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IL LINGUAGGIO POLITICO

Il linguaggio politico ha una precisa forma- funzione che è quella atta a produrre effetti
sui comportamenti e sulle decisioni politiche e quindi ad interagire con il sistema
politico.

CAP. I

DEFINIZIONE DEL CAMPO DI ANALISI

Caratteri distintivi dell’analisi del linguaggio politico

Fare politica è un esercizio di persuasione. Il modo di parlare e il modo di scrivere


caratterizzano una situazione storica. Le parole non sono separate dal pensiero, come ha
intuito de Sassure1[1], né il pensiero dalle parole.

L’analisi del linguaggio politico non può prescindere dal rapporto tra pensiero-
discorso-testo e contesto.

Scienza politica e linguaggio politico

Dal punto di vista metodologico occorre tener presenti due visioni che caratterizzano lo
studio del linguaggio politico nell’ambito della scienza politica:

1) Verificazionismoà priorità dei fatti dell’esperienza politica sul linguaggio.

2) Costitutivismo à il linguaggio non è lo specchio di una realtà oggettiva, ma


che piuttosto crea la realtà stessa. La realtà politica è costituita dal linguaggio
tramite la creazione di significati, crea rappresentazioni.

Edelman sostiene che la politica è sempre una costruzione o rappresentazione


linguistico- simbolica a partire da un punto di vista particolare. Parla della strategia
politica americana della “costruzione del nemico”2[2], che dà luogo, grazie a forme
linguistiche evocatrici di sentimenti contrastanti, a scelte e corsi di azioni dalle finalità
più disparate.

Il linguaggio politico, per natura, è controverso e poco suscettibile di verifica.

E’ attraverso il processo di comunicazione intersoggettiva che nasce la cosiddetta


opinione pubblica.

Secondo Habermas, l’atto della scelta politica può avvenire solo dopo che si è trovato
un accordo lessicale sui termini e sul modo di interpretare le parole con le quali
vengono descritte ad esempio le leggi vigenti. Tuttavia questa teoria ha dei punti deboli,

1[1] Significato e forma sono collegati.

2[2] Indipendentemente dal fatto che questo rappresenti una vera minaccia o
no.
perché si è rivelata insufficiente per spiegare il fenomeno della comunicazione politica
nell’epoca attuale.

Noam Chomsky ha analiz 656b15g zato le tecniche utilizzate per manipolare l’opinione
pubblica. Nelle moderne democrazie il ruolo del cittadino sta diventando sempre più
quello dello spettatore.

Con lo sviluppo tecnologico è andata sempre più consolidandosi una pratica della
comunicazione politica legata alla diffusione del linguaggio politico attraverso il mezzo
televisivo. Linguaggio basato sulle immagine, sulla spettacolarità più che sui contenuti.
Si è andato a recuperare un linguaggio semplice, da gente comune.

Linguaggio politico e discorso politico

La locuzione di “linguaggio politico” viene spesso utilizzata in modo intercambiabile


con quella di “discorso politico”. Sono due concetti contigui, eppure differenti.

Il discorso politicoà è una forma particolare di interazione sociale, caratterizzata da


una modalità specifica di utilizzo del linguaggio che richiede operazioni di investimento
di senso diverse da altri tipi di discorso. Mira a convincere persuadere (aspetto
pragmatico). Non è solo un discorso rappresentativo, ma si caratterizza come discorso
destinato all’azione politica. Non si distacca mai completamente da chi lo pronuncia. E’
il luogo per eccellenza delle forme dell’interazione politica, della mediazione, della
negoziazione e della cooperazione.

CAP. II

ANALISI DEL LINGUAGGIO POLITICO

L’analisi semantica è il primo gradino della ricerca. Attraverso l’uso di dizionari e


vocabolari, si risale all’etimologia della parola e se ne ricostruisce la storia.

L’ANALISI CONCETTUALE

Esistono diverse forme di linguaggio politico, che differiscono tra loro per il diverso
livello di operatività che rappresentano e per il contesto in cui si svolgono e si
realizzano.

ANALISI STRUTTURALE DEI CONCETTI E DELLE IDEOLOGIE

L’ideologia conferisce un certo ordine a un determinato gruppo di concetti politici, i


quali a loro volta ordinano alcuni tipi di fenomeni politici: l’ideologia struttura concetti
con un livello molto alto di operatività.

L’ideologia è il principio che organizza, regola e uniforma i propri concetti. Se esiste


una relazione diretta fra parola e pensiero, tra termini politici e concetti politici, questi
ultimi, però, si riferiscono a pratiche sociali concrete e ad eventi osservabili, dunque
sono dei referenti e non solo dei significati.
I concetti politici sono essenzialmente contestabili e presentano una dimensione
valutativa e una dimensione descrittiva. I concetti politici creano la realtà alla quale
leghiamo e attribuiamo significato.

I concetti sono il prodotto, empiricamente verificabile e descrivibile, di giudizi


differenti relativi alla combinazione e descrizione delle loro componenti, le quali
costituiscono, entro il concetto stesso, delle vere e proprie costruzioni culturali, sociali e
storiche. Nel corso di un dibattito o di un certo periodo storico, un determinato concetto
può perdere forza ed essere impoverito.

Freeden introduce la nozione di cluster concept “concetto grappolo”, caratterizzato da


una complessità interna, con connessioni aperte ad altri concetti politici.

I principali concetti politici sono costituiti da componenti ineliminabili e da componenti


“quasi contingenti”. Però non si può ridurre un concetto politico alla sua sola
componente ineliminabile, perché il contingente è necessario per spiegarlo. I concetti
politici sono prodotti sociali e culturali, ed importane per analizzarli è prendere in
esame il contesto.

Se la caratteristica dei concetti politici è la loro contestabilità essenziale, le ideologie


sono invece caratterizzate dall’operazione inversa della “decontestazione”3[3].

Le ideologie hanno la funzione di “fare da ponte tra contestabilità e determinatezza,


trasformando un’inevitabile molteplicità di possibilità nella certezza monolitica che è la
caratteristica fondamentale di una decisione politica e che è la base per plasmare
un’identità politica”.

La struttura delle ideologie è definita da concetti:

- centrali

- adiacenti

- perifericià i concetti periferici si dividono in concetti margine e concetti


perimetro

ANALISI STORICA E FILOSOFICA

Sulla base di una prospettiva storica si possono individuare numerosi esempi di analisi
concettuale. Fra questi:

 Begriffsgeschichte à il suo maggior esponente è Koselleck. Secondo questo


studioso, ogni concetto contiene una pluralità i significati e dunque un suo
attributo fondamentale è proprio l’ambiguità. Consente di unificare la
prospettiva sincronica e quella diacronica, senza limitarsi all’aspetto storico.
Enuncia una tesi analoga a quella della decontestazione, cioè che la sottrazione
dei concetti politici alla contestazione effettuata da un’ideologia rappresenta un

3[3] Tale decontestazione non è mai pienamente realizzata, anche all’interno


della stessa ideologia.
tentativo di legittimare un ordine politico preferito esercitando un controllo sul
significato delle parole politiche chiave.

La stretta relazione tra linguaggio e politica4[4] viene affermata a proposito della polis
greca.

La rivoluzione

evento politico che pone il problema di un nuovo inizio. La rivoluzione punta sia alla
libertà che alla liberazione.

Il totalitarismo

Le considerazioni della Arendt si incentrano su un’analisi genealogica e poi strutturale


di questo nuovo tipo di regime. Il totalitarismo appare come un insieme di elementi
condensati dallo stalinismo e dal nazismo, che di per sé non sono totalitari, ma che uniti
dalla forza di un’ideologia hanno condotto al risultato totalitario. La nuova forma di
dominio consiste non nell’isolamento dell’uomo dalla sfera pubblica, ma
nell’inglobamento anche della sua sfera privata, puntando ad una vera e propria
trasformazione della natura umana.

I mezzi di cui si serve sono l’ideologia, che costituisce un mondo fittizio, e il terrore,
che ha il compito di tradurre tale mondo in realtà.

Dal punto di vista organizzativo si realizza con il partito unico e la polizia segreta, ma il
totalitarismo manca di una struttura definita ed unica, essendo caratterizzato dalla
volontà assoluta del capo o dittatore.

Di carattere filosofico e teorico sono le considerazioni di Bobbio. Egli sottolinea


l’importanza dell’analisi linguistica unita a riferimenti storici classici. Si possono
individuare 3 momenti dell’analisi concettuale:

1) analisi del concetto vera e propria

2) analisi linguistica del nome

3) analisi fattuale della cosa o del referente

Nell’ambito della filosofia politica italiana, Augusto Del Noce ha utilizzato il metodo
dell’analisi concettuale in termini diversi da quelli di Bobbio. Egli parte dall’esperienza
della caduta del fascismo nel 1943. Il suo metodo consiste nella presentazione delle
opinioni comuni u un determinato argomento di carattere politico e nella ricerca dei loro
fondamenti filosofici. L’analisi del linguaggio politico consente di rilevare ed
interpretare i mutamenti in corso nella politica e nella società.

L’ANALISI DESCRITTIVA

Coincide generalmente con l’analisi del contenuto. Gli aspetti fondamentali dell’analisi
del contenuto sono:
4[4] Sottolineato da Hannah Arendt
- la qualità dei documenti utilizzati

- la validità e l’attendibilità del procedimento di codifica

- la stabilità

- la riproducibilità

L’ANALISI DEL CONTENUTO

L’analisi del contenuto parte dal presupposto che il linguaggio sia trasparente e che si
possa ridurre l’indagine alle singole unità che formano il lessico in questione,
contandole.

Ci sono diversi tipi di analisi del contenuto, tra cui:

1) l’analisi pragmatica à che classifica i segni in base al numero delle volte in cui
vengono utilizzati

2) l’analisi dei veicoli segnici à che rileva la frequenza di termini-concetto più


importanti

3) l’analisi semantica à classificazione dei segni considerati a seconda del loro


significato.

Interessante è l’analisi delle corrispondenze lessicali (ACL), che consente di mappare


l’uso di termini secondo determinate caratteristiche personali, politiche, ideologiche
dalle quali si possono evincere le strategie comunicative dei soggetti enuncianti.

LA SEMANTICA QUANTITATIVA

E’ un particolare tipo di analisi del contenuto, in cui vengono selezionate soltanto


alcune parole, determinati temi, proposizioni e simboli- chiave, questi ultimi intesi
secondo la definizione proposta da Lasswell come diretta espressione del “mito
politico”.

Il tema è un’unità di analisi complessa, all’interno di frase ma esterna al testo.

La proposizione corrisponde alla frase come compare nel teso e viene considerata in
riferimento al significato prevalente che essa esprime.

I contesti linguistici costituiscono un sistema di tipi identificabili di relazioni fra i


lessemi chiave e altre unità lessicali presenti nei contesti stessi. Queste relazionasi
strutturano in 5 categorie:

1) associazione

2) opposizione

3) equivalenza
4) identità

5) incomparabilità

ANALISI DEL DISCORSO POLITICO

Il discorso si compone di enunciati, di frasi. Quanto agli elementi minori non hanno
autonomia agli effetti del discorso. Ogni messaggio verbale viene considerato come un
tessuto di enunciati che può essere compreso solo nel suo complesso. Interdipendenza
fra linguaggio e discorso politico.

Il discorso politico è un insieme di enunciati che può essere esaminato e compreso solo
nel suo complesso, in ragione delle relazioni che lo determinano e della situazione in cui
viene espresso. Il discorso politico ha come scopo quello di determinare delle azioni
conseguenti, e si compone di più atti linguistici che assegnano ai diversi soggetti il
compito della costruzione del mondo esterno.

Sono due le caratteristiche essenziali del discorso politico:

1) l’intento allocutivo à di far credere

2) l’intento perlocutivo à di far fare

Il discorso politico si è sviluppato nelle democrazie liberali, ossia in quelle democrazie


dove tutto è determinato dallo scambio di opinioni, si configura come ambito di
negoziazione, anticamera delle decisioni politiche.

L’analisi del discorso riguarda anche i fenomeni che sottostanno alle frasi.
Originariamente l’analisi del discorso deriva dalla linguistica distribuzionale di Harris.
Essa riprende e integra 3 diversi tipi di approccio:

- sociolinguistico

- pragmatico

- enunciativo

Possiamo distinguere tre dimensioni della strutturazione del discorso:

1) sintattica à assicura al discorso una struttura razionale

2) semanticaà riguarda le definizioni dei termini e il contesto di utilizzo della


parola.

3) Pragmaticaà è quella che maggiormente caratterizza il discorso politico

Ci sono differenti modi di approccio e di sviluppo di questa analisi:


• analisi automatica del discorso (AAD)à formulata da Pecheux. Prevede
la costruzione di catene e di domini semantici
• analisi proposizionale (APD)à elaborata da Ghiglione.

L’ANALISI PROPOSIZIONALE (APD)

Considera come unità di analisi la frase, l’enunciato o la proposizione. L’obiettivo è


quello di individuare le tracce discorsive sottostanti. L’apd procede attraverso varie fasi.
Il testo viene suddivio in proposizioni e riscritto sotto forma di proposizioni
successive.La seconda operazione consiste nel reperimento dei referenti nodali (termini
intorno ai quali si struttura il discorso. Tuttavia oggi l’adp può essere considerata un
procedimento di analisi in fieri.

L’ANALISI PRAGMATICA

Si occupa degli scopi del comunicare , come unità di analisi si utilizza l’atto
comunicativo (una frase, un discorso, un gesto).

Il lessico è l’insieme delle parole che compongono una frase, mentre la morfologia è
dada da quelle parti di parole che sono portatrici di specifici significati.

E’ olofrastico un sistema di comunicazione in cui il significato di un atto comunicativo


è trasmesso da un unico segnale. Sono olofrastici, ad esempio, i gesti e le espressioni
del volto.

Si sta assistendo al passaggio da una fase logocentrista della comunicazione ad una che
mette in risalto la comunicazione non verbale (come gesti, mimica facciale, sguardo,
postura).

Esistono diverse modalità di comunicazione al cui studio si dedicano apposite scienze,


come la prossemica e la cinestesica.

La prossemica studia il processo di strutturazione dello spazio personale, o microspazio.


Edward hall è stato il primo studioso in questo campo.

La cinestesica si occupa dell’attività gestuale. Uno dei primi studi in questo campo è
quello di David Efron, in cui viene scientificamente provato che i gesti non sono un
fattore ereditario, ma un fattore culturale. Un altro studio fondamentale per la
cinestesica è quello di Jurgen Ruesch e Weldon Kees, in cui viene tipizzata la gestualità
dei francesi, dei tedeschi e dei nordamericani. La postura è la chiave non verbale più
semplice per scoprire l’attitudine e la personalità di un individuo.

Oggi, studiare la postura di un politico raffigurato in un manifesto può essere utile per
comprendere il posizionamento elettorale, ad esempio, soprattutto se la sua postura non
è congruente con quella del suo avversario. I dibattiti televisivi ci offrono numerosi
esempi invece di posture congruenti5[5]. I mutamenti posturali possono essere rilevatori
non solo del carattere e della personalità , ma anche del comportamento e delle opinioni
di un politico.

5[5] posizioni assunte da persone che imitano le attitudini fisiche del vicino.
Il gesto può essere definito in base a 2 dimensioni, una percettiva ed una mentale.

Recente studio di Isabella Poggi e Emanuela Magno Caldognetto: “partitura del


parlato”à trascrivere i segnali prodotti in 5 modalità diverse e analizzarli in termni
descrittivi e semantici. Le due studiose distinguono le seguenti modalità di
comunicazione:

• modalità verbale à parole e frasi con cui il parlante formula i suoi atti
linguistici
• modalità prosodico- intonativaà insieme delle caratteristiche
fonologiche del parlato (ritmo, pause, tono, intensità e durata)
• modalità gestualeà movimenti delle mani compiuti dal parlante durante
l’interazione
• modalità facciale
• modalità corporea

Rispetto al parlato, il gesto può avere una:

• funzione ripetitiva àse riporta esattamente lo stesso significato delle


parole
• funzione aggiuntiva à se aggiunge informazioni al significato delle
parole
• funzione sostitutiva à se porta un significato che il parlante ha previsto
nella pianificazione del parlato
• funzione contraddittoria à se il significato del gesto contraddice quello
delle parole.

L’ANALISI CRITICA (CDA, critical discourse analysis)

L’analisi critica del discorso considera il linguaggio come una pratica sociale e viene
generalmente applicata ai discorsi pubblici, istituzionali e politici. La metodologia
adottata da questo gruppo di studiosi ha come oggetto non solo i testi, ma anche i
processi sociali e le strutture in cui gli individui o i gruppi come soggetti storici
agiscono nella formulazione e nella creazione di significati.

Ruth Wodak indica 3 categorie analitiche indispensabili alla CDA:

il concetto di potere, quello di storia e quello di ideologia. Questo metodo si propone di


analizzare le possibilità di resistenza alle convenzioni sociali. Gli ambiti di ricerca della
CDA sono diversi.

Gli assunti principali di questo metodo possono essere schematizzati:

- il linguaggio è un fenomeno sociale

- non solo gli individui ma anche le istituzioni ed i gruppi sociali possiedono


specifici significati e valori espressi in un linguaggio sistematico

- i testi sono unità rilevanti del linguaggio


- i lettori e gli ascoltatori non sono recettori passivi di questi testi

- esistono analogie fra il linguaggio scientifico e quello delle istituzioni.

CAP. III

STILI E FUNZIONI

DEL LINGUAGGIO POLITICO

GLI STILI DEL LINGUAGGIO POLITICO

4 stili di linguaggio che strutturano il processo politico:

• esortativo à si indirizza ad un determinato tipo di pubblico, in maniera


diretta, al fine di ottenerne l’appoggio politico, ad esempio durante le
campagne elettorali, nelle udienze e nei dibattiti parlamentari. L’elemento
formale più importante è l’ampiezza di pubblico a cui è rivolto l’appello.
• giuridico à E’ quello con cui vengono stilate le costituzioni, i trattati, le
norme, i contratti, i progetti di legge e le parti normative delle sentenze. I
significati di questo linguaggio sono ambigui6[6]. Le interpretazioni di una
formulazione linguistica variano con il mutare dei giudici, dei tempi , del
contesto e degli interessi in gioco (flessibilità). L’ambiguità non è
casuale, ma è l’attributo più vantaggioso del linguaggio giuridico.
• amministrativo e burocraticoà autorevolezza del tono e precisione
delle definizioni. Si discosta da quello giuridico per la composizione dei
destinatari e dei destinatori. Si rivolge a destinatari che devono obbedire
in modo diretto e immediato alle direttive dei funzionari statali. Il
linguaggio burocratico presenta delle caratteristiche particolari: la cura
nella costruzione formale del testo è finalizzata a coinvolgere
emotivamente il recettore del messaggio, il discorso è estremamente
espressivo e poco comunicativo.
• di contrattazione à a questo stile è legata la dimensione di
negoziazione del linguaggio in riferimento all’espressione degli interessi.

LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO POLITICO

Le funzioni che il linguaggio politico svolge nel modellare e catalizzare la percezione


ed il comportamento sociale sono molteplici: si va dalla funzione rituale a quella
evocativa, o simbolica, dalla funzione persuasiva a quella programmatica e legittimante.

La funzione rituale

Atta a consolidare i vincoli emozionali degli individui. Concezione del rituale


eminentemente laica. Lo studio del rituale politico deriva in gran parte dall’opera di

6[6] Da un lato danno alla massa dei cittadini l’illusione che esista una
definizione automatica, precisa, oggettiva della legge e , dall’altro, forniscono un
lessico con il quale i gruppi organizzati giustificano le loro azioni perché questi
si uniformino a questa opinione della gente comune.
Durkheim, il quale, attraverso lo studio degli aborigeni australiani, mostra le funzioni
del rituale. Il rituale esprime secondo Durkheim il sentimento di dipendenza del singolo
nei confronti della società conferendo a quest’ ultima un’aura di sacralità agli occhi dei
suoi membri. La funzione rituale è atta a produrre conformismo politico (v. G.
Orwell7[7]). Il rituale politico è il mezzo più efficace per creare miti politici, sui quali si
impernia ogni discorso politico. Forme di rituale politico sono le elezioni, così come i
discorsi di insediamento del presidente della Repubblica, o le formule altamente
regolate in termini procedurali che servono ad evocare una risposta acritica ed
incondizionata.

Il rituale politico è importante non solo per i detentori del potere, ma anche per i loro
avversari: nelle società in cui la legittimità del potere è fortemente contestata, il rito può
essere parte intefrante di tale processo di opposizione.

La funzione simbolica

Lo spazio sociale si costruisce in base a 2 dimensioni:

- capitale economico

- capitale culturale.

I simboli sono creazioni semantiche che sfidano la pretesa razionalistica di ridurre il


detto a sintassi, a pura forma logica. A differenza dei segni, che hanno un referente
esterno specifico, i simboli non sono caratterizzati da associazioni così semplici e
univoche.

Tra i simboli politici linguistici, ad esempio, la denominazione assunta da un partito o


da una coalizione costituisce l’identità essenziale per porre politicamente le istanze dei
suoi aderenti. In politica anche i simboli non linguistici (bandiere, emblemi,
monumenti) hanno un ruolo importantissimo.

Possiamo individuare almeno 2 variabili analitiche in base alle quali osservare i simboli
politici :

• la forma à forme assunte dal conflitto per il potere (di proprietà; di


valutazione; innovativi; espansionistici)
• la funzione à il simbolismo entra nel processo politico per 3 canali (mito;
rito; competizione).

I leader compiono gesti simbolici, per stimolare nel pubblico un senso di identificazione
personale nei loro confronti. L’identificazione dipende dal grado in cui i significati
metalinguistici e connotativi trasmessi dai simboli si riferiscono a qualità apprezzate
dagli individui. I simbolo possono servire ad esprimere anche dissenso (ribellione).

La funzione persuasiva

7[7] Il suo saggio "Politics and the English Language" stabilisce un nesso fra la
decadenza del discorso politico e del linguaggio che usa por diffonderlo.
E’ svolta principalmente dalla retorica8[8]. La teoria classica della retorica divide lo stile
secondo uno schema diviso in 4:

1) inventio

2) dispositio

3) elocutio

4) actio

Le retorica serve a legittimare, orientare, risolvere i conflitti politici ed attuare le


politiche. Contribuisce ad unificare la società favorendo un senso di inclusione e di
apparenza. La retorica può degenerare. Spesso si fa uso di discorsi che nascondo il
contenuto reale del messaggio proprio per renderne impossibile la comprensione. Così il
codice della comunicazione finisce per produrre effetti distorsivi. Un’altra forma di
degenerazione può essere indotta dalla tecnologia.

Le metafore politiche

La metafora ha di recente acquisito un proprio campo di analisi. Oggi la metaforologia è


una branca autonoma del sapere. Le metafore sono presenti in politica più che altrove a
causa della difficoltà di identificare e descrivere con esattezza i connotati e i
comportamenti degli oggetti della scienza politica.

Le metafore politiche svolgono diverse funzioni, le principali sono:

• estetica à è data dalla capacità di attrazione della metafora presso i


destinatari.
• evocativa à capacità di alcune espressioni del linguaggio politico di
richiamare alla mente 9[9]del destinatario situazioni che lo coinvolgono e
lo mettono in causa personalmente.
• costitutiva à le metafore politiche sono elemento costitutivo del
significato politico nella misura in cui sono inseparabilmente connesse
alla tesi politica.

La metafora, inoltre, può essere analizzata in prospettiva diacronica(prospettiva storica e


una archeologica) e sincronica.

8[8] Costruzione del nemico à guerra fredda; enduring freedom -

9[9] metafora della “casa”, utilizzata inizialmente nei discorsi politici dopo il crollo
del muro di Berlino per identificare la “casa comune europea” in funzione della
creazione di un nuovo spazio di convivenza politica, a cui è successa la nuova
metafora nazionale di “casa delle libertà”, coniata per identificare la coalizione
di centrodestra, ridefinendo così uno spazio politico parzialmente diverso
rispetto alle elezioni del 1996, e utilizzata ultimamente anche dal centro sinistra
nel passaggio di definizione identitaria dalla “cosa” alla “casa”.
La metafora è insostituibile nel linguaggio politico, e ciò la espone al rischio delle
deformazioni.

Gli stereotipi

La nozione di metafora può essere meglio specificata nella distinzione rispetto ad altri
elementi di origine metaforica come lo stereotipo. Non tutti gli stereotipi sono metafore.
Lo stereotipo aiuta a semplificare il mondo, porta una ripetitività non creativa. Lo
stereotipo, in ultima analisi, schematizza e cristallizza una realtà in movimento
rifiutandosi, nel contempo, di cogliere l’evoluzione che contraddistingue lo stesso
gruppo bersaglio. Percezione generalizzata, semplificata e distorta di un aspetto della
realtà, che favorisce il sorgere e il mantenimento di pregiudizi. Le persone si servono di
stereotipi riprodotti fissamente, che permettono di "economizzare" il pensiero, per
mantenere il proprio sistema di valori ed acquisire una guida di comportamento.

Si può parlare di stereotipo sociale quando tale visione viene condivisa da un gruppo. In
questo caso gli stereotipi (su caratteri nazionali, sociali, razziali, di sesso) possono
condurre a ideologie discriminatorie10[10].

La funzione legittimante

Armonizzare i sistemi di credenze con i comportamenti, per il buon funzionamento e la


legittimazione del policy- making. Ottenere il consenso del pubblico alle proprie linee
politiche attraverso adeguate strategie simboliche ed efficaci appelli retorici. L
’organizzazione della politica contemporanea è chiamata a
rassicurare la collettività dei cittadini su tre punti in particolare: a) che
il decision making sia compiuto in modo intelligente, come risultato
cioè di una riflessione, e dell’uso completo delle informazioni
necessarie, b) che sia attento alle esigenze e interessi delle persone e
dei gruppi su cui si applica e che quindi questi siano coinvolti nel
processo decisionale in una qualche forma, c) che tale processo sia
sotto controllo da parte dei leader che lo hanno proposto e che ne
sono quindi i diretti responsabili.

CAP. IV

PER UNA TIPOLOGIA

DEL LINGUAGGIO POLITICO

Esamineremo diversi tipi di linguaggio, definiti in base all’ideologia, al


contesto ed al referente.

In Occidente, la politica ha mutuato per secoli il proprio linguaggio


dalla filosofia, ma oggi l’uso dei media ha modificato in maniera
profonda il modo di fare politica e il linguaggio politico stesso. Se da
un lato è stato recuperato un tipo di linguaggio semplice attraverso il

10[10] Stereotipo del migrante fuorilegge.


quale si esprime la gente comune, dall’altro il linguaggio politico si
avvicina sempre più al linguaggio della televisione.

I LINGUAGGI RIVOLUZIONARI

Hunt:

Il linguaggio rivoluzionario si trasforma direttamene in strumento di


cambiamento politico e sociale. I linguaggi rivoluzionari non sono
soltanto uno strumento di persuasione, ma sono costitutivi di un
mondo sociale e politico alternativo.

Michael Baker ha messo in relazione il linguaggio rivoluzionario con


tre tipi di discorso politico elaborati negli ultimi anni dell’ancien
regime a partire dal 175011[11]:

• discorso della giustizia à che aveva come oggetto il dispotismo


dei ministri
• il discorso della volontàà incentrato sul linguaggio della libertà
• discorso della ragione

Diversi linguaggi caratterizzati da diversi concetti chiave:

Inghilterra à costituzione consuetudinaria, ereditario, elettivo, prudenza.

Usaà fondazione, dichiarazione di indipendenza, saggezza direttiva, equilibrio,


interesse

Francia à nazione, costituzione, elezione

I LINGUAGGI TOTALITARI

La parola totalitarismo venne utilizzata per la prima volta in Italia nell’ambito


dell’opposizione antifascista di diverse tendenze (liberale, democratica, socialista,
cattolica). Il primo ad utilizzarla in senso aggettivale (“totalitario”) fu Giovanni
Amendola in un articolo del 1923, in cui definisce il sistema totalitario come quello che
fa presagire un dominio assoluto nella vita politica.

Alcuni mesi più tardi Amendola parla già di spirito totalitario. La parola “totalitario” si
diffonde sui giornali e le riviste dell’opposizione per tutto l’anno successivo,
specialmente in occasione delle elezioni parlamentari.

Particolarmente interessante è ancora la notazione di Amendola, il quale nel 1924


afferma che, in seguito all’identificazione anticostituzionale del partito fascista con lo
Stato, il linguaggio politico ha subito dei mutamenti e gli avversari politici sono
divenuti veri e propri nemici.

11[11] Nella Francia a fine del XVIII secolo, nel momento genetico del linguaggio
rivoluzionario.
Il primo ad utilizzare il termine “totalitarismo” come sostantivo fu il socialista Lelio
Basso in un articolo del gennaio 1925, in cui indica il nuovo ordine statale derivante
dall’identificazione dello Stato con il fascismo stesso. Quindi il termine ha nella sua
prima applicazione politica un significato tecnico e allo stesso tempo teorico-politico.
Naturalmente l’apprezzamento ed il giudizio di valore inclusi in questa parola sono
originariamente negativi.

Il fascismo, nella persona di Mussolini, tramite una di quelle operazioni del linguaggio,
si appropria di questo termine sorto proprio nell’ambito dell’antifascismo rovesciandone
l’aspetto valutativo negativo in positivo. Fino alla ricerca di Petersen si ritenne che
fosse stato Mussolini a coniare il neologismo “totalitarismo”.

Del resto, il fascismo è stato giustamente definito come fenomeno unico, come una
novità. L’unicità del fascismo: divenne il capostipite e modello per altri partiti e regimi,
in Europa e anche fuori dall’Europa, nel periodo fra le 2 guerre mondiali.

E’ opportuno fare attenzione ad alcuni aspetti del linguaggio totalitario a cui il fascismo
diede origine appropriandosi del termine “totalitarismo” ed applicandolo alla sua
visione della politica e del potere.

Nel discorso del 22 giugno 1925 all’Augusteo, il primo in cui Mussolini utilizza il
termine totalitario, il capo del fascismo parla di volontà totalitaria. Il fascismo come
soluzione totalitaria significa che lo Stato “rivendica a sé tutto l’uomo”. E’ un
totalitarismo che ha un carattere quasi di religione laica.

La Chiesa non vuole vedersi sottrarre potere e con Pio XI afferma: “e in questo caso ci
sarebbe una grande usurpazione, perché se c’è un regime totalitario- totalitario di fatto e
di diritto- è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa.
[…] Allora la Chiesa ha veramente il diritto e il dovere di reclamare la totalità del suo
potere sugli individui”12[12].

E’ importante sottolineare altre caratteristiche del linguaggio totalitario, relative al suo


rapporto con il concetto di rivoluzione. Elemento fondamentale dell’ideologia fascista è
proprio “l’affermazione del primato dell’azione politica, cioè il totalitarismo, inteso
come risoluzione totale del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori
attinenti alla vita privata al valore politico per eccellenza, lo Stato. Nel fascismo, lo
stato totalitario fu un mito consapevolmente adottato quale modello di riferimento per
l’organizzazione del sistema politico, e concretamente operante come codice
fondamentale di credenze e comportamenti per l’individuo e per le masse. Primato della
politica e dello stato. Proprio nel clima dell’accelerazione totalitaria si inserisce la
promulgazione delle leggi razziali, avvenuta nel 1938, preparata e seguita da un’intensa
propaganda sulla stampa.

Lo sviluppo del termine “totalitarismo” segue dei percorsi emblematici in alcuni autori
italiani, mantenendo in alcuni casi il significato originario tecnico e politico
amendoliano, in altri addirittura accogliendo la possibilità di una sua funzione valutativa
positiva esplicitamente contro il fascismo ed in chiave non cattolica13[13] e in altri
ancora esemplificando il percorso del rovesciamenti del suo valore apprezzativi dopo la
fine della seconda guerra mondiale. Varietà di utilizzo del termine.
12[12] Ossia della funzione totalitaria dell’istituzione ecclesiastica.
I LINGUAGGI DELLA CRISI

Edelman:

“Una crisi è una creazione del linguaggio usata per descriverla, e la comparsa di una
crisi rappresenta un atto politico, non il riconoscimento di uno stato di fatto o di una
situazione eccezionale.”

Nel caso italiano, il linguaggio della crisi si esprime attraverso il lessico del
“nuovismo”, in quanto rovescia il contenuto delle parole vecchie, per cui quando si dice
una parola si deve intendere il suo contrario, come nel caso del “federalismo”, che nel
linguaggio leghista è servito ad indicare, in un primo momento, “secessione”.

Il linguaggio della Lega14[14] è una delle forme del linguaggio della crisi, ossia della
frattura, nel senso che riflette e costituisce al tempo stesso una rottura di natura sociale e
territoriale che prende forma nella palese rottura dei codici in uso nelle precedenti forme
di linguaggio politico.

Si tratta inoltre di un linguaggio che può far a meno dei media, e che si rispecchia nella
crudezza e durezza di formule, slogan, motti. Usando anche un linguaggio dialettale
fuori dalle rigide griglie sintattiche e grammaticali; turpiloquio. Il punto fondamentale è
che la comunicazione della lega non “fa notizia,ma è la notizia”. La lega usa molto i
canali tradizionali della propaganda. Il suo linguaggio è di rottura, di minaccia, di
insofferenza. Si stabilisce con il pubblico un contatto fisico, senza mediazioni. Usa il
linguaggio della gente comune che non ha il tempo di pensare, che non elabora ma
ripete le sue formulazioni.

La rottura con lo stato centrale è l’originario obiettivo strategico della lega, un obiettivo
che in questa tornata elettorale è stato ridimensionato a causa dell’alleanza elettorale
con la casa delle libertà che ha condizionato la propaganda leghista soprattutto in
quest’ultima tornata elettorale. E’ solo attraverso il linguaggio diretto ed immediato che
il mezzo può diventare il messaggio. Sacralità fasulla. Bossi si è riappropriato della
piazza , ha recuperato la dimensione face-to-face, del passaparola.

E’ sull’antimeridionalismo e sulla funzione antiromana, che si condensa la proposta del


federalismo, brandito inizialmente come arma di minaccia secessionista e ora
ricompresso nella formula meno forte di devolution. Due livelli del discorso leghista:

• reazionario
• conservatore à ben nota formula della disobbedienza fiscale.

13[13] Totalitarismo alternativo sia a quello comunista sia a quello gerarchico


fascista. Questo consiste nell’apertura e nel potenziamento dell’interiorità e nel
rifiuto della trascendenza, nell’unione di socializzazione e personalizzazione,
ossia in un universalismo religioso della libera collettività.

14[14] Esclusione, anti… Berlusconi nelle elezioni del 1994 utilizzo fra tutte la
formula “anticomunismo”, così come avvenne nella propaganda postbellica
della dc, un anticomunismo che attualmente non trova più ragione di esistere
ma che, tuttavia, esprime un potenziale differenziale rispetto alla sinistra.
Se poi ci si cimenta nell’analisi del lessico di Forza Italia si troveranno numerose parole
polisemiche che rimandano a formule politiche mistiche. Il linguaggio politico di forza
Italia presenta, nelle forme e nei contenuti, un forte elemento di continuità con la
tradizione politica precedente, al punto che si può individuare un fattore che più degli
altri ha funzionato nella strategia comunicativa forzista: si tratta del meccanismo
denominato “CRIPTOMNESIA”, per cui si è identificato come nuovo qualcosa che già
si conosceva e si era visto e sentito da qualche parte, ma che si era dimenticato e che ha
agito a livello di archetipi preesistenti. I valori e le issues a cui si richiama Forza Italia
sono pur sempre i valori tradizionali (famiglia, libertà, sicurezza, lavoro), ripresi ed
utilizzati al fine di ottenere l’adesione immediata da parte dei destinatari.

Dopo gli eventi dell’11 settembre stiamo sperimentando una nuova forma di
propaganda di guerraà guerra globale, totale…

CAP. V

LINGUAGGIO POLITICO E PROPAGANDA

La propaganda politica: teorie e definizioni

Il termine “propaganda” ha origine nella denominazione dell’istituzione pontificia che


ha il compito di governare l’attività missionaria e di proselitismo cattolico nel mondo, la
Sacra Congregatio de propaganda fide, fondata nel 1622 da Gregorio XV. La
congregatio più tardi assunse oltre alle funzioni di proselitismo e attività missionaria, i
compiti di istruzione ed assistenza15[15].

La propaganda moderna si sviluppa a partire dall’incontro tra l’intenzione del


propagandista e l’espressione di un bisogno reale da parte del pubblico a cui la
propaganda è rivolta. Per Ellul l’affermazione della propaganda di tipo moderno,
tuttavia, si ha solo con la prima guerra mondiale16[16] e la rivoluzione di ottobre in
Russia.

Sempre al pensiero marxista e all’ideologia comunista appartiene la distinzione tra


agitazione (che presenta poche idee a molte persone) dalla propaganda (l’offerta di
molte idee ad un pubblico ristretto). Le caratteristiche della propaganda moderna sono
costituite dal sorgere delle prime teorizzazioni.

Lasswellà i mezzi di comunicazione hanno il potere di controllare e produrre


mutamenti nel comportamento collettivo delle masse

Ellulà propaganda come un mezzo di sostegno e rafforzamento dei valori sociali, di


promozione della stabilità piuttosto che di mutamento del comportamento

15[15] La propaganda cristiana si sviluppa nel moneto in cui il Papato diventa


una forza politica ed utilizza la fede non solo per diffonderla, ma anche come
mezzo al servizio di una politica.

16[16] E’ proprio con la prima guerra mondiale che iniziano a sorgere le prime
istituzionalizzazioni della propaganda (ministeri, commissioni…).
Lazarsfeldà influenza limitata sugli elettori dei mezzi di comunicazione di massa.

Altro gruppo di teorie è quello caratterizzato dall’accento posto sugli usi e sulle
gratificazioni17[17].

Esistono diverse definizioni e classificazioni dei tipi di propaganda, tra queste alcune
sottolineano il suo carattere di processo di formazione di mentalità collettive.

Si può inoltre distinguere fra una propaganda ufficiale ed una non ufficiale, a seconda
dei canali e degli organismi che la promuovono (governativi o non governativi). E’
possibile anche individuare diversi tipi di propaganda a seconda del pubblico a cui si
rivolge e delle attività collettive che intende promuovere o influenzare: propaganda
politica e sociale. Con altre sottocategorie.

Una distinzione classica dei tipi di propaganda è quella di McQuail:

• propaganda bianca à che fornisce un’immagine positiva di una


personalità, etc, senza inganni o inesattezze
• propaganda grigia à che opera una selezione che può giungere
all’inganno
• propaganda nera à ingannevole, distorcente e priva di principi.

Definizione generale di propaganda politica:

 Forma di comunicazione intesa come tentativo sistematico, realizzato


tramite la diffusione di idee grazie a tecniche particolari, di influenzare e
modificare le opinioni e i comportamenti di un determinato gruppo
sociale o di più gruppi per il raggiungimento di una finalità di carattere
politico.

TECNICHE DI PROPAGANDA

Oltre a quelle basate sul conformismo e sulla parzialità dell’informazione esistono:

• la tecnica della classificazione, o etichettatura à manipolazione del


linguaggio
• utilizzazione dell’ambiguità del linguaggio
• disinformazione
• la tecnica del capro espiatorio à persecuzione nazista contro gli ebrei
• censura in tutte le sue forme ,comprese quelle istituzionalizzate

17[17] Secondo tale teoria la situazione sociale genera bisogni nelle persone e i
media sono considerati da ciascun membro del pubblico capaci di soddisfare
alcuni di questi bisogni e per questo vengono “usati”; dall’uso dei mass media in
vista della soddisfazione dei bisogni derivano al pubblico “gratificazioni” che
aiutano ad affrontare la situazione sociale e ad alleviare eventuali condizioni di
disagio.
Inoltre, esistono due tipi di propaganda:

persuasiva

• emotiva à tramite stimoli o azioni che impressionano i sensi

Analogamente si distinguono due tipi di agenti della propaganda politica:

• il propagandista à ce con la persuasione guadagna novi militanti e si


rivolge ad un numero ristretto di persone
• l’agitatoreà si rivolge ad un numero molto superiore di persone,
indirizzando la loro azione verso obiettivi prestabiliti , sensibilizzandoli e
addestrandoli.

CIACOTIN identifica i simboli della propaganda, i simboli politici possono essere di


diversi tipi e gradi di complessità: lo schema che utilizza è quello a piramide:

La croce uncinata18[18] nazista era più vantaggiosa rispetto al fascio littorio del
fascismo (più semplice, di grande forza impressiva). I simboli evocano stati d’animo
che possono pendere la forma di riti (culto del milite ignoto19[19]).

La propaganda politica come tecnica sociale


18[18] Segno simbolico che si ritrova presso molte popolazioni dalla preistoria
fino in età storica, variamente interpretato nel quadro del simbolismo solare:
consiste in una croce a quattro bracci di uguale lunghezza, terminanti ciascuno
in un prolungamento ad angolo retto volto verso sinistra”. [dal sanscrito
svastika- ‘apportatore di salute’].

19[19] Nel 1920 anche l'Italia celebrò il Milite Ignoto e la salma del soldato venne
sepolta nel Vittoriano a Roma, costruito per commemorare l'Unità d'Italia, a
simboleggiare ancora una volta l'unione tra patria e guerra.

Queste cerimonie, così come l'incessante costruzione di monumenti ai caduti


negli anni del dopoguerra riuscirono in quella incredibile trasformazione della
realtà che fece di una guerra sanguinaria una vicenda eroica e carica di
significati patriottici. Già nella scelta di dedicare la tomba al soldato ignoto era
all'opera il mito della guerra combattuta per la nazione, e quell'uguaglianza di
status riservata ai martiri della patria. Non si voleva celebrare un singolo gesto
eroico e neppure l'eroismo ma la fedele obbedienza di tutti i caduti alla propria
nazione: la salma da tumulare venne scelta casualmente all'interno di un
gruppo di cadaveri di soldati caduti in battaglia.
L’opinione pubblica è un processo di informazione in continua trasformazione, che
presenta diversi gradi di intensità a seconda che si tratti di propaganda, pubblicità o altro
, ma che ha sempre la stessa struttura. Diversi fattori contribuiscono alla formazione e
alla diversificazione dei gruppi sociali: oltre alle circostanze fisiche, alle condizioni
economiche e sociali, agli orientamenti politici e ideologici, c’è la cultura.

L’attitudine è una cerca disposizione mentale o disposizione attiva nei riguardi di certi
oggetti e di situazioni determinate che rende il soggetto più o meno favorevole a questi
oggetti e situazioni e la cui analisi consente di ricavare quale sarà l’atteggiamento di un
individuo di fronte ad eventi analoghi o differenti. L’attitudine si forma con l’esperienza
personale e serve anche a spiegare le opinioni.

La propaganda può essere considerata un tentativo di utilizzare una forma di potere


sociale nell’interesse del mittente piuttosto che in quello del destinatario.

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DEFINIZ15614.php