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ELEMENTI DI ANTROPOLOGIA CRITICA- FRANCESCO POMPEO

Il termine antropologia deriva dal greco “antropos” e “logos”, ossia “discorso sull’uomo”. Questo significa che l’antropologia studia
dell’uomo, non solo l’aspetto biologico ma anche un carattere più generale e plurale del fenomeno umano. Questa ha due diversi
approcci:

-nomotetico  studia le leggi universali


-idiografico  analizza le singole diversità.

Sono nate quindi differenti tradizioni di studio, racchiuse nella sigla M-DEA 01, DISCIPLINE DEMO-ETNO-ANTROPOLOGICHE, in cui
demo sta per demologia, ossia lo studio delle differenti espressioni culturali popolari all’interno di singole realtà nazionali.
Etnologia, si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo. Antropologia comprende gli indirizzi
teorici principali. Esiste l’antropologia sociale che studia il comportamento degli esseri umani all’interno dei gruppi sociali ed è
orientata ad uno studio strutturale, e l’antropologia culturale che invece studia le differenze e le somiglianze culturali tra gruppi di
umani e considera l’aspetto simbolico. Entrambe coinvolgono l’etnografia che è l’insieme di pratiche, ovvero il modo concreto di
fare ricerca. Malinoski, ad esempio dava grande importanza all’osservazione partecipante, oggi però non si fa riferimento esclusivo
a questo metodo, ma si fa affidamento anche a fonti quantitative. Uno degli argomenti più
importanti che l’antropologia tratta è il concetto di identità, che è interpretabile come un’autopercezione di sé che emerge in
relazione all’altro/con l’altro. Esiste l’identità individuale che si articola nella sfera psicologica e le identità collettive con i loro codici
linguistici e culturali. Es.(livelli di identità sono interconnessi = cerchi concentrici creati dal sasso gettato in acqua. Sasso= nucleo=
persona). L’identità si forma anche grazie al genere, che si forma grazie ai condizionamenti socioculturali e sulla pluralità di
esperienze legate ai diversi modi di vivere l’identità sessuata e situata. L’identità di genere quindi si forma attraverso l’interazione
con gli altri individui  socializzazione. E’ nata la sigla LGbtQ (lesbo-gay-bisex-transgender-queer).

Si inizia a parlare di antropologia nel periodo delle scoperte, in particolare la scoperta dell’America avvenuta nel 1492, quando gli
europei sono entrati a contatto con un nuovo popolo e quindi costretti a riflettere su senso e ragione di tante differenze. Fino ad
allora la terra era stata popolata in maniera discontinua, popolata solo in alcune zone. Dopo la scoperta dell’America nasce uno –
stupore- per la diversità, stupore che porta quindi alla perdita delle certezze e dell’identità. L’incontro con lo sconosciuto porta al
confronto con l’altro e questo ha accomunato umanità differenti determinando il sorgere delle nuove realtà sociali e identità
culturali. Le riflessioni sui popoli “selvaggi” assunsero un carattere “etnografico”, che significa “descrizione dei popoli” (dal greco
“ethnos”= popolo e “graphein”= scrivere). Etnocentrismo è dunque in primo luogo un atteggiamento valutativo - che può
esprimersi sia in giudizi sia in azioni - secondo il quale i criteri, i principi, i valori, le norme della cultura di un determinato gruppo
sociale, etnicamente connotato, sono considerati dai suoi membri come qualitativamente più appropriati e umanamente autentici
rispetto ai costumi di altri gruppi. Il termine è stato coniato da Sumner che parlava in-group (gruppo interno) e di out-group
(gruppo esterno), sostenendo che la costituzione di una comunità comporta inesorabilmente questa distinzione e demarcazione di
confini. Krober invece analizzerà l’etnocentrismo leggendovi un atteggiamento di sopravvalutazione o sacralizzazione della cultura
d’appartenenza da parte dell’individuo. Luch afferma che questo rappresenta solamente un’estensione dell’egocentrismo che si
trova alle radici della coscienza umana. Le relazioni, la parentela modellano il senso di appartenenza, il principio del Noi. Lanternari
afferma che l’etnocentrismo, è un generico e istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale.
Un altro concetto fondamentale è quello di etnocentrismo, inteso come l’attitudine o la prospettiva per cui i valori del proprio
corredo culturale vengono applicati anche a contesti culturali diversi, nei quali operano valori differenti. E’ la resistenza che si
manifesta in tutto ciò che è nuovo e diverso. Ad esempio questo ha portato alla nascita di dottrine fasciste.

La diversità nasce soprattutto dalla cultura e dal relativismo culturale. La matrice generativa è il verbo latino colere, ossia l’attività
di lavorare i campi per ricavarne piante e frutti; il corrispondente sostantivo cultus si traduce con “coltivazione” e da qui la
metafora della cultura come “coltivazione dello spirito”. L’aggettivo colto, da essa derivato, nel senso di “colui che l’educazione
aveva raffinato”.

Taylor affermava che “la cultura, o civiltà intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la
conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo quale
membro della società”. Il relativismo culturale è il principio secondo cui ogni cultura, diversità è degna di conoscenza e
considerazione e ogni valutazione pregiudiziale va superata. Il relativismo quindi è una posizione filosofica che nega l'esistenza
di verità assolute, o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva. Esiste
però anche il caso in cui la pluralità delle visioni viene estremizzata a tal punto che diventa un relativismo assoluto, quindi che
realtà, pratiche e scelte maturano in realtà differenti. Oggi infatti si parla di globalizzazione che ha portato con sé diverse
tematiche, tra cui il concetto di razzismo differenzialista, coniato da Taguieff. Per razzismo differenzialista si intende la posizione di
chi ritiene necessario "difendere e/o preservare" le differenze culturali dai processi di massificazione ed omogeneizzazione tipici
delle società occidentali e per questo ("per i bene delle culture altre") pensa che le società non debbano in nessun modo
essere multiculturali o interculturali. Quindi oggi la cultura è influenzata da dinamiche di globalizzazione/mondializzazione/flussi
transnazionali.

Alcuni allievi della Columbia University, tra cui Benedict, Bascom, Herskovits, diedero vita ad un nuovo settore di studi dedicato alle
culture afro-americane e ai processi di scambio tra gruppi definiti attraverso il concetto di acculturazione. Hersekovits si interessò
molto all’argomento ma trovò molti ostacoli, tra cui l’assenza di fondi, vista la scarsa attenzione a temi considerati di interesse
prevalentemente sociologico. Egli riuscì comunque a formare una generazione di ricercatori. Il termine acculturazione risale al
1880 grazie a Powell che studiò i processi di trasformazione nei modi di vita degli immigrati a contatto con la società statunitense.
Vedeva una relazione di scambio che, identificando un datore e un ricevente rimaneva unilaterale. Nel 1935 il termine
acculturazione fu ben analizzato nel testo Memorandum.  “fenomeni che si verificano quando gruppi di persone di culture
diverse entrano in contatto diretto e continuo, con modificazioni conseguenti nei modelli culturali originari di uno o di entrambi i
gruppi”. I risultati dell’acculturazione sono:

 Accettazione  E’ l’interiorizzazione dei modelli di comportamento ma anche dei valori intimi della cultura con cui si
entra a contatto, con la conseguente perdita della maggior parte del patrimonio culturale.
 Adattamento  Costituisce un “mosaico” storico, perché i tratti originari e quelli stranieri si combinano.
 Reazione  Quando a causa dell’oppressione o delle conseguenze impreviste dell’accettazione di tratti stranieri sorgono
dei movimenti contrari all’acculturazione.

Il progetto Memorandum non ebbe molto successo. In quel periodo infatti la ricerca antropologica era più concentrata a
testimoniare l’esistenza di pluralità di realtà culturali messa in crisi da una modernizzazione che definivano omologante in cui lo
scambio e il contatto portavano alla perdita o corruzione di presunte unicità culturali.
Franz Boas parlò del principio del diffusionismo, sviluppatasi agli inizi del 900. La corrente diffusionista contesta l’ipotesi
evoluzionistica, sostenendo che è l’interscambio culturale tra i diversi popoli a determinarne e a spiegarne sia le differenze che le
somiglianze dei tratti comportamentali e degli elementi culturali. Egli fondò l’antropologia cultuale nordamericana.
Paul Mercier afferma che sul piano generale l’acculturazione statunitense è rimasta prigioniera dei suoi limiti costitutivi e ciò ha
impedito di rappresentare dinamiche del cambiamento socioculturale.

Il termini etnia ed etnico sono diffusi nel linguaggio di massa, ma il loro significato nel tempo ha conosciuto dei cambiamenti perché
il termine ethnos deriva dalla Grecia classica e si utilizzava per indicare i greci al di fuori della polis. Era un termine negativo che si
tramandò anche nel cristianesimo per indicare coloro che non erano cristiani e pagani. Il termine ha subito uno sviluppo alla fine
del Settecento in Germania, periodo segnato da una tensione intellettuale. Schlozer nel 1772 parlò di Ethnograpisch e proponeva lo
studio di popoli come individualità coerenti e distinte. Il termine maturò anche tra l’illuminismo ed il romanticismo definendo
l’antropologia come campo di riflessione originale. Nell ‘800 in Europa il termine etnia viene utilizzato in ambito nazionalista con la
presenza di nuovi stati nazionali nati dalla frammentazione di vecchi imperi, ambivano al riconoscimento di autonome sovranità ad
esempio i tedeschi rivendicavano uno stato, una sola cultura, un solo popolo, infatti in quel periodò si iniziò anche a parlare di
razzismo, termine utilizzato per descrivere diversità e classificarle in base a caratteristiche fisiche. Invece il termine etnia è utilizzato
per classificare le popolazioni in base alle caratteristiche culturali e sociali. L’etnologia è lo studio sistematico di gruppi etnici, come
autopresentazioni dall’interno, come manifestazioni di scelte e strategie. I soggetti costruiscono la loro identità nelle relazioni.

I concetti di globalizzazione e mondializzazione sono nati agli inizi degli anni Novanta, epoca di cambiamento epocale che ne ha
favorito la diffusione. Cambiamenti non solo tecnologici, ma anche cambiamenti politici come la caduta di Berlino avvenuta nel
1989.
Le tre “i” 

 Internazionalizzazione: rete di scambi illimitata, mercati e comunicazioni che tecnologicamente assistita ha assunto la
forma di
 Interconnessione sincronica che ha determinato
 Interdipendenze.

Beck nel 1997 fece una distinzione tra tre termini: Globalità (1), globalizzazione (2), globalismo(3).

1) Si intende il mondo che è tecnologicamente interconnesso attraverso flussi commerciali, turistici e finanziari
2) Processo di interconnessione in avanzamento, con forme e realtà ancora da definire.
3) È l’interpretazione del processo.
La globalizzazione ha portato diversi progressi, soprattutto nel campo lavorativo in cui non c’è più una certa rigidità. Infatti dal
modello verticale Fordista si è passato a quello orizzontale “a rete”. Anche se ha portato una certa insicurezza tra i lavoratori
mettendoli in competizione tra di loro. La globalizzazione è un fenomeno talmente ampio che ha ristretto la visione dell’orizzonte e
ha creato visioni di scelte di vita illusoriamente illimitate e destini sociali. Questo ha portato ad una trasformazione dell’identità
umana in un’inautenticità di base, insicurezza e solitudine. E’ la solitudine del cittadino globale in cerca della politica e di uno spazio
pubblico. (Friedman 1996). L’inautenticità si manifesta su due livelli:
• Dal punto di vista del soggetto è diviso fra il desiderio di trovare un’adeguata espressione del proprio sé e la consapevolezza che
ogni identità è costruita arbitrariamente e quindi mai autentica ibidem

• Dal punto di vista della società con l’alienazione nelle società industriali. Hannerz pensava che anche se ciò che l’uomo riceveva
dal mondo esterno fosse plasmato, egli era in grado di affrontare ogni situazione, dal momento che avrebbe preso coscienza di sé e
del mondo, perché l’uomo non è un contenitore vuoto.

Parla anche delle culture in costante modifica con cambiamenti reversibili e irreversibili e per questo devono essere considerate
come “processi” e non “strutture”. I fenomeni che fanno parte della globalizzazione sono diversi e lo studio dei processi di questo
fenomeno restituisce un quadro di esperienze di relazione, di nuove interdipendenze e gerarchie in cui entrano in gioco una
molteplicità di aspetti tra cui quello economico, che si fonda sull’ineguale distribuzione di capitali  capitalismo cognitivo-
finanziario. Altri fenomeni tipici della globalizzazione sono le migrazioni di massa, pervasività dei media, produzione globale dei
linguaggi e delle tecnologie. Nel 1996 Appadurai ha individuato cinque nuovi scenari, cinque nuove realtà nazionali che influenzano
il flusso culturale landscape.

1. Ethoscapes
2. Mediascapes
3. Technoscapes Questi fattori si possono combinare tra loro e determinano l’esperienza nel mondo.
4. Financescapes
5. Ideoscape

Hannerz nel 1992 era orientato alla costruzione di una macroantropologia della cultura. Anche secondo lui la globalizzazione è
influenzata dai flussi. Per costruire un quadro generale del flusso culturale attuale vengono individuati quattro cornici
organizzative:

1. Forma di vita: attività quotidiane che definiscono una pluralità di stili di vita
2. Mercato: circolazione beni e servizi
3. Stato: territorio controllato ed organizzato da un potere riconosciuto
4. Movimenti: produttori di coscienza.

Secondo Hannerz questi agiscono e si influenzano tra di loro.

Un fenomeno ricorrente e continuo è l’esperienza del migrare, che porta le persone a spostarsi a causa di diversi fattori, migrano
per cercare migliori condizioni di vita. Questo fenomeno è definito anche come “diaspore della modernità”. Sayad nel 1999 afferma
che le migrazioni sono un “fatto sociale totale”. Queste portano ad una doppia assenza; nel paese di origine, in cui lascia un vuoto e
quella nel paese di arrivo in cui si trova a vivere in cui si può trovare escluso, perché costretto ad entrare in una nuovà realtà e
abbandonare i vecchi modelli e schemi (transnazionalismo). Il soggetto si trova perciò annullato della sua identità e cerca di
riacquistarla ricominciando da zero. I movimenti migratori fanno incontrare realtà diverse, strutturano un sistema complesso di
relazioni. E’ per questo che si sta lavorando per l’inserimento, perché è un fatto sociale che cambia il mondo e le persone. Si può
essere “qui e lì” grazie alle tecnologie e ai mezzi di comunicazione. Questi permettono un legame e restituiscono intimità alla
distanza.