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MARCO TRAINITO

IL CODICE D’ARRIGO

Dall‟Orca alla Placenta Hatshepsut

INDICE

PARTE PRIMA L’ORCA E IL MARE IMMANE DEL MALE

PREMESSA

CAPITOLO 1

Genesi e vicenda editoriale

CAPITOLO 2

La fabula e l‟intreccio

CAPITOLO 3

L‟iper-lingua del romanzo

CAPITOLO 4

Genealogia culturale e simbologia dell‟Orca

4.1. Il titolo

4.2. L‟Orca, Omero e l‟Orco

4.3. L‟Orca, Moby Dick e il Leviatano

CAPITOLO 5

Nota sulla prima connotazione dell‟“animale” nel passaggio da I fatti della fera a Horcynus Orca

CAPITOLO 6

Le piume dell‟Angelo. Bufalino e il corpo-a-corpo della cultura siciliana con Horcynus Orca

APPENDICE.

Due gocce nel mare di Horcynus Orca: la Gela di D‟Arrigo

PARTE SECONDA IL METODO LAICO. IDENTITÀ APERTA E MEMORIA PLURIMA DELL’OCCIDENTE IN CIMA DELLE NOBILDONNE

PROLOGO

CAPITOLO 1

Hatshepsut e l‟Occidente

CAPITOLO 2

Pitagora e il magico numero sette per tre

CAPITOLO 3

Di metamorfosi in metamorfosi

EPILOGO

RIFERIMENTI ICONOGRAFICI

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

PREFAZIONE

Questo volume costituisce una riedizione, rivista

e notevolmente ampliata, de Il mare immane del male.

Saggio su Horcynus Orca di Stefano D‟Arrigo, pubblica- to per la prima volta nel 2004 dalla casa editrice Cerro Edizioni di Gela. I motivi che mi hanno spinto ad appron-

tare una nuova edizione accresciuta del saggio sul grande romanzo di D‟Arrigo sono sostanzialmente due. Il primo

è che la limitata tiratura de Il mare immane del male è

andata esaurita e risulta ormai difficilmente reperibile. Il secondo è legato al fatto che nel marzo 2006 è uscita presso Rizzoli una nuova edizione del secondo e ultimo romanzo di D‟Arrigo, Cima delle nobildonn (1985), che dà forma, insieme al romanzo sull‟Orca, all‟ormai leg- gendario dittico narrativo dello scrittore siciliano. In oc- casione di questo ritorno nelle librerie, dopo oltre vent‟anni, del mirabile “romanzo della placenta”, ho scritto un saggio su di esso che ho letto a un Convegno

sulla laicità e sulle radici culturali dell‟Occidente tenu- tosi a Piombino il 28 aprile 2006 cui sono stato invitato

a partecipare insieme a Giulio Giorello. In esso offro una

lettura attualizzata di Cima delle nobildonne alla luce del recente dibattito sulle radici dell‟Europa e dell‟Occidente,

e mostro come in esso D‟Arrigo ci aiuti a comprendere

laicamente la ricca e complessa stratificazione storico- culturale della nostra identità, che alcuni fondamentalisti

occidentali (teocon, teodem, atei devoti e/o neoguelfi) vorrebbero semplificare, mutilare e tradire in nome di una presunta essenza ebraico-cristiana della nostra civiltà. Trattandosi di uno scritto che completa la mia analisi del “codice D‟Arrigo” intrapresa nel volumetto su Horcynus Orca, ho pensato di ripubblicare insieme i due saggi in un unico volume, che ha un impianto e un titolo diversi rispetto al precedente. Il mare immane del male, con alcune modifiche e aggiunte, costituisce ora la Prima Parte del presente volume, mentre il saggio su Cima delle nobildonne ne costituisce la Seconda Parte. Il Codice D‟Arrigo che nel titolo, oltre ad allu- dere a Codice siciliano, la prima e ultima raccolta di versi di D‟Arrigo, riecheggia ironicamente il famigerato ro- manzo sul fasullo “codice” segreto Leonardo da Vinci – è il mio omaggio esegetico definitivo a uno scrittore che, pur essendo tra i più grandi in assoluto del ‟900 europeo, è ancora incredibilmente troppo ignorato persino nella sua stessa Sicilia.

PARTE PRIMA

L’ORCA E IL MARE IMMANE DEL MALE

A mio padre Emanuele (1924-2008), che dopo l‟8 settembre, diciannovenne soldato semplice allo sbando del fu Regio Esercito, percorse a piedi l‟I- talia da Conegliano Veneto, attraver- sò lo Stretto ai primi di novembre gra- zie a un barcaiolo e fece infine ritorno a Gela, da pochi mesi liberata.

PREMESSA

In occasione della riedizione Rizzoli di Horcynus Orca (ottobre 2003), quasi trent‟anni dopo la prima edi- zione Mondadori, il noto critico letterario George Steiner ha scritto: «Nulla è più frustrante, per un lettore appas-

sionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a condividere il pia- cere che gli dà. Come può essere che un libro che lo col- pisce profondamente, che trasforma il suo panorama in- teriore, rimanga oscuro e, in larga misura, non letto? O che i colleghi, gli amici a cui comunica il suo entusiasmo rimangano scettici o addirittura rispondano in modo ne-

gativo? Il titolo mi affascinò molto (

).

Se ben ricordo,

fu

a Torino, dove davo una conferenza molti anni fa, che

le

enigmatiche, ossessive parole, Horcynus Orca, mi col-

pirono per la prima volta. (

ci cambiano la vita, che rieducano la nostra sensibilità

sono ambigui come le relazioni intime. Da un lato desi- deriamo fortemente mantenerli privati, per noi stessi. Dall‟altro vogliamo condividere la nostra fortuna, il no- stro appagamento con gli altri». 1 La cosa che fa più impressione in queste parole è che a pronunciarle sia uno studioso straniero, il quale,

Gli incontri con i libri che

)

1 Steiner 2003: 33.

come confessa nello stesso articolo, pur avendo una certa dimestichezza con la lingua italiana, può comprendere solo in piccola parte la „lingua‟, impervia anche per un lettore italiano non-siciliano, di Horcynus Orca. Ma evi- dentemente, come in questi ultimi anni hanno dovuto ar- rendersi a constatare i critici letterari più esigenti di fronte alla fortuna delle opere di Andrea Camilleri oltre i confini della Sicilia, la forza della letteratura risiede nel- la capacità dei grandi scrittori di comunicare il loro mondo poetico anche al di là delle barriere linguistiche, posto che ci siano dei lettori disponibili a cooperare in una decodifica interpretativa che vada oltre la mera let- tera della codifica dell‟autore: «I dizionari», prosegue Steiner, «sono una delle mie buone abitudini e mi furono d‟aiuto. Ma spesso mi trovai, matita in mano, a leggere e rileggere la stessa pagina nello sforzo di capire; consa- pevole che molto di quel che c‟era scritto mi sarebbe ri- masto oscuro. Non importa. Il moto oceanico della sto- ria, il fantastico potere dell‟intreccio di motivi arcaici mitologici e della feroce realtà della Seconda Guerra Mondiale, la capacità di D‟Arrigo di dare una vita vio- lenta e lirica agli elementi del tempo e del paesaggio, del mare e della terra, mi fecero superare ogni barriera lin- guistica e grammaticale». 2

2 Ibidem. Per una discussione di questo problema in relazione a Camil- leri si veda l‟interessante “Introduzione” di Antonio Buttitta (che non a caso cita Steiner) alla raccolta di saggi di autori vari che costituisce

Nei giorni in cui mi aggiravo, solitario e stupe- fatto, nei meandri di questo romanzo unico nel panorama letterario del Novecento, ho vissuto in prima persona il disagio e la frustrazione del “lettore appassionato” di cui parla Steiner, acuiti per di più dal fatto di vivere nel- la terra che ha dato a Stefano D‟Arrigo non solo i natali, ma anche l‟humus storico, antropologico, linguistico e topografico per la sua opera di una vita. Ecco perché ho deciso di scrivere qualcosa intorno a quest‟opera immen- sa e ancora colpevolmente poco frequentata persino da chi, come i siciliani, hanno il privilegio culturale e lin- guistico di poterla apprezzare fino in fondo (o quasi) nel- la sua miracolosa ricchezza espressiva. Quello che qui presento non è uno scritto acca- demico (sono già abbastanza gli studi specialistici, come saggi e tesi di laurea, dedicati a questo romanzo e sepolti nelle nicchie polverose di alcune Università), ma una sorta di diario di viaggio che sotto lo sforzo del rigore espositivo e dell‟accuratezza delle osservazioni „paesag- gistiche‟ vuole far risuonare soprattutto l‟emozione della ricerca e lo stupore della scoperta. Esso, dunque, si pre- senta sia come una introduzione al romanzo per i non

il volume Il caso Camilleri. Letteratura e storia (2004), pp. 11-17 (cfr. in particolare p. 13). In uno dei saggi contenuti nel volume, “Tea- tri siciliani della storia. Da Sciascia a Camilleri” di Nino Borsellino (pp. 48-53), poi, si trovano delle interessanti osservazioni su Horcynus Orca, definito “l‟opus magnum, la massima realizzazione creativa del- la sicilianità” (cfr. in part. pp. 51-52).

specialisti (al fine di agevolare il lettore ignaro dell‟opera, ho fornito non solo tutte le informazioni di contorno essenziali a una retta comprensione contestua- le, ma anche una sintesi piuttosto ampia e ricca di detta- gli della fabula) sia come un tentativo di indicare alcune piste di lettura finora intentate o solo accennate da qual- che studioso, e in tal senso assume l‟aspetto di un vero e proprio saggio in cui sono avanzate ipotesi interpretative del tutto inedite. Entrare in quest‟opera che incute timore per la mole (1257 pagine nella prima edizione Mondadori del 1975, 1082 in quella Rizzoli del 2003), per la lingua i- naudita in cui è scritta (per questo aspetto assimilabile forse solo alla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, 1499, e al Finnegans Wake di James Joyce, 1939) e per la potenza visionaria e simbolica (al punto che un amico di D‟Arrigo come Camilleri ha potuto scri-

vere nel 2000, in occasione della prima edizione de I fatti della fera, di essere rimasto “letteralmente atterrito” già solo dalle cento pagine anticipate sul “Menabò” nel

1960 3 ), è davvero come entrare nel labirinto del Mino-

tauro, perché le infinite svolte narrative e gli snervanti

indugi sintattico-espressivi non sono che una „iniziazio- ne‟ all‟incontro col Mostro protagonista, che farà la sua prima apparizione esattamente nel cuore dell‟opera (po- co oltre l‟inizio della seconda metà) e da quel momento

3 Cfr. Camilleri 2000.

accompagnerà il lettore in un viaggio di ritorno alluci- nante che è l‟uscita non più dal labirinto del testo, ma

dalla vita tout-court: quella di ‟Ndrja Cambrìa, quella della Storia, quella del Mondo, e quella dell‟Orca stessa,

la cui morte è simbolo e correlato oggettivo del “fini-

mondo” esistenziale, storico e cosmico annunciato dal romanzo. Ecco perché, alla fine del viaggio, il lettore na- vigato ha come l‟impressione che questo Minotauro ri- cordi non tanto quello del mito, quanto piuttosto quello

di Borges, cioè quell‟Asterione il quale, anziché giovani

vittime sacrificali, aspetta nella sua casa dalle infinite porte l‟arrivo di un redentore, ovvero di qualcuno che lo liberi da se stesso e dal suo destino di morte, al punto che l‟ancora incredulo Teseo, dopo averlo ucciso, potrà dire

ad Arianna le stesse parole di pietà perplessa che vor- rebbe pronunciare il lettore dopo essere giunto finalmen- te al termine di Horcynus Orca: «Il Minotauro non s‟è quasi difeso». 4

4 Jorge Luis Borges, “La casa di Asterione”, in L‟Aleph (1949), tr. it. in Borges 1984, vol. I: 821.

CAPITOLO 1

GENESI E VICENDA EDITORIALE

È ormai consuetudine iniziare ogni discussione su Horcynus Orca partendo dalla genesi e dalla decenna- le vicenda editoriale di questo grande romanzo, perché queste, divenute ormai quasi leggendarie, non solo costi- tuiscono per molti versi un unicum nella storia della lette- ratura contemporanea, ma offrono anche una prima e in- sostituibile chiave di accesso a questo monstrum narrati- vo.

Stefano D‟Arrigo (Alì Marina, Messina, 1919 Roma, 1992), laureatosi in Lettere a Messina con una tesi su Hölderlin, svolse servizio come sottotenente a Palermo durante la seconda Guerra Mondiale fino allo sbarco alle- ato. Dopo un‟altra parentesi a Messina, si stabilì a Roma nel 1946, dove si dedicò al giornalismo e alla critica d‟arte, frequentando pittori e mercanti d‟arte. Intorno alla metà degli anni ‟50 D‟Arrigo passa all‟attività letteraria scrivendo un libro di versi, Codice

Siciliano 1 , e cimentandosi in un‟opera di narrativa di am- pio respiro, La testa del delfino, scritta di getto in quindi-

1 Cfr. D‟Arrigo 1957 (1978 2 ). Quest‟opera prima nel 1958 vinse il Premio Crotone, della cui giuria facevano parte, fra gli altri, Ungaretti, Debenedetti e Gadda. Come ha avuto modo di avvertire lo stesso D‟Arrigo, essa contiene in nuce diversi motivi che poi confluiranno nel grande romanzo. Già nel 1950 (anno in cui comunica alla moglie Jutta Bruto l‟intenzione di dedicarsi a un‟opera narrativa di ampio re- spiro), nella presentazione del catalogo - da lui curato - relativo a una mostra del pittore Giovanni Omiccioli, D‟Arrigo non solo fornisce un ritratto accorato della dura vita dei pescatori di Scilla - veri “ulissidi” (perché discendenti, forse, dei compagni dell‟eroe omerico buttatisi in mare per seguire il canto delle sirene) che inseguono instancabilmente il pesce e placano la fame come in un «pauroso viaggio di „conoscen- za‟» - che ricorda da vicino quello dei futuri “pellisquadre” di Cariddi, ma forgia addirittura il famoso endecasillabo con cui si chiuderà, ven- ticinque anni dopo, Horcynus Orca: «circoscritta ma disperata, vasta avventura quotidiana di questi pescatori che remano chini e assorti, in un gesto severo e immutabile, in un tentativo continuamente ripetuto di condurre l‟imbarcazione dentro, più dentro dove il mare è mare» (D‟Arrigo 1950: 7-8, corsivo mio). E una delle poesie di Codice sici- liano, “Sui prati, ora in cenere, di Omero” (in op. cit., pp. 28-31), oltre

a presentare il tema del reduce dalla guerra che torna sconfitto ripen- sando alla madre (esattamente come sarà per ‟Ndrja Cambrìa), contie-

ne in chiusura una variante dell‟endecasillabo di cui si è detto, ancora

una volta in un contesto marinaresco: «desidero tornare spalla a spalla

/ coi miei amici marinai che vanno / sempre più dentro nei versi, nel

mare» (corsivo mio). Giuseppe Pontiggia ha raccontato che lo stesso D‟Arrigo gli disse di aver tratto in parte l‟endecasillabo da una lirica

di Alfonso Gatto, “All‟alba” (in Gatto 1973), dove si legge: “Dentro

più dentro dov‟è largo il mare”. Cfr. l‟intervista a Pontiggia in Gatta (a

ci mesi tra il 1956 e il 1957. Quest‟opera, ancora inedita, è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattisi per quasi vent‟anni, diventerà Horcynus Orca. Nel corso del 1958 D‟Arrigo sottopone a una prima revisione il testo de La testa del delfino e ne manda un paio di brani al Premio Cino del Duca, che si aggiudi- ca (la premiazione avverrà il 23 aprile 1959). Questo av- venimento cambia la sua vita, perché tra i giurati c‟è Elio Vittorini, il quale si dimostra entusiasta del work in progress 2 e chiede a D‟Arrigo di pubblicare i due brani dell‟opera sul “Menabò”, che egli dirigeva insieme a Italo Calvino, mentre Mondadori gli propone un contratto per la pubblicazione integrale. D‟Arrigo accetta entrambe le offerte e si rimette a revisionare ulteriormente il testo, due capitoli del quale (un centinaio di pagine) appaiono l‟anno dopo sul terzo numero del “Menabò” col titolo I giorni della fera, non senza disappunto dell‟autore, il quale non accettò che il suo testo, scritto in uno strano

cura di) 2002: 17, nonché le osservazioni al riguardo in Gioviale 2004:

61-62.

2 Qualche mese prima, contattato tramite Renato Guttuso, amico di D‟Arrigo, Vittorini ne aveva letto alcune parti che gli erano molto pia- ciute, e questo fatto costituì un grosso stimolo a proseguire il lavoro per “il commosso lettore di Conversazione in Sicilia”, come D‟Arrigo ebbe a scrivere l‟11 febbraio 1959 in una lettera all‟amico e alter ego Cesare Zipelli (cit. in Cedola 2000: XLI)

miscuglio di italiano e dialetto siciliano, fosse accompa- gnato da un Glossario a cura della redazione. 3 Nel frattempo D‟Arrigo, che dopo l‟uscita dell‟estratto sul “Menabò” si vede arrivare offerte da Ei- naudi, Garzanti e Feltrinelli (cosa allora inaudita per un autore pressoché sconosciuto e alla sua prima prova nar- rativa), rivede ulteriormente il romanzo da consegnare per contratto a Mondadori in tempi brevi. Il titolo provvi- sorio, come si apprende dal carteggio, è ora I fatti della fera, e il dattiloscritto “definitivo” (1305 cartelle) viene finalmente mandato all‟editore nel settembre 1961. Sem- bra fatta, perché subito dopo la casa editrice manda a D‟Arrigo le bozze, che per contratto devono essere cor- rette in un mese circa, e D‟Arrigo è così sicuro di farcela che rifiuta l‟aiuto di alcuni collaboratori di Mondadori,

3 In occasione di questa pubblicazione emerge già in tutta la sua evi- denza il difficile carattere di D‟Arrigo, il quale, convinto della natura autoreferenziale e autosufficiente della „lingua‟ del suo romanzo e quindi restìo ad essere considerato uno scrittore che usa in maniera occasionale ed estrinseca il dialetto, si rifiuta di compilare un glossa- rio dei termini dialettali accompagnati dalla „traduzione‟ in italiano, così come richiestogli dalla redazione. A luglio manda persino un te- legramma a Calvino per chiedergli di avvertire i lettori, nel caso aves- sero deciso di pubblicare comunque il glossario (che intanto qualcuno - forse addirittura Guttuso, come ipotizza lo stesso D‟Arrigo in una lettera a Zipelli - aveva approntato e che la redazione si era premurata di sottoporre alla sua visione e approvazione), che egli si era opposto alla sua realizzazione rifiutandosi anche di compilarlo in prima perso- na. Cfr. Cedola 2000: XLIII-XLIV.

come Niccolò Gallo e Walter Pedullà, i quali avevano trascorso qualche pomeriggio con lui per effettuare una lettura comune, e promette che in massimo quindici gior- ni avrebbe restituito le bozze corrette. Com‟è noto, ci mi- se quasi quindici anni, e il libro uscì finalmente nel 1975 con una mole poco meno che doppia e con un altro titolo ancora, questa volta quello definitivo: Horcynus Orca. Questo lavoro di tormentosa revisione ha ormai assunto i colori della leggenda. Da chi ebbe modo di fre- quentarlo in quegli anni egli è ricordato come un uomo totalmente posseduto dal demone dell‟arte e dedito notte e giorno, anche a costo della salute, a uno sforzo creativo rivolto soprattutto all‟invenzione di una nuova „lingua‟ che affondasse le sue radici ultime nel magma delle nu- merose lingue (dialettali e non) di cui lo Stretto di Messi- na è stato punto d‟incontro e di filtraggio. Non bastando più i margini dei fogli a contenere le aggiunte e le riscrit- ture, D‟Arrigo incolla ai lati dei fogli delle strisce scritte con una biro a quattro colori (nero, blu, verde e rosso) e appende questi „aquiloni‟ colorati a un filo che attraversa la stanza. Nelle recensioni che precedono e seguono l‟uscita del romanzo ci si sofferma persino su particolari bizzarri, che comunque danno il senso del „caso‟ e della sua costruzione mediatica: D‟Arrigo si è reso quasi inac- cessibile per potersi dedicare alla grande opera di cui egli stesso per primo percepisce il valore, lavora fino a quat- tordici ore al giorno, mangia pochissimo e si nutre soprat-

tutto di babà al rum e granita al caffè. Ma per avere un‟idea meno aneddotica del reale clima di attesa creato- si, nella cultura letteraria italiana di quegli anni, intorno al romanzo fantasma (clima favorito anche dal grande battage pubblicitario sul „capolavoro‟ in gestazione e dai continui annunci di una imminente pubblicazione), basti considerare che Calvino, scrivendo il 15 giugno 1972 ad Anna Scriboni in occasione di una progettata e mai rea- lizzata antologia in spagnolo del “Menabò” per il pubbli- co dell‟America Latina, segnalava alla studiosa l‟opportunità di tener conto del «mitico Stefano D‟Arrigo che da anni sta per finire un romanzo di cui si parla come del Joyce italiano e di cui si conoscono solo le pagine pubblicate sul “Menabò” 3 e da allora è il “caso” che tie- ne la letteratura italiana col fiato sospeso» 4 . Una riprova dell‟eterna insoddisfazione di D‟Arrigo è data dal fatto che all‟ultimo momento (cioè due mesi prima del „via libera‟ del 24 ottobre 1974), quando le bozze di Horcynus Orca sono quasi completa- mente corrette, egli decide di sostituire in tutto il roman- zo “prendere” con “pigliare” e “preso” con “pigliato”. Ma cosa fece D‟Arrigo alle bozze in tutto questo tempo, nel corso del quale viaggiavano a pezzi avanti e indietro tra casa sua e la Mondadori e venivano modifica- te di continuo? Da quando, nel 2000, la Rizzoli ha pub- blicato il dattiloscritto del 1961 col titolo I fatti della fera

4 In Calvino 2000: 1168.

(nell‟ambito del piano di una riedizione delle opere di D‟Arrigo a cura di Walter Pedullà), è possibile farsi un‟idea precisa del-l‟immane lavoro di revisione stilistica e linguistica, integrazione e ampliamento svolto da D‟Arrigo, che tra l‟altro gli costò la salute fisica e in qualche modo anche quella mentale («la mia mente … forse non sarà mai più una mente … ma io vorrei solo che ce la facesse … giusto giusto per mettere ordine alle ultime pagine del mio libro e chiuderlo, chiudere», scri- veva già alla fine del 1966 all‟amico Zipelli 5 ). Rispetto al dattiloscritto originario, Horcynus Orca, come detto, si presenta molto accresciuto (dei due terzi circa). Questo ampliamento, però, non è dovuto tan- to all‟aggiunta di nuovi „episodi‟ alla trama principale (anzi, ce ne sono due in meno, e non di poco conto 6 ), per-

5 Cfr. Cedola 2000: XLV. 6 Cfr. I fatti della fera, pp. 49-50 e 573-575 rispettivamente con le pp. 74 e 774 di Horcynus Orca. Sbaglia, dunque, Siriana Sgavicchia al- lorché scrive che “Nel passaggio da FF a HO viene eliminato un solo episodio: l‟incontro di ‟Ndrja con lo «juvenello d‟una quindicina d‟anni»” (Sgavicchia 2000: XLVII, nota 3). Nel primo episodio, du- rante il suo viaggio lungo la costa calabrese, all‟altezza del Golfo di Sant‟Eufemia, ‟Ndrja incontra uno “juvenello d‟una quindicina d‟anni”, il quale, dovendo portare una misteriosa “parola” a qualcuno di Filadelfia entro mez-zogiorno, sembrava “inseguito dal sole” e pre- gava quest‟ultimo di non sorgere e comunque di non correre troppo in fretta. Nel secondo, in occasione della mareggiata provocata dall‟Orca morente, a causa della quale si riversarono a riva rifiuti di ogni tipo, dei ragazzini chiamano ‟Ndrja perché nella carogna di una fera arenata

ché la fabula e l‟intreccio sono in massima parte identici nelle due versioni. Che cos‟è cambiato allora? I primi nove decimi circa dei Fatti (602 pagg. su 660) risultano “diluiti” e ampliati di oltre 200 pagine in Horcynus (per l‟esattezza 226), e ciò è dovuto a una riscrittura di gran parte del testo in una lingua e in uno stile più uniformi (nei Fatti le differenze tra italiano e dialetto stretto sono più marcate e segnalate da accorgimenti grafici, come il corsivo e i doppi apici, mentre in Horcynus il narrato è uniforme anche graficamente e infinitamente più denso, e molto dialetto risulta „italianizzato‟), nonché a un accre- scimento di quasi tutti gli episodi principali e di quasi tut- te le digressioni narrative. Nell‟edizione di Horcynus del 2003, alla pagina 602 dei Fatti corrisponde la pagina 828 (l‟impaginazione è identica e comprende 44 righe per pa- gina), ma a questo punto c‟è il grande innesto di 165 pa- gine, il famoso ed estremamente complesso monologo delirante del protagonista sullo sperone davanti all‟Orca

priva di pinna dorsale credono di riconoscere Manuncularais, la cui storia del duello con Caitanello era ormai proverbiale in paese; dopo una certa indecisione amletica (egli non sa se è meglio lasciare al pa- dre il ricordo intatto di Manuncularais vivo e umiliato o dargli la sod- disfazione di vederlo morto), ‟Ndrja fa vedere la carogna a Caitanello, il quale, seppure con qualche dubbio, la riconosce come quella di Ma- nuncularais e riceve i complimenti di tutti gli altri pescatori (eviden- temente, nel passaggio dai Fatti a Horcynus, D‟Arrigo scelse l‟alternativa scartata da ‟Ndrja, eliminando radicalmente tutto l‟episodio).

morente (cui D‟Arrigo lavorò soprattutto tra il 1968 e il 1972), dove il „tempo interiore‟ sembra un‟eternità rispet- to ai pochi minuti del „tempo esteriore‟ trascorso nel rac- conto. Le restanti 89 pagine di Horcynus risultano, infine, molto simili alle corrispondenti 58 pagine de I fatti, cui si riagganciano (con qualche aggiunta che allude a quanto accaduto nel monologo) nello stesso punto in cui il datti- loscritto era stato lasciato e quasi con le medesime paro- le: la ripresa, in tal modo, torna indietro di qualche minu- to rispetto al „tempo‟ trascorso durante il monologo e ri- racconta dal-l‟esterno in circa sette pagine lo stesso lasso di tempo che in precedenza il lettore ha vissuto dall‟interno della mente vorticante del protagonista (nei Fatti, quindi, questa sorta di „piega‟ nel tempo della nar- razione non c‟è, perché la successione temporale è perfet- tamente lineare). La pubblicazione del romanzo nel 1975, tuttavia, non ha interrotto il labor limae di D‟Arrigo, il quale è tornato sul testo fino alla morte (avvenuta il 2 maggio 1992 7 ) apportandovi ulteriori modifiche, seppur lievi,

7 Nel 1985 D‟Arrigo pubblicò, sempre con Mondadori, il suo secondo (e ultimo) romanzo, Cima delle nobildonne, un‟opera profondamente diversa dalla prima, non solo per la lingua, molto più accessibile (an- che se „alta‟ e specialistica), ma soprattutto per le dimensioni (sono „solo‟ 200 pagine circa). Prendendo spunto da una connessione del faraone donna Hatshepsut (il cui nome significa appunto “la più nobile tra le donne”) con la placenta, sostenuta dal professor Planika, D‟Arrigo immagina che un gruppo di medici scopre che la “premadre”

tant‟è vero che la riedizione del 2003 reca nell‟aletta di copertina la dicitura “nuova edizione con le ultime inedi- te correzioni d‟autore”. Da quanto detto fin qui, risulterà chiara l‟importanza di avere finalmente a disposizione l‟Ur- testo di Horcynus, perché, come già si è visto negli ultimi anni 8 e come si vedrà meglio negli anni a venire, la lettu- ra comparata dei due testi permette a filologi ed esegeti di entrare nel laboratorio creativo di D‟Arrigo e di fare pie- na luce finalmente sulle complesse strategie linguistico- espressive, narrative e filosofiche che in quasi tre lustri di incessante lavoro hanno portato l‟autore a concepire un‟opera profondamente diversa dalla precedente, sotto la superficie della trama comune, e di valore letterario tale da porsi tra i capolavori assoluti della narrativa moderna.

dell‟uomo, cioè la Placenta-Hatshepsut, contiene elementi assassini, i Seminomi Killers, “cellule anarchiche placentari in feto”, a riprova che la morte è intrinsecamente legata alla vita sin nelle sue radici ul- time (e prime). In tal senso, Cima delle nobildonne è tematicamente speculare rispetto a Horcynus Orca, perché, mentre il grande romanzo trovava i germi della vita nella morte trionfante (si pensi alla “cicirel- la” nella ferita dell‟Orca), ora è il germe della morte ad essere trovato nella “placenta” della vita. [Un‟ampia analisi del romanzo costituisce la seconda parte del presente volume]. 8 Il primo studio comparato è quello di Baldelli 1975, dove però il termine di paragone è costituito dai due capitoli usciti sul “Menabò” col titolo I giorni della fera; ma cfr. anche Sgavicchia 2000: XLVII- LX, nonché il più recente La Forgia 2002.

Al momento dell‟uscita del romanzo, però, la cri- tica non è unanime nel giudizio sul valore dell‟opera. L‟eccessiva attesa, l‟enorme mole, la lingua „difficile‟ per i non siciliani o comunque per i non specialisti di lingui- stica (o meglio di dialettologia connessa all‟an- tropologia, come precisa Salvatore Trovato parlando del „lettore ideale‟ del romanzo 9 ), sono forse all‟origine, in- sieme o separatamente, di alcune stroncature che oggi appaiono ingenerose e assolutamente superate. Ad esem- pio, Enzo Siciliano intitola la sua recensione Quest‟Orca la cucino in fritto misto 10 ; Pietro Citati parla di un «bel- lissimo libro rovinato dall‟incon-tinenza dell‟autore» 11 ; Paolo Milano, infine, sostiene che «il capolavoro non c‟è» 12 . I consensi, però, sono più numerosi: Lorenzo Mondo scrive che con D‟Arrigo «la letteratura assume il valore di un‟esperienza assoluta, totalizzante» 13 ; Geno Pampaloni parla di un capolavoro «grandioso, sofferto, solenne, disperato» 14 ; Giuliano Gramigna esalta in Hor- cynus Orca il «lungo viaggio fra mito e romanzo» 15 . Di- scorso a parte merita Walter Pedullà, il quale sin da prima

9 Cfr. Trovato 2002: 67.

10 Siciliano 1975.

11 Citati 1975.

12 Milano 1975.

13 Mondo 1975.

14 Pampaloni 1975.

15 Gramigna 1975.

della “rivelazione” ufficiale dello scrittore sul “Menabò” è il più strenuo difensore della grandezza di D‟Arrigo narratore 16 . In una serie di articoli usciti tra il febbraio e l‟aprile 1975 sull‟“Avanti!” (e poi in tutti i saggi succes- sivi, fino a quelli introduttivi a I fatti della fera e alla rie- dizione 2003 di Horcynus Orca), Pedullà combatte ap- passionatamente le stroncature affrettate difendendo la “leggenda” e l‟“impresa memorabile” di D‟Arrigo.

16 Cfr. già Pedullà 1960.

CAPITOLO 2

LA FABULA E LINTRECCIO

Ma di cosa parla Horcynus Orca? Raccontare la nuda fabula implicita di questo romanzo totale su cui

hanno messo le mani non tanto, come si diceva una volta, “e cielo e terra”, ma terra e mare, ovvero solo il mare e l‟abisso di mistero che esso cela in sé in quanto origine e fine di tutto ciò che è vitale, e quindi luogo in cui si cele-

bra l‟eterno ciclo della vita e della morte, come già sape-

va bene il primo filosofo non è difficile, perché si tratta

di riassumere alcuni “fatti” avvenuti princi-palmente

nell‟arco di otto giorni, dal primo all‟8 ottobre 1943. Na- turalmente nel romanzo si trovano diverse puntate narra- tive al tempo precedente, da quello più recente, come nell‟ampio racconto dell‟uccisione del soldato tedesco da parte degli scugnizzi di Napoli, avvenuta il 29 settembre (cfr. pp. 535-547), a quello più lontano, come nel rapido racconto della „sparizione‟, nell‟agosto del 1860, del quattordicenne Simone Gaspiroso che poi sarebbe riap- parso da vecchio con una stranissima teoria ittiologica

sulla dipartita dell‟anima dopo la morte dietro le truppe garibaldine di passaggio per lo sbarco in Calabria (cfr. pp. 355-357). Quello che segue, pertanto, è un sommario il più possibile dettagliato delle vicende principali, dispo- ste nel loro naturale ordine cronologico.

Sbandato dopo l‟8 settembre, il ventiduenne ma- rinaio della «fu regia Marina» ‟Ndrja Cambrìa, novello Ulisse, parte da Napoli il primo di ottobre per fare ritorno al suo paese natale, Cariddi, un villaggio di pescatori si- tuato sull‟estrema punta settentrionale della Sicilia. Du- rante i quattro giorni del viaggio, ‟Ndrja è accompagnato contro la sua volontà da quattro altri soldati sbandati, il catanese Boccadopa, che ha una gamba sola, Portempe- docle, Montalbanodelicona e Petraliasottana, i quali lo considerano il loro “Mosè” per l‟attraversamento dello Stretto. Lungo il percorso, ‟Ndrja cerca spesso di isolarsi dai suoi petulanti accompagnatori e ha degli incontri (sul- le cui esatte coordinate temporali il testo tace) con figure particolari che simbolicamente gli rivelano in un climax ascendente lo stato di degradazione e di ribaltamento dei valori del suo mondo natale. Prima incontra le “femmino- te” del giardino d‟arance, le quali, cosa inaudita, inverto- no la loro consueta rotta verso sud e la Sicilia (dove pre- levano il sale di contrabbando) e vanno verso Napoli in cerca di un uomo che, accoppiandosi con una di loro, l‟inebetita Cata, la liberi dallo stato di incantesimo in cui è caduta per non aver potuto consumare il matrimonio a

causa della chiamata in guerra del marito; e all‟improvviso, con un lamento funebre e sboccato, esse

gettano “il tribolo” sui “ferribò” (ferry-boat), che prima

di

essere distrutti dalla guerra erano non solo i loro mezzi

di

trasporto ma anche i loro amanti, dal momento che,

ogni tanto possedute sessualmente alle spalle da anonimi macchinisti nelle sale-macchine, preferivano pensare che

fosse la stessa nave personificata ad amarle furtivamente. Poi incontra le “due femminelle” di Amantea, madre e figlia di un certo Sasà Liconti, il quale è impazzito e, ri- dotto a uno straccio e turlupinato dagli inglesi, se ne sta a Cannitello davanti allo Stretto sognando un trasbordo e mostrando una misteriosa fotografia ai passanti, per cui le due donne vanno e vengono per portargli il ricambio dei vestiti. C‟è poi un ex-pescatore che, avendo dovuto con- segnare la barca ai tedeschi che la usarono per disperdere

in mare i corpi di alcuni soldati italiani da loro uccisi e

avendo sognato un mare trasformatosi in neve e blocchi

di ghiaccio, si è ridotto a caricare su un cavallo e a smer-

ciare carne di carogna di delfino spacciato per tonno e acqua di mare spacciata per acqua purgativa. Infine ‟Ndrja si imbatte nel vecchio “spiaggiatore” che, vestito con pezzi di divise di tutte le guerre (affinché chiunque lo trovi morto lo riconosca e onori come un soldato di qual- siasi nazionalità), lo istruisce sulla natura ferina e divina delle femminote e sul modo di ottenere i loro favori e il trasbordo, esponendogli anche una gnoseologia basata sul

“vistocogliocchi” anziché sul “sentitodire”, finché si sca- va un letto-bara sulla sabbia in attesa della morte. Dopo i quattro giorni di marcia lungo la costa ca- labrese, ‟Ndrja arriva la sera del 4 al “paese delle Fem- mine” (Bagnara). Qui dovrà trovare una barca per il tra- sbordo clandestino sulla costa siciliana, dato che non può scendere oltre verso Scilla e Villa perché lo Stretto e il traghettamento sono controllati dagli inglesi. Il paese del- le Femmine è infestato da un tanfo pestilenziale derivante dal particolare trattamento da parte delle femminote della digustosa carne di “fera” (delfino), l‟unico animale, eter- no nemico dei pescatori per la strage di pescespada e di reti che compie per puro divertimento, che si riesca a tro- vare a riva, morto o per le mine o per indigestione. Men- tre i compagni entrano nelle case delle femminote per mangiare e bere (ciò che provocherà loro una diarrea ter- rificante e una sbornia soporifera), ‟Ndrja va sulla spiag- gia e la vista del cimitero d‟ossa di fere gli suscita sogni, ricordi e visioni dal forte significato simbolico e prefigu- rante (come il sogno delle fere trentenarie che vanno di- gnitosamente, cioè da “delfini”, a morire carbonizzate nelle cavità ardenti di Vulcano, cui segue il sogno di lui che porta la “buona novella” ai diffidenti pescatori di Ca- riddi, i quali vi leggono invece la sua degenerazione cul- turale e quasi la sua depravazione omosessuale dovute alla guerra e alla vita militare). A questo punto, una delle femminote, la misteriosa Ciccina Circè, insieme una sire- na (secondo una teoria di Mimì Nastasi, non a caso un

paralitico, le femminote e le fere sono discendenti delle sirene omeriche: cfr. pp. 122 e 558-568), una sibilla (par- la spesso per enigmi e gli fa un‟ambigua profezia: cfr. p. 328), una Calipso (cerca di convincerlo a non tornare dal- la sua Penelope, che come tutte le “femminelle di casa” sta col culo eternamente seduto e tiene in mano un capo del filo legato alla caviglia del marito in viaggio: cfr. p. 341) e una maga incantatrice come Circe (ha le fere “in- cantesimate” al suo servizio e trasforma gli uomini in “porcelloni” nel modo in cui può farlo una prostituta: cfr. pp. 284 ss. e 1048), lo trova e lo porta sulla sua barca a Cariddi in un viaggio notturno tra fere e carcasse di sol- dati che è una specie di discesa agli inferi. Tra le altre co- se, durante il trasbordo ‟Ndrja apprende che Ciccina Cir- cè usa il corteo incantato di fere soprattutto al fine di spazzare i corpi galleggianti dei soldati morti, la cui vista dalla barca lei aborrisce, perché le ricordano il suo “Baf- fettuzzi” morto in guerra. Arrivato a casa, dopo essersi accoppiato sulla spiaggia con l‟ardente femminota per “disobbligo” (però «dove, come e quando volle lei», p. 329), ‟Ndrja ha un lunghissimo colloquio notturno col padre Caitanello, il quale, come il Laerte omerico, riconosce il suo Ulisse so- lo dopo avergli visto sul polso sinistro la cicatrice della ferita procuratagli anni prima da una “traffinera”, la par- ticolare fiocina usata per “lanzare” il pescespada. Caita- nello, però, è in preda a un delirio che lo spinge a evocare lo spirito della moglie Amalia, detta l‟Acitana (perché di

Acireale), morta da circa 15 anni, mentre, come le fem- minote, tratta con aceto la “ventresca” di una fera spar- gendo un fetore intollerabile nella “cameraperdormire”. Nelle interminabili “due parolette” con cui lo tiene sve- glio, dispiegate in nove “quadri” da cantastorie, il padre racconta al figlio gli ultimi avvenimenti che, dal mese di agosto, sono accaduti a Cariddi e che lo hanno spinto a rinchiudersi in casa da giorni per risentimento nei con- fronti della comunità: 1) il sole infernale del 17 agosto; 2) il nefasto accoppiamento del sole con la guerra, che ha le fattezze di una vecchia e laida prostituta; 3) l‟arrivo di un‟orda di cetacei che assedia lo Stretto e 4) fa una Ron- cisvalle di pescispada; 5) un‟intera famiglia, padre, madre e tre figli, saltata in aria nel sonno per una bomba d‟aereo “straviata”; 6) il suicidio in mare di un gruppo di anziani pescatori guidati dal Noé dei cariddoti, il vecchio Ferdi- nando Currò, che, in occasione del terribile cataclisma che sconvolse Messina il 28 dicembre 1908, aveva salva-

to donne e bambini caricandoseli sulle spalle e portandoli

sulle alture; 7) la “Ferame”, ovvero la fame con la faccia

di fera; 8) il suo ritrovamento di sei cadaveri di fascisti

mitragliati dagli aerei inglesi mentre banchettavano con una testa di fera al centro della tavola; 9) la sua bravata notturna in cui va a sfidare da solo su una barca un grosso cetaceo, Manuncularais, cui riesce persino a tagliare, con un pugnale volatogli dalla mano, la punta della pinna dorsale prima di essere ributtato a riva nell‟indif-ferenza, per lui offensiva, dei suoi compaesani per l‟impresa.

Nel corso del giorno seguente (domenica 5 otto- bre), ‟Ndrja apprende la grossa novità: da quattro giorni (cioè dal giorno della sua partenza da Napoli), un‟immensa Orca, puzzolente di carne morta per via di una piaga enorme sul fianco sinistro, si è stabilita nelle

acque dello Stretto e nella sua agonia carica di presagi di morte è arrivata persino a sfamare i cariddoti con i banchi

di “cicirella” (anguille nate da poco) sollevati in superfi-

cie nel corso dei suoi inabissamenti notturni. Nel pome- riggio ‟Ndrja va a trovare la sua Penelope, la giovane “zi- ta” Marosa, la quale lo ha atteso promettendo a Dio di ri- camare tutti i pesci del mare in cambio del suo ritorno e tenendosi pronta a disfare ogni volta i ricami (quando Dio si fosse distratto), nel caso avesse esaurito il catalogo dei

pesci conosciuti. La sera di quello stesso giorno, il futuro suocero Luigi Orioles, la guida spirituale della comunità

di pescatori, lo invita a recarsi l‟indomani a Messina per

verificare la situazione e soprattutto per informarsi se è possibile, ora che i nazifascisti sono stati cacciati dall‟Isola, ordinare una “palamitara”, la barca vitale per la loro economia basata sulla pesca. L‟indomani (lunedì 6), ‟Ndrja scende verso Mes- sina con il “fratello di latte” Masino, e lungo la strada, dopo aver incontrato solo desolazione e distruzione in un paesaggio popolato da donne che espongono i ritratti dei loro uomini partiti in guerra e non ancora tornati, incontra il Maltese, lo “sbrigafaccende” del Town-Major di Mes- sina, un personaggio ambiguo (soprattutto sessualmente)

che in compagnia di un losco scagnozzo va in giro in car- rozza per reclutare, dietro compenso di 500 lire, tredici

giovani messinesi da impiegare in una regata contro gli angloamericani prevista per il sabato successivo nel porto

di Messina. In un primo momento ‟Ndrja, nonostante il

Maltese, evidentemente attratto dalla sua prestanza fisica, gli offra addirittura mille lire, non fa molto caso all‟offerta, anche se in cuor suo si chiede se quei soldi basterebbero come anticipo per una palamitara. Nel frat- tempo, a Cariddi, attratti dalla prospettiva di smerciare la carne dell‟Orca spacciandola per tonno, due rigattieri si presentano con un‟ex Camicia Nera, Dumdum (noto in Abissinia per la sua cinica destrezza nel maneggiare le bombe), assoldato per finire l‟Orca con le sue “bomboat- te”. Il feroce individuo, dopo vari tentativi andati a vuoto, riesce a colpirla riaprendole lo squarcio sul fianco sini- stro, mentre le fere, intuita la vulnerabilità e la cecità

dell‟Orca, architettano un piano d‟attacco per mozzarle la coda.

«Venne marte e marte veramente fu per l‟orcaferone» (p. 758). Il 7 ottobre è il gior-no più lungo, sia sul piano della narrazione sia su quello degli avveni- menti. All‟alba, le fere attaccano in massa l‟Orca e la scodano in uno scontro epico, nonostante il suo carattere “maganzese” e “roncisvalloso”. A questo punto, essendo certa la sua morte, i pescatori discutono lungamente sul

da farsi, e alla fine prevale l‟idea, degradante per la loro

etica ma vitale per la loro economia, perché ridotti in mi-

seria dalla guerra, di smembrarla e utilizzarla tutta sia come cibo da svendere sia come fonte di materia prima per costruire oggetti vari con le sue ossa, così come fanno gli abitanti del Mare di Bering, di cui il signor Cama mo- stra due foto in cui li si vede all‟opera mentre squartano e „lavorano‟ le parti delle orche. A ‟Ndrja, che pure non di- sdegna la proposta (è lui stesso ad avanzarla per primo senza troppa convinzione, solo perché spera di vedere i pescatori impegnati in un dignitoso “daffare” di mente e

di mano dopo la lunga inattività forzata), il modo in cui i

suoi compaesani si entusiasmano all‟idea del guadagno facile sembra un segno tragico del declino e della fine della loro forma di vita secolare fatta di lavoro duro ma onesto. A sbloccare la situazione, mentre i cariddoti si trovano sullo sperone per assistere dall‟alto all‟agonia dell‟Orca, arriva lo zatterone inglese con a bordo il Mal- tese e il suo scagnozzo, il quale sbarca per cercare di convincere ‟Ndrja ad accettare la proposta del suo capo. Nonostante le insolenze dello scagnozzo, il quale allude alle tendenze sessuali del Maltese e quindi alla ragione vera del suo interessamento al giovane cariddoto, ‟Ndrja vede nel Maltese una possibile fonte di aiuto per i pesca-

tori sia per le mille lire della regata da impegnare nel- l‟acquisto della barca sia perché gli può chiedere di farsi da tramite con gli inglesi affinché questi rimorchino l‟Orca arenandola sulla loro riva. La sua decisione, però, matura attraverso un delirante e interminabile monologo

in cui la sua mente annega in un vortice di pensieri guida-

ti dalle associazioni fonomorfologiche e semantiche pro- dotte dalle parole biascicate da Luigi Orioles, che ai suoi occhi visionari si erge a simbolo della decadenza e della mutazione antropologica di tutta la comunità (la quale nel frattempo mormora alludendo volgarmente ai favori ses- suali che lui è chiamato a concedere al Maltese per “sal- vare la patria”, p. 946). Riecheggiando nella sua mente ipereccitata e amareggiata la frase “Si fece lontana la bar- ca, ‟Ndrja” e le parole sempre più atomizzate e ricompo- ste “barca”, “bara” e “arca” (addirittura “oreocchiate”, in una complessa triangolazione psicologico-percettiva di echi, sulla bocca di un secondo anziano pescatore seduto sotto la Lanterna Vecchia del Faro), ‟Ndrja scende negli abissi della sua psiche e della sua memoria, da cui ripesca quasi tutte le figure simboliche incontrate nei giorni pre- cedenti, nonché molti ricordi d‟infanzia, e ha visioni che sono allegorie della fine del suo mondo. Alla fine si rende conto che quelle parole che si implicano a vicenda sono intercambiabili e rimandano sempre e comunque alla morte («La barca della vita si scopre sempre più arca, sempre più bara che va incontro alla morte», p. 985), vi- sto che l‟unica arca di salvezza a loro disposizione è l‟Orca (ora detta “orcarca”, ibidem), ovvero la Morte stessa, per giunta morta e incarognita. Intanto il Maltese sbarca e va di persona a chie- dere a ‟Ndrja di partecipare alla regata, e questi accetta chiedendogli però, e ottenendo, di far arenare l‟Orca con lo zatterone. Quando la carogna dell‟Orca, che nel frat-

tempo è morta, è portata a riva, la comunità sembra rina- scere a nuova vita nell‟entusiasmo di intraprendere l‟opera di smembramento dell‟animale in una sorta di banchetto macabro, e ‟Ndrja, prima di imbarcarsi con Masino (il suo ingaggio è un altro favore che egli chiede al Maltese) sullo zatterone che lo porterà a Messina, va a salutare Marosa, la quale nel frattempo, distrutta dal do- lore per la nuova partenza dell‟amato, ha cominciato a ricamare in nero il suo cuore, sicché lui, come scherzoso pegno d‟amore che però si trasforma in gesto sacrificale e presago della sventura, le offre in dono il suo petto da in- filzare con l‟ago nella posa dell‟Ecce Homo. Durante la sosta al Faro, da cui dovrà ripartire per Messina a bordo di un camion con gli altri dieci “sbarba- telli” reclutati per la regata, ‟Ndrja incontra di nuovo Boccadopa e Portempedocle, i quali ottengono un pas- saggio do-po un‟equivoca contrattazione con lo scagnoz- zo. Nello stesso momento sente provenire dalla casermet- ta degli inglesi sulla piazzetta del porticciolo il frastuono di un “baccanaletto”, e presto scopre che il coro di soldati festaioli che cantano “Rosamunda” è accompagnato dal suono della campanella di Ciccina Circè, di cui lui serba un ricordo struggente perché gliel‟aveva vista usare du- rante il trasbordo notturno per “alloppiare” le fere. Per ‟Ndrja, che nella sua mente visionaria ha idealizzato, in- namorandosene, la figura della femminota facendone una sorta di maga incantatrice e passionale, è un colpo duris-

simo dover rendersi conto che Ciccina Circè si guadagna

da vivere facendo la prostituta dei soldati inglesi.

Arrivati a Messina, i ragazzi sono alloggiati nei locali puzzolenti e semidistrutti dalle bombe della Casa Littoria, e, durante la notte, dopo aver assistito alla morte

di un contrabbandiere di sigarette entrato nella Casa feri-

to al collo da una sentinella inglese, gli “sbarbatelli” fug-

gono terrorizzati lasciando ‟Ndrja e Masino da soli. All‟alba di mercoledì 8, ‟Ndrja e Masino si ritro- vano a vagabondare per le strade di una Messina dilaniata dalla guerra, e decidono di recarsi con un passaggio a Ga- lati Mamertino per informarsi dal “maestro d‟ascia” Ar- mando Raciti sul prezzo di una palamitara. Qui i due tro- vano uno spettacolo penoso: Armando Raciti, il più e- sperto maestro d‟ascia per le palamitare, è inebetito da una paralisi e la moglie, per tenerlo in vita, costruisce le barche con legni qualsiasi dandogli l‟illusione di essere lui a guidarla nell‟opera. Tornati a Messina, ‟Ndrja e Masino ritrovano gli “sbarbatelli” (che avevano ricevuto ospitalità nella sede del Movimento Indipendentista Siciliano) e il Maltese, il quale, pur avendo rinunciato a procurare al Town-Major

la squadra messinese per la regata, è convinto da ‟Ndrja a

ricredersi e a tentare l‟impresa. Recatosi col Maltese al “mare secco” di San Ranieri, uno spicchio d‟acqua bassa davanti al porto di Messina delimitato sul lato del mare dalle navi da guerra alleate, non appena Masino ritorna con gli “sbarbatelli”, che nel frattempo è andato a recupe-

rare sottraendoli all‟in-dottrinamento dei separatisti, ‟Ndrja, preso dall‟entusiasmo e dalla speranza di poter riscattare la comunità dei pescatori, comincia subito gli allenamenti sulla lancia a loro destinata. Ma è ormai sera, e poiché la lancia, sulla quale la squadra guidata da ‟Ndrja voga in preda a una felicità inebriante e liberato- ria, si avvicina troppo alla prua di una portaerei, la senti- nella fa partire un colpo e la pallottola colpisce ‟Ndrja in mezzo agli occhi mentre alza lo sguardo come se volesse intercettarla “volontariamente”. Distrutti dal dolore, gli “sbarbatelli”, guidati ora da Masino, proseguono triste- mente la loro corsa verso il mare aperto per riportare il corpo di ‟Ndrja a casa, su quella barca „rubata‟ che per lui è diventata bara e che forse sarà la vera arca di sal- vezza per i cariddoti ridotti a banchettare con l‟Orca.

Questa, ridotta all‟essenziale (sono moltissime le microstorie inserite nelle digressioni), la fabula implicita del romanzo, che però la narrazione esplicita nell‟intreccio annodando la successione temporale nei modi tipici dell‟epos. Il romanzo, infatti, inizia in medias res con l‟arrivo del protagonista, la sera del 4 ottobre, nel paese delle Femmine, e recupera via via il tempo prece- dente con una complessa trama di analessi, affidate ora al ricordo e al racconto del protagonista e di altri personaggi ora ai flashback del narratore stesso. Pur essendo di una vastità e di una difficoltà di lettura a volte scoraggianti (soprattutto per via della par-

ticolare „lingua‟ in cui è scritto, come vedremo), il ro- manzo non presenta alcuna suddivisione in capitoli titola- ti „dall‟esterno‟ che possano consentire pause di riposo al lettore o fornire appigli di ritmo per la lettura: il testo si snoda ondeggiando e rifluendo in un unicum narrativo di rara densità, simulando l‟aspetto del mare dello Stretto in rema, con i suoi “bastardelli”, i suoi “spurghi” e i suoi “rifiuti” (cioè le correnti secondarie che si dipartono dai flussi e dai riflussi della corrente principale del mare in rema nell‟alternarsi delle maree). Il mare del testo, in tal modo, procede avanzando e retrocedendo, e la corrente della narrazione principale si spezza e rallenta producen- do correnti secondarie costituite dai „ritorni‟ del narrato- re, dalle digressioni e dalle rievocazioni del passato da parte dei vari personaggi, ai quali spesso, in un uso calco- latissimo e abbondante del discorso indiretto libero, il narratore cede la parola. Le suddivisioni dell‟opera sono tutte interne alla narrazione, e quella principale, che grosso modo divide in due il testo, è costituita dai due momenti del nostos del protagonista e della sua ripartenza verso la morte. Sul pi- ano puramente tipografico il romanzo è diviso in tre „par- ti‟ segnalate dal semplice cambio di pagina, che appros- simativamente rispettano la partizione suddetta: la prima parte (dall‟inizio a p. 343) va dall‟arrivo al paese delle Femmine all‟arrivo a casa sulla barca di Ciccina Circè; la seconda (pp. 343-616) è tutta incentrata sul-l‟incontro col padre, dal suo diffidente “riconoscimento” del figlio al

suo lunghissimo racconto da cantastorie degli ultimi av- venimenti accaduti a Cariddi (come si vede, le prime due parti coprono solo le circa dodici ore che vanno dal tra- monto del 4 all‟alba del 5 ottobre, ma sono anche quelle che contengono quasi tutte le analessi); la terza (pp. 617- 1082), dopo la rapida presentazione del-l‟Orca e la segna- lazione della concomitanza tra il suo quarto risveglio nel mare dello Stretto e l‟arrivo di ‟Ndrja, torna indietro nel tempo alla sera del primo ottobre (giorno dell‟arrivo dell‟Orca, ma anche della partenza di ‟Ndrja da Napoli) per il “riesumo” di tutti i „fatti del ferone‟, e tocca uno per uno in sequenza tutti i giorni fino all‟8 (se si esclude quella, cui già si è fatto cenno, all‟altezza del raccordo tra la fine della narrazione „in soggettiva‟ del monologo sul- lo sperone e la ripresa della narrazione „oggettiva‟, c‟è in tutta la terza parte una sola „piega‟ vera e propria all‟altezza della tarda sera di domenica, cioè l‟analessi sul primo incontro tra ‟Ndrja e Marosa, avvenuto il pomerig- gio prima). All‟interno di ciascuna parte, il flusso della narrazione è scandito in „paragrafi‟ (69 nella prima, 58 nella seconda e 89 nella terza) di lunghezza molto varia- bile (dalle poche righe, come quello di p. 547, alle parec- chie pagine), segnalati da doppi spazi bianchi che non sempre separano nettamente i segmenti narrativi o gli e- pisodi: in alcuni casi, infatti, un unico episodio compren- de più „paragrafi‟ (cfr. ad es. il lungo episodio dell‟incontro con le femminote nel giardino, pp. 8-46), mentre in altri si passa da un episodio all‟altro all‟interno

dello stesso paragrafo (cfr. ad es. il passaggio dallo stesso episodio alla ripresa del viaggio lungo la Calabria da par- te del gruppo, p. 46). L‟addensamento sistematico della narrazione in Horcynus Orca, che ha una finalità estetica ben precisa (la simulazione dell‟acqua del mare dello Stretto, ad e- sempio) ed è un risultato tardo della lunga fase di elabo- razione, risulta ancora più chiaro e significativo se si dà un‟occhiata a I fatti della fera, dove, pur non essendoci divisione in capitoli, non solo abbondano gli „a capo‟ e i discorsi diretti (in per-centuale), ma in una occasione compaiono persino dei titoli. Questo accade nel lungo racconto da Mille e una notte di Caitanello al figlio, che nei Fatti è suddiviso in nove “quadri” preceduti ognuno da una breve sintesi del con-tenuto in stampatello, nello stile dei cappelletti che precedevano i canti di certi poemi o „romanzi‟ epico-cavallereschi 17 o delle didascalie che

17 Il ciclo carolingio, dalla Chanson de Roland al-l‟Orlando furioso, è onnipresente nel romanzo, sia con certi termini divenuti antonomasti- ci, come “maganzese”, “durlindana” e “Roncisvalle”, a sua volta de- clinato in “roncisvallato”, “roncisvalloso”, “roncisvallare”, ecc., sia con certi nomi di personaggi elevati al rango di figure emblematiche nella cultura popolare ed usati qui per analogia più o meno ironica, come Orlando morente a Roncisvalle (per Luigi Orioles e il vecchio Cannadastendere che cedono alla “morte civile”: cfr. pp. 952-953), Astolfo (per Caitanello che sfida la Morte “e va direttamente nella Luna a ripigliare lo spirito dell‟Acitana”: cfr. pp. 343 e 360), Malagigi (per Caitanello che come il mago di Carlomagno chiama a raccolta le fere nel suo racconto come fossero potenze infernali: cfr. p. 448), Fer-

accompagnavano i quadri del cartellone del cantastorie o degli spettacoli dell‟Opera dei Pupi (che D‟Arrigo cita spessissimo e di cui era particolarmente appassionato). Si veda ad esempio il titolo del nono e ultimo “quadro”:

«QUADRO IN CUI SI VEDEVA CAITANELLO CAMBRÌA CHE SE LA PENSAVA ALLA COATTA E FACEVA, SPRUDENTISSI- MO ASTOLFINO, LA GRANDE SBLASATA DI ANDARE NEL CAMPO D‟AGRAMANTE OVVEROSSIA USCIRE SOPRA QUEL MARE DI FERE RONCISVALLOSE». 18 Questi titoli, quasi

fossero elementi paratestuali nocivi al continuum del nar- rato, in Horcynus sono stati eliminati e così tocca al letto- re orientarsi nella scansione delle “scene” del complesso “cartellone” dipinto da Caitanello nel suo “contare” (cfr. p. 422; non a caso il termine originario qui usato da D‟Arrigo nei Fatti era “cantare”: cfr. p. 333). Si aggiunga, infine, il fatto che uno degli aspetti linguistico-espressivi più salienti del passaggio dai Fatti a

raù (per Caitanello cui appare lo spirito della moglie: cfr. p. 414), Bradamante (per Marosa che atterra ‟Ndrja nel duello erotico: cfr. p. 714), Agramante (per “Manuncularais”, il grosso cetaceo sfregiato da Caitanello: cfr. p. 488), Rodomonte (per la “Grantesta” di Mussolini, “un fassimile di quella di Rodomonte”: cfr. p. 23; o per ‟Ndrja che

aggredisce lo scagnozzo del Maltese: cfr. p. 892), ecc

Per non dire

dell‟episodio dell‟Orca uccisa e arenata da Orlando (cfr. in part. XI, 36-44, dove l‟Orca è anche detta “la fera”: 36, v. 4), legato, tra l‟altro, a quello dell‟Orco in Boiardo (cfr. Innamorato, III, 27). 18 I fatti della fera, p. 370; cfr. il luogo parallelo di Horcynus Orca, p.

480.

Horcynus consiste in una sistematica dilatazione del re- spiro sintattico dei periodi, nel senso che il discorso indi- retto e quello indiretto libero del narrato non solo risulta- no considerevolmente più ampi nel complesso, ma già i singoli periodi si fanno generalmente molto più lunghi e

si snodano in una trama articolatissima di frasi incidentali

e di subordinate incassate l‟una dentro l‟altra, al punto

che in alcuni casi si arriva a una tale lunghezza che il let- tore ha la sensazione di smarrirsi ed è costretto più volte a tornare indietro per ritrovare il filo del senso principale del discorso. Tanto per fare un esempio, quando ‟Ndrja, verso la fine del romanzo, si trova sul camion che lo por- terà a Messina e sente il “mbùmbùmbù” della stampella

di

Boccadopa, per descrivere la ridda di ricordi inquietan-

ti

che questo rimbombo sinistro gli evoca (l‟ultima volta

lo

aveva sentito dalla spiaggia del paese delle Femmine,

poco prima che Boccadopa e Portempedocle stramazzas- sero a terra schiantati dal falso vino e dal mal di stoma- co), D‟Arrigo costruisce un periodo estremamente com- plesso che da un punto fermo all‟altro si estende per ben 65 righe, e prima dell‟a capo è seguito da altri due perio- di, di cui il primo di 18 e il secondo di 8 righe (cfr. pp. 1037-1039). Nei Fatti, tra il momento in cui ‟Ndrja sente il rimbombo e il momento in cui sente la voce di Bocca- dopa, „passano‟ appena 4 frasi, lunghe, nell‟ordine, 2, 3, 2 e 5 righe, e dopo le prime due c‟è già l‟a capo (cfr. pp.

629-630).

CAPITOLO 3

L‟IPER-LINGUA DEL ROMANZO

La novità e l‟originalità di Horcynus Orca stan- no, com‟è noto, nella sua particolarissima tessitura lin- guistica, perché D‟Arrigo ha letteralmente inventato una nuova lingua, affinata e portata a capacità espressive pri- ma impensabili nel periodo della revisione delle bozze de I fatti della fera. Sulla filosofia del linguaggio, ovvero sull‟estetica dell‟espressione che informa di sé ogni singolo atomo linguistico del romanzo, è lo stesso D‟Arrigo a fornirci le informazioni più illuminanti in un‟intervista rilasciata nel

1985:

Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti narrati con l‟espressione, la scrittura con l‟occhio e con l‟orecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non com- pleto e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall‟obiettiva sicurezza che i luoghi della mia narra- zione luoghi topografici ma soprattutto luoghi del te-

sto – restino un fondamentale punto d‟incontro e fil- traggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedi- te mi sono preoccupato di fornire immediatamente il corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifon- dare il periodo e „mirare‟ il vocabolo finché non giudi- cavo d‟avere raggiunto l‟espressione completa: fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura „parlasse‟. 19

Da questo passo, ma anche da una lettura passa- bilmente attenta dell‟opera, risultano confutate quelle de- scrizioni superficiali della lingua di Horcynus Orca (che spesso capita di leggere) che la presentano come una struttura costituita da vari livelli sovrapposti: quello del dialetto, quello dell‟italiano comune, quello dell‟italiano letterario o colto e infine quello dei neologismi. In realtà la lingua del romanzo è un tutt‟uno denso e autosufficien- te, e suddivisioni come quella precedente non descrivono minimamente lo stato delle cose, ma possono al massimo costituire delle semplificazioni astratte e con funzione pu- ramente didascalica. Quello che invece si dovrebbe dire è che la lingua di Horcynus Orca si configura come una „iper-lingua‟ che nell‟insieme è molto più della somma delle suddette parti.

19 In Lanuzza 1985: 134-135; cit. in Cedola 2000: XLIII, nota 7.

Per illustrare in che senso quella di Horcynus è un‟iper-lingua, basterà fare un confronto per contrasto con quella che si può chiamare l‟„inter-lingua‟ di Andrea Camilleri, un altro autore siciliano che fa largo uso di e- spressioni e costrutti dialettali e che era amico e grande estimatore di D‟Arrigo. A tal proposito prenderò a mo- dello l‟incipit de La presa di Macallé (ma basterebbe prendere qualsiasi altra opera a caso), solo perché si tratta di un romanzo ambientato nella Vigata del 1935, con la guerra di Mussolini in Abissinia sullo sfondo 20 :

Venne arrisbigliato, a notti funna, da un gran catunio di vociate e di chianti che veniva dalla càmmara di mangiari. Ma era cosa stramma assà pirchì tanto le vo- ciate quanto i chianti erano assufficati, squasiche chi stava facendo catunio non vulisse fari sentiri il catunio che stava facendo. 21

Come si vede, Camilleri usa un impasto lingui- stico che non è più pienamente dialettale ma non è anco-

20 Al 1935, e ai transiti nello Stretto delle navi fasciste dirette in Abis- sinia, è legata un‟importante analessi del romanzo, cioè l‟episodio dell‟Eccellenza fascista che prima ordina dalla sua nave ai pescatori cariddoti di lasciare andare la fera da loro catturata e “spubblicata” per vendetta, poi impone loro di chiamarla “delfino” e di adorarla come un fanciullo divertente, elegante, bello, puro, vergine e martire, e infi- ne fa il tiro al bersaglio scaricando in testa all‟animale i sei colpi del caricatore del suo moschetto: cfr. pp. 178-184.

21 Camilleri 2003: 9.

ra nemmeno italiano, perché l‟italianizzazione è solo parziale (si noti ad esempio l‟oscillazione nella morfolo- gia del verbo “fare”, usato nella forma italiana al gerun- dio e nella forma dialettale all‟infinito). In tal modo, la „lingua‟ di Camilleri risulta, sul piano delle potenzialità espressive, al contempo più potente del dialetto (che ad esempio non conosce l‟uso di nessi sintattici articolati come tanto… quanto), e più debole del-l‟italiano, perché in tale „lingua‟ esso è limitato nella morfologia (in dialet- to siciliano, ad esempio, “notti” è una parola monomor- femica, perché invariante rispetto al numero, mentre in italiano “notte” è bimorfemica, perché varia nel numero), nel lessico (non tutte le parole italiane vi possono ricor- rere) e nella sintassi (non è un caso che i costrutti frasali della prosa di Camilleri siano generalmente molto brevi e „semplici‟). Ecco perché questa „lingua‟ inventata può essere chiamata „inter-lingua‟, senza che questo ovvia- mente implichi un giudizio di valore, dal momento che essa è perfettamente corrispondente agli scopi espressivi e di poetica di Camilleri, il quale insegue esplicitamente l‟ideale regolativo di una mimesi il più possibile icastica della struttura linguistico-co-gnitiva e dell‟orizzonte simbolico-culturale dei personaggi del suo mondo narra- tivo (costituito da una serie di ideal-tipi di una certa Sici- lia nelle sue varie fasi storiche dal ‟700 a oggi) 22 .

22 “Per me il dialetto, meglio sarebbe dire i dialetti, sono l‟essenza ve- ra dei personaggi. (…) Nel romanzo storico, un certo lavoro di ricerca

L‟operazione linguistico-espressiva di D‟Arrigo, il quale muove da un‟ansia di totalità e mira con Hor- cynus Orca a costruire un libro-mondo, è totalmente di- versa, ed è orientata invece a un potenziamento inaudito della lingua italiana. Ecco perché nel suo caso sarebbe opportuno parlare di una „iper-lingua‟, costruita a partire da un innesto sull‟italiano e sulle sue regole morfologi- che (derivazione per affissi, composizione, assimilazio- ne, incrocio) di una serie di radici attinte dal dialetto e talune volte anche da altre lingue, come il francese (vista la ben nota contiguità tra l‟argot e certe forme dialettali siciliane), e da una sistematica sussunzione di queste ul- time, attraverso la decantazione nell‟italiano medio, nelle sfere più sofisticate dell‟italiano letterario di ogni tempo. Questo spiega, ad esempio, come sia possibile trovare in Horcynus termini dialettali italianizzati (come “almo”, “desio”, “periglio”, “s‟affrontava”, “improsatura”, “in- calmierarsi”, “alquandalquando”, “tangeloso”, ecc.) 23 e neologismi di grande carica espressiva (“trionfera”, “del- fifera”, “Ferame”, “Famera”, “dolidoli”, ecc.) e avere

è indispensabile: se devo raccontare un contadino siciliano del ‟700, ho bisogno di capire come parlava ai suoi tempi. E mentre cerco di capirlo, il personaggio comincia a prendere forma; nasce, quasi, dalle parole che deve dire. (…) La sua lingua è il suo pensiero” (in Sorgi 2000: 120-121). 23 Per una analisi morfologica e semantica di alcuni di questi termini (e di altri ancora) si vedano Trovato 1996, Trovato 2001, Trovato 2002 e Trovato 2007.

nello stesso tempo la sensazione di leggere un testo di poesia o di prosa d‟arte dei secoli scorsi (si pensi a una frase come la seguente, in cui parla un vecchio pescatore ma è anche come se parlasse un eroe in un verso epico:

«Si spronano allora gli uomini in periglio», pp. 706-707). Per fare un esempio semplice ma più dettagliato di come funziona questo meccanismo di costruzione lin- guistica, si consideri il passo seguente (dove si sta par- lando di una giovane femmina di delfino, Mezzogiorna- ra, che gioca e amoreggia col piccolo Caitanello):

Le stecchette, da vera femminella svergognata, le usava già come quelle di un ventaglino, ditando e sdi- tando la manuncula. Prima, gli dava quasi a intendere che s‟affrontava di lui, poi, la sfrontata, se n‟usciva a fargli l‟occhiolino, la cascamorta, frascheggiandogli e cernendosi tutta, con tutto il suo flessuoso più flessuo- so di coda in primis col culo a mandolino (pp. 226- 227; corsivo mio).

Consideriamo solo il termine messo in corsivo e notiamo innanzi tutto che esso, secondo uno stilema fre- quentissimo nel romanzo, crea un gioco di parole con “sfrontata”. Ma che cosa significa “s‟affrontava”? Un lettore non siciliano, o che comunque non può cogliere immediatamente il significato che ha in dialetto il verbo italianizzato “affrontarsi” (omografo al verbo riflessivo reciproco dell‟italiano comune che significa “scontrarsi”, “confrontarsi in una competizione”, ecc.), può consultare

il dizionario e scoprire che nell‟italiano letterario antico

“affrontarsi” significava “offendersi” 24 , entrando così, seppure molto parzialmente, nell‟area semantica del ver- bo usato da D‟Arrigo, che precisamente vuol dire “ver- gognarsi”, “arrossire di vergogna” (dal siciliano affrun- tàrisi, fruntàrisi, ecc., a seconda delle varie micro-aree linguistiche). In questo modo il suddetto gioco di parole con “sfrontata” coinvolge non solo il puro aspetto fono- morfologico, ma anche quello semantico, perché affron- tato e sfrontato sono due termini dal significato opposto, e per di più questa coppia di contrari è ignota alla lingua italiana. In una sorta di corto circuito morfo-semantico, “s‟af-frontava” attraversa, come si vede, tutti i livelli dell‟italiano, da quello dialettale a quello letterario, pas- sando per quello comune. Questo piccolo esempio (ma se ne potrebbero fare decine) dimostra in maniera lampante che la „lingua‟

di D‟Arrigo, costruita a partire da una mescolanza di dia-

letto (o di dialetti, perché c‟è anche il calabrese) e italia-

no, si configura come una terza lingua che ha maggiori potenzialità espressive sia del dialetto che dell‟italiano (contrariamente a quanto avviene in Camilleri), e in

24 Cfr. ad es. la seguente ricorrenza in Goldoni: “La signora Sabina non mi vuol più. Dopo che le ho parlato di donazione, s‟è affrontata, s‟è fieramente sdegnata, e non ha più voluto nemmeno vedermi” (Il ritorno dalla villeg-giatura, atto I, scena 4, 32; corsivo mio).

quanto tale può benissimo essere definita una iper- lingua.

Tutto ciò spiega anche perché D‟Arrigo può permettersi di riabilitare, nella sua prosa baroccheggian- te, sofisticatamente involuta e magmaticamente densa, le più artificiose figure morfologiche, sintattiche e semanti- che della retorica antica con una stupefacente disinvoltu- ra e naturalezza, al punto che, oltre ad allitterazioni, pa- ronomasie, calembour, ossimori, pleonasmi, chiasmi, si- nestesie e metafore ardite, il lettore può incontrare persi- no un paio di accusativi di relazione senza avere alcuna impressione di leziosa forzatura. 25 Un discorso a parte merita quello che forse è il più concettoso e straordinario ircocervo lessicale inven- tato da D‟Arrigo, cui è affidato un ruolo espressivo mol- to importante in una vasta sezione del romanzo. Si tratta del termine “oreocchio”, da cui seguono per derivazione

25 Significativamente sono due donne a usarli (la fem-minota Jacoma Facciatagliata, mentre parla come una sensale con ‟Ndrja che rifiuta Cata, e l‟Acitana, mentre si rivolge al marito Caitanello), in contesti di seduzione erotica: “tornate così lordo, selvaggio e infamato la perso- na, che una cristiana tutta in sensi nemmeno con una canna vi tocche- rebbe” (p. 15, corsivo mio); “Avvampo a dirvelo, ah che sfacciata che sono, ma fate che vi sbroglio a uno a uno questo gomitolo di sospiri e poi ripigliate mare, se dovete, ma ormai, rianimato gli spiriti e le for- ze. Eh, Granvisire, per sfrontata mi pigliate?” (p. 383, corsivo mio). È interessante notare, inoltre, che di queste due ricorrenze solo la secon- da era già presente ne I fatti della fera (cfr. p. 297).

anche “oreocchiamento” (che ricorre solo una volta, a p. 977) e “oreocchiare”, variamente declinato. Il termine è „spiegato‟ a pagina 942 e domina le restanti 50 pagine del monologo di ‟Ndrja sullo sperone, anche se la sua prima ricorrenza si ha a pagina 150 (quando ‟Ndrja so-

gna i pellisquadre che fanno strame della sua rivelazione sulla morte dei delfini nel ventre di Vulcano, preceden- temente „vista‟ in un sogno a occhi aperti), e un‟ultima volta ricorre verso la fine, a pagina 1045 (quando ‟Ndrja immagina il quadro di Ciccina Circè che si prostituisce agli inglesi nella casermetta, partendo dal semplice suo- no che manda la sua campanella). Prima facie il termine

è ricavato da un semplice incrocio morfologico tra “o-

recchio” e “occhio”, ma D‟Arrigo precisa che in esso ha parte anche la bocca (ore-), ed esprime una complessa situazione psicologico-percet-tiva che è tipica della pro- pensione visionaria di ‟Ndrja. Nel suo significato più

pieno, questo termine indica quella particolare triangola- zione di echi percettivi per cui, quando il soggetto A pronuncia una parola, il soggetto B, che gli sta a fianco, da un lato la orecchia direttamente dalla bocca di A, ma dal-l‟altro la occhia sulla (e la orecchia dalla) bocca di un terzo soggetto C posto a una certa distanza di fronte ad A. Sullo sperone, infatti, quando Luigi Orioles sillaba

e biascica le parole “barca”, “bara” e “arca”, ‟Ndrja, che

gli sta a fianco, mentre con un orecchio le sente diretta- mente dalla sua bocca, con l‟altro le sente (e con gli oc-

chi le vede) come se provenissero dalla bocca del vec-

chio Cannadastendere, sdraiato più in basso sulla riva sotto la Lanterna. In questo modo ‟Ndrja può vedere Lu- igi Orioles riflesso nella figura degradata e quasi morente del vecchio, e vaticinarne la sconfitta individuale, sociale e antropologica (è questo il senso di “morte civile”, di “finimondorioles” che sconvolge ‟Ndrja quando scopre la degradazione del suo mondo, ridotto a mendicare la carogna dell‟Orca: cfr. pp. 952 e 966-967). Ma il termine ha anche altre due sfumature di significato, diciamo più deboli o „degenerate‟ rispetto allo schema descritto so- pra, e sono quelle che emergono nelle sue due ricorrenze fuori dal contesto del monologo sullo sperone. Nel primo caso, durante il sogno ‟Ndrja vede e sente che i pescatori sillabano qualcosa, ma ciò è dovuto al fatto che essi stanno leggendo dalla sua bocca, e questo qualcosa, «a oreocchio della memoria», gli risuona nella mente iden- tico all‟ordine di gettare a mare il delfino che l‟Eccellenza fascista aveva impartito ai pescatori nel cor- so del “casobello” del 1935 (e ‟Ndrja prova vergogna nel rendersi conto di mostrarsi ai pescatori così degenerato da copiare il linguaggio autoritario e il tono di un gerarca fascista). Nel secondo caso, ‟Ndrja immagina una scena che avviene dentro un locale chiuso «oreocchiandola sui dindin» di una campanella, nel senso che vede con gli occhi della mente una situazione a partire da un semplice stimolo acustico (e qui, com‟è evidente, è sparito ogni riferimento alla bocca).

CAPITOLO 4

GENEALOGIA CULTURALE E SIMBOLISMO DELL‟ORCA

4.1. Il titolo

La prima questione da affrontare riguardo all‟Orca e al suo significato nel romanzo concerne la par- ticolare denominazione scelta da D‟Arrigo nel titolo, per- ché il grande mistero che circonda l‟animale comincia proprio da lì. Se è abbastanza noto che il nome zoologico dell‟Orca è “Orcinus Orca” (o “Orcynus Orca”), meno noto è il fatto che l‟espressione “Horcynus Orca” non ri- corre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricor- rono mai per esteso neppure le espressioni “Orcinus Or- ca” e “Orcynus Orca”). Per i “pellisquadre” di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello “squadro”, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da “squadrare”, ovvero lisciare e

pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, in- somma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), l‟Orca è il “ferone”, cioè la „grossa fera‟, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella „comportamentale‟ della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spie- ga loro che l‟animale arrivato nello “scill‟e cariddi” è un‟Orca, dice via via che essa è l‟“orcinusa”, l‟“orca or- cinusa”, l‟“orcynus” (quest‟ultima espressione ricorre so- lo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen…) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, l‟Orca, quando non è detta semplicemente “orcinusa”, è connotata nei modi più svariati nell‟ine-sauribile suppurazione linguistico- morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi “or- caferone” (da orca+ferone) e “orcagna” 26 (da or-

26 In questo incrocio è difficile non scorgere un‟allusione, da parte di D‟Arrigo (esperto e critico d‟arte), all‟artista fiorentino Andrea di Cione, detto l‟Orcagna, attivo intorno alla metà del XIV secolo, che tra altre cose affrescò nella chiesa di Santa Croce tre grandi storie con Il Giudizio, il Trionfo della Morte e l‟Inferno (di cui sopravvivono oggi solo alcuni frammenti delle ultime due). Tutto Horcynus Orca, in

ca+carogna), troviamo anche, occasionalmente, “porca” (cfr. ad es. p. 667 e p. 801), “orcarogna” (da or- ca+carogna +rogna: cfr. p. 801), “orcassa” (da orca+car- cassa: cfr. p. 955), “orcassale” (da orca+car-cassa+sale:

cfr. 967), “orcarca” (da orca+arca: cfr. p. 985). Ma perché, allora, quella “H” nella denominazio- ne dell‟animale che compare nel titolo? Secondo Walter Pedullà, che è uno dei massimi esperti su D‟Arrigo, poi- ché la “H” fa sì che leggendo solo le iniziali (HO) si ha quasi la formula chimica dell‟acqua, D‟Arrigo ha voluto segnalare un‟identificazione dell‟Orca col mare sulla ba- se del binomio vita/morte. Citando Savinio, secondo il quale «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radice Mar, morire», Pe- dullà suggerisce che in tal modo già nell‟espressione “Horcynus Orca” c‟è tutto il senso profondo della com-

fondo, non è altro che un infernale Trionfo della Morte da Giorno del Giudizio per il mondo intero, attraverso lo specimen di Cariddi. Nel dettaglio, giocando con abili calembour D‟Arrigo fa esplicito riferi- mento a questo tema dell‟arte sacra in occasione della descrizione, nell‟ottavo “quadro” di Caitanello, della scena da “monumento ai morti in guerra” (p. 473) in cui si vedono i sei marinai italiani seduti morti attorno a un tavolo che ha al centro “una testa beccuta di fera” (p. 474): “Non era un trionfo di fera, una trionfera? (…) se andavano avanti di quel passo, in ogni famiglia di Cariddi, finiva che banchetta- vano con la morte al centro della tavola, la morte in sembiante di fera (…). Eh, non era questo forse il senso di quella visione mortifera, ov- verossia a morti e fera?” (p. 475).

plessa simbologia del romanzo, in cui mare, Orca, vita e morte costituiscono i termini intercambiabili di una circo- larità metafisica che si riproduce a ogni livello. 27 Questa ipotesi è ampiamente giustificata dal testo, perché D‟Arrigo insiste spesso non solo sull‟Orca come fonte di vita e di morte (pur essendo per definizione la Morte, il Tiranno, il Minotauro, il Leviatano, ovvero “il drago”, come dice a un certo punto Luigi Orioles a p. 655, essa è anche donatrice di cibo vitale per gli affamati pescatori, sia perché da viva porta loro la “cicirella”, esplicitamente vista come una vera “manna” 28 , sia perché da morta offre tutta se stessa come cibo e materia prima di oggetti d‟uso quotidiano), ma anche sul mare come luogo in cui i pe- scatori svolgono il loro eterno ciclo di vita (la pesca, il lavoro) e di morte (la carestia, la morte per acqua 29 , ecc.).

27 Cfr. Pedullà 2000: XXV e Pedullà 2003: VII.

28 Con la significativa e inquietante differenza, però, che “quella man- na (…) gli veniva dall‟orca, dall‟abisso di mare invece che dall‟eccelso dei cieli” (p. 662; cfr. anche p. 664). In effetti la cicirella è vitale per la loro alimentazione, che fino a quel momento era quasi esclusivamente a base di “favetta” secca con la “papuzza”, cioè con la farfalletta (era il cibo per muli e cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati: cfr. p. 469 e p. 704).

29 Pedullà (2003: XV) racconta che D‟Arrigo gli citava spesso Morte per acqua (1952) di Raffaello Brignetti, ma non si può non menziona- re anche la breve sezione IV de La terra desolata (1922) di Eliot, inti- tolata proprio “La morte per acqua”: “Phlebas il Fenicio, morto da quindici giorni,/ Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,/ E il profitto e la perdita./ Una corrente sottomarina/ Gli spolpò

In un passo-chiave, infatti, l‟“animalone” è definito «un essere dell‟altromondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due» (p. 668), ed è, questa, una caratterizzazione che si può benissimo adattare al mare, inteso come elemento originario, principio e fine di tutte

le cose, sin dall‟alba del pensiero occidentale. Per non

dire che nella serie di visioni apocalittiche che ha sullo sperone, ‟Ndrja prima vede lo Stretto ridotto a un deserto

di sale, dal quale i pescatori tirano a riva l‟“orcassale”

(cioè la carcassa di sale del-l‟Orca), e poi vede l‟Orca stessa ricostituirsi, riprendere l‟antico aspetto, agitarsi fu-

riosamente, rigenerare da sé il mare liquefacendosi dalla

l‟ossa in mormorii. Come affiorava e affondava/ Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza/ procedendo nel vortice./ Genti- le o Giudeo/ O tu che volgi la ruota e guardi sopravvento, / Considera Phlebas, che un tempo fu bello e alto come te” (in Eliot 1989: 275). In Horcynus Orca c‟è la macabra descrizione di un cadavere sfigurato, per un attimo restituito alla vista dal mare, che ricorda molto da vicino il passo di Eliot sin dall‟inizio: “Quel mareggiare fuori natura (…) portò fuori pure, pace all‟anima sua, quello che restava d‟uno sventu- rato cristiano, forse tedesco, forse italiano, forse inglese, forse ameri- cano: tanto, ormai, che differenza faceva?” (p. 773). Senza contare che, nel monologo sullo sperone, ‟Ndrja interpreta la passione dei pel- lisquadre per la carogna dell‟Orca come un segno apocalittico della fine del loro mondo e vede Cariddi come una „terra desolata‟ a causa della presenza del Leviatano in decomposizione, notoriamente fonte di sterilità sociale e naturale (e la parola “desolazione” ricorre proprio in questa occasione: cfr. p. 877. Ma cfr. già p. 470, ultimo capoverso del settimo “quadro” di Caitanello: “Cariddi pigliò l‟aspetto desolato…”).

coda e infine fondersi in esso, tornando ad essere «una goccia d‟acqua nel mare», come se «il mare rivivesse dal- la morte di quell‟essere orcinuso, rivivesse, cioè a dire, dalla morte della Morte» (p. 955). Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la “y” nella denominazione latina dell‟Orca, che, come visto, non solo è attestata nell‟uso 30 , ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiega- zione della “H”, quella della “y” è molto più congettura- le, proprio perché non è un‟invenzione di D‟Ar-rigo. Pe- dullà 31 propone una spiegazione molto complessa e affa- scinante. Intanto la y è il simbolo matematico di un‟incognita e, poiché cade al centro della parola “or- cynus”, sembra alludere alla piaga dell‟animale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biolo- gia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda all‟origine della vita, intimamente connessa

30 Orcynus, col significato di “grosso tonno”, ricorre già in Plinio, Nat. Hist., XXXII, 149, ed è una traslitterazione del greco orkynos. Un or- kynes, plurale di orkys, ricorre in Aristotele e indica presumibilmente gli Scombridi (cfr. Ricerche sugli animali, V, 543b5).

31 Cfr. Pedullà 2000: XXV e XXXIV-XXXV. Per una interpretazione „alchemica‟ della H e della Y, fondata sull‟idea che “nel linguaggio dell‟alchimia H è la scala, il cammino impervio sulla via della cono- scenza, il percorso di ricerca che l‟adepto deve compiere. Y è simbolo invece dell‟androginia, condizione perfetta e attributo della divinità”, cfr. Infanti 2002: 176.

con la malattia e la morte, dei cui segreti l‟Orca è deposi- taria (essa è la Morte stessa, ma nella piaga raccoglie la cicirella da donare ai pescatori, e la cicirella è la prima manifestazione del più enigmatico, originario e resistente mistero di vita di cui si parli nel romanzo: le uova dell‟anguilla, alla vana ricerca delle quali un vecchio it- tiologo dedica tutta la propria esistenza: cfr. pp. 131- 138). 32 Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al lati- no, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca pro- viene l‟idea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.).

L‟Orca, dunque, in quanto Orco e Leviatano nel-

lo stesso tempo, si presenta come il luogo d‟incontro di

due tradizioni generalmente ritenute alternative nella cul- tura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-

romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così l‟a- spetto di un „segno‟ simbolico mostruosamente (è il caso

di dirlo) significante. Occorrerà, quindi, analizzare sepa-

32 Cfr anche il seguente passo: “Quello [l‟Orca], arcano di morte, que- sto [la cicirella], arcano di vita: erano come il principio e la fine del mare, e si erano toccati lì, sotto i loro occhi, e ora erano lì frammi- schiati, cicirella ed orca, i pescicelli della vita pullulanti nella piaga incarognita, dentro il fianco cavernoso della morte (…) Il male ha bi- sogno del bene, no? E la morte della vita, sennò la Morte stessa mori- rebbe per difetto d‟uso” (pp. 662-663).

ratamente i due aspetti di questa doppia ed esplicita gene- alogia culturale.

4.2. L‟Orca, Omero e l‟Orco

Sui legami di Horcynus Orca con l‟Odissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evi- denza palmare ed ho già avuto occasione di esplicitarli, sebbene in parte (‟Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Ca- ta/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Ca- lipso; femminote/si-rene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che D‟Arrigo chiama il mare dello Stretto “lo scill‟e ca- riddi” sin dall‟incipit del romanzo, ecc.). Basti qui sotto- lineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, ‟Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti l‟eroe omerico, dopo un‟assenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta l‟ordine nel suo piccolo regno facendo strage delle “fere” che infesta- no la sua casa, il povero “nocchiero” della Marina Italia- na torna dopo soli due anni da una guerra persa dopo es- sere stato mandato allo sbando dal suo comandante che autoaffonda la nave, trova la sua promessa “zita” Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie

da anni (e invece è solo una “muccusa”, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un “ferone” i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione spor- tiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po‟ troppo nervo- sa.

L‟espressione “Horcynus Orca” ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine orca, fra altre co- se, indica proprio l‟orca assassina, come si vede chiara- mente in un passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram (…cuius imago nulla reprae- sentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae den- tibus truculentae, Nat. Hist., IX, 12), e rimanda natural- mente a “Orcus”, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. È assai significativo, d‟altronde, che l‟uso figura- to di Orcus per “morte” ricorra in Lucrezio in un luogo del De rerum natura in cui il poeta sta tracciando il qua- dro macabro dei primi uomini che vivevano costantemen- te nel rischio di essere dilaniati da fera saecla ferarum (cinghiali e leoni soprattutto), al punto che a quelli che rimanevano feriti e orribilmente mutilati non restava che invocare la morte con urla terrificanti (horriferis accibant vocibus Orcum, V, 996). Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea, descrive le fauci dell‟Orco in un passo che

contiene in nuce, personificate, pressoché tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dell‟Orca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, sconcia esaltazione per lo scia- callaggio, ecc.):

Davanti al vestibolo, e proprio sulla bocca dell‟Orco, il Pianto ha posto il suo covo e i vendicatori Rimorsi, i pallidi Morbi v‟han casa e l‟isterilita Vecchiezza, la Paura e la Fame dal mal consiglio e, brutto, il Bisogno, fantasmi a vedersi terribili, e la Morte e l‟Affanno:

poi, fratello della Morte, il Sonno e gli impuri Tripudii del cuore, e sopra la soglia la Guerra, che semina morte, e i ferrei talami delle Furie e la pazza Discordia, che annoda i serpenti del capo con bende cruente. 33

Se non si trattasse di riportare praticamente metà del romanzo, sarebbe possibile citare per ciascuna delle personificazioni virgiliane almeno un luogo di Horcynus Orca in cui essa è descritta ampiamente, al punto che il passo citato potrebbe concepirsi quasi come il palinsesto su cui D‟Arrigo ha riscritto buona parte della sua opera, ovvero come la chiave di lettura per illuminare tutta la componente „classica‟ della genealogia culturale dell‟Orca. Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rime-

33 Virgilio, Eneide, VI, 273-281, in Virgilio 1967, 1989: 221

dio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità ce- lesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a “riesumo” simbolico di ogni forza del male, l‟Orca/Orco. Tutto muore nel romanzo, inghiot- tito dallo sbadiglio delle fauci dell‟Orco: muore la forma

di vita secolare dei cariddoti, i quali, se non scelgono il

suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, l‟eroico salva- tore di donne e bambini nel corso del disastroso “terrema- remoto” del 1908), possono sopravvivere solo adeguan- dosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del “dollaro” e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore ‟Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nell‟attimo in cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte

sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore l‟Orca, dopo aver dato l‟illusione beffarda di esse-

re una divinità benigna apportatrice di “manna”, quando

invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che la sua apparizione in superficie è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai è segno di qualcosa, è segno solo dell‟inutile tentativo di quest‟ultimo di andare a distruggere la vita stessa alla ra- dice (cfr. p. 663 e p. 667).

4.3. L‟Orca, Moby Dick e il Leviatano

Al Leviatano biblico, partendo dall‟Orca di D‟Arrigo, si può arrivare per ben due strade: una dritta, perché, oltre a un esplicito riferimento a Giona, c‟è un‟evidente eco del famoso Giobbe XL, 25-32 e XLI, 1- 26 (descrizione del Leviatano-coccodrillo), e una che passa per Moby Dick, opera che come poche altre della cultura moderna è pervasa da cima a fondo da uno spirito biblico. Cominciamo da quest‟ultima. a) Che il grande romanzo di Melville (molto amato da D‟Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio, ma qui ci interessa soprat- tutto vedere come il contatto con esso conduca l‟Orca darrighiana verso il mostro biblico. Il racconto del secondo avvistamento dell‟Orca, avvenuto nei primi anni ‟20, con Ferdinando Currò che si erge «a prua dell‟ontro, con la traffinera in pugno a fare il dio Nettuno che sta al lungomare di Messina» (p. 631) e ardisce l‟impresa di “lanzare” l‟animalone, finendo poi per essere da questi trascinato fino a Malta con tutta la barca e la “chiumma”, è un evidente omaggio a Melville, anche se il valoroso Ferdinando si dimostra di gran lunga più saggio del capitano Achab, poiché si rende conto di avere a che fare con un essere soprannaturale e accetta il fallimento dell‟impresa intonando persino un „inno‟ all‟immortalità dell‟Orca (cfr. pp. 637-638).

Nel terzo “quadro” del racconto di Caitanello (cfr. pp. 425-446), i Cariddoti, trovandosi sull‟altura dell‟Antinnammare, dove si sono rifugiati per sfuggire all‟afa di agosto e ai bombardamenti, ascoltano il signor Cama che, col suo libro di cetologia illustrata in mano (intitolato Whales Porpoises and Dolphins, cioè Balene Focene e Delfini), fornisce le notizie su denominazione zoologica, “razza”, “connotati” e “provenienza” delle “roncisvallose” fere forestiere che arrivano come un eser- cito in parata sullo Stretto, basandosi sulla forma e sul colore così come appaiono ai pescatori (Cama ci vede poco da lontano, per cui gli altri guardano verso il mare e descrivono, mentre lui ascolta e legge i riscontri sul suo libro). Ora, questa scena grandiosa evoca inevitabilmenti paragoni con l‟epica classica, e Pedullà vi vede non a tor- to una ripresa del „catalogo delle navi‟ 34 del secondo libro dell‟Iliade. A mio giudizio, però, sarebbe ancora più esat- to dire che in queste pagine D‟Arrigo riprende la teico- scopia, cioè la tecnica narrativa che consiste nel descrive- re i capi di un esercito assediante attraverso uno o più personaggi che li osservano dall‟alto delle mura della cit- tà 35 , coniugandola con il capitolo 32 di Moby Dick (“Ce-

34 Cfr. Pedullà 2000: X. 35 Non a caso, infatti, D‟Arrigo dice che Cama descrive i tratti dei ce- tacei “quasi fossero divise e insegne soldatesche, scudi scolpiti e piu- maggi di elmi” (p. 428). Il primo esempio di questa tecnica, poi molto usata sia nella tragedia che nell‟epica, si trova nel terzo libro

tologia”), dove Melville delinea l‟indice e il sommario di un ipotetico trattato sistematico di cetologia in tre libri (contenenti rispettivamente 6, 5 e 3 capitoli), dedicati principalmente alla balena (il I), all‟orca (il II) e alla fo- cena o marsovino (il III). Come si vede, è difficile qui non pensare a un ammiccamento intertestuale e non vede- re nel libro di Cama una sorta di immaginaria edizione illustrata del trattato delineato da Melville. Ma la cosa più interessante sta nel fatto che le va- rie credenze sull‟Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D‟Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente “Moby Dick” e “La bianchezza della Balena”. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il caratte- re soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nel- lo spazio e la sua immortalità (che poi è l‟«ubiquità nel tempo»). Nel secondo, avendo il compito, ben più diffici- le rispetto a quello di D‟Arrigo (il quale ha a che fare con un animale nero e chiamato come l‟Orco, per cui identifi- care l‟Orca con la Morte diventa un gioco da ragazzi), di argomentare intorno all‟aspetto spaventevole come la morte di un animale bianco, Melville fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul

dell‟Iliade, laddove Elena descrive a Priamo e agli altri anziani di Tro- ia alcuni capi dell‟esercito acheo che assedia la città.

rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colo- re bianco, il terrore e la Morte (e ci vanno di mezzo pure i poveri albini). Abbiamo già elementi sufficienti per ricondurre l‟Orca di D‟Arrigo, tramite Melville, entro l‟alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubi- quo e immortale può essere stato creato solo da Dio e di- rettamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pellisquadre (cfr. ad es. pp. 657-658, 666, 689, 796). Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D‟Arrigo, le ricon- duceva direttamente al mitico mostro biblico, come si ve- de già a partire dal fatto che l‟ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il Leviatano. b) Quando Cristina Schirò, «quella specie di gi- gantessa nana (…) che faceva unguenti e medicamenti con le ossa di fera, tirava fuori i figli dal ventre delle ma- dri e aiutava l‟anima a partirsene per dove doveva» (p. 674), così intrigata quindi con «la stessa divinità» (p. 675) che per lei «erano le cose più naturali di questo mondo, quelle dell‟altromondo», sostiene che l‟Orca ha donato ai cariddoti la cicirella perché è posseduta dall‟anima protettrice del Noé Ferdinando Currò (suicida- tosi in mare insieme ad altri vecchi pellisquadre), e il si-

gnor Cama, al fine di „razionalizzare‟ la fantasia supersti- ziosa della donna, suggerisce che forse l‟Orca ha inghiot- tito il corpo del grande vecchio della comunità, la donna gli chiede: «vossia intende dire che se l‟incamerò nella panciona, nel senso che laddèntro vive come Giona nella balena?»; al che il Delegato di Spiaggia risponde: «sì, brava, una specie di questo intendo dire, una specie…» (p. 684). Quando l‟Orca, ormai scodata e morente, in un ultimo, feroce e rabbioso sussulto di vita si vendica fa- cendo un‟e-catombe di fere “maganzesi”, D‟Arrigo dà una descrizione delle sue fauci terrificanti («si aprivano e chiudevano pestando, sputando, inghiottendo, eruttando carne ossa sangue, co-me una bocca di un cratere vulca- nico, abitata di vampe, fosca di tenebrosi bagliori», p. 809) che non può non richiamare alla mente il coccodril- lo-Leviatano di Giobbe, XLI, 11-13: «Dalla sua bocca escono faville,/ ne sprizzano come scintille di fuoco./ Dalle sue narici esce fumo,/ come da pentola bollente e da caldaia./ Il suo alito accende i carboni,/ e fiamma esce dalla sua bocca». È noto che i testi biblici non sono chiari sull‟esatta natura del Leviatano (Balena? Drago? Idra? Coccodrillo?), e questo forse spiega le varianti „mitiche‟ che gli altri testi ebraici non canonici o di commento a quelli canonici, come i libri apocrifi, il Talmud Babilone- se e i midrashim haggadici, hanno prodotto e accumulato intorno a questo mostro originario. Seguendo l‟ampia,

dettagliata e documentatissima panoramica su queste va- rianti che costituisce il sesto capitolo de I miti ebraici di Robert Graves e Raphael Patai 36 , metterò in evidenza quegli aspetti relativi al Leviatano che ricordano più da vicino l‟Orca darrighiana.

1) In origine, pare che Dio avesse creato una femmi- na e un maschio di Leviatano, ma poi, per impedirne la proliferazione, macellò la femmina e castrò il maschio. Sulla solitudine e sull‟unicità dell‟Orca D‟Arrigo, attra- verso l‟esperto Cama, insiste molto, come abbiamo visto, e in un‟occasione rappresenta malin-conicamente l‟Orca nell‟atto di cercare in se stessa la femmina per accoppiar- si: «girava, percosìdire, tornotorno alla sua immensa mo- le affusolata e facendo perno su se stesso, con l‟imponente fianco destro, nero pieno compatto, pareva sbandare, inclinarsi e cercarsi tormentosamente sul fianco sinistro massacrato, sfondato vuoto, con quell‟estraneo, incredibile biancore di carne sfatta, per cui si aveva ogni volta l‟impressione come se fossero veramente su ogni fianco due animali diversi, e magari uno maschio e l‟altro femmina, che si cercavano, bramavano d‟in-contrarsi e unirsi e questo accoppiamento invece, non sarebbe mai stato possibile» (p. 651). 2) Quando il Drago (un altro mostro spesso identifi- cato col Leviatano) si vantò di aver creato tutti i fiumi e

36 Cfr. Graves e Patai 1963, 1964: 53-63.

tutti i mari, Dio arenò lui e la sua progenie e ne trafisse i fianchi, lasciandoli in vita. Inoltre, una profezia sostiene che il Leviatano avrà un duello con Behemoth (il mostro terrestre, ora bue ora ippopotamo, che fa da contrappeso al mostro marino) e ne uscirà con uno squarcio nel fian- co prodotto dalle sue cornate. Il drago-tiranno altezzoso che esige tributi, come abbiamo già avuto modo di sotto- lineare, è evocato esplicitamente da Luigi Orioles (cfr. p. 655), e qui abbiamo persino ben due spiegazioni dell‟origine della terribile e misteriosa piaga sul fianco sinistro dell‟Orca. Se poi si considera che il testo lascia ipotizzare che la piaga possa essere stata causata da una mina o addirittura da un siluro nel corso della Grande Guerra 37 , è suggestivo pensare a un‟allusione al fatto che il vero mostro terrestre sia l‟uomo, il quale ha inventato armi ben più micidiali delle corna di un Behemoth; e l‟„al-leanza‟ finale tra l‟uomo e l‟Orca chiude il cerchio, perché un‟altra versione del mito vede il Leviatano e Be- hemoth destinati a essere „compagni‟. 3) Alle fauci „vulcaniche‟, di cui abbiamo detto, si aggiunge il terribile fetore emanato dal Leviatano. Que-

37 Cfr. il racconto del primo avvistamento dell‟Orca, avvenuto quando “quell‟altra guerra, quella grande, era appena conclusa” (p. 624): già allora essa era piagata, tramortita e puzzolente (cfr. pp. 624-630). Sen- za contare che D‟Arrigo nomina la “corazzata” e il “sommergibile” come termini di paragone per la mole e la capacità distruttiva dell‟Orca (cfr. p. 620).

sto del fetore di carogna è uno degli aspetti principali del- l‟“orcagna”, su cui D‟Arrigo torna continuamente. 4) Secondo alcuni esegeti, Dio ha creato un solo es- sere temuto dal Leviatano, e si tratta di un piccolo pesce che vive a branchi, il Chalkis, generalmente identificato o con la sarda o con l‟aringa. Una delle pagine più commoventi di Horcynus Orca riguarda proprio i “marti- rii” dell‟«agonia lunga e dura» dell‟Orca, che, ormai sco- data e indifesa, è attaccata e sbranata da un enorme banco di sarde, le «bazzicanti di carogne» (cfr. pp. 768-770). 5) Secondo una versione del mito, Dio uccide il Le- viatano legandogli la lingua con una corda e infilzando- gli le mascelle, dopo averlo afferrato con un gancio e tratto fuori dagli abissi; poi ne getta la carcassa sul fon- do di una barca e la porta in giro come se andasse al mercato. E un‟altra versione aggiunge che Dio prepare- rà un grande banchetto con le sue carni distribuendole per le vie di Gerusalemme a un prezzo equo (affinché i “giusti” che non hanno mai potuto permettersi la carne potranno beneficiarne), e farà tende e ornamenti per le mura della città con la sua pelle, che dureranno sino alla fine del mondo. L‟Orca è trainata a riva dallo zatterone inglese con una corda legata ai suoi denti da Masino, e il suo destino è quello di risollevare le sorti dei pellisqua- dre, i „giusti‟ ingiustamente martoriati e ridotti alla mise- ria, che potranno smembrarla e svenderla al mercato del pesce, mentre con le sue ossa e con la sua pelle potranno fare per sé e persino smerciare scarpe, coltelli, for-

chette, bastoni, ecc., di cui c‟è grande penuria in giro a causa della Guerra (cfr. pp. 789-798 e p. 1015).

Tutto ciò, com‟è evidente, apre la strada a un‟interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell‟intero romanzo, che lo stesso D‟Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguar- dano direttamente l‟identificazione dell‟Orca con il Le- viatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ‟Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l‟Orca, mostro redento e pertan- to destinato al pasto totemico con cui la comunità dei „giusti‟ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su que- sto parallelismo il testo lascia pochi dubbi. Intanto, ‟Ndrja è sterile. Egli si accoppia, e a ma- lincuore, almeno inizialmente, solo con la sacra prostituta Ciccina Circé, dopo aver rifiutato di „disincantare‟ Cata e di soddisfare le voglie di Peppinagaribalda nell‟episodio del giardino delle arance; e le sue prime frustranti espe- rienze sessuali, tra il ‟37 e il ‟40, sono con sirene- prostitute, come la ricca bionda dello “jotto”, la lercia e invaiolata trapanese del “caicco” appestato e infine le femminote di Nicotera, che addirittura trasmettono lo “scolo” a un suo amico (cfr. pp. 573-606). La sua incon- fessata ambiguità sessuale, poi, cui spesso alludono i pel- lisquadre dopo il suo incontro con il Maltese, si manifesta nella visione ricorrente della sua bocca imbrattata di ros- setto rosso, simbolo di una “piaga” interiore non accetta-

ta, che molto probabilmente è il desiderio inconscio di essere donna (e ciò fa da pendant alla piaga dell‟Orca:

cfr. pp. 151 e 920; e prefigura forse la vagina che dovrà essere creata chirurgicamente sul corpo dell‟ermafrodito in Cima delle nobildonne). 38 Inoltre, nel suo addio a Marosa, egli offre alla ra- gazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ri- cordava…la posa dell‟Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe a sé le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D‟Arrigo crea un rapporto diretto con l‟Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un

38 Dell‟omosessualità ‟Ndrja ha avuto un‟esperienza perlomeno indi- retta e traumatica al tempo in cui si trovava in servizio sulla corvetta, perché a un certo punto ripensa con orrore all‟infame Capo Tarantino, “quello che s‟inculava i signorini tipo Signor Monanin” (p. 974); e il Signor Monanin, lo smidollato veneziano che per culla aveva una gondoletta “imbottita e tutta foderata di trine e pizzi e aveva ricami e svolazzi, nappe e nappine, cappotte e tendine, veli e velari per non farlo bruciare dal sole o sporcare dalle cacatine di mosche” (p. 193), si rifà „violentando‟ linguisticamente (e riproducendo così la guerra del fascismo contro i dialetti locali) i sottoposti come lui e Crocitto e ob- bligandoli a chiamare con l‟effeminato termine italiano “delfino” l‟animale che per il loro dialetto e per la loro vita è la “fera” (cfr. pp.

194-203).

gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta vo- glia d‟orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p.

1015).

Infine, come l‟Orca, che, dopo aver donato ai pe- scatori la manna della cicirella, offre loro in pasto tutto il proprio corpo 39 , ‟Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all‟acquisto della barca, arca di salvezza per l‟economia del-la comunità, dopo essersi prodigato per ottenere che gli inglesi arenassero l‟animale morto. E il romanzo si chiude con il quadro messianico-escatologico di lui morto nella sua barca-bara portata come un‟arca dell‟alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il ban- chetto dei „giusti‟ attorno al corpo dell‟Orca.

39 L‟allusione cristologica è qui trasparente, soprattutto se si pensa anche al fatto che l‟Orca, la Morte in persona, muore (e la morte della Morte significa Vita Eterna), per cui è come se in essa e con essa si riproducesse lo schema del Dio-uomo che, secondo il credo cristiano, muore e, risorgendo, vince la Morte, annunciando così la Vita Eterna. Inutile dire che la questione della validità di una simile chiave di lettu- ra unica per il romanzo è aperta.

CAPITOLO 5

NOTA SULLA PRIMA CONNOTAZIONE

DELL‟“ANIMALENEL PASSAGGIO DA

I FATTI

DELLA FERA A HORCYNUS ORCA

Tra le infinite riflessioni critico-esegetiche che una lettura comparata di Horcynus Orca e de I fatti della fera può suscitare e che potrebbero costituire materia di studi ben più corposi di questa nota, ne proporrò qui solo una, che mi sembra particolarmente significativa perché riguarda i primi tre aggettivi 40 con cui D‟Arrigo, all‟inizio della terza parte del romanzo, connota, alla sua primissima apparizione nel romanzo, l‟“animale”, cioè l‟Orca, l‟essere così fatalmente portato dalla propria natu- ra a dare la morte da identificarsi con essa («Era l‟Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola»,

40 Per un‟analisi generale della tecnica dell‟aggettivazione in Hor- cynus Orca, con tutte le sue implicazioni semantiche e strutturali sulla topologia linguistico-espressiva del romanzo, si veda Gatta 1991: 483-

495.

p. 618). È l‟Orca, infatti, la grande novità, il fatto inquie- tante che trova ‟Ndrja al suo ritorno a Cariddi, nonché l‟assoluta protagonista fisica e simbolica del romanzo a partire già dal titolo. Il processo di avvicinamento narrativo-espressivo all‟Orca giunge alla esplicita, precisa e diretta denomina- zione dell‟essere nel passo appena citato («Era l‟Orca»), che apre il secondo paragrafo della parte terza e che nelle due redazioni, almeno fino a “immortale”, è identico, se si trascura qui perché meriterebbe ben altra attenzione lo strano uso del maschile ne I fatti della fera (dove si aveva: «Era l‟Orca, “quello che dà morte”, mentre lui passa per immortale», p. 465). Ma prima di arrivare al nome della cosa, il testo passa attraverso tre tappe suc- cessive di denominazione semanticamente sempre più ca- librate e specifiche (“novità”, “fatto”, “animale”), conte- nute nei primi tre capoversi del primo paragrafo. La cosa interessante è che, mentre le prime due espressioni, piut- tosto generiche e perciò stesso abbastanza innocue, man- tengono non casualmente la medesima aggettivazione nelle due redazioni (la novità è “grossa, grossissima”, e il fatto “immenso, allarmante”), l‟aggettivazione di “anima- le” – termine ben più importante perché finalmente indica la natura della cosa si presenta in Horcynus Orca to- talmente diversa rispetto a I fatti della fera. Infatti, men-

tre in Horcynus leggiamo di «

un gigantesco, misterio-

so, inimmaginabile animale» (p. 617), se andiamo a guardare il passo parallelo de I fatti, scopriamo che in o-

rigine gli attributi non solo erano quattro, e non tre, ma

un grande, ridicolo,

orrendo e spaventoso animale» (p. 464). Perché questo cambiamento drastico in un luogo tanto importante del romanzo? Perché D‟Arrigo non ha lasciato nemmeno uno dei pri-mi attributi che aveva con- cepito per annunciare al lettore l‟entrata in scena dell‟Orca? Cercherò di rispondere con un‟ipotesi inter- pretativa che può forse contribuire a gettare luce su quel mu-tamento di concezione poetico-filosofica di fon-do che sta all‟origine della radicale riscrittura de I fatti della fera e della faticosa creazione di Horcynus Orca. Confrontando i tre attributi dell‟Orca in Hor- cynus con i quattro originari de I fatti, si può notare che D‟Arrigo, alla fine del suo labor limae, ha voluto definire l‟animale, nella sua prima apparizione, in termini tali che lo ponessero, rispetto agli uomini e al loro mondo

d‟esperienza ordinario, in una relazione di opposizione totale, di alterità radicale, addirittura metafisica. Si con- sideri, infatti, che:

erano anche totalmente diversi: «

1. gigantesco allude ai Giganti, cioè a quello spazio- tempo mitico abitato da esseri titani-ci in cui l‟uomo non esisteva ancora;

2. misterioso indica che la natura dell‟essere è incom- mensurabile rispetto a quella umana e animale in ge- nere, ovvero che essa si pone al di là del campo di applicabilità delle nor-mali categorie gnoseologiche

con cui l‟uo-mo ordina e interpreta il mondo del- l‟esperienza;

3. inimmaginabile proietta l‟Orca addirittura oltre i pur vastissimi orizzonti della fantasia umana.

Tutto questo è ben lontano dalla portata semanti- ca dei primi quattro attributi. Anticipando la successiva ampia caratterizzazione dell‟Orca, incentrata soprattutto sul modo in cui essa viene percepita e vissuta dai pesca- tori di Cariddi, essi definiscono piuttosto l‟essere sulla base di una diretta relazione fisica e psicologica con l‟uomo: la mole pura e semplice (“grande”) e l‟aspetto comico e grottesco (“ridicolo”), ma al contempo stoma- chevole (“orrendo”) e tale da incutere terrore (“spavento- so”).

Come si vede, queste ultime connotazioni hanno pur sempre l‟uomo come unità di misura e fonte e fon- damento di valutazione: l‟animale è semplicemente «grande, ridicolo, orrendo e spaventoso» rispetto all‟uomo, il solo essere, tra l‟altro, che può trovare ridico- li o orripilanti certi fenomeni della natura (e si noti che un aggettivo come “ridicolo”, radicalmente eliminato da D‟Arrigo in questa prima descrizione dell‟animale, torne- rà, riferito all‟Orca, solo allorché essa, orrendamente mu- tilata dalle fere che l‟hanno “scodata”, verrà descritta dal punto di vista dei pescatori che osservano esterrefatti il pietoso spettacolo della sua agonia: «Era orrendo, ridico- lo e contempo pietoso a vedersi», p. 767; cfr. il quasi i-

dentico luogo parallelo de I fatti: «Era orrendo, ridicolo, pietoso», p. 568).

In tal senso, è come se, nel passaggio da I fatti a

Horcynus, D‟Arrigo, nel definire lo status dell‟Orca, a- vesse abbandonato un approccio relativistico di matrice protagorea (homo mensura rerum) per approdare a una sorta di ontologia assolutistica in cui l‟uomo è un trascu-

rabile accidente, un ente infimo privo di qualsiasi autori- tà epistemologica e autorevolezza spirituale.

A ulteriore conferma di questa ipotesi di lettura si

possono addurre due esempi davvero illuminanti. a) Poco più avanti nel romanzo, cioè nella parte del racconto del vecchio Giulio Vilardo in cui è riferita la seconda delle due precedenti apparizioni, nelle acque del- lo Stretto, dell‟Orca ferita a morte nel fianco sinistro e già puzzolente come una carogna (in quell‟oc-casione essa venne donchisciottescamente affrontata e “lanzata” da

Ferdinando Currò e dalla sua “chiumma”), c‟è un passo che nel passaggio da I fatti a Horcynus ha subito una con- sistente rielaborazione che va esattamente nel senso sopra indicato. Ecco il passo, così come si legge nella prima re- dazione (l‟imbarcazione degli imprudenti pescatori è trainata verso sud dall‟Orca “lanzata”):

S‟affannerà, pensavano. Si perderà di lena, più in là di Melito non ci trainerà. Ma forse lo giudicavano da come si sentivano loro in mezzo alla sua scia puz- zolente (p. 474).

Ed ecco lo „stesso‟ passo, così come si presenta invece in Horcynus:

S‟affannerà, pensavano. Si perderà di lena, più in là di Melito non ci trainerà. Parlavano da innocenti: lui affannarsi? Lui perdersi di lena? Si vedeva che ancora non ne avevano la più lontana idea, che erano ancora bianchi bianchi riguardo a quel fenomeno di natura. Lo commisuravano forse con lo spada ma anche a commisurarlo con animali assai più scabrosi dello spada, capidoglio o palombina, tanto per dire, o ver- done, fera, smeriglio, lui restava sempre lontano, lon- tanissimo, troppo per poterselo figurare, il tipo, trop- po per potersene fare, anche summo summo, un‟idea:

perché quelli erano animaluzzi al suo confronto, eppoi non si poteva nemmeno concepirlo un confronto, a cominciare dal fatto che quelli erano destinati fatal- mente a morire, e tante volte proprio per mano sua, e lui invece no, non moriva, lui faceva morire. Ma forse lo giudicavano col loro metro di mortali, lo giudica- vano da come si sentivano loro nella sua scia puzzo- lente… (p. 634, corsivi miei).

b) Più avanti ancora, in coda al monologo del si- gnor Cama sui “pro” della presenza dell‟Orca nel mare dello Stretto, c‟è in Horcynus un commento del narratore sulla futilità del “teatrino” dialogico messo in piedi da Cama e da Luigi Orioles (sostenitore dei “contro”) che è del tutto assente ne I fatti (cfr. p. 489), dove dal monolo- go di Cama si passa direttamente al paragrafo successivo

(il cui attacco è pressoché identico nelle due redazioni). Ora, in questo commento di una ventina di righe, aggiun- to ex novo, compare una caratterizzazione dell‟Orca (ov- vero dell‟“orcaferone”, perché nel frattempo abbiamo ap- preso che l‟Orca è chiamata “ferone” dai pescatori di Ca- riddi, da cui “orcaferone” per quel fenomeno di composi- zione morfologica così tipica e onnipresente nel tessuto linguistico del romanzo) molto simile a quella iniziale di- scussa qui:

… nero, gigantesco, solitario, immortale orcaferone (p. 659).

Come si vede, nell‟identica struttura sintagmatica (testa nominale preceduta da una coda di attributi) anche l‟area semantica dell‟aggettivazione rimane del tutto coe- rente con quella della definizione precedente (della „for- mula‟ originaria de I fatti rimane solo il semplice numero degli aggettivi), perché gli attribuiti rimandano a orizzon- ti „metafisici‟ che di nuovo escludono radicalmente la presenza dell‟uomo e del suo mondo:

1. nero, come suggerisce il testo a più riprese (cfr. la frase seguente, che ricorre nel monologo di Cama e di cui, manco a dirlo, non c‟è traccia nel luogo paral- lelo de I fatti: «… col colore nero di pece della sua mole spariva come inghiottita in quell‟ammasso di tenebra immensa, abissale», p. 656), oltre a indicare

il colore naturale dell‟animale, allude al mondo degli abissi, alle tenebre degli Inferi, all‟Averno, al- l‟Orcus, appunto;

2. per gigantesco vale quanto già detto, e a ulteriore conferma che con questo aggettivo D‟Arrigo vuole alludere ai Giganti mitici si può aggiungere che, poco prima, il libro di cetologia illustrata con cui Cama i- struisce i pescatori è chiamato «libro figurato di gi- ganti marini» (p. 640);

3. solitario si contrappone alla fondamentale caratteriz- zazione aristotelica dell‟uomo come animale sociale, per cui chi vive fuori dalla comunità per natura o è un abietto o è un dio 41 ;

4. immortale sancisce l‟irriducibile estraneità dell‟Orca andando addirittura a contrapporsi nientemeno che alla premessa maggiore universale del più paradig- matico e indiscutibile sillogismo della logica umana.

A chiudere il cerchio di queste considerazioni, si può rilevare da ultimo il fatto che, laddove ne I fatti la caratterizzazione dell‟Orca coincideva incidentalmente con la nuova prospettiva estetica e concettuale guadagna- ta da D‟Arrigo, essa è stata mantenuta pressoché identica

41 cfr. Aristotele, Politica, I, 2, 1253a 1-5.

in Horcynus, come dimostra inequivocabilmente (ma si potrebbero fare anche altri esempi) questa ennesima ana- loga formula definitoria che ricorre poco oltre l‟ultima citata:

… l‟immensa, nera, solagna orca, che dava morte (I fatti della fera, p. 492).

… l‟immensa, nera, solagna, mortifera orca (Horcynus Orca, p. 662).

È qui, forse, in questa esplicita, meti-colosa e si- stematica trasfigurazione dell‟Orca in simbolo – ultrater- reno e immanente insieme di morte, in divinità ctonia che persino etimologicamente ha in sé, dà ed è la Morte, l‟origine di quel senso di angoscia esistenziale, storica e cosmica che pervade il grande romanzo e che inesorabil- mente opprime e non lascia dormire il lettore: infatti, in queste pagine sull‟Orca poste in apertura della terza par- te, e poi in quelle, verso la fine, che costituiscono il gran- de innesto sul corpo della narrazione de I fatti della fera e che ci proiettano nel lunghissimo e snervante delirio mentale del protagonista sullo sperone, in cui la lingua schiuma e vortica attorno all‟idea e ai veicoli (“barca”, “bara” e “arca”) della morte e della dissoluzione degli uomini di Cariddi e del loro mondo (che è il mondo usci- to dalla seconda guerra mondiale), in uno sconquasso che coinvolge, scardinandoli, tutti i suoi livelli, da quello fo-

no-morfologico a quello lessicale, da quello sintattico a quello semantico, da quello logico-argomentativo a quel- lo narrativo, egli ha spesso la sensazione di venirsi a tro- vare nella medesima situazione di ‟Ndrja quando ascolta stremato e ai limiti dell‟incubo visionario al punto da desiderare di essere colto dallo stesso sonno della morte – l‟interminabile, truce, tragicomico ed epico-cavalleresco racconto da Mille e una notte in cui consistono le “due parolette” preannunciategli dal padre.

CAPITOLO 6

LE PIUME DELL‟ANGELO. BUFALINO E IL CORPO-A-CORPO DELLA CUL- TURA SICILIANA CON HORCYNUS ORCA

“Ritorniamo a Horcynus Orca” è il titolo di un breve e intenso articolo di Gesualdo Bufalino apparso sul «Corriere della Sera» del 19 settembre 1982. L‟occasione era fornita dalla riedizione Mondadori del grande roman- zo di Stefano D‟Arrigo, uscita proprio quell‟anno a cura e con un importante saggio introduttivo di Giuseppe Pon- tiggia.

Questo capitolo conclusivo vuole essere un commento all‟articolo di Bufalino, che l‟autore chiamerà “Codicillo a D‟Arrigo” e stamperà alla fine della seconda sezione di Cere perse. 42 Le parole di Bufalino, che in chiusura riporterò integralmente, costituiscono oggi un‟importante testimonianza del rapporto della cultura

42 Cfr. Bufalino 1985, ora in Bufalino 2001: 815-1022 (il “Co- dicillo a D‟Arrigo” è alle pp. 889-890).

letteraria siciliana con il monstrum darrighiano, perché si collocano in una posizione ben precisa che può essere meglio localizzata nello spazio delle possibilità metten- dola in relazione con le posizioni assunte da altri scrittori siciliani negli ultimi decenni. I casi esemplari che prende- rò rapidamente in esame e che costituiscono modalità di volta in volta diverse di confronto con quello che chiame- rò “l‟Angelo” sono tre: Leonardo Sciascia, Andrea Ca- milleri e Silvana Grasso. Il riferimento al mito ebraico della lotta notturna di Giacobbe con l‟Angelo divino (Gen., 32, 25-31) è del- lo stesso Bufalino e chiude mirabilmente il Codicillo. Ma se per Bufalino Giacobbe era D‟Arrigo e l‟Angelo il demone dell‟arte che può ossessionare uno scrittore (co- me ha ossessionato D‟Arrigo), qui rimescolerò le carte e l‟Angelo sarà la presenza numinosa del romanzo, mentre i Giacobbe saranno di volta in volta quelli che o hanno accettato in qualche modo la sua sfida perturbante (come Camilleri, Grasso e lo stesso Bufalino) o vi si sono sot- tratti sdegnosamente (come Sciascia). Un discorso preliminare a parte merita però Elio Vittorini, il quale, insieme a Italo Calvino, come abbiamo visto nel primo capitolo, fu lo scopritore del D‟Arrigo narratore ben quindici anni prima dell‟uscita di Horcynus Orca. Vittorini chiosò l‟estratto apparso su «Il Menabò» con una “Notizia” da cui traspare, insieme alla sincera ammirazione per l‟opera in gestazione e alla straordinaria intuizione che essa potesse richiedere ancora “un decen-

nio” di “mutamenti e sviluppi”, tutta la perplessità dello scrittore affermato che si vede quasi costretto a lanciare uno scrittore sconosciuto ispirato da un‟estetica baroc- cheggiante e sperimentale lontanissima dall‟ideale di scrittura limpida e funzionale da lui inseguito e auspicato per la letteratura della nuova Italia 43 . Ma Vittorini, pur- troppo, morirà prematuramente nel 1966 e non vedrà mai l‟esito ultimo di quell‟immane lavoro di revisione con- clusosi nel 1975 con la pubblicazione di Horcynus Orca. La perplessità di Vittorini sembra condivisa taci- tamente dall‟assoluto e rumorosissimo silenzio di Scia- scia su Horcynus Orca. Non vi è alcun dubbio che dagli anni Settanta al 1989, anno della sua morte, Sciascia sia stato l‟intellettuale e scrittore siciliano più prestigioso e influente. Eppure nei tre volumi Bompiani delle sue ope- re non c‟è un solo rigo dedicato a D‟Arrigo. Considerato che nei suoi scritti saggistici Sciascia mostra un interesse enciclopedico per i fatti letterari universali, e non solo si- ciliani (e in questo fu un emulo di Borges, tant‟è vero che nelle Cronachette c‟è un prezioso pezzo borgesiano a commento di una falsa notizia giornalistica sulla non esi- stenza dello scrittore argentino 44 ), è a dir poco stupefa- cente il modo in cui egli riuscì ad ignorare la presenza ingombrante di D‟Arrigo. Di questo fatto ho avuto modo

43 Cfr. Vittorini 1960, ora anche in Gioviale 2004: 44-45. 44 Cfr. Leonardo Sciascia, “L‟inesistente Borges”, in Sciascia 1985 (ora in Sciascia 2002: 161-163).

di parlare con Matteo Collura il 19 gennaio 2007 a Mila- no, in occasione della presentazione al Castello Sforzesco dell‟«Almanacco del Bibliofilo», cui partecipava anche Umberto Eco (che dovevo intervistare 45 ). Matteo Collura, amico di Sciascia e autore di una fondamentale biografia del “Maestro di Regalpetra” 46 , mi ha spiegato la cosa ri- correndo a una citazione rivelatrice, che individua perfet- tamente il genere di repulsione che Sciascia poteva nutri- re per D‟Arrigo (anche se forse non spiega del tutto il si- lenzio). Secondo Collura, Sciascia applicava a D‟Arrigo la distinzione tra lo “stile di cose” e lo “stile di parole”, introdotta da Pirandello nel celebre discorso del 2 set- tembre 1920 al Teatro Bellini di Catania per gli ot- tant‟anni di Verga 47 e applicata rispettivamente a varie coppie di autori italiani tra loro più o meno coevi, come Dante e Petrarca, Machiavelli e Guicciardini, Ariosto e Tasso, Manzoni e Monti, Verga e D‟Annunzio. In tal senso, secondo quanto Collura ha potuto appurare nelle sue conversazioni con Sciascia, quest‟ultimo probabil-

45 Cfr. Trainito 2007.

46 Cfr. Collura 1996. Non è superfluo osservare che D‟Arrigo non è mai nominato neppure in questo volume.

47 Nel 1931 Pirandello ribadirà il concetto in un analogo di- scorso alla Reale Accademia d‟Italia per il cinquantesimo an- niversario dell‟uscita de I malavoglia. I due discorsi sono ora facilmente reperibili in rete, ad esempio al seguente indirizzo:

http://lafrusta.homestead.com/riv_pirandello.html.

mente infilava D‟Arrigo nella schidionata degli scrittori dominati dallo “stile di parole”, assieme a Petrarca, Guic- ciardini, Tasso, Monti e D‟Annunzio, e per questo moti- vo, trattandosi di un autore lontanissimo dall‟idea di lette- ratura come impegno civile “illuministico”, a lui tanto cara, avrebbe deciso di ignorarlo del tutto. Nessun confronto, dunque: Giacobbe, qui, si è sottratto sdegnato alla lotta con l‟Angelo notturno. In occasione della pubblicazione de I fatti della fera, Andrea Camilleri intervenne su «La Repubblica» con un articolo in cui raccontava la sua strana amicizia con D‟Arrigo e confessava la sua sconfinata e tremebon- da ammirazione per Horcynus Orca. Particolarmente in- teressante è il passaggio in cui Camilleri rievoca la storia del Glossario voluto da Garzanti in coda a Un filo di fu- mo, uscito per la prima volta nel 1980: «Di Stefano D‟Arrigo sono stato, in qualche modo, amico. Dico in qualche modo perché Stefano aveva imprevedibili e addi- rittura fanciullesche impennate. Quando uscì il mio se- condo romanzo, Un filo di fumo (del primo ero riuscito a non fargli sapere niente), non volevo mandarglielo per una ragione semplicissima: mi sentivo intimorito dalla sua grandezza. Orazio Costa, il regista mio maestro che era un grande estimatore e amico di Stefano, glielo fece avere. Due giorni appresso Stefano volle vedermi. Ora- zio mi ha dato il tuo romanzo, ma non l‟ho ancora letto. C‟è prima una cosa da chiarire. Il glossario. Perché ce l‟hai messo?. „L‟ha voluto Garzanti, l‟editore‟. „E l‟hai

scritto tu?. . Io mi ero completamente scordato della sua storia con Vittorini e non capivo dove volesse andare a parare. Alla mia risposta affermativa mi guardò in un modo che non so ancora definire. E certamente non volle leggere il romanzo del quale, nei successivi incontri, non si parlò mai più» 48 . Camilleri ha accettato la sfida dell‟Angelo, ma si guarda bene dall‟affrontarlo sul suo terreno. Lo sperimentalismo linguistico di Camilleri, in- fatti, non ha alcuna intenzione di emulare quello di D‟Arrigo e il respiro della sua prosa è volutamente corto, tagliente, quasi esclusivamente referenziale. Le piume, Camilleri, cerca di carpirgliele in un altro modo, e si trat- ta per lo più di omaggi reverenziali occasionali, legati magari a certe messe in scena (ne La presa di Macallè, ad esempio, la raffigurazione grottescamente priapico- sodomitica dello spirito spartano del fascismo ricorda a- naloghi “quadri” di Horcynus Orca) o al disegno di certe figure femminili. Il più recente “cunto” di Camilleri, Ma- ruzza Musumeci 49 , con quel suo recupero del mito omeri- co di Ulisse e delle sirene, incarnate in donne-entità talat- tiche come la “catananna” Minica, Maruzza e la figlia Resina, costituisce tra l‟altro un chiaro omaggio alle “femminote” darrighiane, creature ferine discendenti del- le sirene omeriche, come le stesse “fere” (cioè i delfini),

48 Camilleri 2000.

49 Camilleri: 2007.

secondo la teoria popolare esposta da Mimì Nastasi, non a caso un paralitico (cfr. pp. 122 e 558-568). 50 Per Camilleri, dunque, la lotta con l‟Angelo è impari e si tramuta nell‟offerta devota di doni votivi. Un peculiare corpo-a-corpo con l‟Angelo lo in- staura invece Silvana Grasso, una scrittrice che esplora una prosa baroccheggiante, sanguigna e carica di neo- formazioni attinte dal dialetto e dalle radici greco-latine che per certi versi si avvicina a quella di D‟Arrigo. Alcu- ne allusioni esplicite al romanzo sono disseminate qua e là nelle sue opere: «Morto Rorò la Pèttica si poteva dirla un mostro con corpo d‟orcinus orca e gambe da cico- gna» 51 ; «Non li vidi mai i muli passarmi davanti, lo zoc- colo caldo gli occhi orcinùsi il vapore del fiato sul pet- to» 52 . Ma è in tutta la sua personalità che Silvana Grasso ricalca l‟immagine di una “femminota”, con quella sua esuberanza dionisiaca che ne fa una donna del tutto fuori dal comune. Con Silvana Grasso, come si vede, la lotta con l‟Angelo si fa colluttazione e amplesso generante. La metafora erotica del rapporto con i libri è cara a Bufalino e non a caso egli la introduce sulla soglia del “Codicillo”. Bufalino condivide con Sciascia il culto del-

50 Per maggiori dettagli sugli echi darrighiani in Camilleri ri- mando a Trainito 2008: 82-87.

51 Grasso 1997: 170.

52 Grasso 2006: 31.

la parola levigata e alta e del periodo elegantemente arti- colato nel respiro apparentemente involuto, e con Scia- scia e Camilleri predilige l‟aurea brevitas, la “misura” classica del tempo dei testi propri e altrui. Ecco perché l‟apparizione, nel 1975, del corpo smisurato del romanzo darrighiano, costruito con un periodare che trama osses- sivamente nel testo il labirinto acquatico degli “spurghi” e dei “bastardelli” del mare in rema dello Scill‟e Cariddi per introdurre e perdere il lettore nel regno dell‟Orco- Minotauro, lo lasciò sconcertato e lo indusse ad abbando- nare per insofferenza da libertino il corpo-a-corpo con l‟Angelo. Ma fu una scelta di cui egli ebbe a pentirsi e sette anni dopo lo riconobbe con grande onestà intellettu- ale in un breve testo che è anche una stupenda ripresa contemporanea dell‟antico genere letterario della palino- dia. Con esso, dunque, mette conto concludere:

Non ero così da giovane, ma da qualche tempo in qua non amo coi libri le relazioni pro- lungate, bensì, da libertino in transito, le estasi momentanee, le avventure in un portone. Sicché sono uno di quelli che non hanno letto Horcynus Orca sino alla fine. Non tanto per debilità fisica o umana impa- zienza; quanto per l‟impressione, divenuta presto umiliazione e rimorso, che il tempo di quelle pa- gine fosse diverso dal mio, e che mi bisognassero troppe ore per educarvi l‟orecchio e poterne cat- turare la difficoltosa, gloriosa scansione. A di-

stanza di anni le cinque o seicento pagine deliba-

te

allora, più le molte altre scorse, annusate, aper-

te

– direbbe l‟autore – “all‟orbisca”, lievitano

nella memoria con una leggerezza inattesa, per- dono quell‟antico colore di grondante e impervia

immanità, viene voglia di rivisitarle con animo

ingenuo. Nulla di men che naturale, in questa resipi- scenza: non è la prima volta che sento un‟opera, senza rileggerla, ringiovanire e spostarsi dentro

di

me. Così oggi esiterei meno, fra ammirazione

e

sospetto, davanti all‟allegro subbuglio delle in-

venzioni linguistiche; non chiederei più a una macchina mitopoietica di così alte e legittime ambizioni una parsimonia impossibile; né cer-

cherei la concentrazione fulminea dove era lecito attendersi solo la coazione a ripetere e la munifi- cenza delle mani bucate Il fatto è che nell‟ingegneria narrativa conta specialmente la virtù che taluno vantò nel Bor- romini: dell‟ornato che sappia farsi funzione, al punto che, se mancasse, l‟edificio crollerebbe. È il caso dell‟Orca, mi sembra, e il libro ritorna oggi per necessaria verifica. Vogliamo riaprirlo senza pregiudizi, vincere una buona volta le resi- stenze della cattiva coscienza? Vogliamo provare

a dedicargli, infine, lo stesso allarme e rispetto

che se fosse tradotto dall‟inglese? È il meno che si deve a un ingegno di così malinconica e altera natura, a una dedizione e os-

sessione così assolute. Dopo la lunghissima notte di battaglia con l‟angelo, ci accorgeremo, se gli apriamo il pugno, che Giacobbe ha strappato al nemico assai più di una piuma.

APPENDICE

DUE GOCCE NEL MARE DI HORCYNUS ORCA:

LA GELA DI D‟ARRIGO *

Per stimolare nei lettori gelesi la curiosità di leg- gere Horcynus Orca, che l‟esigua schiera di studiosi e ammiratori - esigua perché il romanzo, oltre a intimorire per la sua mole, è oggettivamente “difficile”, soprattutto per i lettori non siciliani, i quali non possono entrare nel cuore delle miracolose invenzioni linguistiche del testo, spesso ottenute con l‟innesto di molte radici dialettali sul- la morfologia dell‟italiano - annovera tra i capolavori as- soluti della narrativa del Novecento, azzarderò uno sguardo d‟insieme sul romanzo partendo dalle due ricor- renze in esso del nome della nostra città. Le ragioni che mi spingono a questo tentativo che può apparire (e per taluni versi è) bizzarro, però, ci sono,

* Già apparso, in forma leggermente diversa, sul “Corriere di Gela” del 24 aprile 2004.

e sono sostanzialmente due: 1) come già detto, il mio in-

tento è qui quello di invitare i miei concittadini che ama- no la grande letteratura ad avvicinarsi a un‟opera fonda- mentale ancora troppo ignorata (addirittura, ahimè, tra gli stessi docenti siciliani di materie letterarie), scritta da un siciliano e ambientata in Sicilia, in particolare nello Stret- to di Messina, tra “Scilla” e “Cariddi”; 2) la costruzione del romanzo, la cura maniacale di ogni dettaglio lingui- stico-espressivo e la compattezza dei rimandi interni fan- no sì che il suo tessuto narrativo presenti una forma ricor- siva che ricorda molto i frattali, nel senso che pratica- mente ogni livello micro-strutturale riproduce in piccolo la macro-struttura generale del-l‟opera, per cui isolare e analizzare due gocce nel mare di testo di questo testo di mare (che non ha al suo interno alcuna divisione in capi- toli proprio per simulare la compattezza, ondeggiante in flussi e riflussi di correnti primarie e secondarie, “spur-

ghi”, “rifiuti” e “bastardelli”, del mare in rema dello Stretto) può riservare le stesse sorprese conoscitive, per quanto parziali, che l‟analisi chimica di un campione d‟acqua marina riserva di solito a uno studioso degli O- ceani.

In tal senso, spero che la mia operazione una tra le tante possibili, dato che il testo è pieno di luoghi mino-

ri analoghi da cui si potrebbe guardare il tutto riesca a

far assaporare l‟intima anima dell‟opera con lo stesso meccanismo di risonanza evocativa attraverso il quale un

uomo, standosene tranquillamente e pensosamente in

barca, può assaporare e sentire l‟essenza del mare leccan- dosi le dita bagnate in esso.

Ebbene, come entra in gioco Gela in questo vero

e proprio Trionfo della Morte che si svolge nelle acque

dello “Scill‟e Cariddi” (così D‟Arrigo chiama lo Stretto)? Vi entra, a mio parere, seppure occasionalissimamente,

come luogo topografico che si configura come autentico luogo dello spirito, perché tutte e due le volte in cui Gela

è menzionata siamo in un contesto in cui il Male, quello

del corpo e quello della natura, trova un punto di singola- rità in cui esso esprime al massimo la sua potenza dila- gante nel mondo. (Noto di passaggio che le due occor- renze della parola “Gela” sono già presenti nei luoghi pa- ralleli de I fatti della fera, p. 452 e p. 561, e ciò non è irri- levante, perché nei quasi quindici anni di rielaborazione delle bozze D‟Arrigo cambiò molte cose anche sul piano

delle indicazioni topografiche). Nel primo caso, ci troviamo in un microepisodio che, insieme ad altri due, rievoca l‟iniziazione sessuale di ‟Ndrja durante l‟adolescenza, e tutti e tre costituiscono delle digressioni minori rispetto a una digressione più ampia, che ha la funzione di chiarire un sogno erotico fat- to dal protagonista sulla riva subito dopo l‟estenuante racconto del padre seguito al loro primo incontro (questo vertiginoso incassamento di digressioni sul passato costi- tuisce la sostanza del tessuto narrativo del romanzo). L‟episodio racconta di quando ‟Ndrja e i suoi amici in-

contrarono sulla riva di Cariddi una “trapanese” lercia, invaiolata e assetata di sesso che si era arenata col suo “caicco”, nella cui stiva teneva nascosto, perché appesta- to e morente, il “beduino” che l‟aveva rapita e deflorata. Nel racconto da Mille e una notte (una tra le piccole perle

stilistico-narrative del romanzo) in cui rievoca le loro pe- ripezie nel Canale di Sicilia dopo che la malattia conta- giosa del beduino, il quale da parte sua non voleva cedere

al male che lo attanagliava e perciò si rifiutava di mettersi

a letto, venne smascherata a Biserta dagli scaricatori di

porto, la trapanese a un certo punto dice:

Però, verso Gela lui finì di dire no, no e si sprofondò lassòtto: dopo di che, a Santa Croce Camarina mi pi- gliai a bordo quel mozzo miserabile, e lo tenni all‟oscuro delle pustole del beduino (p. 601).

Il senso letterale di questo passo, preso isolatamen- te, è che “verso Gela” la malattia dell‟appestato si aggra- va e costui è costretto a mettersi a letto nella stiva. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, proprio “verso Gela”? Che cosa c‟è da quelle parti? Il lettore, per il momento, non ha alcun motivo di cercare una risposta a queste do- mande, tanto più se non è di Gela. E se non è di Gela, dif- ficilmente si ricorderà del passo citato quando, centocin- quantasette pagine dopo, si imbatterà per la seconda e ul- tima volta in questo toponimo. Ma il lettore gelese, se non è distratto, non può evitare a questo punto di tornare

indietro, ritrovare l‟occorrenza a pagina 601 e mettere a confronto i due passi: si accorgerà allora che il secondo getta una luce inquietante sul primo, e viceversa, e che quindi i due passi si illuminano a vicenda di una luce si- nistra e rivelatrice di un senso più profondo sotto quello letterale. Nel secondo caso, d‟altra parte, ci troviamo non

già nella digressione di una digressione rispetto a un epi- sodio sostanzialmente secondario (il sogno sulla riva; da cui il ricordo delle strane teorie del vecchio Mimì Nastasi sulle Sirene omeriche, progenitrici a suo dire sia delle “fere” sia delle “femminote”; da cui infine il ricordo delle prime esperienze sessuali con feroci donne-sirene, tra cui appunto la trapanese), ma nella prima pagina dell‟episodio centrale del romanzo, l‟epico e roncisvallo-

so scontro tra l‟Orca e le fere, che alla fine la scodano per

darle una morte lunga e ridicola. È l‟alba di martedì 7 ot-

tobre, e D‟Arrigo apre queste pagine lunghe e drammati- che (che costituiscono senza alcun dubbio uno dei vertici della narrativa moderna, degne di stare a fianco delle mi- gliori pagine di Moby Dick), con una frase secca e memo- rabile: «Venne marte e marte veramente fu per

l‟orcaferone» (p. 758). Poco sotto, nella stessa pagina, si dice che l‟alba aveva visto nello Stretto un sinistro arrivo

di decine di branchi di fere da sud, dal Canale di Sicilia,

ed è qui che, a chiusura dell‟importante capoverso, riap- pare Gela:

Erano le villane del Canale, quelle rustiche e rusti- cazze abitué che informate del grande e memorabile fatto che stava per succedere sullo scill‟e cariddi, ve- nivano a dargli anch‟esse la loro incalcata e affogata all‟orcaferone. Queste villane, della stessa razza delle abitué, ma brune o più brune ancora di quelle, d‟un bruno affumicato, e non tanto flessuose, quanto torciu- te piuttosto, non tanto snelle, sfilate, eleganti, quanto corte e malecavate piuttosto, queste, se le abitué erano scabrose, esse erano pessime, con la mentalità grezza di rusticazze, il carattere tale e quale il colorito affu- micato, tinto, pessimo, cioè a dire, passato di nero, mascherato col nerofumo, carattere di fere veramente africanesche, fere che bazzicano fra Biserta e Pantelle- ria, fra Malta e Gela.

Ecco, dunque, cosa c‟è “verso Gela” e davanti al suo mare: c‟è che lì il male è ancora più malvagio, ancora più selvaggio, perché africanesco, al punto che lì le fere, emissarie della Morte, sono ancora più fere, più feroci, più ferali, e la peste, come ha sperimentato il beduino, è ancora più peste, ancora più pesti-fera. Ed è proprio un «vento di puzze (…) pestifero» (p. 619) che, non a caso, la prima volta annuncia ai cariddoti l‟arrivo dell‟Orca morente sul loro mare teatro di morte. Già Virgilio aveva fatto dire a Enea che Gela prende il nome da un fiume “immane”, cioè – dato che l‟attributo non può riferirsi alla portata (di certo relativa- mente modesta) – “terribile”, “inumano”, “feroce” per chissà quale misteriosa ragione, in un passo (III, 702) a

noi gelesi ben noto che sembra riecheggiato in quello di Horcynus Orca in cui la trapanese passa davanti alla no-

stra città andando in senso inverso rispetto al troiano: ne

è spia, tra l‟altro, l‟identico accostamento con Camarina, anche se in successione invertita.

Dunque, “verso Gela”, e in associazione con l‟elemento liquido, lo stesso Virgilio situava l‟“immane”,

e “immane”, in tutte le sue sfumature semantiche («gi-

gantesco, misterioso, inimmaginabile», p. 617; «immen- sa, nera, spaventevole», p. 622; «nero, gigantesco, solita- rio, immortale», p. 659; «immensa, nera, solagna, morti- fera», p. 662) è l‟“orcaferone”, cioè il mare, perché il ma- re e l‟Orca, in una pagina grandiosa (cfr. p. 955), sono „visti‟ con fantasia onirica da ‟Ndrja come l‟uno la me- tamorfosi dell‟altra attraverso la Morte, e sono, pertanto, la stessa Morte in due sue diverse ma commutabili epifa- nie. Si può allora concludere dicendo che nella topografia simbolica del mare di Horcynus Orca insieme luogo geografico e luogo testuale in cui tutto muore o è moren- te, compreso lo stesso “animalone” che non solo dà per natura la morte, ma è ed ha la Morte nel corpo e nel nome (orcinus / Orcus / orca ) – dirigersi “verso Gela” significa inoltrarsi nel cuore stesso dell‟“immane”, ovvero, para- frasando lo stupendo endecasillabo con cui si chiude il romanzo, andare dentro, più dentro dove il male è male.

PARTE SECONDA

IL METODO LAICO. IDENTITÀ APERTA E MEMORIA PLURIMA DELL’OCCIDENTE IN CIMA DELLE NOBILDONNE

Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che rivegnono, son veri- tadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che, dopo lunga notte, spunta all'ori- zonte ed emisfero della nostra cognizione ed a poco a poco s‟avicina al meridiano della nostra intelligenza.

[GIORDANO BRUNO, De l‟infinito uni- verso et mondi, in Bruno (1584), 1985:

498 (Dialogo V)]

PROLOGO

Al fine di spiegare il motivo per cui in questa sede non intendo dare né avvalermi di una definizio- ne essenzialistica di termini astratti quali “laicità” o “laicismo”, mi servirò di una citazione del Libro blu di Wittgenstein, laddove egli chiosa Platone nel cor- so della sua battaglia antiessenzialista condotta so- prattutto contro l‟autore del Tractatus logico- philosophicus. In particolare, Wittgenstein fa riferi- mento a un passo del Teeteto dove, alla domanda di Socrate “Che cosa credi che sia conoscenza?”, Tee- teto risponde elencando esempi di conoscenze, come la geometria, l‟astronomia, la musica, l‟aritmetica, l‟arte del calzolaio e quelle degli altri artigiani. Con questa risposta perfettamente tardo-wittgensteiniana, però, egli delude l‟aspettativa essenzialistica di So- crate-Platone, il quale non chiedeva «una enumera-

che cosa è la co-

noscenza in sé» 53 . Ebbene, osserva Wittgenstein, «l‟idea, che, per comprendere il significato di un termine generale, si debba trovare l‟elemento comu-

ne a tutte le sue applicazioni, ha paralizzato la ricer- ca filosofica: non solo non ha riportato alcun risulta- to, ma ha anche indotto il filosofo a respingere, co- me irrilevanti, i casi concreti, l‟unica cosa che a- vrebbe potuto aiutarlo a comprendere l‟uso del ter- mine generale. Quando Socrate pone la domanda:

zione di conoscenze (

)

bensì (

)

„Che cos‟è la conoscenza?‟, egli non considera nep- pure una risposta preliminare un‟enumerazione di casi di conoscenza. Se io volessi scoprire quale sorta

di

cosa sia l‟aritmetica, riterrei del tutto soddisfacen-

te

aver indagato il caso di un‟aritmetica dei numeri

cardinali finiti. Infatti: (a) ciò mi condurrebbe a tutti

i casi più complicati, (b) un‟aritmetica dei numeri

cardinali finiti non è incompleta, non ha lacune che siano poi colmate dal resto dell‟aritmetica» 54 . Nello spirito di questo passo, dunque, io qui eviterò di rispondere a domande del tipo “Che cos‟è

la laicità?”, ma esibirò piuttosto quello che vorrei

chiamare „il metodo laico‟, che a mio parere dovreb-

53 Platone, Teeteto, 146 c-e, in Platone 1991: 86-87

54 Wittgenstein [1933-1934], 1958: 30.

be distinguere chi, come si è espresso Giulio Giorel- lo che a sua volta citava un passo di Samuel Jo- hnson riferito a Milton -, è “di nessuna chiesa” 55 , e pertanto non riconosce rivelazioni divine e dogmi religiosi, né presume una gerarchia assiologica tra fedi e credenze storiche, ma tratta ogni fede e ogni dogma come ulteriore figura del mito, come un luo- go culturale segnato da tracce esclusivamente umane e da percorrere come un borgesiano giardino di sen- tieri che si biforcano e si dirigono potenzialmente in ogni altro spazio-tempo all‟interno del frattale della mappa totale della nostra memoria. In tal senso ogni porta d‟accesso vale l‟altra e qui io mi inoltrerò nel giardino della nostra memoria muovendo dal caso esemplare costituito dal romanzo „minore‟ di un au- tore siciliano noto soprattutto per aver scritto un grandissimo romanzo che pochissimi, però, ancora oggi riescono a leggere: Horcynus Orca.

55 Giorello 2005: 39.

CAPITOLO 1

HATSHEPSUT E L‟OCCIDENTE

Dopo circa vent‟anni di oblìo, nel marzo 2006 è stato riedito da Rizzoli Cima delle nobildon- ne, il secondo e ultimo romanzo del siciliano Stefano D‟Arrigo (1919-1992), pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1985. Con quest‟opera, l‟autore di Horcynus Orca tornava dopo dieci anni di silenzio sfidando i lettori a riconoscerlo identico tra le righe del totalmente altro, perché Cima delle nobildonne è un romanzo che si presenta, rispetto al primo, con tutti i „valori‟ cambiati di segno. Se la mole del primo era smisurata, quella del secondo misura poco più di un decimo di essa; se il testo del primo era straripante e pressoché privo di scansioni, quello del secondo è contenuto entro argi- ni tipografici ben precisi, con doppi cambiamenti di pagina per separare le tre „parti‟ (ciascuna introdotta

da epigrafi a chiave) e singoli cambiamenti di pagina per separare i ventuno „capitoli‟ totali (anche se né le parti né i capitoli sono numerati); se la lingua del primo era una creazione ipertrofica inaudita ottenuta innestando radici dialettali sulla morfologia dell‟italiano, quella del secondo è una prosa cristal- lina, alta e piena di termini specialistici; se la sintassi del primo era sontuosa e vertiginosamente dilatata, quella del secondo è lineare e quasi cronachistica; se la semantica del primo era espressionistica e tortuo- samente allusiva e carica di risonanze a partire per- sino dal livello fonologico del lessico, quella del se- condo è quasi sempre puramente referenziale, anche laddove la narrazione naturalistica sfocia nella vi- sionarietà e nell‟allegoria 56 ; se l‟ambientazione del

56 Naturalmente D‟Arrigo non manca, qua e là, di avvertire im- plicitamente e allusivamente il lettore di avere a che fare pur sempre con l‟autore di Horcynus Orca, e quindi di stare all‟erta e di non fidarsi troppo dell‟apparente linearità espressiva del testo di Cima delle nobildonne. Ecco perché, ogni tanto, il let- tore che abbia nell‟“oreocchio” della memoria la morfologia, il lessico e la sintassi del grande romanzo, riconosce l‟incon- fondibile „voce‟ di D‟Arrigo anche nell‟asettica prosa di Cima delle nobildonne, sia in certe neoformazioni (“stranottati”, p. 7; “ruminarumina”, p. 91; “straluciati”, p. 105, ecc.) sia soprattut- to in certi ritmi del periodo in cui è lo stesso andamento sintat-

primo era limitata a una strettissima porzione geo- grafica e antropologica dell‟Europa meridionale (lo Stretto di Messina, i pescatori), quella del secondo è spostata nell‟estremo Nord dell‟Europa, a Stoccol- ma 57 , dove a darsi convegno sono uomini illustri per

tico a determinare le creazioni morfologiche (procedimento, questo, che ricorre ossessivamente in Horcynus e ne costitui- sce, per così dire, la cifra espressiva). Cfr. ad es. p. 62: «Mattia ne fu sbalordito. Un‟idea come quella venuta a un operatore qual era Belardo, operatore-attore, operattore di razza, non po- teva non sbalordire: lui stesso, quel grande operattore, propo- neva l‟abolizione della sua platea, anche se l‟anfiteatro era lo stesso destinato a scomparire con l‟adozione dei circuiti chiu- si». 57 Questa collocazione geografica del romanzo, prima facie molto strana per uno scrittore „mediterraneo‟, è da collegare forse alla probabile provenienza del misterioso “popolo degli arpioni”, la cui sconfitta ad opera dell‟antichissimo Faraone Narmer è celebrata nel corteo trionfale di Hierakonopolis raffi- gurato nella cosiddetta Paletta di Narmer (in realtà un conteni- tore in ardesia di prodotti cosmetici a due facce, simili alle ta- volozze dei pittori). Come dice Planika ai suoi studenti, nella Paletta «sono graffite le strips che girando dall‟una all‟altra faccia raccontano per immagini il corteo trionfale che 3500 an- ni prima di Cristo si svolse nella città di Hierakonopolis nel Basso Egitto in onore del Faraone Narmer che tornava dalla memorabile vittoria ottenuta sul “popolo degli arpioni”, miste- rioso popolo marinaro, forse scandinavo, vichingo, scapolato

dottrina o per denaro provenienti da tutto il mondo e da tutte le culture (i medici e chirurghi italiani, l‟Emiro del Golfo, l‟ebreo errante boemo-americano luminare di Placentologia, l‟ereditiera americana ve- dova di uno svedese, ecc.); se simboli di Morte e Vi- ta del primo erano rispettivamente un‟Orca gigante- sca e la minuta “cicirella” portata dall‟Orca, simboli di Vita e Morte del secondo sono rispettivamente la Placenta e i Seminomi Killers, cioè “cellule anarchi- che placentari in feto”; se nel primo lo sport (passio- ne di D‟Arrigo) si riduce alle prove tragiche di una regata tra soldati e pezzenti dilettanti, nel secondo assistiamo al giornalistico epicedio di sapore omeri- co sul declino di due leggende americane del base- ball (Babe Ruth) e del football (Y.A. Tittle). E così via.

Questo ruolo apparente di satellite minore svolto da Cima delle nobildonne rispetto al corpo planetario di Horcynus Orca, ha fatto sì che la sua percezione venisse oscurata dal bagliore del primo, e se si considera che quest‟ultimo risulta ancora acce- cante e inavvicinabile per i più, si comprende anche

forse nel Mediterraneo navigando lontano dalla patria non si sa di preciso perché» (p. 20). Cfr. qui, Riferimenti iconografici, fig. 2.

perché il secondo romanzo di D‟Arrigo, che in realtà è uno dei più straordinari capolavori della letteratura del XX secolo, sia rimasto per il grande pubblico ancora più misconosciuto di Horcynus Orca. Forse, però, la riapparizione del romanzo di “Hatshepsut” – il nome del grande Faraone donna della XVIII Dinastia che diede prosperità e splendo- re artistico all‟Egitto e la cui traduzione in italiano è appunto “Cima delle nobildonne” 58 in questi nostri tempi di declino culturale, può segnare l‟inizio della considerazione che merita. Questo “romanzo della placenta” (la Placenta-Hatshepsut, come vedremo), ci spinge infatti a riflessioni così alte e articolate che l‟attuale egemonia politica in Occidente di una con- cezione fondamentalista di stampo neo-spiritua-

58 D‟Arrigo avrebbe voluto intitolare “Hatshepsut” il romanzo, ma l‟editore Mondadori non fu d‟accordo, perché, a suo dire, nessuno avrebbe mai comprato un romanzo con quel titolo (cfr. l‟introduzione di Walter Pedullà, p. XIII). Lo stesso professor Planika progetta da trent‟anni una monografia sulla placenta che non porterà mai a termine e di cui restano solo “l‟idea gra- fica” della copertina, il titolo e il sottotitolo: Hatshepsut (Splendore e miseria della placenta), scritto sopra una riprodu- zione della famosa scultura che ritrae l‟“indomabile fanciulla seduta sul trono dei Faraoni” (p. 29 e p. 33). Cfr. qui, Riferi- menti iconografici, fig. 1.

listico (teo-con in America e clericale in Italia), che pretende di imporre a tutti radici e identità ebraico- cristiane, appare in tutta la sua miseria intellettuale:

nient‟altro che una operazione di ipersemplificazio- ne della storia dell‟Occidente subordinata a scopi di puro colonialismo ideologico di stampo neoguelfo. Con una voce laica che ci giunge da una lon- tananza di appena due decenni, ma che però sembra provenire da un tempo remotissimo se ascoltata dall‟interno dell‟odierno fragore mediatico della chiacchiera astorica e servile intorno a Bush e Ra- tzinger (e ai loro più popolari megafoni ideologici italiani: Oriana Fallaci e Marcello Pera), D‟Arrigo sembra davvero poterci rinfrescare lo spirito ponen- doci di fronte, nel giro di un romanzo di fulminea brevità e rapidità, a tutta la complessa stratificazione della nostra identità di occidentali. Al punto che un intervento di chirurgia plastica e ginecologica in una sala operatoria di Stoccolma per la creazione di una neovagina a una fanciulla araba affetta da ermafrodi- tismo, e una lezione universitaria di placentologia con diapositive raffiguranti la Paletta dell‟antico Fa- raone Narmer, che tra i segni del suo trionfo esibiva la propria placenta mummificata dal padre, risuona- no dell‟eco di una infinità di voci, pratiche e figure

di ogni tempo: dal Creatore biblico alla dea indiana Kalì, dal Pitagora della metempsicosi e del culto del- la scienza all‟Ermafrodito delle metamorfosi ovidia- ne, da Prometeo all‟arte egizia della mummificazio- ne, dal regno di Hatshepsut al Ramo d‟oro di Frazer, dall‟ermetismo antico a quello rinascimentale di Bruno. Per non parlare dell‟episodio della visita di Mattia alla casa di Irina, in cui la polvere del tempo morto immobilizza un mondo di dolori e di orrori privati che per essere compreso in tutte le sue riso- nanze culturali e cultuali richiede uno sguardo ese- getico che sappia estendersi dalla psicoanalisi di Freud indietro fino alle riflessioni sulla morte come prigionìa eterna contenute, come ha recentemente ribadito Giorello 59 , nella saga di Gilgamesh 60 ,

59 Cfr. Giorello 2004: 170-176.

60 Cfr. La saga di Gilgamesh, di Giovanni Pettinato, Milano, Rusconi, 1992, Tavola X, righe 18 e 20, p. 214: “Il prigioniero e il morto come si somigliano l‟un l‟altro!/ (…) l‟„uomo pri- mordiale‟ è un uomo prigioniero”. Alla luce di Frazer 1922:

62-63 (riportato più avanti nel testo) e delle osservazioni di al- cuni studiosi della soteriologia antico-mesopotamica relative a questo passo del Gilgamesh, riportate in Giorello 2004: 241 (note 138 e 139), si potrebbe ragionevolmente affermare che la placenta in formalina scoperta da Mattia nella casa di Irina è

l‟antichissimo poema eroico mesopotamico anteriore persino alla Bibbia, ai poemi indiani e a quelli ome- rici.

Ecco come l‟autore stesso, in una conversa- zione telefonica con Pedullà (da quest‟ultimo ripor- tata nell‟ampio saggio introduttivo che accompagna la nuova edizione del 2006), definiva il romanzo:

«non è un romanzo storico, c‟è anche un po‟ di sto- ria, sì, parecchio Egitto, qualche leggenda ebraica, degli arabi in prima fila, un paio di americani, ma non è la loro storia, semmai la nostra, fatta di ogni nostro passato, compresi loro» (p. VIII). In tal senso, Cima delle nobildonne, che non ha una trama unica, perché si sviluppa per quadri visionari apparente- mente privi di sutura ma intimamente legati da fittis- simi rimandi mitici, simbolici e persino onirici (che qui potremo esplicitare solo in parte), è il romanzo della Memoria, di ogni memoria, da quella biologi- co-genetica a quella mitica, da quella storica a quella individuale e psichica. Ed è solo al fondo del pazien- te lavoro di decifrazione del mosaico culturale in es- so disseminato che il lettore vede un riflesso di se stesso, ovvero della propria identità di occidentale,

una perfetta „rappresentazione‟ magico-totemica di questo “uomo primordiale” prigioniero della morte.

prodotto estremo di una vicenda millenaria e plurima di storie, miti e archetipi, la cui “abbondanza”, para- frasando l‟ultimo Feyerabend 61 , è nostro compito ri- conquistare e custodire contro l‟imperante tentativo di ridurci a “opera mutilata” (come il placentologo del romanzo) da parte di chi ha occhi solo per vedere l‟uomo a una dimensione. Quella ebraico-cristiana, appunto.

61 Cfr. Feyerabend 1999. Per una coincidenza oltremodo singo- lare, in questo libro postumo, e in particolare nel quarto capito- lo della prima parte, intitolato “Brunelleschi e l‟invenzione del- la prospettiva”, Feyerabend riporta e discute brevemente, tra l‟altro, il recto della Peletta di Narmer per sottolineare il carat- tere “animato”, cioè figurativamente ricco (in contrapposizione a certe astratte e matematiche stilizzazioni delle estetiche dell‟arte figurativa successiva), del falco-simbolo del Faraone (cfr. Feyerabend 1999: 127-128). Il verso della Paletta, invece, illustrato fumettisticamente e con l‟ausilio di diapositive da Planika nella sua prima lezione di Placentologia, è il nucleo ispiratore di Cima delle nobildonne (cfr. soprattutto pp. 17-23 e

89).

CAPITOLO 2

PITAGORA E IL MAGICO NUMERO SETTE PER TRE

«Il mio problema sta in questo: un numero mi perseguita. Da sette anni questo numero mi segue ovunque, si infila nelle mie faccende più strettamen- te private, mi balza addosso dalle pagine dei giorna- li. Questo numero assume una quantità di travesti- menti: si presenta ora più grande, ora più piccolo del normale, pur non alterandosi mai tanto da essere ir- riconoscibile. La costanza con cui questo numero mi affligge è ben diversa da un fatto casuale. Alla base di tutto c‟è una precisa intenzione, qualche norma che ne comanda le apparizioni». Così ironizzava G. Miller nel suo famoso articolo del 1956 sul “magico numero sette più o meno due”, il numero proprio della memoria cognitiva umana (a breve termine) che esprime il limite, da lui scoperto, della capienza

del nostro memory span nel processo di elaborazione simultanea di „pezzi‟ (chunks) di informazioni. Qualcosa di simile mi accade ogni volta che penso a Cima delle nobildonne, perché in esso il 7 e il 3, due numeri ben noti a ogni numerologia, da quella pita- gorica a quella ebraico-cristiana, fino a quella magi- co-ermetica, sembrano spuntare da tutte le parti e a ogni livello, dal dettaglio testuale minimo alla stessa articolazione strutturale generale del romanzo 62 .

62 Forse è qui il caso di rilevare che i principali „fatti della pla- centa‟ si svolgono nell‟arco di alcuni giorni del mese di giugno del… ‟73 (ad eccezione di un‟analessi sulla prima lezione di Placentologia, avvenuta un anno prima, e su un ulteriore incon- tro tra Planika e gli studenti, due mesi dopo la prima lezione, cui sono dedicati i capp. 2 e 3 della prima parte, pp. 17-33). L‟anno non è mai indicato esplicitamente, ma può essere fa- cilmente dedotto, perché sappiamo che Planika e il fratello so- no nati il 15 ottobre 1913 (cfr. p. 93 e p. 95) e che Planika muore a sessant‟anni (cfr. p. 95 e p. 113). Per quanto riguarda

il mese, esso è esplicitamente menzionato (ad es. a p. 73). Per

stabilire i giorni bisogna fare invece dei riferimenti incrociati tra i diversi e slegati episodi narrati sulla base delle pochissime coordinate temporali fornite da D‟Arrigo. Facendo un po‟ di conti, si può con ogni probabilità stabilire che i fatti vanno da

un venerdì (giorno in cui un allievo comunica accidentalmente