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MEFRA – 124/2 – 2012, p. 377-392.

Particolarità d’uso
della ceramica comune etrusca
Vincenzo B ELLELLI

V. Bellelli, CNR–Istituto di studi sul Mediterraneo antico vincenzo.bellelli@iscima.cnr.it

La ceramica comune è stata a lungo trascurata negli studi etruscologici ed italicistici, ma negli ultimi anni si
registra un’attenzione crescente verso di essa. Il progresso delle conoscenze è certamente dovuto all’avvio delle
esplorazioni su vasta scala delle aree di abitato. Queste hanno evidenziato l’importanza delle stoviglie d’uso c.d.
comune deputate alla preparazione e al consumo degli alimenti, nonché alla loro conservazione. Nel contributo che
si presenta, si illustreranno i vari aspetti legati all’uso specifico di queste stoviglie, in ambito domestico e sacrale, e si
fornirà una interpretazione innovativa delle caratteristiche di standardizzazione che esse presentano e delle marche
iscritte e dei contrassegni impressi sulle loro superfici. Si discuteranno inoltre tutte quelle particolarità che rinviano
all’uso «personale» della ceramica comune e alcune ipotesi di lavoro sulla possibilità di individuare nella documen-
tazione presentata tracce e indizi di «razionamento» di alimenti, indizi in altri termini di una distribuzione control-
lata del cibo.

Ceramica comune, abitato, marche, razionamento

Too long neglected in Etruscan and Italic studies, common pottery has drawn more and more attention in the
past years, as a result of the major excavations of settlements, which have brought to the fore the importance of
common pots dedicated to the preparation, consume and conservation of food. This paper deals with the various
uses of this class of common pottery, in domestic or religious context, their standardization and the written marks
they can bear. The study will also focus on the details that imply a «personal» use of common pottery and will
discuss the possibility of identifying evidences of rations or of organized food distribution.

common pottery, settlement, marks, ration

Il tema qui proposto – la ceramica comune etrusca del periodo arcaico – si prestava ad essere
affrontato in vari modi, il più ovvio dei quali, vista la cornice dei nostri seminari, era quello della
standardizzazione e degli aspetti metrologici.
A fronte della complessità dell’argomento è parso però evidente che la classificazione tipologica, e
finanche lo studio archeometrico e quello metrologico di questi materiali non sono sufficienti a mettere
in luce l’importanza di queste stoviglie connesse con il mangiare all’interno della società etrusca
dell’epoca. A dispetto dell’umile aspetto e della serialità della manifattura, questi prodotti ceramici
hanno infatti un potenziale notevole ai fini di uno studio interdisciplinare sulla società etrusca, come
dimostra già il numero elevatissimo delle marche, dei contrassegni e dei segni alfa ed an-alfabetici che li
corredano, nonché alcune altre particolarità di cui si dirà fra breve.
Si è preferito dunque privilegiare una visione complessiva e problematica dell’argomento prescelto e
prendere le mosse da presupposti di indagine almeno in parte originali, con lo scopo di portare un
contributo utile alla storia socio-economica dell’Etruria arcaica.
Ne è scaturita una ricerca ad ampio raggio ancora in corso, che deve fare i conti innanzitutto con
l’imponente mole del materiale superstite e, a livello interpretativo, con la difficoltà di approdare a
risultati di portata generale. Ci sono nondimeno alcuni spunti, già messi a fuoco, che paiono non privi di
interesse, che possono essere sottoposti a discussione.
Particolarità d’uso della ceramica comune etrusca
378 Vincenzo B ELLELLI

La classe ceramica oggetto di questo intervento è dunque la ceramica grezza etrusca di uso
domestico, in particolare culinario, realizzata al tornio.
Si tratta di un tema a lungo trascurato negli studi etruscologici ed italicistici, intorno al quale negli
ultimi anni si registra però una sensibilità nuova e un’attenzione speciale1. Il progresso delle conoscenze
negli studi recenti è dovuto all’avvio delle esplorazioni su vasta scala delle aree di abitato 2. Queste hanno
evidenziato sempre meglio l’esistenza, la consistenza e l’importanza delle stoviglie d’uso c.d. comune
deputate alla preparazione e al consumo degli alimenti, nonché alla loro conservazione.
Queste ceramiche grezze, come si cercherà di dimostrare, avevano però – oltre che un ovvio utilizzo
in ambito domestico – una valenza specifica nella sfera del sacro e del rito, sia che esso si esplicasse in
ambito santuariale, sia che esso avesse luogo in occasione delle cerimonie funebri. Queste ceramiche
presentano inoltre alcune particolarità tipologiche, dimensionali e d’altro genere legate ad un uso che
potremmo sin d’ora definire «strettamente personale» da cui derivano alcune implicazioni di ordine
socio-economico di un certo peso, che saranno illustrate con prudenza e in modo problematico nella
seconda parte di questo contributo.
Le forme ceramiche in discussione sono le ollette cilindro-ovoidi e le ciotole-coperchio di impasto
grezzo 3 (fig. 1). Il loro uso, come si dirà subito, non può essere pienamente compreso senza versare nella
discussione anche due note categorie di instrumentum, i bacini-mortaio (fig. 2) e i fornelli fittili (fig. 3), su
cui esiste ormai una sterminata letteratura 4.
Le ollette sono recipienti chiusi apodi, con corpo più o meno tendente all’ovoidale, spalla segnata e
piccolo labbro distinto. Le ciotole-coperchio sono scodelle a vasca emisferica, con piede ad anello
sopraelevato, variamente sagomato : come è stato dimostrato, non si tratta di semplici coperchi, e il
piede ad anello ha la duplice funzione di presa e di base di appoggio 5.
Non ci soffermeremo per economia descrittiva sulle classificazioni correnti, ormai numerose ed
estremamente articolate 6. È però necessario sottolineare un punto importante : si tratta di tipologie
molto standardizzate, con precedenti di epoca pre – protostorica e con una evoluzione tettonica
relativamente modesta se rapportata all’arco dello sviluppo temporale della classe; sono forme in altre
parole in un certo senso «universali», molto simili presso molte culture, che subiscono una scarsa
evoluzione morfologica perché strettamente condizionate dall’uso 7. L’altro fatto essenziale è che ollette e
ciotole-coperchio sono interdipendenti e fanno «sistema» dal punto di vista della funzione. In
particolare, la ciotola-coperchio chiude il recipiente durante la cottura e all’occorrenza si trasforma in
scodella ove versare il cibo preparato nell’olletta; si è anche suggerito che le ciotole-coperchio fossero
utilizzate come cooking-bells 8 (fig. 4).
Si tratta dunque delle stoviglie equivalenti alle nostre comuni «pentole», con la differenza che il
coperchio è polifunzionale e viene adoperato a cottura ultimata anche come scodella.
Per quanto riguarda la ricostruzione dell’utilizzo pratico di tutte queste stoviglie, si sconta in
partenza la difficoltà di disporre per l’edilizia abitativa etrusca di impianti di cucina ben documentati. I
casi meglio noti – Acquarossa e San Giovenale 9 (fig. 5) da un lato, e la Fattoria/Villa dell’Auditorium di

1. Nella vasta letteratura sul tema, si segnala per l’originalità aperta – la ciotola-coperchio.
dell’approccio tematico, Santoro Bianchi – Fabbri 1997. 4. Per i bacini-mortaio cfr. Bellelli, Botto 2002 con lett.; per i
2. Sono stati oggetto di studio approfondito, in particolare, i fornelli v. Scheffer 1981, Scheffer 1982 e Zifferero 1996.
complessi rinvenuti nelle aree urbane – sia in quelle a desti- 5. Si rinvia a questo proposito a quanto detto in Bellelli cds.
nazione residenziale che in quelle sacre – di Caere (Rendeli 6. Un caso-limite appare la ramificatissima classificazione del
1993), Tarquinia/Gravisca (Chiaramonte Treré 1999; Gori, materiale romano illustrata in Carafa 1995. Su questo
Pierini 2000), Massa Marittima (Camporeale 1997), Murlo aspetto v. i cenni in Bellelli 2002, p. 347-349.
(Bouloumié 1970; Bouloumié-Marique 1972) e Volterra 7. Di recente, per es., abbiamo potuto documentare un caso di
(Pistolesi, Pro 2003). sorprendente corrispondenza morfo-tipologica fra i repertori
3. Per quanto riguarda la nomenclatura, si mantiene qui – e ceramici etrusco e fenicio-punico, probabilmente acciden-
non solo per uniformità d’uso – la denominazione corrente, tale, da non addebitarsi dunque ad interferenza diretta, ma a
che mette bene in luce, da un lato la cifra caratteristica a sviluppi autonomi : Bellelli 2009.
livello morfologico della prima classe formale – l’olletta 8. L. Sineo, in Camporeale 1997, p. 51-58.
cilindro-ovoide – e dall’altro la specificità d’uso della forma 9. Sugli scavi svedesi, v., sinteticamente, Case e palazzi d’Etruria
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Fig. 1 – Olletta cilindro-ovoide e ciotola-coperchio di impasto grezzo (da Bellelli cds).

Fig. 2 – Bacino-mortaio da Veio (da G. Bartoloni, in Patterson 2004).

Roma10 dall’altro – suggeriscono che, almeno al livello delle residenze «aristocratiche», erano previsti
locali adibiti specificatamente alla preparazione e alla cottura delle vivande, forni per pane11, per
esempio, o più comunemente focolari attrezzati in luoghi ben ventilati, in cui si sono anche ritrovate in
situ ollette come quelle in discussione12 (fig. 6).
In linea generale, però, l’evidenza complessiva indica che la cottura doveva essere realizzata con
l’utilizzo controllato di una fiamma o, più probabilmente, di braci di carbone, ottenuto utilizzando i
fornelli portatili13 (figg. 7-8) a cui si è accennato poc’anzi. L’utilizzo ipotizzato è da considerarsi
relativamente semplice e, per così dire, alla portata di tutti14.
Le modalità di cottura fin qui ricostruite per sommi capi ricordano da vicino quelle in uso in area
egea nella seconda metà del II millennio a.C. : qui, infatti, sono documentate pentole tripodate15 (fig. 9)
– che altro non sono che ollette/fornello trasportabili che venivano poste direttamente sul fuoco – che

1985, p. 41-58 e L’alimentazione nel mondo antico 1986. Sui 13. Scheffer 1981 e 1982; Zifferero 1996.
forni, in particolare, Scheffer 1987, p. 102-103. 14. Si è anche ipotizzato che per la cottura si utilizzassero altri
10. Carandini – D’Alessio – Di Giuseppe 2006. dispositivi portatili come i c.d. foculi fittili documentati
11. V. per es., il dispositivo di cottura portato alla luce durante nell’Etruria centrale, ma l’idea non è sufficientemente
gli scavi alla Fattoria/Villa dell’Auditorium di Roma : Caran- fondata : discussione in Bellelli cds.
dini – D’Alessio – Di Giuseppe 2006, p. 75, figg. 37-38. 15. V. a titolo esemplificativo Tzedakis, Martlew 1999, p. 196,
12. Anche in questo caso apportano testimonianze decisive i fig. 181. Che l’uso si sia prolungato nel tempo è dimostrato
recenti scavi alla Fattoria/Villa dell’Auditorium di Roma : oltre che dai rinvenimenti archeologici, dalla menzione di
Carandini – D’Alessio – Di Giuseppe 2006, p. 170, fig. 98. kytropoda («pentole tripodate») in Esiodo, al verso 748 : su
V. anche ibidem, p. 112, figg. 67-68. questo, v. Ercolani 2010, p. 406.
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Fig. 3 – Tipologia dei fornelli fittili etruschi elaborata da C. Scheffer (da Scheffer 1982).

rispondevano alla stessa esigenza delle ollette e dei


fornelli etrusco-italici, quella cioè di creare un
dispositivo di cottura mobile, per le esigenze di
singoli individui o comunque gruppi ristretti di
persone. Non a caso, anche la scodella a vasca
tronco-conica – lo skoutelion come quello
riprodotto a fig. 1016 – ricorda da vicino le ciotole-
coperchio etrusche17.
La particolarità degna di attenzione di questo
singolare dispositivo di cottura è, con ogni
evidenza, la trasportabilità; che il requisito fosse Fig. 4 – Ciotola-coperchio interpretata come «coking-bell» da Massa
essenziale nella «evoluzione» di questa categoria Marittima (da Case e palazzi d’Etruria 1985).

16. Lo skouteli o coppa troncononica qui riprodotto (4,8 h × 10 ambito egeo è connesso al sistema di distribuzione delle
cm diam.), proviene dalla necropoli di Armenoi, Creta, e razioni alimentari ad opera di una struttura centralizzata. In
risale al Tardo Minoico III B : Tzedakis, Martlew 1999, Etruria non vi sono i presupposti per pensare a un contesto
p. 249, fig. 230. analogo d’uso e pertanto l’analogia attiene esclusivamente
17. L’uso individuale della pentola tripodata e della scodella in agli aspetti funzionali.
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Fig. 5 – Ricostruzione ideale di ambienti domestici etruschi nel Museo civico di Viterbo (da Museo archeologico nazionale di Viterbo, 1997).

Fig. 6 – Olletta in situ dalla Fattoria dell’Auditorum (Roma) Fig. 7 – Ricostruzione di dispositivo mobile di cottura
(da Carandini – D’Alessio – Di Giuseppe 2006). (da L’alimentazione nel mondo antico 1987).

di instrumentum, è dimostrato dalla sua «fortuna» nell’arco dei secoli e dalla sopravvivenza di fornelli
trasportabili non molto diversi da quelli qui discussi, in alcune aree del Mediterraneo, come per esempio
la Sicilia, in forma – si potrebbe dire – di «relitto».
Per la preparazione degli alimenti, potevano infine giocare un ruolo i bacini-mortaio, cioè i mortai in
terracotta ritrovati un po’ dappertutto in area etrusco-italica e finanche al di fuori dell’area etrusca.
Anche in questo caso è da sottolineare la scelta della maneggevolezza e della conseguente trasportabilità
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Fig. 8 – Ricostruzione di dispositivo mobile di cottura Fig. 9 – Pentola tripodata micenea (da Tzedakis, Martlew 1999).
(da Martinelli, Paolucci 2006).

del manufatto 18, fattori che evidentemente


giocavano un loro ruolo nell’economia della
preparazione del cibo.
C’è poi la questione delle dimensioni. Se per i
bacini-mortai e per le olle sono attestate diverse
«taglie» e numerose varianti dimensionali19, per i
fornelli e per le ciotole-coperchio al contrario
prevalgono di gran lunga le serie di dimensioni
ridotte. Il caso dei fornelli 20 è il più istruttivo : il
dispositivo di cottura è di modesto ingombro,
mobile per definizione, e funzionale ad un
impiego che potremmo definire «da campo» che
sembra escludere il ricorso a un impianto in situ
più strutturato paragonabile a una cucina vera e Fig. 10 – Skoutelion miceneo (da Tzedakis, Martlew 1999).
propria come la intendiamo noi.
Ma a ben guardare, anche la variante di gran
lunga più comune di olletta cilindro-ovoide,
quella non a caso più spesso corredata di iscrizioni, è quella piccola, di altezza e diametro compresi fra 10
e 20 cm : si tratta di pentole e scodelle che per capienza difficilmente potevano servire più di una
persona e che dunque, all’occorrenza, potevano essere utilizzate ovunque fosse acceso un focolare o,
meglio, ovunque si potesse allestire un fuoco di braci governato con un fornello portatile.
Su questo punto essenziale una limpida conferma allo scenario tratteggiato sin qui, che ovviamente
ha una ineliminabile dose di congetturalità, viene dallo studio di Eero Jarva sulla ceramica comune di
Ficana 21. La quantità delle ceramiche di uso culinario e dell’instrumentum – ha notato Jarva – è molto
elevata, ma non per caso le varianti dimensionali più comuni fra le pentole sono quelle piccole; esse, a

18. Se ne trovano, non a caso, a bordo delle imbarcazioni etru- 19. Come Rendeli 1993, p. 274 e Nardi 1993 hanno messo in
sche naufragate lungo le coste della Francia meridionale, in luce per il complesso urbano della Vigna Parrocchiale a
associazione con ollette cilindro-ovoidi e scodelle : v. per es. Caere.
Bouloumié 1982 (Antibes) ; Long et al. 2006 (Grand 20. Scheffer 1987.
Ribaud F). 21. Jarva 2009.
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differenza di quelle medio-grandi, erano adoperate non per immagazzinare materie prime alimentari,
ma per lo più per preparare e servire il cibo. La capacità di ciascuna di queste pentoline, alte poco più di
10 cm, secondo Jarva 22, garantiva un «valore nutritivo giornaliero di sopravvivenza» al massimo per due
persone. Anche dall’indagine di Jarva emerge dunque un uso di queste stoviglie un po’ singolare,
almeno agli occhi moderni, corrispondente a una produzione di cibo cotto tipo puls molto modesta, da
riferire a uno o al massimo a una coppia di individui.
Per quanto riguarda la natura del cibo cucinato nelle nostre pentoline, pur in assenza di analisi di
laboratorio sui residui, vi è un sostanziale accordo fra gli studiosi sul fatto che si tratti di cibi semi-solidi
cucinati mediante esposizione più o meno prolungata a una fiamma bassa 23 ; benché non si possa
escludere che fossero preparati in questo modo anche gli stufati a base di carne 24, riteniamo più
verosimile che si trattasse – di regola – di zuppe vegetali, ricche di minerali, fibre e vitamine o anche di
cibi più simili alla polenta 25. Il pasto ottenuto, dal ricco valore nutritivo, era evidentemente «unico» e
poteva essere eventualmente accompagnato da pane o focacce.
Uno degli aspetti più interessanti delle ceramiche da cucina di cui si è tentato fin qui di precisare
l’uso è il frequentissimo corredo di brevi iscrizioni, sigle, segni alfabetici e non alfabetici che esse
presentano 26. Si tratta di un campionario vastissimo di brevi documenti iscritti, senz’altro meritevole di
attenzione, proprio perché riguarda una classe ceramica che per definizione è ordinaria su cui, oltretutto,
non è agevole scrivere e che, almeno in via teorica, non dovrebbe entrare nel circuito della
comunicazione scritta : si tratta infatti non di vasellame fine da mensa ma – è bene sottolinearlo – di
anonime ceramiche grezze da cucina.
Una rassegna esaustiva di questi singolari documenti epigrafici è ovviamente impossibile in questa
sede : i complessi finora editi – basti ricordare quelli di Caere 27, Gravisca 28, Marzabotto 29 e Roma/
Palatino 30 – comprendono le seguenti tipologie : iscrizioni onomastiche unimembri – in questi casi si
tratta invariabilmente di prenomi – sigle di due o tre lettere, lettere isolate, segni analfabetici, stampiglie
varie, indicazioni numeriche. In un caso è documentato l’appellativo muxza, che corrisponde forse al
nome dell’olletta in forma vezzeggiativa 31.
Molto spesso sono la superficie interna dell’orlo dell’olletta e il fondo esterno della scodella ad
accogliere i segni scritti, ma in alcuni casi essi sono apposti sul corpo della pentola e la vasca della
scodella. Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, molto spesso i segni sono tracciati a crudo prima della
cottura 32.
L’interpretazione è controversa : molti studiosi se ne sono occupati e data l’altissima frequenza delle
occorrenze è comprensibile che non si sia pervenuti a una soluzione condivisa, che possa spiegare
simultaneamente, nei vari contesti, tutti i casi noti 33. L’interpretazione più frequente per le lettere isolate
e le indicazioni numeriche è che si tratti di marche di vasaio o sistemi di conteggio di partite di vasi 34.
Altri hanno pensato, per le indicazioni numeriche, a riferimenti alla capacità dei recipienti 35. Almeno per

22. Jarva 2009, p. 122. 29. Sassatelli 1994.


23. Zifferero 2004. 30. Pensabene et al. 2002.
24. V. a questo proposito le rapide annotazioni di C. Scheffer sul 31. La congettura è di G. Colonna (dans StEtr, LVI, 1989-1990
«caso-studio» di Acquarossa, in L’alimentazione nel mondo [1991], p. 295-296). Sui nomi etruschi di vaso v. ora la
antico 1987, p. 75. rassegna critica di Bellelli, Benelli 2010.
25. Su questi aspetti particolari ampia discussione in Zifferero 32. Qualche esempio da Caere : Bellelli 2002, p. 345-346, n. 53;
2004; più in generale, sull’alimentazione in Etruria : L’ali- p. 349, nn. 62, 64.
mentazione nel mondo antico 1987. Utile per un confronto con 33. Discussione delle varie opzioni interpretative in Maggiani
l’ambito fenicio-punico cfr. Campanella 2008, cui si rimanda 1992, p. 216; M. Pandolfini, in Johnston-Pandolfini 2000,
per ulteriori approfondimenti di tutto ciò che riguarda il p. 95; e S. Falzone, in Pensabene et al. 2002, p. 190-195.
«cibo» degli antichi. 34. V. per es. la proposta di S. Falzone, in Pensabene et al. 2002,
26. Vi si è fatto cenno in V. Bellelli, dans REG, 121, 2008, loc. cit. a nota prec.
p. 163-164. 35. Si veda a questo proposito l’interessante argomentazione di
27. Bellelli 2002. Nijboer 1998, p. 318-326, che non ha ricevuto l’attenzione
28. M. Pandolfini, in Johnston – Pandolfini 2000, p. 69-101. che meritava.
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quanto riguarda le sigle sarei propenso comunque


ad accogliere la proposta di M. Pandolfini di
vedervi abbreviazioni di nomi personali, ad onta
della cronologia alta 36. E, comunque, le iscrizioni
più perspicue – si pensi al Venel ricordato su
un’olletta ceretana 37 (fig. 11) – indicano che
quando le parole sono più estese di prenomi
effettivamente si tratta. A mio avviso tutto questo
«scrivere» a ogni costo su pentole e ciotole-
coperchi è motivato dall’esigenza primaria di
personalizzare in qualche modo il vaso, olletta o
scodella che sia, apponendovi il proprio nome o in
Fig. 11 – Olletta iscritta da Caere (da Bellelli 2002).
alternativa segni identificativi della proprietà e
dell’uso individuale 38, spesso fatti realizzare non a
caso in bottega a chi forse aveva maggiore
familiarità con la scrittura. Resta comunque il fatto che il patrimonio epigrafico in questione presenta
numerose analogie con quello che, alla stessa quota cronologica, compare sulle forme aperte di bucchero
di uso ordinario : innumerevoli ciotole di bucchero nero e grigio, in particolare, presentano le stesse
tipologie di epigrafi 39.
Sono infine documentati casi di teonimi o epiteti di teonimi, del tipo «padre»/«madre» o simili 40,
che indicano un uso non infrequente delle nostre stoviglie nella sfera del sacro, sia che si tratti di
instrumentum adoperato nelle culinae del santuario 41 sia che si tratti di vere e proprie dediche votive.

Oltre che nei contesti di abitato, ove la presenza delle nostre stoviglie è, com’è ovvio, costante e
consistente, ollette, scodelle e, più raramente, bacini-mortaio compaiono anche nelle sepolture e nelle
aree sacre. I fornelli, invece, a nostra conoscenza sono attestati solo in aree di abitato.
Per le aree di necropoli, non siamo in grado di fornire una statistica attendibile; per il periodo
orientalizzante, a quanto pare, l’uso di deporre pentole e scodelle di impasto grezzo accanto ai defunti è
documentato in Etruria un po’ dovunque, non solo nei corredi di spicco delle necropoli urbane dei centri
maggiori, come la tomba Giulimondi di Cerveteri 42, ma anche nei complessi funerari di centri minori
come Trevignano 43 (fig. 12) e S. Giovenale 44 (fig. 13). Crediamo però che nel corso del tempo l’uso si sia
andato affievolendo e comunque – come indica il caso di Satricum, che è fra quelli indagati in modo più
approfondito 45 – nelle tombe si registra una presenza relativamente modesta di ceramica comune rispetto
alle aree di abitato. Una macroscopica eccezione è rappresentata dalle sepolture infantili, come hanno
rivelato le indagini condotte recentemente sulle necropoli dell’agro falisco 46 (fig. 14) e su quelle di alcune
comunità dei Monti della Tolfa orientali 47 (fig. 15). In questi casi, a quanto pare, la presenza di ollette e
scodelle grezze non è infrequente. La circostanza si spiega forse con il fatto che l’esigenza di offrire
sostanze alimentari al momento delle esequie era più pressante a fronte di congiunti morti prima di

36. M. Pandolfini, in Johnston – Pandolfini 2000, p. 95-96. con bibl. prec., Bonamici 2003, p. 466, n. 1 e G. Sassatelli, in
37. Bellelli 2002, p. 343-344, n. 49, tav. XXXII. V. anche Sassatelli – Govi 2005, p. 38 sg., figg. 42-43..
G. Colonna, in StEtr, LXV-LXVIII, 2002, p. 446, n. 128 41. Su questa peculiare categoria di oggetti d’uso v. Nonnis
(olletta ellenistica dall’agro senese con iscrizione mi arzal sul 2003.
labbro interno). 42. Cascianelli 2003.
38. Va in questa direzione anche la spiegazione fornita da Uggeri 43. M. Moretti, in Arte e civiltà degli Etruschi 1967, p. 62, n. 145.
1988 per un gruppo di interessanti marche spinetiche. 44. Gierow 1969, p. 39, nn. 1-5, fig. 24.
39. Per Caere, v. i documenti raccolti da Pandolfini 1989. 45. Maaskant-Kleibrink – Olde Dubbelink 1985, p. 214.
40. Rientrano in questo categoria tre vasi iscritti di grande 46. Baglione-De Lucia 2007-2008.
importanza, le ollette grezze di Caere, Volterra e Marzabotto, 47. Brocato 2000.
su cui v. rispettivamente Bellelli 2008a, p. 325-326, fig. 6,
385

Fig. 12 – Corredo tombale da Trevignano Romano (da Arte e civiltà degli Etruschi 1967).

Fig. 13 – Ceramiche comuni dalla tomba III di San Giovenale/Valle Vesca (da Gierow 1969).

Fig. 14 – Ollette in ceramica grezza da una tomba infantile di Vignanello (da Baglione – De Lucia Brolli 2007-2008).
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Fig. 15 – Ollette in ceramica grezza da una tomba infantile di Tolfa


(da Brocato 2000).

raggiungere l’età adulta. In generale, appare chiaro che l’uso di deporre ceramiche da cucina nelle
tombe, non è dissociabile dalla consuetudine antichissima di inserire nella «casa-tomba», unitamente
alle stoviglie e al vasellame da mensa, anche e soprattutto il cibo e le bevande indispensabili al defunto
per la sua sopravvivenza (biologica!) nell’Oltretomba 48.
Molto frequenti e di grande interesse sono infine i rinvenimenti di ceramica comune del tipo in
discussione nelle aree santuariali. Le nostre stoviglie, innanzitutto, compaiono non di rado nei depositi
votivi etrusco-laziali, soprattutto in quelli di santuari legati a divinità, per lo più (ma non solo) femminili
in relazione più o meno esplicita con il mondo ctonio 49. Il dato, a nostro avviso, merita di essere
sottolineato : si tratta probabilmente di offerte simboliche o reali di cibo che una determinata categoria di
devoti poteva fare a divinità «particolari» connesse con i concetti di morte e rinascita. Trattandosi di
prodotti ceramici di umile aspetto, manifattura seriale e facile reperibilità la loro presenza nella sfera del
sacro e del rito non può non avere una valenza specifica. Questo significato particolare, a nostro avviso,
va ricercato nell’intimo legame che questo vasellame presenta con l’idea del nutrimento in quanto tale,
inteso come cibo essenziale alla sopravvivenza quotidiana dell’individuo. Per questa ragione e per le
caratteristiche intrinseche di questo vasellame (assenza assoluta di decorazione, aspetto grezzo,
ordinarietà) non si può escludere che esso rispecchiasse nella sfera del sacro lo status socio-economico
dell’offerente e rappresentasse il «dono» più ovvio – il cibo quotidiano, rappresentato metaforicamente
dalla pentola – che alcuni membri della comunità (soprattutto quelli addetti all’agricoltura?) potevano
offrire alle divinità preposte alla fertilità agraria.
Ollette e scodelle di impasto grezzo inoltre potevano far parte del vasellame di servizio dei santuari,
come indica il caso di Caere/Vigna Parrocchiale. Qui, al di là dell’esemplare iscritto con il teonimo Vei già
discusso in altra sede, abbiamo trovato un intero deposito di fondazione con esemplari anepigrafi in situ
(fig. 16), connesso alla erezione del tempio tuscanico 50. Crediamo oggi di poter dire che si tratti di offerte
primiziali e di poter estendere questa interpretazione ad altri casi analoghi 51, in cui quello che si offriva

48. Si è accennato a questi temi in Bellelli 2008b. 50. Bellelli 2008a.


49. Bellelli cds. Sull’uso rituale delle olle, in particolare, v. 51. In letteratura sono noti diversi casi di depositi di fondazione
Bouma 1996, p. 219 ss. effettuati con olle o ollette di impasto grezzo, che originaria-
387

alla divinità con intento propiziatorio era la parte


scelta di un prodotto agricolo. Che vi sia un
legame con la sfera agricola e dunque con il
mondo sotterraneo con tutte le valenze implicite
in relazione ai culti e alle figure divine, per lo più
femminili, legati al concetto di rinascita è d’altra
parte dimostrato dai kernoi etrusco-italici a
contenitori multipli, categoria alla quale può
essere assimilato, seguendo la proposta di
F. Coarelli 52, anche il celeberrimo vaso di Dueno.
In questi casi, non sfuggirà infatti che la forma
ceramica selezionata per il peculiare arredo di
culto sia proprio la nostra olletta cilindro-ovoide,
iterata in più esemplari corrispondenti forse alla
diversità dei prodotti agricoli offerti.
In questa prospettiva, riveste notevole inte-
resse anche la perfetta convergenza morfologica
con i vasi mastoidi attici : come ha suggerito
N. Malagardis 53, queste peculiari forme aperte del
repertorio vascolare attico, tettonicamente simili
alle comuni xytridia, ma probabilmente derivate
proprio dalle ollette etrusche, non erano altro che
recipienti legati alla ritualità funeraria e a una
sacralità di tipo ctonio, che non rientravano Fig. 16 – Ollette in ceramica grezza in corso di scavo a Cerveteri, loc.
Vigna Parrocchiale (da (Bellelli 2008a).
nell’apparato standard del banchetto (funebre).
Per quanto riguarda poi le ciotole-coperchio
o scodelle che dir si voglia, abbiamo potuto recentemente isolarne a Caere una serie con foro passante
intenzionale all’interno della vasca che le qualifica come Öpferschalen 54. Si tratta, nella fattispecie, di
accessori adoperati nel corso di offerte sacrificali non cruente, centrate su riti in cui si offriva nutrimento
a divinità di tipo catactonio 55 ; ciò conferma, come per le ollette, uno stretto legame di questo
instrumentum culinario con la sfera non del cibo in quanto tale, bensì del cibo offerto dalla terra e
ri-offerto ad essa dall’uomo.
Il nesso stoviglie grezze/cibo offerto dalla terra è forse confermato da alcune fonti letterarie 56. Alcuni
passi di autori antichi discussi altrove 57, sembrano infatti suggerire che alcune pratiche religiose
primordiali prevedevano effettivamente l’impiego di instrumentum in grezza terracotta per offerte di cibo
e/o aparchai di prodotti agricoli. Dietro l’impiego in sacris di tale peculiare categoria di instrumentum legato
prioritariamente alla sfera agro-alimentare, si intravede dunque un caso interessante di normatività
dell’uso religioso di una classe ceramica, che peraltro – a giudicare dalle nostre fonti di testimoniali – non
appare esclusivo della cultura etrusca.
La forte pregnanza di questi umili oggetti di uso domestico nella sfera del sacro in senso lato è
testimoniata non a caso anche presso altre culture. Allargando la disamina al mondo greco non stupirà,

mente dovevano contenere, con ogni verosimiglianza, quan- alcuni con olle tipologicamente assimilabili a quelle qui
tità più o meno grandi di cibo. A titolo esemplificativo, si discusse.
possono ricordare per l’area etrusco-italica, i seguenti casi di 52. Coarelli 1992, p. 285-290.
cronologia varia : Bolsena/Pozzarello (Acconcia 2000, 53. Malagardis 1997.
p. 134, fig. 8,c), Veio/Campetti (Carosi 2002, p. 368-370, 54. Bellelli cds.
figg. 15-19) e Pontecagnano/Loc. Pastini (Tocco Sciarelli 55. Concettualmente il dispositivo rituale è accostabile agli altari
2002, p. 636, tav. XX, 2). Recentemente, P. Carafa (2007- forati, su cui v. Colonna 2004, p. 307.
2008, Appendice B, p. 684-696) ha raccolto in un’utile 56. Plin., Nat. Hist., XXXV, 158; Dion. Hal. II, 23, 5.
appendice numerosi esempi di depositi di fondazione, di cui 57. Bellelli cds.
Particolarità d’uso della ceramica comune etrusca
388 Vincenzo B ELLELLI

per esempio, di trovare l’equivalente delle nostre pentole di ceramica grezza giocare un ruolo
fondamentale nei riti di consacrazione di alcune categorie di anathemata, secondo una prassi
recentemente studiata da Vinciane Pirenne-Delforge 58.
Per l’Etruria, infine, suggerisce un legame forte con la sfera del sacro anche un eccezionale
documento iconografico sul quale ci siamo soffermati in altra sede 59. Si tratta a nostra conoscenza
dell’unica, finora, rappresentazione iconografica del nostro tipo di olletta in cui – comunque si interpreti
la scena – la forma ceramica compare in un contesto in cui opera un sacerdote.
Prima di passare alle conclusioni, in appendice a questa sezione sui contesti di utilizzo, meritano
almeno un cenno alcuni rari contesti di rinvenimento di questi materiali nelle aree extra-etrusche.
Ci riferiamo da un lato ai rinvenimenti lungo le coste del Tirreno settentrionale 60 e dall’altro ai relitti
e ai ritrovamenti recenti effettuati nel Midi francese, e in particolare a Marsiglia 61 e Lattara 62. Anche se si
tratta di tipologie in un certo senso universali, perché strettamente connesse all’uso 63, le nostre stoviglie
di impasto grezzo compaiono in contesti particolari (i relitti etruschi, per esempio : fig. 17) oppure in
contesti territoriali con una significativa presenza stanziale etrusca. Esse dunque rimandano a un modo
di preparare, cucinare e consumare gli alimenti che appaiono peculiari dell’Etruria o comunque
riflettono una marcata influenza culturale dell’Etruria 64. Anche qui, nei frammenti di Lattes in
particolare 65, ritornano non a caso le sigle e i contrassegni di cui si è parlato poc’anzi.
Una prudente sintesi dei dati fin qui presentati conduce alle seguenti considerazioni conclusive.

Fig. 17 – Bacini-mortaio etruschi rinvenuti nel relitto di Antibes (da Bouloumié 1982).

Le tipologie ceramiche esaminate, il cui uso è da considerare generalizzato e, geograficamente


parlando, panetrusco, ci informano su come mangiavano gli Etruschi e, in particolare, le classi più
popolose. Una volta tanto non sono i fastosi banchetti della classe dirigente, a base di carne, selvaggina e
prodotti ricercati, eternati nelle arti visive contemporanee a documentare questo aspetto della antica
civiltà tirrenica, bensì le stoviglie adoperate per il pasto quotidiano da quelli che, vista la massa delle
attestazioni a livello sincronico, possiamo considerare gli strati sociali più larghi della popolazione. I dati
raccolti indicano che la dieta presupposta dalle tipologie ceramiche indagate era di tipo prevalentemente
vegetariano; i sistemi di cottura suggeriscono in particolare, che si trattava di pasti unici, nel senso di
«completi» e ricchi di valori nutritivi, preparati spesso con attrezzature che rimandano a un uso
personale delle stesse. Tali attrezzature, pentola, scodella e fornello sono infatti – nella stragrande
maggioranza dei casi – piccoli utensili, maneggevoli e trasportabili, concepiti cioè per un uso non solo

58. Pirenne-Delforge 2008. 64. Gran-Aymerich 2006, p. 215. In Linguadoca occidentale


59. Bellelli cds. sono segnalati anche casi di imitazioni delle ollette etrusche
60. Documentazione in I Liguri 2004. da cucina : Ugolini, Olive 2006, p. 571.
61. Marchand 2006, p. 283-290. 65. Colonna 1980. V. anche la piccola scelta di documenti
62. Py et al. 2006, p. 28-29, fig. 3, 16-21. pubblicata da G. Colonna, in I Liguri 2004, p. 302-307.
63. V. nota 7.
389

stanziale, ma anche, all’occorrenza, «fuori sede»; spesso inoltre, come si è visto, sono personalizzate con
i segni grafici più disparati, che solo di rado attingono il livello dell’espressione linguistica pienamente
strutturata, che non sembrano avere altra funzione che quella di marcare la proprietà, o comunque, la
pertinenza individuale dell’oggetto, come accade anche per alcune tipologie ordinarie di vasellame fine da
mensa, come il bucchero grigio.
Tali stoviglie da cucina compaiono inoltre, e hanno un ruolo definito, nella sfera del sacro 66 e nella
ideologia funeraria. Esse infatti sono deposte come ex voto nei santuari di divinità per lo più femminili –
ma non solo – legate, in modo più o meno diretto, alla sfera agraria e appaiono intimamente legate a
quella particolare variante dell’istituto religioso del dono alla divinità che è l’offerta primiziale 67.
Nel periodo indagato, infine, pentole e scodelle di impasto grezzo compaiono in modo non
sistematico nelle tombe; con ogni evidenza, però, sono soprattutto le sepolture infantili a restituire
questo tipo di vasellame, per motivi che sono forse legati a una sopravvivenza della pratica arcaica
dell’offerta di beni alimentari al defunto, determinata dalla prematura scomparsa dell’individuo.
Il «minimo comune denominatore» nell’uso delle stoviglie da cucina esaminate nei vari contesti è
dunque l’idea del cibo inteso come fonte di vita e sopravvivenza quotidiana, in primo luogo fisica e
biologica dell’individuo. Questo cibo non è un cibo qualunque, ma è il nutrimento offerto dalla terra
intesa come portatrice di frutti, è il bene alimentare cioè che scaturisce dal lavoro dell’uomo nei campi.
Tutto ciò consente a nostro avviso, almeno a livello di ipotesi di lavoro, di allontanarsi per un attimo
dal terreno neutro e neutrale della raccolta e della interpretazione puntuale dei documenti archeologici,
per tentarne una interpretazione socio-economica complessiva. Ci sembra infatti che queste ceramiche
grezze siano da riferire alla classe dei lavoratori manuali e, in particolare, alla manovalanza agricola,
ovvero quella massa anonima di individui su cui era imperniato il mondo del lavoro manuale e in
particolare, del lavoro nei campi che poteva e doveva disporre di un solo ma ricco pasto quotidiano, forse
fatto anche di quantità prestabilite di cibo. Se immaginiamo infatti le nostre stoviglie impiegate nel
contesto di una organizzazione razionale del lavoro (nei campi), forse demandata a uno o più
sorveglianti che sovrintendevano anche alle operazioni di distribuzione dei pasti, riusciamo a spiegare in
maniera adeguata anche quella miriade di segni di riconoscimento che le contraddistinguono : la finalità
era forse elementare, quella di individuare il proprio contenitore e la propria scodella fra i tanti simili, al
momento necessario, quello della preparazione e/o del consumo del pasto.
Le cospicue testimonianze relative agli «Etruschi fuori d’Etruria», sono riferibili invece a quel
dinamico ceto mercantile etrusco protagonista della folgorante espansione commerciale etrusca che a
partire dalla metà del VII secolo a.C. interessò le coste del Mediterraneo centro-occidentale 68.
In conclusione, se da un lato il relativismo dei dati ostacola una interpretazione soddisfacente per
tutte le evidenze disponibili, dall’altro il sufficientemente noto giustifica una riflessione di carattere
generale. Queste ceramiche grezze dall’aspetto ordinario e dimesso, offrono una testimonianza di
prim’ordine, benché poco appariscente, dell’organizzazione socio-economica dell’Etruria nel periodo
arcaico. Un angolo visuale, una volta tanto, rovesciato, che punta non in direzione del modus vivendi delle
classi dirigenti, ma sulle abitudini alimentari della classi sociali produttive, di quelle classi sociali cioè che
hanno scarsa visibilità archeologica.

66. Sono documentati anche casi di impiego di vasellame grezzo aspetto della storia socio-economica del Mediterraneo
come quello qui discusso nel contesto di pratiche rituali che arcaico in Gli Etruschi e il Mediterraneo 2005, Colonna 2006 e
avvenivano nell’ambito domestico : Di Giuseppe 2009. Morel 2006. Si tenga presente, in particolare, la situazione
67. Su questo istituto, da una prospettiva etnologica, Lanternari della zona 27 di Lattes, considerata ormai dagli scavatori un
1976, p. 341-427. «débarcadère étrusque» in Linguadoca cfr. Py et al. 2006,
68. Recenti sintesi storico-archeologiche su questo importante p. 597.
Particolarità d’uso della ceramica comune etrusca
390 Vincenzo B ELLELLI

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