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Geografia politica

Di
A. Painter, A. Jeffrey
Cittadinanza ed elezioni
Il concetto moderno di cittadinanza si sviluppa parallelamente alla creazione
dello Stato. Secondo Marshall (1950), il concetto moderno di cittadinanza
composto da tre aspetti, ognuno dei quali implica forme differenti di diritti:
civili, politici e sociali. Storicamente, lo sviluppo di queste diverse forme di
diritti segue levoluzione dello Stato inglese, dalla forma liberale, passando per
quella liberaldemocratica, fino ad arrivare al welfare state socialdemocratico.
Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che la nascita dello Stato
moderno implichi lattribuzione ai residenti sul suo territorio dei pieni diritti di
cittadinanza in maniera uniforme.
La dimensione dei diritti civili connessa alla dottrina liberale della protezione
della libert individuale. Per il liberalismo, lo Stato dovrebbe avere poteri
abbastanza limitati da non restringere in alcun modo le libert individuali, ma
abbastanza efficaci da garantire queste libert e proteggerle da altre minacce.
La dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al governo
della societ, sia direttamente, che indirettamente (elezione dei rappresentati).
La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da parte dello Stato,
del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere economico e sociale
(istituzione di vari servizi allinterno del welfare state).
importante considerare questi aspetti della cittadinanza come oggetto di
conflitti e di strategie politiche e sociali e chiarirne gli obiettivi. Lestensione
della cittadinanza nelle varie fasi non stata garantita dallo Stato senza
unesplicita pressione per lampliamento dei diritti espressa dai diversi gruppi
sociali, e senza che si verificassero degli scontri per ottenerlo; del resto, una
volta istituite determinate forme di cittadinanza, queste potevano essere
utilizzate come risorse con le quali lottare per ottenerne altre. Inoltre, c un
discorso sulla cittadinanza, che viene utilizzato e prodotto dai partecipanti
alle battaglie politiche. Lo Stato cerca di definire in modo discorsi chi un
cittadino e chi non lo , insistendo sul fatto che, per chi lo , la cittadinanza
universale. Per contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso discorso
sulla cittadinanza, lamentando per il fatto che, in realt, alcuni gruppi
vengono esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche della
cittadinanza sono mutevoli e discutibili.
Gli spazi della cittadinanza

I geografi sono stati i pi attivi nel tentativo di contestualizzare le diverse


concezioni della cittadinanza, con lo scopo di concentrarsi sui meccanismi
attraverso i quali alcuni individui vengono esclusi dallottenere o dallesercitare
la propria cittadinanza. Il loro lavoro ha messo in evidenza il fatto che, il
concetto di cittadinanza implica un continuo processo di separazione tra
cittadini e non cittadini. Per concettualizzare questidea, si pu parlare di limiti
formali e limiti informali alla cittadinanza. I limiti formali si riferiscono
allestensione legale della cittadinanza, secondo quanto viene definito in una
costituzione. Nello stesso tempo, per, ci sono pratiche e meccanismi informali,
che servono ad escludere determinati individui o gruppi dallesercizio dei propri
diritti di cittadini. Analogamente, possiamo distinguere tra cittadinanza de jure
(secondo la legge) e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione
evidenzia il fatto che, anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino
secondo dei parametri legali, ci possono essere delle barriere sociali, che
impediscono a questa persona di prendere parte attivamente alla vita civile;
tuttavia, pu avvenire anche lopposto. Queste definizioni non sono fisse nel
tempo o nello spazio, ma rappresentano strumenti attraverso i quali le
rivendicazioni di cittadinanza dei singoli soggetti possono venire interpretate in
casi specifici.
Lassegnazione di una cittadinanza di de jure o de facto non politicamente
neutrale. Lesclusione di alcuni individui dallesercizio dei propri diritti e delle
proprie responsabilit come cittadini viene determinata da caratteristiche come
il genere, la classe sociale, le origini etniche, il credo religioso, let, la
disabilit, la sessualit ed il luogo di nascita. Analizzare il significato di tratti
identitari cos connotati e mutevoli ha richiesto un paziente sforzo intellettuale.
In prima linea in questo tipo di studi, le autrici femministe hanno criticato
lesclusione delle donne dalla cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi
studi hanno quindi suggerito che il cittadino viene definito in quanto maschio.
Al posto di questa concezione, le studiose femministe hanno dato voce a
teorizzazioni pi connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere.
Di qui si evidenziata la natura patriarcale della societ capitalista occidentale,
una struttura che discrimina le donne attraverso lesclusione dalle posizioni di
potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche
femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose femministe
c poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto.
A partite dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe femministe si sono
spostate dallinteresse specifico per le relazioni di genere, verso una
considerazione pi ampia delle esclusioni sociali di quanti deviano dalla visione
teorica dominante di cittadinanza. Lesempio dellesclusione delle persone
sorde evidenzia la complessit delle geografie della cittadinanza. Da un lato,
lesclusione de facto dei non udenti dalla cittadinanza britannica, sulla base del
fatto che le loro carenze uditive impediscono limpegno nei dibattiti pubblici.
Dallaltro, la loro cultura linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi

spazi di cittadinanza, che operano sua su scala locale, che globale. Questo
riporta alle osservazioni di Isin, secondo il quale latto di esclusione non una
semplice negazione, ma potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di
cittadinanza, che agiscono in spazi pubblici alternativi.
Pu essere vero, per, anche il contrario. Ovvero che degli individui, o dei
gruppi, svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile, senza che ad essi
vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute alla cittadinanza. I
lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio fondamentale di
questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro rappresenta un
elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello Stato, senza
che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci sono due aspetti
fondamentali da affrontare. Il primo che i mezzi di comunicazione e la politica
parlano spesso di queste esclusioni in termini economici, descrivendo le
restrizioni nei confronti dei migranti come necessarie a difendere gli interessi
economici dello Stato. Gli studi geografici politici e culturali hanno per
sottolineato come queste esclusioni siano in realt strettamente connesse alla
difesa della mitica omogeneit culturale di ciascuno Stato; sono i confini dello
Stato ad operare come strumenti che definiscono lesclusione, chi nato
allinterno dei confini di un territorio, viene garantita la cittadinanza de jure,
mentre chi proviene da fuori spesso soggetto ad unesclusione dai diritti di
cittadinanza. Il secondo aspetto, che la cittadinanza degli immigrati genera
tensioni nella nostra visione della cittadinanza come inclusione, o esclusione,
da un certo Stato. I lavoratori migranti spesso mantengono legami sociali e
politici con i propri paesi dorigine, creando istituzioni politiche che travalicano i
confini degli stati. Non si sta suggerendo che i legami transazionali
rappresentino unalternativa adeguata allestensione dei diritti dei lavoratori
migranti in un paese ospite, ma che le migrazioni creano nuove reti spaziali di
responsabilit e appartenenza, che vanno al di l del binomia Stato cittadino.
Cittadinanza insorgente
Unazione radicale di cittadinanza la cittadinanza insorgente. Si tratta di
una forma di cittadinanza che agisce con unopposizione violenta allautorit
costituita e che cerca di ostacolare lazione dello Stato. Questo no vuole
significare che gli obiettivi di queste forme di azione politica siano
necessariamente in contrapposizione a quelli sanciti dalla costituzione di ogni
singolo Stato, ma piuttosto che essi nascono da uno scetticismo radicale nei
confronti della capacit dello Stato di assolvere questi doveri. La cittadinanza
insorgente, quindi si fonda sullazione diretta, come mezzo per reclamare i
diritti di cittadinanza, in un contesto in cui la distinzione tra legalit e illegalit
viene sospesa e sostituita da discorsi di diritti umani e giustizia sociale. Bisogna
per fare molta attenzione nel giudicare gli spazi e le posizioni di chi partecipa
alle cittadinanze insorgenti. I mezzi di comunicazione principali descrivono
spesso questi movimenti come indicativi di unazione civile non autentica, in

contrasto con quella autentica che si sviluppa attraverso i canali formali della
politica. La realt empirica, per, non sostiene una distinzione cos rigida. Gli
attivisti cercano di utilizzare i canali formali per dare voce alle proprie
preoccupazioni, ma questi sono stati percepiti come inefficaci. Per capire la
relazione tra la cittadinanza insorgente e la massa, bisogna rivedere le nostre
concezioni di trasformazione politica. In particolare, necessario guardare al di
l dellidea di riforme fondata sullo Stato o dei modelli tradizionali di
democrazia liberale.
Chatterton si occupa di come si possano creare visioni del cambiamento
politico condivise tra i gruppi di protesta e gli individui coinvolti direttamente
dalle loro azioni. Lui evidenzia la perdita di fiducia nei confronti dei canali
formali e la conseguente necessit di inventare nuovi spazi per la
partecipazione politica informale. Alla base delle conclusioni di Chatterton
emerge lansia dovuta al fatto che la posizione dei manifestanti e quella della
gente comune appaiono in rigida contrapposizione. Chatterton suggerisce che
il dualismo tra attivisti e non attivisti pu essere superato, mettendo in
evidenza la natura ibrida e negoziata socialmente delle due posizioni; questo
processo si concentra su nuove scale nuovi luoghi dellazione politica. Egli
sottolinea il fertile terreno comune che si pu sviluppare per mezzo della micro
politica della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Questa visione del
cambiamento democratico evidentemente diversa dalle concezioni
convenzionali della governance democratica pluralistica, per le quali i
cambiamenti di direzione delle politiche dello Stato avvengono per mezzo della
competizione tra partiti che si contendono il voto popolare. In questo caso,
Chatterton si rif alla concezione di democrazia pi radicale, definita
pluralismo antagonista, basata su un invocato concetto di societ civile
globale, azione collettiva e messa in discussione dello Stato e del potere
corporativo.
Questa discussione sulla cittadinanza emergente scompiglia per due motivi
la nostra concezione di cittadinanza come relazione tra un individuo e lo Stato.
In primo luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione di etica collettiva che
non si fonda su una riforma dello Stato. Secondo, le lotte contro questioni
globali richiedono nuove forme di solidariet, che si estendono al di l dei
confini dello Stato.
Governance
La governance indica una tipologia di governo fluida ed inclusiva, che tiene
conto delle istante provenienti dal basso e che mobilit contemporaneamente
diversi attori. Essi possono essere pubblici, si parla di governance multi
livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala territoriale nella
gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con il principio di
sussidiariet e la promozione di approcci dal basso e di partenariato pubblico

privato nella definizione e nellapplicazione delle politiche pubbliche. Rhodes


individua sei modi diversi di intendere la governanrce:
-

Minimal state: una ridefinizione della presenza dello Stato nellerogazione


di servizi e nella vita dei cittadini;
Corporate governance: in generale, il sistema che gestisce e controlla le
istituzioni, pubbliche e private;
New public management: un modo nuovo di concepire il settore pubblico,
avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato;
Good governance: come buon sistema di governo, secondo parametri
indicati dalle grandi organizzazioni internazionali;
Sistema socio cibernetico: un sistema socio politico, il risultato
dellintervento integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema
stesso;
Rete auto organizzata di istituzioni e di soggetti pubblici e privati che, a
diversi livelli, prendono parte al governo di un territorio e di una societ.

I cinque principi che stanno alla base della buona governance sono : apertura,
partecipazione, responsabilit, efficacia, coerenza.
La cittadinanza cosmopolita
La cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad una comunit
politica e lo Stato considerato da sempre la forma principale di comunit
politica. Questa concezione ora messa in discussione.
Il criticismo si concentra su un problema che viene percepito come centrale
nella governance internazionale contemporanea. Mentre la cittadinanza ha una
scala statale, molti dei temi politici pi rilevanti oggi trascendono i confini
nazionali. Si pensa che la democrazia stia fallendo a causa del suo essere
fondata sullo Stato. Definita deficit democratico, questa critica si basa sul
fallimento del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di essere attivi
politicamente su scala internazionale.
La cittadinanza transazionale si pu analizzare mettendo in evidenza due
concetti, attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il deficit democratico:
una societ civile globale ed una democrazia cosmopolita. Entrambi i concetti
si fondano su pratiche politiche ed istituzioni gi esistenti, al fine di indagare
meccanismi alternativi di partecipazione nella sfera internazionale.
Il concetto di societ civile indica dei raggruppamenti sociali che non agiscono
n allinterno dello Stato (processo formale di governo), n del mercato (per il
profitto). Ma il concetto di societ civile soggetto a numerose contestazioni.
Da un punto di vista storico, la definizione nata dal vocabolario dei filosofi
politici, quando si sono occupati di come le persone possano soddisfare bisogni
individuali raggiungendo, nello stesso tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato
interesse politico ed accademico per la societ civile negli anni Novanta, pu

essere ricondotto alla caduta del comunismo nellEuropa centrale e orientale,


nel 1989. La capacit di gruppi pro - democrazia, nel definire le istituzioni degli
stati dellEuropa centrale e orientale, stata dipinta come una vittoria della
societ civile. La crescita dellinteresse nei confronti del concetto di societ
civile ha portato anche ad un profondo ripensamento della sua stessa
definizione. Alcuni autori hanno cominciato ad analizzare cosa significhi parlare
di societ civile in un epoca di interconnessioni crescenti e flussi transazionali,
con i relativi dubbi sulla supremazia dello Stato.
Definito per primi da autori come Kaldor e Keane, il concetto di societ civile
globale si focalizza sullistituzione e la difesa di norme e diritti comuni a tutta
lumanit. Lidea di societ civile, quindi, concentra lattenzione sulla comparsa
di una coscienza globale comune, in unepoca di presunta globalizzazione. I
miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti hanno permesso ad
organizzazioni e movimenti molto distanti di unirsi, su tematiche comuni
(proteste ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare in modo critico
lazione della societ civile globale, bisogna riportare nella nostra analisi la
geografia, individuando tre aree di analisi spaziale.
Primo, le azioni dei movimenti di protesta globale sono dirette verso le politiche
di determinati Stati (movimento per la liberazione del Tibet). Secondo, le azioni
di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi possiede tempo sufficiente e
risorse tecnologiche si trova nella posizione migliore per essere coinvolto e
stabilire le priorit. I movimenti globali sono radicati in determinate geografie
che spesso rispecchiano le geografie del potere (gli uffici di Amnesty
International sono localizzati in prossimit dei centri di potere).
In contrasto con la nozione di societ civile globale, i teorici della cittadinanza
cosmopolitica ricercano un modello pi formale di partecipazione politica,
strutturato intorno al concetto di cittadinanza globale. I teorici della democrazia
cosmopolitica sostengono che laumento del numero degli stati democratici nel
mondo abbia poca importanza per la democratizzazione dellordine mondiale.
Limportanza crescente, alla scala globale, delle preoccupazione per
lambiente, leconomia e i diritti umani, ha portato a richiede che si dia voce
alla cittadinanza globale, nella definizione delle pratiche delle organizzazioni
internazionali. Tuttavia, ci sono motivi sia logici che geografici per i quali un
ordine democratico globale sarebbe molto difficile da istituire. In termini
logistici, la prospettiva di una singola istituzione, che abbia la capacit di
organizzare delle elezioni globali, solleva molti dubbi. In termini geografici,
lidea di istituire un governo liberaldemocratico che agisca al di sopra del livello
dello Stato, richiederebbe il consenso del sistema di stati esistente. Lordine
internazionale attuale costituito in favore degli stati pi potenti. Non si pu
creare dal nulla un ordine politico cosmopolita, c bisogno di lavorare al
sistema attuale, fondato su un potere distribuito in modo diseguale, e di
superarlo. Possiamo, tuttavia, osservare alcuni esempi di democrazia

cosmopolita. Ad esempio, lUe pensata come un forma di organizzazione


politica democratica, al di sopra del livello degli stati nazionali.
Leuropeizzazione progressiva ha portato nuove forme democratiche, con
alcuni aspetti della sovranit statale ceduti al livello di governo europeo,
mentre lo Stato rimane il luogo centrale del potere politico. Questo ha portato i
geografi politici ad evidenziare la nascita, in Europa, di una cittadinanza
multilivello, con i cittadini sottoposti a diversi livelli di autorit politica
contemporaneamente.

Geografie elettorali
La geografia elettorale una sottodisciplina della geografia politica, che
analizza la pratica e lorganizzazione delle competizioni elettorali. In genere,
tutte le elezioni prevedono un voto popolare, nel quale una parte della
cittadinanza esprime la propria preferenza riguardo alla rappresentazione
politica (governance democratica pluralista).
Le elezioni politiche in uno Stato offrono agli studiosi la possibilit di osservare
e tracciare gli orientamenti politici di una certa popolazione. Il fatto ancora pi
importante che il sistema di voto di solito costruito su unit territoriali, la
cui distribuzione e struttura pu giocare un ruolo significativo nei risultati delle
elezioni.
Ecco alcune ricerche che si occupano degli aspetti spaziali delle elezioni. Per il
geografo francese Siegfried, la geografia fisica, economica e culturale dei
distretti vista come unimportante cornice strutturale, in grado di definire le
priorit politiche degli elettori. Gli sono state mosse alcune critiche,
innanzitutto i critici dubitano che lo spettro degli orientamenti politici si possa
ridurre al semplice dualismo tra destra e sinistra. Spesso gli individui possono
avere punti di vista apparentemente contraddittori su diversi temi politici e il
modello di Siegfried non prende in considerazione questipotesi. La seconda
critica riguarda il fatto che le sue conclusioni sembrano sostenere un
determinismo ambientale, ovvero il fatto che sia lambiente di vita a
condizionare le attitudini politiche.
Dopo le ricerche di Siegfried, la geografia politica del XX secolo ha seguito lo
stesso percorso di tutta la geografia, che possiamo suddividere in due
tendenze. Nella prima, c stato un passaggio dalla ricerca di grandi spiegazioni
generali delle tendenze di voto verso un approccio pi empirico e basato sulla
ricerca sul campo, che cercava di misurare il comportamento degli elettori. I
geografici della seconda tendenza hanno invece spostato la propria attenzione
sullanalisi delle geografie della rappresentanza, analizzando il modo in cui
lorganizzazione spaziale delle elezioni pu servire a influenzarne i risultati.
Il comportamento degli elettori

Un primo tentativo di teorizzare in termini quantitativi le tendenze di voto


venne fatta con leffetto vicinato una cornice esplicativa del comportamento
degli elettori. I critici dellapproccio positivista della geografia elettorale
ritengono che ad essa manchi un collegamento con la teoria sociale e, di
conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle dinamiche
politiche spaziali delle elezioni (contro lempirismo rampante).
Negli ultimi anni gli studi sul comportamento di voto hanno diversificato i propri
fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di metodologie
qualitative. Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione dellinterazione
tra le dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto, collegando, in modo pi
sottile, i concetti di territorio e human agency. Molta attenzione stata per
esempio posta sul territorio, visto come costruito socialmente, concentrandosi
quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents) nel continuo processo di
produzione di territorio. Il lavoro del geografo politico Agnew ha avuto
unimportante influenza nello sviluppo di concetti teorici pi sofisticati, relativi
ai comportamenti di voto. Agnew sostiene che il contesto sia importante
soprattutto nel momento in cui il territorio, a diverse scale geografiche, viene
utilizzato come strategia retorica, da parte dei partiti, come culla per i processi
di influenza dei comportamenti e come elemento della geografia politica delle
scelte elettorali. Questanalisi sui comportamenti di voto quindi servita ad
arricchire la nostra capacit di comprendere la specificit storica dei modelli di
voto, mettendo in relazione le variazioni nel sostegno ai partiti con le
trasformazioni economiche e sociali che avvengono a diverse scale
geografiche. Alcune critiche a questo approccio possono essere fatte in
relazione al fatto che esso rispecchia un residuo attaccamento ai dati dei
modelli statistici, necessariamente discontinui, ma non riesce ad essere
coerente con linsieme degli studi socio culturali, che hanno messo in luce
linterrelazione e la costruzione sociale di etichette identitarie.
Linterpretazione degli specifici contesti storici pu contribuire ad animare le
interrelazioni tra le diverse posizioni riguardo a questargomento, ma per capire
i loro effetti politici pi in dettaglio, necessario un approccio maggiormente
qualitativo nei confronti degli attori coinvolti. In questo caso, la geografia
politica pu avviare un rapporto produttivo con lantropologia politica.
Lapproccio etnografico permette di sottolineare limportanza delle
testimonianze, individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori
economici, sociali e culturali che determinano lappartenenza politica.
Geografie della rappresentanza
Gli aspetti spaziali delle elezioni hanno rappresentato un interesse di primaria
importanza per i geografi. Ogni sistema elettorali uninominale del mondo
divide il proprio elettorato in collegi definiti su base territoriale. I collegi
vengono costituiti nel tempo e continuamente soggetti a revisioni. Esattamente
come la scelta del sistema elettorale pu favorire certi partiti rispetto ad altri,

cos anche il disegno dei collegi elettorali pu influenzare il risultato delle


elezioni. Il disegno dei confini dei collegi elettorali rappresenta quindi un tema
di grande interesse per la geografia elettorale. Le potenzialit in questo
processo nellinfluenzare lesito delle elezioni, vengono ben descritte dagli
esempi del malapportioning (suddivisione del territorio in collegi non equa) e
del gerrymandering. Il primo si riferisce ad una disuguaglianza nella
rappresentanza, dovuta alle differenze nelle dimensioni dei collegi, ed di
particolare importanza quando i partiti dominanti sono due (Usa). Johnston
sostiene che il malapportionment si pu verificare per mezzo di volont
intenzionale, se un partito controlla il processo di suddivisione in collegi,
creando collegi pi grandi dove il partito oppositore forte, oppure di un
malapportionment strisciante, quando i cambiamenti, intervenuti nel corso del
tempo, nella suddivisione in distretti fanno s che ci siano collegi pi piccoli,
dove un partito pi forte. Il gerrymandering si riferisce invece alla pratica di
ridefinire lestensione, o la popolazione di un collegio, con il proposito di
ottenere un vantaggio elettorale. Questo espediente prende il nome da un
Governatore americano del XIX secolo, Gerry, che stabil la ridefinizione dei
confini delle contee per ottenere un maggiore sostegno elettorale. Tuttavia,
anche se il gerrymandering diventato un tema centrale per i geografici
elettorali, dobbiamo suggerire cautela. Allinterno della geografia politica c
una chiara tendenza a ridurre le attitudini di voto alla preferenze espresse nel
giorno delle elezioni. Anche se questi sono dati che possono venire registrati,
non possiamo mai assumere che lespressione del voto sia rappresentativa
della visione politica, sottile e spesso contraddittoria, degli individui. Viene
utilizzato il termine fluidit partigiana per richiamare lattenzione sulla
natura mutevole della fedelt degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di
una ridefinizione dei confini dei collegi elettorali. Questi processi, infatti,
possono a loro volta alterare le preferenze degli elettori, per il fatto che questi
possono perdere fiducia nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei
loro tentativi di manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche
individuali non sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo
fluido di identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e
geografici.
La geografia elettorale in Italia
Per tutta la Prima Repubblica, appare evidente la presenza di due aree pi o
meno omogenee dal punto di vista delle preferenze politiche, dominate dai due
partiti principali dellepoca: il Nordest bianco, caratterizzato da una netta
maggioranza della Dc, ed il Centro rosso, roccaforte del Pci.
Si tratta delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di piccole medie imprese e
da una rete di piccole citt che fungono da cardini dello sviluppo economico
territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le realt associative che
fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al movimento operaio ed alla

sinistra, nel secondo. Il resto dItalia vede invece una tendenza elettorale molto
pi variegata, legata alle contingenze temporali e alle specificit di ciascun
territorio.
In seguito allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica, la
geografia politica italiana si trova di fronte alla conquista da parte della Lega
Nord delle province nelle quali un tempo dominava la Dc e alla nascita di Fi,
movimento politico dalla struttura aziendale, legato ai mezzi di comunicazione
nazionali e con legami apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi
trova una propria zona azzurra, paragonata ad un arcipelago, costituito da
isole di concentrazione del voto (Campania, Sicilia e alcune province del
Nordovest).
Negli ultimi anni la geografia elettorale italiana si trovata a fronteggiare
alcune evoluzioni politiche inedite. La prima la nascita di due partiti a
vocazione maggioritaria (Pd e Pdl), che appaiono sempre meno legati al
contesto territoriale, anche se sembrano ricalcare la geografia elettorale dei
propri predecessori. La seconda la progressiva avanzata del fronte leghista
nelle ex regioni rosse, con particolare evidenza nelle province pi
settentrionali dellEmilia Romagna e della Toscana. A questo si possono
aggiungere le concentrazioni geografiche delle presenze di alcuni partiti minori,
legate pi alla presenza di leader locali, che a specifiche caratteristiche
territoriali.
Conclusione
Si imparato ad analizzare gli spazi della cittadinanza, della democrazia e delle
elezioni e mostrare il ruolo delle teorie socio culturali nellaiutarci a
comprendere meglio questi concetti. stato fatto ripercorrendo la natura delle
teorie sulla cittadinanza e gli aspetti spaziali delle elezioni. Il percorso ha
dimostrato che impossibile pensare alla pratica politica al di fuori del
contesto sociale e culturale. La politica viene vissuta e, di conseguenza, esiste
nello spazio.

La politica e la citt
Politiche urbane
Il tipo di citt che si sviluppato nellEuropa medievale influenza
maggiormente la nostra immagine di come dovrebbe essere una citt. Nel
Medioevo la citt svolgeva un ruolo di centro amministrativo, politico ed
economico per il suo retroterra rurale. I prodotti agricoli confluivano verso i
mercati cittadini dalle campagne circostanti, dove veniva prodotto pi cibo di
quanto ne servisse per nutrire le famiglie di contadini, generando un surplus
che poteva venire utilizzato per sostenere la popolazione urbana non agricola.

La nascita delle citt, quindi, il prodotto di un cambiamento nella geografia


della produzione e del consumo.
Oggi quasi tutte le citt sono collegate, dal punto di vista economico, non al
territorio che le circonda, ma a reti pi ampie di commerci, investimenti e flussi
di lavoratori, che si estendono su spazi molto vasti, allinterno e allesterno dei
confini nazionali. Le citt fanno parte di unarticolata gerarchia, politica e
amministrativa, con gli stati nazionali che esercitano una forte influenza, sia
sulle politiche della citt, che sigli aspetti pi minimi della vita urbana. Piuttosto
che presentarsi come un sistema compatto, con una comunit integrata ed
organica, come nel Medioevo, oggi le citt sono enormi, tentacolari, sempre pi
frammentate (sia dal punto di vista spaziale, che da quello sociale) diffuse sul
territorio e variegate, tanto dal punto di vista sociale, che culturale
(urbanesimo diffuso). Nei paesi industrializzati, la distinzione fra urbano e
rurale sembra essere sempre pi confusa e arbitraria. Tutto ci rende
decisamente complicato definire le politiche urbane. Di conseguenza, non
bisogna considerare come politiche urbane tutte quelle che hanno luogo in
citt. Le politiche urbane sono riferite alle politiche che riguardano tematiche
urbane e bisogna distinguerle da quello che il governo della citt.
Un metodo per avvicinarsi alla ricerca di una definizione potrebbe essere quello
di considerare le relazioni tra le funzioni urbane e la forma della citt. Il
geografo Harvey cerca di fissare delle basi concettuali rigorose per definire la
specificit delle politiche urbane. Lui stabilisce che lurbanizzazione dovrebbe
venire vista come un processo, non come un oggetto, e, come tale,
necessariamente non ha limiti spaziali fissi, anche se si manifesta spesso
allinterno di un determinato territorio. Il punto di partenza della sua analisi il
mercato del lavoro urbano, definito in termini di estensione dei movimenti
giornalieri dei pendolari. La diffusione dei mezzi di trasporto motorizzati ha
fatto s che oggi sia possibile raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro da
unarea che si estende ben al di l del centro cittadino. Harvey sostiene che i
datori di lavoro debbano adattarsi alla disponibilit di forza lavoro allinterno
dei limiti di ogni regione urbana. Nel lungo periodo questi limiti non sono
insormontabili grazie, ad esempio, lo spostamento della produzione in un altro
Stato. A breve termine, per, gli imprenditori devono lavorare con la forza
lavoro che hanno a portata di mano, la cui qualit diventa quindi determinante.
Formare i dipendenti costa, e quindi, nel breve periodo, linsieme delle
qualifiche e capacit della forza lavoro urbana rappresenta una limitazione. I
lavoratori altamente qualificati possono avere il potere di richiedere salari pi
alti, mentre i sindacati possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno
qualificati, attraverso lazione collettiva. Il risultato, secondo Harvey, un
complesso insieme di lotte ed alleanze tra gli imprenditori, elite urbane, i
lavoratori e le loro famiglie. Inoltre, la gran parte dei guadagni dei lavoratori
viene spesa a livello locale. Ciascun mercato del lavoro urbano, quindi, sostiene

una specifica serie di pratiche di consumo, che vengono determinate dalla


distribuzione dei guadagni tra i diversi gruppi sociali.
I limiti geografici, soprattutto alla scala urbana, influenzano sia il lavoro, che il
capitale, con due risultati. Il primo quello che Harvey definisce la tendenza
alla coerenza strutturata delle regioni urbane, che riflette il modello
dellinsieme di guadagni e consumi, rafforzato dalle infrastrutture fisiche e
sociali della citt (fisiche: buoni trasporti pubblici; sociali: buoni asili dinfanzia).
Il secondo risultato lo sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed economici,
che nascono dai conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche di consumo,
la salvaguardia dei vantaggi competitivi e lofferta di infrastrutture fisiche e
sociali. Nel modello della pure competizione non ci sarebbe la necessit di
alleanze politiche ma, nel mondo reale, influenzato dalle condizioni
geografiche, le politiche urbane sono inevitabili.
Questi processi non implicano il fatto che la citt sia un attore politico unico: le
classi sociali e le altre alleanze mutano in continuazione e linsieme di limiti ed
opportunit esistenti possono generare pressioni contrastanti. Leffetto
principale, per, la creazione di una regione urbana come spazio allinterno
del quale possano emergere delle politiche urbane relativamente autonome.
Da un lato, questo significa che le citt sviluppano le proprie tradizioni politiche
distintive ed interessi politici localizzati. Daltra parte, per, il contenuto delle
politiche della citt non pu essere derivato direttamente da logiche
economiche, ci sono aspetti che sono al di fuori della logica dellaccumulazione.
Alcuni geografi politici, compreso Harvey, continuano il discorso, cercando di
capire come le differenze nelle pratiche politiche urbane siano collegate ai
processi di accumulazione del capitale. Altri, cercano invece di approfondire la
portata e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente autonome dalle
dinamiche economiche.
Urbanizzazione contemporanea
Le agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Citt del Messico, assomigliano alle
regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano anche una prova
del passaggio dalle citt come luoghi ben distinti ad una pi generale
urbanizzazione.
Lammontare della popolazione non il solo parametro di misura
dellimportanza delle singole aree urbane. Taylor attribuisce pi importanza alle
funzioni delle citt e ai collegamenti tra esse. Secondo lui, le citt sono state
plasmate nel tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel contesto internazionale.
In questo tipo di approccio, i processi di globalizzazione sono fondamentali in
ogni tentativo di comprendere le citt e le loro politiche. Nello specifico,
lapproccio di Taylor tiene conto della capacit globale delle citt, definita dai
servizi offerti al suo interno, in particolare quelli del settore economico e

finanziario. La graduatoria rispecchia la concentrazione di imprese che offrono


questi servizi in ciascuna delle citt considerate. Questapproccio utile a
mettere il luce le funzioni e il ruolo globale delle citt. importante riconoscere
per che, anche se le mega citt esercitano una grande influenza economica,
politica e culturale ed inglobano ingenti flussi di denaro, persone, beni e
informazioni, la maggior parte degli abitanti delle citt vive in realt urbane pi
piccole e ordinarie. Nel mondo sono circa cinquanta le citt che superano i
cinque milioni di abitanti e ospitano complessivamente cinquecento milioni di
persone, cio solo il 15 % della popolazione mondiale. Considerando solo le
mega citt simboliche rischiamo di perdere di vista gran parte della realt.
inoltre evidente che non esiste un unico modello di crescita e sviluppo urbano.
Realt urbane compatte affrontano sfide diverse da quelle di una metropoli
diffusa.
La geografa Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare pi attenzione alle
citt ordinarie e allordinariet della vita urbana e che anzi sarebbe utile
considerare tutte le citt come se fossero ordinarie. Le politiche urbane
riguardano i conflitti e le controversie di tutti i giorni, tanto quanto lindirizzo
della crescita economica della citt. E le politiche che sostengono questultima
spesso sono a loro volta ordinarie, poich hanno effetto sulle nostre attivit
quotidiane e riguardano le attivit pi banali della vita urbana, tanto quanto
azioni di livello pi elevato.
Le infrastrutture urbane
Una crescente consapevolezza dellimportanza delle strutture materiali, che
costituiscono lossatura di una citt, ha portato lo studio delle infrastrutture
urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della geografia dei trasporti o
della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto di rilievo nellambito della
geografia urbana. Questevoluzione ha molte ragioni. Da un certo punto di
vista, la repentina crescita urbana di molte citt ha caricato di un peso sempre
maggiore le reti materiali dalle quali dipende la loro vita quotidiana. In secondo
luogo, queste reti sono sempre pi interdipendenti. Le infrastrutture sono
importanti dal punto di vista tecnico (lo si nota durante i grandi blackout), ma
sono anche strettamente correlate alle pratiche sociali e politiche. Nellambito
degli studi urbani e geografici, c una lunga tradizione di lavori che si
occupano delle politiche della fornitura dei servizi collettivi. Negli anni Settanta
e Ottanta, il noto sociologo urbano Castells ha affermato che i conflitti politici
sul consumo collettivo costituiscono il vero nucleo centrale delle politiche
urbane (Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale
difficolt quella dellaccesso a risorse fondamentali come lacqua, i servizi
igienici, lelettricit, le scuole). Oggi i concetti di partnership e partecipazione
(della comunit) sono diventati una sorta di mantra, quando ci si riferisce a
nuove forme di realizzazione di servizi ed infrastrutture locali, in tutto il mondo.
Questo discorso evidenzia alcune caratteristiche fondamentali delle politiche

urbane contemporanee. In primo luogo, si mette particolarmente in risalto il


ruolo dello Stato come facilitatore, piuttosto che come fornitore di servizi e
attrezzature pubbliche (appaltare a societ esterne la fornitura di molti servizi
urbani). Secondo, lesigenza di organizzare partnership tra enti pubblici,
organizzazioni non governative ed il settore privato stata una caratteristica
dominante della realizzazione di nuove forme di governance urbana in molte
realt. Terzo, anche linteresse per la partecipazione della comunit diventato
una caratteristica tipica dei tentativi di riforma delle modalit di offerta dei
servizi, in molte citt del mondo. La partecipazione della comunit viene
anche evocata come componente essenziale in molti altri settori, tra i quali la
pianificazione, la sicurezza, listruzione, la protezione dellambiente e le
politiche abitative. Infine, la ricerca su Mumbai attira lattenzione sui conflitti
nellaccesso alla citt e alle sue risorse, ponendo il problema del valore dei
poveri allinterno della citt.
Gentrification
Inizialmente il termine gentrification veniva utilizzato prevalentemente nel
settore immobiliare, riferendosi allacquisto di case da parte della classe media
in zone della citt che fino a poco tempo prima erano occupate da quartieri
operai o da aree industriali.
In molte citt europee e nordamericane, verso la met del XX secolo, si
assistito a massicci processi di sub urbanizzazione, grazie allaumento della
diffusione di automobili che rendevano possibile per molti trasferirsi fuori dal
centro citt. Lo stile di vita suburbano sembr diventare lalternativa migliore
alle citt, sporche e sovraffollate. Questo processo rese le abitazioni del centro
citt relativamente pi economiche e accessibili per i gruppi sociali pi poveri,
creando delle nette divisioni sociali tra le aree urbane interne, pi povere, e i
quartieri suburbani benestanti. A partire dagli anni Sessanta, per, cominci a
delinearsi una controtendenza. Anche se la sub urbanizzazione continuava, i
quartieri centrali, iniziarono a vedere il ritorno delle classi medie, dando il via a
quel processo che prese poi il nome di gentrification. Questo fenomeno si
presentava solitamente in due modi: in alcuni casi, erano gli agenti immobiliari
ad acquistare abitazioni o magazzini nelle aree pi povere della citt o in zone
industriali, ristrutturandoli e rivendendoli a prezzi molto pi alti; altre volte,
invece, erano delle singole persone a comprare delle propriet, che
ristrutturavano per andarci a vivere, generando la swear equit (partecipazione
del sudore), ovvero laumento del valore di una propriet dovuto al sudore della
fronte del suo stesso proprietario. In entrambi i casi, il valore di mercato delle
propriet aumentava, trasformando di conseguenza la composizione sociale di
questi quartieri. Nelle case in affitto, gli inquilini pi poveri venivano costretti a
trasferirsi, per mezzo dellaumento degli affitti o di sfratti. I proprietari meno
facoltosi approfittavano della nuova domanda di abitazioni della classe media,
vendendo le proprie case. Quando lofferta di appartamenti ed edifici da

ristrutturare cominci a scarseggiare, gli immobiliaristi cominciarono a


costruirne di nuovi.
Smith, un geografo, sottolinea come la gentrification sia guidata
principalmente da logiche economiche. Essa avr luogo solo quanto i guadagni
conseguenti allo sfruttamento delle differenze di rendita saranno superiori ai
costi necessari per rinnovare le abitazioni. Altri autori hanno proposto visioni
differenti, suggerendo che la forza motrice della gentrification vada rintracciata
nel cambiamento dei gusti e delle aspirazioni dei consumatori.
Si discusso i modo acceso nellambito della geografia, riguardo ai diversi
modi di considerare la gentrification, sia dal lato dellofferta (economia urbana,
immobiliaristi, mercato fondiario), che dal lato della domanda (correnti
culturali, gusti e preferenze dei consumatori). Di recente, molti ricercatori
hanno riconosciuto limportanza di entrambi questi elementi, quello che
chiaro, comunque, che la gentrification ha delle profonde ripercussioni sulle
politiche urbane.
Dal punto di vista degli urbanisti, degli amministratori cittadini, la gentrification
viene solitamente vista molto positivamente, come rinascimento urbano.
Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del paesaggio urbano,
vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a fornire loccasione per
ripianificare in solo colpo vaste porzioni di citt, sono i mega eventi. La
gentrification parrebbe quindi generare un processo virtuoso di investimenti,
miglioramenti dellambiente costruito, arrivo di nuovi residenti, aumento della
qualit di vita media e una prospettiva diffusa che, si spera, possa incoraggiare
nuovi ulteriori investimenti. Ora che il fenomeno si consolidato gli effetti della
gentrification hanno coinvolto molti aspetti della vita cittadina, oltre che il
mercato immobiliare. In ogni caso, la gentrification non un fenomeno
esclusivamente positivo: per permettere alla nuova classe media di spostarsi
allinterno della citt, i gruppi sociali pi poveri ne vengono espulsi (sfratti,
demolizioni).
Secondo Smith, la gentrification e gli spostamenti di abitanti non possono
essere considerati separatamente da una serie di conflitti per gli spazi urbani,
come il controllo intensivo dei comportamenti pubblici, le azioni di
allontanamento nei confronti degli homeless e le discriminazioni nei confronti
degli immigrati per quanto riguarda lofferta dei servizi pubblici. Questa
commistione di cambiamenti sociali, trasformazioni economiche e regolazione
pubblica ha generato secondo la prospettiva di Smith, la citt revanscista.
Secondo Smith, la gentrification sarebbe proprio una vendetta della classe
media, potente e in crescita, che si riprenderebbe la citt che era stata
occupata dai lavoratori, dai poveri e dai gruppi marginali.

Quello dellappartenenza di classe non lunico fattore di divisione sociale che


si collega alla gentrification. Anche il genere importante e, in molti casi, la
razza.
Il fenomeno della gentrification ci permette di far emergere molti aspetti chiave
delle politiche urbane contemporanee. Dimostra che le politiche urbane non
sono solo quelle che si determinano allinterno delle istituzioni formali
dellamministrazione cittadina. La gentrification ci rivela anche il passaggio da
un approccio pubblico ad uno privato e orientato al mercato nei confronti dello
sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento mettono laccento sulla
grande quantit di capitale che ora viene investito in zone prima fatiscenti e
ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri quartieri svantaggiati. I
critici puntano invece il dito contro le crescenti disuguaglianze che derivano
dalleccessiva fiducia nei confronti delle soluzioni del mercato e sostengono che
ci siano ben poche prove della reale diffusione di effetti positivi in altri
quartieri. Tutti sono daccordo sul fatto che la gentrification sembra destinata a
continuare, aumentando la propria portata e la propria estensione territoriale.
Public cities e city publics
necessaria qualche riflessione sullidea di pubblico e sulla sua relazione con
gli spazi urbani. Molti hanno associato i cambiamenti collegati alla
gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli spazi pubblici
continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni sempre pi
stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per scontato, ma in
realt sono pi complessi. Il pubblico viene fatto corrispondere a qualcosa di
aperto a tutti, oppure di propriet pubblica, mentre il privato viene associato a
restrizioni nellaccesso o alla gestione di un individuo o di unimpresa.
Il geografo Iveson ha analizzato in dettaglio questa problematica, a partire da
unimportante distinzione tra approcci topografici e procedurali agli spazi
pubblici. La definizione pi comune di spazio pubblico urbano topografica: si
riferisce a determinati luoghi della citt che sono aperti a tutte le componenti
della popolazione urbana; tutti gli spazi pubblici collocabili su una mappa.
Questo approccio presenta per due problemi. Il primo che molte delle tesi in
favore di un migliore accesso agli spazi pubblici vengono formulata in termini di
perdita e rivendicazione. Laccesso agli spazi pubblici sempre stato limitato e
fonte di conflitti, spesso tra diverse componenti della stessa popolazione
urbana. Il secondo problema dellapproccio topografico che si tende a far
coincidere il pubblico con lo stare in uno spazio pubblico. Iveson sintetizza
queste problematiche suggerendo che lapproccio topografico combini insieme
tre diversi aspetti del pubblico: il contesto dellazione (spazio pubblico), il tipo
di azione (orientamento pubblico) e un attore collettivo (il pubblico, la
popolazione). Di qui lidea che non esista una distinzione netta e rigida tra
pubblico e privato. Una persona pu svolgere delle attivit pubbliche in uno

spazio privato. Al contrario, in uno spazio pubblico, ci si pu occupare di


questioni private.
Laltro approccio, quello procedurale, definisce come spazio pubblico
qualunque luogo nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento o di tipo
pubblico. Con questespressione si possono intendere, per esempio, la
comunicazione con un pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o
rappresentazioni (tenere un discorso in tv, rappresentazione teatrale in piazza).
In questo caso siamo di fronte ad un paradosso: unazione pubblica diventa tale
solo perch si sta effettuando in pubblico. Il problema dellapproccio
procedurale, per, che minimizza limportanza degli aspetti materiali degli
spazi pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio pu diventare
pubblico, senza difficolt e senza differenze, semplicemente perch viene usato
a questo scopo. Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi
materiali possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di
persone da cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto.
Le politiche urbane si occupano prevalentemente di cosa pubblico e di cui
sono i fornitori, nellambito di visioni contrastanti. Iveson ritiene che non ci sia
una relazione diretta tra attivit e tipologie specifiche di spazzi pubblici urbani.
Esiste una relazione dinamica tra le azioni associate al pubblico e i diversi tipi
di luoghi e spazi della citt. La citt, secondo Iveson, non un palcoscenico, sul
quale si reciti lessere pubblico. Piuttosto, la citt pubblica deve essere prodotta
attraverso elaborazioni politiche, che cercano di creare ci che pubblico.

Politiche dellidentit e movimenti sociali


Si sempre guardato con molto interesse alle nozioni di identit condivisa o
identit collettiva, per quanto riguarda lappartenenza a gruppi definiti in base
a caratteristiche sociali o culturali, come il genere, la razza, letnia, la religione
o la provenienza. Lidentit complessiva di un individuo pu venir vista come il
risultato del suo genere della sua classe, delle sue origini etniche e di altri
elementi identitari, diversi da persona a persona.
Possiamo parlare di politiche dellidentit, quando la diversit identitaria di un
gruppo fonte di conflitti o diventa loggetto intorno al quale ruotano azioni
finalizzate a portare ad un cambiamento sociale (disabili che si organizzano
intorno ad unidentit comune). Le politiche dellidentit costituiscono
unimportante base per molti movimenti sociali.
I movimenti sociali sono uno degli strumenti pi importanti che le persone
hanno per riuscire a scrivere la propria storia e ci che interessa come fare
la storia dipenda da delle geografie e le determini.
I movimenti sociali

Con la definizione movimenti sociali ci si riferisce a gruppi di persone che


perseguono obiettivi condivisi, richiedendo un cambiamento sociale o politico .
ovviamente diversa la portata del cambiamento al quale ambiscono e le parti
della societ che ritengono interessate. Un movimento rivoluzionario pu
ricercare il completo rovesciamento dellordine sociale esistente. I movimenti
sociali sono anche dopposizione o contenziosi, ossia si oppongono ad uno o pi
elementi dellordine politico e sociale esistente. Questo significa che sono in
conflitto con altri gruppi o istituzioni della societ, che vorrebbero invece
preservare lo status quo. Alcuni movimenti sociali si occupano di ununica
tematica. Concentrandosi su un unico asse di conflitto allinterno della societ.
Per questo motivo, i partiti politici vengono distinti dai movimenti sociali,
poich cercano di ottenere un vasto consenso su temi molto diversi tra loro. Ad
ogni modo non c una separazione netta tra i due concetti: i movimenti
possono diventare partiti e i partiti possono appoggiare alcuni specifici gruppi
dinteresse.
Lazione politica implica sempre la messa in campo di strategie e questo vero
per i movimenti sociali, quando cercano di ottenere il cambiamento che
vorrebbero nella societ. Secondo il sociologo Giddens, ogni aspetto della vita
sociale necessita di un monitoraggio riflessivo dellazione: chi appartiene ad un
movimento sociale vuole portare determinati cambiamenti nella societ nel suo
insieme questo implica tentativi espliciti di direzionare le attivit del
movimento, alla luce dei suoi successi e dei suoi fallimenti passati.
Secondo Nicholls, i movimenti sociali posseggono altre due caratteristiche.
Primo, sono reti di individui ed organizzazioni, piuttosto che singole istituzioni.
Significa che le loro geografie possono essere pi diffuse di quelle delle
organizzazioni formali, che agiscono in contesti territoriali fissi. Secondo, i
movimenti sociali utilizzano strumenti non convenzionali (proteste, boicottaggi,
manifestazioni) al posto della tradizionale politica elettorale. La realt dei
movimenti sociali supera, quindi, la distinzione tra politica formale delle
istituzioni ufficiali e quella informale della vita di tutti i giorni, trasferendo alcuni
temi dallarena informale allagenda politica formale. Questo processo
determina anche una partecipazione diretta, attiva, della gente comune alla
vita politica.
Molti studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il risultato di battaglie
allinterno della societ. Occupandoci dei movimenti sociali, possiamo capire
pi in concreto come sono avvenute queste battaglie e come hanno influenzato
la geografia.
Dagli anni Settanta, i geografi che studiavano i movimenti sociali hanno
dedicato molta attenzione al concetto di movimenti sociali urbani, sviluppato
da Castells, il quale sostiene che la citt pu venire identificata con larena
nella quale avviene la riproduzione sociale della forza lavoro. Con lo sviluppo
del capitalismo, gli strumenti della riproduzione sociale (abitazioni, servizio

sanitario) sono stati sempre pi spesso forniti dallo Stato e la citt diventata il
luogo di battaglie e conflitti per questi servizi, con le amministrazioni cittadine
che diventano il bersaglio delle lotte dei movimenti sociali urbani per
ottenerne un loro miglioramento. Nei suoi lavori pi recenti, Castells allarga
loggetto del proprio interesse, ai numerosi nuovi movimenti sociali (new social
movements). Questa definizione si riferisce a qui movimenti che hanno assunto
una particolare importanza negli anni Sessanta e Settanta (femminismo,
ambientalismo, diritti civili), che hanno preso piede in risposta al crollo delle
comunit tradizionali conseguente allo sviluppo delle grandi citt, alla rapida
diffusione del progresso tecnologico ed alle sue crescenti minacce sugli
equilibri ambientali e militari e allincapacit degli stati di risolvere le
contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi effetti sociali, culturali ed
ambientali.
Approcci oggettivi e soggettivi ai movimenti sociali
Esistono due diversi approcci allinterpretazione dei movimento sociali: quelli
che mettono laccento sulle condizioni oggettive che portano alla loro nascita
e quelli che si concentrano invece sulle esperienze soggettive, che spingono
le persone a prendere parte ai movimenti. Spesso sono le disuguaglianze
oggettive a portare alla mobilitazione sociale.
Entrambe queste prospettive hanno degli aspetti condivisibili. Chiaramente
probabile che le condizioni economiche e sociali nelle quali si sviluppano ed
agiscono i movimenti influenzino in modo determinate le loro strategie ed il
loro successo. Allo stesso modo, la politica dei movimenti sociali deve essere
vista anche come il risultato delle visioni, delle emozioni e delle percezioni
delle persone che ne fanno parte. Presi separatamente, per, entrambi questi
approcci hanno dei limiti. Se si enfatizzano le condizioni oggettive, diventa
difficile spiegare perch i movimenti sociali nascano in alcune situazioni e non
in altre con condizioni oggettive apparentemente simili. Al contrario,
difficile rendere conto dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche
analoghe in circostanza molto diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza
allesperienza soggettiva sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a
questo enigma. Forse, circostanze simili generano risultati diversi perch sono
diverse le persone che partecipano agli eventi, cos come le loro idee e le loro
percezioni, che portano a leggere in modo diverso le situazioni.
Questinterpretazione, per, non spiega come queste idee e queste percezioni
si siano formate inizialmente e poich probabile che queste siano fortemente
influenzate dalle circostanze nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di
partenza. Pu essere utile, dunque, combinar gli spunti di entrambi gli
approcci: certamente le circostanze economiche e sociali sono importanti, ma
se da un lato influenzano lo sviluppo della coscienza civile, dallaltro essere
vengono anche interpretate, con risultati diversi da questa stessa coincidenza.

Qui, ci si concentra su come e perch determinati sentimenti umani, come


lappartenenza ad un gruppo, vengono messi in campo in una mobilitazione
politica e come i contesti nei quali nascono questi movimenti sociali vengono
utilizzati da questi per lo sviluppo di strategie politiche.
Politiche dellidentit e differenze sociali
Molti movimenti sociali sono strettamente associati alle identit individuali di
chi ne fa parte ed alla politicizzazione di queste identit. Il femminismo implica
la politicizzazione delle identit delle donne in quanto donne. In casi come
questi, il legame tra il movimento e le identit personali molto importante.
Altre realt (movimento ambientalista), al contrario, cercano di fare appello ad
un sentimento condiviso di appartenenza al genere umano ed ambiscono ad
essere universali. La tensione tra universalismo, da un lato, e lenfasi sulle
differenze didentit, dallaltro, viene discussa in dettaglio negli studi della
politologa Young, la quale descrive due approcci contrastanti, con i quali
vengono affrontati i problemi delle disuguaglianze e delloppressione sociale.
Questi due paradigmi di liberazione in competizione sono lideale
dellassimilazione e lideale della libert. Secondo lideale dellassimilazione,
la liberazione dalloppressione verr raggiunta quando le differenze sociali
cesseranno di avere unimportanza politica. Lideale assimilazione agisce per
una societ nella quale tutte le differenze tra i gruppi sociali smettono di avere
qualsiasi tipo di importanza. La Young sostiene il fatto che lideale
dellassimilazione sia stato molto importante in politica, sottolineando, il pari
valore morale di tutte le persone e quindi il diritto di ognuno di partecipare e di
non essere escluso da tutte le istituzioni e le posizioni di potere. Tuttavia, la
Young preferisce lalternativa dellideale della diversit, sottolineando che,
anche se la posizione assimilazioni sta ha il suo fascino, rimane unutopia e
che, nella situazione attuale, i gruppi sociali considerano gli aspetti distintivi
delle proprie identit come una forza. Lideale della diversit predica il rispetto
delle differenze, piuttosto che il loro annullamento, insistendo anche sul fatto
che le differenze tra alcune componenti della societ debbano portare a
trattamenti differenziati.
Secondo Young, limportanza dellenfasi sulle differenze sociali nasce sia dalla
continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia dalla forza politica e culturale
che proviene dalle identit di gruppo. La diversit diventa quindi un aspetto
positivo della societ e non deve essere la base di discriminazioni sistematiche.
Altri autori sostengono che accordare eccessiva importanza alle differenze
sociali rischi invece di portare allessenzialismo, ovvero a concepire le
differenze di identit come caratteristiche intrinseche e permanenti della
societ. Lessenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda scelta tra
loppressione permanente e la separazione.
Young sostiene che dare importanza alle differenze non significa adottare una
nozione essenziali sta di identit, definendo la differenza in termini di relazioni

tra gruppi, piuttosto che di caratteristiche essenziali di questi. La formazione di


gruppi non un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono
venire assegnati ad un gruppo sulla base di identit fisse e permanenti, ma, al
contrario, i movimenti sociali basati sulle identit collettive sono porosi e non
esclusivi. La concezione che lei propone delle differenze e dellidentit
conferma che lidentit di ciascuno di noi proviene da diverse fonti. Ciascun
individuo al centro di una rete di potenziali identit multiple. Per solo alcune
identit costituiscono la base dei movimenti politici, e questo perch le diverse
identit sono politicizzate in modo diverso, in diversi periodi e in diversi luoghi.
Spazi e scale dei movimenti sociali in Italia
Anche in Italia, a partire dagli anni Sessanta, i movimenti sociali hanno assunto
un ruolo fondamentale nel processo democratico. Questi movimenti hanno
riunito le persone in base a obiettivi comuni che, tuttavia, molto spesso non
sono stati, e non sono, perseguibili su una stessa scala geografica. stato nel
rapporto con lo spazio geografico che i dibattiti locali hanno assunto
importanza nazionale e dibattiti internazionali sono stati portati sulla scala
nazionale. In sostanza, lo spazio stato veicolo di transcalarit attraverso cui i
movimenti sociali si sono solidificati, talvolta arrivando al punto di trasformarsi
in partiti politici (Lega Nord e Movimento 5 Stelle, inizialmente erano
movimenti).
I centri sociali, strettamente legati al territorio, sono stati, pi volte simbolo di
un passaggio di scala dal locale al nazionale e allinternazionale. Sulla scala
locale hanno coinvolto movimenti urbani (riqualificazione delle periferie), su
quella nazionale hanno portato avanti campagne politiche comuni (come quella
contro il nucleare), su quella internazionale hanno rappresentato il modo in cui
alcuni movimenti si sono radicati al territorio (quello pacifista). In definitiva i
centri sociali si configurano come organizzatori locali che collegano movimenti
locali e tessono reti globali, permettendo cos connessioni tra pi scale.
Identit socio culturali: discorsi e risorse
possibile capire perch solo alcune identit socio culturali vengano
politicizzate considerando le relazioni tra i discorsi e le risorse. Levoluzione di
un gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva degli
elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto di
rilevanza politica. La capacit di un movimento sociale di capitalizzare questa
politicizzazione dipende per anche dalla combinazione di risorse che in
grado di mettere in campo. Le costruzioni discorsive che si realizzano in un
movimento sociale possono svilupparsi in diversi modi. Spesso un evento
simbolico a far partire la scintilla che incendia un movimento. Dopo uno slancio
iniziale, un movimento deve venire sostenuto attraverso unulteriore
evoluzione discorsiva. I movimenti sviluppano delle narrazioni riguardo alla
propria storia, ai propri grandi pensatori, ad attivisti particolarmente

importanti, a sconfitte tragiche e vittorie gloriose. Solitamente il movimento


viene rappresentato come una lotta contro loppressione o la discriminazione.
Oltre le idee e le storie, per il successo o il fallimento di un movimento sono
determinanti le risorse alle quali esso pu attingere per promuovere le proprie
idee. La teoria della mobilitazione delle risorse punta a spiegare il successo dei
movimenti sociali in termini di disponibilit di risorse. Esistono diverse tipologie
di risorse: materiali (denaro) e simboliche (capacit organizzativa, storie). La
teoria della mobilitazione delle risorse si fonda sulla teoria della scelta
razionale, secondo la quale le persone agiscono sulla base di calcoli razionali
relativi ai costi, ai benefici e alle probabili conseguenze di tutti i propri
comportamenti possibili. I critici riabbattono che il comportamento umano, in
realt, pu essere spesso impulsivo, abitudinario o influenzato dalle emozioni e
che in ogni caso noi siamo in possesso di informazioni troppo scarse per
calcolare con precisione in anticipo tutti i costi e i benefici di unazione, quindi
le nostre azioni possono essere non intenzionali o impreviste. Quindi
probabile che laccesso a risorse materiali e simboliche sia fondamentale per
spiegare il successo o il fallimento dei movimenti sociali, anche se il loro
utilizzo potrebbe non essere stato pianificato razionalmente in anticipo. Tarrow
sostiene che anche le opportunit politiche sono determinanti per la crescita o
il declino di un movimento (movimenti che agiscono in ambiente politico
favorevole cresceranno pi facilmente).

Le geografie dei movimenti sociali


Spazi, luoghi e scale dei movimenti sociali
Ogni movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di essi agisce ad
una determinata scala geografica o ad una combinazione di scale, ed
probabile che abbia pi o meno forza oppure maggiore successo in alcuni
luoghi piuttosto che in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su base
geografica, in almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si
sviluppa in uno specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le
opportunit del suo sviluppo. Il contesto non necessariamente ristretto e
molte risorse ed opportunit possono essere disponibili in unarea vasta, ma
nessuna del tutto ubiquitaria (distribuzione delle possibilit di accesso alla
pubblicit disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno pi facilmente
accesso). Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche molto
diverse nelle varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche condotte in
geografia hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali utilizzino la
geografia per raggiungere i propri obiettivi. Questo pu implicare sforzi espliciti
di aumentare la propria scala dazione, di mettersi in rete con attivisti di altri
territori o di radicare la propria attivit in un contesto locale, concentrandosi su
temi specifici del luogo.
La scala

La scala spaziale un termine usato in riferimento allo spazio ed alla sua


estensione. In geografia ci si riferisce ad essa, intesa come livello geografico di
analisi di un fenomeno o della sua rappresentazione. Levy distingue tra scala
cartografica e scala geografica. La scale cartografica definisce il rapporto tra la
realt e la sua rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio
con il quale si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si
utilizzer una carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei pi piccoli
dettagli, oppure una carta a scala pi piccola, che permette di visualizzare
porzioni maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie
spaziali di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella
dellindividuo e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale.
Sheppard e MacMaster individuano cinque tipi diversi di scala: cartografica,
osservazionale (lestensione spaziale dellarea di studio di un determinato
fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle pi piccole parti
distinguibili di un oggetto), operazionale (lestensione dellambito spaziale
entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala costruita
nellazione sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione con le altre
scale.
Uno degli apporti principali della geografia nello studio della realt lutilizzo di
un approccio multi scalare e transcalare. Il primo termine si riferisce ad uno
sguardo analitico che tenga conto contemporaneamente delle diverse scale
alle quali avviene un fenomeno, mentre il secondo pone laccento in particolare
sulla relazione tra le diverse scale di riferimento.
Le geografie dei movimenti sociali: classe, identit e sindacalismo
I sindacati sono dei movimenti del lavoro, organizzazioni collettive di lavoratori
che operano insieme per far valere i propri interessi. La loro funzione principale
quella di negoziare con gli imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le
condizioni di lavoro. In Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come
altre associazioni e societ, che offrono dei servizi in cambio di uniscrizione,
anche se le loro origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli stessi
lavoratori.
I movimento sindacali si fondano su identit costruite a partire dal lavoro e
dalla classe sociale. Come tutte le altre, anche le identit di classe emergono
dalla relazione tra le diverse classi sociali e sono, in parte, il prodotto di
costruzioni discorsive. Molti lavoratori dipendenti sentono fortemente la propria
identit professionale. Affinch ci sia partecipazione ai movimenti sindacali
deve esistere almeno un minimo di sentimento didentit professionale che pu
essere legata ad unidentit di classe gi presente, oppure, la stessa identit
di classe a svilupparsi in seguito alla partecipazione alle attivit sindacali. In
entrambi i casi, ci che sta alla base dei movimenti dei lavoratori anche

prodotto da una costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri eroi, proprie


vittorie e sconfitte).
Spazi, luoghi e movimenti sociali
La nascita dei movimenti sindacali parte del cambiamento nella produzione
industriale e della formazione delle economie capitalistiche avvenuto nel XVIII
secolo, in relazione al nuovo carattere assunto dagli stati, che hanno cercato di
controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro azione alle questioni
economiche, senza permettere loro di sfidare lordine politico. Gli stati hanno
spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha portato, alla nascita del
welfare state.
Il sindacalismo ha una geografia complessa, che diventata un interessante
argomenti di ricerca per i geografi, allinterno del campo della geografia del
lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti sindacali in termini
nazionali. Nelle fasi iniziali, per, i sindacati si occupavano di questioni molto
pi locali. Nel UK le unioni artigianali agivano spesso solo in determinate citt,
dove veniva praticato un certo tipo di artigianato. Il XX secolo ha visto la
nascita in molti paesi di grandi sindacati generali, che rappresentavano i
lavoratori non solo provenienti da diversi rami e professioni, ma anche da
diversi settori. Si verificato anche un grande aumento delle dimensioni del
settore pubblico di molti paesi e della percentuale di forza lavoro al suo interno
appartenente ad un sindacato. Entrambe queste tendenze hanno contribuito
allistituzione dei grandi sindacati nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i
tentativi di segno opposto di molti governi ed imprenditori, che puntano ad
introdurre una maggiore flessibilit nel mercato del lavoro, incoraggiando o
costringendo i sindacati e i lavoratori a negoziare le condizioni dellimpiego a
livello di azienda, stabilimento, gruppo di lavoro o a livello individuale, anzich
su scala nazionale o di settore.
Una ricerca di Painter sui sindacati nel settore pubblico britannico ha
evidenziato come le risposte dei sindacati alla minaccia della privatizzazione
siano state molto diverse nelle varie parti del paese; e non dipendenti,
solamente, dalle differenze socio economiche delle regioni. Queste differenze
sono in parte il risultato di modelli di privatizzazione diversificati, ma sono
anche state fortemente influenzate dalla locale disponibilit di risorse, tra le
quali il tempo messo a disposizione dagli attivisti dei sindacati e dei loro
funzionari, le risorse finanziarie, le infrastrutture organizzative, le tradizioni di
attivismo sindacale e la cultura del lavoro locale.
Questi risultati confermano la tesi esposta da Herod, ovvero che i movimenti
sociali di lavoratori sono coinvolti attivamente nella produzione dei paesaggi
del capitalismo, ma con modalit geografiche disomogenee.

Le geografie del femminismo e dei movimenti femminili: il


femminismo in geografia
A partire dagli anni Sessanta c stato un forte aumento delle attivit a
sostegno dei diritti delle donne, contro il continuare delle discriminazioni e delle
disuguaglianze di genere.
I geografi hanno portato un importante contributo alle idee ed alle pratiche
femministe. Inizialmente, la preoccupazione era quella di rende visibili le
donne nella ricerca. La geografia, infatti si era preoccupata soprattutto della
spazialit e dei luoghi degli uomini, ignorando la diversit sistematica delle
esperienze geografiche dellaltra met dellumanit.
La geografia ha anche indagato come le relazioni spaziali, le caratteristiche dei
luoghi ed i paesaggi geografici esprimano, e nello stesso tempo costituiscano,
disuguaglianze di genere. Questo significa che queste disuguaglianze tra
uomini e donne si manifestano nella geografia del mondo (simboli dominanti
dei paesaggi), ma sono anche a loro volta influenzate dalle geografia.
Un filone della geografia femminista considera anche come le stesse
conoscenze geografiche abbiano delle connotazioni di genere. Il pensiero
geografico si fonda su una visione tipicamente maschile di cosa significhi
conoscere il mondo per un geografo.
Se si sono fatte molte ricerche sulle geografie di genere e sulle connotazioni di
genere della geografia, molta meno attenzione stata dedicata alle geografie
del femminismo e dei movimenti femminili. Questo si verificato per ragioni
comprensibili. Molte geografe femministe, infatti, si sono preoccupate di
partecipare ai movimenti delle donne, piuttosto che scrivere di essi. Uno studio
della geografia dei movimenti sociali, deve senza dubbio includere i movimenti
femminili, che hanno rappresentato uno dei movimenti sociali pi influenti del
XX secolo.
Geografia, differenze e politiche femministe
Anche i movimenti femministi si sono sviluppati in modo disomogeneo.
Un ambito di studio della geografia riguarda le differenze del ruolo e delle
esperienze delle donne nei diversi sistemi sociali e culturali del mondo, in
particolare per quanto riguarda la famiglia, la cura dei figli, il rapporto tra le
donne ed il mondo del lavoro e la visione del genere femminile da parte delle
tradizioni religiose. Queste diversit hanno portato alla variet dei percorsi di
sviluppo dei movimenti femminili nel mondo.
Le differenze nellesperienza delle donne nelle diverse societ sono state
indagate a fondo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Ad esempio, le
femministe nere sostenevano che il pensiero femminista fino ad allora non

aveva dato abbastanza peso alle diversit dellessere donna nelle differenti
comunit etniche, religiose e culturali. Questa presa di coscienza delle
differenze tra donne ha sollevato diversi interrogativi. La politologa Fraser ha
collegato questi cambiamenti nellattivismo politico femminista a mutamenti
pi generali e di scala maggiore. Essa individua tre fasi dello sviluppo del
femminismo, a partire dagli anni Settanta. La prima quella dei nuovi
movimenti sociali, che determina una critica radicale della ridefinizione delle
strutture della socialdemocrazia dopo la Seconda Guerra mondiale. La seconda
fase si focalizza soprattutto sulle politiche identitarie, mentre la terza fase,
quella attuale, coinvolge forme di politica transazionali. A ciascuna di queste
fasi, corrisponde una geografia specifica: la prima fase comprende i movimenti
nordamericani e dellEuropa Occidentale; la seconda fase ha trovato
espressione negli Usa; e la terza fase si sviluppata negli spazi politici
transazionali associati allEuropa. Secondo Fraser il passaggio da una fase
allaltra non deve essere visto solo come il frutto di cambiamenti interni al
femminismo, ma come leffetto di trasformazioni politiche ed economiche pi
ampie. In particolare, il passaggio alla terza fase, riflette, da un lato, le nuove
possibilit di alleanze transazionali dovute allintegrazione degli stati europei,
dallaltro il clima ostile che le femministe hanno dovuto affrontare negli Usa
dopo l11 settembre. Lanalisi di Fraser sembra sottovalutare, per,
limportanza dei contributi al movimento femminista provenienti da altre aree,
sottolineando comunque, limportanza del rapporto tra le caratteristiche di un
movimento sociale ed il suo contesto. Questo contesto pu anche essere
considerato alla scala locale, tanto che le attivit dei movimenti femministi si
manifestano con delle notevoli differenze, anche allinterno dello stesso Stato.
Quindi lattivismo femminile pu anche essere associato a contesti locali molto
specifici (movimento femminista che ha grande risonanza solo in certe parti di
uno Stato facilitato dalla specifica composizione politica che si ha in quel
luogo).
Uno degli effetti politici pi importanti dei movimenti femminili stato quello di
estendere la concezione della politica, fino ad includere la sfera del persona e
del privato, considerata tradizionalmente femminile, a differenza di quella
pubblica, vista come maschile.Tutto ci comincia a rivelarci qualcosa delle
complesse geografie dei movimenti femminili: i cambiamenti storici nel loro
baricentro geografico, il loro sviluppo disuguale allinterno dello stesso sistema
politico nazionale, la loro trasgressione delle norme sociali associate a
determinati luoghi ed il rimescolamento che hanno effettuato della tradizionale
divisione tra sfera pubblica e privata.
Trasformazione da movimenti sociali alla politica DIY (Do It Self)
Ci sono partiti politici, gruppi di pressione e molte associazioni di volontariato e
non governative che sono nate come parte di un movimento sociale.

Per chi interessato a promuovere un cambiamento politico, questo passaggio


ha i suoi pro e i suoi contro. Per chi vuole lavorare allinterno del sistema
politico dominante, istituire delle organizzazioni formali pu portare ad una
maggiore legittimazione ed aumentare laccesso alle risorse e ai processi
decisionali. Altri potrebbero invece temere che questo accesso abbia un costo,
mettendo a repentaglio le reali finalit, gli obiettivi e i principi del movimento.
Gli stati liberaldemocratici spesso sono abili nel soddisfare alcune richieste dei
movimenti di protesta, ottenendo in cambio la loro disponibilit ad agire
allinterno del sistema esistente.
Da quanto i movimenti sociali sono maturati o si sono fossilizzati, sono nate
nuove forme di mobilitazione politica, ai margini della politica formale o, a
volte, completamente al di fuori del sistema (eco guerrieri, organizzatori di
disobbedienza civile).
Le geografie dei movimenti militanti dicono molto delle loro tattiche politiche
(Esercito dei Clown). Le organizzazioni politiche pi formali tendono ad agire
allinterno di territori ben definiti e con le loro rappresentanze territoriali che
operano allinterno di una struttura gerarchica. Le organizzazioni di attivisti di
base, invece, spesso agiscono nellambito di reti orizzontali e cercano
esplicitamente un collegamento tra il locale ed il globale. Di conseguenza, la
definizione movimenti antiglobalizzazione impropria, dal momento che, di
fatto, molti movimenti di base per la giustizia cercano di diffondere una forma
alternativa di globalizzazione. Questo ha anche delle implicazioni sul modo in
cui vengono viste le geografie del potere. Il geografo Allen ha scritto molto
riguardo alla localizzazione del potere, affermando che diversi tipi di potere
portano diverse geografie. Un potere come lautorit, ad esempio, pu essere
esercitato con maggiore incisivit da vicino, mentre uno pi debole, come la
seduzione, agisce meglio da lontano (potere seduttivo della pubblicit). Questi
diversi tipi di potere e le loro diverse geografie sono soggetti a diverse forme di
resistenza. Secondo Allen, una delle forme di resistenza allautorit pi efficaci
proprio il riso (i Clown ci hanno visto giusto).

Nazionalismo e regionalismo
Il nazionalismo una delle forze politiche pi potenti ed ambigue del mondo
contemporaneo. Il duplice volto del nazionalismo collegato ai suoi elementi
allo stesso tempo emancipatori e repressivi. Se da un lato, infatti, esso ha
rappresentato il riferimento ideologico delle battaglie di liberazione
dalloppressione coloniale, dallaltro stato causa di episodi di odio estremo,
culminati perfino in genocidi.
Oltre a queste differenze politiche, ci sono anche delle importanti variazioni
geografiche nei movimenti e nei conflitti nazionalisti.
Nazioni e identit nazionale

Una delle prime definizioni di identit nazionale del filosofo Renan: una
nazione unanima, un principio spirituale, costituita veramente da due sole
cose, una appartenente al passato e una al presente. La prima un ricco
patrimonio di memorie condivise, mentre laltra il consenso presente, il
desiderio di vivere insieme, la volont di continuare ad attribuire valore ad
uneredit comune. Le nazioni sono quindi raggruppamenti creati su base
culturale, pratiche culturali condivise dai membri di una comunit umana.
Nonostante ci sia un generale accordo sui principi di base di questa definizione,
c stato un grande dibattito tra gli studiosi riguardo alle origini storiche e
geografiche delle nazioni. Queste discussioni hanno portato ad un numero
infinito di classificazioni dellidentit nazionale, ognuna delle quali mette in
risalto diversi aspetti politici, culturali, demografici e sociali dellidentit
nazionale. Bisogna capire quando sono nate le prime nazioni per orientarsi in
queste innumerevoli categorizzazioni dellidentit nazionale.
La prospettiva primordiali sta
Alcuni studiosi hanno affermato che le nazioni sono intrinseche alle stessa
natura delluomo: essere uomini significa anche appartenere ad una nazione. Si
fa spesso riferimento a questa tesi con il termine di primordialismo, in quanto
sostiene che le nazioni siano esistite fin dal principio dellumanit. In questa
visione, lidentit nazionale viene spesso rappresentata come un tratto
biologico, un modo dessere determinato dalla genetica. In questa visione
lidentit nazionale non una costruzione teorica, ma un fenomeno reale e
tangibile che divide la popolazione umana in gruppi.
Questa prospettiva stata rifiutata da quasi tutti gli studiosi. Uno dei principali
limiti di questa prospettiva quello di non riuscire a spiegare le marcate
differenze che si possono riscontrare nel sentimento nazionale e nellattivismo
nazionalista (se il nazionalismo biologico come mai qualcuno lo sente di pi e
qualcun altro di meno?). Per sostituire le teorie primordialiste, alcuni studiosi
hanno individuato le radici dellorigine del nazionalismo nella nascita dello
Stato moderno. Anzich considerare le nazioni come una parte inevitabile
dellesistenza umana, lidentit nazionale viene dunque vista come una
conseguenza di specifici percorsi di sviluppo sociale, culturale ed economico.
Questo non significa che il nazionalismo debba essere considerato
semplicemente un fenomeno moderno. Allinterno di questa posizione,
possiamo individuare due prospettive concettuali: etno simbolismo e
modernista.
La prospettiva etno simbolista
Lapproccio etno simbolista trattato nei lavori del sociologo Smith, secondo
il quale la maggior parte delle nazioni, comprese quelle di origine pi antica,
sono state fondate su legami e sentimenti etnici e su tradizioni popolari, che
hanno fornito le risorse culturali per la successiva formazione della nazione.

Lutilizzo del termine etnico implica un riferimento a legami di sangue ed


origini genetiche comuni. Queste connotazioni sono molto importanti per gli
aspetti discorsivi dellidentit nazionale ed importante mettere bene in
evidenza come questa possa essere considerata il frutto di costruzioni
discorsive. Proponendo un approccio etno simbolista, Smith non rifiuta
completamente lidea che alcuni aspetti dellidentit nazionale esistano da
prima della nascita dello Stato moderno, anche se non accetta che ci si possa
riferire con il termine di nazione. Piuttosto, egli sostiene che le identit
nazionali si siano sviluppate a partire da identit etniche, in seguito a
determinati cambiamenti sociali, economici e politici. In particolare suggerisce
che, affinch un gruppo etnico possa diventare una nazione, deve essere
presente una connessione forte, materiale ed immediata tra questo gruppo ed
il suo territorio. Inoltre, mentre un gruppo etnico pu esibire alcuni indicatori
culturali comuni, una nazione deve possedere una vera e propria cultura
condivisa. Ecco, secondo Smith, gli indicatori culturali comuni di etnia:
-

Un nome proprio collettivo;


Una mitologia legata alle origini comuni;
Una memoria storica condivisa;
Uno o pi elementi culturali comuni che le differenzino dalle altre;
Lassociazione con una madrepatria ben determinata;
Un senso di solidariet tra la popolazione.

Nel suo lavoro Smith riporta molti esempi di etnie del passato che oggi sono
diventate nazioni, o che sarebbero legittimate a farlo. Il sociologo inglese fa
spesso riferimento ad un passato mitico, sulla quale sono fondate ed alla quale
attingono le identit nazionali contemporanee. Passato mitologico che, in
alcuni, casi un artificio culturale sul quale si possono basare le moderne
aspirazioni allindipendenza nazionale (nazione finlandese). Anche se lontane
dagli approcci modernisti, alcuni geografi politici hanno trovato le idee di Smith
adatte a spiegare le rivendicazioni di indipendenza nazionale contemporanee.
Smith, a questo proposito, utilizza una metafora economica, parlando di un
fondo di miti, simboli e valori culturali al quale attingono le identit nazionali.
Lapproccio etno simbolista abbastanza flessibile e pu venire applicato a
diversi esempi empirici di identit nazionali. Il ricorso ad unet delloro della
nazione un aspetto praticamente onnipresente delle rivendicazioni di
autonomia nazionale.
La concezione etno simbolista del nazionalismo chiaramente differente dalle
concezioni primordialiste. Letno simbolismo mette in discussione la pretesa
che lidentit nazionale sia una parte intrinseca dellesistenza umana. Piuttosto,
come suggerisce Smith, il nazionalismo un fenomeno moderno e le nazioni
sono nate nellera moderna con i loro peculiari modi di dominazione,
produzione e comunicazione. Il punto focale della nostra analisi sono le
strategie e le tecniche attraverso le quali le nazioni creano collegamenti con

gruppi di persone, costruzioni culturali ed eventi pre moderni. Secondo Smith,


difficile pensare che una nazione moderna possa mantenere una propria
identit specifica senza tali mitologie, simbolismi e culture. Il sociologo inglese,
inoltre, vuole concentrare lattenzione sulla costruzione discorsiva dellidentit
nazionale, in base alla quale determinati concetti e idee conducono il potere
politico a modificare le percezioni, le attitudini e lidentificazione collettiva
(importante per chi si occupa delle geografie immaginarie delle patrie).
La prospettiva modernista
I modernisti ritengono che le nazioni non esistessero prima della nascita degli
stati moderni. La prospettiva modernista vede la nascita delle nazioni come
successiva allaffermazione della sovranit statale. Questa posizione identifica
le nazioni come il prodotto di una specifica epoca dello sviluppo storico
dellumanit, associata alla modernit. La relazione tra identit nazionale e
modernit fa emergere la dimensione spaziale e le scale alle quali viene
prodotta lidentit nazionale.
Secondo Gellner, sarebbe necessario studiare le nazioni a partire dalle
condizioni nelle quali si sono sviluppate, ovvero il loro contesto sociale ed
economico. Per lui, la differenziazione fondamentale da prendere in
considerazione quella tra societ agrarie e societ industriali. Allinterno delle
prime, la maggior parte della popolazione apparteneva a gruppi culturali
localizzati, mentre le elites dominanti agivano ad un livello superiore, estraneo
a queste affiliazioni locali. Organizzazioni localizzate di questo tipo, strutturate
su due diversi livelli, operavano contro la formazione di unentit nazionale
coerente. Al contrario, Gellner vede nellaffermazione della societ industriale
linizio della diffusione di occupazione e norme tecniche che hanno
incrementato il senso di identit nazionale. Questa tesi mette in discussione
limportanza che gli approcci etno simbolisti attribuivano alle formazioni alla
costruzioni pre moderne. Gellner individua nello sviluppo dellistruzione di
massa un momento fondamentale della creazione delle identit nazionali
nellera industriale. Il linguaggio di un sistema educativo produce una comunit
umana uniforme: la nazione. Sviluppando un particolare linguaggio nazionale,
gli individui diventano inclini a lavorare e costruirsi una vita allinterno di un
determinato contesto nazionale, poich il passaggio in unaltra area linguistica
non semplice. Lapproccio modernista di Gellner indirizza la nostra attenzione
sulla nascita delle nazioni a partire da necessit pratiche facendo riferimento
alla necessit della societ industriale di uneducazione di massa della
popolazione. A dare sostegno alle tesi di Gellner ci pensa Hobsbawm,
affermando che lidentit nazionale una forma di falsa coscienza, che serve
a mascherare le vere relazioni sociali: quelle di classe.
Unautorevole applicazione delle idee moderniste si pu trovare nel saggio di
Anderson, il quale utilizza una prospettiva modernista per sostenere che le
nazioni siano comunit immaginate, poich gli appartenenti ad una nazione

non conosceranno mai la maggior parte dei propri connazionali; eppure nelle
menti di ognuno ben presente lidea della loro unit. Non viene utilizzato il
termine immagine per affermare che le nazioni esistano solo sul piano
puramente immaginario e che non portino degli effetti anche sul piano
concreto. Anderson critica lidea che le nazioni siano una costruzione fondata
su reali comunit umane e suggerisce che le comunit umane (al di fuori della
famiglia) non dovrebbero venire distinte in base allo loro falsit o genuinit, ma
piuttosto allo stile in cui sono immaginate. Il politologo britannico concentra
lattenzione su pratiche culturali ripetute, necessarie per produrre e riprodurre
limportanza delle identit nazionali: dal momento che le nazioni non pre
esistevano alla loro identificazione, necessario ri - immaginarle
continuamente e la nascita dei mezzi di comunicazione a stampa ha avuto
uninfluenza determinate nel comunicare le identit nazionali collettive.
Anderson pone la sua attenzione suoi luoghi e gli spazi nei quali e attraverso i
quali viene celebrata e rappresentata lidentit nazionale (musei, mappe,
censimenti).
Riprendendo questi temi Billing esplora i meccanismi attraverso i quali la
nazione viene comunicata alla cittadinanza, in un processo che definisce
flagging. Attraverso le attivit quotidiane, la nazione viene costellata di simboli
(flags) e linguaggi (pagare con banconote su cui stampata la faccia di un
rappresentate della nazione). Billing interessato ad identificare le complesse
abitudini di pensiero che rendono naturale il nostro nazionalismo,
trascurandolo, mentre si proietta solo sugli altri la visione del nazionalismo
come unentit irrazionale (movimenti separatisti violenti).
Nellarticolare diverse spiegazioni per la nascita delle nazioni, le prospettive
moderniste spostano la nostra attenzione sulla connessione casuale tra
laffermazione della sovranit statale e lidentit nazionale. Questa posizione
implica chiaramente che le nazioni non esistono di per s, ma vengono create
ed necessario indagare le dinamiche politiche coinvolte in questo processo di
produzione.
Associando le nazioni alla modernit,per, questo approccio lascia spazio alla
prospettiva di unepoca nella quale le nazioni potrebbero non rappresentare pi
un elemento importante dellidentit individuale, data la crisi delle unit
territoriali statali (anche della cultura unica nazionale) ed al riconoscimento
delle differenze culturali locali e regionali (post modernisti). In merito a
queste tesi, relative al riconoscimento delle identit e delle collettivit sub nazionali, utile sottolineare soprattutto due elementi. In primo luogo, questo
approccio non dovrebbe essere considerato un netto punto di rottura con la
visione del mondo degli autori modernisti. Le prospettive utilizzate da questi
ultimi si basavano sulla creazione e la rappresentazione di specifiche identit e
questo interesse per la produzione della nazione ha il proprio punto di partenza
nellidea che nessuna identit completa, indiscutibile e omogenea.

Featherstone ha invece masso in evidenza un altro aspetto fondamentale,


ovvero che le identit sono sottoposte ad un costante processo di
ripensamento e riproduzione, attraverso le azioni dei singoli individui e delle
istituzioni. Ogni tentativo di studiare questi processi dimostrerebbe che
lidentit nazionale diversa nel tempo e nello spazio e dovrebbe venire
collegata al contesto specifico del suo oggetto di studio. In secondo luogo, la
prospettiva postmoderna mette in luce la natura plurale dellidentit, cio il
fatto che gli individui possiedono delle identit locali che si affiancano o
sostituiscono quelle nazionali. Questo aspetto fondamentale: le identit
territoriali sono fluide e contestabili. Losservazione della pluralit di identit
evidenzia inoltre che lidentit nazionale solo una delle molte possibili
identit sociali che ciascuno di noi possiede.
In conclusione, lidentit nazionale si fonda sulla formazione di un gruppo
sociale (la nazione), che si differenzia da altri gruppi sociali (le altre nazioni) e
dalle fonti di altri tipi di identit.
Il nazionalismo come movimento sociale
La visione pi comune considera, come obiettivo del nazionalismo, quello di
ottenere lautonomia politica della nazione, attraverso listituzione di una
comunit politica (Stato), il cui territorio coincida con quello della nazione
stessa. A partire da questa affermazione si individuano due categorie distinte di
nazionalismo: quello etnico e quello civico. Il nazionalismo civico quello che fa
riferimento a pratiche di costruzione della nazione messe in atto dallo Stato,
rimandando a forme di patriottismo o cittadinanza che celebrano lesistenza di
uno Stato. Al contrario, il nazionali etnico, in quanto movimento sociale,
determina il passaggio dalla convinzione dellesistenza di un determinato
gruppo, nazionale ed etnico, ad una vera attivit politica, esercita in relazione
ad esso. Questo pu condurre alla nascita di movimenti separatisti, laddove
una minoranza interna ad uno Stato ambisca allindipendenza. Il nazionalismo
etnico si definisce irredentista quando la stessa nazione suddivisa in
minoranze etniche interne a stati confinanti, le quali cercano di universi per
ottenere uno Stato autonomo (Baschi divisi tra Spagna e Francia).
necessario usare questo schematismo con cautela per due motivi.
Innanzitutto perch la distinzione tra nazionalismo civico ed etnico viene
spesso rappresentata dai mezzi di comunicazione e dallopinione pubblica
come associata alla divisione tra Nord e Sud del mondo, identificando il
patriottismo ed il senso della cittadinanza (civico) con i paesi pi ricchi e
unidentit politica primordiale (etnico) con i paesi in via di sviluppo. In secondo
luogo, i movimenti nazionali attivi al di fuori dello Stato vengono considerati
etnici, mentre quelli supportati dalla burocrazie statali vengono legittimati e
definiti civici. Queste definizioni servono come indicatori del potere relativo dei
diversi movimenti nazionalisti.

In questa sede si considerano tutti i movimenti nazionalisti come costruiti


socialmente, con il fine di raggiungere determinati obiettivi politici. Il
nazionalismo necessita di discorsi che facciano riferimento allantichit, a reti
familiari ed appartenenze culturali di lungo corso. Infatti, Hobsbawm e Ranger
sostengono che le nazioni vengono costruite attraverso tradizioni intentare:
pratiche governate da regole accettate apertamente o tatticamente, di natura
rituale o simbolica, che mirano ad inculcare determinati valori e norme di
comportamento attraverso la loro ripetizione, che automaticamente implica
una continuit con il passato.
Molto autori hanno posto laccento sulle condizioni sociali ed economiche che
possono favorire lo sviluppo di movimenti nazionalisti, soggetti a consistenti
variazioni su base geografica nel proprio sviluppo, nella propria portata e nel
proprio successo. I geografi hanno cercato spesso di spiegare queste variazioni
facendo riferimento alla diffusione disomogenea di certi processi sociali ed
economici. In molti casi, il nazionalismo di sviluppa in regioni che rimangono
periferiche rispetto alla crescita economica, lontane dalle fonti del potere
statale. Anche se alcune precondizioni sono importanti, tuttavia, non esiste una
regola universale che dica quali problematiche, economiche, sociali o politiche
generino delle reazioni nazionaliste, n esistono tendenze osservabili che
consentono di stabilire se il nazionalismo si sviluppi pi facilmente in aree
ricche o povere. Ad esempio, le rivendicazioni dindipendenza avanzate dalla
Croazia e della Slovenia sono state in parte la conseguenza delle disparit
economiche tra le sei repubbliche jugoslave. Questo esempio, mette in
evidenza tre importanti fattori dellaffermazione dei movimenti politici
nazionalisti. Primo, il contesto economico pu giocare un ruolo molto
importante nel far nascere i movimenti nazionalisti, comunque da situare nel
loro contesto storico. Secondo, i programmi politici dei partiti nazionalisti croati
e sloveni non venivano costruiti a partire da valutazioni oggettive della
situazione economica, ma sfruttavano i fattori economici come evidenze
tangibili della dominazione culturale serba. Terzo, la soluzione proposta dai
nazionalisti era la creazione di due stati sovrani indipendenti; essi sostenevano
che lidentit nazionale ed il territorio politico dovessero essere fatti coincidere,
con la creazione di stati nazione costituiti su base etnica.
Quindi, si pu dire che, diverse circostante possono alimentare la miccia del
nazionalismo, ma impossibile prevedere sulla base di quali specifiche
circostanze questo accadr. Probabilmente pi corretto pensare al
nazionalismo come ad una strategia politica, focalizzandosi quindi sullambito
politico. Una volta definito il nazionalismo come un progetto politico, che viene
portato avanti da alcuni individui e gruppi sociali interni alla nazione, sulla base
delle risorse che questi sono in grado di utilizzare, si possono iniziare a
spiegare la sua nascita e le sue geografie.

Uno dei possibili percorsi di ragionamento mette laccento sul ruolo che le
elites etniche svolgono in questo processo. Le elites etniche sono spesso ben
istruite, dotate di capacit retorica e possiedono una certa familiarit con le
fonti dellidentit culturale, a partire dalle quali vengono costruite
discorsivamente la collettivit etnica e la nazione. Esse hanno uno specifico
interesse nel cercare lindipendenza della nazione, poich probabile che
saranno i loro membri a costituire il nuovo apparato dello Stato ed a
beneficiare pi di altri delle nuove fonti di crescita economica.
Il regionalismo
Esistono un insieme sempre pi consistente di lavori, in geografia politica che
si occupano della formazione dellidentit e dei processi politici ad una scala
diversa di analisi: quella regionale. Non bisogna pensare alle regioni
semplicemente in termini spaziali, ma considerarle come configurazioni
territoriali costituite in relazione al potere di governo ed alla formazione di
identit esistenti a livello statale.
Le regioni sembrano poter rappresentare ununit territoriale flessibile, da
utilizzare per analizzare i cambiamenti politici, sociali ed economici, qualora lo
Stato si dimostrasse non pi adatto per questo scopo. Alcuni studiosi hanno
visto in questo nuovo ruolo delle regioni una naturale reazione al venir meno
del senso di analisi su scala statale, in un epoca in cui i flussi globali di capitale
generano marcate differenze regionali ed accentuano limportanza dei processi
di scala sub statale. Secondo leconomista Omhae una soluzione a
questinadeguatezza dello Stato nel rappresentare le dinamiche del mondo
moderno, potrebbe essere quella di prendere in considerazione, al suo posto, le
regioni. Il concetto di regione abbastanza duttile da consentire
territorializzazioni multiple, costruite in base a criteri economici, politici o
culturali. Omhae individua tra i principali aspetti positivi del ragionare su base
regionale il fatto che i confini della regione non sono stabiliti in modo definitivo
dagli interessi politici, ma vengono tracciati dai mercati globali di beni e servizi.
Le regioni possono, per, essere anche pensate in termini culturali, per
esempio attraverso la delimitazione della diffusione territoriale di un certo
gruppo linguistico (regioni linguistiche sub statali: Vallonia e Fiandre in Belgio).
Le regioni non sono solo delle collettivit economiche e culturali che si sono
costituite naturalmente, ma in molti paesi esse sono anche dei territori definiti
politicamente, attraverso i quali il governo esercita il proprio potere. Spesso
queste suddivisioni evidenti dei territori statali vengono scelte come punto di
partenza per molti studi, ma necessario adottare una grande cautela nel
considerarle come divisioni dello Stato naturali e fondate su elementi pre
esistenti (organizzazioni del territorio decise dal basso o dallaltro?).
La variet di approcci nello studio delle regioni porta ad un altrettanto
differenziato panorama di prospettive allinterno della geografia regionale. Dal

punto di vista della geografia politica, necessario indagare come le regioni


vengono prodotte, in seguito a quali mobilitazioni, quali sono le suddivisioni
territoriali predominanti e perch lo sono. Questo porta ad essere
particolarmente attenti al ruolo del potere nel definire specifiche configurazioni
regionali. Per rendere chiaro questo processo, il geografo Paasi ha identificato
tre modi di concepire le regioni, prevalenti nellambito delle discipline
geografiche: prospettive pre scientifiche; prospettive disciplinari; prospettive
critiche.
Lapproccio pre scientifico vede pragmaticamente le regioni come ununit
territoriale data, necessaria per raccogliere e rappresentare i dati statistici, ma
alla quale non viene attribuito nessun ulteriore ruolo concettuale. Questa
prospettiva diffusa negli studi regionali empirici realizzati in supporto alle
politiche, nei quali le realt delle diverse regioni vengono messe a confronto
per cercare di ridurre le disuguaglianze regionali.
Le prospettive disciplinari considerano le regioni come loggetto o il risultato di
un processo di ricerca, piuttosto che come fenomeni naturali o pre esistenti.
Questo approccio vede inoltre le regioni come il risultato di dibattiti accademici
e di relazioni di potere/conoscenza, quando queste vengono determinate in
seguito a degli studi, grazie alla capacit di alcune discipline di far emergere le
dinamiche geografiche e territoriali. Viene quindi suggerito che la ricerca a
creare le regioni, che diventano suddivisioni riconoscibili di uno Stato.
Attraverso questi processi vengono immaginati nuovi territori, che hanno il
potere di modificare la realt politica (testi scolastici modificano limmaginario
geografico di una popolazione parlando di connessioni naturali tra identit e
territori).
Il regionalismo critico sostiene che le regioni siano delle costruzioni sociali.
Come evidenzia Paasi, le regioni, i loro confini, i loro simboli e le loro istituzioni
non sono il risultato di processi evolutivi autonomi, ma lespressione di una
continua lotta relativa ai significati che vengono attribuiti al territorio, alla
rappresentativit, alla democrazie e al welfare. Lattenzione nei confronti delle
lotte ci porta a considerare la complessit di rappresentazioni, istituzioni e idee
che sostengono determinate configurazioni regionali a discapito di altre. La
prospettiva critica del regionalismo ci spinge a considerare i processi e le
posizioni che sostengono la riproduzione di quelli definibili come territori
immaginati(Anderson, comunit immaginate). Le classificazioni regionali,
ovvero la definizione di cosa siano le regioni e la regionalizzazione, sono
orientate alla produzione di effetti sociali e sono intrise di potere. Beck sostiene
(analizzando le differenze nella formazione dellidentit e nei comportamenti
politici nella regione basca spagnola ed in quella francese) che la formazione
dellidentit regionale il prodotto della relazione tra le regioni e lo Stato.
Riguardo alla discussione generale sulle regioni il lavoro di Beck illustra alcuni
punti molto importanti. Primo: bisogna studiare le regioni allinterno del loro

contesto geografico e storico. Questo vuole essere un tentativo di sottolineare


la natura dinamica, mutevole ed incompleta della formazione delle regioni e
delle identit. Secondo: bisogna essere molto cauti nel mettere a confronto le
pratiche politiche dei diversi contesti regionali, il ragionamento necessita di
essere inquadrato nei termini del contesto degli stati e delle relazioni tra
regioni e stato. Terzo: il caso studio del Paese Basco mette in evidenza la
persistenza temporale dellimportanza della costruzione discorsiva delle
geografie regionali. La rappresentazione delle tradizioni e la creazione di
specifiche costruzioni culturali ha fatto s che la regione basca sia un territorio
politico individuabile, nonostante questa sia in contraddizione con i confini
statali esistenti.
Bisogna considerare le regioni come sistemi sociali parziali, collegati da un
punto di vista funzionale agli altri livelli territoriali, piuttosto che come societ
globali, che racchiudono in s tutte le relazioni sociali, alle quali aspirano
tradizionalmente gli stati nazionali.
Conclusione
Bisogna usare le tesi degli autori modernisti, studiando le nazioni come
prodotto degli stati moderni e in particolare delle nuove forme di tecnologia e
produzione della conoscenza, associate allaffermazione del capitalismo nel XIX
secolo. Si utilizzata la stessa prospettiva critica per analizzare il concetto di
nazionalismo. I movimenti nazionalisti sono stati creati per raggiungere
determinati scopi politici: anche se i nazionalisti sottolineano la natura
autentica ed arcaica delle loro battaglie, nostro compito contestualizzare ogni
movimento allinterno della propria realt politica. Infine, si esaminato le
nuove geografie del regionalismo, cercando di descrivere la produzione di
geografie regionali a diverse scale territoriali. Per ultimo, vorremmo suggerire
una prospettiva che studi le regioni considerandole luoghi vissuti ed esplori la
loro produzione di territori regionali e delle identit ad essi collegate.

Imperialismo e postcolonialismo
Lesportazione del sistema statuale europeo, attraverso il colonialismo e la
successiva decolonizzazione, non pu essere consegnata alla storia, come un
fatto del passato. Ancora oggi si possono vedere gli effetti di pratiche coloniali
ingiuste, messe in atto secoli fa. Oltretutto il colonialismo stato un processo
segnato da relazioni squilibrate di potere tra colonizzatori e colonizzati. La
colonizzazione non agisce semplicemente attraverso lo sfruttamento materiale,
come il rifiuto di concedere diritti territoriali o lappropriazione delle risorse
naturali. Sono fondamentali anche pratiche di rappresentazione messe in atto
dai colonizzatori, attraverso le quali le loro idee e le loro pratiche vengono
accettare e legittimate. La capacit di produrre conoscenza era strettamente
collegata alla capacit di colonizzare territori: i colonizzatori europei

sfruttavano il prestigio delle nuove discipline scientifiche emergenti, come la


geografia, per attribuire legittimit alla loro avventure coloniali.
Ci si occuper dello stretto legame tra la produzione di conoscenza geografica
e le pratiche dellimperialismo e del colonialismo.
Lespansione dellEuropa: lincontro con gli altri popoli
chiaro che la superiorit geopolitica europea non era un fatto assoluto.
Dovunque siano andati, gli Europei hanno incontrato altri popoli, che spesso
vivevano in societ complesse, con alti livelli di tecnologia, di organizzazione
politica di sviluppo culturale. Quindi, il fatto che questi altri popoli non siano
riusciti a governare e dominare il resto del mondo non deriva da una loro
presunta condizione primitiva o da strutture sociali degradate, ma riflette
piuttosto combinazioni molto diverse di circostanze storiche, politiche e
culturali, di priorit economiche e di valori.
Anche se non si pu capire il mondo moderno al di fuori del contesto
dellimperialismo occidentale, soprattutto per quanto riguarda le relazioni tra i
paesi industrializzati e ricchi del Nord e quelli poveri del Sud del mondo,
sarebbe un errore pensare che il controllo europeo sia stato diffuso ovunque, in
modo totale o omogeneo. Alcune parti del mondo sono scampate del tutto al
dominio formale dei paesi europei, mentre altre, che formalmente facevano
parte di un impero coloniale, non sono mai state davvero sottomesse. In primo
luogo, cera il problema logistico di governare porzioni di territorio e
popolazioni che erano pi grandi degli stati europei e spesso molto distanti.
Quindi, il dominio imperiale si affermato tramite compromessi tra le strategie
e le istituzioni dei dominatori e quelle dei dominati, anche se si trattato di
compromessi iniqui e ingiusti. In secondo luogo, c sempre stata resistenza
allimperialismo. Dovunque siano andati, i colonizzatori europei hanno
sperimentato la resistenza dei popoli ai loro tentativi di governarli.
Le cause dellespansione
Nessuno studio sullimperialismo pu ignorare il ruolo del commercio. Il
capitalismo mercantile rappresentava il modo di organizzazione economica
prevalente nelle citt europee del Medioevo e si basa sul principio di comprare
a basso costo e rivendere ad un prezzo pi alto. Molti beni erano prodotti
direttamente sul territorio europeo, utilizzando materie prime locali. Con la
crescita delle citt medievali, ed il conseguente sviluppo di un mercato di beni
di lusso, si registr per la crescita della domanda di materie prime e beni che
non potevano essere prodotti localmente o dei quali lofferta era troppo scarsa.
Gli europei sapevano gi da secoli, nel 1400, che in Asia era possibile rifornirsi
di molti beni di lusso ma, i percorsi via terra erano insicuri e chi li percorreva
era soggetto a possibili ritardi, perdite di materiale ed allautorit di chi
governava quei territori da attraversare.

Grazie alle esplorazioni marittime del XV secolo, i mercanti dellEuropa


Occidentale potevano commerciare con i territori asiatici, senza i rischi dei
difficoltosi percorsi via terra che attraversavano il Medio Oriente.
Lespansione oltremare dei paesi europei ebbe anche motivazioni religiose. Le
prime esplorazioni, condotte da Spagna e Portogallo, furono infatti motivate in
parte anche dalle presunte minacce nei confronti del Cristianesimo cattolico,
che provenivano dallIslam e dalla Riforma protestante. Nel XVII secolo, furono i
Protestantesimo a cercare la salvezza oltreoceano, con linsediamento dei
Puritani sulle coste orientai del Nord America.

La Penisola iberica si espande oltre oceano


Le nuove rotte commerciali marittime verso lOriente erano inizialmente
controllate dal Portogallo, i cui esploratori fondarono numerose stazioni
commerciali lungo le coste dellAfrica, dellAsia meridionale e dellEstremo
Oriente. Limportanza che essi attribuivano al commercio fece s che il loro
impero fosse costituito da piccoli possedimenti, mentre non venivano messi in
pratica tentavi di estensioni di territorio dellentroterra alle spalle delle stazioni
commerciali. Quando i tempi furono maturi, i primi imperi europei di una certa
estensione furono quelli istituiti nel Nuovo Mondo da Spagna e Portogallo.
Lespansione dei due paesi della penisola iberica port grande ricchezza alle
due monarchie, proveniente soprattutto dai metalli preziosi.
Lascesa dellImpero britannico
Solo pochi decenni dopo la sua affermazione, il dominio della Spagna e del
Portogallo si trov a fronteggiare una seria minaccia. Fin dalla seconda met
del XVI secolo, infatti, ebbero inizio le esplorazioni del continente
nordamericano da parte di Francia e Gran Bretagna e, sulla costa atlantica,
vennero fondato varie colonie britanniche, francesi e olandesi. I rapporti tra
lEuropa e lOriente, nel corso del XVII secolo, furono prevalentemente
commerciali.
Il processo di costruzione dellimpero, inoltre, fu lungo e lento e, per
completarlo, fu necessario pi di un secolo di conflitti militari, economici e
culturali con le popolazioni e le istituzioni locali. Con il passare del tempo,
limportanza attribuita al commercio lasci gradualmente il posto alla necessit
di stabilire un governo politico militare, delegando attivit commerciali ai
privati. Questo processo culmin nella Rivoluzione Indiana del 1857, con il
trasferimento del potere dalla Compagnia delle Indie alla Corona.
Il tramonto dellespansione imperialista era ancora molto al di l da venire:
lAfrica rappresentava infatti un collegamento vitale e sanguinoso, nel
commercio triangolare che portava gli africani ad essere venduti come schiavi

in Sud America, per lavorare nelle piantagioni e le materie prime di queste


venivano poi importate in Europa e trasformate in beni finiti, da riesportare a
loro volta nelle colonie. Lungo le coste di tutta lAfrica, gli europei fondarono
piccole citt e porti commerciali, mentre, allinizio del XVIII secolo, il resto del
continente era ancora del tutto inesplorato. Fu nei trentacinque anni che
intercorsero tra il 1880 ed il primo conflitto mondiale, che tutto il continente
africano, comprese la sua popolazione e le sue risorse, venne spartito tra le
grandi potenze europee.
Infine, nel 1801, il continente australiano venne circumnavigato, scoprendo
cos che si trattava di unisola e dopo la scoperta delle miniere doro divenne la
destinazione di immigrazione, trasformandosi in uno dei principali esportatori di
prodotti agricoli.
Guerra dindipendenza americana
La guerra dindipendenza american (1775 1783), seguita dalla formazione
degli Usa, stato certamente uno degli avvenimenti cruciali che hanno segnato
la nascita del mondo contemporaneo. In questo periodo vi fu infatti la prima
origine dellimpetuoso sviluppo che doveva fare di questa nuova nazione la
potenza dominante del globo; ma soprattutto il primo riferimento agli ideali di
libert e uguaglianza contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza; tale
documento rappresent un modello per tutti qui cittadini europei di ampie
vedute che desideravano liberarsi dal gioco dei sovrani dantico regime.
Le radici imperialiste della geografia: il ruolo dellimperialismo nella
conoscenza geografica
Nel processo di espansione imperialista e di colonizzazione dei territori
doltremare un ruolo di vitale importanza stato svolto dalla conoscenza. Se da
un lato lespansione delle potenze europee ha prodotto nuovi saperi, dallaltro
era a sua volta dipendente da quelle stesse conoscenze, perch lo sviluppo dei
possedimenti doltreoceano richiedeva specifiche informazioni e capacit in
molti campi diversi. Lo sviluppo dellimperialismo stato determinato anche
dal modo con cui si guardava agli altri popoli ed ai loro territori: per rendere
accettabili i comportamenti crudeli del colonialismo, era necessario che gli
europei si sentissero superori rispetto a tutti gli altri. La crudelt del
colonialismo si fondava, quindi, su una serie di convinzioni, rappresentazioni e
discorsi relativi ai diritti degli europei nei confronti del resto del mondo.
La geografia moderna stata un prodotto dellimperialismo. In primo luogo,
perch la conoscenza delle caratteristiche della superficie terrestre, dei suoi
continenti e dei suoi oceani, delle sue piante dei suoi animali, dei suoi popoli e
dei loro modi di vita ha vissuto un enorme incremento in seguito allespansione
degli stati europei, diventando il principale argomento di studio della nuova
geografia. Secondo, perch questa disciplina aveva tra i suoi argomenti

privilegiati di studio molte delle conoscenze pratiche e teoriche che furono


messe in atto durante le esplorazioni e la costruzione dei nuovi insediamenti
(cartografia, pianificazione territoriale). Terzo, la geografia utilizzava modalit
specifiche di conoscenza del mondo che resero possibile e nello stesso tempo
legittimarono la pratica dellimperialismo.
La questione del clima
Mettere in relazione il clima con levoluzione delluomo rappresenta uno dei
primi tentativi di sviluppare un sistema teorico, nellambito della geografia
umana, relativamente alla superficie terrestre. Secondo questo sistema di
pensiero, le caratteristiche climatiche dellambiente potevano determinare la
storia e la geografia dello sviluppo umano e delle differenze socio culturali
(determinismo ambientale). Allepoca era comune ritenere che il clima e la
morfologia di un territorio potessero influenzare in maniera uniforme tutta la
popolazione che ci viveva e questo condusse i geografi a discutere delle
caratteristiche razziali dei diversi popoli.
Livingston ritiene molto importante soffermarsi sul rapporto tra le
interpretazioni che i geografi davano del clima e delle zone climatiche e i
discorsi sullinferiorit e la superiorit razziale, che svolgevano un ruolo
importante nei progetti imperialisti. Secondo Livingstone, gli studi che i
geografi svolgevano sul clima erano molto distanti da quella validit scientifica
che pretendevano gli venisse attribuita, essendo al contrario molto legati ai
giudizi morali, religiosi e politici allora diffusi. Veniva attribuita una grande
importanza allimpatto delle variazioni climatiche sulluomo, ritenendo che esso
condizionasse anche i modi di vita e lapparenza biologica delle persone. Quella
che Livingstone chiama leconomia morale del clima e che metteva in
relazione le variazioni climatiche con la presunta suddivisione della specie
umana in diverse razze.
Oggi, gli scienziati sociali sono molto pi scettici riguardo al concetto di razza
come distinzione biologica, sostenendo che non esistono assolutamente
fondamenti biologici soddisfacenti per dividere le persone in base alla loro
razza e che senza dubbio non ci sono delle differenze nel potenziale fisico,
mentale ed emozionale degli appartenenti a queste presunte razze. Per molti
decenni, comunque, si utilizzata una suddivisione del genere umano in gruppi
separati, differenziati su base biologica. In questo contesto, lo studio dei climi
era importante, poich era diffusa la convinzione che le differenze razziali
fossero legate alla variet climatica, sia perch la causa delle prime era da
ricercarsi nelle stesse differenze climatiche, sia perch le razze erano
distribuite da Dio ciascuna nella zona climatica ad essa pi appropriata.
Non possibile ridurre facilmente queste tesi al frutto barbaro e razzista di una
scienza immatura e non ancora sviluppata, se si considera limportanza che
essere ebbero in tutto il mondo. Non solo il discorso delleconomia morale dei

climi forn la giustificazione ed il fondamento teorico a quelle che divennero


pratiche consuete nellimperialismo del XIX secolo (schiavit), ma esso ha
anche esercitato uninfluenza sorprendentemente duratura sulla geografia
come disciplina accademica.
Mappare e dominare
La geografia come disciplina era coinvolta nei progetti imperialisti anche per
finalit estremamente pratiche. Controllare e governare terra e popolazioni
lontane richiedeva un alto grado di conoscenza, sia dei territori che dei popoli
e, nelle strategie dei paesi europei nei propri imperi doltreoceano svolsero un
ruolo fondamentale la cartografia e la raccolta di dati. Le carte rendevano
questi territori sconosciuti pi comprensibili, secondo il modo di pensare
europeo, e consentivano di imporre lordine e la razionalit occidentali a
paesaggi umani creati da visioni del mondo molto differenti.
Il colonialismo europeo cercava di prendere possesso dei nuovi territori,
attribuendo alle loro parti nomi e definizioni, che potevano essere familiari,
quando si utilizzavano termini della propria lingua, oppure volutamente
esotiche, quando si preferiva il linguaggio delle popolazioni locai. In entrambi i
casi, lazione di denominare i luoghi, di disegnare delle carte geografiche e di
conseguenza di rappresentare linguisticamente il nuovo territorio, era unaltra
strategia, attraverso la quale le nuove terre potevano essere conosciute e
possedute.
I geografi contemporanei si sono concentrati prevalentemente
sullimperialismo come modo di considerare il mondo, di costruire identit di se
stessi e degli altri e di cercare di controllare non solo il destino economico e
politico di altri popoli e territori, ma anche la loro evoluzione culturale.
necessario considerare lo sviluppo dellimperialismo esaminando le sue
pratiche spaziali.
La teoria del sistema mondo
Fornire delle interpretazione e delle spiegazioni dellespansione su vasta scale
dellEuropa nel resto del mondo complicato ed stato al centro di un acceso
dibattito accademico. Una delle possibili cornici esplicative quella dellanalisi
del sistema mondo, che stata sviluppata nel corso di molti anni da
Wallerstein.
Secondo Wallerstein, che condivide linteresse di Braudel per i cambiamenti di
lungo periodo nelle relazioni sociali ed economiche, le tre forme di scambio
individuate da Polanyi (reciprocit di lignaggio, redistributiva tributaria,
scambio di mercato) corrispondono a tre tipologie differenti di sistemi sociali, i
soli tre sistemi socio economici che sono esistiti nella storia: i mini sistemi,
nei quali gli scambi sono reciproci; gli imperi mondiali, dove lo scambio

redistributivo; leconomia mondo capitalista, nella quale il mercato a


dominare. I mini sistemi sono stati finora i pi numerosi, anche se nel mondo
contemporaneo sono del tutto scomparsi (Indiani dAmerica). Wallerstein
identifica anche numerosi imperi mondiali, nei quali era presente una vasta
base di produttori agricoli, che fornivano sia i prodotti per la sopravvivenza alla
popolazione, sia i beni di lusso per un piccolo gruppo elitario (impero romano,
sistema feudale). Secondo la sua analisi tutti i mini sistemi e gli imperi mondiali
sono stati eliminati o assorbiti dalleconomia mondo capitalista. Dal XVI
secolo in poi, il mondo stato gradualmente dominato delleconomia mondo
capitalista europea che diventata per davvero globale solo nel 900.
Possiamo identificare nel pensiero di Wallerstein due importanti idee, che
distinguono lapproccio del sistema mondo dalle concezioni tradizionali dei
cambiamenti economici globali. La prima lidea di una societ unica:
tradizionalmente le scienze sociali consideravano il mondo diviso in tante
societ. Lintegrazione delle attivit economiche nel sistema mondo
comporterebbe infatti che oggi esista una sola societ globale. Questintuizione
collegata alla seconda, lerrore dello sviluppismo: lo sviluppo stato
tradizionalmente visto come un percorso lungo il quale le diverse societ
passavano da bassi livelli di attivit economica a sistemi pi ricchi e complessi.
Per, dal momento che oggi esiste una sola economia, di scala mondiale, le sue
singole parti non possono percorrere automaticamente la scala dello sviluppo:
le attivit economiche che hanno luogo in ciascun paese del mondo sono
strettamente connesse a quelle che accadono in tutti gli altri. La capacit di
alcuni stati di produrre grandi redditi e di sostenere alti livelli di standard di vita
dipende dallesistenza di altri paesi, le cui economie rimango sottosviluppate a
causa delle dinamiche delleconomia mondo, per sostenere la ricchezza della
minoranza pi ricca della popolazione mondiale.
Lapproccio di Wallerstein offre anche una cornice di pensiero pi ampia,
allinterno della quale possibile comprendere lespansione degli stati europei.
evidente il parallelismo con limportanza che abbiamo attribuito al processo
storico di nascita e sviluppo degli imperi doltremare. La teoria del sistema
mondo ha trovato ne mondo accademico ferventi sostenitori e accesi critici,
portando una grande contributo nellambito della geografia politica.
Lattenzione che queste teoria pone sulla struttura spaziale delleconomia
mondo, che secondo Wallerstein si divide in un centro, una semi periferia ed
una periferia, molto vicina allapproccio geografico.

Le critiche alla teoria del sistema mondo


Giddens suggerisce che lapproccio del sistema mondo abbia soprattutto due
difetti principali. Innanzitutto, sostiene, sarebbe caratterizzato da una sorta di
riduzionismo economico, non nel senso che prende in considerazione solo i

processi economici, ma che, anche quando affronta questioni culturali e


politiche, tende a spiegarle in termini economici. Nella visione di Giddens, le
dinamiche delleconomia mondo sono fondamentali per spiegare i
cambiamenti globali, ma questi sono anche un prodotto dello sviluppo di un
sistema internazionale di stati, che non pu venire preso in considerazione solo
dal punto di vista economico. Questo implica anche che si debba riconsiderare
lidea di societ unica: potr pur esistere ununica economia mondo
capitalistica, ma le varie societ continuano ad avere una grande importanza.
In sostanza, lidea di societ unica ha senso quando la societ viene
considerata come un sistema di integrazione economica, mentre non funziona
altrettanto bene quando si tiene conto delle relazioni politiche o culturali.
La seconda falla che Giddens riscontra nelle idee di Wallerstein riguarda gli
elementi funzionalisti presenti al loro interno. Con funzionalismo Giddens
intende la tendenza a spiegare qualcosa a partire dai suoi effetti (tipico delle
scienze biologiche). Lui ritrova il pensiero funzionalista nellidea di regioni semi
periferiche, la cui esistenza viene spiegata facendo riferimento alle necessit
del sistema mondo. Pu anche essere vero che lesistenza di una fascia di
stati semi periferici, intermedia tra i paesi ricchi e la periferia povera, pu
contribuire a stabilizzare leconomia mondo, ma questa funzione
stabilizzatrice non sufficiente a spiegare la nascita iniziale di questa
semiperiferia, n il fatto che essa continui ad esistere.
Le strategie di dominazione coloniale
Nello studiare lespansione imperialista necessario considerare sia le
strategie dei colonizzatori, che quelle dei colonizzati, in un determinato
contesto. Questo significa anche che lintegrazione dei territori extra europei
nelleconomia mondo decisamente meno completa e onnicomprensiva di
quanto suggerirebbero gli scritti di Wallerstein. Il nostro approccio evita di farci
cadere nel riduzionismo economico, sottolineando il fatto che le strategie
politiche, e le risorse dalle quali dipende il potere politico, non sono solo
economiche, ma anche culturali, militari, patriarcali, razziste. In altre parole,
limperialismo era pi legato alle strategie di dominazione culturale del resto
del mondo che a quelle di sfruttamento e controllo economico.
La dimensione culturale e quella economica
Generalmente lannessione di nuovi territori e lapplicazione del potere
imperiale nelle colonie europee doltreoceano venivano condotte con mezzi e
strategie di tipo militare, molto diverse dalle varie potenze imperiali.
Secondo Fieldhouse evidente che lEuropa abbia ottenuto numerosi profitti
economici nelle prime fasi dellespansione imperialista ma, successivamente
(nel XIX secolo e allinizio del XX secolo) le colonie doltreoceano non sarebbero
pi state soggette allo sfruttamento economico da parte delle potenze

imperialiste. vero che quello che sostiene Fieldhouse quando afferma che le
colonie stabilite in Asia e in Africa tropicale nelle ultime fasi dellimperialismo
non nacquero con lintenzione di ottenere dei profitti economici. Le singole
colonie potevano essere considerate fonti di guadagno, ma nessun impero ha
avuto una funzione ben precisa, n economica, n di altro tipo. Gli imperi
hanno solo rappresentato una fase particolare delle relazioni, sempre mutevoli,
tra lEuropa ed il resto del mondo e sarebbe fuorviante ricercare delle analogie
con il sistema capitalistico.
Nonostante le sue perplessit riguardo allo sfruttamento messo in atto
dallimperialismo dellultimo periodo, Fieldhouse identifica sei modalit con le
quali questo pu portare dei vantaggi economici, esprimendo le diverse
strategie economiche ad essi sottese.
-

Saccheggio delle ricchezze presenti in un territorio occupato.


Trasferimento in madrepatria dei profitti prodotti nelle colonie.
Trasferimento di denaro verso le potenze imperiali.
Imposizione di regole inique negli scambi commerciali con le colonie.
Sfruttamento delle risorse naturali, senza unadeguata compensazione.
Tassi di ritorno degli investimenti pi alti nelle colonie che in patria.

Secondo Fieldhouse, le prove dellesistenza o meno di questo tipo di relazioni


economiche sono ambigue. chiaro che nella prima fase dellimperialismo, tra
il XVI secolo ed il XVIII secolo, gli aspetti economici abbiano ricoperto un ruolo
molto pi importante di quanto avvenuto nel periodo successivo (XIX e XX
secolo), ma anche laddove siano stati evidenti i profitti provenienti dalle
colonie, difficile dire se questi abbiano avuto luogo grazie ai governi
imperialisti, oppure nonostante la loro presenza. Parlando di strategie politiche,
invece evidente come gli imperi doltreoceano siano stati sostenuti in patria
da esponenti del mondo politico e industriale, che prevedevano di ricavarne
possibili ritorni economici. Limperialismo formale raggiunse comunque il
proprio apice allinizio del XX secolo quando il mantenimento delle complesse
strutture di governo, amministrazioni e forze di sicurezza coloniali in Africa e in
Asia gi si stava trasformando in un vortice che risucchiava le finanze delle
potenze europee. Questo significa che lulteriore espansione del XX secolo era
mossa da strategie diverse da quelle puramente legate al profitto economico.
La dimensione culturale e discorsiva
Le strategie discorsive sono importanti perch incarnano alcune visioni del
ruolo e della natura degli europei e dei popoli che sono stati colonizzati, che
hanno rappresentato le precondizioni necessarie per lo sfruttamento militare
ed economico.
Le strategie discorsive dellimperialismo dipendevano infatti dalla costruzione
del resto del mondo non solo come inferiore allOccidente, ma come
intrinsecamente diverso dal punto di vista qualitativo, ad esempio dipingendolo

come esotico, in contrapposizione allEuropa. Questo spesso implicava un


esotismo di stampo erotico, con lOriente che viene spesso rappresentato come
degenerato sessualmente o come lo scenario di possibili incontri erotici
eccitanti ed esotici. In queste pratiche retoriche, gli uomini occidentali vengono
presentati come lincarnazione della virilit e del vigore. Per contrasto, il mondo
al di fuori dellEuropa veniva spesso rappresentato con sembianze femminili.
Per lOccidente, orgoglioso della propria razionalit maschile, illuminista,
questo simbolismo non solo serviva a rappresentare il Nuovo Mondo come
inferiore, socialmente e culturalmente, ma anche per enfatizzare lesotismo, la
fertilit e lignoto dei quali erano pieni i racconti che si facevano in Europa del
mondo coloniale.
Attraverso questi elementi discorsivi delle strategie imperialiste, venivano
giustificate e legittimate le stesse pratiche imperialiste, venivano giustificate e
legittimate le stesse pratiche imperialiste, sia nei confronti dei colonizzatori,
che degli stessi popoli colonizzati. Queste strategie non furono comunque
univoche e limperialismo trov ovunque una strenua resistenza
Le strategie anti coloniali e la fine degli imperi formali
Limperialismo occidentale stato quindi il prodotto di diverse strategie, alcune
militari, alcune economiche, alcune altre discorsive ed stato contrastato e
sfidato da un altrettanto vario assortimento di strategie e tattiche messe in
atto dai popoli colonizzati. Queste azioni erano condotte da gruppi ed individui
che occupavano, per definizione, posizioni subordinate nella gerarchia sociale e
che non sempre avevano la necessit o la volont di documentare le proprie
attivit, per cui la nostra conoscenza delle forme di opposizione al governo
coloniale meno approfondita, rispetto a quella delle strategie imperialiste.
La maggior parte dei materiali a disposizione, quindi, racconta la storia dal
punto di vista del potere coloniale e, anche quanto questi riguardano i processi
e le pratiche della resistenza anti colonialista, gli episodi che vengono
riportati sono inevitabilmente quelli che hanno preoccupato maggiormente gli
occupanti europei, per esempio per un livello di violenza elevato. Pur non
sottovalutando limportanza delle rivolte armate dato che sono state spesso
determinanti nel porre fine al potere coloniale, il fatto che esse siano cos
presenti nei libri di storia oscura altri eventi quotidiani e ordinari, che spesso
rappresentavano potenti forme di resistenza al potere imperialista.
La Francia perse la maggior parte dei propri possedimento doltremare in
seguito a delle guerre che ebbero luogo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le
colonie portoghesi furono invece quelle dalla vita pi lunga in Africa, difese con
forza dal governo di Lisbona, che dovette comunque abbandonare lAfrica
intorno alla met degli anni Settanta. Con il termine del predominio della
minoranza bianca in Sudafrica, nei primi anni Novanta, si sanc la fine di cinque
secoli di dominazione bianca in Africa. Secondo Fieldhouse lelemento pi

interessante della storia degli imperi coloniali moderni la rapidit con la quale
si dissolsero. Nel 1939 raggiungevano la loro massima estensione, mentre solo
nel 1981 avevano cessato di esistere.
Il post colonialismo
La fine del controllo politico formale solo una parte del quadro pi complesso:
alcuni autori hanno messo in evidenza lesistenza di un colonialismo informale,
nel quale i vantaggi economici continuano ad essere diretti verso le ex potenze
coloniali, anche in assenza di un controllo diretto del territorio.
Si consideri lo sviluppo del postcolonialismo, come posizione politica ed
intellettuale.
Una delle differenze maggiori nel tentativo di identificare le strategie anti
colonialiste che queste tendono a far rientrare forzatamente le storie e le
geografie dei popoli colonizzati nella storia raccontata dal punto di vista
occidentale. Il filosofo Chatterjee sostiene che in una situazione di dominio
imperialista, perfino le pratiche discorsive di resistenza ed il dissenso
nazionalista assumono quella stessa visione occidentale del mondo che
cercano di ripudiare.
Il post colonialismo e la geografia
Uno degli aspetti centrali del postcolonialismo una difficile e complessa
relazione tra i modi dessere, di pensare, di agire e di parlare occidentali e
quelli dei popoli delle ex colonie europee. Gli autori che si occupano del
postcolonialismo ritengono che la decolonizzazione formale non corrisponda ad
una completa decolonizzazione effettiva: limperialismo era molto di pi del
formale controllo politico e militare ed il predominio europeo su gran parte del
mondo era anche un predominio di modi di pensare e concepire quello stesso
mondo. Alla fine delloccupazione formale non ha fatto immediatamente
seguito il ritiro delle categorie colonialiste, delle tecnologie e delle procedure di
dominazione, n lEuropa ha cessato di essere il soggetto principale al quale
fanno riferimento molte storie e geografie postcoloniali.
Crush suggerisce che, nei tentativi contemporanei di scrivere la geografia da
un punto di vista postcoloniale, possono essere individuati quattro elementi
principali: lammissione della complicit della geografia nel dominio coloniale
sui territori; la descrizione delle caratteristiche della rappresentazione
geografica nei discorsi coloniali; la separazione delle geografie locali dalle
teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti; la
riappropriazione dei territori occupati, e lattribuzione a questi nuovi significati
da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati pi bassi della
societ coloniale.

La volont di esaminare la complicit della geografia nel dominio coloniale sui


territori significa che i geografi dovrebbero prendere in considerazione in modo
critico le modalit con le quali la conoscenza e le competenze della geografia
sono state sfruttate per radicare il colonialismo e limperialismo. Mostrare la
rappresentazione geografica nei discorsi coloniali porta alla dimostrazione di
come le pratiche discorsive colonialiste abbiano implicato lutilizzo di un certo
modo di vedere la geografia e di specifiche rappresentazioni di luoghi e regioni.
I binomi coloniali, come noi e loro , o civilt e barbarie, non sono specchi
del mondo, ma atti performativi, che modificano il mondo attraverso una serie
di rappresentazioni. La separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti
e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti, la proposta di mettere in
discussione il modo in cui la stessa geografia ha subito le conseguenze del
colonialismo. I geografi di tutto il mondo utilizzano prospettive, teorie
interpretative occidentali, mentre, secondo i principi del postcolonialismo, la
conoscenza geografica che si sviluppa in contesti locali differenti non dovrebbe
basarsi sul presupposto che gli approcci occidentali siano gli unici, o i migliori
modi di descrivere e comprendere il mondo. La quarta componente della
geografia postcoloniale la riappropriazione dei territori occupati, e
lattribuzione a questi di nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che
rappresentavano gli strati pi bassi della societ coloniale, ovvero il tentativo di
scrivere una nuova geografia, che attribuisca la giusta importanza
allesperienza di chi ha subito il colonialismo e ai luoghi nei quali queste
persone vivono o lavorano.
Conclusione
Si cercato di identificare le importanti eredit e le continuit attuali delle
relazioni, delle conoscenze e delle pratiche di governo coloniali. Sottolineando
in particolare due elementi, che emergono dai recenti studi sul colonialismo.
Primo, il colonialismo non solo una forma di dominazione territoriale. La
colonizzazione implicava, oltre che una dominazione attraverso gli apparati
statali degli imperi, anche una dominazione delle forme di produzione della
conoscenza: la geografia stata scritta dal punto di vista dei colonizzatori, non
dei colonizzati. Gli autori del postcolonialismo hanno cercato di mettere in luce
i meccanismi, le regole e i taciti presupposti che hanno avuto la funzione di
riprodurre queste forme di dominazione coloniale fin ad oggi. La sfida nei
confronti delle forme di produzione della conoscenza occidentali la
decolonizzazione della mente. Il secondo lascito del passato coloniale,
strettamente legato al primo, la continuit delle pratiche imperialiste di
potenti attori statali, fino ai giorni nostri.

Geopolitica e antigeopolitica
Le idee rappresentano le precondizioni dellazione politica e spesso sono i
cittadini a stabilire se si tratta di buone o cattive idee. Bisogna per essere

cauti di fronte a questi giudizi, apparentemente universali, sulla qualit delle


idee: non esistono punti di vista neutrali, con i quali giudicare, n criteri
naturali che stabiliscano cosa rende unidea buona o cattiva. necessario
tenere in grande conto le disparit nel potere di produrre idee. Le idee
provengono da persone ed istituzioni diverse, rispondono ai loro interessi ed
la posizione che questi occupano nelle gerarchie di potere, la loro persuasivit,
la loro capacit di convincere gli altri e la loro vicinanza al sentire comune a far
s che alcune idee abbiano successo e possano cambiare il mondo, mentre altre
siano destinate ad essere dimenticate.
Nellultimo secolo il termine geopolitica stato utilizzato spesso per indicare
quelle idee che riguardano la suddivisione della superficie terrestre e le
relazioni tra le sue singole parti. Anche se in alcuni casi la geopolitica enfatizza
soprattutto i risvolti pratici di queste relazioni, come linvasione di un paese,
queste azioni possono essere spiegate ed interpretate solo attraverso delle
idee geopolitiche. Tutti sono costantemente a contatto con la geopolitica: con
varie terminologie (terzo mondo) si da un ordine al mondo, attribuendo ad esso
un significato, attraverso unopera di denominazione e comunicazione.
Considerando lo Stato come unit territoriale principale dello spazio politico,
questo processo di categorizzazione e creazione di un ordine ha spesso
determinato limportanza della competizione tra stati e della dimensione
geografica del potere.
Le idee geopolitiche implicano lutilizzo di numerose metafore riguardanti lo
spazio. compito degli studiosi di Geografia Politica analizzare il processo di
produzione di queste idee e il modo in cui queste rispecchiano le strutture di
potere dominanti. Nel rifiutare di dare per scontate le etichette della
geopolitica si utilizza lapproccio della geopolitica critica (Agnew, OTuathail e
Dalby). La geopolitica critica, vede la geopolitica come una pratica discorsiva
attraverso la quale politici ed intellettuali attribuiscono una dimensione
spaziale alle relazioni politiche internazionali, presentandole come un mondo
caratterizzato da determinate tipologie di luoghi, persone ed eventi.
Analizzando a fondo i discorsi della geopolitica, gli appartenenti a questa
corrente si sono soffermati molto sulle rappresentazioni, esaminando
criticamente le pratiche e le immagini attraverso le quali singoli individui o
gruppi veicolano le proprie visioni del mondo.
Anche la geopolitica possiede una propria storia ed una propria geografia che
strettamente intrecciata al contesto politico nel quale si sviluppata.
Le radici tradizionali
Il termine geopolitica ha fatto il proprio ingresso nel lessico accademico nel
1899, grazie allo scienziato politico svedese Kjellen, secondo il quale i due
termini, geografia e politica, nella parola geopolitica, poteva essere utile per
indicare le radici geografiche dello Stato e, in particolare, la sua dotazione di

vantaggi e risorse naturali, ovvero la sua geografia fisica, che nel pensiero di
Kjellen rispecchiava la sua forza potenziale. Le sue idee attingevano dal lavoro
del geografo politico tedesco Ratzel che aveva applicato le teorie
evoluzionistiche di Lamarck e Darwin al comportamento degli stati (Lamarck
sottolineava linfluenza diretta dellambiente naturale nel determinare il
processo evolutivo). Ratzel descrive lo Stato come un organismo vivente, che
lotta con gli altri per crescere e svilupparsi. Nel fare ci, il geografo tedesco si
sofferma sulla necessit per ogni Stato di avere un proprio spazio vitale,
sostenendo che gli stati pi forti dovrebbero espandersi nei territori di altri
stati, le cui popolazioni non sfruttano con la dovuta efficienza le risorse
presenti.
Tre aspetti fondamentali di questa fase iniziale della geopolitica. Primo, i primi
studiosi di geopolitica erano interessati soprattutto alle minacce ed alle
opportunit che uno Stato si trovava ad affrontare, attribuendo quindi ad esso
unimportanza fondamentale, come unit territoriale primaria della politica, alla
fine del XIX secolo. Questattenzione per le minacce e le opportunit degli stati
possono essere viste come una specifica reazione alle preoccupazioni delle
potenze occidentali di fronte al venir meno della possibilit di espandere il
proprio territorio, attraverso loccupazione di nuove colonie. Secondo,
importante il collegamento che la geopolitica individua tra lambiente naturale
ed il potenziale politico: le possibilit future di uno Stato sono strettamente
connesse alle sue risorse, al suo clima ed allo spazio che ha a disposizione per
espandersi. Questo rapporto tra clima e sviluppo umano stato sviluppato a
fondo nelle opere dei deterministi ambientali, i quali sostenevano che il clima
ed i fattori ambientali siano elementi determinanti per la storia e la geografia
delluomo. Terzo, bisogna soffermarsi sullambizione dei testi geopolitici di
proporre spiegazioni e conclusioni su scala globale, nonostante si occupassero
prevalentemente della natura degli stati. Queste prime opere dichiarano di
distaccarsi da visioni particolari e soggettive, con lambizione di sviluppare una
vera e propria scienza delle relazioni internazionali. Questo rispecchia due
aspetti, tra loro legati, del periodo storico in cui si sono sviluppati i primi
concetti della geopolitica. Innanzitutto, si trattava di un momento di grande
espansione della geografia nelle universit e della sua istituzionalizzazione
come disciplina accademica. In secondo luogo, gli ultimi anni del XIX secolo
rappresentarono il culmine della modernit, intesa come unepoca che
celebrava il trionfo dellintelletto umano sul caos della natura. Le teorie
moderniste si incentravano sulluniversalit e sulla sintesi, sulla capacit dello
scienziato sociale di osservare la porzione pi ampia possibile della realt con il
proprio sguardo esperto e di trarne delle conclusioni. stata probabilmente
questa autostima tecnologica ed epistemologica a permettere alla geopolitica
di affermarsi come campo autonomo di produzione della conoscenza.
Sir Halford Mackinder

sir Halford Mackinder ha svolto un ruolo chiave nel processo di


istituzionalizzazione della geografia nel UK ed stato una figura fondamentale
nella storia della geopolitica. Le sue pubblicazioni riguardano prevalentemente
lanalisi geografica delle opportunit e delle minacce che la Gran Bretagna si
trovava ad affrontare dopo la fine della scoperta e della conquista di territori
oltreoceano. Mackinder vedeva nelle conoscenze geografiche uno strumento
determinante per il mantenimento del ruolo dominante del UK nel mondo in
questo nuovo contesto storico.
Nella sua teoria dellHeartland, Mackinder, sosteneva che il mondo pu essere
diviso in tre regioni, in base alle differenze di forza potenziale tra i territori:
unarea centrale (pivot area o area perno, successivamente heartland), una
mezzaluna interna ed una mezzaluna esterna, o insulare. Identific il centro
geografico con il continente eurasiatico, un territorio inaccessibile alla potenza
navale del UK e che, quindi, rappresentava una minaccia per il suo dominio. Il
potenziale dellheartland andava individuato nelle sue risorse e Mackinder
avvertiva che, quando si fosse estesa la rete ferroviaria, questa regione
avrebbe potuto esercitare un potere militare ed economico senza pari. Questa
previsione lanciava un serio allarme alle potenze statali ed imperiali del XX
secolo.
necessario contestualizzare il pensiero di Mackinder. Egli era un acceso
sostenitore del potere imperiale britannico e le sue idee vanno di conseguenza
viste come tentativi di semplificare la complessit della competizione tra stati,
evidenziando quella che riteneva essere la minaccia principale: unalleanza
strategica tra Germania e Russia. Le su etesi quindi prendevano direttamente
spunto dal concreto pericolo di unespansione della Germania (si parla di prima
del 1914) e di un aumento del potere russo, minacce contro le quali propose la
creazione di una serie di stati cuscinetto tra la Germania e la Russia. Le sue
tesi sullHeartland riflettono molti aspetti della geopolitica di Kjellen, fondate
come sono sullinteresse per la competizione fra stati, le potenzialit ambientali
di ciascuno di essi ed il desiderio di creare una grande narrazione del
potenziale umano in base ai fattori geografici. Il lavoro di Mackinder ha avuto
grande importanza per la geografia come disciplina, grazie alla convinzione di
offrire modelli di relazioni tra stati che possano avere validit su scala globale.
Karl Haushofer
Lopera dello studioso tedesco Haushofer prese spunto dalle idee di Mackinder,
con lobiettivo di creare un insieme omogeneo di contributi, a cui diede il nome
di Geopolitik.
Il trattato di Versailles aveva ridotto notevolmente il territorio tedesco e
Haushofer fece proprie le idee di Ratzel , per spiegare la necessit della
Germania di ottenere un maggiore spazio vitale, giustificando cos lespansione
tedesca nei territori degli stati pi piccoli che la circondavano. La Geopolitik di

Haushofer racchiude quindi al proprio interno le teorie ratzeliane dello Sato


come organismo vivente e le idee di Mackinder relative alle strategie territoriali
degli stati.
La Geopolitik di Haushofer sarebbe rimasta uno sconosciuto sforzo accademico
se non fosse stato per due aspetti. Il primo che ha contribuito a diffondere
nellimmaginario collettivo tedesco lidea delle perdite territoriali da parte della
Germania, che veniva rappresentato come un organismo ferito, stimolando i
sentimenti nazionali popolari. Il secondo che Hess, futuro vice di Hitler, fu un
allievo di Haushofer. Grazie a questo collegamento le idee di Haushofer
entrarono a far parte della strategia nazista. Questa connessione tra le
geopolitica e lespansionismo tedesco ha generato svariate interpretazioni
isteriche e paranoiche dellinfluenza di Haushofer sulla politica estera della
Germania nazista. necessario fare attenzione a non sopravvalutare il ruolo di
Haushofer nellorigine dei violenti crimini messi in atto dal regime nazista, n
possibile associare con superficialit la Geopolitik alla pericolosa combinazione
di antisemitismo e di idee di purezza della razza che il partito nazista utilizzava
come pretesto per azioni violente nei confronti di alcune categorie di persone.
Quello che si pu analizzare con serenit leffetto che il coinvolgimento della
geografia nelle violenze della filosofia nazista ha avuto sulla disciplina dopo la
Seconda Guerra Mondiale: lallontanamento da teorizzazioni normative,
sostituite da approcci pi razionali e scientifici.
Isaiah Bowman
altrettanto importante, comunque, essere cauti nel tracciare queste
separazioni nette tra approcci normativi e approcci scientifico razionali. A
questo proposito, ci pu essere di grande aiuto il lavoro di Isaiah Bowman, una
figura chiave nel processo di istituzionalizzazione delle geografia negli Usa,
nella prima parte del XX secolo.
Bowman studi geomorfologia e le sue prime indagini sul capo, in Sud America,
riguardarono la mappatura dellerosione fluviale. Grazie a queste esperienze
Bowman si interess allo sviluppo umano ed in particolare al ruolo delle
relazioni economiche con gli Usa nel determinare lo sviluppo degli stati
sudamericani. Contrariamente ai suo comportamenti, Bowman prese le
distanze dal determinismo ambientale, per avvicinarsi ad un approccio pi
empirico e verificabile. Influenzato da Ratzel, Bowman sosteneva limportanza
di uno spazio vitale economico per gli Usa, riferendosi alla necessit di
superare le forme precedenti di colonialismo, fondate su unespansione
territoriale, e di concentrarsi piuttosto sullo sviluppo di relazioni economiche
favorevoli agli interessi americani. Bowman spingeva per la creazione di stati
forti nellEuropa centrale ed orientale, alle negoziazioni di Versailles. Era infatti
preoccupato che la nascita di piccoli stati, con poco spazio per espandersi,
avrebbe incrementato rivalit di stampo imperialista. Il geografo americano
raccont la propria esperienza a Versailles, che descrive linizio dellera

dellinternazionalismo americano, sviluppando la strategia diplomatica e


geografica che Wilson aveva introdotto nelle negoziazioni, e offrendo uno
sguardo generale sulla natura della geografia politica, economica e sociale del
mondo.
A causa dellassociazioni di questa prospettiva con lespansioni della Germania
nazista, Bowman evit accuratamente di usare il termine geopolitica per
definire i propri lavori e descrisse i propri contributi opponendoli apertamente a
ricerche simili condotte in Germania.
Per Bowman, la geopolitica contiene al suo interno un principio auto
distruttivo: quello secondo cui, quando gli interessi internazionali sono in
conflitto, solo la forza pu determinare la loro soluzione. Egli costruisce una
rigida contrapposizione tra la propria geografia scientifica, fondata su studi
empirici, ed u pi generale umanesimo, con riferimento alla natura
imperialista, militarista e ricca di pregiudizi della Geopolitik tedesca. Ad
unanalisi pi approfondita, per, questa contrapposizione cos netta presenta
alcune crepe: gli studi e lattivit diplomatica di Bowman erano
indissolubilmente legati agli interessi degli Usa, nonostante la dichiarata
pretesa di apportare un contributo universale, grazie alla presunta scientificit
dellapproccio utilizzato.
Bowman dichiarava loggettivit della propria visione del mondo, criticando la
parzialit di quelle proposte dagli altri. Tuttavia, proprio come quello degli altri,
anche il suo punto di vista forniva una lettura della realt parziale e schierata,
influenzata dagli interessi individuali e collettivi del contesto in cui era situato.
Quanto detto sui tre autori cita fin ora pu essere riassunto in tra punti
fondamentali. Innanzitutto, sia Mackinder che Haushofer e Bowman,
svilupparono le tesi di Ratzel, in particolare per quanto riguarda la sua
concezione biologica delle pratiche dello Stato, visto come organismo costretto
a prendere parte alla lotta per la sopravvivenza, in forza delle proprie
caratteristiche ambientali e fisiche. In secondo luogo, queste prime teorie
geopolitiche cercavano di offrire spiegazioni razionali al comportamento degli
stati ed ognuna di essa accusava le altre di essere parziali o poco scientifiche,
proponendo il proprio approccio come oggettivo e razionale. Terzo, si sottolinea
il legame tra geopolitica e gli interessi degli stati. Il legame tra quegli studi
accademici ed il contesto storico politico nel quale sono nati tanto stretto da
rende difficile prenderli in considerazione separatamente. difficile
comprendere la distanza tra gli studiosi e gli stati, per i legami istituzionali e
personali che essi avevano con coloro che erano al potere.
La geopolitica critica
I limiti dei lavori dei primi esponenti della geopolitica sono tanto evidenti da
rende comprensibile un rifiuto di questo modo di osservare la realt e la

conseguente scelta di altri approcci intellettuali. Questa stata la reazione dei


geografi politici dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i presunti legami tra
le idee della geopolitica e lespansionismo tedesco portarono ad un
allontanamento della teorizzazione di prospettive politiche, sostituite da un
numero crescente di lavori quantitativi e tecnici. La geopolitica aveva sostituito
la geografia politica nel cuore delle politiche imperiali e questo, anche se
permise di ottenere pi facilmente finanziamenti e riconoscimenti, port ad una
messa in discussione della natura indipendente della stessa geografia politica e
determin unassociazione tra le geografia e le pratica militariste e anti
democratiche che si erano viste in quei decenni.
A partire dagli anni Ottanta si assistito ad un rinnovato interesse nei confronti
della geopolitica, anche se da una prospettiva decisamente diversa da quella
dei primi teorici di questa sotto disciplina. Questo nuovo approccio ha preso il
nome di geopolitica critica, poich rifiutava e metteva in discussione le tesi
tradizione, che si rifacevano ai fondatori della geopolitica, riportando la
questione del potere allinterno dello studio dei testi geopolitici. La geopolitica
non era un esercizio naturale, ma piuttosto il rifletto del potere dei geopolitici di
descrivere e suddividere il mondo in un certo modo.
Alla base della geopolitica critica c il rifiuto della geografia come semplice
atto descrittivo di un mondo esterno, che esiste indipendentemente dallattivit
del ricercatore. Al contrario, gli esponenti di questa corrente credono che la
geografia non si una descrizione del mondo, ma una scrittura del mondo.
Questo approccio prende spunto dal filosofo francese Foucault, il quale riteneva
che potere e conoscenza siano indissolubilmente collegati, sostenendo che
nessuna relazione di potere esiste senza la creazione di un campo di
conoscenza corrispondente, n ci pu essere conoscenza che non presupponga
e costituisca allo stesso tempo relazioni di potere. Si pu quindi affermare che
la prospettiva critica affronta la geopolitica come se fosse un discorso, una
serie di rappresentazioni che svolgono la funzione di organizzare la conoscenza
e dare forma alle azioni. Da questo punto di vista, non si pu quindi considerare
le idee della geopolitica come rappresentazioni neutrali del mondo, ma
piuttosto come pratiche discorsive legate a strutture di potere e privilegi
esistenti.
OTuathail mette in evidenza un aspetto ironico della geopolitica, ovvero il fatto
che essa per affermarsi abbia eliminato la geografia e la politica. A questo fine,
egli si concentra in particolare su de elementi della geopolitica stessa. Primo la
geopolitica implica la sistematica cancellazione della geografia: nelle teoria
geopolitiche i luoghi non sono evocati attraverso le loro storie e geografie
eterogenee, ma vengo etichettati e categorizzati allinterno di un mondo
omogeneo fatto di oggetti, attributi e modelli; interi continenti vengono
ridefiniti solo in base alle proprie relazioni con i centri di potere, anzich sulla
base dei conflitti, delle contestazioni e della visione del mondo dei loro abitanti.

La geopolitica semplifica la superficie terrestre, riorganizzandola in modo


essenziale in poche aree, identit e prospettive differenti. Questo processo di
classificazione, in base alle forme di conoscenza occidentali, eleva il geopolitico
ad unico individuo in possesso dellautorit per descrivere la complessit di un
mondo diviso e pericoloso. Il secondo fattore la depoliticizzazione dei processi
politici che la geopolitica mette in atto, presentando la conflittualit tra gli stati
come un processo naturale, inevitabile ed eterno; questo evidente
nellutilizzo del linguaggio neo lamarckiano e della descrizione dei conflitti
non come il risultato di processi economici e sociali complessi, ma come una
conseguenza naturale, inevitabile, dellambiente fisico degli stati. In questo
modo, la geopolitica sottrae la facolt di scelta e la volontariet delle azioni al
conflitto sociale e preferisce fare affidamento su grandi narrazioni retoriche
relative alla lotta degli stati per la sopravvivenza.
La geopolitica critica ci fornisce una serie di strumenti utili per analizzare
alcune pratiche della geopolitica tradizionale, mettendo in luce come queste
dunque abbiano cancellato la geografia e siano servite a depoliticizzare i
conflitti. Per fare ci, gli autori di questa corrente hanno guardato oltre i
contributi dei fondatori della geopolitica classica, ricercando diversi ambiti di
produzione della geopolitica ed individuandone tre: la geopolitica formale; la
geopolitica pratica; la geopolitica popolare.
La geopolitica formale
Questa definizione si riferisce a quelle teorie che finora sono state descritte
come appartenenti alla geopolitica classica, ovvero quelle prodotte da autori
che definivano se stessi geopolitici. La geografa politica Mamadouh attribuisce
ad esempi di geopolitica formale recenti la definizione di geopolitica classica,
distinta da quella classica poich si distacca dalla visione dello Stato come
organismo vivente in movimento, dal momento che i suoi confini oggi sono
molto pi rigidi. Nonostante questa differenza, lapproccio neoclassico continua
a utilizzare termini come interesse nazionale, come se lo Stato fosse un
individuo, facendo corrispondere a questa visione proposte conseguenti di
strategia politica.
La geopolitica pratica
Appartengono a questa categoria quelle idee geopolitiche utilizzate dai politici
per lattivit di governo e per la politica estera. Possiamo ritrovarne degli
esempi ovunque, nei discorsi dei leader politici, nelle dichiarazioni ufficiali dei
governi, nelle interviste ai capi di partito. La messa in pratica della geopolitica,
comunque, non sempre cos evidente o categorica e la forza della geopolitica
pratica risiede proprio nella sua ordinariet. Le idee geopolitiche sono spesso
cos semplici da essere invisibili, ma il loro ripetuto utilizzo nella pratica politica
serve a rendere naturali certe categorizzazioni del mondo (binomio noi/loro,
sviluppo/sottosviluppato). Queste frasi possono sembrare innocue, ma in realt

traducono specifiche prospettive politiche e legittimano importanti decisioni di


politica estera.
La geopolitica popolare
Con questa definizione ci si riferisce alla comunicazione delle idee della
geopolitica per mezzo della cultura popolare dello Stato: cinema, libri, riviste.
Attraverso questi mezzi, la geopolitica cessa di essere riservata alle elites
politiche o intellettuali, e vien riformulata e trasmessa ad un pubblico pi
ampio, attraverso la pratica quotidiana. Per sottolineare limportanza della
geopolitica popolare, molti autori si sono ispirati agli scritti di Gramsci e, in
particolare, al suo concetto di egemonia. Secondo Gramsci legemonia
rappresenta il fondamento di un governo forte ed indica la sua capacit di
governare la popolazione grazie al consenso, senza ricorrere alla coercizione.
La geografa Sharp ha descritto il ruolo della cultura popolare nella produzione
del consenso: legemonia non si costruisce solo per mezzo delle ideologie
politiche, ma anche, in modo pi immediato, attraverso la scrittura di un
copione dettagliato delle semplici attivit quotidiane di ciascuno. Il concetto di
egemonia espresso da Gramsci attribuisce un ruolo di grande importanza alla
cultura popolare, per la comprensione del funzionamento della societ, grazie
allapparente banalit e alla scarsa conflittualit di queste produzioni culturali.
Esattamente come le grandi teorie ed i discorsi politici, anche gli strumenti
della cultura popolare possono contribuire a costruire le idee dellopinione
pubblica sulla geografia della politica mondiale.
Esempi pratici di geopolitica critica
Fin ora si sono utilizzati gli strumenti della geopolitica critica per attirare
lattenzione sul ruolo della geopolitica nellannullare le differenze geografiche e
depoliticizzare i conflitti e sullinfluenza che questo ha avuto nella definizione
delle politiche. Per, bisogna sottolineare che non si deve dare per scontato
che i discorsi geopolitici causino determinate reazioni nella politica sul piano
concreto. Piuttosto, la geopolitica influenza il dibattito politico, in modo da far s
che alcune politiche sembrino sensate e realizzabili, mentre altre vengono
marginalizzate, dipingendole come irrealizzabili e poco plausibili.
La geopolitica della guerra fredda
Il termine guerra fredda viene utilizzato per indicare il lungo periodo di
contrapposizione diplomatica tra gli Usa e lUrss durato dal 1947 al 1991.
Limmagine dello scontro tra lideologia democratica, votata al libero mercato,
degli Usa e lautoritarismo comunista sovietico diventata lo sfondo di gran
parte delle politiche globali della seconda met del ventesimo secolo. Non
dobbiamo per pensare che lonnipresenza della guerra fredda nei discorsi
corrispondesse alla sua diffusione reale o allinevitabilit di questa situazione.

Molti dei conflitti che hanno avuto luogo nel mondo in quel periodo sono stati
interpretati alla luce di questa astratta e semplicistica contrapposizione.
Il geografo Agnew ha identificato tre concetti geopolitici, che hanno svolto un
ruolo fondamentale nella retorica americana della guerra fredda: il
contenimento, leffetto domino e la stabilit egemonica. La dottrina del
contenimento si sviluppa a partire dal rischio che linfluenza dellUrss, entit
dalle evidenti mire espansionistiche, potesse infettare gli stati contigui con
lideologia comunista. LUrss era descritta come seduttrice e potenziale
stupratrice, i cui istinti repressi potevano esplodere in qualsiasi punto dei propri
confini, se non si fosse esercitata una costante pressione di contenimento. Il
secondo concetto geopolitico individuato da Agnew, strettamente collegato al
primo, la teoria delleffetto domino, secondo la quale ogni minaccia allordine
mondiale, rappresentata dallaffermazione in uno Stato di un governo
comunista, avrebbe potuto diffondersi ad uno Stato vicino, e cos, uno dopo
laltro come le tessere del domino, tutti gli stati di una determinata area
sarebbero potuti cadere sotto linfluenza (questo serv a giustificare lintervento
Usa in Vietnam). Il terzo concetto, lidea che gli Usa fossero i portatori di
unegemonia buona. Si descriveva il buon funzionamento del sistema
economico e politico globale come necessariamente dipendente dal predominio
degli Usa.
La dissoluzione della Jugoslavia
La dissoluzione della Jugoslavia gener aspri conflitti politici, soprattutto nella
repubblica di Bosnia ed Erzegovina, caratterizzata da una popolazione
eterogenea, composta da una mescolanza di Bosniaci musulmani, Croati e
Serbi. Gli appartenenti ai primi due gruppi temevano ora di trovarsi in una
condizione di inferiorit, in una Jugoslavia a maggioranza serba e, di
conseguenza la Bosnia Erzegovina rivendic la propria indipendenza. Questo
mise in agitazione la minoranza serba in Bosnia, che cerc di istituire un
territorio autonomo serbo in Bosnia, innescando violenti conflitti che durarono
quasi quattro anni.
Gli autori delle correnti critiche hanno studiato il modo in cui la guerra in
Bosnia, stata interpretata e rappresentata nei discorsi e nei resoconti delle
elites politiche occidentali, dimostrando come alcune posizioni politiche siano
state giustificate da questa geopolitica pratica, mentre altre furono screditate.
La visione dominante, tra i leader politici occidentali, era quella per cui il
conflitto in Bosnia era la conseguenza di antichi odi etnici; il fatto che questa
spiegazione a noi possa sembrare quasi plausibile per giustificare quelle
violenze dimostra il potere della geopolitica nel rendere naturali alcuni
espedienti retorici interpretativi. I geopolitici critici sostengono la necessit di
approfondire i presupposti teorici alla base di questa spiegazione del conflitto e
le sue implicazioni per quanto riguarda latteggiamento politico internazionale

nei confronti della guerra in Bosnia. La retorica degli antichi odi etnici
depoliticizza il conflitto e annulla le sue specificit geografiche.
Primo, attribuendo la causa della guerra agli antichi odi etnici, sembra che si
suggerisca che la violenza intrinseca nella popolazione bosniaca e che si
manifesta per ragioni irrazionali e inspiegabili. Anzich far emergere la natura
dei programmi politici nazionalisti, fatti di slogan opportunistici fondati su
concrete preoccupazioni economiche e sociali della popolazione bosniaca,
questa visione sembra assecondare il messaggio di questi slogan: una
democrazia pluralista impossibile in Bosnia, a causa della presenza di identit
politiche antagoniste incompatibili. Questa rappresentazione sembra assumere
che siano tutti i cittadini bosniaci ad essere nello stesso tempo vittime e
carnefici. Ispirato a questimmagine, lintervento internazionale in Bosnia
stato attuato pi in termini di soccorso umanitario, che di assistenza militare
degli obiettivi politici di ciascun gruppo.
Il secondo elemento che si vuole mettere in risalto il fatto che lidea degli
antichi odi etnici ha contribuito alla cancellazione dei luoghi della Bosnia. La
ricca storia sociale del paese stata ridotta alla rappresentazione di un torbido
passato di continui conflitti e aggressioni. Molti autori hanno evidenziato la
creazione di una dicotomia noi/altri allinterno di queste narrazioni geopolitiche,
con la contrapposizione tra unEuropa razionale e pacifica ed una Bosnia
irrazionale e perversa (rappresentazione definita come balcanismo). Svariati
studi hanno considerato criticamente questa dicotomia, esaminando le
rappresentazioni dei Balcani nelle geografie immaginarie di viaggiato, scrittori,
studiosi e politici dellEuropa occidentale. Certi immaginari letterari vengono
spesso ritenuti irrilevanti dalla politica concreta degli affari internazionali, ma si
vuole considerare invece come possano essere importanti, in due modi. In
primo luogo, essi riflettono la geopolitica popolare, in quanto rappresentazioni
culturali che ottengono il consenso del pubblico grazie a specifiche geografie
ed identit inventate. Quando queste idee vengono arruolate al servizio della
politica estera, troviamo pi facile accettarle come vere. In secondo luogo, ci
sono dei collegamenti diretti tra la geopolitica pratica e quella popolare (si dice
che Clinton sia stato influenzato da un libro di Kaplan, che offre una lettura
balcanista della storia della Jugoslavia, nella definizione delle sue politiche nei
confronti dei Balcani).
Lantigeopolitica
La ricerca nel campo della geopolitica critica ha esaminato a fondo
limportanza delle relazioni di potere allinterno delle quali viene prodotta la
conoscenza geopolitica, sottolineando in particolare come laffermazione di una
certa visione territoriale della realt non sia tanto legata alla veridicit, quanto
piuttosto al potere economico, politico o culturale delle idee del suo autore.
Questa prospettiva, che ha portato lattenzione sulla natura spaziale delle idee
geopolitiche, rimane per comunque concentrata sulle pratiche e le tesi delle

elites statali. Negli ultimi anni ha fatto invece la propria apparizione una nuova
corrente, che prende spunto dalle teorie femministe per costruire
lantigeopolitica.
La prospettiva antigeopolitica mette in luce numero omissioni, presenti sia
nella geopolitica classica, che in quella critica. La prima lassenza di
resistenza alle traduzioni concrete della geopolitica. Secondo questi studiosi, la
geopolitica critica offre una chiara decostruzione del discorso politico
dominante, ma in essa raramente presente la sensazione che esistano delle
alternative. Il secondo limite della geopolitica che essa stata unattivit
esclusivamente maschile, che ha annullato il ruolo delle donne, sia nella
produzione delle proprie tesi, sia nelle pratiche di resistenza.
La resistenza
I recenti studi nel campo dellantigeopolitica si concentrano sulle pratiche di
quegli individui e quelle istituzioni che hanno cercato di resistere alle narrazioni
geopolitiche egemoniche create allinterno degli apparati statali. Il geografo
Routledge ha suggerito che il termine antigeopolitica faccia riferimento ad una
forza culturale e politica ambigua, che appartiene alla societ civile. Il
riferimento alla societ civile evidenzia il fatto che la conoscenza
dellantigeopolitica viene prodotta da realt esterne allo Stato ed agli interessi
corporativi. Si tratta di visioni alternative della storia, che sfidano lo status quo
e che vengono poste in due modi. In primo luogo, lantigeopolitica sfida il
potere geopolitico materiale degli stati o delle organizzazioni globali, resistendo
al modello dominante di produzione capitalista. Inoltre, lantigeopolitica resiste
alle rappresentazioni geopolitiche imposte dalle elites, create e riprodotte per
servire i loro interessi. Lantigeopolitica pu dunque essere vista come un
campo alternativo di produzione della conoscenza, che unisce una grande
variet di gruppi che combattono contro le idee geopolitiche dominanti dello
Stato.
Il conflitto in Bosnia veniva dipinto dai leader occidentali come la conseguenza
di antichi odi etnici, descrivendo la Bosnia lontana, al di fuori delle
preoccupazione e della morale delle popolazioni occidentali. Grazie agli articoli,
che parlavano della cruda realt in cui erano immersi quei luoghi, provenienti
dal campo della giornalista OKane si potuto squarciare il velo nella quale era
stata avvolta la Bosnia, portando il conflitto bosniaco di fronte alla
responsabilit morale di chi legge. importante sottolineare come queste
corrispondenze, provenienti direttamente dai luoghi dei quali si parla, mettano
in luce limportanza della ricerca etnografica nel campo della geopolitica, un
lavoro che prende seriamente in considerazione versioni legate ai luoghi delle
narrazioni territoriali dominanti.
Una geopolitica di genere

Recentemente, alcune geografe politiche femministe hanno provato, in due


modi, ad analizzare la geopolitica dal punto di vista delle sue connotazioni di
genere. In primo luogo stata messa in luce la grave assenza delle donne tra
le figure di spicco, sia della geopolitica classica, che di quella critica. La pretesa
di oggettivit della geopolitica ha mascherato anche la sua ineguale
connotazione di genere, intrinseca ai suoi concetti e alle sue teorie. In secondo
luogo, gli approcci femministi hanno offerto visioni geopolitiche alternative, che
andavano ben al di l delle tradizionali preoccupazioni per la sicurezza degli
stati.
Sia nella geopolitica classica, che in quella critica, evidente la quasi totale
assenza di donne. Per quanto riguarda la tradizione classica pu essere
facilmente spiegato tenendo conto della natura patriarcale della produzione di
conoscenza geografica degli imperi della fine del XIX secolo. Ma basta uno
sguardo ai testi della geopolitica formale e pratica degli ultimi dieci anni,
ancora dominata dagli uomini, per capire che non possibile considerare le
disuguaglianze di genere solo come un fenomeno del secolo scorso.
Lattenzione della geopolitica per le politiche formali delle relazioni
internazionali ha quindi escluso le arene informali delle partecipazione politica,
nelle quali le donne svolgono invece un ruolo attivo e fondamentale (migranti
lavoratrici). Secondo le autrici femministe, i geopolitici critici dovrebbero essere
pi attenti alla natura parziale della loro stessa produzione di conoscenza, che
avviene allinterno di un ambiente accademico occidentale, a predominanza
maschile.
I contributi femministi non si limitano ad unosservazione critica delle
discriminazioni di genere, ma offrono anche visioni geopolitiche alternative, a
partire dalla messa in discussione dei luoghi in cui nasce la geopolitica,
rovesciando lidea diffusa che questa si svolga solo allinterno delle istituzioni
formali, legate alla politica estera degli stati. Nello specifico, le geografe
politiche femministe hanno spostato lattenzione sulla natura geopolitica della
vita di tutti i giorni, evidenziando il ruolo di pratiche e identit localizzate nel
sostenere o contestare i discorsi geografici. Le prospettive femministe offrono
quindi una visione alternativa della vita politica, che rifiuta le logiche scalari
della retorica dominante, offrendo al loro posto una serie di racconti
esplicitamente parziali, che rendono evidente la molteplicit di scale e di luoghi
della produzione della conoscenza geopolitica.
Conclusione
La geopolitica si occupa di visioni del mondo. Come tutte le idee, per, queste
visioni del mondo sono condizionate dalla propria origine, sono descrizioni
parziali, che descrivono il mondo in un modo utile a chi le esprime. La
geopolitica critica, una prospettiva nata negli anni Ottanta, ha cercato di
utilizzare diverse teorie sociali e culturali per esaminare e descrivere le
relazioni tra potere e conoscenza, dalle quali deriva la produzione di idee

geopolitiche. Alcuni studi recenti, per, soprattutto quelli legati alla tradizione
teorica del pensiero femminista, hanno criticato la geopolitica critica in due
modi: primo, ci si chiesto se gli stessi autori della geopolitica critica si siano
sufficientemente interrogati sulla propria posizione privilegiata e sui propri
pregiudizi; secondo, alcune recenti riflessioni metodologiche hanno notato
come spesso i geopolitici critici si siano concentrati soprattutto su testi e
discorsi, tralasciando la realt concreta. A partire da queste domande, in
corso un lavoro di correzione e ripensamento in questo campo, grazie anche
allutilizzo, da parte dei geografi politici, delle metodologie etnografiche, utili a
comprendere la riproduzione e la contestazione quotidiana dei concetti della
geopolitica.