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Alle origini della Magna Grecia Mobilit migrazioni fondazioni

ATTI DEL CINQUANTESIMO CONVEGNO DI STUDI SULLA MAGNA GRECIA


TARANTO 1-4 OTTOBRE 2010

Istituto per la Storia e lArcheologia della Magna Grecia - Taranto MMXII

TAVOLA ROTONDA

E. Greco A. Pontrandolfo M. Lombardo F. Frisone M. Lombardo C. Ampolo E. Lippolis A. Pontrandolfo M. Gras V. Nizzo

Emanuele Greco

e vogliamo avviare una discussione conclusiva credo che dobbiamo indicare innanzitutto alcuni dei grandi temi che ci hanno visto impegnati in questi giorni e procedere ad un confronto tra le diverse posizioni che siamo in grado di esprimere. In primo luogo ci siamo chiesti e ci chiediamo: possiamo parlare di fondazioni? Ed entro quali limiti, in quali casi con certezza ed in quali non? Secondo: possiamo parlare di metropoli, cio la visione tradizionale in cui c una metropoli ed unapoikia operativa o la metropoli uninvenzione tardiva ? Poi dobbiamo parlare del ruolo dellecista, se una figura storica o no. E a questo riguardo ricordiamo tutto il dibattito, anche recente (Malkin, Moggi ed altri), a proposito della storicit dellecista, su cui si pu dire che larcheologia pu dare solo due contributi: uno la dedica ad Antifemo a Gela, che del 480 a.C. (comunque un terminus ante quem), e coincide con uno degli ecisti, Antifemo di Rodi. I culti ecistici di tipo eroico non entrano in questo orizzonte, ovviamente; ricordo la bella espressione di Claude Brard, recuperer la mort du prince che ha da tempo ben chiarito la differenza. Insomma Teseo ed il Theseion o Tisameno con le sue ossa da riportare a Sparta sono altra cosa da Batto di Cirene o Antifemo di Gela. Laltro caso, da me indicato altre volte, si ricava da alcune monete di Poseidonia in cui verso il 530 a.C. compare su alcuni incusi dellapoikia sibarita questo Fiis. Seguendo Pugliese Carratelli, e prima di lui Lasserre, lho inteso come Ois perch giustamente Lasserre restituiva il testo con Ois ho Elikeus. Tutto ci, comunque, che sia Ois o che sia Is indipendente dal fatto che sulle monete di Poseidonia del 530 c il nome dellecista di Sibari. Come dire che ancora molto forte, non dico la dipendenza dalla metropoli, ma la predominanza dei gruppi che si richiamano allecista della madrepatria. La riprova della vivacit della situazione, si ha ancor di pi in rilevo quando, nel V secolo a.C., al posto di Ois troviamo Megyl: gi la Guarducci lo aveva detto, e prima di lei Kluge nel 1909; nel 470, un antroponimo su una moneta non pu che essere quello dellecista. E allora ponevo a Giangiulio il problema se anche la figura storica dellecista in qualche caso, non possa essere il risultato di una competizione politica per cui ad un certo punto una parte prevale e la parte che prevale poi impone lecista della sua parte, della sua tradizione. E questo avviene in un periodo che indicabile, ma purtroppo a Poseidonia non ci sono le fonti letterarie, come momento di grande trasformazione: il passaggio dalla moneta incusa al doppio rilievo, quello che stato definito leredit di Sibari, momento nel quale inserirei lekklesiasterion, monumento creato in questo momento, e questo qualche cosa deve significare, perch prima ledificio non cera e dunque era inesistente anche la funzione che vi si svolgeva dentro. Sul problema dellecista non mi pare che larcheologia possa dire molto di pi. E poi c il problema del rapporto Greci e Indigeni, i comportamenti delle varie comunit autoctone, e la strutturazione della citt, argomento su cui abbiamo discusso poco fa per Megara e Selinunte. Dieter Mertens mi ha chiesto, e mi fa un immenso piacere, del modello acheo, perch il modello acheo , anche a detta dei revisionisti, qualcosa che richiede riflessione e non conclusioni affrettate. Potrebbero dire i negazionisti s, ma stiamo parlando di colonie di seconda generazione, non di prima generazione, vero per, voglio dire, la fine del VII secolo pur sempre un terminus ante quem e queste citt sono strutturate in base a principi che erano stati maturati in esperienze precedenti. Su Crotone poi abbiamo i contributi di Sabbione, di Spadea e anche di Mertens per cui, anche se attraverso una serie di saggi sparsi, viene

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a delinearsi una bella agor trapezoidale come quella di Selinunte, alla confluenza di assi viari o di orientamenti di edifici che sono divergenti; certo, gli agganci cronologici sono ben lungi dallessere chiaramente definibili, ma comunque siamo di fronte ad una citt strutturata almeno dal VII secolo. Su Sibari mi sono lanciato qualche hanno fa in una serie di ipotesi basate su pochissimi elementi, perch come sapete Sibari sta sottacqua, ci vuole lo scafandro per andarla a scavare. A parte gli Stombi che comunque sembra un quartiere marginale, qualche cosa si pu ricavare dalle scoperte di Zanotti Bianco al Parco del Cavallo e poi da quelle fatte dagli scavatori negli anni 60, da DAndria e da tutto il gruppo che scav prima che Piero Guzzo poi assumesse la direzione dello scavo, e che provano in maniera inequivocabile, (come poi anche Silvana Luppino ha dimostrato con un saggio dietro il teatro), che dove il teatro di Copiae si trovava un grande santuario urbano di Sibari con fregi scolpiti, il famoso fregio delle danzatrici, e la testa bruciacchiata appartenente ad una metopa che Zanotti Bianco connesse con lincendio del 510. Proviamo a mettere insieme tutti questi dati, anche se mi rendo conto che non sono omogenei e confrontiamoli con Strabone il quale trova nelle sue fonti la notizia in base alla quale Sibari allakm della sua potenza riempiva un circuito di 50 stadi. Ora 50 stadi sono 9 chilometri, quasi 10, e riempiono un cerchio che da nord a sud misura km 3 circa. Ora, da Stombi, dove Piero Guzzo ha trovato lunico quartiere di Sibari non ricoperto da strutture urbane di epoca successiva, a tal punto che in superficie si riconosce una fattoria di Turi (quindi la chora di Turi si sovrappone ad un quartiere urbano di Sibari), fino al Parco del Cavallo ci sono 2 chilometri. E non sappiamo se la citt finisce a Stombi (nello scavo tra Porta Nord e Stombi per esempio non abbiamo trovato tracce di occupazione arcaica), quindi Sibari era disposta a maglie larghe, con continuit e discontinuit del tessuto, che si infittisce a sud, per quel poco che possiamo intuire allo stato della nostra documentazione, con un grandissimo santuario (e, secondo me, la contigua agora). Naturalmente, non sono prove provate della strutturazione urbana in et arcaica vicina alla fondazione tradizionale. Come facevo notare al compianto Renato Peroni lanno scorso durante la visita allo scavo di Sibari, se la distribuzione della popolazione della Sibaritide, che privilegia le colline, un fatto inequivocabile, ci chiediamo: quanti siti abbiamo scavato nella pianura? Nessuno. Non siamo arrivati neanche ai livelli arcaici di Sibari, figuriamoci alle capanne enotrie. Ora quando vediamo che a Metaponto De Siena trova, nellarea della futura agor metapontina e sulla costa, insediamenti protostorici, perch devo escluderne la presenza a Sibari? Poi naturalmente Mertens mi chiede il rapporto tra limpianto urbano di Sibari e quello di Turi. Personalmente non posso dire che ci sia continuit (come piacerebbe a lui che pensa allimpianto di Thuri come ad uneredit tardo arcaica) e sarei cauto nel ritenere limpianto di Sibari un antefatto dellippodameismo: il mio culto privato per Ippodamo passa attraverso la filosofia ionica, i frammenti di Stobeo, attraverso Aristotele, soprattutto lesperienza del Pireo prima e di Rodi dopo. Per una cosa certa: quando Orsi diceva ma come mai le citt sono state create prima di Ippodamo?, si esprimeva come avrebbe detto Strabone di Antioco di Siracusa in modo apls e archaiks, erano ingenuit degli albori, il modo di pensare e di identificare lurbanistica con un Ippodamo protos heurets. Ippodamo, a nostro avviso, ha fatto tesoro dellesperienza coloniale, su questo non avrei dubbi. Cio lultimo arrivato sul piano della prassi, ma il primo che ne scrive, quindi lHippodameios tropos chiaramente un modo di concepire la citt di un teorico che ne ha scritto, laltro era empeiria pura. Ora scavando a Sibari noi abbiamo trovato sotto la plateia di Turi, cio sotto i livelli del III, del IV e del V secolo a.C., il solito piccolo strato di limo che segnala lalluvione che ricopre Sibari e ancora sotto una strada di Sibari, orientata alla stessa maniera della strada successiva. Ovviamente non posso sapere quanto fosse larga: la strada di Turi larga 100 piedi, la strada di Sibari pi piccola, contenuta come in una scatola cinese entro la pi grande, successiva; ne abbiamo scavato un tratto molto piccolo, raggiunto a fatica con lacqua, ma sicuramente concordo con Guzzo sul fatto che si tratterebbe della ripresa di crinali di dune,

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di una ripresa piuttosto limitata, un caso isolato, e relativo ai pochi metri portati alla luce che non possiamo generalizzare. Invece quando arriviamo a Metaponto e a Poseidonia chiaramente emergono i grandi modelli. Primo la continuit agor-santuario: anni fa, studiando la topografia del sacro, segnalavo il modello tipo Velia-Locri, le enceintes sacres come diceva Martin, cio i santuari disposti in circuito intorno alla citt, e poi Metaponto e Poseidonia con lagor, la strada che passa in mezzo e il santuario; tutto si gioca in quello spazio, con unaltra caratteristica, che mi sembrato di mettere in luce discutendo ad un convegno parigino, che le agorai delloccidente sono grandi, come Strabone dice dellagor di Taranto (eumeghetes), come Cicerone dice dellagor di Siracusa, forum amplissimum, ipertrofia degli spazi pubblici, che noi verifichiamo archeologicamente anche l dove, come a Metaponto e Poseidonia, le fonti non lo dicono, perch lagor di Poseidonia misura 10 ettari, quella di Metaponto non meno di 9 ettari, quindi spazi pubblici enormi. E si tratta di concetti che noi vediamo operativi sin dallorigine, perch sono spazi risparmiati sin dalla fondazione, non sono spazi ricavati dalla demolizione di occupazioni precedenti con altre destinazioni e con altri orientamenti. Naturalmente, oltre che gli Achei, ci sono gli altri. Tralascerei di parlare di nuovo della Siritide e Metapontino perch largomento stato delibato gi pi volte e non vedo cosa si possa dire di nuovo: si possono comporre e scomporre le evidenze, ma rimane il fatto, per noi inequivocabile: Siris sta alla foce del Sinni, altrimenti si chiamerebbe Agri, perch sarebbe buffo che il Castello del Barone sta vicino allAgri e la citt si chiama Sinni con il nome dellaltro fiume che dista qualche kilometro. Il Castello del Barone un elemento del territorio, che poi verr occupato da Heraclea e questo gli dar una centralit, ma solo dal V secolo, nella citt precedente il nucleo eponimo il santuario di Atena Ilis che sta alla foce del Sinni, che diventa epineion di Heraclea dopo la fondazione di Heraclea e dopo lo spostamento, perch Heraclea viene fondata dove era Siris, poi dopo il prevalere della parte tarantina fu cambiato il nome ed il luogo; certo questo Antioco che lo dice, uno storico del V secolo, ma io credo pi ad Antioco che alle banalit di moderni interpreti, veri azzeccagarbugli archeologici, pasticcioni e superficiali. Purtroppo Siris alla foce del Sinni, per ragioni idrogeologiche e per la presenza del Grande Bosco, introvabile: la situazione disperante oggi, dobbiamo solo auspicare una grande ricerca con investimenti adeguati. Anche l, tutto quello che abbiamo dellarcheologia della Siritide riguarda principalmente questa indubitabile cogestione del territorio, con gli Indigeni che continuano ad essere percepibili attraverso lautonoma esibizione della loro cultura. Rispetto ai nostri modelli tradizionali, va ribadito, insomma, che, fino alla fine del VI secolo, continuano ad esprimersi con libert, e non c bisogno di invocare i bestioni di Vico, come faceva Mazzarino, criticato per questo da Mario Napoli nel III Convegno, quello su Metropoli e Colonie del 1963. Su Locri abbiamo appreso con immenso piacere le novit; sia da quelle presentate da Sabbione, che da Diego Elia, vengono nuovi elementi sulla ristrutturazione dello spazio urbano e della necropoli. Arriviamo con i dati alla met del VII secolo; anche qui si pone il problema che con Dinu Theodorescu avevamo verificato scavando a Poseidonia le strade (il filo di Arianna di una ricerca urbanistica). Abbiamo aperto decine e decine di saggi, ed ovunque i livelli pi antichi delle strade urbane sono risultati databili allultimo quarto del VI a.C. direttamente sulla roccia. Ne avevo tratto quasi una legge, una specie di modello: per avere un impianto urbano definito passano due generazioni almeno, 50-60 anni dalla fondazione. Infatti, questi 50-60 anni a Poseidonia sono occupati dalle necropoli e dal sacello che ha illustrato Marina Cipriani, quello con le celebri terrecotte architettoniche numerate con le lettere dellalfabeto acheo. La scoperta della fase degli accampamenti a Megara, cos ben individuata e restituita da Trziny deve indurci, a cominciare da me, ad usare una certa cautela, perch forse

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un giorno anche in queste citt cosiddette secondarie si potr trovare linsediamento che annulla il gap cronologico con la necropoli. Per il resto, io avevo unidea circa la sparizione degli insediamenti indigeni nella chora di Poseidonia, la cui acquisizione progressiva, coincidendo straordinariamente quella finale con lultimo quarto del VI. Pongo un problema di forza-lavoro, cio improvvisamente tra il 530 e il 500 i Poseidoniati costruiscono la Basilica, il Tempio di Cerere, lHeraion del Sele, pavimentano kilometri di strade, fanno il muro di cinta (probabilmente nella fase tardo-arcaica), c, insomma, un impiego della forza-lavoro incredibile. Questa forza-lavoro, a mio avviso, i Greci lhanno razziata nei villaggi indigeni che non erano talmente forti da potersi opporre; ne ho indicato in passato la riprova archeologica nella duna antistante la spiaggia di Poseidonia dove Gianni Avagliano scav anni fa una densa necropoli (la necropoli di Ponte di Ferro). Le sepolture, 160 tombe in uno spazio di pochi metri quadrati, una sopra laltra, con coperture di tegole, tutte scarti di fornace, con pochissimo corredo occupavano un arco di tempo, coincidente con quello che ho indicato prima tra 530 e 480 a.C. Ora, ne possiamo anche discutere, probabilmente propongo unidentificazione troppo rapida, ma non conosco in tutta la Magna Grecia un cimitero dalla condizione servile di una povert senza pari, come quello. Mettiamo a confronto Ponte di Ferro con le altre necropoli della stessa area. Altrove abbiamo tombe a cassa, tombe a camera, a semi-camera, grandi sepolcreti intorno a tutta la citt, sul lato ovest c la duna, qui ci sono poco pi che fosse comuni, con cadaveri scaricati. Sono tombe alla cappuccina di tegole scarti di fornace e con corredi poverissimi. Dunque non vedo perch non la si debba ritenere unanomalia da riferire alla condizione servile degli inumati. Poi abbiamo visto che le colonie locresi sono probabilmente pi antiche di quanto pensassimo, ed anche Caulonia probabilmente, ma dobbiamo essere cauti prima di dire un parola definitiva. Intanto prendiamo atto della scoperta di questi materiali. Non abbiamo parlato di Cuma e Pithecusa perch se ne occupato il convegno dellanno scorso. Per ultimo vorrei dire qualcosa su Velia ed il Tirreno, perch dopo la presentazione di Giovanna Greco e poi quella di Gregorio Aversa vorrei provare a mettere un poco dordine nella materia, in quanto ci sono una serie di altre cose da mettere in gioco. La prima che ormai sicuramente, a mio avviso, la fondazione di Velia si inquadra in un accordo con Sibari che sta dietro il Poseidoniate, che diventa quello che a Rhegion indica il locus condendae urbis. Dopo di che la chora di Velia si arresta fino ad un certo livello, perch Palinuro ha una moneta di tipo sibarita, e da questo momento gli episodi che prima, come la Petrosa e altri, sono di solito effimeri, conoscono un incremento quantitativo esponenziale, per esempio la stessa Petrosa di Scalea da quattro cocci della prima met passa alle migliaia di frammenti della seconda met del VI secolo per poi arrestarsi con larrivo dei Sibariti nel 510 a.C. (secondo me Laos una ktisis di Sibari dopo la distruzione, non prima) e poi anche Palinuro smette di esistere alla stessa epoca. Nella seconda met del VI secolo a.C. si avvertono fenomeni che sulla scia dellantropologia americana ho chiamato gateway communities, sono rivoli che scendono dalla Lucania interna proprio come ruscelletti, e vanno ad occupare la costa a partire da un periodo che coincide con la fondazione di Velia, vero elemento motore delleconomia di questa fascia. Tutto questo mondo dopo la distruzione di Sibari ha due esiti diversi, c chi sopravvive e chi scompare. Sopravvive la fascia da Maratea, Tortora, San Brancato fino alla valle del Lao, a Castelluccio sul Lao, dove a mio avviso erano insediati i Serdaioi, che ho proposto di collocare in questa area. Lesperienza coloniale di Velia, che ovviamente non una fondazione tradizionale ma una colonia di popolamento, con una migrazione di massa un caso a parte, ma ci insegna altre cose. Quando Erodoto dice acquistarono, a me sempre sembrato, e anche ai nostri Maestri, che ektesanto polin ges tes Oinotrias non significa che comprarono una citt prefabbricata dagli Enotri che avevano costruito la citt che poi vendono ai Greci, i quali comprarono la terra in cui avrebbero eretto la citt e quindi

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inutile andare a cercare i confronti con le poleis enotrie che archeologicamente non esisterebbero se non avessimo Stefano da Bisanzio. Si tratterebbe di capire il livello dellaccordo tra i Focei e gli Indigeni che sono in grado di imporre la transazione, a riprova di una situazione indigena forte in questa area dove non a caso la poesia parla di gens enotria crudelis (Virgilio). Perch sono crudeli? Perch non si fanno colonizzare e perch ammazzano Polites, di Draconte non sappiamo chi ma anche lui ha un heroon (a Laos) e poco pi su c Palinuro. Sono tutti fenomeni che danno idea di un rapporto conflittuale tra Greci e Indigeni in questarea, almeno per una certa fase. Dopo il 510 il mondo cambia: la fine di Sibari provoca il rimescolamento di tutte le carte, comincia unaltra storia. Ma la storia arcaica storia di migrazioni, di fondazioni, di gente che arriva a piccoli o grandi gruppi, autonomamente organizzati o espressione di una citt-madre, ed anche di citt fondate non da sbandati con la sacca del pellegrino alla ricerca dellavventura. Angela Pontrandolfo

ispetto alle tematiche di questo Convegno ritengo che la riflessione e il dibattito debbano focalizzarsi sulla definizione dei diversi aspetti in cui si ravvisano le diverse forme riconducibili al fenomeno che chiamiamo colonizzazione, naturalmente ben esplicitando la condivisione del presupposto che riteniamo sia un fenomeno realmente esistito. Su questi presupposti uno dei problemi di fondo la connotazione dei segni che registriamo attraverso i materiali mobili appartenenti alle varie fasi storiche, soprattutto quando vi la possibilit di indagare in ambiti come Megara Hyblaea o Selinunte dove la situazione consente di definire anche organizzazioni spaziali in modo pi chiaro e valutare attraverso la distribuzione dei rinvenimenti mobili lorganizzazione funzionale degli spazi urbani, o calibrare il rapporto tra indicatori di materiali importati e produzioni riconducibili a comunit stanziate nellarea precedentemente. Soprattutto necessario definire formule condivise per articolare nel tempo quali sono gli elementi che ci permettono di riconoscere una apoikia attraverso i dati dellarcheologia e come questi dati possono entrare in gioco con le notizie delle fonti scritte. Rispondendo a quanto detto da Emanuele Greco riferendosi alla necropoli di Poseidonia, chiarisco che sposo la teoria di quanti sostengono che la sepoltura qualcosa che riflette un diritto a cui non tutti possono accedere, e pertanto la considero un chiaro indicatore perch attraverso la deposizione o gli oggetti del corredo posso identificare una deposizione non greca, probabilmente pertinente ad un gruppo del quale va definita la posizione allinterno del sistema sociale della comunit senza immediatamente generalizzare che si tratti di indigeni. Mario Lombardo

o vorrei ritornare sulle questioni che hanno posto Emanuele Greco e Angela Pontrandolfo e cio sulla precisa identificazione dei problemi che abbiamo voluto discutere e affrontare in questo Convegno e sulla prospettiva in cui li si voluti affrontare e discutere. Anchio sono daccordo che non tanto importante la posizione negazionista, o se si preferisce revisionista, di Robin Osborne in s per s. importante perch in qualche modo ci ha indotto a interrogarci sui nostri modelli interpretativi, e a metterli in discussione, o, almeno, ci ha sollecitato a formularli in maniera pi motivata e pi approfondita. Dobbiamo chiederci, allora, se il lavoro che abbiamo fatto in questi giorni ci permette oggi di riproporre, per lappunto in maniera pi motivata

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e approfondita, i modelli interpretativi elaborati dalla nostra tradizione storiografica per leggere le esperienze coloniali greche di et arcaica. Modelli che, come abbiamo detto allinizio, seppur centrati sulla nozione di apoika come esperienza di distacco/invio da un determinato ambiente metropolitano, ne hanno sempre, tuttavia, colto e sottolineato gli aspetti di variet e pluralismo, sia nella diacronia (ad es. tra le fondazioni di VIII-inizi VII sec. a.C. e quelle di VII-VI secolo) che nella sincronia (ad es. tra colonie euboico-calcidesi e colonie achee o corinzie, o ancora tra colonie ioniche e doriche o, infine, tra colonie emporiche e colonie di popolamento). Su che basi possiamo oggi ribadire determinate tesi a proposito dellarrivo e dellimpianto dei Greci in Italia meridionale, e del loro interagire con le popolazioni epicorie, come espressione, pur ampiamente differenziata, di esperienze promosse (o almeno autorizzate e agevolate) da una o pi comunit locali (o etnico-regionali) dellarea metropolitana e consistenti nellinvio, in qualche modo organizzato, di gruppi composti (almeno prevalentemente) da membri di quelle stesse comunit, ad insediarsi in una nuova e diversa comunit lontano da casa. Questo il punto fondamentale, rispetto al quale la questione terminologica mi sembra secondaria, nella sua dimensione, come si diceva laltro giorno, sostanzialmente nominalistica, che non ci dovrebbe troppo preoccupare. La terminologia della colonizzazione - colonia, coloni, colonizzare, etc. -, la possiamo usare tra virgolette, come diceva Lepore, anche solo mentali, o possiamo inventarci una diversa terminologia in cui trovi pi diretta espressione lorizzonte della cultura e delle esperienze greche - De Angelis ha recentemente proposto apoikization -, ma non mi pare che cambierebbe nulla di sostanziale. Il punto importante si colloca sul terreno dellermeneutica: secondo quali modelli, e su quali basi documentarie, possiamo leggere e ricostruire le esperienze dinsediamento dei Greci in Sicilia e in Italia Meridionale tra lVIII e il VII sec. a.C., nelle, di volta in volta possibilmente diverse, forme e modalit con cui sono stati organizzate e realizzate, e nei riflessi che esse hanno avuto nella vicenda, anche relazionale, delle aree territoriali in cui si sono verificate e nei successivi rapporti tra tali aree, e tali insediamenti, e quelle di provenienza dei coloni? In questa prospettiva, laspetto metodologico fondamentale - non dobbiamo mai dimenticarcene - consiste nella radicale negazione, da parte dei sostenitori delle tesi revisioniste, di qualunque statuto di attendibilit alle informazioni offerte dalle fonti letterarie sulle fondazioni coloniali: i racconti di fondazione, risalenti ad orizzonti posteriori di non meno di tre secoli rispetto alle vicende della colonizzazione, non possono in alcun modo restituirci memoria attendibile attendibile e dettagliata di quelle vicende. Ora, come ho gi detto laltro giorno, un esame rigoroso - rinvio a quanto ci ha pur sinteticamente indicato nella sua relazione Maurizio Giangiulio, sulla scorta di importanti e recenti contributi, anche suoi - di tali tradizioni, non pu non metterne in rilievo lo statuto di memorie culturali di matrice fondamentalmente orale, il cui significato e la cui attendibilit vanno primariamente colti e valutati in termini di storia intenzionale e in rapporto agli orizzonti pi vicini ai loro livelli pi antichi di attestazione scritta, mentre assai pi problematico apprezzarne lattendibilit in rapporto agli orizzonti storici ai quali esse fanno riferimento. Ne emerge dunque la sostanziale correttezza di quella posizione metodologica, almeno nella sua pars destruens. In altre parole, alla luce delle modalit con cui, come oggi sappiamo, si costruiscono e si tramandano le memorie culturali - specie quelle a pi forte valenza identitaria - in contesti a prevalente cultura orale, se non affatto scontato che si debba pensare a forme di costruzione di una storia fittizia, interamente inventata sulla base di elementi e modelli contemporanei - tanto pi nel nostro caso, in cui un modello coloniale e apecistico di et classica semplicemente non esiste -, necessario tuttavia tenere nel debito conto la possibilit - e direi qualcosa di pi della semplice possibilit - di forme di rielaborazione delle memorie culturali alla luce di nuove esigenze - di definizione e affermazione identitaria, in primo luogo - emerse ad un certo momento entro contesti relazionali interni alla comunit o nellorizzonte dei suoi rapporti con gli altri. Esigenze tali da determinare lelabora-

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zione intenzionale della memoria storica in forme diverse rispetto a quelle che erano conservate e tramandate fino ai pochi anni prima. Tutto questo implica che noi non possiamo appoggiarci fiduciosamente sulle tradizioni di fondazione, sui racconti di fondazione, per ricostruire nei loro precisi contorni e modalit, le vicende che portarono allinsediamento - agli insediamenti - dei Greci in Italia Meridionale e in Sicilia a partire dallVIII secolo a.C. Ma il fatto che i contenuti informativi di quei racconti non possano essere accolti alla lettera in tutti i loro dettagli, in quanto soggetti a possibili forme di rielaborazione attualizzante, non significa che essi non possano conservare e veicolare elementi informativi attendibili sulle vicende di cui recano testimonianza e sulle forme e modalit con cui si erano verificate: se lindicazione di determinate figure ecistiche quali protagonisti di una certa spedizione o fondazione, o quella di un loro preciso collegamento con determinati ambienti metropolitani, o, ancora, la precisa descrizione (e citazione) di un intervento oracolare delfico, possono essere espressione di forme di rielaborazione seriori, ci non significa necessariamente che non vi siano stati affatto, nelle vicende che portarono i i Greci a insediarsi in Italia, ecisti, o fondazioni, o metropoli, o consultazioni oracolari. Alla luce di quanto sopra evidenziato, il nostro proposito , ed stato in questi giorni, quello di interrogarci sulle basi documentarie e gli strumenti metodologici che ci possano consentire di cogliere e ricostruire le modalit con cui si realizzarono quelle vicende, nel loro insieme e nei diversi orizzonti coloniali, verificando nel contempo la maggiore o minore attendibilit di quegli elementi di informazione offerti dalle fonti letterarie che si prestano ad una tale verifica: certo, non potremo mai (?) verificare nellevidenza epigrafica o archeologica lattendibilit delle notizie sulla fondazione di Taranto ad opera di Falanto e di un gruppo denominato Parteni (o Epeunacti) spronati da un responso delloracolo delfico, ma forse possiamo verificare se attendibile la cronologia offerta dalle fonti sullarrivo dei Greci nel sito di Taranto, e se lo sono le notizie sulla loro provenienza dalla Laconia, o sulle modalit e limpatto del loro insediamento sul contesto locale. In questottica, i problemi metodologici principali ai quali ci mette di fronte il record archeologico sono quelli evocati da Emanuele Greco e da Angela Pontrandolfo: con quali strumenti possiamo riuscire a leggere, e distinguere, forme diverse di insediamento e di interazione da parte di gruppi di provenienza greca nellorizzonte che ci interessa? Mi riferisco, ovviamente, a forme di presenza e interazione di tipo coloniale, collegabili cio a esperienze di insediamento autonomo e strutturato, di fondazione, rispetto a forme diverse, collegabili a esperienze di inserimento e/o integrazione nei contesti insediativi epicori. questo il problema che ho evocato ieri, chiedendo a Teresa Cinquantaquattro e ad Antonio De Siena di esplicitare le implicazioni interpretative e ricostruttive del record archeologico rispettivamente osservabile nellorizzonte tarentino e in quello metapontino (e sirita). E mi pare che dalle loro relazioni - ma pi in generale, direi, dallinsieme di quanto abbiamo sentito in questi giorni - sia emerso che abbiamo gli elementi e gli strumenti idonei allo scopo. In effetti, nel caso di Metaponto appaiono ben riconoscibili - e distinguibili rispetto a quelle legate ai precedenti orizzonti di presenza e interazione tra Greci e indigeni -, le evidenze archeologiche collegabili allinsediamento degli Achei, e direi alla fondazione della colonia. Cos come - ho cercato di mostrarlo nella mia relazione - le evidenze epigrafico-linguistiche di Taranto e della sua sub-colonia di Eraclea, ma anche quelle di Pithekussai - nella loro dimensione fattuale e comunitaria e nellorizzonte cronologico in cui si collocano o a cui rinviano - consentono di verificare, credo attendibilmente, le notizie delle fonti sulla provenienza, rispettivamente da Sparta e dallEubea, del gruppo (o dei gruppi), verosimilmente dominanti numericamente e/o culturalmente, per opera dei quali lidentit della comunit coloniale, tarantina o pitecusana, si esprime, o finisce per esprimersi, in maniera privilegiata sul terreno delle, e nei termini di quelle, prassi linguistiche e alfabetiche. Gli strumenti, dunque, ci sono, anche se bisogna onestamente riconoscere e indicare, di volta in volta, se e quanto la documentazione disponibile sia sufficiente e adeguata per

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consentirci verifiche e implicazioni interpretative corrette, come mi sembra si possa affermare nei casi appena evocati, ma non con altrettanta sicurezza, ad esempio, in quello delle colonie achee. Per fare un altro esempio, a Megara e a Selinunte possibile sviluppare un certo tipo di argomentazione e di verifica sulle modalit dellimpianto, qui evidentemente di tipo coloniale, perch ci sono le condizioni documentarie che lo consentono, mentre in altri come Sibari tali condizioni non sussistono, almeno non ancora in misura sufficiente, come invece comincia a profilarsi, ad esempio, per Taranto. Lo sforzo in cui dobbiamo perseverare, e a cui ci sprona la nostra tradizione di studi, quello di cercare, portare alla luce e valorizzare sempre pi elementi documentari suscettibili di consentirci, su scala sempre pi ampia, verifiche e ricostruzioni sempre pi attendibili di quel complesso di esperienze che vide la fondazione delle apoikai greche in Italia. Un complesso variegato ma anche riconoscibile in quanto tale, nei suoi caratteri di fondo e nelle sue conseguenze, anche rispetto ad altri tipi di fenomeni di presenza e interazione che hanno interessato, ma con modalit e conseguenze diverse, questi stessi territori.

Flavia Frisone uesta era una sfida, e se noi non impariamo anche a dialogare con linguaggi, con sensibilit, con processi intellettuali diversi dai nostri, se non accettiamo la sfida intellettuale che ci fa una cultura viva nella trasformazione, allora vuol dire che abbiamo giocato a tressette con il morto. Questa poteva essere, io spero che lo sia stata, unoccasione per confrontarsi, ma confrontarsi vuol dire anche ricordarsi che quando, ad esempio, Van Dommelen - che non voglio affatto qui difendere - parla di colonialismo e colonizzazione, ne parla da una prospettiva di ricerca antropologica, a volte di archeologia antropologica, che diversa dalla nostra, o meglio da quella con cui siamo abituati a dialogare e a confrontarci. E allora dobbiamo cercare, o meglio creare, loccasione e il contesto per parlare, dialogare, confrontarci direttamente anche con questo tipo di approcci diversi e per certi versi distanti.

Q R

Mario Lombardo

ispondo subito perch quel che stato appena detto mi induce a chiarire meglio quale sia stata limpostazione di questo Convegno. Capisco bene che esso possa aver dato adito allimpressione - emersa del resto anche nei giorni scorsi, ad esempio in un intervento di Francesco DAndria - di una scarsa apertura al confronto diretto con prospettive ermeneutiche diverse, come quelle espresse da Osborne o Van Dommelen. O, per dirla con Flavia Frisone, che si sia voluto giocare a tressette col morto, dal momento che non sono stati invitati qui a parlare i protagonisti delle radicali revisioni con cui si volevano fare i conti. Io vorrei qui smentire radicalmente tale impressione, per il semplice motivo che lobiettivo primario del Convegno stato quello di compiere, proprio alla luce di quelle nuove prospettive ermeneutiche, una verifica critica e approfondita dei modelli e degli strumenti interpretativi con i quali la nostra tradizione storiografica aveva letto le esperienze coloniali greche di et arcaica. Ci sembrato doveroso, come eredi di una tradizione di studi che si espressa anche nei quarantanove convegni annuali che hanno preceduto questo, confrontarci innanzitutto tra di noi e verificare la maggiore o minore solidit dei nostri modelli interpretativi, o meglio la maggiore o minore necessit di rivederli, aggiornarli o precisarli. Se noi, qui, avessimo tutti le idee chiare - e se tali idee fossero le stesse, cosa che, come

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si visto, almeno in parte non -, allora potremmo confrontarci, o avremmo potuto confrontarci, efficacemente con chi ha proposto cos radicali revisioni dei nostri modelli interpretativi! Credo di poter dire che, con questa iniziativa, la nostra tradizione di studi ha mostrato di voler raccogliere la sfida, sottoponendo a una seria discussione i propri modelli interpretativi alla luce delle questioni sollevate, e cercando di elaborare e mettere a punto quegli elementi di approfondimento e messa a fuoco critica che ci permetteranno, mi auguro, di portare avanti le nostre ricerche in maniera sempre pi convinta e rigorosa e di confrontarci anche, spero, in un prossimo futuro, con tutti coloro che vorranno un dialogo aperto e senza posizioni pregiudiziali di sorta. Carmine Ampolo

ario Lombardo ha toccato un punto fondamentale per quanto riguarda gli storici: il valore di quella che noi chiamiamo tradizione, una tradizione estremamente complessa, che pone una discussione che va avanti dal 700 e sempre ci sar. Il punto chiave che essa assume nel tempo sempre forme diverse, attuali, concetti, modelli, paradigmi diversi che cambiano nel tempo, nei modi e nello spazio. In realt, una serie di posizioni non sono altro che la manifestazione applicata al caso specifico dei fenomeni di migrazione, colonizzazione ecc, del decostruzionismo. Se ci confrontiamo con le fonti letterarie, in particolare con lambiente dellarcheologia siciliana, sostengo che si possa dire che esistono anche delle forme non statali o meglio non strutturate, ma le fonti le tacciono, almeno in un certo numero di casi. stato citato, giustamente, il caso di Zancle con loccupazione iniziale da parte di pirati il che qualcosa un p diverso dalla reale fondazione di una colonia. Di Megara si detto e lo stesso accadde in altri casi. Un altro punto cui bisogna tenere conto cosa c accanto alla discussione che investe il valore della tradizione letteraria. C anche unaltro dibattito, che ha assunto toni molto aspri in passato e rende vivo il dibattito tuttora, sulla statutariet delle polis che investe anche le colonie. Enzo Lippolis

i complimento con il bell intervento di Carmine Ampolo, che per me ha dato una lezione circa la qualit e la complessit del dibattito. Il problema non solo Osborne, perch c una tradizione che viene poi riversata in ambito archeologico in maniera semplicistica e che si traduce, molto spesso, in una serie di tentativi di rileggere dei fenomeni marginalizzando la documentazione e la filologia, cos come indicava Emanuele Greco. La cosa sistematica e non riguarda solo il problema delle colonie, riguarda il IV secolo, la produzione della ceramica, come si leggono le immagini, riguarda cose su cui pensiamo di non dover pi discutere come la realizzazione e produzione in loco dei vasi. Basti vedere quello che scrivono Carpenter o Boardman o anche la manualistica, come quella di archeologia classica greca e romana curato proprio da Osborne. La parte relativa alla colonizzazione significativa, chiaramente questo vuol dire che esiste una tradizione di studi che non bisogna assolutamente eliminare, ma con la quale dobbiamo confrontarci. Arrivati alla fine di un convegno che stato ricchissimo di spunti, ognuno di noi ha in mente dei modelli che portano ad una serie di istanze; ad esempio, ci sono state delle tesi da cui derivano dei modelli che dovrebbero essere omnicomprensivi per stile ed applicazione.

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Queste suggestioni sono, per, frammentate e disperse allinterno dei vari interventi. Sarebbe, forse, necessario trasformare questo ricco patrimonio, in una sintesi che possa essere facilmente accessibile e dalla quale possano derivare approfondimenti filologici e specifici. Gli elementi sono tanti, perch abbiamo spaziato sui problemi di una cultura materiale che crea una cesura fortissima tra materiale importato e materiale che viene lavorato in loco, secondo modelli che non sono prettamente quelli della tradizione precedente. Quantit e attestazioni mostrano, inoltre, un uso dello spazio gestito in maniera energica e appaiono forme che sono, come a Taranto, fenomeni difficili da vedere su pi larga scala. Dallaltra parte, laspetto urbanistico discusso precedentemente, non risulta assolutamente secondario. Vorrei insistere sullaspetto cultuale, che si manifesta dallinizio e non riguarda soltanto la produzione o la manipolazione banale degli oggetti, ma riguarda i sistemi identitari di queste comunit che arrivano con dei modelli di comportamento rituale, che implicano delle forme di collegamento, di associazione, di costruzione non soltanto rispetto allesterno, ma rispetto anche alla loro ripartizione interna. Se ritorniamo alle semplificazioni che sono state elaborate, ad esempio da Yntema (che forse la pi compiuta sul versante archeologico), individuiamo delle situazioni, dei casi problematici e fortemente enfatizzati, che creano un modello riferito allarrivo di piccoli gruppi che si pongono in un ambiente marginale rispetto alla comunit principale gi esistente. Il problema di base che, poi, il modello si applica anche in altri siti, sulla base di una lettura che ignora quasi integralmente la documentazione edita. Angela Pontrandolfo

ualunque sia lobiettivo della ricerca e in qualsiasi modo si imposti il lavoro si fa sempre una scelta ben precisa in parte non volontaria, ma ideologicamente connotata. Il rischio maggiore lo ravviso proprio nella ricerca archeologica spesso debole nella esplicitazione dei modelli utilizzati nellinterpretazione dei dati. Soprattutto va ravvivato e potenziato il confronto con i sistemi interpretativi ricavati dai testi scritti, cercando di impostare un dialogo per dare il giusto peso al contributo offerto da serie documentare diverse in piena autonomia e senza giustapposizioni combinatorie. Michel Gras

Q S

u Selinunte, quando con Dieter Mertens abbiamo visto la pianta e la tomba stessa, mi venuto subito da dire che quella era una tomba costruita dai Megaresi, perch la medesima tipologia di costruzione dei particolari, si ritrova tranquillamente a Megara, verso la met del VII secolo. Questo aspetto, pone delle difficolt perch non affatto scontata lidentit megarese. Sulla colonizzazione greca concordo pienamente su quello che stato detto da Emanuele Greco e Angela Pontrandolfo. La domanda fondamentale sapere se loro negano lesistenza di poleis in Sicilia e in Magna Grecia. Alcuni come il De Angelis o Van Dommelen, sono stati ingannati dal fatto che, leggendo Megara 1 e la guida di Megara, hanno interpretato impropriamente alcuni dati. Essi, esaminando una casa in mezzo ad un isolato, hanno pensato che esistessero poche case, alla fine dellVIII secolo, organizzate allinterno di isolati con terreni intorno. Ho scritto nel 1995 un libro e, per gioco, decisi che in tutto il libro Il Mediterraneo nellet

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arcaica non avrei mai usato la locuzione colonizzazione greca e, sorprendentemente, non ho avuto nessuna difficolt a redigerne il testo, questo non vuol dire che io neghi la colonizzazione greca. Valentino Nizzo

isto che si incoraggiano i giovani a prendere la parola cercher di rubarvi due minuti per presentare rapidamente qualche breve spunto di riflessione. Come, credo, tutti i convenuti io sono qui in primo luogo per imparare e, da questo punto di vista, sento di poter dire che alcuni degli interrogativi che mi ponevo prima di questo incontro sono rimasti purtroppo insoddisfatti, forse perch nella natura di questi convegni dare per scontata tutta una serie di cose che invece meriterebbe di essere discussa in modo pi esplicito. Quanto diceva prima la Dott.ssa Tomay in merito allesigenza di una metodologia condivisa nella presentazione e nella discussione di dati come i tanti mostrati in questi giorni, io lo condivido e lo sottoscrivo nel modo pi convinto, poich a mio avviso imprescindibile per la comprensione e linterpretazione di una documentazione archeologica cos ampia e complessa poter disporre di dati omogenei e statisticamente contestualizzati, tali, insomma, da poter essere stimati e apprezzati per la loro significativit in rapporto alla situazione di provenienza. Quando, nel 2003, ho cominciato ad avvicinarmi alle problematiche relative alla prima colonizzazione greca era giunto allapice il dibattito critico sui sistemi cronologici della prima Et del Ferro, un dibattito che vedeva fronteggiarsi scuole di pensiero nettamente contrapposte fra quanti difendevano le cronologie tradizionali e coloro i quali propendevano, invece, per un sensibile innalzamento delle datazioni correlato ai pi recenti risultati delle analisi radiocarboniche calibrate; un dibattito che, come noto, sarebbe poi culminato nel convegno romano Oriente ed Occidente dai cui voluminosi atti, editi nel 2005, traspare con tutta evidenza una divergenza di vedute apparentemente inconciliabile1. Negli ultimi tre anni ho partecipato a tutte le edizioni del Convegno di Taranto e, con mio stupore, ho potuto constatare come, nonostante le tematiche prescelte almeno limitatamente alledizione del 2008 e a quella attuale cadessero pienamente in quellorizzonte cronologico oggetto del tentativo di revisione critica sopra citato, non si sia mai fatto un accenno in questa sede a tali questioni; cosa ancor pi sorprendente visto che fra i relatori che qui si sono susseguiti ve ne sono molti che, nel convegno romano del 2003, avevano mostrato una propensione per un innalzamento dellinizio dellOrientalizzante di alcuni decenni o, addirittura, fino al 780 a.C.2. G. Bartoloni, F. Delpino (edd.), Oriente e Occidente: metodi e discipline a confronto. Riflessioni sulla cronologia dellEt del Ferro italiana, incontro di studio, Roma 30-31 ottobre 2003, (Mediterranea I, 2004), Roma 2005. Su queste problematiche, prima ancora degli atti precedentemente citati, si veda la sintesi di F. Delpino, Datazioni problematiche: considerazioni sulla cronologia delle fasi villanoviane, in Miscellanea etrusco-italica III (Quaderni di Archeologia Etrusco-Italica, 29), Roma, pp. 1-35, nella quale si evidenziano criticamente le varie ipotesi formulate da quanti si sono schierati nel tempo a favore della analisi naturalistiche e contro le datazioni tradizionali. 2 Il termine del 780 a.C. come cronologia per linizio dellOrientalizzante stato proposto, a partire dalla documentazione indigena peninsulare e dal riscontro con analisi radiocarboniche, in A.J. Nijboer, J. Van Der Plicht, A.M. Bietti Sestieri, A. De Santis, A high chronology for the
1

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Mi stupisco, quindi, che un dibattito cos acceso fra etruscologi e protostorici (in particolare di quelli appartenenti alla scuola di Renato Peroni, pi volte ricordato in questi giorni, e del quale anchio mi vanto di essere allievo) e che tante conseguenze ha, com facile immaginare, sul piano dellinterpretazione storica, non abbia trovato spazio anche in questa sede. Tale circostanza mi sembra offrire una prova evidente di quella lacerazione (o, per usare un termine suggeritomi dalla Prof.ssa Pontrandolfo, frantumazione) esistente fra archeologi e storici alla quale facevo cenno anche ieri. Non mi parso, infatti, di aver sinora mai sentito uno storico (salvo forse il Prof. Ampolo in un intervento al citato convegno del 2003 che non venne poi inserito negli atti), discutere delle conseguenze che un innalzamento anche lieve della cronologia della parte terminale della prima Et del Ferro avrebbe potuto avere sul pi ampio panorama storico-politico del Mediterraneo dellVIII sec. a.C. e, conseguentemente, sulle diverse fonti alle quali esso risulta ancorato grazie a una solida tradizione di studi, lentamente costruita attraverso il dialogo interdisciplinare fra filologia, storia e archeologia. Vengo, quindi, alla seconda riflessione strettamente legata alla precedente. In questi giorni, in contributi come quelli della Professoressa Kourou e del Prof. dAgostino, abbiamo spesso sentito fare riferimenti alla documentazione archeologica vicino orientale. LOriente, in senso lato, a mio avviso uno dei grandi assenti nel dibattito odierno, poich sono fermamente convinto che per una piena comprensione dei fatti storici correlati alla prima colonizzazione in Occidente, sia necessario volgere contestualmente lo sguardo alla documentazione orientale. Si tratta forse di una riflessione ovvia e scontata tuttavia lassenza, in convegni come questo, di orientalisti pu essere probabilmente intesa come un segno delleccesso di specializzazione al quale siamo pervenuti, una specializzazione che ci induce a perdere di vista il contesto generale in cui necessariamente si collocano gli eventi in discussione. Le proposte di innalzamento cronologico cui facevo cenno dimostrano, infatti, come non soltanto non si sia tenuto conto di documenti quali lo scarabeo col cartiglio di Bocchoris della tomba 325 di Pithekoussai, ma che si sia integralmente dimenticata la puntuale sequenza di eventi che segna la storia del Mediterraneo orientale in quegli anni e che non si riassume soltanto nella successione di faraoni egiziani ma che va ricercata soprattutto in quelle che sono le tappe della progressiva espansione assira, strettamente correlate a una sequenza di eponimi a sua volta ancorata a eventi astronomici puntuali, come la ben nota eponym Canon eclipse del 763 a.C.3. Le tappe di questa espansione possono trovare e trovano, a mio avviso, ampi riscontri nel flusso di determinate categorie di merci verso occidente, come mi parso di ravvisare Early Iron Age in central Italy, in Palaeohistoria, 41-42, pp. 163-176. Tale cronologia stata successivamente ribadita in altre sedi dagli autori citati sebbene, in lavori recenti, sembra che per linizio dellOrientalizzante si sia tornati a propendere per una datazione meglio conciliabile con quella tradizionale, cronologia che, bene ricordarlo, saldamente ancorata alla presenza nella tomba 325 di Pithekoussai di uno scarabeo con il cartiglio del faraone Bocchoris (cfr. a tal proposito G. Bartoloni, V. Nizzo, Lazio protostorico e mondo greco: considerazioni sulla cronologia relativa ed assoluta della terza fase laziale, in, Oriente e Occidente cit. alla nota precedente, pp. 409-436), un elemento che, quando si cominci a parlare di cronologie alte, sembrava essere stato quasi totalmente dimenticato. Nella versione a stampa degli atti del convegno Oriente e Occidente del 2003, molte posizioni precedentemente critiche come quelle di Peroni, Vanzetti e Pacciarelli, risultano gi allineate a favore di cronologie non pi alte del 750-725 a.C. per la transizione allOrientalizzante, seppure con sfumature diverse. 3 Cenni a tal proposito in V. Nizzo, Intervento nella discussione, in Oriente e Occidente cit., p. 645-6.

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nel caso dei sigilli del Lyre player group, sebbene le tesi espresse sulla loro origine da Marina Martelli e dalla sua scuola mostrino una chiara propensione a vantaggio di una loro origine rodia4. Ed proprio in un recente lavoro della Martelli che laspra critica al tenace credo pithecusocentrico professato e propalato da mezzo secolo che non ha ancora subto il pur ineludibile ridimensionamento e troppi fantasmi euboici [...] continuano ad aleggiare nei cieli anglo-napoletani5 mi sembra fornire un evidente attestato di quella frantumazione cui prima accennavo. proprio in casi come questo che assume grande importanza quanto diceva prima la Dott. ssa Tomay ed necessario che in sedi come queste vengano sviluppati gli strumenti metodologici necessari per una corretta interpretazione storica di dati archeologici come, ad esempio, quello cumano appena citato o i tanti nuovi contesti presentati in questi giorni. Ed proprio con il caso di Cuma che vorrei concludere questo mio intervento. Se, infatti, almeno sino al convegno di Taranto del 2008, i materiali Medio Geometrici riemersi nei recenti scavi erano stati considerati da alcuni (come la Martelli) una prova per smentire o, per lo meno, attenuare la priorit di Pithekoussai trdita da alcune fonti, sembra oggi chiaro che linterpretazione di quei reperti vada considerata in termini pi complessi e possa, al contrario, essere correlata non tanto allo stanziamento dei primi greci, quanto piuttosto a quella fase di contatti di cui vi ampio riscontro in altri contesti indigeni come Veio e Pontecagnano e che tutto lascia supporre che abbia avuto luogo anche a Cuma, come testimoniano le coppe a chevrons delle tombe Osta o lassociazione di materiali greci e indigeni nei focolari delle abitazioni dellVIII secolo, scavate e pubblicate da Matteo dAcunto. Ci che manca per approfondire criticamente tale documentazione sono i dati provenienti dallacropoli e, in particolare, quelli relativi agli scavi ivi condotti nel 1910 da Ettore Gabrici e rimasti, per varie vicende che non sto qui a riassumere, sino ad ora inediti. Sono fra i pochi che hanno la fortuna di conoscere la documentazione relativa a quelle esplorazioni e mi permetto di esortare quanti hanno in corso di studio tali documenti a renderli di pubblico dominio sebbene le indagini successivamente condotte da Giorgio Buchner nellarea del tempio di Apollo abbiano
4 Da ultima M. A. Rizzo, I sigilli del gruppo del suonatore di lira in Etruria e nellAgro Falisco, in AnnAStorAnt n.s. 15-16, 2008-2009, pp. 105-142. 5 M. Martelli, Il fasto delle metropoli dellEtruria meridionale. Importazioni, imitazioni e arte suntuaria, in M. Torelli, A. M. Moretti Sgubini (edd.), Etruschi, le antiche metropoli del Lazio, Catalogo della mostra (Roma Palazzo Esposizioni 2008-2009), Milano 2008, pp. 120-139, con particolare riguardo alla nota 4, p. 134 da cui tratta la citazione sopra riportata. Sulla possibile interpretazione da dare ai materiali greci MG finora rinvenuti a Cuma che hanno indotto la Martelli, cos come altri autori (cfr. ad es. alcuni cenni in tal senso in M. Pacciarelli, P. Criscuolo, La facies cumana della prima Et del Ferro nellambito dei processi di sviluppo medio tirrenici, in AA.VV., Cuma, Atti del XLVIII Convegno di studi sulla Magna Grecia, Taranto, 27 settembre-1 ottobre 2008, Taranto 2009, pp. 323-352), a proporre un ridimensionamento del dcalage cronologico fra Pithekoussai e Cuma cfr. quanto lo scrivente ha gi avuto modo di osservare in V. Nizzo, Intervento al dibattito, ibid., pp. 564-566; Id. in V. Nizzo, S. ten Kortenaar, Veio e Pithekoussai: il ruolo della comunit pithecusana nella trasmissione di oggetti, tecniche ed idee, in AA.VV., Incontri tra Culture nel Mondo Mediterraneo Antico, Atti XVII International Congress of Classical Archaeology, Rome, 22nd September-26th September 2008, in Bollettino di Archeologia on-line 2010 < http:// 151.12.58.75archeologia/bao_document/articoli/7_NIZZO. pdf >, pp. 50-68.

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dimostrato che le stratigrafie scavate da Gabrici consistevano in semplici accumuli di terreno di riporto utilizzati per colmare i dislivelli esistenti nellarea6. Nonostante questultimo limite, la documentazione riemersa al principio del secolo scorso appare di indubbio interesse, poich allinterno di strati rimescolati compaiono in apparente associazione materiali greci frammisti a manufatti in ceramica dimpasto locale; insieme ad essi vennero in luce anche armi di bronzo indigene forse raccolte e/o tesaurizzate con lo scopo di rifonderle, come parrebbero testimoniare anche le tracce consistenti di attivit artigianali a carattere metallurgico; il tutto mescolato con i segni pi o meno evidenti di incendi e devastazioni che, forse, una volta editi, potrebbero contribuire a comprendere meglio le prime fasi della penetrazione greca sul suolo della nostra Penisola.

6 Sulla questione cfr. L. Jannelli, La frequentazione dellacropoli di Cuma in et preprotostorica. I dati dello scavo Buchner, in AnnAStorAnt 6, 1999, pp. 73-90; per una breve cronistoria delle vicende degli scavi sullacropoli cumana cfr. il contributo di L. Jannelli, Storia degli scavi e topografia dellarea sacra, in M. Catucci, L. Jannelli, L. Sanesi Mastrocinque, Il deposito votivo dallacropoli di Cuma, Corpus delle stipi votive in Italia, 16. Regio I, 2, Roma 2002, pp. 97-108. Cenni a tale documentazione vi sono anche in P.G. Guzzo, Kyme Palaiotaton Ktisma, in ASAtene 87, 2009, (2010), pp. 507-522 (con riferimenti agli scavi in discorso alle pp. 510 e ss.), che costituisce anche la pi recente e aggiornata sintesi sulla storia pi antica della citt, con una revisione critica della documentazione archeologica alla luce dei dati della tradizione.

FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI dicembre 2012 DA STAMPA SUD S.P.A. - MOTTOLA (TA)

Sommario
Premessa Introduzione 5 7

Per una storia del problema Gli storici del XIX e XX secolo di fronte alla colonizzazione greca in Occidente (C. Ampolo) La
colonizzazione dibattito attuale

11 35 61

(E. Greco, M. Lombardo)

greca:

modelli

interpretativi

nel

Il dibattito (G. Maddoli, A. Mele, F. Frisone, A. Pontrandolfo, F. DAndria, C. Ampolo)

Larea egea agli inizi del I Millennio (1000-750 a.C.) The form and structure of Euboean society in the Early Iron Age based on some recent research (A. Mazarakis Ainian) Culti e cultura nella Grecia di et geometrica (1000-750 a.C.) (A. Duplouy) Hygra keleutha. Maritime matters and the ideology of seafaring in the Greek epic tradition (J. P. Crielaard) Lorizzonte euboico nellEgeo ed i primi rapporti con lOccidente (N. Kourou) Achaia: one or two? (M. Petropoulos) 71

101 133 159 189

1515

Pottery production of Achaea in the Northern Peloponnese during the time of colonization (A. Gadolou) Il dibattito (E. Greco, A. Mele, M. Giangiulio, M. Lombardo, A. Duplouy, E. Greco, A. Pontrandolfo, E. Arena)

221 247

Tra Oriente e Occidente Mobilit mediterranea: traffici e presenze egee e orientali in Occidente tra IX e VIII sec. a.C. (D. Ridgway ) Le isole ionie sulle rotte per lOccidente (B. dAgostino) Le
origini della lirici

257 277 305 387 397 421 471

(A. Mele)

Magna Grecia:

i poemi omerici,

Esiodo

e i

Le origini coloniali tra memoria e tradizione (M.Giangiulio) Pratiche culturali e rapporti tra colonia e metropoli (M. Lombardo) La
ricerca archeologica e le manifestazioni rituali tra metropoli e apoikiai

(E. Lippolis, V. Parisi)

Il dibattito (M. Lombardo, P. Poccetti, M. Giangiulio, M. Lombardo)

LOccidente:

forme

processi

di

urbanizzazione

territorializzazione

Processi di strutturazione territoriale: il caso di Taranto (T. E. Cinquantaquattro) Mobilit, migrazioni e fondazioni nel Tarantino arcaico: il caso di LAmastuola (G.-J. Burgers, J. P. Crielaard)

485 523

1516

Il Salento nella prima Et del Ferro (IX - VII sec. a.C.): insediamenti e contesti (F. DAndria) Forme e processi di urbanizzazione e territorializzazione: larea ionica tra Bradano e Cavone ( A. De Siena) Forme e processi di urbanizzazione e di territorializzazione nella fascia costiera ionica tra i fiumi Sinni e Basento (S. Bianco, L. Giardino) Sibaritide: riletture di alcuni contesti funerari tra VIII e VII sec. a.C. (S. Luppino, F. Quondam, M. T. Granese, A. Vanzetti) A Greek enclave at the Iron Age settlement della Motta (J. K. Jacobsen, S. Handberg)
of

549 593 609

643

Timpone

683 719 741

Crotone e Crotoniatide: primi documenti archeologici (fine VIII - inizio VII secolo a.C.) (R. Spadea) Materiali greci e coloniali della prima fase dellantica Kroton. Scavo 2009 nel quartiere settentrionale (D. Marino, M. Corrado, G. P. Mittica, F. Cristiano) Il dibattito (V. Nizzo, E. Lippolis, A. Pontrandolfo, P. G. Guzzo, M. Lombardo, E. Greco, T. Cinquantaquattro, G.-J. Burgers, F. DAndria, I. Tirloni, M. Lombardo, A. De Siena, S. Bianco, J. de La Geniere, S. Luppino, F. Quondam, L. Tomay) Locri Epizefiri: bione)
segni di una citt in formazione

803

(C. Sab-

821 847 855

Locri Epizefiri. Nuovi scavi dellUniversit di Torino (D. Elia, V. Meirano) Hipponion, Medma e Caulonia: nuove evidenze archeologiche a proposito della fondazione ( M. T. Iannelli, B. Minniti, F. A. Cuteri, G. Hyeraci)

1517

Nota sulla ceramica di viii e vii secolo a.C. dallo scavo S. Marco nord-est a Caulonia (M. R. Luberto)

913 927 947 969 985 1015 1077 1103 1131 1149 1171

Larea sacra dellisolato Z a Messina e la ktisis di Zancle (M. Bacci, G. Tigano, M. Ravesi, G. Zavettieri) Rhegion tra porthms e Sila silva (R. Agostino) Calabria e area euboica (L. Mercuri) Mobilit e dinamiche insediative nel golfo di Salerno (M. Cipriani, A. Pontrandolfo) Elea: dalla Greco)
fondazione alla formazione della citt

(G.

La fascia altotirrenica calabrese tra comunit indigene e sub-colonie ( G. Aversa) Forme e processi C. Carter) Mgara Hyblaea: Trziny)
di territorializzazione a

Metaponto (J. (M. Gras, H.

le domande e le risposte

Selinunte: leredit aperte (D. Mertens)

di

Megara Hyblaea

e tante domande

Il dibattito (M. Lombardo, F. Frisone, E. Greco, A. Mele, E. Greco, M. Lombardo, E. Casavola, J. de La Genire, P. Poccetti, C. Ampolo, V. Nizzo, M. Gras, H. Trziny, M. Gras, D. Mertens) Tavola rotonda (E. Greco, A. Pontrandolfo, M. Lombardo, F. Frisone, M. Lombardo, C. Ampolo, E. Lippolis, A. Pontrandolfo, M. Gras, V. Nizzo) Le rassegne archeologiche La Puglia (T. E. Cinquantaquattro)

1183

1207

1518

La Basilicata (A. De Siena) Napoli e Pompei (V. Sampaolo) Le Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta (L. Rota) La Calabria (S. Bonomi) The Greek excavations in Sibari (M. Petropoulos) La cronaca (L. Pierri, G. Florido, A. Cervellera, C. Petrocelli, E. Greco, A. Siciliano, G. Maddoli, C. Pagano) Elenco contributi borse di studio anno 2010 Lista degli iscritti e dei partecipanti al convegno Indici Indice dei nomi e delle localit notevoli Sommario

1259 1307 1355 1405 1451 1477 1489 1491

1499 1515

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