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VITICOLTURA E CONSUMO DEL VINO IN ETRURIA: LA CULTURA MATERIALE

TRA LA FINE DELL’ETÀ DEL FERRO E L’ORIENTALIZZANTE ANTICO

1. Archeologia e antropologia del vino in Etruria


Come più volte sostenuto in questi ultimi anni, contrariamente a quanto si può desumere
dalle fonti relative all’introduzione della viticoltura ad opera di Numa Pompilio, la vite e il vino erano
conosciuti nella penisola italiana probabilmente sin dal Neolitico.
All’inizio dell’VIII secolo a.C. si deve attribuire invece l’uso sempre più diffuso di questa
bevanda nelle cerimonie. Tale costume, momento importante di socializzazione e di aggregazione, è
stato considerato «l’espressione originale tra VIII e VII secolo a.C. di uno stile di vita aristocratico legato
all’emergere di una vera e propria aristocrazia, come ceto (o ordine) sociale che tende a riconoscersi, definirsi
e distinguersi» (VETTA 1983, p. 40).
Sono le usanze cerimoniali elleniche che appaiono largamente praticate nel Mediterraneo
occidentale nel corso dell’VIII secolo a.C. (BARTOLONI 2003; BARTOLONI 2007).
Tra VIII e VII secolo a.C. il decollo delle aristocrazie tirreniche coincide con l’accoglimento
in Etruria e nel Lazio di modi di vivere greci e orientali e di rituali eroici di stampo omerico, diffusi,
secondo J.N. Coldstream, soprattutto attraverso la circolazione dei poemi stessi. Il fenomeno più
vistoso è appunto il consumo del vino nelle cerimonie pubbliche e private (COLDSTREAM 1994).
Anche le fonti su Roma antica ci indicano questo cambiamento: se Romolo libava ancora con
il latte, Numa introduce la viticoltura. La diffusione di tale cerimoniale ha indubbiamente aumentato
la domanda e quindi la produzione di utensili e vasellame connesso.
Secondo M. Torelli il vino più antico, quello di tipo indigeno, va riconosciuto nel temetum,
il vino puro delle fonti, anche se non possono escludersi influenze di provenienza egeo-orientale
risalenti alla tarda età del Bronzo; mentre importati sarebbero quello greco (oinos, vinum) e quello
orientale consumati nelle cerimonie (TORELLI 2000).
Non solo nelle cerimonie funerarie, ma anche in quelle pubbliche, costante è l’impiego del
vino, come del resto è attestato in Omero: «Cosi disse [Agamennone], e a tutti piacquero le sue parole.
Subito gli araldi versarono ed i giovani colmarono fino all’orlo crateri di vino, lo versarono in coppe e lo
distribuirono a tutti per libare» (Il. X, 173-177, trad. G. Paduano).
Gli scavi negli abitati in area etrusca stanno mettendo in luce una forte ritualità che sembra
precedere o concludere i diversi cambiamenti strutturali o funzionali.
Sono frequenti le attestazioni di olle, i tipici contenitori per miscelare il vino, senza alcun
dubbio da collegare al deinos greco, associate a un solo calice, spesso anche in funzione di coperchio
o a un gruppo di vasi per attingere e per bere (MARTELLI 1984).
È interessante ribadire come nelle iscrizioni funerarie etrusche e latine l’olla (la thina) sia pre-
rogativa femminile, mentre il calice (thafna), quindi l’atto di libare o di bere, sia pertinenza maschile
(cfr. infra, paragrafi 4.1 e 6.1).
Soprattutto nel caso di associazione di olla con calice, è più che verosimile che si tratti di una
libagione, di un’offerta (LISSARAGUE 1995).
Indizio indubbio di un tale cerimoniale con il vino è un’olla con tazza biansata di argilla de-
purata nella deposizione della ricca tomba di guerriero Z1A (inizio Veio IIB, anni centrali dell’VIII
secolo a.C.: TOMS 1986, p. 499), deposte molto verosimilmente sopra la copertura lignea del morto
(Quattro Fontanili 1970, p. 289).

201
Fig. 1 – Veio, Piazza d’Armi (RM):
scavi dell’Università di Roma “La
Sapienza” (1998); l’olla di impasto
rosso in corso di scavo, con la sua
localizzazione.

Legata a un momento fondamentale della storia urbanistica del pianoro di Piazza d’Armi
(Veio) è un’olla con calice, deposta in coincidenza con la prima divisione, sottolineata da solchi
laterali, in spazi ortogonali del sito negli anni centrali del VII secolo a.C. (BARTOLONI 2009) (Fig. 1)
(cfr. infra, paragrafo 6.1).
Più frequenti le associazioni di un’olla con numerosi vasi da bere, kyathoi, calici o anforette,
che attestano un rituale collettivo con sacralizzazione.
A Populonia, negli scavi dell’Università di Roma “La Sapienza” sul Poggio del Telegrafo, sono
state rinvenute, nell’abbandono di una buca di palo relativa a una struttura con probabili funzioni di
rappresentanza, impilate a due o a tre, quasi un centinaio di tazze / kyathoi rinvenute prevalentemente
integre, o comunque frammentate dopo la deposizione (Fig. 2). Il tipo rappresentato, attestato in
poche varianti tipologiche e dimensionali, è quello ad ansa sormontante e fondo ombelicato (Fig.
3; cfr. infra, paragrafo 2.1.3).
La concentrazione e lo stato di conservazione di tali materiali hanno indotto a ritenere che il
deposito si sia formato in un lasso di tempo ristretto, probabilmente a seguito di un unico intervento
di deposizione. La composizione della terra del riempimento della fossa, caratterizzata da colore ros-
siccio e dalla forte presenza di materiale organico e la forma del vasellame suggeriscono inoltre una
pratica associata al consumo di una bevanda1. Si è ipotizzata una cerimonia legata alla riedificazione
della struttura, legata indubbiamente a un personaggio eminente e quindi probabilmente a una nuova
leadership (BARTOLONI, ACCONCIA 2007; BARTOLONI 2011; BARTOLONI 2012).
La localizzazione della buca di palo, riempita dalle tazze, al centro della struttura fa pensare a
una cerimonia svoltasi nel vano centrale, adibito a riunioni per i rappresentanti dell’intera comunità.
I partecipanti alla cerimonia (il cui numero appare oltremodo suggestivo2) devono essere individuati

1
Le analisi effettuate dal Centro di Restauro di Firenze non hanno per ora fornito risultati.
2
Per il numero delle tazze e quindi dei partecipanti ovvio è il riferimento all’assemblea di cento anziani, costituita
da Romolo, in Dionigi di Alicarnasso II, 12, 1-13, 1 (cfr. CARANDINI 2007, p. 47), che ricorda quanto testimoniato da
Omero: «Organizzato tutto ciò, Romolo decise di nominare dei senatori con cui trattare gli affari dello stato e scelse cento persone
tra i patrizi…» (II, 12, 1); «In realtà, anche questo consiglio era un’istituzione greca» (II, 12, 3); «I re, sia quelli che ricevevano un
potere sovrano avito, sia quanti la popolazione stessa aveva investito del comando, avevano un consiglio, composto dagli uomini più
importanti, come testimoniano Omero e i poeti più antichi: e la signoria degli antichi re non era, come ai tempi nostri, arbitraria
e assoluta» (II, 12, 4); «Dopo aver istituito il consesso consiliare degli anziani, composto da cento persone, constatò, il che è però
meno verosimile, la necessità anche di un contingente di giovani organizzato militarmente di cui avvalersi come guardia del corpo
e che prestassero servizio nelle operazioni richieste da situazioni urgenti» (II, 13, 1). In Omero il banchetto regale ha carattere
politico: il re invita gli anziani del popolo in numero più o meno alto (CARLIER 1996, pp. 273-274). In Od. VII, 49 presso i
Feaci il banchetto degli anziani segue una riunione; in Od. XV, 466, invece, la precede. Inoltre, in Il. IX, 96-181 il banchetto
è l’occasione in cui si prendono decisioni importanti come l’ambasceria ad Achille (BARTOLONI, BOCCI 2002, p. 201).

202
Fig. 2 – Populonia, Poggio del
Telegrafo (Piombino, LI): scavi del-
l’Università di Roma “La Sapienza”
(2005); il deposito delle tazze / kyathoi
in corso di scavo.

Fig. 3 – Tazze / kyathoi dal deposito


di Populonia, Poggio del Telegrafo
(Piombino, LI).

203
Figg. 4-5 – Ninive, rilievi di Sargon II (particolari).

tra gli esponenti delle famiglie aristocratiche di Populonia. Possiamo immaginare un consesso simile
a quello rappresentato nel coevo palazzo di Sargon II dove un gruppo di dignitari in piedi e seduti
(gli officials drinking) bevono con il loro sovrano (Figg. 4-5).
L’associazione dell’olla con un copioso numero di tazze / kyathoi appare ampiamente attestata
sia in ambito etrusco che in altre aree culturali delle penisola (BELELLI MARCHESINI 2008).
In area abitata nel limitrofo territorio vetuloniese3, negli scavi dell’Accesa (Massa Marittima,
GR), all’interno di una casa, un contenitore analogo conteneva una serie di kyathoi miniaturistici
(CAMPOREALE 1997, p. 278).
3
I numerosi kyathoi miniaturistici rinvenuti divisi per olle a Poggiarello Renzetti (LEVI 1926, p. 187), attribuiti a
un deposito (CYGIELMAN 2005, p. 323), sembrerebbero attestazioni più recenti.

204
Fig. 6 – Murlo, Poggio Civitate (SI): lastra a rilievo con scena di banchetto.

Generalmente nelle case dell’abitato dell’Accesa, come a Gonfienti presso Prato, tali vasi si
sono trovati sparsi sui pavimenti: secondo L. Donati «dovevano essere raccolti in appositi apprestamenti
come nicchie e mensole fissate alle pareti, che fanno pensare a una sorta di lararium» (DONATI, RAFANELLI
2004, p. 162).
Nell’area volterrana, ancora in un contesto abitativo, a Casale Marittimo (PI), numerosi
frammenti di kyathoi di bucchero fine con decorazione impressa e incisa, simile a quello di Mon-
teriggioni (sul tipo, da ultima, BAGNASCO GIANNI 2008), corredati da iscrizioni di dono sono stati
considerati testimoni dell’importanza dell’edificio (edificio b), verosimile reggia del piccolo insedia-
mento (ESPOSITO 1999, p. 27).
A questi si aggiungono una serie numerosa di piccole tazze, di tipo affine a quelle populoniesi
rinvenute sparse nell’area della struttura, pertinenti verosimilmente alla fase iniziale o a un edificio
precedente (gradita comunicazione di A.M. Esposito).
Ancora in epoca arcaica le tazze / kyathoi associate a grandi contenitori di liquidi, nell’Etruria
settentrionale, sono impiegate per riti di fondazione (CIAMPOLTRINI 1999, p. 45): «una serie di mi-
nuscoli attingitoi furono gettati intorno ad un’anfora spezzata nel rituale di fondazione di una casa in
cui il modello architettonico, a due vani, aveva un’alta valenza culturale e simbolica» (G. Ciampoltrini,
in CIAMPOLTRINI, ZECCHINI 2007, pp. 57-58).
Tra i numerosi confronti in ambito funerario, anche in aree culturali limitrofe, si segnala
l’esempio di Chiavari in Liguria, con cui Populonia mostra notevoli contatti soprattutto nella pro-
duzione ceramica (S. Paltineri, in PALTINERI et alii 2006, p. 643; BARTOLONI, ACCONCIA 2007), nelle
cui deposizioni della prima metà del VII secolo a.C. tazze a fondo ombelicato vicine agli esemplari
da Poggio del Telegrafo, associate di solito a olle vuote, vengono identificate come recipienti utilizzati
specificamente nel rituale potorio nell’ambito delle cerimonie funebri (MELLI 1993, pp. 105-106,
114-115).
Costante appare nelle tombe sia a deposizione maschile che femminile dello scorcio dell’VIII
secolo a.C. nella latina Crustumerium l’associazione dell’olla con un numero cospicuo di tazze / kyathoi
(fino a quaranta), per cui si è parlato di circumpotationes nell’ambito di libagioni riservate a sodalizi,
composti da membri dello stesso sesso (BELELLI MARCHESINI 2008, p. 10).
Legato a una serie di libagioni, perpetuate forse da individui di uno stesso gruppo (sacerdotale?)
appare la fossa di Turona nell’agro volsiniese, riempita da kantharoi e karchesia, anche miniaturistici
(TABOLLI 2007).
La maggior parte degli esempi addotti si riferiscono all’Orientalizzante Antico, momento
in cui le aristocrazie tirreniche sembrano fare proprio l’uso cerimoniale del vino su insegnamento
delle comunità del Mediterraneo orientale, costume evidente finora soprattutto nei rituali funerari
(BARTOLONI 2007).
La trasmissione di tale cerimoniale dalle genti emergenti a tutti gli appartenenti alle singole
comunità nel corso dell’Orientalizzante deve aver aumentato enormemente la domanda e quindi la

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produzione di utensili e vasellame: accanto all’imitazione e allo sviluppo di forme greche (anfore,
deinoi, oinochoai, kylikes, kotylai) o levantine (anfore, mortai tripodi, brocche fenicio-cipriote, pa-
tere baccellate), vengono elaborate o riadattate forme locali ed esclusive del mondo indigeno (olle
e sostegni, tazze biansate e monoansate, anforette), usate in modo all’apparenza indifferente, come
ancora all’inizio del VI secolo a.C. sembra mostrare la nota lastra architettonica di Poggio Civitate
a Murlo (SI) con scena di simposio (Fig. 6).
G.B.

2. Il consumo rituale del vino nel periodo Orientalizzante Antico, in base alla composizione
del set da banchetto4
Nella fase successiva alla fine della prima età del Ferro, in Etruria meridionale e nel Latium
vetus il consumo del vino si integra nel sistema ideologico delle nascenti aristocrazie. Se già dalla
fine del IX secolo a.C. in quest’area si riconoscono processi di adattamento del repertorio ceramico
locale al consumo del vino e l’acquisizione di nuove forme vascolari dal mondo greco e orientale,
riteniamo che, per i decenni tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., il vino e gli usi connessi
fossero stati definitivamente enucleati dalle componenti più elevate delle società mediotirreniche,
divenendone uno dei tratti distintivi.
Tra i precoci indicatori dell’introduzione di pratiche conviviali si pongono, com’è noto, forme
chiuse in impasto a imboccatura ampia su piede, assimilabili ai crateri, attestate fin dagli ultimi de-
cenni del IX secolo a.C. prevalentemente a Tarquinia, ma anche a Veio e nel Latium vetus (DELPINO
1997; DELPINO 2007, pp. 138-140; BARTOLONI et alii 2000; BABBI, PIERGROSSI 2005, pp. 294-295;
cfr. anche l’esemplare dal corredo della Tomba 409 / 3 di Osteria dell’Osa, ascrivibile al II periodo
laziale: BIETTI SESTIERI 1992, p. 235, tipo 3unII).
Secondo C. Iaia, inoltre, a Tarquinia il consumo codificato del vino sarebbe suggerito dalla
ricorrente associazione di tazze con forme chiuse funzionali a contenere e versare (olla, brocca, orciolo,
anforetta) e, per la necropoli del Selciatello di Sopra nella fase IB2-IIA1 (con confronti puntuali a
Bisenzio), dalla combinazione olla-tazza, interpretata come testimonianza di libagioni cerimoniali
o di offerte (IAIA 1999, p. 29).
Lo studioso propone di interpretare nello stesso senso l’associazione in corredi della fase IIA
di Vulci di olle globulari di impasto rosso con coppie di tazze o scodelle (IAIA 1999, p. 87).
Questi elementi contribuiscono a comporre il quadro di una precoce acculturazione dal mondo
ellenico verso l’Italia mediotirrenica, come ha recentemente messo in evidenza F. Delpino a proposito
delle Tombe I e II di Poggio dell’Impiccato a Tarquinia, nelle quali le modalità di deposizione e i
corredi suggeriscono il ricorso a un rituale «eroico», anomalo per il periodo e improntato a modelli
adottati in Grecia per sepolture maschili di rango (DELPINO 2005, p. 351; cfr. anche TORELLI 2000,
p. 90; NIZZO 2008, p. 144).
Com’è noto, la cultura materiale della prima età del Ferro si arricchisce progressivamente nella
fase avanzata dello stesso periodo grazie alla diffusione di nuove forme vascolari di importazione,
prevalentemente vasi potori biansati, acquisiti come “doni” a seguito del contatto con genti greche
e poi riprodotti localmente, rinvenuti nei corredi funerari delle necropoli etrusche (per una sintesi,
cfr. D’AGOSTINO 2005; BARTOLONI 2007).
Tali materiali ceramici segnalano un uso ormai esteso del vino e, soprattutto, l’avvio di un
processo di accumulazione degli indicatori di status che si definirà con evidenza negli ultimi decenni
dell’VIII secolo a.C., all’inizio dell’Orientalizzante (IAIA 2006).

4
Ringraziamo per i preziosi consigli gli amici e colleghi Alessandro Palmieri, che ci ha consentito la verifica della sua tesi di
laurea relativa alle tombe tarquiniesi degli scavi Cultrera-Romanelli (PALMIERI c.s.); Federica Pitzalis, che ha contribuito con il suo
lavoro di dottorato relativo alla composizione dei corredi funerari femminili etruschi dell’Orientalizzante Antico a confermare l’iden-
tificazione del sesso di parte delle sepolture da noi prese in esame; Valentino Nizzo per lo scambio di opinioni e i suggerimenti.

206
2.1 IL CAMPIONE ESAMINATO
Questo lavoro si propone di verificare la ricorrenza di forme ceramiche da riferire a specifici
momenti del consumo ritualizzato del vino, a partire da un nucleo di corredi funerari della prima
fase del periodo Orientalizzante provenienti dai centri etrusco-meridionali di Veio, Cerveteri, Tar-
quinia e Vulci. Per questo orizzonte cronologico è sembrato infatti ancora possibile riconoscere, nei
materiali deposti nelle sepolture di rango, caratteri puntuali legati alla pratica potoria, dato che il
processo di accumulazione degli indicatori di status sembra non avere ancora raggiunto l’alto grado
di complessità riscontrabile a partire dalla fase matura dell’Orientalizzante, tale da rendere poco
agevole la disamina delle varie forme che componevano il set da banchetto. Rispetto al quadro delle
attestazioni della prima età del Ferro, gli ultimi decenni dell’VIII secolo a.C. segnano una cesura nella
cultura materiale dei centri mediotirrenici, dove l’adozione di nuovi modelli di autorappresentazione
da parte dei segmenti emergenti delle comunità, influenzati dal contatto con elementi allogeni (Greci
e Levantini), ispira chiaramente il modus vivendi aristocratico.
2.1.1 Scelta dei contesti e problemi relativi
Sono stati presi in esame i contesti editi della fase antica del periodo Orientalizzante di Veio,
Cerveteri, Tarquinia e Vulci (nelle tabelle alle Figg. 8-23, definita OA), limitando l’analisi alle ne-
cropoli riferibili a tali abitati ed escludendo quelle dei centri dipendenti.
I contesti inseriti nel campione sono pertanto trenta per Tarquinia, quaranta per Cerveteri,
diciannove per Veio e quarantuno per Vulci, e si distribuiscono nel periodo compreso tra il 730 e il
675 a.C. Sono state considerate esclusivamente emergenze edite e, sulla base delle datazioni proposte
nelle varie edizioni cui si è fatto riferimento, si è ripartito – laddove possibile – l’arco cronologico
scelto in tre sottofasi, ovvero:
OA1: 730-700 a.C.
OA2: 710-690 a.C.
OA3: 700-675 a.C.
Sono state inoltre incluse alcune delle tombe più recenti di tale fase, come ad esempio la
Tomba del Carro di Bronzo di Vulci, anche se non tutta la letteratura archeologica concorda su tale
attribuzione (cfr. quanto suggerito in MARTELLI 1972, p. 80, nt. 9).
La selezione e l’estrema riduzione del campione sono il risultato di problemi riscontrati nel
corso dell’analisi. Il taglio cronologico proposto, ad esempio, ha reso necessario espungere i contesti
nei quali fossero presenti più deposizioni non ascrivibili esclusivamente all’Orientalizzante Antico.
Sono state invece comprese le tombe a più deposizioni che fossero coerenti per cronologia, anche
se raramente è stato possibile attribuire i materiali alle singole sepolture. Soprattutto per contesti di
non recente edizione, infatti, si è verificata una notevole difficoltà a distinguere in modo puntuale il
numero dei defunti, il loro sesso e la distribuzione degli oggetti di corredo.
La proporzione tra gli scavi editi e quelli inediti, sfavorevole ai primi, determina inoltre la
possibilità che i risultati dell’analisi del campione qui esaminato vadano rivisti alla luce di nuove
acquisizioni. Si è infatti verificato come edizioni più recenti di complessi già noti, abbiano corretto
e puntualizzato i dati di quelle precedenti5.
Un altro fattore di forte disturbo nell’ambito dell’analisi è legato alla dispersione dei corredi
dovuta alle spoliazioni antiche e moderne (segnalata nelle Figg. 8-23 dal differente colore dei campi:
quelli con lo sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre). Sono state poi escluse le tombe di
cui non è stato possibile effettuare una revisione, a causa delle descrizioni incomplete o per problemi
inerenti la composizione dei corredi.
5
Ad esempio, il caso delle recenti edizioni delle Tombe 65 e 69 del Laghetto (ALBERICI VARINI 1999); 25 della
Banditaccia a Cerveteri (SARTORI 2002) e 245 del Laghetto (MARINA 2002). Per Vulci, la Tomba di Monte Auto 1956 è edita
in FALCONI AMORELLI 1971, pp. 209-211, con alcune lacune, ovvero secondo la revisione in RIZZO 1983, pp. 520-521, nt.
9, l’olla cratere globulare in impasto rosso n. 3 non fa parte del corredo e devono aggiungersi la kotyle in impasto nero e il
«vaso monoansato in impasto bruno», in questo lavoro identificato come attingitoio.

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Per Tarquinia, ad esempio, la «Tomba con brocca costolata» (HENCKEN 1968, pp. 363-364)
è stata espunta per le descrizioni insufficienti del vasellame; la Tomba Cultrera 33, anche se con
materiali della fine dell’Orientalizzante Antico, presenta comunque buccheri di ambigua definizione
cronologica; infine, com’è noto, il corredo della Tomba Romanelli 66 era composto da elementi di
cronologia non omogenea, probabilmente a causa di vicende successive al rinvenimento (HENCKEN
1968, pp. 391-93; BARTOLONI, DELPINO 1975, pp. 11-12, nt. 32).
Per Vulci, nella Tomba LXXII della Polledrara non è stato possibile identificare puntualmente
le forme degli esemplari citati in GSELL 1891, p. 165, nn. 1-2, pur essendo il contesto molto interes-
sante per la presenza al suo interno di una patera bronzea baccellata (n. 6) e di un bacino emisferico
bronzeo che conteneva i resti del defunto (n. 7) (per il rituale funerario, cfr. infra, paragrafo 4.1).
Descrizioni parziali sono state poi riscontrate per la Tomba da Cavalupo, recupero 1955 (SGUBINI
MORETTI 1986, pp. 76-77); per la Tomba recupero RAI-Lerici 1975 di Poggio Mengarelli, proprietà
Mosci (RICCIARDI 1989, p. 35, nt. 66; datata ai decenni iniziali del VII secolo a.C.); per le nove
tombe recuperate nel 1979 a Poggio Mengarelli, proprietà Mosci (RICCIARDI 1989, p. 35, nt. 69;
datate tra la fine dell’età del Ferro e la fine dell’VIII-inizi del VII secolo a.C.); per le tombe recuperate
nelle necropoli settentrionali (RICCIARDI 1989, pp. 44-48); per la Tomba 38 dell’Osteria (MAV III,
p. 18) (con materiali in stato di conservazione estremamente frammentario); per la Tomba 42F a
Philadelphia (HALL DOHAN 1942, pp. 93-97), perché le associazioni dei materiali edite potrebbero
essere frutto di confusione nei corredi. Ulteriori difficoltà emergono dalla mancata identificazione di
alcuni materiali, in assenza della relativa documentazione grafica o fotografica. Nella Tomba XXXVII
della Polledrara di Vulci, ad esempio, è attestato un vaso di bronzo di forma incerta (GSELL 1891,
pp. 89-90); così come nella Tomba 66 del Laghetto I di Cerveteri (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 92)
risulta difficile puntualizzare la forma dello skyphos (due esemplari in ceramica depurata sovradipinta),
dato che nella stessa edizione sono definiti come skyphoi anche le kotylai.
È invece inclusa nel campione la Tomba 25 della Banditaccia dagli Scavi Lerici, dal cui cor-
redo in SARTORI 2002, p. 24 è espunta la pertinenza di materiali più recenti quali il bucchero e la
ceramica etrusco-corinzia.
1) VEIO (le datazioni riportate sono quelle suggerite dalla bibliografia sui singoli contesti):
a) Vaccareccia, Tomba I, una deposizione maschile (725-700 a.C.); Tomba IV, numero e sesso dei
defunti incerti (725-700 a.C.); Tomba V, una deposizione maschile (700-675 a.C.); Tomba VI, una
deposizione maschile (725-700 a.C.); Tomba VII, una deposizione di sesso incerto (725-700 a.C.);
Tomba VIII, una deposizione femminile (725-700 a.C.); Tomba IX, una deposizione femminile
(700-675 a.C.); Tomba X, una deposizione femminile (700-675 a.C.); Tomba XI, una deposizione
femminile (700-675 a.C.); Tomba XII, una deposizione maschile (725-700 a.C.); Tomba XIV, una
deposizione femminile (725-700 a.C.); Tomba XX, una deposizione femminile (700-675 a.C.);
Tomba XXI, una deposizione forse femminile (700-675 a.C.); Tomba XXII, numero e sesso dei
defunti incerti (700-675 a.C.) (PALM 1952, pp. 61-68; 71-72).
b) Macchia della Comunità, Tomba 7, una deposizione femminile (700-675 a.C.) (GALANTE 2003,
pp. 67-73); Tomba I, una deposizione maschile (730-720 a.C.) (ADRIANI 1930, pp. 48-49).
c) Monte Michele, Tomba B, una deposizione femminile (700-675 a.C.) (CRISTOFANI 1969, pp. 20-24).
d) Casale del Fosso, Tomba 872, una deposizione femminile (730-720 a.C.); Tomba 871, una depo-
sizione maschile (730-720 a.C.) (DRAGO TROCCOLI 2005, pp. 89-119).
2) CERVETERI (le datazioni riportate sono quelle suggerite dalla bibliografia sui singoli contesti):
a) Banditaccia, Tomba 66, una deposizione forse maschile (RICCI 1955, coll. 476-478; ALBERICI 1997)6;
Tomba 69, una deposizione forse femminile (RICCI 1955, coll. 481-482)7; Tomba 76, una deposizione

6
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di un frammento di bronzo, pertinente a un coperchio o
a uno scudo (RICCI 1955, col. 477, n. 16).
7
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di una fuseruola e di una conocchia (RICCI 1955, col.
481, nn. 2 e 5).

208
forse femminile (RICCI 1955, coll. 494-498)8; Tomba 78, una deposizione di sesso incerto (RICCI 1955,
coll. 498-500; RIZZO 1991, pp. 23-24); Tomba 79, una deposizione femminile (RICCI 1955, coll. 500-
504); Tomba 81, una deposizione probabilmente femminile (RICCI 1955, coll. 505-507); Tomba 85
sotto il tumulo XI, numero e sesso dei defunti incerti (RICCI 1955, coll. 509-510); Tomba 91, numero
e sesso dei defunti incerti (RICCI 1955, col. 514); Tomba 93, numero dei defunti incerto, forse una
deposizione femminile (RICCI 1955, col. 515)9; Tomba 96, una deposizione di sesso incerto (RICCI
1955, coll. 516-517); Tomba della Capanna, articolata in: camera principale, loculo di ds, all’esterno del
loculo ds, deposizioni plurime (710-690 a.C.) (RICCI 1955, coll. 349-360; G. Colonna, in COLONNA,
VON HASE 1986, p. 914); Tomba 181, due deposizioni, probabilmente maschile e femminile (RICCI
1955, coll. 648-649); Tomba 25 degli Scavi Lerici, secondo A. Sartori una deposizione femminile (700-
675 a.C.) (COLONNA 1970; SARTORI 2002, pp. 11-24); Tomba 2006, probabilmente una deposizione
(700-675 a.C.) (RIZZO 1989, pp. 12-21); Tumulo XXIV sull’Altipiano (720-700 a.C.) (RIZZO 1989,
pp. 24-29); Tumulo della Nave, Tomba 2, camera ds (700-675 a.C.) (RIZZO 1985).
b) Bufolareccia, Tomba 179 (700-675 a.C.) (COLONNA 1970, pp. 657-658, nt. 78); Tomba 180,
numero e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 35).
c) Laghetto I, Tomba 65, numero e sesso dei defunti incerti (700-675 a.C.) (CAVAGNARO VANONI
1966, pp. 91-92; ALBERICI VARINI 1999, pp. 54-66); Tomba 66, numero e sesso dei defunti incerti
(710-690 a.C.) (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 92-93; MARINA 2002, p. 154); Tomba 140, numero e
sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 108-109); Tomba 146 (CAVAGNARO VANONI
1966, p. 113); Tomba 150, numero e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 113-
114); Tomba 153, una deposizione probabilmente femminile (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 115);
Tomba 154, numero e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 115); Tomba 155,
numero e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 115-116); Tomba 164, numero
e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 119).
d) Laghetto II, Tomba 245, una deposizione probabilmente femminile (700-675 a.C.) (CAVAGNARO
VANONI 1966, pp. 201-202; MARINA 2002); Tomba 246, numero e sesso dei defunti incerti (CAVA-
GNARO VANONI 1966, p. 202); Tomba 248, una deposizione probabilmente femminile (CAVAGNARO
VANONI 1966, p. 203)10; Tomba 305, una deposizione probabilmente femminile (CAVAGNARO VANONI
1966, p. 214)11; Tomba 308, numero e sesso dei defunti incerti (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 215);
Tomba 179, una deposizione di sesso incerto (700-675 a.C.) (COLONNA 1970, pp. 657-658, nt. 78);
Tomba 323, una deposizione femminile (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 214-215).
e) Monte Abatone, Tomba 76, due deposizioni (700-675 a.C.); Tomba 83, numero e sesso dei defunti
incerti (710-690 a.C.) (MILANO 1986b, pp. 33-41; 51-53).
f ) Sorbo, Tomba 20, una deposizione, probabilmente maschile (700-675 a.C.); Tomba 21, una
deposizione femminile (700-675 a.C.); Tomba 118, una deposizione femminile; Tomba 332, una
deposizione femminile (725-700 a.C.) (POHL 1972, pp. 264-278).
g) Casaletti di Ceri, Tomba II, una deposizione femminile (700-675 a.C.) (COLONNA 1968, p.
268).
3) TARQUINIA (le datazioni riportate sono quelle suggerite dalla bibliografia sui singoli contesti):
a) Monterozzi, Tomba del Guerriero, una deposizione maschile (725-700 a.C.) (HENCKEN 1968, pp.
201-220); Tomba Marchese 113, deposizione bisoma (700-675 a.C.) (HENCKEN 1968, pp. 394-397);

8
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di una fuseruola e di tre fibule a navicella (RICCI 1955,
col. 497, nn. 2, 4-5, 7).
9
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di ornamenti (un anellino, una spirale), due fibule e una
fuseruola (RICCI 1955, col. 515, nn. 2, 3, 6-9, 11).
10
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di anellini e pendenti (CAVAGNARO VANONI 1966, p.
203, nn. 4-10).
11
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di fibule a sanguisuga e ad arco ingrossato (CAVAGNARO
VANONI 1966, p. 214, nn. 2-5).

209
Tomba Rispoli 14 / 2 / 1888, due deposizioni, una maschile e una femminile (HELBIG 1888, pp. 180-
183; BRUNI 1995); Tomba 6134, una deposizione femminile (725-700 a.C.) (SPADEA NOVIERO 1986,
pp. 215-219); Tomba 6337, due deposizioni maschili (710-690 a.C.) (CATALDI 2001); «Tomba con
olla globulare di impasto rosso», numero e sesso dei defunti incerti (HENCKEN 1968, p. 382); «Fossa
con 21 fibule», una deposizione forse femminile (HENCKEN 1968, p. 359)12; «Fossa con coppa bron-
zea e vasi geometrici», una deposizione di sesso incerto (HENCKEN 1968, pp. 356-359); «Tomba con
grande spillone di bronzo», una deposizione femminile (HENCKEN 1968, p. 382)13; «Fossa del tripode
bronzeo», numero e sesso dei defunti incerti (HENCKEN 1968, pp. 362-363); Tomba Romanelli 83,
deposizione plurima (700-675 a.C.) (HENCKEN 1968, pp. 382-383; PALMIERI 2005); Tomba di Boc-
choris, una deposizione femminile (700-675 a.C.) (HENCKEN 1968, pp. 364-368; CATALDI 1985);
Tomba M12, una deposizione, probabilmente maschile (HENCKEN 1968, pp. 354-355)14; Tomba
2879, una deposizione femminile (700-675 a.C.) (CATALDI DINI 1986); Tomba Cultrera 9, numero e
sesso dei defunti incerti (710-690 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 127; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 10,
una deposizione maschile (710-690 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 127; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera
16, numero e sesso dei defunti incerti (700-675 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 131; HENCKEN 1968,
pp. 383-384; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 17, numero e sesso dei defunti incerti (710-690 a.C.)
(CULTRERA 1930, p. 132; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 19, numero e sesso dei defunti incerti (710-
690 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 133; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 23, numero e sesso dei defunti
incerti (710-690 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 136; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 35, numero e sesso
dei defunti incerti (700-675 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 150; PALMIERI c.s.); Tomba Cultrera 60, de-
posizione bisoma, una maschile e una femminile (700-675 a.C.) (CULTRERA 1930, p. 179; HENCKEN
1968, pp. 386-387; PALMIERI c.s.).
b) Poggio Gallinaro, Fossa 8, una deposizione femminile (710-690 a.C.); Fossa 9, una deposizione
maschile (700-675 a.C.) (HENCKEN 1968, pp. 345-352).
c) Le Rose, Tomba XLIV, una deposizione di sesso incerto (700-675 a.C.); Tomba LIX, una deposi-
zione maschile (700-675 a.C.) (BURANELLI 1983, pp. 49-52; 67-68).
d) Macchia della Turchina, Tomba 65, 4, numero e sesso dei defunti incerti (710-690 a.C.) (BRUNI 1994,
pp. 294-295); Tomba 65, 6, una deposizione femminile (710-690 a.C.) (BRUNI 1986, pp. 228-230).
e) Poggio Cretoncini, Tomba 1, una deposizione maschile (700-675 a.C.) (CATALDI 2000).
4) VULCI (le datazioni riportate sono quelle suggerite dalla bibliografia sui singoli contesti)15:
a) Osteria, Tomba 35, una deposizione probabilmente femminile (710-690 a.C.) (MAV III, pp. 16-
17)16; Tomba 49, una deposizione probabilmente femminile (MAV III, pp. 23-24)17; Tomba dono
1955, numero e sesso dei defunti incerto (710-690 a.C.) (FALCONI AMORELLI 1971, pp. 193-194);
Tomba del Carro di Bronzo, tre deposizioni (700-675 a.C.) (SGUBINI MORETTI 1997; SGUBINI
MORETTI 2000).
b) Osteria-Poggio Mengarelli, Tomba recupero 1964, numero e sesso dei defunti incerti (725-700 a.C.)
(CANCIANI 1974-1975; LA ROCCA 1978, p. 500; RIZZO 1983, p. 521; CANCIANI 1987, pp. 244-245,
nn. 7.1-3); Tomba 1973, numero e sesso dei defunti incerti (LA ROCCA 1978, pp. 503-505; RIZZO
1983, p. 521); Tomba recupero 1975, numero e sesso dei defunti incerti (710-690 a.C.) (SGUBINI
MORETTI 1986, p. 76).

12
L’identificazione del genere è suggerita dal rinvenimento di una spirale e dalle fibule.
13
L’identificazione del genere è suggerita dalla presenza del fuso.
14
Come suggerisce la presenza di un rasoio nel corredo.
15
L’identificazione del genere dei defunti dalle tombe edite in GSELL 1891 segue quello proposto in MANGANI 1995,
tabella di seriazione alla fig. 30.
16
L’identificazione del genere è suggerita dalla presenza di due fibule e due fuseruole nel corredo (MAV III, p. 17,
nn. 283-288).
17
L’identificazione del genere è suggerita dalla presenza di sei fibule a navicella e di quattro frammenti di spirali
(MAV III, p. 24, nn. 541-550).

210
c) Marrucatello, Tomba E / 1996, una deposizione di sesso incerto (700-675 a.C.) (MANESCHI EUTIZI
2002); Tomba G (725-700 a.C.) (MORETTI SGUBINI, RICCIARDI 2001); Tomba H, una deposizione
femminile (MORETTI SGUBINI, RICCIARDI 2005, p. 524, nt. 11).
d) Poggio Maremma, Tomba 6 / 9 / 1966, una deposizione femminile (725-700 a.C.) (MORETTI
SGUBINI 2001).
e) Mandrione di Cavalupo, Tomba C (ex B), una deposizione femminile (710-690 a.C.) (FALCONI
AMORELLI 1969, pp. 190-202; LA ROCCA 1978, pp. 469-470, 476-486; ISLER 1983, p. 22; RIZZO
1983, pp. 519-520); Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini, numero e sesso dei defunti incerti
(725-700 a.C.) (SGUBINI MORETTI 1986, pp. 73-76; CANCIANI 1987, pp. 248-249, n. 12); Tomba
A, probabilmente una deposizione bisoma (710-690 a.C.) (FALCONI AMORELLI 1969, pp. 181-190);
Tomba B (ex C), una deposizione di sesso incerto (700-675 a.C.) (FALCONI AMORELLI 1969, pp.
202-211).
f) Monte Auto, Tomba rinvenimento 1956, una deposizione femminile (710-690 a.C.) (FALCONI AMO-
RELLI 1971, pp. 209-211; LA ROCCA 1978, pp. 486-490; ISLER 1983, p. 22; RIZZO 1983, p. 520).
g) Ponte della Badia, Tomba XX, una deposizione di sesso incerto; Tomba XXI, una deposizione di
sesso incerto (GSELL 1891, pp. 62-64).
h) Polledrara, Tomba XXXVI, una deposizione femminile (710-690 a.C.) (MANGANI 1995, pp. 392-
409); Tomba XXXVII, una deposizione maschile; Tomba XXXVIII, una deposizione probabilmente
maschile; Tomba XL, una deposizione maschile; Tomba XLI, una deposizione femminile; Tomba
XLIII, una deposizione femminile; Tomba LVI, una deposizione di sesso incerto; Tomba LVII, una
deposizione maschile; Tomba LVIII, una deposizione probabilmente femminile; Tomba LXXI, una
deposizione femminile; Tomba LXXIV, una deposizione femminile18; Tomba LXXV, una deposi-
zione femminile; Tomba LXXVI, una deposizione probabilmente maschile; Tomba LXXVII, una
deposizione probabilmente femminile; Tomba LXXVIII, una deposizione femminile (GSELL 1891,
pp. 89-92; 94-98; 131-134; 163-165; 168-177).
i) Cuccumella, Tomba XCVIII, una deposizione maschile (725-700 a.C.) (GSELL 1891, pp. 208-
209; MANGANI 1995, pp. 388-392); Tomba XCIX, una deposizione femminile; Tomba XCVI, una
deposizione maschile; Tomba XCVII, una deposizione femminile; Tomba CXIV, una deposizione
femminile; Tomba CXX, una deposizione femminile (GSELL 1891, pp. 204-211; 221-223; 227);
Tomba Philadelphia 25, una deposizione probabilmente femminile19; Tomba Philadelphia 51, una
deposizione probabilmente femminile20; Tomba Philadelphia 66 (HALL DOHAN 1942, pp. 81-88).
2.1.2 La composizione del set da banchetto: breve sintesi degli studi
Di seguito, si è proceduto a definire per insiemi e categorie funzionali i materiali dai corredi,
applicando al tema della composizione del servizio vascolare da vino e al suo utilizzo codificato un
approccio non strettamente morfo-tipologico, ma prevalentemente funzionale.
Analisi di questo tipo per i contesti funerari dall’area etrusco-laziale sono presenti nella storia
degli studi, anche se in molti casi si tratta di lavori dedicati a forme specifiche, rilevanti per frequenza
o caratteri tipologici.
Tra questi, ad esempio, l’inquadramento degli elementi ricorrenti nelle tombe orientalizzanti
di Castel di Decima (ZEVI 1977, pp. 264-267; BARTOLONI et alii 1982); alcuni lavori di G. Colonna
sulla funzione del vasellame, identificata grazie all’apporto delle iscrizioni (COLONNA 1973-1974;
COLONNA 1984; COLONNA 1990); le considerazioni di M. Gras sull’uso e la diffusione del kantharos
e i contributi di M. Torelli su forme utilizzate nel banchetto e sulla loro origine (GRAS 1984; TORELLI
2000; TORELLI 2006).

18
L’identificazione del sesso della defunta, qui proposta sulla base della presenza di fermatrecce, diverge da quella
suggerita in SIRANO 1995, p. 33, nt. 149.
19
Come suggerisce la presenza di un frammento di fermatrecce (HALL DOHAN 1942, p. 82).
20
Come suggerisce la presenza di fermatrecce e di una fibula (HALL DOHAN 1942, p. 83).

211
Le recenti revisioni dei materiali ceriti delle necropoli della Banditaccia e del Laghetto, inoltre,
a fianco di un complesso esame tipologico, presentano frequentemente indicazioni circa l’uso di molte
forme del repertorio orientalizzante (ALBERICI 1997; ALBERICI VARINI 1999; SARTORI 2002).
Un approccio che integra i dati desumibili dallo studio complessivo di una necropoli e con-
siderazioni di ordine quantitativo e funzionale è quello proposto da A.M. Bietti Sestieri per Osteria
dell’Osa: affrontando la classificazione dei manufatti mobili, infatti, la studiosa fornisce per ogni
forma (e per i relativi tipi identificati) un sintetico commento sulla funzione dei vasi (BIETTI SESTIERI
1992, pp. 223-224 e, di seguito, la tipologia).
Un recente contributo di S. Batino è vicino, per l’approccio metodologico, al nostro lavoro.
La studiosa analizza infatti un campione di corredi, limitato in senso geografico ma scelto in termini
di coerenza cronologica, ovvero le sepolture dell’Orientalizzante Recente da Cerveteri, ripartite in tre
sottofasi. Come premessa metodologica, anche la Batino tiene conto delle difficoltà insite nell’analisi
di contesti spesso conservati solo parzialmente, con resoconti di scavo insufficienti, cui si aggiungo-
no la presenza di più corredi all’interno di una singola tomba e la difficoltà nel riconoscere gruppi
di pertinenza maschile e femminile. La studiosa distingue quindi i corredi per categorie funzionali
che comprendono l’intero complesso dei materiali attestati. Specificamente, le forme vascolari sono
articolate in vasi per mangiare/bere, versare/attingere e conservare (BATINO 1998; cfr. anche COLONNA
1973-1974, p. 133).
L’approccio della studiosa si discosta sensibilmente da quello qui impiegato, finalizzato in
prevalenza a isolare – dove possibile – elementi chiari e ricorrenti legati alla pratica del banchetto e
al consumo del vino. La Batino, invece, pone come obiettivo della sua indagine il riconoscimento di
categorie di status sociale per i defunti, alla cui definizione contribuiscono non solo il complesso e
l’interazione delle forme vascolari, ma anche la loro diversificazione tipologica e produttiva, nonché
i caratteri architettonici delle sepolture e il rituale funerario adottato (BATINO 1998, pp. 7-22).
Ancora nell’ambito dei lavori volti ad approfondire gli aspetti funzionali della ceramica, può
risultare utile il rimando all’edizione dello scavo dei settori 3a-b dell’abitato di Ficana, curata da J.R.
Brandt (BRANDT 1996, pp. 345-355).
Pur affrontando in prevalenza la ceramica domestica, lo studioso propone un approccio cor-
roborato dall’indagine archeometrica, inquadrando i fattori di variabilità dimensionale e morfologica
nell’ambito di specifiche funzioni. Si viene così a definire una sequenza funzionale articolata in vasi
da cottura, per la conservazione del cibo, per la preparazione, da portata, per mangiare e bere, cui si
aggiungono manufatti per la cottura (fornelli, bracieri, ecc.) e per la filatura.
Anche se esula dai confini cronologici scelti in questa sede, risulta infine di notevole interesse
il lavoro di F. Chiesa relativo ai corredi funerari tarquiniesi databili tra la seconda metà del IV secolo
a.C. e la prima metà del I secolo d.C. (CHIESA 2005).
La studiosa propone infatti un’analisi delle associazioni funzionali delle varie forme cerami-
che, inserendole nelle quattro categorie delle forme da libagione, mensa e offerta, dispensa e cucina,
cosmesi e toeletta, sintetizzandole tramite tabelle, nelle quali però le attestazioni risultano ridotte e
standardizzate rispetto a quanto verificabile per i contesti del periodo Orientalizzante.
2.1.3 La definizione funzionale del set da banchetto: la lettura dei dati materiali e l’apporto delle fonti
letterarie ed epigrafiche
Il lavoro di S. Batino puntualizza un dato che emerge con chiarezza dalla letteratura ar-
cheologica, ovvero la difficoltà di considerare i corredi funerari del periodo Orientalizzante come
la trasposizione diretta di “normali” set da banchetto, assimilabili a quelli utilizzati nelle occasioni
conviviali, non legate alle cerimonie funebri (BATINO 1998, pp. 29-31).
Nei corredi funerari, infatti, possono confluire oggetti utilizzati in vita dai defunti, con cro-
nologia anche divergente rispetto al momento della deposizione; oggetti impiegati specificamente
nell’ambito dei riti funebri; oggetti intenzionalmente defunzionalizzati, rotti e distribuiti nei vari
settori del sepolcro.

212
In questo senso, già F. Zevi metteva in evidenza la funzione di vasi «rituali», sparsi in fram-
menti nelle tombe di Castel di Decima, estranei al corredo «personale» dei defunti (ZEVI 1977, p.
253; BARTOLONI et alii 1982, p. 267; cfr. anche BARTOLONI 2006, p. 356).
Allo stesso modo, risultano utili le considerazioni di C. Iaia sulla composizione di alcuni
corredi della fase avanzata della prima età del Ferro (Bisenzio, Tomba 2 dell’Olmo Bello; Este, Tomba
Ricovero 236), nei quali è possibile isolare vasi in bronzo di proprietà diretta del defunto da forme
potorie in ceramica ripetute in più esemplari, identificate con il vasellame distribuito ai commensali
nel corso delle pratiche conviviali (IAIA 2006, pp. 106-107).
La stessa funzione nell’ambito di convivi o circumpotationes (solo dubitativamente identificati
con la libagione in onore del defunto) è stata attribuita da F. di Gennaro ai servizi di tazzine-attingitoi
rinvenuti in associazione con olle di impasto rosso o «white-on-red» in diverse tombe del periodo
Orientalizzante a Crustumerium (DI GENNARO 1990, p. 70, n. 31; BELELLI MARCHESINI 2008).
Se, quindi, la complessità delle forme vascolari presenti nei corredi funerari e il relativo utilizzo
possono solo con prudenza essere associati agli usi della comunità «dei vivi», anche le fonti letterarie
ed epigrafiche non definiscono chiaramente la funzione della maggior parte dei contenitori associati
al vino, attestati nel record archeologico.
Le fonti letterarie e materiali più stringenti rispetto al consumo del vino tra l’VIII e il VII
secolo a.C., ovvero i poemi omerici e i rarissimi rinvenimenti in abitato attribuibili a set da banchet-
to, restituiscono un sistema di associazioni morfologico-funzionali estremamente ridotto rispetto a
quanto emerge dalle sepolture coeve.
Nell’Iliade e nell’Odissea, in cui si tende a riconoscere i principali modelli dell’assimilazione
alla cultura greca delle società dell’Italia tirrenica, si registra, infatti, una semplificazione estrema
delle pratiche relative al banchetto, sviluppate usualmente nella sequenza «abluzione/purificazione
dei convitati, distribuzione di cibo e bevande, mescita di vino e acqua nel cratere e distribuzione ai par-
tecipanti in “coppe”, offerta agli dei di porzioni di carne e consumo», come evidenziato da F. Delpino
(DELPINO 2000, p. 193).
Le forme del vasellame (metallico e fittile) citate con frequenza non sono numerose e i passi
che descrivono libagioni o banchetti presentano un formulario di solito standardizzato e limitato.
Il cratere (kravthr o krhvthr) è il vaso da cui si attinge il vino mescolato per distribuirlo ai
commensali: esso assume una funzione centrale nel banchetto, divenendo l’espressione simbolica
delle pratiche conviviali e, anche per il suo valore intrinseco, è spesso oggetto di dono (ad es. Od.
XV, 115-119, il dono di Menelao a Telemaco; XXIV, 275).
I vasi potori sono definiti prevalentemente come devpai e spesso associati al cratere (Il. III,
290-297; IV, 257-262; anche nel noto passo relativo alla preparazione del kykeon la splendida coppa
di Nestore è definita devpaı, Il. XI, 632) o kuvpella (Il. IV, 344-345; IX, 670; Od. X, 357; XX, 253).
È abbastanza frequente la variante devpaı ajmfikuvpellon, interpretato variamente come «vaso con
due anse» o «coppa a doppia vasca» (Il. I, 584; VI, 220; XXIII, 219 e 656-669; Od. XIII, 57; XV,
102 e 120; XX, 152-153; XXII, 86).
Più raramente, quali vasi potori sono ricordati lo skuvfoı (un’unica volta, in Od. XIV, 112);
la kotuvlh (Od. XV, 312; XVII, 12) e l’a[leison (probabilmente una coppa a due anse, Il. XXIV,
429; Od. III, 50 e 53; IV, 591; VIII, 430; XV, 85, 468; XXII, 9).
La genericità delle definizioni non consente di associarvi specifiche forme, anche se, come già
accennato, per devpaı ajmfikuvpellon si potrebbe ipotizzare una pertinenza a un vaso potorio a due
vasche, e quindi a una forma utilizzabile nell’ambito di rituali, ma anche semplicemente a un vaso
biansato. A volte, infatti, per identificare lo stesso vaso, sono utilizzati due vocaboli distinti, senza
apparente sistematicità: in Il. I, 584 un devpaı ajmfikuvpellon è poco dopo definito kuvpellon (v.
596); in Il. XXIV, 284 il devpaı utilizzato da Priamo per libare è di seguito definito kuvpellon (v.
305). Così, in Od. III Pisistrato, figlio di Nestore, distribuisce il vino in coppe che chiama devpai
(vv. 41, 46) e di seguito aleisa (vv. 50, 53; id. in XV, 466 e 469); in Od. XXII, 9-10, infine, la
coppa che Antinoo tiene in mano prima di essere ucciso da Odisseo è detta a[leison a[mfwton
(probabilmente «biansato») e devpaı (v. 17; id. per Eurimaco al v. 86).

213
Con le coppe si procede a libagioni rituali che possono svolgersi quali atti isolati di offerta (Il. XVI,
255; XXIII, 196; XXIV, 305; Od. II, 430-431), o pratiche preliminari al consumo del vino e delle carni
tra i commensali, come suggerisce ad esempio Il. XI, 772-774, in cui Peleo offre carne arrostita a Zeus
e, di seguito (v. 780), quando il vino e la carne sono a disposizione dei partecipanti al banchetto.
L’associazione cratere-coppa, usuale come si è appena accennato nell’ambito delle pratiche
conviviali, è ribadita anche nei funerali di Patroclo:
Il. XXIII, 217-221: «Tutta la notte agitarono insieme le fiamme del rogo / soffiando sono-
ri; tutta la notte il rapido Achille / dall’aureo cratere (e[k krhth`roı) con duplice coppa (devpaı
ajmfikuvpellon) / prendendo il vino, lo versava al suolo, bagnava la terra / chiamando l’ombra del misero
Patroclo» (trad. R. Calzecchi Onesti).
Per i vasi funzionali a versare (e quindi ad attingere), la brocca-procovoı è utilizzata per versare
l’acqua necessaria a purificare le mani nel bacile / lebete prima di compiere una libagione o prendere
parte al banchetto (Il. XXIV, 304); la oijnocovoı (con le forme verbali da oijnocoevw) è la brocca dalla
quale di solito si versa il vino e che, nelle descrizioni più dettagliate, serve a passare il vino dal cratere
alle coppe (Il. II, 127-128; III, 2-3; Od. XVIII, 418; XX, 255; XXI, 263).
Poche altre forme associabili al vino sono citate in Omero; tra queste l’anfora, vaso da conserva
che però è impiegato anche per altre sostanze (ajmfiforevuı; Od. II, 290, 349; IX, 164, 204; in Il.
XXIII, 170 per contenere miele e grasso; così in Od. XIII, 105, per accogliere i favi delle api; in Il.
XXIII, 92 e Od. XXIV, 74, è il vaso aureo per contenere le ossa del defunto) e l’otre di pelle (ajskovı;
in Il. III, 247, portato dagli araldi insieme al cratere «lucente» e alle coppe d’oro).
Tra i passi che con maggiore chiarezza fanno riferimento alla pratica del banchetto e alla
suppellettile utilizzata:
– Il. I, 469-474: «Ma quando la voglia di cibo e bevanda cacciarono / i giovani coronarono di vino i
crateri (krhth`raı), / ne distribuirono a tutti versandolo in coppe (devpaessin), a libare / dunque essi
tutto il giorno placarono il dio con il canto, / un bel peana intonando, i giovani degli Achei, / cantando
il Liberatore; godeva egli in cuore sentendo»; simile in Il. IX, 174-176, seguito dall’invito di Achille a
Patroclo ai vv. 202-204: «Maggior cratere poni nel mezzo, o figlio di Menezio, / mesci più puro, dà la
sua coppa a ciascuno»; in Od. III, 338-340; XXI, 270-272.
– Il. I, 595-598: «si mise a ridere la dea Era braccio bianco, / e sorridendo prese di mano del figlio la
coppa (kuvpellon) / ed egli anche a tutti gli altri numi, girando da destra, versava (oinocoevi) «il dolce
nettare, dal cratere (ajpov krhth`ro) attingendo».
– Od. I, 109-112, 136-138, 142-143, i pretendenti a banchetto: «Per loro gli araldi e gli scudieri
solleciti, / chi il vino e l’acqua nel cratere mischiava (oi[non e[misgon ejniv krhth`rsaiv kai u[dwr) / chi
con le spugne dai mille buchi le mense / lavava e ordinava, altri molte carni tagliavano… Venne un’ancella
a versare lavacro da brocca (procovw)/ / bella, d’oro, su un bacile d’argento (levbhtoı), / ché si lavasse; e
avanti gli trasse una mensa pulita… e coppe (kuvpella) d’oro pose loro davanti; / l’araldo spesso veniva e
il vino mesceva»; simile in Od. IV, 52-53; VII, 172-173; X, 368-370; XV, 135-137; XVII, 91-93.
– Od. III, 390-394, 470-472, nella reggia di Nestore: «Per loro il vecchio mesceva un cratere / di vino
dolce a bersi, che all’undicesimo anno / la dispensiera aprì, e la chiusura ne sciolse: / di questo mesceva il
vecchio un cratere e molto Atena, / la figlia di Zeus egioco pregava libando… Quando le carni dei terghi
ebbero cotto e sfilato, / seduti banchettarono; e nobili uomini vigilavano, / versando «vino dentro i calici
d’oro (oijnocoeu`nteı ejniv crusevoiı devpavessin)».
– Od. IX, 5-10, tra i Feaci, Odisseo descrive ad Alcinoo la perfetta occasione conviviale: «Alcinoo
potente, gloria di tutto il popolo / questa è cosa bellissima, ascoltare un cantore / com’è costui, che ai numi
per voce somiglia. / E io ti dico che non esiste momento più amabile / di quando la gioia regna fra il popolo
tutto, / e i convitati in palazzo stanno a sentire il cantore, / seduti in fila; vicino son tavole piene / di pane
e di carni, e vino al cratere (e[k krhth`roı) attingendo, / il coppiere lo porta e lo versa (oijnocovoı) nei
calici (depavessin): / questa in cuore mi sembra la cosa più bella».
– Od. IX, 203-205, 208-211, il dono di Màrone e la mescola del vino nel cratere: «mi diede un cratere d’ar-
gento massiccio, / e vino, versandolo in anfore, dodici in tutto / dolce e puro, divina bevanda… E quando bevevano
quel vino rosso, dolcezza di miele, / riempiva una sola tazza (devpaı) e in venti misure d’acqua / mischiava».

214
Anche in Esiodo le citazioni di vasi potori restituiscono un quadro ridotto sostanzialmente
al cratere e alla brocca (Op. , 744-745; Th., 785).
Le iscrizioni greche “parlanti” della fine dell’VIII e del VII secolo a.C. apposte su vasi potori,
inoltre, non raggiungono un numero sufficiente per formulare una valutazione completa della nomen-
clatura delle forme legate al consumo del vino e, per i nomi attestati, sembra riscontrabile ancora una
volta una certa genericità. L’indefinito pothvrion, ad esempio, identifica la funzione di vaso «per bere»,
ed è apposto già sulla «coppa di Nestore» (LAZZARINI 1973-1974, pp. 342-343, 1-2; BUCHNER, RIDGWAY
1993, pp. 212-213), oltre a ricorrere graffito su uno skyphos rinvenuto ad Atene nell’Agorà (LSAG 1, 4)
e su uno skyphos da Eretria della fine dell’VIII secolo a.C. (ANDREIOMENOU 1981, p. 235).
Tra gli altri nomi di vasi, sono attestati kuvlix21, kulivcnh22, kotuvle23.
Se iscrizioni più recenti riportano altri nomi di vasi (skuvfoı, kuvaqoı), anche per queste non
sembra essere regolato il rapporto forma-nome (LAZZARINI 1973-1974).
È quindi probabile che la necessità di definire alcune caratteristiche del vasellame non fosse
percepita come primaria, laddove ad esempio per forme che nella letteratura archeologica si identificano
grazie a caratteri specifici come gli skyphoi, le kotylai, le kylikes, i kantharoi ecc., poteva essere sufficiente
una denominazione legata al profilo «sinuoso» (kotyle) o «profondo» (skyphos) o, semplicemente, alla
funzione di vaso «per bere» (potérion; per i nomi etruschi di vasi: infra, paragrafo 6.1).
Per quanto riguarda il panorama offerto dalla cultura materiale, invece, l’unico rinvenimento
in area mediotirrenica estraneo all’ambito funerario al momento attribuibile a un set completo da
banchetto è rappresentato dal noto complesso di vasi rinvenuti in una fossa di Ficana, editi da A. Ra-
thje, caratterizzato dall’elevata reintegrabilità degli esemplari e dalla coesione cronologica e funzionale
(tutte le componenti si collocano nell’ambito dell’Orientalizzante Medio) (RATHJE 1983).
Il rinvenimento comprendeva quattro holmoi, associati probabilmente a due calderoni a
protomi di grifo (uno ricostruito e uno in frammenti); trenta calici; una kotyle; vari piatti di impasto
su piede e italo-geometrici; quattro olle su piede; almeno cinque olle globulari; poche olle globulari
lisce; pochi frammenti di olle stamnoidi; alcune scodelle monoansate, forse utilizzate come coperchi;
quattro tazze cratere; almeno nove pissidi; scodelle e piccole olle in ceramica italo-geometrica; rari
frammenti di oinochoai; frammenti di hydriai (?). L’assenza di oggetti per mescolare, versare e vasi
potori con anse quali i kyathoi o i kantharoi ha indotto A. Rathje a ipotizzare che a tali scopi fossero
utilizzati oggetti in metallo, non deposti nella fossa.
Il complesso è stato quindi identificato con un servizio da banchetto per più di trenta persone
e si distingue rispetto ad altri rinvenimenti di abitato coevi per le modalità di giacitura, che consen-
tono di attribuirlo a un’azione unitaria di deposizione all’interno della fossa in cui è stato rinvenuto,
a seguito di un incendio.
Databili approssimativamente allo stesso periodo, sono i materiali ceramici dallo strato di
riempimento delle fosse A e B della Civita di Tarquinia editi da C. Chiaramonte Treré come conte-
sto unitario e riferito alla cerimonia rituale realizzata in corrispondenza del seppellimento del noto
deposito dei bronzi lituo / scure / scudo (CHIARAMONTE TRERÉ 1988; a tale proposito, però, cfr.
RATHJE 2005, p. 115).
Il recente rinvenimento del deposito di tazze / kyathoi della fine dell’VIII secolo a.C. al Pog-
gio del Telegrafo, a Populonia, fa anch’esso riferimento a un rituale legato al bere, ma si compone
esclusivamente di vasellame utilizzato per attingere e consumare singolarmente e, forse come pars
pro toto, di un frammento del vaso di grandi dimensioni utilizzato per la mescola e di una brocca
in ceramica italo-geometrica miniaturizzata (per una disamina dei rinvenimenti in abitato, cfr. G.
Bartoloni, supra; cfr. anche BARTOLONI, ACCONCIA 2007).

21
Su una coppa da Rodi della fine dell’VIII secolo a.C. (LAZZARINI 1973-1974, p. 346, 7; LSAG 67, 1); su una
coppa della fine del VII secolo a.C. da Selinunte (LSAG² 77, 8).
22
Graffito su un piede di coppa da Smirne, della fine del VII secolo a.C. (LSAG 66, 69).
23
Kotuvlla, su una coppa biansata dall’Acrocorinto della seconda metà del VII secolo a.C. (LAZZARINI 1973-1974,
p. 357, 24); forse su un frammento di coppa protoattica della metà del VII secolo a.C. (YOUNG 1939, p. 151, fig. 107).

215
3. Categorie identificate (Fig. 7)
La verifica della ricorrenza di forme vascolari legate al consumo del vino all’interno del cam-
pione di corredi funerari selezionati, come indicatori di pratiche codificate, è stata affidata ad una
analisi di tipo quantitativo, distinguendo il vasellame presente all’interno delle sepolture sulla base della
forma, dell’ipotetica funzione e della classe di appartenenza. Di seguito, si è proceduto a riconsiderare
il complesso estremamente articolato così ottenuto in gruppi più ampi di categorie funzionali riferibili
a quattro insiemi, che corrispondono ai principali momenti dell’uso conviviale del vino.
Come sarà chiarito in seguito, l’identificazione delle funzioni è avvenuta sulla base della vasta
letteratura archeologica a disposizione e, nei casi più problematici, si è optato per una lettura critica
delle caratteristiche ergonomiche di specifiche forme.
Sia la suddivisione per insiemi che quella per categorie funzionali, sono state realizzate inse-
rendo i dati in griglie interpretative elaborate tramite archivi relazionali informatizzati, i cui risultati
di sintesi sono presentati alle Figure 8-23.
I quattro principali insiemi funzionali identificati sono quindi:
a) vasi per mescolare/presentare;
b) vasi per conservare/contenere;
c) vasi per attingere/versare;
d) vasi per bere24.
Come sarà chiarito in seguito, e come si è tentato di sintetizzare nello schema alla Figura 7,
alcune forme (a volte in varianti dimensionali) ricorrono in più di una categoria; tale coincidenza si
riscontra soprattutto per le prime due, al punto che di seguito esse saranno trattate congiuntamente
(cfr. infra, paragrafo 3.1). Sono stati esclusi da questa suddivisione materiali la cui funzione non sia
di immediata comprensione, ad esempio la tazza / kyathos III.B.1.32 con ansa bifora dalla Tomba
6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma a Vulci, che presenta un bocchello passante al centro della vasca,
attribuita correttamente a «usi connessi al rituale funerario» più che alla semplice pratica potoria
(MORETTI SGUBINI 2001, p. 188).
I sostegni, i tripodi e gli holmoi fittili sono stati invece considerati in associazione ai vasi cui
potevano essere funzionali.
Sono state escluse poi le forme destinate al consumo e alla manipolazione / cottura dei cibi
solidi, quali i piatti, gli spiedi, gli alari metallici (per cui, ad esempio, KOHLER, NASO 1991; BATINO
1998, pp. 24-25).
Allo stesso modo sono state escluse le scodelle, ovvero le forme aperte con labbro rientrante,
usualmente identificate come vasellame per il consumo di cibi solidi o semiliquidi. A tale proposito,
J.R. Brandt, nell’edizione della ceramica dalle zone 3b-3c di Ficana, ha ipotizzato che l’inclinazione in
prevalenza rientrante del labbro e la loro distribuzione su due varianti dimensionali possano indicare
per le scodelle un uso per consumare e bere (?) cibi «caldi» (la variante più piccola) e per «servire» (la
variante più grande) (BRANDT 1996, p. 355).
Tra le scodelle, potrebbero essere stati utilizzati per assumere vino esemplari a vasca carenata e
labbro diritto su alto piede, che in alcuni contesti sembrano essere le uniche forme adattabili all’uso
potorio (ad esempio la forma 126 GSELL, nella Tomba LVI della Polledrara a Vulci: GSELL 1891,
pp. 131-132; gli esemplari nn. 30-31 dal loculo ds. della Tomba della Capanna a Cerveteri: RICCI
1955, col. 358).

24
Tale articolazione (ad esclusione del punto a) è già presente in BATINO 1998, p. 24. La terminologia relativa alle
forme vascolari utilizzata in questo contributo è quella reperibile in PARISE BADONI 2000. È quindi possibile che termini
utilizzati nelle singole edizioni dei contesti siano stati sostituiti, ad eccezione di pochi casi, quali ad esempio l’oinochoe costolata
in impasto dalla Tomba 79 del Vecchio Recinto a Cerveteri (RICCI 1955, col. 504, n. 9, fig. 123), che in PARISE BADONI 2000,
p. 75, tav. III, 6 è inserita tra gli askoi; o il kantharos in impasto dalla Tomba 65, 6 da Macchia della Turchina a Tarquinia
(BRUNI 1986, p. 230, n. 670) che in PARISE BADONI 2000, p. 82, tav. XV, 5 è inserito tra le anforette (lenticolari).

216
Fig. 7 – Insiemi e categorie funzionali considerati.

Come si vedrà in seguito, anche nella Tomba LIX delle Rose a Tarquinia l’unica forma aperta
attestata sembra essere proprio una scodella (Fig. 24, 2).
Tra le forme chiuse, sono esclusi i vasi di grandi dimensioni assimilabili a dolii e quelli iden-
tificabili come contenitori da derrate (BATINO 1998, p. 26).
Rimandando le considerazioni più puntuali ai paragrafi successivi, saranno di seguito descritti
gli insiemi funzionali individuati e utilizzati nell’elaborazione dei dati, creati accorpando forme di-
stribuite e attestate per varie classi produttive.

3.1 VASI PER MESCOLARE / PRESENTARE E VASI PER CONSERVARE / CONTENERE


In questo gruppo si inseriscono forme la cui funzione può variare a seconda delle associazioni
all’interno dei vari corredi: alcune di esse presentano caratteristiche ergonomiche utili alla mescola
e alla presentazione, ma, allo stesso modo, a contenere liquidi o altre sostanze.
I crateri (Cr; Tav. I, 3-4) si pongono tra le forme sicuramente utilizzate per la mescola di acqua
e vino e quindi per la sua presentazione; al loro interno è stato inserito il lebete definito dinos (Tav.
I, 5) dalla Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini di Mandrione di Cavalupo a Vulci (SGUBINI
MORETTI 1986, p. 73, tav. XXXIV; cfr. anche COLONNA 1973-1974, p. 147).
Sono stati poi definiti dinoi (Di) i calderoni di impasto (Tav. II, 1), vasi caratterizzati da ampia
imboccatura, vasca emisferica e anse verticali impostate sull’orlo presenti esclusivamente a Vulci, nella
forma 138 GSELL 1891 (cfr. infra, paragrafo 4.1), per i quali non si esclude però la possibilità di un
utilizzo legato alla cottura delle carni. La stessa ambiguità si riscontra per i calderoni in bronzo (Cb;
Tav. II, 2-425) e i bacili (Ba; Tav. III, 1-3; cfr. infra, paragrafo 4.1).
25
In tale categoria sono inseriti esemplari ad ampia imboccatura, ma anche l’esemplare in GSELL 1891, p. 98, n. 9,
fig. 34, a collo troncoconico (Tav. II, 2).

217
Tra le forme adibite alla mescola, si inseriscono anche le olle con costolature a ferro di cavallo
in impasto (OfC; tipo 5 RICCI 1955; Tav. IV, 1), note a Cerveteri e di solito associate a holmoi (Ho;
tipo 6 RICCI 1955; Tav. IV, 2 e 3).
Altre forme utili a sostenere e presentare vasi da mescola, realizzate in metallo, sono i sostegni
metallici (Sm; Tav. III, 4) e le cd. tripod-bowls metalliche, esemplificate nell’esemplare della Tomba
XXXVIII della Polledrara (TB, GSELL 1891, p. 92, n. 15, fig. 29; Tav. III, 5).
Probabilmente funzionale al sostegno di una forma di dimensioni inferiori è il tripode rappre-
sentato da un unico esemplare dalla «Fossa del tripode bronzeo» da Tarquinia (Tav. III, 6; HENCKEN
1968, p. 362, fig. 358, a e c).
Per passare agli altri insiemi funzionali identificabili come contenitori per la mescola assimi-
labili al cratere, ma anche semplicemente come vasi per conservare i liquidi, le olle globulari prive di
anse con fondo piano (Og; v. l’esemplare nella Tomba 76 di Monte Abatone a Cerveteri e quello nella
Tomba di Bocchoris a Tarquinia; Tav. IV, 3-4: MILANO 1986b, p. 34, n. 5; HENCKEN 1968, fig. 367,
d) comprendono le olle globulari di impasto bruno, impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white»
a superficie liscia, le olle globulari di impasto bruno, impasto rosso e impasto a ingubbiatura nera
decorate a costolature verticali e le olle di impasto decorate con motivi a rete (Tav. IV, 5-6).
Tra le olle globulari biansate a fondo piano (OgB) rientrano le redazioni di questa forma in
impasto bruno, impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white» e in ceramica italo-geometrica, con
labbro svasato o a colletto (Tav. V, 1-3), oltre a rare redazioni a corpo ovoide con anse a maniglia
verticali (Tav. V, 4).
Nell’ambito delle olle su piede sono state distinte le olle su alto piede costolate e lisce (OaCL;
Tav. V, 5-6: esemplificato in HENCKEN 1968, fig. 346; o CATALDI 2001, fig. 115), attestate preva-
lentemente a Tarquinia; le olle globulari su piede (OgP; Tav. VI, 1-2), che comprendono esemplari
– di varie dimensioni, cfr. infra, paragrafo 4.2 – in impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white» e
italo-geometriche (v. ad esempio la forma 14 GSELL 1891 o l’olla della Tomba 2006 da Cerveteri:
RIZZO 1989, pp. 12-13, fig. 10) e le olle globulari su piede biansate o con prese forate (OgPA; v. in
generale la forma 7 GSELL 1891; Tav. VI, 3), che riuniscono gli esemplari biansati in impasto bruno,
impasto rosso e italo-geometrici e quelli in impasto bruno e impasto rosso con prese trapezoidali
forate, presenti in prevalenza a Vulci.
Rientrano nella categoria dei vasi da conserva le anfore da mensa (Am) in ceramica italo-geome-
trica e in «white-on-red» (tipi 28-29 RICCI 1955; Tav. VI, 4-5); le anfore bronzee (Ab; distinte perché
utilizzate anche come vasi cinerari; Tav. VI, 6) e le olle troncoconiche in impasto bruno e rosso (OT;
esemplificate nel tipo 8 RICCI 1955), prevalentemente attestate a Cerveteri (Tav. VI, 7).
Potrebbero essere state funzionali a contenere vino e / o acqua, ma anche altre sostanze utiliz-
zate nel banchetto le situle (Si; Tav. VII, 1); i cd. vasi situliformi (Vs; presenti in un unico esemplare
in impasto nella Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini da Vulci: SGUBINI MORETTI 1986, tav.
XXXVI, 3; Tav. VII, 2); le ollette costolate con anse a maniglia verticali (OcAV; Tav. VII, 3), attestate
in un unico esemplare a Cerveteri, nella Tomba 2006 della Banditaccia, e le ollette stamnoidi italo-
geometriche (Os; Tav. VII, 4).
Allo stesso modo, restano incerti la funzionalità e l’uso di forme abbastanza diffuse nei corredi
di età orientalizzante, quali le anforette in impasto (Ai; Tav. VII, 5), le anforette a spirali (As; Tav. VII,
6-8) e gli askoi (Ak; Tav. VII, 9).
Tra le forme aperte, alcune, per caratteri morfo-tipologici e dimensioni, suggeriscono un
uso ambivalente: come vasi potori, adatti però alla presentazione e alla mescola del vino (cfr. infra,
paragrafo 3.3).
Si inseriscono in questa sottocategoria le tazze/kyathoi di grandi dimensioni (TkG; Tav. VIII,
1-2; esemplificate in MORETTI SGUBINI, RICCIARDI 2001, III.B.2.9; o DRAGO TROCCOli 2005, fig. 3,
n. 3); i kantharoi di grandi dimensioni (KaG; Tav. VIII, 3; esemplificati in MILANO 1986b, Tomba 76.
n. 18, fig. 18) e i kantharoi su alto piede (KaP; Tav. VIII, 4; presenti nella Tomba 6337 dei Monterozzi
di Tarquinia; CATALDI 2001, p. 96, fig. 120); le scodelle su alto piede (ScP; Tav. VIII, 5; esemplificate

218
Tav. I – Anfore da trasporto e vasi per la mescola. 1: Anfora da trasporto da Cerveteri, Tomba della Capanna (RIZZO 1990,
fig. 1); 2: Anfora da trasporto da Vulci, Tomba 6 / 9 / 1966 (MORETTI SGUBINI 2001, n. III.B.1.1); 3: Cratere da Cerveteri,
Tumulo XXIV sull’Altipiano (RIZZO 1989, fig. 46); 4: Cratere da Vulci, Tomba 6 / 9 / 1966 (MORETTI SGUBINI 2001, tav.
XII); 5: «Dinos» da Vulci, Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini di Mandrione di Cavalupo (SGUBINI MORETTI 1986,
tav. XXXVI, 4). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

219
Tav. II – Vasi per la mescola, calderoni e bacili. 1: Calderone in impasto, tipo Gsell 138 (GSELL 1891); 2: Calderone in bronzo
da Vulci, Tomba XLIII della Polledrara (GSELL 1891, fig. 34); 3: Calderone in bronzo dalla Tomba 872 di Casale del Fosso
(DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 19, 4); 4: Calderone in bronzo da Vulci, Tomba del Carro di Bronzo (SGUBINI MORETTI 1997,
fig. 4). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

220
Tav. III – Vasi per la mescola e per la presentazione: bacili e sostegni. 1: Bacile troncoconico da Vulci, Tomba C (ex B) di
Mandrione di Cavalupo (FALCONI AMORELLI 1969, fig. 7, 21); 2: Bacile ad orlo perlinato da Tarquinia, Tomba 65, 6 di Mac-
chia della Turchina (BRUNI 1986, fig. 227, n. 663); 3: Bacile a vasca emisferica dalla Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO
TROCCOLI 2005, fig. 6); 4: Tripod-bowl da Vulci, Tomba XXXVIII della Polledrara (GSELL 1891, fig. 29); 5: Sostegno in
bronzo, da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 15); 6: Tripode in bronzo da Tarquinia, Fossa
con tripode bronzeo (HENCKEN 1968, fig. 358, a). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

221
Tav. IV – Vasi per la mescola e sostegni. 1: Olla con costolature a ferro di cavallo (RICCI 1955, tav. A); 2: Holmos di impasto
da Cerveteri, Tomba della Capanna (PARISE BADONI 2000, tav. LXXVIII, 1); 3: Holmos e olla globulare da Tarquinia, Tomba
di Bocchoris (CATALDI 1985, fig. 3.13 6-7); 4: Olla globulare priva di anse con fondo piano da Tarquinia, Tomba di Boccho-
ris (HENCKEN 1968, fig. 363); 5: Olla globulare priva di anse con fondo piano da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone
(MILANO 1986b, fig. 5); 6: Olla globulare priva di anse con fondo piano da Tarquinia, Tomba di Bocchoris (PARISE BADONI
2000, tav. XXII, 4). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).
Tav. V – Vasi per la mescola e per la presentazione. 1: Olla globulare biansata a fondo piano da Veio, Tomba 9 della Vaccareccia
(TEN KORTENAAR 2005); 2: Olla globulare biansata a fondo piano da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI
2005, fig. 19); 3: Olla globulare biansata a fondo piano da Veio, Tomba VIII della Vaccareccia (PARISE BADONI 2000, tav. XX,
1); 4: Olla con labbro a colletto e anse a maniglia verticali da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, fig.
7); 5: Olla su alto piede da Tarquinia, Tomba Cultrera XVI dei Monterozzi (PARISE BADONI 2000, tav. XXII, 3); 6: Coppia
di olle, su piede liscia, su alto piede costolata e liscia da Tarquinia, Tomba 6337 (CATALDI 2001, fig. 116). (La scala delle
immagini è orientativamente indicata, ad eccezione del n. 6, senza scala).

223
Tav. VI – Vasi per la mescola e per la presentazione. 1: Olla globulare su piede da Cerveteri, Tomba 2006 (RIZZO 1989, fig.
10); 2: Olla globulare su piede da Tarquinia, «Fossa con coppa bronzea e vasi geometrici» (HENCKEN 1968, fig. 356, c); 3:
Olla globulare su piede biansata, da Vulci, Tomba XXXVI della Polledrara (MANGANI 1995, fig. 15.1); 4: Anfora da mensa
da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, fig. 51); 5: Anfora da mensa da Cerveteri, Tomba della Capanna
(RICCI 1955, fig. 77); 6: Anfora bronzea da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 15); 7: Olla
troncoconica di impasto da Tarquinia, Tomba 6134 dei Monterozzi (SPADEA NOVIERO 1986, fig. 197, n. 602). (La scala delle
immagini è orientativamente indicata).

224
Tav. VII – Vasi da conserva e da presentazione (funzione incerta). 1: Situla da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO
TROCCOLI 2005, fig. 10); 2: Vaso situliforme, da Vulci, Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini di Mandrione di Cavalupo
(SGUBINI MORETTI 1986, tav. XXXVI, 3); 3: Olletta costolata con anse a maniglia verticali da Cerveteri, Tomba 2006 (RIZZO
1989, fig. 24); 4: Olletta stamnoide da Veio, Tomba XI della Vaccareccia (PALM 1952, tav. XXI); 5: Anforetta di impasto da
Vulci, Tomba XXXVI della Polledrara (MANGANI 1995, fig. 21, 1); 6: Anforetta a spirali da Tarquinia, Tomba 2879 (CA-
TALDI DINI 1986, fig. 205, n. 619); 7: Anforetta a spirali d’argento da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI
2000, fig. 18); 8: Anfora a spirali da Cerveteri, Tomba 79 della Banditaccia (RICCI 1955, fig. 120); 9: Askòs, da Vulci, Tomba
6 / 9 / 1966 (MORETTI SGUBINI 2001, tav. XIII). (La scala delle immagini è orientativamente indicata, ad eccezione del n. 2,
senza scala).

225
Tav. VIII – Vasi da presentazione e / o potori (funzione incerta). 1: Tazza / kyathos di grandi dimensioni associata a esemplari
di dimensioni inferiori da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 20); 2: Tazza / kyathos di grandi
dimensioni associata a esemplari di dimensioni inferiori da Veio, Tomba 872 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig.
3); 3: Kantharos di grandi dimensioni associato a esemplari di dimensioni inferiori da Tarquinia, Fossa 8 di Poggio Gallinaro
(HENCKEN 1968, fig. 346, a-c); 4: Kantharoi su alto piede da Tarquinia, Tomba 6337 (CATALDI 2001, fig. 120); 5: Scodella
su alto piede da Veio, Tomba B di Monte Michele (CRISTOFANI 1969, fig. 3, n. 5); 6: Coppa emisferica su piede di grandi
dimensioni da Cerveteri, Tomba della Capanna (RICCI 1955, fig. 77, n. 9); 7: Coppa emisferica su piede di grandi dimensioni
da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, n. 30); 8: Coppa emisferica su piede di grandi dimensioni da
Veio, Tomba I di Macchia della Comunità (ADRIANI 1930, fig. 1, a). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

226
in CRISTOFANI 1969, fig. 3, n. 5) e le coppe emisferiche su piede di grandi dimensioni (CoPG; Tav. VIII
6-8) in impasto bruno, impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white» e ceramica italo-geometrica.

3.2 VASI PER VERSARE E ATTINGERE


In questo gruppo si inseriscono le forme che presentano caratteri utili a versare (collo stret-
to, labbro sagomato e un’ansa verticale) e quelle meno connotate con collo troncoconico e bocca
circolare di varia ampiezza, potenzialmente utilizzate, oltre che per versare, anche per attingere da
grandi contenitori e per bere.
In questo senso le oinochoai sono le forme meglio riconoscibili. Sono stati infatti distinti gli
insiemi funzionali delle oinochoai a bocca trilobata (Oi; Tav. IX, 1-2) nelle redazioni in impasto bruno,
impasto rosso (a becco), in ceramica etrusco- e italo-geometrica (del tipo cd. “cumano”) e quello
delle oinochoai di tipo fenicio-cipriota (OiFC; Tav. IX, 3-4; esemplificate nel tipo 47 RICCI 1955), in
impasto bruno e ceramica italo-geometrica.
Altri insiemi corrispondono alle oinochoai a corpo baccellato o costolato, in impasto (OiB; Tav.
IX, 5-7; frequenti a Tarquinia; esemplificate in HENCKEN 1968, fig. 346, d, o CATALDI 2001, fig.
117), alle oinochoai a tre colli, in impasto (Oi3; Tav. IX, 8; presenti in un solo esemplare nella Tom-
ba di Bocchoris: HENCKEN 1968, fig. 362, a-b), e alle oinochoai askoidi, in impasto (OiA; Tav. IX,
9; presenti in due esemplari nella Tomba 79 della Banditaccia a Cerveteri: RICCI 1955, figg. 121 e
123), che, per quanto attestate in numero molto ridotto, presentano caratteri morfo-tipologici forse
indicanti, se non una scelta esclusivamente legata al gusto, anche una funzione particolare.
Ancora per versare sembrano essere state utilizzate le brocche (Br; Tav. X, 1) in impasto bruno
e in ceramica italo-geometrica, nonché le olle con collo a bottiglia (OcB; Tav. X, 2) italo-geometriche,
presenti a Vulci (esemplificate in MORETTI SGUBINI 2001, pp. 190-191, n. III.B.1.5).
Vasi dalla funzione ambigua (versatoi / attingitoi / vasi potori) sono i boccali (Bo; Tav. X, 3),
che presentano di solito corpo ovoide e labbro prevalentemente rientrante, gli attingitoi (At; Tav. X,
4-6) e, infine, le tazze/kyathoi (Tk; Tav. X, 7-10; anche Tav. VIII, 1-2) in impasto e metallo.

3.3 VASI PER BERE


Insieme alle tazze/kyathoi appena citate, è attestato un gran numero di forme aperte utilizzate
per l’assunzione diretta di liquidi. Molto diffusi sono i calici (Ca; Tav. XI, 1-4) in impasto; i kantharoi
(Ka; Tav. XI, 5-7), in impasto, metallici e lignei a vasca carenata ed emisferica e quelli a traforo, cui
si aggiungono i tipi con anse annodate (KaN; Tav. XIV, 3-4; GEROLI 2002).
Tra le coppe sono state distinte le coppette emisferiche su piede (CeP; Tav. XI, 8-9; esemplificate
nel Tipo 168 RICCI 1955), in impasto bruno, impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white» e ceramica
italo-geometrica; le coppe emisferiche di tipo orientale (CeE; Tav. XII, 1-2; esemplificate nella Tomba
del Guerriero di Tarquinia, HENCKEN 1968, fig. 191, a-d) in ceramica italo-geometrica e metallo; le
coppe ad orlo piatto in ceramica italo-geometrica (CoP; Tav. XII, 3-4; per le quali però si può ipotizzare
anche un uso come vasi per contenere cibi solidi; infra, paragrafo 6.1; esemplificate nella Tomba 65, 6
di Macchia della Turchina a Tarquinia, cfr. BRUNI 1986, fig. 227, n. 665); le coppette a tre piedi (C3P;
Tav. XII, 5; esemplificate in RICCI 1955, fig. 77, n. 16); le coppe bi- e tetransate (C2-4; Tav. XII, 6-8;
si tratta di forme aperte con fondo piano o basso piede, fornite di anse verticali o orizzontali; il tipo
biansato può essere esemplificato in MANGANI 1995, p. 400, n. 4.22, fig. 19, n. 3; SGUBINI MORETTI
1986, tav. XXXVIII, n. 3; PALM 1952, tav. XVIII; n. 7; HENCKEN 1968, fig. 194, a), in impasto e
ceramica italo-geometrica, con la variante delle coppe bi- e tetransate su alto piede (C2-4P; Tav. XII, 9;
esemplificate in esemplari con anse verticali e orizzontali, cfr. PALM 1952, tav. XXX, Tomba XXII, n.
2), in impasto bruno, impasto rosso, «white-on-red» e «red-on-white» e ceramica italo-geometrica. Si
distinguono poi le coppe lignee (Cl; Tav. XIII, 1; presenti solo a Tarquinia nella Tomba del Guerriero:
HENCKEN 1968, p. 211, fig. 189, j-l). Vasi potori di chiara derivazione dal repertorio morfologico
greco sono le kylikes (Ky; Tav. XIII, 2), le kotylai (Ko; Tav. XIII, 3-4) e gli skyphoi (Sk; Tav. XIII, 5), le
patere metalliche baccellate (Pa; Tav. XIII, 6) e le coppe baccellate (Cba, cfr. infra, paragrafo 6.1).

227
Le ollette carenate di impasto (Oc; Tav. XIV, 1; esemplificate in PALM 1952, tav. XXI, Tomba
X, n. 1), infine, e i kantharoi con anse annodate (KaN; Tav. XIV, 2-3), in impasto, per la loro forma e
dimensione potrebbero essere interpretati sia come vasi per contenere i liquidi prima della mescola,
sia come vasi propriamente potori.
Vi sono infine rare forme di non immediata identificazione, quali i vasi cribrati (Vcr; Tav. XIV,
4; un esemplare nella Tomba C (ex B) da Mandrione di Cavalupo a Vulci; FALCONI AMORELLI 1969,
fig. 5b, n. 13; in generale: ACCONCIA 2004, pp. 135-136, con bibliografia precedente), utilizzati con
funzioni rituali o anche in associazione al vino, come filtri, e le fiasche (Fi; Tav. XIV, 5; esemplare
bronzeo dalla Tomba 871 di Casale del Fosso a Veio, DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 19, n. 3).
V.A., S.T.K.

4. Vasi per la mescola/presentazione e per conservare/contenere (Figg. 8-11)


4.1 FORME: CARATTERI, FUNZIONE E ORIGINE
In questo gruppo sono stati inseriti i contenitori per mescolare il vino e l’acqua da distribuire
ai commensali, che presentano dimensioni medio-grandi e imboccature tendenzialmente ampie
(assimilabili, quindi, ai crateri di tradizione ellenica). Tali forme fungono da fulcro del simposio,
assumendo una posizione di rilievo nello svolgimento delle pratiche ad esso collegate. All’interno dei
contesti esaminati, la presenza di recipienti univocamente riconducibili alla mescola / presentazione è
piuttosto rara, mentre più comune è la possibilità di attribuire allo stesso scopo vasi meno chiaramente
connotati. In generale, a tale funzione sembrano essere adibite anche altre forme, di solito impiegate
come vasi per conservare / contenere.
Sulla base delle caratteristiche morfologiche necessarie alla mescola, si è individuato pertanto
un insieme di forme vascolari che, a seconda delle associazioni verificabili, possono aver sostituito
o integrato il vaso-cratere, oppure semplicemente aver contenuto in modo separato le essenze da
manipolare (vino non mescolato, acqua, olio?, sostanze aromatiche da aggiungere, ecc.).
Risultano molto rari nelle sepolture considerate i crateri direttamente ispirati al repertorio
vascolare ellenico (Cr), riferiti alla diffusione della viticoltura e del vino nell’Italia centrale e al suo
consumo nelle cerimonie funebri (DELPINO 1997; F. Canciani, in MARTELLI 1987, p. 11; BARTOLONI
2003, p. 196)26.
Gli esemplari più antichi sono attestati in ambito vulcente, dove la precoce introduzione di
forme della ceramica greca (oltre al cratere, ad esempio, l’anfora da mensa) è stata collegata all’arrivo
di artigiani euboici (MICOZZI 1994, p. 31; per la presenza di artigiani greci a Vulci, cfr. anche LA
ROCCA 1978; ISLER 1983; F. Canciani, in MARTELLI 1987, pp. 9-11, con bibliografia precedente).
Un solo cratere è noto invece per i corredi selezionati a Cerveteri (cfr. supra, paragrafo 2.1.1).
Tra le forme riconosciute come sostitutive del cratere, le olle sembrano le più frequenti: sono
caratterizzate da un’ampia variabilità tipologica, che suggerisce usi differenziati, per la compresenza
di più esemplari riferibili a tipi diversi all’interno degli stessi corredi (cfr. supra, paragrafo 3.2)27. In
letteratura l’olla è identificata come recipiente per l’acqua, in analogia con altri vasi di tipo domesti-
co, ma è altresì correlata alla pratica del banchetto, con la funzione di contenere il vino mescolato
(COLONNA 1980, p. 53; NASO 1991, p. 109, con bibliografia precedente).

26
Un interessante contributo sull’evoluzione del banchetto attraverso l’analisi delle fonti letterarie relative ai crateri
è in CORDANO 2008. Come già accennato (supra, paragrafo 3.1), tra i crateri è stato inserito il lebete identificato come dinos,
dalla Tomba recupero 1963, Gruppo Menghini di Mandrione di Cavalupo a Vulci (SGUBINI MORETTI 1986, p. 73, tav.
XXXIV; cfr. anche COLONNA 1973-1974, p. 147); sulle origini della forma, ritenuta intermedia tra il cratere su piede e l’holmos
a bulla, con probabili influenze dai sostegni bronzei orientali destinati a sostenere i calderoni, cfr. F. Canciani, in MARTELLI
1987, scheda 13, pp. 248-249, con bibliografia precedente.
27
Marina Micozzi ad esempio suggerisce che le olle fossero utilizzate anche per conservare derrate alimentari, come
granaglie e olive: MICOZZI 1994, p. 40, per analogia con quanto ipotizza circa le anfore di tipo domestico, sulla base di un’idea
di M. Gras, riferita però a periodi e contesti diversi (MICOZZI 1994, p. 212; GRAS 1985, p. 280 e nt. 112).

228
Tav. IX – Vasi per versare. 1: Oinochoe a bocca trilobata, da Casaletti di Ceri, Tomba II (COLONNA 1968); 2: Oinochoe a
bocca trilobata da Tarquinia, Tomba di Bocchoris (MARTELLI 1986, fig. 21); 3: Oinochoe di tipo fenicio-cipriota tipo RICCI 47
(RICCI 1955, tav. C); 4: Oinochoe di tipo fenicio-cipriota da Tarquinia, Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968, fig. 194, b); 5:
Oinochoe a corpo baccellato da Tarquinia, Tomba di Bocchoris (HENCKEN 1968); 6: Oinochoe a corpo baccellato da Cerveteri,
Tomba della Capanna (PARISE BADONI 2000, tav. VII, 5); 7; Oinochoe a corpo baccellato e bocca a filtro da Tarquinia, Tomba
«con brocca costolata» (espunta dal campione, cfr. paragrafo 2.1.1; PARISE BADONI 2000, tav. X, 6); 8: Oinochoe a tre colli, da
Tarquinia, Tomba di Bocchoris (HENCKEN 1968, fig. 362, b); 9: Oinochoe askoide da Cerveteri, Tomba 79 della Banditaccia
(PARISE BADONI 2000, tav. III, 6). (La scala delle immagini è orientativamente indicata, ad eccezione del n. 3, senza scala).

229
Tav. X – Vasi per versare / attingere e / o potori. 1: Brocca dalla Tomba Romanelli 83 (PALMIERI 2003, fig. 3); 2: Olla con
collo a bottiglia, da Vulci, Tomba 6 / 9 / 1966 (SGUBINI MORETTI 2001, III.B.1.5); 3: Boccale, da Cerveteri, Tomba della
Capanna (PARISE BADONI 2000, tav. XXVIII, 10); 4: Attingitoio da Cerveteri, Tomba 65 del Laghetto I (ALBERICI VARINI
1999, tav. LXV, figg. 94 a, 94 b); 5: Attingitoio da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 21, 4);
6: Attingitoio da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, fig. 26); 7: Tazza / kyathos da Tarquinia, Tomba
del Guerriero (HENCKEN 1968, fig. 188, e); 8: Tazza / kyathos da Tarquinia, «fossa con coppa bronzea e vasi geometrici»
(HENCKEN 1968, fig. 356, d); 9: Tazza / kyathos da Tarquinia, Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina (BRUNI 1986, fig. 227,
n. 666); 10: Tazza / kyathos da Tarquinia, Tomba 6134 (SPADEA NOVIERO 1986, fig. 197, n. 603). (La scala delle immagini
è orientativamente indicata).

230
Tav. XI – Vasi potori. 1: Calici da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, nn. 33, 36); 2: Calici da Cerveteri,
Tomba 65 del Laghetto I (ALBERICI VARINI 1999, tav. LIV, figg. 78 b, 77 b); 3: Calice da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cre-
toncini (CATALDI 2000, fig. 12); 4: Calice da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI 2000, fig. 10); 5: Kantharoi
da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, nn. 8-9, 11-12); 6: Kantharos d’argento da Tarquinia, Tomba
del Guerriero (HENCKEN 1968, fig. 188, b); 7: Kantharos di impasto a traforo da Tarquinia, Tomba del Guerriero (HENCKEN
1968, fig. 191, l); 8: Coppetta emisferica su piede da Veio, Tomba B di Monte Michele (CRISTOFANI 1969, fig. 5, 17); 9:
Coppetta emisferica su piede da Veio, Tomba B di Monte Michele (CRISTOFANI 1969, fig. 3, 8). (La scala delle immagini è
orientativamente indicata).

231
Tav. XII – Vasi potori. 1: Coppa emisferica in bronzo da Veio, Tomba 871 di Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig.
13, 2); 2: Coppa emisferica italo-geometrica da Tarquinia, Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968, fig. 190, c); 3: Coppa ad
orlo piatto da Cerveteri, Tomba 65 del Laghetto I (ALBERICI VARINI 1999, tav. LX, fig. 88 c); 4: Coppa ad orlo piatto da
Tarquinia, Tomba XLIV delle Rose (BURANELLI 1983, fig. 51, 3); 5: Coppetta a tre piedi da Veio, Tomba B di Monte Michele
(CRISTOFANI 1969, fig. 5, n. 21); 6: Coppa biansata da Cerveteri, Tomba 65 del Laghetto I (ALBERICI VARINI 1999, tav. LXI,
fig. 89 c); 7: Coppa biansata da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI 2000, fig. 15); 8: Coppa biansata da
Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI 2000, fig. 16); 9: Coppa biansata su piede da Veio, Tomba I di Macchia
della Comunità (ADRIANI 1930, tav. I, a. (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

232
Tav. XIII – Vasi potori. 1: Coppe lignee da Tarquinia, Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968, fig. 189, k-l); 2: Kylix da Vulci,
Tomba del Carro di Bronzo (SGUBINI MORETTI 1997, fig. 5); 3: Kotyle da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI
2000, fig. 17); 4: Kotyle da Cerveteri, Tomba 65 del Laghetto I (ALBERICI VARINI 1999, tav. LV, fig. 79 b); 5: Skyphos da
Tarquinia, Tomba 2879 dei Monterozzi (CATALDI DINI 1986, fig. 205, n. 615); 6: Patera baccellata da Veio, Tomba 871 di
Casale del Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 13, n. 4). (La scala delle immagini è orientativamente indicata).

233
Tav. XIV – Vasi potori e / o di funzione incerta. 1: Olletta carenata da Cerveteri, Tomba 66 del Laghetto I (SPADEA NOVIERO
1996); 2: Kantharos con anse annodate da Cerveteri, Tomba 76 di Monte Abatone (MILANO 1986b, n. 15); 3: Kantharos con
anse annodate da Tarquinia, Tomba 1 di Poggio Cretoncini (CATALDI 2000, fig. 9); 4: Vaso cribrato da Vulci, Tomba C (ex
B) di Mandrione di Cavalupo (FALCONI AMORELLI 1969, fig. 5b, 12); 5: Fiasca bronzea da Veio, Tomba 871 di Casale del
Fosso (DRAGO TROCCOLI 2005, fig. 19, 3); 6: Coppa con bugne tipo Ricci 187 (RICCI 1955, tav. H). (La scala delle immagini
è orientativamente indicata, ad eccezione del n. 6, senza scala).
Fig. 8 – Vasi per mescolare / presentare, conservare / contenere, Veio. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture
integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico
(generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Cb = Calderoni in bronzo; Og = Olle globulari
prive di anse con fondo piano; OgB = Olle globulari biansate a fondo piano; Os = Ollette stamnoidi; Am = Anfore da mensa;
Ab = Anfore bronzee; Si = Situle; Ba = Bacili; TB = «Tripod-bowls» metalliche; Sm = Sostegni metallici.

Fig. 9 – Vasi per mescolare / presentare, conservare / contenere, Cerveteri. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture
integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico
(generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Cr = Crateri; OfC = Olle con costolature a ferro
di cavallo; Ho = Holmoi; Og = Olle globulari prive di anse con fondo piano; OgB = Olle globulari biansate a fondo piano;
OaCL = Olle su alto piede costolate e lisce; OgP = Olle globulari su piede; OT = Olle troncoconiche; Os = Ollette stamnoidi;
OAV = Olle con anse a maniglia verticali; OcAV = Ollette costolate con anse a maniglia verticali; Am = Anfore da mensa; Ba
= Bacili. Cp = camera principale; ld = loculo destro; vic ld = vicino loculo destro.

235
Tale ambiguità lascia intravedere una predilezione specifica per questo vaso. Al proposito,
si rimanda all’ipotesi di S. Batino secondo la quale, in ambito cerite, la sostituzione dell’olla con
il cratere sarebbe avvenuta in modo graduale, per la precisa volontà di conservare le connotazioni
tipicamente tirreniche del rituale funebre, ancora legate al banchetto eroico, prima dell’adesione
completa alla pratica simposiaca. Proprio il legame con aspetti del rituale potrebbe essere alla base
della lunga durata di alcuni tipi di olla e della tendenza conservatrice a reiterarne, oltre alla forma,
anche gli elementi decorativi più tipici (in BATINO 1998, p. 34 è suggerito che il passaggio dall’olla
al cratere a Cerveteri si possa ritenere concluso solo nei corredi del pieno VI secolo a.C.; cfr. anche
V. Acconcia, in ACCONCIA et alii 2004, p. 121; TEN KORTENAAR 2011).
L’immediata assimilazione al cratere si registra per alcuni tipi di olle associate a holmoi (Ho).
Sebbene permangano opinioni diverse sulle origini dell’holmos, vi è ormai un generale accordo sulla sua
funzione come sostegno di olle senza anse, lebeti e tazze-cratere (nel Latium vetus), proprio in relazione
alla mescola e alla distribuzione del vino nel banchetto (MICOZZI 1994, p. 51; SIRANO 1995, pp. 17-18,
nt. 87, con bibliografia precedente; ALBERICI VARINI 1999, p. 22; BENEDETTINI 1999, pp. 4-5).
L’associazione più ampiamente testimoniata nei corredi presi in esame è con il gruppo delle
olle in impasto rosso o nero, decorate con bugne e costolature a ferro di cavallo (OfC), da ricondurre
a produzione di Cerveteri, dove è attestato il maggior numero di olle su holmoi, tra quelli qui ana-
lizzati. A Tarquinia, dove sono presenti solo tre holmoi (di cui due nella Tomba di Bocchoris), le olle
attribuite ai sostegni sono prive di anse (Og, nei tipi costolati e decorati in «white-on-red»); a Vulci,
nei cinque casi noti, sono probabilmente quelle decorate con motivi a rete28.
A Veio, dove è di solito localizzata una delle botteghe cui viene attribuita l’elaborazione del
sostegno a bulla a partire dalla forma del calefattoio, mancano invece attestazioni databili al periodo
Orientalizzante (BARTOLONI 1997b, pp. 239 e 243)29.
Se in altri comparti territoriali è stata riconosciuta la ricorrenza di alcune forme legate alla
presentazione e al consumo del vino con il sesso dei defunti, per il campione esaminato sembra non
esistere un’univoca correlazione tra la presenza di holmoi nei corredi funerari, con defunti dell’uno
o l’altro sesso30. A Vulci, ad esclusione, infatti, di sette casi in cui il sesso del defunto è incerto, tale
associazione si registra in una tomba femminile (Tomba LXXIV della Polledrara) e in due maschili
(Tombe LXXVI e XL della stessa necropoli; la prima, però, è identificata come maschile con un certo
margine di incertezza). A Cerveteri, con una tomba femminile (la Tomba II di Casaletti di Ceri),
ne sono attestate due la cui identificazione è dubbia, ma che potrebbero essere la prima maschile
(Tomba 66 della Banditaccia) e l’altra femminile (Tomba 25 degli Scavi Lerici alla Banditaccia). A
Tarquinia, infine, su due sepolture con holmos, solo una è connotabile dal punto di vista del genere
e risulta in questo caso femminile (Tomba di Bocchoris).

28
Per Tarquinia, il tipo costolato è attestato nella Tomba di Bocchoris (HENCKEN 1968, p. 375, fig. 367, d per l’olla;
p. 374, fig. 363 per l’holmos) e nella Tomba Marchese 113 (HENCKEN 1968, disegno ricostruttivo alla p. 396, fig. 384, c);
quello decorato in «white-on-red», ancora nella Tomba di Bocchoris (HENCKEN 1968, pp. 370-371, figg. 363-364 e p. 416,
fig. 433 per l’holmos). A Vulci, invece, le olle in questione sono quelle del tipo 10 di Gsell. L’ipotesi è avanzata da F. Sirano
(SIRANO 1995, p. 33) e potrebbe essere confermata dal fatto che dei cinque contesti in cui sono attestati holmoi, solo in due le
olle associabili sono di tipo diverso: la Tomba XL della Polledrara (dove oltre alle due olle a rete ce n’è una liscia) e Polledrara
LXXVI (dove oltre alle olle a rete frammentarie ce n’è anche una biansata a fondo piano, con decorazione plastica). Negli
altri tre casi, invece (Poggio Mengarelli, Tomba recupero 1975; Ponte della Badia, Tomba XX; Polledrara, Tomba LXXIV),
le olle senza anse decorate a rete sono le uniche associabili agli holmoi. Sembra rilevante che nella Tomba XX del Ponte della
Badia proprio l’olla con decorazione applicata a rete fosse utilizzata per contenere le ceneri del defunto (GSELL 1891, p. 63,
n. 2, dove si avanza l’ipotesi che tale contenitore fosse posto in origine sull’holmos associato). Su questo particolare tipo di
olla come contenitore di vino, LA ROCCA 1978, p. 483.
29
La produzione veiente di holmoi sembra conclusa entro il primo trentennio della seconda metà dell’VIII secolo
a.C., quando si avviano quelle vulcente e dell’Agro Falisco (MICOZZI 1994, p. 52).
30
In Etruria meridionale, come nell’Agro Falisco, gli holmoi sono deposti anche in corredi maschili, mentre nel
Latium vetus è documentata una situazione diversa per le varie comunità: se a Castel di Decima e Acqua Acetosa Laurentina
vi è una costante associazione holmos-tazza cratere in tombe femminili, in altri centri, come Satricum, i sostegni sono stati
trovati anche in contesti maschili (SIRANO 1995, pp. 33-35; BENEDETTINI 1999, pp. 44-46).

236
Fig. 10 – Vasi per mescolare / presentare, conservare / contenere, Tarquinia. I campi con sfondo grigio corrispondono alle
sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante
Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Ho = Holmoi; Sm = Sostegni metallici
semplici; Og = Olle globulari prive di anse con fondo piano; OgB = Olle globulari biansate a fondo piano; OaCL = Olle su
alto piede costolate e lisce; OgP = Olle globulari su piede; OT = Olle troncoconiche; Ab = Anfore bronzee.

Un’altrettanto indubbia omologia funzionale con i crateri si può attribuire alle olle globulari
su alto piede (OaCL), diffuse soprattutto a Tarquinia e a Cerveteri (con un solo esemplare), alle olle
lisce e costolate su piede (OgP), tipiche ancora di Tarquinia e del suo territorio, di Vulci e Bisenzio,
tra la fine dell’VIII e la prima metà del VI secolo a.C., in impasto o ceramica italo-geometrica, e alle
olle su alto piede con anse o prese forate di Vulci (OgPA)31.
L’olla su piede è documentata già dalle prime fasi dell’età del Ferro a Tarquinia, con tipi per
i quali è stata ipotizzata una derivazione da modelli greci e un utilizzo legato a un precoce consumo
del vino (cfr. supra, paragrafo 2.1.3 e paragrafo 3.1; DELPINO 1997)32.
Una più variata gamma di utilizzi è invece ipotizzabile per altri tipi di olle, in particolare
quelle globulari biansate con fondo piano (OgB), meno frequenti, sotto il profilo della quantità, di
quelle prive di anse. In analogia con gli stamnoi greci, attestati successivamente nei contesti funerari
tirrenici, è stata avanzata l’ipotesi che tali olle fossero in uso come contenitori di altre sostanze, liquide
o solide (ISLER KERÉNYI 1976, p. 35).

31
Per lo sviluppo delle olle su alto piede: MICOZZI 1994, p. 47, nt. 134 con bibliografia precedente.
32
Le olle vulcenti OgPA risultano, per l’aggiunta delle anse o delle prese, molto vicine al modello ellenico del cratere; a pro-
posito di olle biansate su piede da S. Giovenale decorate in «white-on-red», lo stesso parere è espresso in MICOZZI 1994, p. 48.

237
Fig. 11 – Vasi per mescolare / presentare, conservare / contenere, Vulci. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture
integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico
(generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Cr = Crateri; Di = Dinoi; Cb = Calderoni in
bronzo; Ho = Holmoi; Og = Olle globulari prive di anse con fondo piano; OgB = Olle globulari biansate a fondo piano; OaCL
= Olle su alto piede costolate e lisce; OgP = Olle globulari su piede; OgPA = Olle globulari su piede biansate o con prese forate;
Am = Anfore da mensa; Vs = Vasi situliformi; Ba = Bacili; TB = «Tripod-bowls» metalliche; Sm = Sostegni metallici semplici.

Tuttavia, la presenza di iscrizioni che attestano per tale forma il nome etrusco qina, probabil-
mente derivato dal greco dinos, sembra indicare una prevalente destinazione conviviale (COLONNA
1973-1974, pp. 145-149)33.
A usi diversificati rispetto a quello primario di conservare liquidi, potevano essere destina-
te anche le olle globulari semplici (Og), quando non associate a sostegni. Adatte soprattutto alla
conservazione, per le dimensioni ridotte e la scarsa apertura della bocca, sembrano invece le olle
troncoconiche (OT), attestate a Cerveteri e a Tarquinia.
Sulla base di iscrizioni di dedica con nomi femminili, è stata ipotizzata una stretta connessione
tra le olle e il mondo muliebre, per cui la donna avrebbe svolto il ruolo di dispensatrice del vino34.

33
Giovanni Colonna però estende l’attribuzione del nome a tutti i tipi di olle, non solo a quelle biansate (v. anche
COLONNA 1980, p. 53); da una mediazione dall’etrusco deriverebbe la parola latina tina, che indica la stessa forma.
34
COLONNA 1980, pp. 52-53; COLONNA 1984, p. 52; BONAMICI et alii 1994, pp. 128-129; NASO 1991, p. 109, nt.
161, con l’ulteriore suggerimento che le olle biansate, iscritte per lo più dopo la cottura, venissero prodotte su commissione,
«forse in occasione di avvenimenti particolari come il matrimonio»; BATINO 1998, p. 26, con riferimento alla Tomba dei Denti
di Lupo di Cerveteri.

238
Sebbene il campione di tombe qui analizzato non sia dirimente per chiarire questo punto (nume-
rosi sono infatti i casi di sepolture in cui il sesso dei defunti è incerto), tale ricorrenza sembra confermata
almeno per le olle biansate, la cui funzione, però, non è nettamente connotata. Dove sia possibile accertare
il sesso del defunto, i casi in cui la forma si presenta in tombe maschili si riducono a uno per Veio (Tomba
871 di Casale del Fosso) e uno per Vulci (Tomba LVII della Polledrara), cui si aggiungono due casi la cui
pertinenza maschile rimane comunque incerta (Tombe XXXVIII e LXXVI della Polledrara).
Per gli altri tipi di olle, se si considerano solo quelle legate in modo palese alla funzione della
mescola / presentazione, oltre a quelle associate a holmoi, già considerate, e utilizzando solo il campione
relativo a Tarquinia e Vulci, la tendenza appare meno costante35. Così a Tarquinia le olle globulari co-
stolate e lisce su piede ricorrono tre volte in tombe femminili (nella Tomba 2879 dei Monterozzi, nella
Fossa 8 di Poggio Gallinaro, nella Tomba XLIV delle Rose, di cui però l’ultima incerta) e due in tombe
maschili (nelle Tombe 6337 e Cultrera 10 dei Monterozzi), cui aggiungere il caso della Tomba bisoma
Cultrera 60 (un uomo e una donna), contenente quattro olle. A Vulci, dove le tombe identificate come
maschili sono cinque (cui solo in via dubitativa se ne possono aggiungere due), i corredi sono quasi tutti
caratterizzati da contenitori destinati alla mescola: a parte le già citate due tombe con associazione di
holmos e olla, di cui una incerta, delle rimanenti cinque tombe maschili, due hanno un’olla globulare
su piede (Tombe XCVI e XCVIII della Cuccumella), contro otto femminili, quattro hanno un dinos
(Tombe XXXVII, XL, XLI e LVII della Polledrara) e solo l’ultima (Tomba XXXVIII della Polledrara,
incerta) non ha restituito alcun contenitore riconducibile con sicurezza all’uso della mescola.
Adatti per morfologia a tale funzione sono anche i calderoni in impasto (definiti dinoi; Di)
e bronzei (Cb), come attestato dalle lastre con banchettanti di Murlo (più recenti), sulle quali il cal-
derone su sostegno è rappresentato in posizione centrale, come vaso-cratere cui attingere la miscela
di vino e acqua (Fig. 6; RATHJE 1995, p. 171).
Per i calderoni bronzei però, già M. Torelli ha ipotizzato un duplice utilizzo che, oltre alla prepa-
razione della bevanda, poteva comprendere anche la bollitura delle carni, in probabile rapporto con l’uso
rituale di questo alimento presso le classi più elevate dell’Italia mediotirrenica (TORELLI 1989, p. 303).
A proposito della forma, può essere interessante notare come, nelle Tombe LVIII e LXXVII
della Polledrara e nella Tomba del Carro a Vulci, siano attestati calderoni bronzei (nella LVIII in
associazione a una tripod-bowl), con funzione di cinerario, in significativa consonanza con quanto
ipotizzato da B. D’Agostino circa l’uso del vaso nelle Tombe 926 e 928 di Pontecagnano per conte-
nere le ceneri dei defunti, con preciso riferimento al rituale omerico (per le tombe vulcenti, GSELL
1891, p. 174, n. 20 e p. 134, n. 13)36.
Allo stesso modo, è dubbia la funzione primaria della categoria dei bacili (Ba), comprendente
quelli a vasca emisferica o troncoconica privi di decorazione e i più diffusi tipi a orlo perlinato37. L’ampia

35
A Veio non sono attestati altri tipi di olle-cratere oltre a quelle biansate e a Cerveteri la definizione del genere dei
sepolti è più difficile, con una netta preponderanza di tombe ipoteticamente femminili.
36
Così come i lebeti in tombe di Eretria e Cuma (D’AGOSTINO 1977, pp. 57-59). Lo stesso uso è registrato in Sicilia
(ALBANESE PROCELLI 1985, p. 196). È interessante notare come almeno l’esemplare della Tomba del Carro venga attribuito
a produzione euboico-cumana (SGUBINI MORETTI 1997, p. 141).
37
I bacili ad orlo perlinato dei contesti esaminati, si trovano a Cerveteri, nella Tomba 79 della Banditaccia (RICCI
1955, col. 503, n. 20). A Tarquinia, nella Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina (BRUNI 1986, p. 228, n. 663); nella necropoli
dei Monterozzi, nella «Fossa con coppa di bronzo e vasi geometrici» (HENCKEN 1968, p. 356), nella Tomba 2879 (CATALDI
DINI 1986, pp. 220-221, n. 630), nella Tomba 6337 (CATALDI 2001, p. 96), nella Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968, p.
206); nella Tomba Cultrera 17 (CULTRERA 1930, p. 132); nella Fossa 8 di Poggio Gallinaro (HENCKEN 1968, p. 346). A Vulci,
nella necropoli della Polledrara, con due esemplari nella Tomba LXXIV (GSELL 1891, p. 169, nn. 11 e 12), nella Tomba XLI
(GSELL 1891, p. 96, n. 13), nella Tomba LXXVI (GSELL 1891, p. 173, n. 20), nella Tomba LXXVIII (GSELL 1891, p. 177,
n. 13); nella necropoli di Ponte della Badia, nella Tomba XX (GSELL 1891, p. 63, n. 16). Bacili privi di decorazione sull’orlo,
con vasca troncoconica o emisferica, sono invece attestati a Veio nella Tomba 7 di Macchia della Comunità (GALANTE 2003,
p. 73, n. 85); nella Tomba 872 (a vasca troncoconica e fondo concavo; DRAGO TROCCOLI 2005, p. 94, nt. 36) e nella Tomba
871 (a vasca emisferica, DRAGO TROCCOLI 2005, p. 106, nt. 97) di Casale del Fosso. A Tarquinia, nella Tomba 1 di Poggio
Cretoncini (a vasca troncoconica, CATALDI 2000, p. 77, n. 22); nella Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968, p. 208). A Vulci,
nella Tomba C (ex B) di Mandrione di Cavalupo (a vasca troncoconica, FALCONI AMORELLI 1969, p. 202, n. 21).

239
imboccatura della forma, infatti, ha suggerito un uso come contenitori da liquidi. È anche possibile
che fossero utilizzati per raccogliere l’acqua delle lustrazioni (come ipotizzato da N. Valenza Mele) o
piuttosto servissero a riscaldare vino mescolato o, ancora, a contenere e riscaldare altri alimenti38.
Un uso prevalentemente finalizzato alla conservazione è attribuito invece alle anfore da mensa
(Am) di impasto e italo-geometriche, sebbene in letteratura si ammetta la possibilità che tali contenitori
non servissero solo per il vino, considerato comunque l’uso preferenziale, ma anche per altre sostanze,
compresi l’olio e l’acqua (MICOZZI 1994, p. 212 e, più in generale sulla forma, pp. 31-39).
Per quanto riguarda le anfore da trasporto, presenti in due contesti, ovvero la Tomba della Ca-
panna di Cerveteri e la Tomba 6 / 9 / 1966 di Vulci, esse svolgono chiaramente la funzione di contenere
grandi quantità di vino (o altre sostanze) e sembrano equiparabili al ruolo svolto dai pithoi deposti nelle
sepolture, come conserve di derrate alimentari (i due esemplari non sono segnalati nelle tabelle alle Figg.
9 e 11; si tratta, per la Tomba della Capanna, di un’anfora di produzione euboica dal loculo destro; Tav.
I, 1; RICCI 1955, col. 357, n. 19, fig. 77; RIZZO 1990, pp. 11-12, fig. 1. Per la Tomba 6 / 9 / 1966, di un
esemplare definito «di tipo fenicio»: SGUBINI MORETTI 2001, pp. 188-189, n. III.B.1.1; Tav. I, 2).
Più ambiguo è il ruolo delle anfore bronzee (Ab), spesso diffuse in Etruria con funzione di
cinerario (DRAGO TROCCOLI 2005, p. 105 e nt. 83 per confronti; sull’ambiguità di funzione di tali
vasi, cfr. anche A. De Santis, in BIETTI SESTIERI 1992, p. 412).
In alcuni dei contesti esaminati per Tarquinia e per Veio sono attestate anfore di bronzo che,
pur corrispondendo alla tipologia del cinerario biconico, non furono utilizzate con questa finalità. Si
tratta della Tomba M12 e della Tomba del Guerriero, entrambe prive di contenitori più chiaramente
riferibili alla mescola; a Veio, della Tomba 871, dove è però presente anche un’olla biansata che, come
si vedrà meglio (paragrafo 4.2), sembra spesso avere la funzione di vaso-cratere.
A proposito delle anfore bronzee, si può richiamare il caso dei vasi a collo cilindrico / anfore
di bronzo datate a un orizzonte avanzato della prima età del Ferro, affini per morfologia, per i quali
è stato ipotizzato un duplice impiego, come ossuari e come vasi cerimoniali adatti a contenere e dai
quali attingere liquidi (IAIA 2006, p. 105).
Tuttavia, se per l’anfora della Tomba 871 di Veio e per una delle due dalla Tomba del Guerriero
di Tarquinia il collo breve e l’imboccatura larga lasciano aperta la possibilità di un uso come vasi dai
quali attingere, il secondo esemplare della Tomba del Guerriero e quello della Tomba M12 dei Mon-
terozzi (del tipo usato a Tarquinia come ossuario), per i loro colli alti e l’imboccatura stretta sembrano
più adatti alla sola conservazione (per le anfore con collo breve e imboccatura larga: DRAGO TROCCOLI
2005, fig. 15, 1; HENCKEN 1968, fig. 183, c; per le altre: HENCKEN 1968, figg. 182 e 352; per le anfore
utilizzate come ossuari, v. ad esempio l’esemplare della Tomba M9, HENCKEN 1968, fig. 178, a)39.
Allo stesso uso, infine, potevano essere destinate le ollette stamnoidi (Os), per le quali però
A.M. Bietti Sestieri, sulla base unicamente della loro ricorrenza nei corredi dell’Orientalizzante
Recente, ipotizza una funzione come contenitori di specifici alimenti, mettendo in dubbio il loro
rapporto con il vino (BIETTI SESTIERI 1992, p. 323)40.

38
L’ipotesi che nei bacili fosse scaldato il vino è stata formulata da G. Bartoloni sulla base della presenza di coppe «tipo
Thapsos» all’interno di un bacile nella Tomba 15 di Castel di Decima (BARTOLONI 2003, p. 208). Per un’analisi della funzione
e per l’attestazione dei lebeti / calderoni / bacili ecc. nelle fonti letterarie e nei corredi funerari: VALENZA MELE 1982. Secondo la
studiosa, in Omero sarebbero infatti citate varie categorie funzionali, tra cui i tripodi, corrispondenti a contenitori essenziali nella
pratica del bagno e dell’abluzione, da riscaldare sul fuoco; le phialai, utilizzate ad esempio per custodire le ceneri di Patroclo e
pertanto ricordate come «intatte dal fuoco» (è quindi possibile che la forma fosse generalmente anche posta sulle braci); i lebeti,
ovvero bacili utilizzati sia per le abluzioni personali o degli animali da sacrificare (associati a una brocca), sia per bollire le carni.
Per una sintesi delle ipotesi sulla funzione di tali contenitori, che mette in evidenza le combinazioni con altri elementi del corredo
funerario legati al consumo della carne (calderoni, spiedi, coltelli): ALBANESE PROCELLI 1985; ALBANESE PROCELLI 2006.
39
Di esemplari da altre tombe rimangono solo scarsi frammenti (le anse per la Tomba di Bocchoris: HENCKEN 1968,
p. 367, fig. 361, d; frammenti vari per la Tomba Romanelli 83: HENCKEN 1968, p. 383; PALMIERI 2005, p. 5, fig. 1, a), che
rendono difficile una puntuale definizione tipologica.
40
L’esemplare dalla Tomba XI della Vaccareccia, ascritto alle ollette stamnoidi per dimensioni, sembra rimandare
alle olle biansate a colletto, diffuse appunto a Veio (PALM 1952, Tomba XI, tav. XXI, n. 6).

240
4.2 DISTRIBUZIONE DELLE FORME PER MESCOLARE / PRESENTARE E CONSERVARE / CONTENERE
Passando all’osservazione delle ricorrenze all’interno del campione selezionato, va innanzitutto
rilevato come in tutti i centri presi in considerazione una percentuale consistente dei corredi non abbia
restituito forme chiuse, adatte a conservare o miscelare vino e acqua; tale tendenza si registra anche
per contesti integri, normalmente composti da più di un recipiente tra quelli utili a bere / versare che,
quindi, si qualificano come gli unici elementi connessi all’uso potorio. A Veio, nella necropoli della
Vaccareccia, sono prive di vasi per la mescola / presentazione le Tombe intatte X (con ricco corredo
di forme per bere e per versare), I, XIV, XXI, XXII (tutte con corredi meno articolati; le prime tre
con almeno un vaso per versare, assente invece nell’ultima). Così, a Cerveteri la Tomba 20 del Sorbo
(in cui, accanto a un’anforetta a spirali sono presenti vasi per attingere e per bere) e a Vulci le Tombe
XCVII e CXX della Cuccumella, nelle quali il corredo vascolare riferibile al banchetto è limitato a
una sola forma (rispettivamente una tazza / kyathos e una brocca). A Tarquinia, invece, tutte le tombe
intatte presentano almeno un vaso per la mescola / presentazione41.
L’analisi della distribuzione delle forme esaminate, evidenzia innanzitutto la tendenza dei
diversi comprensori ad adottare per i corredi più complessi forme specifiche, elaborando per quelle
più attestate sviluppi morfo-tipologici indipendenti, con diffusione pressoché locale. Se tale ipotesi
appare valida per Tarquinia, Cerveteri e, probabilmente, per Veio, lo è invece solo in parte per Vulci,
dove si fa ricorso a un numero più elevato di forme (con maggiore variabilità tipologica), e meno
immediato risulta quindi il riconoscimento di una linea di tendenza prevalente.
Come accennato, proprio a Vulci è attestato il numero maggiore di crateri, in cinque corredi,
importati e imitati localmente in ceramica italo-geometrica42.
A Cerveteri è noto un unico esemplare di cratere etrusco-geometrico dal Tumulo XXIV sul-
l’Altipiano, mentre sono più diffuse le olle in impasto rosso o nero decorate con bugne e costolature
a ferro di cavallo, associate a holmoi con una o due bulle, decorati con motivi plastici e a traforo,
in tipologie riconducibili a una produzione locale43. Ai cinque casi sicuri44 vanno aggiunti i corredi
delle Tombe 66 e 96 della Banditaccia nei quali, probabilmente a causa di interventi di spoliazione,
sono stati rinvenuti solo gli holmoi e non le relative olle, e il caso opposto della Tomba 180 della
Bufolareccia in cui è attestata un’olla, non accompagnata tuttavia dal relativo holmos.
Per Vulci, in cinque casi la funzione di vaso-cratere è svolta da olle prive di anse a fondo
piano del tipo cd. “a rete”, associate a holmoi. Anche in questo caso, si tratta di oggetti tipici della
produzione locale45.

41
Nelle altre tombe della necropoli della Vaccareccia, il contenitore identificato come vaso-cratere, ovvero l’olla
globulare biansata a colletto, si ascrive al gruppo di forme dalla funzione ambigua, ovvero utilizzabili per la mescola ma
anche per conservare. A Cerveteri, non presentano vasi per la mescola / presentazione anche le Tombe (non intatte) 91, 76,
69, 93 della Banditaccia, il Tumulo della Nave, e le Tombe 208, 246, 248, 323 del Laghetto I, la Tomba 164 del Laghetto II
e la Tomba 118 del Sorbo. A Vulci, ne sono prive inoltre le Tombe non intatte A di Mandrione di Cavalupo (dove l’assenza
di forme atte a mescolare / conservare sembra attribuibile alle manomissioni dei clandestini, data la presenza di numerosi
vasi utili a versare e bere) e la Tomba recupero 1964 della necropoli dell’Osteria (dove invece è attestata soltanto un’oinochoe
trilobata). A Tarquinia , infine, ne sono prive le Tombe non intatte LIX delle Rose e la «Tomba con 21 fibule» dei Monterozzi
(entrambe con oinochoai trilobate).
42
Il cratere della Tomba rinvenimento 1956 viene considerato di probabile produzione euboica (RIZZO 1983, p.
520); esso è presente nelle Tombe recupero 1973 di Poggio Mengarelli, nella Tomba C (ex B) di Mandrione di Cavalupo, e
nella Tomba 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma, in due esemplari.
43
Per le olle, lavori ancora inediti di G. Sansica e citati da A. Sartori avrebbero portato all’individuazione di diciannove
esemplari del tipo con decorazione più complessa, di cui dodici da Cerveteri (SARTORI 2002, pp. 12-13 con bibliografia).
Nell’ambito del presente studio, rispetto al periodo analizzato sono stati individuati nove esemplari integri e altri frammentari.
Per gli holmoi, il primo ad aver ricondotto questi oggetti a una produzione locale è stato C. Zindel (ZINDEL 1981).
44
Ai quali va aggiunto il corredo della Tomba 179 della Bufolareccia dove si può ipotizzare che l’olla presente, descritta
solo genericamente («olla di impasto»), e associata a un holmos, sia di questo tipo (COLONNA 1970, p. 658, nt. 1).
45
Sulle olle con decorazione a scacchiera / reticolo: SGUBINI MORETTI 1986, p. 73, nt. 6-8 per i confronti; PELLEGRINI
1989, p. 56. Sugli holmoi di produzione vulcente: PELLEGRINI 1989, pp. 50-51; SIRANO 1995, pp. 15 e 33, con bibliografia
precedente.

241
La rara attestazione in ambito tarquiniese di tre holmoi dalla Tomba di Bocchoris e dalla Tomba
Marchese 113 dei Monterozzi, sottolinea l’eccezionalità delle due sepolture46. A Tarquinia, infatti, la
propensione prevalente sembra quella di adottare per la mescola / presentazione olle lisce o costolate
su alto piede a tromba (OaCL), presenti in dodici casi, in dieci dei quali rappresentano l’unica forma
possibilmente correlata a tale funzione. Va rilevata in questo caso la tendenza quasi costante (con due
sole eccezioni) alla deposizione di una coppia di olle per defunto, confermata dai casi delle Tombe
bisome 6337 e Cultrera 60, in cui si contano rispettivamente quattro esemplari47.
Al contrario, a Cerveteri, nella Tomba 83 di Monte Abatone è noto un unico esemplare di
olla costolata su piede con bulla, sorta di “ibrido” di produzione locale, probabilmente ispirato alle
forme tarquiniesi (MILANO 1986b, p. 51, n. 2).
Per la mescola / presentazione, poi, potrebbero essere state utilizzate anche olle globulari su
piede etrusco- e italo-geometriche o di impasto sovradipinto, distribuite in modo omogeneo tra i
vari centri. A Cerveteri si contano quattro casi, in uno dei quali, nella Tomba 305 del Laghetto II,
questo tipo di olla rappresenta l’unico possibile vaso-cratere48. Nei tre casi attestati a Tarquinia, l’olla su
piede nella «Fossa con coppa di bronzo e vasi geometrici» e nella Fossa 9 di Poggio Gallinaro è l’unica
forma utile allo scopo, anche se nel primo dei due contesti si tratta di un esemplare di dimensioni
ridotte rispetto agli altri presi in considerazione49.
A Vulci, per un totale di dodici attestazioni, in almeno tre casi (le Tombe integre XCVI,
XCVIII, XCIX della Cuccumella) queste olle rappresentano l’unico vaso cui si possa attribuire la
funzione di contenitore per la mescola; in cinque casi convivono con forme che, come si vedrà me-
glio in seguito, possono avere anche altri usi, ad esempio le olle prive di anse a fondo piano (nella
Tomba 35 dell’Osteria e nella Tomba Philadelphia 66), le olle biansate (nella Tomba CXIV della
Cuccumella), le tazze / kyathoi di grandi dimensioni (TkG; Tombe Philadelphia 25 e 51, non asso-
ciate però a sostegno, cfr. supra, paragrafo 3.1; infra, paragrafo 6.1 e la tabella alla Fig. 19) e forse
le olle biansate o con prese forate su piede (nella Tomba Polledrara LXXV). Solo in tre casi infine
si trovano in corredi che presentano altre forme sicuramente più adatte alla mescola, in particolare
i crateri (Tombe recupero 1973 di Poggio Mengarelli e 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma) e i dinoi
(nella Tomba XLI della Polledrara).
Riguardo agli altri tipi di olla, in tutti i contesti analizzati, tranne Tarquinia, molto diffuso
è quello biansato, che a Vulci è spesso decorato plasticamente e fornito di coperchio. Come già
accennato, esso è identificato da alcune iscrizioni, ricorrenti su esemplari del VII secolo a.C., con
il nome qina, corrispondente al latino tina, ricordato da Varrone come uno dei tipi più antichi di
contenitore per il vino, in probabile successione cronologica dopo l’otre di pelle e prima dell’intro-
duzione dell’anfora. Nella citazione varroniana, infatti, «antiquissimi in conviviis utres vini primo,
postea tinas ponebant, id est oris longi cum operculo, aut cupas, tertio amphoras» (de vita populi romani,
I, fr. Riposati 57).
A Cerveteri l’olla biansata ricorre – nei contesti più complessi, nei quali si trova associata con
la coppia composta dall’olla costolata sull’holmos o con altri vasi per mescolare – insieme ad anfore
da mensa italo-geometriche o di impasto sovradipinto (con l’unica eccezione della Tomba 140 del
Laghetto I, comunque violata). Si potrebbe quindi ipotizzare che questo tipo avesse la funzione di

46
I tre holmoi sono vicini a tipi falisci e associati a olle costolate in impasto o, in un caso, con decorazione «white-
on-red». M.G. Benedettini cita gli esemplari dalla Tomba di Bocchoris (di quello dalla Tomba Marchese 113 non esiste altra
documentazione che il disegno ricostruttivo in HENCKEN 1968, p. 396, fig. 384, c) come confronto per il suo tipo IX, varietà
B / C: BENEDETTINI 1999, pp. 37-38, nt. 144. Per il tipo di decorazione di uno degli esemplari dalla Tomba di Bocchoris
(HENCKEN 1968, p. 416, fig. 433), molto raro, stando a quanto edito, si potrebbe ipotizzare la possibilità di una produzione
tarquiniese, vista la ricorrenza dello stesso motivo decorativo anche su almeno un’olla costolata su piede dalla Tomba Avvolta:
HENCKEN 1968, p. 397, a; fig. 385B, a.
47
Sull’uso diffuso di deporre vasi in coppia: ALBERICI VARINI 1999, p. 29 e nt. 81, con bibliografia precedente, a
partire dalle due anfore gemelle in impasto decorato «white-on-red» dalla Tomba 64 del Laghetto I a Cerveteri.
48
Si tratta, però, di una tomba violata.
49
Cfr. le proporzioni restituite alla Tav. VI, 2.

242
contenitore per il vino non mescolato, come suggerisce il richiamo alle fonti letterarie, mentre per le
anfore da mensa si potrebbe pensare per questa fase a un uso, probabilmente meno abituale, anche
come contenitori per l’acqua (cfr. anche MICOZZI 1994, p. 212).
L’analisi del corredo della Tomba 25 degli Scavi Lerici della Banditaccia, dove è presente un’olla
biansata su cui, giusta l’integrazione di G. Colonna, è riportata una delle più antiche testimonianze
del nome qina, sembra offrire una conferma a questa ipotesi (COLONNA 1972).
In tale contesto, il vaso-cratere corrisponde certamente all’olla decorata con costolature a ferro
di cavallo su holmos, quindi la funzione delle due olle biansate e delle quattro anfore italo-geometri-
che (che sembrano comporre coppie funzionali?) sembra un’altra, probabilmente proprio quella di
contenere il vino e l’acqua prima di essere mescolati (per l’olla costolata e l’holmos: SARTORI 2002,
pp. 11-12, nn. B25. 1 e 3; per le olle biansate e le anfore: SARTORI 2002, pp. 13-14, nn. B25. 4-5;
pp. 20-21, nn. B25. 15-18)50.
Riguardo alle anfore da mensa, del resto, sembra ipotizzabile una certa adattabilità di usi.
A Cerveteri, infatti, in almeno un caso (pur trattandosi di un contesto disturbato, la Tomba 181
della Banditaccia) l’anfora rappresenta l’unico vaso del raggruppamento. Una situazione simile è
riscontrabile a Tarquinia dove sembrano assenti le anfore in impasto, ma sono attestate anfore bronzee
in quattro corredi che, se nel caso della Tomba Romanelli 83 sono associate a un’olla biansata e nella
Tomba di Bocchoris a olle su holmoi, nella Tomba del Guerriero (con due esemplari) e nella Tomba
M12 sono l’unico vaso del raggruppamento51.
Una funzione particolare delle anfore bronzee sarebbe deducibile dall’esemplare della Tomba
871 di Casale del Fosso a Veio, del tipo a breve collo e imboccatura larga: la sua collocazione in
posizione preminente su sostegno metallico, pur essendo al momento del rinvenimento separati dal
resto del set vascolare da banchetto, ha suggerito un’identificazione come ktema del defunto (DRAGO
TROCCOLI 2005, p. 105).
Per i contesti integri in cui manchino le forme evidentemente destinate alla mescola / presen-
tazione, si potrebbe ipotizzare un rituale meno articolato, da mettere in relazione con il rango dei
defunti e il ricorso quindi a contenitori più generici, come le olle globulari a fondo piano (a Tarquinia
e, più raramente, a Vulci e Cerveteri), o quelle biansate (a Cerveteri e Veio). Ancora a Cerveteri e
a Tarquinia si concentrano olle in impasto rosso di dimensioni minori a profilo troncoconico che,
data la presenza isolata in alcuni corredi (nelle Tombe 78, l’unica integra del gruppo cerite, e 85
sotto il Tumulo XI della Banditaccia e nella Tomba 150 del Laghetto I; nella Tomba 6134, integra,
e Cultrera 35 dei Monterozzi), sembrano impiegate allo stesso scopo, sebbene la forma particolare
farebbe pensare piuttosto alla funzione di contenitori da conserva.
Particolare la situazione di Veio, dove i pochi contesti editi per questa fase provengono in gran
parte dalla necropoli della Vaccareccia, non danneggiata da interventi clandestini. I corredi presentano
normalmente uno o al massimo due vasi chiusi di grandi dimensioni, di solito olle biansate, utilizzate
in questi casi forse proprio per mescolare il vino e l’acqua (per le olle biansate a colletto da Veio, da
ultimo SZYLÀGYI 2005, pp. 39-42).

50
Nella stessa tomba è da ricordare la presenza di un holmos, i cui frammenti sembrano essere stati ritrovati sparsi
in tutte e tre le camere, che per questo motivo e per la completa assenza di confronti per l’associazione holmos-olla biansata
(cfr. infra) è accostabile con difficoltà alle altre olle presenti nella tomba. La tradizione degli studi, estendendo a tutte le olle
il nome qina (a partire da COLONNA 1973-1974), attribuisce anche a quelle biansate la funzione di vaso-cratere, che talvolta
sembrano effettivamente avere (cfr. supra, paragrafo 4.1). Tuttavia, la ricorrenza dello stesso nome su vasi di forma diversa
(un’anfora vinaria e un vaso di forma chiusa non identificabile con certezza: COLONNA 1973-1974, p. 145, nn. 4-5), sebbene
databili a un momento successivo, potrebbe accreditare l’ipotesi che il nome indichi piuttosto la funzione assunta dal vaso in
uno specifico ambito (BAGNASCO GIANNI 1996, p. 434), che in questo caso, sempre in accordo con le fonti letterarie, potrebbe
essere proprio quella di contenitore da vino. Se l’ipotesi coglie nel vero, è possibile si debba rivedere anche l’identificazione
delle tazze-cratere di ambito latino con le cupae (ZEVI 1977), secondo Varrone di funzione equivalente, in quanto le tazze-
cratere sono invece palesemente funzionali alla presentazione / miscelazione di acqua e vino.
51
Per le anfore delle Tombe Romanelli 83 e di Bocchoris, gli esemplari sono talmente frammentari da non poterli ricon-
durre a specifici tipi di anfora (cfr. nt. 39). Nella Tomba del Guerriero, poi, sono attestati due bacili; è quindi possibile che le anfore
avessero rispettivamente le funzioni di conservare e miscelare il vino, mentre i bacili potevano fungere da vaso presentatoio.

243
Tuttavia l’analisi dei pochi corredi più complessi di questo sito (Tombe 871 e 872 di Casale
del Fosso, Tomba 7 di Monte Michele) spingerebbe a considerare la possibilità che la funzione della
mescola / presentazione venisse affidata anche ad altre forme, in particolare ai bacili.
Anche a Tarquinia, dove i bacili sono tendenzialmente associati a vasi-cratere, in casi come
le Tombe Cultrera 17 dei Monterozzi e 65, 6 di Macchia della Turchina (disturbate), l’assenza di
forme specifiche lascia aperta la possibilità di una duplice funzione. Bacili e calderoni bronzei sono
del resto presenti anche in diversi corredi vulcenti, dove però ricorrono sempre in associazione con
uno o più tipi di olla (in almeno tre casi sovrapposte a holmoi, con palese funzione di vaso-cratere),
rendendo impossibile il riconoscimento delle diverse funzioni. La stessa incertezza si registra a Vulci
per i dinoi in impasto, che ricorrono in sette corredi, ma mai in modo isolato, e per le olle biansate
su piede che per morfologia sembrano richiamare da vicino il cratere greco. Queste ultime sono di
solito associate ad altre olle e, in alcuni casi, a vasi destinati alla mescola / presentazione (quali le olle
globulari su piede e su alto piede e le tazze / kyathoi di grandi dimensioni su sostegno metallico).
Tuttavia, la loro ricorrenza isolata nella Tomba H di Marrucatello, anche se la sepoltura era violata,
potrebbe indicarne la destinazione primaria, ferma restando la possibilità di usi differenti.
Va infine ricordato il caso delle Tombe vulcenti G di Marrucatello e del Carro di Bronzo, nelle
quali la funzione di vaso per la mescola / presentazione potrebbe essere svolto anche da tazze / kyathoi
di grandi dimensioni su sostegno metallico, che richiamano le tazze / cratere su holmoi delle sepolture
latine, pur se la presenza in entrambi i contesti di altre forme utilizzabili come vasi cratere suggerisce
piuttosto la funzione complementare di vasi-presentatoio aggiuntivi (cfr. infra, paragrafo 6.1 e la
tabella alla Fig. 19). La presenza della forma è inoltre attestata in altri tredici corredi vulcenti, dove
però l’assenza degli eventuali sostegni, oltre alla compresenza di altri vasi compatibili con la funzione
di vaso per la mescola / presentazione, non permette di isolarne la funzione con certezza.
In sintesi, l’evidenza proposta permette alcune linee di lettura. Innanzitutto, l’assenza di forme
dedicate alla mescola / conservazione del vino anche in corredi intatti lascia ipotizzare che non tutti
i membri dei gruppi gentilizi godessero di questa prerogativa. Diversi livelli di complessità nelle
pratiche rituali sono inoltre percepibili dall’analisi dei corredi meno articolati, a partire, in quanto
intatti, da quelli della necropoli veiente della Vaccareccia, riconducibili forse a una differenza di rango
per i sepolti in tali tombe (conclusioni simili anche in BATINO 1998, p. 23).
Se in questi corredi più semplici emerge la tendenza all’adozione di uno o due vasi scarsamente
connotati, al contrario, si delinea una tendenza dei diversi centri, evidente soprattutto per Cerveteri
e Tarquinia, alla costante adozione degli stessi tipi di olle, diversi per ogni sito e generalmente di
produzione locale. Una minore rigidità sembra invece caratterizzare le pratiche rituali a Vulci, dove
i corredi più articolati mostrano una maggiore apertura all’adozione di forme diverse, anche di
tradizione allogena.
Dall’analisi delle associazioni sembra inoltre possibile escludere per alcuni tipi usi già ipotiz-
zati, quali le olle di impasto rosso biansate, quello di crateri sugli holmoi a bulle. Quest’ultima forma
è infatti associata, a Cerveteri, a olle con costolature a ferro di cavallo, mentre, per quanto finora
noto, non sembrano attestate in nessuno dei siti considerati olle biansate con sostegni52. La stessa
situazione, del resto, sembra verificabile per l’Agro Falisco, dove gli holmoi ricorrono di solito con
olle globulari (lisce o costolate), prive di anse53.

52
Come già rilevato, mentre a Tarquinia per questa fase non sembra sussistere il dubbio, poiché le uniche due olle
biansate sono in tombe prive di holmoi (Monterozzi, Tombe Cultrera 9 e Romanelli 83), a Vulci esiste un unico contesto in cui
un’olla biansata potrebbe essere associata a un holmos (Tomba LXXVI della Polledrara), dove però è presente almeno un’olla senza
anse decorata a rete, che sembra rappresentare in questo centro l’associazione abituale con i sostegni (cfr. infra). Per Cerveteri a
conclusioni simili sono giunta nell’ambito di uno studio sull’impasto rosso di Cerveteri, Veio e del Latium vetus, comprendente
anche contesti dell’Orientalizzante Medio, selezionati con gli stessi criteri utilizzati in questa sede (TEN KORTENAAR 2011).
53
Un’unica eccezione è costituita da un’olla costolata e biansata su sostegno dalla Tomba 48 di Monte Cerreto,
datata all’Orientalizzante Antico (BAGLIONE, DE LUCIA BROLLI 1998, p. 150, fig. 14; alla p. 152, nt. 84, si sottolinea però la
peculiarità del caso, in un territorio dove di norma i sostegni sono associati a olle prive di anse).

244
Al contrario, per alcune forme tradizionalmente correlate a usi specifici sembra possibile co-
gliere l’indicazione di impieghi differenti. Tale considerazione vale sia per i bacili, che già la letteratura
collega al banchetto in rapporto con il vino oltre che alla cottura delle carni, ma anche per forme
che la tradizione collega in primis alla conservazione del vino, come le anfore, per le quali invece
l’analisi qui presentata sembra indicare un possibile uso sia come vaso alternativo alle olle biansate
per contenere vino e / o acqua, sia come vaso presentatoio quando isolato nei corredi.
S.T.K.

5. Vasi per attingere/versare (Figg. 12-15)


Alla pratica di attingere ai contenitori per la mescola ad ampia imboccatura e versarne il
contenuto in vasi potori si ascrivono di solito l’oinochoe, la brocca, il boccale e l’attingitoio. Di
queste forme, alcune si adattano a entrambi gli usi (brocca, attingitoio, boccale), altre sono più utili
a versare (oinochoe). Le oinochoai, infatti, per dimensioni e articolazione del profilo, solo in rari casi
sembrerebbero impiegate per attingere, come suggerisce il rapporto proporzionale tra le imboccature
e le altezze degli esemplari noti con quelle dei vasi da mescola associati (Fig. 24, a).
Nei corredi presi in esame, le oinochoai sono presenti in quelli più complessi, a volte con più
di un esemplare per contesto, in tipi riferibili ai modelli protocorinzio (Oi; ALBERICI VARINI 1999,
p. 64, con discussione della bibliografia) e fenicio-cipriota (OiFC). Scarsamente attestate sono le
oinochoai in impasto e in impasto rosso caratterizzate da costolature accentuate (OiB).
In generale, se appare immediata l’identificazione della forma come vaso per versare, da diversi
autori è stato suggerito un rapporto con i sacrifici e con il rituale funerario (GRAS 1983, p. 1067;
BATINO 1998, p. 24).
La presenza dell’oinochoe nei corredi funerari è stata ad esempio associata all’aspersione delle
ceneri del defunto, secondo un rituale “omerizzante” suggerito in Il. XXIII, 236-254 (CAMPOREALE
1972, pp. 61-70; STRØM 1971, pp. 127-128; D’AGOSTINO 1977, p. 56; ALBERICI VARINI 1999, p.
20).
A Pithecusa tale uso sarebbe attestato dagli esemplari integri nelle tombe a incinerazione della
necropoli di San Montano, non inclusi nel corredo cremato con il defunto, ma deposti insieme ai
resti della pira funeraria (cfr., da ultimo, NIZZO 2007, p. 38, nt. 149)54.
Nei contesti esaminati, però, non si registra un rimando chiaro a suggestioni omeriche (per i
casi di Vulci già considerati, cfr. supra, paragrafo 4.1). È invece probabile che la diffusione della forma,
nelle sue declinazioni greca e orientale, esprima pratiche conviviali e manifestazioni di lusso “esotiche”,
con l’adozione di vasellame che nel contesto di origine era utilizzato per il consumo del vino (per la
brocca di tipo fenicio-cipriota nel mondo vicino-orientale, BERNARDINI 2005, pp. 9-10).
Alcune iscrizioni etrusche e falische apposte su oinochoai italo-geometriche e di impasto
consentono di identificare nella forma qutun/qutum/quton uno dei nomi del vaso, derivante, come
ipotizzato da G. Colonna, dal greco *kwqoı, ovvero un vaso potorio di proprietà personale, pertinente
in origine al vasellame di bordo. Il nome sarebbe stato trasmesso alla lingua etrusca al momento dei
primi contatti con genti elleniche e sostituito, solo in un momento più avanzato, da ulpaia e prucum.
Proprio prucum è chiaramente legato al nome greco, già presente in Omero, della brocca per versare
(procovoı) (COLONNA 1973-1974, pp. 140-143).
Gli esemplari in impasto a corpo costolato con bocca a filtro da Tarquinia, rimandano invece
a particolari pratiche alimentari, quale la preparazione del kykeon, bevanda a base di vino e formaggio
grattugiato: un esemplare proviene dalla Tomba 6337 dei Monterozzi (CATALDI 2001, p. 96, n. 1, fig.
117; HENCKEN 1968, p. 363, fig. 359); uno dalla Fossa 8 di Poggio Gallinaro (BRUNI 1995, p. 215,

54
NIZZO 2008, p. 146, nt. 121 rimanda alla lex regia numana citata in Plinio, N.H. XIV, 12, 88, relativa al divieto
di spegnere la pira con il vino, segno, secondo lo studioso, di una resistenza alla diffusione di rituali allogeni.

245
Fig. 12 – Vasi per versare e / o at-
tingere, Veio. I campi con sfondo
grigio corrispondono alle sepolture
integre. IC = Inquadramento crono-
logico; ND = Numero deposizioni;
SD = Sesso defunto / i. OA = Orien-
talizzante Antico (generico); OA1 =
725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.;
OA3 = 700-675 a.C. Oi = Oinochoai
a bocca trilobata; OiFC = Oinochoai
di tipo fenicio-cipriota; Tk = Tazze-
kyathoi; At = Attingitoi.

Fig. 13 – Vasi per versare e / o attingere, Cerveteri. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC =
Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico);
OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Oi = Oinochoai a bocca trilobata; OiFC = Oinochoai di tipo
fenicio-cipriota; OiB = Oinochoai a corpo baccellato o costolato; OiA = Oinochoai askoidi; Tk = Tazze-kyathoi; At = Attingitoi;
Bo = Boccali; Br = Brocche. Cp = camera principale; ld = loculo destro; cd = camera destra.

n. 239; RIDGWAY 1998, pp. 312-314); un terzo dalla «Tomba con brocca costolata» dei Monterozzi,
espunta però dal campione ma visibile alla Tav. VIII, 955.
Per le brocche (Br), gli attingitoi (At) e i boccali (Bo), ascrivibili al repertorio morfologico
locale, è plausibile ipotizzare che le prime servissero ad attingere e versare in modo indistinto, anche
per le dimensioni ridotte; gli attingitoi e i boccali, invece, potevano essere usati per raccogliere il

55
Per il kykeion: Il. XI, 628-643. L’aggiunta di sostanze aromatiche al vino può essere testimoniata, nell’ambito del
campione esaminato, dalla presenza di una tripod-bowl in pietra nella Tomba della Capanna (RICCI 1955, col. 352), utile
probabilmente a triturare essenze, secondo una pratica introdotta dal mondo orientale (BOTTO 2006, pp. 15-17).

246
Fig. 14 – Vasi per versare e / o attingere, Tarquinia. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC =
Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico);
OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Oi = Oinochoai a bocca trilobata; OiFC = Oinochoai di tipo
fenicio-cipriota; Oi3 = Oinochoai a tre colli in impasto; OiB = Oinochoai a corpo baccellato o costolato; Tk = Tazze-kyathoi;
At = Attingitoi; Br = Brocche. Fi = forma incerta.

vino dai vasi della mescola, meno facilmente per versare: il labbro diritto o rientrante della maggior
parte degli esemplari presi in considerazione può infatti risultare un ostacolo a tale pratica. È invece
probabile che, come le tazze / kyathoi (Tk), questi avessero anche un uso alternativo quali vasi potori
(cfr. supra, paragrafo 3.2).
L’analisi dei contesti suggerisce che le forme qui prese in esame non ricorrano in maniera
costante e, in molti casi, siano assenti. Se tale mancanza può essere attribuita a spoliazioni antiche e
recenti subite da molti dei corredi funerari, è significativo che nell’ambito delle tombe integre della
Vaccareccia di Veio il gruppo delle oinochoai, brocche, attingitoi e boccali sia presente solo in cinque
contesti su quattordici (Tombe VII, IX, X, XI, XX; Fig. 12).
Così, per Vulci, delle undici tombe non violate, sette ne risultano prive (Tombe E / 1996 e G di
Marrucatello, Tomba del Carro di Bronzo, Tombe XCVI, XCVII, XCVIII, CXIV della Cuccumella),
come tredici delle trentadue sepolture violate o di incerta conservazione (Fig. 15).
A Tarquinia, invece, nell’ambito delle cinque tombe integre note, solo la 6134 e la Tomba
Rispoli 14 / 2 / 1888 dei Monterozzi non ne contenevano e, prendendo in considerazione anche quelle
violate, sembra che le forme specifiche per versare siano più attestate e si distribuiscano in modo
diffuso (Fig. 14). La stessa tendenza sembra riscontrarsi per Cerveteri, dove tali forme mancano solo
nella Tomba 78 della Banditaccia56.
A tale proposito, se è possibile che per attingere e versare fossero impiegati strumenti in mate-
riale deperibile o metallici (che mancano però nelle sepolture integre), tra le forme meno connotate, la
tazza / kyathos, di solito ascritta ai vasi potori, sembra meglio adattabile a un uso variabile. In rapporto

56
Il corredo della Tomba Rispoli non includeva neanche le tazze / kyathoi, pertanto non è stato inserito nella tabella
alla Fig. 8. Per le tombe ceriti prive di oinochoai, brocche ecc., ma con tazze / kyathoi, cfr. supra, paragrafo 4.2.

247
Fig. 15 – Vasi per versare e / o attingere, Vulci. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inqua-
dramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 =
725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Oi = Oinochoai a bocca trilobata; Tk = Tazze-kyathoi; At = Attingitoi;
Bo = Boccali; Br = Brocche; OcB = Olle con collo a bottiglia.

alle imboccature dei vasi per la mescola, essa risulta infatti ancora più utile rispetto a forme a profilo
slanciato e collo stretto (oinochoai, brocche) o anche ai boccali, con labbro ampio e ventre ovoide.
Includendo, quindi, la tazza / kyathos nell’ambito delle forme per attingere / versare, si verifica come
essa sia presente con uno o più esemplari in quasi tutti i corredi presi in considerazione: se ne può
quindi ipotizzare un uso ampio e diversificato, legato anche alla sua alta antichità (come evidenziato
da M. Torelli riguardo alle tazze ad ansa bifora dell’età del Ferro: TORELLI 2000, pp. 93-95; cfr. quanto
già accennato circa i casi di Crustumerium e di Poggio del Telegrafo a Populonia).

248
Anche in questo caso si potrebbe attribuire la maggiore complessità delle presenze di vasi
attingitoi / versatoi al differente rango dei defunti. A una quota cronologica alta nell’ambito del-
l’Orientalizzante, il ricorso frequente a una forma “tradizionale” e adattabile a varie funzioni come
la tazza / kyathos risulta più diffuso a Veio e Vulci. In sepolture di rango molto elevato di questi stessi
centri e a Cerveteri e Tarquinia, invece, le varie funzioni connesse ai versatoi / attingitoi potevano
essere diversificate tramite il ricorso a più forme, adottate da repertori ceramici non locali.
Passando ad analizzare la distribuzione del vasellame fin qui citato nel suo complesso, non sono
state isolate occorrenze o associazioni sistematiche, anche se un carattere ricorrente sembra essere la
presenza, all’interno di pressoché tutti i contesti, di almeno una forma adoperata per attingere / versare,
con un alto grado di sostituibilità.
A Veio tale tendenza è più evidente, per quanto il numero dei contesti a disposizione sia
inferiore rispetto agli altri centri. Laddove la tazza / kyathos (in uno o più esemplari) non rappresenti
l’unica forma utilizzabile, per ogni tomba è attestato un solo esemplare di vaso per attingere / versare,
raramente due, con una maggiore frequenza degli attingitoi rispetto alle oinochoai (gli attingitoi sono
associati a tazze / kyathoi nei contesti integri delle Tombe Vaccareccia VII e XX, nella Tomba 871
di Casale del Fosso e nella Tomba 7 di Macchia della Comunità; le oinochai sono isolate solo nella
Tomba XI della Vaccareccia, mentre sono associate con tazze / kyathoi e attingitoi nelle Tombe IX e
X della stessa necropoli). Per le oinochoai, poi, si rileva un’alternanza dei tipi derivati dal repertorio
protocorinzio e fenicio-cipriota, che ne suggerisce un utilizzo omologo.
A Cerveteri l’unico contesto nel quale è evidente la tendenza all’accumulazione delle forme per
attingere / versare è la Tomba della Capanna, che si distingue dalle altre per la tipologia architettonica
monumentale e per numero di deposizioni. È quindi probabile, data l’alta concentrazione di tazze,
boccali e attingitoi dal loculo destro, una destinazione dei vasi a comporre un set per attingere e bere
da distribuire in modo simbolico ai commensali del banchetto funebre (RICCI 1955, coll. 356-360,
nn. 11, 16, 33, 36-38, 40-41, 43-44, 47, 56-58, 63-66).
Le oinochoai, una di tipo protocorinzio per la camera principale, una di tipo fenicio-cipriota
per il loculo destro (in frammenti) e una in impasto a corpo costolato, non consentono valutazioni
puntuali (RICCI 1955, col. 351, n. 21; col. 360, n. 69; col. 355, n. 4).
L’alternanza dei tipi protocorinzio e fenicio-cipriota, già ipotizzata per Veio, potrebbe suggerire
che i due modelli fossero destinati alla stessa funzione, anche se le condizioni di giacitura e rinvenimento
dei materiali dalla Tomba della Capanna inducono a valutare con estrema prudenza la posizione degli
elementi del corredo. Nelle altre tombe ceriti, quasi tutte in realtà pesantemente violate, è attestato un
solo tipo di oinochoe per contesto (nella Tomba 79 della Banditaccia ai due più frequenti si sostituisce
quello a profilo asimmetrico, OiA, in due esemplari: RICCI 1955, coll. 502-503, nn. 7, 9).
Laddove manchi l’oinochoe, la sostituibilità sembra confermata dalla presenza delle tazze e
degli attingitoi. In molti casi, come già accennato, la ricorrenza di più forme per attingere e versare
anche in un numero di esemplari superiori all’unità, suggerisce una tendenza all’accumulazione volta
a rappresentare il rango dei defunti. Una ancora maggiore propensione ad associare nei corredi fune-
rari varie forme tra quelle per attingere e versare si rileva dunque a Tarquinia, dove per le oinochoai
si verifica una tendenza ad accumulare più esemplari nei singoli contesti57. Se nella Tomba 6337 dei
Monterozzi (integra) l’occorrenza di due oinochoai di tipo protocorinzio, una fenicio-cipriota e una
a corpo costolato58, può essere riferita alle due deposizioni, lo stesso fenomeno è attestato anche per
altre sepolture singole (per la Tomba 6337: CATALDI 2001, p. 96, fig. 118, nn. 2, 25; la Fossa 8 di
Poggio Gallinaro, con sei esemplari di tipo protocorinzio e uno a corpo costolato: HENCKEN 1968,
pp. 349-350, fig. 346, d; per la Tomba di Bocchoris con tre esemplari, uno di tipo protocorinzio,
uno a corpo costolato e uno del tipo isolato a tre colli, Oi3: HENCKEN 1968, p. 368, fig. 362, a-b).

57
Per i dubbi circa l’identificazione di un esemplare dalla Tomba del Guerriero con un’oinochoe di tipo fenicio-cipriota
(accolta in questa sede: Tav. VIII, n. 4): HENCKEN 1968, p. 213, fig. 194, b.
58
Nella descrizione del corredo è ricordato un altro esemplare, ma senza riferimento al tipo.

249
Le tazze, gli attingitoi e le brocche integrano questo quadro, anche con un numero di esemplari
superiore all’unità, pur non rappresentando con la regolarità verificata per le tazze negli altri centri un
elemento di sostituzione costante (solo nei casi delle Tombe Cultrera 9 e 19, della «Fossa del Tripode
Bronzeo», della Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina e della Tomba 1 di Poggio Cretoncini la
tazza / kyathos è l’unica forma per attingere / versare attestata, così come nelle Tombe Cultrera 35 e
2879 dei Monterozzi è presente un solo attingitoio per contesto, ma si tratta comunque di sepolture
soggette a pesanti violazioni).
Nel caso di Vulci, infine, le oinochoai ricorrono in un numero inferiore di unità non solo
rispetto alle tazze / kyathoi, ma anche agli attingitoi, ai quali sono spesso associate. Le tombe integre
in cui ricorrono le oinochoai in associazione alle tazze / kyathoi sono la LXXVII e LXXVIII della
Polledrara; quelle violate sono la Tomba 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma, la C (ex B) di Mandrione
di Cavalupo, la Tomba recupero 1964 di Poggio Mengarelli e la Tomba LVI della Polledrara. Le
sepolture integre in cui l’attingitoio ricorre isolato sono le Tombe LXXVII e LXXVIII della Polledrara
e la XCIX della Cuccumella.
Non è invece infrequente il ricorso a più di una forma per attingere / versare, a sottolineare
una maggiore articolazione del rituale legato all’assunzione del vino.
Se, come già accennato, molte delle tombe integre presentavano solo una forma tra quelle
esaminate in questo paragrafo, numerose tombe violate sembrano seguire la tendenza all’accumula-
zione già segnalata per Tarquinia. Si tratta delle Tombe 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma; A, B (ex C)
e C (ex B) di Mandrione di Cavalupo; della Tomba dono 1955 dell’Osteria; delle XXXVIII e XLIII
della Polledrara e delle Tombe Philadelphia 25 e 51.
Ancora a Vulci, infine, si registra la presenza di due esemplari di olle con collo a bottiglia (OcB)
dalle Tombe 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma e C (ex B) di Mandrione di Cavalupo, che risultano
associate a oinochoai di tipo protocorinzio e ad altri vasi per versare / attingere (MORETTI SGUBINI
2001, pp. 190-191, n. III.B.1.5; LA ROCCA 1978, pp. 485-486, con bibliografia sulla forma e la sua
distribuzione).
Questa forma, isolata per quanto riguarda i contesti presi in esame, non sembra funzionale
ad attingere da vasi per la mescola, mentre potrebbe essere utile per versare sostanze diverse dal vino
(forse essenze aggiuntive, a meno di non ipotizzarne un uso come contenitore di acqua per le lustra-
zioni), se non semplicemente per conservare.

6. Vasi potori (Figg. 16-19)


6.1 FORME: CARATTERI, FUNZIONE E ORIGINE
Le forme potorie ricorrono con maggiore frequenza rispetto agli altri insiemi funzionali finora
analizzati (mescola/presentazione/conservazione, attingere/versare). L’unico contesto integro in cui non
sono attestate, infatti, è la Tomba XXIV della Vaccareccia a Veio, non inserita però nel campione
esaminato, essendo il suo corredo composto esclusivamente da oggetti di ornamento personale. Per
gli altri centri, solo le tombe violate non hanno restituito recipienti di questo tipo: è quindi probabile
che la loro assenza sia dovuta a spoliazioni59.
L’analisi quantitativa e funzionale dei vasi potori suggerisce numerosi spunti di riflessione, dalla
destinazione di alcune forme a specifici momenti della pratica conviviale, alla loro origine (locale o
allogena), alla predilezione riscontrabile nei vari centri verso una forma o l’altra, fino alla complessità
delle associazioni tra le forme e alla loro interscambiabilità.

59
Cerveteri: Tomba 305 del Laghetto II. Tarquinia: Tombe «con olla globulare di impasto rosso», «con grande spillone
in bronzo», Tomba Cultrera 23, «Fossa con 21 fibule» della necropoli dei Monterozzi, e Tomba LIX della necropoli delle Rose,
per la quale, però, cfr. paragrafo 2.1.1. Vulci: Tombe recupero 1964 di Poggio Mengarelli, recupero 1963 Gruppo Menghini,
C (ex B) di Mandrione di Cavalupo e LVI della Polledrara (cfr. l’elenco dei contesti, supra, paragrafo 2.1.1).

250
Fig. 16 – Vasi potori, Veio. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico;
ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 =
710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Tk = Tazze-kyathoi; Oc = Ollette carenate; At = Attingitoi; Ca = Calici; CoP = Coppe
italo-geometriche ad orlo piatto; CeP = Coppette emisferiche su piede; C3P = Coppette a tre piedi; KaN = Kantharoi con
anse annodate; C2-4 = Coppe bi- e tetransate; TkG = Tazze-kyathoi di grandi dimensioni; C2-4P = Coppe bi- e tetransate su
alto piede; ScP = Scodelle su alto piede; Sk = Skyphoi; Ko = Kotylai; CeE = Coppe emisferiche di tipo orientale; Cba = Coppe
baccellate; Pa = Patere metalliche baccellate.

Un dato già emerso nel paragrafo precedente è la costante presenza delle tazze / kyathoi (Tk)
in quasi tutti i corredi, in numero tendenzialmente superiore a quello di altri vasi potori. Se è possi-
bile che tale fenomeno sia legato all’adattabilità della forma, è altresì probabile che la sua iterazione
rappresenti anche solo simbolicamente il vasellame da banchetto distribuito ai partecipanti alla
cerimonia funebre.
Nella gestualità di attingere/versare/bere indiziata dalla tazza / kyathos, si può quindi leggere
il fulcro simbolico del convivio dei membri della gens, che rimanda probabilmente alla più antica
pratica del bere se, come ipotizzato da M. Torelli, è proprio la tazza con ansa bifora uno dei vasi
utilizzati già dall’età del Bronzo Finale a tale scopo (TORELLI 2000, p. 93).
A Vulci, ad esempio, nella Tomba 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma (con deposizione singola
femminile), il cratere è accompagnato da dodici tazze, così nella Tomba LXXI della Polledrara il
dinos è associato a sette esemplari (per la prima: MORETTI SGUBINI 2001, nn. III.B.1. 34-43; per la
seconda: GSELL 1891, p. 164, nn. 4, 6-11).
Più genericamente, per gran parte dei casi in esame si verifica la ricorrenza di un numero
abbastanza elevato di esemplari con contenitori per la mescola, che segnala il ruolo del defunto come
distributore di vino.
Rispetto alla tazza / kyathos, il kantharos (Ka), di più recente affermazione nel repertorio mor-
fologico della ceramica da mensa, presenta caratteri di maggiore specializzazione ergonomica. La
duplicazione delle anse ne limita la versatilità negli usi, ma ne accentua la connotazione conviviale di
contenitore del vino passato da un commensale all’altro. Al proposito, è utile ricordare quanto sugge-
rito da M. Gras circa tale forma, che sarebbe destinata a «muoversi in uno spazio orizzontale», appunto
nell’ambito del banchetto (GRAS 1984, p. 329; GRAS 2000, p. 18; ALBERICI VARINI 1999, p. 35).
Secondo S. Batino, almeno dall’Orientalizzante Recente a Cerveteri il kantharos sarebbe
prevalentemente attestato in tombe maschili e potrebbe quindi rappresentare l’indicatore del ruolo
di simposiarca per l’uomo. In questo senso, la studiosa suggerisce di leggere nella sua diffusione
un’opposizione «etrusca» a quella «greca» della kylix, come altre forme sarebbero destinate a specifiche
categorie di utenti, ad esempio il kantharos e la kylix agli uomini, lo skyphos e la kotyle alle donne
(BATINO 1998, p. 28).
Nell’ambito del campione qui esaminato, però, i kantharoi sembrano distribuiti indiffe-
rentemente nelle sepolture maschili e in quelle femminili, qualora l’identificazione del sesso dei

251
252
Fig. 17 – Vasi potori, Cerveteri. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i.
OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Tk = Tazze-kyathoi; Oc = Ollette carenate; At = Attingitoi; Bo = Boccali; Br
= Brocche; Ca = Calici; CeP = Coppette emisferiche su piede; C3P = Coppette a tre piedi; Ka = Kantharoi; KaN = Kantharoi con anse annodate; C2-4 = Coppe bi- e tetransate; TkG =
Tazze-kyathoi di grandi dimensioni; C2-4P = Coppe bi- e tetransate su alto piede; CoPG = Coppe emisferiche su piede di grandi dimensioni; KaG = Kantharoi di grandi dimensioni;
Sk = Skyphoi; Ko = Kotylai; Ky = Kylikes. Fi = forma incerta.
Fig. 18 – Vasi potori, Tarquinia. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento crono-
logico; ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2
= 710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Tk = Tazze-kyathoi; Oc = Ollette carenate; At = Attingitoi; Br = Brocche; Ca = Calici;
CoP = Coppe italo-geometriche ad orlo piatto; Ka = Kantharoi; KaN = Kantharoi con anse annodate; C2-4 = Coppe bi- e
tetransate; KaG = Kantharoi di grandi dimensioni; KaP = Kantharoi su alto piede; Sk = Skyphoi; Ko = Kotylai; CeE = Coppe
emisferiche di tipo orientale; Cl = Coppe lignee; Pa = Patere metalliche baccellate. Fi = forma incerta.

defunti proposta nella letteratura archeologica per i contesti presi in esame risulti corretta. A Veio
l’unico esemplare di kantharos (se pure nel tipo con anse annodate) è attestato nella Tomba X della
Vaccareccia (femminile). A Cerveteri, dei sei contesti in cui la forma è presente (uno dei quali, la
Tomba 66 del Laghetto I, nel tipo con anse annodate), solo per la Tomba 66 della Banditaccia è stato
possibile attribuire (in modo dubitativo) la sepoltura a un elemento di sesso maschile. A Tarquinia,
per diciotto contesti in cui siano stati rinvenuti kantharoi (dei quali tre nel tipo con anse annodate
e uno su alto piede), quelli di pertinenza maschile sono due (nelle Tombe del Guerriero, Cultrera
10 dei Monterozzi, cui si aggiunge il caso incerto della Tomba M12), e quattro quelli di pertinenza
femminile (nelle Tombe di Bocchoris e 2879 dei Monterozzi; nella Fossa 8 di Poggio Gallinaro
e nella Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina); per gli esemplari con anse annodate, solo per la
Tomba 1 di Poggio Cretoncini è stato possibile individuare il sesso del defunto, e allo stesso modo
l’unico esempio di kantharos su alto piede si registra in una tomba maschile (la 6337 dei Monteroz-
zi). A Vulci, infine, su undici contesti solo la Tomba XCVIII della Cuccumella è identificabile con
probabilità come maschile, mentre tutti gli altri in cui la forma è presente sembrano di pertinenza
femminile (Tombe G di Marrucatello, LXXVII e LVIII della Polledrara, 49 dell’Osteria, C (ex B)
di Mandrione di Cavalupo; Tomba Philadelphia 51; nella Tomba LXXV della Polledrara è presente
un esemplare con anse annodate).
Abbastanza diffuso è poi il calice carenato su piede (Ca). La sua appartenenza alle forme
potorie è avallata anche dalle caratteristiche ergonomiche (SALSKOV ROBERTS 1988, pp. 73-74): la
vasca ampia, il labbro diritto o lievemente svasato e il piede rilevato ne suggeriscono un uso come
forma adatta a bere e ad essere presentata, muovendosi, contrariamente al kantharos, in uno spazio
verticale. In questo senso, il calice è stato spesso riferito a forme di offerta cerimoniale del vino,
nell’ambito di banchetti o di libagioni rituali. A tale identificazione contribuirebbe, secondo G.
Colonna, l’etimologia del nome del vaso, attestato da iscrizioni etrusche apposte su esemplari di
impasto o bucchero, ovvero qafna / qahna / tapina, qapna, derivante da un calco latino *dapnom,

253
Fig. 19 – Vasi potori, Vulci. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico;
ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 =
710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. Oc = Ollette carenate; Tk = Tazze-kyathoi; At = Attingitoi; Bo = Boccali; Br = Brocche;
Ca = Calici; CeP = Coppette emisferiche su piede; Ka = Kantharoi; KaN = Kantharoi con anse annodate; C2-4 = Coppe
bi- e tetransate; TkG = Tazze-kyathoi di grandi dimensioni; ScP = Calici su alto piede di impasto; KaG = Kantharoi di grandi
dimensioni; Sk = Skyphoi; Ko = Kotylai; Ky = Kylikes; CeE = Coppe emisferiche di tipo orientale; Cba = Coppe baccellate; Pa
= Patere metalliche baccellate.

ovvero «spesa», «dono di prestigio» (COLONNA 1973-1974, pp. 133-134, nn. 1-3; COLONNA 1984;
MARTELLI 1984, p. 49; BATINO 1998, p. 28).
Il calice, quindi – o almeno gli esemplari identificati direttamente dall’iscrizione qafna –,
sembra connotato dal valore aggiunto di vaso rituale, forse destinato all’offerta del vino a figure di
rilievo tra i partecipanti al banchetto o (anche) alla divinità.
Un’iscrizione apposta su un calice adespota conservato a Stoccolma, edita da M. Martelli,
conferma l’associazione della forma con il consumo della bevanda. Il testo (hiziχanaceraquvupivis
qinasqahna) pone infatti in stretta relazione proprio il nome “rituale” (qahna) con quello dell’ol-
la / contenitore del vino (qina; cfr. paragrafo 4.2), precisandone la complementarietà. Al proposito,
data anche la posizione dell’iscrizione (sul fondo della vasca e capovolta rispetto all’orlo), M. Mar-
telli suggerisce che il calice fungesse da vaso potorio e da coperchio dell’olla globulare. La studiosa
registra inoltre la ricorrenza delle iscrizioni qafna con nomi maschili e ipotizza quindi una maggiore
(o esclusiva) accessibilità al consumo e alla manipolazione del vino da parte degli uomini, mentre le
donne avrebbero svolto il ruolo di distributrici della bevanda nelle occasioni conviviali (MARTELLI
1984, pp. 49-52).
A tale riguardo, l’analisi della distribuzione degli esemplari nel campione qui presentato per
i corredi dei quali sia riconoscibile il genere di pertinenza, evidenzia per Veio un addensamento dei
calici in tombe femminili (Tombe VI, VII, VIII, IX, X, XIV, XXI della Vaccareccia; Tomba B di Monte
Michele), a fronte di un solo contesto riconoscibile come maschile (Tomba V della Vaccareccia). Anche

254
a Cerveteri, per un numero molto alto di ricorrenze (venticinque), l’unica tomba possibilmente ma-
schile nella quale sia presente un calice è la 66 della Banditaccia: di quelle femminili, cinque contesti
hanno restituito calici (la 79 della Banditaccia, la 153 del Laghetto I60, la 245 del Laghetto II, la 21 del
Sorbo e la Tomba II di Casaletti di Ceri). A Tarquinia, su cinque contesti in cui la forma è attestata,
uno risulta maschile (la Tomba 1 di Poggio Cretoncini) e due femminili (la Tomba di Bocchoris dei
Monterozzi e la XLIV delle Rose). A Vulci, infine, i calici sono presenti solo in due tombe il cui genere
sia riconoscibile come femminile (la LXXVII e la LVIII della Polledrara), per un totale di tre contesti
di rinvenimento. Come per altri indicatori di rango, è possibile comunque che oggetti di specifica
pertinenza maschile siano deposti in corredi femminili per segnalare la rilevanza delle defunte. Allo
stesso modo, si può ipotizzare che il vocabolo qafna / qahna identificasse la funzione dei calici in rela-
zione a pratiche cerimoniali gestite dagli uomini (come già avanzato per altre forme).
Di recente, F. Roncalli analizzando l’esemplare iscritto da Colle del Giglio a Magliano Sabina,
ha ribadito come il calice vada identificato quale strumento «potorio» per eccellenza, destinato allo
scambio cerimoniale tra i commensali, fungendo peraltro anche da coperchio in associazione con
l’olla, come indicherebbe appunto la posizione generalmente rovesciata delle iscrizioni apposte sugli
esemplari di tale forma (RONCALLI 2008, pp. 44-45).
La complementarietà del calice e dell’olla globulare sembra altresì confermata dal rinvenimento
nell’abitato di Piazza d’Armi (Veio) di un’olla di impasto rosso, deposta intenzionalmente in un taglio
nel banco geologico a segnare l’avvio della fase edilizia corrispondente all’impianto regolare del sito
(seconda metà del VII secolo a.C.), contenente un calice di impasto bruno su piede ad anello, proba-
bilmente rotto intenzionalmente e conservato per metà (cfr. supra, paragrafo 1; ACCONCIA 2001).
Discordante al riguardo è invece l’opinione di M. Torelli, che attribuisce al calice il compi-
to di contenere cibi solidi. Lo studioso sottolinea l’etimologia del nome qapna dal latino dapes e
ne identifica la funzione sulla base di alcune tazze su alto piede dalla Tomba 85 di Verucchio, che
conservavano resti di cibo al momento della scoperta (TORELLI 2000, p. 99, nt. 37, con riferimento
a GENTILI 1988; cfr. anche G.V. Gentili, in BOLOGNA 2000, p. 367, nn. 534-538; GENTILI 2003,
pp. 284-285).
Gli esemplari da Verucchio, però, non sembrano assimilabili puntualmente ai calici a vasca
carenata qui presi in considerazione: essi presentano infatti vasca troncoconica e labbro rientrante
che li avvicinano alla morfologia della scodella su piede. In questo senso, la loro identificazione come
contenitori di cibi solidi risulta puntuale, così come l’associazione degli esemplari con i coperchi
potrebbe suggerire anche un uso come recipienti per cibi semiliquidi, da conservare caldi.
A tale proposito, le offerte di nocciole, fichi, carne ecc., sono attestate anche in altri contesti
funerari del periodo Orientalizzante, ma non sembrano collegate con regolarità a recipienti utilizzati
per il loro consumo (per una sintesi, SCIACCA 2005, p. 436, nt. 926).
Se, ad esempio, è possibile che i piattelli su piede della Tomba Moroni 26 di Verucchio (nei
quali erano conservate nocciole: VON ELES 1995), fossero contenitori di cibi e non di liquidi (dato
il profilo con labbro svasato, poco utile a bere, come sottolineato in VON ELES 2002, p. 42, per gli
esemplari della Tomba 89), è invece probabile che la coppa emisferica dalla Fossa II del Circolo del
Monile d’Argento di Vetulonia fosse normalmente impiegata come vaso potorio (anch’essa contenente
nocciole: SCIACCA 2005, nt. 926).
Un utilizzo analogo a quello del calice potrebbe aver avuto la coppetta a vasca emisferica su
piede (CeP), realizzata sia in impasto che in ceramica italo-geometrica (con la variante a tre piedi
attestata a Veio, nella Tomba B di Monte Michele: CRISTOFANI 1969, p. 24, n. 21, fig. 5, e a Cerve-
teri nella Tomba della Capanna, C3P: RICCI 1955, camera principale, col. 351, n. 21, loculo destro,
col. 356, n. 5).
Forme più genericamente connotate, che possono aver svolto varie funzioni, sono i boccali
(Bo; BIETTI SESTIERI 1992, p. 274), gli attingitoi (At) o le ollette carenate (Oc).

60
L’identificazione di questa sepoltura come femminile è dubbia, cfr. supra, paragrafo 2.1.1.

255
È infine dubbia l’attribuzione ai vasi potori delle coppe a vasca emisferica o sagomata e labbro
piatto (CoP) che, per l’articolazione del profilo, sembrano più adatte a contenere cibi solidi o semi-
liquidi, venendosi quindi ad assimilare alle scodelle (BIETTI SESTIERI 1992, p. 342).
Tale forma è presente, insieme ad altri vasi potori, in un esemplare nella Tomba VIII della
Vaccareccia a Veio (PALM 1952, n. 10), nella Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina, nella Tomba
XLIV delle Rose (con prese forate) e nella Tomba Rispoli del 14 / 2 / 1888 di Tarquinia.
Allo stesso modo, per le coppe italo-geometriche bugnate (forma 187: RICCI 1955; Tav. XIV,
6), poco adatte all’uso potorio, l’associazione con anfore da mensa in due dei tre casi qui presi in
esame, ne suggerisce piuttosto l’impiego come coperchi (tre esemplari per un’anfora nella Tomba 179
della Bufolareccia: COLONNA 1970, nn. 1-3; e uno per un’anfora nella Tomba 2006 della Banditaccia:
RIZZO 1990, p. 21, fig. 23; per l’ipotesi, cfr. già SARTORI 2002, p. 32)61.
In realtà tale ipotesi potrebbe confliggere con la presenza di un esemplare di coppa biansata
su alto piede con bugne dalla Tomba I di Macchia della Comunità (ADRIANI 1930, p. 49, tav. IA),
che potrebbe rappresentare quindi una variante “presentatoio” delle coppe italo-geometriche bugnate
su basso piede, suggerendone anche un uso come vasi potori.
Come si è visto, forme aperte di grandi dimensioni, spesso varianti dimensionali di tipi più
diffusi, possono essere impiegate come vasi potori e come vasi per la mescola e la presentazione.
Tra queste, si segnalano alcune tazze / kyathoi (TkG), attestate insieme a esemplari di piccole
dimensioni a Vulci, a Veio e a Cerveteri, venendo probabilmente a svolgere la funzione di vaso-pre-
sentatoio per la mescola, così come è stato ipotizzato per le tazze-cratere laziali (PALM 1952, nn. 3 e 2;
DRAGO TROCCOLI 2005, p. 90, fig. 2, n. 3; p. 108, fig. 20, n. 1; COLONNA 1970, nt. 78, fig. 14).
Ad avallare l’ipotesi si pone il rinvenimento, nella Tomba del Carro di Bronzo e nella Tomba
G di Marrucatello a Vulci, di esemplari di questa forma posti ancora su sostegno-tripode a fascia al
momento della scoperta, circostanza che ne suggerisce una posizione preminente nel set da banchetto
(SGUBINI MORETTI 1997, p. 143; MORETTI SGUBINI, RICCIARDI 2001, p. 201).
La stessa associazione tra tazze / kyathoi di grandi dimensioni e sostegni (tripod-bowls metalli-
che) è attestata, seppure non in connessione diretta, per altre tombe vulcenti (ad esempio le Tombe
XXXVIII, LVII e LVIII della Polledrara, sebbene nel caso della XXXVIII i due sostegni siano stati
attribuiti anche alle due patere baccellate, cfr. infra).
Analoga destinazione potevano avere le coppe a vasca emisferica di grandi dimensioni su piede,
diffuse soprattutto in area cerite (CoPG; Fig. 17), alle quali si può assimilare un esemplare di coppa a
vasca emisferica in impasto su piede, fornita di quattro piccole anse dalla Tomba I di Macchia della
Comunità a Veio (ADRIANI 1930, pp. 48-49, fig. 1a)62; i kantharoi di grandi dimensioni (KaG) e,
probabilmente, come varianti dimensionali del calice, le scodelle con labbro diritto ad ampia vasca
e piede molto rilevato, fornite a volte di anse oblique o verticali, attestate a Veio (ScP; Vaccareccia,
Tomba VI: PALM 1952, n. 8; Macchia della Comunità, Tomba I: ADRIANI 1930, p. 49, fig. 1b;
Tomba B di Monte Michele: CRISTOFANI 1969, p. 20, n. 6; Tomba 872 di Casale del Fosso: DRAGO
TROCCOLI 2005, p. 90, fig. 3.1).
Le coppe bi- e tetransate su piede di impasto (C2-4P), invece, non sembrano assimilabili per
dimensioni a vasi “presentatoio” e potrebbero rappresentare quindi solo una variante (vicina al calice
per articolazione del profilo) di forme aperte su basso piede o fondo piano (C2-4).
Le prime sono attestate a Veio, necropoli della Vaccareccia (PALM 1952, Tomba IV n. 6, Tomba
IX n. 8, Tomba XX n. 4, Tomba XXII n. 2); a Macchia della Comunità (Tomba I: ADRIANI 1930, p. 49,
tav. IA). A Cerveteri, nel Tumulo XXIV sull’Altipiano (RIZZO 1990, pp. 28-29, fig. 47); al Laghetto II,
Tomba 245 (CAVAGNARO VANONI 1966, p. 201, n. 6, tav. 25); al Laghetto I, Tomba 150 (CAVAGNARO
VANONI 1966, p. 113, n. 1, tav. 32); al Sorbo, Tomba 332 (POHL 1972, pp. 276-277, n. 2, fig. 27).

61
Nel terzo contesto esaminato, ovvero la camera laterale del Tumulo della Nave, la combinazione non è verificabile,
ma si tratta comunque di una tomba violata (RIZZO 1985, p. 92, n. 5).
62
L’esemplare nella tabella alla Fig. 10 è stato comunque inserito nella categoria C2-4P (coppe su piede bi- e tetransate).

256
Le seconde, invece, sono presenti a Veio, nella necropoli della Vaccareccia, Tomba VIII (PALM
1952, n. 7); a Cerveteri, al Laghetto I, Tomba 65 e Tomba 66 (CAVAGNARO VANONI 1966, pp. 91-
92, n. 5, tav. 6 e n. 3).
Le forme di diretta ispirazione allogena (greca, ma anche orientale) ricorrono sia come im-
portazioni che nelle imitazioni in ceramica italo-geometrica, in impasto e in metallo.
Tra i vasi potori ispirati al repertorio morfo-tipologico greco non si registra una distribu-
zione chiaramente ascrivibile a un impiego diversificato e codificato di kotylai (Ko) e skyphoi (Sk, ai
quali si possono assimilare i rari esemplari di kylikes, Ky): tali forme sembrano infatti corrispondere
genericamente all’uso di poteria e all’indistinta indicazione di depas riportata dai testi omerici (cfr.
supra, paragrafo 2.1.3).
Per gli skyphoi «tipo Thapsos», ricorrenti nel mondo greco e coloniale in alcune varianti
dimensionali, è stato ipotizzato che fossero in origine utilizzati per bere e assumere cibi semiliquidi
(come la maza, ricordata dalle fonti: PELAGATTI 1982; COLONNA 1990, p. 30; GRAS 2000, p. 19;
BARTOLONI 2002, p. 67).
Analogamente, A.M. Bietti Sestieri ha ipotizzato che la kotyle, derivata dal repertorio protoco-
rinzio, nell’area mediotirrenica abbia mutato funzione, da vaso indistintamente adoperato per bere e
mangiare a vaso “esotico” esclusivamente potorio (BIETTI SESTIERI 1992, p. 339, definita kylix; sulla
forma, BATINO 1998, p. 27; COLONNA 1990, pp. 30-32).
Tale ambiguità sembra del resto suggerita anche dalle fonti letterarie per altre forme, quale
ad esempio la kylichne (POLL. X, 88).
Le patere metalliche baccellate (Pa), secondo F. Sciacca, costituirebbero l’oggetto di impor-
tazione orientale più diffuso in Italia tra l’ultimo quarto dell’VIII e la metà del VII secolo a.C.,
probabilmente tramite la mediazione fenicia (SCIACCA 2005, pp. 395, 423-425).
Tra i corredi delle tombe prese in esame, la patera della Tomba 871 di Casale del Fosso a
Veio sarebbe infatti di importazione assira (DRAGO TROCCOLI 2005, pp. 101-102, fig. 13.1; SCIACCA
2005, p. 389).
La forma è utilizzata nel Vicino e Medio Oriente come vaso potorio destinato a personaggi di
rango regale, mentre in Grecia è attestata nei santuari quale dono votivo. Nella penisola italiana, la
patera assume il valore di dono da parte di personaggi emergenti verso gli omologhi locali (SCIACCA
2005, pp. 426, 433-434).
Nel mondo orientale è stata poi riscontrata una differenza di funzione tra esemplari di pic-
cole dimensioni (diametro: 15-20 cm), destinati all’uso potorio, e patere di dimensioni maggiori
(diametro: maggiore di 20 cm), come contenitori per offerte solide. Degli esemplari rinvenuti in
Italia, ad esempio quelli dalle Tombe G di Casale Marittimo, 4 di Pizzo Piede a Narce, del Carro
di Bronzo a Vulci, XVI di Capena, 224 di Osteria dell’Osa, conservavano al loro interno resti di
alimenti (SCIACCA 2005, pp. 435-437).
Nella Tomba XXXVIII della Polledrara a Vulci, le due patere baccellate bronzee potrebbero
essere state poste in origine sui due sostegni in bronzo associati, che avrebbero quindi aggiunto al
valore di vaso potorio della forma quello di presentatoio del vino (GSELL 1891, p. 92, nn. 13-16).
Dalle patere baccellate deriva probabilmente l’ispirazione per la realizzazione di coppe in impa-
sto decorate con costolature (Cba; attestate in due esemplari in impasto nella Tomba 49 dell’Osteria
a Vulci, imitanti fedelmente i tipi bronzei, e in un esemplare a Veio nella Tomba 7 di Macchia della
Comunità, con vasca troncoconica e labbro svasato su piede: GALANTE 2003, pp. 72-73, n. 84).
Imitata direttamente dal repertorio morfologico orientale e diffusa dal contatto con artigiani
e mercanti levantini, è la coppa emisferica (CeE), le cui redazioni più ricche sono in metallo pregiato,
pur essendo attestate anche imitazioni di impasto (MICOZZI 1994, p. 63; BIETTI SESTIERI 1992, p.
342; NERI 2000)63.

63
Per la presenza di una coppa d’argento decorata dalla Tomba del Guerriero, espunta da H. Hencken nel suo elenco
dei materiali del corredo: CATALDI 2000, p. 81, nt. 28.

257
6.2 DISTRIBUZIONE DELLE FORME POTORIE
L’analisi delle singole forme potorie inquadrate nei corredi funerari di pertinenza ne accresce la
complessità di caratteri e funzioni. Per molti dei contesti esaminati si riscontra la tendenza ad aumentare
la quantità di tali recipienti, probabilmente sulla base del rango dei defunti, come espressione della dispo-
nibilità di beni suntuari e di specifici ruoli sociali. Una maggiore complessità delle associazioni delle forme
potorie e l’eventuale iterazione delle stesse in più esemplari, si registra in tombe in cui siano rappresentati
in maniera completa anche gli altri elementi funzionali al banchetto (vasi da mescola/presentazione e per
attingere/versare). Al contrario, un fattore che può aver determinato la maggiore o minore presenza di
vasi potori va identificato nella volontà di indicare, tramite la riduzione del corredo, un rimando a usi
e tradizioni o, ancora, dettami relativi all’età, al sesso o al ruolo dei defunti, nonché alla predilezione
espressa da un centro o dall’altro per specifiche pratiche conviviali. Un esempio chiarificatore in questo
senso è rappresentato dalla Tomba Rispoli 14 / 2 / 1888 dei Monterozzi a Tarquinia, che accoglieva due
deposizioni pressoché coeve: una maschile a incinerazione e una femminile a inumazione, caratterizzate
da una chiara tendenza alla semplificazione dei rispettivi corredi, probabilmente per richiamare usi
funerari “tradizionali”, quali quelli diffusi nell’età del Ferro (BRUNI 1995).
La predisposizione espressa dai singoli centri verso alcune forme rispetto ad altre, si evidenzia ad
esempio per il kantharos. A Tarquinia, a fianco della capillare diffusione della tazza / kyathos, esso ricorre
in tredici casi, con un numero tendenzialmente superiore all’unità per contesto64, cui se ne aggiungono
tre con kantharoi con anse annodate (KaN) e uno con due kantharoi su alto piede (KaP).
I primi sono presenti nella Tomba Romanelli 83 e nella Tomba Cultrera 16, insieme al tipo con
anse a nastro, e isolati nella Tomba 1 di Poggio Cretoncini (PALMIERI 2005, p. 10, fig. 6a; PALMIERI
c.s.; CATALDI 2000, p. 77, n. 10, con un esemplare definito «tazza biansata», n. 6, fig. 9; in generale,
per la forma: GEROLI 2002); i secondi sono attestati nella Tomba 6337 dei Monterozzi (CATALDI
2001, p. 96, nn. 5, 23, figg. 119-120).
A Vulci la forma è invece presente in dieci casi65, tra i quali la Tomba LXXV della Polledrara ha
restituito esemplari con anse annodate, mentre l’esemplare bronzeo dalla Tomba del Carro presenta
sia dimensioni rilevanti che alto piede a tromba (Fig. 19; GSELL 1891, p. 171, nn. 8-9; SGUBINI
MORETTI 1997, p. 143, fig. 7. L’esemplare è stato ascritto, nella tabella alla Fig. 19, ai kantharoi di
grandi dimensioni).
A Cerveteri il numero complessivo delle attestazioni scende invece a cinque (Fig. 17; con un
solo kantharos con anse annodate dalla Tomba 66 del Laghetto I; CAVAGNARO VANONI 1966, p. 93,
n. 8, tav. 7).
A Veio, tra le tombe prese in considerazione, solo la X della Vaccareccia presenta un esemplare
con anse annodate (Fig. 16; PALM 1952, n. 9).
Tale rapporto sembra invertirsi per i calici, che si concentrano nei corredi ceriti (presenti in
uno dei due contesti integri e in ventiquattro dei trentotto violati) e veienti (presenti in otto corredi
sui sedici integri, e in uno dei quattro violati).
Le coppette emisferiche su piede tendono a seguire la linea di addensamento dei calici e sono
pertanto diffuse a Veio e Cerveteri, mentre mancano dai contesti tarquiniesi presi in esame e a Vulci
sono presenti con un solo esemplare nella Tomba rinvenimento 1956 di Monte Auto (FALCONI
AMORELLI 1971, n. 5, definita «calice»).
La presenza di calici e coppette emisferiche su piede nei corredi ceriti e veienti non esprime però
una costante interscambiabilità delle due forme (Figg. 16-17). Per Veio, ad esempio, solo in tre dei

64
Gli esemplari nn. 670-671 della Tomba 65, 6 di Macchia della Turchina, identificati come anforette, per le di-
mensioni sono qui associati e attribuiti alla forma del kantharos (BRUNI 1986, p. 230, figg. 230-231).
65
Nella Tomba B (ex C) di Mandrione di Cavalupo le tre anse bronzee (FALCONI AMORELLI 1969, n. 7) sono
dubitativamente ascritte a uno o più kantharoi metallici come per la Tomba del Carro di Bronzo (SGUBINI MORETTI 1997,
p. 143), anche se non si può escludere la pertinenza a uno o più cinerari biconici come per l’esemplare dalla stessa tomba o
eventualmente ad altra forma (calderone? sostegno?).

258
contesti non spoliati in cui la coppetta sia presente, essa sembra integrare l’assenza del calice (Tombe
XX, XI e IV della Vaccareccia66). A Cerveteri, invece, le due forme sono regolarmente associate.
Dalle tabelle di sintesi emerge poi come le altre forme potorie non siano attestate con siste-
maticità o con funzione sostitutiva ricorrente rispetto ai più frequenti tazza / calice / kantharos. A tale
riguardo, si è tentato di verificare proprio nella sostituibilità un elemento chiarificatore della scelta
di alcune forme meno frequenti rispetto ad altre.
Per Veio, ad esempio, solo nella Tomba XXII della Vaccareccia (integra), l’unico esemplare
utilizzabile come vaso potorio sembra essere la coppa biansata su piede che, in assenza dell’olla / cratere,
potrebbe aver svolto anche la funzione di vaso per la presentazione del vino (per quanto di dimensioni
ridotte; PALM 1952, n. 2).
Tale scelta potrebbe essere legata al rango del defunto, connotato da una scarsa complessità
rispetto alle associazioni riscontrate in altre tombe. Per le altre attestazioni di coppe bi- e tetransate
su piede, invece, anche nella necropoli della Vaccareccia si verifica la costante ricorrenza con vasi
potori diversi e con vasi per la mescola / presentazione.
Per i corredi veienti esaminati, caratterizzati da un grado di accumulazione degli elementi di
status inferiore rispetto agli altri centri, si potrebbe anche ipotizzare che la funzione del kantharos,
ovvero di vaso biansato destinato a circolare tra i commensali (e presente, come già accennato, in un
solo caso), fosse svolta da altre forme, ad esempio proprio le coppe bi- e tetransate su alto piede o
anche quelle bi- e tetransate con fondo piano (Vaccareccia, Tomba VIII: PALM 1952, n. 7).
Una situazione simile si verifica per Cerveteri, dove forme connotate da piede rilevato e vasca
ampia quali le coppe bi- e tetransate non sono pressoché mai esclusive come vasi potori67 e in almeno
due casi sono associate a vasi per la mescola (Tumulo XXIV sull’Altipiano: RIZZO 1990, pp. 24-28,
figg. 43-46, associata al cratere tardo-geometrico; Tomba 245 del Laghetto II: CAVAGNARO VANONI
1966, p. 201, n. 6, tav. 24).
Le stesse coppe ricorrono poi con quelle emisferiche di grandi dimensioni su piede, ancora
nella Tomba 245 del Laghetto II (CAVAGNARO VANONI 1966, n. 8).
Proprio questo tipo di coppa è frequente in associazione con contenitori di solito identificati come
vasi per la mescola: nella Tomba 79 della Banditaccia (RICCI 1955, col. 502, n. 6), nella 2006 (associata
all’olla tardo-geometrica su piede) (RIZZO 1990, p. 21, fig. 21), nella 81 (RICCI 1955: col. 506, n. 5),
nella 245 del Laghetto II. Le coppe sono associate al modello tipico di vaso per la mescola / presentazione
di Cerveteri, ovvero l’olla costolata sull’holmos, nella Tomba della Capanna, nella Tomba 179 della
Bufolareccia (COLONNA 1970, n. 4) e nella 96 della Banditaccia (RICCI 1955, col. 517, n. 4).
È quindi probabile che nei casi suddetti le forme con piede rilevato e vasca ampia non sosti-
tuissero costantemente i vasi-cratere, ma fungessero piuttosto da recipienti atti ad accentuare il valore
di particolari momenti del convivio, probabilmente gli stessi ai quali era destinato il calice (l’offerta),
assumendo quello di presentatoi della bevanda mescolata. Se tale funzione sembra più sfumata per le
coppe bi- e tetransate su piede che conservano le dimensioni e i dettagli di vasi propriamente potori,
essa emerge con maggiore chiarezza per le coppe emisferiche di grandi dimensioni, meno facilmente
impiegabili come vasi dai quali bere direttamente.
Per le altre forme utilizzabili per bere, ma funzionali anche a contenere essenze, ad attingere e a
versare, non si registra una specifica sostituibilità o ricorrenza rispetto ad altri vasi, mentre è evidente
una dispersione delle attestazioni e una loro sporadicità, indizio dell’indeterminatezza funzionale,
supportata dall’accumulazione con altre forme potorie.
A Cerveteri, solo per la Tomba 308 del Laghetto II e la 93 della Banditaccia si osserva la
presenza di attingitoi isolati; nella 155 del Laghetto I, invece, l’unica forma potoria è riconoscibile in

66
Nella Tomba I di Macchia della Comunità è attestata una forma ibrida, assimilabile sia al calice che alla coppetta
emisferica, provvista di vasca baccellata con labbro diritto e distinto, su piede, inserita nella tabella alla Fig. 10, tra le CeP
(ADRIANI 1930, tav. Ia).
67
Se non nel caso della Tomba Sorbo 332, che potrebbe però essere disturbata: POHL 1972, n. 2.

259
un’olletta carenata associata a una tazza / kyathos (per i due esemplari nella Tomba 308: CAVAGNARO
VANONI 1966, p. 215, nn. 1-2; per l’esemplare della Tomba 93: RICCI 1955, col. 515, n. 10; per la
Tomba 155: CAVAGNARO VANONI 1966, p. 116, nn. 4, 8, tav. 34).
A Tarquinia, poi, un attingitoio isolato è presente nella Tomba Cultrera 35 e nella «Fossa con
coppa bronzea e vasi geometrici» (HENCKEN 1968, p. 359, fig. 356, d). I casi citati, tuttavia, sono
riferibili ancora una volta a sepolture spoliate e non è chiaro se la povertà dei corredi vada riferita a
una effettiva originaria riduzione nella loro composizione o all’esito delle violazioni.
Le forme potorie di diretta ispirazione allogena, infine, sono presenti in numero tendenzial-
mente inferiore rispetto alle altre, spesso per esemplari isolati, a indicare una destinazione come vasi
di proprietà e utilizzo personale del defunto con il valore aggiunto di oggetti esotici, espressione di
lusso e della disponibilità economica dei proprietari (RATHJE 1988, p. 83).
Il concetto di «set personale» del defunto, ridotto a un vaso potorio di valore intrinseco superiore
ai più comuni vasi di impasto (dalla semplice argilla depurata e sovradipinta del vasellame greco – con
le sue imitazioni – ai vasi metallici) e associato in qualche caso a uno utilizzato per versare, è evidente,
ad esempio, nella Tomba 104 del Fondo Artiaco di Cuma, in cui è stato identificato un nucleo di
oggetti “personali”, composto da una kotyle d’argento, associata a un’oinochoe di tipo fenicio-cipriota
nello stesso materiale, a due bacili e ad una patera baccellata (SIRANO 1995).
Così, G. Bartoloni ha ipotizzato che nel corredo della Tomba 15 di Castel di Decima (com-
prendente anfore fenicie, una tripod-bowl, una coppa del tipo Thapsos e uno skyphos d’argento insieme
ad aryballoi “spaghetti style”) la posizione della coppa presso la mano del defunto identificherebbe
l’esemplare come oggetto di proprietà personale (BARTOLONI 2002, p. 63).
Nell’ambito dei contesti presi in esame, un caso significativo è rappresentato dalla già citata
Tomba bisoma Rispoli 14 / 2 / 1888 dei Monterozzi a Tarquinia. Il corredo pertinente all’incinera-
zione maschile comprendeva infatti una sola coppa italo-geometrica a labbro piatto, identificabile
probabilmente come il vaso potorio di diretta proprietà del defunto, anche se, come già accennato,
è possibile che la forma non fosse di solito destinata al consumo del vino (BRUNI 1995, p. 221).
Allo stesso modo, la Tomba LIX delle Rose di Tarquinia (esclusa da questo paragrafo per
l’assenza di forme tra quelle qui ascritte ai vasi potori) ha restituito un corredo composto da una
scodella e un’oinochoe di impasto (Fig. 24, 2; BURANELLI 1983, p. 67, n. 1).
Si potrebbe quindi ritenere che la scodella in questo caso sostituisse il vaso potorio, venen-
dosi a costituire l’associazione-base oinochoe / poterion già ipotizzata per la Tomba 104 di Cuma, a
rappresentare l’essenziale corredo personale del defunto.
L’analisi della distribuzione dei vasi potori “esotici” nei corredi presi in esame, non ha consen-
tito di rilevare tendenze chiare e uniformi per i vari centri, suggerendo una ricezione indifferenziata
del repertorio morfologico allogeno. È inoltre necessario ribadire come, soprattutto in questo caso,
l’incidenza delle spoliazioni antiche renda difficile la verifica di un uso diversificato delle singole
forme. Sembra invece emergere una genericità nella loro distribuzione, che potrebbe indicare come
esse fossero accumulate solo come espressioni di status, prima ancora di rappresentare lo strumento
per specifiche pratiche conviviali.
Solo per Cerveteri, dove il rapporto tra tombe violate e integre è decisamente sbilanciato a
favore delle prime, si registra una più alta frequenza di kotylai rispetto agli skyphoi. Le prime sono
infatti presenti nei due corredi integri del Sorbo 20 e della Banditaccia 78 e in diciassette dei corredi
violati, a fronte di soli sei corredi con skyphoi (per la Tomba 20 del Sorbo: POHL 1972, p. 265, n. 5,
fig. 267; per la 78 della Banditaccia: RICCI 1955, col. 499, n. 3; Monte Abatone, Tomba 83: MILANO
1986b, p. 53, n. 9).
Nell’ambito del gruppo kotyle / skyphos / kylix, però, a Tarquinia si registra un numero pari di
presenze delle kotylai e degli skyphoi, che in quattro casi si accumulano nell’abbinamento delle due
forme (Tomba 6337: CATALDI 2001, p. 96, nn. 15, 3, 17, 22, 24, fig. 119; Tomba Romanelli 83,
Fossa 8 di Poggio Gallinaro: HENCKEN 1968, p. 345, figg. 344, c e 345, g; Macchia della Turchina,
Tomba 65, 4: BRUNI 1994, p. 294, nt. 4).

260
Per gli altri centri, non si legge invece una predilezione specifica, se non nell’utilizzo della kylix,
vicina per morfologia allo skyphos, come forma aperta a vasca profonda e profilo articolato.
Anche per Veio e Vulci si rileva la stessa tendenza, pur essendo le forme esotiche assai meno
rappresentate rispetto a Cerveteri e a Tarquinia.
Una distribuzione irregolare delle forme potorie allogene è inoltre attestata dove si intendano
identificare fenomeni di sostituibilità rispetto alle altre, ad esempio in corredi di ridotta complessità.
Per Cerveteri una verifica di questo tipo suggerisce la possibilità che la kotyle sostituisse il
kantharos come vaso biansato. Le kotylai, infatti, sono associate ai kantharoi solo nella Tomba 76 di
Monte Abatone, con due esemplari, più uno in impasto, per undici kantharoi: quest’ultima è però
una sepoltura bisoma, in cui è molto evidente per il resto del corredo la volontà di accumulare più
esemplari delle varie forme (MILANO 1986b, pp. 34-36, nn. 8-17, 19, 21; p. 39, nn. 52-53).
Per Tarquinia, data la maggiore incidenza del kantharos, tale fenomeno non è avvertito, e
skyphoi e kotylai sono distribuiti in maniera eterogenea in corredi composti anche da kantharoi e / o
calici. Allo stesso modo, a Veio le forme allogene sono presenti in corredi con calici / coppe emisferiche
e / o con coppe biansate e tetransate su basso e alto piede; Vulci si allinea alla stessa tendenza.
Per quanto riguarda le forme di derivazione orientale poi, queste sono ancora più scarsamente
presenti e distribuite in maniera apparentemente casuale.
A Tarquinia si registra un numero maggiore di attestazioni per le coppe emisferiche: si tratta
di quattro contesti, dei quali uno con cinque esemplari dalla Tomba del Guerriero (HENCKEN 1968,
p. 214, figg. 190, c; 191, a-d).
Nei tre violati, la coppa emisferica sembra associata a una sola o a nessun’altra forma potoria
(Tomba Cultrera 19, M12; Fossa 9 di Poggio Gallinaro: HENCKEN 1968, p. 350).
Nel caso della Tomba del Guerriero, però, la composizione del corredo restituisce un elevato
grado di complessità, facendo intuire come la coppa emisferica fosse solo un elemento complementare
in un set più articolato, con altre forme che fungevano da supporti ricorrenti e più caratterizzanti la
pratica conviviale.
Le patere baccellate sono invece presenti a Vulci, di solito in un numero abbastanza rilevante
per corredo (quattro esemplari nella Tomba LXXVII: GSELL 1891, p. 174, nn. 21-24; tre nella Tomba
del Carro di Bronzo, integre; due esemplari rispettivamente nelle Tombe LVIII e XXXVIII: GSELL
1891, p. 134, nn. 17-18; p. 92, nn. 13-14).

7. Anforette e altre forme di funzione incerta (Figg. 20-23)


Sono state infine distinte dai precedenti gruppi alcune forme che potrebbero essere state
utilizzate come contenitori di parti di vino distinte con intenzione o di liquidi diversi dal vino.
Tra queste, sono state isolate le anforette a spirali (As), analizzate insieme ai rari esempi di
anforette di impasto prive di tale decorazione, derivate direttamente da tipi dell’età del Ferro (Ai).
Per quanto riguarda l’origine delle forme, è incerto se esse debbano essere identificate come semplici
applicazioni indigene della funzione del contenitore biansato da vino o acqua a imboccatura stretta,
tipico del repertorio morfologico ellenico. Almeno per le anforette a spirali, però, la tendenza a
conservare a lungo alcuni caratteri distintivi (e soprattutto la decorazione a doppia spirale) potrebbe
essere riferita, se non a scelte puramente estetiche, alla peculiarità delle sostanze in esse conservate e,
forse, a un loro specifico utilizzo nell’ambito del banchetto.
Com’è noto, l’anfora a spirali è attestata a partire dal terzo quarto dell’VIII secolo a.C. a Castel di
Decima, a Veio e Pithecusa, in un tipo di piccole dimensioni e corpo globulare compresso (per Castel di
Decima, nella Tomba 23: G. Bartoloni, in BARTOLONI et alii 1975, p. 247, n. 3, pp. 250-251; per Veio,
nella Tomba XIX della Vaccareccia: PALM 1952, p. 71, n. 11, tav. XXVIII; per Pithecusa, nella Tomba
944: da ultimo, V. Nizzo, in BARTOLONI, NIZZO 2005, p. 416, ntt. 77-78; NIZZO 2007, p. 140).
La forma si sviluppa secondo una linea di tendenza che ne vede progressivamente aumentare
le dimensioni e articolare la decorazione (al motivo tradizionale a doppia spirale, si aggiungono o

261
sostituiscono elementi fitomorfi, zoomorfi o geometrici) per tutto il VII secolo a.C. Essa è quindi
adottata anche nel repertorio morfologico del bucchero, fino all’elaborazione del modello della cd.
«anfora nicostenica», da parte di botteghe attiche che producevano per l’esportazione in Etruria (per
un inquadramento, cfr. COLONNA 1970; BEIJER 1978; TORELLI 2000, p. 98).
Ancora in tema di origine e sviluppo del modello, sono note le varie ipotesi riguardo alla lo-
calizzazione delle più antiche produzioni (se siano, cioè, di ambito laziale o etrusco, e specificamente
veiente o cerite) e alla possibilità che, dati i suoi caratteri strutturali, esso potesse derivare da prototipi
metallici68. Sono stati quindi portati a confronto esemplari in argento e in bronzo, che risultano in
prevalenza più recenti rispetto alle prime attestazioni in impasto69. Nel campione esaminato spicca
l’anforetta in argento dalla Tomba 1 di Poggio Cretoncini, attribuita ad artigiani levantini stanziati
in Etruria (CATALDI 2000, p. 78, n. 19)70.
Sembrerebbe quindi più prudente ipotizzare l’elaborazione e l’affermazione della forma in
impasto e la sua successiva ed episodica adozione da parte di toreuti orientali, per esemplari in mate-
riali nobili diretti a soddisfare le richieste delle élite locali, con un processo simile a quello avvenuto
più tardi per le citate anfore nicosteniche.
In sintesi, l’affermazione dell’anforetta a spirali si delinea come fenomeno di lunga durata
forse legato a scelte meramente estetiche o anche a funzioni specifiche. Se, infatti, è possibile istituire
un legame diretto tra la forma e il consumo del vino (visti gli esiti di età arcaica), può essere utile per
individuarne il ruolo richiamarsi a quanto verificato nel Latium vetus, e in particolare nella necropoli
di Castel di Decima, dove proprio alcune anforette a spirali (con olle di impasto rosso), si trovavano
spezzate ritualmente nelle tombe prima della deposizione del defunto; è stato quindi ipotizzato che
fossero legate in maniera diretta a forme del rituale funerario più che al set da banchetto (ZEVI 1977,
p. 256).
A tale proposito, è stato suggerito un uso come contenitori per l’acqua delle lustrazioni, anche
se l’evoluzione nei tipi nicostenici ha indotto comunque a considerare il rapporto con il vino come
primario (ZEVI 1977, p. 256; COLONNA 1970, p. 637; BATINO 1998, p. 26; TORELLI 2000, p. 97).
Di recente, G. Bartoloni ha ipotizzato che nelle varianti più antiche, di dimensioni ridotte,
le anforette a spirali potessero essere utilizzate come vasi potori, dato che nelle Tombe 93 e 152 di
Castel di Decima è stata riscontrata la presenza di anforette e coppe biansate distinte e concentrate
nella stessa posizione in più esemplari (BARTOLONI 2007, p. 150).
Nella distribuzione della forma nei corredi orientalizzanti della necropoli di Osteria dell’Osa,
A. De Santis, infine, ha registrato una ricorrenza prevalente in sepolture maschili, simile a quella
verificata per i kantharoi (DE SANTIS 1992, p. 817).
Il campione esaminato evidenzia una concentrazione prevalente delle anforette a spirali a
Veio e Cerveteri, nei tipi più antichi, di dimensioni piccole / medio-piccole, a profilo compresso e
spalla schiacciata71.
A Veio, dodici tombe sulle diciannove esaminate, presentavano almeno un esemplare (le
Tombe IX e X della Vaccareccia, integre, ne avevano invece tre, così come probabilmente la Tomba
B di Monte Michele; due esemplari sono invece attestati nelle Tombe 7 di Macchia della Comunità
e 871 di Casale del Fosso), mentre mancano attestazioni dalle Tombe integre VIII, XI, XXI, XIV
della Vaccareccia.

68
In COLONNA 1970 è avanzata l’ipotesi che il tipo più antico, di piccole dimensioni (A) sia di produzione veiente,
mentre il tipo B, maggiormente sviluppato, di produzione cerite; cfr. anche MILANO 1986b, p. 89.
69
Ad esempio, quello in argento della Tomba Regolini-Galassi a Cerveteri (PARETI 1947, p. 223, n. 164), o in bronzo
della Tomba XIX di Montarano a Falerii (BERNABEI 1894, col. 232).
70
A p. 79 la studiosa isola altri materiali della stessa produzione, ovvero la tazza / kyathos della Tomba del Guerriero
e la patera (HENCKEN 1968, pp. 211 e 406, figg. 188, b e 392).
71
Si distinguono l’esemplare dalla Tomba IX della Vaccareccia (PALM 1952, tav. XX, n. 11) e quello della Tomba 79
della Banditaccia (RICCI 1955, coll. 501-502, n. 5).

262
A Cerveteri, nei due contesti integri noti, la forma è presente con un esemplare e si trova in
altre sedici tombe tra quelle violate, con un unico esemplare per corredo, ad esclusione delle Tombe
della Capanna e II di Casaletti di Ceri (nella prima, con vari frammenti dalla camera principale e tre
esemplari dal loculo destro; nella seconda, con tre esemplari).
Meno frequenti sono le attestazioni a Tarquinia, dove si contano quattro contesti tra quelli
presi in esame (dei quali l’unica integra è la Tomba 6337 dei Monterozzi), e ancora meno a Vulci,
con sole due attestazioni (una dalla Tomba LXXVIII, integra, e una dalla Tomba Philadelphia 51).
Si confermano quindi le ipotesi che individuano l’area di elaborazione dell’anforetta a spirali
tra i centri di Cerveteri e Veio (e il Latium vetus): ciò porta a restringere a tali centri analisi di tipo
quantitativo e di confronto con altre forme, dal momento che la ricorrenza nei corredi tarquiniesi e
vulcenti, al momento, potrebbe valutarsi soprattutto in termini di imitazione e di volontà di accu-
mulazione (cfr. quanto già suggerito per le forme di imitazione ellenica).
Per la distribuzione in sepolture dell’uno o dell’altro sesso, il campione rappresentato dalle
tombe integre della necropoli della Vaccareccia restituisce una presenza pressoché paritaria della
forma (laddove, anzi, si contano cinque sepolture femminili a fronte di quattro maschili), che resta
inalterata estendendo l’analisi alle tombe violate (Fig. 20). Per Cerveteri, solo per la Tomba 20 del
Sorbo è stata avanzata una dubitativa attribuzione a un defunto di sesso maschile, mentre rimane
incerta quella della Tomba 78 della Banditaccia (Fig. 21). Per le altre, solo tre sono interpretate con
cautela come maschili, mentre in nove casi è stata suggerita una pertinenza femminile.
Volendo ipotizzare fenomeni di sostituibilità rispetto ad altre forme, quella più vicina sotto
il profilo ergonomico all’anforetta a spirali è l’anforetta di impasto semplice, apparentemente meno
diffusa (Ai). Mettendone a confronto la distribuzione, in due tombe integre di Veio (la XXII della
Vaccareccia e la I di Macchia della Comunità) quest’ultima risulta isolata, mentre nella Tomba XII
della Vaccareccia essa ricorre con un esemplare a spirali. A Cerveteri, nella Tomba 20 del Sorbo si
trova un’unica anforetta in impasto (come nella Tomba 76 della Banditaccia, che però risulta violata),
mentre nella Tomba 78 della Banditaccia le due forme sono associate (come nella Tomba II di Casa-
letti di Ceri, violata). A Tarquinia, poi, è attestato un unico caso di anforetta di impasto associata a
un esemplare a spirali (Tomba di Bocchoris), mentre per Vulci i due casi noti (Tomba XXXVI della
Polledrara e Philadelphia 66, violate) non presentano tale ricorrenza (Figg. 22-23).
Estendendo il confronto alle anfore da mensa derivate dal repertorio ellenico (Am, cfr. su-
pra, paragrafo 3.1 e paragrafo 4.1), a Veio nelle tombe integre della Vaccareccia non sono attestati
esemplari della forma se non nella Tomba B di Monte Michele (che tuttavia include almeno tre
anforette a spirali).
A Cerveteri, dove le anfore da mensa sono più diffuse, esse ricorrono con anforette a spirali
in otto degli undici contesti noti72, a fronte di tre in cui è presente soltanto l’anfora da mensa, e di
nove con la sola anforetta a spirali, uno con la sola anforetta di impasto, e diciotto che non includono
alcuna delle tre forme. Il campione cerite risulta di incerta definizione a causa della forte incidenza
delle spoliazioni, ma, per quanto accertabile, sembra evidente che le tre forme prese in esame non
siano reciprocamente sostitutive. Si è quindi portati a ipotizzare che, se non come indicatori di
ostentazione, le anforette a spirali (e quelle in impasto) avessero un utilizzo distinto rispetto a quelle
da mensa di tipo geometrico.
A tale proposito, è interessante il suggerimento avanzato da M. Torelli circa la possibilità che
alcune forme del corredo vascolare fossero specificamente destinate al consumo e alla conservazione
di vino puro, non mescolato con acqua secondo l’uso greco (TORELLI 2000, p. 93).
Questo vino, secondo una nota ipotesi di M. Gras, indicato nelle fonti come temetum, sarebbe
quello destinato alle pratiche sacrificali, la cui produzione sarebbe stata controllata a Roma dal flamen
Dialis, vietato alle donne (che invece avrebbero potuto consumare il vino mescolato). Proprio la

72
Le anforette a spirali mancano dalle Tombe 245 del Laghetto II, 83 di Monte Abatone e 179 della Bufolareccia,
che includono anfore da mensa.

263
Fig. 20 – Anforette e altre forme di dubbia identificazione, con confronto delle presenze di anfore da mensa, calici e kantharoi
(cfr. Figg. 2 e 10), Veio. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico;
ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 =
710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. As = Anforette a spirali; Ai = Anforette di impasto; Am = Anfore da mensa; Ca = Calici;
KaN = Kantharoi con anse annodate; Fi = Fiasche.

Fig. 21 – Anforette e altre forme di dubbia identificazione, con confronto delle presenze di anfore da mensa, calici e kantharoi
(cfr. Figg. 3 e 11), Cerveteri. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico;
ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 =
710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. As = Anforette a spirali; Ai = Anforette di impasto; Am = Anfore da mensa; Ca = Calici;
Ka = Kantharoi; Ak = Askoi.

distinzione tra vino puro (temetum) e vino ottenuto con pratiche non regolate spiegherebbe anche
il rapporto diretto tra il mondo muliebre e l’ostentazione del vino segnalata dalla presenza di anfore
e altri contenitori nelle sepolture di rango dell’Orientalizzante nel Latium vetus (GRAS 1983, pp.
1068-1073; sull’uso del vino a Roma, cfr. anche COARELLI 1995).
Estendendo il campo delle associazioni con altre forme, è stato proposto più volte un rapporto
funzionale dell’anforetta con alcuni vasi potori. Ad esempio, A. Naso sulla base del corredo di una

264
Fig. 22 – Anforette e altre forme di dubbia identificazione, con confronto delle presenze di calici e kantharoi (cfr. Fig. 4),
Tarquinia. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico; ND = Numero
deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 = 710-690 a.C.; OA3
= 700-675 a.C. As = Anforette a spirali; Ai = Anforette di impasto; Ca = Calici; Ka = Kantharoi; KaN = Kantharoi con anse
annodate; Fi = Fiasche; Ak = Askoi. Fi = Forma incerta.

Fig. 23 – Anforette e altre forme di dubbia identificazione, con confronto delle presenze di calici, kantharoi e anfore da mensa
(cfr. Figg. 5 e 13), Vulci. I campi con sfondo grigio corrispondono alle sepolture integre. IC = Inquadramento cronologico;
ND = Numero deposizioni; SD = Sesso defunto / i. OA = Orientalizzante Antico (generico); OA1 = 725-700 a.C.; OA2 =
710-690 a.C.; OA3 = 700-675 a.C. As = Anforette a spirali; Ai = Anforette di impasto; Am = Anfore da mensa; Ca = Calici;
Ka = Kantharoi; KaN = Kantharoi con anse annodate; Ak = Askoi; Vcr = Vasi cribrati.

sepoltura a fossa da Pian Conserva (Tolfa, RM), in territorio cerite, composto da un’anforetta a spirali
e un calice di impasto, ha ipotizzato che questi ultimi componessero una sorta di «corredo base» per
il consumo del vino in dotazione personale al defunto (NASO 1988).
Allo stesso modo, M. Geroli ha ipotizzato questo tipo di rapporto per la coppia kantharos con
anse annodate e anforetta a spirali in ambito tarquiniese (GEROLI 2002, pp. 42-43).
L’analisi del campione qui preso in considerazione (Figg. 20-23), però, non sembra mostrare,
almeno per l’Orientalizzante Antico, una specifica ricorrenza: per le venticinque attestazioni di calici,
infatti, a Cerveteri si contano undici presenze di anforette a spirali, e applicando tali parametri di
confronto a Veio, per le dodici attestazioni di anforette a spirali, solo in sei ricorre anche il calice.
L’associazione si fa ancora più rada a Tarquinia e non si riscontra in alcun modo a Vulci.
Per la coppia anforetta e kantharos con anse annodate invece, a Tarquinia nell’ambito del
campione esaminato e per il periodo in esame, si è riscontrata una sola ricorrenza.
Dal confronto poi con la distribuzione delle altre forme potorie (cfr. tabelle alle Figg. 16-19),
non sembra verificabile l’associazione costante con specifici vasi. A tale proposito, F. Sirano suggerisce
invece di associare l’anforetta a spirali alla sequenza kotyle/oinochoe (quali ktemata del defunto), hol-
mos e bacino / cratere, che comporrebbero le ricorrenze base del corredo vascolare legato al consumo
del vino. L’attribuzione alla sequenza dell’anforetta a spirali sarebbe suffragata dalla presenza di più
esemplari della stessa, impilati su olle sorrette da holmoi, da contesti funerari dell’Agro Falisco (SIRANO
1995, p. 30, cfr. anche nt. 139).
È quindi possibile che l’anforetta a spirali (e probabilmente quella semplice di impasto) debba
essere identificata come un elemento di pregio del set vascolare per la forma che, evidentemente, godeva
di un particolare favore. Allo stesso modo, si potrebbe ipotizzare che proprio tale affermazione fosse
legata all’uso come contenitore di una parte del vino utilizzato nel banchetto (forse quella destinata

265
a pratiche connesse con il rituale) o di sostanze aggiuntive; è verosimile che tale ipotesi sia valida
solo per gli ambiti veiente e cerite, dal momento che a Tarquinia e Vulci la presenza di anforette
sembra meno ricorrente.
Altre forme scarsamente attestate sono le fiasche (Fi), presenti in un esemplare nella Tomba
871 di Casale del Fosso a Veio, e nella Fossa 9 di Poggio Gallinaro a Tarquinia, ambedue maschili.
La fiasca è un contenitore di imitazione allogena che, come le coppe potorie di tipo greco e le patere
baccellate, assume la funzione di oggetto in dotazione personale al defunto, attraverso il quale si
esprime il suo status elevato.
Per gli askoi (Ak), è incerto se possano essere identificati come contenitori per il vino o per
altre sostanze (olii, altre bevande?) e la loro scarsa ricorrenza non consente ipotesi più puntuali (un
esemplare dalla Tomba 78 della Banditaccia a Cerveteri, uno dalla Tomba del Guerriero a Tarquinia,
e due da Vulci, dalla Tomba del Carro di Bronzo e dalla Tomba 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma).
Ancora a Vulci, infine, è attestato un unico esemplare di vaso cribrato (Vs), dalla Tomba re-
cupero 1963 di Mandrione di Cavalupo, per il quale è stato suggerito un uso come vaso da rituale,
per filtrare sostanze particolari. In tal senso, però, è possibile che la funzione di filtro possa essere
riferita a pratiche più comuni e diffuse di aromatizzazione del vino.
V.A.

8. Conclusioni
La disamina delle principali forme per il consumo del vino ha suggerito vari spunti di rifles-
sione che potranno essere chiariti solo con il prosieguo della ricerca e con l’edizione di altri contesti
parzialmente noti o ancora inediti.
Per una sintesi dei principali caratteri emersi, sembra necessario richiamare quanto esposto
al paragrafo 2.1.1 circa le difficoltà riscontrate nell’analisi del campione scelto e l’assunto che, per
il modello di banchetto adottato dai lignaggi emergenti delle comunità tirreniche dalla fine dell’età
del Ferro, fosse effettivamente percepita la sistematicità delle pratiche della mescola, presentazione,
distribuzione ai commensali e consumo, alle quali sono state attribuite le forme analizzate per insiemi
e categorie funzionali (Fig. 7).
A fronte dell’articolazione lineare delle varie fasi del rituale potorio, mutuata da usi allogeni
(soprattutto quello greco di impronta “omerizzante”, cfr. supra, paragrafo 2.1.3; RATHJE 1994; RA-
THJE 1995), la lettura delle componenti dei set vascolari esprime un carattere di genericità, ravvisabile
soprattutto in forme non puntualmente connotate e diffuse fin dall’età del Ferro. Insieme a forme il
cui impiego si può identificare con chiarezza, infatti, quali il cratere, l’oinochoe o le coppe potorie (cioè
vasi desunti da un repertorio morfologico di nuova introduzione), si registra un uso variabile per le
altre (in prevalenza locali), quali le olle, le tazze / kyathoi, gli attingitoi, i boccali. Una tendenza simile
si osserva anche per i contenitori di impiego non strettamente legato al vino (o ad altre bevande),
quali i calderoni bronzei, i bacili e le scodelle; queste ultime ricorrono in alcuni corredi in posizione
isolata e sono quindi sostitutivi occasionali di forme potorie.
Con la stessa tendenza alla variabilità funzionale, si è verificato come forme adoperate di solito
come vasi da conserva o per la mescola, potessero accogliere i resti delle incinerazioni, ponendo quindi
in evidenza un interessante rapporto tra il vino e il rituale funerario, probabilmente influenzato dalla
conoscenza dei testi omerici73.
Un aspetto evidente sembra ravvisabile nella mancanza di ricorrenze specifiche nei corredi
presi in esame, anche nel caso in cui si voglia restringere il campo dell’analisi ai singoli centri o solo

73
Nella Tomba XX del Ponte della Badia, l’olla con decorazione applicata a rete (supra, paragrafo 4.1, nt. 28); nelle
Tombe LVIII e LXXVII della Polledrara e del Carro di Bronzo, i calderoni. Per l’adozione di rituali “eroici” e la diffusione in
Etruria e nell’Agro Falisco: SGUBINI MORETTI 1997, p. 141.

266
ai contesti integri, oppure alla distribuzione quantitativa di forme per le quali la storia degli studi
abbia proposto dirette attribuzioni funzionali.
Tale evidenza delinea chiaramente il processo di indebolimento della funzione riscontrata per
i corredi funerari dell’età del Ferro di rappresentare ruolo/sesso/età dei defunti. La principale esigenza
percepibile nelle combinazioni dei contesti dell’Orientalizzante Antico sembra invece essere la co-
municazione dello status, del rango e della disponibilità materiale, tramite l’adesione a una pratica i
cui aspetti rituali e fondanti sono stati comunque elaborati in contesti culturali differenti.
Allo stesso tempo, però, è stato possibile individuare alcuni elementi che suggeriscono come
l’acquisizione di nuovi modelli di autorappresentazione da parte delle élite non avvenisse come fe-
nomeno di semplice imitazione, bensì fosse modulata a partire da esigenze espresse in modo distinto
dai singoli centri e sviluppate per gradi diversi dagli stessi lignaggi gentilizi.
Sembra evidente come nel processo fossero attive tendenze contrapposte, che segnano una
profonda cesura rispetto all’età del Ferro e contribuiscono a delineare lo sviluppo e i caratteri delle
aristocrazie. Una conferma a tale riguardo viene, ad esempio, dalla verifica della scelta dei contenitori
per la mescola: se a Cerveteri è stata notata una preferenza per le olle in impasto con decorazione a
ferro di cavallo associate a holmoi, a Tarquinia si osserva quella per le olle costolate e lisce su alto piede,
mentre a Vulci sembrano attive scelte diversificate, che inducono a ricorrere a varie forme, tra le quali
si registra un certo numero di crateri di tradizione greca. Allo stesso modo, per le forme potorie non
allogene si è notata una maggiore concentrazione dei calici in ambito cerite e veiente, mentre i kantharoi
sono più diffusi a Tarquinia, anche se non è stata verificata l’esclusione di alcune forme rispetto ad
altre. Per quanto riguarda la pratica del versare, poi, i corredi tarquiniesi offrono una concentrazione
di vari tipi di oinochoai per i singoli contesti, superiore a quanto si è riscontrato per gli altri centri.
Un altro elemento emerso in vari momenti dell’analisi, è la possibilità che la composizione
e le associazioni dei corredi fossero determinate dalla variabilità del rango dei defunti. Il caso della
Vaccareccia, in tal senso, risulta esemplificativo: è infatti possibile che le tombe di questa necropoli
debbano essere riferite a un gruppo le cui prerogative non fossero assimilabili a quelle di altre sepolture
di rango superiore, connotate da corredi più complessi e ricchi o dal ricorso a tipologie architettoni-
che differenti. Allo stesso modo, però, la scelta di un determinato rituale funerario e di una specifica
composizione del vasellame del corredo potrebbe rispondere a esigenze strettamente ideologiche,
prescindendo quindi dalla reale disponibilità materiale dei defunti o del gruppo dei defunti (come
ad esempio, sembra suggerire il caso della Tomba Rispoli 14 / 2 / 1888 di Tarquinia).
Proprio la complessità nella composizione dei corredi può quindi rappresentare un utile stru-
mento interpretativo, qualora sia intesa come la presenza di tutti gli elementi riconducibili ai vari
momenti della pratica del banchetto e come possibilità che in corredi attribuibili a personaggi di
rango particolarmente elevato si accumulassero più esemplari degli stessi.
In questa direzione, ad esempio, il panorama dei corredi ceriti, se non fosse invalidato dai
pesanti sconvolgimenti dovuti agli scavi clandestini, potrebbe fornire un utile elemento di confronto.
Proprio a Cerveteri, infatti, sembra applicabile una lettura dei contesti che vada oltre il mero aspetto
quantitativo, grazie alla disponibilità di un consistente campione di corredi, integrando i dati dei
corredi funerari con quelli relativi alla distribuzione delle tombe, ai caratteri architettonici e alla
posizione reciproca. La Tomba della Capanna e la Tomba II di Casaletti di Ceri, ad esempio, sono
tra le poche prese in considerazione per l’Orientalizzante Antico ad aver restituito una tipologia ar-
chitettonica complessa: tale dato coincide con la presenza di più deposizioni al loro interno (mentre
le altre tombe accoglievano prevalentemente sepolture singole e bisome) e con la presenza di corredi
che includevano buona parte delle categorie funzionali individuate nei paragrafi precedenti e più
esemplari delle stesse. Al contrario, per le tombe esaminate della necropoli del Laghetto, per quanto
estremamente disturbate, tale grado di complessità non si riscontra e sembra collimare con i carat-
teri non emergenti delle architetture funerarie (intesi anche nel senso dello sviluppo diacronico per
le fasi più avanzate dell’Orientalizzante Medio, Recente e dell’età arcaica) e quindi con la possibile
pertinenza di tale nucleo a segmenti inferiori delle compagini gentilizie ceriti.

267
Fig. 24 – 1: oinochoe e olla globulare biansata da Veio,
Tomba IX della Vaccareccia (PALM 1952, tav. IX); 2:
scodella e oinochoe da Tarquinia, Tomba LIX delle Rose
(BURANELLI 1983, fig. 67, 1-2).

Per sepolture connotate da diversi indicatori di rango, è stato quindi possibile riscontrare una
progressione nell’accumulazione complessa di forme vascolari legate al consumo del vino, con una
più accentuata varietà di presenze anche all’interno dello stesso insieme funzionale74.
Per i vasi potori, seppure siano state isolate forme riferibili a usi specifici, come il calice o il
kantharos, è comunque evidente la volontà di accumulare più esemplari, anche di forme affini. Tale
fenomeno si chiarisce, ad esempio, nella scelta dei vari tipi di vasi potori di tipo greco, indifferente
tra la kotyle e lo skyphos.
A tale proposito, però, vanno probabilmente interpretati in maniera diversa i casi di coppie
di esemplari ricorrenti, deposte con finalità legate al rituale funerario75.
In sintesi, si potrebbe suggerire una proporzione diretta tra il rango dei defunti e la predi-
sposizione ad accumulare forme vascolari destinate ad azioni specifiche e puntuali nell’ambito di
pratiche potorie definite. A fronte di un insieme di pratiche possibili, dal contenere, al presentare, al
mescolare ecc., solo i corredi più ricchi potrebbero essere riferiti a figure sociali che potevano accedere
con legittimità a tale complessità, perché posti al grado più elevato della condizione aristocratica.
Per i corredi privi di elementi specificamente destinati alle varie funzioni, invece, è stata
individuata una tendenza opposta, ovvero quella alla complementarietà/sostituibilità. In alcuni dei
contesti integri presi in esame sono assenti componenti essenziali, come i vasi per la mescola o quelli
per versare76.

74
Esempi di accumulazione si possono riconoscere per le oinochoai e le altre forme per attingere / versare nella Fossa
8 di Poggio Gallinaro, nella Tomba di Bocchoris, nelle Tombe 6 / 9 / 1966 di Poggio Maremma; nelle Tombe A, B (ex C) e
C (ex B) di Mandrione di Cavalupo; nella Tomba dono 1955 dell’Osteria; nelle Tombe XXXVIII e XLIII della Polledrara;
nelle Tombe Philadelphia 25 e 51.
75
Tale fenomeno è stato segnalato soprattutto a Tarquinia per le olle globulari su alto piede (cfr. supra, paragrafo
4.2); ma cfr. anche le due anfore gemelle in impasto decorato «white-on-red» dalla Tomba 64 del Laghetto I a Cerveteri, le
due olle biansate e le quattro anfore italo-geometriche dalla Tomba 25 degli Scavi Lerici alla Banditaccia e forse i due bacili
dalla Tomba del Guerriero. Per l’associazione di coppie di anfore etrusco-geometriche o «white-on-red»: ALBERICI VARINI
1999, p. 29; SARTORI 2002, p. 443. Già J. Christiansen registrava questo tipo di ricorrenze come di esemplari prodotti
intenzionalmente a coppie e spesso associate a sepolture femminili (CHRISTIANSEN 1984; cfr. anche OLIVOTTO 1993, p. 9;
SZILÁGY 1992, pp. 46 e 171.
76
Cfr. ad esempio i vasi per la mescola per le Tombe XI, XIV, XXI, XXII della Vaccareccia; per la Tomba 20 del Sorbo
e per le Tombe XCVII e CXX della Cuccumella; le oinochoai, le brocche, gli attingitoi e i boccali, assenti in nove contesti su
quattordici alla Vaccareccia, e in sette a Vulci. A tale proposito non si può escludere in via del tutto ipotetica che tale assenza
sia l’esito della scomparsa di contenitori in materiale deperibile.

268
Se, quindi, non tutti i membri della comunità avevano accesso all’intero complesso delle
pratiche legate al banchetto, è possibile che forme vascolari abbastanza generiche fossero destinate
a rappresentare in modo simbolico varie funzioni. Per alcune, infatti, è stato riconosciuto più di un
uso, variabile a seconda delle associazioni all’interno dei singoli corredi e del numero complessivo
degli esemplari presenti; tra queste, la tazza / kyathos era un contenitore molto versatile, potendo essere
utilizzata come attingitoio / versatoio, o come vaso potorio di diretta proprietà del defunto; nei cor-
redi più complessi, la forma poteva essere presente in un numero elevato di esemplari, per comporre
il set potorio riservato ai partecipanti alla cerimonia funebre. Anche nel caso delle olle, poi, è stata
suggerita una certa variabilità di impiego, dai vasi per contenere (quando associate a vasi-cratere più
chiaramente definiti) ai vasi per la mescola, in assenza di altre forme dello stesso gruppo.
Se, infine, non è possibile isolare ricorrenze puntuali, la presenza di almeno una forma potoria
sembra garantire comunque l’autorappresentazione da parte dei defunti come partecipanti al rituale
del consumo del vino. Si rimanda quindi alla possibilità di isolare un corredo “base”, composto da
un vaso potorio e, forse, da un versatoio, ben leggibile nei corredi complessi, ma esemplificato anche
in alcuni di quelli meno elaborati.
In sintesi, per quanto il quadro delineato risulti sostanzialmente incompleto, sembra emergere
una modalità di ostentazione del vino nell’ambito dei rituali funerari non rigorosa e costante, secondo un
modello che, enucleando tendenze fortemente contrastanti, esprime la volontà di adeguarsi a usi codificati,
di forte impatto culturale, e allo stesso tempo sviluppa un’attitudine ad accumulare elementi denotanti
la pratica potoria, tramite i quali sia possibile esprimere la disponibilità materiale e, quindi, il rango.
Tale dato sembra contrastare con le testimonianze dell’uso del vino emergenti dai contesti
insediativi in relazione a momenti di fondazione o riti di passaggio (cfr. G. Bartoloni, supra). In
questi casi, si è invece osservato il ricorso a un numero ristretto di forme vascolari rispetto a quelle
adottate per i corredi funerari, che suggerisce un maggiore rigore da parte delle aristocrazie nelle
forme di autorappresentazione nelle pratiche “pubbliche”. In quello “privato” del rituale funerario,
al contrario, sembrano attive necessità legate a dinamiche interne ai lignaggi gentilizi (alle quali
potrebbe non essere estranea anche la competizione reciproca), che determinano ricorsi diversificati
al variegato repertorio morfologico del vasellame legato al vino.
V.A., S.T.K.
GILDA BARTOLONI*, VALERIA ACCONCIA**, SILVIA TEN KORTENAAR*
* Dipartimento di Scienze Storiche, Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità –
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
** Dipartimento di Studi Classici dall’Antico al Contemporaneo –
Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara

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