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Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – Indice

Letterature dell’antica Mesopotamia


- Testi in traduzione
Abbreviazioni/leggenda

... passo incomprensibile


[...] passo in rottura
§... riferimento al capitolo nel volume in cui il testo è stato discusso
lit. traduzione letterale del termine
var. variante
o: traduzione alternativa
r. recto
v. verso
i/ii/iii/... numero della colonna o della tavoletta

Sommario

1.  Vicende divine 1


  t1.1. Enki e Ninmah 1
   t1.2.  Discesa di Inanna / Ištar 5
Versione sumerica 5
Versione accadica 15
  t1.3. Atra-hasīs 18
Introduzione: il lavoro e la ribellione degli dèi minori 18
La creazione dell’uomo 19
  t1.4. Nergal ed Ereškigal 21
Versione da el Amarna 21
   t1.5.  Il matrimonio di Martu 23
2.  Gesta dei re 27
   t2.1.  Enmerkar e il signore di Aratta 27
Introduzione 27
Il viaggio del messaggero ad Aratta 28
L’invenzione della lettera e l’ultimo messaggio al signore di Aratta 29
  t2.2. Gilgameš e Huwawa 30
Versione A 30
   t2.3.  La leggenda della nascita di Sargon ovvero La saggezza di Sargon 35
   t2.4.  La leggenda kuthea o Narām-Sîn e le orde nemiche 37
   t2.5.  Il «codice» di Hammu-rāpi 41
Prologo 41
3.  L’uomo si rivolge al dio 43
   t3.1.  Inno a Enlil (Enlil A) 43
  t3.2. Dumuzi e Inanna 47
La preparazione all’incontro (Dumuzi e Inanna C, 3-18) 47
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – Indice

Dialogo tra una giovane e il suo uomo (Dumuzi e Inanna D) 47


   t3.3.  Inno del re Šulgi (Šulgi A) 48
   t3.4.  Inno a Ištar di Ammī-ditāna 50
   t3.5.  Inno acrostico di Assurbanipal a Marduk 52
   t3.6.  Grande inno a Šamaš 54
   t3.7.  Preghiere a mano alzata (šu’ila) accadiche 59
A Nabû 59
A Sîn 60
   t3.8.  Lettera di Inanna-ka a Nintinuga 61
   t3.9.  Lettera al dio della mia famiglia 62
   t3.10. Lettera di Ur-Utu ad Annunītu 62
4.  La riflessione sulla vita 64
  t4.1. Giusto sofferente (Ludlul bēl nēmeqi) 64
   t4.2.  Dialogo del pessimismo (Arad mitanguranni) 74
  t4.3. Diatriba contro Engar-dug 76
5. Altro 78
   t5.1.  Elegia (neo-assira) per la giovane sposa morta di parto 78
   t5.2.  Iscrizione dedicatoria di un cane per Nintinuga 79
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.1

1. Vicende divine

t1.1 Enki e Ninmah


§2.1.3

In (quei) giorni lontani, nei giorni in cui il cielo dalla sua terra fu separato,
in (quelle) notti lontane, nelle notti in cui il cielo dalla sua terra fu separato,
[in (quegli) anni lontani], negli anni in cui i destini furono [stabiliti],
quando gli Anunna furono generati,
5 quando le dee furono prese in matrimonio,
quando le dee furono assegnate in cielo e terra,
quando le dee [...] divennero gravide e generarono,
quando gli dèi [...] le razioni di cibo [...] ai banchetti legarono.
Gli dèi maggiori presiedevano al lavoro, gli dèi minori sopportavano la fatica.
10 Gli dèi (minori) scavavano canali, ammonticchiando la terra di riporto nel Harali 1 ,
gli dèi mugugnavano (e) si lamentavano della loro vita.
A quel tempo, il saggio, il creatore dei numerosi dèi esistenti,
Enki, nell’abisso profondo, nelle acque sotterranee, il luogo il cui interno nessun
dio può descrivere,
nel suo letto era steso e dormiva.
15 Gli dèi si lamentavano e dicevano: «È a causa sua se ci lamentiamo!».
A colui che era disteso a dormire e riposava nel suo letto,
Namma, la madre, prima tra quelle che avevano generato tutti gli dèi numerosi,
riferì a suo figlio la lamentela degli dèi:
«Tu stai davvero steso a riposare
20 [… e non] ti alzi!
Gli dèi, tue creature, sono sottomessi al lavoro e continuano ad accumulare (terra).
Figlio mio, alzati dal tuo letto per cercare la saggezza (derivante) dalla tua perspicacia
e creare un sostituto per gli dèi affinché essi possano essere sollevati dalla loro fatica».
Al discorso di sua madre Namma Enki si alzò dal suo letto
25 e in Hal-an-kug, il luogo dove prende consiglio, si batteva il fianco (con stizza).
Il sapiente, esaminando [...] che crea con sapienza, (creatore) della forma di ogni
cosa che esiste, fece apparire SIG-EN e SIG-HI,
Enki vi stese (sopra) il suo braccio e rifletteva.
Enki, colui che plasma la forma per proprio conto, dopo aver riflettuto,
disse a sua madre Namma:

1
  Uno dei nomi degli Inferi.
2 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.1

30 «Madre mia, la creatura che tu avevi pensato, veramente esisterà! Imponi (su di lui)
il cesto di lavoro degli dèi!
Dopo che tu avrai impastato il cuore dell’argilla (presa) dalla parte superiore dell’a-
bisso (abzu),
SIG-EN e SIG-HI ... l’argilla. Dopo che tu avrai fatto esistere la forma,
Ninmah possa operare come tua aiutante e
Ninimma, Šuzi’ana, Ninmada, Ninbarag,
35 Ninmug, ŠAR.ŠAR.GABA, Ninguna,
possano assisterti mentre partorisci!
Madre mia, dopo che proprio tu avrai stabilito il destino (dell’uomo), Ninmah gli
imponga il cesto del lavoro!».
[…] fece, l’umanità […]
[…] l’umanità […]
40 […] ... […]
[…] il tuo creare ... il banchetto ... latte
[…] ... luce sollevò ... l’umanità […]
[…] ... nel giardino sparse, purificò la nascita.
Enki ... il lavoro ... portare, era gioioso.
45 Per sua madre Namma e per Ninmah preparò un banchetto.
Tutte le principesche SIG-EN e SIG-HI destino (?) mangiarono canne di prima
qualità e pane.
An, Enlil e il Signore Nudimmud (Enki) cucinarono dei capri magnifici.
Gli dèi maggiori lodarono (Enki, dicendo):
«Signore dall’ampio intendimento, chi è (così) saggio?
50 Grande signore Enki, riguardo a ciò che tu hai fatto, chi è alla (tua) altezza?
Come un padre che ha generato, per stabilire i ME, tu proprio sei il ME!».
Enki e Ninmah bevevano birra ed erano ebbri.
Ninmah si rivolse allora a Enki:
«La forma fisica per l’umanità può essere buona o cattiva
55 ed è dal mio umore che dipende un destino favorevole o meno!».
Enki rispose a Ninmah:
«In realtà io posso riequilibrare il destino che scegli in cuor tuo!».
(Allora) Ninmah prese nella sua mano l’argilla dalla parte superiore dell’abzu.
Per primo fece un uomo che non riusciva a piegare le mani aperte;
60 Enki dopo aver guardato l’uomo che non riusciva a piegare le mani aperte
decretò il suo destino: sarebbe stato al capo del re.
Per secondo (Ninmah) fece un uomo cieco (lit. che rimandava la luce);
Enki dopo aver guardato il cieco,
decretò il suo destino: fu assegnato all’arte del canto,
65 [...] – capo dello strumento ušumgal, sarebbe stato al cospetto del re.
Per terzo (Ninmah) [fece] un uomo con i piedi paralizzati (che non poteva) cammi-
nare;
Enki dopo aver guardato l’uomo con i piedi paralizzati (che non poteva) camminare,
lavoro […] artigiano dell’argento, la sua aura ....
(Var. in un manoscritto:
per terzo (Ninmah) [fece un uomo], nato idiota;
Enki dopo aver guardato l’uomo, nato idiota,
3 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.1

decretò il suo destino: sarebbe stato presso il capo del re.)


Per quarto (Ninmah) fece un uomo che perdeva urina (o: sperma);
70 Enki dopo aver guardato l’uomo che perdeva urina
lo fece bagnare in acqua incantata e fece uscire il demone Namtar dal suo corpo.
Per quinto (Ninmah) fece una donna che non poteva generare;
Enki dopo aver guardato la donna che non poteva generare,
decretò il suo destino: avrebbe lavorato nella “casa delle donne” (var.: ... tessitrice,
la fece per stare nella “casa delle donne”!).
75 Per sesto (Ninmah) fece un uomo il cui corpo non aveva pene né vagina,
Enki dopo aver guardato l’uomo il cui corpo non aveva pene né vagina
avendogli dato per nome “Nippur-tiru 2”
gli assegnò per destino di stare al cospetto del re!
Ninmah (var.: Enki) lasciò cadere per terra l’argilla (che aveva) in mano e calò un
silenzio mortale.
80 Il grande signore Enki si rivolse allora a Ninmah:
«Agli uomini da te creati un destino è stato assegnato e sono stati provvisti del pane 3 .
Orsù, ora sarò io a creare e tu assegnerai un destino a ciò che creerò!».
Enki fece una forma ... il capo, una bocca nel mezzo,
si rivolse a Ninmah:
85 «Versa lo sperma eiaculato nel grembo di una donna e questa donna genererà dallo
sperma nel suo grembo».
Ninmah assistette […] al parto
e quella donna in quello (stesso) giorno … partorì (lit. fece cadere) ciò che aveva in
grembo.
In sostanza questo era l’umul 4: il suo capo era malato, le sue tempie erano malate, i
suoi occhi erano malati, il suo collo era malato,
respirava a fatica, le costole erano schiacciate, i polmoni erano malati, il suo interno
era malato, le sue interiora erano malate,
90 le sue mani non riuscivano a portare il cibo alla bocca a causa della testa ciondolan-
te, la spina dorsale non era attaccata alla testa,
le spalle cadenti e i piedi piatti non (gli permettevano di) camminare nel prato – co-
sì lo fece (Enki).
Allora Enki disse a Ninmah:
«Agli uomini da te creati un destino è stato assegnato e sono stati provvisti del
pane
tocca a te ora assegnare un destino e provvedere del pane l’essere che io ho creato!».
95 Ninmah guardò l’umul e si girò verso di lui,
si avvicinò all’umul, lo interrogò, ma esso non sapeva parlare,
gli offrì del cibo da mangiare, ma esso non poteva reggere (il cibo),
non poteva stare steso su …,
non poteva stare in piedi, non stava steso, non poteva […], non mangiava cibo.
100 Ninmah [disse] a Enki:
«L’essere da te creato non è né vivo né morto, non può sostenersi da solo!».

2
  Termine da tradurre forse come “cortigiano” o “eunuco”.
3
  Ovvero hanno ricevuto una mansione mediante cui possono guadagnarsi da vivere.
4
  Il nome dell’essere è generalmente inteso come “il mio giorno è lontano”.
4 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.1

Enki rispose a Ninmah:


«All’uomo con le mani paralizzate ho assegnato un destino e l’ho provvisto del pane,
al cieco ho assegnato un destino e l’ho provvisto del pane,
105 all’uomo che aveva i piedi paralizzati ho assegnato un destino e l’ho provvisto del pane,
all’uomo che perdeva urina ho assegnato un destino e l’ho provvisto del pane,
alla donna che non poteva generare ho assegnato un destino e l’ho provvista del pane,
all’essere che non aveva né pene né vagina ho assegnato un destino e l’ho provvisto
del pane,
sorella mia […]
110-121 […]
«(seguito della risposta di Ninmah:) […] tu sei entrato
ora, tu non risiedi in cielo, tu non risiedi sulla terra, tu non levi lo sguardo andando
in giro nel paese,
sulla terra dove tu non risiedi e dov’è costruito il mio tempio la tua parola non è nota,
125 sulla terra dove tu non vivi e dov’è costruita la mia città i miei possedimenti giac-
ciono in un silenzio mortale,
la mia città è in rovina, il mio tempio è distrutto, i miei cittadini (lit. figli) sono stati
fatti prigionieri,
io (stessa) sono una fuggitiva scappata dall’Ekur,
persino io non posso sfuggire alla tua mano!».
Enki rispose a Ninmah:
130 «La parola che pronunci, chi potrebbe mutarla?
L’umul che […] allontana dal tuo grembo …
o Ninmah, possa la tua opera essere manifesta, … per me ciò che non è perfetto –
chi può eguagliare questo?
Sia lodato l’essere di cui io ho creato la forma e tu successivamente (hai generato),
sia oggi lodato il mio pene, vi sia il riconoscimento della tua saggezza!
135 Enkum e Ninkum
quando … […] possano proclamare la tua gloria!
O sorella mia, la forza del mio eroismo […]
canto […] … […]
il dio che nella sua saggezza ha creato l’umul […] sia fatta la mia casa/tempio […]!».
140 Ninmah non può eguagliare il grande signore Enki.
Padre Enki dolce è lodarti.
5 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

t1.2 Discesa di Inanna / Ištar


§2.2.2

Versione sumerica

Dal grande cielo alla Vasta Terra 5 rivolse la sua attenzione (lit.: orecchio),
la dea dal grande cielo alla Vasta Terra rivolse la sua attenzione,
Inanna dal grande cielo alla Vasta Terra rivolse la sua attenzione.
La mia signora abbandonò il cielo, abbandonò la terra, scese negli Inferi,
5 Inanna abbandonò il cielo, abbandonò la terra, scese negli Inferi.
Abbandonò la carica dell’en, abbandonò la carica del lagar, scese negli Inferi,
abbandonò in Uruk l’Eanna, scese negli Inferi,
abbandonò in Badtibira l’Emuškalama, scese negli Inferi,
abbandonò in Zabalam il Giguna, scese negli Inferi,
10 abbandonò in Adab l’Ešarra, scese negli Inferi,
abbandonò in Nippur il Baraĝdurĝara, scese negli Inferi,
abbandonò in Kiš il Hursaĝkalama, scese negli Inferi,
abbandonò in Agade l’E’ulmaš, scese negli Inferi,
(un manoscritto aggiunge:
abbandonò in Umma l’Ibgal, scese negli Inferi,
abbandonò in Ur l’Edilmuna, scese negli Inferi,
abbandonò in Kisiga l’Amašekug, scese negli Inferi,
abbandonò in Ĝirsu l’E’ešdamkug, scese negli Inferi,
abbandonò in Isin l’Ešegmešedu, scese negli Inferi,
abbandonò in Akšak l’Anzagar, scese negli Inferi,
abbandonò in Šuruppag il Niĝinĝarkug, scese negli Inferi,
abbandonò in Kazallu l’Ešahula, scese negli Inferi.)
Si legò i sette ME al fianco,
15 raccolse i ME e li strinse nella sua mano,
con i ME in suo possesso si avviò.
Si pose in testa il turbante, corona della steppa,
pose sulla fronte il hili (parrucca?),
circondò il collo con (una collana di) piccole perle di lapislazzuli,
20 perle ovali doppie sistemò sul suo petto,
il pala, la veste della sua signorilità, indossò sulle spalle,
truccò gli occhi con il belletto «che venga, venga un uomo!»,
appuntò la fibula tuditum «vieni, vieni uomo!»,
intorno alle mani mise bracciali d’oro,
25 tenne in mano la barra e la corda per misurare di lapislazzuli.
Inanna si avviò verso gli Inferi,
e il suo ministro, Nin-šubur, le andava dietro,
la santa Inanna parlò al suo ministro Nin-šubur:
«Vieni, mio giusto ministro dell’Eanna,

5
  Epiteto degli Inferi.
6 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

30 mio ministro dalle parole buone,


mio cavaliere dalle salde parole,
(un manoscritto invece delle linee 30-31 ha:
darò istruzioni, che si seguano,
darò un ordine, che si obbedisca!)
Oggi scenderò negli Inferi,
quando sarò arrivata agli Inferi,
piangi per me sui monticoli,
35 suona il tamburo šem per me nell’assemblea,
fai il giro dei templi degli dèi per me!
Graffiati gli occhi, graffiati il naso,
(un manoscritto aggiunge:
graffiati le orecchie per me, in pubblico,)
in privato graffiati le natiche,
come colui che non ha nulla (povero) vestiti di una sola veste.
40 Nell’Ekur, il tempio di Enlil, poni il tuo piede da solo,
(quando) sarai entrato nell’Ekur, il tempio di Enlil,
davanti a Enlil versa le tue lacrime:
“Padre Enlil, non … che negli Inferi … tua figlia,
non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
45 non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …”.
Se Enlil non ti aiuterà a queste parole, recati a Ur,
nell’Emudkura in Ur,
50 entra nell’Ekišnugal di Nanna,
davanti a Nanna versa le tue lacrime:
“Padre Nanna, non … che negli Inferi … tua figlia,
non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
55 non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …”.
Se Nanna non ti aiuterà a queste parole, recati a Eridu,
in Eridu, il tempio di Enki, entra,
davanti a Enki versa le tue lacrime:
60 “Padre Enki, non … che negli Inferi … tua figlia,
non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …”.
65 Il padre Enki, signore dalla grande saggezza,
conosce la pianta della vita, conosce l’acqua della vita,
egli mi farà vivere!»
Mentre Inanna andava verso gli Inferi,
il suo ministro Nin-šubur le andava dietro,
70 e al suo ministro Nin-šubur disse (infine):
«Va ora, Nin-šubur, fa attenzione
7 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

e obbedisci all’ordine che ti ho dato!».


Inanna si avvicinò al palazzo di Ganzir 6 ,
alla porta degli Inferi bussò con violenza,
75 e gridò con voce potente al portone degli Inferi:
«Apri la casa! Portiere, apri la casa!
Apri la casa! Neti, apri la casa! Io sono sola (o: da sola) e voglio entrare!».
Neti, il gran portiere degli Inferi,
rispose alla santa Inanna:
80 «Chi sei tu?»
«Sono Inanna, che va a Est»
«Se tu sei Inanna, che va a Est,
perché sei venuta al “Paese da cui non si torna”?
Con che intenzione hai intrapreso la strada da cui non si può tornare?».
85 La santa Inanna rispose:
«(Poiché) alla mia santa sorella grande (maggiore?) Ereškigal,
suo marito, il signore Gugalanna, è morto,
per essere presente ai suoi riti funebri,
versare grandemente birra durante i suoi riti funebri, questa è (la ragione)!».
90 Neti, il gran portiere degli Inferi,
rispose alla santa Inanna:
«Aspetta, Inanna! Parlerò con la mia signora.
Parlerò con la mia signora Ereškigal e le riferirò le tue parole».
Neti, il gran portiere degli Inferi,
95 alla sua signora Ereškigal,
entrato nel suo palazzo, parlò:
«Mia signora, c’è una giovane sola,
Inanna, tua sorella, si è avvicinata al palazzo di Ganzir,
alla porta degli Inferi ha bussato con violenza
100 e ha gridato con voce potente al portone degli Inferi.
Ha abbandonato l’Eanna ed è scesa negli Inferi
si è legata i sette ME,
ha raccolto i ME e li ha stretti nella sua mano,
con i ME in suo possesso è partita.
105 Si è posta sulla sua testa il turbante, corona della steppa,
si è posta sulla sua fronte il hili (parrucca?),
ha circondato il suo collo con (una collana di) piccole perle di lapislazzuli,
perle ovali doppie ha sistemato sul suo petto,
il pala, la veste della sua signorilità, ha indossato sulle sue spalle,
110 ha truccato i suoi occhi con il belletto «che venga, venga un uomo!»,
ha appuntato sul suo petto la fibula tuditum «vieni, vieni uomo!»,
intorno alle mani ha messo bracciali d’oro,
tiene nella sua mano la barra e la corda di lapislazzuli per misurare».
Allora Ereškigal si batté il fianco (in segno di stizza),
115 si morse il labbro, meditò un’idea (lit.: la parola all’interno si avvicinò),

6
  Uno dei nomi degli Inferi.
8 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

parlò a Neti, il suo gran portiere:


«Va’, Neti, mio gran portiere degli Inferi,
e obbedisci all’ordine che ti do!
Si chiudano i sette chiavistelli dei portoni degli Inferi,
120 solo l’anta (della porta) del palazzo del Ganzir resti aperta!
Mentre lei entra
prenderai la veste che si toglie mentre si piega (per entrare)».
Neti, il gran portiere degli Inferi,
fece attenzione,
125 chiuse i sette chiavistelli dei portoni degli Inferi,
aprì solamente l’anta (della porta) del palazzo del Ganzir,
parlò alla santa Inanna:
«Vieni, Inanna, entra!».
Quando Inanna entrò,
(Un manoscritto aggiunge:
Si prese dalla sua mano la barra e la corda di lapislazzuli per misurare,
mentre passava dal primo portone.)
130 Si prese dalla sua testa il turbante, corona della steppa.
«Che significa ciò?» (disse Inanna).
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!» (rispose il portiere).
Mentre passava dal secondo portone,
135 si prese dal suo collo (la collana di) piccole perle di lapislazzuli,
«Che significa ciò?»,
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre passava dal terzo portone,
140 si prese dal suo petto le perle ovali doppie,
«Che significa ciò?»
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre passava dal quarto portone,
145 si prese dal suo petto la fibula tuditum «vieni, vieni uomo!»,
«Che significa ciò?»
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre passava dal quinto portone,
150 si presero dalle sue mani i bracciali d’oro,
«Che significa ciò?»
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre passava dal sesto portone,
155 si prese dalla sua mano la barra e la corda di lapislazzuli per misurare.
«Che significa ciò?»
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre passava dal settimo portone,
9 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

160 si prese dalle sue spalle il pala, la veste della sua signorilità,
«Che significa ciò?»
«Zitta, Inanna! Un ME degli Inferi è stato compiuto.
Inanna, non contestare le leggi degli Inferi!».
Mentre si piegava (per passare) le presero le vesti che si toglieva.
165 Sua sorella si alzò dal suo trono,
e al suo posto si sedette lei sul trono.
Gli Anunna, i sette giudici, emisero di fronte a lei una sentenza,
la fissarono – era uno sguardo di morte,
le parlarono – era una parola di malattia del corpo,
170 le gridarono contro – era un grido di grande odio,
la donna malata fu trasformata in un cadavere
e il cadavere fu appeso a un gancio.
Dopo che trascorsero tre giorni e tre notti,
il suo ministro Nin-šubur,
(Un manoscritto aggiunge:
il suo ministro dalle parole buone,
il suo cavaliere dalle salde parole,)
175 rivolse la sua attenzione agli ordini della sua signora
(var.: alle sue istruzioni non fu negligente ed eseguì gli ordini che le aveva dato,)
pianse per lei sui monticoli,
suonò il tamburo šem nell’assemblea,
fece il giro dei templi degli dèi per lei,
graffiò i suoi occhi, graffiò il suo naso,
180 in privato graffiò le sue natiche,
come colui che non ha nulla si vestì di una sola veste.
Nell’Ekur, il tempio di Enlil, pose il suo piede da solo,
entrato nell’Ekur, il tempio di Enlil,
davanti a Enlil versò le sue lacrime:
185 « Padre Enlil, non … che negli Inferi … tua figlia,
non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …».
190 Il padre Enlil, infuriato, rispose a Nin-šubur:
«Mia figlia ha desiderato il grande cielo, ha desiderato la grande terra,
Inanna ha desiderato il grande cielo, ha desiderato la grande terra,
i ME degli Inferi sono ME che non si possono desiderare, se si desiderano allo stes-
so modo si resta (imprigionati) agli Inferi,
chi, raggiunto quel luogo, può sperare (forse) di risalire!».
195 Il padre Enlil non l’aiutò, si recò a Ur,
nell’Emudkura in Ur,
entrato nell’Ekišnugal di Nanna,
davanti a Nanna versò le sue lacrime:
«Padre Nanna, non … che negli Inferi … tua figlia,
200 non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
10 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …”.
Il padre Nanna, infuriato, rispose a Nin-šubur:
205 «Mia figlia ha desiderato il grande cielo, ha desiderato la grande terra,
Inanna ha desiderato il grande cielo, ha desiderato la grande terra,
i ME degli Inferi sono ME che non si possono desiderare, se si desiderano allo stes-
so modo si resta (imprigionati) agli Inferi,
chi, raggiunto quel luogo, può sperare (forse) di risalire!».
Il padre Nanna non l’aiutò, si recò a Eridu,
210 entrato a Eridu il tempio di Enki,
davanti a Enki versò le sue lacrime:
«Padre Enki, non … che negli Inferi … tua figlia,
non lasciare che il tuo prezioso metallo si mischi alla polvere degli Inferi,
non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli sia sbozzato con le pietre dello scalpellino,
215 non lasciare che il tuo bosso sia tagliato con il legno del carpentiere,
non lasciare che negli Inferi, la giovane, Inanna …».
Il padre Enki rispose a Nin-šubur:
«Cos’ha fatto mia figlia? Io sono preoccupato!
Cos’ha fatto Inanna? Io sono preoccupato!
220 Cos’ha fatto la signora di tutti i paesi? Io sono preoccupato!
Cos’ha fatto la nugig celeste? Io sono preoccupato!»
(un manoscritto aggiunge: Il padre Enki l’aiutò,)
prese dello sporco da (sotto) la sua unghia e creò il kurĝara,
prese dello sporco da (sotto) la sua unghia per la seconda volta e creò il galatur,
al kurĝara diede la pianta (cibo) della vita,
225 al galatur diede l’acqua di vita.
Il padre Enki parlò al galatur e al kurĝara:
(var.: «Uno di voi verserà su di lei l’acqua di vita, l’altro la pianta di vita»)
«Andate e avviatevi verso gli Inferi,
volate attraverso la porta come una mosca,
ruotate la ralla come un demone (vento),
230 la madre che genera, che per i figli
sta distesa, Ereškigal,
dalla sua santa spalla il lino (o: una veste di lino) non la copre,
il suo petto non è lungo come la fiasca,
il suo dito è su di lei come un’ascia,
235 i suoi capelli come porri sulla sua testa si raccolgono.
Al suo dire “Oh, il mio interno”,
voi direte “Tu sei stanca, mia signora. Ah, il tuo interno!”.
Al suo dire “Oh, il mio esterno”
voi direte “Tu sei stanca, mia signora. Ah, il tuo esterno!”.
240 “Chi siete voi?
parlate dal mio interno al tuo interno, dal mio esterno al tuo esterno,
siate voi divinità, che io parli con voi,
siate voi uomini, che io assegni un buon destino”,
fatele allora fare un giuramento per il cielo e un giuramento per la terra.
245 […]
11 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

Vi offriranno acqua quanto un fiume, non accettate!


Vi offriranno un campo di orzo, non accettate!
“Dacci il cadavere che pende dal gancio” direte,
“Il cadavere è la vostra signora!” (risponderà Ereškigal e voi direte)
250 “Che sia quella di un re, che sia quella di una regina, daccela!”.
Vi darà il cadavere che pende dal chiodo,
Uno verserà l’acqua della vita, l’altro l’erba della vita,
che Inanna risorga!».
Il galatur e il kurĝara prestarono attenzione agli ordini di Enki,
255 volarono attraverso la porta come una mosca,
ruotarono la ralla come un demone (vento).
La madre che genera, che per i figli
sta distesa, Ereškigal,
dalla sua santa spalla il lino (o: una veste di lino) non la copre,
260 il suo petto non è lungo come la fiasca,
il suo dito è su di lei come un’ascia,
i suoi capelli come porri sulla sua testa si raccolgono,
al suo dire «Oh, il mio interno»,
dissero «Tu sei stanca, mia signora. Ah, il tuo interno!».
265 Al suo dire «Oh, il mio esterno»
dissero «Tu sei stanca, mia signora. Ah, il tuo esterno!».
«Chi siete voi?
parlate dal mio interno al tuo interno, dal mio esterno al tuo esterno,
siate voi divinità, che io parli con voi,
270 siate voi uomini, che io assegni un buon destino»,
le fecero fare un giuramento per il cielo e un giuramento per la terra.
[…]
Gli offrirono acqua quanto un fiume, non accettarono!
Gli offrirono un campo di orzo, non accettarono!
275 «Dacci il cadavere che pende dal gancio» dissero.
La santa Ereškigal rispose al galatur e al kurĝara:
«Il cadavere è la vostra signora!».
«Che sia quella di un re, che sia quella di una regina, daccela!».
(Ereškigal) diede loro il cadavere che pendeva dal chiodo.
280 Uno versò l’acqua della vita, l’altro l’erba della vita,
Inanna si risorse.
Ereškigal parlò al galatur e al kurĝara:
«Prendete la vostra signora, […]».
Inanna, per ordine di Enki, dagli Inferi risalì,
285 mentre Inanna stava per risalire,
gli Anunna la bloccarono:
«Chi è colui che è potuto risalire dagli Inferi, risalire dagli Inferi incolume?
Se Inanna risale dagli Inferi,
dia in cambio uno che la sostituisca!».
290 Mentre Inanna risaliva dagli Inferi,
quello davanti a lei non era un ministro, (ma) reggeva uno scettro,
quello dietro a lei non era un cavaliere, (ma) aveva legata un’arma al suo fianco,
12 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

i piccoli galla come un recinto di canne,


i grandi galla come una barriera di canne ai suoi lati la scortavano.
295 Quelli che la scortavano,
quelli che scortavano Inanna,
non conoscevano cibo, non conoscevano acqua,
non mangiavano le offerte di farina,
non bevevano le libagioni d’acqua,
300 non accettavano doni – una cosa gradevole,
non godevano dell’abbraccio di una donna – una cosa gradevole,
non avevano bambini da baciare,
(ma) separavano la sposa dall’abbraccio del marito,
levavano il figlio dalle ginocchia dell’uomo,
305 facevano andar via la donna dalla casa del marito,
(un manoscritto invece delle linee 300-305 ha:
prendevano la donna dall’abbraccio del marito,
prendevano il bambino dal seno pendente della nutrice,)
(un manoscritto aggiunge:
non schiacciavano l’aglio, una cosa amara,
essi non mangiavano pesce, non mangiavano porro,
essi accompagnavano Inanna.)
Mentre Inanna risaliva dagli Inferi,
Nin-šubur cadde ai suoi (di Inanna) piedi presso le porte di Ganzir,
stette nella polvere, si vestì di una veste sporca.
I demoni galla alla santa Inanna parlarono:
310 «Inanna, va alla tua città, porteremo via lui!».
La santa Inanna rispose ai galla:
«Il mio ministro dalle parole buone,
il mio cavaliere dalle salde parole,
le mie istruzioni non ha disatteso,
315 all’ordine che gli ho dato ha obbedito:
ha pianto per me sui monticoli,
ha suonato il tamburo šem per me nell’assemblea,
ha fatto il giro dei templi degli dèi per me,
si è graffiato gli occhi, si è graffiato il naso,
(un manoscritto aggiunge:
si è graffiato le orecchie per me, in pubblico)
320 si è graffiato le natiche, in privato,
come colui che non ha nulla (povero) si è vestito di una sola veste.
Nell’Ekur, il tempio di Enlil,
in Ur, il tempio di Nanna,
in Eridu, il tempio di Enki,
325 ha posto il suo piede da solo!
(un manoscritto aggiunge:
Davanti a Enki ha versato lacrime.)
Egli mi ha fatto vivere,
come potrei darvelo?
Proseguiamo in Umma, proseguiamo allo Šegkuršaga».
13 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

In Umma, presso lo Šegkuršaga


330 Šara cadde ai suoi (di Inanna) piedi,
stette nella polvere, si vestì di una veste sporca.
I galla alla santa Inanna parlarono:
«Inanna, va alla tua città, porteremo via lui!».
La santa Inanna rispose ai galla:
335 «Šara è il cantore,
il mio estetista e il mio parrucchiere.
come potrei darvelo?
Proseguiamo in Badtibira, proseguiamo all’Emuškalama ».
In Badtibira, presso l’Emuškalama
340 Lulal cadde ai suoi (di Inanna) piedi,
stette nella polvere, si vestì di una veste sporca.
I galla alla santa Inanna parlarono:
«Inanna, va alla tua città, porteremo via lui!».
La santa Inanna rispose ai galla:
345 «Lulal, che esce alla mia destra, il cui fianco forte accompagna la mia sinistra,
come potrei darvelo?
Proseguiamo, andiamo al grande melo nella piana di Kullab».
Si incamminarono verso il grande melo nella piana di Kullab.
Dumuzi era vestito di una veste preziosa, magnificamente seduto su di un podio.
350 I galla afferrarono i suoi fianchi,
versarono le sette fiasche con il latte,
sette come … colpirono il suo capo,
non permisero ai pastori di suonare davanti a lui il flauto gigid e gidida.
(Inanna) lo fissò – era uno sguardo di morte,
355 lei gli parlò – era una parola venefica,
lei gli gridò – era un grido d’accusa,
«Per quanto? Prendetelo!».
La santa Inanna consegnò il pastore Dumuzi nelle loro mani,
quelli che erano venuti per accompagnarla,
360 scortarono Dumuzi,
non conoscevano cibo, non conoscevano acqua,
non mangiavano le offerte di farina,
non bevevano le libagioni d’acqua,
non godevano dell’abbraccio di una donna – una cosa gradevole,
365 non avevano bambini da baciare,
(ma) levavano il figlio dalle ginocchia dell’uomo,
facevano andar via la donna dalla casa del marito.
Dumuzi pianse e iniziò il lamento,
il giovane a Utu verso il cielo levò le sue mani:
370 «Utu, io sono tuo cognato, io sono tuo parente!
Io portavo la crema a casa di tua madre,
al tempio di Ningal ero io a portare il latte.
Trasforma la mia mano in mano di rettile,
trasforma il mio piede in piede di rettile,
375 che possa scappare dai miei galla, che non possano trattenermi!».
14 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

Utu accolse il suo lamento


(un manoscritto aggiunge:
i galla non lo trattennero,)
mutò le sue mani in mani di rettile,
mutò i suoi piedi in piedi di rettile,
(Dumuzi) sfuggì ai galla.
(un manoscritto aggiunge:
come un serpente mušsaĝkal […])
380 […] lo presero
[…]
[…]
La santa Inanna […] il suo animo […]
la santa Inanna per il suo sposo versò lacrime amare,
385 [la santa Inanna] per Dumuzi […] il suo animo […]
[…] il suo sposo […] il suo fianco
[…]
[…]
(i suoi capelli) strappò come alfalfa, recise come alfalfa,
390 «Donne che state stese nell’abbraccio del vostro uomo, dov’è il ME del mio eccezio-
nale sposo?
Figli che state stesi nell’abbraccio del vostro padre, dov’è il ME del mio eccezionale
figlio?
Dov’è il mio uomo? Dov’è …?
Dov’è il mio uomo? Dov’è …?».
[Una mosca] parlò alla santa Inanna:
395 «[Se io] ti mostro dove si trova il tuo uomo, quale sarà la mia ricompensa?»,
la santa Inanna rispose alla mosca:
«[Se tu dove si trova il mio uomo] mostrerai, questo dono ti farò:
coprirò […]».
La mosca [aiutò] la santa Inanna,
400 la giovane, Inanna, assegnò il destino alla mosca:
«Nella casa della birra possano […] vasi di bronzo,
come il figlio dell’uomo saggio […]».
Allora Inanna realizzò il destino (di Dumuzi).
[…] versava lacrime,
405 La sorella giunse e la mano …
«Ora, ahimè, il mio […]
tu per mezzo anno, tua sorella per mezzo anno,
quando tu sei desiderato, in quel giorno tu starai,
quando tua sorella è desiderata, in quel giorno lei starà».
410 La santa Inanna diede Dumuzi come suo sostituto.
O santa Ereškigal,
dolce è il tuo canto!
15 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

Versione accadica

Alla terra del non ritorno
Ištar, la figlia di Sîn, rivolse la sua attenzione (lit. “pose il suo orecchio”).
Rivolse la sua attenzione la figlia di Sîn
alla casa oscura, residenza di Irkalla,
5 alla casa da cui colui che entra non esce,
alla strada il cui sentiero non ha ritorno,
alla casa in cui colui che entra è privato della luce,
dove polvere è il loro sostentamento, fango il loro cibo,
non vedono luce, vivono nell’oscurità,
10 vestiti di una veste di piume come uccelli,
mentre la polvere si accumula su porte e paletti.
Ištar, raggiunta la porta del paese senza ritorno,
al portiere della porta rivolse la parola:
«Portiere apri su la tua porta!
15 Apri la tua porta, perché io voglio entrare!
Se tu non aprirai la porta e non potrò entrare,
allora colpirò la porta e romperò il paletto,
colpirò i montanti e abbatterò le ante (delle porte),
farò risalire i morti e divoreranno i vivi,
20 i morti saranno più numerosi dei vivi!».
Il portiere aprì la sua bocca e disse,
parlò alla grande Ištar:
«Resta lì, mia signora, non lasciare la porta,
vado ad annunciarti (lit.: ripetere il tuo nome) alla regina Ereškigal».
25 Il portiere entrò e disse [a Ereškigal]:
«Qui c’è tua sorella Ištar,
colei che tiene la corda keppû dei grandi (dèi)».
Ereškigal, udite queste (parole),
come il taglio del tamarisco il suo volto impallidì,
30 come il bordo di un bacile kunninu le sue labbra divennero scure.
«Cosa vuole da me? Cosa la fa gioire (lit.: illumina il fegato) per me?
Questo “Io con gli Anunnāku voglio bere acqua,
come cibo voglio mangiare fango, come birra berrò acqua sporca!
Che pianga sui giovani che lasciano le mogli,
35 che pianga per le giovani che dal grembo dei loro mariti sono strappate,
e che pianga per i bambini in fasce mandati via prima del loro tempo” (deve aver
pensato).
Va’ portiere, aprile la tua porta
e trattala secondo l’antica usanza».
Andò il portiere e le aprì la sua porta:
40 «Entra, mia signora! Kutha gioisca per te!
Il palazzo della “terra senza ritorno” sia lieto in tua presenza!».
Mentre la faceva entrare per la prima porta le sfilò e prese la grande corona dalla
sua testa.
«Perché, o portiere, hai preso la grande corona dalla mia testa?».
16 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
45 Mentre la faceva entrare per la seconda porta le sfilò e prese gli orecchini dalle sue
orecchie.
«Perché, o portiere, hai preso gli orecchini dalle mie orecchie?».
«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
Mentre la faceva entrare per la terza porta le sfilò e prese le gemme dal suo collo.
«Perché, o portiere, hai preso le gemme dal mio collo?».
50 «Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
Mentre la faceva entrare per la quarta porta le sfilò e prese lo spillone tudittu dal
suo petto.
«Perché, o portiere, hai preso lo spillone tudittu dal mio petto?».
«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
Mentre la faceva entrare per la quinta porta le sfilò e prese la cinta con le pietre del-
la nascita dai suoi fianchi.
55 «Perché, o portiere, hai preso la cinta con le pietre della nascita dai suoi fianchi?».
«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
Mentre la faceva entrare per la sesta porta le sfilò e prese i bracciali dalle sue mani
e dai suoi piedi.
«Perché, o portiere, hai preso i bracciali dalle mie mani e dai miei piedi?».
«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
60 Mentre la faceva entrare per la settima porta le sfilò e prese la veste elegante del
suo corpo.
«Perché, o portiere, hai preso la veste elegante dal mio corpo?».
«Entra, mia signora! Così è l’usanza (voluta) dalla “Signora della terra” (Ereškigal)».
Appena Ištar fu scesa lì nel “paese del non ritorno”,
Ereškigal la vide e si infuriò al suo cospetto.
65 Ištar senza pensare si gettò su di lei,
(allora) Ereškigal aprì la sua bocca e disse,
a Namtar, suo assistente, rivolse la parola:
«Va’, Namtar! Il mio [...]
Rilascia su di lei sessanta malattie [...] Ištar [...]
70 la malattia degli occhi sui suoi occhi,
la malattia delle braccia sulle sue braccia,
la malattia dei piedi sui suoi piedi,
la malattia dell’interiore sul suo interiore,
la malattia del capo [sul suo capo],
75 su lei tutte insieme […]».
Dopo che Ištar, mia signora […].
Il bue non poteva montare la vacca, [l’asino non ingravidava l’asina]
il giovane non ingravidava la giovane nella piazza,
il giovane si coricava [per proprio conto],
80 la giovane si coricava [dal proprio lato].
Papsukkal, assistente dei grandi dèi, incurvò il suo naso (in segno di dolore) e la sua
faccia era […],
vestì l’abito del cordoglio e lasciò i suoi capelli sciolti,
stanco si recò a piangere presso Sîn, suo padre.
Davanti a Ea, il re, scesero le sue lacrime:
17 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.2

85 «Ištar è scesa nella “Terra” e non è più risalita,


dal momento in cui è scesa nel “Paese del non ritorno”
il bue non monta la vacca, l’asino non ingravida l’asina,
il giovane non ingravida la giovane nella piazza,
il giovane si corica per proprio conto,
90 la giovane si corica dal proprio lato».
Ea, nella saggezza del proprio spirito (lit. interno), concepì un piano,
creò Aṣûšu-namir, l’assinnu.
«Va Aṣûšu-namir! Dirigiti alla porta del “Paese del non ritorno”!
Si possano aprire davanti a te le sette porte del “Paese del non ritorno”
95 ed Ereškigal, vedendoti, possa rallegrarsi.
Dopo che il suo animo si sarà rilassato e sarà ben disposto,
falla giurare in nome dei grandi dèi,
leva il capo e volgi la tua attenzione all’otre.
“O mia signora, mi sia dato l’otre, affinché da esso io possa bere l’acqua” (dirai).
100 Al sentire tali (parole),
si batterà le cosce e si morderà il dito (dicendo)
“Mi hai chiesto una cosa che non si può chiedere,
orsù, Aṣûšu-namir, vieni che voglio maledirti con una grande maledizione!
Possa essere il tuo cibo il pane dell’aratro della città,
105 gli scoli della città il luogo dove tu ti abbeveri,
l’ombra delle mura sia il tuo posto,
la soglia la tua residenza,
ubriachi e assetati possano colpire le tue guance!”».
Ereškigal aprì la sua bocca e parlò,
110 a Namtar suo assistente rivolse la parola:
«Va’ Namtar, bussa al “Palazzo Vero”
adorna le soglie con conchiglie ajjaru,
fa’ alzare gli Anunnāki e falli sedere sul trono dorato,
aspergi Ištar con l’acqua della vita e portamela!».
115 Namtar andò e bussò al “Palazzo Vero”
adornò le soglie con conchiglie ajjaru,
fece alzare gli Anunnāki e li fece sedere sul trono dorato,
asperse Ištar con l’acqua di vita e la portò davanti a lei.
La fece passare dalla prima porta e le rese la veste elegante del suo corpo,
120 la fece passare dalla seconda porta e le rese i bracciali delle sue mani e dei suoi piedi,
la fece passare dalla terza porta e le rese la cinta con le pietre della nascita dei suoi
fianchi,
la fece passare dalla quarta porta e le rese lo spillone tudittu del suo petto,
la fece passare dalla quinta porta e le rese le gemme del suo collo,
la fece passare dalla sesta porta e le rese gli orecchini delle sue orecchie,
125 la fece passare dalla settima porta e le rese la grande corona dalla sua testa.
«Se non darà un sostituto in sua vece, riportala qui!
Per quanto riguarda Dumuzi, sposo della sua gioventù,
aspergilo con acqua pura e ungilo con olio fino,
vestilo con abiti rossi, che batta la lunga canna di lapislazzuli
130 e prostitute rallegrino il suo animo (lit. fegato)».
18 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.3

Belili, terminati di indossare i suoi ornamenti,


la collana di perle a occhio […],
udito il lamento di suo fratello, Belili colpì i suoi ornamenti,
la collana di perle a occhio dall’undallu […]
135 «È il mio unico fratello, non fargli male!».
Nel giorno in cui Dumuzi salirà, la lunga canna di lapislazzuli e l’anello di cornali-
na saliranno con lui,
con lui saliranno lamentatori e prefiche,
che salgano i morti, a odorare l’incenso!

t1.3 Atra-hasīs
§2.4.1

Introduzione: il lavoro e la ribellione degli dèi minori

I
Quando gli dèi erano (come) uomini,
sopportavano il lavoro e portavano il cesto (da lavoro),
il cesto degli dèi era grande,
pesante era il lavoro e molta la fatica.
5 I sette grandi Anunnāku
avevano imposto il lavoro agli dèi minori (Igigi).
An, loro padre, era il (loro) re,
loro consigliere era l’eroe Enlil,
il loro portatore di trono era Ninurta,
10 e loro gendarme era [En]nugi.
Presero lo šūtum (un vaso?) per le anse (lit. guance),
gli dèi avevano tirato la (loro) sorte e si fecero le divisioni:
An salì al suo cielo;
[Enlil] prese la Terra con i suoi sudditi;
15 [il chiavistello], lo sbarramento delle acque salate
[affi]darono a Enki, il principe.
[Quelli (della cerchia) di A]n salirono al cielo,
[quelli di Enki sce]sero nell’abisso (apsû).
[Qu]elli del cielo [stavano lontani]
20 [e facevano sopporta]re [il lavoro] agli dèi minori (Igigi),
[gli dèi] scavavano [canali],
[aprivano i corsi d’acqua] – la vita del paese,
[gli Igigi] scavavano [canali],
[aprivano i corsi d’acqua], la vita del paese.

[…] per oltre quarant’anni
[gli dèi] sopportarono la fatica notte e giorno.
[A un certo punto] si sedettero e cominciarono a lanciare invettive
19 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.3

40 [così si lamenta]vano mentre scavavano:


«Rivolgiamoci [al nostro soprinten]dente, il portatore di trono,
affinché rimuova da noi il nostro pesante fardello!
[Il dio], il consigliere degli dèi, l’eroe,
[andi]amo e facciamolo alzare dal suo seggio!
45 [Enlil], il consigliere degli dèi, l’eroe,
[andi]amo e facciamolo alzare dal suo seggio!
[Il dio W]e aprì la bocca
e disse agli dèi suoi fratelli:
«[…] il vecchio portatore di trono
50-56 […]
«[Il dio], il consigliere degli dèi, l’eroe,
or[sù,] facciamolo alzare dal suo seggio!
Enlil, il [consiglie]re degli dèi, l’eroe,
60 or[sù,] facciamolo alzare dal suo seggio!
Allora dichiarate guerra
e gettatevi nella battaglia e nella pugna!».
Gli dèi ascoltarono il suo discorso
e gettarono nel fuoco i loro strumenti di lavoro
65 gettarono
al fuoco le vanghe,
al fuoco le ceste,
si riunirono e si incamminarono
verso la porta del santuario dell’eroe Enlil.

La creazione dell’uomo

I
(Gli dèi sono riuniti in consiglio)
Chiamarono e domandarono alla dea,
la levatrice degli dèi, la saggia Mami 7:
«Tu sarai la levatrice, la creatrice dell’umanità,
195 crea il primo uomo che sopporti il giogo (del lavoro),
sopporti il giogo, il lavoro di Enlil,
che l’uomo porti il cesto di lavoro degli dèi!».
Nintu aprì la bocca
e disse ai grandi dèi:
200 «Io non posso procedere all’opera,
l’incarico spetta a Enki!
Lui solo può purificare tutto,
quando lui mi darà l’argilla, io procederò».
Enki aprì la bocca
205 e disse ai grandi dèi:

7
Mami e, più sotto, Nintu sono diversi nomi che vengono attribuiti alla dea madre in contesto accadico.
20 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.3

«Il primo, il settimo e il quindicesimo giorno del mese


farò fare dei bagni purificatori;
sia sgozzato un solo dio
e (tutti) gli dèi siano purificati in un’abluzione.
210 Con la carne e il sangue (del dio sgozzato)
Nintu mescolerà l’argilla
di modo che dio e uomo
siano uniti assieme per mezzo dell’argilla
così che noi potremo sentire i tamburi per il resto dei giorni
215 e per mezzo della carne del dio (sacrificato) vi sia uno spirito nell’uomo!
Che la vita sia il suo segno
e che vi sia uno spirito affinché non si dimentichi!».
Nell’assemblea risposero: «Sì!»
i grandi Anunna
220 che assegnano i destini.
Il primo, il settimo e il quindicesimo giorno del mese
(Enki) fece compiere un bagno purificatore.
WEila, che aveva la responsabilità (della rivolta),
lo sgozzarono nell’assemblea.
225 Con il suo sangue e la sua carne
Nintu mescolò l’argilla.
Per il resto del tempo [ascoltarono i tamburi]
per mezzo della carne del dio vi fu lo spirito (nell’uomo),
affinché del vivente, il suo segno fosse manifesto,
230 perché non si dimenticasse che vi era uno spirito.
Dopo che lei (Nintu/Mami) ebbe mescolato l’argilla,
chiamò i grandi dèi Anunna
e i grandi dèi Igigi
ed essi sputarono sull’argilla.
235 Mami aprì la bocca
e disse ai grandi dèi:
«L’opera che mi avete incaricato,
io l’ho portata a termine.
Avete sgozzato un dio assieme alla sua ragione,
240 io ho rimosso da voi il peso del vostro fardello,
ho imposto il vostro cesto all’uomo,
e voi avete levato un urlo per l’umanità,
ho sciolto lo giogo e stabilito la libertà (per voi)!».
(Gli dèi) ascoltarono questo suo discorso
245 accorsero e le baciarono i piedi, (dicendo:)
«Prima ti chiamavamo Mami
ora il tuo nome sarà
“Signora di tutti gli dèi” (bēlet-kāla-ilī) 8 ».
Entrarono nella casa del destino

8
  Abbreviato normalmente a Bēlet-ilī.
21 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.4

250 il principe Ea e la saggia Mami.


Le levatrici (dee madri) si radunarono,
(Enki) pose l’argilla davanti a lei (Mami)
e lei cominciò a recitare lo scongiuro,
Ea, seduto di fronte a lei, le faceva recitare (lo scongiuro).
255 Dopo che ebbe finito di recitare il suo scongiuro,
prese (due volte) sette pezzetti d’argilla.
Sette li mise a destra,
sette li mise a sinistra.
Tra di essi piazzò il mattone (della nascita)
260 [... che taglia] il cordone ombelicale.

[Le leva]trici (dee madri) erano riunite
Nintu [stava se]duta
e contava i mesi,
280 […] i destini e invocarono il decimo mese
e giunse il decimo mese;
il trascorrere del periodo aprì l’utero.
Col volto raggiante e felice
(Nintu) si coprì il capo
285 e cominciò a esercitare la sua funzione di levatrice,
si cinse i fianchi
e pronunciò benedizioni,
fece un disegno con la farina e vi pose il mattone.
(Disse): «Sono stata io a creare e l’ho fatto con le mie mani.
290 La levatrice gioisca nella casa della qadištu,
dove la donna gravida partorisce
e la madre del bimbo
svuota sé stessa.
Che il mattone sia posto per nove giorni […]
295 che Nintu, la levatrice, sia celebrata!».

t1.4 Nergal ed Ereškigal


§2.2.3

Versione da el Amarna

Quando gli dèi approntarono un banchetto,


allora alla loro sorella Ereškigal
inviarono un messaggero:
«Noi non possiamo scendere da te
5 e tu non puoi salire da noi,
invia dunque (qualcuno) per prendere la tua porzione».
Ereškigal inviò Namtaru, suo sukkal,
22 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.4

salì Namtaru al cielo eccelso.


[(Quando) Namtaru] fu entrato, gli dèi lo salutarono,
10 ma Nergal non lo salutò e offese Namtaru,
il messaggero della loro grande sorella.
(Gli dèi) s’impaurirono dopo aver visto ...,
gli dèi eccelsi [...]
[...] il pasto della dea, sua signora.
15 [...] aver pianto ed essersi lamentata
16-22 [...]
Ea [...]
andava [...] tornava.
25 «Va’! (Della loro) sorella, le mie parole,
riferisci (quanto segue): “Colui che davanti al mio messaggero non si è alzato,
inviatemelo (perché lo metta) a morte; io lo voglio uccidere!».
Namtaru andò e riferì agli dèi [...]
gli dèi lo invitarono e gli parlarono:
30 «Cerca il dio che davanti a te non si è alzato,
prendilo (per portarlo) al cospetto della tua signora!».
Namtaru li esaminò e l’ultimo dio era calvo.
«Non c’è quel dio che davanti a me non si è alzato».
[...] andò Namtaru a portare la sua notizia
35 [«...] io li ho esaminati,
l’ultimo dio [era calvo],
[ma il dio che davanti a me non si è alzato] non c’era».
[...]
[...] il suo messaggero
40 [...] del mese
[...] Ea, il signore importante,
pose un trono nella mano di [Nergal]:
«Prendi(lo) per Ereškigal». [Nergal] piangeva
davanti a Ea, suo padre: «(Ella) mi guarderà
45 e non mi lascerà vivere». (Ea disse): «Non aver paura
io ti darò sette e sette guardiani
con te nel viaggio [... Mutabriqu,]
Šarabda’a, [Rabiṣu, Ṭirid, Idibtu]
Bennu, [Ṣidanu, Miqit, Bel-uri]
50 Umma, [Libu, verranno]
con te». [Quando Nergal giunse presso] la porta
di Ereškigal, chiamò: «Portiere, portiere, apri la tua porta,
sblocca il fermo (della porta), perché io possa entrare, al cospetto della tua signora
Ereškigal! Io sono stato inviato». Il portiere allora andò
55 e disse a Namtaru: «Un dio sta all’imbocco della porta,
va e conducilo, affinché entri». Namtaru uscì,
lo scrutò e fu molto contento. Gridò e disse
alla sua signora: «Mia signora, il dio che nei mesi
precedenti era scomparso (e) davanti a me non si era alzato, [è qui]».
60 (Rispose Ereškigal) «Fallo entrare [e quando] giunge, io lo ucciderò».
23 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.5

Namtaru uscì [e disse]: «Entra, mio signore,


a casa di tua sorella prendi ciò che ti spetta!».
Nergal [...]: «Il tuo cuore gioisca per me!»
[...] Nergal [...]
v.
[...]
[...] nella terza, Mutabriqu nella quarta,
Šarabda’a nella quinta, Rabiṣu nella sesta, Ṭirid
nella settima, Idibtu nell’ottava, Bennu
5 nella nona, Ṣidanu nella decima, Miqit
nell’undicesima, Bel-uri nella dodicesima,
Umma nella tredicesima, Libu nella quattordicesima
porta sistemò. Nella corte recise la corda
diede un’ordine a Namtaru le sue truppe. «Le porte
10 stiano aperte! Io correrò verso di voi».
All’interno del palazzo afferrò Ereškigal
per i suoi capelli, la fece piegare dal trono
a terra per tagliarle la testa.
«Non mi uccidere, fratello mio, voglio dirti una cosa!».
15 Nergal la ascoltò e abbassò la sua mano. Lei piangeva e si lamentava:
«Sii mio marito e che io sia tua moglie; io voglio farti prendere
la regalità della Vasta Terra, voglio porre la tavoletta
della saggezza nelle tue mani! Che tu sia il signore,
io sia la signora!». Nergal ascoltava quelle parole
20 l’afferrò e la baciò, asciugandole le lacrime.
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(Testo copiato) fin qui.

t1.5 Il matrimonio di Martu


§2.6.1

Quando Ninab esisteva già, ma Kiritab non esisteva ancora,
il sacro diadema esisteva già, ma la sacra corona non esisteva ancora,
le sacre piante aromatiche esistevano già, ma il sacro cedro non esisteva ancora,
il sacro sale esisteva già, ma la sacra salicornia non esisteva ancora,
5 accoppiarsi e baciarsi già esistevano,
il partorire nei pascoli già esisteva,
io (?) ero l’avo del sacro cedro, io ero l’antenato dell’albero mes,
io ero il padre e la madre del cedro bianco, io ero (della stessa) carne dell’albero hašhur.
In quel tempo vi era tra le città un nobile paese,
10 Inab era tra le città un nobile paese,
il governatore di Inab era Tigi-šem-ala (“Tamburo-cembalo-...”),
aveva una moglie il cui nome era Ša’eguru (“Desiderata nel cuore”),
suo figlio era [...]-dagur,
24 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.5

[…] il cui nome era […].


15 La gente che (viveva) intorno alla città stendeva reti,
la gente che (viveva) intorno a Inab stendeva reti,
coloro che stendevano le reti rincorrevano le capre (selvatiche),
abbattevano le capre (selvatiche) come se fossero uomini.
Un giorno questi al tramonto si avvicinarono,
20 al luogo (dove si distribuivano) le razioni si avvicinarono,
posero le razioni davanti al dio …:
la razione di colui che aveva una moglie fu posta doppia,
la razione di colui che aveva un figlio fu posta tripla,
la razione dell’uomo singolo fu posta singola.
25 Per Martu, (pur essendo lui) singolo, la razione fu posta doppia.
Martu dalla madre che lo aveva concepito
entrò in casa e le disse:
«Nella mia città, io sono con i miei amici, che hanno già preso moglie,
io sono con i miei compagni, che hanno già preso moglie;
30 nella mia città io sono diverso dai miei amici, non ho ancora preso moglie,
non ho moglie e non ho figli,
ma la parte (di razione) che mi è stata data eccede rispetto a quella dei miei amici,
l’interesse del compagno si prende in eccesso per il compagno(?)!».
Un (altro) giorno questi al tramonto si avvicinarono,
35 al luogo (dove si distribuivano) le razioni si avvicinarono,
posero le razioni davanti al dio …:
la razione di colui che aveva una moglie fu posta doppia,
la razione di colui che aveva un figlio fu posta tripla,
la razione dell’uomo singolo fu posta singola.
40 Per Martu, (pur essendo lui) singolo, la razione fu posta doppia,
Martu dalla madre che lo aveva concepito
entrò in casa e le disse:
«Madre mia, fammi avere una moglie e ti porterò la mia razione!».
A Martu la madre che lo aveva concepito rispose:
45 «Su-henuna, figlio mio, ti darò un consiglio, possa tu recepire il consiglio che (ti) do!
Ti farò un discorso e tu stai attento:
Prendi una moglie che ti piaccia,
prendi una moglie che desideri,
dammi una compagnia, … una serva.
50 La tua (gente che vive) intorno alla città per costruire la sua casa, il frutteto […],
il tuo compagno si scava un pozzo (o: per il tuo compagno scavi un pozzo)
Martu colui che il compagno [...]».
Quel giorno nella città fu annunciata una festa nella città,
in Inab fu annunciata una festa nella città,
55 «Venite, amici, andiamo, andiamo,
andiamo, andiamo alla casa della birra di Inab!».
Il dio Numušda alla festa [...],
la sua amata figlia, Adgarkidu, nella festa [...]
sua moglie Namrat, la bella donna, nella festa [...].
60 Nella città i tamburi šem [producevano il suono] zi-ig-za-ag,
25 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.5

i sette tamburi di cuoio ala rimbombavano.


Uomini [...], lottatori
entravano nella casa della lotta
per confrontarsi nel tempio di Inab.
65 A Inab, la città dove si svolgeva la festa, si stava in ammirazione,
a Inab, la città dove si svolgeva la festa, si stava in ammirazione.
Per lui, essendo sacro,
alla porta di Inab per (partecipare) al pugilato e alla lotta,
Martu nel grande cortile continuava a vincere (lit.: aprì il ginocchio),
70 per lui presero a cercare tra i forti campioni,
per lui fecero alzare (rappresentanti) tra i forti campioni.
Martu nel grande cortile continuava a vincere,
si colpì ognuno con terribili [colpi],
nel grande cortile si afferrarono nelle prese (della lotta),
75 nel cortile di Inab egli ammonticchiò i corpi (dei vinti).
Gioiendo per Martu, Numušda
gli offrì metalli preziosi, ma lui non accettò,
gli offrì pietre preziose, ma lui non accettò.
Avendo fatto questo [una seconda volta],
80 avendo fatto questo [una terza volta],
(Martu disse:) «I tuoi metalli preziosi, dove portano? Le tue pietre preziose, dove
portano?
Io sono Martu e voglio prendere (in sposa) tua figlia!
[...] voglio prendere (in sposa) tua figlia!».
8 linee rotte
(Riprende probabilmente con Numušda che descrive il dono nuziale)
[«Vitelli, dono nuziale, la sposa ...,]
[che la vacca da latte allatti vitello,]
[che nella loro stalla i bovini possano riposare,]
[le vacche ... stendersi,]
95 [che i loro vitelli possano stendersi] sul loro [fianco] destro,
[su queste cose] devi dare la tua parola,
e io ti darò mia figlia Adgarkidu!
Agnelli, dono nuziale, la sposa [...]
che le pecore [da latte allattino gli agnelli,]
100 nel loro ovile [... possano riposare]
che le pecore [... stendersi]
che gli agnelli possano stendersi sul loro fianco sinistro,
su queste cose devi dare la tua parola,
e io ti darò mia figlia Adgarkidu!
105 Capretti, dono nuziale, la sposa [...]
che le capre da latte allattino i capretti,
nel loro spiazzo le capre possano riposare,
che le capre che hanno figliato, i loro capretti [...] stendersi,
che i loro capretti [...] stendersi,
110 su queste cose devi dare la tua parola,
ed io ti darò mia figlia Adgarkidu!».
26 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t1.5

[...] grandi [...]


[...] come [...] si annunciò,
al molo di Inab [...].
115 Agli anziani in Inab
donò collari d’oro.
Alle anziane in Inab
donò sciarpe [...] d’oro.
[Ai giovani e alle donne] di Inab
120 donò [...].
[Ai servi] di Inab
donò [...]
e donò [...].
Alle serve di Inab
125 donò vasi ... d’argento.
I giorni si erano moltiplicati e una decisione non era stata presa.
(Un’amica, parlando di Martu e la sua gente, disse ad Adgarkidu): «Ora (senti), le
loro mani sono distruttive e la loro apparenza è scimmiesca,
mangiano ciò che è proibito da Nanna e non hanno timore (reverenziale),
non smettono mai di vagabondare [...],
130 essi sono un abominio per le residenze degli dèi,
la loro ragione è confusa, creano scompiglio,
vestiti di un sacco di cuoio […]
vivendo in una tenda, vento e pioggia […], [non pronunciano] preghiere,
risiedendo nella montagna, [non conoscono] i luoghi (dedicati) agli dèi,
135 scavando i tartufi nella montagna, non sapendo piegare il ginocchio,
non mangiano carne cotta,
in vita non conoscono una casa,
quando muoiono non sono portati in nessun luogo (tomba?).
Amica mia, perché vuoi sposare Martu?».
140 La sua amica Adgarkidu le rispose:
«Voglio sposare Martu!».
Inab – ulum, alam!
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.1

2. Gesta dei re

t2.1 Enmerkar e il signore di Aratta


§3.1.1

Introduzione

Città, toro splendente ammantato di orgoglio e terrore,
Kullab […]
petto di tempesta, luogo dove sono stabiliti i destini,
Uruk, grande montagna nel mezzo di […],
5 [dove] il pasto serale nel grande refettorio di An […].
In quei giorni, quando furono [determinati] i destini
a Uruk, Kullab, Eanna […]
i grandi dèi (lit. principi) [fecero] primeggiare (lit. sollevare il capo).
L’abbondanza e la piena di carpe,
10 la pioggia che fa germogliare l’orzo …
fu resa più grande in Uruk e Kullab.
(Prima ancora) che ci fosse il paese di Dilmun
l’Eanna di Uruk/Kullab era stato fondato
e il sacro chiostro di Inanna
15 in Kullab di mattoni (costruita) brillava come argento nella pietra (della miniera),
[…] non sollevava […], non c’era lo scambio,
[…] non sollevava […], non c’era il commercio.
[Oro], argento, rame, stagno, blocchi di lapislazzuli,
[tutte le pietre del monte] dalla montagna (KUR) non scendevano.
20-25 (Frammentario: descrizione del santuario di Inanna in Uruk, probabilmente spo-
glio, e di quello ad Aratta decorato con pietre e legni preziosi)
[…] lapislazzuli senza difetti,
il suo interno era rigoglioso come un albero mes carico di frutti.
Il signore di Aratta a Inanna
pose sul capo un diadema d’oro,
30 ma a lei egli non piacque come il signore di Kullab:
Aratta (infatti) un santuario come l’Eanna, il ĝipar, il luogo sacro,
per la pura Inanna, come Kullab costruita di mattoni, non aveva costruito.
In quel giorno il signore eletto nel cuore di Inanna,
eletto nel cuore di Inanna dalla montagna splendente,
35 Enmerkar, figlio di Utu,
a sua sorella, la signora che sprigiona desiderio,
28 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.1

alla pura Inanna, espresse una lamentela:


«Sorella mia, che Aratta per Uruk
produca con maestria oro e argento.
40 Che [taglino] per me il lapislazzuli dai blocchi,
che la brillantezza del lapislazzuli senza difetti […]
a Uruk, il paese …
Il tuo tempio [sceso] dal cielo che sta [in terra] –
[Aratta il santuario] Eanna costruisca,
45 il tuo puro chiostro dove tu [riposi] –
il suo interno lo realizzi con maestria Aratta,
che al suo interno io, giovane splendente (lit. vitello di lapislazzuli), possa ricevere
il tuo abbraccio.
Che Aratta si sottometta al giogo di Uruk!
Gli uomini di Aratta
50 portino dalla montagna le pietre preziose del monte,
costruiscano il grande santuario, realizzino il grande refettorio –
il grande refettorio, refettorio [degli dèi] facciano ammirevole per me,
realizzino il mio ME in Kullab,
facciano crescere l’abzu come una montagna sacra,
55 rendano Eridu puro come il monte,
e facciano il santuario dell’abzu splendente come una vena aurifera.
Io dall’abzu pronuncerò lodi,
da Eridu porterò i ME,
(quando) nella (mia) signoria sarò coronato con il diadema come uno splendente
santuario,
60 (quando) in Uruk/Kullab vi sarà (sul mio capo) il diadema,
possano i … del grande santuario condurmi nel chiostro,
possano i … del chiostro condurmi nel grande santuario,
che la gente resti in ammirazione,
e Utu possa assistere di buon occhio!».

Il viaggio del messaggero ad Aratta

160 Il messaggero prestò attenzione alle parole del suo re


viaggiò di notte sotto le stelle
e a mezzogiorno con Utu (il sole) in alto nel cielo,
dove recava l’eccelsa parola di Inanna che si stende come una rete?
Scalò le montagne di Zubi,
165 scese dalle montagne di Zubi,
Susa e (tutto) il paese di Anšan
si prostrarono a lui (o: alla parola di Inanna) come topolini.
Le grandissime montagne, numerosissime,
scalò,
170 attraversò cinque montagne, sei montagne, sette montagne,
[finché non le]vò gli occhi mentre si avvicinava ad Aratta.
29 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.1

L’invenzione della lettera e l’ultimo messaggio al signore di Aratta

500 Il discorso (di Enmerkar) era [lungo] e il significato complesso,


(per cui) la bocca del messaggero si faceva pesante ed egli non era capace di ripeterlo.
Poiché la bocca del messaggero si faceva pesante ed egli non era capace di ripeterlo,
il signore di Kullab appiattì dell’argilla e vi scrisse sopra il messaggio come se fosse
una tavoletta.
Prima di allora non era mai stato riportato sull’argilla un messaggio,
505 ora al cospetto di Utu e in quel giorno ciò avvenne,
avvenne che il signore di Kullab riportò sull’argilla il messaggio!
Il messaggero cominciò ad agitare le braccia come un uccello,
e prese a correre come un lupo che insegue un agnello;
attraversò cinque montagne, sei montagne, sette montagne,
510 finché non levò gli occhi mentre si avvicinava ad Aratta.
Gioiosamente pose il piede [nella corte] di Aratta
e rese nota l’autorità del suo re.
Iniziò a recitare dal suo cuore il contenuto del messaggio,
il messaggero trasmise (il messaggio) al signore di Aratta:
515 «Tuo “padre”, il [mio] signore, mi ha inviato da te,
il signore di Uruk, il signore di Kullab mi ha inviato da te».
«Il tuo re, cos’ha da dirmi, cos’ha da aggiungere (a quanto detto precedentemente)?».
«Cosa potrebbe dire, cosa potrebbe aggiungere il mio re?
Il mio re è un grande albero [mes], figlio di Enlil,
520 il suo tronco è cresciuto (raggiungendo) [dalla terra il cielo],
le [sue] fronde toccano [il cielo],
[le sue radici] sono piantate [per terra].
Colui che è famoso per la sua signoria e regalità,
Enmerkar, il figlio di Utu, mi ha consegnato (questo pezzo di) argilla.
525 O signore di Aratta, dopo che avrai osservato l’argilla e appreso il contenuto del
messaggio,
qualsiasi cosa tu abbia da dire dilla
e a colui che è progenie di ricciuta (lit. annodata) barba di lapislazzuli,
partorito da una maestosa vacca sulla montagna dei puri ME,
cresciuto sul suolo di Aratta,
530 allattato da una vacca pura,
la cui signoria è perfetta per Kullab, il paese dei grandi Me,
a Enmerkar, figlio di Utu,
reciterò esattamente il messaggio nel santuario dell’Eanna,
nel chiostro (ĝipar), carico di frutti come un giovane albero mes
535 al mio re, il signore di Kullab, riferirò (il tuo messaggio)!».
Dopo che (il messaggero) ebbe detto così,
il signore di Aratta ricevette dal messaggero
l’argilla cotta nel forno.
Il signore di Aratta osservò l’argilla,
540 ma il messaggio riportato (sull’argilla) era (composto solo) da cunei e allora aggrot-
tò la fronte.
(Mentre) il signore di Aratta osservava l’argilla cotta nel forno
30 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.2

allora il signore del diadema, dotato di signoria, il figlio di Enlil,


il dio Iškur, emettendo il suo urlo maestoso (tuono) in cielo e in terra,
scatenò una tempesta, […] grande leone […] pose,
545 i paesi […] presero a tremare,
le montagne […] si fecero piccole,
l’aura terrifica […] dal suo petto,
e fece levare un urlo di gioia dalle montagne.

t2.2 Gilgameš e Huwawa


§3.1.7

Versione A

Il signore rivolse la sua attenzione al KUR che fa vivere,
il signore Gilgameš rivolse la sua attenzione al KUR che fa vivere,
al suo servo Enkidu disse:
«Enkidu, poiché nessun uomo è riuscito a far oltrepassare la vita oltre il termine
della sua vita,
5 voglio recarmi al KUR, voglio là porre il mio nome,
nel luogo dov’è stato posto un nome, io voglio porre il mio nome,
nel luogo dove non è stato posto un nome, io voglio porre il nome degli dèi!».
Il suo servo Enkidu gli rispose:
«Mio re, se un giorno al KUR (var.: a tagliare nel KUR dei cedri) ti recherai, che
Utu sappia da/di noi
10 Utu, il giovane, Utu sappia da/di noi!
L’ordine del KUR appartiene a Utu.
L’ordine del tagliare nel KUR i cedri appartiene al giovane Utu, che Utu sappia da/
di noi».
Gilgameš predispose (var.: prese) un capro bianco,
tenne al petto un capro marrone come offerta (var.: un capro marrone, un capro
bianco [...] un capro ...)
15 nella sua mano c’era il puro bastone regale (posto) davanti al naso
a Utu del cielo disse:
«Utu, io mi reco al KUR, sii il mio sostegno!
Io mi reco al KUR per tagliare i cedri, sii il mio sostegno!».
Utu gli rispose dal cielo:
20 «O uomo, tu sei già di per sé “nobile cittadino”, cosa sei tu per il KUR?»
«Utu io ti voglio parlare, (presta) ascolto alle mie parole!
Io ti saluto, che tu possa ascoltarmi!
Nella mia città, la gente muore e l’animo è afflitto,
la gente scompare, il mio animo (var.: l’animo cattivo) soffre,
25 io mi sono sporto dalle mura:
ho visto i cadaveri galleggiare sull’acqua,
e io pure in questo modo sarò (un giorno), proprio così sarà (anche per me)!
31 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.2

L’uomo per quanto alto non raggiunge il cielo,


l’uomo per quanto largo non copre il paese!
30 Poiché nessun uomo è riuscito a far oltrepassare la vita oltre il termine della sua vita,
voglio recarmi al KUR, voglio là porre il mio nome,
nel luogo dov’è stato posto un nome, io voglio porre il mio nome,
nel luogo dove non è stato posto un nome, io voglio porre il nome degli dèi!».
Utu accettò la sua supplica come (se fosse) un dono,
35 come un uomo di compassione ebbe compassione per lui.
«Ci sono sette guerrieri, figli di una sola madre:
il primo, tra questi il fratello maggiore, ha mani di leone e artigli d’aquila;
il secondo, mušatu, bocca [...]
il terzo, l’ušumgal, serpente [...]
40 il quarto, fa uscire fuoco bruciante [...]
il quinto, il (serpente) mušsaĝkal, dall’animo cangiante [...]
il sesto, (var.: un ceppo/manetta ... il paese ribelle nella montagna,) piena distrutti-
va, che colpisce ripetutamente il KUR,
il settimo [...] come lampo abbaglia, nessuno resiste a lui (var.: alla sua forza)
(diverse varianti, molto frammentarie; due si riferiscono al discorso di Utu per cui
questi esseri sembrano conoscere o trovare la strada verso il KUR)
Essi ti porteranno nella montagna laddove le barche devono essere trasportate a
spalla».
45 Il giovane, il guerriero Utu diede i sette a Gilgameš.
Lo sradicatore di cedri gioì,
il signore Gilgameš gioì,
nella sua città come un sol uomo fece suonare il corno,
a coppie chiamò a raduno:
50 «Chi ha una casa (vada) alla sua casa, chi ha una madre vada da sua madre,
i maschi adulti senza moglie (lit. singoli) facciano come me, che essi (var.: 50) stiano
al mio fianco!».
Colui che aveva una casa (andò) alla sua casa, colui che aveva una madre (andò) da
sua madre,
i maschi adulti senza moglie fecero come lui, 50 stettero al suo fianco.
(Egli) si avviò alla bottega dell’artigiano
55 gli fece fondere asce e scuri di rame, sostegno della sua valenza.
Si avviò nel buio della selva,
sradicò ebano, querce, meli, bossi,
ai suoi concittadini che l’accompagnavano [...] (var. i guerrieri, figli di una [sola] ma-
dre [...])
il primo, tra questi il fratello maggiore, dalle mani di leone e artigli d’aquila,
60 che davvero l’avevano portato nella montagna laddove le barche devono essere tra-
sportate a spalla,
attraversò la prima montagna, ma al suo interno non trovò (var. abbattè) il cedro,
(var.: un manoscritto presenta cinque ulteriori linee con la frase:
«attraversò la seconda montagna, ma al suo interno non abbattè il cedro», etc.)
al suo attraversare la settima montagna, al suo interno trovò il cedro,
non chiese (più), un (altro) luogo non cercò.

32 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.2

Gilgameš si mise a sradicare cedri,


65 Enkidu tagliava i loro rami [...] a Gilgameš (var: i concittadini)
[...] accatastavano (var.: Huwawa [...])
terrore al [suo] avvicinarsi emise
(var. per le linee 65-67:
Enkidu tagliava per lui gli alberi, mentre i figli delle vedove che erano anda-
ti, li ammucchiavano. [...] Gilgameš spaventò Huwawa nel luogo dove dormi-
va, [Huwawa?] emise un’aura terrorifica al suo avvicinarsi.)
[Gilgameš ...] fu preso come da un sonno
[...] come da un desiderio [...] posto
70 i concittadini che erano andati
come cagnolini ai suoi piedi si accucciarono.
Enkidu, che dormiva, si levò ed era terrorizzato dal sogno;
si sfregò gli occhi, c’era silenzio dappertutto,
toccò (Gilgameš), ma egli non si levava,
75 gli parlò, ma egli non rispondeva.
«Tu che dormi, tu che dormi,
Gilgameš, signore, figlio di Kullab, fino a quando dormirai?
Il KUR è indistinto per l’ombra che si è estesa,
la sera ha steso i suoi bagliori (o: la sera ha coperto le sue luci (del KUR))
80 Utu è andato a testa alta nel grembo di sua madre Ningal,
Gilgameš quanto ancora dormirai?
I tuoi concittadini che sono venuti
non devono stare ad aspettarti ai piedi della montagna,
la madre che li ha generati nella piazza della tua città non deve saltare la corda.»
85 gli sussurrò al giusto orecchio (queste cose).
La sua parola di coraggio lo coprì come un vestito (var.: come una veste di lino gli
si pose).
Raccolse (var.: sollevò) una veste con 30 sicli di olio (oppure imbevve un tessuto in
30 sicli di olio) e la pose sul suo petto,
(e allora Gilgameš) si levò come un toro su un piedistallo,
inclinò il collo verso il suolo e disse:
90 «Per la vita della madre che mi ha generato, Ninsun, e mio padre, il sacro Lugalbanda,
devo forse ritornare a dormire sulle ginocchia della madre che mi ha generato, Nin-
sun?» (o: ho proprio fatto come quando dormivo sulle ginocchia della madre che mi
ha generato, Ninsun!)»
per la seconda volta disse:
«Per la vita della madre che mi ha generato, Ninsun, e mio padre, il sacro Lugalbanda,
fino a quando io sappia se questo (Huwawa) è un uomo o un dio,
95 possa io non volgere il piede che ho diretto verso il KUR indietro verso la città!».
Il servo, cercando di alleggerire la situazione e di addolcire la vita
rispose al suo re:
«Mio re, tu non hai paura perché non lo hai visto,
io, invece, ho paura perché l’ho visto:
100 il guerriero (Huwawa), la sua bocca è di drago,
i suoi occhi sono occhi di fiera,
il suo sterno è una piena dirompente,
33 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.2

la sua fronte, un canneto che divora cui nessuno può avvicinarsi (var.: sfuggire),
(var.: sputo velenoso?, un leone che divora gli uomini non lascia scorrere il sangue;
var.: [...], leone che divora un cadavere non lascia scorrere il sangue, [...] mangia [...] il re [...])
mio re, mentre tu navighi verso il KUR, io invece voglio proprio navigare verso la Città!
105 (Se) io dirò a tua madre che tu vivi, lei sicuramente riderà,
(se) poi dirò che tu sei morto, le sue lacrime (var.: lacrime di dolore) piangerà!».
(var.: [...] gli rispose)
«Guarda, Enkidu. Due uomini non muoiono, un fascio di canne non affonda,
una veste (con filo) ritorto tre volte nessuno la può tagliare,
nessuno può trattenere l’acqua con un muro,
110 in una casa di canne il fuoco non può essere spento.
Tu aiutami, che io ti aiuto, (così) chi potrà farci qualcosa?
Quando affondò, quando affondò,
nel giorno in cui la nave di Magan affondò
(quando) la barca magur e magilum affondarono,
115 solo la balla di canne della nave che salva la vita si salvò (var.: non affondò)!
Orsù, andiamo verso di lui per osservarlo bene!
Se noi andiamo verso di lui,
ci sarà il terrore, ci sarà il terrore! Torna indietro!
Ci sarà conoscenza, ci sarà conoscenza! Torna indietro!
120 Orsù, qualsiasi cosa sia nel tuo animo, andiamo verso di lui!»
Prima che un uomo avesse raggiunto 60 leghe,
Huwawa prese possesso della sua casa dei cedri,
(quando) volse lo sguardo verso di lui – era un occhio che uccide.
Egli (Huwawa) scosse la testa, era un gesto (lit. testa) pieno di rimprovero,
(var.: quando parlò, non ebbe bisogno di dilungarsi)
125 «Tu puoi essere un uomo (nel tuo pieno vigore), (ma) non tornerai nella città dalla
madre che ti ha generato».
(Gilgameš) sprigiona terrore dai suoi muscoli e dai suoi piedi, sprigiona terrore al
suo avvicinarsi,
il suo piede sul luogo non riesce a volgere,
il piede ... la sua grande unghia ...,
il suo fianco ...
130 (Gilgameš rivolgendosi a Huwawa) «Oh, vigoroso, scettro distante,
“nobile cittadino”, gioia degli dèi,
toro furioso che sta nella battaglia,
tua madre sa molto bene come generare un figlio,
la tua nutrice sa molto bene come allattare al seno (o: sin da piccolo) un bambino,
135 la paura non ti si avvicini, stendi la tua mano al suolo!».
Mise la sua mano al suolo e disse:
«Per la vita della madre che mi ha generato, Ninsun, e mio padre, il sacro Lugalbanda,
il luogo dove tu vivi nel KUR nessuno conosce, che sia noto il luogo dove tu vivi nel
KUR!
Invero ho fatto venire per te Enmebaragesi, mia sorella maggiore, nel KUR perché
sia una sposa!».
140 Per la seconda volta disse:
34 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.2

«Per la vita della madre che mi ha generato, Ninsun, e mio padre, il sacro Lugalbanda,
il luogo dove tu vivi nel KUR nessuno conosce, che sia noto il luogo dove tu vivi nel
KUR!
Invero ho fatto venire per te MAtur, mia sorella minore, nel KUR perché sia una
lukur!
Consegnami i tuoi terrori, vuole entrare nel tuo corpo!»
145 (Huwawa) gli consegnò la sua prima aura terrificante,
i cittadini che erano venuti (con lui)
tagliarono i suoi rami e li legarono
e li stesero ai piedi della montagna.
(var.: diversi manoscritti hanno descrizioni più ampie di questa sezione)
Quando (Huwawa) terminò (di dare) la settima aura terrificante, (Gilgameš) si av-
vicinò al suo fianco,
150 come un serpente … gli si avvicinò alle spalle,
e come (facendo) per baciarlo (invece) lo colpì alla guancia con il suo pugno.
Huwawa mostrò i denti e aggrottò la fronte.
(var.: questo passo ha numerose varianti)
(Allora) Gilgameš trattenne la mano,
(Huwawa disse:) «A Utu voglio rivolgere la parola!
155 O Utu, non ho conosciuto una madre che mi ha generato, né un padre che mi ha fat-
to crescere,
nella montagna sono stato generato e tu mi hai cresciuto.
Gilgameš ha giurato in nome del cielo, della terra e del KUR».
(var.: Huwawa afferra la mano (di Gilgameš) e si prostra (davanti a lui))
In quel momento Gilgameš, il nobile cittadino, ne ebbe compassione.
160 Al suo servo Enkidu disse:
«Enkidu, un uccello catturato deve tornare al suo nido,
un uomo fatto prigioniero deve tornare al grembo di sua madre!».
Enkidu (var. il suo servo Enkidu) rispose a Gilgameš:
«Suvvia, tu il cui scettro governa ovunque,
165 nobile, gioia degli dèi,
un toro furioso che sta (in mezzo) alla pugna,
o giovane signore Gilgameš, celebrato in Uruk,
tua madre sapeva bene come generare un figlio,
la tua nutrice sapeva bene come allattare un neonato,
170 una persona eccezionale, ma privo di ragione (var. giudizio),
il destino (Namtar) lo divora, senza che lui conosca il destino!
“Un uccello catturato che torna al suo nido,
un uomo fatto prigioniero che torna al grembo di sua madre,”
ma sarai tu che non tornerai alla città dalla madre che ti ha generato (se risparmie-
rai Huwawa)!»
(var.: un manoscritto aggiunge:
Un guerriero prigioniero liberato, una sacerdotessa entu prigioniera che
[torna] al chiostro, un sacerdote gudu che torna alla sua parrucca, da tempi
remoti […] alle sue parole [presta] attenzione […])
175 Huwawa gridò contro Enkidu:
«Enkidu mi stai rivolgendo parole cariche di odio!
35 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.3

Tu sei un prezzolato, che affitta il suo grande cuore, un voltafaccia, mi stai rivolgen-
do parole cariche di odio (var.: perché mi stai rivolgendo parole cariche di odio?)»
Come ebbe detto ciò
Enkidu furioso e irato gli tagliò la testa (lit. il collo)
180 e la mise (var.: gettò) in un sacco.
(var.: Gilgameš e Enkidu gli tagliarono la testa e la misero in un sacco).
Entrarono al cospetto di Enlil,
si prostrarono (lit. strusciarono il naso a terra) davanti a Enlil,
posarono il sacco e ne tirarono fuori la testa (di Huwawa)
che piazzarono di fronte a Enlil.
185 Enlil spalancò gli occhi (al vedere) la testa di Huwawa
e parlò rabbiosamente a Gilgameš:
(var.: un manoscritto ha in luogo delle linee 181-186:
portarono (il sacco) davanti a Enlil e Ninlil. Enlil avvicinandosi si mostrò
alla finestra (lit. apertura) e Ninlil si mostrò […]. Quando Enlil e Ninlil si ri-
tirarono(?))
«Perché hai agito in questo modo?
Perché hai fatto […]? (var.: era stato (forse) ordinato che il suo nome fosse cancella-
to dalla (faccia della) terra?)
Sarebbe dovuto stare di fronte a voi,
190 mangiare il vostro cibo,
bere la vostra acqua,
essere onorato [come voi]».
(var.: Enlil dal suo scranno riassegnò i terrori/auree (melam) del cielo)
diede la prima aura terrificante ai campi,
diede la seconda aura terrificante ai canali,
195 diede la terza aura terrificante al canneto,
diede la quarta aura terrificante al leone,
diede la quinta aura terrificante al palazzo (var.: al crimine(?)),
diede la sesta aura terrificante alla foresta (var.: alla montagna),
diede la settima aura terrificante a Nungal.
200 […] il suo avvicinarsi terrifico […] (var.: le restanti aura terrificante Gilgameš […])
Potente Gilgameš, il celebrato! (var.: lode a Gilgameš, lode a Enkidu).
-----------------
Lode a Nisaba.

t2.3 La leggenda della nascita di Sargon ovvero La saggezza


di Sargon
§3.3.1

Io sono Sargon, re potente, re di Agade,


mia madre era una sacerdotessa entum, mio padre non l’ho mai conosciuto,
il fratello di mio padre vive tra le montagne,
la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.
36 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.3

5 Mi concepì, mia madre, la sacerdotessa entum, e mi partorì in segreto,


mi pose in una cesta di giunchi e sigillò l’apertura con del bitume
e poi mi gettò al fiume da dove non sarei potuto risalire.
Il fiume mi trascinò via e mi portò da Aqqi, l’acquaiolo.
Aqqi, l’acquaiolo, nell’immergere il suo secchio mi tirò su,
10 Aqqi, l’acquaiolo, mi fece crescere come se fossi suo figlio,
Aqqi, l’acquaiolo, mi pose come suo giardiniere.
Mentre ero giardiniere, Ištar si innamorò di me,
ed esercitai la regalità per [x] anni
governando e guidan[do] le “teste nere” (i Sumeri).
15 Le montagne più impervie ho penetrato con asce di rame,
ho scalato le montagne più alte (o: settentrionali), […]
ho attraversato le montagne più basse (o: meridionali) […]
tre volte ho fatto il giro (o: assediato) il Paese del Mare,
Dilmun […]
20 le (più) grandi mura del cielo e della terra ho [scalato]
ho spostato ma[cigni? …]
Qualunque re sorgerà dopo di me
[possa regnare x anni]
e possa [governare] le “teste nere”!
25 [Possa penetrare] le montagne più impervie con asce di rame,
possa scalare le montagne più alte (o: settentrionali),
[possa attraversare le montagne più basse (o: meridionali)],
possa fare il giro (o: assediare) il Paese del Mare per tre volte,
[Dilmun …]
30 possa scalare le (più) grandi mura del cielo e della terra,
[possa spostare pietre? …]!
Dalla mia città, Agade, […]
[…] come frecce […]
(lacuna di circa 15 ll.)
50 Il toro […]
la pecora vagabondava per la steppa, perché non […]?
E la gazzella, guidata (lit.: prigioniera) dal vento, il cervo […]
e la stridente civetta che gridava […]
per (tutto) il suo gridare, cosa ottenne?
55 Soffiava il vento […]
l’onagro vagabondava (per la steppa), dove […]?
Soffia (o: può soffiare) il vento nella steppa […]
L’onagro (che) vagabondava ora ha spasmi nella steppa,
corrono […]
60 del veloce mulo, dove […]?
Non risparmia il lupo, il sangue […]
Il leone, il divoratore (di, il) sangue(?) […]
la leonessa, che sparge il sangue, […]
il suo [cucciolo], che imbratta di sangue, […]
65 vagabondava per decreto di Šamaš, dove […]?
[Soffia] il vento […] le abitazioni degli uomini
37 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.4

[…] informazioni (o: lacrime) dei templi […]


[…] diverrà deserta/o […]
[…]
70 […]

t2.4 La leggenda kuthea o Narām-Sîn e le orde nemiche


§2.3.5

Apri la scatola delle tavolette e leggi la stele


[che io, Narām-Sîn], figlio di Sargon,
[ho scritto e lasciato] per i giorni futuri.
[… regnò sul paese], poi scomparve (lit. si ritirò sulla montagna),
5 [… regnò sul paese], poi scomparve,
[…] divenne il capo del paese.
[Dopo che] furono trascorsi [anni]
[che] furono passati [giorni]
[…] cambiò la sua decisione.
10 […] cavalcò […]
[Enmerkar interrogò] i grandi dèi:
[Ištar, Ilaba], Zababa, Annunītu,
[Šullat, Haniš, Šamaš], l’eroe.
[Riunì gli indovini] e diede ordini,
15 esaminarono [sette per sette] agnelli,
[disposero] i puri altari di canne,
[…] dissero in tal modo:

[…] il volto divenne molto scuro,
20 e come/poiché […] …
sulla terra […] possa il tuo cadavere restare steso!».
Non [avevano ancora finito di parlare] i grandi dèi
che il cadavere di Enmerkar […] Šamaš impose un amaro giudizio
il suo giudizio – aveva stabilito il verdetto – il suo spirito, lo spirito […]
25 lo spirito della sua famiglia, lo spirito della sua discendenza – (lode a) Šamaš, l’eroe,
signore dell’in alto e dell’in basso, signore degli Anunnāku, signore degli spiriti dei
morti,
che bevono acqua torbida e acqua limpida non bevono.
(Enmerkar) la cui saggezza e le cui armi bloccarono, sconfissero e annientarono
quell’esercito,
non ha scritto nulla su di una stele e non ha lasciato …
30 non ha reso celebre il (suo) nome così che io non posso benedirlo.
Un esercito (di uomini) dal corpo di pernice, uomini dal volto di corvo,
li avevano creati i grandi dèi,
sulla terra creata dagli dèi è la loro città,
Tiamat li aveva allattati,
38 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.4

35 la loro levatrice, Bēlet-ilī, li fece crescere,


crebbero in mezzo alla montagna, divenendo uomini e raggiungendo (alta) statura,
sette re, fratelli, splendenti di bellezza,
360.000 le loro truppe.
Anubanini era il loro padre, un re; loro madre era la regina Melili,
40 il fratello maggiore, quello che marciava in testa, Memanduh era il suo nome,
il secondo fratello Medudu era il suo nome,
il terzo fratello […]tapiš era il suo nome,
il quarto fratello Tartadada era il suo nome,
il quinto fratello Baldahdah era il suo nome,
45 il sesto fratello Ahudanadih era il suo nome,
il settimo fratello Hurrakidu era il suo nome.
Cavalcarono verso la montagna d’argento
e un soldato in avanguardia li trattenne, ma essi si batterono il fianco 1 .
Iniziarono avvicinandosi a Purušhanda
50 e la totalità di Purušhanda fu devastata,
Puhlû fu devastata,
Puranšu fu devastata,
(Narām-Sîn riflettè) «Dovrei forse andare incontro all’(esercito) portatore di …
corvo?
La potenza dell’esercito Manda, il cui campo è in Šubat-Enlil, andrà diminuendo?».
55 Ma essi poi presero a scorrazzare in messo a Subartu:
devastarono la (regione) del mare (superiore) 2 e raggiunsero Gutium,
devastarono Gutium e raggiunsero le terre dell’Elam,
devastarono le terre dell’Elam e raggiunsero l’altipiano,
uccisero quelli che attraversavano la loro via (o: quelli che vivevano nei luoghi di
passaggio), scaraventandoli nel […],
60 Dilmun, Magan e Meluhha che si trovano in mezzo al mare, quanti erano (gli abi-
tanti) li uccisero tutti!
17 re con 90.000 truppe
accorsero per unirsi a loro.
Chiamai un soldato (da inviare in avanscoperta) e lo istruii,
[gli consegnai un pugnale] e uno spillone,
65 (dicendogli:) «Colpisci con il pugnale e pungi con lo spillone!
[Se esce sangue], essi sono uomini come noi,
[se non esce sangue] allora sono geni (šēdū), esseri infernali (namtarū),
spiriti, demoni, sbirri malevoli, messaggeri di Enlil».
Il soldato (tornato dalla missione) fece rapporto:
70 «Ho colpito [con il pugnale]
e punto con lo spillone ed è uscito il sangue».
Allora chiamai gli indovini e gli diedi istruzioni;
esaminai sette per sette agnelli,
disposi i puri altari di canne

1
  Gesto di gioia o di stizza.
2
  Lago di Van o di Urmia.
39 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.4

75 e interrogai i grandi dèi […]


Ištar, [Ila]ba, Zababa, Annunītum,
Šul[lat, Haniš], Šamaš, l’eroe,
ma la chiave (?) dei grandi dèi non mi concesse di andare né un sogno premonitore
(lit. il mio dio dei sogni).
Allora così riflettei:
80 «Quale leone ha (mai) fatto un extispicio?
Quale lupo ha (mai) interrogato un’indovina?
Andrò dunque come un delinquente (seguendo) ciò che piace al mio cuore
e metterò da parte le cose degli dèi e io solo avrò il controllo di me stesso!».
All’arrivo del primo anno
85 feci uscire 120.000 truppe, ma di esse neppure uno fece ritorno.
All’arrivo del secondo anno feci uscire 90.000 truppe, ma di esse neppure uno fece
ritorno.
All’arrivo del terzo anno feci uscire 60.700 truppe, ma di esse neppure uno fece ri-
torno.
Ero stordito, confuso, in ansia, agitato, stanco.
Allora così riflettei:
90 «Cosa resterà (in mia memoria) alla dinastia?
Io sono stato un re che non è riuscito a difendere il suo paese
e un pastore che non è riuscito a proteggere la sua gente.
Cosa dovrei fare per tirarmi fuori (da questa situazione)?».
La paura del leone, la morte, la pestilenza, la fame,
95 l’aura terrificante, i brividi, le perdite economiche, l’assenza di cibo,
la carestia, l’insonnia e quante altre (sventure) esistono scesero assieme a queste
(sul paese).
In alto, nell’assemblea (divina) fu stabilito (di inviare) il diluvio,
e in basso, sulla terra ci fu il diluvio.
Ea, signore degli a[bissi aprì la bocca] e disse,
100 parlando agli [dèi] suoi [fratelli]:
«O grandi dèi, [che cosa avete] fatto?
avete parlato e io ho su[scitato il diluvio]
e ho realizzato …».
All’arrivo dell’inizio del quarto anno
105 per mezzo della preghiera che Ea [aveva …] i grandi dèi
[offrii] le pure offerte di inizio anno
e ce[rcai] i puri presagi.
Allora chiamai gli indovini e gli diedi istruzioni;
esaminai sette per sette agnelli,
110 disposi i puri altari di canne
e interrogai i grandi dèi […]
Ištar, [Ilaba, Zababa, Annunī]tum,
Šullat, [Haniš, Šamaš, l’ero]e.
Gli indovini mi dissero così:
115 «Se […] ha […]
e c’è […]
e ricade su […]
40 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.4

[…] la scure farà scorrere [sangue]


[…] affogheranno [nel] sangue».
120 Da in mezzo a loro 12 uomini fuggirono da me
e io gli corsi dietro, mi affrettai e andai veloce,
raggiunsi quegli uomini
e riportai indietro quegli uomini.
Allora così riflettei:
125 «Senza presagi non riuscirò a [farmi] obbedire (lit. imporre punizioni)».
Esaminai un agnello in merito a essi (agli uomini fuggiti)
e la “chiave” dei grandi dèi [rispose] di graziarli.
La santa Dilbat (Venere) dal cielo così mi di[sse:]
«A Narām-Sîn, figlio (o: discendente) di Sargon:
130 Smetti! Non distruggere il seme della distruzione!
In giorni futuri Enlil li eleggerà per (portare) il male
e saranno a disposizione della furia del cuore di Enlil.
La città di quei soldati sarà distrutta,
incendieranno e circonderanno le loro residenze,
135 la città – verseranno il suo sangue,
la terra diminuirà il suo granaio, la palma il suo prodotto,
la città di quei soldati morirà.
Una città diventerà nemica dell’altra, una casa di un’altra casa,
il padre [dei suoi figli, il fratello] del fratello,
140 [un giovane] di un altro, un amico con il vicino,
nessuno parlerà in modo sincero,
la gente inciterà alla bugia e alla menzogna …
Quella è una città nemica – saranno uccisi,
quella città una città avversaria la conquisterà,
145 la otterrà per una (sola) [mina] d’argento, una (sola) misura di orzo!».
Non c’era nel paese un re forte […]
li ho dati in consegna ai [grandi] dèi,
non li ho dati a una mano che li uccidesse.
Tu, che tu sia un governatore o un principe o chiunque altro
150 che gli dèi avranno chiamato a esercitare la regalità,
ho fatto una cassetta per le tavolette e iscritto una stele
e a Kutha nell’Emeslam
nella cella del dio Nergal l’ho lasciata per te!
Leggi questa stele,
155 ascolta le parole (incise) su questa stele.
Non essere confuso, non essere agitato,
non temere, non tremare,
solide siano le tue fondamenta (o: gambe),
tu fai il tuo dovere nel grembo della tua donna,
160 rinforza le tue mura,
riempi i fossati d’acqua,
le tue ceste, il tuo orzo, il tuo argento, i tuoi beni e le tue proprietà
porta dentro la città fortificata!
Lega le tue armi e [mettile] in un canto,
41 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.5

165 conserva il tuo coraggio, salvaguarda te stesso,


lascia scorrazzare (il nemico) nel paese, ma non andargli contro,
lascialo decimare il bestiame, ma non avvicinarlo,
che consumi la carne della tua progenie,
che massacri e torni […]
170 tu comportati correttamente e controllati.
Rispondi «Sissignore!»
alle loro offese rispondi con cortesia
e alla (loro) cortesia con doni e regali.
Anticipali sempre.
175 Dotti scribi
declamino (quanto scritto) sulla tua stele.
Tu hai letto quanto (scritto) sulla (mia) stele
e hai tirato te stesso fuori (dai guai),
tu che mi hai benedetto che uno in futuro
180 benedica te!

t2.5 Il “codice” di Hammu-rāpi


§3.7, §4.6.5

Prologo
I 1-26  Quando An, l’eccelso, re degli Anunnāki, ed Enlil, signore del cielo e della terra,
colui che stabilisce i destini del paese, tra gli Igigi assegnarono a Marduk, figlio primogenito
di Ea, lo status di Enlil su tutte le genti e lo resero grande (elevarono) e stabilirono per Ba-
bilonia un nome eccelso e tra le regioni (del mondo) la resero la più grande, per lui hanno
istituito dentro di essa una regalità duratura, le cui fondamenta sono saldamente stabilite
come il cielo e la terra.
I 27-49  Allora, An ed Enlil chiamarono per nome me Hammu-rāpi, il principe, il pio,
che riverisce gli dèi, per rendere manifesta nel paese la giustizia, per annientare il malvagio
e il criminale, perché il forte non opprima il debole, per sorgere sopra i Sumeri come Šamaš
e per illuminare il paese, per migliorare il benessere del paese.
I 50 - II 47  Io sono Hammu-rāpi, il pastore, il chiamato di Enlil, colui che accumula ab-
bondanza e ricchezza, colui che rende perfetta qualsiasi cosa per Nippur - Dur-an-ki (o: Nip-
pur, legame del cielo e della terra), il pio che rifornisce l’Ekur; re capace, che ha restaurato la
città di Eridu, colui che rende perfetto il rito purificatorio dell’Eabzu; aizzatore delle quattro
parti (del mondo), che fa grande il nome di Babilonia, che rende lieto il cuore di Marduk, suo
signore, che trascorre i suoi giorni nell’Esagila, progenie reale; colui che Sîn ha creato, che ha
reso prospera la città di Ur, pio, che prega devotamente, portatore d’abbondanza all’Ekišnugal,
re sagace; che ascolta Šamaš, forte, colui che ha reso salde le fondamenta di Sippar, che ha co-
perto di vegetazione il tempio sopraelevato di Aja, che esalta l’Ebabbar, che è come la base
del cielo, prode che ha risparmiato Larsa, che ha rinnovato l’Ebabbar per Šamaš, suo soste-
nitore; signore che fa vivere Uruk, che ha procurato acqua di abbondanza alla sua gente, che
ha sollevato il capo dell’Eanna, che ha ammonticchiato abbondanza per An e Ištar;
II 48 - III 46  protezione del paese, che ha raccolto la gente dispersa di Isin, che ha arric-
42 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t2.5

chito di abbondanza il tempio dell’Egalmah; dragone tra i re, fratello amato di Zababa, che
ha gettato le fondamenta di Kiš, che ha avvolto completamente di un’aura terrificante l’E-
meteursag; che esegue correttamente i grandi riti di Ištar, responsabile del tempio di Hur-
sagkalama; rete per i nemici, cui Erra, suo compagno, fa realizzare ciò che desidera, che ha
ampliato Kutha, che ha ampliato ogni cosa per il Meslam; toro impennato, che spazza via gli
avversari, prediletto di Tutu, che ha fatto gioire Borsippa, ossequioso, che non si oppone
all’Ezida; dio tra i re, dotato di grande saggezza che ha ampliato l’area coltivabile di Dilbat;
colui che ha ammonticchiato i covoni di orzo per Uraš, il potente; signore, simbolo appro-
priato dello scettro e della corona che ha reso perfetta la saggia Mama; che rende saldi i pia-
ni di Keš; che provvede in abbondanza dei puri pasti per Nintu; giudizioso, perfetto, che sta-
bilisce pascoli e abbeveraggi per Lagaš e Girsu, apportatore di offerte di cibo enormi all’E-
ninnu;
III 47 - IV 31  che afferra saldamente il nemico, favorito dal (dio) grandemente compe-
tente, che compie perfettamente le istruzioni di Zabalam, colui che fa gioire il cuore di Ištar;
principe puro le cui preghiere a mano alzata Adad conosce, che pacifica il cuore di Adad, il
valoroso, che in Karkar ha posto saldamente le insegne appropriate nell’Eugalgal; re che dà
la vita a Adab, che sistema il tempio Emah; preminente tra i re; battaglia che non può essere
fronteggiata; lui ha donato la vita a Maškan-šapir, colui che ha fornito acqua in abbondanza
al Meslam; saggio, che provvede, è lui quello che ha raggiunto tutto ciò che desiderava; colui
che protegge la gente di Malgium nella disgrazia e le ha reinsediate numerose; per Enki e
Damgalnuna, che hanno reso grande la sua regalità, ha stabilito in eterno pure offerte di ci-
bo; preminente tra i re, colui che assoggetta gli insediamenti (lungo il corso) dell’Eufrate, al
segnale di Dagān, suo creatore; è lui quello che ha mostrato misericordia alla gente di Mari
e Tuttul;
IV 32 - V 13  principe, pio, che fa risplendere il volto di Tišpak; che ha predisposto pasti
eccelsi per Ninazu; salvatore delle sue genti nelle difficoltà, che ha reso stabile le loro fonda-
menta; all’interno di Babilonia in pace; pastore di genti, le cui azioni sono gradite a Ištar,
che ha introdotto Ištar nell’Eulmaš all’interno di Agade (città dai molti) viali; colui che ha
reso manifesta la giustizia e ha guidato rettamente il popolo, colui che ha ristabilito lo spiri-
to tutelare benigno ad Assur; colui che questiona con i ribelli, il re che in Ninive nell’Eme-
smes ha reso manifesti i me di Inanna pio, che prega costantemente i grandi dèi, discenden-
te di Sumulael, erede potente di Sîn-muballiṭ, seme eterno della regalità, re forte, Sole di
Babilonia, colui che porta la luce al paese di Sumer e di Agade re che rende obbedienti le
quattro parti (del mondo), io sono il favorito di Ištar –
V 14-26  Quando Marduk alla guida delle genti del paese mi diede l’ordine per far accetta-
re i (giusti) usi, io ho stabilito verità e giustizia per acclamazione del paese e ho migliorato le
condizioni di vita del popolo. A quel tempo: «Se un uomo accusa va un altro uomo ...».
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.1

3. L’uomo si rivolge al dio

t3.1 Inno a Enlil (Enlil A)


§4.2.1

Enlil, il suo ordine è tra tutti il più eccelso, la sua parola (var.: comando) è sacra,
non può essere cambiato ciò che è pronunciato dalla sua bocca, immutabile il desti-
no (che egli stabilisce).
Al suo sollevare gli occhi mormora (persino) la montagna (o: il paese straniero, gli Inferi),
il sorgere della sua luce penetra il centro della montagna (o: il paese straniero, gli
Inferi).
5 Padre Enlil, al suo prender posto comodamente sui podi santi ed eccelsi
– Nunamnir, la cui signoria e principato sono perfetti –
gli stessi dèi della terra si inchinano,
tutti gli dèi Anunna entrano (var.: stanno) al suo cospetto
e obbediscono (lit. stanno) fedelmente al suo comando.
10 Il signore, il più grande in cielo e terra, che ben conosce la legge,
in Duranki (Nippur) ha posto la sua residenza, lui di grande intelletto,
e ha costruito magnificamente il Ki’ur, il luogo vasto.
In Nippur – l’eccelso asse tra cielo e terra – ha posto la sua residenza:
città la cui parte anteriore risplende di bagliore e di terrore,
15 la parte esterna nessun dio (seppur) coraggioso osa affrontare,
il cui centro è la bocca (lama?) di un pugnale affilato, è bocca di distruzione,
trappola per il paese nemico, fossa, rete tesa (contro il nemico).
La sua voce forte la tempesta non la sovrasta,
in un contenzioso non permette che siano pronunciate parole inique,
20 intenzione malvagia, lingua menzognera,
parola mutevole, cosa cambiata e non conveniente,
oppressione, frode, lamento,
occhio torvo, malevolenza, calunnia,
arroganza, non mantener la parola, egoismo, vanità –
25 città in cui tali cose proibite non entrano!
Nippur, i cui quartieri (lit.: braccia) sono come un’ampia rete,
al cui interno l’aquila hurin stende i suoi artigli
(e) il cattivo e il malvagio non sfuggono alla sua presa.
Città dotata di rettitudine,
30 che ha fatto di giustizia e ordine un possesso eterno.
In abiti ben lindi (la gente) sta ai moli,
il fratello minore rispetta il maggiore, ci si comporta umanamente,
44 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.1

si presta orecchio alla parola paterna e se ne raccolgono i benefici,


il figlio si comporta con la madre con modestia e timore, l’autorità paterna dura a
lungo.
35 Città, sacra abitazione di Enlil,
Nippur, santuario amato del padre, la grande montagna,
terrazza di abbondanza, Ekur, edificio di lapislazzuli, che si erge dal suolo,
come un monte che si leva è cresciuto in un luogo puro.
Il suo principe, la grande montagna, il padre Enlil,
40 sul podio dell’Ekur, l’eccelso santuario, ha posto la sua residenza.
Tempio i cui ME nessun dio può disperdere,
i cui riti purificatori sono eterni (lit.: non finiranno) come la terra,
i cui ME sono i ME dell’abzu: nessuno può scrutarli,
il cui interno è un mare vasto il cui orizzonte nessuno conosce.
45 Luogo in cui sono eretti gli stendardi, stendardi che risplendono,
l’antico legame (cosmico) e i ME sono resi perfetti,
le sue parole sono preghiere,
i suoi scongiuri sono suppliche,
la sua parola è un oracolo favorevole, …
50 i suoi riti sono una cosa di somma importanza,
nelle celebrazioni olio e crema profusi diffondono abbondanza,
i suoi piani riempiono il cuore di gioia, grandi sono i suoi verdetti.
Ogni nuovo giorno è una festa, al termine di ogni giorno si raccoglie ampiamente,
il tempio di Enlil è una montagna dell’abbondanza;
55 allungare la mano, guardare con brama, levare la mano con rabbia sono un abominio!
Nel santuario il sacerdote en è cresciuto con il tempio,
i lagar sono ottimi nelle benedizioni,
nell’abzu i gudu sono eccellenti nelle abluzioni
e i nueš sono perfetti nelle sacre preghiere.
60 L’eccelso fattore (il re) è il giusto pastore del paese
generato giustamente in un giorno propizio,
il fattore è perfetto per il campo ampio,
accresce le offerte che porta,
ma non fa andare … nell’Ekurzagin.
65 O Enlil, dopo che hai tracciato nel luogo (il perimetro) della tua sacra abitazione,
hai costruito una città per te, Nippur.
Il Ki’ur, la montagna, il tuo puro luogo, hai provvisto d’acqua,
in mezzo ai quattro punti cardinali lo hai costruito in Duranki (Nippur).
Il suolo (su cui sorge) è la vita del paese e la vita di tutte le regioni,
70 la struttura di mattoni è (come) di oro luccicante, la fondazione di lapislazzuli,
come un toro in Sumer leva le sue corna splendenti
e cozza contro tutti i paesi.
Nelle grandi celebrazioni la popolazione vi passa il tempo in abbondanza.
O Enlil, la pura Uraš irradia fascino per te,
75 la grandezza dell’abzu – il puro podio (var. abisso) – è atta a te,
nella parte inferiore del monte è la tua pura camera da letto, il luogo dove ti riposi.
L’Ekur, casa di lapislazzuli, residenza eccelsa, che incute timore,
il suo melam (terrificante splendore) raggiunge il cielo,
45 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.1

la sua ombra si stende su tutti i paesi,


80 la sua sommità penetra fin dentro il cielo.
Gli en sugli altari
dispongono regolarmente le pure offerte
e pronunciano preghiere e suppliche durante la celebrazione.
O Enlil, il tuo mirare giustamente il pastore,
85 il tuo eleggerlo (a guida) del paese dopo averlo chiamato giustamente
(fanno sì che) il paese straniero sia in suo pugno, il paese straniero sia ai suoi piedi,
persino il paese straniero che si trova nel luogo più remoto gli si sottometta!
Come acqua fresca che s’accumula, cose dall’universo,
doni e importanti tributi,
90 fa giungere nei magazzini.
Nell’eccelso cortile le offerte appronta regolarmente
nell’Ekur, casa di lapislazzuli, portandole da ogni dove.
O Enlil, il giusto pastore (il re) di coloro che da sé si moltiplicano,
il bovaro, che guida gli esseri viventi,
95 ha reso evidente il suo grande principato
indossando la pura corona.
Il vento della montagna quando riempie gli altari
come l’arcobaleno si rivolta nell’aria,
come una grande nuvola si muove per suo conto.
100 Del cielo è l’unico principe, della terra è il dragone,
degli Annunna è il dio preminente,
da solo stabilisce i destini,
nessun dio può tenere lo sguardo (su di lui).
Il suo assistente, il condottiero Nusku,
105 gli ordini e le cose che sono nel suo (di Enlil) animo
conosce e discute con lui,
i suoi comandi esegue grandemente,
puro sacerdote šita (o: supplica) che prega (o: espande) con puro ME.
La grande montagna, Enlil, senza di lui:
110 nessuna città sarebbe costruita, nessun insediamento sarebbe fondato;
nessuna stalla sarebbe costruita, nessun ovile sarebbe fondato;
nessun re sarebbe elevato, nessun en sarebbe generato;
non si sceglierebbero con l’extispicio il sacerdote lumah e la sacerdotessa nindiĝir;
le truppe non avrebbero generali o capitani;
115 nel fiume l’acqua gorgogliante di carpe …,
la sua sorgente andrebbe dritta al mare, la sua foce non sarebbe lontana,
il mare non genererebbe il suo abbondante prodotto,
i pesci dell’abisso non depositerebbero le loro uova nel canneto,
nessun uccello del cielo costruirebbe il nido nell’ampia terra;
120 nel cielo le dense nubi non aprirebbero la loro bocca (per far piovere);
nel campo l’orzo e il lino nei terreni seminati non abbonderebbero;
nella piana la vegetazione non crescerebbe abbondantemente;
nei frutteti gli alti alberi della montagna non produrrebbero frutti.
La grande montagna, Enlil, senza di lui:
125 Nintur non ucciderebbe e non colpirebbe mortalmente;
46 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.1

nessuna vacca farebbe cadere (partorire) il suo vitello nella stalla,


nessuna pecora nel recinto genererebbe l’agnello gagig;
gli esseri viventi non si moltiplicherebbero
... dormire/risiedere;
130 gli animali a quattro zampe non si propagherebbero e non si accoppierebbero.
O Enlil, la tua immensa competenza ammutolisce (tutti)!
La sua essenza è come una matassa aggrovigliata che nessuno può dipanare,
come una trama (lit. fili intrecciati) che nessuno può distinguere.
La tua divinità è dotata di autorità,
135 tu mediti e consulti e governi per tuo conto,
il tuo agire, chi può comprenderlo?
I tuoi piani (ME) non sono mai evidenti,
il tuo volto nessun dio può rimirare.
Signore, dio, re sei tu, o Enlil!
140 Sei giudice delle sentenze in cielo e in terra,
la tua parola è tanto pesante come il cielo e non si sa come sollevarla,
a un tuo ordine gli dèi Anunna fanno …,
la tua parola è pesante in cielo e come una fondazione in terra:
in cielo è un grande peso che segue il cielo,
145 in terra è una fondazione che non può essere frantumata.
Quando si avvicina al cielo è abbondanza
e dal cielo piove abbondanza.
Quando si avvicina alla terra è gioia
e dalla terra germoglia la gioia.
150 La tua parola è lino (o: filo), la tua parola è orzo,
la tua parola è la piena, vita di tutti i paesi!
Gli esseri viventi e gli esseri che percorrono la terra
concedi (lit. fai respirare) una buona vita nel verde.
Enlil tu sei il giusto pastore, che conosce i sentieri,
155 … le scintillanti stelle.
Ninlil, pura consorte, le cui parole (vengono dal) cuore,
autorevole nelle preziose forme della veste tugba, armonica nella figura e nelle
membra,
la giusta donna a cui si levano gli sguardi,
carica di fascino, che sa cosa è giusto per l’Ekur,
160 che consiglia, dalle perfette parole,
la cui parola che è dolce per il corpo è come balsamo per l’animo,
che vive (var.: risiede) con te sul santo podio, il puro podio,
si consiglia e discute con te,
assieme stabilite i destini nel luogo dove sorge il sole.
165 Ninlil, signora del cielo e della terra, signora di tutti i paesi,
attenta (o: celebrata) alla lode della grande montagna (Enlil),
vistosamente la sua parola è posta sulla terra,
il cui ordine e sostegno sono una cosa che non può essere alterata,
i cui discorsi sono preminenti,
170 i cui piani sono un ordine perentorio.
Grande montagna, padre Enlil, eccelsa è la tua lode!
47 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.2

t3.2 Dumuzi e Inanna


§4.2.3, §6.2

La preparazione all’incontro (Dumuzi e Inanna C, 3-18)



Mi sono lavata nell’acqua, strofinata con sapone,
mi sono lavata nell’acqua presa dalla pura anfora,
5 strofinata con sapone preso dalla ciotola brillante,
mi sono unta con olio fine preso dalla ciotola,
mi sono vestita con gli abiti regali della regina del cielo,
e poi sono andata in giro per la casa.
Ho messo il belletto sui miei occhi,
10 ho legato i capelli in uno chignon,
e lavato quelli che ho lasciato sciolti,
ho provato le mie armi per rendere piacevole il mio regno per lui.
(I capelli) della mia testa erano arruffati, li ho pettinati,
ho teso le forcine allentate che mi fermano i capelli,
15 e tirati indietro fino alla nuca.
Ho messo un braccialetto d’oro al mio polso,
una collana di piccole pietre di lapislazzuli al mio collo,
la sua chiusura legata dietro al mio collo.

Dialogo tra una giovane e il suo uomo (Dumuzi e Inanna D)

(Dumuzi)
«[Mentre camminavo], mentre [cammina]vo,
mentre camminavo verso casa,
[la mia] Inanna mi vide».
(Ĝeštinanna)
«Oh fratello, cosa ha detto di te e cosa ha detto ancora di te?
5 Colei che è innamorata, fascino e cose dolci,
la mia santa Inanna, ti ha dato in dono!».
(Inanna)
«Appena il mio sguardo si posò su quel posto,
il mio amato mi raggiunse,
godette di me e lui solo gioì dentro di me.
10 Egli mi portò dentro casa sua,
e mi distese su di un letto dolce come miele.
Il mio dolce tesoro, mentre era steso vicino al mio cuore,
momento dopo momento, coprendomi di baci, momento dopo momento,
il mio fratello dai begli occhi, continuò per cinquanta volte,
15 come una persona priva di qualsiasi forza stetti lì ferma per lui,
mi tremavano le gambe e stavo in un silenzioso intontimento lì per lui.
Con mio fratello, mettendo le mie mani sui suoi fianchi,
con il mio prezioso tesoro, passai l’intera giornata lì con lui.».
48 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.3

(Dumuzi)
«Lasciami andare, sorella mia, lasciami andare!
20 Per favore, sorella mia, lasciami andare al palazzo!»
(Ĝeštinanna)
«Ai miei occhi materni tu sei come un bambino,
possa BaU (Inanna) conoscerti come un uomo. Ti lascerò andare».
Bal-bal-e di Inanna.

t3.3 Inno del re Šulgi (Šulgi A)


§4.4
Io sono il re, fiero già dal ventre materno,
io sono Šulgi, uomo potente già dalla nascita,
io sono il leone dallo sguardo terribile generato dal dragone,
re delle quattro parti del mondo,
5 pastore e mandriano delle “teste nere” (Sumeri).
Io sono il dio principale di tutti i paesi,
figlio generato da Ninsun,
scelto nel cuore dal santo An,
colui cui Enlil ha attribuito il destino,
10 Šulgi, l’amato di Ninlil,
cui Nintur ha dedicato cure amorevoli,
dotato di saggezza da Enlil,
re potente di Nanna,
leone dalle fauci spalancate di Utu,
15 Šulgi, scelto da Inanna per il suo fascino.
Io sono un mulo perfetto per la strada,
un cavallo la cui coda ondeggia per la via,
il giovane asino di Šakkan, che ama correre.
Io sono l’abile scriba di Nisaba,
20 come il mio valore
ho reso perfetta la mia conoscenza.
Pondero le parole importanti,
amo la giustizia
e non amo l’ingiustizia,
25 odio chi pronuncia parole inique.
Io sono Šulgi, re potente, superiore a tutti,
poiché sono dotato di forza notevole (lit. principesca) e godo di buona forma fisica,
ho messo le gambe in movimento e ho organizzato le strade del paese,
ho posto cippi miliari (lit. ho stabilito le doppie-miglia) ed eretto palazzi,
30 ai loro lati ho piantato palmeti e luoghi dove ciascuno potesse riposare,
in quei posti ho installato gente esperta,
venendo da su o venendo da sotto
uno può ripararsi quando fa freddo,
i viaggiatori che percorrono le vie di notte
49 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.3

35 sono al sicuro (lit. portano la loro vita) come in una città costruita.
Affinché il mio nome fosse stabilito per giorni futuri e non cadesse in oblio,
affinché fosse fatta (var.: diffusa) la mia lode nel paese
e la mia gloria fosse proclamata nei paesi stranieri,
io sono un corridore, la mia forza si è levata e per provare la mia velocità
40 da Nippur a Ur
in cuor mio ho deciso di fare il viaggio di ritorno come se fosse di una sola doppia-
miglia.
Io sono un leone, il cui vigore mascolino non viene mai meno, dotato di forza,
ho coperto i miei fianchi con un gonnellino,
come una colomba che prende il volo terrorizzata da un serpente nirDU ho mosso
le mie membra,
45 come l’uccello Anzû che volge il suo sguardo alla montagna ho ‘aperto il mio ginocchio’,
mentre si susseguivano gli insediamenti che ho fondato nel paese,
il popolo delle “teste nere” (Sumeri) numeroso come pecore stava in ammirazione.
Come le capre di montagna che rapidamente zampettano (per tornare) ai loro rifugi,
quando Utu diffuse la sua luce sulle case,
50 sono entrato nell’Ekišnuĝal,
il tempio di Su’en, il recinto che grandemente produce crema, ho rifornito in abbon-
danza,
ho ucciso buoi e scannato pecore,
ho fatto risuonare i tamburi šem e ala,
ho fatto suonare dolcemente i tamburi tigi (var.: […] l’arpa […]).
55 Io sono Šulgi, colui che rende ogni cosa abbondante, ho presentato offerte di cibo,
come un leone ho sprigionato terrore dalla tavola reale.
Nell’Egalmah di Ninegalla
ho … il ginocchio e mi sono lavato in acqua corrente,
ho piegato il ginocchio e ho mangiato il cibo.
60 Mi sono levato (in volo) poi come un falchetto, come un falco,
per tornare baldamente a Nippur.
In quel giorno mugghiava il temporale e infuriava la tempesta,
il furioso vento del nord e il fischiante vento del sud urlavano l’uno contro l’altro,
balenavano lampi, i sette venti in cielo si rincorrevano (lit.: divoravano) l’un l’altro,
65 la rumorosa bufera spazzava la terra,
Iškur nell’immensità del cielo fece vibrare il suo grido,
la pioggia del cielo e l’acqua della terra si mescolavano (var.: l’acqua della terra
competeva con la pioggia del cielo),
piccole pietre e grandi pietre (grandine)
percuotevano rumorosamente la mia schiena.
70 Io sono il re cui non s’avvicina la paura, a cui non si accappona la pelle,
come un giovane leone ho cominciato a correre,
come un onagro nella steppa i miei piedi galoppavano,
con cuore gaio mi sono messo a correre,
correvo come un asinello solitario.
75 Quando Utu volgeva il volto alla sua casa (tramonto),
avevo già percorso una distanza di 15 doppie-miglia,
il mio saĝursaĝ strabuzzò gli occhi (var.: … numerosi … ho pregato nel tempio di
50 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.4

Enlil e Ninlil).
Ho celebrato le feste ešeš contemporaneamente in un sol giorno a Nippur e Ur,
con il mio fratello e amico, il giovane Utu,
80 ho bevuto birra nel palazzo di An (o: del cielo) posto in terra,
il mio cantore mi ha celebrato con canzoni (accompagnate) da sette tamburi tigi,
la mia sposa, la pura Inanna, la signora, fascino in cielo e in terra,
ha preso posto per bere e mangiare.
Non dico questo per vantarmi.
85 Laddove pongo lo sguardo, lì vado,
ciò che il mio cuore desidera, ottengo,
(var.: un manoscritto aggiunge:
le parole che ho fatto scrivere per la vita di mio padre, Lugalbanda, e di
Nanna, re del cielo e della terra, […] un re di Sumer come me non c’è mai
stato (prima) per il popolo)
An ha fissato sul mio capo una giusta ed eccelsa corona d’oro (var.: argento),
nell’Ekur di lapislazzuli ho preso lo scettro,
su un podio splendente, un trono dalle salde fondamenta, ho sollevato il capo al cielo,
90 ho consolidato la mia regalità,
ho soggiogato il paese straniero, rafforzato il mio paese,
dovunque (lit. quattro parti del mondo) gente che gode della (mia) protezione possa
proclamare il mio nome,
cantare una pura canzone,
celebrare la mia maestà, (dicendo):
95 «Il re dotato di eccelsi poteri –
cui Su’en dall’Ekišnuĝal
ha concesso fierezza, forza e una vita felice,
cui Nunamnir ha dato un potere eccelso,
Šulgi, che distrugge i paesi stranieri, che consolida il (suo) paese,
100 sacerdote purificatore del cielo e della terra, che non ha rivali,
Šulgi, che è accudito dall’autorevole figlio di An!».
Lode a Nisaba.

t3.4 Inno a Ištar di Ammī-ditāna


§4.6.1
r.
Cantate della dea, la più terrificante di tutte le dee,
sia celebrata la dea degli uomini (lit. genti), la più grande degli Igigi,
cantate di Ištar, la più terrificante di tutte le dee, sia celebrata
la dea delle donne, la più grande degli Igigi.
5 È colei che è vestita di gioia e voluttà,
che è truccata con seduzione, attrazione, sensualità,
Ištar che è vestita di gioia e voluttà,
che è truccata con seduzione, attrazione, sensualità.
Dalle labbra dolcissime, la sua bocca è vita,
51 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.4

10 sul volto le sboccia un sorriso,


è splendida, perle le cingono il capo,
perfetti i suoi tratti, screziati e cangianti i suoi occhi.
Dea – in lei si trova consiglio,
ha nella sua mano il destino di ogni cosa,
15 dove poggia lo sguardo suscita felicità,
dignità, splendore, spirito protettore (lamassu) e nume tutelare (šēdu).
Dell’amore ricambiato, dell’ascoltare, del sesso, dell’affetto
e della comprensione reciproca lei è l’unica signora;
la ragazza abbandonata trova in lei una madre,
20 la invoca in mezzo alla gente e pronuncia il suo nome.
Chi può eguagliarla in grandezza? Chi mai?
Potenti, eccelsi, splendidi sono i suoi poteri,
Ištar, chi può eguagliarla in grandezza? Chi mai?
Potenti, eccelsi, splendidi sono i suoi poteri.
25 È colei che ha un posto eccezionale tra gli dèi,
influente è la sua parola e prevale su di loro,
Ištar ha un posto eccezionale tra gli dèi,
influente è la sua parola e prevale su di loro.
Loro regina – obbediscono ai suoi ordini,
30 tutti si inginocchiano davanti a lei,
accolgono la sua luce,
donna e uomo la riveriscono.
v.
Nella loro (degli dèi) assemblea la sua parola domina e prevale,
tra di loro siede assieme ad An, loro re;
è saggia per intelligenza, conoscenza e sapienza,
e (perciò) si consigliano l’un l’altra, lei e il suo signore.
5 Occupano assieme il podio,
nel gigunu, luogo di gioia;
stanno gli dèi al loro cospetto,
prestando orecchio a ciò che dicono.
Il re, loro favorito, caro al loro cuore,
10 splendidamente presenta sempre un’offerta pura,
Ammī-ditāna la sua pura offerta con la sua mano
davanti a loro fa magnificente: buoi e arieti ingrassati.
(Ištar) da An, suo sposo, ha ottenuto per lui
vita duratura e lunga,
15 lunghi anni di vita per Ammī-ditāna
ha concesso Ištar e continua a dare.
Con un suo ordine ha fatto piegare
le quattro parti del mondo ai suoi (del re) piedi
e la totalità di tutti i luoghi abitati
20 ha attaccato al suo (del re) giogo.
Il desiderio del suo cuore, il canto della sua attrattività,
sono adatti alla sua (del re) bocca ed egli ha eseguito le prescrizioni di Ea per lei,
udite le lodi in suo (di Ištar) onore, (Ea) ne ha gioito (dicendo):
52 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.5

«Viva il suo re! Che lei lo ami per sempre!».


25 O Ištar, a Ammī-ditāna, il re che ti ama,
concedi vita lunga e duratura!
Che egli stia bene!
------------
Ritornello

t3.5 Inno acrostico di Assurbanipal a Marduk

§4.8.2
r.
Voglio lodare il tuo nome, o Marduk, potentissimo tra gli dèi, l’ispettore dei canali
del cielo e della terra […],
che è stato ben generato e solo è elevato […],
tu porti il potere di An, Enlil e Ninšiku, la signoria e la regalità […],
tu possiedi l’intera conoscenza e la totale potenza […].
5 Saldo governatore, eccelso monarca, onnipotente, superiore […].
Hanno dato fama alla tua signoria, hanno preparato la battaglia […] An!
Tu sei esaltato in cielo, sei re in terra, abile consigliere degli dèi […],
colui che ha reso sicuri tutti i luoghi abitati, colui che tiene il disco del firmamento
e della [terra].
Tu sei elevato tra gli dèi, fece perfette le tue forme Nudimmud (Ea) […]
10 i grandi dèi ti hanno fatto tenere nel palmo (della tua mano) la tavola dei destini e
di elevare [e abbassare ti diedero il potere],
baciarono i tuoi piedi e pronunciarono per te la benedizione «Solo lui [è il re]!».
Enlil fece grandi i decreti per te […]
Il grande […] degli dèi, splendore, luminosità, bagliore, […]
[…] che vaga in mezzo ai cieli […].
15 […] sei tu che hai colpito il cranio di Anzû, che hai sconfitto […]
[…], Cane pazzo, Bisonte, l’Uomo-pesce […]
[…] li hai divisi […].
Erede di Nudimmud, […] i tuoi occhi, […] teme […],
l’arco, le frecce […], la spada, armi […],
20 tu hai sconfitto l’immensa Tiamat e […] Qingu, suo sposo.
Possa Babilonia esultare per te e possa gioire per te l’Esagila [nel cui interno un
verdetto sicuro]
e di giustizia tu emetti, prendi le decisioni, […] fai scaturire [acqua dal sottosuolo],
fai piovere abbondantemente e [provochi] una piena copiosa.
La grandezza di Bēl, ispettore dei canali, è davvero grande ed è di gran lunga più
potente di quella [degli dèi, suoi progenitori].
25 Egli distacca per le forme, superiore è la sua statura, magnifica la veste della sua si-
gnoria […].
Chiama gli Igigi e gli Anunnāki, essi si inchinano al suo cospetto e gli dèi suoi pro-
genitori riposano in tranquillità ai suoi piedi.
53 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.5

Per avere un consiglio e per ricevere un consulto superiore prestano attenzione a


Marduk.
Sono disposte le offerte, l’incenso, i bracieri, gli strumenti inu e le arpe e […],
esaltano il costruttore dell’Esagila e Babilonia gioisce […] è esuberante.
30 Si prostrano a te gli Igigi e gli Anunnāki, gli dèi e le dee dei centri di culto, dei san-
tuari
e dei podi. Governatori e consiglieri celebrano [la tua signoria].
Primogenito di Nudimmud, preminente, coraggioso, potente, tempesta che non la-
scia scampo, fuoco rabbioso, fiamma [che ustiona],
che infiamma il nemico, che in mezzo alla battaglia non [teme] il cozzo delle armi e
di entrare in combattimento.
Alto di statura, Marduk, sole splendente, fiaccola luminosa, nella sua magnificenza […],
35 che purifica gli immondi, fa risplendere […].
Possano testimoniare l’opera del signore degli dèi, Marduk, tutti gli dèi, la totalità
delle dee, An, Enlil,
le costellazioni, l’abisso, il suolo, Nudimmud assieme ai Lahmu […]
(le costellazioni del) Cancro e Pesci, costantemente e per sempre […]
Concedimi sempre pure offerte bursag, […]
40 che il dio rabbioso per mezzo del suo supremo comando ha stabilito salute a colui
che è dotato di vita.
Il tuo nome splendente è (il pianeta) Giove (SAG.ME.GAR), dio supremo, premi-
nente dei preminenti, eletto tra gli dèi, che […]
che al suo sorgere mostra un segno […] i Sette (o: le Pleiadi) […].
Nobile, magnifico, Engišgalana, signore […] le posizioni (celesti) degli Anunnāki
[…]
i riti di purificazione, i rituali e le offerte regolari […].
v.
La tua parola è di molto la più grande, Marduk, rabbioso […]
eminente sei tra tutti gli dèi, la tua divinità […] gli dèi […].
Principe, che accetta (le preghiere), coperto, nella tua rete […] alla tua destra […]
alla tua sinistra sta Erra-gal, il più forte di tutti gli dèi, di fronte i Sette (demoni), gli
eroici dèi […]
5 a destra e sinistra brucia il fuoco, dovunque tu infuri […].
Ampiamente celebrato, brillante - come brilla il dio a cui […] si inchinano sempre
[…] la sua divinità!
Tra tutti gli dèi che stanno sui podi dona offerte di cibo e cereali […].
Marduk afferrò saldamente nel suo palmo le redini degli Igigi e degli Anunnāki, il
legame del cielo [e degli Inferi].
A oriente e occidente ha fissato le posizioni delle stelle e gli ha donato strade e pas-
saggi […].
10 “Giudice delle quattro parti del mondo” è il tuo importante acclamato nome, colui
che consiglia sempre, Enlil degli dèi […],
colui che ha fissato le regole dell’abisso, che dà le razioni e le offerte di cibo ai
[grandi dèi].
Accogli la mia preghiera, accetta i miei atti di sottomissione! Coloro che ti pregano
con devozione senza […];
possa (il dio) che compiace il tuo animo (lit. fegato) pronunciarsi sempre benevol-
54 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.6

mente [in mio favore].


An, Enlil ed Ea possano rallegrare il tuo animo (lit. fegato) e alleviare [il tuo spirito]!
15 Damkina, tua grande madre, [ordini] che tu stia in pace [nell’]Esagila, (il luogo) che
tu ami.
Maestosa, regale, potente; è colei che riunisce, la sposa, la dea, la signora, orgoglio-
sa, grandiosa, maestosa, dalle belle forme, […],
amata di Tutu, fammi vivere e pronunzierò le tue preghiere,
voglio glorificare il tuo coraggio, maestosa principessa, regina dell’Esagila, dea
delle dee, regina delle regine,
maestosa, consigliera di tutte/i […], regina misericordiosa, che ama le suppliche
[…].
20 Ti prego, o valoroso e furioso signore: si plachi il tuo animo irato, si calmi il tuo
cuore rabbioso,
possa tu trovare pace! Che io possa vivere grazie al tuo soffio (vitale), o eccelso
principe degli dèi, Marduk!
L’umile e pio apprendista scriba celebrerà la lode
della grandezza di Zarpānītu, grande signora, sposa di Enbilulu, nuora di
Nud[immud].
-----------
In totale sono 30 versi … in lode di [Marduk …]
25 la grandezza di Zarpā[nītu, si]gnora grande, am[ata di Marduk …]
(resto anepigrafo)

t3.6 Grande inno a Šamaš


§4.10.5

Tu che porti la luce […] nel cielo,


tu che in alto e in basso rischiari l’oscurità […],
o Šamaš, che porti la luce […] nel cielo,
tu che in alto e in basso rischiari l’oscurità […].
5 I tuoi raggi avvolgono come una rete […],
delle remote montagne illumini le loro […],
quando ti vedono gioiscono gli dèi del consiglio,
per te esultano tutti gli Igigi.
I tuoi bagliori svelano qualsiasi segreto,
10 nella luce del tuo splendere i cammini divengono visibili,
la tua aura perlustra incessantemente […]
Come Girra (il fuoco) […] le quattro parti del mondo,
spalanchi le porte di ogni […]
le offerte di tutti gli Igigi […].
15 O Šamaš, le genti si inginocchiano al tuo sorgere,
la totalità dei paesi […]
tu sei colui che illumina, che dirada le tenebre, che […] la corda del cielo,
colui che aziona puntualmente la chiusura del giorno, la coltivazione dei cereali, la
55 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.6

vita [del paese].


La tua luminosità copre le montagne remote,
20 il tuo splendore riempie la distesa di tutti i paesi,
piegato sulla montagna esamini la terra,
tieni sospeso in mezzo al cielo il disco delle terre,
ti prendi cura di tutte le genti dei paesi,
ciò che Ea, signore (lit.: re) che offre consiglio, ha creato, tutto ti è affidato.
25 Ti prendi cura degli esseri viventi tutti assieme,
in alto e in basso sei tu il loro pastore,
con regolarità attraversi costantemente il cielo,
quotidianamente percorri la vasta terra,
i marosi, le montagne, la terra, i cieli,
30 quotidianamente percorri con costanza … come …,
In basso (Inferi) ti curi dei consiglieri di Kusu - gli Anunnāki,
in alto (Terra) fai andare rettamente tutti i luoghi abitati,
pastore in basso, bovaro in alto,
ordinatore, luce del creato sei tu, o Šamaš!
35 Percorri costantemente il vasto e spazioso oceano,
la cui profondità gli Igigi non conoscono,
o Šamaš, il tuo bagliore scende fin nell’abisso (apsû),
[i Lahmu], esseri marini, rimirano la tua luce.
[O Šamaš], tu leghi come una corda, tu copri come una nebbia,
40 la tua vasta protezione avvolge tutti i paesi,
in nessun giorno sei alterato, il tuo volto non si oscura,
sei in attesa di notte e poi divampi di giorno.
Per contrade lontane e sconosciute e per innumerevoli miglia,
o Šamaš, resti sveglio tu che di giorno vai e di notte torni indietro.
45 Non c’è tra tutti gli Igigi uno che possa essere pacificato senza di te,
(non c’è) nella totalità degli dèi uno che sia esaltato come te.
Gli dèi del paese si radunano quando sorgi,
il tuo furioso splendere avvolge la terra.
Di tutti i paesi le cui lingue sono distinte
50 tu conosci i loro piani, osservi i loro percorsi.
Tutte le genti si inchinano a te,
o Šamaš, la comunità (tutta) ambisce alla tua luce.
Alla ciotola della divinazione, al fascio di cedro,
sei [tu] che assegni gli indovini e sveli i sogni.
55 [Coloro che rispettano] gli accordi si inginocchiano davanti a te,
[davanti] a te si inginocchiano l’empio e il giusto.
[Non c’è] chi scende nell’abisso senza di te,
del malvagio e del nemico tu rendi palese il verdetto che li riguarda.
[…]
60 il sonno lo abbraccia […].
Tu fai tornare indietro il malvagio che è circondato […]
tu fai risalire dal fiume infero (Hubur) colui che è oppresso dai processi.
In un processo giusto, o Šamaš, ciò che tu dici […],
i tuoi manifesti discorsi non possono essere mutati e prima non […].
56 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.6

65 Tu assisti colui che va per una perigliosa via,


colui che attraversa il mare ed è impaurito dalle onde tu dai […],
per strade sconosciute tu […] colui che vaga,
[…] colui che percorre sentieri pari a quelli di Šamaš.
[Il mercante con] la borsa (di valori) tu salvi dai flutti,
70 [a …] che scende nelle acque sotterranee tu metti le ali.
Ai fuggitivi e a coloro che vagano mostri un luogo di accoglienza,
strade che solo Šamaš conosce mostri al deportato.
Colui che sta nascosto […]
il prigioniero che in carcere […]
75 colui il cui dio lo ha […]
al vedere […]
presti soccorso al malato […]
stabilisci […]
(sop)porti […]
80 nella Terra del Non Ritorno (Inferi) […]
le dee irate […]
sei esaltato da […]
o Šamaš, nella tua rete […]
nella tua trappola non […]
85 colui che un giuramento ha […]
a chi non teme […]
è stesa la tua vasta rete […]
colui che ha messo [gli occhi] sulla moglie dell’amico,
prima del giorno stabilito […]
90 è fissata per lui una trappola intricata […]
la tua arma lo centrerà e non [esiste] chi lo può salvare,
nel suo processo il padre non sarà (al suo fianco) […]
alle interrogazioni del giudice non risponderanno neppure i suoi stessi fratelli,
sarà avvolto da una gabbia di bronzo senza saperlo.
95 Di colui che compie un sacrilegio tu rompi le corna,
di colui che compie iniquità o trama (malevolmente) la sua base è mutevole,
al giudice corrotto tu mostri la reclusione,
a colui che accetta un dono ma (poi) non agisce rettamente tu fai sopportare il ca-
stigo,
colui che non accetta un dono e (tuttavia) si fa protettore del debole,
100 è gradito a Šamaš (che) gli allunga la vita.
Un giudice avveduto che emette sentenze giuste,
avrà pieno potere nel palazzo ed è uno che risiede in un luogo come quello dei prin-
cipi.
Colui che investe soldi in azioni criminose, il malvagio, cosa ne riceve in cambio?
Sarà ridotto nei guadagni e perderà la sua borsa,
105 colui che dà argento per (commerci presso) lidi lontani e rende un siclo per …
è gradito a Šamaš (che) gli allunga la vita.
Chi cura i rendiconti e [commette cose] disoneste,
chi (nella pesatura) muta continuamente le pietre in una borsa e riduce [il peso] del-
la borsa con l’argento,
57 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.6

sarà limitato nei guadagni e perderà la sua borsa.


110 Colui che cura onestamente i rendiconti, molto […]
gli verrà data qualsiasi cosa in abbondanza.
Chi adopera la bilancia scorrettamente […],
chi presta seguendo la misura media, ma si fa restituire seguendo la misura grande,
prima del tempo la maledizione della gente lo coglierà.
115 Se domanda (la restituzione) prima della scadenza, avrà un carico,
il suo erede non disporrà dei suoi beni,
nella sua casa non entreranno neppure i suoi stessi fratelli.
Il creditore onesto, che dà secondo la misura grande, accrescerà la (sua) fortuna,
è gradito a Šamaš (che) gli allunga la vita,
120 allargherà la sua famiglia e avrà ricchezze,
come acqua di una fonte perenne durerà la sua progenie.
A colui che compie … e non conosce il bene […],
colui che con sotterfugi muta sempre, per sempre sta [di fronte a te (in giudizio)].
Colui che fa del male, la sua progenie non [durerà …]
125 colui la cui bocca (dice sempre) «No!», sta di fronte a te (in giudizio),
accorri e rendi chiaro ciò che esce dalla loro bocca,
tu ascolti e li esamini, del malvagio tu determini la sua sentenza.
Chiunque è affidato alla tua mano,
correggi i loro presagi, ciò che è stato reso intricato tu lo chiarisci.
130 Tu accogli, o Šamaš, la supplica, la preghiera e la benedizione,
il chinarsi, l’inginocchiarsi, la preghiera sussurrata, il prostrarsi.
Dal profondo della sua bocca il misero ti invoca,
il debole, il povero, colui che si è indebitato, il meschino,
la madre di chi è prigioniero sempre e costantemente fanno appello a te.
135 Colui di cui è lontana la sua famiglia, distante la sua città,
nel pericolo della steppa il pastore fa appello a te,
il giovane mandriano nella confusione, il bovaro tra i nemici,
o Utu, a te si appella (colui che) affronta un viaggio periglioso,
il mercante in viaggio, il commesso che viaggia con la borsa con i preziosi,
140 o Utu, a te si appella il pescatore con la rete,
il cacciatore, il battitore, colui che riporta la selvaggina,
l’uccellatore con la rete a te si appella.
Colui che striscia sempre, il ladro, colui che insulta Šamaš,
colui che batte i sentieri della steppa si appella a te.
145 Il morto irrequieto, lo spirito perso,
si appellano a te, o Šamaš, e tu tutto ascolti.
Non trattieni coloro che a te si appellano […]
per me, o Šamaš, non maledirli.
Agli esseri umani, o Šamaš, dai saggezza (lit. apri le orecchie),
150 il tuo volto furioso e la tua luce violenta gli dai,
correggi i loro presagi, sei presente ai sacrifici,
dappertutto (lit. ai quattro venti) stabilisci i loro casi,
dovunque si estendano gli insediamenti tu dai saggezza,
come coppa dello sguardo dei tuoi occhi non bastano i cieli,
155 come ciotola dell’aruspicina non basta la totalità dei paesi.
58 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.6

Nel ventesimo giorno esulti in festa e gioia,


mangi, bevi la loro pura birra della festa, la birra dell’oste del molo,
tu accetti la birra del taverniere che ti versano.
Coloro che sono avvolti in violenti marosi sei tu a salvarli
160 e accetti sempre le loro pure e sacre offerte,
tu bevi la loro miz’u e la birra della festa,
i desideri cui aspirano sei tu a farglieli raggiungere,
tu sciogli i debiti di coloro che ti si inchinano,
tu accetti sempre le benedizioni di coloro che benedicono,
165 essi ti venerano e adorano continuamente il tuo nome,
la tua grandezza lodano in eterno.
Le sciocche la (cui) lingua pronuncia cattiverie,
chi come le nuvole non ha faccia o schiena,
coloro che attraversano la vasta terra,
170 coloro che scalano alte montagne,
i Lahmu, esseri marini, carichi di terrore,
l’entrata del mare che attraversa l’abzu,
il prodotto del fiume che sempre è presentato al tuo cospetto, o Šamaš,
quali sono le montagne che non investe il tuo bagliore?
175 Quali sono le regioni che non si scaldano costantemente alla luce del tuo splendere?
(Sei tu) colui che fa risplendere il buio, che illumina le tenebre,
che dirada l’oscurità, che illumina la vasta terra,
che fa splendere il giorno, che fa scendere in basso la calura di mezzogiorno,
che fa bruciare come una fiamma la vasta terra,
180 che accorcia i giorni e allunga le notti,
[che fa che ci] sia freddo, ghiaccio, gelo, neve,
[che …] il paletto del cielo, che fa spalancare le porte dei centri abitati,
[…] della soglia, piolo, chiave, maniglia,
[che …] non perdona, che dona la vita,
185 […] il prigioniero nel tumulto della battaglia,
[…] scelta prudente, consulto, consiglio,
[…] le mattine alle vaste popolazioni,
[…] scettro, trono, abito palu […]
[…] forza […]
190-192 […]
[All’Ebabbar, luogo] splendente, sede della tua celebrazione,
[…] egli ti porterà il pasto dalle (quattro) regioni (del mondo),
195 […], generale, signore, principe,
[…] ti portino i loro tributi,
[…] nell’offerta d’abbondanza di tutti i paesi,
[…] che il tuo podio sia sempre restaurato […]
[…] … di cui non può essere mutato ciò che dice la sua bocca,
200 Aja, la grande sposa, nella stanza da letto possa dirti: «riposa!».
59 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.7

t3.7 Preghiere a mano alzata (šu’ila) accadiche


§4.11.6

A Nabû
r.
Scongiuro. Principe, primogenito, figlio di Marduk,
condottiero esperto, generato da Papnunanki (Zarpānītu),
Nabû, che porti la tavola dei destini degli dèi, sovrintendente dell’Esagila,
signore dell’Ezida, protezione di Borsippa,
5 amato da Nudimmud (Ea), che concede la vita,
preminente dell’Eanna, protettore della vita (lit. respiro).
Protezione dei luoghi abitati, salvatore delle genti, signore dei santuari,
il tuo nome è sulla bocca della gente, nume tutelare che fa del bene,
figlio del grande principe Marduk, nella tua veritiera parola,
10 nel tuo comando autorevole, nella parola della tua grande divinità,
io, NN, figlio di NN, malato, afflitto, tuo servo,
che dalla mano di uno spirito, una fattura, una maledizione è stato afferrato e con-
tinua a essere perseguitato,
possa guarire e stare bene e ottenere ciò che desidero!
Fa che sia posta verità nella mia bocca,
15 fa che ci siano propositi buoni nel mio cuore,
che il cortigiano e l’attendente dicano cose buone di me,
che il mio dio stia alla mia destra,
che la mia dea stia alla mia sinistra,
un buono nume (šēdu) e un buon spirito protettore (lamassu) siano [lega]ti a me!
20 Concedimi (successo nel) [parlare, ascoltare] e accogliere,
il desiderio che io espri[mo di gra]zia esaudisci.
O figlio del grande principe Marduk, [quando ti rechi all’Ezida],
fa che io mi sazi di [camminare sempre] devotamente davanti a te (o: [rimirare] de-
votamente il tuo volto),
Šazu (Marduk) sia lie[to per te, l’Ezida(?)] gioisca,
25 ti benedicano gli dèi del cosmo,
An, En[lil, Ea rendano grande] la tua signoria,
i grandi dèi [allieti]no [il tuo cuore],
Tašmētu, [tua amata sposa ti dica: “Riposati!”]
nell’Ezida.
-------------
30 Orazione [(preghiera) a mano alzata di Nabû].
-------------
Rituale: prendi due sila di farina [macinati da un uomo],
mescola la (pianta odorosa) kanaktu assieme alla farina […],
versa birra kurunnu e mescola. Recita lo scongiuro [“Saggio, …”],
disporrai l’offerta di cibo e (la preghiera) sarà accettata.
-------------
35 Scongiuro. Saggio, preminente, sapiente, esperto,
60 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.7

dio eccelso, figlio di Šazu,


Nabû, saggio, preminente, sapiente, esperto,
dio eccelso, figlio di Šazu,
[che mantieni] il legame tra cielo e terra,
40 [figlio] primogenito dell’Esagila,
[prediletto] di Marduk, re degli dèi,
[che scruti] le somme montagne e i profondi oceani,
[al tuo ordine] prestano attenzione gli Igigi.
(lacuna di alcune linee)
v.
(lacuna di alcune linee)
[del povero stabilisci la sua protezio]ne,
fai ottenere ciò che desidera [a chi non ha forza],
il forte e il prepotente [riduci] in argilla,
5 sul bisognoso e l’indigente poni la tua protezione,
del povero e dell’oppresso giudica [il loro caso].
Io, NN, figlio di NN, malato, afflitto, tuo servo,
sono incorso in un’infrazione e sono legato [al male],
[mi affligge] dolore e angustia,
10 per il male del mio interno [si fa pesante (lit. accumula) il respi]ro.
Che “bocca” e “lingua” parlino [bene di] me,
in questo giorno mi pro[stro ai tuoi piedi],
sto al tuo cospetto e [mi appello] alla tua divinità!
La tua buona protezione, la tua miseri[cordia autorevole, sia]no su di me,
15 la mia via sia prospera, il mio sentiero re[tto],
poni sotto i miei piedi [terreno/una via] sicura.
Signore, mio dio, sii in pace con me,
Nabû, signore, mio dio, sii in pace con me,
che durante la notte i miei sogni siano buoni;
20 misericordia, supplica, dignità, uno spirito protettore (lamassu),
parlare e ascoltare concedimi!
Per ordine della tua grande divinità possa io vivere e stare bene
e possa io celebrare la tua lode alle genti [innumerevoli]!
-----------
Orazione [(preghiera) a mano alzata] di Nabû.

A Sîn

(K. 155)
Scongiuro. Sîn, luminoso, splendente [nella vasta volta celeste],
Sîn, che ti rinnovi continuamente, che rischiari [le tenebre],
che porti la luce a genti [innumerevoli],
al popolo delle “teste nere” (Sumeri) è elargito il [tuo splen]dore,
5 splendente è il tuo sorgere nel puro cielo,
meravigliosa è la tua torcia, come Girra (fuoco) il tuo ros[seggiare],
la tua luce riempie la vasta terra,
le genti sono estasiate e lottano per ammirarti […].
61 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.8

An del cielo, la cui intenzione nes[suno] può conoscere,


10 il tuo sorgere è preminente come (quello di) Šamaš, [tuo] figlio,
i grandi dèi si inchinano al tuo cospetto, il destino del paese sta di fronte a te.
Nella situazione infausta dell’eclisse che nel mese NN il giorno NN si è verificata,
la sventura di segni e presagi cattivi, infausti, che ci sono stati nel mio palazzo e nel
mio paese,
i grandi dèi ti consultano e tu dai loro un consiglio,
15 seduti assieme discutono ai tuoi piedi.
Sîn, splendente nell’Ekur, ti consultano e tu dai un presagio degli dèi,
il giorno della scomparsa della luna è il giorno del tuo presagio, il giorno della cele-
brazione della tua divinità.
Namra-ṣīt (“Sorge luminoso”), la cui forza non ha eguali, di cui nessuno conosce
l’intenzione,
20 ho versato per te una pura libagione notturna e ho libato per te con birra eccellente,
m’inchino a te, sto (in piedi) e invoco te:
emetti un oracolo buono e giusto per [me],
il mio dio e la mia dea che da molti giorni sono adirati [con me],
con verità e giustizia si riappacifichino con me! La mia via sia prospera, il mio sen-
tiero re[tto]!
25 Ho incaricato Zaqar, dio dei sogni,
affinché durante questa notte prosciolga i miei peccati, possa io conoscere la mia
colpa e tu […]
così che io possa celebrare le [tue] lodi in eterno!
-----------
Orazione (preghiera) a mano alzata di Sîn.

t3.8 Lettera di Inanna-ka a Nintinuga


§4.12.1

A Nintinuga, retta governante dell’Ekur,


medico del paese, riferisci
alla signora che pronunciando scongiuri fa vivere migliaia di persone,
i cui incantesimi guariscono la gente,
5 alla (var. alla mia) compassionevole signora, che ama far vivere e le preghiere,
colei che perdona, piena di misericordia, che accoglie le suppliche,
aggiungi
– decidere di vita e morte è cosa tua,
sei colei che guarisce tutti gli storpi –
10 Inanna-ka, figlia di Enlil-amah,
tua serva, così dice:
«Sono costretta a letto (malata) per la seconda volta (var. due volte),
ma non so dove andranno i miei gemiti!
Mia signora, è stata costruita una casa per me, ma io me ne sto seduta con gli occhi
fissi,
62 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.10

15 la mia lunga esperienza (ragione?) mi ha voltato le spalle (lit. ha cambiato (la dire-
zione) del piede),
non ho chi badi a me,
ne ho abbastanza, è troppo per me,
sto troppo patendo!
Se piace alla mia signora,
20 il demone Asag che sta nel mio corpo (lit. carni) sia rimosso,
così che possa rimettere il piede sul terreno della vita
e io sarò per sempre la tua servitrice,
nel tuo tempio sarò nel cortile e starò sempre al tuo cospetto!
Dopo che sarò guarita, o mia signora, «Colei che guarisce gli storpi»
invocherò quale tuo nome!

t3.9 Lettera al dio della mia famiglia


§4.12.2
r.
Al dio di mio padre (o: dei miei padri)
riferisci
così (parla) Apil-Adad, il tuo servo:
«Perché sei stato indifferente verso di me?
5-7 Chi te lo dà uno come me?
Scrivi a Marduk,
che ti ama,
10 affinché possa sciogliere
la colpa [che mi affligge.]
v.
Che io possa vedere il tuo volto
e baciare i tuoi piedi!
La mia famiglia,
i parenti stretti e la famiglia estesa, guarda
5 e per il loro bene
abbi pietà di me!
Il tuo aiuto
possa raggiungermi!

t3.10 Lettera di Ur-Utu ad Annunītu


§4.12.2
r.
1’-3’ […]
disfare/sciogliere […]
5’ di Ur-Utu, galamahhu di Annunītu,
63 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t3.10

alla mia signora, colei che ama


la vita, riferisci
così (parla) Ur-Utu, il tuo servo:
«Come la mia signora
10’ sa
v.
un servo che al suo padrone
(o) una serva che alla sua padrona
una colpa o una mancanza
non abbiano commesso
5 non esiste!
Tu sei colei che ama la vita!
… mi hanno fatto mangiare l’asakku (tabù) di Adad e Aja.
Ninšubur, che tu ami,
Šamaš (e) […]
10’ [...]
(bordo) A Ur-utu, il suo servo, rapidamente.
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

4. La riflessione sulla vita

t4.1 Giusto sofferente (Ludlul bēl nēmeqi)


§5.1.1

Voglio lodare il signore della conoscenza, dio saggio,


rabbioso di notte, placato di giorno,
Marduk, signore della conoscenza, dio saggio,
rabbioso di notte, placato di giorno,
5 la cui collera, che è come una tempesta, è un deserto,
il cui soffio è dolce come la brezza del mattino,
che non ha pari nella sua ira, la sua rabbia è un diluvio,
il suo animo è compassionevole, il suo spirito misericordioso,
la cui potenza della mano il cielo non può sopportare,
10 il suo palmo gentile aiuta i morti,
Marduk, la cui potenza della mano il cielo non può sopportare,
il suo palmo gentile aiuta i morti,
che con la sua ira scoperchia le tombe
dopo egli ha fatto alzare i caduti in un campo di battaglia.
15 Egli guarda (il devoto) malevolmente, e (subito) lo spirito protettore (lamassu) e il
nume tutelare (šēdu) si allontanano.
egli guarda (il devoto) con favore e così il suo dio torna in favore proprio da colui
che prima aveva rinnegato.
Subitaneamente terribile è la sua violenta punizione,
egli è compassionevole e immediatamente diventa come la donna che lo ha partori-
to (come sua madre),
egli si affretta a comportarsi gentilmente con il suo protetto
20 (e) egli costantemente lo (var.: mi) segue dietro come la mucca con il vitello.
Le sue punizioni sono così acute e trafiggono il corpo,
ma le sue morbide bende fanno rivivere colui che è stato vittima di Namtar;
stabilisce una colpa e la infligge,
ma nel giorno in cui fa giustizia le pendenze e la colpa sono concluse.
25 Egli è colui che affligge per mezzo del demone che fa tremare,
ma con il suo scongiuro brividi e tremori (di freddo) sono rimossi.
... (diluvio di) Adad, devastazioni di Erra,
colui che riconcilia con me il dio e la dea irati.
Il signore può osservare ogni cosa nell’animo degli dèi,
65 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

30 ma nessuno tra gli dei conosce la sua strada,


[Marduk] può osservare ogni cosa nell’animo degli dèi
ma nessuno [tra gli dei] sa la sua intenzione.
[Come] la sua mano è pesante, così il suo animo è compassionevole,
[come] le sue armi sono spietate, così il suo spirito (lit. fegato) mantiene in vita.
35 Senza il suo [consenso] chi può placare il suo colpo?
[Senza] la sua volontà chi può sconfiggere la sua mano?
[Testimonio] la sua ira, io che come un pesce ho mangiato fango,
egli [subito] mi è stato favorevole, come fa rivivere i morti,
[che io possa mo]strare alle persone che il suo favore è presente,
40 che possa la sua grazia favorevole portare via la loro colpa!
Dal giorno in cui Bēl mi ha punito
e il guerriero, Marduk, si arrabbiò con me,
il mio dio mi abbandonò e scomparve (lit. salì sulla sua montagna),
la mia dea (mi) abbandonò e se ne andò da un’altra parte,
45 il nume protettivo (šēdu) non provvide più al mio bene,
il mio dio tutelare (lamassu) si impaurì e se ne andò a cercare un altro,
fui privato della mia dignità, la mia virilità si oscurò,
il mio aspetto (o: caratteristiche) fu alterato e il suo riparo fuggì. (o: le mie caratte-
ristiche si separarono (da me) e scapparono al riparo.)
Presagi terribili sono stati stabiliti per me,
50 fui cacciato di casa e vagai (per strada),
i miei omina erano confusi (e) ogni giorno più strani,
è un continuo via vai dall’indovino e dall’interprete dei sogni,
il messaggio oracolare detto nella strada non è favorevole,
la notte quando dormo i miei sogni sono spaventosi.
55 Il re, carne degli dei, sole del suo popolo,
il suo cuore è in collera (con me) ed è difficile placarlo;
gli attendenti si scambiano discorsi denigratori sul mio conto,
si incontrano e si scambiano calunnie (su di me),
se il primo (dice): “io distruggerò la sua vita”,
60 un secondo dice: “io lo farò rimuovere dalla sua carica”,
allo stesso modo un terzo “io mi approprierò della sua carica”,
“io entrerò in casa sua” dichiara un quarto,
il quinto istiga la folla (lit. cinquanta),
il sesto e il settimo (lo) seguono come se fossero il suo dio protettore;
65 questi sette hanno unito assieme le loro forze contro di me,
senza freni come una tempesta, simili a spiriti maligni (utukku),
avevano un solo corpo, ma molte bocche,
essi erano furiosi nei miei confronti e ardevano come il fuoco,
la calunnia e la parola cattiva (li) hanno spinti a unirsi contro di me,
70 essi hanno cercato un senso negativo alle mie nobili parole (guidandole) come con
le briglie.
Io, le cui labbra erano sempre loquaci, sono diventato come un sordomuto,
il mio pianto rumoroso è fuggito in silenzio,
la mia testa (che tenevo sempre) levata è chinata a terra,
la paura ha indebolito il mio cuore forte,
66 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

75 il mio possente petto ha trovato resistenza in un ragazzo,


le mie forti membra mi si sono anchilosate.
Io, che procedevo per strada con fare nobile,
sebbene io sia una persona autorevole, sono diventato come un servo
e per la (mia) famiglia allargata sono diventato un estraneo.
80 Quando camminavo per strada, ero additato,
quando entravo nel palazzo, mi guardavano di sbieco,
la mia città mi fissava con astio (come se fossi) un nemico,
il mio paese mi maltrattava (come se fossi) uno straniero,
mio fratello era diventato (per me) un estraneo,
85 il mio amico era diventato (per me) un nemico e uno sbirro degli Inferi (gallû),
il compagno rabbioso mi denunciava,
il mio collega preparava la (sua) arma pronto a spargere sangue,
il (mio) amico fraterno voleva togliermi la vita,
il mio servo mi insultava apertamente nell’assemblea,
90 la mia serva mi denigrava in pubblico.
Chi mi conosceva al vedermi scappava,
la mia famiglia mi trattava come se non ne facessi parte.
Una tomba era aperta per chi parlava bene di me,
(mentre) colui che mi calunniava era onorato,
95 a colui che diceva malvagità sul mio conto, il dio lo aiutava.
A colui che esclamava: “Ahi lui!” la morte era fulminea,
(mentre) a colui che non (mi) ha aiutato, la vita diventava come il nume protettivo
(non abbandonandolo mai).
Io non ho avuto nessuno che sia stato al mio fianco, non ho conosciuto nessuno che
(mi) abbia perdonato.
Essi hanno distribuito tutte le mie cose ai reietti (della città),
100 hanno riempito di limo le bocche dei miei canali,
hanno fatto scomparire il canto di lavoro dai miei campi,
e la mia città taceva come (se fosse) la città del nemico;
essi fecero eseguire i miei rituali ad altri
e assegnarono a uno straniero (lo svolgimento) dei riti cultuali a me assegnati.
105 Di giorno era stancante, di notte c’erano avversità,
ogni mese ansioso silenzio, un anno di sfortuna,
ogni giorno gemevo come una colomba,
come un cantore mi lamentavo ad alta voce,
i miei occhi conoscevano un pianto senza sosta,
110 le mie guance bruciavano per le lacrime,
scuro si era fatto il mio volto e nero il mio cuore,
paura e terrore mi avevano fatto impallidire completamente,
gli occhi del mio cuore tremavano a causa del continuo timore.
La preghiera è come l’ardore del fuoco,
115 la (mia) supplica è tremolante come una fiamma (di un fuoco) che brucia continua-
mente,
la mia prece è un (continuo) disputare come (se fosse) una lite,
ho addolcito le mie labbra, (ma) sono impenetrabili come l’oscurità,
cercai di parlare benevolmente, (ma) mi si bloccava la lingua (lit. il parlare).
67 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

È possibile che domani la sorte (mi) sarà favorevole!


120 La luna nuova sorgerà e il mio sole risplenderà!

II

Quest’anno e quello seguente, il tempo fissato è trascorso,


e ancora per me c’è sofferenza ovunque.
La mia debolezza è aumentata, non trovo prosperità,
ho invocato il (mio) dio, ma egli non mi ha concesso la sua attenzione (lit. viso),
5 ho fatto appello alla mia dea, ma non mi ha dato retta (lit. non leva la sua testa).
L’indovino attraverso l’esame (delle viscere) non mi ha dato un altro responso,
per mezzo dell’incenso l’interprete dei sogni non è riuscito a spiegare il mio caso,
ho supplicato il dio dei sogni, ma questo non mi ha illuminato (lit. aperto le orec-
chie),
l’esorcista per mezzo dei rituali non mi ha liberato dalla mia angoscia.
10 Quante azioni sconosciute vi sono in ogni paese!
Io ho conosciuto persecuzione e tormento
come colui che non ha fatto le libagioni per il (suo) dio
e non ha invocato con le offerte di cibo la (sua) dea,
che non si è prostrato, che non è stato visto inginocchiarsi,
15 dalla cui bocca non sono uscite suppliche,
che ha disertato il giorno (della festa) del dio, che ha ignorato la festa eššē šu,
che è diventato negligente e ha disprezzato i loro riti,
che non ha insegnato al suo popolo a venerare (gli dèi) e a osservare attentamente
(i loro precetti),
che non ha invocato il suo dio (e) ha mangiato (l’offerta di) cibo (a lui dedicata),
20 (che) ha abbandonato la sua dea, (che) non le ha fatto un’offerta,
come colui che ha delirato (e) che ha dimenticato il suo signore,
che a cuor leggero ha fatto un importante giuramento al suo dio, io sono diventato
uguale (a costui),
(ma) io, da parte mia, ho fatto attenzione alle suppliche,
la preghiera era la (mia) sagacia, l’offerta il mio compito rituale,
25 il giorno della venerazione degli dèi era una gioia per il mio cuore,
il giorno della processione per la dea era per me (fonte) di piacere e giovamento,
la preghiera al re, essa stessa era un piacere per me
e la sua celebrazione musicale per me era veramente una felicità.
Ho insegnato al mio paese a osservare i riti del dio,
30 ho istruito il mio popolo a onorare il nome della dea,
ho fatto un elogio del re uguale (a quello del) dio,
e ho insegnato alla popolazione il rispetto per il palazzo.
Che io sappia se ciò è gradito al dio!
(Perché) ciò che è buono per se stessi, potrebbe essere un sacrilegio nei confronti
del dio,
35 e ciò che nel proprio animo è orribile, potrebbe essere buono per il proprio dio!
Chi può conoscere la volontà degli dèi in mezzo al cielo?
Chi può comprendere i piani degli dèi inferi?
Dove l’umanità ha appreso la via degli dèi?
68 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

Colui, che viveva in forza, è morto nel dolore,


40 chi presto si è oscurato, all’improvviso diventa festoso,
in un momento egli canta gioiosamente,
e subito dopo lancia gemiti come un lamentatore.
La loro situazione cambia di continuo come un battito di ciglia!
(Se) sono affamati, si riducono a cadaveri;
45 (se) sono sazi, eguagliano i loro dèi.
(Se) stanno bene dicono di salire al cielo,
(se) stanno male dicono di scendere agli Inferi.
Io ho rifiutato queste cose, non ne ho compreso il senso
e una tempesta dà la caccia a me (che sono) molto turbato,
50 una malattia che fiacca mi insegue,
un vento distruttivo soffia (contro di me) dall’orizzonte,
dal seno della terra è sorta la malattia di’u,
il malvagio spirito šūlu esce dal suo abisso,
lo spirito utukku, che non si volta indietro, viene fuori dall’Ekur,
55 il demone lamaštu è disceso dal centro della montagna (Kur)
e fitte di freddo si sono agitate con la piena,
la debolezza ha spaccato la terra insieme alla vegetazione,
essi ... la loro unione, insieme si sono avvicinati a me,
essi hanno circondato la testa, hanno avvolto il mio cranio,
60 hanno ... il mio viso, inumidito i miei occhi,
essi hanno rotto i muscoli (del collo), essi hanno fiaccato il collo,
hanno colpito il mio petto, hanno battuto ripetutamente il mio torace,
essi hanno percosso le mie carni, essi (mi) hanno causato convulsioni,
hanno acceso un fuoco alla bocca dello stomaco,
65 hanno sconvolto le mie interiora, hanno attorcigliato le mie budella,
hanno infettato i miei polmoni con tosse e catarro,
hanno ammorbato le mie membra, hanno creato spasmi a ...,
hanno distrutto la mia alta statura come (fosse) un muro,
hanno reciso il mio robusto fisico come (fosse) giunco,
70 io sono stato abbattuto come un fico secco, sono stato gettato a faccia in giù.
Il demone alû ha rivestito il mio corpo come una veste,
il sonno mi copre come una rete,
i miei occhi che guardano non vedono,
le mie orecchie che sono aperte non ascoltano,
75 La paralisi rimûtu ha preso tutto il mio corpo,
la paralisi mišittu ha attaccato le mie carni,
la paralisi mangu afferra le mie braccia,
la debolezza ha attaccato le mie ginocchia,
i miei piedi dimenticano la mobilità,
80 un colpo (mi) abbatte, improvvisamente sono costipato.
Un annuncio di morte ha coperto la mia faccia,
l’interprete dei sogni mi chiama, (ma) io non rispondo,
“Ahimè!” essi piangono, io non ho controllo su me stesso,
una trappola è posta nella mia bocca
85 e un ostacolo blocca le mie labbra,
69 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

la mia porta è chiusa, il luogo dove attingo l’acqua è ostruito,


la mia fame è prolungata, la mia gola è chiusa,
se vi è cibo io (lo) ingoio come (fosse) una cosa fetida (lit. centaurea)
(e) la birra, (fonte di) vita per l’umanità, è per me veleno.
90 La malattia si è prolungata ulteriormente,
per l’assenza di cibo il mio aspetto è mutato,
la mia carne è flaccida, sono esangue,
le mie ossa sporgono, la mia pelle è pendente,
i miei tessuti sono infiammati, afflitti dalla malattia uriqtu,
95 sono confinato a letto e uscirne è doloroso,
la casa è diventata la mia prigione,
le mie carni sono catene, le mie braccia sono malate,
i miei piedi sono deboli, sono la prigione di me stesso!
Le mie fitte sono molto dolorose, la ferita è grave,
100 (come se) una frusta mi avesse percosso, (come) una spina è dolorosa,
un bastone provvisto di una punta aguzza mi trafigge,
tutto il giorno la sofferenza mi perseguita,
di notte non mi lascia riposare neppure un momento,
le mie giunture sono deboli a causa della torsione,
105 le mie braccia che sono debilitate continuano a ricadere lungo i fianchi,
ho trascorso la notte nel mio letame come un bue,
come una pecora mi sono insozzato con i miei escrementi.
I miei sintomi spaventano l’esorcista (mašmaššu),
l’indovino è confuso dai miei presagi,
110 l’esorcista (āšipu) non è riuscito a determinare la natura della mia malattia
e l’indovino non ha fissato un limite di tempo (di guarigione) alla mia malattia.
Il mio dio non è venuto in mio soccorso, non ha preso la mia mano,
la mia dea non ha avuto compassione verso di me, non è venuta al mio fianco.
La tomba è (ormai) aperta, il corredo funerario è disposto,
115 ma prima che io morissi il lamento funebre per me era già terminato,
tutto il mio paese diceva di me: “come è oppresso!”,
quando coloro che gioiscono sulle mie sventure ascoltavano, i loro volti si illumina-
vano,
(mentre quando) ricevevo liete notizie, i loro animi si spaventavano.
Io conosco il giorno di tutta la mia famiglia,
120 tra gli amici il loro “sole” (lit. Šamaš) è misericordioso.

III

La mano (di Marduk) era pesante e io non potevo sopportarla,


enorme il terrore che (mi) incuteva [...]
la sua punizione furiosa era come la piena [...]
il suo passo calcava violentemente [...]
5 la grande e grave malattia [...] me stesso [...]
peggiorava la mia debolezza e mi faceva vagare [...]
giorno e notte allo stesso modo io mi lamentavo,
nel sogno e nella veglia io soffrivo ugualmente.
70 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

Un uomo giovane dall’eccezionale fisico,


10 splendido nelle fattezze, con una veste nuova,
– poiché io ero ancora in dormiveglia non riuscivo a distinguerne la figura –
rivestito di bagliore, ammantato di terrore,
mi venne incontro e si pose (di fronte) a me.
Al vederlo si paralizzò il mio corpo.
15 Egli disse: «Mi manda il tuo signore!»
[...]
fatti riconoscere, io parlerò [...]
mi ha mandato dal re [...]
stettero in silenzio e non [...]
20 coloro che mi avevano ascoltato [...].
(Poi) ricevetti una visione per la seconda volta.
Nel sogno che ho visto [di notte]
c’era un sacerdote lustratore
che impugnava nella sua mano il tamarisco purificatore
25 (disse) «Laluralimma, che risiede a Nippur,
mi ha mandato per purificare te!»,
egli versò su di me l’acqua che portava
e pronunciò uno scongiuro salvifico, massaggiò il mio corpo.
(Poi) ricevetti una visione per la terza volta.
30 Nel sogno che ho visto di notte
c’era una giovane fanciulla dal bel volto,
vestita come un essere umano, ma eguale a una divinità,
regina del popolo [...],
ella mi venne incontro e si sedette al mio fianco,
35 «Di’ “Ora basta per me!” [...]
non avere paura» disse [...].
Egli ha visto qualche sogno [...]
ha detto: «Ora basta! Egli è molto sofferente!
Chi è colui che ha avuto una visione nella notte?»
40 Nel sogno Ur-Nintinuga [...]
un giovane uomo barbuto con in testa una tiara,
l’esorcista [mašmaššu] che porta con sé una tavoletta
(disse:) «Marduk mi ha mandato»,
portava a Šubši-mešrê-Šakkan una benda,
45 (direttamente) dalle sue (= di Marduk) mani pure portava una benda.
Egli (= Marduk) ha affidato (me) nelle mani del mio servitore,
nelle ore di veglia ha inviato un messaggio,
egli ha mostrato un segno della sua bontà alla mia gente,
Io ero sveglio nella malattia e (come) un serpente che striscia via
50 la malattia è subito scomparsa, ... è stato rotto,
dopo che il cuore del mio signore si è pacificato,
che l’animo (lit. fegato) del misericordioso Marduk è stato placato,
egli ha accolto la mia supplica [...]
la sua dolce attenzione [...].
55 Egli disse: «Ora basta! Egli è molto sofferente!»
71 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

[...] per mostrare [...]


[...] per proclamare [...]
[...] la mia colpa [...]
[...] la punizione [...]
60 [...] la mia colpa [...]
egli ha fatto portare via dal vento le mie negligenze.
62-67 [...]
Egli ha avvicinato a me il suo incantesimo che ha scacciato il male,
ha ricacciato all’orizzonte il malevolo vento distruttivo,
70 in seno alla terra ha scacciato la malattia di’u,
ha fatto rientrare il malvagio spirito šūlu nel suo abisso,
lo spirito utukku, che non si volta indietro, ha rimesso nell’Ekur,
ha respinto il demone lamaštu, facendolo risalire sulla montagna,
la piena dal mare (lit. di Tiamat) ha annullato le fitte di freddo,
75 la radice della debolezza egli ha strappato come (se fosse) una pianta,
il sonno cattivo e il torpore
egli ha mandato via come fumo di cui sono pieni i cieli,
i lamenti “oh! ah!”, che mi faceva fuggire dalle persone
egli ha rimosso come nebbia, egli ... la terra,
80 l’incessante mal di testa, che è grave come una pietra pesante,
ha eliminato come rugiada notturna, (lo) ha fatto allontanare da me,
i miei occhi chiusi, che sono stati coperti dal velo della morte,
egli ha rimosso (il velo) molto lontano, ha ridato chiarezza alla mia vista,
le mie orecchie, che sono state rese sorde (e) sono state tappate come a un sordo
85 egli ha rimosso la loro cera, egli ha aperto il mio udito,
il mio naso, il cui respiro era irregolare per la persecuzione della febbre
ha alleviato la sua sofferenza, io respiro liberamente [...]
le mie labbra che urlavano, hanno ricevuto [...]
egli ha spazzato via la loro paura, le ha liberate dalle loro catene,
90 la mia bocca che restava chiusa perché mi era difficile parlare,
egli ha purificato come il rame, egli [ha rimosso] il suo sporco (lit. rosso),
i miei denti che stavano serrati l’uno contro l’altro (e) legati insieme
egli ha sciolto ciò che li serrava, le loro radici [...],
la (mia) lingua che era legata e incapace di muoversi liberamente
95 egli ha pulito il suo strato di grasso e il mio parlare si è fatto forte,
la (mia) gola che si era stretta, bloccata come da un gonfiore,
egli ha guarito, l’ha fatta cantare le sue canzoni come un flauto,
il mio esofago che era gonfio e non poteva ricevere cibo,
il suo gonfiore è diminuito, egli ha rimosso ciò che lo bloccava,
100 il mio [...] che [...]
[...] sopra [...]
[...] che era oscurato come [...]
(lacuna di 20 linee)
72 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

IV

Il mio signore mi ha pacificato,


il mio signore mi ha applicato (delle bende),
il mio signore mi ha liberato (dal male),
il mio signore mi ha fatto rivivere,
5 dalla fossa mi ha portato via,
[...] mi ha raccolto,
mi ha rimosso dalla disgrazia,
[...] dal Hubur (fiume infero) mi ha pescato,
[...] ha afferrato la mia mano.
10 A chi mi aveva colpito,
Marduk ha sollevato la mia testa
e ha colpito le mani dei miei avversari.
Marduk ha rinunciato alla sua arma (contro di me),
alla bocca del leone che mi divorava
15 Marduk ha messo la museruola.
Marduk, a colui che mi perseguitava
ha portato via la fionda, ha fatto tornare indietro la pietra (che mi aveva scagliato),
[...] ha portato via
[...] selce
20 [...] ha fatto trattenere
[...] ha riempito
(Rottura di lunghezza sconosciuta)
[...] la casa della città [...] mi ha preso,
[...] mi ha portato in [...]
25 [...] il suo Marduk
[...] Zarpānītu aumenta.
Chi può essere? Il signore mi ha liberato,
che la vita mi possa essere velocemente mostrata!
Io non potevo scendere negli Inferi,
30 ma ero diventato un fantasma.
Chi può essere stato? Marduk mi aveva abbandonato!
Io ero stato considerato carne per (il demone) Asakku,
come un cadavere ho camminato a Oriente da[vanti a lui].
Con il lavaggio dei capelli sporchi [...]
35 il mio bagno cerimoniale di rinnovo e [...]
la sofferenza che egli ha sentito nella supplica [...]
per la sottomissione (lit. il toccare del naso) e la preghiera all’Esagila [...]
io che ero sceso nella tomba, sono ritornato ed entrato attraverso la “Porta dell’Alba”,
nella “Porta della Prosperità” la prosperità mi è stata concessa,
40 presso la “Porta del ... spirito protettore (lamassu)” lo spirito protettore è tornato
vicino a me,
presso la “Porta del Benessere” io ho conosciuto il benessere,
presso la “Porta della Vita” ho ricevuto la vita,
presso la “Porta dell’Alba” sono stato annoverato (di nuovo) tra i viventi,
presso la “Porta della Splendida Meraviglia” i miei presagi erano favorevoli,
73 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.1

45
presso la “Porta della Libertà dalla Colpa” il mio pegno (verso il dio) è stato sciolto,
presso la “Porta della Lode” la mia bocca ha invocato,
presso la “Porta del Sospiro” le (mie) angosce sono state cancellate,
presso la “Porta dell’Acqua Pura” sono stato asperso con acqua di purificazione,
presso la “Porta del Benessere” io sono stato visto con Marduk,
50
presso la “Porta dell’Esuberanza” io ho baciato il piede di Zarpānītu,
davanti a loro io ho pregato continuamente con la supplica e l’invocazione,
davanti a loro ho bruciato incenso profumato,
ho destinato un’offerta, regali, numerosi doni,
ho macellato tori ingrassati, ho abbattuto pecore,
55
io continuamente verso (per le libagioni) birra kurunnu molto dolce (e) vino puro;
spirito protettore (lamassu) e nume tutelare (šēdu) che sono divinità tutelari delle
mura dell’Esagila
con libagioni li ho fatti gioire (lit. ho illuminato i loro fegati),
ho reso gioiosi i loro ventri con abbondanti pasti;
lo stipite, le serrature, il chiavistello, le porte,
60 io purifico con l’olio (di sesamo), il burro, e abbondante grano;
all’Ezida, le ordinanze cultuali, i riti del tempio
62-64 [...]
65 [...] grano rosso [...]
io l’ho consacrato con olio dolce di cipresso [...]
il banchetto del cittadino di Babilonia [...].
io ho costruito la casa di colui che stava per seppellirmi (Marduk), nel banchetto [...]
e i cittadini di Babilonia hanno visto come Marduk (mi) ha fatto rivivere.
70 Le bocche di tutti loro hanno glorificato la sua grandezza (dicendo):
«Chi mai avrebbe detto che egli avrebbe visto (di nuovo la luce del) sole?
Chi si sarebbe immaginato che egli avrebbe passeggiato (di nuovo) per strada?
Chi se non Marduk lo avrebbe salvato dalla sua morte?
Eccetto Eru’a, quale dea gli avrebbe ridonato la sua vita?
75 Marduk è abile a resuscitare dalla tomba,
Zarpānītu sa salvare dalla disgrazia,
dovunque si estende la terra, i cieli sono vasti,
il sole splende, il fuoco è acceso,
l’acqua scorre, i venti soffiano,
80 coloro che Aruru ha plasmato da pezzi di argilla
– (ovvero) gli esseri viventi che camminano –
quanta sia estesa la moltitudine (dei viventi), lodate Marduk!».
Poiché io ho risposto a tutte le cose di coloro le cui bocche hanno pronunciato,
[...] possa governare su tutto il popolo,
85 [...] pastore di tutto il mondo inabitato,
[...] inondazioni dalle acque sotterranee,
[...] il santuario degli dei
[...] l’estensione dei cieli e della terra
[...]
90 ...
(Dieci linee rotte)
[...] il suo giorno,
74 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.2

[...] la sua città


[...] le “teste nere” (i Sumeri) [...]
... Zarpānītu, amata di Marduk,
105’ Nazimarutaš e Babilonia [...]
[...] ha realizzato un timpano di ottima fattura,
possa far [risuonare] come un toro nel paese,
[...] cieli [...]
[...] il suo desiderio
110’ [...] sul suo popolo
[...] Šubši-mešrê-Šakkan
[...] Sumer e Agade, colui che [...] il paese,
a colui che ha avuto esperienza della sofferenza, possa cancellare la sua colpa,
[...] possa la sua fatica essere alleviata
115’ [...] che la sua dea possa trattarlo degnamente,
[...] in pace
[...] che il suo dio possa trattarlo doverosamente,
[...] che possa camminare ogni giorno
[...] di Šubši-mešrê-Šakkan
120’ [...] la sua lode è dolce!

t4.2 Dialogo del pessimismo (Arad mitanguranni)


§5.1.3

«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»


[«Prepara e disponi per la partenza] il carro con una pariglia perché possa condurre
sino al palazzo!»
[«Conduci, padrone, conduci …] ci sarà per te […]
[…] ti perdonerà/favorirà»
5 [«No servo! Io] non voglio più condurre fino al palazzo!»
[«Non condurre,] padrone, non condurre,
[…] ti invierà
[…] che non conosci ti farà prendere
giorno [e notte] ti causerà sofferenza»
10 «Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
«Preparami e disponi acqua perché (mi lavi) le mani e prepara perché possa man-
giare!»
«Mangia, padrone, mangia! Mangiare in continuazione apre l’animo
[…] il pasto del suo dio; Šamaš va con (colui che ha?) le mani pulite»
«No servo! Io non voglio più mangiare!»
15 «Non mangiare, padrone, non mangiare,
essere affamato e mangiare, essere assetato e bere sono graditi all’uomo.»
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
«Preparami e disponi per la partenza il carro con una pariglia perché possa con-
durre nel deserto.»
75 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.2

«Conduci, padrone, conduci! L’uomo che vagabonda ha sempre lo stomaco pieno,


20 il cane segugio romperà le ossa (della preda),
[il falco] del cacciatore farà il nido,
l’asino selvatico che va ramingo sarà soddisfatto nel deserto»
«No servo! Io non voglio più condurre nel deserto!»
«Non condurre, padrone, non condurre!
25 Le intenzioni dell’uomo che vagabonda sono mutevoli,
il dente del cane segugio si romperà,
la casa del falco del cacciatore è un […] del muro,
il rifugio dell’asino selvatico che va ramingo è la steppa!»
«Servo, ascolta!» [«Ecco, padrone, ecco»]
30 «Voglio costruire una casa [e avere dei figli]!»
«Abbi (dei figli), padrone, abbi! Colui che costruisce una casa […]
[…] una porta il cui nome è fibra di palma,
[…] pio […] due terzi di un deficiente!»
[«…] voglio bruciare, andare e tornare
35 voglio sfidare il mio accusatore!»
«Così, sfida, padrone, sfida,
“Così, così, voglio farmi una casa” non fare una casa!
Chi si comporta in questo modo rompe la casa di suo padre!».
(var.: in un manscritto per le linee 29-38:
«A […]» «Taci, padrone, taci! […]» «No servo, io [non voglio tacere …]»
«Non tacere, padrone, non tacere! […] se non apri la tua bocca […]i tuoi av-
versari ti staranno alle costole (lit. sul cranio) […]»)
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
40 «Voglio agire impunemente!» «Su fallo, padrone, fallo!
Se non agisci impunemente di cosa ti coprirai?
chi ti darà ciò di cui riempire il tuo stomaco?»
«No servo! Io non voglio più agire impunemente!»
«L’uomo che commette un crimine o è ucciso o scorticato
45 o accecato o arrestato o è gettato in prigione!»
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco»
«Voglio amare una donna!» «Ama, padrone, ama!
L’uomo che ama una donna dimentica affanni e preoccupazioni»
«No servo! Io non voglio più amare una donna!»
50 «Non amare, padrone, non amare!
La donna è un pozzo – un pozzo, un buco, un fosso,
la donna è un coltello di ferro affilato che taglia la gola dell’uomo»
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
«Preparami e disponi acqua per le mani e dammela
55 perché faccia un sacrificio al mio dio!» «Fallo, padrone, fallo!
Un uomo che fa un sacrificio al suo dio ha il cuore lieto:
accumula incarichi su incarichi! »
«No servo! Io non voglio più fare un sacrificio al mio dio!»
«Non farlo, padrone, non farlo!
60 Puoi insegnare al tuo dio a venirti dietro come un cane,
sia che ti chieda riti sia “non interrogare il dio” sia qualsiasi altra cosa»
76 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.3

«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»


«Voglio dare a credito!» «Così, dai, padrone, dai!
L’uomo che dà a credito, il suo grano è il suo grano e il suo guadagno è enorme!»
65 «No servo! Io non voglio più dare a credito»
«Non dare, padrone, non dare!
Dare è come amare una donna e il devolvere è come partorire figli.
Mangeranno il tuo grano e ti malediranno continuamente
e ti priveranno dell’interesse del tuo grano»
(var.: in un manoscritto per le linee 62-69:
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco» «Allora voglio dare al paese razio-
ni di cibo!» «Così, dai, padrone, dai! L’uomo che dà razioni di cibo al paese,
il suo orzo è un orzo abbondante» «No servo! Io non voglio più dare razioni
di cibo al paese!» «Non dare, padrone, non dare! Si mangeranno il tuo gra-
no, l’interesse del tuo grano diminuiranno e in più ti malediranno continua-
mente!»)
70 «Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
«Allora voglio dare un aiuto al mio paese!» «Così, fallo, padrone, fallo!
L’uomo che dà aiuto al suo paese
i suoi aiuti stanno nel cerchio di Marduk.»
«No servo! Io non voglio più dare aiuto al mio paese!»
75 «Non farlo, padrone, non farlo!
Sali e vaga sulla sommità dei cumuli di rovine
guarda i teschi dei famosi e degli ignoti (o: di quelli che sono venuti prima e dopo)
chi è il criminale chi il benefattore?»
«Servo, ascolta!» «Ecco, padrone, ecco.»
80 «Dunque, cosa è giusto?»
«Rompere la mia e la tua nuca
e essere buttati al fiume, ciò è bene
“chi è talmente alto da raggiungere il cielo
e chi è così ampio da contenere la terra?”»
85 «No servo! Io ti ucciderò e prima ti renderò (il dovuto)»
«E il mio padrone sopravvivrà (solo) tre giorni dopo di me!»

t4.3 Diatriba contro Engar-dug


§5.3

Frammento A

Engar-dug, …, lo scemo, …, figlio cresciuto nel …,
un calafatore, un farneticante, coperto di una pelle, che fa cadere … da un muro!
Engar-dug, stonato tra i cantori, un uomo che non capisce nulla,
vanitoso, cane che lecca continuamente …, uomo che …!
5 (Uno che dice) “Apri la (porta di) casa, voglio litigare con te!”. Dalle sembianze di
scimmia,
77 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t4.3

canaglia, un testimone senza vergogna (a mentire), uno che non accetta il verdetto,
luogo insidioso che non conosce uomo retto, che sminuisce il capo della truppa,
uno che non … una festività, un maiale lordo di fango, un tagliagole,
lingua …, uno che ama l’ostilità, sputo […]
10 che aizza discordia, che viene fuori …, abuso …,
un guerriero stante che (tuttavia) trattiene la sua mano, …
Engar-dug, spago aggrovigliato (o: culo legato), lingua …, intelligenza […],
uno che non ha […], coda che cade nella sua bocca, una cosa che per se stessa non […],
storpio che non fa passare la gente nelle piazze!
15 Riverente, leggero è lo scopo nel suo ragionamento, …,
a cui il prete lamentatore e l’incantatore di serpenti …, nome disgraziato tra i cantori,
cane, senza voce nella lira, (e invece) emette un grido di guerra,
… il suo collo la testa … rete che si stende …
comanda, […] un gruppo di persone […]
20 […] non è buono
[…] trasforma sempre in male
[…]

Frammento B

[…] nel suo albero … […]


uno che ruba a suo fratello, che si rifiuta di dare acqua,
che un molo sia costruito, che una piazza della città sia …
che si taglino nasi, […] l’uomo della porta della città, […] i segni,
5 perciò non va mai da nessuna parte, la guardia […].
Engar-dug, il tuo sacro canto è finito, la [tua] maestà […],
i tuoi insulti […] la piazza, la tua falsità è evidente!
…, Engar-dug …
[…] come un francolino […]
10 […] l’incantatore di serpenti […]
Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t5.1

5. Altro

t5.1 Elegia (neo-assira) per la giovane sposa morta di parto


§6.3
r.
«Perché (o donna) giaci come una barca in mezzo al fiume?
Rotto il tuo timone, tagliata la tua gomena,
col volto velato attraversi il canale della Città Interna (Assur)?»
«Come potrei non giacere, e la mia gomena non essere tagliata?
5 Nel giorno in cui ho portato il frutto (nel mio ventre), come potevo essere felice?
Io ero veramente felice, felice era anche il mio sposo.
Nel giorno del travaglio, il mio volto si offuscò (lit. rannuvolò),
nel giorno che partorii la mia vista si appannò.
Le mani aperte, pregavo Bēlet-ilī:
10 “Tu sei la protettrice (lit. madre) di coloro che partoriscono, salva la mia vita!”.
Bēlet-ilī a sentire (queste parole) si velò il volto (e disse):
“Tu […], perché mi preghi?”.
[Mio marito …] lanciò un grido (dicendo):
“[…] la mia seducente donna!”.
v.
[…] durante anni […]
[…] la terra (piena) di crimini,
[…] tu andavi per la Città Interna e urlavi lamenti.
In quei giorni, io stavo con mio marito
5 e vivevo con lui, che io amavo,
la morte piombò rapidamente nella mia alcova.
Mi portò via dalla mia casa,
mi separò da mio marito
e pose il mio piede sulla terra da cui non si torna.».
79 Lorenzo Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia – t5.2

t5.2 Iscrizione dedicatoria di un cane per Nintinuga


§6.4.6

Lugalnesaĝe, figlio di Zuzu, saggio di Nippur,


per Nintinuga ha fatto Tuni-lusag, il suo cane messaggero.
Perciò, il cane scodinzolerà o morderà per la sua padrona,
la signora del cielo e della terra, che assegna (a ciascuno) la parte spettante (desti-
no), la sovrintendente di Enlil,
5 la dolce mammella che sazia tutti i paesi, colei che porta abbondanza,
che impedisce al (demone) Asag [di colpire(?)] e controlla le ossa,
che osserva i tessuti sani e quelli malati (lit. di vita e di morte),
che conosce il luogo in cui colpisce un dolore, un tormento e un’afflizione,
medico caritatevole ed erborista per il malato, veglia sull’interno degli uomini.
10 Mia signora, ciò che ho fatto per te
l’ho chiamato Tuni-lusag,
l’ho chiamato […]-ansaga,
egli [spalancherà] le fauci e Asag sarà [allontanato(?)].
Il mio […] si troverà assieme al tuo nome,
15 la tua grandezza cerca …
(per questo) l’ho chiamato Tuni-lusag.
(Che Nintinuga) vegli sul tempo che mi resta da vivere (lit. miei giorni di vita)
e quando sarò morto (mi permetta) di bere acqua pura agli Inferi (KUR).