
memoria di lavoro, abilità motorie e percettive, apprendimento non associativo, apprendimento
categoriale e condizionamento.
Lesioni unilaterali danneggiano la memoria dichiarativa verbale (sinistra) e non verbale
(destra); lesioni bilaterali le coinvolgono entrambe.
Inoltre, l’amnesia globale disturba l’acquisizione sia di informazioni episodiche sia di
informazioni semantiche.
Gli studi di neuroimmagine funzionale forniscono prove convergenti sul ruolo delle regioni
mediotemporali nella memoria dichiarativa.
L’attivazione mediotemporale, si osserva durante il recupero intenzionale e durante la
codifica, che attivano regioni diverse (rispettivamente ippocampo anteriore e corteccia
paraippocampale posteriore).
L’amigdala , una struttura a forma di mandorla vicino all’ippocampo, ha un ruolo importante
nella modulazione degli aspetti emozionali del ricordo ed è attivata anche dalla percezione di
espressioni facciali di paura.
Anche i sistemi neocorticali hanno un ruolo fondamentale nella memoria dichiarativa.
La neocorteccia è vista come depositaria della memoria a lungo termine.
I lobi frontali sono invece fondamentali per i processi di ragionamento, per la
memoria strategica e per i processi della memoria episodica.
Il modello HERA (Hemispheric Encoding/Retrieval
Asimmetry) attribuisce funzioni diverse ai lobi prefrontali destro e sinistro
(rispettivamente recupero dalla memoria episodica e codifica nella memoria episodica).
L’attivazione frontale è collegata anche alla memoria di lavoro. Da studi di neuroimmagine
funzionale è emerso che nella memoria di lavoro si attiva la corteccia prefrontale sinistra
per elaborare informazioni verbali e la corteccia prefrontale destra per informazioni
visive e aree della corteccia visiva. Le abilità sensoriali sono localizzate nei gangli della base
e nel cervelletto.

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Nei pazienti amnesici, compiti di memoria implicita evidenziano gli effetti del priming nello
svolgimento dei compiti stessi. Si distingue in particolare tra priming percettivo, ossia
elaborazione delle caratteristiche superficiali dello stimolo, e priming concettuale, ossia
elaborazione del significato dello stimolo. Gli effetti del priming sono mediati da aree
neocorticali: quello percettivo da regioni specifiche (visive, uditive, tattili), quello
concettuale da aree del linguaggio. Gli studi di neuroimmagine hanno
mostrato che nella memoria esplicita (riconoscimento e rievocazione), si verifica un
aumento di attivazione delle parti anteriori della corteccia prefrontale, mentre in compiti
di memoria implicita questa attivazione diminuisce regolarmente in presenza del prime.
Pare che questo decremento sia dovuto ad un fenomeno di “assuefazione” (habituation)
dovuto alla ripetizione dello stimolo e, quindi, determini un “risparmio neuronale” quando
l’item è ripetuto, tutto o in parte.
Benché distinti, i sistemi di memoria dichiarativa e procedurale spesso cooperano e a volte
entrano in competizione.
Poco ancora si conosce, relativamente alla memoria prospettica, sulle strutture cerebrali
deputate al ricordo delle intenzioni; da recenti studi PET, pare che siano localizzate nei lobi
frontali.

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