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FUORI DAL SILENZIO – FILIPPINI, GENOVESE, ZANNONI

La complessità della società contemporanea è data da fattori che si intrecciano tra


loro, quali la globalizzazione e il localismo, povertà e benessere, agio e disagio, forza e fragilità.

POVERTA’
Fenomeno multidimensionale che può toccare diversi aspetti della vita di un individuo e coinvolge
non solo i soggetti collocabili negli strati bassi o marginali della società. Si tratta di un fenomeno
multifattoriale dati i diversi elementi che provocano l’ingresso di un individuo nella povertà e il loro
ripercuotersi sull’esistenza. Va inteso come processo di più o meno lunga durata.
La povertà non ha a che fare solo con la ricchezza, povertà può essere interpretata come il contrario
di benessere inteso non come ben-avere, quindi concetto associato al possesso di beni e alla
conformità economica rispetto alla società in cui si vive, ma benessere è una condizione trasversale
a tutti i diversi aspetti della nostra esistenza: materiale, affettivo, sociale, relazionale, fisico,
intellettuale. La crescita della ricchezza non è correlata al benessere e non comporta una
diminuzione della povertà in termini generali e globali.
Il povero è chi, avendo poche risorse a disposizione ed essendo incapacitato ad utilizzarle appieno,
vive una situazione di esclusione sociale, di malessere (che può essere latente o durare a lungo),di
vulnerabilità rispetto al contesto sociale e di marginalità, incapace di trasformare le
proprie risorse in benessere causando microfratture con famiglia, scuola e società.
POVERTA’ MATERIALI
Le cause possono essere diverse: contesto familiare, precarietà, disoccupazione, carenze educative.
Colpisce maggiormente i giovani, che spendono più di quanto hanno, supportati dai genitori e nel
loro caso la causa risiede in particolare nella volontà di far parte della società del consumo pur non
avendone le reali possibilità.
POVERTA’ RELAZIONALE
Tipica della società individualistica odierna, in cui non si inverte nella costruzione di legami e
questo è riscontrabile a partire da contesto familiare e dalla crescente frequenza di figli unici e
genitori separati. Visione del mondo sempre più egocentrica ed egoista che porta ad un
atteggiamento di ribellione e chiusura verso gli adulti e quindi ad un’assenza di dialogo con le altre
generazioni.
POVERTA’ PROGETTUALE
Data dall’incertezza e dalla paura del futuro causata da un presente carico di
ricchezza e opportunità consentito dalla protezione della famiglia e dovuto al ruolo della tecnologia,
la cui dimensione del tutto e subito fa perdere la capacità di pensare al futuro a lungo termine.
Questa povertà viene spesso trasformata in passività, omologazione e conformismo.
POVERTA’ DOVUTA A SITUAZIONI DI DISAGIO E DEVIANZA
Data dalla sensazione del sentirsi fuori posto (tipica dell’adolescenza), privi di punti di riferimento
o di un equilibrio fra appartenenze multiple a causa dell’intrecciarsi oggi di realtà
complesse e identità transnazionali. A ciò si aggiunge la povertà data dall’emarginazione sociale,
soprattutto nel caso delle periferie, in cui i rapporti tra persone di degradano e prevale passività,
frustrazione, violenza e indifferenza.
POVERTA’ CULTURALE E INFORMATIVA
A cui si lega il tema dell’abbandono scolastico e l’incapacità di usare in modo adeguato le nuove
tecnologie.

La povertà è un processo dinamico che può coinvolgere tutti in momenti di fragilità lavorativa o
sociale. Concetti come vulnerabilità e capabilities si inseriscono all’interno di questa dinamicità.
Concetto di vulnerabilità espresso dal sociologo Robert Castel che sostiene che vi sono 3 aree che
un individuo può attraversare nel corso dell’esistenza e che rappresentano una corta di
percorso di impoverimento (uno di queste quello della vulnerabilità):
1. Area dell’integrazione: vengono compresi tutti gli individui integrati, inseriti in una
situazione occupazionale, relazionale e sociale stabile, indipendentemente dallo status.
2. Area della vulnerabilità: si situano qui tutti gli individui che vivono in condizioni fragili e
precarie sia nel contesto lavorativo che relazionale
3. Area della désaffiliation: quelli che vivono in condizioni di emarginazione sociale e
di disoccupazione.
Le frontiere di queste aree sono mobili, dipendono dalle fasi economiche, lavorative e sociali che
possono cambiare lungo il corso della vita.
La vulnerabilità si configura come un processo che si genera a seguito delle trasformazioni di due
ambiti centrali della vita collettiva: il lavoro e le reti sociali, sempre più stravolte da logiche
strumentali. Viene associata con un senso di insicurezza, impotenza, incapacità a progettare il
proprio futuro, disagio diffuso e non delineabile. Queste problematiche possono essere generate
dalle difficoltà economiche e coinvolgere anche aspetti psicologici, relazionali e cognitivi.
La vulnerabilità non è quindi una condizione predeterminata e definitiva, ma un’ipotesi. Si
può trasformare in disagio quando le risorse interne della persone e l’appoggio esterno non sono in
grado di far fronte alle sfide che l’individuo deve affrontare.
Il concetto di capabilities dell’economo Amartya Sen si riferisce alle capacità che un
individuo ha di trasformare le opportunità in risorse, i beni in sviluppo e benessere. Non è tanto il
reddito, la disponibilità, quanto le modalità di utilizzo. Questo concetto riflette la liberta di scegliere
la direzione della propria vita.
Le categorie di immigrati e dei giovani sono a rischio perché combinano diversi fattori di disagio.
Un fenomeno che caratterizza il mondo contemporaneo è la GLOBALIZZAZIONE
(insieme ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e
culturale tra le diverse aree del mondo) che ha portato a cambiamenti sociali nella società post-
industriale coinvolgendo gli individui, le loro connessioni, gli spazi, i tempi e le
caratteristiche del vivere quotidiano. Le caratteristiche che connotano la globalizzazione
sono:
- Mondializzazione dell’economia, delle leggi di mercato e di produzione delle merci;
- Velocità delle trasformazioni per l’automazione e l’informatizzazione dei sistemi produttivi
- Globalizzazione dei sistemi di informazione che offre nuove possibilità di comunicazione virtuale
e omologa bisogni e consumi. È un fenomeno connotato da contraddizioni e complessità.
PRO/EFFETTI POSITIVI
- Offre nuove e grandi possibilità di produttività, efficienza di sviluppo sia in termini economici che
di scambio e conoscenze
- Possibilità di avere uno sguardo globale, fuori dalla monoculturalità, rendendoci partecipi di
quello che avviene intorno a noi a livello globale.

CONSEGUENZE/EFFETTI SUGLI INDIVIDUI CHE HANNO CAUSATO LA CISI DELLA


NOSTRA CIVILTA’:
- Difficoltà nella costruzione della propria identità
- Difficoltà della regolamentazione perché sono molti gli stimoli che giungono
- Sfiducia verso il futuro
- Senso di impotenza e disgregazione sociale
- Contestazione del principio di autorità frutto dell’individualismo e dell’utilitarismo,
ricorso a coercizione o seduzione e quindi falsi autoritarismi
- Ricerca dell’eterna giovinezza
- Scomparsa del concetto di persona, tutto è volto verso i profitto, ciò che conta sono i propri diritti,
l’altro è annullato dal consumo.
- La tecnologia dovrebbe garantire democratizzazione della cultura, ma provoca il rischio di essere
sommersi a una quantità enorme di informazioni difficilmente assimilabili e interpretabili. Cultura
che si fa sempre più complice dell’omologazione e che abolisce alla riflessione critica escludendo la
diversità. Realtà virtuale che si confonde sempre più spesso con quella reale, si è incapaci di leggere
appieno entrambi.
Difficoltà a interpretare gli avvenimenti quotidiani data dalla co-determinazione dei fatti sociali. Il
tutto infatti non è dato dalla semplice somma delle parti e quindi la conoscenza dei suoi elementi
non comporta la conoscenza del tutto.
- Società sempre più focalizzata sull’individuo a discapito del gruppo e del senso di appartenenza a
una comunità o a un sistema sociale. Quando c’è un gruppo, sfocia dei suoi aspetti peggiori,
degenerati, di chiusura e di intolleranza. (vedi per una pedagogia interculturale).
- Società sempre più concentrata sull’apparire
- Logica distorta del ben avere e non del ben-essere, logica che segue il mercato. Denaro unica
forma di benessere e autonomia
il lavoro non è più la strada per l’affermazione sociale ma un mezzo per consumare. Il consumo
si lega all’individualismo perché è un’attività solitaria. In quest’ottica il povero è inutile perché non
può entrare nel mercato, non può offrire niente, quindi espulso dalla società. Degrado sociale e
dissociazione tra ben-avere e ben-essere. Economia basata sulle logiche del profitto che fa si che
questa mentalità si insinui anche tra le persone. Mentalità basata sullo sfruttamento, sulla
competizione e lo spreco. Gli stili si sono uniformati, i bisogni e consumi si sono appiattiti a una
logica di mercato, le culture si sono appiattite e omologate, tutto diventa questione di affari, siamo
costantemente controllati e visti come consumatori e oggetti di mercato e non come persone.
Cambiamento della scala di valori che regola rapporti tra persone e conduce a esclusione e
emarginazione dei più deboli. La competizione diventa fattore per misurare il proprio successo e
costruire le relazioni con gli altri generando isolamento. Gli uomini è normale che abbiano bisogni
ma devono essere al servizio della vita e non il contrario. Bisogna imparare a distinguere i falsi
bisogni, quelli indotti dalle logiche di consumo, da quelli reali. Bisogna sostituire la ricchezza
materiale con una ricchezza non più basata sul superfluo e sui beni ma sulla ricerca di relazioni che
riempiano il vuoto della solitudine.
- Incremento di disuguaglianze e squilibri, polarizzazione della ricchezza, crescita divario
poveri- ricchi.
- Società concentrata sul mondo degli adulti, ritardando la crescita e responsabilizzazione dei
giovani visti solo come consumatori. Non vengono educati in prospettiva di ciò che saranno in
futuro ma di ci che sono nel presente. I giovani sono relegati in spazi protetti, precostruiti, luoghi
pubblici sono da evitare perché pericolosi. Incapacità dei giovani di leggere la complessità. Giovani
perdono punti di riferimento che li aiutano nella crescita e nella costruzione della propria identità e
personalità.

Bisogna creare spazi di vivibilità in cui giovani siano protagonisti, autonomi, liberi, spazi di
relazione per crescere e capire la realtà senza la presenza degli adulti.
- Inquinamento, degrado ambientale
Secondo il MODELLO ECOLOGICO di Bronfenbrenner, il contesto, a diversi libelli condiziona la
vita di ognuno, l’ambiente influenza lo sviluppo e la crescita della persona ed è formato da 4 piani
diversi che interagiscono tra loro (vedi anche formazione sociale dell’individuo per una pedagogia)
Microsistema: costituito dalle persone che sono direttamente a contatto con l’individuo, la famiglia,
la scuola e gli amici.
Mesosistema: si riferisce alle relazioni che si instaurano tra i diversi microsistemi in
cui l’individuo è inserito.
Ecosistema: composto da quegli ambienti sociali che non interagiscono direttamente
sull’individuo ma lo influenzano (ambiente lavorativo dei genitori)
Macrosistema: insieme delle ideologie, delle strutture sociali e culturali a largo retaggio di cui un
individuo è parte. L’unica strada per assumere uno sguardo critico rispetto a ciò che ci circonda per
evitare il più possibile la povertà è uscire dalla propria zona di comfort, un cerchio attorno a noi
stessi che si siamo costruirti e dentro il quale sappiamo come muoverci perché tutto è codificato e ci
è familiare. A nostra identità, la nostra cultura di appartenenza, i contesti e le situazioni che
conosciamo sono la nostra zona di comfort, che è costellata anche da pregiudizi e stereotipi su ciò
che non è noto. Uscire dalla zona comfort vuol dire aprirsi al possibile per potersi arricchire
attraverso l’incontro e le mescolanze. Le identità e le culture si costruiscono negli incontri e nelle
mescolanze, non sono fisse, evolvono. Gli individui hanno responsabilità di azione, non sono
fruitori passivi.
L’intercultura si prospetta allora come prospettiva di scambio e dialogo attraverso cui possiamo
lasciare la nostra comfort zone e allargare le nostre conoscenze imparando a fare i conti con il
compromesso. Le differenze ci arricchiscono, ma vanno riconosciute nello sfondo che ci accomuna
o si corre il rischio del relativismo o dell’universalismo. (vedi per una pedagogia)
Nella dinamica società odierna, si può passare da una condizione di agio a una di non agio a un
disagio vero e proprio.
Nella società di oggi, i giudizi, i valori, le regole di condotta da adottare da individui o gruppi
sociali sono legati a specifici bisogni e non hanno più, una morale assoluta, unica e
condivisibile. La società contemporanea è dominata da spinte esasperate all’individualismo ed è
sempre più difficile la trasmissione di valori condivisi in una società in cui vi è indifferenza verso
ogni regola che intralci la libertà di fare ciò che si ritiene più utile e conveniente. Si parla allora di
relativismo morale che fa si che si ricorra alla violenza per la risoluzione dei conflitti in
tutti gli ambiti, che la violenza venga rappresentata come normale strumento relazionale
risolutivo verso difficoltà, che non vi sia investimento verso valori condivisi che vengono invece
percepiti come limitanti della libertà personale, che l’altro venga inteso solo come
strumento per i propri obiettivi e che si diffonda un modello dell’io onnipresente detentore di tutti i
diritti.
Questo relativismo morale fa si che si sviluppi quella sensazione di disagio che viene visto come
una difficoltà a gestire la complessità sociale, in particolare a far fronte alle contraddizioni dei
processi di socializzazione e identificazione. Il disagio è un’esperienza normale nel
percorso di crescita di ogni individuo, legato alle diverse fasi della vita, è a sensazione di
difficoltà del crescere. Sono i rapporti che l’individuo instaura con il mondo, che sono incerti e
fonte di problematiche più o meno complesse, che sono la causa del disagio.
Disagio evolutivo: caratterizza il percorso adolescenziale
Disagio socio-culturale: dovuto al disorientamento proprio della società complessa a causa
dell’assenza di punti di riferimento, incertezza del futuro, instabilità, disorientamento.
Nella nostra società stratificata è presente una disparità in termini di risorse e opportunità e questo
porta a una diversificazione di situazioni di disagi dovuto a situazioni problematiche, sentimenti di
esclusione, frustrazione causata da un modello consumistico apparentemente alla portata di tutti…
I giovani presentano forme più o meno gravi di sofferenza e disagio psichico, alcuni presentano
problemi di dipendenza, altri hanno difficoltà nella sfera relazionale e comunicativa che vengono
espresse attraverso azioni aggressive e violente, altri sono vittime di un individualismo esasperato
che provoca un’incapacità di gestire le relazioni interpersonali.

GLI ADOLESCENTI E I GIOVANI TRA DISAGIO E POVERTA’


Il mondo giovanile è complesso e variegato, deve essere visto alla luce delle relazioni con il mondo
degli adulti e delle capacità che queste relazioni hanno di far crescere. Nel mondo di oggi, in cui
viene esaltata la libertà di scelta, l’adulto non trasmette più valori comuni e l’adolescente, che per
natura è curioso, non ha tutte le informazione e competenze necessarie per potersi muovere
adeguatamente in questa realtà. In nome del rispetto della libertà individuale, gli adulti si
sentono tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane . Manca l’identità sociale e
culturale e questo produce disorientamento. La relazione che il giovane instaura con l’adulto
viene oggi rinegoziata nei termini della asimmetricità. Tutto ciò è amplificato nei giovani di
seconda generazione, sospesi tra più mondi. Così facendo però si evita il conflitto (vedi normalità
conflitto più avanti), che invece è costruttivo ed è un modo per entrare in contatto con i propri
bisogni e possibilità di dialogo.
La società attuale trasmette valori orientati alla ricerca del piacere, dell’avventura, dell’eccitazione,
della novità, conduce alla ricerca di esperienze limite. Oltre a questi fattori culturali e sociali, ci
sono condizioni di vita che più di altre producono il disagio:
- Famiglia: sempre più nucleare, confronto con solo persone adulte che porta a una socializzazione
lasciata ad altri contesti. La famiglia ha il compito di soddisfare i bisogni primari dei suo membri,
riprodurre il sistema sociale e tramandare valori condivisi. Le famiglie i cui figli si trovano
in condizioni di disagio sono famiglie svantaggiate economicamente, con un basso livello di
istruzione dei genitori, in situazione di disoccupazione o di isolamento relazionale nel
contesto urbano, costituita da genitori in conflitto o separati, da una carenza del ruolo normativo
dei genitori o da una comunicazione violenta verso i figli .
- Scuola: le esperienze scolastiche negative possono essere causa di disagio. Per esempio incidenti
relazionali con gli insegnanti e conseguente perdita di fiducia in queste figure e perdita di interesse
nello studio.
- Gruppo dei pari: la socializzazione tra pari è importate. All’interno del gruppo si può formare
disagio per le norme interne che talvolta sono devianti rispetto a quelle tipiche del contesto sociale.
La violenza agita o subita è spesso uno strumento di affermazione.
- L’ambiente urbano: la qualità urbanistica influenza la formazione del disagio che può nascere
dalla mancanza di un’identità storico-culturale e dalla concentrazione della popolazione in
quartieri ghetto, presenza di luoghi anonimi, senza servizi culturali, ricreativi,
commerciali, senza spazi dedicati ai giovani.

I giovani oggi sono invisibili, vi è verso di loro un disinteresse generale, i giovani che non trovano
nella società delle ragioni per cui vivere e impegnarsi finiscono per lottare per cose da niente come
calcio, trasgressione, sballo.
Il disagio non è sempre da stigmatizzare, potrebbe avere esiti positivi nell’aiuto che da a
superare i cambiamenti, o negativi portando alla devianza o forme di emarginazione. Ma qual è il
confine con la devianza? Quando le situazioni difficili sono uno stimolo e quando un ostacolo?
Le cause della devianza da valori condivisi sono difficili da ricercare perché nell’agire del singolo
entrano in gioco molti fattori, sia interni che esterni (sociali) che fanno da sfondo alle
scelte dell’individuo, condizionando il suo agire.
Fattori interni che provocano devianza:
- capacità o meno di affrontare le difficoltà
- la convinzione individuale propria della persona in contesti di impegno specifico e/o capacità o
meno di resistere alle pressioni del gruppo dei pari
- capacità o meno di disimpegnarsi moralmente attraverso strategie cognitive dalle regole e dalle
azioni condivise
Fattori esterni/ambientali (famiglia, scuola, pari, servizi):
- qualità di monitoraggio da parte delle figure adulte
- convinzione collettiva della propria efficacia rispetto a controllo, gestione, prevenzione
della devianza
- intervento sociale e istituzionale
- funzioni e disfunzioni familiari
- funzioni e disfunzioni scolastiche
Gli atteggiamenti rischiosi che portano alla devianza sono:
- accettazione fatalistica della condizione di marginalità come alibi e giustificazione
- la spettacolarizzazione della vita, che ricerca ed esalta situazioni al limite + cultura dello sballo e
dell’eccitazione
- la relativizzazioni dei sistemi di significato e delle appartenenze senza valori comuni
- esperienze fatte per mettersi alla prova
- mancanza di cultura
Questi comportamenti di solito sono svolti in gruppo e sono una sfida verso se stessi e verso
l’insignificanza del quotidiano. Fungono da riti di passaggio e sfuggono alla supervisione degli
adulti.
Ci si stacca in questo modo, a ragione della libertà individuale, dalle modalità tipiche di
partecipazione ad un certo contesto sociale e relazionale.
Occorre guardare questi atteggiamenti devianti in relazione al contesto, alle norme e ai vincoli
sociali e al posto che l’individuo occupa. Un comportamento può essere letto come
preoccupante, problematico, deviante o normale a seconda del contesto e della chiave
di lettura con cui viene interpretato.
I comportamenti devianti vengono associati a:
- la visibilità: maggiore è la visibilità maggiore è la possibilità di essere etichettato come deviante
- il disordine: il caos e disordine provocano fastidio quindi sono più visibili e più facilmente
sanzionati
- la mostruosità o l’eccezionalità: azioni che turbano l’opinione comune
- la ribellione: comportamenti di ribellione avvertiti come pericolosi verso l’ordine costituito
- la condizione di straniero: la devianza spesso è associata agli stranieri
- l’indisponibilità: rifiuto dell’inserimento sociale

La posizione di outsider, di devianza, di essere fuori posto, non è data solo dall’etichettamento
esterno ma anche dal soggetto stesso che decide di occupare una certa posizione anche
considerando le possibili reazioni altrui. Non è un problema di abbassamento o innalzamento della
propria posizione sociale ma di inclusione o esclusione da un sistema, necessità di appartenere a un
gruppo (vedi per una pedagogia).
Occorre agire sulla società per rendere i giovani protagonisti del proprio futuro.

LE SECONDE GENERAZIONI

ADOLESCENZE DI SECONDA GENERAZIONE


Per lungo tempo patria di migranti e marinai, l’Italia è diventata terra di immigrazione dagli anni
‘80/’90.
Oggi possiamo parlare di seconda generazione riferendoci ai figlio di almeno un genitore
immigrato, nati all’estero o in Italia. Con seconda generazione si intendono:
- I minori nati in Italia da entrambi genitori stranieri
- I figli di coppie miste
- Minori arrivati con il ricongiungimento familiare
- Minori giunti soli, minori non accompagnati
- Minori rifugiati
- Minori arrivati per adozione
L’età di arrivo è un fattore importate sul piano educativo per la costruzione di identità, appartenenze
e strategie adattive. I ragazzi di seconda generazione infatti, non hanno solo origini straniere, ma
vivono una fase comunemente considerata critica nello sviluppo dell’individuo, l’adolescenza,
che è l’età dei conflitti, delle sperimentazioni personali, della ricerca di indipendenza e bisogno di
riferimenti certi. I ragazzi cercano l’indipendenza aderendo a modelli comportamentali propri della
società di accoglienza respinti dai genitori.
Sono alle prese coi processi di ridefinizione identitaria propri dell’adolescenza e con quelli relativi
all’eredità etnica.
A differenza dei genitori, la cui principale strategia di difesa nei confronti del cambiamento
consisteva nella negazione del nuovo presente e l’ancorarsi a un passato rimasto identico, come
fossile, i giovani di seconda generazione sono naturalmente portati a sperimentare forme di
appartenenza e identificazione col territorio fisico e sociale in cui vivono.
Culturalmente e consumisticamente integrati, questi giovani reclamano un loro spazio nella vita
sociale e nel mercato del lavoro qualificato.
In questi giovani vive una forte volontà di marcare una propria identità differente rispetto a quella
paterna, soprattutto se si tratta di adolescenti che sono da una parte alle prese coi
processi di ridefinizione identitaria propri dell’adolescenza e con quelli relativi all’eredità etnica.
L’adolescenza è l’età dei conflitti, dell’incessante ricerca di indipendenza e bisogno di riferimenti
certo. Quest’indipendenza viene trovata spesso aderendo a modelli comportamentali propri della
società di accoglienza.
Sono molteplici le componenti che intervengono nella direzione della riuscita o mancata
emancipazione scolastica, lavorativa e sociale:
o Caratteristiche individuali dei singoli soggetti (competenze cognitive, linguistiche, relazionali,
caratteriali, influenzate da vissuti diretti o indiretti)
o Appartenenza religiosa (musulmani sottoposti a rigidi pregiudizi)
o Genere maschile o femminile (in certe tradizioni culturali il genere condiziona i percorsi
scolastici e lavorativi, donne spesso abbandonano studi preparandosi alla vita coniugale)

Grado di istruzione dei genitori (correlato al sostegno che questi possono dare ai gigli impegnati
nello studio e importanza che danno agli esiti scolastici come strumenti di promozione sociale)
o Elementi riferiti ai genitori (storia migratoria, grado di inserimento socio-economico, l’essere in
possesso o meno di regolari documenti di soggiorno, genitori separati..)
o Isolamento culturale (che diviene segregazione abitativa e scolastica con annesso degrado,
povertà, marginalizzazione, devianza)
La situazione economica nazionale e i grandi eventi mondiali hanno anch’essi una grande influenza
sulle sorti dei membri delle minoranze etniche visto che, nei momenti di maggiore crisi, gli episodi
di razzismo e discriminazione tendono ad aumentare.

IL RUOLO DELLA SCUOLA


La scuola è l’istituzione che più direttamente si rivolge ai ragazzi determinandone gli esiti sociali
presenti e futuri. Il percorso culturale e di identificazione con il paese di accoglienza
avviene, nel caso delle II generazioni, attraverso la scuola.
La maggior parte delle volte questi ragazzi intraprendono percorsi di istruzione meno
prestigiosi e abbandonano la scuola con più frequenza a causa della difficoltà a ottenere risultati
positivi lavorando allo stesso tempo per mantenere gli studi, o a causa del sentimento di delusione e
abbandono che sentono da parte di questa istituzione. Si può parlare infatti di segregazione
scolastica nel momento in cui le scuole pubbliche urbane dispongono di minori risorse
economiche e di insegnanti meno qualificati (a una segregazione abitativa corrisponde una
segregazione scolastica) o quando vengono fatte scelte di formare classi privilegiate accanto a classi
in cui vengono raggruppate le situazioni più problematiche. I ragazzi entrano in una spirale di
alienazione da cui risulta un alto tasso di maternità durante l’adolescenza e un precoce abbandono
scolastico.
Le ragazze delle banlieu (in Francia) sembrano ottenere risultati scolastici migliori rispetto a quelli
dei maschi e le studentesse diventano modelli di riferimento per amiche, sorelle
minori, valorizzando l’istruzione come veicolo di emancipazione sociale. Le ragazze
sono infatti più propense a cercare l’emancipazione attraverso il successo scolastico, ma
una volta divenute maggiorenni cominceranno a svoltare verso il matrimonio, figli e lavoro.
E’ attraverso la scuola che negli anni ’70/’80, a seguito della crisi mondiale e della chiusura delle
frontiere che non è però riuscita ad arginare i ricongiungimenti familiari, che questi giovani,
adolescenti figli dei primi migranti (nati in Francia o arrivati successivamente) e percepiti come
elementi di disordine, si cerca di far loro assimilare i valori e codici culturali della repubblica
francese.
Questi giovani erano quindi immersi e partecipi ai modelli culturali francesi ma esclusi socialmente.
Iniziano allora a sentirsi distanti dalle istituzioni e dalla società civile.
All’interno del mondo lavorativo, le discriminazioni, diversità linguistiche e culturali
(soprattutto nei confronti dei giovani musulmani), peggiori condizioni abitative, difficoltà
insite dei processi migratori, genitori poco istruiti e debole tenuta della rete sociale, sono fattori
che indirizzano i giovani verso le professioni meno prestigiose con le retribuzioni più basse,
talvolta anche in caso di uguale qualifica scolastica rispetto ai nativi (anche auto
rappresentazione?).

Un ruolo importante è assunto dalla GLOBALIZZAZIONE.


Nel mondo pre-globalizzato il lavoro dei poveri era funzionale alla ricchezza dei ricchi mentre ora a
questi bisogni provvedono le tecnologie e le delocalizzazioni. I migranti, i poveri e i disoccupati
delle banlieu, hanno perso la propria utilità sociale, la loro presenza è funzionale all’abbattimento
dei costi dei salari per la manodopera e vengono sfruttati senza possibilità di rivendicare i loro
diritti.
Il malessere di questi giovani non legato alla loto cultura d’origine, con la quale i legami sono
blandi, ma è quello di essere perfettamente assimilati alla società per quanto riguarda i riferimenti e
le prospettive culturali ma esclusi di fatto dalla società. Questa contraddizione tra assimilazione
culturale e emarginazione sociale nutre l’odio di questi giovani e la loro disposizione alla violenza.
Incendiare la cosa comune significa polverizzare il simbolo della società dei consumi di massa dalla
quale si sentono tagliati fuori.
Nel caso dei genitori, invece, la mancata integrazione culturale ha reso meno conflittuale
l’insediamento dei genitori, che hanno sopperito all’esclusione sociale con il miglioramento
delle condizioni economiche rispetto al loro paese e con il saldo attaccamento alla cultura
d’origine.
I figli degli immigrati risultano più vulnerabili dei propri genitori.
La nascita del fondamentalismo islamico da parte di immigrati di seconda generazione ha le sue
origini della volontà di combattere contro un Occidente che calpesta i diritti dei
musulmani (vedi attentato metropolitana Londra 2005).
A differenza dei musulmani francesi, quelli residenti in UK tendono a collocare l’appartenenza
religiosa davanti a quella nazionale per cui più della metà dei musulmani britannici non considera
l’UK il suo paese.

IN ITALIA
Anni ’80 i primi flussi migratori di una certa consistenza danno il via al cambiamento in senso
multiculturale della società italiana. Alti tassi di natalità e ricongiungimenti familiari popolano
sempre più le comunità straniere e aumentano i matrimoni misti. La trasformazione della società è
avvenuto però in modo quasi inconsapevole, il mondo politico-istituzionale non è mai stato
in grado di elaborare precisi piani di insediamento e accoglienza, fondando ogni norma o
iniziativa sulla situazione del momento, prospettive future di continuità. L’inclusione è avvenuta in
prima istanza attraverso il lavoro, spesso sommerso e tramite una grande offerta di lavori manuali
e poco qualificati (integrazione subalterna): gli stranieri sono accolti in quanto forza lavoro in
occupazioni ormai sgradite e dequalificanti senza che potessero fare rivendicazioni o proteste. Le
presenze degli immigrati vengono percepite inizialmente come provvisorie anche se con il tempo le
immigrazioni per lavoro sono diventate immigrazioni di popolamento (vedi caso Germania
letteratura). Grande è l’investimento sulla scuola e l’istruzione come motore di emancipazione
economia e sociale da parte delle famiglie.
In Liguria gli ecuadoriani costituiscono la più numerosa tra le comunità di immigrati. Negli anni ’90
le prime ad arrivare sono state le donne, facendosi apprezzare e benvolere nelle mansioni di cura. I
processi di ricongiungimento però, hanno portato in Italia anche mariti e figli adolescenti e uomini e
ragazzi diventano ben visibili negli spazi pubblici. La formazione di compagnie di soli adolescenti
ecuadoriani fa si che questi vengano visti come potenziali teppisti e le stesse signore prima
valorizzate sono stigmatizzate ora come madri di quei ragazzi. Non bisogna dimenticare che i
comportamenti trasgressivi, se compiti dagli autoctoni sono visti dall’opinione pubblica come
ragazzate, se ad attuarli sono figli degli immigrati sono interpretati in termini di devianza e disagio.

NEGLI STATI UNITI


Da sempre paese di immigrazione, gli USA hanno sempre risposto con politiche di
integrazione contestualizzate ai tempi che correvano, alternando fasi di apertura ad altre di
maggiore chiusura.
Un’espressione che definisce il popolo americano e che indica la fusione di elementi culturali ed
etnici originari eterogenei è “melting pot”, che indica il processo di integrazione dei diversi gruppi
etnici e la società in ci il processo ha avuto luogo.
Nella storia, sia i migranti dell’800 che quelli di più recenti hanno sentito la necessità di riprodurre
sul suolo americano i contenuti, i ruoli e i legami che caratterizzano le comunità da
cui partono attraverso organizzazioni che potessero rimpiazzare le vecchie comunità.
Lotte, pregiudizi e discriminazioni hanno da sempre caratterizzato l’insediamento dei nuovi gruppi.
Per difendersi contro le aggressioni e agli atti xenofobi perpetuati da italiani, irlandesi,
afroamericani, negli anni ’40 alcuni immigrati latino americani fondarono l’organizzazione dei
Latin Kings che presto si discostò dalle finalità sociali per diventare banda dedita a delinquenza e
spaccio. Negli anni ’80, alimentate da un forte flusso di immigrati, le bande latine costituirono un
grosso problema per le autorità.
Nella storia statunitense, accanto alle ostilità verso i nuovi arrivati, gli eventi su scala mondiale
anno di volta in volta determinato atteggiamenti pregiudiziali nei confronti dei gruppi (tedeschi per
aver iniziato e perso le guerre mondiali, giapponesi per aver partecipato alla guerra affianco ai
nazisti, musulmani per la caduta delle Torri).
Nel tempo, una progressiva riduzione dello stigma delle minoranze bianche si accompagnava alla
crescente segregazione dei neri dei ghetti con apice dal 1940 al 1970. Ghetti: paesaggi urbani
cadenti, caratterizzati da povertà, famiglie sena padri, alta mortalità infantile, droga, criminalità,
disoccupazione, guerriglia urbana, assassini come prima causa di morte per i giovani, presenza di
regole scritte e non scritte.
Anni ’60 diminuzione flussi migratori da Europa e Canada e inizio di ondate da Asia, Caraibi e
America Latina, migranti soprattutto forza lavoro dequalificata anche se asiatici molti
professionisti destinati a introdursi nella classe media USA.
Un concetto contrapposto a quello di integrazione, con cui si intende l’inserimento degli stranieri
nella società autoctona rispettando le diversità viste come elemento di arricchimento, è quello di
assimilazione, con cui s i intende un processo per cui un individuo o un gruppo abbandona la
propria cultura per assumere quella dominante perdendo i propri marcatori etnici distintivi.
Inizialmente è visto come compito del migrante, oggi parlando di integrazione questo
processo è visto come interattivo che chiama in causa la volontà e la capacità della società
ospitante di offrire opportunità di integrazione. diversi tipi di manifestazione
dell’assimilazione:
- Assimilazione lineare : progressiva assimilazione culturale e ascesa socio-economica dei
discendenti dei primi immigrati
- Assimilazione segmentata: descrive un processo che può assumere ritmi e traiettorie
diversi.
Processo di assimilazione non è necessariamente orientato a miglioramento condizioni
socio-economiche (mantenere bilinguismo porta ad avere legami forti con gruppo di
appartenenza, importante dal punto di vista educativo e psicologico)

FRANCIA
Anni ’60: boom economico tali da richiedere importazione di manodopera dalle ex colonie
soprattutto africa settentrionale. Migranti percepiti come temporanei. Si moltiplicano case
popolari e movimenti operai.
Metà ’70: con baby boom e forte politica di welfare vengono costruite nuove case economiche con
fini sociali, programma di bonifica delle bidonville che circondano le città. Urbanizzate le periferie.
Cominciano ricongiungimenti che rendono stanziale un fenomeno inizialmente percepito
e promosso come temporaneo.
Con crollo della domanda di manodopera causa della crisi economica mondiale governo chiude le
frontiere me non riesce ad arginare i ricongiungimenti. Compaiono per la prima volta sulla scena i
figli degli immigrati e si tenta di farli assimilare alla cultura francese tramite la scuola.
Immersi e partecipi ai modelli culturali francesi ma esclusi socialmente, si sentono distanti dalle
istituzioni e dalla società assumendo condotte devianti e mitizzazioni identitarie estremizzate,
inventano un proprio gergo, il verlan.
Anni ’80 si forma movimento giovanile di figlio di immigrati nordafricani, i Beurs, che vogliono
rendere pubblico il rifiuto nei confronti di un’assimilazione radicale nella cultura
francese a tutela del riconoscimento delle proprie specificità di migranti. Per la prima volta
candidati di origine straniera tentano avventura politica.
Anni ’90 tramonto dei Boeurs, i petit-frere, generazione successiva sono più radicali quindi stop
dialogo e compromesso.
Da anni ’80 vengono accostati ghetti americani con banlieu, ma ghetti sono grandi città
all’interno delle città con popolazione in larga parte della stessa etnia, le cui radici affondano nello
schiavismo, tipica la morte violenta. Banlieu: quartieri dormitorio meno estesi e meno popolati in
cui vivono persone di diversa origine, anche francesi, che si spostano per lavorare altrove.
Qui le sparatorie sono eccezionali e appartenenti alla microcriminalità. In comune: forte
precarietà economica, disoccupazione, discriminazioni, stigmi, segregazione.
2005: in una banlieu parigina due adolescenti magrebini muoiono fulminati nel recinto di un
trasformatore elettrico perché inseguiti dalla polizia. Scontri tra polizia e centinaia di giovani nelle
banlieu. Prendono parte alle rivolte ragazzi con fedina penale pulita, operai, impiegati, studenti di
istituti professionali, insegnanti, educatori, universitari. Partecipazione di persone prima estranee a
queste manifestazioni.
Migrazione tra due guerre era assimilabile perché fatta di europei, la nuova immigrazione viene da
paesi del terzo mondo, differenti fisicamente e culturalmente.

GRAN BRETAGNA
Meta di immigrazione sin dalla metà dell’800. Aumento di flussi nel secondo dopoguerra
di cittadini provenienti dalle ex colonie. Furono migranti dalle ex colonie a subire manifestazioni
razziste più violente da classe operaia che li percepiva come minacce ai loro posti di lavoro.
Viene messa in primo piano l’emergenza razzista.
1976: Race Relation Act incoraggia associazionismo etnico e comunitario, ribadisce libertà religiose
e di espressione culturale, affermando idea società britannica come società multiculturale.
Anni ’80: avvento sulla scena pubblica dei figli degli immigrati divenuti adolescenti
che chiedono riconoscimento delle diversità cultuali producendo una sorta di
irrigidimento delle identità cultuali a discapito del dialogo e della collaborazione.
Sono i gruppi non white risultare i più deprivati e discriminati.

OLANDA
Storicamente divisa in due grandi subculture: cattolica e protestante.
Anni ’60: arrivo dei primi lavoratori generalmente poveri e poco istruiti dalle ex colonie, turchia,
marocco, europa sud.
1981: governo decide di riconoscere ufficialmente le minoranze etniche e attuare
politiche che promuovano l’integrazione, con ottica di una società pluralista.
’70: forte crisi e perdita del lavoro da parte di molti immigrati, governo decide di ampliare il
numero dei dipendenti pubblici provenienti dalle minoranze etniche.
Sistema scolastico in crisi da improvviso arrivo dei figli degli immigrati. Disoccupazione, tensioni,
sociali, segregazione, crescente enfasi non solo su doveri ma soprattutto sui doveri nei nuovi
cittadini segnale crisi del modello pluralista.
Peggiori condizioni vissute da giovani turchi e marocchini anche se figli di marocchini appaiono più
attratti dalla cultura dominante e vivono l’appartenenza religiosa in modo sempre più secolarizzato,
turchi più legati a valori tradizionali.

GERMANIA
Anni 2000: riforma del diritto di cittadinanza per puro fatto di risiedere o essere nati in Germania.
Progetto di società multiculturale. Governo riconosce ufficialmente alla Germania lo status di paese
di immigrazione e non vincola la presenza straniera ai soli contratti di lavoro.

SVEZIA
Tradizione tollerante e democratica
’70: persegue politica pluriculturale estendendo diritti di cittadinanza a tutti i nuovi venuti tutelando
le specificità delle culture e religioni, riconosciuta uguaglianza con nativi e libertà di scegliere se
integrarsi ma allo stesso tempo rigoroso controllo sugli arrivi preferendo uomini soli per garantire
lavoro matrimoni tra svedesi e immigrati
Seconda metà ’70: nuovi immigrati non europei ma di tradizione musulmana. Società che aveva
sempre considerato religione come fatto privato veder proliferare di moschee.
Crisi economica e alti tasso disoccupazione spinge immigrati ai margini della società. Necessità di
rivedere modello di integrazione svedese.

SPAGNA
Anni ’80 primi migranti marocchini, Spagna diventa paese di immigrazione ma non è ancora oggi
in grado di proporre un proprio modello per l’integrazione. Anni 2000 manifestazioni razziste causa
frattura sociale tra spagnoli e marocchini.
’90 arrivo di uomini e donne soprattutto sudamericane.
Insuccesso lavorativo dei giovani peruviani stride con il buon livello di istruzione delle madri e con
gli esiti scolastici migliori dei marocchini e con un’integrazione sociale e culturale meglio avvenuta.
Ma marocchini storia migratoria lunga almeno un decennio in più.
Formazione di associazioni criminali, le pandillas, di giovani latinoamericani. L’appartenenza a una
banda non vuol dire futuro certo nella delinquenza ma rappresenta una forma di appartenenza che
soddisfa bisogno adolescenziale.

SENTIMENTI DEI GIOVANI DI II GENERAZIONE


Fatica
Sconforto
Disillusione
Rabbia
Sfiducia nei confronti della scuola e istituzioni
Nostalgia verso ci che non si è stati e che non si sarà
Risentimento accumulato in ambienti di lavoro demotivanti e non qualificati
Discriminati
Mancanza di rappresentanza politica
Spaesamento, si perde una rappresentazione del mondo che permetteva di sentirsi parte di
un’identità comune, no punti di riferimento che permettono orientamento geografico, sociale o
affettivo (anche mondo familiare poco conosciuto).
Devono affrontare una nuova nascita sociale (mancanza di vie di fuga e momenti di socialità
extrafamiliare).

RAPPORTO CON GENITORI


Per molti ragazzi di II generazione, il viaggio verso un altro paese per la maggior parte delle volte
un viaggio imposto, voluto dai genitori, vissuto dai ragazzi come un fatto imprevisto, inaspettato e
quindi traumatico.
Quando invece vengono informati con sufficiente anticipo o sono coinvolti nei preparativi possono
provare a immaginare con maggior serenità il paese verso cui sono diretti, rielaborare i propri
sentimenti e far sì che, nel caso un genitore sia già nel nuovo Paese, l’emozione per il
ricongiungimento tanto atteso prevalga rispetto al resto. Nel nuovo paese i genitori sono costretti a
ridefinire le autorità genitoriali minate dalla
difficoltà nel trovare adeguate locazioni abitative e lavorative, nell’esprimersi nella nuova lingua e
nel mediare con nuovi modelli educativi e culturali. Durante la separazione dal genitore, il bambino
prova rabbia e senso di abbandono ma allo stesso tempo idealizza la figura del genitore lontano. Nel
momento del ricongiungimento, però, il bambino contrappone alla gioia la disillusione e la
percezione dell’estraneità: il genitore che ha ritrovato non è più quello che è partito anni prima ma
neanche quello idealizzato.
I ragazzi sono costretti allora a vivere una adolescenza al contrario in quanto impegnati nel
processo di riavvicinamento fisico ed emotivo nei confronti dei genitori proprio in coincidenza con
quella fase evolutiva in cui sarebbe naturale un progressivo allontanamento. Inoltre lasciare il
proprio universo di certezze e riferimenti per andare incontro a grossi punti interrogativi significa
interrompere sul nascere i progetti di vita che iniziavano a delinearsi parallelamente alla conquista
di nuovi spazi di libertà, amicizie e modi più consapevoli di vivere la quotidianità. Durante il primo
periodo nel nuovo paese le difficoltà linguistiche sono l’ostacolo più limitante per questi giovani,
impedendo loro le interazioni o richieste e rendendo difficile la comprensione di regole o divieti. I
primi giorni di scuola sono caratterizzati da disorientamento, chiusure, silenzi, imbarazzi,
inadeguatezza e sensazione di discriminazione, reale o percepita che si manifesta a partire da
differenze linguistiche, di abbigliamento, fisiche, comportamentali.
Per quanto riguarda coloro che sono nati in Italia, nonostante non abbiano dovuto affrontare il
viaggio, affrontano fin da subito un periodo di vulnerabilità dato dal fatto che la madre si trova a
partorire da sola senza il sostegno della rete parenterale estesa in condizione abitative ed
economiche precarie trovandosi quindi a prendersi cura del bambino preparandolo a
inserirsi in un mondo che lei per prima non padroneggia, rischiando di trasmettergli paure
e angosce.
Per i ragazzi di II generazione, è esperienza comune fare i conti con il proprio passato in un
momento come l’adolescenza in cui iniziano a chiedersi come sarebbero diventati e
come avrebbero vissuto se le circostanze sarebbero state diverse, rimettono in
discussione il passato per ridefinire con maggior consapevolezza quello che sono oggi e
desiderano essere domani. Non contraddicono la scelta migratoria dei genitori, consapevoli di
aver avuto migliori opportunità per il futuro, di godere di una libertà impensabile nel
paese di origine, di aver avuto la possibilità di maturare più velocemente assumendosi più
responsabilità e viene riconosciuta la possibilità di allargamento dei propri orizzonti e ricchezza di
stimoli.
Allo stesso tempo a ci si lega sentimenti di nostalgia, mancanza e abbandono, momenti di paralisi
provocati anche dal razzismo degli altri che provoca loro dubbi esistenziali.
Coloro che sono migrati bambini o adolescenti possono fare riferimento alle proprie origini nei
momenti di maggiore insicurezza, ma coloro che sono nati in Italia hanno una percezione indiretta
delle proprie radici che non è in grado di sostenerli nei momenti difficili.

I ragazzi immigrati apprezzano i loro coetanei italiani per la loro spensieratezza, la loro libertà
nelle scelte e nei costumi, ne invidiano le poche responsabilità, ma li descrivono anche
come superficiali, pigri e disinteressati nei confronti delle loro stesse tradizioni, volgari e
maleducati. Nonostante i difetti e le tendenze discriminatorie che subiscono, gli
adolescenti di II generazione si mostrano interessati a valorizzare e assimilare gli
aspetti positivi di mentalità e carattere dei coetanei italiani. Considerata l’importanza
delle amicizie in periodo adolescenziale, alcuni preferiscono stringere contatti con coetanei con le
stesse origini e uscire con gli italiani solo per svago senza eccessive confidenze, altri invece vedono
gli italiani come modelli dai quali imparare molte cose arrivando anche a non mostrarsi solidali nei
confronti dei nuovi arrivati a scuola come se il fatto di essere arrivati prima costituisca motivo di
privilegio e i nuovi arrivati fossero una minaccia all’equilibrio raggiunto.
In sintesi, i fattori principali che determinano il vissuto dei figli degli immigrati nei primi periodi
nel nuovo paese e che incidono sui percorsi di inserimento e integrazione nella scuola e nella
società sono:
- contesto sociale di partenza e arrivo
- Età e luogo di nascita i nati in Italia possono usufruire delle opportunità formative a
disposizione degli italiani e frequentare asili e scuole e quindi usufruire di una precoce
socializzazione linguistica e culturale (anche se questo non attenua conflitti con la famiglia o
società). Questo aiuta a sentirsi meno straniero e uscire dalla solitudine. I minori nati altrove e
arrivati in età di scolarizzazione affrontano difficoltà relative all’inserimento scolastico,
difficoltà linguistiche, scarsi riferimenti culturali, no amici, che porta a marginalità ed
esclusione.
- disponibilità di una rete parentale di sostegno,
- attitudini personali
- padronanza linguistica
- tipologia migratoria
- eventi imprevisti o accidentali
- momento storico-sociale.
In casa compenetrano abitudini, oggetti e riferimenti italiani con altri che rimandano alla cultura del
paese d’origine secondo il modello per cui i figli sono i paladini delle istanze occidentali e i genitori
i custodi, anche se contaminati, della tradizione familiare.
Raramente i genitori si contrappongono in modo drastico al processo di acquisizioni di modelli
occidentali da parte dei figli, ma le raccomandazioni dei genitori a non rinnegare mai
la cultura di origine può provocare conflitti interiori in un’età in cui l’omologazione ai
comportamenti degli amici è essenziale veicolo di costruzione identitaria. Non di rado si sfocia
allora in trasgressione e provocazioni. I genitori, aggrappati alla cultura di origine, si sentono
minacciati dall’invadenza del mondo esterno e talvolta non mancano episodi di estrema
radicalizzazione del conflitto intra-familiare, minacce e autoritarismo violento che talvolta culmina
con l’omicidio. Le regole familiari si irrigidiscono a salvaguardia di una presunta superiorità
e integrità della cultura di provenienza, rielaborazioni personali di presunti valori, norme sociali e
rapporti esistenti nel paese di origine che però non sono più gli stessi (Vedi Engy lettera a un padre).
Il vivere le due culture può diventare quindi elemento di rottura delle relazioni affettive soprattutto
quando i valori e le norme del passato vengono assolutizzati dai genitori e ritenuti non negoziabili al
fine di un avvicinamento e adattamento al nuovo contesto. La cultura di origine però non è sempre
un peso, a volte viene rimossa in adolescenza e ritrovata più avanti (Acai, ragazza meticcia
danzatrice)
Essendo più a loro agio nel mondo occidentale, consumista e tecnologico, i figli spesso si
sostituiscono ai genitori nei rapporti con le istituzioni sbrigando pratiche burocratiche, con un
conseguente rovesciamento dei ruoli, perdita di autorevolezza da parte dei genitori ed
eccessiva responsabilizzazione e precoce adultizzazione dei ragazzi, che rischiano di sviluppare
vissuti di solitudine o di ingannevole onnipotenza rispetto a qualsiasi ostacolo. All’interno delle
famiglie, la lingua costituisce il collante identitario.

RAPPORTO CON PAESE D’ ORIGINE


I ragazzi di II generazione, consapevoli o meno, mantengono un legame concreto,
affettivo e contraddittorio nei confronti delle manifestazioni sociali e culturali ereditate dai paesi
d’origine. Ascolano musica italiana ma anche quella del paese d’origine, guardano la TV italiana e
si mantengono aggiornati con i telegiornali loro paese, i loro miti sono personaggi italiani ma
meglio se hanno origini straniere come loro.
I figli degli immigrati non ancorano radici su suolo che calpestano, ma lo ancorano
relativizzano intrecciando paragoni con i luoghi che hanno dovuto abbandonare o che visitano
periodicamente in estate.
Molti di quelli nati in Italia non hanno mai visitato il loro paese, che assume così forme
indefinite e idealizzate che hanno origine dai racconti e dalle elaborazioni personali di immagini e
racconti. I ragazzi che riescono a visitare il proprio paese riescono a farsi un’idea più attuale e
realistica, anche se parziale limitata al periodo vacanziero. Al ritorno al paese alcuni entusiasti ne
esaltano la bellezza, la solidarietà tra le persone, il clima, altri mettono invece in risalto le
problematiche economiche e sociali. Molti sentono la lontananza come causa della
trasformazione delle relazioni. Dai parenti residenti nei paesi d’origine sentono di essere
percepiti come italianizzati e dalla loro parte i giovani li guardano con invidia per le difficoltà
migratorie che non hanno dovuto affrontare denunciandone però una sorta di rassegnazione
individuale. I parenti rimasti fungono da specchio dei cambiamenti nei modi di pensare e nelle
abitudini elaborati vivendo in Italia. Dagli amici vengono assunti invece a modello. In generale
questi giovani sentono di essere oggetto di un miscuglio di invidia, disapprovazione, ammirazione
da parte delle persone del posto.
In molti casi capita che, alla frenetica attesa del momento delle vacanze, si contrappone la voglia di
tornare a casa e riabbracciare le consuete abitudini.
I fattori che influenzano l’attaccamento e la nostalgia per il paese d’origine sono l’età in cui si è
arrivati in italia, i rapporti con parenti e amici, la frequenza dei rientri in patria.
Per quanto riguarda l’eventuale ritorno in patria, i giovani non progettano rientri in tempi brevi in
quanto poco disposti a ricominciare di nuovo tutto da capo, vedono la possibilità di trascorrere là la
terza età o trasferirsi per occupare posizioni lavorative e sociali di prestigio. I genitori
invece sono preda di una costante sensazione di provvisorietà e sognano il rientro nel paese
trasportati dalla nostalgia e dalla premura nei confronti degli anziani lasciati là. Risiede
nel benessere e nell’emancipazione dei figli il successo a lungo termine della scelta
migratoria.

DIFFERENZA GENITORI UOMINI E DONNE ADULTI


Escludendo le famiglie che partono compatte, i figli di coppie miste formatesi in Italia, le
domestiche sudamericane e le colf provenienti dall’europa orientale, solitamente è l’uomo a partire
per primo verso luoghi in cui ci sono già parenti o a mici o verso luoghi che offrono lavoro. Gli
uomini grazie al lavoro si trovano ogni giorno a frequentare lo spazio pubblico, alcuni preferiscono
frequentare persone con le stesse origini, altri gli italiani, altri non fanno differenze. Le madri
hanno invece meno occasioni di socialità interazione con la comunità locale e si legano inoltre
al ruolo assegnato alla donna nei paesi di provenienza chiudendosi nella solitudine della cura dei
figli de della segregazione domestica e abbandonandosi, vittime della nostalgia nei cado la
partenza sia stata imposta dal marito, ad anacronistici comportamenti riconducibili a
tradizioni ormai lontane alcune già abbandonate prima di partire.
In casa compenetrano abitudini, oggetti e riferimenti italiani con altri che rimandano alla cultura del
paese d’origine secondo il modello per cui i figli sono i paladini delle istanze occidentali e i genitori
i custodi, anche se contaminati, della tradizione familiare.

SCUOLA E LAVORO II GENERAZIONE


L’ingresso nel sistema scolastico rappresenta il momento decisivo di discontinuità rispetto alla
trasmissione della cultura originaria e di avvicinamento ai canoni del contesto italiano. I figli degli
immigrati raggiungono tassi di bocciatura più alti dei compagni autoctoni, a causa di:
- Istruzione dei genitori
- Qualità della scolarizzazione precedente
- Età di arrivo in italia
- Aspettative personali e familiari
- Rete di supporto parenterale e sociale
- Capacità di allacciare relazioni con insegnanti e compagni
- Padronanza della lingua italiana
Difficoltà linguistiche, solitudine, discriminazioni e ghettizzazioni sono ostacoli più duri da
superare per gli adolescenti, anche se la forte connotazione multiculturale della realtà
scolastica può aiutare ad ambientarsi.
Il rapporto con i compagni di classe può essere vario: alcuni apprezzano i compagni stranieri ma
non quelli provenienti dallo stesso paese, visti come potenziali cause di generalizzazioni e
accostamenti impropri.
Quelli che vivono in Italia da più tempo, spesso voglio somigliare sempre di più ai compagni
italiani e non gradiscono presenze straniere.
Il pressapochismo e la scarsa sensibilità da parte di docenti e dirigenti rendono difficoltosi i rapporti
tra insegnanti e genitori col rischio di creare discrepanze tra i modelli educativi proposti a scuola e
quelli impartiti a casa.
Una volta terminati gli studi, spesso interrotti prima del tempo, i ragazzi, a lungo sottoposti a
giudizi svalutanti, tendono a sentirsi inadeguati a percorsi di studio più lunghi e
complessi e a ritenere eccessivamente ambiziosa la prospettiva di una carriera nelle professioni
più prestigiose, puntando allora su lavori più manuali e faticosi. Il desiderio di non
dipendere economicamente dai genitori, di ricercare gratificazione e allargare la propria rete
sociali li spinge alla ricerca precoce di un lavoro.

RELIGIONE E SIMBOLI RELIGIOSI


Una volta arrivati e inseriti nel contesto italiano, i giovani di II generazione tendono a mutare le
forme della religiosità che erano soliti esprimere nei paesi di provenienza acquisendo posizioni di
progressivo distacco e secolarizzazione/desacralizzazione.
Per i ragazzi cristiani, la propria religione non rappresenta né un ostacolo né un aiuto
all’integrazione, ma i musulmani vanno incontro a diffidenza e sospetto. Vi sono diversi modi di
vivere la religione.
+ Praticanti: l’appartenenza religiosa va oltre la dimensione spirituale individuale e si
configura come motivo di aggregazione comunitaria che accompagna nel difficile percorso di
integrazione (associazioni religiose)
+ Radicali: a causa del forte disagio e del clima di pesante stigma che avvolge la fede in cui
credono, i giovani si abbandonano a esperienze di radicalizzazione religiosa prendendo le distanze
da una società e una cultura che percepiscono come ostili. La religiosità viene ostentata come
mezzo per affermare la loro diversità.
+ Secolarizzati: non pregano, non frequentano il luoghi di culto ma partecipano a quei riti che
veicolano messaggi di identificazione culturale e affetto familiare come il Ramadan, aderendovi con
forme diverse, più occidentali
+ Devoti a un Dio personale: approccio privato e personale al divino, talvolta caratterizzato da una
sintesi di icone e rituali (pregano allah baciando la croce)
+ Atei e agnostici: dediti a comportamenti deplorevoli se guardati da un punto di vista religioso
oppure solo pigri e disinteressati
Clima generale di forte ostilità nei confronti dell’islam.
Simboli religiosi quali il velo e il crocifisso provocano reazioni diversi nei ragazzi di seconda
generazione.
Tra le ragazze che portano il velo c’è chi gli attribuisce la tradizionale funzione di salvaguardare
l’onore familiare, chi lo porta in segno di adesione a una identità che rifiuta il mondo occidentale,
chi per tradizione culturale e opportunismo per evitare bruschi scontri familiari, chi lo vede come un
modo per ribadire pubblicamente il ruolo centrale attribuito alla religione pur non
opponendosi al contesto occidentale circostante.
I giovani condividono generalmente la libertà di espressione religiosa e cono contrari a ogni miccia
che possa accendere contrasti tra i fedeli delle diverse religioni, sostenitori di un rispetto reciproco.
Per questi la maggiora parte difendono il velo a scuola così come si contrappongono alle
richieste di togliere il crocefisso, puntando il dito contro chi estremizza le adesioni e chiude le
porte al confronto.

EGIZIANI A REGGIO EMILIA


L’Italia rappresenta la principale meta di approdo dei cittadini originari dall’Egitto. La
prima grande migrazione in Italia risale agli anni ’70 dando avvia all’ingresso di giovani altamente
qualificati. I fattori che hanno favorito il graduale aumento dell’immigrazione egiziana in Italia
sono infatti:
- La necessità di forza lavoro a seguito del boom economico
- Politica egiziana di apertura verso i paesi occidentali e di liberalizzazione dell’economia
- Diversi accordi bilaterali tra Italia e Egitto per la cooperazione in materia di flussi migratori e di
cooperazione scientifica e tecnologica.
Viene preso ad esame il caso dei ragazzi nati in Italia da genitori egiziani. Si tratta di un gruppo
abbastanza omogeneo di ragazzi e ragazze che si caratterizzano per non aver vissuto in prima
persona la migrazione ma per esserne degli attori passivi la cui identità ha subito una sorta di
ibridazione.
Le interviste rivelano che la migrazione egiziana può essere descritta come una migrazione
individuale di ritorno, caratterizzata dalla partenza dell’uomo con un chiaro progetto di rientro dopo
un breve periodo di lavoro. La partenza è spesso consigliata da un amico o un parente che si trova
già nel nuovo paese.
Successivamente a questa fase avviene la pratica di ricongiungimento, spesso richiesta dalla donna,
che si trova talvolta a dover lasciare i figli nel paese d’origine a nonni o parenti a causa degli iter
burocratici.
Le difficoltà che seguono il ricongiungimento sono il dover stabilire un nuovo equilibrio
ricostruendo legami affettivi lasciati in sospeso con conseguente messa in discussione
del ruolo della genitorialità. La scolarizzazione dei figli pone la famiglia la necessità di una
intensa partecipazione alla vita sociale e di un approccio che sia capace di coniugare serenamente le
due culture.
I figli rappresentano per i genitori l’elemento di ancoraggio al paese in cui vivono anche se allo
stesso tempo si teme la loro perdita e l’allontanamento dalle proprie radici. La maggio
parte delle famiglie egiziane segue nell’educazione dei figli il modello della famiglia islamica con
una netta distinzione tra ruoli maschili e femminili. Le giovani ragazze però, a differenza delle
madri che per tradizione si occupano della vita di casa o al massimo di lavori di pulizia o in
fabbrica, corrono alla ricerca di un lavoro.
Alcuni dei ragazzi egiziani sono consapevoli di vivere all’interno della loro quotidianità fasi di
conflitto interiore e, laddove debbano prendere decisioni, affermano di doversi fermare a riflettere
per confrontarsi con i canoni di entrambe le culture a cui appartengono. Oltre quindi alla difficoltà
insita della decisione in sé, vi è quella di dover calibrare e contestualizzare una serie di aspetti.
Il conflitto però è un’esperienza universale, un tipo di interazione sociale in cui uno o più attori
coinvolti fanno esperienza di un’incompatibilità negli scopi o negli atteggiamenti.
Dalle interviste raccolte sono emersi tre diversi modi di reagire davanti al conflitto:
- Attraverso la mediazione e la spiegazione delle proprie motivazioni, esplicitando le
proprie emozioni ai genitori ai genitori che non sempre capiscono a causa della
differenza non solo intergenerazionale ma anche culturale (confronti, non conflitti)
- Alcuni non riconoscono il conflitto in sé in quanto si sentono totalmente appartenenti all’una o
all’altra cultura.
- Continuo conflitto dovuto al totale ancoraggio da parte dei genitori alla cultura di provenienza che
non permette alcun tipo di mediazione. I ragazzi tengono allora nascosta la loro vera identità ai
genitori.
Ciò che rende faticoso il contatto tra culture differenti e il rapporto genitore figli in questo caso è
l’assenza, per i genitore, di un agente di mediazione tra il vissuto precedente e quello attuale. La
mancanza di questo passaggio determina la mancanza della capacità di vedere i propri figli come
diversi da sé.
Per quanto riguarda il futuro, la loro visione dipende da come hanno vissuto l’inserimento nella
società, come sono stati educati dai genitori, le esperienze fatte, il percorso di studi
intrapreso. Il pensiero principale va al matrimonio e al lavoro. la religione incide notevolmente e
la possibilità di trovare un buon lavoro e di portare a termine un buon percorso di studi incide sulla
volontà e capacità di immaginarsi il futuro.

FIGLI DI BADANTI
In questo capitolo, l’autrice propone alcune riflessioni sulla realtà dei giovani originari dei paesi
dell’ex blocco sovietico, io cui destini sono strettamente connesso con le scelte e le attitudini dei
genitori.
La prima sensazione che riporta dopo aver intervistato una ragazza ucraina, partita come accade
spesso solo con la madre, è quella che ci sia una grande distanza nei metodi pedagogici e didattici
tra i loro sistemi scolastici e i nostri. Manca nelle studentesse provenienti dall’area sovietica
l’abitudine e l’attitudine al dialogo, alla riflessione critica, alla discussione a causa di un tipo di
istruzione di provenienza in cui prevale l’apprendimento mnemonico. Non sono abituati ad avere
contatti con persone disabili e neanche abituati al contatto con gli altri stranieri.
Le donne provenienti dal’ex blocco sovietico si occupano per la maggior parte delle volte di
anziani e nonostante la similarità la similarità fisica c’è una grande distanza culturale.
Una madre ammette che pur vivendo insieme ai figli, le madri spesso non arrivano a conoscerli
bene in quanto i figli essendo ben educati, non parlano delle loro difficoltà con i genitori.
Solitamente partono per prime le madri, che si riformano una famiglia in Italia e poi tendono a
chiedere il ricongiungimento familiare per portare anche i figli. Sono cresciute sotto un regime in
cui tutte dovevano essere uguali e disponibile verso gli altri. Le donne e i figli hanno spesso alle
spalle vite difficili e mariti che, a seguito dello stravolgimento della situazione politica del
loro paese, cadono in depressione e nell’alcolismo perché feriti nell’orgoglio per essere
rimasti disoccupati. L’alcolismo trova le sue cause anche nel fatto che dopo la messa al bando degli
alcolici da Gorbaceev, seguì una vera inondazione di vodka dovuta alla nuova politica che rese il
liquore incredibilmente economico. Gli uomini non si sono saputi adattare al cambiamento e hanno
scoperto che qualità come affidabilità, onesta e professionalità non valgono e si sono trovati a
dover dipendere economicamente dalle mogli. In genere tutte le ragazze straniere paiono
mostrare una serietà e impegno maggiore rispetto ai compagni coetanei e cono educate a non
parlare dei loro problemi e a farsene carico da sole. Il modo di vivere delle donne dell’ex urss
forma il carattere rendendole forti e pià amorevoli, pazienti, spesso abbandonate dagli uomini nel
loro paese, dove si crede che una donna senza uomo non sia una vera donna per cui ha paura a
rimanere sola. Sono tante le ragioni per cui le ragazze dell’est decidono di sposare uomini italiani e
quella del permesso di soggiorno non è la principale come si pensa. L’occasione di sposarsi nei loro
paesi, quando hanno più di 30 anni, sono divorziate con figli, non si presenterà mai.
I loro figli crescono in automatico molto indipendenti e nonostante tutto mantengono una visione
positiva della vita. La resilienza è ciò che connota positivamente questi adolescenti migranti che
sanno fare delle difficoltà vissute un’occasione di sviluppo e rinforzo.

QUESTIONE IDENTITA’
Identità: visione che una persona ha di quello che è, delle proprie caratteristiche fondamentali che la
definiscono come essere umano che si forma e si plasma in relazione al
riconoscimento o mancato riconoscimento sociale che avviene anche attraverso l’acquisizione
della cittadinanza, condizione giuridica attraverso cui lo stato riconosce alla persona i suoi diritti e
che pedagogicamente attribuisce un’identità al non più straniero.
Vivere in due culture può sfociare nel rifiuto di una cultura vista come arretrata alla
luce dei nuovi riferimenti culturali arrivando a una rivendicazione unilaterale della
propria differenza rifiutando radicalmente la cultura di origine oppure nella riscoperta delle
origini e della propria differenza culturale che assume quindi un effetto valorizzante e di
precisazione della propria identità. Vivere in due culture può essere una risorsa sul piano degli
apprendimenti, sia sul piano delle relazioni sociali.
Vi sono tante scelte di vita che cercano di far interagire origine e differenza culturale.
Il concetto di identità oggi è uno dei più indagati della società contemporanea.
Il processo di formazione della propria identità è sia soggettivo che condizionato dall’ambiente e
dalla società. Gli esseri umani non possono autodefinirsi da soli, serve l’interazione con gli altri.
Costruiamo la nostra identità attraverso un dialogo costante con il mondo rielaborando poi più o
meno consapevolmente le esperienze vissute. Diventa centrale quindi il tema dell’identità
soggettiva e collettiva. (Vedi per una pedagogia). Modernità e globalizzazione hanno trasformato il
senso dell’identità. L’identità di una persona è formata da una pluralità di elementi che determinano
varie appartenenze. La costruzione dell’identità non è un puzzle che ha già la sua figura finale.
Oggigiorno l’identità non può essere pensata come un fissare una volta per tutte una scala di norme
e valori e tutelare la loro integrità. È un continuo processo di acquisizione e ristrutturazione del
proprio sapere e delle proprie percezioni. Oggi siamo costretti a vivere in contesti accentuatamente
multiculturali e l’identità deve costruirsi in un apporto plurale che permetta la diversificazione
senza che diventi una roccaforte entro cui difendere sé e il proprio gruppo.
Il primo passo per i giovani figli della migrazione è il riconoscimento sociale che deve avvenire a
due livelli:
1. DIRITTO ALLA DIFFERENZA: Riconoscimento del minore come persona che ha diritto a una
sua storia particolare ed unica. Accettare la sua identità con i valori legati alla sua
cultura che ha rielaborato individualmente ma anche quelli legati alla sua origini, alla
famiglia e dati dalla religione. (P.I. Deve prevalere il principio pedagogico della differenza e
dare valore alla pluralità e al confronto da entrambi i lati rispetto dell’altra cultura). Diritto che
passa attraverso mezzi di informazione e cultura e la loro capacità di costruire legami tra culture.
(vedi importanza cultura alta)
2. DIRITTO ALL’UGUAGLIANZA: Riconoscimento come cittadino quindi riconoscimento di del
diritto del minor di mantenere la propria identità ma anche essere visto e accettato come portatore di
diritti generali e riconoscergli diritto all’uguaglianza di trattamento, accesso alla cultura, lavoro,
servizi. Passa attraverso il diritto alla cittadinanza.
Riconoscimento sociale dell’identità culturale e diritto alla cittadinanza è fondamentale per
l’integrazione e la convivenza pacifica.
Come tutelare la pluralità culturale e difendere allo stesso tempo le specifiche identità? Come
difendere la molteplicità identitaria e proteggere anche il diritto a identificarsi in una particolare
identità sociale e culturale?
Occorre impiego intellettuali a artisti nella costruzione di una comunità di dialogo
per uscire dalla frammentazione sociale che spinge oggi verso isolamento e individualismo e che
possa costruire ponti.
Obiettivi pedagogia interculturale:
- Sviluppare capacità dell’individuo di decentrarsi e aprirsi al dialogo attraverso un ascolto che sia
attivo ed empatico
- Sviluppare la ricerca di più punti di vista e far si che gli incidenti di percorso siano visti come
positivi
- Promuovere il rispetto per le differenze facendo emergere allo stesso tempo le somiglianze
- Sviluppare la capacità dell’individuo di sospendere il proprio giudizio e cambiare idee quando non
funzionano e non ci aiutano nella relazione con l’altro. Capacità di riflettere e osservarsi con una
certa dose di humor e irriverenza, senza prenderci troppo sul serio e ridere delle proprie rigidità.
- Sviluppare capacità di porsi domande e indagare la realtà in maniera complessa
- Imparare a problematizzare il nostro sapere, saper smantellare le proprie certezze
- Formare alla condivisione e alla solidarietà, mettere al primo posto la persona e i suoi valori
contro una società sempre più individualista e materialista. Superare una visione egocentrica della
realtà
L’educatore sociale lavora nell’ambito dell’interazione tra due o più persone di cui
una si trova in condizione di sofferenza, confusione, conflitto, disabilità e l’altra è
dotata di maggiore adattamento, competenze, abilità, rispetto alla medesima situazione.
Entrambe collaborano nella risoluzione di ciò che ha determinato le difficoltà del più debole.
L’educatore deve:
- Accettare l’altro in quanto tale, indipendentemente da ogni forma di rappresentazione che noi o il
contesto abbiamo di lui anche andando contro le nostre convinzioni.
- Attuare un ascolto attivo e empatico, senza avere fretta di arrivare alle conclusioni, cercando di
mettersi nei panni dell’altro o chiedergli di aiutarti a farlo e quindi assumere che ha ragione,
ricordarsi che ciò che si vedere dipende dal proprio punto di vista, dare importanza alle emozioni,
affrontare i dissensi come occasione di gestione creativa dei conflitti, adottare una metodologia
umoristica, ricercare una pluralità di puniti di vista.
- Valorizzare ogni sforzo compito dalla persona in direzione del cambiamento
- Favorire l’autonomia sollecitando il processo di responsabilizzazione
- Educare i giovani a una società sempre più competitiva
- Rieducarli al desiderio, ai sogni e a puntare in alto
L’incontro con i figli della migrazione costituisce una presa di contatto con la nuova condizione
socio-esistenziale che ci vede in qualche modo tutti migranti. Sono i paradigmi dell’evoluzione
sociale. L’altro è in noi.