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Lazio protostorico e mondo greco:considerazioni sulla cronologia relativa e assoluta della terza fase laziale

GILDA BARTOLONI, VALENTINO NIZZO *

Laccettazione dei dati emersi dalle analisi naturalistiche da parte di alcuni studiosi ha comportato, come noto, un generale innalzamento della prima et del ferro con il conseguente inserimento della sua fase avanzata tra IX e VIII secolo a.C. e dellinizio del periodo Orientalizzante nella prima met dellVIII secolo 1. La riconsiderazione delle evidenze pithecusane (ed in particolare della tomba 325 con il noto scarabeo risalente al regno di Bocchoris) ha reso inconciliabile laccettazione acritica dei dati dendrocronologici inducendo alcuni studiosi ad un riassestamento delle cronologie basse intorno alla data tradizionale del 725 a.C.2 Limpatto con il mondo greco, che caratterizzava concordemente la fase avanzata della prima et del ferro, andava rialzato e la ceramica greca medio e tardogeometrica importata risultava datata prima in Italia che nel luogo di produzione di origine. Del resto, come rilevava nel 1960, Massimo Pallottino questo periodo ha esercitato una
*Universit di Roma La Sapienza. 1 Da ultimo DELPINO 2003. 2 Vd. ad es. PACCIARELLI 2000. 3 PALLOTTINO 1960, p. 11. 4 BIETTI SESTIERI ET ALII 1998; NIJBOER ET ALII 2000; NIJBOER c.s., rialza la cronologia relativa della struttura alla transizione tra le fasi laziali II B e III. La capanna del resto non stata ancora integralmente pubblicata. In base a quanto finora edito ed in base alle integrazioni proposte dagli editori dei frammenti rinvenuti, buona parte di essi risulta ampliamente documentata a Roma, con cui Fidene e larea della bassa valle tiberina mostra una evidente omogeneit culturale (BARTOLONI 1986), nella fase IIB (cfr. ad esempio le tombe Esquilino 11 e 51), come

particolarissima attrattiva sugli studiosi non soltanto perch ad esso si riportano problemi cruciali come quello dellorigine dei popoli italici e quello dei rapporti tra Grecia, Italia ed Europa continentale agli albori dei tempi storici, ma anche proprio per le intrinseche difficolt di classificazione dei suoi fenomeni culturali e della loro cronologia relativa ed assoluta che, come spesso accade in questi casi, lungi dallo scoraggiare alla ricerca hanno anzi stimolato linteresse critico, favorito il giuoco delle ipotesi personali, provocato una serie di avvincenti e vivaci discussioni3. Per quanto riguarda la cultura laziale le analisi al radiocarbonio della capanna di Fidene, che ha restituito materiali inquadrabili tipologicamente nella III fase laziale 4 , hanno determinato un rialzamento di questa fase alla fine del IX secolo a.C., entro l8205. Il confronto tra i materiali delle sepolture laziali con quelli della tomba a tumulo di Wehringen, datata dendrocronologicamente al
formulata a partire dal Mller-Karpe nel 1962: ad esempio, tra i materiali pi significativi, il vaso biansato su piede tipo 26 Mller-Karpe (BETTELLI 1997, p. 40, tipo 3, tav. 2, 1), lanfora con collo distinto troncoconico e forse ansa bifora tipo 25 Mller-Karpe (BETTELLI 1997, p. 58, tipo 5b, tav. 23, 3), la tazza con labbro a colletto ed ansa bifora cornuta tipo 27 MllerKarpe (BETTELLI 1997, p. 58, p. 72, tipo 18, var. b, tav. 34, 4). 5 Meno coerenti appaiono i dati di Satricum (NIJBOER ET ALII 2000, cfr. DE MARINIS in questa sede) e quelli basati sulle analisi dei resti ossei delle necropoli (per Castiglione cfr. DELPINO 2003). Cfr. inoltre per i dati della necropoli di Fossa COSENTINO, DERCOLE, MIELI 2001, pp. 174-177.

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7785 a.C.6, hanno indotto a far coincidere con il 780 a.C. linizio dellorientalizzante7, rialzando la cronologia tradizionale di almeno 60 anni. Questultima data stata poi da alcuni studiosi abbassata al 725, anche per la cultura laziale, non potendo ovviare ad alcuni dei parallelismi con il Mediterraneo orientale, determinando un ampliamento del periodo di 75 anni, cio ad un lasso di tempo riferibile a forse tre generazioni.8 Per quanto riguarda la cronologia relativa quindi lipotesi di una notevole durata temporale si contrappone alla proposta di ridimensionamento scaturita dallanalisi di Osteria dellOsa. Per quel che concerne la cronologia assoluta, invece, da una parte abbiamo una coerente adesione alle datazioni naturalistiche, dallaltra un aggiustamento ibrido tra queste e le sequenze del Mediterraneo orientale, con un indubbio tentativo di adattare a queste ultime i dati emersi dalle analisi fisiche. In questa sede si intende riconsiderare alcuni aspetti della II fase laziale avanzata e della III, specie quelli relativi al rapporto con genti esterne, cercando di definirne lestensione. Ci si baser essenzialmente sulledizione dello scavo estensivo e

sistematico di Osteria dellOsa9, con riferimenti alla seriazione di Marco Bettelli per alcune tombe romane e laziali10. Il quadro laziale verr quindi integrato, al fine di ottenere degli elementi di cronologia assoluta, con i dati emersi da un tentativo di analisi interpretativa della sequenza stratigrafica e tipologica della necropoli di Pithekoussai, di cui vengono presentati in questa sede i primi risultati11. Lesame della fase IIB della necropoli di Osteria dellOsa, dove la maggior parte di coincidenze con Veio rientrano in tipi Toms I C-IIA, prospetta un parallelismo, gi del resto formulato da Anna Maria Bietti e Anna De Santis, tra Veio II A e Osteria dellOsa II B12 (e si pu precisare II B213). La maggior parte dei tipi inseriti nella tipologia come pertinenti alla III fase di Osteria dellOsa coincidono nella pubblicazione della necropoli con tipi di Toms Veio IIB-IIC 14 . Ne consegue che solo un piccolissimo gruppo di tombe della III fase potrebbe essere contemporaneo della fase veiente II A, le inevitabili tombe di passaggio15. Quindi Osteria dellOsa IIB corrisponderebbe a un periodo tra Veio

6 Per linquadramento cronologico della tomba 8 di Wehringen cfr. HENNIG 1995, pp. 129 ss., e da ultimo DE MARINIS 2002, pp. 39-40, con bibliografia. 7 NJIBOER ET ALII 2000, pp. 163-164. Il c.d. Hallstatt plateau rende estremamente complessa la datazione dellOrientalizzante con analisi naturalistiche. 8 Per il computo delle generazioni intorno ai 20/25 anni in base alle analisi antropologiche di Veio vd. DELPINO 2003 pp. 13 e s., nota 24 e p. 17 e s., che critica luso discontinuo che viene fatto solitamente nellarcheologia protostorica di questo utile strumento di analisi. 9 BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992. I tipi della necropoli di Osteria dellOsa enucleati dalle editrici saranno di seguito citati con la sigla Osa premessa al nome del tipo. 10 BETTELLI 1997. 11 Per una analisi pi approfondita si rinvia a NIZZO c.s. 12 E noto che questa fase della cultura laziale corrisponde in linea generale alla fase II A del villanoviano (fasi IC-II A di J. Toms nella necropoli di Veio-Quattro Fontanili) (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS, LA REGINA 1989, pp. 80-81). 13 Ad es. Osa 10a confrontato con Toms IX 4=Guidi 71; Osa 12a confrontato con Toms VIII 4=Guidi 67a; Bettelli tazze 19A1 e 18A con Toms V 3 e V 6; Osa 6a-6d con Toms IV 1, dellIC; fibule Osa 40e confrontato con Toms III 3; Osa 40d, del IIB1, confrontato con Toms III 2. Nella citazione dei

confronti con i materiali veienti della necropoli di Quattro Fontanili si fatto riferimento principalmente al lavoro di Judith Toms (TOMS 1986) con riferimenti, quando una analoga formulazione della tipologia lo permetta, alla monografia di Guidi (GUIDI 1993). 14 Ad es. per le anfore: Osa 7l confrontato con Toms VI 7 (Veio IIB); Osa 7m confrontato con Toms VI 13 (Veio IIBC)=Guidi 48b (Veio IIB); Osa 7p confrontato con Toms VI 15 (Veio II C); Osa 7t confrontato con Veio, Quattro Fontanili, tomba LL 12-13 (Notizie Scavi 1963, p. 243 c, fig. 108c; Veio IIC); per le tazze: Osa 20h confrontato con Toms V 13 (Veio IIB)=Guidi 33a (Veio IIB1-IIC); Osa 20j confrontato con Toms V 15 (Veio IIB). Una stessa coincidenza si nota tra le fibule (Osa 42f confrontato con Toms III 12-Veio IIB=Guidi 103bVeio IIB1-IIC; Osa 42h confrontato con Toms III 7-Veio ICIIA = Guidi 105b-Veio IC-IIA; Osa 42j confrontato con Toms III 16-Veio IIB-IIC=Guidi 103c-Veio IIB), anche se i tipi non sono enucleati nelle tipologie di riferimento in maniera analoga (per la formulazione dei confronti tra Osteria dellOsa e Veio ci si strettamente attenuti a quanto proposto in sede di tipologia dalle Editrici pur mantenendo alcune riserve sulla scelta dei riferimenti, ad esempio il confronto Osa 7p con Toms VI 15). 15 Per una non perfetta coincidenza della fasi tra le diverse sequenze vd. DELPINO 2003.

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IC e Veio II A16. Lo stesso slittamento rispetto allEtruria propria del resto stato notato anche a Pontecagnano17. Nella fase IIB sono frequenti ad Osteria dellOsa le attestazioni di confronti con larea meridionale (specie Pontecagnano e Sala Consilina): ad es. la brocca globulare con alto collo rigonfio Osa 11j, frequente a Pontecagnano (tipo 80a1b18) nella fase IB, o la fibula ad arco ribassato con staffa a disco e barretta attestato in Pontecagnano IB-II (tipo 320b15b), esclusivo di Osteria dellOsa IIB1(tipo 38s). Come ha recentemente ricordato Filippo Delpino la proposta di abbassare linizio della seconda fase di Veio rispetto a quella enucleata da J. Close Brooks, era dovuta ad una diversa divisione nella sequenza tipologica della necropoli tra prima e seconda fase19. Inserendo dei tipi Close Brooks II A nella I fase ne conseguiva un abbassamento cronologico dellinizio della seconda e una vita
16 In antitesi con queste considerazioni appare quanto affermato da PACCIARELLI 2000, p. 62 che vede una perfetta coincidenza tra Veio II A ed il periodo laziale IIIA. Anche nelle conclusioni cronologiche di Osteria dellOsa viene considerato, anche se in linea di massima, un parallelismo tra Osa III e la seconda fase villanoviana (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 537). 17 Pontecagnano 1988, p. 112. 18 Nella citazione dei confronti con la necropoli di Pontecagnano si adoperata la terminologia adottata per i tipi a partire dalla pubblicazione del 1998 (Pontecagnano 1998, pp. 51 ss.). 19 DELPINO 2003, p. 11. 20 Cio dall800/780760/750 (CLOSE BROOKS 1965) a 770 a 750 (BARTOLONI 1989). I nuovi dati di S. Imbenia (cfr. da ultimo OGGIANO 2000) possono rialzarne linizio agli anni precedenti il 780 a.C. (cfr. TOMS 1997). 21 L. Lazzarini considera liscrizione di Osteria dellOsa una presenza sporadica, prodotto di una serie di contatti fra mondo greco e Lazio arcaico, storicamente e archeologicamente ben attestati nei periodi successivi (LAZZARINI 1999, p. 60). Comunque incerto il significato del testo e di conseguenza la lingua che esso esprime, eu(l?)in.. Anna De Santis che ha scavato personalmente la tomba 482, probabilmente femminile (female ???), esclude che, come si potrebbe dedurre dalla pubblicazione delle tombe 482 e 485 (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, tav. 3a. 269), il vaso a fiasco con iscrizione rinvenuto in posizione marginale, accanto alle pietre superficiali del riempimento della 482, possa appartenere alla tomba 485, del pieno VII secolo a.C., che risulta aver tagliato la copertura della tomba pi antica, o costituire unofferta di espiazione alla profanazione. Una suggestiva spiegazione della posizione anomala del vaso potrebbe venire dallinterpretazione della sua funzione, proposta da David Ridgway (RIDGWAY 1996, p. 92, n. 33), come brocca utilizzata nello

molto breve per la fase II20. Lanalisi di Judith Toms non sembra cambi di molto questa prospettiva: non si pu infatti attribuire a questa fase isolata da I C pi di una generazione. Linizio della seconda fase villanoviana da tempo stato collegato allimpatto con il mondo greco, mentre leggermente posteriore sembrerebbe linizio della III fase laziale come formulato dallanalisi di Osteria dellOsa o da quella di Bettelli. In questo intervallo di tempo potrebbero essere inserite sia tombe ancora della fase Osteria dellOsa II B2, come la 314 o la 581, decisamente tombe da considerare di passaggio tra II e III fase, considerate da Marco Pacciarelli tra i contesti tipici della II fase avanzata di Osteria dellOsa, ma anche contesti pi antichi, i cui confronti tipologici rimandano tutti ad area laziale e per cui pi difficile una correlazione esterna, come le tombe 482 (quella con liscrizione greca21) o la 576.
spegnimento del rogo, denotando la precoce conoscenza nel mondo indigeno del rituale funerario greco, analogamente a quanto rilevato a Pontecagnano (Pontecagnano 1988, p. 241). La presenza di un foro, qualora effettivamente sia antico, potrebbe assumere un carattere di defunzionalizzazione rituale e non essere quindi in rapporto con un suo eventuale utilizzo per pratiche connesse con la filatura (contra BAGNASCO GIANNI 1999). La forma del vaso, per ora un unicum, rimanda, come ha giustamente notato la Bietti (BIETTI SESTIERI 1992b, pp. 185 e s.) ad area meridionale. Unanalisi dellimpasto potrebbe aiutare ad una definizione di questo tipo di vaso ed alla sua provenienza. Ridgway, soffermandosi sulla tipologia del vaso e rilevandone le caratteristiche morfologiche originali considera probabile che esso sia opera di un artigiano locale su commitenza straniera. Come stato rilevato nella tipologia della necropoli, i vasi a fiasco, fra i quali inserito quello in esame, sono documentati esclusivamente in tombe maschili (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 272), e spesso in contesti plurimi; lunica eccezione sarebbe costituita dalla tomba in esame, priva di indicatori archeologici di genere, sulla cui attribuzione antropologica sussistono notevoli dubbi : la tomba 307 (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 627, datata al IIB1), i cui dati antropologici (F???) sono analoghi a quelli della 482 (cfr. gi RIDGWAY 1996, p. 90, n. 16), presenta elementi che nella necropoli caratterizzano le sepolture dei patres familias. E ben noto come ad Osteria dellOsa (ad esempio le tombe 503, 164, 307 del IIB1) ed a Roma (BARTOLONI 1984) il rito crematorio sia eccezionale nellambito del periodo IIB ed in particolare non sia attestato per altre sepolture femminili. Nel Lazio sono frequenti del resto tombe bisome dello stesso sesso (BARTOLONI 2003). Nonostante le incertezze sullinterpretazione dei dati di scavo questo contesto indizio di una apertura della comunit verso lItalia meridionale ed il mondo greco nel momento in cui iniziano i rapporti precoloniali.

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Coeve alle deposizioni pi recenti della seconda fase della sequenza di Osteria dellOsa risultano, anche in base alla tipologia di Bettelli su Roma e il Lazio, sia la tomba 132 di Castel di Decima22, caratterizzata dalla presenza di una tazza bronzea ad ansa cornuta, che Massimo Botto ha attribuito ad artigianato nord-siriano o da questo fortemente influenzato23, sia le tombe 30 e 31 dellEsquilino, caratterizzate dalle pi antiche attestazioni di ceramica di argilla depurata tornita e dipinta, opera di un artigiano che conosceva decisamente la ceramica greca24. Nella tomba 30 la tazza a bocca larga con ansa bifora insellata trova precisi confronti nella stessa Roma25 e a Caracupa nella tomba XXIX, contesto riferibile ad un momento abbastanza iniziale della necropoli (periodo IIB)26 e la grande tazza con ansa bifora di un tipo attestato allEsquilino in tombe dello stesso periodo27; la fibula nonostante la frammentariet potrebbe appartenere al tipo Osa 42a (fibula serpeggiante a doppio occhiello a sezione circolare28), tipo di lunga durata non solo nel Lazio 29 . Laltra tomba dellEsquilino e la tomba di Castel di Decima presentano tipi attestati a Osteria dellOsa sia unicamente nel IIB, come le tazze profonde con ansa bifora caratterizzate dalla massima espansione della vasca in alto (Osa 20g) sia nella fase successiva come quelle con alto colletto troncoconico (Osa 20h), che trova confronti a Veio in contesti Veio II B30. Nella tomba di Decima la brocca globulare ad ansa ad anello, da cui potrebbe derivare il tipo delle brocche in argilla figulina dellEsquilino, trova confronti solo in Osteria dellOsa II (Osa 11f) mentre la tazza profonda con ansa bifora ad apertura
Indubbiamente ad una svista si deve linserimento nelle sequenze di Pacciarelli di questa tomba nel periodo III B, essendo inserita giustamente nella fase II B2 dallo stesso autore (PACCIARELLI 2000 p. 62). 23 BOTTO 1995. 24 Per le brocche dellEsquilino cfr. LA ROCCA 1974-1975, passim; sulla variabilit della decorazione a cerchi concentrici cfr., ad esempio, KOUROU 1999. Lassenza in questo primo periodo di rapporti con genti greche di ceramica dimportazione nelle tombe laziali, differentemente da quanto riscontrato per lEtruria villanoviana, pu essere spiegato con un rigore nel rituale funerario che non permetteva di sostituire le tazze ad ansa bifora, elemento essenziale nel servizio deposto, con le tazze biansate di importazione o imitazione greca, conosciute
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superiore molto sviluppata appare peculiare di Osteria dellOsa III (Osa 20m). Quindi nel Lazio il rapporto con genti esterne (matrimoni misti, scambi di oggetti, tecniche, idee e modelli culturali), siano essi greci o fenici, appare coevo a Toms Veio II A avanzato, momento in cui si possono inserire i corredi con ceramica importata. La pi antica attestazione di ceramica greca a Veio , come noto, il frammento di coppa a semicerchi penduli, rinvenuto sporadico nella necropoli di Quattro Fontanili, troppo frammentario per ricavarne la pertinenza a un tipo, ma decisamente antico per il tipo di pasta: Toms lo considera arrivato certamente dalla Grecia e probabilmente nella prima parte dellVIII secolo a.C.31 Ridgway32, a proposito delle presenze di contatti tra Veio e ambiente greco, aggiunge ai gi conosciuti skyphoi a chevrons (tombe FF 16-17; EE14-15, ZAA7) e a uccelli (CC 17 A: prob. II A) le brocche e il bicchiere delle tombe BB7, F 12-13, P 2-3 (e forse della CC17A) tutte attribuibili ad un momento molto avanzato di Toms II A: tra questi alcuni esemplari sono sicuramente veienti. Coeve del resto sono le forme locali (brocca Toms VIII 5 e olla IV 4) con decorazione dipinta 33 , contemporaneamente sembrerebbe quindi alla produzione pi antica di argilla figulina dipinta nel Lazio. Queste considerazioni portano a ridimensionare la durata della III fase laziale, dai confronti coincidente pi o meno con Toms Veio IIB e IIC. Non sembra che il numero dei tipi attestati possa coinvolgere pi di una cinquantina di anni, analogamente, del resto, a quanto proposto da Pacciarelli che attribuisce alle ultime due sottofasi
invece dagli abitati. E noto come frammenti di skyphoi del tipo a semicerchi penduli, siano attestati a Roma e Ficana (BARTOLONI ET ALII 2000). 25 MLLER-KARPE 1962, tav. 44, tipo 27. 26 Civilt Lazio Primitivo 1976, cat.118, pp. 357-358. 27 MLLER-KARPE 1962, tav.7, B 5 e 12 C 6. 28 BETTELLI 1997, tipo FS 3. 29 Pontecagnano 1988, tav. 20, tipi 320E1a1, 1a2 (fasi IBIIA); PACCIARELLI 2000, fig. 30, nn. 39-40. 30 TOMS 1986, fig. 26, tipo V, 3. 31 TOMS 1997, p. 88. 32 RIDGWAY 1988. 33 TOMS 1986, p. 85, BBCC8; F12-13; EE10B; PQ1.

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veienti due generazioni34. Se dunque le coincidenze con lanalisi di Bietti Sestieri e De Santis appaiono indubbie per quanto riguarda la cronologia relativa, per quanto riguarda la cronologia assoluta, la presenza di ornamenti e vasellame di produzione laziale nella necropoli di Pithekoussai permette di istituire parallelismi con la sequenza coloniale. G. B. Un aspetto della necropoli pithecusana che non stato ancora sufficientemente approfondito in tutta la sua complessit, sebbene sia stato colto fin dal principio da Buchner35 ed in parte sviluppato da Neeft36, consiste nelleccezionale intreccio di fattori che, garantendo lintegrit del complesso, ha permesso di trasmettere fino ad oggi una fitta trama di relazioni stratigrafiche, orizzontali e verticali, che non trova confronti nei principali sepolcreti dellItalia peninsulare e sulla cui rilevanza archeologica e cronologica non possono sussistere dubbi. Un esame complessivo dei dati stratigrafici pertinenti alle quasi 600 sepolture det greca pre-ellenistica pubblicate nel volume Pithekoussai I, ha permesso di evidenziare un nucleo di circa 500 tombe, distribuite in 52 gruppi37 composti da un minimo di 2 ad un
34 PACCIARELLI 1996, pp. 186 ss. in cui per la durata di una generazione viene fissata intorno ai trentacinque anni. 35 Si veda BUCHNER 1975, in particolare pp. 70 e s. e schema alla pl. 2 ripreso in RIDGWAY 1984, p. 65, fig. 6. 36 NEEFT 1987, passim, in particolare pp. 301 ss., fig. 303. Quello di Neeft rappresenta fino ad oggi il primo ed unico tentativo di avvalersi di alcuni tratti della sequenza stratigrafica pithecusana, riassunti in rudimentali matrix, per la ricostruzione dellevoluzione di una determinata classe ceramica, quella degli aryballoi protocorinzi, e per la puntualizzazione della sua cronologia. 37 Il termine gruppi usato in senso lato per definire gli insiemi di tombe legate da rapporti stratigrafici. Che questi rapporti possano essere interpretati anche nel senso di relazioni familiari un tema che in questa sede non ci proponiamo di affrontare. I 52 gruppi totali sono cos suddivisi: 25 sono localizzati nel settore A della necropoli e 27 in quello B; le lettere A e B premesse al numero arabo con il quale i nostri gruppi sono stati convenzionalmente nominati denotano la loro pertinenza ad uno dei due settori della necropoli sopra menzionati; per ciascun settore la numerazione

massimo di 82 unit, legate da relazioni fisiche di stratigrafia orizzontale e/o verticale 38. Per la presente indagine sono stati selezionati i gruppi pi rilevanti sia per numero di sepolture e qualit dei materiali che per cronologia, ottenendo cos una base di 278 contesti distribuiti tra il TG I ed il CA (di questi ben 258 riferibili al TG1 ed al TG2) (Tav. 1)39. I materiali dei corredi inseriti nel campione prescelto sono stati classificati tipologicamente secondo i criteri tradizionali per questo tipo di analisi e sono stati inseriti in tabella in modo tale da rispettare, nella sequenza, linsieme di dati derivante dallanalisi stratigrafica della necropoli. La posizione cronologica rispettiva tra tombe pertinenti a diversi gruppi o poste in diversi rami del medesimo gruppo, non essendo ulteriormente definibile sulla sola base stratigrafica, stata stabilita, in primo luogo, tenendo conto dellanalisi delle associazioni, in secondo, quando gli elementi del corredo ed i dati stratigrafici non lo permettevano, sulla base di un terzo fattore che si rivelato, in molti casi, di insospettata affidabilit. La posizione reciproca delle singole tombe sul livello del mare ha infatti permesso di considerare, con tutte le cautele del caso, tendenzialmente pi antiche le sepolture poste ad un livello
dei gruppi progressiva. 38 Nellelaborazione finale dei matrix pertinenti ai singoli gruppi stato necessario, per non discostarci troppo dalla documentazione di scavo disponibile, considerare ciascuna tomba alla stregua di ununica azione tralasciando, necessariamente, determinati momenti stratigrafici come, ad esempio, il taglio della fossa, la deposizione, il suo riempimento, lelevazione del tumulo, ecc. ecc.; il risultato cos ottenuto se da un lato non sembra allontanarsi molto da quello ottenibile con la tradizionale logica stratigrafica, dallaltro, seppur semplificato, sembra acquisire una pi immediata leggibilit. 39 I gruppi selezionati sono i seguenti: A01) costituito da 82 tombe (Tav. 1/2); B02-B03) da 82 tombe (Tav. 1/1-2); A05) da 65 tombe (Tav. 1/3); A06) da 31 tombe (Tav. 1/3); A25) da 4 tombe (Tav.1/3); B15) da 13 tombe (Tav. 1/1); a questi sono stati aggiunti la tomba 547, estrapolata dal gruppo B01 e la tomba 944 (Tav. 1/2) estranea alla pubblicazione Pithekoussai I. Per una pi completa definizione della composizione del campione esaminato rinviamo alla pubblicazione definitiva del lavoro che terr conto anche dei contesti non considerati in questa sede (NIZZO c.s.).

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significativamente pi profondo rispetto a quelle circostanti40. Il risultato finale stato quello di ottenere una complessa sequenza delle tombe e delle tipologie dei materiali. Lanalisi ha in buona parte confermato e precisato il quadro cognitivo gi noto da tempo circa la successione cronologica del materiale greco importato o prodotto localmente41. Le principali acquisizioni riguardano in particolare la fase di vita pi antica della necropoli che, per lo scarso numero e la scarsa entit e variabilit dei corredi utilizzabili e per la presenza spesso episodica di alcune classi di materiali, risultava, complessivamente, quella meno nota. stato infatti possibile rilevare come alcuni tra i materiali considerati come i pi caratteristici dellorizzonte locale del TG 1, quali gli skyphoi tipo Thapsos con pannello o le kotylai del tipo Aetos 666, compaiano a partire da un momento che potremmo definire centrale della sequenza della prima fase, per concentrarsi prevalentemente in uno stadio avanzato del TG 142 ed esaurirsi, quasi del tutto, prima dellinizio del TG 243 (Tav. 2). Ne consegue che se tali reperti risultano di fondamentale importanza per la definizione del momento centrale ed, in particolare, avanzato del TG 1 pithecusano e dei suoi rapporti con la coeva

sequenza greca essi, tuttavia, non sono sufficienti ai fini di una pi ampia comprensione del momento iniziale della necropoli e, pi in generale, dellintera durata della sua prima fase. Un valido strumento di analisi per una migliore puntualizzazione della questione stato fornito dallesame dellevoluzione formale di quella che, senza dubbio, la componente pi comune del repertorio ceramico locale, ovvero le oinochoai. Esse costituiscono, infatti, per fattori probabilmente legati alla cerimonia funebre, uno degli elementi costanti dei corredi della necropoli pithecusana, fin dalla sua fase pi antica, cosa che ha permesso di seguirne, in maniera pi approfondita rispetto ad altri manufatti e col supporto della sequenza stratigrafica, le linee generali dellevoluzione formale. Sono state cos confermate osservazioni quali quelle espresse da Buchner e Ridgway fin dal 198344 circa la recenziorit di particolari come le anse a nastro e la decorazione continua sul collo che, effettivamente, risultano documentati solo a partire da un momento molto avanzato, se non addirittura finale della sequenza locale del TG 1, per affermarsi, poi, compiutamente nel TG 2. E stato inoltre possibile precisare come caratteri tipici degli esemplari pi antichi45, della fase iniziale e

40 Lesame del matrix elaborato per le singole aree ed il confronto delle associazioni tipologiche fra i materiali dei singoli corredi hanno infatti messo in evidenza, con poche e sporadiche eccezioni, come la sequenza stratigrafica e quella tipologica possano essere messe in relazione con il progressivo innalzamento del terreno conseguente al dilavamento delle colline circostanti. La quota sul livello del mare delle tombe in diretta relazione stratigrafica risultata infatti crescere progressivamente dalle sepolture pi antiche a quelle pi recenti, con una costanza tale, tenendo conto anche delle variabili insite nella diversit dei rituali, nella tipologia delle strutture e nellandamento del terreno, da rendere utile tener conto, in mancanza di elementi pi espliciti, anche della loro quota per meglio definire il loro rapporto cronologico con le tombe circostanti (per osservazioni sulla natura pedologica della Valle di San Montano vd. BUCHNER 1975, p. 61 e la premessa geomorfologica del volume Pithekoussai I, pp. 17-33, in particolare pp. 28-29). 41 COLDSTREAM 1968, pp. 302-331. 42 Skyphoi dalle tombe 212, 944 e 161; kotylai dalle tombe 490, 550 e 161, per citare solo i contesti pi significativi inseriti nella nostra sequenza (per lelenco completo delle attestazioni si veda Pithekoussai I, p. 730, 4, ii). 43 Nel TG 2 documentato solo uno skyphos del tipo

Thapsos con pannello dalla tomba 309A, associato con esemplari del tipo pi recente, senza pannello. Al medesimo orizzonte cronologico dei pi recenti esemplari pithecusani rimandano le attestazioni pi antiche di skyphoi tipo Thapsos con pannello e kotylai tipo Aetos 666 rinvenute in contesti indigeni (in generale sulle coppe tipo Thapsos cfr. BUCHNER 1964, p. 265, nota 3; RIDGWAY 1967, p. 315; RIDGWAY 1969, p. 28; NEEFT 1981; BUCHNER, RIDGWAY 1983, p. 6, note 12, 13; DAGOSTINO 1989, p. 70; per gli esemplari dai contesti indigeni si veda in particolare la documentazione fornita dalla necropoli di Capua cfr. JOHANNOWSKY 1969, pp. 35 ss.; cfr. inoltre, per un esemplare con decorazione simile a quello della T. 212 di Pithekoussai, Pontecagnano 2001, T. 4900, pp. 47 s., tav. 25, n. 3). Sulle kotylai tipo Aetos 666, oltre alla bibliografia sopra citata, cfr. COLDSTREAM 1982, pp. 31 e ss.; per la documentazione del tipo nella Valle del Sarno cfr. DAGOSTINO 1979, pp. 60 e s., tipo 2, figg. 34-35, che considera di fabbrica pithecusana gli esemplari pi antichi (tipo 2a, tombe 73, 126 e 264, della fine della prima et del Ferro). 44 BUCHNER, RIDGWAY 1983, pp. 5 e s. 45 Tombe 435/1; 574/1; 549/1; 216/1; 609/1; 581/1; 199/12; 491/1; 490/1, pubblicate in Pithekoussai I, e 944 in RIDGWAY 1983, p. 4, n. 1, fig. 1, 1.

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centrale del TG 1, siano da considerare la forma globulare del corpo ed il collo generalmente cilindrico oltre allansa a bastoncello e alla decorazione limitata alla sola parte anteriore del collo gi rilevati. Il tipo di oinochoe con corpo globulare, a partire da un momento centrale del TG 1, viene affiancato e poi, nel corso del TG 2, progressivamente sostituito da oinochoai con corpo ovoide46 quali, ad esempio quella della tomba 168 che presenta tutti i tratti caratteristici degli esemplari pi antichi associati ad un corpo ovoide47. La frequenza di tali oinochoai nei corredi del TG 1, fa di esse uno dei pochi elementi della sequenza di questa fase che possa essere seguito ininterrottamente nella sua evoluzione per tutta la sua durata. Se si tiene conto, infatti, della costanza dei caratteri formali e della ripetitivit di motivi decorativi quali gli chevrons ed i sigma che contraddistinguono quasi tutta la produzione del TG 1 e di parte del TG 2, diviene molto probabile ricondurre la loro manifattura alla mano di un singolo artigiano o, tuttal pi, allimpulso di una singola bottega, la cui attivit, di conseguenza, sar inscrivibile in un lasso di tempo pari, o di poco
Nelle oinochoai con corpo ovoide continuano ancora ad essere attestate per buona parte del TG 2 le caratteristiche tradizionali del tipo pi antico come lansa a bastoncello e la decorazione limitata alla sola parte anteriore del collo (tombe 222/1; 434 /1; 167/1-2; 227/1; 228/1; 433/1; 422/1 del TG 1 e, nel TG 2, nelle tombe 168/5; 180/1; 165/1; 573/1; 664/1; e 170/1). Per una pi puntuale definizione della tipologia di tali oinochoai e per un pi approfondito esame della loro posizione nella sequenza pithecusana rinviamo a NIZZO c.s. 47 Sulla base di tali osservazioni stato possibile notare come le pi antiche attestazioni di questa classe ceramica nel mondo indigeno documentate, fino ad ora, nella Valle del Sarno (DAGOSTINO 1979, p. 66, tipo 11 e varianti, Oinochoai a chevrons) e, pi sporadicamente, anche a Pontecagnano (BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, pp. 73 e s., n. 2, fig. 24 e tav. 6, 1; DAGOSTINO 1999, p. 20), in contesti della fine della prima et del Ferro e dellinizio dellOrientalizzante trovino confronti, a Pithekoussai, con esemplari dei tipi pi evoluti databili in un momento avanzato del TG 1 ed, in particolare, nellambito del TG 2 (si cfr., ad es., loinochoe della tomba 178 della necropoli di San Valentino Torio, DAGOSTINO 1979, p. 66, fig. 38, n. 1, con quella molto simile della tomba 168 di Pithekoussai del TG 2; cfr. inoltre les. della tomba 4900, in Pontecagnano 2001, p. 47, tav. 25, n. 2, con corpo globulare, collo cilindrico, ansa a nastro e decorazione continua sul collo, con quello della tomba 159 di Pithekoussai). 48 Unulteriore prova a favore della breve durata del TG1
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superiore, ad una generazione, durata che, sulla base degli studi demografici effettuati per questepoca, pu essere valutata tra i 20 ed i 25 anni. Aggiungendo a questa cifra un margine di circa 5 anni tra il momento in cui il manufatto viene prodotto e quello in cui viene deposto, possiamo allargare il range ad un massimo di ca. 30 anni, per larco di tempo in cui devono essere comprese le tombe pithecusane rapportabili al TG 148. Tra i contesti pi antichi emersi nel corso dellesame stratigrafico e tipologico della necropoli figurano una fibula con arco a navicella cava49 staffa breve leggermente allungata, molla a due giri, decorazione dorsale ad incisione consistente in fasci di linee trasversali50 (Tav. 3) ed un piccolo gancio51 pertinenti ad una deposizione a fossa (che abbiamo chiamato convenzionalmente T. 574 bis), sconvolta allepoca della realizzazione della tomba 57452 (anchessa da porre allinizio della sequenza delle sepolture della fase TG1), che potrebbe essere considerata un relitto di quella fase pi antica della necropoli indiziata da alcuni materiali sporadici recentemente riferiti da Coldstream ad un momento di passaggio tra il MG2 ed il TG 153 (Tav. 1/1).
pithecusano pu essere considerato il numero ridotto di sovrapposizioni stratigrafiche documentate per il TG 1 in contrapposizione a quanto osservato pi avanti relativamente alla fase successiva. Tale circostanza induce a ritenere pi plausibile il termine inferiore del ventaglio temporale sopra proposto per la durata di questa fase, ovvero 20-25 anni. 49 Non certo che larco fosse originariamente a navicella, dal disegno sembra possibile anche ipotizzare una sua identificazione con una sanguisuga cava la quale, frammentatasi nella parte inferiore, sia poi stata facilmente confondibile con una fibula con arco a navicella. Sulle fibule ad arco in generale cfr. da ultimo TOMS 2000. Per il ruolo delle fibule pithecusane nella definizione della cronologia relativa ed assoluta di Veio si veda CLOSE BROOKS 1967, pp. 323-329. 50 Pithekoussai I, pp. 567 ss., 574*, 1, tav. 169. 51 Il gancio, formato da un sottile filo di bronzo ripiegato in doppio, da una parte piegato a gancio, dallaltra parte divergente a formare due occhielli laterali, corrisponde ad un tipo abbastanza diffuso nel Lazio (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, tipo 86a, p. 417, tav. 44, in contesti della fase IIIB, tra i quali le tombe 82, fig. 3c, 11, s.n., e 251, fig. 3b. 24, nn. 9a, 9b), in Campania (tipo 385B, Pontecagnano 1998, p. 51 ss., tomba 6107, fase IB fin., tav. 123, n. 13), ed in Etruria (GUIDI 1993, tipo 149a), fase IIA-IIC. 52 Pithekoussai I, pp. 567 ss., tavv. CLXXVI e 169. 53 COLDSTREAM 1995, p. 266.

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Fibule a sanguisuga cava o a navicella con staffa breve allungata e decorazione dorsale, note a Pithekoussai da questo solo esemplare, sono documentate nel Lazio54, a Pontecagnano55 ed a Veio56 in contesti riferibili prevalentemente ad un momento avanzato della fase evoluta della prima Et del Ferro, corrispondente al momento di passaggio tra la fase IIIA e IIIB laziale, tra la fase IIB e la IIC veiente e ad un momento iniziale della fase IIB di Pontecagnano. Nella tomba 609, una inumazione pertinente ad un infante di sesso femminile tra le pi antiche del suo gruppo57 (Tav. 1/2), una oinochoe del tipo pi arcaico risulta associata con due fibule di bronzo a sanguisuga ingrossata al centro, con staffa allungata e molla a due giri, una con arco cavo, e laltra con arco apparentemente pieno: la prima trova confronti in un esemplare dalla tomba 547,
BETTELLI 1997, tipo FSA 1E, p. 101, tav. 48, n. 3, con arco a sanguisuga cava, documentato nelle fasi IIIA-IIIB, ad Ardea colle del Noce T. 2; Esquilino T. 25, La Rustica T. 11, Tivoli tomba 24A, tutti con decorazione consistente in fasce campite a spina di pesce, e tipo FSA unicum delta, p. 103, tav. 49, n. 1, inornato, documentato nella tomba 43 di Tivoli, considerata di fase IIB2; per la decorazione si veda anche il tipo FSA un. beta, p. 103, tav. 48, n. 15, a sanguisuga piena, documentato nella tomba 22 dellEsquilino, di fase IIB2. 55 Genericamente avvicinabile al tipo 320C8b (Pontecagnano 1992, p. 25) a sanguisuga cava, abbastanza raro nella necropoli, documentato in particolare nel corredo della tomba 3213, di fase IIB iniziale (cfr. le tabelle in Pontecagnano 1998 ed in BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, tabella 1), ma con decorazione pi complessa ed arco ingrossato al centro. 56 Cfr. Toms, tipo I 19, fase IIB (TOMS 1986, p. 79, fig. 25), Guidi tipo 90E, fase IIB1 (GUIDI 1993, p. 46, fig. 8\1), a sanguisuga cava ed arco ingrossato al centro, con decorazione dorsale ed, in particolare, il tipo Toms I 35 (TOMS 1986, p. 80, fig. 31) e Guidi 96E di fase IIC (GUIDI 1993, p. 48, fig. 16\1), con arco meno ingrossato a sanguisuga tendente alla navicella, documentato nelle tombe KKLL 18-19, LL 12-13, JJKK 15, Y alfa, da esemplari decorati con fasce campite a spina di pesce. 57 Pithekoussai I, pp. 595 e s., tav. CLXXX. Il gruppo in cui questa tomba inserita il nostro B03. 58 Una partizione dello spazio decorativo simile a quella dellesemplare della tomba 547, sebbene pi complessa, pu essere ravvisata in una fibula a navicella (ma che originariamente poteva essere a sanguisuga cava) dalla tomba 82 della necropoli di Osteria dellOsa (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, pp. 823 e ss., tav. 3c. 12, n. 83/1; decorazione tipo i 38, p. 357, fibula tipo 38dd, pp. 365 e s.) datata nella fase III B, in un momento centrale dello stesso periodo (BIETTI SESTIERI, DE
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databile in una fase terminale del TG1, con arco grande, molla ad un giro e decorazione complessa58, la seconda in un esemplare ad arco pieno appiattito al centro dalla tomba 583, anchessa databile in un momento iniziale del TG 1. Le due fibule della tomba 609 ed i relativi confronti che, abbiamo visto, si collocano generalmente in un orizzonte omogeneo dellinizio del TG 1 locale, trovano riscontri puntuali nelle principali necropoli dellItalia centrale tirrenica tanto da rendere probabile una loro importazione da questarea. Esemplari simili per forma e per decorazione al tipo ad arco pieno sono documentati nel Lazio59 a partire dalla fase IIIA e, con riscontri puntuali, nella fase IIIB, in Etruria, a Veio 60 nellambito della fase IIB2, probabilmente in un momento avanzato dello stesso periodo e, pi genericamente in Campania, a Pontecagnano, in

SANTIS 1992, tabella p. 548. fig. 21, 7). Cfr. inoltre un esemplare molto simile per forma e decorazione, dalla tomba 4886 della necropoli di Casella, a Pontecagnano, in Pontecagnano 2001, p. 20, tav. 15, n. 1, databile nellambito dellOrientalizzante antico. Dubbia, sebbene plausibile, la pertinenza al tipo in esame di una fibula dalla tomba 222 di Pithekoussai databile in un momento piuttosto antico del TG1, vicino a quello della tomba 609 (Pithekoussai I, p. 281, 222/2, esemplare non raffigurato). 59 Confronti validi per la forma possono essere istituiti con alcune fibule sporadiche dalla necropoli dellEsquilino a Roma, corrispondenti al tipo FSA 5 del Bettelli (BETTELLI 1997, p. 102, tav. 48\11) ed, in particolare, con un esemplare dalla tomba 235 di Osteria dellOsa (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, pp. 800 e s., n. 11, fig. 3b32, 11; corrispondente al tipo 38x, var. I, p. 365, decorazione tipo i 34), identico per forma e decorazione a quello della tomba 583, datata nellambito della fase IIIB della necropoli; la forma, pi in generale, corrisponde ai tipi Osa 38w e 38x, documentati a partire dalla fase IIIA e per tutta la durata del periodo IIIB. 60 Lesemplare della tomba 583 trova un confronto puntuale per forma e decorazione con una fibula dalla tomba IIJJ 8-9 (Notizie degli Scavi 1965, pp. 203 ss., fig. 106) della necropoli veiente dei Quattro Fontanili, datata dalla Toms nella sua fase IIC e da Guidi in un momento avanzato della sua fase IIB2 (TOMS 1986; GUIDI 1993 con relative tabelle; in quella del Guidi la tomba IIJJ 8-9 indicata erroneamente come IIJJ 18-19). La fibula con arco pieno e staffa allungata corrisponde pi genericamente al tipo I 24 della Toms, datato nella fase IIB (TOMS 1986, p. 80, fig. 25; in tabella lautrice considera la fibula della tomba IIJJ 8-9 erroneamente nel suo tipo I 34, ma si tratta evidentemente di una svista), ed al tipo 94 di Guidi (GUIDI 1993, p. 48, fig. 12/1), datato nella fase IIB2 della necropoli.

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esemplari con staffa ancora simmetrica o appena allungata61 diffusi nel corso della II fase della necropoli. Ad un momento leggermente pi avanzato rimandano i confronti individuati per le fibule con arco a sanguisuga cava e staffa allungata che nel Lazio sono documentati a partire dalla fase IIIB62 ed in Etruria, a Veio63, tra le fasi IIB2 e IIC. Nella tomba 58164 (Tav. 1/1), riferibile ad un orizzonte centrale del TG1 pithecusano, associate ad una oinochoe del tipo pi antico, compaiono una fibula a sanguisuga piena analoga a quelle sopra esaminate ma con staffa lunga65 ed uno dei primi esemplari di fibula con arco pieno a sanguisuga romboidale e staffa lunga66 di un tipo che trova riscontri molto puntuali per la forma ad Osteria
Pontecagnano 1988, p. 59, tipo 320C9, varianti a e b databili nel corso della fase II; in particolare si veda lesemplare della tomba 4871, fig. 210, n. 14, con staffa leggermente allungata, databile in un momento estremamente avanzato della fase IIA (cfr. la posizione della tomba nella tabella 1, in BAILO MODESTI, GASTALDI 1999). Cfr. inoltre il tipo 320E4 (Pontecagnano 1988, p. 61, tav. 20), con staffa allungata, diffuso nellambito della fase IIB della necropoli (cfr. anche les. dalla t. 4891, della necropoli di Caselle, Pontecagnano 2001, p. 31, tav. 19, n. 20). 62 BETTELLI 1997, tipo FSA 7, p. 103, tav. 48\14 (La Rustica, tomba 11 ed Esquilino, tomba 103, con staffa da simmetrica a leggermente allungata); BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, tipo 38dd, pp. 365 e s., tav. 37, diffuso prevalentemente nella fase IIIB ma con attestazioni anche in un momento iniziale della fase IVA1. 63 TOMS 1986, tipo I 33, p. 80, fig. 31, fase IIC; GUIDI 1993, tipo 101, p. 49, fig. 1\2, IIB2-IIC. 64 Pithekoussai I, pp. 572 e ss., tavv. CLXXVI e 169. 65 Pithekoussai I, p. 573, n. 1. Tale esemplare non purtroppo riprodotto, pertanto ci si deve affidare alla sola descrizione degli editori che, in base alle misure riportate (lungh. cons. 5.6 cm.; lungh. arco 3.5), permette di stabilire per la staffa una lunghezza di almeno 2.1 cm., sufficiente a farla rientrare nel tipo con staffa lunga. Questo tipo di fibula documentato a Pithekoussai a partire da un momento centrale (tomba 581) ed avanzato del TG I (tombe 432, 210 e 592) e, pi sistematicamente, per tutta la fase successiva (tombe 643, 159, 507, 226 ecc. ecc., fino agli esemplari della tomba 326, databile in un momento iniziale del MPC); nel Lazio esso trova confronti puntuali nella necropoli di Osteria dellOsa dove pu essere avvicinato al tipo 38cc (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 365, tav. 37; il tipo include anche due esemplari dalla tomba 226, della fase IIIA, che, per la presenza di una staffa appena allungata, sembrano meglio inseribili fra le fibule del tipo 38x e simili sopra considerate; esclusi questi ultimi esemplari lescursione cronologica del tipo rientra integralmente nellambito della fase IIIB), ed in particolare agli esemplari della tomba 178 (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, tav. 3c.9, n.
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dellOsa67, sempre in contesti di fase IIIB68, in Campania a Capua69, in contesti della II fase locale, ed a Pontecagnano, a partire da un momento molto avanzato della fase IIB70 ed allinizio dellOrientalizzante. Quindi la cronologia relativa della fase iniziale e centrale del TG 1 pithecusano, caratterizzata, per quanto riguarda il repertorio ceramico, dalle oinochoai del tipo pi antico con corpo globulare, sembra poter essere collocata non prima dellinizio della fase IIIB laziale, IIB2 finale-IIC veiente e IIB iniziale di Pontecagnano, e sia probabilmente da collocare entro il momento centrale delle suddette fasi, in particolare se, come sembra probabile, alcuni degli esemplari vadano considerati come delle importazioni71 (Tav. 3).
27 bis), databile in un momento centrale della fase IIIB. In Campania possono essere istituiti confronti con esemplari con staffa gi piuttosto lunga, databili in un momento iniziale della prima fase Orientalizzante (DAGOSTINO 1968, p. 80, fig. 3, tipo b, tomba 745). 66 Questo tipo di fibula, a Pithekoussai piuttosto comune nella necropoli tra il TG 1 e per buona parte del TG 2, mentre tende a sparire in un momento avanzato di questultimo periodo. 67 Avvicinabile ad Osa 38aa e 38bb (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 365, tav. 37). 68 In Etruria, a Veio, sono possibili confronti con esemplari con staffa allungata, da considerare probabilmente leggermente pi antichi degli esemplari laziali (cfr. TOMS 1986, p. 80, tipo I 31, fase IIB-IIC, con staffa simmetrica, corrispondente a Guidi 1993, tipo 91a, tav. 20\1, fase IIB1-IIC; TOMS 1986, p. 80, tipo I 34, fig. 31, fase IIC, con staffa allungata). 69 Capua, tombe 213 (JOHANNOWSKY 1983, tav. XX, n. 8), 492B (tav. XXVI, n. 6), 363 (tav. XXXII, nn. 28, 30-37, p. 133 e ss.; contesto datato nella fase IIB, JOHANNOWSKY 1969, p. 35 e pp. 215 ss.), con arco a sanguisuga romboidale pi o meno accentuata che rappresenta il tipo di fibula prevalente nelle fasi IIA e IIB locali (JOHANNOWSKY 1969, p. 36). 70 Tipo 320F2, Pontecagnano 1988, p. 62; 2 esemplari dalla tomba 211, ai quali sono da aggiungere un numero imprecisato di fibule dalla tomba 3091 (BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, cat. 40, pp. 59 s., fig. 16; per la posizione cronologica nella sequenza locale delle tombe citate si veda S. DE NATALE, in BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, tabella 1); cfr. inoltre DAGOSTINO 1968, p. 80, fig. 3, tipo a, tomba 566, dellOrientalizzante. 71 Recentemente, seguendo stimoli gi pi volte prospettati da Buchner e Ridgway, il carattere di importazione del materiale non greco, ceramico e non, della necropoli stato considerato sotto una diversa prospettiva che tende a privilegiare una sua interpretazione come segno di pertinenza etnica piuttosto che quello tradizionale di semplici importazioni (per il materiale indigeno cfr. DAGOSTINO 1995, pp. 51-62; DAGOSTINO 1999b, pp. 207-227; CERCHIAI 1999, pp. 657-683; per quello orientale cfr. BOARDMAN 1994; DOCTER 2000).

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Ad un momento centrale del TG 1 sembra possibile riferire il corredo della tomba 944, estranea al gruppo pubblicato in Pithekoussai I, ma ugualmente inserita nella nostra sequenza per lindubbio interesse che tale corredo presenta72 (Tav. 1/2). La posizione cronologica della tomba, che non pu avvalersi, come negli altri casi, di indicazioni di carattere stratigrafico, comunque piuttosto chiara per la presenza nel corredo di una oinochoe con corpo globulare del tipo pi antico, di un aryballos con collo cilindrico modanato, dimportazione orientale73 e di due skyphoi TG corinzi originali tipo Thapsos con pannello74 che permettono di collocare la tomba 944 in un momento centrale, ma abbastanza progredito, del TG1 non lontano da quello rappresentato dalle tombe 166 e 167 con le quali

essa presenta diversi tipi in comune. Nella tomba 944, com noto, presente unanforetta a spirali concordemente ritenuta tra le testimonianze pi antiche di questa classe75. Le attestazioni pi antiche di questo tipo sono documentate, nel Lazio, dallesemplare della tomba 23 di Decima 76 , considerata da Bettelli fra i contesti pi recenti della fase IIIB laziale77, ed in Etruria a Veio 78 ed a Cerveteri, nella necropoli del Sorbo79, in contesti databili in un momento molto avanzato del Villanoviano evoluto80. Tra il materiale metallico della tomba 944, costituito integralmente da oggetti in argento, spiccano due fibule a sanguisuga romboidale cava 81 , di un tipo comune nella necropoli a partire da un momento centrale del TG I e per buona parte del TG 282. Questo tipo di fibula

La tomba edita in BUCHNER, RIDGWAY 1983. Cfr. gli esemplari delle tombe 167\4, Pithekoussai I, p. 211, ma la pertinenza dellaryballos al corredo dubbia; 166\58, p. 208, tavv. 65, 66, CXXII; tomba 662\4, pp. 649 s., tavv. 187, CLXXXIV. Per lorigine orientale di tali aryballoi cfr. BUCHNER, RIDGWAY 1983, p. 7, n. 18. I tre corredi citati sono tutti databili entro il TG 1, in un momento centrale le prime due tombe, subito a ridosso del TG 2 quello della tomba 662. La presenza nella tomba 662 di uno dei pi antichi esemplari di aryballos globulare di produzione locale rende certa la sua pertinenza ad un orizzonte cronologico molto avanzato del TG 1, di transizione alla fase successiva. La datazione ancora nellambito del TG 1 garantita, oltre che dallaryballos orientale citato, che non documentato nel TG 2, dalla presenza di un kyathos TG corinzio originale (di un tipo analogo a quelli delle tombe 212 e 593 del TG 1, ma con pannello centrale contenente un airone) e di una oinochoe locale con corpo dal globulare allovoide, collo troncoconico, ansa a bastoncello e decorazione a sigma sulla parte anteriore del collo, di un tipo che risulta legato profondamente alla tradizione degli esemplari pi antichi e che perdura, episodicamente, agli inizi del TG2. 74 Lo skyphos meglio conservato stato riferito da Neeft alla variante b, del suo panel type, datata tra il 740 ed il 715 a.C. (NEEFT 1981, p. 71). 75 Lanforetta della tomba 944 considerata dal Beijer nel suo tipo pi antico (BEIJER 1978, p. 9, tipo Ia). 76 Decima 1975, pp. 244 ss., n. 3, figg. 11-12 (G. BARTOLONI); BEIJER 1978, p. 9, tav. I, 1; lanforetta della tomba 23 rappresenta indubbiamente il confronto pi puntuale per lesemplare pithecusano (anche per la presenza, su entrambi i vasi, di tondini impressi nella parte sommitale della spalla), la qual cosa indurrebbe a pensare ad una importazione dallambiente laziale piuttosto che da quello etrusco dove, gli esemplari pi antichi, sembrano comunque di un tipo leggermente pi evoluto. Nella necropoli di Decima documentata unanforetta che, pur non presentando la
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consueta decorazione a spirali, sembra poter essere considerata per forma e tessitura della decorazione, un prototipo di questa classe ceramica (T. 117, A. BEDINI, F. CORDANO in Formazione 1980, p. 99, n. 2c, tav. 12, fase III). Sullanforetta a spirali di tipo recenziore dalla tomba 159 di Pithekoussai, del TG2, cfr. Pithekoussai I, 159/3, pp. 198 s., tavv. CXXIV, 61, con bibl. 77 La cronologia del Bettelli (BETTELLI 1997, tabella 1) conferma quella generalmente accettata per questo contesto, in un momento di passaggio tra la III e la IV fase laziale. 78 Veio, Casale del Fosso, T. 871, MLLER-KARPE 1974, tav. 25, n. 3; BURANELLI ET ALII 1997, p. 71, fig. 13; due esemplari, in associazione, fra le altre cose, con unanforetta lenticolare con collo cilindrico ed anse crestate tipicamente laziale (BETTELLI 1997, p. 61, tipo A 13, tav. 27\1, dalle tombe 123, 110, 99 e 88 dellEsquilino; BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, pp. 250 e s., tipo 7 w), e con una kotyle riferita da alcuni al tipo Aetos 666 (LA ROCCA 1974-75, p. 102; DAGOSTINO 1989, p. 69), da altri invece considerata come derivante da un modello corinzio tardo geometrico (BARTOLONI, CORDANO 1978, p. 324; BURANELLI ET ALII 1997, p. 73, nota 42). 79 POHL 1972, p. 276, n. 5, fig. 271, 1. 80 Unaltra anforetta, sporadica ma rinvenuta in parte al di sotto dei tumuli delle tombe 166 e 433 riferibili al TG 1 (Pithekoussai I, sp. 12/1, p. 720, tav. 255), trova confronti molto puntuali nel Lazio, per forma e decorazione, con due esemplari provenienti da Ardea (BETTELLI 1997, p. 61, variet 11c, tav. 26/4; Ardea Colle della Noce T. 2 e Campo del Fico T. 3, contesti della fase IIIB finale). 81 Confrontate dagli Editori con un esemplare della tomba 166 (Pithekoussai I, p. 208, n. 12, tav. 66) che sembra essere il pi antico fra quelli della nostra sequenza. 82 Gli esemplari pi recenti provengono dal ricco corredo della tomba 483 (Pithekoussai I, pp. 487 e s., nn. 29-32, tav. CLXVI, associati a fibule dello stesso tipo ma in bronzo), inquadrata in un momento centrale della sequenza del TG 2, anteriore a quello rappresentato dalla tomba 325.

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documentato nel Lazio ed in Etruria da esemplari di bronzo83, dellinizio dellOrientalizzante, ma non mancano confronti in metallo prezioso come la fibula doro a sanguisuga romboidale dalla tomba G della necropoli vulcente di Marrucatello 84, riferibile ad un momento di transizione tra il Villanoviano evoluto e lOrientalizzante antico. Coeve alla 944 possono essere considerate le tombe 490 e 491 (Tav. 1/2), due inumazioni infantili maschili pertinenti al medesimo appezzamento familiare della 168, in cui figurano oinochoai del tipo pi antico: la prima con la decorazione canonica a sigma, la seconda con un ornato a losanghe bipartite piuttosto raro rispetto al repertorio comune in questa classe. Nella tomba 490 loinochoe associata ad una kotyle del tipo Aetos 666, dimitazione locale, analoga a quella dalla pi recente tomba 16185; nella tomba 491 associata invece ad una fibula a drago di bronzo con arco serpeggiante a sezione circolare, molla ad un giro e coppia di apici sul gomito, staffa lunga, di un tipo

che trova confronti in esemplari in bronzo della necropoli di Osteria dellOsa da contesti di III fase86 ed a Veio, in ferro, da contesti di fase IIB-IIC87. I materiali fin qui citati ed i confronti istituibili con i principali contesti dellItalia centrale peninsulare permettono di evidenziare una generale coincidenza tra la sequenza pithecusana del TG 1 e la fase IIIB laziale (forse a partire da un momento non proprio iniziale della medesima), la fase IIC della necropoli di Quattro Fontanili e buona parte della fase IIB di Pontecagnano. Per quanto concerne invece la fine del TG 1 ed il passaggio alla fase successiva, rappresentato da corredi come quelli delle tombe 662 e 161 e, nel repertorio ceramico, dallaffermarsi o dal primo apparire, nelle oinochoai, di caratteri come il corpo ovoide, la decorazione continua sul collo o lansa a nastro, essi possono essere rapportati, nel Lazio ed a Veio, al momento finale delle fasi IIIB e IIC ed a Pontecagnano, ad un momento avanzato della fase IIB88.

83 Nel Lazio, ad. es., si veda il tipo, considerato a navicella, 38ee (con staffa lunga) dalla necropoli di Osteria dellOsa (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 366, tav. 37; si veda inoltre Osa 38dd, con staffa allungata, diffuso a partire dalla fase IIIB, con confronti in Etruria nel tipo Toms I 37, di fase IIC, TOMS 1986, p. 80, fig. 31), documentato nella fase IV A1 della necropoli. Anche a Pithekoussai gli unici esemplari in bronzo del tipo sono documentati nel TG 2 (si veda ad es. la tomba 483 citata alla nota precedente). 84 A.M. MORETTI SGUBINI, in AA.VV. 2001, pp. 200 e ss., cat. III.B.2.18, con ulteriori confronti. 85 La tomba 161, del TG1 finale, immediatamente posteriore, stratigraficamente, alla tomba 491. 86 BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 378, tipo 42J, tav. 39, documentato nella tomba 256, di un momento iniziale della fase IIIB. 87 TOMS 1986, p. 82, fig. 29, tipo III 16, fasi IIB-IIC (ma il tipo compare prevalentemente in contesti di fase IIB); GUIDI 1993, p. 50, fig. 10\3, tipo 103c. La rarit di questo tipo di fibula a Pithekoussai e la presenza di confronti con contesti databili in un momento pi antico rispetto a quello rappresentato dalla tomba 491 sembra confermare il carattere dimportazione delloggetto in esame. 88 Tra i materiali dalla fase avanzata del TG 1 figurano due anforette dimpasto dalle tombe 166 e 436. La prima (Pithekoussai I, 166/2, p. 209, tav. 65) stata confrontata molto genericamente con esemplari veienti e falisco capenati (confronti in CERCHIAI 1999, p. 661, nota 13) di fase IIC, tutti con collo cilindrico e corpo lenticolare (da considerare forse migliori i confronti con anfore dimpasto, ma con anse non

sormontanti, degli scavi Stevens nella necropoli di Cuma, dalle tombe LI e LX, GABRICI 1913, c. 254 e 265, tav. LIII, nn. 4 e 6; contesti riferibili orientativamente al TG 2), mentre la seconda (Pithekoussai I, 436/2, p. 450, tav. 135) stata pi puntualmente avvicinata ad esemplari sarnensi piuttosto comuni in contesti della fine della prima et del Ferro e degli inizi dellOrientalizzante e diffusi in numerosi esemplari anche a Pontecagnano in contesti della fase IIB (CERCHIAI 1999, p. 661, n. 11, con bibliografia; confronti generici nel Lazio potrebbero essere istituiti con il tipo Osa 7p, documentato nella fase IIIB della necropoli, BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 248, tav. 14). Tra i materiali metallici va registrata la presenza, a partire da un momento avanzato del TG 1 e nella fase iniziale del TG 2, di fibule a drago con molla ed ago bifido nel tratto ricurvo in argento (dalle tombe 167/5; 213/1; 168/28), bronzo (tombe 550/ 4; 172/2), e ferro (queste ultime documentate prevalentemente nel TG 2: 584/1, del TG 1; 379/1; 348/1 del TG 2), che trovano confronti puntuali nel Lazio (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 378, tav. 39, tipo 42i, III fase), in Etruria (TOMS 1986, p. 82, fig. 24, tipo III 14, IIA-IIC; GUIDI 1993, tipo 108A, fig. 18/5, fasi IIA-IIB2, con arco a sezione circolare), ed in Campania nella Valle del Sarno (GASTALDI 1979, p. 36, fig. 8, tipo E2, e pp. 5455), a Pontecagnano (Pontecagnano 1988, pp. 61 e s., tav. 20, tipi 320F1A e 320E3b1a, prevalentemente in contesti di fase IIB ma non mancano attestazioni anche in contesti dellOrientalizzante antico: Pontecagnano 2001, p. 61) ed a Sala Consilina (KILIAN 1970, tipo M4p var. I, beil. 14, IIB-IIIA). Su questo tipo di fibule si vedano da ultimo le osservazioni fatte da Filippo Delpino (DELPINO 2003, pp. 22 e ss.).

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Tra i corredi pi antichi riferibili al TG 2 figura, per questioni di carattere stratigrafico, quello della tomba 16889 (la nota tomba con la coppa di Nestore). Sebbene non manchino legami con la fase precedente rappresentati dalloinochoe locale del tipo ovoide pi antico o dalla fibula a drago in argento, la quasi totalit dei materiali, pur nella sua inequivoca eccezionalit, presenta, con un significativo anticipo rispetto al resto della necropoli90, caratteristiche comuni a gran parte dei corredi riferibili allinizio del TG 2 con puntuali riscontri nei principali contesti dellItalia centrale tirrenica91. Tra gli oggetti pi interessanti ai fini di una interrelazione della tomba 168 con i coevi corredi indigeni dellItalia centrale figura la nota tazza dimpasto con ansa bifora sopraelevata, purtroppo frammentaria, labbro a colletto e corpo
Pithekoussai I, pp. 212 e ss., tavv. CXXVI-CXXX, 67-75. Tale anticipo, sebbene non possa essere facilmente puntualizzato, risulta piuttosto evidente ad unanalisi attenta della sequenza stratigrafica e di quella tipologica, almeno limitatamente al gruppo di tombe di cui la 168 fa parte (gruppo A01) (Tav. 1/2). 91 Si vedano, ad esempio, i kantharoi o gli skyphoi PCA tipo Thapsos tardo senza pannello, originali o dimitazione, documentati nel Lazio ed in Etruria ed, in particolare, in Campania nella Valle del Sarno ed a Pontecagnano (per il Lazio, a Roma, nellarea di SantOmobono, cfr. LA ROCCA 1977, p. 391, fig. 2, n. 9, ed a Decima nella tomba XV, Civilt del Lazio Primitivo 1976, pp. 260 ss., nn. 13-15, tav. LXIII, B-C; per lEtruria cfr. lesemplare da Veio nella tomba VIII della Vaccareccia, RIDGWAY 1969, pp. 25, 28; per gli esemplari della Valle del Sarno cfr. DAGOSTINO 1979, p. 65, tipo 8, kantharoi; p. 63, tipo 5, skyphoi; per Pontecagnano cfr. DAGOSTINO 1968, p. 94, tipi 10a e 10b e Pontecagnano 2001, pp. 59 s., con bibl., cfr. in particolare gli esemplari dalla tomba 4900, p. 48, nn. 45, tav. 25) in contesti dellinizio dellOrientalizzante (sulla classe degli skyphoi tipo Thapsos senza pannello cfr. da ultimo BRUNI 1994, pp. 306 ss.). Meno comuni i crateri e le tazze monoansate documentati, rispettivamente, nella Valle del Sarno (DAGOSTINO 1979, p. 70-71, tipo 16A) ed a Pontecagnano (Pontecagnano 1988, p. 47, tipo 280A2a, tav. 17, e BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, pp. 50 e s., cat. 26, n. 1, fig. 11, dalla tomba 2325, considerata affine alle black cups). 92 Cfr. BARTOLONI 1994, p. 546; CERCHIAI 1999, p. 661, nota 12. Tale tazza pu essere confrontata puntualmente con esemplari laziali riferibili ai tipi Osa 20o var. 1, con ansa semplice, 20q, con ansa leggermente crestata e, molto genericamente, con Osa 20t, con corpo lenticolare (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, pp. 286 s., tav. 22, tipi diffusi tra le fasi IIIB e IVA1), in particolare con le tazze dalle tombe 251, (fig. 3b, 24, n. 10) e 99 (fig. 3c, 5, n. 4) di Osteria dellOsa e dalle tombe 2 del Quirinale (Civilt del Lazio Primitivo 1976,
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tendenzialmente lenticolare che trova i suoi confronti pi puntuali in contesti laziali della fase IIIB finale e dellinizio dellOrientalizzante92. La stratigrafia interna della necropoli dimostra chiaramente come il TG2, per il numero stesso delle tombe ad esso riferibili e per la complessit dei rapporti stratigrafici esistenti, non possa essere stato di breve entit. La sequenza dei rapporti stratigrafici diretti ricostruibile a ritroso nel tempo tra la tomba 151, una delle pi recenti del gruppo A01, e la tomba 168, conta la sovrapposizione di ben 8 tumuli (escluso quello della tomba 168)93, pertinenti ad individui cremati, presumibilmente non infanti, una circostanza che difficilmente pu far pensare ad un breve lasso di tempo94. E quindi possibile ipotizzare che tra la tomba 168 e quella pi recente del medesimo gruppo, la 151, databile in un momento
tav. XIX, F, n. 1), XCIX dellEsquilino (Civilt del Lazio Primitivo 1976, tav. XXA) e 11 della necropoli di La Rustica (Civilt del Lazio Primitivo 1976, tav. XXVIA, n. 3), tutte databili in un momento molto avanzato della fase IIIB. DAgostino pensa invece ad una importazione da Cuma (CERCHIAI 1999, p. 661, nota 12). 93 Nella sequenza possono essere aggiunte anche le due tombe ad inumazione 500 e 501, che portano il numero delle sovrapposizioni a 10. 94 Se si tiene conto inoltre che il dislivello ricostruibile tra i piani di calpestio esistenti allepoca della tomba 151 e quelli della tomba 168 (valutato a partire dal punto pi profondo delle lenti di terra poste al di sotto dei tumuli che, come sappiamo, corrispondono in maniera approssimativa al piano di calpestio contemporaneo; cfr. al riguardo BUCHNER 1975, p. 69) compreso tra 1 o 2 metri (la misura precisa non valutabile con esattezza in mancanza di una adeguata sezione ed a causa dellandamento declinante del terreno verso NE, ad ogni modo possibile riscontrare tra i vari tumuli una differenza progressiva di ca. 2030 cm.), risulta ancora pi evidente la lunga durata di un fenomeno che deve essere stato prodotto dal lento dilavamento delle colline circostanti non essendo documentati riporti artificiali di terreno nellarea. Una pi approfondita analisi pedologica della Valle di San Montano potrebbe, forse, in futuro fornire degli elementi indicativi per stabilire i tempi medi di accumulo dei terreni alluvionali. Se si riflette inoltre sul fatto che tra lVIII secolo e lepoca romana c un dislivello complessivo di ca. 4 m., ancor pi significativa sembra risultare la misura di 2 m. rilevabile tra la tomba 168 e la 151 (bisogna tener conto, ad ogni modo, che il processo di livellamento non deve essere stato sempre costante; logico immaginare che esso sia stato maggiore nel momento in cui le colline circostanti erano abitate e quindi disboscate ed inferiore nei momenti in cui labbandono del sito permetteva alla vegetazione di riformarsi frenando cos i processi erosivi alluvionali).

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avanzato del TG 2 non lontano dalle prime tombe del MPC95, sia trascorso un periodo di tempo compreso tra un minimo di una fino ad un massimo di due generazioni, ovvero tra i 25 ed i 50 anni circa, durata che corrisponde approssimativamente a quella di ca. 30-40 anni comunemente attribuita allintero TG 2. Nel caso del gruppo di pertinenza della tomba 32596 (gruppo A05) (Tav. 1/3) che, come noto, ha nello scarabeo di Bocchoris un fondamentale terminus post quem, la situazione pi complessa. Questa deposizione risulta compresa stratigraficamente fra una tomba databile genericamente in un momento avanzato del TG 1, la 33197, e la tomba 326 del MPC98. Un esame delle quote sul livello del mare non fornisce utili indicazioni trovandosi le tre tombe approssimativamente sullo stesso piano, la qual cosa pu al massimo indicare una recenziorit nellambito del TG 1 per la tomba 33199. Questultima fossa risulta stratigraficamente anteriore anche alla tomba 329100, a sua volta precedente rispetto alla 328, tagliata marginalmente anchessa dalla citata tomba 326. La circostanza che la fossa 326 si trovi inserita nello stretto spazio tra le fosse pi antiche 324, 325,
95 Tra i materiali pi recenti che fanno parte del corredo figura una fibula dargento a drago senza molla, con quattro coppie di apofisi a bottone sullarco (Pithekoussai I, 151/7, p. 187, tav. 57), di un tipo documentato nella Valle del Sarno (GASTALDI 1979, tipo E3, p. 37, fig. 8, e p. 55, con confronti a Veio, fase IIIA, e Bisenzio), a Pontecagnano (DAGOSTINO 1968, p. 81, fig. 5, tipo s; Pontecagnano 2001, p. 61, nota 66), Sala Consilina (KILIAN 1970, tipo M4o, IID-IIIA), in contesti di un orizzonte avanzato dellOrientalizzante antico. Ad Osteria dellOsa documentato, a partire da un momento avanzato della fase IIIB, il tipo con due coppie di apici (BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 378, tav. 39, tipo 42K). A Pithekoussai questo tipo di fibula documentato da esemplari di bronzo (tombe 505bis/8 e 527/2), ed in argento (tombe 153/1; 215/5; 149/3), tutti riferibili ad un momento centrale (gli esemplari in bronzo), ed avanzato (quelli in argento), della sequenza locale del TG 2. 96 Pithekoussai I, pp. 378 e ss., tavv. CLVII, 122. 97 Pithekoussai I, p. 388, tav. 127. Della tomba fa parte solo una kotyle TG corinzia originale di un tipo documentato anche nei corredi delle tombe 201 e 212, riferibili genericamente al TG 1. Un esemplare simile, ma interamente verniciato, documentato anche nella Valle del Sarno (DAGOSTINO 1979, p. 62, fig. 35, tipo 3). 98 Pithekoussai I, p. 382, tavv. CLVI, 123. Del corredo fanno parte due aryballoi ovoidi ed una pixys, originali del MPC.

328, 329 rispettandole e soltanto marginalmente intaccando un angolo di 325 e 328, indica che il perimetro di queste fosse devessere stato allora ancora chiaramente contrassegnato in superficie101. Una simile circostanza depone chiaramente a favore di una vicinanza cronologica tra i corredi citati che, sebbene non quantificabile, non dovrebbe essere superiore ad un massimo di 25 anni. Tralasciando il corredo della tomba 326 che, ad ogni modo, non pu essere considerato anteriore al 680, data proposta dal Neeft per linizio del MPC102, un breve esame dei materiali presenti nella tomba 328, certamente quella cronologicamente pi vicina alla 325, pu essere utile ai fini di un inquadramento pi puntuale della tomba 325, la cui cronologia dovr necessariamente ricadere tra il 714 (il termine pi alto presumibile per la deposizione dello scarabeo)103 ed il 680, terminus ante quem fornito dalla tomba 326. Tra i materiali presenti nel corredo della tomba 328 figurano due fibule a navicella romboidale con apofisi laterali a bottone, di un tipo diffuso nella necropoli solo in un momento avanzato del TG 2104 ed in particolare nei corredi delle tombe 507 e 505 dello stesso gruppo di cui fa parte la tomba 168,
99 Il livello del fondo della fossa 331 di 5.25 s.l.m.; il livello delle tombe pi antiche del gruppo generalmente di poco inferiore ai 5 m., ma esse sono tutte databili nel TG 2 o, tuttal pi, in un momento di transizione tra il TG 1 ed il TG 2. 100 Vale la pena sottolineare come dalla tomba 329 (Pithekoussai I, p. 386 s., tavv. CLVI, 126) provenga una raro pendaglio macedone che rientra in una classe di materiali recentemente studiata da Marina Martelli, che risulta documentata, in Italia, a Veio, Cuma e forse Pompei in contesti, quelli noti, riferibili al primo quarto del VII secolo a.C. (MARTELLI 1997, pp. 207 ss.). 101 Pithekoussai I, p. 387. 102 NEEFT 1987, pp. 379 e s. 103 Gli Editori (Pithekoussai I, p. 379, con rinvio a NEEFT 1987 per la polemica sulla cronologia della sepoltura) calcolano un lasso di tempo massimo di 4 anni tra la produzione dello scarabeo in questione e la sua deposizione nella tomba (2 anni il tempo calcolato tra la realizzazione dellamuleto ed il suo arrivo in Italia cui vanno aggiunti 2 anni ca. per let dellinfante che lo indossava); essendo il regno di Bocchoris compreso tra il 718-17 ed il 712, ne conseguirebbe che il terminus post quem per la tomba 325 vada posto tra il 714 a.C. ed il 708. Sulla cronologia della tomba 325 cfr. da ultimo RIDGWAY 1999b. 104 Tombe 505/7-9; 507/6-8; 556/4; 328/7-10; 336/1-2; 323/ 9-11; 322/3; 243/8-9; 326/6-7.

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con ununica attestazione nel MPC, significativamente nel corredo della tomba 326105. Questo tipo di fibula trova confronti puntuali nel Lazio106 e in Campania107 in contesti databili in un momento piuttosto avanzato della prima fase dellOrientalizzante antico, periodo in cui dovrebbe ricadere anche la cronologia della tomba 328. Passando, infine, al corredo della tomba 325, ad un esame pi attento, figurano anche in esso elementi che sembrano suggerire una sua datazione in un momento leggermente pi avanzato rispetto a quello pi basso proposto dai suoi editori, ovvero il 708 a.C., stabilito sulla sola base dello scarabeo di Bocchoris. La tomba 325, come noto, una sepoltura a fossa bisoma, pertinente ad un individuo di sesso maschile dellet di circa 10 anni e ad un individuo di sesso femminile di circa 2 anni e mezzo, cui certamente va riferito lo scarabeo. Sulla contemporaneit delle due sepolture non sembrano sussistere dubbi, infatti, oltre a mancare segni di manomissione, il corpicino dellinfante era posto tra le gambe del bambino, in una posizione difficilmente immaginabile come conseguente ad una riapertura. Tutti gli oggetti del corredo ceramico, loinochoe e la lekythos locale, lo skyphos tipo Thapsos senza pannello, la lekythos di tipo Argive Monochrome e gli aryballoi globulari, trovando ampi confronti per buona parte del TG 2 locale, non forniscono indicazioni pi puntuali sulla cronologia del corredo. Tra gli oggetti dornamento spicca invece una fibula con arco configurato, di un tipo molto raro nella necropoli, che sembra rappresentare lelemento cronologicamente pi significativo dellintero corredo. La fibula risultava
A riprova di un costume legato, forse, ad una tradizione familiare (data anche la frequenza di questo tipo di fibula nelle tombe del gruppo). 106 BIETTI SESTIERI, DE SANTIS 1992, p. 367, tav. 37, tipo 38hh (tombe 116 e 224, la prima databile in un momento finale della fase IVA1, la seconda nella fase IVB), con inserti dambra, con ulteriori confronti nel Lazio, nellAgro Falisco, in Etruria ed a Cuma, con esemplari con e senza inserti dambra. 107 Nella Valle del Sarno, dove caratterizzano lultima fase dellOrientalizzante antico locale (GASTALDI 1979, tipo E9b, p. 38, fig. 8, p. 55), a Pontecagnano dove non sembrano avere unampia diffusione (DAGOSTINO 1968, tipo v, p 81, fig. 5; cfr. inoltre gli es. dalle tombe 4889 e 4931 in Pontecagnano 2001, tav. 17b, n. 10 e tav. 25b, n. 3), ed a Capua, nella tomba 500
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frammentata ab antico e del tutto priva dellattacco della staffa che, come giustamente sostengono gli editori, dovette essere presumibilmente limato per darle laspetto di un pendaglio. Prescindendo da questultimo particolare che permette comunque di considerare un discreto lasso di tempo tra la produzione della fibula e la sua deposizione e tralasciando, inoltre, i parallelismi individuabili per questo tipo di fibule a Pithekoussai ed in area campana108, tutti relativi ad un momento avanzato dellOrientalizzante antico, il confronto in assoluto pi calzante con due esemplari dalla fossa 8, della necropoli tarquiniese di Poggio Gallinaro, contesto databile tra gli inizi e non oltre il primo quarto del VII secolo a.C.109 La cronologia di tale fibula e lesame della posizione stratigrafica della tomba 325 in relazione a quelle circostanti permettono di puntualizzarne la datazione che dovr ricadere al pi presto negli anni intorno alla fine dellVIII secolo inizi di quello successivo, in un momento non lontano da quello postulato per la tomba 328 e non superiore ai 20 anni di distanza rispetto alla cronologia della tomba 326. Poste tali basi diviene anche possibile fissare, con una buona approssimazione, la cronologia della tomba 168, in particolare, e pi in generale quella dellinizio del TG2. Abbiamo visto, infatti, come alcune tra le tombe del gruppo A01, quali le inumazioni 505 e 507, la prima coeva alla tomba 151 la seconda cronologicamente a met strada fra questultima e la tomba 168, presentino affinit con tombe quali la 328, coeva o di poco posteriore alla tomba 325; se corretto ipotizzare, sulla base di considerazioni di carattere stratigrafico, un lasso di
(JOHANNOWSKY 1983, tav. LII, n. 30), in un corredo riferibile al MPC, per la presenza di due aryballoi ovoidi. 108 Sulle fibule configurate ad animali, documentate a Pithekoussai da esemplari leggermente diversi dalle tombe 694 e 678, cfr. CERCHIAI 1999, p. 666, note 39 e 40, con confronti nella Valle del Sarno (GASTALDI 1979, tipo E6, p. 38, fig. 6), ed a Pontecagnano (DAGOSTINO 1968, tipo z, pp. 81 s., fig. 5), in contesti dellOrientalizzante antico avanzato. 109 HENCKEN 1968, vol. II, pp. 345 e ss., fig. 347, g. BRUNI 1994, pp. 306 ss., con bibl. alla nota 87. Per la cronologia del contesto cfr. CANCIANI 1974, p. 17, tav. 11, 2.3.6; BRUNI 1994, p. 123. Allo stesso orizzonte cronologico rimanda del resto la tomba tarquiniese di Bocchoris.

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tempo non superiore ai 40-50 anni tra la tomba 151 e la 168, ponendo le tombe 507 e 328 intorno allinizio del VII secolo o poco dopo, potremmo cos concludere in favore di una cronologia non anteriore al 720, per la tomba 168 di Pithekoussai. V. N. In conclusione linizio del TG 2 verrebbe a coincidere con la data tradizionale dellinizio dellOrientalizzante con la conseguente conferma dellapparato cronologico tradizionale almeno relativamente al momento finale della prima et del Ferro. Avendo inoltre fissato a 30 anni al massimo la durata per la sequenza di tombe del TG 1 pithecusano si pu porre al 750/740 ca. la cronologia delle tombe

pi antiche di Pithekoussai, data da considerare, in pieno accordo con quanto affermato da Buchner fin dal 1975110, quale terminus ante quem per il primo stabilirsi dellinsediamento euboico che, al momento, non sembra poter essere considerato pi antico del secondo quarto dellVIII secolo a.C.111 epoca in cui vanno anche datate le prime importazioni di ceramica greca dai contesti indigeni dellItalia peninsulare (Veio IIA; Pontecagnano IIA; Cuma preellenico II). I parallelismi individuati tra la sequenza pithecusana e quelle locali, tuttaltro che episodici, sembrano rendere possibile trasferire agli insediamenti indigeni i risultati ottenuti per Pithekoussai (TAB. A).

TAB. A: Cronologia della sequenza pithecusana e parallelismi con le sequenze di Pontecagnano, Osteria dellOsa e Veio.

BUCHNER 1975, pp. 65 ss. Anche sulla base della ceramica pi antica fino ad ora rinvenuta, che non sembra risalire oltre il MG II (RIDGWAY 1981, pp. 45-56; COLDSTREAM 1995, pp. 251 ss., in particolare p. 266 dove conclude che It seems then, that this acropolis deposit contains some pottery older than anything in the complete grave groups, but no older than the earliest use of the cemetery). Ridgway ipotizza per Pithekoussai una fase precedente alla necropoli scavata e propone che STRABONE V,4,9 e LIVIO VIII,
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110

22, 5-6 si riferiscano ad una generazione pithecusana anteriore a quella rappresentata dai corredi del Tardo Geometrico I, nella quale si sarebbe formata la comunit eclettica, che noi conosciamo: A Pithekoussai, quando cominciamo a poter seguire la storia si tratta di una comunit mista (RIDGWAY 1999a; RIDGWAY 2000, pp. 101-102). Aggiunge come elemento di interesse per questa proposta la constatazione che gli oggetti indigeni si trovino soprattutto in tombe di donne e di bambino che sembrerebbe dimostrare il contrario.

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Dal punto di vista metodologico lanalisi dei dati della necropoli pithecusana, seppur non risolutiva ai fini della generale rielaborazione della cronologia della prima et del Ferro, suggerisce in ogni caso una maggiore prudenza nellaccettazione a scatola chiusa di rigidi schemi predisposti, fondendo elementi oggettivi quali le analisi naturalistiche con schemi tipologici inevitabilmente soggettivi, a partire da realt esterne e talvolta estranee rispetto a quelle in esame. Per quanto riguarda il Lazio, la quasi totale contemporaneit tra la fase IIIB ed il TG 1, con una leggera posteriorit delle tombe pi antiche del TG 1 rispetto alle prime del IIIB laziale, permette di ipotizzare una cronologia per questa fase compresa grosso modo tra il 750 ed il 720; per quanto riguarda la fase IVA1 essa sembra complessivamente coincidere con il TG 2. Parimenti, in ambito veiente, il TG 1 sembra coincidere complessivamente con la fase IIC della necropoli di Quattro Fontanili, mentre il TG 2 corrisponde alla prima fase dellOrientalizzante antico locale. In relazione invece alla sequenza di Pontecagnano, molto complessa per quanto riguarda la seconda fase locale, sembrerebbe esservi una coincidenza tra il TG 1 e la parte iniziale e centrale del IIB locale che, in un suo momento avanzato potrebbe essere invece rapportato allinizio del TG 2 pithecusano ed allinizio dellOrientalizzante antico nella Valle del Sarno in particolare ed in Campania in generale112. In base alle considerazioni esposte, quindi,
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sembra difficile, nonostante le analisi naturalistiche, sostenere un forte innalzamento cronologico per linizio della fase evoluta della prima et del Ferro. Lanalisi della sequenza pithecusana, condotta su basi oggettive quali la sequenza stratigrafica interna, sembra infatti confermare pienamente il quadro fino ad oggi ricostruito in base alla sinergia tra le fonti letterarie e la documentazione archeologica113. Allo stato attuale degli studi sullet del Ferro italiana sembra quindi poco proficuo se non impossibile prescindere dai dati della tradizione, sia essa classica o orientale, israelita, assira ed egiziana, a causa dei frequentissimi rapporti intercorsi tra le varie popolazioni del Mediterraneo antico nel corso dellVIII secolo a.C. G. B., V. N.

Abbreviazioni utilizzate nel Matrix (Tavv. 1-3): f : femmina. m : maschio. b : bambino. inf : infante. g : giovane. sc : senza corredo.

Nellindicazione del sesso e delle et dei defunti di Pithekoussai ci si strettamente attenuti ai dati forniti dagli Editori.

Come ha recentemente evidenziato la De Natale (S. DE NATALE, in BAILO MODESTI, GASTALDI 1999, pp. 81 ss.), la definizione del momento finale della fase IIB di Pontecagnano resa estremamente complessa dal numero limitato di tipi cronologicamente significativi riferibili a questa fase e dalla loro scarsa consistenza numerica. La presenza, nel IIB finale, di tipi caratteristici dellOrientalizzante antico della Valle del Sarno, sembrerebbe indiziare almeno una sovrapposizione parziale del momento finale della citata fase picentina allinizio dellOrientalizzante sarnense ed a quello del TG 2 pithecusano. La documentazione della necropoli di localit Casella (Pontecagnano 2001, in particolare pp. 71-72), per la frequente associazione di tipi caratteristici della fine della prima et del Ferro con materiali tipici dellinizio dellOrientalizzante e per la presenza di numerosi parallelismi con lorizzonte di passaggio dal TG 1 al TG 2 di Pithekoussai, sembrerebbe avvalorare il quadro prospettato in questa sede.

Nonostante siano trascorsi 35 anni dalla magistrale e puntuale sintesi del Coldstream (COLDSTREAM 1968), le linee essenziali del quadro cronologico elaborato dallo studioso inglese (almeno relativamente alle fasi esaminate in questa sede) sembrano ancora reggere al vaglio della critica. Dal punto di vista metodologico non sembra essere fuori di luogo ricordare come il Coldstream, per la definizione dei termini della sua cronologia assoluta, si sia fondato in primo luogo sui dati forniti dalla documentazione archeologica non greca (come, per citare un esempio, la presenza di materiali greci nella stratigrafia interna dei principali siti palestinesi ed i suoi legami con la cronologia veterotestamentaria che sono alla base delle sequenze vicino orientali), ed abbia poi, su tali basi, sottoposto a verifica i dati cronologici tradizionali derivanti dal confronto tra le sequenze coloniali occidentali e le principali datazioni trasmesse dagli storici antichi (nelle due principali versioni: tucididea ed eusebiana), dimostrandone la generale veridicit.

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ADDENDUM Mentre gli atti del presente convegno erano in corso di stampa abbiamo avuto modo di leggere il recente contributo di Keith DeVries sulla ceramica corinzia dellVIII secolo a.C. e la problematica della cronologia delle prime colonie greche dOccidente (DEVRIES 2003). Riprendendo in esame i principali contesti di Corinto posti cronologicamente a cavallo tra la fine del MG 2 ed il TG 1 (in termini di cronologia relativa corinzia secondo la tradizionale definizione del Coldstream) e soffermandosi in particolar modo sullevoluzione, distribuzione e diffusione di determinate classi ceramiche quali le kotylai (dalle proto-kotylai alle chevron kotylai del tipo Aetos 666) ed il repertorio della Thapsos class, considerate universalmente un fossile guida della colonizzazione greca in Occidente, DeVries perviene a conclusioni interessanti seppur non pienamente condivisibili sulla cronologia della fondazione di Pithekoussai: in conformance with the Thucydidean chronology114, a date in the 730s for the initial settlement at Pithekoussai seems plausible (DEVRIES 2003, p. 156). Il punto focale della discussione verte sulla cronologia assoluta della transizione dalla protokotyle alla kotyle di tipo pi evoluto, transizione che segna (C OLDSTREAM 1968, pp. 96-98), il passaggio dal MG 2 al TG 1 corinzio (750 a.C.). Lanalisi della distribuzione delle proto-kotylai e delle chevron kotylai nei principali contesti stratigrafici di Corinto ed il riesame della cronologia di questi ultimi115 induce DeVries a post-datare tale transizione nellambito del terzo quarto dellVIII secolo a.C. e, ad ogni modo, dopo il 750 e prima del 730 a.C., termine, questultimo, nel quale andrebbero datate le pi antiche kotylai pithecusane in base alle analogie riscontrabili con gli esemplari del Museum Pithos Deposit. Tali conclusioni, prosegue DeVries, troverebbero piena conferma anche in virt della cronologia della ceramica di tipo Thapsos che sembra essere documentata a Corinto solo in un momento avanzato del TG 1116 e che a Pithekoussai risulta assai pi diffusa rispetto agli esemplari noti di chevron kotylai 117. La ricostruzione proposta da DeVries trova un riscontro con quanto stato discusso in questa sede relativamente alla diffusione, nella necropoli di Pithekoussai, delle kotylai del tipo Aetos 666 e degli skyphoi tipo Thapsos con pannello che risultano documentati a partire da un momento centrale della sequenza della prima fase per concentrarsi prevalentemente in uno stadio avanzato del TG 1, vale a dire, secondo la cronologia sopra proposta, tra il 735 ed il 720 a.C.118 Se, alla luce della documentazione pithecusana, larco temporale riferito da DeVries alle classi ceramiche citate sia, nelle linee generali, condivisibile119, diversa la questione relativa alla cronologia del primo

114 Che per nella sua trattazione della colonizzazione greca dOccidente non tiene conto significativamente di Pithekoussai. 115 DeVries pone in sequenza come segue i principali contesti corinzi : 1) well 1981-6 (secondo quarto VIII secolo a.C.); 2) well 1950-3 (post 750); 3) well 1975-3 (TG1b attico = 750-735); nei tre contesti citati compaiono esclusivamente proto-kotylai; 4) well 1968-1 (considerato lultimo della fase delle proto-kotylai); 5) well 1972-2 (con una kotyle a chevrons di tipo non ancora evoluto); 6) Museum Pithos Deposit (considerato come il pi antico con kotylai di tipo evoluto confrontabili con quelle pithecusane e datato dal DeVries intorno al 730 sulla base di un confronto con un esemplare da Megara Hyblea, fondata secondo Tucidide nel 728 a.C.). 116 Tale circostanza, secondo DeVries, spiegherebbe inoltre la scarsa frequenza di questa classe a Corinto in virt del numero limitato di contesti noti rapportabili allorizzonte evoluto di questa fase. 117 Per lelenco completo delle attestazioni cfr. sopra

bibliografia alla nota 42. 118 Cfr. sopra le osservazioni a p. 414 e le note 42 e 43. 119 Un termine cronologicamente pi alto per linizio della produzione di tali classi intorno al 740-730 rispetto al 730 del DeVries sarebbe ad ogni modo preferibile. La documentazione stratigrafica della necropoli esaminata in questa sede (cfr. in particolare i dati sintetizzati nella Tav. 2) mostra come gli esemplari pi antichi di kotylai e skyphoi dei tipi in esame compaiano non prima di un momento centrale-avanzato della sequenza locale del TG1, databile presumibilmente negli anni intorno al 735-730; la presenza di un discreto numero di imitazioni locali fra gli esemplari pi antichi (nel caso delle kotylai le imitazioni ammontano ad un totale di 12 contro appena 3 esemplari dimportazione corinzia; nel caso degli skyphoi il dato invece ribaltato, le importazioni ammontano infatti a ca. 20 esemplari, tra i quali i numerosi frammenti di una dozzina circa di skyphoi tipo Thapsos SP 4/2, cfr. Pithekoussai I, p. 702, contro 1 solo es. locale; tale circostanza

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insediamento euboico sullisola dIschia per il quale, come abbiamo accennato, DeVries propone una datazione intorno al 730 a.C. Lanalisi complessiva della necropoli di Pithekoussai, dei suoi materiali e delle sue stratigrafie, mostra infatti chiaramente come lo stanziamento sia significativamente precedente rispetto alla prima apparizione nella necropoli delle classi ceramiche in oggetto; la questione della datazione assoluta di queste ultime va pertanto necessariamente scissa dalla problematica della cronologia dellinsediamento euboico. Se la documentazione della necropoli fino ad ora nota non sembra giustificare una datazione del suo primo impianto regolare prima del 750, tuttavia non sembrano esservi dubbi circa il fatto che la cronologia dellinstallazione dei coloni euboici vada ricercata in un momento anteriore a questa data, in pieno accordo con quanto ipotizzato da tempo da Buchner e Ridgway ed indipendentemente

dalla maggiore o minore credibilit che si vuole prestare alla datazione della ceramica MG 2-TG 1120 rinvenuta nella necropoli e nellabitato sui quali DeVries torna pi volte a soffermarsi criticamente. La priorit stessa e loriginalit dellesperienza pithecusana rispetto alle altre iniziative greche in Occidente121 risultano cos ulteriormente rafforzate in armonia con il quadro desumibile dalla documentazione archeologica indigena peninsulare che, altrimenti, in virt di un abbassamento cronologico quale quello ipotizzato, vedrebbe sminuiti al livello di semplici contatti episodici quelle che invece sembrano essere le testimonianze di una dialettica vivace e tuttaltro che occasionale tra i primi coloni euboici e le comunit dellItalia centrale tirrenica a partire dal secondo quarto dellVIII secolo a.C. G. B., V. N.

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potrebbe costituire un dato a favore della leggera priorit cronologica delle kotylai, note da pi tempo e quindi soggette prima ad imitazione) induce conseguentemente a ritenere che la produzione di tali materiali nella madrepatria abbia preceduto di un certo lasso di tempo la loro esportazione ed imitazione il che sembra rendere pi plausibile un arco di tempo compreso tra il 740-730 per linizio della loro produzione a Corinto. 120 Cfr. nota 111.

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121 Contra DEVRIES 2003, p. 156 : the sequence of MGLG deposits also sheds important historical light on Greek settlement in the west. It strongly suggested that the foundation of Pithekoussai was not an utterly precocious, isolated early event but should rather be understood as an integral part of a broadly based colonial movement away from the Aegean that saw the foundation of settlements in a quite closely packed sequence.

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DISCUSSIONE E INTERVENTI

Bruno dAgostino: Vi sono alcuni punti della mia relazione sui quali speravo di suscitare qualche riflessione e qualche contrasto. Ho tenuto a sottolineare come il mio atteggiamento nei confronti della tabella di sequenza sia attento ma critico: io considero la tabella di sequenza uno strumento fondamentale per cogliere le linee di tendenza nello sviluppo di un repertorio culturale, ma penso che la dinamica reale sia in generale pi complessa: non possiamo dunque assumere le sue indicazioni come il fedele e puntuale riflesso della realt. Forse lamico Peroni mi sgrider per questo atteggiamento trasgressivo, ma credo che chi costruisce questo genere di strumenti sappia bene come lassenza di un tipo nuovo possa essere condizionata dal caso o da fattori non cronologici, e possa a sua volta condizionare in maniera determinante la posizione di un gruppo di sepolture. Vi sono poi momenti in cui linnovazione pu seguire diversi percorsi, che non facile disporre in una successione lineare. La tabella di sequenza in fin dei conti una proiezione simbolica di quello che noi giudichiamo lo sviluppo di una comunit data. Anche se essa serve a razionalizzare questa proiezione, a renderla entro certi limiti verificabile, conserva tuttavia un elemento di soggettivit: questa considerazione pu certo sembrare limitante, tuttavia essa permette di aderire meglio alle situazioni storiche concrete. Elisa Gusberti: Il mio intervento si collega, in parte, alla articolata e ampia relazione della Prof.ssa Gilda Bartoloni e del dott. Valentino Nizzo; inoltre, vuole contribuire alla definizione dellorizzonte recente della seconda fase della prima et del ferro laziale (IFe 2 B), alla luce di alcuni importanti

complessi stratigrafici e tombali romani, e di altri noti contesti funebri del Lazio, primo fra tutti quello di Osteria dellOsa. Illustrer dunque parte di un mio lavoro che sar a breve pubblicato (GUSBERTI c.s.) e che si sostanzia delle scoperte avvenute alle pendici settentrionali del Palatino, nello scavo diretto dal Prof. Andrea Carandini e - sul campo dalla dott.ssa Dunia Filippi; questo studio si inserisce in un vasto progetto di ricostruzione storica, archeologica e topografica della prima et regia a Roma, condotto dal Prof. Andrea Carandini e dalla sua quipe. In particolare, lindividuazione di due orizzonti distinti nellambito della fase laziale III B - che in un convegno in cui vengono trattate ampie facies cronologiche, pu sembrare una sottigliezza - mi ha permesso di stabilire una sequenza cronologica relativa allinterno di importanti contesti romani di VIII sec. a.C. Le indagini stratigrafiche condotte tra lArco di Tito e il tempio di Vesta ci hanno infatti permesso di acquisire nuovi dati sulla topografia della pendice settentrionale del Palatino tra VIII e VII sec. a.C. Le prime mura vengono costruite, seguendo landamento del monte, tra i 20 e i 18 m s.l.m.; nel tratto settentrionale della pendice sono state documentate in due punti, con andamento E-S-E/ W-N-W. Lungo la porzione di muro indagata presso il versante nord-orientale del monte si apre una porta (BROCATO 2000a; BROCATO 2000b; BROCATO 2000c), da noi interpretata come Porta Mugonia (TERRENATO 2000, pp. 205-206; FILIPPI c.s. a), sotto la cui soglia stato rinvenuto il deposito di fondazione che sancisce la costruzione delle mura (BROCATO 2000d; GUSBERTI c.s.); le mura vengono 469

poi ricostruite lievemente pi a N delle precedenti, ma coincidenti in corrispondenza della porta interpretata come la Mugonia (FILIPPI 2004 a), intorno al primo quarto del VII secolo a.C. La cronologia del loro allestimento confermata dai corredi relativi alle quattro sepolture rituali deposte sopra e immediatamente allinterno del tratto del muro 1 documentato presso la pendice nordoccidentale, dopo la sua obliterazione (CARANDINI 2000; GALLONE 2000; GUSBERTI 2000). Le nuove indagini nellarea occupata dalla casa nota come domus publica, parzialmente scavata da Lanciani e da Carettoni (CARETTONI 1978-80) hanno rivelato lesistenza, ad una quota di circa 13.80/13.90 m s.l.m., di un grande edificio con salone centrale e ambienti laterali, interpretato come domus regia 1 (FILIPPI 2004 b), la cui vita inquadrabile entro la seconda met dellVIII sec. a.C. (GUSBERTI c.s). Ledificio occupava larea del Santuario di Vesta, che - secondo la nostra accezione - non era limitata al tempio di Vesta e alla casa delle Vestali, ma comprendeva il lotto della domus regia e larea sacra ai Lari (FILIPPI 2004 b; CUPIT 2004); infatti, gli scavi del 2003, al di sotto dellaula absidata parzialmente indagata da Lanciani, Boni e Carettoni (CARETTONI 1978-80 pp. 338-346), e da noi interpretata come aedes Larum di epoca medio-repubblicana e augustea (CUPIT 2004), hanno messo in luce una serie di focolari (tra i 13.30 e i 13.75 m circa s.l.m.), che verranno utilizzati per almeno un secolo, a partire dallorizzonte recente della fase III B o, al pi tardi, da quello iniziale della fase IV A (CUPIT 2004; GUSBERTI c.s.). Il fatto che questi focolari si trovano al di sotto della cella che successivamente sar destinata al culto dei Lari, rende plausibile ipotizzare che questi allestimenti, oltre al loro carattere profano, avessero una funzione sacra, relativa al pi antico culto allaperto dei Lari, sul modello delle escharai dedicate al culto degli eroi in Grecia, in rapporto topografico-funzionale con la domus Regia (CUPIT 2004). Infine, la presenza di materiale residuale ascrivibile alla fase laziale III B allinterno del pozzo B di Vesta scavato da

Boni (da ultimo CARAFA 2004), gi segnalata da Mller-Karpe (MLLER-KARPE 1962, tav.39.12,14 e 16), conferma lipotesi di una occupazione dellarea del santuario sin dalla met dellVIII sec. a.C. Al fine di ottenere unintelaiatura cronologica relativa dei contesti stratigrafici fin qui esaminati e dei principali complessi funerari romani e laziali di fase III B, stato utilizzato il metodo statisticocombinatorio. Sulla base delle associazioni dei tipi nei contesti, si ottenuto un diagramma in cui stato possibile definire due nuclei di tipi, variet e contesti riferibili ad altrettanti orizzonti distinti nellambito del III B laziale. Premessa fondamentale alla costruzione del diagramma, stata lelaborazione di unarticolata classificazione tipologica, che fosse in qualche modo complementare alle ampie tipologie esistenti, basate quasi esclusivamente sui corredi funerari (BIETTI SESTIERI 1992; B ETTELLI 1997); la tabella - gi mostrata al convegno - e il commento ad essa relativo1, saranno a breve pubblicati (GUSBERTI c.s.). In questa sede, per ovvi motivi di spazio, mi limiter ad accennare ad alcuni contesti caratteristici di ciascuna sottofase, unitamente ai tipi e/o alle fogge pi rappresentative di ogni momento. I contesti che hanno restituito materiale esclusivo del momento antico della fase III B sono: - gli strati di costruzione del muro 1 (RICCI 2000; BETTELLI 2000, pp. 127-128, figg. 88-89; GUSBERTI c.s.); - la deposizione sotto la soglia del muro 1 (BROCATO 2000c; BROCATO 2000d; GUSBERTI c.s.); - la tomba 2 del Quirinale (GJERSTAD 1953, pp. 276278, fig. 239); - le tombe 14 (GJERSTAD 1956, pp. 203-204, fig. 181; MLLER-KARPE 1962, p. 86, tav. 15 B), 86 (GJERSTAD 1956, pp. 225-227, fig. 203; MLLER-KARPE 1962, p. 86, tav. 15 A) e 102 (GJERSTAD 1956, pp. 237239, fig. 212; MLLER-KARPE 1962, p. 92, tav. 27 A) dellEsquilino; - le tombe 82 (BIETTI SESTIERI 1992, pp. 823-826,

1 Fondamentali e preziosi, nellelaborazione della tabella e non solo, sono stati i consigli e il supporto del Prof. Renato

Peroni, al quale vanno i miei pi sentiti ringraziamenti.

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figg. 3c.10-14) e 235 (EAD. 1992, pp. 800-801, fig. 3b. 32) di Osteria dellOsa. I contesti ascrivibili allorizzonte recente del III B sono decisamente pi numerosi : - gli ultimi strati di vita del muro 1 (BETTELLI 2000, pp. 123-126, figg. 84-86; GUSBERTI c.s.); - le tombe infantili entro dolio (enchytrisms) deposte prima della costruzione (tomba 1; fase 2.1) e sui livelli di distruzione (tomba 2; fase 2.3 o 3.1) della domus Regia (FILIPPI 2004 b; GUSBERTI c.s.); - il riempimento della fossa relativa alla distruzione della domus Regia (FILIPPI 2004 b; GUSBERTI c.s.); - la tomba M del Foro Romano (GJERSTAD 1953, pp. 88-96, figg. 88-92; MLLER-KARPE 1962, pp. 81-82, tav. 5); - le tombe 74 (GJERSTAD 1956, pp. 222-223, fig. 200; MLLER-KARPE 1962, p. 88, tav. 19 C), 99 (GJERSTAD 1956, pp. 234-237, fig. 211; MLLER-KARPE 1962, p. 93, tav. 29), 110 (GJERSTAD 1956, pp. 241-242, fig. 214) e 123 (I D . 1956, p. 246, fig. 218) dellEsquilino; - le tombe 99 (BIETTI SESTIERI 1992, pp. 820-821, figg. 3c. 5-6), 112 (EAD. 1992, pp. 826-827, fig. 3c. 16), 171 (EAD. 1992, p. 820, fig. 3c. 3), 175 (EAD. 1992, p. 844-845, fig. 3c. 57), 223 (EAD. 1992, p. 826, fig. 3c. 15), 251 (EAD. 1992, pp. 794-795, fig. 3b. 24), 264 (EAD. 1992, p. 810, fig. 3b. 46) e 510 (EAD. 1992, pp. 828-829, fig. 3c. 20) di Osteria dellOsa; - le tombe 2 del Colle della Noce (Ardea 1983, pp. 44-50) e 3 del Campo del Fico (ibidem, pp. 76-78) ad Ardea; - la tomba 11 di La Rustica (CLP 1976, pp. 157159, tavv. XXV-XXVI A); - la tomba 23 di Castel di Decima (BARTOLONI 1975); - la tomba C del Torrino (BEDINI 1985, pp. 44-51); - la tomba 2 di Tor de Cenci (BEDINI 1989, pp. 224229). Per quanto riguarda i tipi e le fogge delle ceramiche vascolari, va sottolineato che stato soprattutto lampio repertorio tipologico restituito dai contesti dabitato a consentire la definizione dei due momenti; daltro canto, lampia articolazione stratigrafica di tali complessi ha reso possibile la definizione di chiare cesure tra le due sottofasi.

Le tazze profonde esclusive del III B1 laziale sono ancora accostabili a tipi attestati nella fase III A (Fig. 1, 1-5 e 6-11). Analogamente ai tipi del III A laziale, le tazze esclusive dellorizzonte antico della fase III B presentano un profilo complessivamente poco rigido, dove la distinzione tra collo e spalla tendenzialmente meno accentuata che nellorizzonte pi tardo (Fig. 1, 6-11). Le tazze profonde di medie o grandi dimensioni presentano spesso il collo lievemente troncoconico, di tradizione III A (Fig. 1, 6-8); le tazze di dimensioni ridotte hanno invece quasi sempre colli brevi o colletti (Fig. 1, 10-11). Le anse bifore non hanno ancora il foro superiore decisamente sviluppato e non sono mai crestate (Fig. 1, 6-11). I tipi di tazze diffusi nellorizzonte recente del III B hanno invece la vasca pi schiacciata rispetto a quelli della sottofase precedente; il loro profilo complessivamente pi rigido, con una marcata distinzione tra il collo e la spalla, che diviene molto prominente (Fig. 1, 12-25); compaiono le tazze con alto collo cilindrico (Fig. 1, 19-21, 24) o lievemente troncoconico, questultimo di tradizione antica (Fig. 1, 22-23); le anse bifore presentano il foro superiore sempre pi ampio (Fig. 1, 12-22, 24), non di rado crestato (Fig. 1, 14). In riferimento alla tazza in impasto attestata nella tomba 168 di Pithecusa (BUCHNER, RIDGWAY 1993, p. 223, tavv. CXXX, 75), non ritengo - e in questo mi discosto lievemente dai confronti presentati dalla Prof.ssa Bartoloni e dal dott. Nizzo - che lesemplare sia assimilabile a tipi della fase IV A laziale, in quanto rientra esclusivamente in tipi caratteristici della fase precedente, presumibilmente del suo orizzonte pi avanzato (cfr. Fig. 1, 12-13 e 25), anche se ne costituisce una delle espressioni pi estreme; ovviamente non nego che esistano affinit tipologiche tra alcuni tipi di tazze III B ed altri della fase successiva; tuttavia, diversamente dallesemplare pithecusano, le tazze caratteristiche della fase laziale IV A, hanno la vasca decisamente schiacciata, la spalla breve oltre che prominente, il collo ancora pi fortemente sviluppato in altezza (cfr. Fig. 1, 26). Al limite, potremmo pensare ad un parallelismo tra il TG II di Pithecusa, orizzonte al quale appartiene la tomba 168, e la sottofase laziale qui definita III B2. 471

Diversamente, e forse con maggiore probabilit, va supposta unantichit lievemente maggiore della tazza (che, del resto, presenta fratture antiche) rispetto al resto del corredo della tomba, fenomeno non raro nelle sepolture. Per quanto riguarda le anforette a collo, in quelle caratteristiche del III B1 il corpo decisamente meno schiacciato rispetto ai tipi successivi (Fig. 2, 2-3); da corpi globulari lievemente schiacciati attestati nella sottofase antica, nel III B2 si passa a

corpi marcatamente a bulbo, con profilo lievemente concavo nella parte inferiore (Fig. 2, 411); nel III B1 le anse crestate sono ancora rare e, se compaiono, presentano gli apici poco marcati e sviluppati (Fig. 2, 1-2). Le pi antiche attestazioni di anforette con decorazione spiraliforme o equivalente sul corpo sono riferibili allorizzonte avanzato del III B laziale (Fig. 3, 1-2). Giova soffermarci ancora una volta sulla stretta somiglianza tra lanforetta attestata nella

Fig. 1: tazze profonde caratteristiche della fase laziale III A (1-5), delle sottofasi antica (6-11) e recente (12-25) della fase laziale III B, e della fase laziale IV A (26). 1: Osteria dellOsa, t. 238 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3b. 41.2). 2: Osteria dellOsa, t. 276 (EAD. 1992, fig. 3b. 45.1). 3: Osteria dellOsa, t. 262 (EAD. 1992, fig. 3b. 45.1). 4: Osteria dellOsa, t. 244 (EAD. 1992, fig. 3b. 23.2). 5: Osteria dellOsa, t. 246 (EAD. 1992, fig. 3b. 22.2). 6: Palatino-pendici settentrionali, deposito sotto la soglia del muro 1 (BROCATO 2000d, fig. 159. 3). 7: Esquilino, t. 102 (MLLER-KARPE 1962, tav. 27 A. 7). 8-10: Osteria dellOsa, t. 235 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3b. 32. 2, 4, 6). 11: Osteria dellOsa, t. 82 (EAD. 1992, fig. 3c. 10.33). 12: domus regia 1, t. 1 (GUSBERTI c.s.). 13: domus regia 1, t. 2 (GUSBERTI c.s.). 14-15: Osteria dellOsa, t. 251 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3b. 24. 10). 16-17: Osteria dellOsa,t. 99 (EAD. 1992, fig. 3c. 5. 4, 3). 18: Esquilino, gruppo 103 (MLLER-KARPE 1962, tav. 26.17). 19-20: Esquilino, t. 99 (ID. 1962, tav. 29. 2, 4). 21-23: Castel di Decima, t. 23 (BARTOLONI 1975, fig. 11. 6-8). 24: Foro Romano, t. M (MLLER-KARPE 1962, tav. 5. 27). 25: Pithecusa, t. 168 (BUCHNER, RIDGWAY 1993, p. 223, tav. 75). 26: Osteria dellOsa, t. 63 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3c. 27. 3).

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tomba 23 di Castel di Decima (BARTOLONI 1975, p. 247, fig. 11.3) e lesemplare importato attestato nella tomba 944 di Pithecusa (Fig. 2, 3), il cui corredo ascrivibile al TG I (BUCHNER, RIDGWAY 1983).

Come stato ribadito ancora una volta in questo convegno, il TG I pithecusano sarebbe inquadrabile grossomodo nel terzo venticinquennio dellVIII sec. a.C. Dovremmo allora immaginare che a questo arco

Fig. 2: anforette a collo caratteristiche delle sottofasi antica (1-3) e recente (4-14) della fase laziale III B. 1: Arco di Augusto (GUSBERTI c.s.). 2: Osteria dellOsa, t. 82 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3c. 10.30). 3: Osteria dellOsa, t. 235 (EAD. 1992, fig. 3b. 32.5). 4: domus regia 1, fossa di distruzione (GUSBERTI c.s.). 5: Esquilino, t. 99 (MLLER- KARPE 1962, tav. 29. 8). 6: Osteria dellOsa, t. 223 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3c. 15.2). 7-8: Esquilino, t. 110 (GJERSTAD 1956, figg. 214. 5-6). 9-10: Esquilino, t.123 (ID. 1956, fig. 218. 3-4). 11: Castel di Decima, t. 23 (BARTOLONI 1975, fig. 11. 4).

Fig. 3: anforette con decorazione spiraliforme o equivalente sul corpo, caratteristiche della sottofase recente della fase laziale III B (1-3) e della fase laziale IV A (4-5). 1: Castel di Decima, t. 23 (BARTOLONI 1975, fig. 11. 3). 2: Torrino, t. C (BEDINI 1985, fig. 5. 19). 3: Pithecusa, t. 944 (BUCHNER, RIDGWAY 1983, fig. 1. 4). 4: Foro Romano, t. KK (CARAFA 1995, tipo 177). 5: Pithecusa, t. 159 (BUCHNER, RIDGWAY 1993, pp. 198-199, tav. 61. 3).

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di tempo possa corrispondere soltanto il momento recente della fase laziale III B; ne conseguirebbe che lorizzonte iniziale del III B laziale andrebbe

Fig. 4: coppe monoansate (1-2) e biansate (3-4) caratteristiche della sottofase recente della fase laziale III B. 1: Ardea-Colle della Noce, t. 2 (Ardea 1983, fig. 56). 2: Osteria dellOsa, t. 175 (B IETTI S ESTIERI 1992, fig. 3c. 57.4). 3: Esquilino, t. 99 (MLLER-KARPE 1962, tav. 29. 5). 4: ArdeaCampo del Fico, t. 3 (Ardea 1983, fig. 170).

collocato in un arco di tempo antecedente la met dellVIII sec. a.C. Una lieve posteriorit del TG I pithecusano rispetto al III B laziale stata ipotizzata dalla Prof.ssa Bartoloni e dal dott. Nizzo in questo convegno, anche se la non contemporaneit tra le due fasi non viene poi esplicitata nella tabella. Una seconda anforetta a spirali, anchessa importata, attestata a Pithecusa nella tomba 159, del TG II (Fig. 3, 5; cfr. BUCHNER, RIDGWAY 1993, pp. 198-199, tav. 61.3); lesemplare in tutto simile a tipi della fase laziale IV A, inquadrabili entro la prima met del VII sec. a.C. (Fig. 3, 4; cfr. CARAFA 1995, tipi 177-178). Altre fogge esclusive della fase recente del III B laziale sono le coppe con orlo sviluppato e svasato, spalla pronunciata e profilo della vasca tendenzialmente angolare, fornite di una (Fig. 4, 12; cfr. BETTELLI 1997, tipo 2, Variante A a, pp. 7475, tav. 36.1) o due anse orizzontali (Fig. 4, 3-4; cfr. BETTELLI 1997, tipo 2, Variet A, pp. 74-75, tav. 35.9). Per quanto riguarda gli oggetti in bronzo, possibile notare che gli anelli da sospensione di medie e grandi dimensioni, con motivo inciso a zigzag, attestati in contesti dellorizzonte recente del III B laziale, presentano la sezione a losanga decisamente pi schiacciata e asimmetrica (Fig. 5, 3-4), rispetto ai tipi dellorizzonte antico (Fig. 5, 12), per arrivare agli esemplari con sezione piatta attestati nellorizzonte finale della fase, al limite con il IV A laziale (Fig. 5, 5). Prima di concludere, opportuno soffermarsi brevemente sul corredo del deposito rinvenuto sotto la soglia delle prime mura palatine. Ritengo infatti che sia plausibile rialzare lievemente la datazione proposta nelle edizioni dello scavo (B ROCATO , CARAFA 1992, pp. 129-130; BROCATO 2000d, pp. 195196), poich il deposito, insieme agli strati di costruzione del muro 1, appare un contesto caratteristico dellorizzonte non evoluto della fase laziale III B (GUSBERTI c.s.). Abbiamo visto come il tipo di tazza attestato nel deposito sia esclusivo di questo momento, con forti legami morfologici con tipi del III A laziale (Fig. 1, 6). La coppa in argilla depurata dipinta (BROCATO 2000d, fig. 159. 1), pur essendo accostabile ai noti esemplari della tomba del Guerriero di Tarquinia (HENCKEN 1968, figg.

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191. b-d; BROCATO, CARAFA 1992, p. 129 e nota a p. 194) o a fogge pi evolute - con orlo distinto - come lesemplare della tomba M del Foro Romano (MLLER- KARPE 1962, tav. 5. 24; BROCATO, CARAFA 1992, p. 129 e nota a p. 194), trova confronto anche in un contesto ben pi antico, riferibile al I Fe 1 B 2 (Cerveteri, necropoli del Sorbo, tomba a fossa 8; POHL 1972, fig. 88. 1). Infine, vero che le due fibule ad arco rivestito, con profilo a losanga con lati fortemente concavi (BROCATO 2000d, fig. 159, 4-5), trovano confronti in contesti riferibili allorizzonte maturo del I Fe 2 (ad esempio nella tomba Y della necropoli dei Quattro Fontanili a Veio; WARD PERKINS ET ALII 1970, p. 261, fig. 48. 42; BROCATO, CARAFA 1992, p. 129 e nota a p. 194); tuttavia, va osservato che queste attestazioni non sono numerose, e che fibule in bronzo fuso con arco della medesima foggia sono presenti nel ripostiglio di Ardea (PERONI 1966, pp. 182-183, fig. 1. 10), in un orizzonte a cavallo tra le fasi laziali III A e III B.

Fig. 5: anelli da sospensione caratteristici delle sottofasi antica (1-2) e recente (3-5) della fase laziale III B. 1: Esquilino, tomba 86 (MLLER-KARPE 1962, tav. 5. 15). 2: Osteria dellOsa, tomba 235 (BIETTI SESTIERI 1992, fig. 3b. 32.11 a). 3: Osteria dellOsa, t. 99 (EAD. 1992, fig. 3c. 5.12). 4: Osteria dellOsa, t. 171 (EAD. 1992, fig. 3c. 3.10). 5: Foro Romano, tomba M (MLLER-KARPE 1962, tav. 5.15).

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Marco Rendeli: Mi volevo complimentare con Valentino Nizzo perch ha fornito un quadro molto accurato della situazione di Pithecusa. Pithecusa, di fatto, sembra assurgere a un ruolo per cos dire internazionale, dove confluiscono uomini e prodotti di differenti provenienze: che il distretto pitecusano e cumano fosse un obiettivo sensibile noto, soprattutto per la seconda, gi da fasi precedenti e quindi non pu stupire il ruolo che la zona ha in un momento cos importante della storia di questa parte dellet del Ferro. Ma, a mio avviso, il quadro risulterebbe incompleto e impoverito se, oltre a tutte le connessioni che si possono allacciare con il mondo indigeno e non dellItalia centromeridionale, non si riuscisse a trovare un momento di confronto con le scoperte e le analisi che si stanno producendo su altri siti del Mediterraneo centrale: in particolare si fa riferimento alla Sardegna, dalla pi antica presenza di SantImbenia, alle sempre pi frequenti attestazioni delle colonie fenicie, in primis Sulcis e Nora, ai nuovi scavi della Spagna meridionale, a quelli tedeschi e olandesi di Cartagine, alla Sicilia in particolare Mozia. Mi sembra che questa sia una storia che ben lontana dallessere stata scritta: un aspetto, fra i tanti, che vorrei portare alla vostra attenzione quello della dislocazione topografica e della scelta del sito che segue unimpostazione che noi ritroviamo sia nelle prime colonie euboiche, sia nelle colonie fenicie sia in Sardegna, ma poi anche nella stessa Cartagine, con la differenza che lo sviluppo delle prime sar in una fase di poco successiva rivolto al controllo delle terre e dellinterno, oltre che del mare, le seconde saranno ancorate per una buona parte della loro storia solamente al mare. Linvito quindi che rivolgo a Valentino Nizzo ad allargare gli orizzonti, perch un ampliamento potrebbe darci un senso dei rapporti e delle vie di traffico che in questa prima fase mi paiono molto vicine, per non dire uniche. Esse possono anche aiutare a comprendere, in maniera pi soddisfacente, le presenze della bassa valle del Tevere, dove Massimo Botto ha enucleato tutta una serie di forme e attestazioni che sono vicinoorientali o che si possono riferire a colonie levantine dOccidente. Questo sostanzialmente un augurio e un invito

alla creazione di una sinergia tra tutti coloro che stanno studiando questi argomenti, per creare un quadro che a tuttoggi ancora pieno di ombre, una delle quali, quella che a me sta pi a cuore quella di Sulcis, dove c evidenza a mio avviso sufficiente per ricostruire le prime fasi della colonizzazione nel senso di una condivisione di saperi e di sinergie fra mondo greco (euboico in primis, e poi corinzio) e mondo levantino, fenicio in particolare. M. Letizia Lazzarini: Volevo innanzitutto congratularmi con Gilda Bartoloni e Valentino Nizzo per la bella relazione, di cui ho particolarmente apprezzato laccurata analisi delle giaciture e dei contesti, i confronti trasversali operati tra Campania, Lazio ed Etruria e soprattutto la capillare revisione stratigrafica della necropoli di Pithekusa. Questultima, infatti, vede al centro, come uno dei punti focali, proprio la famosa tomba 168 contenente la coppa di Nestore, con la sua iscrizione cos importante per la prima storia della scrittura greca in generale e per la sua trasmissione e diffusione in Occidente in particolare. Desidererei inoltre fermare un attimo lattenzione su unaltra iscrizione greca, quella incisa su unolla trovata nella tomba 482 di Osteria dellOsa. Purtroppo si tratta di uniscrizione minimale, graffita in maniera non troppo precisa, ma molto importante anche se il suo contenuto rimane difficile da definire. Di essa, infatti, sono state date le letture pi disparate e sono state tratte da queste poche lettere (quattro o cinque) conclusioni veramente eccessive, come quelle di coloro che, in base ad esse, hanno immaginato che proprio a Gabii potesse essere avvenuta la paideia di Romolo e Remo, in quanto Gabii sarebbe stato un centro di grecit gi in et antichissima. In merito a questa breve iscrizione devo confessare che la prima volta che ne ho avuto cognizione sono rimasta piuttosto turbata per il fatto che il vaso su cui essa incisa risultasse databile, in relazione alla stratigrafia dello scavo stesso, intorno al 775, nel periodo laziale II B e che, di conseguenza, alla stessa iscrizione dovesse essere attribuita una cronologia molto alta. Limbarazzo costituito infatti da come poter giustificare la 477

presenza nel Lazio, in et cos antica, di uniscrizione contenente segni sicuramente alfabetici, in quanto, anche se la parte centrale delliscrizione non decifrabile con assoluta certezza, nelle lettere iniziale e finale sono certamente riconoscibili rispettivamente una E ed una N. Lunica possibilit di accettare la presenza di uniscrizione in scrittura alfabetica in et cos antica potrebbe essere quella di considerarla fenicia, ma ci automaticamente escluso dal fatto che liscrizione progressiva, mentre i Fenici hanno sempre scritto in direzione retrograda. Le alternative rimanenti sarebbero quelle di considerarla o greca o latina. Ambedue le ipotesi purtroppo incontrano per delle serie difficolt. Quella delliscrizione latina mi sembra da escludere a priori, poich le prime iscrizioni latine che noi conosciamo sono di gran lunga pi tarde, pi precisamente di ben pi di un secolo. Se volessimo invece considerarla uniscrizione greca - come si potrebbe ipotizzare se la seconda lettera fosse effettivamente un Y (in tal caso si potrebbe riconoscere allinizio della parola il prefisso avverbiale -, che in greco operante in molti termini) - ci imbatteremmo anche qui nella difficolt delliscrizione progressiva, perch anche le pi antiche iscrizioni greche sono retrograde, e le prime iscrizioni progressive, piccole e sporadiche, cominciano ad apparire, in casi molto rari, solo alla fine dellVIII secolo a. C. Allo stato attuale delle nostre conoscenze relative alla diffusione e allevoluzione della scrittura in Occidente il quadro storico ricavabile da questa iscrizione, cio la presenza di una persona letterata nel Lazio - e non in un centro urbano avrebbe dunque una sua giustificazione solo se si potesse trovare un sistema per abbassare la datazione di questo vaso di almeno un secolo. Mi rendo conto tuttavia che ci sono dei seri problemi di base. Ricordo, infine, che la pi antica iscrizione sicuramente greca finora nota per il Lazio, risale soltanto alla seconda met del VII secolo a.C. e fu trovata nellOttocento nella necropoli dellEsquilino, e quindi in un contesto urbano. Essa costituita da un graffito vascolare con un nome proprio al genitivo. Bench anche di questa iscrizione la lingua e linterpretazione siano state a 478

lungo contestate, la sua grecit stata definitivamente rivendicata ed anche alla luce della pi recente lettura proposta per il testo (quella di M. GUARDUCCI, in La parola del passato, 38,1983, pp. 354-358) appare coerente alla natura del supporto (un vaso protocorinzio) e si pu giustificare storicamente in maniera pi adeguata. Giovanni Colonna: Vorrei innanzitutto esprimere la mia adesione a tutta la linea di pensiero sottesa alla relazione Bartoloni-Nizzo, adesione che trova ulteriore motivo di conforto nel constatare che anche i colleghi specialisti di protostoria hanno mostrato di accettare, pressoch unanimi, mi pare, la datazione dellinizio della fase orientalizzante in Etruria e in Italia intorno al 730-720, pur prospettando la possibilit di una lieve anticipazione. Questo, non esito a dire, un punto fermo che esce dal convegno, un risultato niente affatto scontato, di cui si deve essere grati a chi il convegno ha organizzato. Detto questo rimane in piedi il problema della durata della III fase laziale. Anchio sono dellavviso di Bartoloni e Nizzo che larco cronologico attribuito alla III fase dai sostenitori della necessit di rialzare la cronologia del passaggio dal primo al secondo periodo del Ferro sia troppo lungo. La durata di oltre un secolo suscita perplessit perch si tratta di una fase di grande dinamismo culturale, determinante per la storia della penisola, ma anche notevolmente omogenea. Quanto ci ha ora mostrato la dott.ssa Gusberti mette bene in evidenza, mi pare, come siano minime le variazioni tipologiche che intervengono tra una sottofase e laltra e come non intacchino il carattere sostanzialmente unitario della cultura materiale del tempo, i cui tratti distintivi affiorano e si stabilizzano fin dallinizio. In proposito vorrei menzionare quello che stato detto di Pithecusa in un saggio pubblicato nel primo numero, uscito da poco (2003), della nuova rivista Incidenza dellAntico. In esso uno storico ponderato e consapevole come Alfonso Mele non esita a prendere posizione a favore del carattere di citt dello stanziamento euboico, di polis pienamente strutturata sin dallorigine, ossia dal 770 circa, in contrasto con la tesi di chi pensa a

una sua connotazione eminentemente emporica. Laspetto emporico, indubbiamente esistente, viene da Mele riassorbito in pieno tra quelli intrinseci a una polis quale poteva essere concepita e realizzata nellVIII secolo. Il che ha ovviamente una forte ricaduta sul problema degli insediamenti protourbani dellItalia centrale, che sono un fatto molto pi antico, risalente allinizio dellorizzonte villanoviano, ma che ora, nellet da me a suo tempo chiamata romulea (in Civilt del Lazio primitivo, Roma 1976, p. 30), conosce una fortissima accelerazione, come hanno mostrato per Roma le ricerche di Andrea Carandini. La presa di posizione, espressa con grande convinzione da Mele, previo un riesame di tutti gli argomenti introdotti nella discussione sia sul piano storico che su quello archeologico, invita a riconsiderare con la massima attenzione quello che stato lVIII secolo nel Lazio. In questa sede, prendendo lo spunto dal precedente intervento di M. Letizia Lazzarini, mi soffermo su uno dei maggiori fattori dinnovazione che incontriamo in quel secolo nellItalia centrale, ossia lintroduzione della scrittura. La questione stata toccata nella relazione Bartoloni-Nizzo solo marginalmente, nella nota 21, a proposito della tomba 482 di Osteria dellOsa e del suo ormai celebre vaso iscritto. Io avrei ricordato, come gi feci in Scienze dellantichit, 3-4, 1989-1990, p. 112 s., anche il ripostiglio di bronzi di Ardea studiato da Renato Peroni ed unanimemente collocato nella piena III fase, in cui, anche ammettendo che il segno a tridente non valga chi ma il numerale 502, compaiono varie forme di sigma (e anche di iota sinuoso?), oltre a un possibile omicron a losanga (Fig. 1)3. Le lettere isolate non sono iscrizioni, ovviamente, ma presuppongono, come pi tardi a Bologna nel ripostiglio di San Francesco 4 , una conoscenza pur embrionale
2 L. AGOSTINIANI, in Annali Istituto Orientale Napoli, Linguistica, 17, 1995, p. 54 ss. 3 G.L. C ARANCINI, Le asce nellItalia continentale II (Prhistorische Bronzefunde IX, 12), Mnchen 1984, nn. 2302, 2349, 2371, tavv. 25, 29, 31 (sigma coricato trilineare e quadrilineare, sigma eretto, o eventualmente iota, plurilineare, come appare anche nel ripostiglio di S. Francesco di cui alla nota seguente); n. 2395, tav. 33 (segno a losanga); n. 2494, tav. 38 (segno a tridente).

dellalfabeto e la capacit di avvalersene, anche se solo a fini identificativi e di conteggio. Ma soprattutto c liscrizione di Osteria dellOsa, a proposito della quale devo dire che mi ha un poco sorpreso, nella relazione Bartoloni-Nizzo, il ricorso addirittura alla testimonianza di chi ha scavato personalmente la tomba per accreditare la pertinenza ad essa del vaso, e quindi la sua datazione alla fine del II periodo, invece che nel pieno IV: il che ha dato a M. Letizia lo spunto per lintervento decisamente scettico e riduttivo che abbiamo ascoltato. Ora vero che il vaso tipologicamente un unicum, ma anche vero che la foggia sua e soprattutto di altri vasi del contesto di appartenenza rinvia allarea ausonia ed enotria dellItalia meridionale e trova pertanto una collocazione di gran lunga pi soddisfacente allinizio dellVIII, quando i contatti con quelle aree sono altrimenti attestati, tanto nel Lazio quanto nellEtruria meridionale5, che non nel VII secolo, quando al contrario difficile trovarne traccia. N pu meravigliare la presenza in et cos antica di parlanti greco nel Lazio tiberino - al quale si pu senza forzature annettere Gabii -, solo che si rammenti il frammento di sostegno di stile geometrico dal Foro Romano, di poco pi recente, ascrivibile con certezza a un vasaio euboico attivo a Veio o nella stessa Roma6. Circa let della prima accettazione della scrittura nellarea tiberina disponiamo ora di un documento indiretto e seriore, ma non per questo meno degno di attenzione, gi da me segnalato nel convegno dello scorso maggio a Tarquinia sullemergere delle aristocrazie (e ora edito in Studi Etruschi, LXIX, 2003, pp. 379-382). Si tratta di unanforetta a spirali da Veio del secondo quarto del VII secolo, recante graffite sul collo le lettere alpha, beta, gamma e delta, interpretabili
4 G. SASSATELLI, in Emilia preromana, 9-10, 1981-1982 (1984), pp. 147-255. 5 G. COLONNA, in Aspetti e problemi dellEtruria interna, Firenze 1974, pp. 297-299; F. DELPINO, in Studi G. Maetzke, II, Roma 1984, pp. 257-271. Da ultimo per parte mia in Storia di Roma, I, Torino, Einaudi, 1988, p. 297, con bibl. 6 Ibid., p. 298 s.; J.GY. SZILGYI, in Atti del II congresso internazionale etrusco, II, Firenze 1989, p. 616 s.

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Fig. 1: asce con segni grafici dal ripostiglio di Ardea.

Fig. 2: anforetta a spirali da Veio con le quattro lettere iniziali di un alfabetario in successione sinistrorsa e con ductus retrogrado.

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ovviamente come un inizio di alfabetario, scritte in successione sinistrorsa con lultima posta sotto la riga a mo di complemento, e curiosamente tutte con ductus retrogrado (Fig. 2)7. Mentre le altre lettere mostrano lattesa forma euboica, bene attestata nellEtruria dellepoca dallalfabetario di Marsiliana dAlbegna, lalpha ha la forma adagiata propria della scrittura fenicia, finora attestata nellepigrafia greca solo dalliscrizione delloinochoe del Dipylon 8, restando invece sconosciuta a Lefkandi, Eretria, Al Mina e Pithecusa9. Il che riporta a un modello antichissimo di alfabeto euboico, che potremmo definire prepitecusano, databile al pi tardi nella prima met dellVIII secolo. A conferma della sua esistenza si pu addurre il cinerario della tomba 21 BenacciCaprara della Bologna villanoviana, risalente effettivamente a quellet, che reca sul collo, graffita col vaso tenuto in posizione orizzontale, la sequenza sinistrorsa di un alpha adagiato e retrogrado come a Veio, seguito da quello che sembra essere un lambda, forse anchesso retrogrado (Fig. 3)10. Tutto sommato direi che ce n abbastanza per pensare che lacquisizione della scrittura nellItalia centrale sia stato non un evento puntuale, come finora abbiamo creduto, ma un processo lungo, svoltosi almeno in due tempi, e con conseguenze assai diverse. Un primo, timido passo verso la scrittura sembra essere stato compiuto nella bassa valle del Tevere, probabilmente a Veio, allepoca delle frequentazioni euboiche pre-coloniali, con una fievole ripercussione a Bologna. Il secondo passo, decisivo perch non ha conosciuto ripensamenti, a differenza del primo, ha avuto
Per lalpha ci vale nei confronti del ductus attribuito alla lettera nelliscrizione del Dipylon (v. la nota seguente). 8 Dove compare sei volte e sempre con langolo a destra, allopposto delle iscrizioni fenicie (e della testimonianza veiente). Sulliscrizione: M.L. LAZZARINI, in Scritture mediterranee tra il IX e il VII secolo a.C., a cura di G. BAGNASCO GIANNI e F. CORDANO, Milano 1999, p. 64, fig. 7; T. ALFIERI TONINI, ibid., p. 117 s. 9 Vedi A. BARTONEK, in Die Sprache, 37, 2, 1995, pp. 129-237. 10 Rispetto al prototipo fenicio. Cfr. G. BAGNASCO GIANNI, in Scritture mediterranee, cit., p. 87, fig. 1 (riprodotta qui a Fig. 3). La lettura che propongo pertanto al, lemma etrusco significante dono, di cui esiste ormai una ricca documentazione (rinvio a Larcheologia dellAdriatico dalla Preistoria al Medioevo, Atti del convegno di Ravenna 2001, Bologna 2003, p. 166, nota 31),
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luogo in una delle grandi citt dellEtruria meridionale costiera, forse Tarquinia, nella fase di transizione o agli inizi dellOrientalizzante, trovando anchesso uneco, e ben pi incisiva della precedente, a Bologna, come insegna in primo luogo il ripostiglio di S. Francesco, che ha restituito una delle pi antiche iscrizioni etrusche finora conosciute11. [Aggiungo in sede di revisione del testo (marzo 2005), col cortese consenso degli organizzatori, alcune considerazioni di merito sulliscrizione di Osteria dellOsa (Fig. 4). La constatazione che lalfabetario di Veio e forse anche liscrizioncella Benacci-Caprara procedono in direzione sinistrorsa, ma con lettere costantemente retrograde, induce a sospettare che lo stesso si verifichi allOsteria dellOsa, fermo restando il riconoscimento delle singole lettere operato da Adriano La Regina e da tutti accettato (a eccezione del Peruzzi, che legge contro ogni evidenza euoin). Se questo vero, liscrizione sar da leggere non eulin ma nilue, con lambda retrogrado (rispetto al prototipo fenicio). E la lingua sar da considerare non greca ma latina. Simpone infatti, se quella la lettura, la divisione ni lue e linterpretazione del testo come una prescrizione negativa, corrispondente in latino classico a *ne luas. Non fanno difficolt in proposito n limperativo presente n la variante ni (< *ne-i) della particella ne, peculiarit che ritornano entrambe nella lingua di Plauto 12 e, associate tra loro come in questo caso, nella nuova iscrizione latina arcaica del santuario del Garigliano13, mentre nel latino di Roma gi nella
qui al caso da intendere come dono funerario, rivolto alla defunta. 11 Lantroponimo Aie (G. COLONNA, in Studi e documenti di archeologia, II, 1986, pp. 57-66, tavv. 21-23). 12 Per es. ne time (Amph. 674), ne fle (Capt. 139), ni quid tibi in hanc spem referas (Ep. 339), quid ego ni fleam ? (Mil. 1311), ecc. 13 Nella clausola finale nei pari med, isolata da M. MANCINI, Osservazioni sulla nuova epigrafe del Garigliano, Roma 1997, pp. 21-25, seguito da B. VINE, in Zeitschrift fr Papyrologie und Epigraphik, 121, 1998, p. 258, e da D.F. MARAS in un contributo in corso di stampa in Archeologia Classica. Ricordo che la forma ni ricorre gi nella coeva o di poco pi antica iscrizione ernica di Anagni (S. GATTI, G. COLONNA, in Studi Etruschi, LVIII, 1993, pp. 321-325).

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Fig. 3: iscrizione con alpha adagiato dalla tomba Benacci-Caprara 21 di Bologna.

Fig. 4: vaso iscritto dalla tomba 482 della necropoli di Osteria dellOsa.

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prima met del VI secolo14, e poi nelle XII Tavole, incontriamo ne con limperativo futuro. Quanto al verbo lure, usato assolutamente, non par dubbio che esso compaia qui nellaccezione pi antica che gli si pu attribuire, quella di sciogliere da un legame materiale15, con riferimento alle fibre vegetali con le quali il piccolo vaso, sprovvisto di una base dappoggio (a differenza degli altri esemplari classificati dagli scopritori nel tipo del vaso a fiasco)16, doveva di norma essere sospeso nel luogo in cui era conservato, come pi tardi lo saranno gli aryballoi dei palestriti. Sciogliere equivaleva in tal caso a prendere (in mano), il che, in senso pregnante, poteva equivalere a rubare, sicch non affatto escluso che si abbia qui, molto prima delle clausole finali delliscrizione di Duenos e di quella del Garigliano, un antichissimo esempio del divieto di appropriazione, attestato nellepigrafia vascolare greca in forma indiretta fin dalla prima met del VII secolo (lekythos cumana di Tataie), e in quella etrusca in forma diretta dalla seconda met dello stesso secolo 17. Altrimenti si pu pensare al significato di scomporre, dissolvere, distruggere, implicito nel termine lue(m) del carme dei Fratres Arvales e forse sottostante anche al teonimo Lua dellantico pantheon romano18. Avremmo allora un invito a preservare lintegrit del vaso e quindi del suo contenuto, ritenuto particolarmente prezioso.] Marco Pacciarelli: Intervengo sulla relazione Bartoloni-Nizzo, e incidentalmente su quella dAgostino. Vorrei anche fare un accenno alliscrizione di Osteria dellOsa. Naturalmente ho molto apprezzato il matrix di Pitecusa, strumento fondamentale di lettura dei processi demografici e sociali di questo centro. Penso che dar molti altri risultati e sar la base per

ulteriori letture sugli sviluppi di Pitecusa, e sono anche daccordo sul fatto che possa costituire una sorta di strumento orientativo sulla durata e sui processi demografici di questo centro, ma da qui a farne uno strumento di puntuale datazione in termini di cronologia assoluta, ci andrei un po pi cauto. Ritengo lecito ottenere una durata orientativa in termini di generazioni, per sappiamo che dedurre una cronologia precisa in base al ritmo con cui si depongono le tombe un procedimento un pochino rischioso. Ian Morris ha ben evidenziato come vi siano dei precisi fattori culturali che presiedono alla deposizione delle tombe, peraltro non sempre facili da decifrare. In Attica infatti abbiamo delle fasi in cui c una deposizione molto selettiva dei defunti legata a motivi di carattere sociale, per cui si seppelliscono solo certi ceti, e delle fasi invece in cui c minore selezione, e quindi da tutto ci dedurre una durata esatta in termini di generazioni non facile. Fra laltro, se adottiamo la lettura di un fenomeno culturale e demografico come base per fissare la cronologia assoluta, vi il rischio di cadere in un ragionamento circolare, nel senso che ovviamente la cronologia cos dedotta confermer la lettura culturale e demografica che abbiamo dato, per cui rimane comunque lesigenza di ancorare questultimo tipo di lettura a delle date assolute indipendenti. A questo proposito, quando si ragiona intorno alle date della fine del primo Ferro, anche uno spostamento di 10 o 20 anni pu avere conseguenze sensibili. Vorrei quindi chiedere un chiarimento circa la data di inizio del Tardo Geometrico II, che stata posta da Bartoloni e Nizzo al 720, e da dAgostino al 730, si tratta di dieci anni di differenza che possono avere un significato. Laltro quesito questo: poich Tucidide parla di 733-34 per la fondazione di Siracusa, dove abbiamo sostanzialmente solo il Tardo Geometrico II, perch non

Clausola ne med malos tatod del vaso di Duenos: H. RIX, Kleine Schriften, Bremen 2001, p. 158 ss. 15 Thes. linguae Latinae VII, 2, col.1844 sg., I C 1. 16 Dai quali differisce anche per il breve colletto verticale (cfr. D. RIDGWAY, in Opuscula Romana, XX, 1996, p. 89, fig. 2), funzionale allinserimento di un tappo, e per il foro pervio praticato nella parte alta della parete, che consentiva di versare

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il contenuto del vaso senza togliere il tappo. 17 L. AGOSTINIANI, in Archivio glottologico italiano, LXIX, 1984, p. 84 ss., e specialmente p. 107 ss. 18 G. DUMZIL, Desses latines et mythes vdiques, Bruxelles 1956, pp. 103-107. Diversa interpretazione in G. RADKE, Die Gtter Altitaliens, Mnster 1965, p. 186 s., seguita da A. BENDLIN, in Der Neue Pauly, VII, 1999, p. 451, s.v.

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considerare questa data come un terminus ante quem per linizio di questa fase? Ci potrebbe portare a spostarne linizio almeno al 735 a.C. Riguardo alliscrizione di Osteria dellOsa, Letizia Lazzarini ha solo posto un problema dal punto di vista epigrafico. Problema che esiste da tempo perch in termini di cronologia assoluta quella tomba dovrebbe appartenere a rigore non al 775, ma al IX secolo a.C. Si tratta infatti di una sepoltura attribuita da Anna Maria Bietti Sestieri alla fase II B2, a mio parere agevolmente parallelizzabile alla fine della fase I dellEtruria (Veio IC). Tale tomba dovrebbe dunque collocarsi alla fine del IX in termini di cronologia tradizionale, o addirittura prima della met dello stesso secolo secondo le cronologie alte. A questo punto mi chiedo se sia dovuto solo a una singolare coincidenza il fatto che la tomba 482 tagliata da una tomba del VII secolo a.C. - la 485 - considerando oltretutto che il taglio di questultima corre molto vicino al vaso in questione. Alessandro Vanzetti: In pratica Marco Pacciarelli ha fatto quasi completamente lintervento che volevo fare io ed anche di pi. Anchio ho ovviamente apprezzato la formulazione di un diagramma di tipo Harris per le tombe di Pithekoussai, ma anchio devo osservare che non sono per niente daccordo con laltro strumento estrinseco che viene introdotto nel ragionamento, ovvero quello del calcolo delle generazioni presunte per proporre la durata di un intervallo di tempo o di una fase. Volevo per porre un problema metodologico pi generale: anche in articoli recentemente usciti si propone questo strumento per la valutazione del ritmo di trasformazione della ceramica; pi in generale, nellambito classico ed etruscologico questo strumento estrinseco ritorna con eccessiva frequenza, secondo me [Filippo Delpino ha in seguito criticato questo mio intervento (cfr. p. 657 s.), per il fatto che non avevo esplicitamente detto che larticolo citato con maggiore dettaglio era suo, edito in Quaderni di Archeologia Etrusco-Italica, 29, 2003, e da lui trasmesso a tutti i partecipanti allIncontro di Studio; peraltro, la mia mancata citazione era un fatto casuale, e dipendeva largamente dal fatto che non 484

lunico ad adottare una tale prospettiva, e intendevo sottolineare questo fatto. Mi dispiace che ci sia stato considerato una voluta omissione]. Il pregiudizio del ritmo di cambiamento da legare ad una o pi generazioni un pregiudizio estremamente avventato, basato ovviamente su una riconsiderazione allindietro di quanto stato fatto per la ceramica classica, e per non detto che si applichi a questi periodi pi antichi. Ricordo molto semplicemente un paio di elementi, cos per memoria, ovvero che, per esempio, gli archeologi protostorici, poich supponevano che i ritmi di trasformazione fossero accelerati - oltre al fatto che trovavano dei sincronismi rivelatisi poi errati quanto a cronologia assoluta -, ritenevano che lantica et del bronzo durasse due secoli, invece ne dura cinque. Oppure ancora, se sono vere le datazioni assolute delle tombe del Paleolitico superiore - e capisco che non centra assolutamente nulla, tutto un altro contesto - della Grotta del Romito di Papasidero in Calabria, a distanza di 800 anni queste persone erano in grado di mettere una tomba perfettamente parallela ad una deposta 800 anni prima. Quindi non c nessun motivo di ritenere che fra due tombe la memoria debba essere legata ad una o due generazioni, la memoria non legata a tempi calcolabili in modi cos schematici e aprioristici. Inoltre se uno dice che tra due tombe, leggo da Bartoloni-Nizzo, sia trascorso un periodo di tempo compreso fra un minimo di una fino ad un massimo di due generazioni, ovvero tra i 25 ed i 50 anni circa - a parte il calcolo della durata di una generazione, che ovviamente ognuno propone in modo diverso -, spazio di tempo che corrisponde approssimativamente a quello comunemente attribuito allintero TG II, faccio notare che passare da una a due generazioni (25-50), comporta un aumento del 200%; se uno aggiunge soltanto unaltra generazione siamo a 75, cio a tre volte tanto: questi calcoli non si possono fare, sono utili come ragionamento ed esercizio mentale, come elemento da tenere presente, ma gli agganci devono essere sempre esterni. Anna Maria Bietti Sestieri: Voglio in primo luogo ringraziare Giovanni Colonna, che con la sua consueta competenza e apertura mentale sa molto

bene che quando i dati non si adattano alle nostre aspettative la cosa pi saggia che possiamo fare cercare di valutare obiettivamente il nuovo quadro che abbiamo di fronte; di questo quadro, nel caso specifico, fanno parte anche le date 14C calibrate di Fidene, fornite dal laboratorio di Groningen, che spostano prima della fine del IX sec. linizio del III periodo laziale. E utile ricordare che si tratta di date ottenute non solo su legno (dove potremmo avere leffetto old wood) ma anche su semi di cereali, con la tecnica della spettrometria di massa, con due deviazioni standard, che vuol dire con il 95% di probabilit che la data calendariale ricada allinterno delloscillazione osservata; in sostanza, sono date che dimostrano che il problema della cronologia assoluta della I et del ferro italiana esiste, e che, anche se non siamo in grado di risolverlo qui e adesso, non possiamo ignorarlo limitandoci a fare riferimento alla cronologia storica. Forse, fra le molte cose da fare, sarebbe anche utile cominciare a considerare in modo un po pi critico lidea ancora molto radicata che si debba a ogni costo trovare una corrispondenza cronologica fra le fasi archeologiche identificabili nelle varie zone del territorio italiano. Non la soluzione del problema, ma certamente uno degli aspetti sui quali necessario lavorare. Per quanto riguarda la relazione BartoloniNizzo, mi sembra che i confronti che sono stati presentati per parallelizzare Osteria dellOsa IIB con Veio IC-IIA possono essere accettabili sul piano di una generica affinit formale, ma non su quello della tipologia. Gilda Bartoloni: I confronti tra i tipi di Osteria dellOsa e le altre necropoli del Lazio e dellEtruria citati nel nostro testo sono ripresi tutti dalla pubblicazione di Osteria dellOsa, quindi mi riferivo ai dati indicati dalle autrici come base per i loro parallelismi e datazioni. Ritengo la tipologia una elaborazione soggettiva e personale e quindi non mi sarei mai permessa di confutare alcun dato se non rielaborando la tipologia completamente. Anna Maria Bietti Sestieri: Nella classificazione dei materiali della necropoli abbiamo dato per ogni forma uno spettro relativamente ampio di riferimenti

a pezzi da altri complessi, che ovviamente non sono da considerare come confronti tipologici specifici, e tanto meno come indicatori di cronologia relativa, se non a maglie molto larghe. Comunque, come ho gi detto, laspetto pi significativo dei confronti, che riguarda tutto il repertorio delle forme e dei tipi presenti nella necropoli, che nella fase IIB finale (IIB2) si comincia a delineare un fenomeno che credo rifletta un cambiamento storico molto importante, cio il rapido spostamento della gravitazione culturale del Lazio dalle regioni meridionali tirreniche, Campania e Calabria, allEtruria; la comparsa di questo fenomeno evidentemente pi antica degli inizi della colonizzazione, e indica una intensificazione dei collegamenti che dallEtruria si dirigono verso la Campania, coinvolgendo direttamente il Lazio. Del resto, la presenza di nuclei villanoviani in Campania fin dalla fase iniziale della I et del ferro indica comunque collegamenti sistematici e un interesse specifico che dallEtruria si rivolge alla Campania. Per quanto riguarda la sequenza laziale, in particolare quella dellOsa, il cambiamento nella tipologia dei manufatti indica in particolare uno stretto collegamento con Veio, che comincia nella fase IIB2, ma si sviluppa soprattutto nella fase laziale IIIA, che corrisponde pi o meno alla fase IIA a Veio e in Etruria. Sulla cronologia assoluta di questa fase, come si gi visto, non si possono non prendere in considerazione le date 14C di Fidene. Per inciso, mi fa piacere che in questo convegno si parli un po di Osteria dellOsa, dopo che per una decina danni sembrato che la pubblicazione della necropoli non esistesse. Sulla relazione sulle tazze laziali di III periodo presentata dalla dott.ssa Gusberti, con la quale sono sostanzialmente daccordo, vorrei solo osservare che, dato che sono in gran parte coincidenti, sarebbe stato utile mettere a confronto visivamente la classificazione delle tazze di Osteria dellOsa con quella da lei proposta, in modo da verificare gli eventuali scostamenti. Per quanto riguarda lintervento di Letizia Lazzarini, non posso che essere daccordo con quanto ha gi detto Giovanni Colonna. Il vaso con 485

iscrizione dalla tomba 482 di Osteria dellOsa rientra pienamente nella tipologia laziale cos come documentata nella necropoli: si tratta di una forma con caratteristiche ben definite, che corrispondono a quanto sembra a una funzione specifica 19 . Aggiungo qualche precisazione per quanto riguarda il contesto archeologico del vaso. Sulla base della documentazione grafica e fotografica e del giornale di scavo, scritto da me il 12 luglio 1984, giorno della scoperta della tomba 482, lappartenenza del vaso e della relativa iscrizione alla fase IIB2, che la datazione archeologica della tomba, appare incontrovertibile. Ho ripreso il testo originale in modo che sia possibile valutare la situazione cos come si presentava al momento dello scavo; va anche ricordato che la presenza delliscrizione non stata notata nel corso dello scavo della tomba 482, ma solo pi tardi, quando i materiali sono stati consegnati al restauratore Bruno Schifano, che ha scoperto liscrizione durante le operazioni di pulizia del vaso. Le osservazioni fatte sullo scavo non sono state quindi in nessun modo influenzate dalleccezionalit del trovamento. Dal giornale di scavo relativo alla tomba 482: Riempimento: grossi blocchi di lava e cappellaccio disposti uniformemente in tutta la fossa. A ca. 23 cm dalla sommit della fossa, presso il lato lungo NNE e nella met ESE della fossa, affiora nellammasso uniforme dei blocchi di riempimento la bocca di un dolio con accanto, verso E, un vaso ovoide con bocca ristretta e ansa quadrangolare (NB: il vaso con iscrizione), posato sui blocchi di riempimento con la bocca poco al disotto di quella del dolio. Un altro vaso, forse globulare con almeno unansa a maniglia, in frammenti fra la bocca del dolio e il riempimento. I punti in discussione per quanto riguarda la posizione del vaso con iscrizione sono: 1) se esso sia contemporaneo della tomba 482, con la quale fisicamente associato, o sia unaggiunta successiva; oppure 2) se liscrizione sia contemporanea del vaso o sia stata graffita su di esso in seguito a un disturbo pi recente. Queste possibili obiezioni sono basate sul fatto che alla fossa della tomba 482 era sovrapposto langolo della fossa della tomba 485,
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di et orientalizzante. Va notato in primo luogo che la fossa 485, scavata nei giorni precedenti, era estremamente superficiale, e aveva intaccato la copertura e il margine della fossa 482 solo per una profondit di alcuni centimetri. Dalla descrizione risulta chiaramente che, al disotto di questo limitato disturbo superficiale, lo strato pi alto del riempimento della fossa della tomba 482 si presentava come un ammasso intatto e uniforme di blocchi di tufo e lava, che copriva completamente la sommit della deposizione della tomba 482 (che stata individuata solo dopo lasportazione di questo strato) e non presentava alcuna traccia di interferenze. Il vaso con liscrizione era stato collocato accanto al dolio, con la bocca poco al di sotto di quella del dolio stesso, e quindi a notevole profondit allinterno del riempimento. Queste circostanze indicano chiaramente la relazione originaria del vaso con la tomba 482, e confermano che, come il dolio, esso non era stato raggiunto dallo scavo, molto pi superficiale, della fossa 485. Del resto, anche utile ricordare che, dal momento che la necropoli stata in uso ininterrottamente dalla fase IIA1 alla fase IVB (cio dalla I et del ferro allorientalizzante recente), la presenza nellarea di tombe pi antiche doveva essere ben nota nelle fasi tarde di deposizione, e non doveva essere oggetto di precauzioni particolari, tranne forse, come nel caso della tomba 485, quella di non andare al di sotto del livello superficiale del riempimento di una tomba pi antica eventualmente presente nello stesso punto. In conclusione, mi sembra che si possa tranquillamente constatare che non c alcuna evidenza archeologica che possa essere usata per sostenere una differenza di cronologia fra liscrizione (o il vaso con liscrizione) e il complesso della tomba 482. La conseguenza diretta della lettura dellevidenza archeologica la conferma che una scrittura alfabetica di tipo greco o fenicio era gi nota nel Lazio in corrispondenza con la fase IIB. La tomba 482 una tomba del tutto eccezionale; quindi la presenza delliscrizione, che anchessa un elemento eccezionale, pu essere probabilmente

Osteria dellOsa 1992, p. 501 ss., vaso a fiasco 16.

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spiegata nel modo migliore proprio se la si considera come parte di questo contesto. Si tratta di una tomba a incinerazione probabilmente femminile20, di donna anziana, deposta quasi simultaneamente allinterno della fossa occupata da una inumazione maschile importante, la tomba 483, fornita di un corredo di vasi decorati e di un rasoio. Per fare posto allincinerazione 482 il cadavere 483 stato spostato nella parte della fossa corrispondente alla posizione dei piedi; lincinerazione 482 era accompagnata da alcune offerte: il vaso con liscrizione e un secondo vaso rotto intenzionalmente. Si tratta dellunico caso noto nella necropoli di una doppia deposizione quasi simultanea nella stessa fossa, mentre la tomba 482 uno dei pochissimi casi di incinerazione probabilmente femminile. Vorrei fare infine, se posso, una osservazione sulluso della matrice come espediente grafico per esprimere sinteticamente la sequenza della necropoli di Ischia cos come stata ricostruita nella relazione di Bartoloni e Nizzo. Non c dubbio che la matrice sia uno strumento adatto a esprimere in modo efficace e sintetico le relazioni cronologiche fra unit di deposizione; per non possiamo dimenticare che questo strumento stato inventato per riassumere sequenze stratigrafiche reali, nelle quali le unit che appaiono collegate sono comunque fisicamente in contatto, anche nel caso di relazioni stratigrafiche indirette o apparenti. La cosiddetta stratigrafia orizzontale non pu essere espressa con una matrice, proprio perch non ci sono relazioni fisiche e stratigrafiche fra tutte le unit rappresentate. Quindi necessario chiarire che in questo caso la matrice stata utilizzata in modo non del tutto legittimo; a rigore, il suo uso dovrebbe infatti autorizzarci a ritenere che tutte le relazioni indicate facciano parte di una stratificazione nel senso tecnico del termine. Gilda Bartoloni: Nel lontano 1970 pubblicai una tazza o orciolo di argilla figulina, proveniente dalla tomba Poggio dellImpiccato 68 di Tarquinia, definendolo un vaso enotrio-geometrico. In seguito
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Bruno dAgostino, nel catalogo della mostra Civilt degli Etruschi (1985), scrisse che invece era di foggia adriatica, daunia. Yntema lo aveva riferito al bacino del Crati. Mi rimane il dubbio se sia enotria o daunia e chiederei ad Ettore De Juliis un chiarimento in proposito. Ettore M. De Juliis: Lo far sapere tra qualche giorno. [Questa era stata la risposta, sicuramente ottimistica, da me data durante la seduta congressuale. In realt la tazza (o brocchetta) rinvenuta nella tomba 68 della necropoli tarquiniese di Poggio dellImpiccato difficilmente classificabile, non trovando confronti convincenti nelle produzioni geometriche della prima et del Ferro. Infatti, per quanto riguarda la forma, se da una parte il corpo biconico arrotondato e compresso, il piede a disco, il labbro inclinato appaiono abbastanza comuni, lansa a stelo, sormontata da unappendice ad anello (?) e impostata sulla spalla, si presenta finora, a quanto mi risulta, come un unicum. Diversamente, per quanto riguarda la decorazione, limitata alla met superiore del vaso, i quattro motivi che la contraddistinguono (raggiera a cinque punte sul labbro; e, dallalto in basso, serie di scalini, doppia linea a zig-zag, triglifi e metope) sono attestati sia nella ceramica enotria che in quella daunia, con una netta preminenza per le produzioni enotrie. In conclusione, se si esclude lansa, tazze della stessa forma della nostra e vasi con motivi decorativi simili appaiono abbastanza diffusi nellarea enotria meridionale, da S. Maria dAnglona, allIncoronata di Pisticci, da Garaguso ad altri centri della valle del Bradano]. Bruno dAgostino: Su De Juliis, vorrei riprendere il discorso su Otranto, ricordando la proposta che avanzai nel 79, e che mi pare sia riaffiorata anche nella parte finale del suo intervento. Suggerii allora che forse Otranto andava considerata non come un episodio dellespansione greca verso lOccidente, ma come un fenomeno interno a un mare greco, in cui Otranto fa da sponda alla Grecia occidentale, che comprende il golfo corinzio, la Tesprozia, lAcarnania, le isole Ionie, lAcaia nord-occidentale. E una

Osteria dellOsa 1992, p. 686 ss., figg. 3a.269-70, 275-76.

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prospettiva ben presente nellOdissea, come ha dimostrato per esempio Malkin nel suo libro sui ritorni di Odisseo. Citai allora (Salento Arcaico, Galatina 1979, p. 36 s.) i luoghi omerici in cui si parla di un hepeiron e di unantiperaia, di una terra che sta di fronte. Su questa lettura i filologi non sono del tutto daccordo, e daltra parte essa non indispensabile a sostenere lipotesi da me avanzata. Quello che mi riesce molto pi difficile vedere Otranto in funzione di una redistribuzione verso il Salento e la Puglia perch - come Ettore ricordava - essa circoscritta a Otranto e ai suoi immediati dintorni; ha dunque una portata cos ridotta da non giustificare un fenomeno come quello che Otranto rappresenta. Lerrore che commettiamo a volte senza rendercene conto quello di leggere la realt antica secondo le nostre partizioni geografiche, che sono il risultato di un sistema ad essa estraneo. Per quanto riguarda la domanda che mi stata fatta circa le cronologie (perch la data del 730 a.C. per linizio dellOrientalizzante a Pontecagnano), il ragionamento di una banalit impressionante e riguarda le coppe di Thapsos senza pannello. E noto che nella famosa tomba di Lamis di Megara le coppe di Thapsos con pannello e quelle senza pannello convivono, ed verificabile che le prime, presenti gi in un momento finale della I Et del Ferro, si esauriscono prima delle seconde, che invece caratterizzano il momento iniziale dellOrientalizzante. Si suppone dunque che le coppe di Thapsos con pannello incomincino intorno al 740 e le altre verso il 730, e che queste ultime convivano per circa un decennio con quelle pi antiche. E evidente come questo discorso sia il frutto di una nostra periodizzazione, agganciata al sistema cronologico tucidideo, che a sua volta rappresenta una ricostruzione della Archaiologia da un osservatorio molto pi vicino ai fatti di quanto non sia il nostro. Questo vale anche per la fondazione di Siracusa. Io sono convinto che Tucidide sapeva bene quel che si diceva, quando indicava il 734-3 come la data del viaggio di Archias, della espulsione degli Euboici da Kerkyra e della fondazione di Siracusa, e credo che dalla relazione della collega Albanese Procelli verranno fuori spunti interessanti che forse ci confermano che Tucidide non va preso sotto gamba. 488

E chiaro che la data dellaryballos globulare una data che rientra in un sistema cronologico: proprio per questo non ha senso prendere questo elemento isolato e spostarlo, dimenticando che Coldstream ha costruito un sistema che regge alle pi recenti verifiche, e che fa incominciare il TG II in una certa data. Ovviamente il problema non quello di non mancare di rispetto a Coldstream, bens di non introdurre un elemento anomalo in un sistema. Se i conti non tornano, preferibile sottoporre a una revisione generale il sistema, ed ancorarlo a nuovi punti di riferimento esterni che sembrino pi validi. Dobbiamo rassegnarci allidea che queste sono nostre proiezioni, e non sono fogli del calendario, come avrebbe detto Bertold Brecht. Cristiano Iaia: Ho trovato molto interessante e convincente la relazione Gusberti, a differenza della prima presentazione in occasione della presentazione degli scavi del Prof. Carandini dove cerano cose che non avevo capito io sostanzialmente. Questa differenziazione fra le tazze con colletto basso tendenzialmente troncoconico e tazze invece con colletto pi cilindrico e profilo rigido, trova una conferma molto stringente nella sequenza stratigrafica che sto studiando insieme a Francesco di Gennaro da Fidene. Va ricordato che i complessi stratigrafici di Fidene, al di fuori della capanna scavata dalla Prof. Sestieri, sono molto ricchi. In particolare voglio ricordare un livello stratigrafico in cui compaiono diversi esemplari delle tazze del tipo attribuito a III B1, associati con alcuni frammenti che io definirei italo-geometrici, comunque di tipo greco o di imitazione locale su modelli greci, che legherei al TG I. Tra laltro due di questi frammenti sono pubblicati negli atti del convegno Preistoria e Protostoria in Etruria, IV, del 2000. Ci sono altri elementi tipologici in questo strato che rimandano ad un orizzonte Veio 2B-2C, quindi sembrerebbe confermata lesistenza di questo momento antico del IIIB parallelizzabile con Veio 2B-2C. Valentino Nizzo: Ringrazio sinceramente tutti per aver letto con attenzione, riflettuto e giudicato un lavoro che non vuole presentarsi come uno

schema precostruito, come un qualcosa da imporre agli altri. Esso si fonda su un sistema che ovviamente non ho creato io ma che la sintesi oggettiva dei dati di scavo della necropoli pithecusana pubblicati da Buchner e Ridgway e disponibili a tutti per una verifica o una critica. Il principio sul quale improntata la mia ricerca quello del dubbio; un principio fondamentale che, come ho imparato dalle relazioni di molti dei presenti, deve essere sempre alla base di una indagine scientifica anche laddove esso debba confrontarsi con la certezza, talvolta imbarazzante, dei sistemi di datazione naturalistica, come ha dimostrato in particolare il Prof. de Marinis. Nellavvicinarmi a questo lavoro, grazie anche allestrema libert concessami dalla Prof. Bartoloni alla quale rivolgo la mia riconoscenza, non sono partito da unidea prestabilita n tanto meno il mio proposito voleva essere quello di confermare o smentire una o laltra teoria; in tal senso e con tale spirito la ricostruzione del Coldstream ha rappresentato un punto di arrivo e non un punto di partenza, cosa che, altrimenti, non avrebbe fatto altro che costituire un ragionamento circolare. Su questultimo punto raccolgo e condivido gli ammonimenti di quanti, in questi giorni, hanno con forza posto laccento sulluso spesso inavvertito e pericoloso di argomentazioni circolari. Il dato su cui mi sono essenzialmente fondato quello oggettivo della sequenza stratigrafica della necropoli di Pithecusa, sulleccezionalit della quale credo non sussistano dubbi. In alcuni casi tali dati non sono certi ed forse possibile che io abbia dato troppa fiducia ad alcune affermazioni degli editori, cosa daltronde inevitabile in mancanza di elementi contrari. Si guardi ad esempio al caso della celebre tomba 168, quella della coppa di Nestore, la cui posizione stratigrafica stata sostenuta dal Buchner con energiche argomentazioni e che pertanto va posta inevitabilmente in un momento iniziale della sequenza locale del TG2. Come ha gi in parte rilevato il Neeft nel 1987 (NEEFT 1987, p. 372 ss.), tale collocazione cronologica non priva di problemi; alcuni dubbi possono sussistere, ad esempio, circa il rapporto stratigrafico con la tomba 445. Nel caso in cui tali obiezioni fossero valide ne

conseguirebbe inevitabilmente una cronologia recenziore per la tomba 168. Tralasciando tale circostanza e poche altre situazioni dubbie, il quadro stratigrafico complessivo della necropoli estremamente coerente e, come stato gi ampiamente rilevato dagli editori, esso in buona parte il risultato di precise scelte ideologiche, in alcuni casi tali da poter far ragionevolmente supporre rapporti familiari fra gli individui deposti in sepolture fra loro in relazione. Credo quindi che sia lecito inferire, a partire da tali constatazioni, delle considerazioni di natura temporale. Riguardo lintervento di Elisa Gusberti condivido le sue osservazioni circa levoluzione morfologica delle tazze e degli altri materiali da lei citati nellambito della fase III B laziale; come ha sottolineato il Prof. Colonna si tratta di variazioni minime che ben si collocano in un periodo di repentini mutamenti quale quello del momento finale della prima Et del Ferro, tali, a mio giudizio, da non giustificare, almeno sul piano storico, una distinzione cos netta in due sottofasi come quella proposta. Per quanto concerne losservazione circa la tazza dimpasto della tomba 168 sono costretto a rinviare a quanto scritto nel testo ed in particolare alla nota relativa (p. 420, nota 92), nella quale mi sembra di aver specificato con chiarezza come i confronti pi puntuali ravvisabili nel Lazio riconducano a contesti (che sono in gran parte coincidenti con quelli da lei citati) databili in un momento molto avanzato della fase IIIB. Il riferimento ad un momento iniziale alla fase IVA giustificato solo da motivi prudenziali data anche la frammentariet dellansa nellesemplare pithecusano (cfr. ad esempio i tipi Osa 20o var. 1, con ansa semplice, di fase IIIB, e 20q, con ansa leggermente crestata documentato in contesti di fase IIIB e IVA1). Comunque stiano le cose la puntuale collocazione cronologica della tazza dimpasto pithecusana, dato il suo chiaro carattere dimportazione, non credo possa influire sulla datazione della tomba 168 nellambito del TG2 e non credo sussistano dubbi circa il parallelismo di questa fase con il periodo IV A laziale. Daltronde a Pithecusa sono noti diversi casi di materiali riferibili ad orizzonti cronologici pi antichi 489

rinvenuti in contesti recenziori; un caso interessante pu essere quello del rasoio lunato dalla tomba 381, del TG2, forse riferibile al tipo Caracupa (cfr. BIANCO PERONI 1979, p. 99 s., nn. 600-606, tavv. 49-50; per lattribuzione cfr. BARTOLONI 1994, p. 546, ripresa da CERCHIAI 1999, p. 669, n. 46), che ha le sue attestazioni pi recenti in contesti della prima met dellVIII secolo (cfr. ad es. la tomba AAZ alfa di Quattro Fontanili, fase IIA del Guidi; il rasoio corrisponde al tipo 113, GUIDI 1993, p. 52, fig. 3/14; il rasoio potrebbe rappresentare una sorta di corrispettivo indigeno alle prime coppe a chevrons precoloniali), ovvero di almeno 50-70 anni pi antichi di quello pithecusano. Il Prof. Cerchiai ed in particolare il Prof. dAgostino hanno pi volte prima di me affrontato la questione della interpretazione e del significato del materiale non greco, ceramico e non, della necropoli di Pithecusa (DAGOSTINO 1995, pp. 51-62; DAGOSTINO 1999b, pp. 207-227; CERCHIAI 1999, pp. 657-683) e non il caso n c il tempo in questa sede di affrontare tali problematiche. Ad ogni modo, diversamente dal caso del rasoio ora citato, non credo che sia intercorso un lungo lasso di tempo tra la produzione e la deposizione della tazza della tomba 168, come sembrano documentare anche i casi analoghi delle anfore a spirali delle tombe 944 e 159. Come spero di potervi mostrare nella pubblicazione complessiva del mio lavoro, lesame del matrix e della sequenza tipologica dei materiali solleva innumerevoli e spesso inaspettate problematiche e riflessioni, credo maggiori rispetto a quelle consuete tra una realt abitativa e la sua rappresentazione stratigrafica in quanto, nel caso di una necropoli come quella in esame, tali rapporti possono essere influenzati anche da fattori di natura rituale-ideologica. Da questo punto di vista anchio, come molti di voi, devo molto alla mia formazione nellambito della scuola di Renato Peroni; sebbene poi abbia rivolto la mia attenzione ad ambiti pi propriamente classici, molti degli spunti e delle mie riflessioni sono la diretta conseguenza del suo insegnamento. Grazie anche a tali stimoli la mia attenzione si soffermata su una realt archeologica quale quella pithecusana che, per la molteplicit stessa degli intrecci stratigrafici (credo con pochi altri paragoni nel resto della penisola e nel 490

Mediterraneo), induce inevitabilmente ad un approccio con le tecniche di seriazione tipologica insolito ed in un certo senso inverso rispetto ai sistemi tradizionali. La sequenza relativa dei contesti che, di solito, il risultato finale che si ottiene attraverso la seriazione tipologica dei materiali e lesame delle associazioni stata in questo caso, infatti, un punto di partenza e di riferimento per lesame della cultura materiale della necropoli. Tali circostanze hanno fatto s che lelemento oggettivo dellanalisi stratigrafica precedesse ed, in un certo senso, preordinasse quello inevitabilmente soggettivo dellesame tipologico, per poi fondersi entrambi nel quadro finale conclusivo. Se osservate con attenzione la disposizione dei materiali nelle tombe in rapporto alla sequenza del matrix (Tavv. 2-3 alle pp. 435-436), in alcuni casi potrete notare come la presenza ed il ricorrere di determinati tipi (oltre alle affinit nel rituale) in determinati contesti legati da relazioni fisiche, possa essere interpretata (ed in buona parte lo hanno fatto magistralmente prima di me gli editori della necropoli) anche come il frutto di legami di tipo familiare che si traducono, sul piano della cultura materiale, in tradizioni rituali e costumanze comuni. Veniamo alle osservazioni di Pacciarelli e di Vanzetti: laddove Alessandro Vanzetti mette in rilievo la mia affermazione circa la durata tra una e due generazioni del TG2, sottolinea giustamente quello che forse un difetto di chiarezza della mia frase, cosa della quale mi scuso. Infatti non volevo intendere che la durata del TG 2 fosse dubitativamente di una o alternativamente due generazioni bens fosse quella del lasso intermedio tra la durata di 25-50, ovvero, come poi la Professoressa Bartoloni ed io concludiamo, un arco di tempo compreso tra i 35 ed i 40 anni (come dire, in termini impropri, una generazione e mezza), in pieno accordo con le teorie tradizionali sulla durata di questa fase. Su questultimo punto va sottolineata la coincidenza delle nostre conclusioni con lo schema cronologico proposto dal Neeft nel 1987 (NEEFT 1987, passim, in particolare p. 380) il quale, fondandosi in buona parte proprio sullevidenza stratigrafica pithecusana, pone la fine del periodo

degli aryballoi globulari e, conseguentemente, la transizione dal PCA=TG2 al MPC intorno al 680 a.C. in contrapposizione al Coldstream che collocava tale cesura nel 690 a.C. Per il resto condivido gli avvertimenti di Pacciarelli e Vanzetti circa il rischio delluso del calcolo generazionale nellarcheologia protostorica allo scopo di ricavare una cronologia assoluta. Probabilmente un pegno che pago, come tanti altri, ad una formazione di archeologo classico. Nel momento in cui per si pone attenzione sulla ineludibile componente di rischio che insita in ogni ricerca, ritengo che lapplicazione attenta di questo sistema di analisi sia perfettamente legittima nella stessa misura in cui vengono considerati legittimi altri metodi dindagine. Il caso di Pithekoussai per diverso dalle altre realt protostoriche italiane. E cosa risaputa che la tradizione degli studi classici sulla ceramica greca sia fondata in buona parte sullo studio di singole botteghe, sullattribuzione di alcune fabbriche a determinati artefici e sulla supposizione lecita che, una volta riconosciuta la mano di un singolo artefice, si possa attribuire alla sua attivit la durata ragionevole di una generazione. Nel momento in cui lobbiettivo si sposta dallartefice al vaso altrettanto ragionevole supporre che tra la sua produzione e la sua deposizione sia intercorso un determinato lasso di tempo che, a seconda delle circostanze, pu essere pi o meno amplificato. Poich questo sistema di analisi difficile da applicare in un campo come quello della ceramica dimpasto, soggetta a numerose variazioni dipendenti dallo stesso numero di individui che possiedono la techne necessaria alla fabbricazione di un vaso, lecito in tal caso essere prudenti. Nel caso invece della ceramica di argilla figulina, su cui sono basate le riflessioni espresse in questa sede, essendoci dietro una tecnica molto pi complessa ed elaborata ritengo che sia ragionevole supporre che la personalit dellartigiano sia molto pi forte e che pertanto lapplicazione del calcolo generazionale abbia una maggiore legittimazione almeno limitatamente alla fase pi antica; se riflettiamo inoltre sul contesto particolare nel quale tale produzione ceramica si colloca, ovvero su di unisola e allalba del fenomeno coloniale, credo

che sia lecito supporre che il numero di artigiani fosse commisurato alla natura stessa dellinsediamento e che pertanto le mani operanti al principio dellattivit ceramistica pithecusana fossero proporzionalmente circoscritte e fossero al contempo limitati gli influssi esterni. Nella mia relazione, inoltre, il sistema del calcolo delle generazioni strettamente congiunto allanalisi stratigrafica che, come ho accennato prima, ha cercato di mettere in rilievo come buona parte delle sovrapposizioni sia il frutto di scelte premeditate e non della casualit: lo spazio non mancava e quindi le sovrapposizioni non volontarie si potevano tranquillamente evitare; evidente quindi che le persone legate da rapporti parentali e non, come avviene ancora oggi nelle cappelle familiari, si cercavano e, sebbene forse non sia sufficientemente dimostrata, credo che sia nel vero la supposizione del Buchner circa lesistenza di determinati appezzamenti familiari nella necropoli fin dal principio dellinsediamento. Il matrix presentato in questa sede - va detto se non chiaro per qualcuno - consiste in una selezione dei 7 gruppi numericamente e materialmente pi significativi sul totale di 52 insiemi di tombe legati da rapporti stratigrafici diretti. Come ho spiegato nel testo, i gruppi non legati da vincoli stratigrafici diretti sono posti sullo stesso piano tenendo conto dellanalisi delle associazioni rilevate in base alla tabella di seriazione che verr presentata in altra sede. Un aspetto sul quale invito tutti quanti a riflettere e spero molto in ulteriori scambi di idee, deriva proprio dal confronto tra la sequenza ottenibile su base stratigrafica e quella tradizionalmente ricavabile sulla base delle sole tabelle di seriazione; in futuro sar interessante procedere ad un confronto tra la sequenza pithecusana e quella ricavabile procedendo allanalisi dei dati con lausilio dei diversi programmi informatici fondati su basi statisticocombinatorie. Si tenga inoltre presente un aspetto non secondario di questo lavoro: lanalisi condotta in questa sede che, nella pubblicazione definitiva terr conto della totalit della necropoli, non ha operato una selezione preventiva dei contesti da esaminare. Nei tradizionali sistemi di elaborazione necessaria infatti una cernita preliminare del 491

campione sul quale poi si operer per la definizione di una determinata sequenza; inevitabile che nella cernita del campione subentrino valutazioni di tipo soggettivo che spesso possono non essere in grado di rispecchiare la complessit della realt archeologica; ne consegue, come ha rilevato dAgostino, che il risultato finale sia talvolta una proiezione della nostra realt che, nei casi peggiori, pu essere inficiata dalla volont pi o meno esplicita e cosciente di dimostrare o smentire dei propri presupposti. Nel nostro caso la natura stessa della documentazione ha permesso di non operare alcuna selezione, di modo che la realt archeologica disponibile stata valutata nel suo complesso comprendendo anche contesti che, solitamente, per irrilevanza o assenza di corredo, sarebbero stati di conseguenza non considerati. E logico che le conclusioni non vanno prese come definitive e che la ricostruzione ottenuta sulla base dei principi esposti va considerata solo come una pallida immagine della ben pi complessa realt pithecusana, ancor pi evanescente se si tiene conto che essa fondata su un campione che equivale a meno del 10% del totale del sepolcreto e che probabilmente localizzato in una zona marginale della necropoli. Vi poi, infine, la domanda del Prof. Pacciarelli sulla possibilit di innalzare di almeno un decennio la cronologia della transizione dal TG1 al TG2 alla quale ha risposto ampiamente il Prof. dAgostino. Su tale questione mi permetto di aggiungere una semplice cosa. Devo confessarvi che, rispetto al quadro cronologico prudenzialmente proposto nella relazione, non sono del tutto convinto che si possa escludere la possibilit di un leggero abbassamento rispetto alla sequenza cronologica tradizionale. Ad esempio nel caso della cronologia della tomba 325, laddove la datazione da noi proposta intorno al 700 a.C. di circa 10 anni inferiore rispetto a quella sostenuta ancora recentemente dal Ridgway, non escluderei la possibilit, proprio in virt del confronto citato con Tarquinia, di un ulteriore abbassamento di 15 anni. Questo non significa poco ed una cosa che fa riflettere. Allo stesso modo anche per lanalisi del lasso di tempo intercorso tra la tomba 168 e la 325 non avrei escluso la possibilit di un arco cronologico inferiore ai 20 anni circa 492

ipotizzati. Premesso questo, difficilmente potrei supporre un innalzamento anche di un solo decennio. Sottopongo infine, alla vostra attenzione, un ultimo elemento che volontariamente nella relazione, per la mia scarsa preparazione nel campo dei materiali orientali, avevo omesso. Ho notato, sempre sulla base della sequenza, che unaltra serie di oggetti che caratterizzano con una certa costanza le sepolture del TG1, oltre alle oinochoai, quella dei sigilli del Lyre Player Group. Tali sigilli non mancano anche in tombe dellinizio del TG2, ma il loro numero molto limitato e risultano quasi tutti significativamente molto usurati, il che fa pensare ad un loro utilizzo o ad una loro conservazione per un certo lasso di tempo prima della deposizione. Essi rappresentano un elemento ricorrente fin dal principio del TG1 e credo che, data luniformit della produzione e la ripetizione dei motivi decorativi, non sia in dubbio la loro attribuzione ad una singola bottega operante in area nord siriana. Avendo posto intorno al 720 la transizione tra il TG1 ed il TG2 e avendo collocato nello stesso lasso di tempo le ultime attestazioni di questa classe di materiali, credo che sia ragionevole porre in relazione linterruzione dellesportazione di tali manufatti con gli eventi storici che, in quegli anni, interessarono quellarea del Vicino Oriente e che, proprio nel 720 (in base alla cronologia orientale; fonti e discussione in BOTTO 1990, p. 36 ss.), culminarono con la conquista e la distruzione di Hama da parte degli Assiri guidati da Sargon II, con tutte le conseguenze che essa ebbe non solo in Oriente ma anche in Occidente. Unultima cosa. Elisa Gusberti ha domandato come mai nella relazione noi scriviamo che c una leggera anticipazione della fase 3B laziale rispetto al TG1. La spiegazione . Elisa Gusberti: Mi chiedevo come mai, dal momento che ipotizzate una leggera anticipazione del III B laziale rispetto al TG I pithecusano, nella tabella i due momenti coincidono Valentino Nizzo: Ovviamente nella tabella si sempre costretti ad una estrema schematizzazione, e lo spazio disponibile non ci ha permesso di tener conto

di flessioni dellordine di ca. 5-10 anni; ammetto che forse questa cosa pu essere sfuggita. Rimango fedele a quanto viene detto nel testo ed in particolare riguardo a quanto ho affermato prima circa una mia tendenza leggermente pi ribassista di quella espressa. Un elemento interessante per la definizione di un terminus a quo per linizio della necropoli risiede appunto nella fibula della tomba convenzionalmente chiamata 574 bis, rinvenuta associata ad un gancio nella terra di riempimento della tomba 574. Quanta fiducia vogliamo dare a questo contesto? La stessa fiducia che vi hanno riposto gli scavatori. Se noi consideriamo questa fibula una prova dellesistenza di un utilizzo della necropoli precedente a quello fino ad ora documentato dai pi antichi contesti del TG1, diamo un senso forse maggiore alle affermazioni degli

scavatori che, giustamente, pongono linsediamento dei primi coloni intorno al secondo quarto dellVIII sec. a.C., ponendo nella giusta luce anche quellesiguo nucleo di materiali riferibili al MG studiati dal Ridgway e dal Coldstream. Tali frammenti, data la loro consistenza, non sono sufficienti per delineare il quadro di un insediamento, per pongono degli importanti elementi di riflessione sulla cronologia del sito. Tale fibula trova confronti in contesti riferibili alle fasi IIIA-IIIB laziale e IIBIIC veiente, secondo la cronologia Guidi-Toms. Ne consegue che se lecita la collocazione di tale fibula in un momento di passaggio fra queste fasi, essa rappresenti necessariamente un terminus post quem per linizio delluso della necropoli, anche per il carattere di importazione del manufatto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI B ARTOLONI 1994 : G. Bartoloni, Recensione a Pithekoussai 1, in Archeologia Classica, XLVI, pp. 542-549. BIANCO PERONI 1979: V. Bianco Peroni, I rasoi nellItalia continentale (Prhistorische Bronzefunde, VIII, 2), Mnchen. BOTTO 1990: M. BOTTO (Ed.), Studi storici sulla Fenicia, lVIII e il VII secolo a.C., Pisa. CERCHIAI 1999: L. CERCHIAI, I vivi e i morti: i casi di Pitecusa e di Poseidonia, in Confini e frontiera nella grecit dOccidente (Atti XXXVII Convegno sulla Magna Grecia, Taranto 1997), Taranto, pp. 657-683. DAGOSTINO 1995: B. DAGOSTINO, Pitecusa e Cuma Gilda Bartoloni: Rispondo ad Anna Maria Bietti. Nel porre a confronto gran parte della terza fase iniziale del Lazio con Veio IIB o Pontecagnano IIA mi sono basata esclusivamente sui confronti che voi avete indicato, su cui, visto che erano segnalati, pensavo fossero state ricavate le concordanze cronologiche. Mi riesce un po difficile, riferendomi a quanto ha precisato Anna Maria Bietti, capire in che consistano i confronti formali; sono sempre stata abituata a inserire nei confronti delle varie tipologie materiali omogenei. Se dovessi fare un confronto formale per un vaso biconico, forma in uso dal tra Greci e Indigeni, in La colonisation grecque en Mediterrane Occidentale (Atti Convegno, Roma-Napoli 1995), Parigi-Roma 1999, pp. 5162. D A GOSTINO 1999: B. D A GOSTINO , Euboean colonisation in the Gulf of Naples, in G.R. TSETSKHLADZE (Ed.), Ancient Greeks West and East, Leida, pp. 207-227. GUIDI 1993: A. GUIDI, La necropoli veiente dei Quattro Fontanili nel quadro della fase recente della prima et del ferro italiana, Firenze. N EEFT 1987: C.W. N EEFT , Protocorinthian Subgeometric Aryballoi (Allard Pierson, Series 7), Amsterdam. protovillanoviano al pieno orientalizzante in varie zone dItalia, il ventaglio di confronti sarebbe talmente vasto da rischiare di non servire a nulla. Mi sembrava di aver messo in evidenza nellarticolo come a una fase di rapporti con larea meridionale (Nella fase IIB sono frequenti ad Osteria dellOsa le attestazioni di confronti con larea meridionale, specie Pontecagnano e Sala Consilina: ad es. la brocca globulare con alto collo rigonfio Osa 11j, frequente a Pontecagnano (tipo 80a1b) nella fase IB, o la fibula ad arco ribassato con staffa a disco e barretta attestato in 493

Pontecagnano IB-II (tipo 320b15b), esclusivo di Osteria dellOsa IIB1(tipo 38s)) sia subentrato un maggior rapporto con lEtruria Meridionale, specie Veio. In ogni modo siamo completamente daccordo nellambito della cronologia relativa, e sulla durata della terza fase per un periodo lungo intorno ai 50 anni, comprendenti almeno due generazioni, che sono state articolate rispettivamente in IIIA e IIIB. Certo in base alle analisi di Pithecusa riesce difficile accettare senza problemi la cronologia assoluta proposta per Fidene, che porta come noto, ad anticipare al pieno IX secolo a.C. liscrizione in alfabeto greco della tomba 482, in netto anticipo sulle attestazioni di scrittura alfabetica nella Grecia stessa. La precisazione relativa ai dati di rinvenimento delle tombe 482 e 485, riferita ad Anna De Santis, era dovuta, a mio avviso, per superare il dubbio sulla posizione del vaso iscritto della tomba 482 che pu evincersi dalla pubblicazione, sia dalla descrizione che dallapparato illustrativo, dubbio del resto messo in evidenza anche da Marco Pacciarelli. Anna Maria Bietti Sestieri: Il metodo seguito dagli antropologi, che viene descritto nella pubblicazione, consiste nel fornire per ogni determinazione il grado di incertezza, espresso con un numero di punti interrogativi compreso fra uno e tre. Nel caso della tomba 48221 il forte grado di incertezza (tre punti interrogativi) deriva dal fatto che si tratta di una incinerazione, con le ossa ridotte

per lo pi in frammenti minuti, oltre che deformate dal fuoco; la convinzione che si tratti di una donna basata soprattutto sulle dimensioni piuttosto piccole di alcune ossa determinabili, mentre lassenza di suture craniche aperte indica un individuo di et avanzata. Comunque, chiaro che sulla determinazione del sesso esistono ampi margini di dubbio. Ettore M. De Juliis: Una brevissima replica allintervento di Bruno dAgostino. Sono daccordo sul ruolo che lui ha indicato per Otranto come punto di riferimento dellattivit marinara di Corinto in un ambito ancora sostanzialmente greco. Per quanto riguarda, invece, la sua funzione di centro di raccolta e di distribuzione, che lascia perplesso Bruno, va chiarito che tale funzione doveva valere anche e soprattutto per i beni provenienti sia dallarea adriatica posta pi a nord, sia dalla costa illirica meridionale. A questo proposito non ho fatto cenno nella mia relazione ad ipotesi sostenute da diversi studiosi ed ampiamente note, che hanno posto laccento sul possibile, forte, interesse da parte di Corinto per il ferro dellAdriatico settentrionale, per la radice delliris usata nella preparazione dei profumi, per lambra, ecc27. Il dato concreto e stupefacente resta la presenza ad Otranto di circa 3000 frammenti di ceramica corinzia, recuperati nellambito circoscritto di due cantieri edili di poche decine di metri quadrati. Il problema va, perci, ulteriormente approfondito e interpretato anche alla luce dei nuovi ritrovamenti salentini.

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Osteria dellOsa 1992, p. 177 s. F. DANDRIA, Corinto e lOccidente: la costa adriatica,

in Corinto e lOccidente (Atti 34 Convegno Magna Grecia, Taranto ottobre 1994), Taranto 1995 (1997), pp. 457-508.

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