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Siberia Terra addormentata

2010 Daniele Gatti

Prefazione
A cura di Paola Annoni (www.libridiviaggio.it)

Perch mai qualcuno dovrebbe essere interessato a calpestare una terra tanto solitaria, inospitale, misteriosa e per la maggior parte ancora sconosciuta?. Pi che un viaggio un allenamento estremo. Siberia. Terra addormentata lincredibile racconto del viaggio compiuto dallautore, Daniele Gatti, in compagnia di un amico, con destinazione il punto pi estremo della Russia raggiungibile via terra: lisola di Sakhalin. Ovviamente con il mezzo pi economico, ecologico e pi lento: il treno. Prendete due silenziosi viaggiatori, mischiateli in tempi dilatati di noia e impossibilit di dialogare con personaggi dai tratti a dir poco coloriti e dal tasso alcolico esorbitante e condite il tutto con controlli alle frontiere come se fossero terroristi e popolazioni che non si lasciano fotografare ed ecco fatto: nasce cos un equilibrato mix di questo viaggio ai limiti della fattibilit e del mondo conosciuto e abitato. La parola dordine mantenere la calma: il viaggio infinitamente lungo e i compagni di viaggio occasionali discutibili. Nonostante i due protagonisti diventino alla svelta le mascotte del Mosca-Tynda, si passa dalla compagnia di rissosi che prima vogliono disintegrarli di botte e dopo poco gli offrono allegramente cibo e vodka, una coppia di strani russi che amano viaggiare in treno, luomo dei nove bagagli e un pazzo alcolizzato che si inventa di essere un chirurgo fortunatamente senza dimostrazioni pratiche. Viaggio lungo e carico di tempo per riflettere attraverso una terra che dorme di un sonno senza sogni, guardandosi da fuori (volendo fare un paragone come se una persona partita dalla Groenlandia in barca a remi approdasse infine in un remoto paesino delle coste lucane, asserendo di essere arrivato a destinazione. Certamente sarebbe guardata con molto interesse e forse considerata un po matta) e dal di dentro (mi chiedo cosa succederebbe se si realizzasse il mio antico sogno di viaggiare tutti i giorni dellanno un giorno pensavo non ci sarebbe stato nulla di meglio ora che sono in viaggio da un mese, tuttavia, mi rendo sempre pi conto di come il mio pensiero si rivolga spesso alla casa che ho lasciato ad oltre diecimila chilometri di distanza). La lettura scorrevole, curiosa, addolcisce latteggiamento educato e delicato con cui ogni situazione viene affrontata. E fa capire che qui da noi non fa poi tanto freddo. Consigliato a chi prende il viaggio, nonostante gli incontri, come un momento per s.

Indice
Il percorso Prologo. La Genesi della Siberia Cap. I) Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Cap. II) Una frontiera difficile Cap. III) Ungheria Cap. IV) Attraversando lUcraina Cap. V) Mosca Cap. VI) Ospiti donore nella dacia Cap. VII) Una campana e un cannone Cap. VIII) Come sopravvivere a cinque giorni di treno Cap. IX) Tynda, capitale della ferrovia Bajkal Amur Cap. X) Verkhnezejsk. Un paese fantasma Cap. XI) Due terroristi a Komsomolsk na Amure Cap. XII Camminando sulle acque Cap. XIII) Sulle sponde del Pacifico Cap. XIV) Un mercantile per noi Cap. XV) Il primo approccio a Sakhalin non esaltante Cap. XVI) Juzhno Sakhalinsk. Poco e nulla Cap. XVII) Verso i confini del mondo Cap. XVIII) Okha, la citt del petrolio Cap. XIX) Il paese dove non hanno mai visto un italiano Cap. XX) La casa dei pionieri Cap. XXI) Mafia russa Cap. XXII) Nove bagagli per me posson bastare Cap. XXIII) La cabina degli orrori Cap. XXIV) Bivacco in stazione Cap. XXV) Un incontro troppo ravvicinato Cap. XXVI) Seryshevo. Finalmente salvi Epilogo 4 5 11 17 23 27 30 36 44 47 72 80 86 89 92 98 104 108 111 117 124 129 136 142 146 149 156 164 169

Il percorso
Per maggiore leggibilit, mostrato solo il percorso dellandata con i principali punti di riferimento.

27.840 chilometri percorsi in treno con il seguente itinerario:


1 - Tradate Milano 2 - Milano Venezia 3 - Venezia Budapest 4 - Budapest Mosca 5 - Mosca Tynda 6 - Tynda Verkhnezejsk 7 - Verkhnezejsk Komsomolsk 8 - Komsomolsk Vnino 9 - Vnino Kholmsk 10 - Kholmsk Juzhno Sakhalinsk 11 - Juzhno Sakhalinsk Nogliki 12 - Nogliki Okha 13 - Okha Nekrasovka 14 - Nekrasovka Okha 15 - Okha Nogliki 16 - Nogliki Juzhno Sakhalinsk 17 - Juzhno Sakhalinsk Kholmsk
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18 - Kholmsk Vnino 19 - Vnino Khabarovsk 20 - Khabarovsk Seryshevo 21 - Seryshevo Belogorsk 22 - Belogorsk Seryshevo 23 - Seryshevo Novosibirsk 24 - Novosibirsk Barnaul 25 - Barnaul Novosibirsk 26 - Novosibirsk Ekaterinburg 27 - Ekaterinburg Rostov 28 - Rostov Donetsk 29 - Donetsk Kiev 30 - Kiev Budapest 31 - Budapest Venezia 32 - Venezia Milano 33 - Milano Tradate

Prologo La Genesi della Siberia La parola Siberia evoca gelo, foreste di conifere, immense steppe, isbe di legno, isolamento, solitudine, desolazione. Pochissimi la considerano una terra interessante e ancor meno la scelgono come meta di viaggio. Perch mai qualcuno dovrebbe essere interessato a calpestare una terra tanto solitaria, inospitale, misteriosa e per la maggior parte ancora sconosciuta? In fondo, solo da pochi decenni gli stranieri possono visitarla interamente, seppur sia obbligatorio possedere un passaporto e un visto. Prima del crollo dellUnione Sovietica, solo poche citt erano aperte ai forestieri, e ottenere un visto non era certamente semplice. La Siberia non ha quindi alle spalle una storia di turismo, e del resto non avrebbe nemmeno elementi per stimolarlo. Per il pubblico, la Russia Mosca e San Pietroburgo, mentre quasi nessuno si ricorda dellimmenso territorio a est degli Urali. Lo si immagina sempre come uninterminabile distesa di alberi e steppe, oppure di ghiaccio e neve, dove sorgono degli sperduti villaggi con poco o nessun contatto con il resto del mondo. A dispetto di ogni luogo comune, che generalmente non corrisponde alla verit, questo stereotipo molto realistico. Si pu viaggiare lungo la Transiberiana anche per migliaia di chilometri, prima di notare un cambiamento nel paesaggio; alcuni raggruppamenti di edifici cadenti e dacie sembrano cos precari da far dubitare delleffettiva esistenza di persone che ci vivono tutto lanno. La Siberia non rappresenta un granch di invitante per chi non ama immergersi in sensazioni estreme e fuori dal comune, sensazioni che difficilmente si possono provare viaggiando in un territorio molto civilizzato come la moderna Europa. Si pu sempre decidere di avventurarsi sulle cime pi impervie delle Alpi o di camminare in solitaria per le foreste lapponi, ma si tratterebbe in ogni caso di andarsi a cercare un angolo di pace in un continente ormai riempito di agglomerati urbani e persone. In Siberia, invece, il discorso si fa differente. Lisolamento tangibile quasi ovunque. Fuori dalle grandi citt non serve percorrere migliaia di chilometri e arrampicarsi su cime rocciose per sentirsi in mezzo al nulla. Basta uscire dal paese per poche centinaia di metri, e gi lorizzonte si fa beffe di chiunque con
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la sua irraggiungibilit. Le vastissime pianure lo rendono perfettamente visibile con una facilit impressionante, facendo sentire losservatore un puntino minuscolo, sperduto e insignificante. Per quei pochi che sono affascinati da queste sensazioni senza esserne spaventati, la Siberia inevitabilmente esercita una forte attrazione. Il germe del viaggio estremo un qualcosa che in ognuno di noi presente oppure no. Difficile, se non impossibile, trapiantarne la passione a chi ne privo. Altrettanto difficile trattenere chi lo possiede dallo scoprire nuove terre, culture, sensazioni e modi di essere. Nella mente del viaggiatore appassionato, la scintilla non si spegne mai durante tutto lanno. Egli sempre in trepida attesa del momento in cui potr avere qualche settimana di libert da impiegare per ampliare la propria conoscenza del mondo. La partenza il momento pi eccitante, che cede il passo dopo pochi giorni ad un inevitabile e lieve pentimento, che spinge a chiedersi Chi me lha fatto fare?. I disagi del viaggio, inizialmente, non mancano di sconfortare. A casa si stava cos bene, abituati a tutte le comodit. Tuttavia, questa sensazione dura poco. Con il susseguirsi dei giorni ci si ambienta e ci si rende conto della grandiosit di ci che si sta vivendo. Ecco che allora lo sconforto si trasforma in puro entusiasmo, in energia debordante. Ogni giorno che passa diventa sempre pi intenso. Quando infine il viaggio inizia a esaurirsi, il richiamo di casa rif capolino. Il ritorno, specialmente dopo un viaggio impegnativo, un momento felice: niente meglio che tornare al proprio focolare domestico dopo un lungo periodo di assenza, portando a casa i frutti della propria piacevole fatica. Tutto acquista un nuovo sapore non appena si ritorna alle proprie radici, e si gode al massimo anche di ci che prima di partire era ormai diventato banale e scontato. Bastano tuttavia poche settimane perch questa condizione inevitabilmente sfumi e il desiderio di ripartire faccia nuovamente capolino. La vita comincia gi a farsi troppo ordinaria, ci vuole un nuovo scossone per vivacizzarla. E cos il ciclo ricomincia, finch c vita, salute e, ahim, disponibilit di tempo e denaro. Conosciuto luomo giusto al momento giusto, appassionato di Siberia e dotato di una buona esperienza di viaggio in queste terre, unoccasione doro mi si presentata e non ho potuto fare a meno di coglierla al volo. Dando ragione solo al proprio raziocinio
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difficile accettare un viaggio simile. Chi mai vorrebbe sottoporsi a mille difficolt per attraversare una terra cos inospitale e impervia, che apparentemente non ha nulla da offrire? Fortunatamente, non siamo fatti solo di ragione e spesso listinto a suggerirci la scelta migliore. Non capita molto spesso di avere due mesi totalmente liberi da impegni, in unepoca nella quale il lavoro occupa sempre pi le giornate. Poco importava che i mesi del viaggio sarebbero stati tra i pi freddi dellanno: le occasioni vanno colte nel momento in cui si presentano, poich fin troppo spesso sono uniche e irripetibili. Avremmo dunque affrontato la Siberia invernale, quella abitualmente considerata estrema e inaccessibile, alla portata di pochi. In realt alla portata di chiunque abbia un minimo di preparazione e soprattutto di buona volont. Le temperature invernali sono di certo rigidissime, nellordine di decine di gradi sotto lo zero, ma vero anche che si tratta di zone abitate da persone come noi, e se sopravvivono loro pu sopravvivere chiunque. C sempre modo di difendersi dal freddo estremo coprendosi maggiormente, cosa che invece non si pu fare con il caldo estremo, a mio giudizio ben pi problematico da gestire. Litinerario pianificato appariva a dir poco bizzarro, specialmente perch decidemmo di percorrerlo interamente in treno, senza mai usare laereo. Dal cancello di casa fino al termine ultimo del viaggio, e poi da l di nuovo al cancello di casa, tutto senza mai staccarci dalla madre terra. Una maniera insolita di viaggiare attraverso una nazione abituata a misurare le distanze interne con le ore daereo. Perch viaggiare scomodi e lenti, quando si hanno a disposizione gli aerei, che permettono di coprire rapidamente delle distanze enormi? I motivi di questa nostra scelta sono stati molteplici. Il primo e il pi importante lemozione suscitata da un lungo viaggio effettuato alla vecchia maniera, che avrebbe ricordato i tempi nei quali il globo terrestre pareva cos vasto solo perch si percorreva nel quintuplo del tempo necessario oggi. Certamente molto facile salire su un aereo a Milano e ritrovarsi poche ore dopo in qualunque parte del mondo, asetticamente, senza alcuna fatica. invece molto pi difficile, ma anche enormemente pi ricompensante, macinare migliaia di chilometri in treno, spostandosi sempre lentamente e assaporando ogni attimo, facendolo proprio e legandolo indissolubilmente ai propri ricordi. Il giro del mondo ormai si pu fare in meno di ventiquattro ore, se si hanno a disposizione i mezzi
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adatti. Ma chi, oggigiorno, si mette in testa di percorrere decine di migliaia di chilometri in treno, per il semplice gusto di raggiungere i confini del mondo per via terrestre? Ci uno dei fattori pi importanti che hanno reso questo viaggio assolutamente peculiare. E non solo per il fattore romantico, ma anche per quello umano. Viaggiare in treno per cos tanti chilometri, infatti, obbliga a entrare in contatto con gli altri viaggiatori, a conviverci per giorni interi sopportandone i difetti e osservandone i pregi, fino ad assorbire i tratti della loro cultura. Solo entrando in contatto con le persone del luogo si pu dire di aver viaggiato veramente. In caso contrario, si ricade nella categoria dei semplici turisti. Se non si conosce la lingua del posto ci pu essere difficile, ma non mancano mai i momenti in cui uno sguardo e un gesto sono pi eloquenti di molte parole. Limportante lintenzione, partire con la volont di scoprire cosa si cela dietro quegli occhi a mandorla e quei visi enigmatici che si andranno a incontrare lungo il cammino. Le difficolt si superano sempre, se c la volont di superarle. Come meta finale avremmo raggiunto lisola di Sakhalin. Questa misconosciuta lingua di terra a forma di pesce, situata immediatamente a nord dellisola giapponese di Hokkaido, sarebbe stata la meta ultima in quanto uno dei luoghi russi pi lontani raggiungibili per via terrestre dallItalia. Nemmeno il mio compare, che pur aveva viaggiato pi volte lungo la Siberia, era mai stato a Sakhalin. Unincognita assoluta per entrambi. Per raggiungere il punto ultimo avremmo quindi dovuto attraversare tutta lEuropa centro orientale, la Russia europea e infine tutta la Siberia e lestremo oriente russo, raggiungendo infine loceano Pacifico. Un piano ambizioso, ma contrariamente a ci che si pu pensare non impossibile da organizzare in modo autonomo. A patto di conoscere la lingua russa, si intende. Non pensabile organizzare un viaggio simile se non se ne ha una conoscenza almeno basilare. O meglio, possibile, ma espone a difficolt veramente troppo grandi, che renderebbero il viaggio pi frustrante che emozionante. La celeberrima Transiberiana e la misconosciuta ferrovia Bajkal Amur sarebbero diventate i nostri punti di riferimento per diversi giorni. Tutti abbiamo sentito parlare della ferrovia pi lunga del mondo, da sempre circondata da un alone quasi fiabesco, ma non lunica grande ferrovia russa: anche la parallela Bajkal Amur, a tratti ben pi scenografica, meritava di essere scoperta. Nessuno di
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noi ingegnere, ma non si pu rimanere indifferenti di fronte ad un progetto cos mastodontico come quello che ha dato vita alla ferrovia Bajkal Amur. La bellezza delle strade ferrate non tuttavia lultimo motivo per il quale abbiamo scelto il treno. Il viaggio su rotaia ha infatti un altro importante risvolto, quello ecologico. In un mondo dove volano migliaia di aerei ogni giorno, per non parlare delle automobili, significativo organizzare un viaggio nel quale sia il rispetto per lambiente a fare da padrone. Il treno forse il mezzo meno inquinante che ci sia. Quale modo migliore di salvaguardare il pianeta se non percorrere quanti pi chilometri possibile con un mezzo non inquinante? Con questo programma, unito ad una buona dose di volont e spirito di avventura, il giorno 11 novembre 2009 ci siamo improvvisamente ritrovati sulla banchina della stazione di Tradate, scelta perch complessivamente pi vicina alle dimore di entrambi. La data della partenza arrivata senza che nemmeno ce ne accorgessimo, e come al solito abbiamo preparato i bagagli allultimo minuto, giusto la sera precedente la partenza. Il corredo che ora ci trasciniamo dietro tragicomico. Portiamo entrambi un grosso zaino sulle spalle, pi altri due zainetti e un enorme borsone comprato ad un mercatino cinese, grosso come un baule. Si tratta ovviamente del bagaglio pi pesante, che sufficiente portare anche solo per poche decine di metri per vedere la carne molle delle mani solcarsi e arrossarsi. Pur spingendo, schiacciando e togliendo materiale, non siamo riusciti a ridurne ulteriormente le dimensioni e il peso. Ogni oggetto ha la sua utilit, e del resto non partiamo certo per un viaggetto di una settimana. Lungo il percorso andremo a incontrare alcuni amici, ma per la maggior parte del tempo saremo soli, quindi siamo costretti a portarci dietro tutto ci che pu essere anche solo vagamente utile. Viaggiare in autonomia impone dei sacrifici, ma in compenso siamo pronti per fronteggiare qualsiasi situazione scomoda. Se siete arrivati fino a qui e avete ancora voglia di scoprire questo viaggio, non vi resta che munirvi di vestiti caldi e voltare pagina!

e quando miro in ciel arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?
Giacomo Leopardi Canto notturno di un pastore errante dellAsia

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Capitolo I Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Pur essendo a novembre, non c traccia di nebbia, n di nuvole nere cariche di pioggia, n di malinconica tristezza. Regna invece incontrastato un sole incandescente, e laria fresca e limpida parrebbe pi congeniale ad una vivace mattinata di marzo o aprile, mesi lontani dal grigiore che tradizionalmente attanaglia il mese dei morti. Quello di oggi un clima ideale per salutare nel migliore dei modi lesordio del viaggio. Abbiamo ancora a disposizione qualche sprazzo di luminosit e calore, prima che le gelate lande siberiane se li portino via. Ci lasciamo dunque investire dai raggi solari, tentando di assorbirne il pi possibile gli effetti benefici, in previsione di due mesi durante i quali il sole scalder ben poco. Una ben nota sensazione, che mi assale ogniqualvolta osservo il punto di partenza di un viaggio scomparire progressivamente allorizzonte, non tarda a fare capolino quando la stazione di Tradate viene inghiottita nelloblio e si defila irrimediabilmente dalla nostra vista. Questa volta la sensazione di distacco, come uno strappo di un cordone ombelicale, pi forte che mai. Non sono mai stato in procinto di rimanere per cos tanto tempo lontano da casa mia, n ho mai visitato luoghi tanto distanti. Qualcuno al mio posto potrebbe farsi prendere dallo sconforto al pensiero delle migliaia di chilometri che dovremo percorrere prima di raggiungere lisola di Sakhalin, per non parlare delle altrettante migliaia necessarie per tornare indietro. Fortunatamente, le energie sono cos traboccanti che lunica sensazione che riesco a provare la febbre della conquista. Nonostante la splendida giornata, sembra che la sfortuna stia gi iniziando ad accanirsi contro di noi. Proprio mentre cerchiamo di filmare il momento della partenza da Tradate, infatti, il copriobiettivo della videocamera si disintegra. Considerando che la prima volta che la usiamo, non incoraggiante. Inoltre, una volta arrivati alla stazione di Milano Cadorna, la porta del treno si guasta e non ne vuole sapere di aprirsi, obbligandoci a uscire da un altro lontanissimo portellone. Per poco il controllore non ci costringe a tirare il freno di emergenza, poich vorrebbe far ripartire il treno ancora prima di averci lasciato recuperare la borsa cinese, rimasta
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indietro perch troppo pesante da portare insieme a tutto il resto. Solo dei vigorosi gesti e le grida di Daniele, mio omonimo compagno di viaggio, impediscono al responsabile del treno di imprigionare la borsa. Cosa deve succedere ancora? Ci auguriamo vivamente che siano state solo delle sfortunate coincidenze, perch se deve continuare cos non so dove andremo a finire! Recuperato infine il pesante macigno, tempo di avventurarci nella metropolitana milanese, dove tutti ci osservano incuriositi. Per fortuna, i vagoni del treno sotterraneo sono quasi vuoti e possiamo sistemare tutto il nostro corredo senza problemi, rimediando solo una figura ridicola. Sembriamo marocchini che si portano dietro a mano un intero chiosco di oggetti da vendere. Tirando in qualche modo il borsone, raggiungiamo la stazione centrale di Milano, dove possiamo finalmente posare in terra i bagagli e respirare un po'. Il cielo anche qui perfettamente sereno, stranamente libero dal grigiore della Pianura Padana e dallinquinamento che da sempre stringe questa citt in una morsa. Lenorme edificio della stazione non subisce cambiamenti da molti anni, ma non per questo ha perso il fascino derivante dalle sue colonne di marmo bianco, ormai scolorite dal passare del tempo. Tra due ore arriver il treno per Venezia. Non ci sono molte distrazioni nelle stazioni ferroviarie: ci che si pu fare osservare la gente che passa e i treni che si avvicendano sui numerosissimi binari. Non siamo lontani dal binario 21, quello che ai tempi delle persecuzioni naziste era usato per i convogli diretti ad Auschwitz. La vista di questo vecchio binario maledetto non pu non suggerire un parallelismo con la nostra condizione: fino a non molto tempo fa, infatti, un viaggio in Siberia equivaleva a terrore, stenti e morte nei campi di lavoro. Essere spediti in Siberia ha rappresentato per lungo tempo unicamente una punizione destinata ai peggiori criminali e dissidenti politici: non c grande scrittore russo che non abbia descritto la Siberia come un grigio luogo di prigionia. In Delitto e Castigo, Raskolnikov viene infine spedito in Siberia a scontare la pena per il suo delitto; Dmitrij subisce la stessa sorte, anche se ingiustamente, ne I fratelli Karamazov. La storia dei gulag sovietici ancora troppo recente perch le ferite possano essersi rimarginate, ma probabile che non potranno mai ricucirsi del tutto, conferendo alla Siberia un perenne alone inquietante. Non comunque nostra intenzione viaggiare in Siberia per andare a
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scoprire gli orrori di guerre e martiri, ma per provare le sensazioni che solo una terra addormentata pu dare. Sibir, infatti, in lingua mongola significa proprio terra che dorme. Lunico modo per passare il tempo nellattesa del treno fare il punto della situazione, studiando ancora una volta il percorso del viaggio e cercando di rispondere ai mille dubbi che sorgono spontanei ogniqualvolta si parla di visitare un posto nuovo. Anche insultare la borsa cinese un ottimo modo per svagarsi dallatmosfera di caos e confusione della stazione milanese. Tra una cosa e laltra il tempo scorre velocemente, e il treno per Venezia si sta gi fermando lentamente su uno dei binari centrali, pronto ad accogliere i suoi passeggeri. Fino ad ora i nostri trasferimenti sono stati interlocutori, ma salire su questo treno ha gi un significato diverso. Stiamo infatti cominciando a procedere verso est, direzione nella quale proseguiremo per quasi un mese, fino a raggiungere loceano Pacifico. Suona strano associare il capoluogo lombardo e quest'immenso mostro dacqua multiforme, fino ad oggi visto solamente su una cartina geografica o su un consunto mappamondo. Dopo altre due veloci ore, siamo gi alla stazione veneziana di Santa Lucia, peculiare per la sua posizione sospesa tra la terra e lacqua. Sono solo le quattro di pomeriggio e il treno che aspettiamo partir alle nove di sera. Abbiamo dunque il tempo di uscire dalla stazione e visitare la citt. Ci mi fa molto piacere: non ho mai avuto loccasione di vederla degnamente. La prima volta che vi misi piede avevo tre anni, e conseguentemente non ricordo nulla, a parte una coppia di piccioni che si rincorrevano, girando insistentemente attorno ad una colonna. La seconda volta fu nel corso di una gita scolastica, ma per una serie di sfortunate coincidenze riuscimmo a vedere ben poco e non raggiungemmo nemmeno Piazza San Marco. E anche se lacqua alta raggiunge per prima proprio la famosa piazza, che il punto pi basso di tutta Venezia, quella volta non cera nemmeno lombra di maree. Oltre al danno, la beffa. Questa la terza volta che capito a Venezia, e ora voglio assolutamente vederla bene. strano visitarla nel corso di un viaggio diretto in Siberia, ed ancora pi strano il fatto che si tratta solo di una tappa di passaggio, poich sicuramente sar la citt pi bella che vedremo nei prossimi due mesi. Difficilmente tutte le citt siberiane messe
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insieme potranno eguagliare la maestosit di questo capolavoro di architettura terracquea, che il mondo intero ci invidia. Essendo in autunno inoltrato, la luce del sole scompare presto, lasciandoci quasi subito nella Venezia serale. La mancanza di luce non fa che rendere ancora pi affascinanti i canaletti e le pittoresche viuzze, e non per ultimi i classici: il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, che finalmente riesco a visitare, anche se al buio. L'elegante piazza, anche stavolta libera dall'acqua, illuminata da numerosissime luci artificiali che nascondono tutte le stelle. Finalmente posso vedere il campanile e i quattro cavalli di bronzo, rubati a Costantinopoli da Enrico Dandolo durante la Quarta Crociata. Gli originali sono stati ovviamente sostituiti da copie, per esigenze di conservazione, ma ci non toglie che la celebre quadriga faccia sempre la sua bella figura. Il poco distante Canal Grande popolato da decine di gondole vuote che sbattono ritmicamente contro la banchina, assecondando il vento. Una singolare assurdit richiama la nostra attenzione: sulla parete di un edificio infatti appesa una gigantografia, che recita quasi provocatoriamente Istanbul: la citt pi singolare del mondo, mentre a poca distanza un altro enorme cartellone pubblicitario lascia il Ponte dei Sospiri appena visibile. Il classico stratagemma per pagarsi i lavori di ristrutturazione degli edifici. vero che Venezia e Istanbul hanno qualcosa da spartire, visto il glorioso passato che ha unito per secoli la famosa repubblica marinara al mondo orientale e in particolare a Costantinopoli, ma cera veramente bisogno di uno scempio simile? Passiamo oltre tentando di ignorare quest'obbrobrio, anche perch si fatto piuttosto tardi e ormai il tempo disponibile per tornare alla stazione non molto. Perdendoci pi volte nelle deserte vie periferiche, tutte uguali tra loro, riusciamo infine a tornare alla stazione, nella quale ci attende un treno un po particolare. Stando alle poche informazioni in nostro possesso, faticosamente reperite sulla rete Internet, dovrebbe arrivare tra poco un treno composto da un agglomerato di vagoni divisi per destinazione. Qualche carrozza va a Bucarest, qualcunaltra ad Atene, altre ancora a Budapest, Kiev o Belgrado. Infine, un vagone delle ferrovie russe che parte una sola volta alla settimana dovrebbe collegare Venezia a Mosca. Il condizionale dobbligo, poich ancora non sappiamo con certezza se questo vagone esista davvero. Tuttavia, teniamo in mano i biglietti, quindi
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deve per forza esserci. Trovare quei pezzi di carta rosata e stampata in caratteri cirillici stata unimpresa titanica: abbiamo dovuto farceli spedire per posta da Mosca, perch in Italia, a quanto pare, non si possono comprare. Perfino il capostazione di Santa Lucia si dichiarato, incredibilmente, ignaro di come funzioni questo collegamento ferroviario, dunque figuriamoci se avrebbe potuto venderci i biglietti. Fortunatamente, ora queste indispensabili carte sono saldamente nelle nostre mani, insieme al passaporto vistato che ci consentir di superare le numerose frontiere ed entrare infine in Russia. Solo poche persone sembrano aspettare il treno insieme a noi. Due uomini di mezza et, con pochi capelli grigi spettinati, ciondolano pigramente nelle vicinanze del tabellone luminoso, mentre qualcun altro si aggira stancamente per la stazione, apparentemente senza una meta precisa. Come al solito, nessuno porta tanti bagagli quanto noi, facendoci sentire orgogliosamente estranei alla normalit che trasuda ovunque attorno a noi. Questa normalit per destinata a essere interrotta dallarrivo di un lunghissimo treno, dallaspetto ectoplasmico e seriamente inquietante. Nella spettrale penombra della stazione, si estende ora un agglomerato di vagoni apparentemente infinito. Le carrozze sono cos numerose che dallinizio del binario non riusciamo nemmeno a vedere la fine del treno. Basta uno sguardo al tabellone per capire che quelloscuro serpentone dacciaio proprio il nostro treno, e la notizia ci procura un notevole sollievo, venato tuttavia da una leggera inquietudine. Rintracciare la nostra carrozza, infatti, appare unimpresa ardua vista la numerosit delle medesime, ma stavolta pecchiamo di pessimismo. Cinquanta metri di camminata sono sufficienti per trovare su un finestrino la bandiera russa e la scritta Mosca Venezia, stampata sia in caratteri latini sia in caratteri cirillici. Gli ultimi dubbi sono spazzati via: il vagone esiste e sta effettivamente per partire. Esso non ha niente di speciale che lo distingua da una qualsiasi altra vettura, nonostante la sua insolita destinazione: una banalissima scatola di lamiera verdastra come tutte le altre. Forse per questo che nessuno in questa stazione si mai accorto della sua esistenza, come successe a quei tre ghepardi nati e cresciuti allinterno di una stazione ferroviaria e passati inosservati per anni prima di essere casualmente scoperti?
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I due uomini dai capelli grigi che ciondolavano nei pressi dei tabelloni raggiungono proprio la carrozza Venezia Mosca e vi entrano senza esibire alcun biglietto. evidente che sono i bigliettai, chiamati in russo provodniki. A differenza dei bigliettai italiani, tuttavia, non si occupano solo di controllare biglietti e passaporti, ma provvedono pi in generale alle necessit dei passeggeri, fornendogli le lenzuola e offrendogli snack o un bicchiere di buon t. Inoltre, sono assegnati al loro vagone e non si muovono mai da esso, a differenza di ci che accade in Italia, dove il controllore spesso un fantasma che passa quando vuole lui. Daniele scambia con loro le prime parole in russo, lingua che dora in poi sentir parlare costantemente. Il russo un idioma dalla musicalit insospettabile, ma nello stesso tempo annoda la lingua per lenorme quantit di consonanti pronunciate in successione. Queste prime frasi, pronunciate in una lingua incomprensibile, mi fanno capire che ormai labbandono di casa mia alle porte. Presto non sentir pi nemmeno una voce parlare in italiano, a parte quella del mio compagno. A tutte le difficolt cui ho gi pensato se ne sta dunque per aggiungere unaltra, e non di poco conto. Cosa significher dover dipendere sempre da qualcun altro per capire cosa sta succedendo intorno a me? E soprattutto, cosa potrebbe succedere se mi trovassi a dover sbrogliare una situazione da solo, sapendo che praticamente nessuno in Russia (e tanto meno in Siberia) parla una lingua straniera? Mentre cerco una risposta a queste domande, gi tempo di mostrare biglietto e passaporti al provodnik e infine salire su questo treno, che sar la nostra casa per la bellezza di sessanta ore. I nostri inseparabili amici saranno i rumori del treno e lo sferragliare delle ruote sui binari.

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Capitolo II Una frontiera difficile Il primo impatto con il vagone non facile. Il corridoio strettissimo e fatichiamo non poco a passarci, per via dei bagagli enormi e non certo leggeri. In particolare il borsone cinese che crea problemi, a causa delle sue enormi dimensioni, ma in qualche modo il mio compare si sobbarca la fatica di portarlo, forte della sua notevole statura e forza fisica. Il treno un vagone kup, che in russo significa di prima classe, e ha quindi gli scompartimenti separati e chiusi da porte. Non cera possibilit di scegliere tra prima e seconda classe, dunque siamo praticamente obbligati a viaggiare in prima classe. Una curiosa occhiata al nostro nuovo habitat rivela un antro microscopico ma ben illuminato, dotato di tre brande reclinabili poste una sopra laltra sul lato sinistro, una poltrona con tavolino e un armadio a muro sul lato destro e pochissimo spazio vitale al centro. Il tutto racchiuso in unarea di due metri per uno, a voler essere generosi con le misure. Oberati come siamo di borse, dobbiamo faticare e scervellarci non poco prima di riuscire a incastrare il tutto in modo soddisfacente lasciando nel contempo uno spazio sufficiente per poterci muovere. Qualcosa viene messo sotto le brande, qualcosaltro nei portabagagli superiori, qualcosaltro ancora sul pavimento e in mezzo ai nostri piedi, nell'attesa di trovargli una sistemazione migliore. Tocca proprio alla borsa cinese il posto sul pavimento, poich talmente grossa da non entrare in nessuna delle sistemazioni portabagagli predisposte. Tutte le operazioni di carico sono ostacolate non solo dalla mancanza di spazio ma anche dallelevata temperatura interna: il termometro segna oltre ventiquattro gradi centigradi. Presto rimaniamo in maglietta, sudati fradici. Siamo felici di esserci finalmente stanziati su questo vagone, che in tre giorni ci recapiter a Mosca. Da fin troppo tempo aspettavamo questo momento, e ora l'abbiamo finalmente conquistato. Una conquista simbolica che servir per fare altre conquiste. Poco alla volta esploriamo tutto lo scompartimento, scoprendo un piccolo lavandino allinterno del mobile e addirittura un frigorifero nascosto sotto la poltrona. La cosa che ci lascia pi perplessi la presenza del terzo posto letto. Le brande, infatti, sono conformate in modo da
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essere sufficientemente distanziate se ci dormono solo due persone, ma vicinissime se devono essere usate tutte e tre. In condizioni normali potremmo giustamente preoccuparci di vedere ad un certo punto un altro viaggiatore prendere posto nel nostro scompartimento, ma leventualit praticamente impossibile. Non appena il treno parte, infatti, ci rendiamo conto di essere gli unici passeggeri su tutto il vagone. Due provodniki che badano a due passeggeri in totale, sembra una barzelletta. Pare che nessuno scelga il treno per raggiungere la Russia dallItalia, specialmente di questa stagione. Interpellati in merito, i provodniki rispondono alle nostre perplessit spiegandoci che il vagone solitamente carico di persone durante i mesi estivi, ma che dinverno parte spesso e volentieri vuoto. Aggiungono anche che vero che i biglietti si possono comprare solo in Russia, ma anche possibile pagare il biglietto direttamente in mano ai provodniki, sempre che per vi siano dei posti liberi. Adottare questa tattica destate pu dunque essere rischioso, ma dinverno non ci sono mai problemi. Avremmo potuto tranquillamente pagare in questo modo e risparmiare cos tempo e fatica, ma come facevamo a saperlo? Come al solito, stato meglio essere prudenti e non tentare troppo lavventura. Non sarebbe stato molto piacevole rimanere a piedi gi a Venezia, appena poche ore dopo la partenza. I provodniki affermano anche che, se vogliamo, possiamo pagare dieci euro in pi e comprare anche il terzo posto, cos da essere sicuri al cento per cento che nessuno lo occuper mai. Ci guardiamo per qualche secondo: ovvio che vogliono arrotondare lo stipendio, dato che ci sono altri cinquanta posti da riempire prima di questo, ma tutto sommato decidiamo che possiamo concedergli questa mancia e cos paghiamo. Gli regaliamo perfino un salamino, poich ci siamo accorti che le nostre provviste iniziali sono fin troppo abbondanti. Farsi amici i controllori potrebbe sempre tornare utile in futuro, non si sa mai. Raccapezzatomi un attimo, mi sistemo nella branda superiore cercando di adattarmi in fretta a questambiente cos angusto. Dopo una mezzoretta, il provodnik ci recapita in camera le lenzuola, avvolte in un cellophane che reca scritto in cirillico Buon viaggio!. Ovviamente, laugurio ironico. infatti quasi impossibile dormire bene su un treno in movimento, e per giunta su una branda cos stretta. Rifacciamo i letti per la prima volta nel viaggio, e non sar
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certo lultima vista la quantit di treni che dovremo prendere. I treni russi sono tutti dotati di cuccette, ad eccezione dei treni locali: le tratte sono cos lunghe che praticamente impossibile spostarsi senza dover dormire in viaggio. Su questo vagone si riposa in mezzo a scossoni, sballottamenti, rumori, luci che continuano ad accendersi e spegnersi senza alcuna logica. Anche per mangiare ci dobbiamo arrangiare: il vagone ristorante costosissimo e non abbiamo tutti questi soldi da spendere. Proprio per questo abbiamo preventivamente deciso di mettere in valigia anche il fornelletto da campeggio, che per servir pi che altro per cucinare in albergo. Avremmo potuto scegliere di risparmiare peso e ingombro non portandolo, ma mangiare sempre cibi freddi alla lunga veramente nauseante. Cos, almeno, potremo cucinarci una pastina o dei ravioli ogni tanto. In ogni caso, sappiamo adattarci a qualsiasi situazione, specialmente quando si tratta di esigenze alimentari. Speriamo solo che durante uneventuale perquisizione non ci facciano storie per la bomboletta del gas, in quanto potenzialmente infiammabile ed esplosiva. In realt, il problema pi grosso da gestire anche il pi banale, quello che salta immediatamente allattenzione: la lunghezza dei viaggi. Sessanta ore sono lunghe da trascorrere, e non si tratta nemmeno del viaggio pi lungo che ci aspetta. Forse non mi sono ancora reso bene conto di cosa si tratti, travolto come sono dalleccitazione della partenza. Sono pur sempre tre giorni di reclusione, e i carcerati forse sono pi liberi di noi, poich hanno diritto ad unora daria al giorno. Certo, ci sar la possibilit di scendere nelle stazioni, ma quasi sempre per pochi minuti e comunque senza mai potersi allontanare granch dal vagone. Sar meglio dunque che mi trovi un modo per far passare il tempo. Probabilmente non mi baster solo parlare col mio compagno, perch si sa che dopo un certo numero di ore di inattivit da viaggio passa la voglia di fare qualsiasi cosa e scendere dal treno diventa lunico desiderio. Dopo qualche ora, ogni bagaglio e indumento si trova al suo posto e abbiamo smesso definitivamente di sudare. Apparentemente sembra che tutto proceda per il meglio. Dal finestrino non riusciamo a vedere niente a causa del buio intenso, ma sappiamo che presto passeremo il confine sloveno. Tra poco lasceremo dunque la nostra nazione per avventurarci nellenorme dominio
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dellestero, dove improvvisamente anche la persona pi sicura di s pu trasformarsi in un timido coniglietto. Basta non conoscere la lingua ed essere soli, senza salvacondotti n appoggi di qualche guida o agenzia, e tutto cambia radicalmente. Questo ci ricorda come non dovremmo mai sentirci troppo superbi quando stiamo con la testa al caldo, perch a passare nella cella frigorifera ci vuole davvero poco. I provodniki, piuttosto pigri e scarsamente inclini a ottemperare alle nostre richieste, si sono messi a dormire poco dopo averci portato un t. Non si sono raddolciti nemmeno dopo che gli abbiamo regalato il salamino, nonostante labbiano accettato molto volentieri. Versano sempre il t in modo sbrigativo, servendolo in un bicchiere di vetro alto e stretto a sua volta incastrato in un portabicchiere di metallo finemente cesellato, recante effigi russe e stemmi commemorativi dellex Unione Sovietica. Poich a causa del caldo abbiamo molta sete, chiediamo spesso di portarcene dellaltro, ignari del fatto che non gratuito e che andr tutto pagato alla fine del viaggio. Sono furbi: se ci facessero pagare ogni volta che lo portano, probabilmente ci modereremmo, invece cos siamo spronati a chiederne di continuo. lo stesso ragionamento che porta a spendere molto di pi quando si paga col bancomat piuttosto che in contanti. Dopo aver consumato una parte della nostra fin troppo fornita scorta di viveri, ci ritiriamo in branda. Speriamo di passare una notte tranquilla nonostante i piccoli disagi e gli onnipresenti rumori. Fossero solo i rumori a disturbare. Intorno alle quattro di mattina, infatti, sentiamo bussare con forza alla porta dello scompartimento. Sono necessari solo pochi secondi per capire che venuta a farci visita la polizia. Ancora intontiti dal sonno e abbagliati dalla luce che hanno impietosamente acceso alla massima potenza, ci mettiamo a sedere. I visitatori sono agenti della frontiera croata, saliti sul treno a controllare i passaporti. Sono in due, un uomo e una donna. Questultima probabilmente di grado superiore, poich si dimostra da subito particolarmente pignola e invadente. Sembra proprio che stasera abbia la luna storta. Il controllo del mio passaporto veloce e indolore, ma quello del mio compagno viene praticamente sezionato. Evidentemente, i poliziotti sono confusi dal fatto che il mio documento sia nuovissimo e dotato perfino di microchip elettronico, mentre il suo sia vecchio, lacero e costituito di semplice
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carta. O forse la barba un po incolta del soggetto a fargli pensare di avere a che fare con un pericoloso criminale, mentre io non gli appaio per nulla nocivo. Sospettando che il passaporto del mio amico sia falso, linflessibile poliziotta passa interminabili minuti a scrutarlo con lapposito monocolo, facendosi quasi venire unecchimosi allocchio. La mia preoccupazione aumenta minuto per minuto: non si inventeranno mica qualche strana scusa per impedirci di transitare dalla Croazia? Sarebbe un disastro per la nostra tabella di marcia. Lispezione prosegue, e se la stessimo osservando dallesterno probabilmente rideremmo a crepapelle. Ci fanno aprire tutte le tasche degli zaini, trovandoci dentro pericolose armi di distruzione di massa come calze, mutande e magliette intime. Potrebbero anche diventare pericolose, ma per ora sono troppo pulite per riuscire ad uccidere qualcuno. Per fortuna non vedono la bomboletta del gas, anche se non credo sia un reato portarsela dietro. Non contenti di non aver trovato nulla, passano ai portafogli. Vogliono vedere con quanti soldi siamo in viaggio. Assurdo. cos difficile rendersi conto che non siamo terroristi n riciclatori di denaro sporco, ma solo due ragazzi in viaggio? Per un attimo mi sfiora la mente lidea che vogliano requisirceli con una qualunque scusa, ma fortunatamente la legge sembra funzionare anche oltralpe e passiamo indenni il controllo pecuniario. Ci pongono tuttavia diverse domande, le solite stupide domande che si fanno alle frontiere. Da dove venite? Dove andate? E perch ci andate? E perch non siete rimasti a casa? E perch non vi dedicate al giardinaggio subacqueo invece che attraversare la frontiera a questora costringendoci a fare gli straordinari? Accidenti, noi dobbiamo solo transitare da questo maledetto paese, notte fonda e tra poche ore ce ne andremo di nuovo. Cosa abbiamo fatto di male per meritarci un terzo grado? Il colpo di grazia lo d il poliziotto maschio, che ancora non ha parlato ma appena apre bocca riesce a rendersi ridicolo. Vuole far leggere a Daniele una frase in italiano, presa a caso sul passaporto, cos da sincerarsi della sua reale nazionalit tramite lanalisi della pronuncia. Il problema che si confondono e la frase la fanno leggere a me, accorgendosi solo dopo di essersi bruciati loccasione. Ormai siamo al delirio. La poliziotta ci chiede addirittura se siamo padre e figlio. Vero che il mio compagno alto un metro e novantasette e io solo un metro e
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settanta, ed vero anche che lui ha la barba e io no, ma dare un occhio anche alle date di nascita? Se avesse prestato un minimo di attenzione quando ha letto i passaporti, avrebbe scoperto che io ho ventidue anni e lui trentuno. Nove anni unet un po troppo acerba per avere figli, forse. Dopo circa mezzora di occhiate e controlli, finalmente i due depositari della forza armata gettano la spugna. Dopo averci timbrato sbrigativamente il passaporto, finalmente se ne vanno. Evidentemente questa notte avevano molta voglia di prendersela con qualcuno, e dato che non cerano altre persone sul vagone oltre a noi, non hanno nemmeno dovuto scegliere. Vedere due giovani che viaggiano da soli in treno, pieni di zaini dappertutto, gli avr fatto pensare che sicuramente dovevamo essere degli sbandati o dei drogati. Uno degli svantaggi del viaggio indipendente proprio questo: facile essere guardati con sospetto e presi di mira. Basta uscire un attimo dagli schemi comuni ed ecco che iniziano i problemi, specialmente oltre confine. Se avessimo viaggiato fin da subito con un tour organizzato, nessuno ci avrebbe mai detto nulla. Sappiamo gi che non sar lultima volta che ci capiter una situazione simile, ma un prezzo che avevamo gi messo in preventivo ben prima di partire. Non appena i poliziotti scendono, il treno riparte con una fulmineit tale da far sospettare che il macchinista non aspettasse altro che la loro dipartita per rimettere in marcia il treno. Le carrozze ripartono quasi con soddisfazione. Effettivamente, dando unocchiata agli orari delle fermate scopriamo che grazie alla Santa Inquisizione abbiamo accumulato un ritardo di oltre mezzora! E dobbiamo ancora passare le frontiere con lUngheria, con lUcraina e con la Russia. Se ogni volta deve andare cos, tanto vale che ci prepariamo al peggio. Ma almeno la Croazia cessa di essere un problema: alle sette di mattina ne usciamo una volta per tutte. I poliziotti ci svegliano ancora per metterci il timbro di uscita, ma senza chiederci nulla. Siamo entrati in Ungheria, furtivi e silenziosi come dei ladri nella notte, ansiosi di scoprire cosa si celi dietro una porta blindata.

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Capitolo III Ungheria I poliziotti ungheresi si dimostrano molto meno pignoli dei colleghi croati, o forse siamo semplicemente fortunati a non trovarne altri particolarmente in vena di rompere le uova nel paniere. Hanno per una caratteristica comune: non sanno leggere. Anche loro, infatti, ci chiedono se siamo padre e figlio! Comincia a diventare veramente un vizio, ma tutto sommato possiamo sopportare queste domande idiote senza danni e concentrarci un po di pi su noi stessi quando finalmente le formalit burocratiche e doganali ungheresi sono espletate. Guardando fuori dal finestrino vediamo un tempo piuttosto grigio e depressivo, ma solo unimpressione, poich dopo non molto il sole fa capolino col suo disco giallo pallido, riportando un po di vita e di allegria. Una bella falce di luna ancora ben visibile in cielo, e man mano che aumentano i chilometri percorsi aumenta anche la sensazione di libert che i viaggi indipendenti procurano sempre. Per amplificare questa sensazione non c niente di meglio di un po di musica: non potevo rinunciare a portare con me la mia fedele compagna e ragione di vita, che rappresenta anche un validissimo aiuto per non impazzire sul treno. Il sole sale sempre pi alto nel cielo, mentre il finestrino viene colpito da innumerevoli gocce di pioggia che creano interessanti riflessi. Ci stiamo avvicinando al grande lago Balaton, il maggiore dellUngheria. La sua presenza segnalata inequivocabilmente da numerose stazioni che traggono il proprio nome dal lago stesso. Le zone limitrofe sono immerse nel verde e popolate da casette bianche circondate da staccionate e raggruppate in tranquilli e riservati paesini. Sullo sfondo finalmente appare il lago, e progressivamente la ferrovia gli si avvicina fino quasi a costeggiarlo. Il poderoso specchio dacqua rimane ben visibile per oltre mezzora, fino a quando lascia il posto a campi brulli e incolti, nei quali volpi e daini corrono in libert. Il piattume paesaggistico continua, fino a quando improvvisamente larea inizia ad urbanizzarsi e compaiono capannoni, ciminiere e tralicci. Siamo ormai vicini a Budapest. Qui il treno dovrebbe effettuare una sosta di otto ore, per permettere lo scambio dei vagoni che in pratica smembrer il treno e lo ridistribuir su chiss quante altre locomotive. Ci sar molto da fare
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per i lavoratori della ferrovia. Noi ne approfitteremo invece per sgranchirci un po, sgambettando per la citt. Fortunatamente, i provodniki ci consentono di lasciare i bagagli nello scompartimento, evitandoci la noia di cercare un deposito nella stazione. Impensabile girare per una citt con tutta questa roba appresso: crolleremmo dalla stanchezza dopo nemmeno un chilometro. Budapest una citt sorprendente. Il lungo e suggestivo Ponte delle Catene ci d il benvenuto, mentre alle sue spalle spicca lo sfarzoso Parlamento. Merita un plauso anche il castello situato sulla collina, popolato da torrette dal tetto appuntito e da numerosi bastioni e mura. Una chiesetta con il tetto maiolicato e colorato completa il quadro in modo eccellente. Non mancano parchi, statue, fontane, ampie zone verdi percorse da sentieri pietrosi e tortuosi. Lungo le strade incontriamo perfino un singolare autobus, con il muso che ricorda vagamente la forma di un vascello. Si tratta infatti di un bus anfibio, che dopo i classici giri per le vie continua il tour sul fiume, lasciandosi letteralmente scivolare in acqua. Chiss cosa potrebbe pensare un passeggero che vi salisse, ignaro di tutto e convinto che sia solo un normale autobus turisticoe che ad un certo punto lo vedesse tuffarsi con decisione nellacqua! Siamo tentati anche noi dal farci un giro, ma purtroppo il tempo tiranno e dobbiamo rientrare in stazione: sempre meglio presentarsi con un certo anticipo. Inoltre sta calando velocemente la sera, non c proprio pi nulla che le strade di Budapest possano dirci. La stazione est tremenda: non c un posto a sedere nemmeno a pagarlo oro. Tutte le persone, infatti, stanno in piedi con gli occhi rivolti al tabellone, sperando che il numero del binario compaia in fretta cos da potersi finalmente sedere sul treno. Per non stare troppo tempo in piedi, ci arrampichiamo su una sorta di cubo di cemento e lo usiamo come panchina, ma ben presto inizia a calare un freddo deciso e cominciamo ad accusare il colpo. Il mio termometro digitale portatile, che ho comprato apposta per registrare i minimi delle temperature siberiane, segnala dieci gradi sopra lo zero. La cosa non incoraggiante: se gi qui sento freddo, come far a resistere a temperature che possono arrivare anche a trenta o addirittura quaranta gradi sotto zero? vero che ora sono vestito in modo leggero, ma basteranno tutti i vestiti che mi sono portato? Le giacche che ho scelto saranno sufficientemente calde? Un po per mi consolo da queste angosciose domande, nel
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momento in cui Daniele afferma di soffrire il freddo anche lui. In effetti siamo fermi da pi di unora e siamo praticamente allaperto, poich la stazione non chiusa. Non bisogna dimenticarsi nemmeno del fatto che la percezione del freddo ha anche una componente mentale: se si veramente motivati a fare qualcosa, perfino il freddo pi freddo verr avvertito molto meno. Passiamo il tempo osservando alcuni barboni che cercano mozziconi di sigaretta da fumare, raccogliendoli da terra e tentando in qualche modo di ricomporli dopo che sono stati calpestati da innumerevoli persone. Sembrano indifferenti al vento che ci sta raggelando. Forse vi sono semplicemente abituati, oppure hanno un foglio di giornale nascosto sotto gli sporchissimi maglioni che indossano. La stazione si riempie sempre di pi di persone che, costrette a stare in piedi, fissano insistentemente i tabelloni per sapere da quale binario partir il loro treno. Lumidit intensa e ormai non ne posso pi di stare allaperto, ma finalmente il treno riapre le sue porte e riprendiamo possesso del nostro scompartimento. I bagagli sono ancora al loro posto, nessuno li ha toccati. Sembra che non sia salito nessun altro passeggero, dunque siamo ancora gli unici occupanti del vagone, che mentre eravamo a spasso per la citt stato agganciato al treno quotidiano Budapest Mosca. A farci compagnia ci sono le carrozze che vanno da Uzhgorod a Mosca, da Budapest a Leopoli e da Budapest a Kiev. Ora non effettueremo pi soste, bens tireremo dritti come un fuso fino a Mosca, fermandoci solo per una mezzora in ciascuna delle principali citt ucraine. Ci vorranno ancora circa trentacinque ore prima di poter calpestare il suolo moscovita. Non poco, ma finora andato tutto bene, la temibile apatia non mi ha preso e credo di poter sopportare tranquillamente un altro giorno e mezzo di treno. Sempre che non ci siano altre piacevoli emozioni alle frontiere, ovviamente. Si sta facendo nuovamente buio ed tempo di prepararsi per la seconda notte sul treno, consapevoli che verremo ancora una volta svegliati nel cuore della notte al passaggio della frontiera ucraina. Gli orari del treno sono programmati talmente male che tutte le frontiere si superano di notte o di mattina presto, perci praticamente non si riesce mai a dormire. Per ingannare il tempo, abbiamo a disposizione la carta dimmigrazione ucraina da compilare: questa noiosa formalit necessaria per transitare in
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territorio ucraino, ma non possiamo lamentarci, dato che prima serviva un vero e proprio visto. Adesso almeno ce la caviamo con un pezzettino di carta che non ci costa nulla. Dobbiamo stare attenti a non sbagliare nemmeno una virgola compilandolo, per non dare ai poliziotti di frontiera il pretesto di controllarci meglio, anche se non abbiamo nulla da nascondere. Farci vivisezionare un'altra volta sarebbe alquanto seccante. Fortunatamente, lunico fastidio che i poliziotti ucraini ci procurano lo svegliarci, poich passiamo la frontiera assolutamente indenni. Tuttavia dobbiamo rimanere fermi a Chop, sul confine ungaro ucraino, per le tre ore necessarie a smontare le ruote e a rimontarle in accordo con il diverso scartamento ferroviario vigente nei territori dellEst europeo. Rumori importanti invadono la nostra cabina, privandoci di qualche ora di sonno, ma ormai ci siamo abituati e non ci facciamo quasi pi caso.

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Capitolo IV Attraversando lUcraina La mattina presto attraversiamo i monti Carpazi. Le casette di legno e le fitte foreste di conifere passano silenziose e veloci, appena illuminate da un tenue sole che inizia solo ora a sorgere. In men che non si dica abbiamo gi attraversato quattro nazioni e abbiamo messo piede in Ucraina. In senso metaforico, ovviamente, dato che ancora non siamo scesi dal treno e i piedi a terra proprio non li abbiamo poggiati. Ora iniziano a farsi sentire le prime avvisaglie della tanto temuta apatia da viaggio: la noia aumenta e non affatto mitigata dal paesaggio n dalla musica, i discorsi che possiamo fare tra noi iniziano a diventare pesanti e nessuno ha pi granch voglia di parlare. Anche la fame diminuisce. Stiamo un po vegetando in questo scompartimento e cresce la voglia di scappare via. Pare strano, ma a entrambi sembra di essere via da molto pi di tre giorni. Sembra che sia passata una vita da quando siamo partiti da Tradate, e pensare che erano solo pochi giorni fa. un effetto collaterale del viaggio in treno: la sua proverbiale lentezza rallenta conseguentemente lincedere del tempo e altera le percezioni temporali. Pur felici come siamo di essere in viaggio, questa strana sensazione leggermente angosciosa: passato cos poco tempo e gi ci sembra di essere in viaggio da una vita. Cosa succeder allora, quando saremo via da quaranta, cinquanta giorni? Per distrarmi tento di guardare fuori dal finestrino e cercare qualcosa che stimoli la mia immaginazione, ma lUcraina mi offre ben poco. Si nota per chiaramente che ci stiamo spostando sempre di pi verso lEst europeo. Le case si fanno pi povere e appaiono tanti agglomerati di orrendi capannoni industriali, probabilmente abbandonati, o almeno cos mi pare che siano. Forse sono in piena attivit e si tratta semplicemente delle strutture industriali pi brutte che abbia mai visto. Intendiamoci, non esistono strutture industriali belle nel senso stretto del termine, ma esistono quelle brutte e quelle orripilanti. Queste appartengono senza dubbio alla categoria delle orripilanti. Ogni tanto tra gli alberi si fanno strada alcune vie fangose e piene di pozzanghere, lungo le quali alcune automobili arrancano con una certa fatica, fiancheggiando case che meriterebbero di pi lappellativo di baracche. Nessuno in Ucraina
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lava lautomobile: sono tutte costantemente sporche di fango. A vivacizzare il tutto ci sono anche diversi cimiteri, sparsi per il terreno paludoso e visibilmente trascurati. In queste condizioni non facile resistere allapatia da viaggio, e infatti comincio a essere piuttosto stufo di stare qui e non vedo lora di arrivare a Mosca. Anche Daniele non d pi grandi segni di vita: stato preso anche lui dallo spettro strisciante della noia. Con questo stato danimo arriviamo a Leopoli, nome italianizzato di Lvov. Siamo nella parte pi occidentale dellUcraina, a due passi dalla Polonia, ed la prima grande citt ucraina che raggiungiamo. La stazione pulita e ordinata, ben tenuta. Daniele scende per scattare qualche fotografia, ma io resto su. Non ho nemmeno voglia di scendere dal treno. Quasi tutte le persone che si aggirano per la stazione sono armate di mascherina antibatterica. La terribile minaccia dellinfluenza suina deve aver particolarmente impressionato gli ucraini. Forse non sono stati ben informati sulla reale natura di quest'ennesima panzana mediatica, ma pazienza. Eviter di soffiarmi il naso in loro presenza, un po perch da queste parti maleducazione, un po per evitare che qualche poliziotto un po troppo zelante mi noti e mi inviti a passare una notte in ospedale per accertamenti. Passati i venticinque minuti di sosta a Leopoli, tempo di proseguire verso Kiev, la capitale della nazione. Il paesaggio non migliora nemmeno spostandoci ancora un po verso est: sempre le solite paludi e la solita tristezza che ci investe dal finestrino con le sue eloquenti immagini di degrado. Lungo la strada per Kiev non si vede nientaltro che qualche casa dai muri scrostati e scoloriti, giardini incolti, alberi spogli con strane palle di sterpi incastrate tra i rami, enormi costruzioni squadrate piene di scritte sui muri, spesso diroccati o crollati per met. Sembra veramente che sia passato un tempo immemorabile da quando siamo partiti da Tradate, e ad ogni chilometro percorso questa sensazione si acuisce sempre di pi. Eppure oggi solo il terzo giorno di viaggio! davvero strano come possa essere mutevole la percezione del trascorrere del tempo a seconda della situazione in cui ci si trova. Sono certo che questo viaggio finir in un lampo, come succede sempre quando si sta vivendo una bella esperienza, ma ora come ora il tempo sembra essersi quasi fermato. Lo scompartimento mi appare sempre di pi come una cella, il sedile diventato insopportabile, ma il pensiero che ormai non manca molto alla fine di questa sferragliata
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consolante e mi impedisce di lamentarmi troppo. Gi domani saremo a Mosca, dove ci attende il nostro amico Andron, il quale ha promesso di ospitarci e guidarci per la citt. Per sdebitarci in anticipo della sua annunciata ospitalit, gli stiamo portando un culatello, un barattolo di funghi sardi sottolio e due bottiglie di vino. Tutte cibarie che pesano svariati chilogrammi e delle quali saremo felici di liberarci. In qualche modo tiriamo avanti fino a sera. Ormai buio e mancano solo tre ore allarrivo nella capitale ucraina. Mi sono un po riscosso dalla noia e ho recuperato un po di energie mentali, ed un peccato che non possa incanalarle in una qualsivoglia attivit, poich sul treno non c veramente nulla da fare. Non ci siamo nemmeno portati un mazzo di carte per giocare, niente di niente. Siamo soli con i nostri pensieri e con le nostre menti. Una scodella di borsh, la tipica minestra russa, allieta un po la serata a entrambi. Non ne possiamo gi pi di mangiare sempre formaggi e salami con le fette di pane: qualcosa di caldo ogni tanto ci vuole. La pietanza soddisfacente: si compone di patate, cavoli, verze, barbabietole, un cucchiaio di maionese e infine un pezzetto di carne bollita che galleggia solitario nellacqua rossastra. Il sapore molto forte e speziato, com' consuetudine nella cucina russa. Certo che il pagare cinque euro per una scodellina di minestra ci spinger a riflettere molto bene prima di ordinare unaltra volta qualche pietanza al vagone ristorante. In un batter docchio siamo gi a Kiev. Non abbiamo modo di accorgerci della bellezza della citt, osservandola solo dal vagone: qualche guglia si intravede in lontananza, ma per il resto siamo immersi in uno squallido paesaggio ferroviario e industriale. Scendiamo tutti e due per una decina di minuti, giusto il tempo di dare unocchiata alla stazione. Poggiare piede a terra d un certo sollievo, ma solo larrivo a Mosca potr risolvere il problema dellapatia, ormai arrivata a livelli considerevoli. Salutiamo lUcraina con poco entusiasmo, aspettando tempi migliori.

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Capitolo V Mosca

Lingresso in Russia avviene mentre il sole sta guardando da unaltra parte nel cosmo, e stranamente il passaggio della frontiera non crea alcuna complicazione. Il nostro visto ha ora acquistato validit e finalmente siamo entrati nella nazione che ci interessa, dopo aver attraversato ben cinque confini nazionali in pochi giorni. Ci accoglie un tempo estremamente umido e piovoso, che osserviamo dal finestrino con una lieve punta di preoccupazione: Mosca sar sicuramente fredda, e viste le condizioni probabilmente anche molto umida. Un cocktail pericoloso. Solo la Siberia profonda ha fama di possedere un clima molto secco, che dovrebbe compensare le bassissime temperature rendendole pi sopportabili. Inoltre, a infastidirci ulteriormente sta il fatto che non abbiamo riposato nemmeno stanotte per via del controllo doganale, e sono ormai tre notti che non dormiamo decentemente. Fortuna che ora stiamo per arrivare in un luogo dove un amico e una casa ci attendono. Il treno entra lentamente in una delle numerosi stazioni di Mosca, fermandosi esattamente alla fine del binario. Pare incredibile, ma le tanto temute sessanta ore sono terminate, e lenorme capitale russa finalmente raggiunta. Recuperiamo borse e zaini e scendiamo dalla carrozza, salutando i due provodniki che ricambiano sbrigativamente i saluti augurandoci buona fortuna per il nostro viaggio. Non facciamo in tempo a capire dove siamo e gi Andron davanti al portellone ad aspettarci. Questo muscoloso uomo di mezzet ha gli zigomi molto alti, un prominente pizzetto e due
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occhi azzurrissimi, che non nascondono una grande gioia nel vederci finalmente arrivare nella sua citt. I suoi modi sono rudi e sbrigativi, ma mai sgarbati e sempre cordiali. Si offre di portare lui la borsa cinese, risparmiandomi almeno stavolta la gioia di portarla per laffollatissima stazione e poi per laltrettanto gremita metropolitana. Con un paio di cambi e qualche autobus navetta, nei quali vengo sistematicamente trascinato senza capire assolutamente niente, raggiungiamo la sua casa, posta nella grigia e anonima periferia moscovita. Qui lo splendore della Piazza Rossa e del Cremlino non esiste: tutto ci che appare davanti agli occhi uninfinita distesa di caseggiati tutti uguali, fiancheggiati da alberi spogli e anneriti dal fumo dellintenso traffico moscovita. Non c neve per le strade e la temperatura lievemente rigida, ma per nulla proibitiva. Prima di entrare in casa dobbiamo farci otto rampe di scale: una legge universale, quando si stanchi e pieni di borse pesanti i posti da raggiungere sono sempre allultimo piano e non c lascensore. Sudando da ogni singolo poro, finalmente entriamo in casa, gettiamo le borse a terra e ci togliamo le scarpe, come immediatamente ci invita a fare Andron. Le pareti di questo piccolo appartamento sono colme di mobili ripieni di libri e oggetti di ogni tipo, ma soprattutto pietre preziose e cristalli. Andron infatti un geologo e viaggia spesso in Siberia, un po come stiamo facendo noi adesso, anche se lui lo fa per lavoro. Ogni volta che torna da qualche posto si porta a casa dei ricordini di roccia, e si vede che stato veramente in molti luoghi, poich ne possiede a bizzeffe e di ogni variet. Sulle pareti sono appese in bella mostra numerose cartine geografiche, con dimensioni che vanno dal piccolo al gigantesco. Una stupenda ed enorme mappa stellare reca in cirillico i nomi di stelle e costellazioni visibili dai due emisferi del pianeta. So leggere le lettere dellalfabeto russo, anche se ho bisogno di un po di tempo per decifrarle, ma per leggere queste carte non ce n quasi bisogno poich per riconoscere le stelle mi basta trovarne la posizione. Quando poi mi metto a tradurre i nomi scopro che sono identici a quelli italiani, come a conferma che lastronomia qualcosa di universale, che unisce tutte le culture del mondo. La scienza pi antica del mondo ha affascinato popoli di ogni epoca e origine, e lo ha fatto semplicemente grazie a dei puntini luminosi che solo di notte si accendono e brillano nel cielo. Basti solo pensare a quanto tempo
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gli uomini hanno trascorso prima di scoprire coserano quelle fiammelle tremolanti, che migliaia di anni fa brillavano con il triplo della forza, grazie ad un cielo molto pi buio di quello odierno. Anche se oggigiorno abbiamo attribuito un nome ad ogni oggetto celeste che siamo riusciti a individuare con i nostri telescopi, la magia degli oggetti celesti rimasta la stessa di allora. Di nuovo non posso fare a meno di ricordarmi che mi sto recando in Siberia, uno dei luoghi al mondo con la pi scarsa illuminazione artificiale. Uno dei pochi nel quale si pu ancora trovare un cielo veramente buio, senza doversi inerpicare sulle Ande o sui massicci dellAustralia centrale. Basta uscire da una dacia e guardare in alto. Lora di pranzo mi riscuote dallestatica ammirazione per la carta stellare ed destinata a procurarmi altra devozione, seppur di altro genere. Sulla piccola tavola troviamo da mangiare una grandissima variet di pietanze tra cui addirittura degli spaghetti, cucinati in nostro onore. Non hanno alcun sapore, ma sappiamo che Andron li ha preparati per farci piacere e diamo segno di apprezzarli moltissimo, per non offenderlo. In fin dei conti abbiamo una fame da lupo e non stiamo certo a sottilizzare. Quando si ha fame, ogni pietanza commestibile buona. Arrivano poi polpette di carne, funghi, salse, verdure, litri di t, ma niente acqua. In Russia non si beve lacqua durante il pasto. Si comincia bevendo un bicchierino di vodka o un altro alcolico forte, a stomaco vuoto. A ci segue immediatamente lingestione di un primo antipasto, usualmente delle fettine di pane, per impedire allalcool di essere assorbito subito. Poi si inizia il pranzo vero, e alla fine si conclude con quantit generose di t o caff. La mancanza d'acqua difficile da sopportare per chi abituato a berla sempre durante i pasti, ma ci si fa velocemente labitudine. Durante il pranzo i discorsi si sprecano, anche se ne capisco ben poco. Aver studiato centinaia di parole ed espressioni sul frasario russo stato utile fino a un certo punto, giusto per conoscere un po di vocabolario di base e imparare a leggere le lettere, ma com'era prevedibile non servito a nulla per imparare a sostenere una conversazione, nonostante il libretto si chiamasse proprio manuale di conversazione. Anche ammettendo di riuscire a pronunciare correttamente la frase Vorrei dellaltro pane, ci sono miliardi di risposte possibili che linterlocutore pu usare. I gesti e le espressioni facciali rimangono lunico metodo di comunicazione veramente efficace, facile da usare in qualsiasi parte
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del mondo, anche se le eccezioni non mancano nemmeno in questo senso: non in tutte le nazioni del mondo, infatti, i gesti hanno lo stesso significato. Il padrone di casa comunque molto gentile e si premura di farmi capire ci che sta dicendo, incoraggiando Daniele a tradurre per me il pi possibile. Ci viene offerto il bis pi volte, e la tavola presto piena anche di ottimi biscotti e altri dolci, che non abbiamo certamente intenzione di rifiutare. Proprio in questo momento fa capolino la figlia, alta, giovane e bionda, molto simpatica anche lei. Come il padre, parla solo russo, ma sono sufficienti un paio di sorrisi per presentarci e per capire che entrambi siamo contenti di essere dove siamo in questo momento. Ora che sono tutti e due presenti il momento di tirare fuori i regali, che vengono accolti con gioia: scorre dunque vino a fiumi, per festeggiare il nostro arrivo. La moglie non c: Andron infatti pluridivorziato e lultima moglie se n andata chiss quando, cos che ora i due vivono da soli. Andron inoltre vive a Mosca solo dautunno e dinverno, per il resto in giro per la Siberia a lavorare. La figlia rimane a casa da sola? Sar fidanzata con qualcuno? Sono tutte cose che potrei chiedere se solo conoscessi il russo, e ora mi rendo conto che in questi mesi che passer in Russia mi perder molte cose per via di questo handicap comunicativo. Dopo i festeggiamenti, le formalit burocratiche iniziano tuttavia a bussare alla nostra porta. Non si pu, infatti, soggiornare per pi di un certo tempo in una citt russa senza farsi registrare la presenza dalle autorit, ed per questo che stanotte non possiamo dormire da Andron ma dobbiamo pagare una stanza dalbergo, dove ci compileranno la registrazione. Inutile stare a spiegare le impossibili pratiche burocratiche russe, gli assurdi regolamenti e le ridicole lungaggini. Basti sapere che sul mio visto reco un invito ufficiale di una fantomatica impresa turistica di San Pietroburgo, citt nella quale non metteremo mai piede. Gli inviti formali sono obbligatori, ma in realt fittizi. Vengono emessi dalle agenzie senza alcuna logica, praticamente solo per fornire ai viaggiatori un motivo ufficiale per essere in Russia. teoricamente possibile anche essere invitati da un privato cittadino, ma le procedure e le scartoffie necessarie sono cos tremende da indurre anche il viaggiatore pi ottimista a lasciar perdere. Siamo dunque obbligati a prendere questa camera, nella quale possiamo finalmente lavarci un po e riposare prima della giornata di domani, che si prospetta intensa. La
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notte ci fanno compagnia alcuni allarmi di automobili dalle mille tonalit diverse, pi un treno che ogni tanto passa sui vicini binari facendo vibrare i doppi vetri delle finestre. Tutto ci non per sufficiente a tenerci svegli: dopo tre notti consecutive dormite poco e male, presto crolliamo in un sonno finalmente ristoratore. Alle otto di mattina abbandoniamo definitivamente lalbergo e ci ritroviamo nuovamente in casa di Andron per fare colazione. Come primo pasto della giornata insolito: iniziare la giornata con un t unito a formaggio e polpette non esattamente ci cui siamo abituati, ma ingurgitiamo ugualmente il tutto con volutt. Non appena abbiamo finito di mangiare, subito Andron ci incita a vestirci per uscire, poich le cose da vedere sono tante e il tempo poco. In un batter docchio siamo nuovamente fuori alla fredda aria di Mosca. Oggi abbiamo modo di osservare meglio la metropolitana, decorata e ricca come un museo. Percorrendo le sue maggiori stazioni si ha limpressione di essere in una chiesa o in un monumento classico, pi che in una metr. Abbondano capitelli e arcate affrescate, unite a volte di marmo arancione. Ignoravo del tutto lesistenza di una tale bellezza nelle profondit di questa ex base militare, costruita ben settanta metri sottoterra. Percorrendo le scale mobili che ci portano in basso, ho limpressione di non arrivare mai. In pi, ho modo di notare la presenza di un addetto in fondo alle scale, chiuso in un gabbiotto di vetro, che ha il compito di controllare che non succedano disordini o borseggi. Ore e ore fermo ad osservare una scala in movimento, piena di persone che si accalcano le une sulle altre. Un lavoro in grado di mandare fuori di testa chiunque. Non invidio affatto questi sfortunati dipendenti pubblici. Riemersi finalmente alla poca luce che la giornata offre, ci troviamo a visitare un museo dedicato alla seconda guerra mondiale. Un grosso obelisco, su cui stanno incisi tutti i nomi delle citt sovietiche che hanno partecipato maggiormente alla guerra, reca alla base la statua di San Giorgio che uccide il drago, simbolo del diavolo. Un lungo colonnato introduce al museo vero e proprio, recante al suo interno tutte le armi dismesse. Bombe a mano, cannoni contraerei, vecchi manifesti propagandistici, estratti della Pravda (il giornale nazionale russo) con le foto del dittatore Stalin, monumenti recanti i nomi dei caduti, pi altre chicche come eliche di aerei sfondate.
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Avendo entrambi a che fare con la professione infermieristica, non possiamo fare a meno di confrontare i set da chirurgo di sessantanni fa con gli strumenti che usiamo noi oggi. Devo constatare che, a parte le siringhe di vetro, non c molta differenza. Uneccezione per c: non abbiamo mai usato, n speriamo di dover usare mai, le pinze emostatiche per le amputazioni degli arti La visita al museo si esaurisce velocemente, osservando con interesse tutti i reperti di questa scellerata guerra. Andron ha la buona idea di non riportarci a casa sua dopo il museo, bens di farci vedere la sua dacia (ci che noi chiameremmo un cottage di legno), poco fuori citt. Accettiamo volentieri, entusiasti di poter passare una giornata in una vera casa russa, dove si respira molto di pi laria tradizionale e si possono apprendere molte pi cose su come vivono i russi. Per raggiungere questa casetta dobbiamo prendere tre metropolitane pi un autobus, che in unora attraversa tutta la periferia di Mosca. In questo tragitto ho modo di vedere gli estremi limiti della capitale, deludenti come mi aspettavo. Solo agglomerati industriali intervallati a superstrade, poche case cadenti o condomini fatiscenti, e poco altro. Noto anche che tutte le automobili, sia parcheggiate sia in movimento, sono completamente coperte di polvere su ogni lato. Non ce n una che sia pulita. Evidentemente i russi, come gli ucraini, non amano molto lavare le proprie vetture. Lunica cosa veramente sorprendente che mi salta agli occhi lungo il tragitto su questo scassato e rumoroso autobus un grosso svincolo che appare sul lato sinistro della strada. A prima vista mi sembra unenorme autostrada in costruzione, ma in realt uno scivolo da sci. Neve ne hanno in abbondanza, ma ci che manca sono le montagne.

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Capitolo VI Ospiti donore nella dacia Lautobus ci recapita in un piazzale dove ci sta gi aspettando Vadim, uno dei nipoti di Andron. Ha anche lui due occhi azzurrissimi, un fisico robusto e una Lancia Ypsilon verde, che user per portarci fino alla casetta in campagna. Dopo aver comprato qualcosa al vicino negozio di alimentari, per assicurarci di avere sufficienti cibarie per la serata, montiamo in macchina e percorriamo strade sempre pi deserte, fino a inoltrarci in un boschetto che conduce ad un passaggio chiuso da una sbarra. Vadim pare conoscere luomo addetto a far passare chi deve e a non far passare chi non deve, infatti si salutano calorosamente, agitando le braccia, e la sbarra non tarda ad alzarsi. Dopo poche centinaia di metri, la macchina imbocca una piccola e dissestatissima traversina che conduce ad una ridente casetta. Questa dimora di legno molto simpatica, e anche piuttosto grande: dispone di numerose stanze, che ci vengono puntigliosamente mostrate una per una. Gli stanzini da letto sono davvero pittoreschi, per non parlare della soffitta. Ora s che mi sento veramente partecipe della situazione. Tuttavia, inizia a fare piuttosto freddo, poich ai piani superiori non c alcun riscaldamento, e infatti non vedo lora che questa esibizione finisca per potermi rintanare nella sala da pranzo, dove ho intravisto un camino acceso e scoppiettante. Il mio desiderio viene presto esaudito, quando Vadim si accorge che il mio compare non ha portato con s la giacca. Nel salotto ci sono numerose persone, tra cui un robusto donnone e una minutissima e giovane ragazza, che ci salutano inchinandosi e sorridendoci con tutti i denti di cui dispongono. Daniele informa tutti che non parlo russo, ma loro non sembrano preoccuparsene granch e continuano a parlarmi in russo. Del resto, se conoscono solo quella lingua, in che altro modo dovrebbero comunicare? Devo arrangiarmi dicendo quelle poche parole che conosco, se non voglio dipendere sempre dal mio amico, ma i miei tentativi di farmi capire non vanno sempre a buon fine. Ad un certo punto mi siedo al tavolo e decido di seguire la corrente, facendo qualcosa solo se mi viene detto di farlo in italiano o tramite eloquenti gesti. meglio fare cos, anche perch non so bene come comportarmi in casa di
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estranei russi e non conosco la loro cultura e le loro abitudini. Potrei involontariamente fare qualcosa che per loro sconveniente. Non conoscere la lingua, per, porta anche alcuni vantaggi: mentre Daniele deve obbligatoriamente parlare con i due nipoti di Andron e con le due donne, Tatyana e Olga, io posso concentrarmi unicamente sul cibo che tutti mi stanno offrendo generosamente. La grossa tavola infatti imbandita in modo sontuoso e carica di cibarie di ogni genere, sulle quali spiccano prepotentemente alcune bottiglie di superalcolici gi aperte. Nel caldo ambiente della dacia facciamo conoscenza anche con Vladimir, il secondo nipote di Andron. Lui si trovava gi qui da prima, e aspettava il nostro arrivo. Non ha laspetto peculiare dei russi, e a prima vista si potrebbe scambiare per un italiano. Inizialmente non si cura molto di me, dandomi limpressione di essere un po antipatico, ma con il passare del tempo scopro che parla portoghese, in quanto la sua ex moglie per lappunto portoghese. Ho cos loccasione di rispolverare un po il mio scalcinato spagnolo, mischiato a quei pochi elementi di portoghese che mi sono rimasti in testa, e di intavolare una rudimentale conversazione. Non avrei mai pensato di poter comunicare in spagnolo con un russo. La giornata sicuramente riserva ancora molte sorprese. Tanto per cominciare, il cibo sembra non finire mai. La tavola continua a riempirsi sempre di pi con il passare delle ore, cos come continuano a riempirsi i nostri bicchierini. Non potranno mai svuotarsi, se i due nipoti continueranno a rabboccarli non appena vedono che sono pieni per meno della met. Ed inutile far finta di bere, poich se ne accorgono e incitano subito a bere pi in fretta, cos da poter riempire nuovamente il bicchierino. Andron sparito da un po, ma ogni tanto lo vediamo passare per la stanza, apparentemente intento in qualche lavoro. Probabilmente deve sistemare la casa e predisporla anche per la notte, poich abbiamo gi capito che non torneremo pi a Mosca e passeremo la notte qui. I discorsi intavolati da Daniele e dai nipoti di Andron mi vengono tradotti solo in parte, anche perch Daniele stesso a volte ha difficolt a star dietro ai ragionamenti dei due ragazzoni, i quali iniziano a dare segni di visibile ebbrezza gi dopo poche ore. In particolare, il parlante portoghese sta alzando sempre di pi il tono
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di voce, e ogni volta che finisce di bere appoggia il bicchiere sul tavolo con un po troppa forza, sfidando le leggi della gravit. Siamo arrivati in questa casa alle tre di pomeriggio e abbiamo subito iniziato a mangiare e bere. Ora sono quasi le sei, e non abbiamo ancora finito. Mi chiedo quanto andremo avanti ancora. Secondo il mio compare, continueremo a bere fino a quando tutte le sei o sette bottiglie di superalcolici saranno terminate, ma mi sembra una previsione piuttosto esagerata. Confido che tutti crolleranno dal sonno prima di riuscire a finire quellimmane quantit di alcool. O forse no? In Russia, eccedere nel bere non considerato alcolismo per come lo possiamo intendere noi italiani, cio un problema occasionale che colpisce solo alcuni individui. Qui vige una vera e propria cultura del bere: essere alcolisti qui non nulla di trascendentale, ma rappresenta quasi la normalit, cos come le popolazioni andine trovano normale masticare foglie di coca e i marocchini trovano normale fumare. Non c da stupirsi se in questo paese laspettativa di vita per le donne raggiunge i settantacinque anni, mentre per gli uomini arriva a sfiorare a malapena i sessanta. Noi italiani non siamo cos smodatamente amanti delle bevande alcoliche, se paragonati ai russi, ma il problema che nessuno lha spiegato ai padroni di casa. Sembra proprio, infatti, che il mio compagno ci abbia visto giusto. Ormai sono le otto di sera e non ne posso pi di vedere il mio bicchierino costantemente pieno di un qualche genere di alcolico. Difficilissimo, se non impossibile, rifiutare le offerte: decidono loro cosa, quando e come devo bere, e ho ben poche possibilit di oppormi al loro volere, anche perch loro sono i padroni di casa e rifiutare ci che un russo offre pu essere vissuto come un insulto. Non posso fare a meno di ricordarmi la leggenda di quelleschimese che, ricevendo nel suo igloo un viaggiatore, gli offr tutto quello che aveva, perfino sua moglie per una notte. Il viaggiatore accett tutto, tranne la nottata con la moglie, poich imbarazzato dalla singolare offerta. Leschimese per tutta risposta si arrabbi terribilmente e lo uccise con un colpo di lancia, perch nessuno gli aveva mai fatto uno sgarbo simile. Niente poteva essere rifiutato. Ecco, questa la situazione in cui mi sembra di trovarmi: sebbene abbia la ragionevole certezza che qui nessuno mi pianter un ferro acuminato nella milza, limpossibilit di rifiutare le offerte
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praticamente la stessa. Quello che fino a pochi giorni fa era solo un luogo comune sui russi che stazionava in qualche angolo della mia mente, ora diventato realt e lo sto vivendo in prima persona. Daltronde, i viaggi servono proprio a questo, ed in situazioni come queste che si impara a entrare in contatto con le culture e a vedere nuove realt, confrontandosi con esse. Altrimenti per cosa viaggeremmo? Per rinchiuderci in un villaggio turistico, portandoci gli spaghetti in valigia e non lasciando mai nulla al caso? Tanto varrebbe rimanere a casa. Ormai abbiamo spazzolato quasi tutte le cibarie, tra cui il pollo, le patate, i cetrioli e i pomodori, il pane nero, le torte farcite e molto altro ancora. Non riesco pi a mangiare nulla e per fortuna le offerte di cibo sono temporaneamente cessate, ma non cos per quelle di alcool. Lenorme quantit di vivande che ho ingurgitato mi aiuta a fare il fondo nello stomaco e quindi a non assorbire troppo etanolo, ma non potr resistere ancora a lungo a questo ritmo. Daniele mi sembra pi rilassato da questo punto di vista, anche se sta parlando con loro ormai da ore e accusa segni di stanchezza. In questo momento davvero un bene che io non conosca il russo, poich altrimenti verrei trascinato anchio nel vortice dei loro discorsi alcolici. Daniele ha smesso da un pezzo di tradurmi le loro frasi, ormai sempre pi inconcludenti e vertenti su giochi linguistici che comunque non potrei capire. Mi ritaglio dunque un attimo di pace e decido di darci un freno con i bicchierini, proponendomi di rifiutare qualsiasi ulteriore offerta con inflessibile gentilezza. Sono disposto a prendermi il rischio di far arrabbiare un russo, ma per fortuna non ce n bisogno: ci offerta una tregua quando i nipoti escono a fumare e ci invitano fuori con loro. Almeno prenderemo un po d'aria fresca e per un po non toccheremo alcool. Vladimir visibilmente provato da tutto il porto e la vodka che ha bevuto, e continua a lasciar cadere dalla giacca numerose banconote da mille e cinquemila rubli (corrispondenti rispettivamente a circa venti e cento euro). Sembra un distributore automatico di banconote, che piovono a decine tra i suoi gesti scomposti, ma nonostante lalcool le vede tutte e le raccoglie prontamente, senza perderne nessuna tra il fogliame. Cosa mai ci far in giro con tutti quei soldi, lo sa solo lui. Dopo altri discorsi che non riesco a capire, ma dei quali intendo benissimo la natura goliardica e strampalata,
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ritorniamo dentro. Troppo presto, accidenti, non saranno passati nemmeno dieci minuti. Ora sicuramente si riprender a beree infatti, in men che non si dica, i due baldanzosi giovanotti decidono di aprire la cantina per recuperare altro alcool. un incubo. Le bottiglie che mi sembravano cos tante sono gi tutte vuote, e nonostante ci la bevuta non accenna a finire! Dunque tutti gi in cantina, che semplicemente un buco scavato sotto la casa, raggiungibile sollevando una botola. Vengo reclutato anchio per intrufolarmi in quellantro umido e polveroso, poich sono pi piccolo e agile di loro e riesco pi facilmente a recuperare le bottiglie. Dopo aver fatto una buona scorta di vino, il momento di pelare le patate, poich c ancora del cibo in arrivo. Vengo reclutato nuovamente per aiutare a pelare i tuberi, e mi becco anche un piccolo rimprovero, perch secondo loro li ho pelati male. Non cos facile essere precisi, obnubilati da tutto quellalcool, ma chi glielo spiega? E soprattutto, quando si fermeranno col mangiare e col bere? Non mi aspettavo unabbuffata cos pantagruelica. Mi viene in mente che forse Daniele potrebbe aver avuto ragione per quanto riguarda le loro reali intenzioni: temo che vogliano veramente finire tutto lalcool che tengono in casa, per fare onore agli ospiti, anche se non capisco come ci sia umanamente possibile. La serata si anima sempre di pi, a mano a mano che trascorrono i minuti e le ore. Vadim ad un certo punto mi afferra in corrispondenza delle anche e mi solleva senza alcuna fatica fin sopra la sua testa, solo perch non credeva che pesassi cos poco come dico. Sono indubbiamente simpatici, ma stanno decisamente esagerando con lalcool e ora ho smarrito la bussola, non ho veramente idea di dove potranno arrivare. Usciamo ancora a prendere un po daria e a fumare. Lalcool mi ha riempito la vescica in modo indegno, ma non esiste un bagno interno nelle dacie: per le necessit c un gabbiotto allesterno, ma non consigliabile andarci adesso con il freddo che tira, da cui decido di urinare direttamente nel prato. Mi allontano tranquillamente andando in mezzo al giardino. Ma quando ho finito con i miei bisogni, Vadim mi avverte ridendo che ho appena urinato sul monumento di suo nonno, epico e riverito costruttore della dacia. Ubriachi come sono, ne stanno inventando veramente di tutti i colori

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Ormai sono le undici di sera e sto iniziando a crollare dal sonno. Oltretutto Andron un fantasma, non c mai, se non per pochi fugaci momenti nei quali compare per le stanze, apparentemente intento in chiss quali lavori di manutenzione. Andron non ha bevuto quasi nulla ed quindi sobrio, ma non interviene mai a salvarci dal vortice alcolico, forse perch pensa che ci stiamo divertendo. Dopo lavventura sulla presunta tomba del nonno, per, troviamo nel soggiorno proprio Andron, indaffarato a prepararci le brande in uno stanzino. Forse arrivato finalmente il momento di dormire, penso e spero. Invece no. Dopo che Andron ha finito di spiegarmi a gesti quale sia il mio letto e quale sia invece quello destinato al mio compagno, i due nipoti mi richiamano a gran voce e mi invitano a continuare a bere con loro. I miei propositi di linea dura vanno in fumo. Rifiutare semplicemente impossibile. Accetto di trangugiare un altro bicchierino di porto o chiss quale altro alcolico, ormai non riesco pi nemmeno a distinguerli luno dallaltro. La mia resistenza fisica ha per un limite. Approfittando di un momento in cui sono ignorato da tutti, mi intrufolo nelle cuccette, chiudendo bene la porta. Da un momento allaltro mi aspetto che qualcuno faccia capolino nella stanza e mi tiri fuori a forza dalla cuccetta per costringermi a bere ancora, ma non accade nulla di ci. Finalmente hanno mollato la presa. Forse hanno avuto piet. Mi sdraio sulla cuccetta, tutto sommato piuttosto comoda, coprendomi bene con tutte le coperte che ho a disposizione. Fa freddo, meglio esagerare che tirare al risparmio. Non mi gira la testa, ma non sono nemmeno in buone condizioni. Fortunatamente, la nausea non fa capolino. Sarebbe imbarazzante mettermi a vomitare adesso. Nonostante la stanchezza e lalcol assorbito, tuttavia, tentare di prendere sonno improponibile: il gruppetto che ho appena abbandonato distante solo pochi metri da me, e la robusta porta non riesce purtroppo a filtrare efficacemente le risate, le grida e i discorsi frenetici che mi giungono alle orecchie come un blob indefinito. Gli amici russi hanno anche acceso la radio a tutto volume, e un rocambolesco disc jockey parla a macchinetta, intervallando i suoi discorsi con una musica veloce e ritmata che non fa che peggiorare la situazione. La scena continua per ben due ore, finch finalmente rientra in stanza Daniele, anche lui visibilmente provato dallalcool. Si schianta a letto
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disordinatamente, quasi a peso morto. Dopo esserci lamentati tra noi per le eccessive abitudini alcoliche che vigono in questa casa, finalmente prendiamo sonno tutti e due. La mattina mi sveglio con una prevedibile e intensissima secchezza delle fauci. Lunico pensiero che ho in testa di bere acqua, tantissima acqua. Non riesco nemmeno ad articolare nella mia mente la parola alcool, e ho il terrore che i due amici russi mi offrano della birra per colazione. Stranamente, non ho il classico cerchio alla testa che si presenta puntualmente dopo una bevuta eccessiva: forse la qualit sopraffina degli alcolici russi mi ha aiutato sotto questo punto di vista. Il mio intestino tuttavia in ribellione, e questo non sono riuscito a evitarlo; mi auguro che non mi presenti poi un salato conto da pagare. Ancora un po barcollante, metto piede nella sala da pranzo e trovo Andron in mutande, intento a lavarsi in una rustica tinozza di legno. Mi chiede com andata la notte, e mento rispondendogli con decisione Kharash!, che significa bene. In realt ho una sete indomabile. Sul tavolo, fortunatamente, non c lombra di alcolici. Non so se siano finiti o meno, non voglio saperlo, potrebbero anche avere unautobotte piena di vodka dietro la dacia, ma limportante che non la tirino fuori adesso. Vadim intento a preparare il t e non mostra segni di cedimento; Vladimir invece scomparso. Chiss se ancora a letto a smaltire la sbornia. Considerando quanto ha bevuto, non improbabile: credo che in tutta la giornata si sia fatto almeno trenta bicchierini. Un numero indubbiamente osceno, ma per loro probabilmente normale amministrazione. In preda alla sete, cerco dappertutto dellacqua, ma ovviamente non ce n neanche una goccia e mi devo accontentare di una tazza di t. Definirlo caldo un eufemismo: il termine corretto sarebbe rovente, ma almeno mi aiuta a reintegrare qualche liquido. proprio mentre bevo il t, centellinandolo prudentemente per non ustionarmi la lingua, che mi accorgo che fuori dalle finestre tutto imbiancato dalla neve! Ha sicuramente nevicato a partire da notte inoltrata, poich ieri sera non cera nemmeno un cristallo di ghiaccio. La visione della prima neve russa, nel selvaggio perimetro della dacia, mi riempie di meraviglia, anche se a casa mia lho vista tutti gli inverni e non una novit come potrebbe esserla per un boscimano. Dimenticandomi per un attimo delle mie precarie condizioni di salute, esco ad osservare come
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appare ora il disordinato cortile, popolato da piante mai potate. Fuori per fa decisamente freddo e rientro in fretta a scaldarmi, trovando Daniele intento come me a cercare una bevanda non alcolica da trangugiare. Anche lui si deve accontentare del t, con mia leggera soddisfazione. Non sarebbe giusto che lui trovasse dellacqua, quando io ho dovuto soffrire atrocemente ingoiando quel liquido bollente. Andron ci esorta a finire in fretta la colazione, poich tra poco lui e Vadim ci riporteranno a Mosca e dobbiamo ancora visitare la citt. Nemmeno il tempo di riprenderci ci danno! Ora come ora preferirei starmene recluso in casa a dormire tutto il giorno, ma come sempre in viaggio bisogna adattarsi a tutte le situazioni, specialmente quando si ospiti in casa daltri. Per fortuna, il mio intestino ha smesso di agitarsi. Recuperiamo i cappotti e usciamo, diretti allautomobile. Appena uscito, casualmente mi casca locchio nel punto del giardino in cui ho urinato la sera prima, e vedo che effettivamente c un monumentoche reca la foto del defunto nonnetto. Lavevo scambiato per un albero. Che figura! Loro mi hanno ospitato in casa, offerto da mangiare e bere come ad un matrimonio, trovato un letto per dormire, e io per risposta cosho fatto? Ho insozzato di urina la tomba del costruttore della casa. Una gaffe imperdonabile. Vadim ci riporta in macchina fino a Mosca, guidando in una maniera che definire azzardata un eufemismo. Ignora beatamente le nubi di spruzzi sollevate dalle macchine di fronte a lui in autostrada, tirando i centoventi lora senza il minimo dubbio, anche quando il parabrezza cos saturo di goccioline da non vedere quasi pi niente. Non voglio nemmeno parlare del rispetto della distanza di sicurezza, praticamente inesistente, n della velocit con cui affronta le curve, rese insidiosamente bagnate dallacqua mista a neve. Lultima volta che mi sono trovato in macchina con qualcuno che non conoscevo e che guidava in questo modo, abbiamo tamponato un furgone in autostrada. Fortunatamente non succede nulla, e con unagile mossa Vadim ci recapita su un marciapiede moscovita, proprio di fianco alla stazione degli autobus. Mi sento finalmente in salvo. Ringraziamo per lospitalit e per il trasporto (anche se gliene direi volentieri quattro) e ci tuffiamo di nuovo per le vie di Mosca insieme allinfaticabile Andron.

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Capitolo VII Una campana e un cannone Anche se si solo di passaggio, una permanenza a Mosca impone almeno la visita del Cremlino e della Piazza Rossa. Ora che ha pure nevicato, questi storici simboli della capitale russa saranno sicuramente ancora pi suggestivi. Prima di tuffarci nella visita della citt, per, si passa a casa del nostro amico per il pranzo. Non abbiamo esattamente voglia di ingurgitare altre pantagrueliche porzioni, ma non possiamo rifiutarci di assaggiare ogni pietanza che viene portata in tavola. meglio che io abolisca la parola rifiutare dal mio archivio mentale, qui in Russia una moneta fuori corso. Andron ci serve dei canederli di zucca, intrisi nella panna acida, e come contorno dei frutti di bosco in una specie di marmellata. Se stessimo mangiando in un qualunque altro momento, ci sembrerebbero tutte delle primizie, ma la nausea dovuta allalcool non ancora passata e le pietanze scendono nello stomaco un po di malavoglia. In particolare ci gettiamo avidamente sul t e sullacqua, e finalmente dopo averne bevuto innumerevoli bicchieri ci sentiamo molto meglio. La giornata grigia, nevica abbondantemente e la temperatura si prospetta molto pi bassa di ieri: meglio coprirsi bene. A malapena abbiamo il tempo di finire di mangiare: Andron un frettoloso di natura e ci incita a fare presto, poich la citt ci sta aspettando. Ci buttiamo dunque velocemente addosso sciarpe e cappotti, e via di nuovo. Dopo i numerosi cambi necessari per raggiungere il centro, sbuchiamo finalmente dalla metropolitana. Passando di fronte allimponente statua di Dostoevskij, in men che non si dica gi visibile il ponte che collega la strada alla cittadella fortificata, che altro non che il Cremlino. I suoi cipollotti doro, visibili anche da lontano e ora ammantati da un lieve velo di neve, sono assolutamente inconfondibili e sono uno dei simboli con i quali il mondo conosce la Russia. Molti meno simboli avr da offrire la Siberia, quando ci arriveremo. Il controllo allentrata rigoroso, vista limportanza istituzionale del luogo, e infatti il nostro coltellino svizzero non sfugge ai metal detector e viene trattenuto allingresso. Forse un eccesso di puntiglio, ma sappiamo che i russi hanno un po lossessione della sicurezza, e la prendiamo con filosofia. Oltre il
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ponte, sormontato da unalta torre in mattoni rossi, si trova un ampio marciapiede sul quale si pu camminare liberamente, ma che costituisce il limite per i turisti. Non si pu infatti camminare sulla strada, zona proibita. Finch non si sorpassa la linea del marciapiede tutto a posto, ma meglio non mettere nemmeno un piede al di l, poich si potrebbe attirare lattenzione delle guardie, le quali sono armate di fucile nonch di colbacco antigelo. Non ho mai invidiato questi sfortunati militari, costretti a buttar via buona parte delle loro ore di vita per stare ritti in piedi a fare la guardia a non si sa bene cosa. Queste grottesche precauzioni di sicurezza non mi impediscono per di ammirare la bellezza delle costruzioni presenti: le chiese bianchissime con i loro cipollotti doro abbondano da ogni parte. Alcune di esse hanno degli splendidi affreschi allentrata. Lungo la strada troviamo anche delle curiosit storiche: il cannone e la campana pi grandi del mondo, che per non hanno mai sparato n suonato. La campana non intera: mentre la issavano precipit e un pezzo salt via. Quel frammento, ora appoggiato di fianco alla campana stessa, pesa circa undici tonnellate. Il freddo piuttosto pungente e umido, complici le vicinanze della Moscova, il fiume che attraversa la citt e che crea inevitabilmente un forte vento. meglio affrettarci, poich non il caso di ammalarsi proprio ora che stiamo per ripartire verso la Siberia. La visita alla Piazza Rossa per dobbligo, anche perch vicinissima. Le sue costruzioni sono assolutamente inconfondibili: tanto per cominciare, hanno tutte un colore rosso cupo, come recita il nome stesso. La parte sinistra purtroppo avvolta da un orribile cantiere. La sfortuna mi perseguita, poich ogni volta che visito un monumento importante lo trovo inevitabilmente deturpato dalle impalcature. Basta per rivolgere lo sguardo in avanti, oppure a destra, per vedere delle cose veramente degne di nota. Sulla parte destra splendono il monumento a Lenin e la torre dellorologio; appena dietro alla medesima, si intravede il ponte stradale a sei corsie, sul quale, in piena guerra fredda, un giovane aviatore tedesco di nome Mathias Rust atterr con il suo Cessna, beffando i sistemi di sicurezza sovietici. Frontalmente, invece, la cattedrale di san Basilio fa unincredibile figura con la sua peculiare architettura e i suoi mille colori, appena sporcati da un po di neve. Si narra che Ivan il Terribile abbia fatto accecare larchitetto che costru la
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cattedrale non appena lebbe terminata, per evitare che ne potesse costruire unaltra uguale o pi bella in altre parti del mondo. La nostra fugace visita a Mosca si conclude cos. Torniamo velocemente a casa di Andron, dove ci aspettano un divano e un ammasso di sacchi a pelo gettati per terra e sovrapposti luno allaltro, i quali fungeranno da giaciglio. Logicamente speravamo in un letto vero, ma ci accontentiamo volentieri anche di queste sistemazioni di fortuna: limportante che siano gratuite e che lambiente sia riscaldato. La mattina successiva salutiamo Andron e la figlia, ringraziandoli per lottima ospitalit, poi dobbiamo andare subito a prendere altri mezzi pubblici per arrivare alla stazione Kazan. Proprio da qui avr inizio il prossimo spostamento in treno, con il quale raggiungeremo la citt di Tynda, capitale della ferrovia Bajkal Amur situata nellestremo est della Siberia. Un totale di 6500 chilometri di viaggio, equivalenti a centoventi ore filate di treno. Un annunciato massacro, ma che siamo disposti a compiere a qualunque costo. Mentre aspettiamo sotto le volte bianche e verdi di quest'enorme edificio, diversi personaggi ci avvicinano. Tre di loro tentano di venderci alcuni telefoni cellulari, molto probabilmente rubati, poi una babuska (vestita di tela e stivali di gomma tenta di venderci da mangiare per il viaggio, ma senza successo. Abbiamo gi quel che ci serve. Vorremmo scattare alcune foto al bel soffitto della stazione, ma meglio essere prudenti e non tirar fuori la macchina fotografica, considerato il genere di persone dal quale la stazione popolata. Non aspetto altro che appaia il numero del binario sul tabellone luminoso. Curiosamente, questo lunico treno russo che prenderemo per il quale lora segnata dal tabellone coincide con lora di partenza effettiva del treno. Su tutto il territorio russo, infatti, gli orari dei treni sono calcolati sullora di Mosca. Se ogni treno riportasse lorario di partenza in accordo con lora locale, gestire i treni a lunga percorrenza diventerebbe unimpresa impossibile. Luniformit dellorario, per, complica le cose a chi deve spostarsi attraverso tutta la nazione, poich ogni volta bisogna calcolare lo scarto delle ore. Solo i treni locali sono esclusi da questa convenzione, poich pur percorrendo centinaia di chilometri non escono mai dal proprio fuso orario. Finalmente il numero del binario appare: uscendo dalla stazione per raggiungere il treno, diamo finalmente lultimo saluto a Mosca. Ora tocca alla Siberia.
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Capitolo VIII Come sopravvivere a cinque giorni di treno La provodnitsa, cio la donna che esamina i biglietti, non crede ai suoi occhi quando legge che percorreremo la tratta da un capolinea allaltro. Non trattiene unesclamazione di curioso stupore, ma non si sofferma troppo a farci domande: il suo lavoro le impone di continuare a controllare i biglietti e i documenti di tutti i passeggeri, per fare in modo che nessuno salga abusivamente. Il controllo dei biglietti qui molto pi rigoroso che in Italia: invece di lasciar salire chiunque per poi controllare una volta partiti, si controlla tutto quando il treno ancora fermo, e chi non ha biglietto o documenti validi viene respinto immediatamente. Precauzione pressoch indispensabile, poich sistemarsi su un vagone russo significa affittare lenzuola e mettere in moto tutta una serie di processi che tutti hanno linteresse a far filare pi lisci possibile. La provodnitsa ci restituisce i biglietti strappando la parte posteriore, quella che le serve per tenere traccia in ogni momento di chi deve scendere dal treno e dove. Quando anche i passaporti ritornano nelle nostre mani, possiamo infine salire sul vagone, che lultimo dellintero convoglio. Si tratta di una carrozza platskartnyj, equivalente pressappoco alla seconda classe italiana. Consiste in un insieme di sedili cuccetta disposti in due file e divisi in blocchi, che per semplicit chiamer maggiori e minori, separati solo da un corridoio largo non pi di una cinquantina di centimetri. Sulla parte sinistra del vagone vi sono i blocchi maggiori, ciascuno composto da quattro cuccette, due inferiori e due superiori. Tali letti sono posti trasversalmente alla direzione del treno, e i blocchi stessi sono separati gli uni dagli altri solo da alcune sottili pareti divisorie. La privacy lascia a desiderare, in quanto non esistono porte n tende da tirare. I blocchi minori, invece, corrono parallelamente al vagone per tutta la sua lunghezza e sono composti da letti in gruppi di due, uno superiore e uno inferiore, come in un letto a castello. Ogni blocco separato dal successivo tramite piccole pareti. I posti dei blocchi minori sono i pi scomodi, per via di vari fattori: innanzitutto non possibile stendere completamente le gambe, poich la branda piuttosto corta ed entrambe le estremit terminano con una parete (a differenza delle altre cuccette, dove
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unestremit d direttamente sul passaggio). Inoltre, il posto inferiore normalmente costituito da due sedili e un tavolino mobile, e per potersi sdraiare bisogna ribaltare il tavolino in modo da farlo coincidere con il piano dei sedili, andando cos a formare una cuccetta. Il problema che ogni volta che si vuole mangiare qualcosa, e quindi riportare il tavolino alla posizione originaria per appoggiarvi il cibo, bisogna buttare all'aria il letto per poi rifarlo una volta finito di mangiare. Come ultima cosa, i blocchi laterali sono i pi indesiderabili anche dal punto di vista della privacy, che molto scarsa. Se nei blocchi maggiori si ha un minimo di riservatezza garantita dai separ, negli altri si visibili da praticamente tutti i passeggeri che occupano i tre blocchi maggiori circostanti. Inoltre, le persone che passano nello stretto corridoio urtano e disturbano costantemente. Fortunatamente, avendo avuto la possibilit di prenotare il biglietto con largo anticipo e quindi di accaparrarci i posti migliori, viaggeremo in un blocco maggiore. Occupiamo un lato intero del blocco, cio un posto inferiore e uno superiore dello stesso lato. In questo modo potremo alternarci per dormire e star seduti, e avremo comunque una met scompartimento autonoma dove stipare i bagagli, gestendo il nostro spazio senza interferire con nessuno. A me tocca il posto superiore, dato che laltezza del mio compagno eccessiva per permettergli di dormirci bene. La cuccetta piuttosto rigida e scomoda, e inoltre nel posto superiore non si pu stare seduti, poich il soffitto troppo basso. Si pu solo stare sdraiati. Per sedersi bisogna scendere nel posto inferiore, sempre che non vi stia dormendo qualcuno. In tal caso, chi dorme sotto deve spostarsi e sedersi a sua volta per fare posto a chi appena disceso dalla branda, e non sempre accetta di buon grado. Per questo motivo, i posti superiori sono generalmente poco ambiti, e tutti cercano sempre di guadagnarsi i posti inferiori al momento della prenotazione. Sui treni a lunga percorrenza, infatti, i posti sono assegnati e non si cambiano. Per mangiare abbiamo a disposizione un tavolino piuttosto lungo e adiacente al finestrino. Tutto sommato, c molto pi spazio qui rispetto al precedente treno. Questa volta, per, dovremo condividerlo con altre persone, nel rispetto di comuni regole che su un treno sono particolarmente importanti, essendo costretti a passare lunghe giornate a stretto contatto. Il resto del vagone
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composto dallo scompartimentino dove alloggia il provodnik e dove si pu comprare anche qualcosa da mangiare. Non si pu certo ordinare caviale e tartufi con contorno di foie gras, ma bisogna accontentarsi di qualche snack dallo scarso valore nutritivo, oltre a bustine di t e zucchero. Accanto al gabbiotto del provodnik sempre presente un samovar, che una sorta di grossa teiera che eroga acqua mantenuta costantemente prossima al punto di ebollizione. Con lacqua di un samovar si pu preparare un t a qualsiasi ora, semplicemente spingendo una manopola (e stando attenti a non ustionarsi atrocemente). Completano il quadro i due bagni, sempre presenti allinizio e alla fine di ogni vagone. Non sono terribilmente sporchi e infetti come si potrebbe pensare, ma non sono nemmeno i bagni dellEuroparlamento. Utilizzarli molto scomodo, poich i continui scossoni del treno rendono il posizionamento sulla tazza un vero esercizio dequilibrio. Questo ambiente sar la nostra casa per i prossimi cinque giorni, e lo condivideremo con la bellezza di cinquanta persone, poich il treno sta per partire da Mosca carico di passeggeri fino allorlo. Il vagone ancora spento e dunque buio e silenzioso, complice anche la scarsa illuminazione della stazione. Il mio compagno sa gi come muoversi nel platskartnyj e sa dove bisogna sistemare i bagagli: appena arrivato, infatti, solleva subito il sedile inferiore, che internamente nasconde un vano cavo, per piazzare al suo interno la borsa cinese e uno degli zaini. Il resto trova una sistemazione nellaltro vano bagagli, posto sopra la cuccetta superiore e a diretto contatto con il tetto del treno. Io non conosco ancora praticamente nulla di questi vagoni, perci mi muovo in modo incerto, cercando di non attirare troppo lattenzione, e soprattutto esamino a fondo le persone attorno a me. Nel posto inferiore opposto al nostro vi una grassa signora dallaria paciosa e serafica, mentre nel posto superiore si sistemato un uomo con un enorme tatuaggio sulla schiena e laria un po svampita. Nel blocco minore immediatamente alla nostra destra ci sono due ragazze dagli evidenti tratti mongoli, mentre nei posti pi periferici stanno altri uomini con tratti somatici orientali, che discutono sommessamente tra loro. Un assortimento di persone piuttosto curioso, e il bello che non potr comunicare con nessuno se non tramite il mio compagno, poich su questo vagone non c traccia di stranieri n tanto meno
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di italiani. La situazione che ne deriva sicuramente interessante, ma non esclude un certo timore. Essere gli unici stranieri in un vagone di cinquanta persone, infatti, potrebbe esporci a episodi poco piacevoli, se per caso incontrassimo le persone sbagliate. Cedere al razzismo facile, molto di pi che non cedervi. Siamo saliti sul treno da oltre mezzora, ma ancora non si parte. I passeggeri, infatti, vengono sempre fatti salire con almeno trenta minuti di anticipo, per permettergli di sistemare tutte le loro cose quando il treno ancora fermo. Quando per scatta il trentunesimo minuto, il treno comincia finalmente a muoversi. Inizialmente arranca con estrema lentezza, come se si fosse appena svegliato da un coma ventennale. Ora sono ufficialmente intrappolato in questo vagone, lanciato in una lenta corsa verso la Siberia. In tutto, il treno effettuer circa ottanta fermate, come recita la tabella di marcia che ci siamo previdentemente procurati, e ognuna di queste soste segner un nuovo confine. Ad ogni chilometro percorso e ad ogni nuova stazione raggiunta, non sar mai stato cos lontano da casa mia. Questa continua ridefinizione proseguir per molte migliaia di chilometri: ad ogni stazione un nome nuovo, un luogo inesplorato, unincognita da vivere. Potrei addirittura esserne spaventato, se la parte di cervello che comanda la paura non mi fosse stata gi precedentemente anestetizzata dallidea del viaggio, la stessa che mi rende ottimista sulle mie capacit di resistenza, le quali ora verranno sicuramente messe a dura prova da questa lunghissima traversata. Ma se ho resistito sessanta ore senza alcuna lesione cerebrale permanente, perch non dovrei resisterne il doppio? Ancora una volta, si tratta solo di valutare quanto si disposti a sopportare per raggiungere un obiettivo prefissato. Unaltra cosa consolante in tal senso il fatto che questo sar il viaggio in treno pi lungo che faremo. Tutti gli altri spostamenti saranno pi brevi, perci se sopravviveremo a questo avremo superato la prova del nove. La prima volta che tento di salire sulla cuccetta superiore, quasi tiro un calcio al passeggero di fianco a me. Devo ancora capire dove mettere i piedi e dove fare forza per salire con leggerezza e non semplicemente ruzzolando alla meglio. Dopo qualche ora, ho preso confidenza con il mio nuovo loculo e mi sembra di aver trovato un sistema efficace per sopportare il caldo, che paradossalmente molto intenso. Anche su questo treno, infatti, il riscaldamento tenuto alto e la temperatura si aggira intorno ai venticinque gradi
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centigradi. La sensazione di afa che ne deriva non eliminabile, si pu solo farci labitudine. Aprire i finestrini impensabile, visto che fuori la temperatura sotto zero: abbassare il riscaldamento improponibile, essendo centralizzato in tutto il vagone e indipendente dalla volont della provodnitsa. Tendo dunque a starmene nel mio giaciglio, in maglietta a maniche corte, rimanendo il pi fermo possibile per evitare di sudare. Il pensiero che sono passate solo due ore e ne rimangono altre centodiciotto piuttosto frustrante ora, se penso che potrei passarle tutte in queste condizioni di calore asfissiante, ma confido che la situazione non rimarr cos statica. So bene, infatti, che le situazioni cambiano continuamente e non si pu mai essere certi di conoscere a fondo le loro evoluzioni. Luomo che ho di fronte nel posto superiore si comporta fin da subito in modo piuttosto strano. La sua voce ha gi un che di femminile, ma non questo che mi preoccupa. Pi che altro non capisco perch ogni volta che va al bagno mi lasci il suo cellulare, invitandomi a guardare una galleria di foto pornografiche. Ringrazio del gentile pensiero, ma chi glielha chiesto e soprattutto chi lo conosce? Mistero. La signora sottostante invece intenta a cucire. Scender a Novosibirsk, citt industriale posta esattamente al centro della Siberia, e quindi rimarr con noi per altri due giorni circa. Sono molto contento di ci: sembra proprio una persona normale e la sua presenza impedir a potenziali ubriaconi di occupare proprio quel posto. Praticamente, ci fa da scudo umano contro i molesti. Lincognita del compagno di viaggio sempre presente in tutti i treni, ma in Russia particolarmente importante: presumibilmente, infatti, una persona che sale su un treno a lunga percorrenza ci rimarr per parecchio tempo, e se si tratta di una persona molesta bisogna trovare il modo di conviverci. Ancora una volta, posso solo sperare di non ricevere in regalo dei compagni di viaggio troppo fastidiosi. Per adesso lunica compagna fedele la musica diffusa per tutto il vagone, proveniente da cassette proposte alla provodnitsa dai viaggiatori stessi. A quanto mi dicono, si pu portare qualsiasi cassetta e poi chiedere di metterla a viva voce sul treno, a patto che contenga musica russa. I generi proposti sono vari: si va dalla dance alla musica popolare, fino addirittura ad una canzone metal. Ovviamente tutto cantato in russo: su questo

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vagone non solo non c traccia di stranieri, ma nemmeno di musica straniera. Osservare il paesaggio non pu essere considerato uno svago: il bassopiano siberiano occidentale, che abbiamo appena iniziato ad attraversare, mortalmente piatto e monotono. Immense distese di terra si alternano alle foreste, ovviamente imbiancate da neve e ghiaccio, e nulla di diverso appare alla vista per ore e ore. Finora abbiamo percorso solo qualche centinaio di chilometri, e so che sono troppo pochi per notare un cambiamento in un territorio cos vasto, ma mi chiedo quanti ce ne vorranno ancora. Tutto ci mi fa sorridere al pensiero di quanto spesso vedremmo mutare il paesaggio se stessimo viaggiando in Italia o pi in generale in Europa. Per quanto possa sembrare noioso, tuttavia, il paesaggio visibile dal finestrino ha qualcosa di tremendamente affascinante. Vedere cos tanta terra passare davanti agli occhi eleva alla quarta potenza la sensazione di piccolezza in confronto al resto del mondo, e soprattutto il senso di solitudine che ne deriva. Posso essere padrone nella mia casa, che non altro che un piccolo e insignificante agglomerato di legno e cemento che verrebbe facilmente spazzato via da un uragano. Ma qui la natura a fare da padrona, ricordandomi che non posso in alcun modo averla vinta contro di lei. In questa stagione i giorni sono molto brevi, e difatti gi alle tre del pomeriggio il sole inizia a scendere, rabbuiando le immense pianure che mi scorrono lentamente davanti agli occhi, sempre uguali a s stesse. Raramente il treno supera i cinquanta chilometri orari, contribuendo ad acuire la sensazione di pesantezza. Alla prima fermata in una citt importante, il treno si arresta per circa mezzora. Le pause nelle stazioni maggiori sono spesso molto lunghe, per permettere ai passeggeri di sgranchirsi le gambe dopo ore di immobilit ed eventualmente fare una scappata alla stazione per comprare da mangiare, ma spesso non serve nemmeno camminare fino alla stazione. Puntualmente, orde informi di venditori ambulanti aspettano sulla banchina larrivo del treno, pronti ad assaltare i passeggeri appena scesi. Li osservo dal finestrino mentre portano in spalla ogni tipo di merce, dalle frittelle ai fiori, dalle cinture ai vestiti caldi, fino al pesce fresco raccolto in mazzi. Qualcuno degli ambulanti sale addirittura sul treno, declamando a gran voce ci che vende e percorrendo lo stretto corridoio a velocit sostenuta. Probabilmente corrono cos perch
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vogliono attraversare tutto il treno in fretta e avere in questo modo maggiori probabilit di trovare un acquirente. Passa anche un uomo che deposita una pila di giornali su ogni tavolino del vagone, passando dopo pochi minuti a riprenderseli e sperando che nellattesa qualcuno li abbia sfogliati e abbia deciso di comprarli. Nessuno attorno a me sembra interessato a fare acquisti, e presto tutti i venditori se ne vanno per tentare negli altri vagoni. Magari saranno pi fortunati. Sulla banchina esterna intravedo perfino qualcuno che vende vasi cinesi e aquile impagliate. Buona parte dei viaggiatori scende per riattivare la circolazione degli arti inferiori, non dimenticando per di coprirsi con un cappotto caldo. Solo pochi individui pigri come me preferiscono rimanere a crogiolarsi sulle cuccette. Non ho intenzione di scendere dal treno: un po perch non voglio prendere freddo, ma soprattutto perch non ho voglia di avventurarmi l fuori. Il posto superiore si libera dallo strano individuo tatuato, che se ne va silenziosamente e senza degnarmi di unocchiata. Qualcun altro salir al suo posto? Che tipo di persona potr essere? Domande come queste mi frullano in testa insistentemente, e aspetto la ripartenza del treno con una certa trepidazione, sperando che non salga nessuno o che perlomeno nessuno si sistemi proprio davanti a me. O almeno, se proprio qualcuno deve sedersi qui, che sia una persona tranquilla. Leterna contraddizione: si viaggia per conoscere nuove culture e persone, ma contemporaneamente non si vuole entrare in contatto con qualcuno nel modo che non abbiamo deciso noi. Aspettare che una persona occupi il sedile di fianco al proprio quanto di pi lontano dalla prevedibilit possa esistere, e non sempre limprevedibilit desiderabile. In situazioni di particolare vulnerabilit si ragiona in modo diverso. Mentre attendo la mia sorte, sento dei forti colpi metallici risuonare dal fondo del treno, colpi che si avvicinano progressivamente al mio vagone, aumentando ritmicamente di intensit. Qualcuno dallesterno sta menando delle gran legnate contro il treno. Dopo che anche la mia carrozza stata colpita un paio di volte, i tonfi si allontanano in direzione opposta. Guardando meglio fuori dal finestrino, scopro un operaio delle ferrovie che ha il compito di verificare che le deiezioni ghiacciate non vadano ad ostruire lo scarico dei bagni. Le toilette, infatti, non hanno un serbatoio di raccolta, e tutto ci che i passeggeri producono viene fatto cadere
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direttamente sulla ferrovia, azionando un pedale che apre il fondo della tazza. Per questo motivo, i bagni vengono sempre chiusi in prossimit delle stazioni: senza questo accorgimento le medesime diventerebbero in breve tempo degli immensi porcili. Loperaio sta dunque frantumando le stalattiti di urina, che scivola lungo il metallo dello scarico e a volte si congela prima di toccare terra. Il treno riparte senza che nessuno abbia occupato i posti rimasti liberi di fronte a noi. Per ora la situazione non si evolver in modo significativo. Un forte strattone, dato dalla locomotiva, scuote i vagoni apparentemente restii a cominciare a muoversi. Sembra quasi che il possente locomotore li abbia scudisciati perch troppo pigri. Peccato che lo strappo labbiano sentito anche gli incolpevoli passeggeri. Se infatti non ci fossero le piccole spondine di protezione, un viaggiatore addormentato sulle cuccette superiori potrebbe essere scaraventato di sotto da uno di questi violenti sobbalzi, che si ripetono puntuali ad ogni ripartenza. Anche i bicchieri poggiati sui tavoli e trasportati dalle persone lungo il passaggio sono a rischio di rovesciarsi, se ci si fa cogliere impreparati. Mentre il treno accelera progressivamente fino ad arrivare alla sua abituale velocit di crociera, inizio a sentire un lieve pizzicorio al naso, che purtroppo conosco bene. Sono le prime avvisaglie di un raffreddore, probabilmente contratto a Mosca durante i trasferimenti in metropolitana, dove c tanta gente in spazi ristretti ed molto facile entrare in contatto con i microbi. Fortunatamente ho una buona scorta di fazzoletti di carta, portati appunto per fronteggiare situazioni potenzialmente irreparabili come questa. Il naso inizia a colare, allinizio blandamente e poi sempre pi intensamente. Il bello che devo soffiarmi il naso con delicatezza, poich qui lo considerano un gesto maleducato come potrebbe essere per un italiano lo sputare in un posacenere. A costo di attirare lattenzione di tutto il vagone, per, mi soffio il naso ugualmente, cercando di essere il pi delicato possibile, per non soffocare nelle mie stesse secrezioni. Tento di sdraiarmi per stare al caldo e rilassarmi un po, finch finalmente cado in uno stato di semi incoscienza. Fuori ormai quasi buio. Il debole sole russo rimasto nascosto tutto il giorno dietro una spessa coltre di nubi grigiastre, ed ormai sceso sotto lorizzonte, come un fuggiasco. Standomene rintanato nel mio cantuccio, riesco infine a trovare una posizione adatta per impedire al naso di colare troppo.
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Ormai il momento di tentare di dormire, ma non so quanto riuscir a riposare in queste condizioni. La prima notte in treno sempre la pi difficile. Si sufficientemente stanchi per aver voglia di dormire, ma non abbastanza per addormentarsi davvero, in mezzo allinevitabile baccano prodotto da un treno in movimento e carico di passeggeri. Spero che il sottile e sporchissimo materasso che mi hanno fornito insieme alle lenzuola non mi causi troppe piaghe da decubito. Le possibilit di muovermi, infatti, sono molto limitate, e solo girandomi o cambiando posizione ho quasi paura di cadere dal letto, vista la scarsa larghezza dello stesso. La protezione della spondina ridicola, ma pur sempre meglio di niente. Tuttavia, alla fine riesco a rilassarmi, ascoltando i rumori e i borbottii della gente che si fanno sempre pi sommessi e ovattati, la radio che viene abbassata sempre di pi fino a spegnersi, il treno che sferraglia sulle rotaie producendo un rumore ossessivo ma alla lunga ipnotico e conciliante il sonno. Latmosfera notturna del platskartnyj incredibilmente accogliente, se si riesce a entrare in sintonia con essa e con i suoi rumori. La sensazione di precariet viene meno, e mi sento quasi nel posto pi sicuro del mondo. Le luci vengono infine messe in modalit notturna, e lentamente scivolo in un sonno leggero e non privo di vividi sogni. La mattina veniamo svegliati dalla radio, che dolcemente d il buongiorno allintero vagone con una musichetta gradevole, ma fin troppo banale e scontata per piacermi. Con ben poca voglia mi sollevo dal sedile, scendendo per sedermi al posto inferiore, e constato che il raffreddore peggiorato. La seconda giornata sul Mosca Tynda passa per entrambi in uno stato di lieve apatia, causata in eguali parti dallimmobilit e dallinattivit forzata, dalla temperatura, dallinsistente raffreddore e dalla mancanza di stimoli dati dal paesaggio. Possiamo ingannare il tempo preparandoci a ripetizione del t e del caff, ma sono tutti rimedi temporanei che fanno guadagnare solo qualche minuto. Perfino il passaggio dei monti Urali, storico confine tra lEuropa e lAsia, scivola come lacqua sul vetro. In realt, in corrispondenza della Transiberiana queste famose montagne sono poco pi che insignificanti collinette, e si superano senza nemmeno accorgersene. Mi sembra di non essermi mai mosso dallo stesso posto, tanto uguale ci che vedo fuori dallo sporchissimo finestrino. Mi viene in mente ora quello che ho letto tempo fa su una rivista scientifica. Essa riportava che,
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per far assumere al nostro pianeta la densit di un buco nero, cio il corpo celeste pi denso che si conosca, bisognerebbe comprimere il pianeta stesso fino a ridurlo alle dimensioni di una biglia. Questa curiosit scientifica mi pare ancora pi eccezionale, se sommo lenorme quantit di terra che ho visto ieri a quella che anche adesso mi sta passando davanti agli occhi. Anche solo comprimere questi pochi ettari nello spazio di qualche millimetro sarebbe unimpresa inconcepibile, e sto parlando solo di una piccolissima parte della Siberia. Questi paradossi aiutano a capire meglio linconcepibilit di un territorio cos vasto come la Siberia, la sua mancanza di senso. Tra fermate, ripartenze e discorsi inconcludenti, arriva di nuovo il momento in cui le luci vengono abbassate. Ma stasera non si dorme: il caldo afoso del platskartnyj e i suoi mille rumori, sommati alle oscillazioni e ai sobbalzi del treno, vanificano costantemente i miei tentativi di prendere sonno. Hanno perso quella carica ipnotica che ieri mi ha fatto addormentare con relativa facilit. Anche se sono molto pi stanco di ieri e in teoria dovrei crollare pi velocemente, la sensazione quella che il corpo si faccia beffe di me e mi dica No, tu non puoi dormire, prima devi soffrire ancora un poco. Sono per stufo di fissare ossessivamente il basso soffitto che ho sopra la testa, perci decido di andare in bagno a svuotare la vescica e anche a sgranchirmi un po le gambe, rattrappite dalle troppe ore di immobilit. Potrei sostare davanti alla porta del bagno, dove c un po di spazio libero. Oppure potrei mettermi nel punto di collegamento tra i vagoni, dove per di solito la gente si rintana a fumare e dove tra laltro il riscaldamento non funziona. Non so dove voglio andare, ma trover qualcosa. Devo per attendere qualche minuto prima di poter scendere dal mio giaciglio, poich appena salito un gruppo di ragazzi ad una fermata, e uno di loro si sta sistemando nel posto superiore di fronte a me. Ora tutti e quattro i letti del nostro pseudo - scompartimento sono occupati. Non voglio disturbarlo mentre sistema le sue cose, cos aspetto che finisca e intanto lo osservo con attenzione. Ha un fisico robusto e muscoloso, capelli rasati a zero, lineamenti del volto grossolani. Quando ha finito di mettere a posto i suoi bagagli, scendo per andare al bagno, ma non appena ho messo piede sul pavimento percepisco che latmosfera del vagone diversa da comera prima. C una lieve tensione che aleggia nellaria, qualche sommesso mormorio. Non saprei spiegare perch, ma mi sento osservato, e
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non in modo positivo. Dopo qualche minuto ho finito di sbrigare le mie necessit in bagno e faccio per tornare a letto, ma non appena rimetto piede in corridoio lo trovo invaso da agenti di polizia armati. Misericordia, che successo? Un agente sta controllando proprio il ragazzone pelato che si sistemato davanti a me. Altri poliziotti chiedono i documenti ai suoi amici, che si sono sistemati nellultimo dei blocchi maggiori, proprio di fianco al bagno dal quale sono appena uscito. Torno al mio posto, fingendo indifferenza ma cercando di non farmi troppo notare. Sar sicuramente un controllo di routine, anche se la sgradevole sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato non mi abbandona. Da dove sono venuti i poliziotti, tra laltro? Si sono materializzati dal nulla? In attesa di capirci di pi, mi siedo dove dorme il mio compagno, anche perch la strada per arrampicarsi sulla mia cuccetta involontariamente bloccata da uno dei poliziotti. Daniele evidentemente stava fingendo di dormire, poich subito si leva e si siede a fianco a me. Dalla sua espressione intuisco che lui ha capito qualcosa che io ancora ignoro, qualcosa di spiacevole. Gli chiedo se per caso ci siano dei problemi, e la risposta S, data fra i denti e con una punta di tensione. A quanto pare, il gruppo di ragazzi appena saliti ce lha con noi. Non si sa bene per quale motivo, ma ce lhanno proprio con noi. Forse si sono accorti che siamo stranieri e la cosa non gli garba, oppure sono ubriachi e hanno voglia di una rissa, oppure una combinazione delle suddette cose. La cosa strana che non abbiamo fatto assolutamente nulla che potesse innervosirli: non abbiamo aperto bocca, n li abbiamo urtati per sbaglio, insomma non gli abbiamo dato neppure il pi insignificante dei pretesti per una ritorsione. A quanto dicono nei loro deliranti discorsi, che io non posso capire, gli allegri masnadieri vorrebbero picchiarci e mandarci via dal vagone, e ne hanno parlato poco fa mentre io ero al bagno, facendosi sentire da tutti i passeggeri e in particolare dalla provodnitsa, la quale ha tempestivamente chiamato la polizia prima che la situazione degenerasse. Non sapevo, infatti, che su tutti i treni russi fosse sempre presente un corpo di polizia armato, a protezione dei viaggiatori. Non appena apprendo cosa sta succedendo, il naso smette immediatamente di colarmi e comincio a sudare freddo. Ci mancava anche di trovarci in questa situazione, adesso. Quali reali intenzioni
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potrebbero avere questi simpatici giovanotti? Le loro minacce saranno solo deliri alcolici, oppure questi hanno veramente intenzione di farci la festa? Anche se non posso fare a meno di paventare il peggio, necessario mantenere la lucidit e la calma necessaria per pensare a cosa meglio fare, perch so che mostrando paura o agitazione non faremmo altro che peggiorare la situazione, gi precaria di suo. Passiamo in rassegna velocemente tutte le possibili strategie. Potremmo tentare la fuga, scendendo dal treno alla prima fermata, ma che fine faremmo? In piena notte, in una stazione sconosciuta dalla quale non sapremmo come andarcene? Forse non una buona idea. Potremmo non fare nulla, sperando che siano tutte soltanto parole a vanvera? Oppure rispondere al fuoco, nel caso diventino violenti? Non sembrano idee incoraggianti. Non incoraggiante nemmeno il fatto che la situazione venga risolta solo grazie allintervento della polizia: verosimilmente dovremo convivere con questi balordi ancora per parecchio tempo, e non giusto n desiderabile che stiano buoni solo perch hanno paura delle autorit. Come faremmo a condividere uno scompartimento con gente che non ci vuole e che aspetta solo il momento giusto per prendersela con noi? Dopo qualche minuto di tensione, sempre con la polizia che percorre il vagone e tiene sottocchio la banda dei sei, Daniele prende liniziativa e va a parlare con gli agenti, per capire come si stia evolvendo la situazione. Rimango seduto da solo sulla branda per alcuni interminabili minuti, resi cos lunghi anche dal fatto che non capisco nulla di quello che dice la gente di fianco a me. Aspetto febbrilmente che il mio compare ritorni per comunicarmi buone notizie. Dopo qualche minuto, un poliziotto mi si avvicina e pare che stia cercando proprio me, poich non appena mi vede mi chiede qualcosa nella sua lingua. Rispondo, con quel poco di russo che conosco, che non capisco nulla, e lui sorride e fa un cenno di approvazione, come per mostrare di aver capito perch quei ragazzi se la sono presa con noi: semplicemente perch non siamo russi. facile prendersela con due stranieri sperduti, specie se prima di salire sul treno si ha un po esagerato con la vodka. Daniele torna infine dalla sua spedizione e sono proprio contento di vederlo, anche se non so ancora che notizie porta. Sembra per che
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la situazione si sia risolta: egli mi assicura che non c da preoccuparsi, che ha parlato con chi di dovere e gli hanno assicurato che se questi ci daranno fastidio li butteranno immediatamente fuori dal treno. Afferma anche di aver trovato delle persone che ci hanno offerto il loro aiuto nel caso venissimo infastiditi. Perfino la provodnitsa si offerta di rompergli lo scopettone in testa, se solo proveranno a fare qualcosa di sbagliato. Non so se lo dica solo per farmi stare tranquillo oppure se sia proprio cos, ma in ogni caso unottima notizia. Un poliziotto raggiunge la nostra postazione e inizia a parlare imperiosamente al ragazzo pelato, che nel frattempo si seduto davanti a me, sul posto occupato dalla grassa signora. Non capisco nulla delle parole, ma chiaro che il poliziotto ha il coltello dalla parte del manico, poich il ragazzo non osa nemmeno ribattere alla ramanzina e tiene gli occhi bassi tutto il tempo, come un docile agnellino. Sono tutti capaci a fare gli splendidi finch non arriva qualcuno pi grosso e cattivo. Dopo pochi minuti, la polizia lascia il vagone e Daniele si rimette in branda con una calma olimpica. Prima, per, mi ammonisce a non andare al bagno dalla parte dove sono andato prima, bens dalla parte opposta, per non incrociare nuovamente il bellicoso gruppetto. Dopodich, poggia la testa sul cuscino e non da pi segni di vita, forse per continuare la tattica dellindifferenza simulata, o forse perch veramente non c pi altro da fare. Non riesco proprio a capire come faccia ad essere cos serafico: io sono ancora piuttosto scosso e non ho minimamente pensato di rimettermi a dormire come se nulla fosse, anche perch adesso il pelatone si messo a letto e se mi giro sul fianco sinistro non posso fare a meno di guardarlo. Non un bel vedere, anche perch so che un tizio instabile potrebbe arrabbiarsi solo perch lhai guardato per pi di quattro secondi di fila. Alla fine per, incoraggiato pi volte dal mio compagno, mi rimetto a letto anchio, ma non ho nessuna intenzione di dormire. Meglio tenere gli occhi aperti ancora per un po. Nonostante la situazione sembri risolta, anche dopo parecchi minuti non riesco a tranquillizzarmi del tutto. Maledico il fatto di essere su questo vagone, ingabbiato per altri tre giorni. Ecco la vulnerabilit di cui parlavo, limprevedibilit del vicino di posto. Poteva capitare anche la persona ostile, e puntualmente capitata. Spero solo che lallegra compagnia non debba rimanere troppo su questo treno, poich noi ci dovremo rimanere fino alla fine. Il ragazzone pelato
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apparentemente non si cura pi di noi, e lentamente la tensione si stempera, tuttavia un piccolo accenno di preoccupazione mi torna quando vedo il figuro scendere di nuovo dalla branda e sedersi dove sta riposando Daniele. Per un attimo penso che voglia provocarlo, ma i due si mettono semplicemente a parlare. Daniele sta intelligentemente tentando di ingraziarselo. Come gi detto, non bene accontentarsi di questa calma garantita solo dallintervento della polizia: meglio cercare di convincere le persone bellicose che la loro ostilit non ha senso. Farsele amiche, poi, sarebbe il massimo. Il ragazzo si chiama Ivan. Non posso capire cosa si dicono i due, ma dopo qualche minuto di conversazione Ivan offre da mangiare al mio compagno, come se nulla fosse. Ma fino a mezzora fa non voleva picchiarci? Ogni tanto sporgo prudentemente la testa dalla branda per vedere cosa stia facendo, e ogni volta lo vedo tirare fuori scatolette di tonno, pane, uova, birra e quantaltro, per poi offrirle generosamente a Daniele. Questultimo non si sogna certo di rifiutarle, nonostante siano ormai passate le undici di sera e non sia esattamente questa lora di abbuffarsi. Ivan chiede in prestito il coltellino svizzero per tagliare il pane, dato che non sa pi dove sia il suo. Ancora una volta non posso trattenere un sussulto, mentre vedo questo poco raccomandabile individuo brandire il nostro coltello con la sua mano tozza. Ma solo unombra di una preoccupazione che non ha pi ragione di essere, poich lunica cosa cui Ivan sembra pensare ora il cibo da condividere con il suo nuovo amico. Il ragazzo non sa usare bene il nostro coltellino, di tipo differente dal suo, e si taglia il pollice aprendo la scatoletta di tonno, facendoci cadere dentro alcune gocce di sangue. Pur disgustato, Daniele mangia anche quel tonno al sangue umano, perch non sarebbe saggio rifiutare ci che Ivan gli sta offrendo. gi tanto che abbia messo da parte lostilit. In Italia probabilmente non succederebbe. Se un po di teste calde vengono fermate dalla polizia prima che riescano a picchiare a sangue uno straniero, difficile che poi le stesse persone vadano a offrire da mangiare alla loro vittima. Il pensiero dellodio univoco, inarrestabile, cieco. Questo non odio, ma pi che altro forte ubriachezza, che a differenza dellodio, prima o poi passa.
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Ivan accende il telefonino e mette in viva voce della musica dance ad un volume altissimo, dirigendosi poi verso il bagno. Ha lasciato il cellulare sul tavolo, dicendo semplicemente a Daniele di ascoltare la musica. Come se ci trovassimo in una discoteca di Las Vegas. Egli non si cura minimamente del fatto che la musica possa disturbare lintero vagone, ma probabilmente cos ubriaco da non rendersene nemmeno conto. Inoltre temiamo che qualcuno si lamenti, facendoci passare per i veri disturbatori del vagone, ma la gente non fa un fiato, forse intuendo la situazione. Quando Ivan ritorna, Daniele viene trascinato in un crescendo di ospitalit e offerte. Ivan lo porta a fumare, poi gli offre della vodka, poi chiama addirittura qualcuno dei suoi amici perch faccia amicizia anche con lui. In pochi minuti si scatena un viavai di persone, anchesse del tutto indifferenti allora tarda e al sonno degli altri passeggeri. Sono molto infastidito da queste intrusioni, ma non posso farci niente: a volte non c altra scelta che lasciarsi trascinare dalla corrente. Di sicuro, per, la situazione attuale notevolmente migliorata rispetto a prima. Ora Ivan tratta Daniele come se fosse un suo amico dinfanzia, continuando a offrirgli cose da mangiare e chiedendogli cosa fa nella vita, come mai in viaggio per la Russia, se ha moglie, e altri simili convenevoli. Solo in tardissima serata, o meglio a notte fonda, il mio compagno riesce a liberarsi della presa, ma solo perch anche Ivan sta crollando dal sonno. Adesso sta tornando anche a me la voglia di dormire, mentre la tensione passata quasi completamente. Solo un dettaglio incrina la mia ritrovata tranquillit: Daniele mi ha appena comunicato che sia Ivan che i suoi amici scenderanno a Tynda. Come volevasi dimostrare, le cose non vanno mai come dovrebbero, e ora siamo obbligati a sorbirci la loro compagnia fino alla fine. Un modo come un altro per vivacizzare un po il viaggio La mattina mi sveglio stranamente riposato e tranquillo, con il sole gi alto nel cielo e il naso ormai gi in fase di guarigione. Quasi non ricordo di aver passato dei brutti momenti, poche ore prima. Non appena riprendo pienamente coscienza, per, voglio per prima cosa valutare le nostre condizioni di sicurezza. Un rapido esame rende evidente che non abbiamo pi nulla da temere: Daniele e Ivan stanno infatti chiacchierando amabilmente, e vengo a sapere che il caro Ivan sta chiedendo a Daniele le stesse cose che gli ha domandato la sera prima, come se avesse rimosso tutto dalla
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memoria. Quanto deve essersi ubriacato prima di salire sul treno, se ha perso la memoria in maniera cos preoccupante? O forse semplicemente cos tonto che non se le ricorda per davvero? In effetti, questo grosso malcikko non ha laria molto intelligente. A me ricorda vagamente un cavallo da tiro, mentre Daniele lo definisce intelligente come un toro. In ogni caso, a tutti e due sembra un animale, sia per laspetto che ha, sia per le quantit di cibo che ingurgita. Uno dei vantaggi di essere gli unici non russi sul vagone quello di poter liberamente parlar male di chiunque, ad alta voce, con la certezza di non essere capiti. Su un qualunque treno europeo potremmo sempre avere il dubbio che siano presenti anche degli italiani, o comunque qualcuno che capisca la nostra lingua, ma qui proprio non c pericolo. La giornata prende fin da subito una piega molto movimentata. Al piattume del paesaggio, che anche una volta superata Novosibirsk non offre alcunch da gustare se non i soliti spazi immensi e vuoti, si contrappone lallegra brigata che ci fa visita continuamente. La grassa signora, che abbiamo scoperto allultimo momento essere uninfermiera di sala operatoria, ha ora lasciato il posto vuoto, e chiss se qualche altro ragazzo turbolento lo occuper. Ma nel caso ci difender Ivan insieme ai suoi amici, poich stiamo rapidamente diventando le mascotte del treno. Nuovi masnadieri si sono aggiunti alla lista: il primo Aleksej, lamico di Ivan dalla parlata costantemente biascicata. Poi c Vladimir, dotato di tre denti dacciaio che brillano quasi di luce propria. Infine c Vasia, che per ci abbandona dopo poche ore, scendendo ad una fermata in uno stato di alcolismo acuto. Tuttavia, se ne aggiungono sempre di nuovi. Parlando del pi e del meno, scopriamo che Ivan e Aleksej sono due taglialegna e lavorano insieme da molti anni. Ora si stanno recando in un paese in prossimit di Tynda, dove spaccheranno tronchi per due mesi prima di tornare a casa. Un lavoro stagionale, e si suppone anche ben pagato, poich stanno gi fantasticando su quanto alcool potranno comprare una volta che avranno ricevuto lo stipendio. La nostra postazione si ormai riempita di persone che vanno e vengono a tutte le ore, non pi per picchiarci bens per offrirci cibo e alcool (acqua mai) e per sapere un po da dove veniamo e come mai abbiamo deciso di passare linverno in Siberia a morire di freddo. Rimaniamo sempre sul vago, mentendo anche un po.
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Siamo italiani, abbiamo parenti in Russia e stiamo andando a trovare degli amici. Punto e stop. Meglio non dilungarsi sulla mole di localit che intendiamo visitare, e soprattutto non dire che siamo qui solo per fare un viaggio. Potrebbero accidentalmente capire che per intraprendere un viaggio simile dobbiamo essere equipaggiati di denaro. Non molto, a dire la verit, ma farcelo rubare sarebbe seccante in ogni caso. I soldi sono ben protetti, dunque dubito che potrebbero trovarceli facilmente: ma di fronte ad una rapina a mano armata, chi avrebbe il coraggio di fingere che non esistano? Tutto sommato, i ragazzi non sembrano malvagi, anche se non ho certo dimenticato lo spavento di ieri sera e mi comporto ancora in modo estremamente guardingo nei loro confronti. Ogni volta che posso mi ritiro nel mio giaciglio, per non farmi trascinare nel loro vortice. Il terzo giorno sul treno passa cos, tra lapatia che ormai sta cominciando a invadermi la mente e il baccano creato dallallegra compagnia di masnadieri. Lapatia per sta iniziando a prevalere su tutto. Progressivamente perdo il conto delle ore e dei giorni passati, non scendo quasi dal letto, mi passa la fame. Rimango in branda non solo per non incontrare la combriccola, ma principalmente perch non ho proprio voglia di muovermi. Fortunatamente, la temperatura interna si assestata su livelli accettabili e lafa dei primi giorni ormai un lontano ricordo. Lunico ostacolo contro cui devo combattere la noia. Tuttavia, ormai mi posso definire quasi un veterano di questo vagone. Inizio a conoscere a menadito la geometria del mio loculo, e ormai mi sono familiari le abitudini dei vicini di posto, i suoni e le vibrazioni che produce il treno quando effettua una curva stretta o quando si lancia in velocit, il consueto strappo della locomotiva al quale devo sempre prestare attenzione. Le lenzuola cominciano a essere notevolmente sporche, coperte di peli, capelli e briciole. Il tavolino ormai ridotto ad un campo di battaglia, tra residui di pesce fresco, fazzoletti di carta usati, bicchieri di birra lasciati a met e altrettante lattine vuote. Le condizioni igieniche personali sono altrettanto precarie: non c modo di lavarsi decentemente con quel microscopico lavandino che c in bagno, dal quale esce un filo dacqua che solo per miracolo non si divide in singole gocce. Il nostro sistema immunitario certamente stimolato a dare il meglio, almeno tanto quanto il sistema nervoso. Ora che non devo pi pensare a come salvarmi la pelle, per, posso pensare ai luoghi che sto attraversando. Qualche cenno storico
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indispensabile per comprendere al meglio limportante svolta che attende il nostro viaggio di qui a breve. Tutti conoscono la grandiosa linea Transiberiana, che stiamo ormai percorrendo ininterrottamente da migliaia di chilometri: costruita tra gli ultimi dellOttocento e i primi del Novecento, tuttoggi la ferrovia pi lunga al mondo con i suoi novemiladuecento chilometri, che si snodano attraverso tutta la Russia partendo da Mosca e terminando a Vladivostok, sulloceano Pacifico e a due passi dalla Corea del Nord. Pochissimi, per, conoscono limmenso progetto architettonico e ingegneristico che ha portato alla costruzione della seconda grande ferrovia russa, chiamata inizialmente la seconda Transiberiana e che oggi reca il nome di ferrovia Bajkal Amur. Essa stata costruita lungo territori ben pi impervi delle brulle steppe che si trovano a nord della Mongolia e della Manciuria, nelle quali passa la Transiberiana. Nessun giornalista occidentale stato invitato allinaugurazione di quella che pu essere considerata la maggiore opera architettonica del secolo, e questo il motivo principale per cui cos poche persone sono a conoscenza della sua esistenza. Costruita a partire dalla prima met del Novecento e ultimata negli anni Ottanta per tentare di dare un nuovo impulso allindustria e alleconomia, specialmente bellica, questaltro serpente d'acciaio collega la regione limitrofa del lago Bajkal, lenorme specchio dacqua posto esattamente al centro della Russia, con la regione del fiume Amur, terminando al cospetto delloceano Pacifico. Il percorso passa a nord della linea Transiberiana e laffianca quasi parallelamente per buona parte della sua lunghezza. 4200 chilometri di strada ferrata, in gran parte ancora a binario unico, che attraversano decine di fiumi, catene montuose e ricchissimi giacimenti minerari, superando le avversit del terreno grazie ad alcuni tunnel e a migliaia di ponti sospesi. Tutto ci stato costruito grazie agli enormi sacrifici dei prigionieri politici e bellici, nonch di migliaia di giovani sovietici nel pieno delle loro forze. Purtroppo, la neoformata ferrovia non ha portato lo sviluppo che avrebbe dovuto, rimanendo ampiamente sottoutilizzata, un aborto di sviluppo. Ora che abbiamo raggiunto Tajshet, importante citt di snodo della Siberia centrale, finalmente le ruote della nostra carrozza poggiano sugli imponenti binari della ferrovia Bajkal Amur. E la percorreremo tutta, fino ad arrivare al punto in cui non sar pi possibile continuare solo perch la mancanza di terra e di binari sotto i piedi ce lo impedir.
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Tynda la capitale della ferrovia, il luogo dove potremo respirare laria di chi ha creduto con tutte le sue forze nelle potenzialit di questo progetto, che purtroppo non ha mai spiccato realmente il volo. Ecco perch labbiamo scelta come prima tappa siberiana. Tuttavia ancora lontana qualche migliaio di chilometri, e siamo ben lontani dal dirci arrivati. Di tempo, comunque, ne passato parecchio: ormai sono cambiati quasi tutti i passeggeri, rispetto a quelli partiti da Mosca. Solo pochi resistono ancora. Il posto lasciato libero dalla grassa signora stato occupato da un tranquillo signore sulla trentina, vestito in maniera piuttosto elegante ma non formale. Finalmente qualcuno che si occupa degli affari suoi, pur non disdegnando di andare a fumare con Ivan e soci, i quali non tardano a fare amicizia anche con lui. Nei posti laterali non c pi nessuno dei passeggeri originari. Il blocco minore adiacente a noi ora vuoto, anche se talvolta viene occupato da due ragazzi che giocano a scacchi. Finalmente qualcosa che risveglia in un lampo il mio interesse e spazza via lapatia con una rapidit impressionante. Dopo averli osservati per un po, mi faccio coraggio e mi propongo per una partita. Qui non serve conoscere il russo, basta indicare la scacchiera con unespressione a met tra il voglioso e il trasognato. I due accettano di buon grado la presenza di un nuovo sfidante straniero. In particolare gioco con Vladi, un simpatico ragazzone russo al cento per cento ma dai tratti somatici che lo fanno sembrare coreano. Si rivela subito un ottimo giocatore, ed chiaro che batterlo non sar facile. Anche quando alle strette, riesce sempre a trovare la mossa migliore per togliersi dimpaccio, e per via di questo mi sfugge pi volte una vittoria che era quasi a portata di mano. Pur impegnandomi al massimo, non riesco a strappargli una vittoria e nemmeno un pareggio: ha sempre una mossa vincente nel taschino, e presto capisco che se vorr vincere anche solo una partita dovr sudare e prenderlo sulla stanchezza. Mi viene in mente solo ora che tra i pi forti giocatori al mondo ci sono molti russi. Mentre giochiamo, i passeggeri vicini ironizzano bonariamente sulla sfida Russia Italia che sta avendo luogo, tifando ovviamente per la Russia, ma guardando con simpatia anche me. Fortuna che non tutti i russi hanno le minacce come modalit di presentazione. Perfino la provodnitsa, che ogni tanto passa a pulire il corridoio con un luridissimo straccio imbevuto di chiss quale porcheria chimica,
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partecipa alle blande scommesse che stanno avendo luogo su chi vincer. Quando Vladi opta per una pausa, dopo aver giocato almeno sei partite di fila, mi presenta suo fratello, molto somigliante sia fisicamente sia nella passione per gli scacchi. Continuo a giocare con lui senza nemmeno concedermi cinque minuti di relax. Non mi lascio certo scappare loccasione di far passare il tempo sul treno, dato che se non si ha nulla da fare non passa mai. Il fratello Karl si rivela leggermente pi debole, e infatti riesco a batterlo pi volte, tra lo stupore degli astanti che si aspettavano probabilmente unaltra ecatombe. Mi sono completamente dimenticato di Ivan, Aleksej e degli altri ubriaconi, e assorbito come sono dal gioco mi sono dimenticato perfino del mio compagno di viaggio, che intanto si sta sobbarcando discorsi goliardici e banchetti gargantueschi. Non appena finisco di giocare con Karl, ritorna Vladi e cominciano altre sfide. Con una partita epica e combattuta fino allestremit pi amara e sofferta, riesco finalmente a strappare lunica vittoria al mio avversario. Riesce a lasciarmi nellincertezza fino allultima mossa, ma finalmente costretto ad abbandonare, poich non potr impedire al mio misero pedoncino di essere promosso a Regina. Anche il suo pedone sta per essere promosso, ma arriver in ritardo di una mossa, che mi sar sufficiente per impedirgli di trasformarsi nel pezzo pi potente della scacchiera. Ci ho messo la bellezza di dodici partite, ma almeno mi sono preso la mia piccola rivincita sullimbattibile scacchista della Bajkal Amur. A mano a mano che la vita sul treno scorre, passano anche numerose localit che ho modo soltanto di intravedere. Grandi citt sorte su enormi e maestosi fiumi, alcuni accenni montuosi che finalmente spezzano la monotonia delle pianure sconfinate, fino ad arrivare al climax: il lago Bajkal. Questa enorme e profondissima massa dacqua, detta anche Locchio azzurro della Siberia, contiene un quinto dellacqua dolce del pianeta: lattuale popolazione mondiale potrebbe bere per cinquantanni grazie alle sue acque. La ferrovia passa proprio di fianco allo specchio dacqua, illuminato da una debole luce grigiastra che filtra dalle spesse coltri di nubi soprastanti. Apparentemente il lago calmo, ma chiss quante correnti scorrono sotto la sua superficie, che verso la fine di gennaio inizier a ghiacciare. Non ci fermeremo sul lago per questioni logistiche, e anche se lacqua non la mia passione sento comunque una notevole attrazione per questo solitario lago, che
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ospita addirittura delle foche. Il Bajkal il lago pi antico dellintero pianeta ed probabile che una volta fosse in comunicazione con il mare artico. Ora le foche vi sono rimaste intrappolate, e ci vivono da millenni. Se fosse estate, si potrebbe noleggiare una barca e farsi portare a vederle, ma autunno e le foche se ne stanno ben riparate nei loro anfratti, invisibili a tutti. La temperatura esterna di quattordici gradi sotto zero, e poche persone salgono alla fermata di Severobajkalsk, il cui nome significa proprio a nord del Bajkal. Tra queste persone vi una zingara, adornata da uno scialle e da numerosi brillantini ungueali. Ella si posiziona nel sedile inferiore del nostro blocco e non prende nemmeno le lenzuola, sdraiandosi subito sullo sporchissimo e consunto piumone. Ligiene, evidentemente, non una delle sue principali priorit. Tuttavia, la donna molto sospettosa nei miei confronti, poich mi sto ancora soffiando il naso di tanto in tanto, e addirittura cambia posto perch ha paura che le attacchi linfluenza e la uccida con i miei virus. Anche laltro passeggero appena salito, Sergej, non tarda a farsi notare in quanto a imprese memorabili: sale sul vagone gi visibilmente ubriaco, si sistema in un posto gi occupato non smettendo un solo minuto di bere, quindi si addormenta in preda ad unebbrezza pesantissima. Pochi minuti dopo, il legittimo proprietario di quel sedile torna dal bagno e trova la piacevole sorpresa. In condizioni normali potrebbe forse riderci sopra, ma il problema che questuomo deve scendere alla prossima fermata e i suoi bagagli sono sotto il sedile dove ora dorme Sergej. Nonostante numerosi tentativi, prima dolci e poi pi rudi, lubriaco non ne vuole proprio sapere di svegliarsi. Lunico modo per permettere allo sfortunato viaggiatore di recuperare i suoi bagagli chiamare rinforzi e sollevare il sedile insieme allubriaco che vi dorme sopra. Io e Vladi aiutiamo nellimpresa, cambiando colore per lo sforzo e suscitando lilarit dellintero vagone. C appena il tempo di tirar fuori di corsa il borsone dello sventurato passeggero, poi cediamo sotto il peso e il sedile si riabbassa di colpo con un tonfo. Ovviamente Sergej non ha fatto una piega. Dopo qualche minuto, tuttavia, lamico ubriacone si sveglia e la prima cosa che fa cercare altro alcool. Scambia per un vasetto di sugo di pomodoro per una lattina di birra, tentando di berlo col tappo ancora chiuso. Ci mette un po a capire che se vuole bere il contenuto deve togliere il tappo, ma nemmeno dopo averlo fatto si
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accorge che quella non birra. Tracanna dunque beatamente delle gran sorsate di sugo e si rimette a dormire con aria soddisfatta. Inutile dire che nessuno toccher pi quel sugo. Non passa molto tempo prima che unaltra scena di alcolismo vivacizzi nuovamente la vita sul platskartnyj. Un ubriaco che dorme in una delle cuccette superiori vicino alla nostre ha bevuto cos tanto che, ondeggiando pericolosamente ad ogni curva, rischia di cadere di sotto. Peccato che sotto di lui ci sia un bambino piccolo. La madre non molto entusiasta di ci, e con grandi urla richiama la provodnitsa, insistendo perch chiami la polizia e faccia rimuovere al pi presto lubriaco, che ha la stessa reattivit di un sacco di patate. Poco dopo, il ragazzo, con gli occhi completamente fuori dalle orbite, viene trascinato via dagli agenti a viva forza, poich pu a malapena reggersi in piedi. Mentre passa di fianco al mio posto, riesco per un secondo a incrociare il suo sguardo: occhi selvaggi, pericolosamente iniettati di sangue, che esprimono un qualcosa di animalesco. La scena potrebbe far ridere, ma in realt piuttosto drammatica, considerando che spesso gli uomini che si conciano cos sono padri di famiglia, che si uccidono di alcool prima del tempo e trascurano le mogli, i figli, il lavoro Mentre ci avviciniamo a Novaya Chara, sfiorando le cento ore di permanenza sul treno, approfondiamo lamicizia con il solito gruppetto, che da un po ha iniziato a interessarsi anche di me. Sempre dietro traduzioni, dico loro che la Russia un bellissimo paese e che non esiste posto migliore al mondo. Meglio non contrariarli in alcun modo, nonostante sfoggino costanti sorrisi a trentadue denti. Chiacchierando, non mancano le incomprensioni divertenti. Per un errore di traduzione, tutti si convincono che io abbia lasciato la ragazza per poter partire per la Russia, mentre in realt volevo dire che se avessi avuto la ragazza probabilmente lei non mi avrebbe lasciato partire per un viaggio simile. Ma ormai si sono esaltati a tal punto che pressoch impossibile fargli capire che non cos, quindi mi tocca subire i loro vivissimi complimenti per ci che ho fatto. Si prosegue con discorsi sconnessi fino a tarda sera, quando la provodnitsa prende a simpatiche bottigliate in testa Aleksej perch sta facendo troppo chiasso e disturba tutti. Larma usata uninnocua bottiglia di plastica vuota, ma non credo che lui si accorgerebbe della differenza se fosse colpito con una
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mazza da baseball. Il ragazzo a pieno regime alcolico, in questo momento. Dopo oltre quattro giorni passati su questo treno sto cominciando ad affezionarmi a tutto ci che lo riguarda. Alle persone, al gabbiotto di legno che mi circonda ogniqualvolta mi sdraio, alle abitudini della provodnitsa che ormai sappiamo prevedere, alla lieve ansia che tuttora mi sale ogniqualvolta il treno si ferma per far salire qualche altro passeggero. Non soltanto mi ormai tutto familiare e non ho pi timore a muovermi per i corridoi, ma mi trovo perfettamente a mio agio anche con tutte le persone presenti, che dopo i primi momenti di tentennamento si sono rivelate molto amichevoli. Non avrei detto la stessa cosa qualche giorno fa, bloccato dal problema della lingua e dellinesperienza. Passiamo la notte svegli, mangiando minestre cinesi preconfezionate e discutendo delle cose pi varie insieme ai due fratelli scacchisti, un po in russo, un po in inglese e un po a gesti. Il resto del treno dorme e probabilmente ci sopporta a malapena, visto il chiasso che stiamo involontariamente producendo. In queste ore di stasi, impreziosite dal cielo stellato della steppa siberiana che appare chiarissimo nonostante il sozzo finestrino, mi sento forse per la prima volta orgoglioso di far parte di questa ciurma di viaggiatori. Abbiamo visto cambiare tutte le persone sul treno, susseguirsi davanti ai nostri occhi scene di ogni tipo, e gli unici punti fissi siamo rimasti noi due. Possiamo considerarci come gli irriducibili del vagone, gli elementi anomali che alla fine sono gli unici a percorrere la tratta per intero e dunque gli unici a viverla fino in fondo. Il paradosso che siamo proprio gli unici due stranieri. Molte situazioni sono mutate in questi giorni: fino a non molto tempo fa speravo che quei baldi ragazzoni sparissero nel nulla, inghiottiti in una singolarit spazio - temporale, mentre ora vado a trovarli per farmi versare dellaltra birra. Peccato che ormai manchino poco pi di dodici ore allarrivo e che presto dovremo abbandonare questo ambiente, che da una parte odiamo profondamente in quanto reclusi in esso senza possibilit di scappare, ma che dallaltra ci sta regalando esperienze fantastiche. A Novaya Chara scende Sergej, munito di giacca pesante, colbacco e spada di plastica da portare in regalo a suo figlio, di pochi anni. notte fonda e allesterno ci sono quaranta gradi sotto zero, ma probabilmente lalcool che ha in corpo sufficiente a non farglieli
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percepire affatto. Con quest'enorme spada in mano, Sergej supera i binari e si inoltra nel buio della periferia cittadina, sparendo dalla vista di tutti. Mi chiedo cosa potrebbe pensare una persona che lo incrociasse per caso, vedendo quellimprobabile ed enorme arma scintillare alla luce dei rari lampioni della citt. Alle cinque del mattino passiamo dalla minuscola stazione di Khani, unica fermata della ferrovia Bajkal Amur in territorio yakuto, e inizia cos lultimo giorno sul Mosca Tynda. Il paesaggio ora montuoso e irregolare, la neve completamente ghiacciata e i ponti che attraversiamo sono molto pi numerosi. Tra birra, cibo, chiacchiere e musica russa, la giornata passa in fretta, e ormai mancano solo poche decine di minuti alla discesa dal treno. Da cinque giorni non poggio i piedi sulla terraferma, ma la gioia di scendere compenetrata da una lieve ansia, dovuta alla mia totale ignoranza su ci che trover una volta sceso. In particolare, sono le temperature a preoccuparmi: non sono mai sceso dal treno e quindi non le ho ancora sperimentate. Ora, per, dovr fare il mio salto nel buio, dunque preferisco essere prudente e coprirmi con tutti i vestiti che ho a disposizione. Impiego almeno un quarto dora a infilare la calzamaglia, due paia di pantaloni gli uni sopra gli altri, doppio maglione con giacca da sci pi il piumino infilato sopra, doppi guanti, doppio berretto pesante. Equipaggiamento antartico. Sono sicuramente il passeggero pi imbacuccato del treno, ma nonostante la figura ridicola non ho intenzione di scoprirmi nemmeno un centimetro di pelle. Il treno comincia a rallentare progressivamente, ma impiega parecchi minuti per entrare nella stazione della citt, ingannando i viaggiatori che gi si aspettavano di scendere da un momento allaltro. Improvvisamente, per, il treno si ferma. Lultima delle ottanta fermate. Lasciamo scendere tutti prima di noi, per poter scaricare con comodo i bagagli una volta liberato il gremito corridoio. Ivan, Aleksej e il resto della comitiva ci stringono calorosamente la mano prima di scendere, ringraziandoci dei bei giorni passati assieme e della nostra cortesia e simpatia. Non posso per fare a meno di pensare che secondo il piano originale avremmo ora rischiato un pestaggio. Questo spiacevole ricordo per dimenticato, quando finalmente tutti se ne vanno disperdendosi per la stazione e lasciando il treno vuoto. Solo adesso possiamo scaricare i bagagli e apprestarci a scendere.
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Sto sudando a pi non posso sotto i molteplici strati di vestiario che ho indossato e non vedo lora di scendere dal treno, anche se ci significher affrontare il gelo siberiano. Sono le nove di sera e la temperatura sar sicuramente bassama quanto? Venti gradi sotto zero? O forse anche quaranta? Come sar il primo respiro? Mi congeler naso e polmoni, facendomi riscoprire nuovamente ci che provano i bambini quando nascono? Mentre percorro il corridoio, laria fredda dellesterno prende sempre di pi il sopravvento su quella riscaldata del treno. Mi sembra di avvicinarmi al patibolo. Ormai non c pi tempo per indugiare: scendo la scaletta, e dopo centoventi ore di volontaria reclusione esco finalmente allaria aperta, nel cuore della stazione di Tynda.

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Capitolo IX Tynda, capitale della ferrovia Bajkal - Amur

Il primo impatto con lesterno non poi cos devastante. Laria fredda mi procura qualche colpo di tosse solo se respiro forzatamente a bocca aperta, ma per il resto rimango enormemente stupito, constatando che non ho per nulla freddo, n ho iniziato subito a tremare, n tanto meno la prima zaffata d'aria siberiana mi ha congelato i bronchioli. Questa situazione mi esalta non poco, e solo ora mi ricordo di aver finalmente abbandonato quel vagone prigione, che ormai vuoto e non richiama pi alcun sentimento di calore e familiarit, bens soltanto ripugnanza. Non ci tornerei per nessun motivo al mondo, sebbene fino a poche ore fa avrei preferito rimanerci ancora per un tempo indefinito. Caricati i bagagli in spalla, cerchiamo subito un taxi per lalbergo. Mi sento incredibilmente pieno di energie e felice di aver scoperto che sopravviver al freddo siberiano, ma quando mi cade locchio sul tabellone luminoso della stazione, mi viene quasi un colpo. Il termometro esterno segna 29 gradi sotto zero. Per tutto il tragitto in taxi non faccio che pensare a questo, assolutamente incredulo: com possibile che con una simile temperatura non mi sia trasformato in un colpo solo in un blocco di ghiaccio? Ignaro dei miei dubbi, che per lui sono sicuramente insensati, il tassista continua a guidare spedito. In pochi minuti ci recapita allalbergo, dove abbondanti cibarie e liquidi subito comprati inghiottono anche questi pensieri e diventano lunica cosa veramente importante. Dopo un viaggio massacrante, durante il quale abbiamo bevuto
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pochissimo, mangiato male e dormito ancora peggio, un letto e del cibo vero sono quanto di meglio si possa desiderare. Ma ancora non posso togliermi dalla testa limmagine di quel - 29 C, scritto in caratteri rossi fiammeggianti. la temperatura che si trova in un surgelatore, capace di anestetizzare completamente perfino la vita dei batteri. Il primo vero contatto con questa citt piuttosto interlocutorio. Una densa nebbia, freddo intenso, strade gelate e anonimi palazzoni tutti uguali tra loro. Il vecchio comunismo sovietico donava gratis le abitazioni alla popolazione, standardizzandole e appiattendole il pi possibile per rendere tutti veramente uguali, e questo il risultato: case sicuramente funzionali e vivibili, ma esteticamente orrende. Non un giardino, non un balcone pi largo di due metri, non una veranda. La temperatura mattutina si aggira sui venticinque gradi sotto zero, ma nonostante ci il freddo non appare affatto insopportabile: la scarsissima umidit presente nellaria rende infatti il gelo insospettabilmente tollerabile. Dopo una ventina di minuti, tuttavia, le mie estremit iniziano a soffrire, protette a malapena da guanti troppo leggeri e scarponcini di pelle totalmente inadeguati per queste temperature. Porto anche una sciarpa, doppiamente avvolta intorno al collo, e devo stare attento a non alitare troppo al suo interno, poich la condensa che si viene a formare appanna immediatamente gli occhiali. Dopo un po, stufo di non vederci pi, decido di togliermeli e scopro che da lontano ci vedo comunque benissimo. Dovevo venire in Siberia per rendermene conto. Passiamo una mezzoretta camminando a ramingo. Ormai il bordo della sciarpa coperto di cristalli di ghiaccio, ma la cosa che mi sorprende di pi passare le dita tra le ciglia e trovarci dei frammenti di lacrime congelate. Inoltre, quando mi soffio il naso nei fazzoletti di cotone devo ricordarmi di sfruttarli al massimo finch sono puliti. Il freddo intenso, infatti, solidifica in fretta le secrezioni e gi dopo pochi minuti il fazzoletto diventa un blocco duro e impossibile da dispiegare. Il vento trasporta lungo le strade alcune spettacolari scie di nevischio, che ondeggiano sinuosamente come delle lunghe fruste animate da mano umana. Non nella citt in s che bisogna cercare la vera anima della Siberia, bens in questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. Non si pu non fermarsi ad osservare in silenzio la scena quando, in una giornata senza vento, si vede il fumo di una ciminiera salire diritto per
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qualche metro, poi piegarsi ad angolo retto e continuare a espandersi in orizzontale, poich in quei pochi metri si raffreddato troppo per salire ulteriormente. lo stesso principio per cui una stufa fredda fatica ad accendersi correttamente, fumando e intossicando tutti invece di scaldare. Ma vedere ci accadere allaria aperta davvero stupefacente. Dopo unora passata allaperto, il freddo accumulato nelle viscere notevole. A intervalli regolari dobbiamo fermarci ed entrare a scaldarci in uno dei tanti negozietti sparsi per le strade. Questi baracchini di vetro e metallo sono aperti tutto il giorno e hanno sempre doppie porte, per isolare meglio dal freddo esterno. I russi probabilmente li vedono solo come negozi, ma noi che non siamo abituati a questo gelo li vediamo pi che altro come luoghi di ricreazione, nei quali entrare unicamente per riprendersi dal gelo. Il problema che se ci si vuole scaldare efficacemente, il che richiede parecchi minuti, bisogna per forza comprare qualcosa. Difficile rimanere indifferenti in tre metri quadrati di spazio, con la commessa che subito chiede cosa vuoi comprare. In uno di questi negozi mi procuro un paio di valenki, tipici e caldissimi stivali invernali russi fabbricati con feltro pressato, pi un paio di guanti imbottiti di pelo. Senza i vestiti adatti, stare per lungo tempo allaperto impensabile. Nella generale anonimit delle strade, riusciamo infine a scovare il museo dedicato alla ferrovia Bajkal Amur. Sfortunatamente, capitiamo proprio nel giorno di chiusura settimanale: una beffa non da poco, considerando leccezionalit del trovarsi qui ora. Mentre stiamo gi voltando i tacchi, passa lungo la strada un uomo che ci nota e subito si interessa a noi, chiedendoci se vogliamo visitare il museo. Si tratta infatti del gestore! Non appena scopre che siamo interessati ad una visita (e non potrebbe essere altrimenti, considerati i chilometri che abbiamo percorso per arrivare qua), non ci pensa due volte ad aprirci e organizzarci su due piedi una visita guidata. In quanti musei al mondo ci si pu permettere di farsi aprire nel giorno di chiusura e, non paghi, farsi addirittura organizzare un tour personale? Evidentemente, i turisti qui sono merce cos rara che bene non farli scappare. Una giovane donna dagli enormi occhi azzurri ci saluta calorosamente e inizia subito a condurci per tutte le stanze, gonfie
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di oggetti fino a scoppiare. Non avrei pensato che un museo siberiano potesse essere cos ricco. La fitta parlantina della nostra guida, che commenta ogni minimo dettaglio, non mi permette di capire granch, anche perch il mio compare mi traduce solo lessenziale, affascinato com dallenorme quantit di reperti storici. Si parte dalle tende e dai vestiti delle antiche popolazioni che vivevano qui, per poi passare alle slitte e agli strumenti che gli sciamani utilizzavano per richiamare gli spiriti buoni e scacciare quelli cattivi. In un luogo come la Siberia difficile non sentire un enorme legame con la terra e con la spiritualit che ne deriva. La superstizione molto presente anche oggi nella popolazione: i rituali e i gesti che allontanano la malasorte sono tuttora praticati, e non solo relegati a curiosit del passato. I secoli passano e le stanze del museo si spostano lentamente verso la modernit, fino ad arrivare ai saloni che contengono tutte le testimonianze della costruzione della ferrovia Bajkal Amur. Innumerevoli fotografie della ferrovia in costruzione e dei suoi operai che fanno uno spuntino seduti sui binari, caschi e tute da lavoro, modellini delle abitazioni a forma di vagone cilindrico nelle quali alloggiavano i lavoratori, ricostruzioni di una stanza russa del secolo scorso, cartine geografiche, targhe ferroviarie e stemmi a non finire. Il tutto condito dalla voce acuta dellinarrestabile donna, che non smette un solo secondo di commentare, spiegare e gesticolare. Il mio amico comincia a dare segni di cedimento: ad un certo punto mi confida che gli gira la testa a causa di tutto quel parlare a macchinetta, e che non mi traduce pi nulla per non rischiare di diventare pazzo. Quando le stanze finiscono, lei vuole sapere come mai siamo finiti proprio a Tynda e quale sar la nostra prossima destinazione. Suscitiamo sempre una gran curiosit in tutti i russi che incontriamo. Rispondiamo che la nostra prossima tappa sar Verkhnezejsk, una cittadina fantasma a poca distanza da Tynda. Come spesso succede durante i viaggi, le cose pi belle arrivano in modo totalmente inaspettato, e infatti la nostra signora ci rivela subito di avere unamica che abita proprio l. Si tratta di uninsegnante di scuola elementare, la quale, subito contattata telefonicamente, afferma che domani ci guider per il paese. Assicura anche che provveder personalmente a garantirci un posto per dormire nellunica sistemazione che la cittadina offre ai
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forestieri. Questo insperato aiuto arriva proprio come il cacio sui maccheroni, poich le ricerche su questa cittadina non hanno dato molti frutti e conosciamo molto poco di essa. Sono bastate poche parole, e gi la situazione si ribaltata. Linsegnante conclude la telefonata assicurando che non si limiter a guidarci per la citt, ma addirittura ci presenter ai bambini del paese. Ci hanno preso per alieni da esibire! Ringraziando vigorosamente la nostra signora per lottimo aiuto datoci, torniamo finalmente a riposarci in albergo. Dopo aver perso almeno cinque minuti per liberarmi dei due berretti, delle due giacche, dei pantaloni da sci, dei due maglioni, del maglioncino e delle due paia di calzettoni pesanti, oltre che dei pesantissimi e ingombrantissimi valenki, finalmente mi posso stravaccare a letto. Non abbiamo voglia di fare assolutamente nulla. Non c certamente vita notturna in questa squallida cittadina, e anche se ce ne fosse siamo troppo stanchi per tentare di uscire a far qualcosa. Nel corso della serata recuperiamo per sufficienti forze per farci una passeggiata di non pi di dieci minuti, limite massimo vista la temperatura decisamente bassa. Il termometro segnala trenta gradi sotto zero, meglio non sfidarlo. Solo qualche rara automobile rompe il silenzio delle strade deserte, sbuffando vigorosamente come per evitare il congelamento del motore. A queste temperature, anche un banale guasto pu creare situazioni pericolose. Il cielo sereno illuminato da una falce di luna rivolta a ponente, ma lilluminazione artificiale non lascia spazio per le altre stelle, annegate nei riflessi giallognoli della luce dei lampioni che rivolgono la luce in tutte le direzioni, oscurando i cieli. Passa unaltra giornata nei meandri della fredda Tynda, senza incontrare nulla di particolarmente emozionante. La Siberia una terra che dorme di un sonno senza sogni, e cos dormono anche le sue citt, ben lontane dalla frenesia occidentale. Il freddo continua a essere intenso e per un breve periodo della mattinata raggiunge addirittura i quaranta gradi sotto zero, ma i vestiti pesantissimi, lincessante camminare e lassenza di vento ci fanno paradossalmente patire il caldo. Ad un certo punto, addirittura ci togliamo i guanti, poich le mani hanno iniziato a sudare. Passeggiando per le strade, notiamo improvvisamente unenorme statua composta da lamiere saldate tra loro, raffigurante un uomo che solleva un martello fin sopra la testa, caricando il colpo. Un
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altro simbolo della costruzione della ferrovia Bajkal Amur. Non c altro di interessante che colpisca lattenzione. Una fitta nebbia scende sugli spopolati viali, e la sera cala velocemente. tempo di abbandonare la citt e puntare a Verkhnezejsk, un vero e proprio villaggio fantasma, abitato da duemila anime e dal quale passa un solo treno al giorno, alle due e mezza di notte. Si pu constatare facilmente che esistono dei tratti di ferrovia impossibili da vedere di giorno, a meno che non ci si voglia avventurare a piedi. La fissit degli orari impone che alcune zone vengano attraversate sempre e solo di notte, coprendole di un alone d'eterno mistero. Lunica possibilit di vederle di giorno approfittare dei rabocij poesd, cio i treni dei lavoratori. Viaggiano a orari diversi, ma sono pi lenti, percorrono solo brevi tratti e soprattutto sono riservati agli operai. Si potrebbe sempre tentare di corrompere un macchinista per salire sul suo treno, ma un rischio che forse non vale la pena di correre. Lunico treno disponibile per raggiungere Verkhnezejsk ha ancora le porte tenacemente chiuse. Siamo infatti giunti al binario con molto anticipo, per non rischiare di perderlo. La temperatura nuovamente intorno ai trenta gradi sotto zero: in queste condizioni lattesa si fa pesante, poich il binario lontanissimo dalla stazione e non c alcuna possibilit di entrare in un ambiente caldo. Mani e piedi si infreddoliscono velocemente, mentre il subdolo vento si insinua spietatamente in ogni angolo di giacca non perfettamente chiuso. Il mio naso sta diventando rosso fuoco, e tra poco inizier a farmi male e poi a diventare bianco. Non desidero altro che quelle maledette porte si aprano, ma le ferrovie russe sono totalmente indifferenti ai miei lamenti. Le porte si apriranno solo quando lo decider il capotreno. Tutto ci che posso fare saltellare sul posto, sperando di rallentare il congelamento, ma con scarsi risultati. Ora s che sento i trenta gradi sotto zero, mentre quando ero appena sceso dal Mosca Tynda parevano innocui. Mi sembrava strano che fosse cos facile. Ho i guanti pesanti addosso, ma sembrano non avere pi alcun effetto e cominciano a farmi male le mani dal freddo. Quando finalmente il capotreno apre le porte, le mani mi si sono ghiacciate al punto che fatico a trovare il biglietto nelle tasche, non sentendo quasi pi nulla con i polpastrelli. Riesco infine a trovarlo, e dopo il
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classico controllo saliamo finalmente sulla carrozza. Il vagone un kup, stavolta molto pi popolato rispetto allincompreso Venezia Mosca, e soprattutto diverso anche strutturalmente. La prima classe russa canonica consiste infatti in scompartimenti con quattro posti letto, sistemati come in un blocco maggiore di un platskartnyj, con la differenza che qui c una porta che si pu chiudere a chiave. Le cuccette sono inoltre notevolmente pi comode. Nonostante diverse persone abbiano preso posto sul vagone insieme a noi, nessuno ha occupato i posti liberi del nostro scompartimento. Meglio cos, se non salir nessuno staremo pi comodi e non dovremo sorbirci eventuali compagni di viaggio ubriaconi o molesti. Una volta sistemati i bagagli negli spazi a disposizione, paradossalmente pi stretti di quelli di un platskartnyj, possiamo finalmente rilassarci e assorbire tutto il calore che lentamente il treno inizia a sputare dai bocchettoni dellaria. Lesterno del vetro in parte ghiacciato, e il forte riscaldamento del treno fa s che ci sentiamo come in una culla felice, dalla quale fortunatamente non ci smuoveremo pi per altre venticinque ore. Durante la notte, un guasto meccanico ci costringe ad aspettare due ore e mezza in pi del previsto bloccati in mezzo al nulla della ferrovia Bajkal Amur. Fuori dal finestrino non si vede niente, tutto troppo scuro. Tutto ci che possiamo fare fissare il soffitto, ascoltando i rumori degli operai mentre riparano la carrozza nel penetrante gelo della notte. Fa impressione pensare che anche in questo frangente c qualcuno che lavora per noi, immerso nel gelo della notte siberiana. Senza questo continuo andirivieni di persone, che nonostante le difficolt sono l a sacrificarsi per qualcun altro, tutto si fermerebbe, e una localit cos desolata come la Siberia riceverebbe il colpo di grazia. Nellattesa, non posso fare a meno di pensare a quanto sia fragile la nostra condizione di benessere: basta un minimo guasto meccanico per creare una situazione potenzialmente pericolosa. LOrient Express di Agatha Christie rest fermo per giorni in mezzo al nulla, bloccato da un cumulo di neve, ma ci serviva per creare suspense e tenere gli occhi del lettore fissi sulla pagina. Se dovesse succedere a noi, adesso, nella realt? Non potremmo nemmeno chiedere aiuto tanto facilmente, poich nei tratti di ferrovia dove non c nulla (e sono la maggioranza) non ci sono nemmeno ripetitori e quindi i cellulari non hanno campo. Abbiamo comprato una scheda telefonica russa
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per comunicare pi facilmente, ma anchessa non pu fare miracoli se non c rete, dunque siamo potenzialmente isolati. Finora abbiamo dato per scontato che gli orari di partenza e arrivo sarebbero stati rispettati, che niente si sarebbe piazzato in mezzo ai binari per fermare il treno, che se avessimo chiesto dei viveri al provodnik egli sarebbe stato in grado di fornirceli. Ma potrebbe non essere sempre cos facile, qualcosa potrebbe andare storto. Sono pensieri che affiorano facilmente in superficie quando si vive una situazione come questa, anche se sappiamo tutti che non verremo di certo abbandonati e alla fine in qualche modo il treno ripartir, recapitandoci in un luogo civilizzato. Dormiamo qualche ora in modo approssimativo e scomodo, svegliandoci e riaddormentandoci pi volte, finch alle cinque di mattina il treno finalmente giunge a Verkhnezejsk. C un gran movimento quando arriva il treno in questa cittadina: esso infatti rappresenta lunica possibilit di andarsene dal paese, destate come dinverno. Non importa quando si decida di partire, c una sola possibilit: stare svegli fino a notte fonda e salire su questo treno. In realt ne passano due, a distanza ravvicinata: uno va verso ovest, laltro verso est.

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Capitolo X Verkhnezejsk. Un paese fantasma

Pur nel buio, non sembra difficile trovare lalberghetto che la professoressa dovrebbe averci prenotato: lunico edificio nelle vicinanze, ed esattamente di fronte alla stazione. Attorno non sembra esserci proprio nulla, solo gruppetti di alberi e buio impenetrabile. Non ci preoccupiamo troppo di svegliare i custodi con il nostro arrivo: se di qui passa sempre e un solo treno e sempre a questora, proprio adesso che gli albergatori si aspettano larrivo dei clienti. Appena entrati nella piccolissima hall, veniamo ricevuti da una donna dallaria piuttosto annoiata, ma che evidentemente ha ricevuto una segnalazione su di noi, poich pare riconoscerci subito e in un batter docchio ci assegna una camera. E pensare che non potremmo stare qui, poich solo adesso veniamo a sapere che tale struttura adibita al pernottamento dei soli operai della ferrovia. Tuttavia, essendo stati ben raccomandati, ci guadagniamo una cameretta nella quale riusciamo a entrare allo scoccare delle sei. Un orario insolito per andare a dormire, dopo un viaggio di un giorno intero. La camera molto accogliente e i suoi letti sono perfettamente comodi, ma non c nulla da bere, e tanto per cambiare abbiamo una sete terribile. Lo sforzo di portare i bagagli ha fatto il resto, e ora daremmo qualunque cosa per un bicchiere dacqua, ma ci dobbiamo accontentare di riscaldare un t con gli appositi scaldini presenti in ogni camera dalbergo russa. Questi aggeggini sono comodissimi: si riempiono con acqua di rubinetto, si
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chiudono, si accendono e quindi si spengono automaticamente una volta che lacqua bolle. La bollitura indispensabile: lacqua che sgorga dai rubinetti russi non poi cos pura e incontaminata, e sicuramente non subisce le centinaia di controlli che a casa nostra lacqua deve obbligatoriamente superare per essere considerata potabile. Tuttavia, la bollitura non mi impedisce di sentirmi nauseato dopo aver trangugiato velocemente il t. Probabilmente lacqua piena di cloro. Nonostante abbia ancora una sete intensa, preferisco evitare ulteriori dosi di acqua di rubinetto e finalmente mi butto sotto le coperte, raggiungendo il mio compare che gi da un po crollato esanime sugli enormi letti. Sono ora in uno strano dormiveglia, e non riesco bene a percepire cosa accade attorno a me. Suoni deboli e ovattati mi giungono alle orecchie, provenienti dalla finestra che d sulledificio principale della stazione. Solo in certi momenti ho la certezza di sentirli: a volte mi sembrano solo delle allucinazioni uditive. A mano a mano che lo strano suono si ripete, esso acquista caratteri sempre pi delineati. Ci metto un po a capire che si tratta di una sirena, forse utilizzata per annunciare larrivo di qualche treno merci. Riesco a distinguere anche una voce femminile, amplificata da un altoparlante, che declama nella sua strana lingua limminente arrivo di questo convoglio. Il suo tono acuto e un po flemmatico riempie la penombra della camera, ormai sul punto di essere rischiarata da un timido sole invernale appena sorto. Ogni tanto mi riaddormento, mescolando i sogni alla realt, come succede quando si troppo stanchi per dormire ma troppo distrutti per rimanere svegli. In questo limbo di incertezza, permeato da pensieri distorti e confusi, devo faticare per riprendere pienamente conoscenza. Sono le nove di mattina, ed cos che inizia la nostra giornata a Verkhnezejsk, dopo sole tre ore di sonno. Ripresici un po dalla martoriante e frammentaria nottata, ci copriamo con tutti i vestiti che abbiamo a disposizione e partiamo alla scoperta di questo borgo dimenticato. Quando si ha voglia di staccare dalla quotidianit e si pronunciano le fatidiche parole Vorrei andare via per un po in un luogo isolato e dove non mi conosce nessuno, a Verkhnezejsk che si dovrebbe andare per avere il massimo delleffetto possibile: lisolamento di questo paesino infatti estremo. Prima particolarit che salta immediatamente allocchio il totale decentramento della stazione rispetto al paese: i due sono separati da almeno un chilometro di
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strada, larghissima e completamente ghiacciata, fiancheggiata unicamente da abeti congelati. Il sole riverbera sul ghiaccio infastidendo notevolmente la vista, eppure non scalda minimamente latmosfera. Lastro sembra solo una grossa torcia atta a illuminare il paesaggio, pi che la rovente stella che nei giorni estivi brucia le carni delle labbra. Questo sole che non riscalda un altro assurdo che la Siberia ci regala con naturalezza. Il plumbeo silenzio della mattinata assordante. Non c una persona che cammina per gli stradoni, e solo un trotterellante husky tenta in qualche modo di riscaldarsi, correndo qua e l senza una destinazione precisa. Il freddo ancora una volta molto intenso: la temperatura raggiunge i trentacinque gradi sotto zero, ma la pressoch assoluta assenza di vento lo rende ancora una volta molto ben tollerabile, se adeguatamente coperti. Ci non toglie che questo gelo anestetizzi tutto ci che incontra. Il paese concentrato in poche centinaia di metri quadrati: per il resto c solo foresta, steppa e assoluta desolazione. Fin dove occhio pu vedere oltre il paese, lunico segno di presenza umana stabile sono i tralicci della corrente, impiantati nel terreno a intervalli regolari. Giunti in paese, uninsegna circolare ci d il benvenuto, ed lunica a comunicarci qualcosa nel vuoto generale. Agglomerati di condomini cadenti sono posti in maniera molto irregolare, tuttavia buona parte di essi contornata da giochi per bambini. In Russia non mancano mai scivoli e altalene, nemmeno nel pi derelitto e sperduto ammasso di baracche. Una scelta sensata in una nazione dove let media bassa. Qualche decina di metri pi lontano, alcuni pollai e altri edifici di legno marcio giacciono in stato di apparente abbandono. Pochissime persone sono visibili nel centro cittadino, e quei pochi si stanno tutti recando agli unici due negozi di alimentari, rustici fino alleccesso ma perfettamente riscaldati e anchessi dotati di doppia porta. Non so cosa ci sia da fare qui a parte uscire per comprare da mangiare. Scattiamo delle fotografie in modo molto guardingo, quasi rubandole. La presenza di viaggiatori stranieri, sperduti in un posto come questo, risulterebbe molto strana e potrebbe attirare attenzioni indesiderate. Meglio non farsi notare, scivolando via come fantasmi. Del resto, questo paese non pu essere definito altrimenti che ectoplasmico. Non abbiamo comunque modo di
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scattare molte foto, nemmeno volendo: le bassissime temperature sono mortali per le batterie, che si scaricano con una velocit impressionante e riprendono vigore solo quando ritornano ad una temperatura normale. Non instauriamo contatti con nessuno, solo con la natura e con la tremenda e vertiginosa solitudine che regna sovrana in questo piccolo angolo di mondo dimenticato. Una solitudine terribilmente pesante da sopportare, anche se solo per poche ore. Secondo le pochissime informazioni che abbiamo su Verkhnezejsk, fuori dal paese dovrebbe esserci un lago artificiale. Lesplorazione della cittadina terminata in un quarto dora, sufficiente a girarne ogni angolo, e la ricerca del lago rappresenta un buon modo per passare il tempo prima che il sole cali. Percorriamo dunque la lunghissima traversa della strada che congiunge la stazione con il paese: si tratta di unaltra strada fantasma, percorsa ogni tanto da qualche fuoristrada che verosimilmente si reca a qualche vicina miniera o simile. La strada non finisce mai, e soprattutto non cambia mai aspetto. Sempre la stessa lingua di ghiaccio serpeggiante, fiancheggiata da piante stecchite e da tubi dellacqua isolati in modo osceno. persino probabile che nessuno si sia accorto dei difetti di isolamento delle tubature, nascoste come sono tra gli alberi. Solo le linee elettriche, parallele alla strada stessa, ci tengono compagnia in questa lunghissima camminata che pare non condurre in nessun luogo. come se lobiettivo si spostasse sempre un po pi lontano a mano a mano che noi avanziamo, diventando sempre pi irraggiungibile. Si rischia di perdere i punti di riferimento, avventurandosi in mezzo a questo nulla, ma fortunatamente la strada ben tracciata ed impossibile perdersi. Dopo unora abbondante di camminata, tuttavia, non siamo ancora giunti in nessun posto, e il bacino artificiale appare solo in qualche punto da dietro gli alberi, ma non chiaro come si possa raggiungere. Il sole gi molto basso sullorizzonte ed prossimo a tramontare, nonostante non siano nemmeno le quattro. Meglio rientrare, non vorremmo trovarci in mezzo a questa strada con il buio, anche se con il cielo terso di oggi ci potremmo godere una vista delle stelle come mai le abbiamo viste a casa nostra. La visita del paese stata formalmente infruttuosa, ma in realt estremamente intensa: abbiamo tastato un angolo di mondo dimenticato, uno di quei posti che farebbero inorridire un
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occidentale al pensiero di viverci tutto lanno. Curiosamente, la donna che ci ha permesso di vivere questesperienza non si pi fatta viva, nonostante fosse in possesso del nostro numero di telefono e sapesse benissimo che oggi era il giorno del nostro arrivo. Ci ha prenotato il posto per dormire, ma poi pi nulla. Una misteriosa benefattrice troppo timida per mostrarsi, oppure uninguaribile sbadata? Probabilmente non lo sapremo mai. Rientriamo alle sei di sera e ci tratteniamo per qualche minuto ad osservare alcuni operai, vestiti con la classica pettorina arancione, mentre lavorano su un treno merci fermo in stazione. Sbuffi di vapore quasi congelato escono ritmicamente dalle loro bocche e narici. I loro corpi paiono coperti sorprendentemente poco in relazione alla rigidissima temperatura, che ormai difficile da sopportare anche con tutti i vestiti pesanti addosso. Anche nei luoghi pi sperduti, la macchina sociale non si ferma mai, come abbiamo potuto notare anche stanotte quando eravamo bloccati in un anonimo e buio tratto di ferrovia. Qualcuno sta lavorando in questo momento per garantire che domani in unaltra localit arrivino cibo e vettovaglie, e per adesso siamo semplici fruitori di questimmenso organismo, non pi contribuenti ad esso. Anche stanotte, infatti, approfitteremo del lavoro e delle fatiche altrui per andarcene da Verkhnezejsk, col solito treno delle due e mezza. Lattesa si prospetta lunga: passeremo queste ore tentando di dormire per recuperare un po di sonno arretrato. Dalle finestre del nostro minuscolo appartamento ancora visibile un tenue riflesso della luce solare, che illumina solo di sbieco la facciata della stazione, decisamente sovradimensionata per un paese cos piccolo. Il suo tetto spiovente e asimmetrico non ha precedenti nella storia dellarchitettura ferroviaria a noi nota. Finalmente cadiamo in un qualche genere di sonno, ma non passa molto tempo prima di doverci nuovamente destare per prendere il treno. Alle due in punto abbandoniamo definitivamente la nostra camera e raggiungiamo la piccola e semivuota sala dattesa della stazione. Le sue porte sono isolate male e un po di freddo riesce a filtrare allinterno, perci bene tenersi addosso berretti e giacche. Qualcuno aspetta insieme a noi lunico treno che questa cittadina pu offrire, e hanno tutti laria piuttosto assonnata. C solo da sperare che non capiti qualche imprevisto anche stanotte e che il treno arrivi in orario, poich aspettare in questa stanza sarebbe
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estenuante. Fortunatamente, la puntualit dei treni russi tale che alle due e mezza precise arriva il nostro mostro meccanico, sbuffando e stridendo sulle rotaie congelate. Dopo aver dormito al meglio delle nostre possibilit, visti i ritmi irregolari ai quali le ferrovie russe ci costringono, la Bajkal Amur orientale si mostra ai primi raggi della mattina in tutta la sua tragicomica peculiarit. I binari corrono in mezzo a distanti montagne e foreste spoglie, incontrando talvolta delle macchine operatrici al lavoro per riparare un giunto di un ponte o per consolidare un terreno poco stabile. A distanza di decine di chilometri luna dallaltra, spuntano come funghi le stazioni minori. La maggior parte di esse non sono altro che squadrati e minuscoli edifici in pietra, tutti identici tra loro e recanti solamente una piccola targa con il nome della stazione stessa. Attorno alle stazioni non c assolutamente nulla. Questapparente bizzarria presto spiegata: mentre in condizioni normali le ferrovie vengono costruite per collegare due zone gi floride e bisognose di scambi commerciali proficui, in questo caso la ferrovia stata costruita per prima, pensando che avrebbe portato lo sviluppo. Come sappiamo, non stato cos, e in molti punti il paese non mai sorto attorno alle stazioni, creando questi relitti architettonici utilizzati solo dai pescatori e dai cacciatori durante i mesi estivi. Altri nonsensi storici sono le torri di guardia poste allinizio e alla fine di ogni ponte, presidiate da soldati armati. Si godono certamente unottima vista dalla loro posizione sopraelevata, ma credo che nella loro vita professionale abbiano ben pochi sussulti demozione, se questo il luogo sul quale devono vegliare. Stanno a guardia di foreste interminabili, intervallate solamente da villaggi insignificanti, palazzi sventrati e fabbriche abbandonate da chiss quanti anni e lasciate marcire lentamente nelloblio. Attraversando fiumiciattoli gelati, cumuli di rovine legnose e altre cittadine fantasma del tutto uguali a Verkhnezejsk, la Siberia ci inghiotte, fagocitandoci e rendendoci partecipi della sua tronfia insensatezza. Fendendo lentamente il vuoto e insinuandoci sempre pi profondamente nelle foreste vergini, aspettiamo solo di giungere a Komsomolsk na Amure, cos da riprendere in qualche modo i contatti con la civilt. In un paese come la Siberia, basta una breve lontananza da un luogo abitato per sentirsi quanto mai fragili e sperduti.
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Capitolo XI Due terroristi a Komsomolsk na Amure

Komsomolsk era il nome dellorganizzazione dei giovani dellUnione Sovietica. Ragazzi che, sotto la spinta del nascente comunismo, si muovevano animati da ideali di conquista e di rinascimento culturale e sociale. Essi fondarono Komsomolsk naAmure nel 1932, convinti di poter costruire una citt felice, ma il loro progetto fall. Basti pensare che la citt fu costruita anche grazie allingente aiuto dei prigionieri di guerra giapponesi e delle migliaia di reclusi nei campi di lavoro staliniani. Come si pu pensare di costruire la libert facendola costruire da persone non libere? Anche Komsomolsk non un granch. Di fronte ad un generale squallore delle strade, ai lati delle quali giacciono alcuni cumuli di rifiuti mai raccolti, sorgono palazzi grigiastri ancora una volta tutti uguali e anonimi. Questa citt, per, porta alcune interessanti eccezioni alla monotonia russa. Essendo stata fondata dai giovani, ogni tanto qualche edificio spicca per i suoi colori vivaci. Alcune suggestive statue e un enorme mosaico commemorativo fanno la loro bella presenza a poche decine di metri dal fiume Amur, che completamente gelato in superficie. Dal fiume spira un fortissimo vento che fa sembrare la temperatura molto pi bassa di quelle sperimentate in precedenza, nonostante faccia decisamente pi caldo. Siamo infatti intorno ai quindici gradi sotto zero, chiaro effetto della vicinanza delloceano Pacifico, che dista poco pi di quattrocento chilometri. Ormai abbiamo quasi raggiunto la fine del
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continente, e pare incredibile esserci riusciti spostandosi solo con il treno. Mai e poi mai avrei pensato, fino a pochi anni fa, che avrei raggiunto le rive delloceano pi grande del mondo tramite le rotaie. Dopo aver girovagato per qualche decina di minuti in taxi, cercando lalbergo pi economico possibile, finalmente troviamo quello che fa per noi. Siamo per sfortunati ad aver trovato in turno unalbergatrice estremamente pignola. Solo nelle trappole per topi si trova il formaggio gratis, come recita un proverbio russo. La donna ha dei tratti somatici a met tra il russo, il giapponese e il mongolo, almeno per quelle che sono le mie conoscenze di fisionomia umana, e sembra proprio aver voglia di tormentarci come fecero i due poliziotti alla frontiera croata. Non le bastano i passaporti regolarmente vistati: vuole vedere anche tutte le registrazioni degli alberghi precedenti e addirittura tutti i biglietti del treno che abbiamo usato da quando abbiamo messo piede in Russia. Ci tratta come se fossimo dei potenziali terroristi, latitanti dopo lultimo sanguinoso attentato. Evidentemente, anche qui non vedono molto spesso degli stranieri, specialmente di questa stagione, e la presenza di due italiani sufficiente a scatenare gli istinti di questa inflessibile signora. Accontentando la sua richiesta, piazziamo sul bancone il pacco enorme dei biglietti e delle scartoffie accumulate finora. Leffetto sorpresa sembra funzionare, poich li guarda solo per pochi secondi e poi ce li riconsegna subito. Evidentemente non ha voglia di perdere unora per controllare tutto quel disastro. Ci non le impedisce per di tempestarci di domande e di sbatterci addosso delle assurde magagne burocratiche che non stanno n in cielo n in terra. Probabilmente non ha voglia di compilare tutti i moduli necessari per accogliere due stranieri nellhotel, dato che per noi serve un bel po di burocrazia in pi, e quindi cerca in ogni modo di complicarci la vita per spingerci ad andarcene da unaltra parte. Inoltre, questa simpatica signora non sa bene da dove cominciare per effettuare la registrazione del nostro visto, lunica cosa di cui dovrebbe realmente occuparsi. Ci vuole una buona mezzora per soddisfare le sue manie di investigatrice mancata. Mi chiedo come farei se dovessi gestire io la situazione, sapendo che la receptionist si farebbe crocifiggere a rovescio come San Pietro piuttosto che spiccicare due parole in inglese. Ci viene finalmente concesso di trasferirci in camera, ma i passaporti resteranno in reception fino a quando non saranno stati
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registrati a dovere. Ovviamente non si pu fare subito, sarebbe troppo semplice. Ci significa che se vorremo uscire a comprare il pane dovremo prima chiedere indietro i documenti, in quanto per uno straniero decisamente sconsigliabile girare per una citt russa senza il passaporto. Meglio non provarci nemmeno e sperare di rivedere in fretta i nostri pezzi di carta. In teoria, la registrazione necessaria se si rimane pi di tre giorni nella stessa citt, come ci hanno detto a Mosca. Il fatto strano che nessuno, nemmeno i russi stessi, conosce precisamente come funzionano le cose in merito. Nessuno sa con certezza se le registrazioni debbano essere fatte in ogni caso, anche in caso di permanenza breve. Nessuno sa se le carte debbano rimanere nel luogo dove sono state prodotte oppure se il viaggiatore debba poi portarle con s per eventuali futuri controlli. Probabilmente tutto ci a discrezione del poliziotto di turno, che decider in base al suo umore se lo sventurato straniero sia nel torto o meno. Quando finalmente ci viene restituito il passaporto, scopriamo che lalbergatrice ci ha validato la presenza fino alla scadenza del visto: tante investigazioni per regalarci in pratica un salvacondotto. Mettiamo che alluscita dalla Russia ci controllino il visto: potremmo essere stati ovunque, ma risulter che non ci siamo mai mossi da Komsomolsk. Dunque, potremmo anche aver avviato un giro di prostituzione o traffico di armi in met Russia, e non risulterebbe da nessuna parte che noi siamo stati in tutte quelle altre citt. Controsensi assoluti, ma ormai sto cominciando ad abituarmi alla Russia ed evidente che non bisogna chiedersi un perch. Questi comportamenti non hanno spiegazioni e questa lunica spiegazione che si pu ottenere. La sera abbiamo voglia di mangiarci una pastina: un cibo caldo, anche se poco saporito, sempre gradito quando si viaggia dinverno. Tuttavia, sul soffitto dellalbergo installato quello che sembra essere un rivelatore antifumo, anche se potrebbe benissimo essere una scatola di plastica inchiodata al muro per risultare in regola con le norme antincendio. Come fare ad accendere il fornelletto da campeggio, anche se teoricamente bruciando gas non si dovrebbe produrre fumo? Semplice: si cucina in bagno, unico locale dove non c traccia di rilevatori. Piccoli ingegneri crescono
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Capitolo XII Camminando sulle acque La tappa di Komsomolsk ci servir per prenderci tre o quattro giorni di riposo, pi che per effettuare un reale visita della citt. Non saggio spingere il corpo oltre i suoi limiti: dopo un po smette di collaborare e si ammala. Tuttavia, il fiume gelato rappresenta unattrazione troppo forte per rinunciare a poggiarci i piedi sopra, e indubbiamente quanto di meglio la citt possa offrire in termini di emozioni. Muniti di passamontagna e giacche pesanti, usciamo e dopo pochi minuti di camminata siamo gi in prossimit della stazione navale, chiusa per ovvie ragioni. I raggi di un sole potentissimo rimbalzano sulla coltre di ghiaccio, abbagliando la vista. Il fiume veramente enorme: a malapena si riesce a capire dove finisce, anche perch essendo completamente ghiacciato non c pi un confine netto tra terra e acqua. Ma la cosa pi strana che si nota lirregolarit del manto ghiacciato. In alcuni punti perfettamente liscio e nudo, in altri sempre liscio ma ricoperto da neve, in altri ancora formato da scaglie di ghiaccio frastagliate e aguzze, ammassate le une sulle altre come a formare un impossibile labirinto di lame. Una linea nettissima divide le due parti, nonostante si tratti sempre dello stesso fiume. Come avr potuto formarsi una discrepanza cos netta, in assenza di intervento umano? Un altro dei numerosi misteri della Siberia. Dalla riva sono chiaramente visibili decine di persone intente a pescare sul ghiaccio. Il nostro obiettivo diventa quello di tentare di raggiungerne almeno uno, per porgli alcune domande. In particolare, ci interessa sapere quale sia lo spessore della coltre di ghiaccio. Per scoprirlo iniziamo a mettere i piedi sullacqua solida, in direzione del pescatore che sembra pi vicino a noi. Allinizio camminiamo molto timidamente, temendo ad ogni passo di sfondare qualche lastra troppo sottile, ma poi acceleriamo sempre di pi, facendo sempre attenzione a non scivolare sullinsidiosa patina che offre ben poco attrito alle nostre suole. Anche mettere il piede sulle buche scavate giorni prima dai pescatori sconsigliabile: in quei punti il ghiaccio si appena riformato, e potrebbe essere troppo sottile per reggere il peso di una persona. Questa decisamente una delle situazioni in cui non mi dispiace pesare poco.
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Lentamente raggiungiamo il centro del fiume, scavalcando con qualche difficolt tutte le lastre di ghiaccio, e riusciamo infine a raggiungere il pescatore. Inizialmente siamo un po tentennanti nellavvicinarci, poich spesso i pescatori non vedono di buon occhio che qualcuno cammini vicino a loro, temendo che le vibrazioni prodotte dai passi possano spaventare i pesci. Tuttavia, luomo non sembra ostile e si mostra ben disposto a parlare con noi. munito di valenki e di giaccone pesantissimo, che non lascia scoperto nemmeno un quadratino di pelle. In pi porta un ampio colbacco di pelliccia, e come tutti gli altri pescatori girato con la schiena al vento, per poter resistere immobile delle ore. Tiene in mano due corti bastoncini ai quali sono legate le lenze, e ogni tanto li scuote per attirare i pesci, ma invano. Non ci sono trofei squamati di fianco a lui: oggi sembra proprio una giornata sfortunata per pescare. Una breve conversazione con lui ci rivela che il fiume gi solido da un bel po di tempo, e che ora lo strato di ghiaccio ha raggiunto uno spessore di ben venti centimetri. Troppi per riuscire a sfondarli con i nostri pochi chili. Il sole ancora molto forte e fa scintillare tutti i tremuli cristalli di ghiaccio sul fiume, che scompongono la luce formando riflessi iridescenti. Sembra incredibile che pochi centimetri sotto i nostri piedi si estenda una distesa liquida, capace di far annegare un uomo quasi istantaneamente per via dei potenti riflessi nervosi generati dal contatto con lacqua gelata. Solo linverno permette questa straordinaria esperienza che stiamo vivendo ora. Finora solo Ges si dimostrato capace di camminare sulle acque liquide, noi al massimo riusciamo a camminare su quelle solide, ma comunque un buon risultato. Il fatto che rimaniamo in piedi, se ci penso, mi appare sempre pi miracoloso. In fondo, solo per un fortunato gioco di campi magnetici e polarit molecolari se ora il ghiaccio non si apre sotto i nostri piedi, facendoci precipitare in quel mortale gelo. Abbandoniamo infine la coltre di ghiaccio, non senza una certa fretta: meglio non indugiare troppo sulla superficie di un fiume gelato, non si sa mai cosa potrebbe accadere. Lindomani mi fanno visita alcuni spiacevoli sintomi, tra i quali una leggera febbricola e un senso di congestione nasale. Sperando che sia solamente un malanno passeggero dovuto al freddo e alla stanchezza, recupero pi forze possibili riposando in albergo e mangiando tutte le mele che sono rimaste nel nostro sacchetto delle
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provviste, accompagnandole con un insipido pane secco. Per risparmiare peso, abbiamo comprato sempre il minimo indispensabile di provviste, e non abbiamo certo badato al loro gusto, bens al loro potere nutritivo e alla loro capacit di riempire lo stomaco anche con pochi morsi. In attesa di stanziarsi in un luogo dove si possa mangiare un po meglio, limportante tenere lo stomaco occupato quel tanto che basta, in modo che non possa lamentarsi troppo. La cura funziona: verso sera sono di nuovo in forma e pronto per risalire ancora una volta su un treno. Questo viaggio sar decisivo: ci porter infatti a Vnino, direttamente sullOceano Pacifico. quasi il capolinea della ferrovia Bajkal Amur, che ormai abbiamo percorso quasi interamente. Il capolinea vero e proprio si trova a Sovetskaja Gavan, circa sessanta chilometri pi a sud di Vnino, ma da questultima citt che parte il traghetto che collega quotidianamente la terraferma con lisola di Sakhalin.

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Capitolo XIII Sulle sponde del Pacifico

Per arrivare sulle ultime sponde dellAsia orientale abbiamo nuovamente scelto il kup, pi rilassante di un turbolento platskartnyj. Tuttavia, gli occupanti dello scompartimento a fianco al nostro sono in vena di festa. Presto ci invitano nel loro loculo a bere lirrinunciabile vodka e a mangiare del salatissimo pesce crudo, mostrandosi loquaci e amichevoli, ma assolutamente inopportuni per quelle che sono le mie condizioni di salute. Il pesce talmente salato da irritarmi la gola, al punto che posso a malapena parlare. Inoltre, mi tornata la febbre e vorrei solamente starmene a dormire nel mio scompartimento, abitato da una coppia di anziani tranquilli che sicuramente non mi coinvolgerebbero in colossali bevute. Ma ancora una volta posso usufruire dei benefici derivanti dalla mia ignoranza del russo: contando sul fatto che non sono di compagnia, non mi difficile abbandonare presto la cabina, dove ormai almeno dieci persone si sono ammassate in uno spazio dove ce ne potrebbero stare a malapena sei. Nonostante loro affermino che la vodka sia la miglior medicina contro qualunque malanno, preferisco rimanere fedele alla medicina tradizionale, o meglio alla tattica dellaspettare che passi. Daniele rimane invece a socializzare con loro, e ormai sappiamo che per socializzare si intende bere. Come volevasi dimostrare, rivedr il mio compagno al suo posto solo dopo un paio dore, visibilmente alticcio. La mattina mi sveglio prestissimo, intorno alle sei, mentre il resto del mio scompartimento ancora immerso in un sonno profondo.
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Di solito, le scoperte pi interessanti si fanno quando tutti attorno a s stanno dormendo. Mi capit viaggiando lungo le coste occidentali della Norvegia, durante una notte insonne in treno nella quale vidi la luce del sole che a notte fonda non aveva ancora abbandonato il cielo. La natura mi regala anche stavolta uno spettacolo grandioso: mentre le primissime luci dellalba illuminano debolmente il paesaggio, il treno corre lungo il fianco di una piccola montagna rocciosa, appaiandosi ad un impetuoso fiume che trascina con s enormi blocchi di ghiaccio. Sembra una piccola Jokulhaups, anche se non uneruzione sotto un ghiacciaio a smuovere questi immensi lastroni, bens la mite temperatura che scioglie il ghiaccio e lo mischia allacqua ridivenuta pura e scorrevole. Quasi fanno a gara, il fiume e il treno, a chi arriver prima alloceano. In un momento simile, pur stordito dal sonno e dai movimenti del treno, non posso fare altro che sgranare gli occhi e stare ad osservare, sperando che il momento duri il pi possibile, cos da potermelo imprimere maggiormente nella memoria. Purtroppo la visuale del fiume sparisce in fretta, e come spesso succede non ho nemmeno il tempo di immortalare lattimo che fugge, confinandolo nello spazio dei ricordi personali e incedibili. Tuttavia, un funambolico scatto riesce a intrappolare sulla pellicola digitale due temerari pescatori, i quali, seduti in precario equilibrio su un lastrone costiero che pare potrebbe staccarsi da un momento allaltro, maneggiano tranquillamente lenze ed esche per catturare le loro ignare prede. Ed ecco che improvvisamente appare lo Stretto di Tartaria, appendice dellenorme oceano Pacifico che separa il continente dallisola di Sakhalin. Il cielo limpido, il sole si appena levato ma splende gi con forza, la luce che sprigiona d alla scena un che di irreale. Abbiamo raggiunto il confine dellEurasia. Da circa sedici ore non mettiamo nulla sotto i denti. Il treno si fermato a Vnino, uno degli ultimi avamposti della ferrovia Bajkal Amur. Particolarit di questa citt portuale, costruita lungo unaltura, la presenza di fari navali allinterno della citt, posti a intervalli regolari proprio in mezzo alla strada principale. Nonostante sia piuttosto popolata, la citt appare ancora una volta morta e inospitale: non c quasi traccia di vita, fatta eccezione per qualche sparuto passante che cammina in fretta reggendo un sacchetto di plastica. Quel sacchetto finir sicuramente a ingrassare le due enormi isole di plastica galleggianti al centro del medesimo
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oceano su cui questa cittadina si affaccia. Lunico chiosco disponibile non nemmeno accessibile dallesterno: per ricevere il cibo bisogna comunicare attraverso una minuscola finestrella, pagando e ricevendo il tutto tramite quel pertugio. Dopo esserci concessi qualche brioche al cioccolato, giusto per tacitare lo stomaco e riguadagnare un minimo di energia per continuare il viaggio, inizia la lunga attesa per il traghetto della sera. Nella stazione ferroviaria c uno sportello dove si vendono biglietti per la tratta nautica Vnino Kholmsk, peccato che il suddetto sportello sia desolatamente vuoto e aprir solo tra qualche ora. Il resto della stazione costituito da un salone retto da enormi colonne di marmo, riscaldato in maniera appena sufficiente per rimanere in temperatura con tutti i vestiti addosso. In base alle poche indicazioni che abbiamo, il traghetto dovrebbe partire stasera verso le dieci. Ci significa che abbiamo davanti almeno dodici ore di soporifera attesa. Nonostante lo scarso movimento in citt, la stazione densamente popolata: numerose persone, che sono scese come noi dallunico treno che giornalmente passa da qui, aspettano ora lunico traghetto che collega il continente con lisola di Sakhalin. C perfino una compagnia di giovani militari: sono i pi rumorosi del lotto e scherzano a lungo tra loro, probabilmente per lenire la nostalgia di casa e la noia derivante da questi viaggi che devono obbligatoriamente sobbarcarsi. Sebbene la professione del soldato sia molto ambita in Russia, per via delle ottime prospettive di carriera che pu offrire, comporta degli svantaggi: non bello essere carne da macello pronta da inviare a morire al fronte, cos come non bello stare per mesi e mesi forzatamente lontani dalle famiglie. Non c da stupirsi che molti compensino la solitudine con la vodka, anche se ufficialmente ai militari proibito bere. Gradualmente ci immergiamo in un torpore autoindotto per tentare di mandare il cervello in stand by e far passare pi velocemente queste ore inutili della nostra vita, che devono essere consumate solo per permetterci di vivere delle altre ore pi interessanti. La biglietteria ancora non ha aperto, cos ce ne andiamo a spasso per la citt per cercare un posto dove mangiare qualcosa di pi sostanzioso di un croissant. Lunico locale esistente nei paraggi una specie di ristorante che la sera diventa inequivocabilmente un locale a luci rosse: troppo evidenti sono i pali da lap dance e altri
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accessori simili. Siamo praticamente gli unici clienti, alieni come al solito. Nessuno frequenta il locale a questora. Tra le sue specialit di cucina c anche la pizza: difficile resistere alla tentazione di provare il nostro piatto nazionale, nonch orgoglio mondiale, cucinato in una localit dellestremo oriente russo. Chiediamo una Margherita, ma ci che ci portano tutto fuorch una Margherita. Lunica cosa che ha in comune con la pizza la forma dellimpasto: non esiste la mozzarella, il pomodoro a fette intere, tutta la pietanza cosparsa di verdure miste e di innumerevoli pezzi di cipolla. La mangiamo solo per tenere buono lo stomaco. Poco soddisfatti, ma con la pancia piena, ritorniamo in stazione e scopriamo che la biglietteria ha aperto. Davanti allo sportello si gi formata una discreta fila ed meglio affrettarsi a guadagnare un posto. Unaria svogliata e demotivata si legge chiaramente sul volto della bigliettaia, molto parca di parole: forse scoraggiata dallimmensa fila di persone che si sta rapidamente formando. La donna infatti sola nel suo lavoro: tutti gli altri sportelli sono chiusi. Quando finalmente il nostro turno, non riusciamo a capire bene se sul traghetto avremo una cabina riservata oppure no, e non chiara nemmeno lora di partenza di questo benemerito traghetto. La donna lascia ben intendere che non il caso di dilungarsi troppo a fare domande, ma meglio prendere il biglietto e andarsene. Una cosa evidente, per chi si avventura in territorio russo, la scortesia comunemente riscontrabile da parte dei funzionari pubblici. Sia da chi vende il pane che da chi distribuisce biglietti o stocca bagagli in una stazione, il pi delle volte meglio aspettarsi un trattamento rude e di poche parole, in quanto anche una domanda in pi spesso percepita come un fastidio. La cosa strana che queste stesse persone, una volta tolte dal loro ruolo, possono diventare le pi amichevoli e ospitali del mondo. Sotto leffetto tranquillizzante del tenere in mano i biglietti, ci sorbiamo altre ore di sonnacchiosa attesa, mentre il salone si riempie sempre di pi di gente. Ormai meglio non staccarsi dalle scomodissime sedie che ci siamo conquistati, poich verrebbero immediatamente occupate da altre persone. Circondandoci di bagagli su ogni lato, riusciamo comunque a ritagliarci un cantuccio indipendente. Ormai sono quasi le dieci di sera, orario teorico di partenza del traghetto, ma non succede ancora nulla. Corre voce
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che la nave sia stata sorpresa dal cattivo tempo, rendendo la sua partenza unincognita: ci mancherebbe solo di rimanere a terra, proprio ora che abbiamo raggiunto la fine del continente e che solo le poche centinaia di chilometri dello Stretto di Tartaria ci separano da Sakhalin. Ogni tanto, alcuni gruppi di persone si alzano ed escono dalla porta sul retro, scomparendo per minuti e minuti, per poi ritornare dentro con aria scornata e infreddolita. Anche tra i militari corre una certa agitazione: ad un non meglio specificato richiamo accorrono tutti fuori, seguiti da altre persone, ma poi rientrano tutti. Ci succede pi volte, finch improvvisamente la massa di gente che si muove verso luscita aumenta a dismisura e inizia a spintonarsi vicendevolmente. Nonostante nessun annuncio abbia parlato dellarrivo del traghetto, non ci pensiamo due volte a seguire il gregge. Di sicuro c un motivo se tutti si accalcano in questo modo verso le porte. Sembra proprio che sia arrivato il fatidico momento di salire sulla nave, ma i problemi sono appena cominciati. Ingenuamente, abbiamo creduto per tutto il giorno che il punto di attracco della nave fosse a due passi da noi, ma ora si scopre la magagna: il traghetto si pu raggiungere solo grazie ad un pulmino appositamente designato a fare la spola tra le due stazioni, che sono parecchio distanti fra loro. Il problema che il suddetto pulmino minuscolo, e le persone che aspettano sono tante. Impossibile farcele stare tutte in un unico viaggio, nemmeno stipandole a mo di pellegrini ind. Come possiamo pensare di salire per primi, impacciati da tutti i bagagli? Siamo gi arrivati tardi, la prima ondata di persone ci ha abbondantemente preceduto. Il primo giro parte senza di noi, e ora che non c pi lambiente tiepido della stazione a proteggermi, inizio a tremare violentemente per il freddo e il vento, che mordono spietatamente. O almeno cos mi sembra. Forse tutte queste ore di attesa hanno semplicemente esaurito la mia resistenza fisica e mentale, e ora non riesco pi a tollerare un freddo anche non troppo intenso. Il pulmino si allontana sbuffando e imprecando, insieme a un carico di passeggeri che sicuramente non sar il penultimo, ma forse nemmeno il terzultimo. lentissimo, chiss quanto ci metter per tornare a prenderci, e per giunta si allontana sempre di pi fino a sparire, chiss dove se n andato. Magari a chilometri di distanza. Il freddo insopportabile, temo quasi che congeler prima di rivedere
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il pulmino. Tuttavia, Daniele escogita una trovata geniale per toglierci da questa scomoda situazione: un taxi sta infatti passando vicino a noi proprio in questo momento, ed palesemente in cerca di clienti da accalappiare. Immediatamente, Daniele si precipita a prenotare due posti. Non importa il prezzo, basta che ci facciano salire. Non sappiamo se quel pulmino torner a prenderci, n quando lo far: meglio essere prudenti e scegliere la via pi facile e sicura, anche se costosa.

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Capitolo XIV Un mercantile per noi Due posti ci sono. Montiamo precipitosamente in auto, incastrando come possibile le borse tra i sedili. Riesco a malapena a chiudere la porta posteriore e gi il frettoloso tassista partito. In pochi minuti luomo guida a cento chilometri orari su strade totalmente buie, ma che sembra conoscere come le sue tasche. Non posso nemmeno allacciarmi la cintura, da quanto sono pressato contro la borsa cinese: non mi resta che pregare che in caso di urto la borsa stessa possa fungermi da airbag. Il tassista guida come Vadim sullautostrada, o forse peggio. Pi volte credo di avere solo pochi attimi di vita prima che lo spericolato conducente ci faccia schiantare contro un albero, ma incredibilmente arriviamo sul posto illesi. La discesa dal taxi un sollievo notevole, ma i problemi non sono finiti: il tassista, infatti, non ci ha scaricato davanti al porto (che zona interdetta al traffico normale), bens nel mezzo di una zona industriale popolata da treni abbandonati e inquietanti capannoni, attraverso i quali si snoda un labirinto di strade poco illuminate. Le sue indicazioni sono di costeggiare il treno merci fermo sui binari, aggirarlo e infine incamminarci per una delle vie, fino a raggiungere la nave. In condizioni normali sarebbe una semplice passeggiata, ma in questo momento il compito fa salire di molto ladrenalina. Se non troviamo la nave siamo perduti, poich ora siamo completamente soli nella nostra ricerca e nessuno ci potr pi venire in aiuto. Rischiamo di rimanere a terra, sperduti nella periferia del porto di Vnino. Non una prospettiva piacevole. Cominciamo dunque a incamminarci il pi velocemente possibile a fianco dei binari, alla sola luce di qualche distante lampione, calpestando un terreno nevoso e cedevole. Quasi non notiamo gli spuntoni di ferro arrugginito che salgono dal terreno e nei quali rischia costantemente di impigliarsi la borsa cinese. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere se ora il fondo del borsone si lacerasse e tutto il contenuto finisse per terra: abbiamo unaltra borsa identica da usare in caso di necessit, ma sarebbe il momento pi sbagliato possibile per effettuare un cambio!

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Miracolosamente, nessuna punta metallica straccia la borsa. Giunti su una strada e liberatici dal terreno accidentato, iniziamo a seguire un larghissimo vialone che si fa strada tra alcune catapecchie di legno marcio e container arrugginiti. Ormai stiamo quasi correndo su queste strade ghiacciate e insidiose, temendo che il taxi non sia stato sufficiente ad assicurarci di arrivare alla nave prima degli altri. Per alcuni interminabili momenti pensiamo di esserci persi, ma allultimo minuto finalmente appare in lontananza la nave. Lo sforzo mi ha fatto passare ogni sensazione di freddo, ma i miei occhiali si sono completamente appannati e quasi non ci vedo. Non ci penso nemmeno, tuttavia, a perdere tempo per toglierli e riporli. Puntiamo spediti verso il molo e infine verso la lunga scala esterna della nave, dove due donne sono pronte a ricevere i passeggeri. Si intravede nelle vicinanze il pulmino di collegamento, quello che non abbiamo voluto aspettare di prendere, che si sta fermando proprio ora davanti alla nave. Sar ancora il primo giro che finalmente arriva a destinazione, oppure gi il secondo o addirittura il terzo? In ogni caso ce lavremmo fatta anche con il pulmino, se avessimo avuto un po pi di pazienza, ma a posteriori credo sia stato meglio aver pagato quei cinquecento rubli in pi per assicurarsi di arrivare alla nave. In viaggio, come nella vita, non si mai troppo prudenti. Anche adesso che siamo arrivati e che il rischio di rimanere a terra definitivamente sfumato, continuiamo tuttavia ad avere una fretta incredibile e ingiustificata di poggiare i piedi sulla nave. Mostriamo i biglietti e i passaporti in un lampo, poi corriamo su per la ripida scala, trascinando disordinatamente i bagagli. Superiamo le porte metalliche una dopo laltra, sempre in preda ad una furia distruttrice, finch finalmente appare lindicazione Alle cuccette. Solo ora ci rendiamo conto che possiamo anche rilassarci un po ed evitare di sfiancarci inutilmente in questo modo. Individuo subito una poltroncina solitaria e mi ci lascio cadere quasi a peso morto. Avverto uno strano dolore al petto, piuttosto forte, come se qualcosa si fosse strappato. Sicuramente ho fatto qualche movimento errato portando la borsa cinese, e solo ora che ladrenalina stata riassorbita inizio a sentire il dolore e la stanchezza. Per qualche minuto fatico a respirare a causa del dolore, ma poi lentamente passa. Rimane da compiere lultimo sforzo, cio arrivare alla nostra stanza. Essa si trova al livello inferiore, proprio in corrispondenza del pelo dellacqua. La scala per raggiungerla a
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chiocciola ed talmente stretta da lasciar passare a malapena una persona alla volta. Facendo scivolare sui corrimani i bagagli, e in alcuni tratti anche i nostri corpi, in qualche modo riusciamo infine a cacciare tutto larmamentario in una squallida e anonima cabina. Alloggiamo in una cabina da quattro persone, con due letti a castello posti vicino allunico e sporchissimo obl. La luce va e viene a intervalli irregolari: forse il vecchio motore non ha la forza di tenere acceso limpianto elettrico e di smuovere contemporaneamente la nave dallinerzia dellimmobilit. Dopo pochi minuti, la grassa inserviente che ci recapita le lenzuola ci fa i complimenti: rimarremo gli unici occupanti della cabina per tutto il viaggio. Questa vecchia nave mercantile, ora riadattata a traghetto passeggeri, non molto comoda: la stanza fredda e umida, mentre i letti sono delle semplici brande di legno, ammorbidite solo da alcuni discutibili materassi identici a quelli usati nei platskartnyj. Passeremo venti ore in questo loculo. Pur con la giacca addosso, non riusciamo a scaldarci efficacemente: non rimane che dormire con tutti i vestiti, ancora una volta. I letti sono scomodissimi: non so proprio come potr passare questa notte senza che qualche piaga da decubito mi nasca sul dorso. Prima di dormire, tuttavia, riceviamo una visita inaspettata. Alcuni forti colpi risuonano alla porta, e dalla loro insistenza si direbbe che stia per venirci a visitare qualche poliziotto con cattive intenzioni. Per fortuna non cos, anche se non sbagliamo di molto la nostra diagnosi: i visitatori sono infatti i militari che aspettavano il traghetto con noi, e che ora condividono il nostro mezzo di trasporto. Entrano in stanza tre ragazzi in modo piuttosto irruento, al punto di farmi temere qualche genere di retata, ma in realt vogliono semplicemente venderci alcune razioni di cibo in scatola, di quelle che hanno in dotazione per le missioni montane e che ora hanno avanzato, poich alcuni di loro stanno tornando a casa. Lesercito, infatti, non li retribuisce con un vero stipendio ma solo con privilegi materiali, e loro vogliono quindi guadagnare un po di soldi, che poi useranno per comprare dei mazzi di fiori da spedire alle famiglie. Questultima affermazione da prendere con le molle: decisamente pi probabile che li spenderanno in birra e vodka, ma questi sono affari loro. La brigata si dilunga non poco a illustrarci i kit con dovizia di particolari. Dentro le scatolette di cartone c di tutto: pane biscottato, carne e pesce in scatola, salsine gi pronte,
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brodi da diluire con lacqua per formare succhi di frutta, concentrati proteici e vitaminici, bustine di zucchero e t. Ci sono anche numerosi accessori come posate, tovaglioli, apriscatole e un piccolo fornello portatile costituito da una candelina che brucia sorretta da una griglietta di metallo deformabile, sulla quale si appoggia poi il pentolino. Sul retro della scatola c una tabella che recita quanto bisogna mangiare in ogni momento della giornata: tutto calcolato al millesimo da qualche cervellone dellesercito russo, con tanto di calorie. Due confezioni di pane a colazione, una a pranzo e tre a cena; per quanto riguarda la carne, la scatola rossa si mangia alla mattina e la scatola gialla alla sera. Perfino i tovaglioli sono conteggiati: uno alla mattina, uno al pomeriggio e uno alla sera. Istruzioni a prova di errore, qualunque idiota le capirebbe. Personalmente aborro lidea di caricarci di altro peso, considerato che siamo messi molto bene in quanto a scorte di viveri, ma i ragazzi insistono a lungo perch ne compriamo almeno due. I kit sono invitanti per la loro praticit e il basso costo a cui ce li propongono, e non ci dispiacerebbe comprarne uno, ma uno soltanto. Tuttavia i ragazzi insistono molto, e alla fine in qualche modo ci convincono a comprarne ben tre. A patto per che non appena sbarcati a Sakhalin ci aiutino a trovare in fretta un mezzo di trasporto per raggiungere Juzhno Sakhalinsk, il capoluogo dellisola. E sia, affare fatto! Con una spesa irrisoria per i nostri standard europei, i nostri bagagli si appesantiscono di altri quattro chili e mezzo, ma perlomeno potremo contare sullaiuto di qualcuno per orientarci nella sconosciuta Sakhalin. Inoltre, cosa non meno importante, avremo lasciato un buon ricordo degli stranieri nelle menti di questi giovani russi. La notte trascorre male, tra un brivido di freddo e laltro. Addirittura, ad un certo punto devo mettermi la pancera di lana, per evitare di dover correre precipitosamente nei luridissimi e microscopici bagni della nave. La infilo praticamente al buio, dato che linterruttore della luce lontanissimo. In qualche modo, comunque, passa anche questennesima disagevole nottata e si fa nuovamente mattino. Dalla cabina non si capisce il tempo che fa fuori, ma gli obl sono ghiacciati esternamente, segno che stanotte la temperatura scesa molto. ora di abbandonare questo loculo per andare a prendere un po daria fresca, anche se sicuramente gelida. Risaliamo dunque in coperta, approfittando di una generosa
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colazione offerta gratuitamente, e non appena arriviamo sul ponte ci appare uno spettacolo meraviglioso: le innevate montagne di Sakhalin sono visibili allorizzonte! La catena montuosa non ha soluzione di continuit, e apparentemente tutta lisola costituita da montagne. Non si vede assolutamente nulla dellinterno. Il vento oceanico sferza sempre vigorosamente la pelle, ma la sgradevole sensazione passa temporaneamente in secondo piano, mentre questi candidi denti di roccia rapiscono lo sguardo e la fantasia. Dopo tanto faticare, finalmente in vista il nostro obiettivo, una delle zone russe pi lontane raggiungibili per via terrestre. Paradossalmente, ripenso a quando venti giorni fa partimmo in treno da Tradate: chi lavrebbe mai immaginato che saremmo giunti fin qui, per giunta in ottima salute e non stracciati dalla stanchezza come temevamo? Poich lisola cos vicina, rientriamo in cabina per iniziare a raccattare i nostri averi, anche se in realt manca ancora molto tempo prima che la nave attracchi al molo: sul pelo dellacqua si viaggia a quindici chilometri orari. Il momento in cui metteremo piede sullisola costellato di diversi dubbi: le isole procurano sempre quest'effetto, giacch sono separate dal resto del mondo. Abbandonata con gioia la gelida cabina, raggiungiamo luscita. Sulla scala che porta allesterno si formata una gran ressa. Ci sono diverse persone che come noi sono talmente piene di bagagli da non riuscire quasi a vedere dove vanno. Due uomini portano faticosamente ben tre borse cinesi identiche alla nostra, sennonch sono ancora pi piene e quasi completamente avvolte in rotoli di nastro adesivo marrone. Per una volta ci sentiamo meno soli con i nostri carichi. Finalmente tacciono gli innumerevoli borbottii e le migliaia di vibrazioni della nave, la porta si apre e tutti iniziano a scendere. Come al solito, per noi non cos semplice. La bigliettaia, infatti, vuole vedere i biglietti e i passaporti prima di lasciar scendere la gente dalla nave, forse per avere una garanzia in pi che nessuno sia riuscito a salire come clandestino. Con orrore, ci ricordiamo improvvisamente che i nostri biglietti sono rimasti nella borsa cinese, imbustati in un raccoglitore sepolto sotto tonnellate di oggetti. Chi immaginava che ce li avrebbero chiesti anche per uscire? Proviamo a passare lo stesso, sperando di non essere bloccati, ma per tutta risposta la gentile signora ci preleva i
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passaporti, ficcandoseli in tasca con un gesto rapido e sicuro. Per un attimo, la sensazione di essere nei guai si impadronisce di noi: non piacevole trovarsi in un paese straniero lontanissimo e vedere il proprio passaporto sparire impietosamente nelle tasche di uno sconosciuto. Immaginando che il ritiro del documento sia dovuto al fatto che non abbiamo esibito i dannati biglietti, Daniele si getta disperatamente sulla borsa cinese, aprendola di scatto e iniziando a rovistare con le mani in quella marea di oggetti. La signora dei biglietti lo ferma quasi subito: ha preso i nostri documenti solo perch non sono scritti in cirillico, ed prassi che a Sakhalin i documenti degli stranieri vengano controllati dalla polizia subito dopo lo sbarco. Possiamo dunque tirare un mezzo respiro di sollievo, chiudere la tremenda borsa cinese e avviarci verso luscita, aiutati proprio da uno dei soldati che ieri sera ci hanno venduto le cibarie. Sembra che almeno loro non si siano dimenticati di noi.

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Capitolo XV Il primo approccio a Sakhalin non esaltante Giunti stabilmente con i piedi sulla terraferma, la collezionista di passaporti stranieri chiede chi sappia parlare meglio il russo tra noi due. Risposta scontata. Daniele viene condotto in un luogo a me invisibile, mentre io rimango in mezzo alla piccola stazione di Kholmsk a curare i bagagli. In pochissimo tempo mi si avvicinano incuriosite almeno tre persone, e la cosa strabiliante che tutti parlano abbastanza bene linglese. Sar stata linfluenza del Giappone ad aver portato un po di cultura multietnica in questisola apparentemente sperduta? Sakhalin infatti rimasta sotto il controllo giapponese per quasi tutta la prima met del Novecento, prima di essere annessa allUnione Sovietica. Finalmente posso uscire dalla frustrazione di non comprendere unacca di ci che si dice attorno a me, e posso sciogliermi la lingua con un idioma che conosco bene e che disperavo di poter usare. Sono tutti e tre estremamente curiosi: vogliono sapere da dove veniamo, come mai siamo arrivati a Sakhalin, quanto tempo contiamo di rimanerci e perch abbiamo scelto di venire proprio qui. Sembra quasi un interrogatorio, anche se non percepisco alcuna intenzione ostile o maliziosa in loro. Probabilmente sono semplicemente curiosi di sapere cosa fanno due stranieri da soli in mezzo allestremo oriente russo, muniti di un corredo di bagagli quasi scenografico. Chiacchierando con uno di loro, scopro che stato pi volte a Venezia per lavoro. Non appena la nomino come una delle tappe del nostro viaggio, il suo viso si anima subito. Purtroppo non ho il tempo di approfondire un po il discorso con la gente del posto: Daniele appena tornato sano e salvo dal posto di polizia, dove stato sottoposto ad un interrogatorio, presto tramutatosi in una piacevole chiacchierata. Non appena lhanno sentito parlare in russo, infatti, lhanno lasciato andare quasi subito, facendo perfino qualche battuta spiritosa. Dobbiamo gi ripartire alla volta di Juzhno Sakhalinsk, poich quasi sera e non c tempo da perdere. Fortunatamente, i nostri amici militari stanno mantenendo la loro promessa: nel frattempo ci hanno raggiunto e ci hanno trovato due posti su un pulmino per Juzhno - Sakhalinsk.
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Nonostante sia felice di proseguire il viaggio, mi scoccia non poco interrompere questo momento di socialit, fino ad oggi cos carente per via delle insormontabili barriere linguistiche. Il mezzo su cui saliremo si chiama marshrutka, ed una via di mezzo tra un taxi e un autobus. Le marshrutke hanno in media una decina di posti a sedere, nessun posto in piedi, costano pi di un autobus ma meno di un taxi, e partono non in base ad un orario, bens in base a quando si riempiono di passeggeri. In compenso, si paga il biglietto direttamente in mano allautista, nel momento in cui si sale. Inoltre, sono in servizio a tutte le ore del giorno e sono generalmente pi veloci di un autobus di linea, che deve obbligatoriamente effettuare molte fermate. Una marshrutka, invece, ferma solo su richiesta. Bisogna essere veloci a prenotare un posto, poich le marshrutke tendono a riempirsi molto velocemente. Il pi biondo dei soldati ci ha trovato gli ultimi due posti di una marshrutka gi quasi piena, il che potrebbe sembrare un buon colpo di fortuna. Bisogna tuttavia mettere in conto anche i soliti, maledetti bagagli. A malapena c lo spazio per accogliere i nostri corpi dentro questo minuscolo pulmino a incastro, tuttavia in qualche modo dobbiamo farci stare anche tutto quello che abbiamo appresso. Grazie ad un miracolo di ingegneria e di contorsionismo, riusciamo a prendere posto e a chiudere la porta scorrevole, caricandoci zaini e borsa cinese sulle gambe e sul petto. Non riusciamo a vedere nulla di quello che abbiamo davanti a noi: possiamo solo guardare dai finestrini laterali. Ci troviamo cos pressati da non poter nemmeno muovere un muscolo. La borsa cinese che porto in grembo mi impedisce qualsiasi movimento delle braccia, mentre le gambe sono schiacciate tra gli zaini e non possono stendersi n piegarsi di lato. Il mio compagno non sta certamente meglio, complice anche la sua notevole statura. La cosa divertente che il viaggio durer due ore e non ci saranno soste intermedie, dunque non scender nessuno e non si liberer nemmeno un micrometro di spazio per noi. Se fossi uno degli altri passeggeri e osservassi due stranieri avventurarsi su un pulmino cos stretto, ammassando tutti quei bagagli fino al punto di sparire sotto i bagagli stessi, sono quasi certo che scoppierei a ridere. Invece, il resto dei passeggeri perfettamente serio e silenzioso. Nessuno parla, n tanto meno ride
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o scherza. E nessuno ci offre un po di spazio, non per cattiveria ma perch proprio non ce n. Sperando di non incorrere in un crampo muscolare, ci resta solo da guardare fuori dal finestrino laterale, per riscattare almeno in parte questo viaggio cos disagevole. Sakhalin sembra proprio unisola molto montuosa. Superiamo ora un paio di tornanti in mezzo a due colline rocciose, mentre unonnipresente neve ammanta i boschi. Si vede chiaramente che non pi il ghiaccio a dominare, bens la neve fresca. Presto scende il buio, che ci priva dellunico svago di cui disponiamo. Curiosamente, dalla mia posizione vedo distintamente una singola stella, che pare seguirmi e sbeffeggiarmi per la mia scomoda immobilit. Nessun albero n alcun orientamento del pulmino la oscura: pare proprio che mi stia prendendo in giro. A mano a mano che il cielo si fa sempre pi scuro, la beffarda stella acquista luminosit, scintillando in modo impercettibile sul velo di ghiaccio che ha coperto parte del finestrino. Ormai non faccio che fissare il puntino luminoso, sperando che la tortura della scatola di sardine finisca in fretta. Due ore possono essere molto lunghe. Tuttavia, anche il momento pi difficile non mai eterno: senza che nessun crampo ci complichi la vita, la capitale di Sakhalin finalmente raggiunta. Scendiamo con enorme sollievo nellampia piazza principale, dominata dalla stazione ferroviaria e dalla fiera statua di Lenin. La citt ha unaria moderna, facilmente percepibile anche alla sola illuminazione dei numerosissimi lampioni. Dalla nostra posizione sono visibili almeno tre insegne di alberghi, e puntiamo subito a quello che appare pi economico. La receptionist non ci fa nemmeno una domanda: prende i soldi, ci consegna la chiave e non le passa nemmeno per la testa di chiederci i biglietti del treno o le registrazioni. Cos si dovrebbe fare, accidenti. Lasciamo alla polizia i controlli, e che gli albergatori si occupino solo del loro lavoro, che dare alla gente un posto per dormire. Un albergo un toccasana dopo tutto questo tempo passato lontano da un alloggio stabile. Unico inconveniente la luce che continua ad andare e venire, proprio come succedeva sul traghetto. Se non fosse per questo piccolo ma fastidioso particolare, al quale nemmeno il tecnico dellalbergo riesce a porre rimedio, ci saremmo gi dimenticati della disagevole traversata marittima.
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Arriva infine il momento della cena, ormai diventata una noiosa necessit pi che un piacere da gustare. Proviamo ad addentare le cibarie dei soldati, che apparentemente hanno un ottimo aspetto: peccato per che siano state concepite per essere nutrienti e non per essere buone. Il pane biscottato durissimo, totalmente insipido e ha un retrogusto di plastica. La carne sa di putrido, il pat fegato quasi crudo, i beveroni alla frutta cotta sono nauseanti. Ci tocca mangiare solo perch abbiamo fame, ma limpulso comune sarebbe di gettare tutto nella spazzatura. E abbiamo altre due confezioni sul groppone! Mi sento gi male al solo pensiero di dover mangiare ancora questa robama ora meglio dormire e non pensare pi a nulla, conviene affrontare solo un problema alla volta. In stanza filtra per uno spiffero gelido, che destinato a guastare i nostri sonni. Lunica difesa contro questo fastidioso ospite coprire di scotch i margini delle finestre e dormire completamente imbozzolati nelle coperte, senza lasciare fuori nemmeno la testa.

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Capitolo XVI Juzhno Sakhalinsk. Poco e nulla

La prima giornata a Juzhno Sakhalinsk non dedicata alla visita della citt, bens al riassestamento di noi stessi. Dobbiamo occuparci di una quantit di cose pratiche, che poco hanno di romantico ed emozionante: i vestiti da lavare e asciugare, i soldi da cambiare, i biglietti del prossimo treno da comprare, lattrezzatura da riorganizzare. Dobbiamo anche procurarci altro cibo per sostituire i kit militari, dato che stamani abbiamo buttato via i due che rimanevano. C un limite a tutto, sono troppo disgustosi. Per il problema vestiti, ecco che la vasca da bagno si trasforma in unefficiente lavatrice, mentre un pezzo di filo teso tra due porte diventa un perfetto stendino. Per via di questi lavori domestici, usciamo solo poche volte e sempre rimanendo nei pressi della stazione. Per il resto passiamo la giornata in albergo, cercando di recuperare il pi possibile le forze. Il giorno successivo usciamo finalmente a visitare un po la citt, ma ne rimaniamo piuttosto delusi. Non c assolutamente niente di interessante in giro per le strade, a parte la statua di Lenin. La temperatura ottima e non fa affatto freddo, perlomeno in relazione alle temperature cui siamo abituati, ma la citt lemblema dellanonimit. Possiede certamente tutto il necessario per assicurare ogni tipo di servizio ai cittadini, come ci si aspetta da una citt di quasi duecentomila abitanti, ma culturalmente e artisticamente monca, insipida. Non siamo pi in Italia, dove in ogni paese, per quanto insignificante esso sia, c sempre una bella chiesa, unopera
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darte, un affresco, un qualcosa che testimoni lamore per la bellezza. Tuttavia, la citt non totalmente spoglia di cultura: ospita un museo locale che vale la pena di visitare, in quanto summa dellintera isola di Sakhalin. dunque il caso di spendere due parole su questisola, sconosciuta ai pi. Insieme alle isole Curili, estreme appendici di terra che separano il mare di Ohotsk dal vero oceano Pacifico, forma lomonima regione russa, una delle pi orientali. Da dove ci troviamo ora, distiamo non pi di duecento chilometri dallisola di Hokkaido, la pi settentrionale del Giappone. Ironia della sorte, pur trovandoci in estremo oriente possiamo considerarci ancora in Europa. Se invece fossimo qualche centinaio di chilometri pi sotto, nel paese del Sol Levante, ci sentiremmo in tuttaltro mondo. Ma la cultura giapponese, che domin questisola per un quarantennio, ancora visibile in alcuni tratti di Sakhalin: il museo stesso costruito secondo il classico stile nipponico. La citt inoltre multietnica: ospita ad esempio una nutrita minoranza di coreani, rimasti qui dopo essere stati chiamati a lavorare nelle miniere di carbone durante il secondo conflitto mondiale. Anche le costruzioni della citt sono di diversa fattura rispetto allo standard russo: le case in legno sono pochissime. Dappertutto ci sono quasi solo condomini in muratura. Nonostante la temperatura sia sensibilmente pi elevata rispetto a quella continentale, dalle grondaie pendono comunque delle lunghe stalattiti di ghiaccio. La fortuna di Sakhalin il possedere, oltre a molte risorse minerarie, degli ottimi giacimenti di idrocarburi. La citt di Okha, allestremo nord dellisola, un importante centro del petrolio conosciuto a livello internazionale. Purtroppo, quando si tratta di petrolio c sempre il rovescio della medaglia: la ricchezza va nelle mani di poche persone, lecosistema viene sconquassato, le numerose popolazioni ed etnie locali soffrono lespropriazione della loro terra. strano che un viaggio ecologico, concepito per inquinare il meno possibile, abbia come meta ultima unisola dove si estraggono ingenti quantit di petrolio. Nel museo c una quantit impressionante di animali impagliati: pesci di ogni genere, pelosissimi orsi, foche, rane, salamandre, pi alcune chicche come fanoni e immense vertebre di balena. Nellaltra stanza, alcune riproduzioni di come si viveva centanni fa nelle case
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di Sakhalin fanno sorridere, ma affascinano non poco, come tutte le cose che hanno dietro di s una storia. Il museo termina con una sala dove sono appese innumerevoli carte geografiche, politiche e tematiche. Ognuna raffigura un particolare: i pozzi di petrolio, i numerosi vulcani, le popolazioni locali. Avremo modo di scoprire una di esse visitando Okha, nelle cui vicinanze vivono ancora i duemila Nivkhi sopravvissuti. Per adesso, pare che a Juzhno Sakhalinsk non ci sia veramente nulla di interessante. Il clima non aiuta: se certamente la parte migliore di Sakhalin si pu vedere fuori dalle citt, non possiamo avventurarci troppo in giro da soli senza un mezzo di trasporto e senza lausilio di qualcuno che conosca i luoghi. Ci tocca quindi rimanere strettamente legati ai centri urbani. Usciti dal museo, tentiamo di girovagare un po per le zone della citt non ancora battute, sperando di trovare qualcosa che stimoli lattenzione, ma vanamente. Raramente ho visto una citt squallida e anonima come questa, nemmeno fosse il pi triste dei quartieri milanesi. Il parco cittadino coperto da neve e ghiaccio: non possiamo nemmeno rilassarci per guardare un po di verde, colore quasi abolito dalle nostre percezioni. Non ci resta che girare i tacchi e tornare al caldo della nostra camera, anche perch ha iniziato ad alzarsi una brezza piuttosto tesa e subdola. Prima di addormentarci spaziamo con la fantasia, discutendo di pianeti lontani, terre che emergono dallacqua, tunnel sottomarini che collegano mondi paralleli, viaggi extrasolari e altre fervide creazioni di fantasia, partorite da cervelli sempre pi stressati e che hanno evidentemente bisogno di riposare.

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Capitolo XVII Verso i confini del mondo La mattina capita un curioso inconveniente: per qualche strana ragione, la porta del gabinetto si blocca dallesterno e non ne vuole pi sapere di aprirsi. incredibile come ci si senta vulnerabili quando si scopre che il bagno inaccessibile. Dopo aver valutato che scassare la serratura non sarebbe la scelta migliore, poich poi dovremmo pagare tutti i danni, risolvo la situazione con un pizzico di ingegno. sufficiente arrotolare un cerotto adesivo e passarlo a mo di filo interdentale nella fessura della porta, cos da sbloccare il meccanismo di apertura. Funziona! Risolto il piccolo problema, ci concediamo una colazione assolutamente priva di schifezze militari, prima di iniziare i soliti preparativi per lennesimo trasferimento. A met pomeriggio parte un treno che in tredici ore ci porter ancora una volta un po pi in l nel nostro viaggio. Tuttavia, non riusciremo ad arrivare fino a Okha unicamente tramite le rotaie. La ferrovia, infatti, si interrompe a Nogliki, circa a met dellisola. Ci significa che Nogliki sar il nostro capolinea ferroviario assoluto. Una volta giunti l, per spostarci dovremo per forza utilizzare gli autobus, che seppur inquinanti e apparentemente contrari al nostro programma di viaggio, sono comunque mezzi pubblici e quindi ecologicamente sostenibili, a differenza dei mezzi privati. Aspettiamo per altre inutili ore seduti nella sala dattesa, sperando di andarcene in fretta da questanonimo agglomerato urbano che non ci ha comunicato praticamente nulla. Ledificio della stazione ha un aspetto estremamente pulito e moderno, fin troppo asettico. I pavimenti quasi splendono dal brillantante che le donne delle pulizie hanno sparso in quantit generose, mentre le luci al neon illuminano colonne marmoree e scomode panche di metallo verniciate di bianco sporco. Rispetto alle stazioni delle precedenti citt russe, approssimative ma vissute, sembra quasi che questa costituisca una bolla di estraneit in mezzo al mondo russo. Il peculiare ambiente di questa stazione mi suggerisce diversi pensieri. Ad esempio, mi domando cosa succederebbe se si realizzasse il mio antico sogno di viaggiare tutti i giorni dellanno,
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senza mai fermarsi, vivendo di sensazioni nuove e di luoghi effimeri, rinunciando alle radici della vita comune. Vivere sempre in movimento, uccidendo la noia giorno per giorno, imparando sempre qualcosa di nuovo in un turbine di emozioni che in una vita normale non si proverebbero mai. Un tempo pensavo che non ci sarebbe stato nulla di meglio. Ora che sono in viaggio da un mese, tuttavia, mi rendo sempre pi conto di come il mio pensiero si rivolga spesso alla casa che ho lasciato, ad oltre diecimila chilometri di distanza. Tutta la vita che conosco si svolge l: il viaggio una sua appendice, che per quanto estesa possa essere, rimane pur sempre unappendice. Solo il vischio riesce a sopravvivere senza radici, parassitando le altre piante, ma ormai mi sono convinto che il vischio debba per questo essere una pianta triste. Non trova mai nessuno che la accoglie con gioia quando ritorna indietro: eterna vagabonda, reietta da tutti. Pirandello stesso diceva questo nel suo Il fu Mattia Pascal: non avere radici porta unenorme libert, ma una libert che costa, costa tantissimo. Costa la propria identit. E mai come ora sento che aveva enormemente ragione. Un incomprensibile annuncio mi riscuote dal turbine di pensieri nel quale mi sono tuffato, e presto la nostra formazione si ricompone. Borsa cinese al centro, zaini sulle spalle, borse e zainetti supplementari allesterno. Ci farebbe comodo un altro paio di mani. Il treno gi pronto sui binari, e dopo tanti viaggi in prima classe ora ce ne tocca uno in seconda. Ci non pu fare a meno di destarmi una certa preoccupazione: la seppur relativa protezione assicurata dal kup ora verr meno e saremo di nuovo in compagnia di un vagone pieno di persone, magari non tutte contente di vedere degli stranieri sul treno. Ci riconoscono sempre subito, con la stessa facilit con la quale noi riconosceremmo un finlandese su un autobus urbano milanese. Al momento di salire, lunica differenza che noto con il Mosca Tynda che i colori dei sedili sono diversi. L dominava il blu, qui tutto rosso. Tuttavia, le brande sono ugualmente scomode. Il resto della mia attenzione dedicato ai nostri vicini di posto, che tra poco conosceremo. Non avendo potuto prenotare con largo anticipo il treno, abbiamo dovuto accontentarci di uno scomodo blocco minore, per giunta in fondo al treno e quindi vicinissimo al bagno. Proprio il posto dove passa gente a qualunque ora del giorno e della notte, sbattendo la porta. Siamo dunque nella posizione pi esposta
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agli sguardi di eventuali xenofobi o ubriachi molesti, ma ad una prima occhiata pare non ce ne sia nessuno. Tocca ancora a me dormire sopra, nel posto pi scomodo dellintero vagone. Il posto inferiore, tuttavia, non migliora di molto la situazione: stendere completamente le gambe impossibile in entrambe le cuccette, gi molto corte e in pi chiuse tra due pareti inamovibili. Fortunatamente, la temperatura ottima e non asfissiante, ma forse solo perch il treno ancora spento e il riscaldamento non ancora entrato in funzione. Le basse luci del tardo pomeriggio non vengono compensate dalle luci del treno, ancora spente, e latmosfera molto tranquilla e silenziosa, nonostante la nutrita presenza di persone sul vagone. Quasi tutte sono donne, che portano variopinti fazzoletti in testa e si trascinano dietro dei trolley immensi, che spesso faticano a sistemare negli scompartimenti pi alti a causa della loro bassa statura. Tuttavia, nessuna ci chiede aiuto, anche se la statura del mio amico permetterebbe loro di sistemarli in un lampo. Meglio cos, non abbiamo proprio voglia di avere a che fare con nessuno. La nostra posizione gi molto esposta, e il ricordo della brutta esperienza sul Mosca Tynda ancora presente nella memoria, anche se appare molto improbabile che stanotte si ripeter una situazione simile. Non appena la provodnitsa ci recapita le lenzuola, sistemiamo il letto e ci rannicchiamo nel nostro cantuccio, cercando di convivere con gli inevitabili dolori e fastidi agli arti inferiori e alla schiena. Trovare una posizione veramente comoda impossibile. Bisogna semplicemente abituarsi a stare scomodi, altrimenti si condannati a rigirarsi in eterno senza mai trovare pace, e girarsi in questa strettissima branda unimpresa di acrobazie, nonostante la piccola spondina ripiegabile che dovrebbe impedire le cadute accidentali: spondina che in realt cos ridicolmente bassa da costituire soltanto un intralcio nelle operazioni di rifacimento della branda. Tuttavia, pur nella sua scomodit, il posto superiore trasmette un certo senso di sicurezza. Le persone che passano lungo lo stretto corridoio disturbano principalmente il passeggero che sta sotto; in alto, invece, la ristrettezza dello scomparto e il fatto di essere circondati da muri sui tre lati conciliano quasi il rilassamento e il sonno. Specialmente quando mi giro sul lato del finestrino, escludendo la vista del vagone ai miei occhi, mi sento quasi in una botte di ferro. Rimango infatti in tale posizione fino alla mattina
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successiva, osservando meccanicamente i fiocchi di neve cadere e infine sprofondando in un sonno intermittente, spesso disturbato dagli schianti della porta del bagno che sbatte. Talvolta, anche un bambino piagnucoloso riempie letere con i suoi insopportabili strilli. Nessuno ci rivolger nemmeno una sillaba per tutte le tredici ore di viaggio, come se non esistessimo affatto. Alle sei di mattina, ogni tentativo di riprendere sonno inutile. Mi soffio il naso, sempre delicatamente per non attirare lattenzione, ma non appena mi giro verso le cuccette constato che avrei potuto anche non prendere questa precauzione. Il vagone, infatti, si svuotato quasi completamente nel corso della notte. Allesterno infuria una tormenta: turbini di fiocchi di neve e cristalli di ghiaccio sbattono furiosamente contro i finestrini, accumulandosi per pochi secondi prima di essere spazzati via dal vento. Non manca pi di unora alla nostra discesa dal vagone, che durante la notte stato efficacemente riscaldato e ora quasi afoso. Una volta a Nogliki dovremo cercare velocemente un autobus che ci porti fino a Okha, la capitale del petrolio. I problemi di questo tipo, in un viaggio indipendente, sono costanti e mai eliminabili. Solo quando varcheremo nuovamente la soglia di casa nostra, in Italia, potremo definitivamente smettere di preoccuparci di come ci sposteremo, anche se torneranno altri problemi e preoccupazioni che qui invece non esistono. Ma fintantoch siamo in viaggio, ogni giorno una sfida, uneccitante incognita. La sensazione del cosa succederebbe se perdessi lautobus? angosciante, ma allo stesso tempo tremendamente attraente, ci che rende il viaggio pieno di emozioni che si fissano indelebilmente nella memoria. Un treno preso per un soffio, un diverbio scampato, un divertente equivoco con la bigliettaia della stazione: queste sono le cose che anche dopo cinquantanni verranno ricordate, scolpite nella memoria come un insetto racchiuso per sempre nellambra che lha lentamente inglobato. Una brevissima ricerca attorno alla piccola stazione di Nogliki sufficiente per trovare un autobus che si dirige a Okha, lungo una strada sterrata che si percorre in cinque ore. Ormai le distanze russe non mi stupiscono pi, anzi sono arrivato a considerare un viaggio di cinque ore come breve. Sarebbero potute essere otto o nove, se non dodici. Il nostro mezzo simile ad una marshrutka e funziona allo stesso modo, ma considerevolmente pi spazioso. Ci
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troviamo comunque in difficolt a sistemare i bagagli, nonostante lo spazio aumentato. Come abbiamo fatto a incastrare tutto in quel minuscolo pulmino, solo pochi giorni fa? Mistero. Probabilmente stato solo listinto di sopravvivenza che ci ha spinto a pressare tutto insieme dentro la marshrutka e partire. Stavolta, fortunatamente, la situazione molto pi gestibile. Il riscaldamento tenuto al massimo, e presto mi devo togliere il piumino e la giacca da sci. Anche stavolta ho sbagliato a vestirmi, esagerando con la prudenza, ma mi sto cominciando a rassegnare anche ad un altro aspetto del viaggio siberiano: impossibile vestirsi nel modo giusto. La temperatura sempre troppo variabile e imprevedibile. Inevitabilmente, quando mi vesto pesantemente aspettandomi un freddo micidiale, poi fa caldo (in termini relativi, ovvio). E viceversa, quando mi vesto di meno aspettandomi un clima pi mite, scende un gelo plutonico. Finora lha sempre avuta vinta la Siberia, chiss se prima o poi mi riuscir di turlupinare la mia immensa e astuta avversaria? Inizia cos il viaggio lungo questa strada ghiacciata e irregolare, ovviamente senza aver mangiato nulla da quando abbiamo abbandonato lalbergo di Juzhno Sakhalinsk. La fame mi tormenta, abituato come sono a mangiare poco ma a intervalli ravvicinati. Il mio compare ha invece la fortuna di avere un metabolismo pi lento, che gli consente di fare il pieno e poi tirare avanti anche per quarantotto ore senza danni. Le provviste sono ridotte allosso: rimasta solo qualche zolletta di zucchero, il brodo granulare da sciogliere in acqua insieme alla pastina, pi un tozzo di pane e una bottiglietta dacqua. Tutto qui. E tuttavia dannatamente irritante come, nonostante la scarsit di viveri, i bagagli continuino a pesare come macigni. Ma forse la stanchezza cronica a farli sembrare sempre cos pesanti. Lautista guida con un volto totalmente privo di espressione lungo una strada sempre uguale, fiancheggiata da boscaglia innevata da entrambi i lati. Deve averla percorsa centinaia di volte e probabilmente ormai gli dar la nausea. Speriamo solo che non si addormenti. Sicuramente destate c pi variet di paesaggio, ma lisolamento e la monotonia non si possono lenire. Le montagne che dominavano nel sud di Sakhalin sono ora sparite, lasciando il posto ad un piattume unico. Quasi nessun veicolo sta percorrendo
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questa strada, e i pochi che incrociamo sono quasi tutti camion allopera in qualche cantiere. Il vento non accenna a diminuire, distribuendo sempre generose quantit di cristalli di neve sui finestrini. Tento di distrarre la mente da questa scomoda monotonia mettendomi gli auricolari e lasciando scorrere un po di tracce nel lettore, scegliendo quelle pi adatte a rievocare latmosfera di questo momento. Melodie decadenti condite da una batteria marziale mi accompagnano per una decina di minuti, sostituite successivamente da intense note di pianoforte che sposano magistralmente una sei corde distorta al punto giusto. Questo il viaggio che ci sta portando alla fine del mondo, oltre la quale non potremo pi progredire, ma solo iniziare a tornare a casa. Dopo tanto tempo passato ad andare avanti, ora il capolinea vicino, e inevitabilmente la battuta darresto che ne seguir sar un momento particolarissimo del viaggio. Talvolta, un obiettivo a lungo inseguito diventa, dopo una lunga e faticosa ascesa per raggiungerlo, improvvisamente insipido. Che succeda lo stesso con Okha, fin dallinizio considerata nostra meta ultima? Se fosse un luogo deludente, popolato solo da trivelle petrolifere e niente pi? Ma un pensiero pi forte spazza via questi dubbi: non importante tanto il luogo dove si arriva, ma le emozioni che si sono provate durante il viaggio per raggiungerlo. E quelle non sono mancate affatto.

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Capitolo XVIII Okha, la citt del petrolio

Dopo le necessarie ore di scossoni e traballamenti assortiti, un cartello segnala limminente presenza di Okha. La segnalazione ironica: dal cartello alla citt ci sono ancora chiss quanti chilometri, poich non si vede alcun segno di presenza urbana. Tuttavia, dopo un po appare qualche sprazzo di costruzione e uninsegna molto pi grande, dorata e argentata, recante il nome della citt. Solo in cirillico, ovviamente: da molte migliaia di chilometri non vediamo pi cartelli scritti sia in russo sia in inglese. Okha conta circa cinquantamila abitanti, e nonostante il decentramento ha laria di essere una cittadina vivibile. tuttavia popolata dai soliti orrendi palazzi che la rendono inconfondibilmente siberiana. La neve continua a cadere incessantemente, formando degli enormi cumuli lungo le strade: qui non come nellentroterra siberiano, dove la neve di ottobre ghiaccia e rimane praticamente inalterata fino a primavera. Nel nord di Sakhalin nevica tutto linverno, e inoltre fa considerevolmente pi freddo che al sud dellisola, dunque ancora una volta c bisogno di adeguare labbigliamento. Fortunatamente c un alberghetto non molto lontano dal punto in cui, inconsapevolmente, scendiamo dallautobus convinti di essere arrivati in citt. In realt non si trattava affatto dellultima fermata, ma ogni tanto la fortuna gira nel verso giusto anche per noi, e presto possiamo sdraiarci su due enormi letti che ci permettono di riposare dalla lunga tratta in treno, seguita poi da quelle cinque sconquassanti ore di pulmino.
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Vorrei che il momento del riposo post trasferimento non finisse mai, ma so che dopo poco dovremo gi cominciare ad organizzarci per proseguire nel nostro itinerario. Ancora una volta la camera fredda e dobbiamo vestirci bene per evitare di ammalarci: sta diventando veramente unossessione quella di dover stare coperti anche dentro gli edifici. Usciamo dallalbergo solo per andare a comprare del cibo: le provviste, infatti, vanno urgentemente rifornite. Men del giorno: shproty (pesciolini in scatola da mangiare interi, con tutte le lische), wurstel, formaggio stagionato, pane e mortadella, mele e acqua minerale. Dopo un mese una dieta nauseante, ma sempre pratica ed economica. Non siamo giunti a Okha impreparati, come poteva essere per Verkhnezejsk. Stavolta abbiamo molte informazioni su di essa, e perfino il contatto e - mail della direttrice del museo locale. Grazie alla corrispondenza effettuata con lei prima della partenza, infatti, ora la donna sta aspettando il nostro arrivo. Se tutto andr come speriamo, sar il nostro trampolino di lancio che ci permetter di godere al massimo della visita di questa citt, accompagnati da un abitante locale. E non uno qualsiasi, ma una persona importante. Dopo una dormita ristoratrice, il museo dunque la nostra prima destinazione. Passando attraverso anonimi stradoni e viuzze parallele fiancheggiate da alberi pieni di neve, lo raggiungiamo in pochi minuti, nonostante alcuni rovinosi scivoloni sul ghiaccio. Si tratta di un palazzone giallognolo, scrostato e poco appariscente. Allentrata ci ricevono alcune donne che ci accolgono calorosamente non appena scoprono che siamo proprio gli stranieri che aspettavano. Una di loro, particolarmente pingue e dotata di un paio di occhiali molto spessi, proprio il nostro contatto. Dopo i convenevoli, la donna ci porta nel suo ufficio per vedere di organizzare qualcosa. A noi interesserebbe visitare qualche paese vicino dove vivono ancora le etnie locali, oppure organizzare unescursione guidata ad un vicino villaggio, vittima di un devastante terremoto e mai pi ricostruito. Eventualmente, se proprio non ci fosse nulla di meglio, andrebbero bene anche i pozzi di petrolio. Purtroppo, in Siberia dinverno molto pi facile che qualcuno risponda che una cosa non si pu fare, piuttosto che il contrario. Le risposte della signora non sono infatti incoraggianti: i pozzi petroliferi sono tutti lontanissimi, e in ogni caso non sono accessibili per chi non dispone di un permesso speciale. La neve e il
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brutto tempo tagliano le gambe ad ogni escursione avventurosa in paesi dimenticati. Una gita al vicino villaggio di Nekrasovka, tuttavia, perfettamente fattibile. L abitano i Nivkhi, popolazione autoctona che ancora resiste nei propri nuclei di aggregazione. Stanno un po meglio degli indiani nelle riserve, ma il concetto lo stesso. La donna sceglie per noi una guida, incaricata di farci conoscere prima la citt di Okha e poi lindomani portarci anche a Nekrasovka. Destiamo molto interesse come visitatori: non gli capita spesso di vedere degli stranieri, in questa stagione e in un luogo cos remoto e privo di interesse turistico. In quale altra citt potremmo aspettarci unaccoglienza simile? Bisogna proprio andare a cercarselo col lanternino, un posto del genere. A dire il vero, loro sostengono che qualche straniero ogni tanto arriva, ma per lavoro. Hanno visto dei francesi e degli americani. Non si ricordano di aver mai visto italiani, anche se non possono assicurarcelo. Effettivamente, dopo Mosca non abbiamo pi visto stranieri in viaggio, a parte noi. Niente italiani, niente francesi, niente inglesi, niente americani. Nessuno che non fosse russo. Mi chiedo cosa pensino queste persone di noi: sono sicuro che si stanno domandando cosa diavolo ci abbia spinto a viaggiare tanto per arrivare in una localit simile. Volendo fare un paragone un po azzardato, come se una persona partita dalla Groenlandia in barca a remi approdasse infine in un remoto paesino delle coste lucane, asserendo di essere arrivato a destinazione. Certamente sarebbe guardata con molto interessee forse considerata anche un po matta. Svetlana la donna che ci aiuter a scoprire il nord di Sakhalin. La cosa strana che pare che lo far gratuitamente, come le stato raccomandato anche dal sindaco. Si parte dunque con la visita del museo, che ospita numerosi oggetti e testimonianze appartenuti alle popolazioni indigene, ora ridotte allosso e confinate in sperduti villaggi dimenticati nella periferia di Sakhalin. C di tutto: dalle calzature ricoperte di pelo alle splendide magliette ricamate a mano con bellissimi disegni, fino allequipaggiamento da caccia e pesca, che ancora oggi queste popolazioni praticano con assiduit. Tronchi dalbero scavati internamente formano una canoa; un po di assi intrecciate formano una slitta con la quale correre veloci sulla neve, trainati dai cani. Uninsolita catena fatta interamente di legno passa
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quasi inosservata ai miei occhi finch non la osservo meglio e mi rendo conto che non pu esistere un oggetto simile. Ha anelli chiusi uno dentro laltro, perfettamente lisci e levigati, proprio come una normale catena di acciaio. Come avranno mai potuto costruirla? Certamente il legno non si pu fondere e poi far solidificare, n tanto meno pu essere cresciuto ad anello. Devono per forza averla costruita con una tecnica particolare, che per non riesco proprio a immaginare. Svetlana spiega infine che la catena stata costruita scolpendo un unico blocco di legno. Semplice e geniale! A differenza del museo, che per si esaurisce in fretta, le strade della citt non offrono molti svaghi n interessanti visioni. Gli unici elementi artistici sono lonnipresente e noiosa statua del padre della Rivoluzione russa, pi qualche monumento celebrativo e unautomobile quasi completamente sepolta dalla neve. Una chiesa pi bianca della neve stessa ha i classici cipollotti dorati che colpiscono sempre lo sguardo, ma chiusa. Svetlana opta per un diversivo, portandoci nel centro culturale dei Nivkhi: essi infatti non vivono solo in paesi come Nekrasovka, ma hanno una sede associativa anche qui. Una specie di rudimentale Pro Loco. Tale sede si trova in un lurido scantinato, raggiungibile dopo due rampe di scale strettissime e buie. Nel cantinino troviamo quattro o cinque donne piuttosto attempate, dai tratti somatici indefinibili. Fianchi larghi, guance piene e cadenti, nasi a punta, pelle color avorio vecchio e punteggiata di lentiggini. Lineamenti orientali, certo, ma non riconducibili a etnie che gi conosco. Il bugigattolo il loro quartier generale, nel quale fabbricano i loro oggetti e attualmente ricevono gli unici stranieri che sembrano aver visto fino ad oggi. Il cantinino veramente pittoresco e la loro accoglienza ottima: sul tavolo centrale iniziano immediatamente ad accumularsi tazze di t, biscotti, pasticcini e quantaltro, da offrire agli ospiti stranieri. Tutte molto curiose, le anziane donne iniziano a tempestare di domande il mio amico, unico in grado di rispondergli, e poco alla volta facciamo la loro conoscenza. Non potendo come al solito parlare, decido di mostrare la mia gratitudine ingozzandomi di cibo. Qui infatti, pi lospite mangia, pi il padrone di casa contento, perch significa che lospite apprezza il cibo e quindi lospitalit. Non come da noi, dove un eccesso di volutt potrebbe essere interpretato come opportunismo e scortesia. Ma a parte mangiare, non mi arrischio a fare nientaltro. Non ho idea di come
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potrebbero interpretare un mio gesto, una mia espressione, un mio modo di fare. Le forme di galateo pi disparate circolano per il mondo: in Indonesia, ad esempio, accarezzare un bambino sulla testa una gaffe imperdonabile, mentre da noi un gesto comune e affettuoso. Che ne so che qualche mio comportamento o gesto apparentemente normalissimo non possa essere considerato un sacrilegio immane che mi porterebbe ad unimmediata esecuzione sul patibolo, dopo la quale verrei tagliato a fettine e venduto sottocosto al mercato della carne esotica? Meglio stare attenti, anche se leventualit assai improbabile. Una dopo l'altra, le donne Nivkhi ci mostrano tutti i loro oggetti di artigianato: babbucce, magliette identiche a quelle viste al museo, vesti e sottovesti, cestinice n per tutti i gusti. Ovviamente, per finanziare la propria associazione, li vendono. Non fanno alcun cenno a noi, ma implicito che sia buona educazione ricambiare la loro ospitalit comprandogli qualcosa. La nostra scelta cade su alcune babbucce foderate di pelo di animale, un paio di grembiuli colorati e due amuleti, che per alla fine ci vengono regalati. La determinazione del prezzo molto approssimativa: una delle donne, pi austera e meno sorridente delle altre, vorrebbe alzare il prezzo come si fa di solito coi turisti, ma unaltra la previene e ce li cede scontati della met, rimproverando lamica per aver cercato di lucrare su di noi. Voleva infatti farci pagare il triplo del normale. Anche in capo al mondo, nessuno resiste alla tentazione di fregare il malcapitato straniero ogni volta che possibile. Unaltra particolarit di queste persone, che ci infastidisce non poco, che non ne vogliono sapere di farsi fotografare. Non avendo macinato pochi chilometri per venire a incontrarle, ci aspetteremmo come minimo che si lascino immortalare per permetterci di mostrare anche a casa nostra come sono fatti i misconosciuti Nivkhi, ma non c niente da fare. Se proviamo a chiedere il permesso di fotografarle si rabbuiano immediatamente e ci fanno capire che meglio non chiederlo una volta di pi. In compenso, per, sfoggiano macchine digitali di ultima generazione che continuano ad abbagliarci con i loro flash. Ci fotografano di continuo, come fossimo animali da circo. Certamente comprensibile che, non vedendo mai nessuno che non sia originario delle immediate vicinanze, vogliano immortalare questa stranezza ora che possono. Ma anche per noi vale lo stesso! Tuttavia, non c
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verso di convincerle. Non vogliamo scattare foto a tradimento: rischieremmo di offenderle mortalmente e di incrinare i rapporti che fino ad ora si sono dimostrati buoni, cos riponiamo le macchine fotografiche e lasciamo perdere. Forse non vogliono che le fotografiamo perch si vergognano dello stato di disordine in cui versa la stanza e temono che anche quello appaia nelle foto, o forse perch in qualche modo si sentono inferiori a noi. Ai loro occhi siamo pur sempre turisti occidentali pieni di soldi, anche se non assolutamente cos. Oppure non gradiscono le fotografie perch secondo alcune culture orientali il fotografare una persona equivale a rubarle lanima. Potrebbero pensarla cos anche loro. Ma allora perch si sentono in diritto di rubare la nostra, di anima? Probabilmente proprio il fattore vergogna a determinare il rifiuto. Ci credono pieni di soldi e ricchezze, e quindi troppo superiori a loro. Sarebbe inutile tentare di spiegargli che, ad esempio, viaggiamo spesso e volentieri in seconda classe e che abbiamo scelto di spostarci sempre in treno per riscoprire il viaggio scomodo, oppure che ci portiamo dietro pesi assurdi senza mai pagare un facchino e che per risparmiare mangiamo le scatolette di tonno comprate al supermercato. Probabilmente non riusciremmo mai a scrostare dal loro immaginario la nostra immagine di ricconi, che se viaggiano cos lontano devono sicuramente avere grosse disponibilit economiche. A mano a mano che la conversazione continua, riesco a cogliere sempre pi aspetti di ci che viene detto, specialmente quando Daniele a parlare. Ormai un mese che sento parlare in russo, e bene o male il mio amico racconta sempre gli stessi aneddoti. Tra le parole imparate, la pronuncia italiofona e la ripetitivit dei discorsi, riesco a cogliere il senso di quasi tutto ci che egli dice. Quando parla un russo, invece, praticamente impossibile capirlo o seguirne un discorso, bisogna accontentarsi di qualche frammento di frase captato grazie ad una buona attenzione e ad un pizzico di fantasia. Il discorso si sposta lentamente dal nostro viaggio allItalia e alle nostre abitudini di vita, cos distanti dalle loro che quasi non si riesce a concepirlo. Entrare in contatto con culture cos diverse dalla propria, che fino a poco prima non si sapeva nemmeno che esistessero, fondamentale per capire che il mondo non si ferma solo al cortile di casa nostra.
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passata qualche ora e Svetlana deve congedarsi da noi, ma ci d appuntamento lindomani mattina alla reception dellalbergo, per portarci fino a Nekrasovka e farci cos conoscere meglio i Nivkhi. Facciamo ritorno in albergo mentre il sole sta gi calando, inesorabile, lasciando questo solitario avamposto umano in bala del freddo e delle tempeste di neve.

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Capitolo XIX Il paese dove non hanno mai visto un italiano Per raggiungere Nekrasovka useremo il taxi, che in Russia un mezzo abbastanza economico, specie se confrontato con gli standard italiani. Con questo viaggetto viene ridefinito il limite geografico del viaggio: non pi Okha, ma si sposta proprio a Nekrasovka, ancora un po pi a nord della citt del petrolio e dunque tecnicamente pi lontano da casa nostra in termini di strada percorsa. Il collegamento tra le due cittadine unenorme lingua d'asfalto coperta di neve ghiacciata, sulla quale il tassista sfreccia velocissimo, affrontando curve apparentemente insidiose con sorprendente sicurezza. I tassisti russi hanno proprio lossessione della velocit. Immense pianure bianche, martoriate da un sole abbacinante pi che mai, stringono questa timida strada in una morsa. Vegetazione, poca; punti di riferimento, assenti. Ora s che ho la netta sensazione di essere arrivato ai limiti del mondo: questa sconfinata distesa di niente fa quasi paura, linferno per un agorafobico, una prova di forza per una persona normale. Se non avessi questa scatola di latta semovente che mi circonda e mi porta lontano a novanta chilometri lora, se improvvisamente essa sparisse lasciandomi solo in mezzo a questo nulla, probabilmente sarei invaso da un terrore ancestrale. Il paesaggio pare dire: Torna indietro, il mondo finisce qui. Non avventurarti oltre questo limite. Queste sono le seconde Colonne dErcole. Il villaggio di Nekrasovka, posto a nord ovest di Okha e sorto su un golfo marittimo, un paesino piccolo e insignificante, composto quasi interamente da baracche di legno attorniate da qualche cadente edificio in muratura. Qui vive la maggior parte dei Nivkhi, o meglio sopravvive, come ci confida la stessa Svetlana. Purtroppo il mancato sviluppo delle zone rurali russe ha contribuito ad accrescere lisolamento di queste popolazioni, che ora si sentono totalmente dimenticate dal governo e che possono solo vivacchiare, senza la possibilit di costruirsi un futuro migliore. Una delle poche costruzioni importanti che spiccano in mezzo alle baracche il centro culturale del paese, dove si riuniscono le principali autorit della popolazione. Inutile dire che il luogo dove saremo ospiti.
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Anche qui alcune donne attempate, con quei tratti somatici cos particolari, ci accolgono con interesse, mostrandoci una videocassetta che riassume la loro storia, le loro tradizioni, le loro origini e lattuale dislocazione. Peccato che, come al solito, non riesco a capirne assolutamente nulla. Devo accontentarmi di osservare una cerimonia dove un uomo vestito da pagliaccio finge di rincorrere dei bambini, ma poi viene bloccato e giustiziato, in quanto incarnazione del Male. Questa, almeno, la mia interpretazione. A dire il vero le donne Nivkhi (ma gli uomini dove sono?) si mostrano piuttosto disinteressate a me, ma non posso lamentarmi. logico che vogliano parlare con chi pu capirle, dato che come tutti i russi conoscono solo il russo, pi la loro lingua locale. Anche loro si stupiscono non poco di vederci arrivare nel loro isolatissimo paesino. Non senza suscitare un grande orgoglio in noi, ci assicurano che siamo i primi italiani che vedono arrivare qua. Parlano anche loro di francesi e americani, ma di italiani proprio no. Non avrei mai pensato di potermi trovare un giorno in un luogo dove la popolazione mi avrebbe accolto come un pioniere. Dopo i convenevoli, immancabile lofferta di cibarie e bevande in quantit industriale. Se non fosse che il mio metabolismo estremamente veloce, rischierei di tornare a casa ingrassato di dieci chili. Mangiano molto bene, i Nivkhi, forse perch non hanno molti svaghi durante la giornata. Qui non si trovano facilmente teatri, cinema, negozi di dischi, centri commerciali, parchi di divertimenti, librerie. Le loro pietanze sono estremamente invitanti e saporite e infatti ne approfitto per mangiare a pi non posso. Mi sento quasi in colpa ad approfittare cos indegnamente del loro cibo, che probabilmente ci stanno offrendo con qualche sacrificio, ma veramente lunico modo che ho di dimostrare la mia riconoscenza. Si offenderebbero, se mangiassi poco. Mi piacerebbe riuscire ad avere qualche scambio in pi con questa gente, ma purtroppo tutto quello che posso dire deve preventivamente essere tradotto, rendendo la comunicazione breve e difficoltosa. Sorrisi, smorfie, gesti ed espressioni degli occhi: cos che devo comunicare. E se fossi improvvisamente lasciato solo in mezzo a loro? In un colpo solo crollerebbero tante di quelle certezze!

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Anche stavolta tentiamo di scattare qualche foto alle signore, ma puntualmente si rifiutano. Sembra che sia proprio una cosa radicata, quella di non volersi far fotografare. Mi chiedo quante persone lanno vengano qua a scattargli una foto: se fossi io al loro posto, sarei pi che felice di poter portare una mia immagine nel resto del mondo e dimostrare cos che esisto anchio. Ma loro la pensano diversamente. Ci non toglie che, come le loro colleghe di Okha, ci riempiano di fotografie senza nemmeno chiederci a loro volta il permesso di scattarle. Sembra che per loro sia dovuto, ma non gli viene il dubbio che forse potremmo offenderci anche noi? Dopo mangiato, Svetlana ci accompagna a vedere il paese. Siamo particolarmente interessati allenorme golfo, poco distante dalle ultime case di Nekrasovka, e siamo subito accontentati. Passando nuovamente per la nevosa e vuotissima strada, sulla sinistra ci attende una discesa ripida ed estremamente sdrucciolevole. Ci lasciamo semplicemente scivolare fino in fondo, per fare pi in fretta e per non romperci qualche osso. Dopo lo scivolone programmato, ci troviamo tuttad un tratto a faccia a faccia con il primo braccio di mare visibile da quando siamo sbarcati a Kholmsk. Tra laltro, non nemmeno loceano Pacifico, ma soltanto un braccio di mare che si insinuato nellinterno, come un fiordo. Inoltre, non punta nemmeno verso il Pacifico, ma guarda verso il continente russo. Ci non toglie che sia maestoso: unaltra distesa di candido niente, sulla quale stazionano persone e automobili parcheggiate. Quei distanti puntini umani sono ovviamente intenti nella pesca sul ghiaccio. Sicuramente in questi villaggi tutti sanno pescare, cosa che ad esempio io non so fare. Potrebbero insegnarmi alla perfezione larte della pesca, e ci solo un esempio del fatto che nessuno pu semplicemente dirsi autarchico. Se infatti mi trovassi a dover vivere qui, da adesso in poi, mi toccherebbe imparare da loro come procurarmi il pesce. Alcune navi incagliate e rovesciate sui fianchi giacciono sulle rive gelate: verranno recuperate la primavera successiva, quando il ghiaccio si scioglier. Questa anche la sorte che tocca ai camion apparentemente abbandonati in mezzo alla neve, visibili ogni tanto in mezzo ai bassopiani siberiani. La contemplazione della baia non dura molto, anche se rimarrei qui delle ore ad ascoltare lassordante silenzio che permea la scena. Un silenzio primordiale, rotto solo dallo spirare del vento. Dobbiamo per fare ritorno alla casa dei
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Nivkhi, poich non ci hanno ancora mostrato tutto: rimane lallevamento di cani da slitta. Svetlana ci accompagna anche stavolta, guidandoci e seguendoci fedelmente come unombra. I padroni dei cani ci accolgono con altre offerte di t e caff bollente, per poi portarci a vedere i loro animali, degli stupendi ed enormi cani husky, dagli occhi di ghiaccio. Un grosso cartello segnala che sono molto cattivi, ma la loro espressione pi festosa che aggressiva. Uno di essi ha una zampa deforme e costantemente piegata verso il basso, conseguenza di una lite ingaggiata con un orso lestate scorsa. La padrona spiega che anche dinverno non vogliono dormire nelle cucce che gli hanno costruito. Preferiscono stare fuori, da veri eroi dello stoicismo. O meglio, fanno quello che la natura gli ha insegnato a fare da migliaia di anni. Questo Nekrasovka. La cosa pi bella che il villaggio ci regala un infuocato tramonto, immortalato in uno scatto fugace mentre tinge di colori il cielo sopra le ultime dacie. Svetlana tuttavia non ci lascia molto tempo per fotografare il paese, poich dobbiamo tornare nella casa dei Nivkhi per salutarli e poi andarcene. Tornando indietro cerchiamo di imprimere nella mente il pi possibile la fisionomia del villaggio, molto appassito e decadente. Gli abitanti pensavano che il tanto sbandierato sviluppo economico della Russia avrebbe toccato anche loro, aiutandoli a uscire dalla loro condizione di alienazione, ma non successo. Non deve essere facile stare qui tutto lanno, se gi io dopo un paio dore ho limpulso di scappare e tornare alla civilt. Ma c anche da dire che per chi nato qui questa la normalit. A me per esempio sembrerebbe impossibile vivere senza i miei dischi, i miei libri, un computer con il quale scrivere, un biglietto interrail con il quale viaggiare per lEuropa. Qui sono sicuramente cose dallimportanza scarsa oppure nulla. La popolazione ha da mangiare, e questo le basta. Di certo vivono con molte meno preoccupazioni e noie rispetto a noi europei. Il sole quasi tramontato ed ora di salutare i Nivkhi, ringraziandoli per lottima ospitalit che ci hanno offerto, anche se avremmo qualcosa da ridire sul loro insensato rifiuto a farsi scattare anche solo una singola foto. Si fanno per perdonare regalandoci altri due amuleti da portare al collo e due libercoli contenenti le loro creazioni artistiche, commentate sia in russo che in lingua locale, scritta in caratteri totalmente incomprensibili.
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Un unico pulmino per Okha parte tra pochi minuti dallunica strada del paese, e la cosa strana che questo pulmino segna linizio del nostro ritorno a casa. Dopo un mese abbondante di viaggio, iniziamo finalmente a riavvicinarci alle nostre dimore, in un viaggio di ritorno che durer quasi un altro mese. Non capita certo tutti i giorni di ragionare con simili misure. Un freddo intenso sta accompagnando lapparente discesa del sole, rendendo lattesa del pulmino una tortura come fu lattesa del traghetto per Kholmsk, ma stavolta non ci sono taxi da prendere in alternativa. Possiamo solo aspettare e sperare che il mezzo non abbia avuto un guasto. Fortunatamente non cos. Sotto un cielo che inizia a mostrare le prime timide stelle della sera, uno sbuffante trabiccolo viene finalmente a prelevarci. Ai biglietti e a tutte le altre formalit ci pensa Svetlana, come sempre senza chiederci nulla in cambio. Chiss se lo fa perch semplicemente gentile oppure perch sono state le sue colleghe di Okha a raccomandarglielo. I boschi di Sakhalin, durante la notte, si possono quasi sentire respirare. Pur nel trambusto provocato dallautobus, sembra di scorgere miriadi di folletti che prendono vita in mezzo alle fronde delle conifere, buie e minacciose. Lunica luce visibile viene dai fari del nostro mezzo: se si spegnessero, un buio mortale scenderebbe su di noi, rendendo visibili migliaia di stelle con una luminosit inconcepibile per noi occidentali, abituati a vederle annegare nellilluminazione artificiale. Nonostante il desiderio che cova in me di vedere le meraviglie del cosmo finalmente ardere con tutta la loro potenza, preferisco tuttavia che le luci del pulmino rimangano bene accese a illuminare la strada. Talvolta, lautista si ferma in mezzo al percorso per raccogliere dei passeggeri, muniti di regolare biglietto, i quali aspettavano praticamente in mezzo al nulla, nel buio pi totale. Come avranno fatto a orientarsi? Due di loro hanno perfino un qualche genere di marchingegno agricolo con s, che caricano sul pulmino dopo non pochi sforzi. Sono le ultime persone che raccogliamo. Okha infatti presto in vista, con le sue deboli luci e il fumo delle sue ciminiere petrolchimiche, che pur nel buio non ha ancora smesso di lordare laria pura.

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Capitolo XX La casa dei pionieri Salutando per lultima volta Svetlana e ringraziandola per averci guidato ovunque, sempre gratuitamente e con una pazienza di Giobbe, ce ne ritorniamo a dormire. Domani saremo ancora qui a Okha, ma non abbiamo proprio idea di come passeremo la giornata: sembra proprio che abbiamo visto tutto ci che c da vedere in questa squallida citt petrolifera e industriale. Ci pensa per la fortuna a darci una mano anche stavolta. Lindomani riceviamo una strana telefonata: ancora la donna del museo, e cerca proprio noi. Il messaggio ambiguo, ma allo stesso tempo chiaro: Vi aspettiamo alla casa dei pionieri verso le tre di pomeriggio. Avevamo lasciato il numero nel caso ci avessero voluto contattare, ma nessuno di noi pensava che lavrebbero fatto davvero. Di cosa sia questa casa dei pionieri, proprio non abbiamo idea. Tuttavia, crediamo di sapere quale potrebbe essere, dato che nei giorni scorsi Svetlana ci ha indicato un centro ricreativo che ospita tutte le attrazioni culturali e ludiche della citt. Non pu essere altro che quello. Ci presentiamo puntuali, curiosi di sapere cosa ci aspetta. Sembra che i responsabili del luogo ci stessero aspettando: veniamo ricevuti da Masha, la bionda direttrice. Presto il mistero sulla nostra convocazione svelato: le donne del museo hanno parlato a Masha del nostro arrivo, e le hanno consigliato di invitarci per farci conoscere alla popolazione. Ledificio dove siamo funge da oratorio: dopo la scuola, giovani, adulti e chiunque voglia si riunisce qui per suonare, ballare, cantare, mangiare, giocare ai giochi pi disparati. E noi saremo le attrazioni della giornata, ospiti donore della citt di Okha. Verremo presentati agli abitanti della citt, in particolare ai bambini, per parlare dellItalia e del nostro viaggio. In men che non si dica, si mette in moto una macchina di accoglienza veramente efficiente. Attorno ad un tavolo, dove sono posate delle invitanti fette di torta procurate apposta per noi, si accumula un nugolo di bambini che ci osservano curiosi. una curiosit positiva, che si percepisce subito nei loro occhi, tutti rigorosamente azzurrissimi. La direttrice del centro ci presenta gli animatori, i biondi e simpatici Nikolaj e Anna, pi i rimanenti membri dello staff. In pochi secondi avviene un numero
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impressionante di strette di mano. Una delle ragazze dello staff, con gli occhiali e i capelli bruni liscissimi, per piuttosto sfuggente e impacciata. Si avvicina a me con una timidezza esagerata, rifiutando il contatto. Solo dopo capisco che cos timida perch ha paura che, essendo italiano e quindi tradizionalmente caloroso e amichevole, io possa improvvisamente avvicinarmi per abbracciarla. Dopo averla rassicurata che non sono uno che si prodiga in questo genere di effusioni, specialmente con gli sconosciuti, la ragazza recupera un po di colore e accetta almeno di stringermi la mano. Ha sempre negli occhi unespressione timorosa di chiss cosa, ma almeno abbiamo rotto il ghiaccio. Considerato che siamo in Siberia, non c espressione pi appropriata! Dopo averci introdotto ai presenti con un piccolo discorso, a me ovviamente incomprensibile, i capi lasciano la parola a Daniele, che munito di microfono riparte unaltra volta spiegando tutto ci che abbiamo fatto per arrivare fino a Sakhalin. Ormai non mi perdo una parola dei suoi discorsi, le conosco a memoria nonostante siano in russo e penso che anche lui sia piuttosto stufo di ripetere ogni volta tutto da capo. Nel contempo, per, un onore non da poco essere ascoltati da tutte queste persone e con tutto questo interesse. La gente ascolta con crescente stupore, intervenendo spesso per fare domande e per chiedere precisazioni. Anche loro ammettono di non vedere molto spesso stranieri nella loro localit, se non per questioni di lavoro, essendo la citt un centro petrolifero che ogni tanto visitato da imprenditori stranieri e magnati del mestiere. Ma questi vengono per controllare i loro profitti e per stipulare affari, dopodich se ne vanno a fare altri soldi. Non gli interessa certo vedere i luoghi o conoscere la gente del posto. Nikolaj e Anna, da bravi animatori, si inventano presto un gioco per vivacizzare lincontro. A turno dobbiamo dimostrare di conoscere almeno un cantante russo, un atleta russo, un attore russo e via dicendo. I bambini devono fare lo stesso con attori, cantanti e altri italiani famosi. Sembra una puntata di Uno contro cento. I bambini dimostrano di essere preparatissimi sui calciatori (uno di loro porta addirittura un cappellino dellInter), mentre gli adulti conoscono benissimo Toto Cutugno e Celentano, che a quanto pare in Russia sono dei veri e propri miti. Del resto, praticamente tutti gli italiani conoscono Tolstoj e Dostoevskij, anche chi non sarebbe in grado di elencare un solo titolo di un loro libro. Noi italiani siamo
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pi ferrati sui poeti e scrittori russi, ma molto meno sui calciatori e gli altri sportivi. Tuttavia, riscuoto un ottimo successo quando dimostro di conoscere i Kipelov, gruppo metal piuttosto famoso in Russia. Snocciolo senza fatica un po di nomi di canzoni del gruppo nel momento in cui mi chiedono se me ne ricordo qualcuna. Sono finalmente felice di poter partecipare in qualche modo alla situazione, dimostrando di conoscere almeno una piccola parte di Russia che perfino il mio esperto amico ignora. Il gioco termina con la vittoria dei russi, ma siamo in netta inferiorit numerica, quindi non vale! Ma non c tempo di dispiacersi, e nemmeno di finire le fette di torta. Ora dobbiamo disegnare. La stanza a fianco un laboratorio d'arte: fogli di carta e numerose matite colorate si ritrovano immediatamente nelle nostre mani, libere di rappresentare ci che meglio secondo noi descrive questo momento. Cosa disegnare per compiacerli? La prima cosa che mi viene in mente, visto anche il languorino che mi ha preso mangiando le fette di torta, unitalianissima pizza margherita, disegnata alla belle meglio con un pennarello rosso e uno giallognolo. Tutti la conoscono e apprezzano ridendo i miei sforzi artistici, anche se il risultato lascia decisamente a desiderare. Del resto, i russi non sanno cucinare la pizza, quindi siamo pari. Daniele invece opta per qualcosa di simbolico che ricordi il viaggio, ora giunto al suo culmine. Tre o quattro macchine fotografiche ci immortalano pi volte insieme ad alcune coloratissime matrioske, disegnate dai bambini. Fortunatamente, i russi di Okha sono meno timidi dei Nivkhi e si lasciano fotografare volentieri, sorridendo apertamente. Uno dei bambini ci chiede addirittura se deve pagare per farsi scattare una foto insieme a noi Dopo esserci fotografati in ogni combinazione possibile di persone e usando tutte le macchine fotografiche nostre e loro, ci spostiamo nella stanza vicina, dove due giovanotti ci danno unottima dimostrazione di breakdance. Il pi grande si esibisce in numeri dalta scuola, roteando sul pavimento come se lavessero lubrificato di cera da capo a piedi. Se ci provassi io, mi romperei un osso alla prima caduta. Fortuna che non ci chiedono di provare anche noi. In unaltra stanza ancora, invece, sono gli animali a fare da padroni: qui i bambini sono liberi di giocare con ogni tipo di roditore o rettile esistente. Non mancano di offrirci dei simpatici topini da tenere in mano, frugoletti tremanti che non aspettano altro che scappare dalla
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nostra presa. A dire la verit, ci riescono piuttosto facilmente: non ci entusiasma tenere in mano dei topi, anche se apparentemente sono molto puliti, e usiamo qualsiasi scusa per liberarcene. In un angolo della stanza, i bambini stanno scommettendo su quale sia il topo pi intelligente, cio il primo che riuscir ad uscire da un labirinto di tubi di gomma appositamente predisposto. Con molta foga incitano il loro animale a girare ora a destra, ora a sinistra, ora a tornare indietro, gridando tutti insieme. Chiss se una volta diventati grandi diventeranno scommettitori accaniti. Poi i bambini ci offrono di far passare dalle nostre mani anche degli enormi roditori, dotati di denti ben pi pericolosi, e addirittura alcune fredde iguane, dalla pelle biancastra e squamata. Siamo felici che i nostri rifiuti siano accolti: quegli animali fanno proprio impressione e non abbiamo nessuna voglia di coccolarli come fanno loro. Riceviamo comunque in regalo un paio di conchiglie piatte, a detta loro provenienti direttamente dalle spiagge di Sakhalin. Finalmente possiamo tenere in mano qualcosa di non vivente e liberarci dei roditori. Dopo i topi, si vira verso lingegneria aeronautica: la stanza successiva infatti un laboratorio dove si costruiscono aeroplanini telecomandati, ma anche semplici modellini di aeroplano in legno. Due pazienti istruttori ci guidano nellintagliare le ali di un aereo, usando dei particolari seghetti a forma ricurva. Si passa poi alla stanza della musica, dove una scintillante batteria attrae irresistibilmente la mia attenzione. Avevo imparato a suonare una batteria, o come minimo a tenere il tempo (cosa assolutamente non facile!) grazie ad un vecchio amico con il quale anni fa mi divertivo a passare i pomeriggi in soffitta, facendo rimbombare i tom e i charleston per ore. Suonare la batteria dovrebbe essere come andare in bicicletta: una volta imparato non si dimentica pi. Tutta teoria: nella pratica ho infatti perso quasi del tutto il senso del ritmo, e mi ci vogliono non pochi tentativi prima di riuscire a tenere un tempo decente. Pensavo di fare molto meglio al primo colpo, e invece ci faccio una figura barbina! Con lorgoglio sotto le scarpe cedo il posto a Nikolaj, autentico virtuoso della batteria. Non ha tuttavia molto tempo per esibire i suoi numeri musicali: infatti arrivato un controllo a sorpresa dei pompieri, giunti per verificare che gli impianti anti incendio del palazzo siano a norma di legge. Magari questi controlli li fanno una volta lanno, e ovviamente doveva capitare proprio il giorno in cui
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siamo qui noi. Non cos semplice dirci di ripassare domani! Fortunatamente, la presenza dei pompieri non inficia il resto della visita alla casa dei pionieri, anche se a malincuore siamo costretti ad abbandonare gli strumenti musicali, poich gli uomini in casco e tuta gialla hanno deciso di cominciare lispezione proprio da l. Nikolaj e Anna ci riportano nella stanza iniziale, dove sono rimaste solo poche persone, tutte adulte. Ricomincia dunque lofferta di cibo e bevande. Altre enormi fette di torta, guarnite allinverosimile, sono accompagnate da bicchieri generosamente riempiti di ottimo vino. Sembra che la gente rimasta in quella stanza stia aspettando solo che riprendiamo a mangiare per ascoltare poi il nostro giudizio sulla bont delle torte, ma nessuno sembra ricordarsi che fino a pochi minuti fa tenevamo in mano dei topi. Le nostre mani non sono esattamente pulite, e purtroppo non c lombra di posate. Chiedere una salvietta o un rubinetto dove lavarsi le mani imbarazzante. Con un atto di volont, Daniele prende la prima fetta di torta con le mani, che affondano ripetutamente nella morbida glassa bianca. Non ha laria molto felice, ma tenta lo stesso di simulare contentezza. Anche scegliendo la fetta pi compatta non riesce a evitare di impiastricciarsi le dita e di formare una squisita torta al topo. Quando il coraggioso ha gi mangiato pi di met fetta, ecco apparire magicamente le salviettine umide, delle quali riesco a servirmi prima di iniziare anchio a mangiare. Per stavolta mi sono salvato dalla leptospirosi, almeno spero. Nel grande salone principale, appena fuori dalla porta, due ragazze si stanno continuamente esercitando a cantare una canzone che riguarda lanno nuovo, ormai alle porte. Dietro di loro, un maestro di karate (che ci dicono sia stato anche in Italia per un torneo) sta insegnando a dei bambini i movimenti di base, con molta pazienza anche nei confronti di chi non riesce a sciogliere bene tutti i muscoli da subito. Nikolaj, che era sparito per qualche minuto, ci raggiunge accompagnato da un omone alto quasi due metri e largo almeno quanto due persone normali, presentandocelo come luomo pi grosso di Okha. Ci stanno presentando praticamente tutta la popolazione, per un motivo o per laltro. Manca solo che ci consegnino le chiavi della citt. Nel frattempo, come da perfetta consuetudine russa, lofferta di bevande prosegue e non accenna a fermarsi. Non potendo parlare o dovendomi limitare solo a rispondere dietro traduzione quando mi viene chiesto qualcosa,
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decido di buttarmi sulleccellente vino che oggi hanno riservato proprio per noi. Presto mi sento decisamente brillo e inizio a spiccicare qualche parola in pi in russo, non preoccupandomi pi di sbagliare o di pronunciare le parole in modo ridicolo. Mentre la stanza ricomincia a riempirsi di persone, tutti mi incoraggiano a esercitarmi con il russo. Qualsiasi persona apprezza che uno straniero tenti di parlare la sua lingua, anche se il tentativo il pi maldestro e comico del mondo. Notando che ho ancora fame e che la torta avanzata mi fa gola, ma che non ho il coraggio di allungare la mano per prendere dellaltra, mi invitano a dire vorrei dellaltra torta in russo. Non appena pronuncio la frase corrispondente, un coro di complimenti mi assale: sostengono che labbia pronunciata come un nativo russo, senza tracce di accento straniero. E cos facendo mi guadagno di diritto unaltra fetta di torta, non pi aromatizzata al pelo di topo. Dopo un altro po di chiacchiere, sorrisi e bicchieri di vino pieni fino allorlo, usciamo dalledificio per assistere al volo di uno degli aeroplani telecomandati, fresco di produzione. Ci copriamo bene, poich lalcool traditore e non fa percepire correttamente la temperatura esterna. Nikolaj lancia laeroplanino a mano, poi prende il telecomando e inizia a dirigerlo in aria con evoluzioni sempre pi ardite, sfiorando lampioni e fronde di alberi rinsecchiti. A volte perde quasi il controllo, ma allultimo recupera portanza e continua a condurre il mezzo con perizia. Il volteggiare dellaeroplanino quasi ipnotico per i miei sensi ottusi dallalcool, e noto a fatica le poche stelle che brillano nel cielo serale invaso da una persistente nebbiolina. Lalcool non mi permette di avvertire il freddo, e so che rimanendo fuori ancora qualche minuto potrei incorrere in spiacevoli effetti, perci insisto per tornare dentro. Nikolaj fa atterrare laereo facendolo praticamente schiantare contro un cumulo di neve, in assenza di tratti pianeggianti e sgombri dove effettuare un vero atterraggio. Laeroplanino sembra tuttavia integro. Nikolaj incarica qualcuno di andarlo a recuperare e ci riporta dentro. Ormai sera inoltrata, e la casa dei pionieri sta per chiudere. Dopo aver ringraziato tutti mille volte per leccezionale ospitalit, arriva purtroppo lora di andarcene. Gli auguri per un buon viaggio di ritorno sono immancabili e sinceri. Siamo sicuri di aver lasciato un
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ottimo ricordo in questa gente, cos come loro lhanno lasciato in noi. Non appena tornati in albergo, constatiamo con sorpresa che siamo rimasti con loro per solamente tre ore, anche se ci parsa uneternit. Leffetto dellalcool non mi ha ancora abbandonato, e infatti crollo dal sonno non appena tocco il guanciale.

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Capitolo XXI Mafia russa La nostra visita a Sakhalin ufficialmente terminata. Non si tratta di un momento felice: la strada che ci aspetta per il ritorno infatti scoraggiante. Dobbiamo rifare al contrario la strada in pullman verso Nogliki, il che significa altre cinque ore di strada sterrata; dopodich ci toccher prendere un altro treno notturno per Juzhno Sakhalinsk, poi una volta l trovare una marshrutka che ci riporti a Kholmsk. Ci beccheremo dunque altre due ore di viaggio in una scatola di sardine, e se sopravviveremo alla marshrutka dovremo aspettare chiss quante ore per prendere il traghetto, rifare le venti ore di traversata, prendere il treno a Vnino per la citt di Khabarovsk e infine prendere un altro treno per Seryshevo, il piccolo paese dove degli amici ci stanno aspettando. Migliaia di chilometri per decine e decine di ore di viaggio, con la stanchezza accumulata da un mese e pi. La permanenza a Okha ci ha permesso di riposarci un minimo, ma non abbastanza. Un conto sapere di dover effettuare il viaggio di ritorno, un conto effettuarlo per davvero. Stamani nevica ancora. La neve non ha mai smesso di cadere dal cielo nel corso di tutta la nostra permanenza a Sakhalin, con leccezione delle poche ore passate a Nekrasovka. I bagagli, lasciati sul ciglio della strada in attesa dellautobus, si riempiono in breve tempo di cristalli di ghiaccio. Oltre una certa temperatura, la neve non cade pi in fiocchi, ma in singoli cristalli. Li spazziamo via meccanicamente e senza troppa convinzione, spossati come siamo dallidea di dover ritornare in Italia in treno. Il romanticismo dellimpresa passa leggermente in secondo piano quando ci si rende conto che, per essere portata a termine, limpresa stessa richiede sacrifici notevoli: ma per quanto possa essere tentatore un veloce e indolore ritorno in aereo, non cederemo mai alla tentazione. Sarebbe un insulto a noi stessi scegliere la via pi facile dopo aver fatto tanta fatica per rimanere fedeli al nostro principio. Ecco perch non prendiamo un volo dallaeroporto locale, ma siamo ancora qui in mezzo al freddo e al vento, con tutte le nostre maledette borse, alla fermata dellautobus.

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Fortunatamente, il mezzo di ritorno non cos scomodo e scassato come il precedente, ma si pu addirittura paragonare ad un autobus turistico. Per una volta non abbiamo alcun problema con i bagagli, potendoli posizionare nei numerosi sedili vuoti. Meglio mettersi comodi e con il cuore in pace: ci vorranno altre cinque ore per riguadagnare il suolo di Nogliki, e una volta l non sappiamo quanto dovremo aspettare prima di trovare un treno che ci porti a Juzhno Sakhalinsk. Siamo dunque preparati alleventualit di passare una notte in stazione, esperienza che preferiremmo evitare, anche perch non siamo muniti di sacchi a pelo. Ma se non c altra possibilit, sempre meglio dormire in stazione che rimanere allaria aperta nella gelida notte del nord di Sakhalin. Il viaggio in pullman trascorre in uno stato di trance, favorito dallo spuntare di un fortissimo sole che vince finalmente la neve e il grigiore che aveva attanagliato tutto il viaggio di andata. Non sembrano nemmeno gli stessi luoghi che abbiamo attraversato solo qualche giorno fa. incredibile come il sole possa cambiare cos radicalmente laspetto di un paesaggio, di per s brullo e insipido. La coltre bianca che ricopre alberi e arbusti ora non pi opaca, bens scintillante; il cielo non pi avvolto in una cappa di morte, ma intensamente colorato e pieno di invisibile forza vitale. In queste condizioni il viaggio trascorre velocemente, e quasi mi dispiace dover scendere, quando lautobus imbocca la stretta curva in discesa dietro la quale appare la stazione di Nogliki. Non c scelta, tuttavia. Dobbiamo ritornare di nuovo allo stato nomade e senza alcuna garanzia. La stazione piccola, ma conta numerosissimi posti a sedere e anche un chiosco che vende ogni genere di cibaria insana. La biglietteria per temporaneamente chiusa, cos ne approfittiamo per cercare due sedie dove stravaccarci ad aspettare in pace. Ne troviamo un paio in un angolo, posizione dalla quale possiamo tenere sotto controllo tutto ci che accade nella stazione. Un nugolo di guardie giurate seduto qualche fila avanti a noi, mentre nella fila immediatamente prossima alla nostra stanno una giovane ragazza in stivali bianchi e un ragazzo sbandato che la corteggia vistosamente. Egli si protende verso di lei, cercando di baciarla sulla guancia, ma la giovane devushka non il tipo di ragazza che fa tanti complimenti. Al primo accenno di molestie, infatti, si alza e fa per dirigersi al posto di polizia, causando limmediata fuga del giovane
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disturbatore. Le persone attorno a lei ridono di gusto, vedendo questo baldanzoso dongiovanni scappare di corsa per non pi ritornare. Poco dopo, la biglietteria apre. Non ci sono posti disponibili in platskartnyj e dobbiamo quindi prenotare un kup, pagando un sacco di soldi poich la linea che unisce Nogliki alla capitale di Sakhalin in parte privatizzata. Non c da lamentarsi, non c da reclamare: o si prende quel treno o si passa una notte in stazione. Meglio pagare, perlomeno trattandosi di un kup dovrebbe essere un viaggio tranquillo. Una volta acquistati i biglietti, veniamo dunque a sapere che il treno arriver tra due ore. Ormai, quando scopriamo che mancano due ore allarrivo di un mezzo, non ci sembra affatto un tempo lunghissimo: anzi, siamo felici che il mezzo arriver cos presto. Con lallenamento si riescono a sopportare bene le ore di attesa in stazione, quando lambiente totalmente privo di stimoli e lunica compagnia la propria mente. Non infatti cos facile trovare argomenti di conversazione stimolanti, quando si presi dallapatia dellattesa. Spesso e volentieri ci troviamo a rimanere per lunghe ore in silenzio, ciascuno immerso nelle proprie elucubrazioni mentali, oppure al contrario affondato in una voluta assenza di pensieri. Dopo lesperienza del Mosca Tynda abbiamo sempre cercato di viaggiare il pi possibile in prima classe, anche se un po pi costosa, poich tendenzialmente pi tranquilla della carrozza comune. Avere a che fare con al massimo altre due persone e non altre cinquanta riduce di molto i rischi di trovare qualche persona ubriaca, bellicosa o molesta. Ci non toglie, tuttavia, che anche in prima classe si possano vivere situazioni particolari. Non appena varchiamo la porta del nostro scompartimentino, infatti, un signore pacioso e grassoccio, che se ne sta seduto su uno dei sedili inferiori, ci accoglie subito chiedendoci se vogliamo andare a fumare con lui. Non si presenta nemmeno: esordisce cos. Non abbiamo nemmeno sistemato i bagagli sulle cuccette e siamo impegnati come al solito nel difficile compito di passare dal corridoio allo scompartimento senza urtare ovunque con le borse, e gi questo ci chiede di fumare. Luomo parla un russo inframmezzato da qualche strampalata parola dinglese. Non appena capisce che siamo stranieri, ci prende sotto la sua ala protettrice. Asserisce infatti di essere un mafioso
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importante, uno che in Russia ha amici molto in alto, uno che temuto perfino dalla polizia. La sua frase preferita No problem. Ja Killer. Ja Mafia, e la ripete spesso, specialmente quando vede un agente di polizia passare nel corridoietto. Dice anche di avere una figlia di quattro mesi e di essere in viaggio per lavoro, anche se quale sia questo lavoro non dato sapere. Nel kup c solo lui, il quarto posto vuoto. La sua presenza, tuttavia, basta e avanza. Ora che avremmo pi che mai voglia di starcene tranquilli e dormire, doveva capitarci il viaggiatore svalvolato. Non si possono ignorare n tanto meno rifiutare le sue offerte di cibo, che mette in comune con noi in quanto stranieri da proteggere. Pi volte mi ripete con fare paternalistico non avere paura e mi invita a mangiare le sue pietanze. Ma di cosa dovrei avere paura? Che il cibo sia avvelenato, forse? Al massimo ho paura di lui, non certo delle mille cose brutte che potrebbero capitarci in Russia, cose che continua a elencarci asserendo che per finch c lui non ci succeder niente. Riusciamo a tenerlo buono accettando ci che ha da offrire, rispondendo sempre affermativamente ad ogni sua asserzione, e per quanto mi riguarda limitandomi a sorridere e scappando nella cuccetta superiore appena mi possibile. Dopo pochi minuti, per, avverto un impellente stimolo di andare in bagno. La vescica si sveglia sempre nei momenti meno opportuni, una legge di natura. Peccato che per uscire debba chiedere il permesso alluomo, che si piazzato davanti alla porta a sistemare la giacca e non ne vuole sapere di levarsi di mezzo. Chiss cosa sta cercando in quelle tasche, saranno cinque minuti che ci ravana dentro. Quando per capisce che devo uscire dallo scompartimento, si scansa subito, uscendo e lasciandomi la strada libera. Ma non rientra subito nel kup: fino a quando io rimango in bagno, lui resta in corridoio a farmi da guardia del corpo, guardando a destra e sinistra con fare minaccioso, proprio come se fosse un buttafuori davanti a una discoteca. Gli manca solo lauricolare e la mano costantemente saldata allorecchio. Solo quando rientro nel mio scompartimento rientra anche lui, chiudendo la porticina del kup con aria soddisfatta. Unaltra sua caratteristica quella di sparire, a intervalli pi o meno regolari. Ogni tanto pianta tutto e se ne va, asserendo che deve andare a fumare. Peccato che puntualmente lasci sigarette e accendino in bella vista sul tavolo. A volte sta via anche per
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mezzora. Cosa diavolo star combinando? Meglio non chiederselo troppo e cercare di ignorarlo il pi possibile. Per me facile, non parlando russo e standomene rannicchiato come al solito in cima al kup, ma per Daniele come al solito praticamente impossibile evitare di fare amicizia. Ci viene in mente che ogni tanto potremmo fingere che nessuno di noi due parli russo, ma sarebbe una tattica rischiosa. Per esempio, il provodnik potrebbe comunicare una cosa importante e saremmo costretti a far finta di niente, per non destare sospetti nei nostri compagni di viaggio. E poi basterebbe un attimo a tradirsi. Meglio non provarci nemmeno ed essere onesti: se non altro, dicendo la verit si risparmiano sempre un sacco di guai. Dopo che luomo tornato da una delle sue peregrinazioni, arriva il momento fatidico che tutti e due temevamo: lofferta di alcool. infatti tornato con una bottiglia di vodka, sicuramente comprata al vagone ristorante, e non manca di offrircene un po. Si pu dirgli di no? Se gi il russo medio considera il rifiuto come un mezzo insulto, figuriamoci lui. Partiamo dunque a bere insieme. In questa epopea di viaggi in treno stiamo bevendo di continuo, ma non siamo noi a cercare lalcool, sempre lui a cercare noi. Pensiamo tuttavia di cavarcela col solito bicchierino, due o tre al massimo, ma c' sfuggito un particolare: luomo infatti intenzionato a bere tutta la bottiglia. Chiss se lalcool lo far rimbambire ancora di pi, cos finalmente si ficcher a letto e la smetter di coinvolgerci nelle sue storie, oppure se le nuove dosi peggioreranno la situazione. Non riusciamo a capire, infatti, se il suo strampalato comportamento sia dovuto ad un eccesso di alcool nel sangue oppure se quella sia la sua condizione basale. Il simpatico signore continua a riempirci il bicchierino fino allorlo, a volte rovesciando generose quantit di vodka sui tappetini e sul sedile. Il suo cervello non sembra tarato per capire il significato della frase Solo un pochino, che continuiamo a ripetergli in tono vagamente supplichevole. Ogni tanto ripete ancora di essere un killer professionista, poi un membro del KGB e addirittura uno sciamano, poi esce dalla carrozza per andare a fumare, sempre senza le sigarette e senza laccendino. Ogni volta che si allontana, iniziamo a ridere e non smettiamo pi. Addirittura, un paio di volte ce lo vediamo riportare in camera dagli agenti di polizia, che evidentemente hanno capito lantifona e lo stanno invitando ad
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andarsene a dormire senza disturbare gli altri passeggeri. Ma non c niente da fare: non appena i poliziotti se ne vanno, lui sta buono per dieci secondi e poi riprende a vagare per il corridoio, visitando anche le altre carrozze. Approfitto di una delle sue assenze per rintanarmi nuovamente in branda, sperando che non arrivino altre offerte di vodka. La tattica sembra funzionare: al suo ritorno, le offerte si rivolgono esclusivamente al mio amico. Non so quale santo del cielo devo ringraziare per il fatto che ora la sta offrendo solo a lui, che grazie al suo fisico e alla sua et pu reggerla molto meglio di me. I due continuano a bere, chiacchierando del pi e del meno, finch cominciano a delirare, ridendo a pi non posso ad ogni frase pronunciata. Mi sento un po in colpa a lasciare sempre la patata bollente al mio compagno, ma deve pur esserci qualcuno che rimanga sano e che curi i soldi e gli oggetti importanti, no? Non si sa mai che queste bevute non abbiano come secondo fine quello di stordirci per poi derubarci. Improbabile, ma possibile. Ma finalmente la fortuna volge in nostro favore: una distinta signora sale ad una fermata e si sistema nel nostro kup, andando ad occupare lultimo posto. Non appena la vede, lo sciamano killer si calma immediatamente e cessa sia di dire baggianate sia di offrire da bere. Non verremo pi calcolati fino allarrivo a destinazione, e la bottiglia di vodka rimarr bevuta solo per met.

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Capitolo XXII Nove bagagli per me posson bastare Al mattino arriviamo in perfetto orario nella gi conosciuta piazza di Juzhno Sakhalinsk. La sosta nella capitale interlocutoria: compriamo solo un po di cibo e cambiamo dei soldi. In stazione, tuttavia, compriamo anche tutti i biglietti possibili per il viaggio di ritorno. Loperazione va in porto: ci garantiamo larrivo fino a Rostov, anche se poi per raggiungere lUcraina e ripercorrere lEuropa fino a casa nostra dovremo arrangiarci, poich non c modo di prenotare da qui i biglietti per loltre confine. La scelta di passare da Rostov dettata da vari fattori: il percorso complessivamente pi breve, e inoltre sarebbe difficile programmare un ritorno in modo da arrivare a Mosca esattamente il giorno in cui parte il treno per Venezia. Ritardare di un giorno significherebbe dover prenotare almeno due treni separati, con costi altissimi, nonch pernottare in un albergo, dunque altri costi. Optiamo dunque per questo percorso alternativo, che ci permetter di vedere anche una parte di Russia europea mai battuta da nessuno dei due. Una volta sbrigate le formalit, individuiamo immediatamente una marshrutka libera, guadagnandoci il posto quando ancora vuota e sistemando comodamente i bagagli. Le consuete due ore di viaggio passano nella noia, ma non pi nella sofferenza fisica. Tutto ci che facciamo sa di gi visto, poich dobbiamo rifare il percorso al contrario: la costa russa corrispondente al nord di Sakhalin disabitata e non c modo di raggiungerla. Se si vuole tornare indietro per via terrestre, non c altro modo che ripercorrere a ritroso lunica via di comunicazione esistente. A Kholmsk facciamo unaltra esaltante scoperta: dovremo aspettare otto ore prima che arrivi il traghetto, che parte sempre e solo la sera. Disastro. Dopo aver comprato il biglietto, ci mettiamo rapidamente il cuore in pace e iniziamo ad aspettare le nostre ore. Sarebbe inutile prendersela contro il destino o contro i russi che fanno partire il traghetto solo una volta al giorno. Sapevamo a cosa saremmo andati incontro con questo viaggio e abbiamo implicitamente accettato tutti i suoi numerosi e inevitabili contrattempi. Ma ecco che, quando proprio ci stiamo per addormentare seduti, capita ancora qualcosa di
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sorprendente: una delle persone con cui avevo parlato in inglese proprio qui a Kholmsk al momento del nostro sbarco a Sakhalin si sta dirigendo ora verso di me. Ritrovarla qui dopo quasi due settimane era ben difficile, anche se non impossibile. Ho dunque la possibilit di parlare un po con lui in inglese per sgranchirmi la lingua, anche se sono piuttosto stanco e non ho molta voglia di fare conversazione. Presto il ragazzo si mette a parlare con il mio compagno di viaggio, in russo, e la mia attenzione rimane rivolta unicamente ad un barbone che sta cercando di sistemarsi in una nicchia della parete. Quando il ragazzo se ne va rimaniamo di nuovo da soli, piuttosto infreddoliti dalla mancanza di riscaldamento della stazione. Sappiamo bene che muovendoci ci riscalderemmo, ma la pigrizia e la paura di perdere il posto ci tengono incollati ai sedili per diverse ore. Quando per la fame si fa sentire e i dolori al posteriore iniziano a diventare insopportabili per via della troppa immobilit sulle sedie metalliche, cominciamo a vagare per la citt in cerca di un posto dove mangiare qualcosa. Poco distante appare una pizzeria. Vale la pena di provarla, dopo lindicibile orrore che ci hanno servito a Vnino? Tutto sommato s: la bont del cibo in gran parte dipendente da quanta fame si ha. Fortunatamente, i russi di Kholmsk sanno cucinare una pizza decente, che ci riempie lo stomaco fino a sera, quando calano le luci e la stazione inizia a riempirsi sempre di pi di persone che aspettano di tornare sul continente. Sembriamo tutti dei fuggiaschi che vogliono togliersi il pi velocemente possibile da unisola precaria e sul punto di esplodere, mentre invece il continente sicuro e accogliente. Dei bugigattoli rettangolari, che vendono gli oggetti pi disparati, non mancano in nessuna stazione russa, e anche qui a Kholmsk ce ne sono un paio. Li avevamo notati a malapena nel momento dellarrivo a Sakhalin, ma ora che non abbiamo nulla da fare possiamo passare un po il tempo osservandoli bene. Questi cubi di vetro e alluminio fanno quasi ridere, sembrano delle gigantesche case per le bambole. Il viso della commessa spunta solo attraverso un minuscolo obl quadrato, posto sulla faccia frontale del container: per il resto non c alcun accesso praticabile. Nonostante ci, un uomo sembra intenzionato a entrare a tutti i costi nel gabbiotto, tra la preoccupata disapprovazione della commessa, che pare indecisa su come comportarsi. Tra poco il suo turno sar finito
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e dovr per forza aprire la porticina laterale per uscire. Osservando i due con la coda dellocchio, non riesco a capire se luomo conosca la donna o se stia cercando di importunarla in qualche modo. Entrambi si comportano in modo ambiguo. Lui si piazza davanti alluscita, poi si sposta, poi quando la donna apre la porta per uscire lui entra, ma non fa niente. Lei non gli concede molta corda e pare molto infastidita dalla sua presenza, ma si comporta come se gi lo conoscesse. Rimango ad osservarli incuriosito fino a quando la commessa spegne definitivamente le luci del negozietto di cianfrusaglie e luomo si allontana in direzione opposta, scuro in volto. Chiss cosa si sono detti dietro quel vetro. probabile che luomo fosse solo un barbone ubriaco in cerca di spiccioli, come ce ne sono tanti in giro per le stazioni russe. Improvvisamente, alcune transenne vengono rimosse da una scala e un fiume di persone subito ci si riversa. Non facciamo fatica a capire che dobbiamo imitarli. Mentre fatichiamo per stare al passo con gli altri, un uomo di nome Ivan, dagli enormi occhi azzurri e dalla camminata incerta, ci chiede aiuto per portare alcuni bagagli. Chiss perch lha chiesto proprio ai due passeggeri pi oberati. Questo signore, tra laltro, non ha solo un paio di borse, ma si sta portando appresso la bellezza di nove bagagli, ed solo. Inoltre, evidente che ha una gamba finta, poich zoppica in modo inconfondibile. Il bagaglio che ho scelto a caso tra i nove tremendamente pesante: sar attorno ai trenta chili e riesco a stento a tenerlo in mano. Percorrendo la rampa sopraelevata che porta alla nave, sono costretto a posarlo pi volte per terra, prima che mi cada improvvisamente di mano e si rompa. Non si capisce di cosa si tratti: tutti e nove gli oggetti sono avvolti in carta marrone da pacchi oppure in tela di juta. Quando finalmente luomo ha compiuto tutti i viaggi necessari a portare i suoi nove bagagli davanti alla nave, scopriamo cosa sono: attrezzi da muratore. La pesantissima cassettina che ho portato invece una batteria. Nel breve lasso di tempo che intercorre tra larrivo sul molo e lapertura della nave, luomo spiega che deve portare questi bagagli da Sakhalin allUcraina, senza nessuno che lo aiuti e spostandosi esclusivamente in treno, causa mancanza di soldi per laereo. Sta facendo un viaggio quasi uguale al nostro, anche se lui lo fa per necessit. Mentre chiacchieriamo, arriva il momento di salire sulla nave. Questa volta, peccando di ottimismo, decido di precedere il mio
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compagno e consegno per primo il mio passaporto alla bigliettaia, quando di solito facciamo il contrario. Ovviamente, la pago: non capendo il russo, mi sfugge il dettaglio che oltre alla ricevuta devo prendere anche un buono pasto, che mi servir lindomani per mangiare gratis sulla nave, e mi accorgo del disguido solo quando troppo tardi. Pazienza, non manger o elemosiner qualcosa al mio amico. Una volta arrivati in cabina, perdiamo di vista Ivan, ma solo temporaneamente: lo ritroveremo sul treno che ci aspetta a Vnino, poich ne passa solo uno al giorno e si pu prendere solo quello. La nostra cabina molto pi piccola della precedente e conta solo un letto a castello, perci saremo ancora una volta da soli. Tuttavia, il pavimento lievemente obliquo e lo spazio ridottissimo ci costringono ancora una volta a improbabili acrobazie con i bagagli, che hanno il potere di creare problemi praticamente ovunque.

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Capitolo XXIII La cabina degli orrori Ferdinando Magellano chiam cos loceano Pacifico perch fu impressionato dalla calma delle sue acque. I casi sono due: o stato particolarmente fortunato, oppure noi ora siamo particolarmente sfortunati. Gi dai primi minuti di traversata chiaro che il tridente di Poseidone puntato contro di noi. La nave rolla e beccheggia senza tregua, costringendoci a stare fermi in branda per non essere presi dalla nausea. Ma i problemi non finiscono qui: si sa che quando le cose vanno male possono sempre peggiorare ulteriormente. Dopo dieci minuti dal varo della nave, infatti, il bocchettone che sta sopra le nostre teste parte improvvisamente a sbuffare aria caldissima, in un rumore fortissimo e ossessivo. Mi ero appena messo gli auricolari per ascoltare un po di musica, ma sono costretto a toglierli poich non riesco a sentire nulla. Giusto per dare unidea del frastuono. In pochissimo tempo, laria diventa torrida e secchissima, ma per quanto ci sforziamo di girare la manopola linfernale aggeggio non si spegne n riduce il suo flusso: tutto ci che possiamo fare tenerlo cos oppure aumentarlo. Interpelliamo linserviente, che si limita ad alzare le spalle e a rispondere che il riscaldamento cos e non si pu fare niente. Grazie mille. Nonostante la nostra cabina sia la pi vicina in assoluto alla sua postazione, non viene nemmeno a vedere cosa succede, mostrando il pi totale disinteresse. Vorrei mettere sua madre nella nostra cabina, giusto per vedere se almeno in quel caso si riscuoterebbe dalla sua indolenza. Ancora una volta, dobbiamo arrangiarci. Non possiamo nemmeno tenere la porta aperta per far uscire il calore, poich si apre verso lesterno e intralcia il passaggio, e inoltre sbatte ad ogni movimento della nave, facendo un chiasso infernale. Non c nemmeno un modo di bloccarla. La beffa che la nostra lunica cabina con questo problema. Linsopportabile baccano si avverte chiaramente anche dallesterno, mentre non cos per tutte le altre cabine del nostro piano. Sembra quasi che ci abbiano predisposto la cabina stranieri. Ridotti alla disperazione, proviamo almeno a dormire, ma unaltra impresa titanica: dato che il calore tende ad accumularsi tutto in alto, lambiente della cuccetta superiore (come al solito la mia) semplicemente invivibile. Mentre sto per sentirmi male, Daniele mi cede eroicamente il suo posto e si
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mette a dormire per terra, stendendo la branda nel poco spazio disponibile sul pavimento: lunico modo di sfuggire alla morsa del caldo. Nonostante i disagi, ai posti inferiori il calore non infatti insopportabile e riusciamo comunque a scivolare nel sonno, ma la mattina le cose iniziano ad andare veramente male. Il dio del mare sempre pi arrabbiato e oggi scuote la nave con ritmica violenza, mentre il riscaldamento non ha accennato a diminuire per tutta la notte ed ancora l a sputare fiumi di fuoco gassoso. Mi chiedo come abbiamo potuto dormire con un tale fracasso. Oltretutto, il caldo infame ci ha fatto svegliare con un orribile senso di pesantezza alla testa. Non possiamo nemmeno uscire dalla cabina a prendere un po daria fresca, perch non appena ci mettiamo in piedi ci assale immediatamente una forte nausea che ci costringe a rimetterci sdraiati. Sudando in modo indegno per il caldo e per la nausea, non possiamo fare altro che rimanere a fissare il soffitto. Daniele prova a bere un sorso della bevanda al gusto duva, unica nostra provvista liquida, e lo vomita immediatamente nel lavandino. Io non ci provo nemmeno, per non fare la stessa fine. Nessuno dei due si sogna lontanamente di salire in coperta per mangiare. Se non altro, posso consolarmi di aver perso il buono pasto: in queste condizioni non mi sarebbe servito proprio a nulla. Dopo qualche ora passata immobili e tramortiti dalla nausea, il mare si calma leggermente. Possiamo respirare un po pi liberamente, ma mancano ancora pi di sei ore allarrivo. Recupero comunque le forze sufficienti per avventurarmi fuori dalla cabina e per sedermi su una delle panche esterne. Mi tocca subire di pi la nausea, ma almeno laria qui respirabile. Vado avanti a entrare e uscire dalla cabina fino a sera, quando con nostra immensa gioia arriva lora di scendere da quest'inferno semovente. Lattesa parsa interminabile, ma anche stavolta ce labbiamo fatta. I problemi non sono per finiti: rimane da tornare alla stazione ferroviaria di Vnino, poi cercare un treno, e poi un altro treno, e poi un altro ancora Con una lentezza veramente esasperante, il traghetto si ferma infine al molo di Vnino. Quando sentiamo i suoi motori spegnersi definitivamente, impossibile trattenere un enorme sospiro di sollievo. Finalmente calpestiamo di nuovo la terraferma, limmensit russa, dalla cui superficie ora non ci allontaneremo pi. Il sollievo per soltanto momentaneo: ora che siamo stati scaricati fuori dalla nave in fretta e furia, come fossimo dei container merci, dobbiamo
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aspettare che il solito pulmino venga a recuperarci. Purtroppo, stavolta non possiamo contare su un provvidenziale taxi. tarda sera e non c alcun mezzo nei pressi del molo. Il pulmino gi fermo davanti alla nave ad aspettare i passeggeri, ma ci vorranno almeno tre viaggi prima che riusciamo a raggiungere tutti la stazione. Ovviamente, con tutto larmamentario che ci portiamo appresso, non proviamo nemmeno a prendere posto sul primo giro, preferendo aspettare insieme a chi non mostra di avere troppa fretta e si spontaneamente messo da parte. Non riusciremmo mai ad accaparrarci due sedili, con tutta la gente che spinge ed pronta a uccidere pur di guadagnarsi un posto a sedere. I vestiti che ho addosso non sono pesanti, e dopo qualche minuto di immobilit inizio gi a soffrire per il forte vento che spira dal mare. Non c nemmeno un posto dietro il quale ripararsi, in questo spiazzo vuoto illuminato solo da alcuni lampioni. Tutto ci che si pu fare girarsi per non farsi investire dalle raffiche in piena faccia. Saltellando di continuo per cercare di riportare i piedi in temperatura, noto luomo dei nove bagagli, che pare resistere stoicamente anche girato controvento. Per ingannare il tempo, socializzo un po con lui: del resto, non difficile essere solidali l'uno con l'altro in queste condizioni, anche se non si conosce il russo. Basta sapere come si dice freddo, umidit e vento e il discorso bello che fatto. Ormai un po che sono qui e un po di parole le ho imparate, almeno quel tanto che basta per instaurare una rudimentalissima conversazione. Dopo una ventina di minuti, lo sgangherato autobus fa ritorno per caricare la seconda ondata di passeggeri. Anche stavolta lasciamo perdere limpossibile impresa di insinuarci in mezzo a quella ressa e ci riserviamo lultima corsa, quando lo spazio a disposizione sar sicuramente maggiore e i bagagli entreranno con pi facilit. Del gruppetto che si accalcato sul pulmino riescono a salire quasi tutti: solo due uomini, dallaria visibilmente scornata, si vedono rifiutare il posto quando ormai sono ad un passo dalla salvezza. Possibile che non ci fosse posto per far stare due persone in pi? Malinconicamente, i due esclusi ritornano vicino al gruppo degli irriducibili superstiti e si imbronciano ad aspettare il terzo giro. In queste situazioni meglio sviluppare una calma buddhista: agitarsi e prendere rabbia non farebbe altro che rendere pi pesante una situazione gi non propriamente rosea.
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Capitolo XXIV Bivacco in stazione Poco dopo che il pulmino ripartito ed stato inghiottito dalla buia insenatura di Vnino, iniziano a scendere dalla nave tantissimi camion che si accodano per passare oltre il vicino passaggio a livello, ora chiuso da sbarre. proprio di fianco a quel passaggio che avevamo camminato, di fretta e quasi al buio, per raggiungere la nave. Uno dopo l'altro i camion si accodano disordinatamente, coprendo del tutto la vista della baia e della citt, mentre un lentissimo treno merci si muove a pochi chilometri allora sulle rotaie, ritardando notevolmente lapertura delle sbarre. A causa di questo intasamento di veicoli dobbiamo spostarci sempre di pi verso la periferia del molo, poich i bestioni in manovra non fanno tanti complimenti e di certo non stanno attenti ai pedoni. Probabilmente nemmeno ci vedono, e dobbiamo essere noi a rimanere vigili per non farci schiacciare. Il caldo dei loro motori purtroppo insufficiente per essere usato come stufa improvvisata, ed inutile tentare di starci vicino per scaldarsi. Il freddo intanto aumenta, ed proprio quel genere di freddo che non c verso di sconfiggere se non entrando in un ambiente riscaldato. Anche coprirsi con pi vestiti servirebbe a poco: dopo unesposizione prolungata a basse temperature non si riesce pi a scaldarsi, per quanto ci si possa intabarrare. Ormai non saltello pi: si congelino pure i piedi, non ho voglia di ballare per unaltra mezzora. La tattica dellattesa buddhista tutto sommato funziona. Chiss quanto dovremo aspettare per vedere il pulmino tornare indietro a prendere gli ultimi superstiti del traghetto, meglio prenderla con filosofia anche se in certe condizioni non una cosa esattamente facile. Ormai per siamo rimasti in non pi di dieci ad aspettare e non pu non insinuarsi il dubbio di essere troppo pochi per essere degni di un terzo giro. Fortunatamente, i due uomini che non sono riusciti a salire sul pulmino ci tranquillizzano, affermando che lautista ha assicurato che torner a prendere anche noi. Ci sar da fidarsi? Me lo auguro vivamente, poich non riusciremmo mai a tornare alla stazione ferroviaria a piedi, in queste condizioni. Tanto varrebbe fare subito testamento.

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Ormai il molo completamente pieno di camion, ma il treno merci non accenna ad aumentare la sua velocit. Visto che i camionisti sono ancora bloccati, ci salta in mente lidea di chiedere un passaggio ad uno di loro. In fondo, noi dobbiamo arrivare a Khabarovsk e poi prendere la Transiberiana per Seryshevo, il paese dove abitano i nostri amici. Che differenza fa il mezzo utilizzato per raggiungere Khabarovsk? Basta arrivarci. Certo, forse non la cosa pi sicura del mondo chiedere un passaggio ad un camionista russo probabilmente pieno di vodka, ma nella concitazione del momento ci appare la soluzione migliore e ci buttiamo nella ricerca. Purtroppo, o per fortuna, nessun camionista diretto a Khabarovsk, e anzi sembra proprio che stiano tutti per andare a dormire in un parcheggio vicino. Dovevamo immaginarlo che prima di mettersi in viaggio per altre migliaia di chilometri avrebbero dormito, soprattutto dopo il viaggio in nave che si sono sobbarcati. Siamo dunque abbandonati e dipendenti esclusivamente da quel macinino, che si spera vivamente torner a prenderci tra poco. Finalmente il pulmino riappare in lontananza. La calma buddhista passata: ora che lo vedo avvicinarsi mi sale di nuovo limpazienza e lo insulto per la pacata lentezza con la quale percorre le curve. Sembra proprio che non abbia alcuna fretta di venirci a prendere. Quando infine si posiziona di traverso e apre le porte, tutti si precipitano verso lentrata. Unora dopo aver messo piede a terra, finalmente il nostro turno di salire. Abbiamo fatto bene ad aspettare, anche se ci ha significato unora di freddo gratuito: pur pochi che siamo, stiamo comunque stretti. Non c riscaldamento su questo trabiccolo. Le dita dei piedi mi fanno malissimo, e se togliessi le calze ora mi spaventerei per il colorito bianco latte che hanno sicuramente assunto. Tuttavia, se mi fanno male e formicolano significa che non sono ancora in procinto di congelare, dunque nessun problema. Basta stringere un po i denti. Dopo dieci minuti di strada buissima, il pulmino ci scarica davanti alla stazione di Vnino, dove alcuni tassisti stanno gridando i nomi delle citt di Khabarovsk e Komsomolsk na-Amure, sperando che qualcuno sia interessato ad andarci. Tecnicamente noi lo siamo, ma non appena scoperti gli esorbitanti prezzi che propinano preferiamo rintanarci in stazione e aspettare il treno, il quale, come potevamo aspettarci, non partir prima di domani, alle cinque di pomeriggio. Ci abbiamo provato in ogni modo, ma non siamo riusciti a evitare
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di dover passare la notte in stazione. Non abbiamo nulla da mangiare, da bere ci rimasta solo la bottiglia di succo duva ormai semivuota, e ovviamente non abbiamo nessun giaciglio dove dormire. Questultimo problema potrebbe essere risolto, poich nelle stazioni russe sono generalmente presenti delle camere di riposo, cio piccoli alloggi che costano pochissimo e servono ai viaggiatori stanchi per riprendersi dopo un viaggio massacrante. Sembra unidea ottima, perch non prenderne una subito? Il problema che queste camere sono pochissime, non pi di una decina. Dunque, essendo arrivati in stazione cos tardi, alle dieci di sera, e per giunta ultimi tra gli ex passeggeri del traghetto, praticamente impossibile trovare un posto libero. Chi arrivato qua per primo sar andato immediatamente a prenotare una stanza non appena arrivato alla stazione. Ci troviamo dunque un paio di posti a sedere, il pi possibile riparati, e ci cementiamo su di essi, aspettando semplicemente che la luce del giorno faccia capolino dalle enormi finestre. Non siamo per soli: a farci compagnia c Ivan, luomo dei nove bagagli, che ben felice di trangugiare qualche sorso della nostra bevanda. Vicino a noi si sistema anche una coppia di viaggiatori moscoviti, che gi da un po avevamo notato aggirarsi per la nave e sul molo. Si chiamano Alexander e Natasha. Inizialmente li avevo scambiati per militari, dato che portano i pantaloni mimetici, ma questo vestiario comune in Russia anche tra i civili. I due hanno un corredo di bagagli che fa impallidire il nostro: lo zaino di Alexander alto quanto lui e a detta sua pesa ben venticinque chili, mentre quello di Natasha di poco pi piccolo e pi leggero, nonostante la donna non sia certo erculea. Inoltre, hanno un terzo zaino, che pur essendo ancora pi piccolo, supera in grandezza il mio, che gi mi pareva grosso e pesante. La storia di questi simpatici e cortesi viaggiatori, che oltre a sferragliare insieme sono anche legati sentimentalmente, insolita. Vivono a Mosca, ma ogni volta che possono viaggiano lungo tutta la Russia, pi o meno nelle modalit che stiamo usando anche noi ora, vale a dire spostandosi via terra e scegliendo sempre le soluzioni pi economiche e alla buona. Ora stanno tornando da un viaggio di un mese e mezzo dedicato a Sakhalin. Per almeno unora e mezza ci mostrano tutte le fotografie che hanno fatto. Pur interessanti che siano, solo Daniele riesce a resistere e a guardarle tutte, mentre io dopo un po perdo
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interesse e desisto, tentando di dormire. Purtroppo, non c alcun posto in questa stazione dove ci si possa sdraiare degnamente, poich le sedie sono tutte divise da braccioli. Devo improvvisarmi contorsionista per trovare una posizione comoda, che come al solito introvabile per chiunque la ricerchi. Chi vuole dormire per davvero deve sdraiarsi per terra, come sta facendo un gruppo di persone che in un angolo della stazione ha ammassato una quantit impressionante di bagagli, usandoli come materassi e sdraiandocisi sopra nelle posizioni pi disparate, fino a formare un informe mucchio umano. Un ragazzo particolarmente furbo si sistemato con la sua valigia materasso proprio davanti a un calorifero, che seppur appena tiepido comunque sufficiente a garantirgli un minimo di calore per la notte. Chi lontano dai caloriferi, come noi, deve invece vestirsi con tutti i vestiti che ha a disposizione: il soffitto infatti troppo alto per permettere al locale di scaldarsi efficacemente. Ho anche una fame selvaggia che non mi d tregua, e cerco di resistere il pi possibile ingurgitando le zollette di zucchero, uniche provviste che ci sono rimaste. Normalmente servono soltanto per dolcificare il caff dopo un lauto pranzo, ma adesso si sono trasformate in una preziosa fonte di energia, che spero mi tenga in piedi ancora per un po. Avessi ora a disposizione un bel piatto di pastasciutta con pomodoro e basilicoma mi devo accontentare di un po di saccarosio. Dopo un po, comunque, Daniele decide di avventurarsi fuori a comprare del cibo, anche se ci significa dover vagare a lungo per le strade della citt in cerca di un baracchino aperto. Non dispera di trovarlo: nelle citt russe, infatti, c sempre qualche negozietto di alimentari aperto anche in ora molto tarda. Dopo una mezzora, infatti, il nostro eroe di ritorno con un sacchetto contenente pane a cassetta, formaggio spalmabile e una bottiglia dacqua. Il pane obiettivamente disgustoso, ma con la fame che abbiamo non c nulla che non sia delizioso. La pensano cos anche Alexander e Natasha, i quali, rianimati dalle nostre offerte di cibo, si informano presso Daniele dellubicazione del negozietto ed escono anche loro immediatamente a comprarsi qualcosa da mangiare. Evidentemente, non mettono niente sotto i denti da un bel po. Ivan, invece, resiste stoicamente rifiutando le offerte di cibo, anche se non dice mai di no ad un sorso della bevanda alluva che ancora ci rimasta.
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Dopo una mezzoretta, Natasha si allontana per qualche minuto per preparare il caff con il suo fornelletto da campo. Non si pu ovviamente accendere fuochi di alcun genere allinterno delle stazioni, ma lei si rintana a cucinarlo nellangolo pi remoto della stazione, dove sa che nessuno andr a cercarla. Dopo pochi minuti, una bevanda gustosa e bollente scalda le nostre viscere, concedendoci una tregua dal freddo, estremamente umido e infido. Dopo il caff smetto di cercare una posizione per dormire sulle scomodissime sedie e mi sdraio per terra contro un muro. Mi sporcher, ma pazienza, sono gi sudicio e un po di polvere in pi non cambier di molto la situazione. Non ho paura di rimanere sveglio a causa della caffeina, poich su di me il caff sembra non avere alcun effetto. Uso i bagagli per costruirmi un qualche genere di cuscino pi una barricata attorno al corpo, cos da isolarmi il pi possibile dal freddo e da garantirmi anche un po di privacy, che non guasta mai quando si passa la notte in unaffollata stazione russa popolata da individui di ogni genere. Dopo non molto, anche Daniele cede le armi e si sdraia per terra. Quasi subito corrono in nostro aiuto tutti e tre i nostri amici, offrendoci delle coperte per ammorbidire il duro pavimento e per non sporcarci troppo. Grazie ai loro regalini, riusciamo a riposare quel tanto che basta per recuperare un po di forze per la giornata di domani. Fuori imperversa una tormenta: ogni tanto gli ululati del vento ci svegliano dai nostri deboli sogni, per poi calmarsi e lasciarci sprofondare in un continuo dormiveglia. La mattina siamo per forza di cose stanchi morti, vista la scarsissima quantit e qualit del sonno di stanotte. Purtroppo, dobbiamo aspettare ancora fino a pomeriggio inoltrato prima di veder arrivare un treno che possa portarci via da questo posto maledetto, nel quale non abbiamo mai fatto altro che aspettare per ore e ore. Ormai odio questa stazione. Inoltre, complice anche la tormenta di neve di stanotte, oggi fa pure un freddo cane. Il nostro apparato digerente soffre per la mancanza di cibo sostanzioso, e soprattutto per i colpi di freddo che abbiamo preso andando a urinare sulla neve (i bagni di notte sono chiusi). Tutto sommato, per, la salute generale di entrambi buona. Ora non dobbiamo fare altro che assicurarci un posto nella coda per i biglietti, il che significa portarsi avanti con ore di anticipo. La cassa ancora chiusa, ma gi tre ore prima che apra si formata la fila, meglio non tergiversare. Ancora ore da aspettare,
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ancora sterile attesa. Sembra che questo viaggio sia fatto per la maggior parte da tempi morti e momenti vuoti, cos come gli atomi sono formati per la quasi totalit da spazio vuoto nonostante lapparente pienezza degli oggetti. In una condizione di apatia completa, trascorrono lentamente le ore della mattinata, finch a mezzogiorno il richiamo della fame, nostra fedele compagna, ci spinge di nuovo a girovagare per la citt cercando qualcosa per calmare lo stomaco. Non c altra scelta soddisfacente che ordinare la stessa pizza nello stesso ristorante che avevamo scelto prima di partire per Sakhalin, serviti dalle stesse cameriere dellaltra volta. Chiss se si ricordano di noi. Probabilmente s, anche solo per come siamo vestiti. Due individui cos malridotti e trasandati come noi stridono in maniera fin troppo forte con il tono del locale, perfettamente pulito e tirato a lucido. Difficile passare inosservati per ben due volte. In stazione, un piccolo imprevisto ci riscuote dallapatia, e purtroppo non un imprevisto positivo. Presi dalla noia, spulciamo i biglietti dei treni che abbiamo acquistato a Juzhno Sakhalinsk, e osservando il biglietto per Rostov ci accorgiamo di una strana postilla segnalata sul biglietto stesso. Quel treno, infatti, transiter per un breve tratto nel Kazakistan. Com che quando ce lhanno venduto non ci ha detto niente nessuno? Eppure avranno certamente visto i nostri passaporti stranieri. Per un russo non un problema, essendo il Kazakistan parte dellex Unione Sovietica, ma per uno straniero? Ora abbiamo due problemi da risolvere se vogliamo prendere quel treno. Il primo il fatto che dovremmo entrare in Russia per due volte, usando un unico visto. La prima volta siamo entrati dallUcraina, e la seconda dovremmo rientrare in Russia dal Kazakistan, dopo aver percorso il breve tratto estero. Normalmente il visto permette un solo ingresso, ma fortunatamente il nostro di tipologia business, e questo tipo di visto concede automaticamente un minimo di due ingressi in Russia, dunque il primo problema risolto. Rimane per il secondo, che ben pi grave: non possediamo infatti alcun visto per il Kazakistan. Anche se si tratta di poche ore di attraversamento, quasi certo che serva almeno un visto di transito, o rischiamo grossi guai con i militari di frontiera.

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Interpelliamo la bigliettaia di Vnino, la quale afferma che possiamo comunque prendere quel treno, ma se abbiamo dubbi possiamo chiamare un dato numero e chiedere conferma. La persona che risponde alla chiamata ci dice invece che quel treno non passa nemmeno dal Kazakistan, nonostante sul biglietto ci sia scritto il contrario. Telefoniamo anche allambasciata italiana in Kazakistan, la quale sostiene che non dovremmo avere problemi con il solo passaporto. Di chi fidarsi, tra tutte queste risposte contrastanti? In un lampo di genio ci ricordiamo del nostro conoscente che vive a Mosca e ci ha spedito il visto. Chi meglio di lui pu essere competente per risolvere un problema di visti? Gli telefoniamo immediatamente, e la sua risposta non lascia spazio a dubbi: per il Kazakistan serve il visto di transito e non dobbiamo nemmeno sognarci di salire su quel treno se non ne abbiamo uno. Casomai ci provassimo, dovremmo scendere dal treno al confine oppure comprare il visto dai militari di frontiera, pagando trecento euro o pi. Meglio di no. Restituiamo dunque il biglietto, facendocelo rimborsare per intero. Non ci rimane altra soluzione che spezzare il viaggio fino a Rostov in due tratte diverse, in modo da non abbandonare mai la Russia: ci metteremo pi tempo, spenderemo pi soldi, ma almeno potremo stare sicuri che non verremo bloccati al confine. Non sarebbe unesperienza piacevole. In ogni caso abbiamo imparato che non bene fidarsi della prima risposta che si riceve, ma a volte nemmeno della seconda o della terza: sempre meglio dar retta prima di tutto al proprio buon senso. Ma soprattutto, mai dare niente per scontato, tanto meno un biglietto ferroviario!

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Capitolo XXV Un incontro troppo ravvicinato Giunte faticosamente le cinque del pomeriggio, il treno arriva con la solita puntualit. I treni russi sono sempre in orario, anche i pi malandati e periferici. Il motivo semplice: percorrono tratte talmente lunghe e piene di fermate che c sempre il modo di recuperare i ritardi, accorciando le soste o aumentando la velocit. Allo stesso modo, se sono in anticipo gli basta rallentare o prolungare le soste. Il treno si ferma molto indietro rispetto alla stazione, cosicch dobbiamo praticamente inseguirlo per centinaia di metri, borse alla mano. E non solo le nostre: ancora una volta Ivan ha bisogno di aiuto con i suoi magnifici nove pacchi, che vanno dai duecento grammi ai trenta chili. Come rifiutarsi di aiutarlo? Ormai nostro amico. Mi chiedo, tuttavia, cosa farebbe se fosse da solo. Con laiuto mio, di Daniele, di Alexander e di Natasha, invece, il problema presto risolto. Ivan ha prenotato il posto nella nostra stessa carrozza, mentre Alexander e Natasha hanno scelto la sistemazione obsche, che sarebbe la terza classe, ancora pi scadente di un platskartnyj. Il vagone obsche esiste solo sulle tratte medio brevi, poich una sistemazione molto scomoda. Esteticamente identico ad un platskartnyj, ma ogni sedile calcolato per tre persone, cos da vendere pi biglietti possibili e sfruttare tutto lo spazio disponibile. I posti superiori sono dunque oggetto di contese furibonde, poich sono pochi e vanno subito a ruba. Chi vuole conquistarne uno, per potersi sdraiare o per posizionarvi i propri bagagli, deve prepararsi ad una lotta sanguinosa. Sul vagone obsche non ci sono posti numerati, o meglio ci sono ma non sono mai presi sul serio: lunica regola lanarchia, e il suo supplemento la costante presenza di gente ubriaca. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non abbiamo mai scelto di viaggiare in questa sistemazione, nonostante il prezzo sia estremamente vantaggioso. Pieni di bagagli come siamo, infatti, avremmo avuto problemi da risolvere a non finire, senza contare il fatto che non avremmo praticamente mai dormito. Chi avrebbe esitato a rubare il posto a due stranieri in difficolt? E chi avrebbe preso le loro difese? Forse nemmeno il provodnik.
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La sistemazione sul nostro platskartnyj difficile e laboriosa. Tanto per cominciare, il vagone come al solito lultimo, dunque dobbiamo camminare pi di tutti. Il nostro vagone, inoltre, si fermato dove c una piccola interruzione della banchina, cos che esattamente davanti alla porta non c un posto dove poggiare i piedi. Un capolavoro di precisione. Dobbiamo dunque entrare facendo un saltino obliquo, rischiando di perdere lequilibrio e cadere, ma grazie allennesimo santo del cielo saliamo senza farci male. Per concludere la trilogia, ancora una volta ci dobbiamo accontentare dei posti laterali, sopra i quali non c sufficiente spazio per contenere tutto il nostro corredo da viaggio. Dobbiamo ancora una volta chiedere in affitto un vano bagagli ai viaggiatori vicini, che per fortuna lo concedono senza lamentarsi. Ivan si mette a sistemare uno per uno tutti i suoi oggetti nei punti pi disparati del vagone, con evidente irritazione di qualche passeggero. Un uomo sulla quarantina lo prende subito in antipatia e si mette a discutere con lui, ma il coraggioso Ivan lo zittisce subito con un discorso perentorio. Non mancheranno poi di guardarsi in cagnesco, ma senza pi rivolgersi la parola. Noi cerchiamo di sistemarci il pi velocemente possibile nei nostri posti per poi sederci e non muoverci pi, cos da non intralciare gli altri passeggeri. Riusciamo infine tutti quanti a trovare un punto di assestamento, proprio mentre il treno parte e lascia alle spalle con soddisfazione lanonima Vnino. Questa stazione, per quel che mi riguarda, pu anche bruciare. Ora ho solo voglia di perdere conoscenza e di svegliarmi direttamente a Khabarovsk, ma sfortunatamente questo viaggio non durer meno di ventiquattro ore. Non c modo di dormire cos a lungo senza lausilio di un po di Pentothal, che purtroppo non ho messo in valigia. La resistenza mentale inizia ormai a scemare, e so che queste ore passeranno molto lentamente. Ivan molto gentile a offrirci il cibo e le bevande che ha comprato oggi a Vnino, ma non ho molta voglia di mangiare e accetto le offerte solo per non contrariarlo. Non aspetto altro che il momento di infilarmi sotto le lenzuola, sperando di dormire il pi possibile per sottrarmi alla percezione della realt. Il momento infine arriva, ma la notte non trascorre nel migliore dei modi: nellultimo blocco del vagone, a poca distanza da noi, un individuo evidentemente alterato non fa che gridare. I vicini di posto tentano di tenerlo tranquillo, ma lui continua a imprecare
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contro chiss chi e non smette per tutta la notte. Inutile dire che a causa di questo fracassone dormiamo poco e male. Verso le quattro, tuttavia, mi addormento nonostante le urla, ma mi sveglio qualche ora dopo con una vescica piuttosto sofferente. Prima di scendere, controllo la parte di vagone dove prima stava luomo urlante: sembra completamente vuota, e il bagno proprio l di fianco. Vado dunque da quella parte, nonostante Daniele mi consigli vivamente di recarmi al bagno opposto, quello dalla parte del gabbiotto del provodnik. Confidando per che non ci sia pi nessuno e che il losco figuro sia sceso a qualche fermata notturna, mi dirigo verso il bagno pi vicino. Non lavessi mai fatto. Dalla porta di comunicazione tra i due vagoni esce proprio lo sgradito individuo, che notando la mia presenza attorno alla sua postazione si inquieta e inizia a inveire contro di me. Tento di girare i tacchi e di tornare al mio posto, ignorandolo, ma ormai ho svegliato il cane che dormiva. Sembra che si sia convinto che volessi derubarlo o qualcosa di simile. Non mi molla proprio, e per giunta molto pi grosso di me. Per salvare la situazione, Daniele deve ancora una volta intervenire e spiegare al figuro che io non parlo russo, tirandomi fuori dai guai nellimmediato: tuttavia il sollievo solo momentaneo. Per calmare questo pazzoide furioso, infatti, siamo praticamente costretti ad andare al suo posto e offrirgli da bere, come ci intima da subito di fare. Non difficile capire che siamo di fronte ad un alcolizzato: la bottiglia di vodka che campeggia in bella vista sul suo tavolino non lascia dubbi. Il ragazzo arrabbiato nero e continua a parlare a macchinetta, ricordandomi che non devo avvicinarsi al suo posto altrimenti mi prender a pugni. Ovviamente devo capirlo dai gesti, ma non difficile interpretarli. Siamo tutti e due in tensione per questa spiacevole situazione, ma ancora una volta la lingua e la diplomazia si rivelano essere le armi migliori, e assecondando il ragazzo riusciamo a farlo calmare. Lascio Daniele a parlare e bere con lui, poich ancora non sono riuscito ad andare in bagno e me la sto facendo letteralmente addosso. Vado dalla parte opposta, ma trovo il bagno occupato. Il bagno sbagliato libero, ma non voglio avvicinarmi pi del necessario al balordo. Vicino al bagno giusto stazionano la provodnitsa e un agente di polizia. Potrei anche denunciare il tizio, facendomi capire in qualche modo, ma probabilmente ne ricaverei
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pi danni che benefici. Tecnicamente, lui non ha fatto nulla di eclatante per meritarsi di essere allontanato dal treno. Una volta andato via lagente, la situazione potrebbe precipitare. Inoltre, non bisogna dimenticare che siamo stranieri, quindi automaticamente avremmo meno ragione di un russo. Quando ci sono guai, fa sempre comodo dare la colpa allo straniero piuttosto che allautoctono. Mentre penso a cosa sia meglio fare, il tizio mi raggiunge. Non appena vede che sono vicino ad un poliziotto, si irrigidisce e pare arrabbiarsi a morte. A bruciapelo, mi chiede se so linglese. Non percependo le sue intenzioni, ingenuamente rispondo di s, e ci lo fa arrabbiare ancora di pi. Solo ora capisco che me lha chiesto per paura che io abbia spifferato qualcosa al poliziotto. Arrabbiato nero, mi intima di tornare indietro al mio posto, e visto che il bagno non si apre, non posso fare nient'altro. Tocca ancora una volta a Daniele spiegare al simpatico figuro che mi trovavo l non per denunciare lui, ma per andare in bagno. Allinizio pare non volerci credere, ma dopo un po non ci pensa pi e anzi mi invita a bere un bicchierino insieme a lui. Che altro si pu fare? Ormai un vizio. Sembra che abbiamo una calamita fatta apposta per attirare i rompiscatole. Andiamo dunque al suo posto a bere con lui. Questa volta non posso utilizzare la tattica dello sparire nelle cuccette superiori: sono in ballo e mi tocca ballare. Qui ho loccasione di osservare bene il personaggio. Il suo nome Maxim, ha un fisico robusto e tozzo, cicatrici sparse ovunque, e un grosso tatuaggio dellisola di Sakhalin sullavambraccio sinistro. Decisamente un tipo strano. Mi caccia una bottiglia di vodka in mano e si allontana per un attimo per fumare insieme a Daniele. Non appena se ne sono andati, appoggio la bottiglia sul tavolino e ne approfitto per andare in bagno. Stavolta ci riesco, e non so quanto avrei potuto resistere ancora. Quando ritorno, Daniele e Maxim sono gi seduti e questultimo sta cercando la sua bottiglia di vodka, che sparita. Per un attimo mi cala il gelo addosso: se qualcuno lha portata via approfittando del fatto che era incustodita, ora lui non la trover pi e incolper me del fatto. Ma dopo qualche secondo la tira fuori da dietro un cuscino: stato Daniele a metterla l, per proteggerla da occhi indiscreti, ad esempio da quelli della polizia. Saggia precauzione che a me non venuta in mente.
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Risolto il piccolo disguido, con mio grande sollievo, possiamo iniziare a bere. Non gli sta bene per che io beva poco alla volta, dato che ho anche lo stomaco vuoto: col pugno alzato mi ordina di bere tutto dun fiato, altrimenti Beh, che cosa posso fare? Bevo due o tre bicchierini di colpo, facendomi andare a fuoco la gola, e questo sembra lasciarlo soddisfatto. Ora che ho fatto quello che vuole lui, posso tornarmene al mio posto e cercare di sparire avviluppandomi nelle coperte. Dopo poco mi raggiunge anche Daniele, che sembra sia riuscito a liberarsi dalla presa del molesto individuo. La pacchia per dura poco: per tutto il viaggio dovremo stare attenti a non contrariarlo e andare a mangiare da lui quando ce lo chiede. A mano a mano che passano le ore, leffetto dellalcool nel suo organismo sembra svanire poco a poco, e il ragazzo riprende un filo di lucidit. Ancora una volta ci invita ad andare nella sua postazione a parlare con lui, per fare amicizia. Dice di essere un chirurgo. Osservo molto attentamente le sue mani: grosse, tozze, sporche e piene di cicatrici. Non sembrano proprio le classiche mani da chirurgo, abituate a tagliare, dissecare, cucire e maneggiare strumenti con tecnica sopraffina. Sembrano pi le mani di uno scaricatore di porto. Inoltre impossibile che faccia questo lavoro, troppo giovane. Avr s e no venticinque anni. palese che il personaggio un contafrottole. Poi continua a raccontare della sua vita: afferma che una volta aveva una ragazza della Nuova Zelanda, ma che si sono lasciati per problemi di lingua. Del resto, dice lui, era una storia basata unicamente sullattrazione fisica, ma della ragazza in s gli importava poco. Molto interessante. Poi ci mostra una brutta cicatrice sullinterno dellavambraccio, spiegandoci che dopo essersi fatto quella ferita non riesce pi a far forza su quel braccio. Non ho la bench minima voglia di stare ad ascoltare le sue storie, ma non posso fare altro, perch adesso ha cominciato a dirmi che mi rispetta, e che vuole offrirmi ancora qualcosa da mangiare. Non mi sembra saggio contrariare qualcuno che fino a pochi minuti prima minacciava di deviarmi il setto nasale a suon di cartoni. Riesce a farmi rimpiangere perfino la brigata del Mosca Tynda, da quanto fastidioso. Perch non ho dato ascolto al mio compagno e non sono andato in bagno dallaltra parte? Accidenti a me e alla mia testardaggine. Per una leggerezza insignificante, tranquillamente

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evitabile, ho trasformato un viaggio tranquillo nellennesimo alterco con un ubriaco. Dopo un paio dore, Maxim contempla la sua bottiglia di vodka, ormai vuota. Non contento delle sue prestazioni alcoliche, ne vuole subito unaltra. In Russia proibito bere vodka sul treno, ma non vietato comprarla al vagone ristorante: per non avere grane basta berla una volta scesi ed evitare di tenerla in bella mostra sul tavolino. Maxim, per, non fa troppi di questi ragionamenti. Non appena finisce lultimo bicchierino, va al ristorante a comprarsi una bottiglia supplementare. Non ha nemmeno il tempo di posarla sul tavolino: due agenti di polizia, passando proprio in quel preciso istante, gliela confiscano immediatamente. Evidentemente hanno capito che si tratta di un ubriaco molesto, e vogliono impedire che si ubriachi ancora di pi. A intervalli regolari, infatti, passano a controllarlo. molto probabile che sia stata la barista stessa ad avvertire i poliziotti, subito dopo aver venduto la vodka. Cos facendo si pure intascata i soldi. Non appena gli agenti se ne vanno, Maxim afferma che la polizia ha paura di lui, ma stranamente da quando i poliziotti hanno preso a controllarlo se ne sta buono e non minaccia pi nessuno. Che solenne codardo. Provo unenorme soddisfazione quando scopro che scender dopo di noi. Sarei pi contento se scendesse prima, ma limportante che non scenda alla nostra stessa fermata. Quando non ha a che fare con noi, Maxim si aggira per il vagone, chiedendo spudoratamente a tutti se gli offrono una bottiglia di vodka. Non ce la fa proprio a stare senza alcool. Ovviamente, viene respinto da tutti in malo modo. Con i suoi connazionali non mostra alcuna ostilit, nemmeno dopo una rispostaccia, anzi tutto deferente. Chiss perch. E quando non c Maxim a rompere le scatole, ci pensa Ivan a farlo, anche se in modo completamente diverso. Ivan, infatti, mi offre cibarie in quantit generose, insistendo perch mangi tutto. Non ne ho nessuna voglia e mangio molto forzatamente, masticando ogni boccone mille volte. Tutto sommato, per, preferisco di gran lunga la compagnia di Ivan. Quella che io chiamo insistenza, in fondo, solo la tipica gentilezza russa. Lentamente passano le ore e diminuisce lirruenza di Maxim, forse vinto dal sonno o dai postumi della bevuta. Verso il finale del viaggio si mette infatti a ronfare, ma non prima di averci chiesto di svegliarlo quando saremo vicini a Khabarovsk. Stai fresco, amico.
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Scendiamo da questo treno con un immenso senso di liberazione: ne abbiamo veramente piene le tasche di avere a che fare con ubriaconi molesti. Ma ora abbiamo altri problemi da risolvere. La stazione di Khabarovsk infatti enorme, conta decine di binari ed unimpresa imbroccare il percorso giusto. A complicare le cose ci si mette Ivan con i suoi bagagli: luscita infatti lontanissima, e se penso che dovremo tornare indietro per portare anche i suoi bagagli mi sento gi male. Fortunatamente, si offrono di aiutarlo Alexander e Natasha, anche loro scesi come noi in quest'importante citt dellestremo oriente russo. Tutti loro partiranno domani mattina, mentre sanno che noi dovremo ripartire tra meno di unora e non vogliono farci perdere tempo, lasciandoci andare avanti senza impedimenti. Li ringraziamo vivamente per questa cortesia. Le banchine sembrano non finire mai. Sto cominciando a perdere le forze e vorrei bruciare seduta stante la maledetta borsa cinese, anche se non so se prenderebbe fuoco con il freddo che fa. Anche stavolta ci saranno meno trenta gradi. Dopo infinite rampe di scale e interminabili corridoi, appare finalmente lentrata della stazione, enorme e trionfale. Posiamo tutto a terra attorno ad una colonna di marmo, e quasi subito ci raggiungono anche Ivan, Alexander e Natasha. Ammassiamo tutti i bagagli attorno alla colonna, formando un mucchio enorme che uno di noi a turno controlla, mentre gli altri vanno a comprare i biglietti. Qui le nostre strade si dividono: abbiamo giusto il tempo di comprare i nostri biglietti e salutare gli amici, ringraziandoli per lottima compagnia. Per il viaggio potremmo scegliere gli ultimi due posti di prima classe rimasti, ma sarebbero in vagoni diversi. Le ultime due cuccette disponibili in seconda classe, invece, sono appaiate. Dopo un rapido consulto, decidiamo di rischiare un altro viaggio in platskartnyj. Non ci potr essere un altro rompiscatole come quello appena lasciato, una questione di statistica. Dopo unaltra lunghissima scarpinata, raggiungiamo il treno. Non sono tranquillo mentre salgo sulla nostra carrozza, ma possiamo dirci comunque fortunati: anche senza prenotare in anticipo, troviamo sempre qualche posto libero, ma soprattutto li troviamo sempre affiancati e non dobbiamo mai dividerci. Sarebbe ben pi problematico, specialmente per me che non parlo russo, essere costretti a prendere due cuccette spaiate, magari una allinizio e laltra alla fine del vagone, o peggio ancora in due vagoni diversi, lontanissimi tra loro.
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Appena saliti, sistemiamo zaini e borsa cinese nel modo pi rapido e silenzioso possibile, forti della nostra tecnica di stivaggio ormai ben collaudata. Abbiamo cura di poggiare i passaporti sul tavolino a faccia in gi, in modo da non far notare a tutti che siamo stranieri, ma sappiamo che basta unocchiata distratta per incasellarci e che non possiamo sfuggire allo sguardo di eventuali passeggeri xenofobi. Non appena arrivano le lenzuola, mi sistemo immediatamente sulla solita branda superiore dei soliti posti laterali, ai quali siamo ormai abbonati. Lunica volta che siamo riusciti a stare in un blocco maggiore stata sul Mosca Tynda, avendo prenotato il biglietto con molto anticipo. Attorno a noi c un nutrito gruppo di militari, insieme al loro capo, e questo gioca a nostro favore: i militari, infatti, non possono bere. Se quando sono soli possono ancora trasgredire, non lo faranno certo in presenza del loro superiore. Se non possono bere, non avranno alcool con s e quindi non potranno nemmeno offrirne ad altri. Questa volta siamo risparmiati dal vortice alcolico. Dalla fretta di sdraiarmi non mi svesto nemmeno, e mi addormento con ancora la cintura addosso. Finalmente passiamo una notte tranquilla, dormendo della grossa senza che nessuno ci infastidisca. Il sonno consumato fuori dal letto di casa propria sempre meno ristoratore, poich meno profondo e costellato da tanti piccoli risvegli: un retaggio della preistoria, quando luomo che dormiva fuori dal proprio loculo doveva essere vigile e pronto ad una fuga, anche se svegliato nel cuore della notte. Tutto sommato, per, questa notte di sonno risulta molto riposante e le tredici ore di viaggio finiscono in fretta. Appena scesi dal treno, per, Daniele mi informa che i militari hanno parlato a lungo di noi, sostenendo che gli stranieri rubano il posto ai russi, che noi non avremmo dovuto essere l, e altri discorsi deliranti. Ma sono rimaste tutte soltanto parole. In ogni caso, per un po di tempo il problema non si pone pi. Ora che siamo arrivati a Seryshevo, non dobbiamo fare altro che raggiungere la casa dei nostri amici, dove potremo finalmente rintanarci a mangiare, dormire e oziare, in attesa di riprendere abbastanza forze per intraprendere il viaggio verso casa. Non c niente di meglio di trovare dei volti amici dopo un viaggio cos stancante: questo tour de force da Okha a Seryshevo stato un autentico massacro.

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Capitolo XXVI Seryshevo. Finalmente salvi

La stazione di Seryshevo uninsignificante fermata della linea Transiberiana. Qui i treni si fermano solo per un paio di minuti, appena sufficienti per salire o scendere. I binari corrono diritti in entrambe le direzioni fin dove occhio pu vedere, mentre la costruzione principale della stazione modesta, bassa e ben poco appariscente. Il suo colore azzurrino si intona perfettamente con il cielo, come sempre perfettamente limpido e sgombro da nuvole. Non esistono sottopassaggi n uno straccio di segnaletica. Per raggiungere il paese dobbiamo attraversare a piedi tutti i binari, allaria aperta e senza alcuna protezione. Nessuno ci multer mai per questo, e del resto difficile essere investiti da un treno, considerando la frequenza con la quale passano. Lunico problema si potrebbe avere nel momento del passaggio di un treno merci: essi contano sempre decine e decine di vagoni (anche pi di ottanta, a volte) e impiegano parecchi minuti per sgombrare il passaggio. Il paese conta ben quindicimila abitanti, e quasi tutti abitano nelle dacie oppure in squallidi condomini grigiastri, che rendono il luogo ben poco interessante. Per le strade non passa quasi mai nessuno, il luogo sembra morto. Tuttavia, una casa dove trovare rifugio quando si in difficolt sempre il posto migliore del mondo, anche se racchiusa in quattro anonime mura di cemento come quella in cui stiamo entrando ora. Un gran sorriso appare sulle labbra di Anna, che leggendoci nel pensiero ci ha gi preparato t, biscotti, formaggio, verdure, pane e altre prelibatezze, che
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divoriamo con voracit inaudita. Nelle case russe lacqua minerale scarseggia, ma per loccasione non manca neppure lei. Mangiamo di tutto a pi riprese e subito dopo ci schiantiamo a letto, rimandando tutto il resto a quando ci saremo debitamente riposati. In tutto rimaniamo a casa dei nostri amici per una settimana. Le nostre principali attivit sono mangiare e dormire, ma approfittiamo della sosta anche per alcune interessanti distrazioni come fumare il narghil, sudare nella torrida sauna del paese, avventurarsi per i meandri desolati della periferia, mangiare al ristorante del fratello di Anna facendo apposta ad ordinare pietanze tutte diverse tra loro cos da obbligare i cuochi a lavorare sodo, uscire di notte ad ammirare le brillantissime stelle, fotografare da vicino la ferrovia Transiberiana, organizzare una gitarella nella vicina Belogorsk. In questultima cittadina assistiamo ad uno spettacolo curioso: in un ampio perimetro, delimitato da mura, sono in corso delle gare di costruzione con la neve. Alcune ruspe ammassano la neve in parallelepipedi quasi perfetti, dopodich ogni persona si sceglie il proprio e comincia a scolpire la neve con una pala, nel tentativo di creare lopera pi bella. C chi crea una bambola, chi un pupazzo, chi un tinello, chi un animale. A mio giudizio, vince luomo che ha trasformato il suo blocco in un forno a legna per il pane. Anche a Seryshevo non mancano gli spettacoli interessanti e divertenti: non pu non suscitare ilarit vedere le toilette esterne delle dacie, che a trenta gradi sotto zero non sono sicuramente invitanti, e ancora di pi la vista di numerosi panni stesi ad asciugare allesterno delle dacie medesime. Con una simile temperatura, chiss in che condizioni saranno i panni quando le massaie li ritireranno in casa. Quando invece non siamo in giro, ce ne stiamo belli tranquilli a casa a goderci il calduccio, assicurato dal potente riscaldamento e dai doppi vetri. Il mio posto letto il divano situato nel soggiorno, e ci significa che non ho mai un attimo di privacy. Amici, parenti e conoscenti (ma a volte anche perfetti sconosciuti, amici degli amici dei parenti) entrano ed escono di casa a qualsiasi ora, spesso portandosi dietro marmocchi urlanti che altro non sono che i loro figli o nipoti. Arrivano, portano in casa altre due persone e ne chiamano altre tre per andare via con loro, anche solo per fare la spesa, in un ricambio continuo. unabitudine che si percepisce facilmente anche dopo pochi giorni.
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Non mi dispiace socializzare con la gente per quanto mi possibile, ma a volte mi sento quasi sotto attacco, un viavai continuo. Abituato come sono ad avere una stanza tutta per me dove ritirarmi ogni volta che mi pare, stare sempre sulla cresta dellonda per me piuttosto frastornante, specialmente perch non posso capire quasi nulla del russo che tutti parlano. Inizio a odiare questa lingua, non la sopporto pi. Mi manca terribilmente litaliano o una qualunque altra lingua che conosco. Non posso certo lamentarmi, per: lospitalit ottima, le porzioni sempre abbondanti e gustose, il riposo finalmente garantito dal comodissimo divano. Devo solo sopportare la presenza continua di persone rumorose e fin troppo socievoli. Qui i figli per famiglia sono sempre molto numerosi e let media molto pi bassa che in Italia, per cui la casa sempre piena di giovani e di bambini che fanno un chiasso infernale. Quasi nessuno raggiunge i trentanni. Non so dire se sia meglio il chiasso dei bambini italiani o di quelli russi. In ogni caso non lo sopporto, cos come non sopporto la presenza di marmocchi di qualunque nazionalit siano. Solo una persona oltre a Viktor e Ljudmila, i genitori di Anna, rompe il dominio della giovent: si tratta del vecchio nonno ottantatreenne. La sua entrata trionfale, proprio nel momento in cui stiamo preparando i bagagli per andarcene. sera tardi, e il nonno si presenta in casa con la sua compagna, che altro non che la prostituta pi famosa del paese, la quale ha almeno quarantanni meno di lui. La donna ne dimostra per almeno sessanta, da quanto trasandata nellaspetto. Il nonno sorridente che pi sorridente non si pu. Un sorriso ebete, continuo, a trentadue denti, anche se i denti non li ha pi da un pezzo. Uno di quei sorrisi che si stampano in faccia quando si bevuto troppo alcool. Inevitabili le scenate e gli insulti dei padroni di casa, che cacciano fuori nonno e prostituta in quattro e quattrotto, intimando allarzillo vecchietto di non portarla mai pi in casa. Ovviamente, i familiari del nonnetto disapprovano in toto la sua scelta sentimentale, ma ormai si sono rassegnati. Con questa scena grottesca e surreale si conclude la nostra permanenza a Seryshevo: tra poche ore abbandoneremo questo luogo sicuro e ci ritufferemo nellavventura di attraversare di nuovo tutta la Russia in treno per tornare a casa. Per noi italiani la vigilia di Natale, ma per i russi, che sono cristiani ortodossi, la festa dellanno nuovo. Ecco spiegata lardita prestazione del nonno!
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Insieme ai suoi vecchi commilitoni, avr bevuto come una spugna. Ma ormai non c pi tempo per pensare a lui. Dobbiamo andarcene, notte e il treno sta per arrivare. Prima di lasciarci andare, per, la premurosa Ljudmila ci regala due grossi asciugamani per il viaggio. Vorremmo strozzarla, poich non sappiamo assolutamente dove metterli e non ci servono proprio altri oggetti ad appesantirci, ma in qualche modo dobbiamo farci stare anche questi due nuovi ospiti. Non possiamo rifiutare il regalo, sarebbe unoffesa mortale dopo che la signora ci ha ospitati per una settimana. Per sdebitarmi almeno in parte, regalo i valenki alla famiglia: ormai non mi serviranno pi, e riportarli in Italia costerebbe una fatica che non vale la pena di sopportare. Mentre aspettiamo immobili a lato della ferrovia, il penetrante freddo siberiano si insinua tra i vestiti, infreddolendoci non poco. Anche qui la temperatura sar intorno ai meno trenta. Le luci della linea ferroviaria si intersecano con le stelle, a tratti oscurandole: solo Arcturus brilla fortissima allorizzonte, con il suo tipico colore rossastro che ne denota let avanzata. Chiss da quanto tempo questa solitaria stella osserva le pianure siberiane, senza emettere alcun suono e mostrandosi solo con il suo tenue tremolio. Le costellazioni sono purtroppo un po velate dalla luce artificiale, ma basta spostarsi di qualche metro lontano dai binari ed ecco che appaiono nitide e splendenti. Un gracchiante altoparlante annuncia limminente arrivo del treno. Dovremo fare in fretta, poich si fermer solo due minuti e con tutta probabilit dovremo salire su una carrozza a caso, per non rischiare di rimanere a terra. Con un urlo ovattato che si fa sempre pi stridente, finalmente il treno arriva, maestoso e trionfale. Pare quasi che accetti controvoglia di fermarsi in questa insignificante stazione, poich preferirebbe continuare la sua corsa. Non c tempo per i convenevoli: abbiamo giusto il tempo di gettare i bagagli sulla prima carrozza raggiungibile e di salire, prima che il provodnik sollevi la scaletta di ferro. Qualche secondo dopo aver poggiato i piedi sul treno, si riparte. Sembra incredibile, ma ora siamo in viaggio verso casa, e abbiamo cominciato in una maniera cos fugace, quasi clandestina. Saliti di corsa su un treno alle due di notte, in una sperduta stazione siberiana uguale a centomila altre, senza che nessuno si accorga di noi. Perfino il fatto che solo per noi
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sia la notte di Natale ci isola dal resto del mondo russo, se gi eravamo isolati in quanto stranieri. La carrozza, ovviamente, non quella giusta. Essendo saliti sul treno cos precipitosamente, labbiamo mancata di parecchio. I nostri posti, come sempre rigidamente assegnati e non commutabili, sono a cinque vagoni di distanza. Per raggiungerli dobbiamo attraversare tre platskartnyj e due kup, cosa non facile poich non abbiamo mani libere per aprire le tre porte che separano un vagone dallaltro, i corridoi sono come sempre molto stretti e inoltre non possiamo nemmeno girarci per chiudere le porte lasciate aperte dietro di noi, a meno che non vogliamo urtare mezzo vagone con i nostri movimenti. Nello spazio morto tra le carrozze si insinua un forte gelo, che ci spinge ad accelerare ancora di pi il passo per arrivare in fretta nel nostro kup, che speriamo vivamente sia riscaldato. Le persone si lamentano che non chiudiamo le porte dietro di noi, ma siamo troppo impegnati per stare a pensare anche a quello. Dopo una rocambolesca corsa, avanzando imperterriti come dei carri armati, finalmente raggiungiamo il vagone giusto. Prima di entrare nello scompartimento ci fermiamo a riposare qualche minuto, poich la corsa ci ha devastati fisicamente. Lo squallido kup, riscaldato in maniera appena sufficiente, occupato solo da una persona, che si sta preparando a scendere alla fermata successiva. Il tempo di sistemarci in questo vuoto loculo e siamo nuovamente soli, a festeggiare un Natale ridicolo, in condizioni alienanti. Il tempo pare essersi fermato, abbiamo perso il conto dei giorni, ci sembra di essere in viaggio da una vita.

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Epilogo Sono trascorse innumerevoli ore di treno da quando siamo ripartiti da Seryshevo. Centinaia. Ci non ha certo fatto bene alla nostra psiche, gi provata dalla crudezza dellinverno siberiano. Poche persone ci hanno fatto compagnia durante i lunghi viaggi in kup: lunico con cui abbiamo avuto qualche scambio stato Roman, un tranquillo signore che non ha bevuto una sola goccia di alcool per tutto il viaggio e ci ha intrattenuti parlando di numismatica, la sua passione. Gli abbiamo poi regalato qualche centesimo di euro, che stagnava nei nostri portafogli da tempo immemorabile. Per il resto, niente. Giorni e giorni da soli nel kup. Come al solito, i nostri viaggi in treno sono estremi: o travagliati o mortalmente noiosi. Una via di mezzo non c mai. Per spezzare un po le tratte e non devastarci fisicamente con una tirata unica, abbiamo fatto tappa a Barnaul, citt che sorge sul fiume Ob. Ci portava un po fuori strada, ma unamica ci aspettava e non avremmo potuto saltare lappuntamento. Raggiungere la citt stato uno spasso. Siamo scesi al gelo di Novosibirsk ancora totalmente ignari di come avremmo fatto ad arrivare a Barnaul. Ci siamo detti: prendiamo un taxi e arriviamo alla stazione degli autobus, poi si vedr. Non appena messo piede fuori dalla macchina, non abbiamo fatto in tempo a muovere un passo che subito un uomo di fianco a noi si messo a gridare Per Barnaul! Chi va a Barnaul?. Tempo dieci secondi e ci siamo ritrovati su unaltra marshrutka, che in quattro ore di viaggio ci ha recapitati in questa importante citt siberiana. Purtroppo non sono riuscito a godermela, poich la stanchezza accumulata era notevole e il secondo giorno ho accusato una crisi di freddo che mi ha costretto a rimanere rintanato in albergo per il resto della permanenza in citt. Non faceva nemmeno troppo freddo, ma avevo raggiunto quella condizione in cui il corpo non collabora pi e non tollera un solo sforzo in pi del necessario. Abbiamo comunque goduto della solita, eccezionale ospitalit russa e perfino della vista di alcune surreali sculture interamente di ghiaccio. Dopo Barnaul toccato a Ekaterinburg, la citt posta proprio sugli Urali, al confine tra Europa e Asia. L sorge la chiesa eretta in onore della famiglia Romanov, gli zar trucidati nel 1918 e ora diventati
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santi. Siamo riusciti a visitarla, nonostante una tormenta di neve ci abbia sorpresi per la strada. Resistere al clima di Ekaterinburg stato particolarmente duro, anche a causa del nostro abbigliamento troppo leggero: pensavamo infatti che essendo quasi tornati nella Russia europea avrebbe fatto meno freddo, e invece quel giorno cerano ben ventotto gradi sotto zero, uniti ad una nevicata e ad un vento fortissimo. Dopo aver aspettato in stazione per otto interminabili ore, abbiamo virato verso Rostov. Al momento di prendere il treno per la citt che sorge sul fiume Don, erano le dieci di sera del 31 dicembre 2009, ora locale. Abbiamo dunque trascorso il Capodanno in treno, in un gelido scompartimento di un treno semivuoto, nel quale si sopravviveva solo con la giacca addosso. Non capita molto spesso di trovarsi su un vagone di un treno estero durante le feste dellanno nuovo: il treno, infatti, era praticamente vuoto. Festeggiamenti, nessuno: solo qualche pesciolino sottolio e un po di cioccolatini. Per loccasione abbiamo comprato anche una lattina di birra, unico esemplare di bevanda alcolica che ci siamo procurati di nostra spontanea volont. Poi subito a dormire, sempre con la giacca. E pensare che avremmo potuto festeggiare ben tre capodanni: locale, di Mosca e di casa nostra, rispettivamente due e quattro ore indietro rispetto a noi. Ma non labbiamo fatto perch eravamo troppo stanchi e la situazione non ispirava grandi festeggiamenti. Un capodanno orrendo, a volerla dire tutta, sicuramente il peggiore della nostra vita ma contemporaneamente anche il pi pittoresco e quello che sar sicuramente ricordato come singolare. Non appena messo piede nella stazione di Rostov, abbiamo cominciato a odorare il primo profumo di casa. La temperatura al nostro arrivo, alluna di notte, era infatti intorno ai dodici gradi sopra lo zero. Sopra! Quasi non credevamo di poter stare senza giacca, dopo quasi due mesi abituati a mettercela anche per andare al gabinetto. La sosta a Rostov durata poco, giusto il tempo di prenotare dei biglietti per Donetsk e per Kiev. Cambiare i soldi stata unimpresa degna di essere raccontata: essendo domenica, non cera nessuna banca aperta, ma siamo riusciti a rimediare al problema in modo piuttosto curioso. Passando attraverso un mercatino locale, un cartello affisso su un gabbiotto di latta recitava Per il cambio soldi, chiamare questo numero. Praticamente, un ufficio di cambio clandestino. Non aveva niente di legale, ma per lo
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scopo ha funzionato. Dopo aver composto il numero di telefono, infatti, spuntato dal nulla un uomo che ci ha cambiato i soldi ad un tasso onesto e se n andato subito dopo, richiudendo il suo gabbiotto in attesa di altri clienti. Cos abbiamo potuto avere in mano i soldi per prenotare i biglietti. Non avevamo idea di come attraversare il resto dellEuropa, tuttavia contavamo di trovare a Kiev un vagone che ci avrebbe portato almeno in Ungheria. Poi ci saremmo arrangiati in qualche modo. Ci passata per la mente perfino lidea di chiedere un passaggio ai furgoncini delle badanti, che usano per trasportare le merci in Italia, ma lidea si rivelata difficilmente attuabile e cos abbiamo deciso di concentrarci solo sulla ricerca dei treni, o in generale dei mezzi pubblici. Lattraversamento della frontiera con lUcraina stato a tratti drammatico: i militari non riuscivano a credere che in tutti i nostri bagagli non si celasse nemmeno una bustina di droga. Non paghi di non essere riusciti a far trovare nulla nemmeno al cane antidroga, hanno trattenuto Daniele nello sgabuzzino del provodnik, minacciandolo di farci passare dei guai se non avesse tirato subito fuori le bustine di crack. Inoltre, volevano vedere quanti soldi avevamo, come fece la polizia croata allandata, solo che qui pretendevano che riempissimo un modulo nel quale dichiaravamo con precisione tutti i soldi di cui eravamo in possesso, specificando anche il tipo di valuta. Chi saprebbe dire con precisione i soldi che ha in tasca, interrogato a bruciapelo? Ovviamente abbiamo dato cifre sbagliate, e ci li ha fatti arrabbiare non poco, ma alla fine si sono stancati di tormentarci e ci hanno lasciato andare, stracciando il foglietto dei soldi davanti ai nostri occhi. Una volta giunti a Donetsk abbiamo subito tentato di prenotare un biglietto da Kiev a Budapest, ma la cassiera si praticamente rifiutata di vendercelo, in quanto pensava che fosse troppo costoso per noi. Era infatti libera solo la classe superlusso, ancora pi alta del kup, ma presente solo in pochi treni. Immaginavamo gi un prezzo esorbitante, nellordine di diverse centinaia di euro, per cui avremmo comunque rinunciato allacquisto. Una volta a Kiev, invece, abbiamo scoperto che in realt costava poco meno di cento euro. Non certo economico, ma assolutamente non proibitivo. Al momento di prendere il Kiev Budapest, unaltra interessante sorpresa ha fatto capolino: al
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convoglio di vagoni era unito anche il Mosca Venezia, lo stesso che avevamo preso due mesi prima. Teoricamente avrebbe dovuto passare da Kiev il giorno prima, ma grazie ad un cambio di orari ce lo siamo trovato praticamente davanti, nello stupore pi totale. Inutile dire che ci siamo accaparrati subito due posti, contrattandoli con il provodnik e pagandogli il biglietto direttamente in mano, senza alcuna ricevuta n pezzo di carta a testimoniare il nostro acquisto. La cosa buffa che uno dei due provodniki del vagone era lo stesso dellandata, e ovviamente ci ha riconosciuto, anche se ci non ci ha fruttato alcuno sconto sul prezzo del biglietto. Abbiamo quindi viaggiato in classe Superlusso, cio un lurido e vetusto scompartimento da due persone, fino a Budapest. Durante il viaggio, lapatia ha raggiunto livelli assoluti. Non abbiamo quasi mangiato, ma ci siamo concessi una puntatina al vagone ristorante per mangiare una salianka, tipica minestra ucraina. Molto speziata e soddisfacente per le papille gustative, ma poco sostanziosa. Per completezza, abbiamo passato in treno anche lEpifania. La citt di Budapest ci ha accolto ancora una volta nella stazione est, che anche dopo due mesi non stata fornita di posti a sedere. Abbiamo passato qualche ora in citt, girovagando per zone non ancora battute, e siamo perfino riusciti a perderci per le strade. Per un attimo abbiamo creduto che non avremmo mai pi ritrovato la stazione, ma una giovane ragazza con la quale ho comunicato in inglese ci ha salvato. Presto ci siamo ritrovati sul Budapest Venezia, lo stesso vagone sul quale eravamo saliti a novembre, pieni di speranze. proprio su questo vagone che ora si sta svolgendo lultima parte del viaggio. Com'era successo allandata, anche stavolta lintero vagone vuoto e noi siamo i suoi unici occupanti. Abbiamo per capito come mai questo treno usato da cos poche persone: un po per il costo, che per un russo non basso, e un po per la difficolt a procurarsi i visti per i paesi da attraversare. Due donne russe sarebbero salite con noi a Budapest, ma essendo prive del visto di transito croato hanno dovuto rinunciare e scegliere un percorso alternativo. Ormai non facciamo pi caso a queste assurdit burocratiche, e siamo pronti anche a subire altri controlli alla frontiera croata, ormai diventata la spada di Damocle del viaggio. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci che non abbiamo alcun biglietto in mano, ma solo la parola dei provodniki. E se in frontiera ci chiedessero i biglietti?
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Abbiamo una fame da lupi, ma non ci sono rimaste pi provviste. Lultima cosa decente che abbiamo mangiato stata la salianka sul vagone ristorante del Kiev Budapest. Tentiamo di comprare qualcosa dai provodniki, ma le provviste in vendita sono finite, e al massimo possono venderci caff, t e acqua. Vista la situazione, gli chiediamo un bicchiere dacqua bollente dove sciogliere un po di brodo granulare, ultima cosa commestibile che c rimasta negli zaini. Un brodino insulso, ma pur sempre meglio di niente. Ma insieme allacqua calda arriva una piacevole sorpresa: due michette al formaggio, offerteci gratis dai provodniki. Facevano parte delle loro scorte personali per il viaggio, ma non se la sono sentita di lasciarci digiuni. Forse il nostro amico provodnik si ricorda ancora del salamino che gli abbiamo regalato due mesi fa, nel tentativo di ingraziarcelo. Mangiamo i panini fino allultima briciola, consapevoli del fatto che fino allindomani non avremo nientaltro da mettere sotto i denti. Dopo poche ore, arriva la tanto temuta frontiera croata. Siamo gi preparati a disfare borse e zaini e a subire assurdi controlli, ma stranamente non c alcuna perquisizione e tutto fila liscio come lolio. Non ci chiedono nemmeno i biglietti. Addirittura, il poliziotto che ci timbra il visto scherza con noi, nominando qualche politico italiano e ridendo. Ora, con lo stomaco di nuovo vuoto e la testa piena di pensieri, siamo immersi nel buio profondo della notte slovena. Tra poche ore vedremo di nuovo dei cartelli scritti nella nostra lingua madre. Fuori piove incessantemente. Cateratte d'acqua si rovesciano molto rumorosamente sul nostro finestrino e sul tetto del treno. Il caldo afoso del vagone che ci tormentava due mesi fa non cambiato, e anche ora dobbiamo rimanere in maglietta a maniche corte. Tutto quello che possiamo fare stare fermi per non sudare troppo, osservando al contempo lacqua che scorre furiosamente sul finestrino come un fiume in piena. Ora si pu tastare con mano la brevit di questesperienza, che pur nella sua apparente interminabilit ora arrivata agli sgoccioli. Ma prima di iniziare a sgocciolare ha sgorgato impetuosa, inarrestabile, per lungo tempo. Cos come le gocce di pioggia che ora si infrangono al suolo poi evaporeranno e andranno ad alimentare nuovamente altre piogge, anche i frutti del viaggio continueranno a vivere per lungo tempo.

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Alle sei del mattino del 7 gennaio 2010, attraversiamo infine il confine tra Slovenia e Italia. Il cartello della stazione di Villa Opicina si legge a malapena attraverso il vetro, coperto di goccioloni dacqua. Tuttavia, vedere questo pannello scritto in italiano ci riporta improvvisamente alla consapevolezza che il viaggio finito, che tra pochissimo saremo di nuovo a casa nostra, pronti a riprendere la vita di tutti i giorni. Anche il viaggio in apparenza pi interminabile destinato a finire. Questo il momento che classifico come il pi intenso e significativo di tutti questi cinquantasette giorni, ed racchiuso in una fotografia che ha ormai assunto un carattere per me leggendario. Case buie e silenziose si susseguono luna allaltra, ciascuna occupata da ignari individui che dormono ancora profondamente. Il treno percorre speditamente le nere coste del Friuli, nel buio di questa mattinata ancora senzalba. La laguna veneziana nuovamente in vista, ma stavolta non usciamo nemmeno dalla stazione. C giusto il tempo di prendere un altro treno per Milano, e dopo poche ore stiamo gi scendendo allanonima fermata recante il nome di Tradate. Sembra la stessa scena di due mesi fa. C ancora il sole, abbiamo in mano gli stessi bagagli, sui volti stampata la stessa espressione trasognata e incredula. Ma c una differenza importante: stavolta poggiamo i piedi sulla banchina opposta. FINE Un doveroso ringraziamento va a Daniele Castiglioni (autore e promotore del sito www.solosiberia.it), per aver organizzato questo viaggio e per avermi fatto da guida e da interprete in questa difficile ma emozionante avventura.

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