Sei sulla pagina 1di 430

JOSÉ RODRIGUES DOS SANTOS

IL CODICE 632
(O Codex 632, 2005)

A Florbela, Catarina e Inês,


le mie tre donne.

"Il tempo rivela la verità."


(Seneca, De ira)

Avvertenza
Tutti i libri, i manoscritti e i documenti
menzionati in questo romanzo
esistono realmente.
Incluso il Codice 632.

Prologo
Quattro.
Il vecchio storico non sapeva, non poteva sapere, che gli restavano solo
quattro minuti di vita.
L'ascensore dell'hotel lo aspettava a porte aperte e l'uomo premette il
dodicesimo pulsante. L'ascensore iniziò a salire e il suo ospite si guardò al-
lo specchio. Pensò di essere finito: si vide calvo, i pochi capelli che aveva
dietro le orecchie e sulla nuca erano radi, bianchi come la neve, bianchi
come la barba che gli nascondeva appena il viso magro e sciupato, segnato
da profonde rughe. Spalancò la bocca ed esaminò i denti storti, gialli, opa-
chi. Soltanto quelli finti, che gli erano stati impiantati, mostravano ancora
la nivea salute dell'avorio.
Tre.
Un dolce tin gli annunciò di essere arrivato a destinazione: l'occupante
doveva gentilmente uscire e andare incontro alla sua morte. Del resto, l'a-
scensore aveva altri ospiti ad attenderlo. Il vecchio attraversò il corridoio,
girò a sinistra, cercò con la mano destra la chiave nella tasca e la trovò. Era
una scheda bianca di plastica, con il nome dell'hotel da una parte e dall'al-
tra una striscia scura che conteneva il codice d'ingresso. Il vecchio inserì la
scheda nella fessura della porta, una luce verde si accese sulla serratura, gi-
rò il pomello ed entrò nella camera.
Due.
Fu accolto dal soffio secco e gelato dell'aria condizionata. Per la piace-
vole sensazione di freddo gli si rizzarono i peli, e pensò a com'era bello
adesso avvertire quella frescura, dopo una mattina intera passata al caldo
rovente della strada. Si curvò sul basso frigorifero, aprì lo sportello, prese
un bicchiere con del succo di mango e si avvicinò all'ampia finestra. Sospi-
rando tranquillo osservò gli alti e antichi palazzi di Ipanema. Proprio di
fronte si trovava un piccolo edificio bianco di cinque piani. Sotto il sole
cocente del primo pomeriggio scintillava sulla terrazza una piscina d'acqua
turchese, all'apparenza fresca e invitante. Di fianco si ergeva un palazzo
scuro più alto, con larghi balconi pieni di seggiole e sedie a sdraio. Le col-
line, sullo sfondo, formavano una barriera naturale che cingeva quella fo-
resta di cemento con i suoi contorni curvilinei verdi e cenere. Il Cristo Re-
dentore, eburnea figura che abbracciava dall'alto la città, indicava di profi-
lo, fragile e minuscola, il Corcovado. Dalla più alta collina la statua sem-
brava in equilibrio sull'abisso del fitto bosco sottostante, e si librava in ci-
ma al belvedere, al di sopra di un piccolo e biancastro cumulo di nubi in-
collatosi alla sommità del promontorio.
Uno.
Il vecchio portò alla bocca il bicchiere e sentì il liquido arancione scen-
dergli gradevolmente per la gola, dolce e fresco. Il succo di mango era la
sua bevanda preferita, soprattutto perché lo zucchero faceva risaltare il re-
trogusto dolciastro del frutto tropicale. Inoltre, le sucariasP1 lo preparava-
no denso, puro, senz'acqua, con la frutta sbucciata al momento e i residui
della polpa mischiati al liquido corposo e rigenerante. Il vecchio lo bevve
tutto, a occhi chiusi, assaporandolo con lenta ingordigia. Quando l'ebbe fi-
nito, aprì gli occhi e osservò con piacere l'azzurro risplendente della pisci-
na sulla terrazza del palazzo di fronte. Fu l'ultima immagine che registrò.
Dolore.
In quell'istante gli scoppiò in petto un dolore lancinante. Si contorse in
una convulsione, si piegò su se stesso, si agitò in un incontrollabile spa-
smo. Il dolore si fece insopportabile e l'uomo cadde a terra, fulminato. Gli
occhi ruotarono e rimasero vitrei, fissi al soffitto, immobili, il corpo steso a
pancia in su, con le braccia aperte e le gambe distese, percorso dal fremito
di un'ultima contrazione.
Il suo mondo era arrivato alla fine.

«Cosa? Vuoi ancora toast al burro?».


«Sì».
«Ancora?».
Tomás sospirò pesantemente. Infastidito, mantenne lo sguardo fisso sul-
la figlia, con aria di disapprovazione, come se le stesse intimando di cam-
biare idea. Ma la bimba annuì con la testa, ignorando stoicamente l'irrita-
zione del padre.
«Sì, anco'a».
Constança guardò contrariata il marito.
«Dai Tomás, lasciala mangiare quello che vuole».
«Eh dai, è sempre la stessa storia, mi sono stufato!» protestò. «Sempre
toast al burro, toast al burro, tutti i giorni». Sottolineò la parola tutti e fece
una smorfia di repulsione. «Non sopporto più neanche l'odore, mi fa vomi-
tare».
«È fatta così, che ci vuoi fare?».
«Lo so» borbottò Tomás. «Ma potrebbe almeno tentare di cambiare,
no?». Alzò l'indice destro. «Per lo meno una volta nella vita. Una. Non
chiedo altro. Solo una».
Ci fu silenzio.
«Voglio toast co' bu'o» mormorò la figlia, irremovibile.
Constança si allontanò dai fornelli, prese dalla busta due fette di pancar-
ré senza bordi e le mise sulla griglia del tostapane.
«Dai, Margarida, che la mamma ti dà i toast».
Il marito si appoggiò alla sedia e sospirò avvilito.
«Oltretutto, mangia peggio di un villano». Fece un gesto irritato con la
testa. «Guardala, si sporca tutta, l'ingorda. Al solo guardare il tostapane le
viene la bava alla bocca».
«È fatta così».
«Ma non è possibile!» asserì Tomás, scrollando la testa. «Ci manda falli-
ti se mangia in questa maniera. Mica lavoriamo per questo».
La madre scaldò il latte al microonde, versò dentro due cucchiaini di
cioccolato in polvere e due di zucchero, mescolò e posò il bicchiere sul ta-
volo. Dopo qualche istante, il tostapane emise il suo tipico clic, annun-
ciando che il pane tostato era pronto. Constança lo prese, ci spalmò un po'
di burro e lo consegnò alla figlia, che lo mise immediatamente in bocca
con la parte insaporita verso il basso, com'era sua abitudine.
«Hmm, che me'aviglia!» esclamò Margarida, assaporando i toast caldi.
Prese il bicchiere e bevve un po' di latte con il cioccolato. Quando lo posò,
aveva due baffi scuri disegnati sopra le labbra. «Molta buono!».

Padre e figlia uscirono dall'appartamento dieci minuti dopo. La mattina


era iniziata fredda e con molto vento, la brezza soffiava da nord, fastidiosa,
e muoveva i pioppi in un sussurrare inquieto, nervoso. Gocce d'acqua, cri-
stalline e brillanti, rigavano l'automobile, e l'asfalto appariva coperto da un
sottile strato bagnato. Sembrava che avesse piovuto, benché quelli fossero
soltanto i resti del manto d'umidità caduta durante la notte, appannando ve-
tri e depositandosi qua e là, in minuscoli laghi sparsi per tutta la città di
Oeiras.
Tomás portava la ventiquattrore in una mano e con l'altra stringeva le di-
ta minute della bambina. Margarida indossava una gonna di jeans chiaro e
una giacca blu, e portava con disinvoltura lo zaino sulle spalle. Il padre a-
prì la porta della piccola Peugeot bianca, fece salire la figlia sul sedile po-
steriore, ai piedi del quale sistemò la cartella e la valigetta, e si sedette al
volante. Quindi accese il motore, fece marcia indietro e partì. Andava di
fretta, Margarida era in ritardo a scuola e lui doveva superare gli ingorghi
mattutini per raggiungere la facoltà, in pieno centro di Lisbona, dove a-
vrebbe tenuto lezione.
Al primo semaforo sbirciò nello specchietto retrovisore. Margarida divo-
rava il mondo con i suoi grandi occhi neri, vivi e affamati, osservando le
persone che percorrevano i marciapiedi e si tuffavano nella nervosa confu-
sione della vita. Tomás cercò di guardarla nel modo in cui l'avrebbe vista
un estraneo: gli occhi grandi, i capelli fini e scuri, l'aria da asiatica paffu-
tella. L'avrebbero definita "anormale"? Era sicuro di sì. Del resto, non era
lui stesso a chiamarli in quel modo, quando li vedeva per strada o al su-
permercato? "Anormali". "Imbecilli". "Ritardati mentali". Che ironia la vi-
ta!
Si ricordava, come fosse ieri, di quella mattina primaverile, nove anni
prima, quando era arrivato nel reparto maternità, raggiante ed eccitato,
sprizzando allegria ed entusiasmo, perché sapeva di essere diventato padre
e perché voleva vedere la figlia nata all'alba. Era entrato nella stanza cor-
rendo con un ramo di caprifoglio in mano, aveva abbracciato la moglie e
baciato la bimba in fasce. L'aveva baciata come fosse un tesoro, e si era
commosso nel vederla così, avvolta nella culla, con le guancette rosee e
l'aria paciosa. Sembrava un piccolo e sonnolento Buddha, tanto era saggia
e tranquilla.
Quel momento di felicità piena, celestiale, trascendente, durò meno di
mezzora. Dopo venti minuti, la dottoressa entrò nella stanza e, con un cen-
no discreto, lo invitò a seguirla nel suo ufficio. Con aria taciturna, iniziò a
chiedergli se avesse in famiglia degli antenati asiatici o con particolari ca-
ratteristiche agli occhi. A Tomás non piacque quella conversazione e, in
modo secco e diretto, pregò la dottoressa di parlare chiaramente, qualun-
que cosa avesse da dirgli. Fu allora che la donna gli spiegò che in passato
quel tipo di persona veniva definito mongoloide, termine caduto in disuso
e sostituito dall'espressione "persona con sindrome di Down" o "con Tri-
somia 21".
Si sentì come se gli avessero dato un pugno in pieno stomaco. Il pavi-
mento gli si aprì sotto i piedi, il futuro s'inabissò in un'oscurità senza ritor-
no. La moglie reagì con un profondo mutismo, rifiutandosi per molto tem-
po di parlare dell'argomento, d'ammettere che i progetti per la figlia fosse-
ro crollati con quella terribile sentenza. Seguì un'altra settimana di tenue
speranza, mentre l'Istituto Ricardo Jorge effettuava l'esame del cariotipo,
test genetico che avrebbe sciolto ogni dubbio. Trascorsero quei giorni cer-
cando di convincersi che c'era stato un equivoco. A Tomás sembrava addi-
rittura che la piccola somigliasse alla nonna paterna e Constança ricono-
sceva in lei tratti caratteristici di una zia. Sicuramente i medici si erano
sbagliati: non è possibile che questa bambina sia ritardata mentale; a dirla
tutta, bisogna essere proprio degli idioti per pensare una cosa simile! Ma
soltanto otto giorni dopo, la telefonata di un tecnico dell'Istituto, con le fa-
tidiche parole "il test ha dato esito positivo", rese tutto definitivo.
Lo shock si rivelò brutale per la coppia. Per mesi non avevano fatto che
riporre speranze in quella figlia che avrebbe dovuto prolungare la loro esi-
stenza, proiettandoli oltre la vita. Invece, il loro castello si era sgretolato in
un attimo sotto il peso di quella mezza dozzina di secche parole. Restarono
solo l'incredulità, il rifiuto, il rancore di chi subisce un'ingiustizia, il vorti-
ce inarrestabile della ribellione. Era tutta colpa del ginecologo che non a-
veva capito, degli ospedali che non erano preparati a simili situazioni, dei
politici che se ne fregavano dei veri problemi della gente, in definitiva, di
quella merda di Paese. Poi seguì la sensazione della perdita, un profondo
dolore e un insormontabile senso di colpa. Perché io? Perché mia figlia?
Tomás si era fatto mille volte quella domanda e tuttora si sorprendeva a ri-
petersela. Avevano passato intere notti in bianco a chiedersi cosa avessero
mai fatto di male, a interrogarsi sulle proprie responsabilità, alla ricerca di
colpe ed errori, di qualcuno da accusare, della ragione e del senso di tutto
ciò. In una fase successiva, le loro preoccupazioni si erano spostate sulla
figlia. Presero a immaginarsi il suo futuro. Cosa avrebbe fatto della sua vi-
ta? Che ne sarebbe stato di lei quando, più grande, non avesse avuto più i
genitori ad aiutarla e proteggerla? Chi se ne sarebbe preso cura? Come a-
vrebbe fatto a mantenersi? Avrebbe vissuto bene? Sarebbe stata autonoma?
Sarebbe stata felice?
Erano arrivati ad augurarle la morte. Un atto di carità divina, si erano
giustificati. Un atto di misericordia. Sarebbe stato meglio per tutti, meglio
per lei stessa, le sarebbe stata risparmiata tanta inutile sofferenza! Del resto
non tutti i mali vengono per nuocere, no?
Un sorriso di bambina, un semplice scambio di sguardi, una smorfietta
innocente e all'improvviso tutto cambiò. Come per magia, smisero di vede-
re in Margarida un'anormale e iniziarono a riconoscere in lei la propria fi-
glia. Da quel momento concentrarono tutte le loro energie sulla piccola,
avrebbero fatto di tutto per aiutarla. Vissero persino nell'illusione di poter-
la "curare". Così, la sua vita divenne un viavai affannoso tra istituti, ospe-
dali, cliniche e farmacie, con periodiche visite cardiologiche, oculistiche,
dell'udito, della tiroide, dell'instabilità atlanto-assiale, un infinito numero
di esami e test che sfinirono tutti. Con quel ritmo di vita fu un vero miraco-
lo che Tomás fosse riuscito a concludere il proprio dottorato in Storia. Si
rivelò incredibilmente difficile studiare criptanalisi rinascimentale, con i
complicati enigmi di Alberti, Porta e Vigenère, in mezzo a tante fatiche e
all'andirivieni da medici e analisti. Mancavano i soldi. Lo stipendio della
facoltà e quello che la moglie guadagnava insegnando Arti Visive alle su-
periori bastavano appena per le spese giornaliere. A conti fatti, tanto sforzo
ebbe conseguenze inevitabili sulla vita della coppia. Tomás e Constança,
immersi nei loro problemi, avevano quasi smesso di toccarsi. Non c'era più
tempo per quello.
«Dai papà, cante'elliamo?».
Tomás sussultò, ritornando al presente. Riprese a guardare dal retroviso-
re e sorrise.
«Pensavo ti fossi dimenticata. Cosa vuoi che canti?».
«Quella di Ma'ga'ida olha po' mim2».
Il padre si schiarì la voce:

Eu sou uma Margarida,


Flor do teu jardim,
Sou tua,
Meu pai.
Eu sei que olhas por mim.3

«Bella! Bella!» esclamò lei, euforica, battendo le mani. «O'a O Zé ape'ta


o laço4».

Parcheggiò nel garage della facoltà, ancora semideserto alle nove e mez-
za del mattino. Prese l'ascensore fino al sesto piano, andò a controllare la
corrispondenza in ufficio e a prendere le chiavi in segreteria, scese le scale
fino al terzo, passando fra gli studenti che affollavano l'atrio e chiacchiera-
vano rumorosamente tra loro. La sua presenza suscitava sussurri emozio-
nati fra le ragazze, alle quali Tomás doveva sembrare davvero un bell'uo-
mo, alto, appariscente, con i suoi trentacinque anni e quei luminosi occhi
verdi, che erano l'eredità più marcata della bella nonna francese. Aperta la
stanza T9, dovette premere una serie di interruttori per accendere tutte le
luci. Quindi, posò la ventiquattrore sulla cattedra.
Gli alunni entrarono in massa avvolti dal tipico brusio mattutino, spar-
pagliandosi a gruppi per la piccola stanza, più o meno tutti nei soliti posti e
vicino al compagno abituale. Il professore prese gli appunti dalla borsa e si
sedette, in attesa che gli studenti si sistemassero e che gli ultimi ritardatari
entrassero. Studiò quei volti che conosceva da poco più di due mesi, dall'i-
nizio dell'anno accademico. Erano quasi tutte ragazze, alcune ancora in-
sonnolite, altre ben vestite, la maggior parte un po' trasandate. Per lo più
avevano uno stile intellettuale: gli occhi, invece di truccarli, preferivano
tenerli fissi sui libri. Tomás aveva già tracciato di tutte loro un ritratto ide-
ologico. Le trasandate erano tendenzialmente di sinistra, privilegiavano la
sostanza e disprezzavano la forma. Le più curate, invece, erano general-
mente di destra, cattoliche e discrete. Le amanti dei piaceri della vita, truc-
cate e profumate, non volevano saperne né di politica né di religione, l'uni-
co scopo della loro vita era incontrare un ragazzo facoltoso da sposare. Il
brusio si prolungò, ma i ritardatari stavano diminuendo, si facevano sem-
pre più rari.
Alla fine, stabilito che si poteva ormai iniziare la lezione, Tomás si alzò
dalla cattedra e si rivolse alla classe.
«Dunque, buongiorno».
«Buongiorno» risposero gli studenti in un mormorio disordinato.
Il professore fece alcuni passi verso i primi banchi.
«Nelle lezioni precedenti, come ben ricorderete, abbiamo parlato della
comparsa della scrittura in Sumeria, in particolare a Ur e Uruk. Abbiamo
studiato le iscrizioni cuneiformi di una placchetta di Uruk e abbiamo letto
il più antico testo di finzione che si conosca, l'Epopea di Gilgamesh». Altri
studenti entrarono nella stanza. «Abbiamo visto una stele del re Marduk e
analizzato i simboli dell'Accadia, dell'Assiria e della Babilonia. Successi-
vamente abbiamo trattato degli Egizi e dei geroglifici, leggendo brani del
Libro dei Morti, iscrizioni del tempio di Karnak e una serie di papiri». Fe-
ce una pausa per sottolineare la fine del riepilogo degli argomenti già af-
frontati. «Oggi, per concludere la parte riguardante l'Egitto, conosceremo il
modo in cui sono stati decifrati i geroglifici». Si fermò e si guardò intorno.
«Qualcuno ne ha idea?».
Gli studenti sorrisero, abituati al modo impacciato con cui il professore
li invitava a partecipare alla lezione.
«Fu grazie alla Stele di Rosetta» disse una studentessa, sforzandosi di
rimanere seria.
Che la Stele di Rosetta avesse a che fare con la decifrazione dei gerogli-
fici era in effetti una conoscenza elementare.
«Giusto» assentì Tomás, con aria però poco convinta, cosa che sorprese
gli studenti. «La Stele di Rosetta ha senza dubbio svolto un ruolo impor-
tante, ma non si può dire che sia stato l'unico fattore, o almeno non quello
fondamentale». Nella stanza si moltiplicarono le espressioni confuse. La
ragazza che era intervenuta rimase in silenzio, avvilita per non aver rispo-
sto completamente alla domanda. Ma gli altri presero ad agitarsi sulle se-
die.
«Che significa, professore?». Si fece avanti una studentessa seduta a si-
nistra, una cicciottella bassa e con gli occhiali, di solito una delle più atten-
te e partecipi. Aveva un'aria educata, doveva essere cattolica. «Quindi non
fu la Stele di Rosetta a svelare il significato dei geroglifici?».
Tomás sorrise. Ridimensionare l'importanza della Stele di Rosetta aveva
prodotto l'effetto desiderato: aveva risvegliato l'aula.
«Sì, ha dato un piccolo aiuto. Ma la questione è più complessa». In quel
preciso momento, una nuova ragazza entrò nell'aula e il professore la os-
servò distrattamente. «Come sapete, per secoli...». Esitò un poco, soffer-
mando l'attenzione sull'ultima arrivata. «Ehm... per secoli... i geroglifi-
ci...». Non l'aveva mai vista prima. «I geroglifici rimasero... ehm... rimase-
ro un grande mistero». La sconosciuta andò a sedersi nell'ultima fila, in di-
sparte da tutti e, per questo, da tutti osservata. «I geroglifici... ehm... più
antichi...». Aveva i capelli biondi e ricci, brillanti e vivi, e un corpo volut-
tuoso. «Dunque... i primi geroglifici risalgono a... ehm... tremila anni pri-
ma di Cristo». Tomás si sforzò di concentrarsi sull'argomento e s'impose di
distogliere lo sguardo dalla ragazza, comprendendo che non era il caso di
continuare a balbettare e di restare a guardarla, imbambolato. «I geroglifi-
ci... ehm... rimasero quasi inalterati per più di tremila anni, finché, alla fine
del secolo IV d.C, smisero di essere utilizzati. Il loro uso e la loro lettura si
persero immediatamente, nell'arco di circa una generazione. E sapete per-
ché?».
La classe restò in silenzio. Nessuno lo sapeva.
«Gli Egizi furono colpiti da amnesia?» scherzò uno studente, uno dei
pochi maschi della classe.
Risatine nella stanza, le ragazze pensavano fosse spiritoso.
«A causa della Chiesa cristiana» spiegò il professore con un sorriso for-
zato. «I cristiani proibirono agli Egizi di usare i geroglifici. Volevano ri-
muovere il loro passato pagano, volevano obbligarli a dimenticare Isi, Osi-
ri, Anubi, Horus e tutta quell'immensa corte di dei. Il taglio fu così netto
che la conoscenza dell'antica scrittura semplicemente scomparve». Il pro-
fessore fece un gesto rapido. «Puff!» soffiò. «Da un momento all'altro,
nessuno fu più in grado di capire cosa volessero dire i geroglifici. L'antica
scrittura egizia passò alla storia in un batter d'occhio». Visto che era tra-
scorso almeno un minuto, Tomás si azzardò a guardare di sfuggita la nuo-
va arrivata. «L'interesse per i geroglifici si spense per riaccendersi solo alla
fine del XVI secolo quando, sotto l'influenza di un misterioso libro di
Francesco Colonna, intitolato Hypnerotomachia Poliphili, papa Sisto V
ordinò che fossero collocati obelischi egizi agli angoli delle nuove vie di
Roma». A Tomás sembrava una dea, nonostante il genere fosse certamente
diverso da quello di Iside. «Allora gli studiosi presero a cimentarsi di nuo-
vo con quella scrittura ma senza arrivare a nulla. Pensavano di trovarsi di
fronte a ideogrammi, cioè a caratteri che rappresentavano idee complete».
Lei era più vicina al genere delle divinità nordiche. «Quando Napoleone
invase l'Egitto, chiamò al proprio seguito un'equipe di storici e scienziati
con il compito di cartografare, registrare e misurare tutto quello che aves-
sero trovato». Una specie di cortigiana per animare i banchetti di Thor e
Odino. «Questa equipe arrivò in Egitto nel 1798 e, l'anno seguente, fu
chiamata dai soldati accampati presso Fort Julien, vicino al delta del Nilo,
per analizzare una cosa che avevano trovato nella non lontana città di Ro-
setta». La bionda aveva occhi di un celeste cristallino, la pelle di un bianco
latte e irradiava una bellezza lussuosa, di quelle particolarmente amate da-
gli uomini e disprezzate dalle donne. «I soldati, abbattendo una parete per
aprire un passaggio verso il forte che occupavano, avevano scoperto una
pietra con tre diversi tipi d'iscrizione». Tomás ipotizzò che fosse straniera,
dal momento che era raro incontrare in Portogallo bionde così chiare.
«Gli scienziati francesi studiarono la pietra, e vi identificarono caratteri
greci, demotici e geroglifici. Arrivarono alla conclusione che si trattasse
dello stesso testo scritto nelle tre lingue e subito si resero conto dell'impor-
tanza della scoperta». Era tedesca? «Il problema fu che le truppe britanni-
che avanzarono sull'Egitto e sconfissero quelle francesi, e la pietra, che si
pensava fosse stata inviata a Parigi, finì per essere spedita al British Mu-
seum, a Londra». Poteva essere italiana o francese ma Tomás avrebbe
scommesso su un Paese nordico. «La traduzione dal greco rivelò che la
pietra conteneva un decreto dell'Assemblea dei sacerdoti egizi, attestante i
benefici che il faraone Tolomeo aveva concesso al popolo d'Egitto e gli
onori che, in cambio, i sacerdoti avevano reso al faraone». Forse era dane-
se o magari inglese, ma Tomás sospettava che fosse originaria della Ger-
mania. Non era del genere tedesca-cavallona o tedesca-prosperosa, piutto-
sto una tedesca-modella, alta e risplendente, una bellezza da copertina.
«Pertanto, gli scienziati inglesi conclusero che, se le altre due iscrizioni
contenevano lo stesso editto, allora non sarebbe stato difficile decifrare gli
altri due testi in demotico e geroglifico».
«Ah!» esclamò la paffutella con gli occhiali, la stessa alunna vivace che
prima aveva interrogato il professore. «Quindi fu comunque la Stele di Ro-
setta a fornire la chiave per decifrare i geroglifici...».
«Calma» disse Tomás, alzando la mano destra. «Calma». Fece una pau-
sa drammatica. «La Stele di Rosetta presentava tre problemi». Alzò il pol-
lice. «Primo, era danneggiata. Il testo greco era relativamente intatto ma
mancavano parti importanti del demotico e soprattutto del geroglifico. Me-
tà dei versi geroglifici era andata perduta e i restanti quattordici apparivano
deteriorati». Alzò l'indice. «Secondo, gli altri testi da decifrare erano scritti
in egizio, una lingua che si presumeva non fosse parlata da almeno otto se-
coli. Gli scienziati riuscirono a capire quali fossero i geroglifici corrispon-
denti a determinate parole greche, ma ne ignoravano il suono». Aggiunse il
terzo dito. «Infine, fra gli eruditi era molto radicata l'idea che i geroglifici
fossero ideogrammi, cioè simboli ai quali corrispondono idee complete, e
non fonogrammi, nei quali un simbolo rappresenta un suono, come accade
ad esempio nel nostro alfabeto fonetico».
«Allora come hanno fatto a decifrare i geroglifici?».
«La prima breccia nel mistero della scrittura egizia fu aperta da un pro-
digio inglese di nome Thomas Young, un uomo che, a soli quattordici an-
ni, aveva già studiato greco, latino, italiano, ebraico, caldeo, siriano, per-
siano, arabo, etiope, turco e... dunque... fatemi vedere...».
«Cinesiano?» arrischiò il simpaticone della classe.
Risata generale.
«Samaritano» si ricordò Tomás.
«Allora, se sapeva il samaritano vuol dire che era un bravo ragazzo!»
continuò il simpaticone, entusiasta del successo dei suoi interventi.
«Un buon samaritano!».
Nuove risate.
«Forza, su» disse il professore, che iniziava a irritarsi per le battutine.
Tomás sapeva che tutte le classi avevano un pagliaccio e quello, evidente-
mente, era il pagliaccio di turno di quella classe. «Bene, nel 1814 Young
portò con sé, per le vacanze estive, una copia delle tre iscrizioni della Stele
di Rosetta. Si mise a studiarle bene e una cosa richiamò la sua attenzione.
Si trattava di un insieme di geroglifici circondati da un cartiglio, una spe-
cie di anello. Dedusse che era destinato a mettere in risalto qualcosa di
molto importante. Ora, dal testo greco sapeva che in quella parte della Ste-
le si parlava del faraone Tolomeo. Fece due più due e concluse che il carti-
glio indicava il nome di Tolomeo, era un modo per dare importanza al fa-
raone. Fu allora che Young impresse una svolta rivoluzionaria. Invece di
partire dal presupposto che quella fosse una scrittura esclusivamente ideo-
grafica, considerò l'ipotesi che la parola fosse scritta foneticamente e si mi-
se a fare congetture sul suono di ogni geroglifico all'interno del cartiglio».
Il professore si avvicinò alla lavagna e disegnò un quadrato . «Partendo
dal principio che ci fosse scritto il nome di Tolomeo, suppose che questo
simbolo, il primo della cartella, corrispondesse al primo suono del nome
del faraone, la p». Disegnò di fianco un semicerchio con la base rivolta
verso il basso . «Poi dedusse che questo simbolo, il secondo della cartel-
la, fosse una t». Di seguito disegnò un leone sdraiato di profilo .
«Young pensò che questo leoncino rappresentasse una l». Un nuovo sim-
bolo scarabocchiato sulla lavagna bianca, questa volta due linee orizzontali
parallele unite a sinistra . «Qui ritenne di aver incontrato una m». Ora
due coltelli affiancati, in verticale . «Questi coltelli dovevano essere una

i». Infine, un uncino in perpendicolare . «Questo simbolo doveva corri-


spondere a os». Si voltò e guardò la classe. «Vedete?». Indicò i simboli
scarabocchiati sulla lavagna e li sillabò, seguendoli con l'indice. «P, t, l, m,
i, os. Ptlmios. Tolomeo». Tornò a fissare gli alunni e sorrise per l'espres-
sione affascinata che colse sui loro giovani volti. «Oggi sappiamo che
Young, nella maggior parte dei casi, aveva indovinato quei suoni». Si al-
lontanò dalla lavagna e si avvicinò alla prima fila. «E qui finisce, miei cari,
il contributo della Stele di Rosetta». Si assicurò che questa idea si fissasse
nelle loro teste. «Fu un primo passo molto importante, è vero, ma c'erano
ancora molte cose da fare. Dopo aver completato la prima lettura di un ge-
roglifico, Thomas Young andò alla ricerca di conferme. Scoprì un altro
cartiglio nel tempio di Karnak, a Tebe, e dedusse che si trattava del nome
di una regina tolemaica, Berenice. Anche in questa occasione riuscì a indi-
viduare i suoni. Il problema fu, tuttavia, che secondo Young queste trascri-
zioni fonetiche potevano applicarsi solo a nomi stranieri, come nel caso
della dinastia tolemaica, discendente da un generale di Alessandro Magno,
e quindi non portò questa linea di pensiero fino alle estreme conseguenze.
Risultato, il codice finì per essere solo scalfito e non rotto5».
«Non capisco» lo interruppe la paffutella con gli occhiali. «Per quale
motivo non si spinse oltre? Cosa lo portò a concludere che solo i nomi
stranieri fossero trascritti foneticamente?».
Il professore esitò, pensando per alcuni istanti al modo migliore per
spiegare il concetto.
«Guardate, è come il cinese» e poi domandò: «Qualcuno conosce il ci-
nese?».
La classe si mise a ridere per la domanda.
«Molto bene, mi sembra di capire che nessuno conosca il cinese, chissà
perché. Non importa. Il cinese, come tutti sanno, presenta una scrittura i-
deografica in cui ogni simbolo rappresenta un'idea, non un suono, e per
questo è necessario inventare simboli ogni volta che appare una nuova pa-
rola. Mentre a noi, per riprodurre nuovi vocaboli, basta riutilizzare i sim-
boli fonetici già esistenti, il popolo orientale deve inventarne di altri e ciò
significa, in definitiva, ritrovarsi con migliaia e migliaia di simboli e con
l'impossibilità di disegnarli tutti. Dinanzi a questo problema, cosa fece-
ro?».
«Presero pasticche per la memoria...» suggerì il simpaticone.
«Fonetizzarono la propria scrittura» spiegò il professore, ignorando la
spiritosaggine. «O, meglio, mantennero i vecchi simboli ideografici ma
impiegarono foneticamente quelli già esistenti per riprodurre i nuovi ter-
mini. Questo per evitare di inventare ogni volta un simbolo diverso. Per
esempio, la parola "Moçambique"6. In cinese cantonese, il numero tre si
dice çam e si scrive con tre trattini orizzontali». Tomás andò alla lavagna e
disegnò tre lineette sotto ai geroglifici già scarabocchiati. «Quando ebbero
la necessità di scrivere la parola "Moçambique", presero il simbolo del tre,
çam, e lo collocarono come seconda sillaba della parola "Moçambique".
Avete capito?». Guardò intorno e intuì che il concetto era stato acquisito.
«Young pensò che gli Egizi avessero fatto esattamente la stessa cosa. Co-
me i cinesi, anch'essi avevano una scrittura di tipo ideografico ma, di fron-
te a nuove parole, ad esempio "Tolomeo", invece di inventare ulteriori
simboli decisero di utilizzare foneticamente quelli già esistenti. Quanto al-
le altre parole, Young pensò che si trattasse realmente di ideogrammi, mo-
tivo per cui non tentò nemmeno di dedurne il suono».
«E nessuno provò a farlo?» domandò la paffutella con gli occhiali.
«Sì, è chiaro» assentì il professore. «A questo punto apparve il francese
Jean-François Champollion. Si trattava di uno studioso di talento, anche lui
conosceva molte lingue...».
«Era un buon samaritano?».
Il simpaticone tornava all'attacco.
«No. Ma oltre ai soliti imparò anche altri idiomi, inclusi il sanscrito, la
lingua zenda, il copto e il pahlevi, con l'unico obiettivo di prepararsi a de-
cifrare, un giorno, i geroglifici». Tomás tornò a guardare la bionda seduta
in fondo alla stanza e si chiese cosa stesse facendo lì. Era un'allieva? Veni-
va davvero da un altro Paese? E, in tal caso, riusciva a capire ciò che stava
dicendo? In verità la ragazza sembrava attenta e il professore si propose di
tenere una lezione che lei non avrebbe dimenticato tanto facilmente.
Quando uscirà da qui sarà in grado di leggere i geroglifici, così aveva deci-
so Tomás. «Il nostro amico Champollion applicò l'approccio di Young ad
altri cartigli, rispettivamente di Tolomeo e Cleopatra, sempre con buoni ri-
sultati. Decifrò anche un riferimento ad Alessandro. Il problema è che que-
sti erano tutti nomi di origine straniera, fatto che contribuì a rafforzare la
convinzione che la lettura fonetica si applicasse soltanto a parole che non
appartenevano al lessico tradizionale egizio. Ma tutto cambiò nel settem-
bre del 1822». Tomás s'interruppe per valorizzare la sconvolgente rivela-
zione che stava per fare. «Fu allora che il linguista francese ebbe accesso
ad alcuni rilievi del tempio di Abu Simbel che contenevano cartigli prece-
denti rispetto al periodo di dominio greco-romano. Ciò significava che
nessun nome lì racchiuso potesse essere di origine straniera». Osservando
gli studenti, pensò di dover esprimere le implicazioni di questa circostanza
nel modo più chiaro possibile. «La sfida che si presentava a Champollion
era molto chiara. Se fosse riuscito a decifrare alcuni di quei geroglifici an-
teriori all'influenza straniera, avrebbe provato che l'antica scrittura egizia
non si basava su ideogrammi, come si era sempre pensato, ma su simboli
fonetici. In tal caso, avrebbe svelato il segreto nascosto da quella misterio-
sa scrittura e finalmente il codice dei geroglifici sarebbe stato decifrato. La
questione, tuttavia, restava inalterata: pur essendo simboli fonetici, cosa
che stava per dimostrare nell'ambito delle parole più antiche, come avreb-
be potuto leggerli se ne ignorava il suono?». Lasciò che la domanda flut-
tuasse nell'aria, per porre l'accento sulla grandezza del compito che Cham-
pollion stava per affrontare.
«Il nostro amico era, tra l'altro, un uomo ingegnoso e si mise ad analiz-
zare con attenzione il testo che si trovava nei rilievi. Dopo aver esaminato
tutti i geroglifici, decise di concentrarsi su un cartiglio in particolare».
Tomás si avvicinò alla lavagna e disegnò quattro simboli all'interno
di una linea ovale. «I primi due disegni erano sconosciuti ma i rimanenti si
trovavano in altri due cartigli già noti a Champollion, quelli di Ptlmios e di
Alksentr, o Alessandro». Indicò l'ultimo geroglifico. «Nei suddetti cartigli,
questo simbolo corrispondeva a s. Pertanto, lo studioso francese partì dal
presupposto di aver decifrato gli ultimi due suoni del cartiglio di Abu Sim-
bel». Scrisse sulla lavagna i corrispondenti suoni dell'alfabeto latino, met-
tendo dei punti interrogativi al posto dei primi due geroglifici. La superfi-
cie bianca mostrava un enigmatico ?-?-s-s. Il professore si voltò verso la
classe, indicando i segni di domanda. «Mancano i primi due. Quali potreb-
bero essere? Che suono potrebbero avere?». Additò il primo geroglifico
del cartiglio. «Osservando attentamente questo simboletto rotondo, con un
punto al centro, Champollion pensò che assomigliasse al sole. Partendo da
questa ipotesi, iniziò a immaginare il rispettivo suono. Si ricordò che, in
copto, sole si dice ra e collocò le due lettere al posto del primo punto inter-
rogativo». Cancellò un punto interrogativo e scrisse ra. Ora alla lavagna
appariva una nuova combinazione di lettere: ra-?-ss. «Dunque, come ri-
empire l'ultimo spazio vuoto? Dopo aver riflettuto, Champollion arrivò a
una conclusione molto semplice: qualunque fosse la parola da decifrare, il
fatto di trovarsi all'interno di un cartiglio stava a indicare con molta proba-
bilità che si trattava del nome di un faraone. Quale faraone aveva un nome
che cominciava per ra e finiva per ss?». La domanda rimase sospesa nel si-
lenzio dell'aula. «Fu in quel momento che gli balenò in testa un'altra auda-
ce idea, straordinaria e decisiva». Un'ultima pausa per alimentare la
suspense. «Perché non una m?». Tomás si voltò nuovamente verso la lava-
gna e sostituì il punto interrogativo con una m. Gli studenti videro apparire
la combinazione di lettere ra-m-ss. Il professore quindi si rivolse alla clas-
se con un sorriso trionfale, con lo sguardo brillante e orgoglioso di chi in-
fine aveva rotto il codice dei geroglifici.
«Ramses».

La sala esplose in un clamore di voci quando il professore annunciò che


la lezione era terminata. Gli studenti strascinavano le sedie, sistemavano i
quaderni, chiacchieravano o si precipitavano alla porta. Come al solito, al-
cuni si accalcarono intorno al docente per avere ulteriori chiarimenti.
«Professore?» domandò una magrolina con la giacca marrone. «Dove si
può leggere il Précis du système hiérogliphique?».
Era il libro scritto da Champollion nel 1824, l'opera nella quale final-
mente veniva svelato il mistero dei geroglifici. In questo testo lo studioso
francese dichiarava che la lingua dei geroglifici era il copto, che l'antica
scrittura egizia non era ideografica bensì fonetica e, soprattutto, decifrava
il significato dei simboli.
«Ha due possibilità» spiegò Tomás mentre sistemava il suo materiale.
«O lo ordina tramite internet o lo cerca alla Biblioteca Nazionale».
«Non è in vendita qui in Portogallo?».
«Che io sappia, no».
L'allieva ringraziò e lasciò il posto a un'altra ragazza con l'aria frettolosa,
vestita di tutto punto, in gonna e giacca grigie, come se fosse una vera e
propria donna in carriera.
«Professore, io sono una studentessa lavoratrice e non sono potuta veni-
re alle precedenti lezioni. Ha già fissato la data d'esame?».
«Sì, è quella dell'ultima lezione».
«E sarebbe?».
«Beh, a memoria non lo ricordo. Verifichi su un calendario».
«E come sarà la prova?».
Il professore la guardò senza capire.
«In che senso?».
«Ci saranno domande sulle scritture antiche?».
«Ah, no. Sarà una verifica pratica». Tomás continuava a riporre i suoi
appunti nella borsa. «Dovrete analizzare dei documenti e decifrare alcuni
testi antichi».
«Geroglifici?».
«Anche, ma non ne sono ancora sicuro. Potreste confrontarvi con plac-
chette cuneiformi sumeriche, con iscrizioni greche, con testi ebraici e ara-
maici o con cose molto più semplici, come manoscritti medievali e cinque-
centeschi».
La ragazza rimase a bocca aperta, allibita.
«Ah!» esclamò con fare scandalizzato. «Dobbiamo decifrare tutto que-
sto?».
«No» rise Tomás. «Solo alcune cosette...».
«Ma io non conosco queste lingue...» mormorò, turbata, con un tono la-
mentoso.
Tomás la fissò.
«È per questo che si trova in questo corso, no?» inarcò le sopracciglia
per marcare le sue parole. «Per imparare».
Il professore si accorse che nel frattempo la bionda si era unita al gruppo
e aspettava il suo turno. Un fremito d'eccitazione gli attraversò il corpo per
l'ansia di conoscerla. Tuttavia dovette ancora intrattenersi, suo malgrado,
con la studentessa che lo aveva interpellato, che non solo non si era allon-
tanata, ma gli aveva anche porto un foglio.
«Lo dovrebbe firmare» disse, come se lo stesse punendo per i compiti
che le avrebbe dato.
Tomás osservò quel foglio con aria perplessa.
«Cos'è?».
«È il documento che devo consegnare per giustificare il fatto che, per
seguire la lezione, non sono andata a lavorare. Può firmarlo?».
Il professore scarabocchiò il suo nome e quella se ne andò. Rimanevano
due studentesse: una ragazza mora e riccia, e la bionda sexy. Optò per la
prima in modo da avere più tempo a disposizione per l'altra.
«Scusi, come facciamo a sapere quando gli scribi egizi ricorrevano al
principio del rebus?».
Il rebus è un sistema di parole intere scomposte nelle loro componenti
fonetiche e trasformate in immagini con suoni simili alle parti scomposte.
Per esempio, l'aggettivo "solenne" può essere diviso così: "sol-enne". In-
vece di scrivere la parola attraverso l'alfabeto fonetico, è possibile rappre-
sentarla con un disegno del sole e con la lettera n. Ne deriva "Sole-n", ov-
vero "solenne".
«Dipende dalla situazione» rispose Tomás. «Gli scribi sottostavano ad
alcune regole flessibili. Ad esempio, certe volte usavano le vocali, altre
volte le sopprimevano. In alcuni casi scambiavano l'ordine dei geroglifici
per ragioni puramente estetiche. E, in altri ancora, ricorrevano ai rebus per
restringere la parola o per ottenere un doppio significato».
«Come nel caso di Ramses?».
«Esatto» assentì. «Champollion incontrò subito un rebus nel primo ge-
roglifico che decifrò ad Abu Simbel. Ra non indicava solo una lettera ma,
in quel contesto, anche una parola. Utilizzandola in quel modo, lo scriba
aveva paragonato Ramses al sole, cosa che ha un senso, visto che i faraoni
venivano considerati quasi come divinità».
«La ringrazio».
«Alla prossima settimana».
Fu il turno della bionda fatale. Tomás provò un piacere immenso nel po-
terla, finalmente, guardare in faccia, senza doverlo fare di nascosto. Si sen-
tì annebbiato dalla sua lucentezza ma non si lasciò intimidire. Sorrise e lei
ricambiò.
«Salve» la salutò.
«Buongiorno» esordì la ragazza, in un portoghese corretto ma con un
accento esotico. «Sono una nuova studentessa».
Il professore rise.
«Questo l'ho notato. Come si chiama?».
«Lena Lindholm».
«Lena?» chiese con un tono esageratamente sorpreso, come se solo allo-
ra si fosse reso conto che c'era qualcosa di diverso in lei. «In portoghese, è
il diminutivo di Helena...».
La ragazza si lasciò sfuggire una risata discreta.
«Sì, ma sono svedese».
«Aaaah!» esclamò Tomás, stupito. «Certo». Quindi esitò un poco, cer-
cando parole nascoste nella memoria. «Aspetti un attimo... ehm... Hej, tre-
vligt att träffas!».
La studentessa spalancò gli occhi.
«Come?» disse, piacevolmente meravigliata. «Talar du svenska?».
Tomás scrollò la testa.
«Jag talar inte svenska» rispose con un sorriso. «La mia conoscenza del-
lo svedese finisce qua». Alzò le spalle come per chiedere scusa. «Förlat».
Lo guardò con ammirazione.
«Non fa niente. Dove ha imparato lo svedese?».
«Quando ero uno studente ho viaggiato in inter-rail e ho passato quattro
giorni a Malmö. Dato che sono molto curioso e sono portato per le lingue,
ho imparato qualcosa. Ad esempio, so domandare var är toaletten?». Lei si
mise a ridere. «Hur mycket kostar det?». Nuove risate. «Äppelkaka med
vaniljsås».
L'ultima frase le provocò un brivido.
«Ah, professore, non mi ricordi l'appelkaka...».
«Perché?».
Lena si passò la lingua sulle labbra carnose e rosate, in un gesto che ri-
sultò per Tomás pericolosamente erotico.
«È una delizia! Quanto mi manca...».
Il professore sorrise cercando di nascondere la reazione che la ragazza
suscitava in lui.
«Scusi, ma non dica a nessuno che kaka è il nome di un dolce».
«Si chiama kaka, è vero, ma guardi che ha un sapore di mela dolce».
Chiuse gli occhi e tornò a leccarsi le labbra. «Hmm, utmärkt! Una meravi-
glia!».
Tomás immaginò di stringerla a sé, di baciarla, di esplorare quelle labbra
vellutate, di passarle delicatamente le mani lungo quel corpo caldo e palpi-
tante. Ma si sforzò di cancellare dalla mente il desiderio che quella ragazza
sapeva risvegliargli e, schiaritosi la gola, le chiese: «Mi dica... come la de-
vo chiamare?».
«Lena».
«Mi dica, Helena...».
«Lena...».
«Ah, Lena». Esitò, incerto sulla corretta pronuncia. Ma lei, questa volta,
non lo riprese e quindi suppose di averla indovinata. «Mi dica, Lena. Dove
ha imparato a parlare così bene il portoghese?».
«In Angola».
«Angola?».
La svedese sorrise mostrando denti perfetti e luminosi.
«Mio padre è stato ambasciatore in Angola e ho vissuto là per cinque
anni».
Tomás terminò di sistemare le sue cose nella borsa e si alzò.
«Ah, molto bene. E le è piaciuto?».
«Molto. Avevamo una casa nel Miramar e trascorrevamo i fine settima-
na nel Mussolo. Era una vita da sogno».
«In che parte dell'Angola si trova?».
Lei lo guardò sorpresa, perché era strano che quei nomi non fossero fa-
miliari per un portoghese.
«Beh... a Luanda, chiaro. Miramar era il nostro quartiere. Da lì si vede-
vano il litorale, il forte e l'isola. E il Mussolo è un'isola paradisiaca a sud di
Luanda. Non c'è mai stato?».
«No, non conosco l'Angola».
«È un peccato».
Il professore si diresse verso la porta, facendo cenno alla ragazza di ac-
compagnarlo. Quando gli fu vicina, Tomás si rese conto che la svedese era
quasi della sua stessa altezza, doveva essere circa un metro e ottanta, ap-
pena tre centimetri in meno. Indossava un delicato pullover celeste che si
abbinava perfettamente agli occhi azzurri e agli ondulati capelli biondi che
le cadevano sulle spalle, alla Nicole Kidman. Quel maglione esaltava i seni
audaci e generosi, ulteriormente accentuati dalla vita sottile. Tomás dovet-
te farsi violenza per non fissare quel petto abbondante e tentatore, ma alla
fine distolse lo sguardo.
«Allora, mi spieghi cosa sta facendo qui e perché segue il mio corso»
chiese il professore, fermandosi sulla porta per farla uscire per prima.
«Sono venuta per il progetto Erasmus» rispose lei, passandogli davanti.
Tomás, senza volere, osservò voglioso il fondoschiena della svedese; era
pieno e rotondo, le natiche corpose riempivano perfettamente i jeans chia-
ri. Non riuscì a dominarsi, la immaginò senza pantaloni, immaginò quelle
curve pallide e morbide stringersi dai generosi fianchi verso la vita. Con la
fantasia le esplorò la schiena fino ad arrivare alle curve dei seni che si in-
travedevano da dietro.
«Come?» esitò, deglutendo.
«Sono qui per via del progetto Erasmus» ripeté Lena, girandosi per
guardarlo in faccia.
Entrarono nell'atrio centrale e iniziarono a salire le scale.
«Ehm... il progetto Erasmus?».
«Sì, l'Erasmus. Presumo che lo conosca, no?».
Tomás scrollò la testa, cercando nuovamente di respingere i demoni del-
la passione che, a quanto pare, lo avevano circondato, divenendo signori e
padroni della sua volontà. Impose a se stesso di distogliere lo sguardo dalla
diabolica tentazione di quel corpo sensuale, e di concentrarsi sulla conver-
sazione.
«Ah, chiaro. Il... il progetto Erasmus. Certo, chiaro... l'Erasmus» disse
con fare incerto, riuscendo finalmente a mettere a fuoco la questione. «Ah!
Allora è venuta per l'Erasmus».
La svedese accennò un sorriso forzato, confusa dal balbettare del profes-
sore.
«È quello che le sto dicendo. Sono qua per l'Erasmus».
Dunque Tomás era riuscito a capire come mai quella studentessa si tro-
vasse a Lisbona. L'Erasmus era un progetto europeo introdotto nel 1987
nell'ambito dell'insegnamento universitario, in base al quale le università
dell'Unione Europea si scambiavano studenti per al massimo un anno ac-
cademico. Quattro anni prima, nel 1995, l'Erasmus era stato integrato con
un più vasto programma formativo europeo, il Socrates. La maggior parte
degli studenti stranieri che si rivolgeva al Dipartimento di Storia dell'Uni-
versità Nova di Lisbona era spagnola, probabilmente per un fattore lingui-
stico, ma Tomás ricordava di aver avuto anche uno studente tedesco
dell'Università di Heidelberg.
«Da che università viene?».
«Da Stoccolma».
«Si laurea in Storia?».
«Sì».
Salirono tre piani quasi senza accorgersene, finché non raggiunsero l'a-
trio principale del sesto. Poi, girarono a sinistra e si trovarono nella zona
riservata agli uffici. Tomás percorse il corridoio del Dipartimento di Sto-
ria, con la svedese al suo fianco, e cercò nella tasca la chiave del proprio
ufficio.
«E perché ha scelto il Portogallo?».
«Per due ragioni» rispose Lena. «Innanzitutto, per la lingua. Parlo e leg-
go fluentemente il portoghese, per cui non avrò difficoltà a seguire le le-
zioni. La scrittura è più complicata...».
Il professore si fermò sulla porta dell'ufficio e accostò la chiave alla ser-
ratura.
«Se ha difficoltà con il portoghese, può tranquillamente scrivere in in-
glese, non c'è problema». La chiave entrò nella fessura.
«E il secondo motivo?».
La svedese si fermò alle sue spalle.
«Sto pensando di scrivere una tesi sulle scoperte derivate dalle grandi
navigazioni. Mi piacerebbe stabilire dei parallelismi fra i viaggi dei vikings
e le Scoperte portoghesi».
La porta si aprì e, con un gesto cortese, Tomás la invitò a entrare. L'uffi-
cio si presentava disordinato: montagne di verifiche da correggere, fotoco-
pie sparse sui tavoli e persino per terra. Sedettero vicino alla finestra e
ammirarono il sereno paesaggio offerto dal cortile dell'Ospedale Curry
Cabral, attaccato alla facoltà. I padiglioni dell'infermeria, con i loro tetti
rosso mattone, spiccavano in mezzo ai nudi alberi spogliati dall'inverno.
Alcuni uomini in vestaglia, di certo i malati, giravano senza fretta, senza
destinazione, altri, con il camice bianco, sicuramente medici, entravano e
uscivano frettolosamente dai padiglioni. Uno di loro scendeva dall'auto-
mobile che aveva appena parcheggiato, un altro stava piantato sotto a una
vigorosa quercia e guardava l'orologio.
«Le Scoperte portoghesi sono un argomento molto vasto» commentò
Tomás rivolgendo il viso a uno spiraglio di sole invernale che, filtrando fra
le nuvole, sprizzava attraverso la finestra. «Ha idea del lavoro che dovrà
affrontare?».
«Ogni pesciolino spera di diventare una balena».
«Come?».
«È un proverbio svedese. Significa che la voglia di lavorare non mi
manca».
«Non ne dubito, ma è importante circoscrivere la sua area di ricerca. E-
sattamente, che periodo pensa di studiare?».
«Vorrei analizzare tutto ciò che è accaduto fino al viaggio di Vasco da
Gama».
«Quindi le interessa arrivare fino al 1498?».
«Sì» replicò con entusiasmo. «Gil Eanes, Gonçalves Caldaia, Nuno
Tristão, Diogo Cão, Nicolau Coelho, Gonçalves Zarco, Bartolomeu
Dias...».
«Caspita!» esclamò il professore con una smorfia. «Li conosce proprio
tutti».
«Certo. È già un anno che studio l'argomento e che mi preparo per veni-
re qua». Spalancò gli occhi. «Professore, pensa che sarà possibile consulta-
re gli originali dei cronisti che hanno registrato tutti gli eventi?».
«Chi? Zurara e compagnia bella?».
«Sì».
«Sarà difficile».
«Oh!» fece Lena con tono deluso.
«Beh, i testi originali sono preziosissimi, fragili reliquie che le bibliote-
che conservano con attenzione e molto zelo». Assunse un'aria riflessiva.
«Ma può comunque consultare riproduzioni e copie, è quasi la stessa co-
sa».
«Ah, ma visionare gli originali sarebbe meglio». Lo guardò negli occhi
verdi con espressione supplichevole. «Non è che potrebbe aiutarmi?». Mi-
se il broncio. «Per favore...».
Tomás si mosse sulla sedia.
«Beh, suppongo si possa tentare...».
«Tack!» esclamò lei, sciogliendosi in un riconoscente sorriso incantato-
re. «Tack!».
Il professore intuì vagamente di essere stato manipolato ma si sentiva
tanto estasiato che la cosa non gli importava, era un piacere soddisfare i
desideri di quella divina creatura.
«Ma lei è in grado di leggere il portoghese cinquecentesco?».
«Il ladro trova il calice più velocemente del sagrestano».
«Che?».
«È un altro proverbio svedese. Significa che, quando ci interessa, riu-
sciamo a fare tutto».
«Non ne dubito, ma la domanda rimane» insistette lui. «Lei è in grado di
leggere il portoghese e capire la complessa calligrafia con cui si scriveva
in quel periodo?».
«No».
«Allora a cosa le serve avere accesso ai testi?».
Lena sorrise maliziosamente, con l'aria malandrina e sicura di chi sa di
essere irresistibile.
«Sono certa che lei mi darà un aiutino speciale».

Il pomeriggio andò perso in una riunione del Consiglio del Dipartimento


di Storia, piena delle solite chiacchiere, manovre di politica interna, un in-
terminabile ordine del giorno e drammatici dubbi su oscure virgole degli
atti della riunione precedente, cui si aggiunsero questioni d'ordinaria am-
ministrazione come l'attribuzione di equipollenze e la costituzione delle
commissioni per tre lauree magistrali e un dottorato.
Quando arrivò a casa era già sera. Constança e Margarida stavano già
cenando: hamburger fritti con pasta inondata di ketchup, il piatto preferito
della bambina. Tomás sistemò la giacca, le baciò e si sedette a tavola.
«Ancora hamburger e spaghetti?» domandò in tono di protesta.
«Che ci vuoi fare? Adora questo piatto...».
«Gli spaghetti sono davve'o buoni!» si rallegrò Margarida, succhiando
rumorosamente i fili di pasta. «Slurp».
Il padre si servì.
«E va bene» disse rassegnato, mentre versava gli spaghetti nel piatto.
Guardò la figlia e le passò la mano tra i capelli lisci e neri. «Allora, cosa
hai imparato oggi?».
«Pi, a, pa. Pi, e, pe».
«Di nuovo? Ma dai, già ti sei dimenticata quello che hai imparato l'anno
scorso?».
«Pi, i, pi. Pi, o, po».
«Hai visto?» domandò, rivolgendosi alla moglie. «Sta al secondo anno e
ancora non sa leggere».
«La colpa non è sua, Tomás. La scuola ancora non ha trovato un inse-
gnante di sostegno, cosa vuoi che faccia?».
«Dobbiamo andarci a parlare...».
«Certo che dobbiamo» concordò lei. «Ho già chiesto un appuntamento
con la direttrice per la prossima settimana».
«Pi, u, pu».
Uno dei disturbi dei bambini affetti da Trisomia 21 è la difficoltà a me-
morizzare le cose, motivo per cui vivono soprattutto secondo routine e abi-
tudini. L'anno precedente Margarida era entrata in una scuola pubblica do-
ve, oltre ai professori comuni a tutti gli alunni, poteva contare sull'aiuto di
un insegnante di sostegno specializzato. Ma, in seguito ai recenti tagli di
bilancio del Ministero dell'Istruzione, questo docente era stato tolto e ades-
so Margarida, così come tanti altri nella sua stessa condizione, si trovava
senza alcun ausilio pedagogico adatto al suo caso, nonostante fosse previ-
sto dalla legge. Di conseguenza era regredita, dimenticando molte delle
cose che aveva imparato l'anno precedente, incluso leggere e scrivere paro-
le semplici. Per tornare a far progressi, avrebbe avuto bisogno di un inse-
gnante di sostegno che funzionasse come una specie di allenatore sempre
pronto a spronarla, ma convincere la scuola, priva di fondi, ad assumerne
uno sarebbe stato chiaramente difficile.
Tomás morse un pezzo di hamburger e bevve un sorso di rosso
alentejano. In quel momento Margarida finiva di mangiare il dolce, una
mela sbucciata e tagliata a fettine. Si alzò in piedi e si mise a sistemare la
tavola.
«Dai Margarida, pulisci dopo, va bene?».
«No» disse con fermezza, ammucchiando i piatti sporchi nel lavandino.
«Bisogna puli'e, bisogna puli'e».
«Pulisci dopo».
«No. Spo'cizia, è tutto spo'co. Bisogna puli'e».
«Questa bambina aprirà un'impresa di pulizie!» commentò il padre con
una risata, aggrappandosi al proprio piatto per non farselo portare via.
Pulire e mettere in ordine erano le più grandi manie di Margarida. O-
vunque ci fosse una macchia, lei si metteva lì a combatterla, inflessibile e
determinata. La bambina aveva già messo in imbarazzo la coppia a casa di
amici: alla vista di una semplice ragnatela o di un po' di polvere su qualche
mobile, iniziava a strillare e puntava il dito accusatore, dicendo che c'era
sporcizia. Denunciava il sudiciume con tale nausea e sincera repulsione
che gli imbarazzati anfitrioni si convincevano di vivere in un immondo
porcile e, scottati dalla traumatizzante esperienza, s'immergevano in colos-
sali operazioni di pulizia prima di tornare a invitare la famiglia Noronha.
Dopo aver cenato, Margarida andò a dormire. Il padre le lavò i denti e le
preparò le cose per il giorno dopo, la madre le mise il pigiama e le raccon-
tò una favola: quella sera era la volta del gatto con gli stivali. Quando si fu
addormentata, la coppia si sdraiò sul divano per riprendersi dalla stanchez-
za della giornata.
«Sabato non arriva mai» commentò Constança con lo sguardo perso ri-
volto al soffitto. «Sono a pezzi».
La sala era piccola ma arredata con gusto. Colorati quadri astratti, dipinti
da Constança ai tempi dell'università, abbellivano le pareti. I divani, con
rose disegnate su stoffa bianco sporco, s'intonavano alle tende e al tappeto.
Ma ciò che portava più allegria nella stanza era la moltitudine di vasi spar-
si sui mobili di faggio chiaro, colmi di fiori rosso acceso che spiccavano
tra grosse foglie verdi.
«Che fiori sono questi?».
«Camelie».
Tomás si chinò sui petali lussureggianti tentando di captarne la fragran-
za; inspirò ma non sentì nulla.
«Non profumano per niente» si lamentò incuriosito.
«Certo che no, stupidino!» rise Constança. «Sono camelie, non hanno
profumo».
«Ah» fece lui. Si sedette di fianco alla moglie e le prese la mano. «Rac-
contami la storia delle camelie».
Constança era un'appassionata di fiori. In qualche strana maniera, questa
fu una delle cose che più li aveva avvicinati quando, da studenti, si erano
conosciuti. Tomás adorava enigmi e sciarade, viveva per la decifrazione di
codici e cifre, si interessava di simboli e messaggi nascosti. Passò la giovi-
nezza a comprare il "Mundo de Aventuras" non per i fumetti, che comun-
que divorava, ma per i gialli polizieschi della rubrica Sete de Espadas. Do-
po essersi conosciuti, Constança lo introdusse a una nuova complessa sim-
bologia, quella dei fiori. La ragazza con le lentiggini gli rivelò che le don-
ne degli harem turchi utilizzavano proprio i fiori per comunicare con il
mondo esterno, ricorrendo a un affascinante codice di simboli. Questa pra-
tica, usata per la prima volta in Occidente da Lady Montagu nel 1718, fu
all'origine della nascita della florigrafia, un sistema simbolico che diventò
molto popolare nel XIX secolo e che univa ai tradizionali significati d'ori-
gine turca elementi della mitologia antica e del folklore. I fiori assunsero
così un significato occulto: esprimevano, dissimulandoli, emozioni e sen-
timenti che, in circostanze normali, l'etichetta sociale avrebbe represso. Per
esempio, era impensabile che un uomo, subito al primo appuntamento, di-
chiarasse a una donna di essersi innamorato di lei, ma era invece tollerato
che le donasse un ramo di gloxinia, simbolo palese dell'amore a prima vi-
sta. La florigrafia influenzò l'arte dei gioielli e il movimento preraffaellita,
fino a diffondersi anche nella moda: il mantello indossato da Isabel II du-
rante la sua cerimonia di incoronazione si presentava ricamato con foglie
d'ulivo e spighe di grano, come auspicio di pace e abbondanza per il suo
regno. Constança, appassionata di arti umane e naturali, era diventata una
specialista in simbologia floreale, sempre pronta a cogliere oscuri messag-
gi nascosti quando c'erano di mezzo dei fiori.
«Le camelie arrivarono dalla Cina, dove erano molto apprezzate» spiegò
Constança. «Entrarono nella nostra cultura grazie ad Alexandre Dumas,
che scrisse La dame aux camélias, un romanzo basato sulla vera storia di
una cortigiana parigina del XIX secolo, una certa Madeleine du Plessis. A
quanto pare, la nostra mademoiselle du Plessis era allergica al profumo dei
fiori e scelse giustamente le camelie perché non hanno fragranza» spiegò,
osservando il marito con aria divertita. «Presumo tu sappia chi sia una cor-
tigiana».
«Ehi, bella, io sono un professore di Storia».
«Bene, si dà il caso che mademoiselle du Plessis usasse tutti i giorni un
bouquet di camelie: per venticinque giorni bianche, per segnalare agli uo-
mini la sua disponibilità; rosse, durante il restante periodo, per indicare che
non ce n'era per nessuno».
«Oooh!» esclamò lui, simulando delusione.
«Giuseppe Verdi s'ispirò al romanzo di Dumas e scrisse La Traviata, in
cui però la storia della dama francese fu riadattata leggermente. Nell'opera
di Verdi l'eroina è obbligata a vendere i propri gioielli e, per sostituirli, usa
proprio le camelie».
«Poverina» commentò Tomás con un sorriso di scherno. «Povera creatu-
ra». Contemplò i fiori che la moglie aveva messo in salotto. «Quindi devo
dedurre che, se hai comprato camelie rosse, oggi non ce n'è per nessuno».
«Hai dedotto bene» assentì Constança con un sospiro. «Oggi sono esau-
sta».
Tomás la osservò attentamente. La moglie aveva conservato l'espressio-
ne malinconica che lo aveva sedotto quando si erano conosciuti. A quel
tempo lui frequentava Storia all'Università Nova di Lisbona e i loro destini
s'incrociarono grazie a una conversazione fra ragazzi, quando Tomás sentì
per la prima volta decantare la bellezza delle studentesse di Belle Arti.
«Dei veri capolavori!» scherzò Augusto nel cortile della Nova, dopo pran-
zo, all'inizio di un assolato pomeriggio di primavera, soddisfatto del gioco
di parole. «Lascia che te lo dica, i genitori sono stati dei veri artisti. Un
giorno ti ci porto, vedrai, sono ragazze splendide».
Neanche a dirlo, finirono per andare. Trascinato dai colleghi, Tomás an-
dò a pranzo alla mensa di Belle Arti e poté verificare con i propri occhi la
fondatezza della voce che girava alla Nova: non c'era facoltà a Lisbona
dove la bellezza fosse tanto coltivata come in quella. Cercarono di attacca-
re discorso con le ragazze in fila, delle bionde vaporose e ben vestite, ma
furono categoricamente ignorati. Dopo essere passati alla cassa, vagarono
per il refettorio con il vassoio in mano, quasi disorientati, alla ricerca del
posto migliore per sedersi; scelsero un tavolo vicino alla finestra, in parte
occupato da tre ragazze, una delle quali era una mora statuaria. «La natura
è generosa» osservò Augusto strizzando l'occhio e indirizzando i colleghi
verso quella bellezza. La mora fu colpita dagli occhi verdi di Tomás ma il
ragazzo preferì rivolgere la sua attenzione a una delle sue amiche, una ra-
gazza dalla pelle bianca come il latte, con il naso screziato di lentiggini e
gli occhi castani, lo sguardo perso, forse malinconico, forse sognatore.
Non fu la sensualità che lo colpì ma la dolcezza. Lei non era una caramella
né una torta né un vasetto di miele; era cioccolato, una di quelle barrette
cremose che fanno tremare gli occhi e seccare la bocca. I suoi gesti delica-
ti, languidi, tradivano una natura che, a prima vista, sembrava mite, malin-
conica, tenera, anche se, come scoprì con il tempo, sotto quell'aria delicata
si nascondeva un vulcano, dietro quella gatta mansueta si muoveva una
leonessa implacabile. Non uscì da lì senza averle strappato il numero di te-
lefono. Due settimane più tardi, e dopo averle offerto i suoi primi caprifo-
gli, simbolo della promessa di un amore devoto e fedele, Tomás baciò
Constança alla stazione di Oeiras. Poi, insieme passeggiarono, tenendosi
per mano, per la vasta spiaggia di Carcavelos.
La memoria del passato si trasformò nel volto immobile di Margarida,
come se Tomás avesse viaggiato attraverso il tempo per poi atterrare nel
presente. La fotografia della figlia gli sorrideva sul mobile, accanto a un
mazzetto di camelie.
«Senti, non è in questo periodo, all'inizio dell'anno, che la bambina deve
rifare i controlli?».
«Sì» confermò Constança. «La prossima settimana dobbiamo portarla
dal dottor Oliveira. Domattina vado al Santa Marta a prendere tutti gli e-
sami, è necessario che li veda».
«Questi giri dai medici mi devastano» si sfogò Tomás.
«E devastano lei» replicò la moglie. «Non ti dimenticare che un giorno
la bambina dovrà essere operata...».
«Non me ne parlare».
«Tomás, che ti piaccia o no, mi devi aiutare».
«Va bene, va bene».
«Già ne ho abbastanza di portare quasi tutto il peso da sola. La piccola
ha bisogno di appoggio e io non riesco a occuparmi di tutto. Mi devi aiuta-
re di più, in fin dei conti sei il padre».
Tomás si sentiva in trappola. I problemi di Margarida oberavano la mo-
glie e lui, per quanto si sforzasse, sembrava incapace di risolvere anche so-
lo la metà delle difficoltà di cui Constança, con il suo senso pratico, si oc-
cupava in ogni momento.
«Non preoccuparti, verrò con te dal dottor Oliveira».
La donna sembrò calmarsi. Si appoggiò al sofà e sbadigliò.
«Bene, io vado a dormire».
«Di già?».
«Sì, ho sonno» rispose alzandosi. «Rimani?».
«Sì, resto ancora un po'. Leggo qualcosa e poi anch'io vengo a letto».
La moglie si chinò su di lui, lo baciò teneramente e uscì dalla sala, la-
sciando nella stanza il caldo profumo del suo Chanel n°5. Tomás si mise a
guardare lo scaffale dei libri, grattandosi la testa, indeciso sulla scelta. Alla
fine scelse i Selected Tales di Edgar Allan Poe, voleva rileggere il racconto
sullo scarabeo d'oro, The Gold-Bug. Quella storia, a diciassette anni, aveva
stimolato in lui lo stesso interesse per la criptanalisi che gli aveva suscitato
il "Mundo de Aventuras".

Il cellulare squillò, interrompendo la lettura quando stava già alla terza


pagina.
«Pronto?».
«Hi. Posso parlare con il professor Noronha?».
L'accento era brasiliano ma pronunciato da uno straniero di lingua ingle-
se; dal tono nasale, Tomás presunse che fosse americano.
«Sono io. Chi parla?».
«Il mio nome è Nelson Moliarti, sono un adviser dell'executive board
dell'American History Foundation. Sto chiamando da New York.... ehm...
Nova Iorque».
«Come sta?».
«Sto okay, grazie. Mi scusi se le telefono a quest'ora. La disturbo?».
«No, assolutamente».
«Oh, good!» esclamò. «Professore, non so se conosce la nostra fonda-
zione...».
La voce rimase in attesa di una conferma.
«No, non la conosco».
«Non importa. L'American History Foundation è un'organizzazione a-
mericana senza scopo di lucro che appoggia studi riguardanti la storia del
continente americano. La nostra sede è a New York e abbiamo in corso, in
questo momento, un importante progetto di ricerca. Solo che è sorto un
complesso problema che minaccia tutto il lavoro compiuto finora.
L'executive board mi ha incaricato di trovare una soluzione, cosa di cui mi
sono occupato in queste ultime due settimane. Mezzora fa ho presentato un
briefing al board e ho proposto un'idea, che è stata accettata. È per questo
che la sto chiamando».
Fece una pausa.
«Sì?».
«Professor Noronha?».
«Sì sì, ci sono».
«Lei è la soluzione».
«Come?».
«Lei è la soluzione per il nostro problema. Non è che potrebbe fare un
salto qui a New York?».

II

Una nube di vapore uscì dal suolo con inusuale fulgore, come se fosse
stata espulsa da un vulcano nascosto sotto l'asfalto, e si dissolse rapida-
mente nell'aria fredda e secca della sera. Tomás sentì il nauseabondo afrore
di fritto che aveva liberato la nube, riconobbe l'inconfondibile odore del
chao min cinese, ma subito lo ignorò. In mente aveva altre priorità, la
maggiore delle quali era conservare il calore del corpo, difendersi dal sof-
fio polare che lo stava congelando. Sistemò un bottone che si era slacciato
e si strinse ancora di più nel cappotto, affondando con fermezza le mani
nelle tasche. New York è una città sgradevole quando, nella stagione fred-
da, il vento spazza le vie, ed è anche peggio quando il cappotto è leggero,
di quelli adatti al mite clima mediterraneo di Lisbona ma non a parare il
vento gelido dell'inverno sulla costa orientale americana. Quella brezza
che soffia da Nord, e che annuncia l'arrivo della neve, si rivela eccessiva-
mente rigida per una stoffa così sottile.
Tomás era sbarcato ore prima al JFK. Una superba limousine nera, mes-
sa a sua disposizione dall'American History Foundation, lo aveva portato
dall'aeroporto al Waldorf-Astoria, il magnifico e imponente hotel in art
déco che occupava un intero isolato tra Lexington e Park Avenue. Troppo
emozionato per riuscire ad apprezzare i ricercati dettagli dell'arredamento
e dell'architettura di quel monumentale edificio, il nuovo ospite abbandonò
frettolosamente i bagagli nella camera, si fece dare una cartina della città
dal concierge e uscì in strada, dispensando i servizi della limousine. Fu un
errore. Voleva scrutare le vie, aveva sempre sentito dire che si conosce
New York solo percorrendola a piedi, ma si erano dimenticati di avvisarlo
che questo è vero solo quando non fa freddo. E il freddo newyorchese è
qualcosa che non si dimentica: è così intenso che intorno tutto scompare,
la vista si confonde, l'importante diventa irrilevante, l'interessante si tra-
sforma in ordinario, l'unica cosa che conta è resistere all'aria gelida.
La sera era già scesa su quella selva di cemento. All'inizio, con il calore
ancora nel corpo, il clima non gli aveva dato fastidio; si sentiva estrema-
mente a suo agio e, nell'imboccare la East 50th Street, apprezzò i gigante-
schi edifici che arrivavano al cielo, in particolare il vicino General Electric
Building, in Lexington Avenue, altro monumento in art déco. Ma, quando
attraversò la Avenue of the Americas e raggiunse la Settima Strada, il ven-
to cominciò a tormentarlo seriamente. Il naso doleva, la vista si annebbia-
va e il corpo tremava in convulsioni incontrollabili, nonostante la sofferen-
za maggiore fosse quella alle orecchie: sembrava fossero lacerate da una
lama, graffiate da una forza invisibile, tagliate da mani crudeli.
La visione delle luci divampanti e caotiche di Times Square, a sinistra,
gli scaldò momentaneamente l'anima e gli diede la forza per proseguire.
Scese la Settima Strada e penetrò nel cuore del Theatre District. La sua
luminosa vivacità gli si aprì nella confluenza della Settima con Broadway:
uno spettacolo di luce gli invase i sensi, si sentì assalito da un susseguirsi
di esplosioni cromatiche e inondato da quel disordinato e inebriante chia-
rore. Era come se facesse giorno, migliaia di soli cacciavano l'ombra della
notte e coloravano la movimentata piazza. Il traffico era intenso, caotico; i
passanti si accalcavano come formiche, alcuni camminavano verso una
meta, altri semplicemente girovagavano, si riempivano gli occhi con quel-
lo spettacolo fantastico, irreale. Neon colorati brillavano su tutti i palazzi,
parole scritte a caratteri cubitali scorrevano velocemente sui lunghi billbo-
ards, giganteschi schermi diffondevano annunci e persino trasmissioni te-
levisive, in un tumultuoso e animato baccanale, interminabile panoplia
d'immagini e colori.
Il cellulare iniziò a vibrare nella tasca dei pantaloni e poi Tomás lo sentì
squillare; lo prese e l'accostò all'orecchio.
«Pronto?».
«Professor Noronha?».
«Sì?».
«Sono Nelson Moliarti. Tutto a posto? Ha fatto buon viaggio?».
«Ah, salve. Tutto bene, grazie».
«L'autista si è preso cura di lei?».
«Sì, è stato impeccabile».
«E l'hotel le piace?».
«Una meraviglia».
«Ovvio, il Waldorf-Astoria è una delle nostre attrazioni. Sapeva che tutti
i presidenti americani sono ospitati lì quando vengono a New York?».
«Ah, sì?» si meravigliò Tomás, ingenuamente impressionato. «Tutti?».
«Chiaro. Dal 1931. Il Waldorf-Astoria ha molto prestigio. Statisti, gran-
di stelle del cinema, artisti famosi, persino la nobiltà passa di lì. Il duca e la
duchessa di Windsor, per esempio, non si sono accontentati di dormirci so-
lo alcune notti. Hanno vissuto nell'hotel». Sottolineò la parola "vissuto".
«Se lo sarebbe immaginato?».
«Certo che no. Se le cose stanno così, non posso che ringraziarvi per a-
vermi ospitato all'Astoria».
«Si figuri, non deve ringraziarci. Ci teniamo che riceva una buona acco-
glienza. Ha già cenato?».
«No, ancora no».
«Allora, se vuole, può andare a mangiare in uno dei ristoranti dell'hotel,
le consiglio il Bull and Bear Steakhouse se le piace la carne, altrimenti l'I-
nagiku, nel caso preferisca cibo giapponese. Oppure può chiedere il room-
service, che è così rinomato al Waldorf-Astoria da essere apparso anche
sulla rivista "Gourmet". Basta che firmi il conto e la fondazione coprirà
tutte le spese, stia tranquillo».
«Ah, grazie, ma non sarà necessario. Sgranocchierò qualcosa qui a Ti-
mes Square».
«Si trova a Times Square?».
«Sì».
«In questo momento?».
«Sì, certo».
«Ma è molto freddo. L'autista è con lei?».
«No, per oggi ne ho fatto a meno».
«E com'è arrivato fino a Times Square?».
«A piedi».
«Holly cow! Sono cinque gradi sotto zero. E alla televisione hanno detto
che tra un po', con il wild-chill, scenderanno a meno quindici. Spero alme-
no si sia coperto bene...».
«Ehm... più o meno».
Moliarti fece uno schiocco di disapprovazione con la lingua.
«Deve fare più attenzione. Se ha bisogno, mi chiami e io le mando l'auti-
sta. Ha il mio telefono?».
«Immagino sia rimasto memorizzato sul cellulare».
«Good! Se ha bisogno, telefoni pure. Va bene?».
«Oh, non sarà necessario. Prendo un taxi».
«Faccia come crede. In ogni modo, ho chiamato semplicemente per dar-
le il benvenuto a New York e per dirle che domattina ci sarà una riunione,
alle nove, nel nostro office. L'autista l'aspetterà alle otto e mezza nella
lobby di Park Avenue. L'office non è lontano dall'hotel ma, sa com'è, il
traffico di mattina è un vero bell».
«Stia tranquillo. Ci vediamo domani».
«Certo. A domani».
Quando mise in tasca il cellulare, si accorse che aveva perso la sensibili-
tà delle dita: la mano si era congelata e già non obbediva più agli stimoli
del cervello, sembrava addormentata, distante, come se non fosse sua. La
infilò nella tasca dei calzoni, nella disperata ricerca di calore, ma non ot-
tenne molto giovamento. Capì che non doveva più rimanere all'aperto. A
sinistra vide la porta di un ristorante e l'aprì, precipitoso e nello stesso
tempo afflitto. Entrò e sentì con sollievo il tepore del locale, come chi sco-
pre la redenzione dopo la minaccia dell'inferno. Sfregò le mani con frene-
sia, tentando di generare energia e attivare la circolazione, finché sentì ri-
tornare la sensibilità sulla punta delle dita.
«Can I help you?» chiese il cameriere, un ragazzo giovane e sorridente.
Tomás fece segno di essere da solo e si andò a sedere vicino alla fine-
stra; il movimento di Times Square, congestionato e nervoso, era uno spet-
tacolo ben visibile dal suo tavolo. Il cameriere gli portò il menù e il cliente
capì di essere entrato in un ristorante messicano. Dopo aver pensato a cosa
scegliere, ordinò enchiladas al formaggio e alla carne e una margarida on
the rocks. Quando il ragazzo si fu allontanato, intinse croccanti nachos in
una salsa al pomodoro e cipolla, sgranocchiò il piccante aperitivo e si la-
sciò andare sulla sedia, guardandosi intorno. Si rese conto di non aver por-
tato i vestiti adatti a camminare, in quel modo, per la città; pertanto non gli
restava altra scelta: dopo aver cenato, avrebbe preso un taxi e sarebbe tor-
nato alle comodità dell'albergo.

La differenza di cinque ore rispetto a Lisbona si fece sentire durante la


notte. Erano le sei di mattina quando Tomás si svegliò, oltre la finestra re-
gnava l'oscurità. Cercò di riaddormentarsi, girandosi e rigirandosi tra le
lenzuola, ma, dopo mezzora, capì che non sarebbe riuscito a prendere son-
no e si mise a sedere sul bordo del letto. Guardò l'orologio e calcolò il fuso
orario; a Lisbona erano le undici e mezza di mattina, non si stupì che il
sonno si fosse già volatilizzato.
Osservò la stanza e, per la prima volta, poté apprezzarla. Il tema croma-
tico era il bordeaux, ricamato d'oro e stampato ovunque, sulle tende, sulla
coperta piegata ai piedi del letto, sul sofà, sui cuscini. Un soffice tappeto
rosso scuro copriva il pavimento; accanto al letto, una bottiglia di Cabernet
rosso aspettava solo di essere degustata; piante rigogliose rallegravano gli
angoli della camera.
Prese il telefono e compose il numero di Constança.
«Ciao, lucertolina» disse, utilizzando il soprannome che le aveva dato ai
tempi del fidanzamento. «Tutto bene?».
«Tomás? Che si dice a New York?».
«Si muore dal freddo».
«Ma è bella?».
«È una città strana ma sì, non è male».
«Che mi porti?».
«Tss, tss» sussurrò in tono di disapprovazione. «Sei sempre la solita ego-
ista...».
«Ma sentilo! Lui se ne va in America e io sarei l'egoista?».
«Su, via. Ti porto l'Empire State, King Kong compreso».
«Non pretendo tanto!» rise lei. «Mi basta il MoMA».
«Che?».
«Il MoMA. Il Museum of Modem Art».
«Ah».
«Portami la Notte stellata, di Van Gogh».
«Qual è? Quello in cui le stelle sono tutte rotonde? Si trova qui?».
«Sì, al MoMA. E voglio anche I gigli di Monet, Les demoiselles d'Avi-
gnon di Picasso, e il Divan japonais di Toulouse-Lautrec».
«E King Kong?».
«E dai, perché dovrei volere King Kong se ho già te?».
«Cattivona!» rise Tomás. «Di quei quadri ti bastano le copie?».
«No, voglio che rubi gli originali». Fece una breve pausa. «È ovvio che
intendevo le riproduzioni, cafone, e che altro se no?».
«E va bene. Come sta la piccola?».
«Bene. Lei sta bene» fu la risposta. «Golosona, come sempre».
«Pff, immagino».
«Ma ieri mi ha fatto un brutto discorso».
«Sarebbe?».
«A cena mi ha detto: "Mamma, i bambini a scuola mi dicono che sono
mongola". E io le ho risposto: "No, hai sentito male, hanno detto che sei
Margarida". "No, mamma" ha ribattuto. "Si parlano all'orecchio, mi indi-
cano e dicono: Quella è mongola"».
Tomás sospirò.
«Sai come sono fatti i bambini...».
«Lo so, sono crudeli. Il problema è che lei capisce tutto e ci sta male.
Quando è andata a letto, prima che le raccontassi la storia, mi ha chiesto
cosa fosse "una mongola"».
«È sgradevole, ma che ci possiamo fare?».
«Al più presto vado a scuola a parlare con la maestra».
«Non credo possa fare molto...».
«Potrebbe spiegare qualcosina ai bambini, no?».
«Suppongo di sì».
«E tu dovresti venire con me».
«Non cominciare. Non vedi che sono all'estero?».
«Questa volta hai una scusa» si rassegnò lei. Cambiò argomento. «Gli
americani già ti hanno spiegato cosa vogliono da te?».
«No, ho una riunione con loro fra poco. Si vedrà».
«Scommetto che hanno bisogno di una perizia su un manoscritto».
«È probabile».
Tomás sentì un trillo, dall'altro capo della linea.
«È la campanella d'inizio» disse lei. «Devo attaccare perché ho lezione.
E poi questa telefonata starà costando una fortuna. Baci e comportati bene,
capito?».
«Baci, lucertolina».
«Fa' attenzione alle americane, caro mio. Ho sentito dire che sono intra-
prendenti».
«Va bene».
«E portami dei fiori».
Tomás posò la cornetta e, non sapendo che fare, accese la televisione;
saltò da un canale all'altro, NBC, CBS, ABC, CNN, CNN Headline News,
MSNBC, Nick'at'Nite, HBO, TNT, ESPN, e una cacofonia di suoni invase
la stanza fino a farlo sbadigliare dalla noia. Guardò verso l'ingresso e notò
un giornale sul tappeto, probabilmente un addetto glielo aveva spinto da
sotto la porta durante la notte. Si alzò e andò a prenderlo; era il "New York
Times", con il presidente Bill Clinton in primo piano e il mayor Rudolph
Giuliani in un angolino. Sfogliò le pagine distrattamente, leggendo qua e
là, con calma.
Terminata la lettura, si lavò, si fece la barba e si vestì. Scelse un comple-
to gessato blu e una cravatta rossa con cornucopie dorate. Uscì dalla came-
ra e scese all'Oscar's American Brasserie, l'ampio salone dove veniva ser-
vita la colazione. Generalmente, al mattino Tomás non mangiava molto,
per non sentirsi appesantito; ma ogni volta che andava all'estero, cosa rara,
il suo appetito diventava insaziabile, divorava ogni cosa con ingordigia,
forse per l'insicurezza di trovarsi fuori casa, di non sapere quando avrebbe
mangiato di nuovo. Sta di fatto che attaccò con gusto le crêpe con syrup e
l'eggs benedict, un piatto con due uova in camicia, una fetta di english
muffin e bacon canadese con salsa holandaise, una dieta al colesterolo pu-
ro, capace di scatenare una crisi nervosa al suo medico di famiglia. Si rim-
pinzò di salsicce e baked beans conditi con succo d'arancia naturale e, go-
loso, divorò un delizioso chocolate-hazelnut waffle, dopodiché, ormai sa-
zio, si arrese e si dichiarò soddisfatto.
Terminò di fare colazione quasi alle otto e mezza. Senza perdere altro
tempo, si diresse verso la lobby dell'hotel, all'entrata di Park Avenue, se-
guendo le indicazioni di Moliarti. Durante l'attesa, osservò l'enorme atrio
in marmo color crema, con colonne e controsoffitto lavorato. Un vistoso
lampadario pendeva dall'alto, illuminando i motivi del mosaico incastonato
nel pavimento marmoreo. Le pareti risaltavano grazie alle numerose pittu-
re a olio che riproducevano temi allegorici.
«Good morning, sir» disse una voce, salutando con cortesia. «How are
you today?».
Tomás si voltò e vide l'autista, un uomo di colore dall'aria gioviale, con
una divisa celeste.
«Good morning».
«Sball we go?» gli domandò invitandolo a seguirlo con la mano protetta
dai guanti.
Faceva freddo quella mattina, ma un sole splendente illuminava la città.
Peccato non arrivi fin quaggiù, pensò Tomás, ammirando la sommità dei
grattacieli. Gli edifici di New York erano così alti che la luce del sole non
riusciva mai a baciare la terra. Di conseguenza, le vie e i marciapiedi della
città restavano sprofondati in un'ombra senza fine. Il visitatore si accomo-
dò sulla Cadillac, all'apparenza la stessa lunga limousine nera che era ve-
nuta a prenderlo all'aeroporto, mentre l'autista prendeva posto al volante. Il
vetro di divisione si abbassò con un leggero ronzio, l'uomo di colore si vol-
tò mostrando un piccolo televisore e un vassoio accanto al passeggero su
cui rilucevano una bottiglia di Glenlivet e un'altra di Moët et Chandon in
un secchiello gelato.
«Enjoy the ride!» esclamò con un sorriso.
L'automobile partì e Tomás rimase a contemplare la città; New York gli
scivolava davanti, trepidante e indaffarata. Salirono Lexington Avenue e
girarono a sinistra, passando per Racquet Club, la cui facciata in stile pa-
lazzo7 rinascimentale sorprese il visitatore, era l'ultima linea architettonica
che si sarebbe aspettato di trovare lì. Raggiunsero Madison; la Cadillac
percorse l'ampia strada per diversi isolati, facendosi largo in mezzo al traf-
fico congestionato, finché, dopo essere arrivati al palazzo della Sony, rico-
noscibile dalla sua sommità chippendale, si fermò al successivo angolo.
«The office is here» annunciò l'autista, indicando l'ingresso di un gratta-
cielo. «Mister Moliarti is expecting you».
Tomás scese dall'auto e osservò il palazzo. Era un'impressionante torre
di granito lavato grigio verde, con più di quaranta piani e una linea moder-
na, quasi aerodinamica. Un vento gelido attraversò il marciapiede e un
uomo ben coperto uscì dall'edificio con passo veloce e gli si avvicinò.
«Professor Noronha?».
Tomás riconobbe il portoghese con accento brasiliano americanizzato
del suo interlocutore telefonico.
«Buongiorno».
«Buongiorno, professore. Io sono Nelson Moliarti, dell'American Hi-
story Foundation. È un piacere conoscerla».
«Il piacere è tutto mio».
Si strinsero la mano. Moliarti era un uomo basso e magro, con ricci ca-
pelli brizzolati; sembrava un rapace, con quei piccoli occhi e quel sottile
naso aquilino.
«Benvenuto» disse l'anfitrione.
«Grazie» ricambiò Tomás. Si guardò intorno. «Fa un freddo micidiale,
vero?».
«Come dice?».
«Fa freddo».
«Sì, molto freddo». Con un cenno lo invitò. «Venga, andiamo dentro».
Fecero alcuni passi e si rifugiarono nell'accogliente calore del sofisticato
edificio. Tomás osservò l'atrio di marmo, ornato da una sorprendente scul-
tura, un blocco di granito che sembrava sospeso all'interno di una vasca
d'acciaio; dal basso scorreva un filo d'acqua. Moliarti la guardò e sorrise.
«Curiosa, non trova? È di uno scultore americano».
«Interessante».
«Venga, il nostro office è al ventitreesimo piano».
Presero l'ascensore e salirono con sorprendente velocità. Dopo pochi se-
condi, le porte si aprirono ed entrambi scesero al piano occupato dalla fon-
dazione. La porta principale era di vetro opaco incorniciata da acciaio lu-
cido e su di essa era stampato il logo dell'istituzione. Un'aquila reale tene-
va stretto in una zampa un ramo di ulivo, nell'altra una fascia con un'iscri-
zione in latino: "Hos successus alit: possunt, quia posse videntur". In bas-
so, la sigla AHF era realizzata in elegante scrittura cancelleresca.
Tomás lesse la frase a bassa voce e la fissò nella memoria.
«Virgilio».
«Come?».
«Questa frase» disse il portoghese, indicando la fascia afferrata dall'a-
quila «è una citazione dall'Eneide di Virgilio». Rilesse la frase e la tradus-
se: «Il successo li incoraggia: essi possono perché pensano di potere».
«Ah, sì. È il nostro motto» sorrise Moliarti. «Il successo porta successo,
nessun ostacolo è tanto grande da fermarci». Guardò Tomás con rispetto.
«È pratico con il latino?».
«Naturalmente!» esclamò subito. «Latino, greco, copto, nonostante non
mi eserciti abbastanza». Sospirò. «Ora mi piacerebbe cimentarmi anche
con l'ebraico e l'aramaico, mi aprirebbero nuovi orizzonti».
L'americano emise un fischio, impressionato, ma non aggiunse altri
commenti. Varcata la porta e superata la reception, Moliarti lo condusse
per il corridoio, finché non giunsero in un moderno ufficio occupato da
una sessantenne dall'aria antipatica.
«Questo è il nostro ospite».
La signora si alzò e lo salutò con un cenno della testa.
«Hi».
«Questa è la signora Theresa Racca, la segretaria del presidente della
fondazione».
«Hello» salutò il portoghese, dandole la mano.
«C'è John?» chiese Moliarti.
«Yes».
Moliarti bussò alla porta e, quasi senza aspettare, l'aprì. Al di là di una
pesante scrivania di lucido mogano stava seduto un uomo con il doppio
mento, quasi calvo, con pochi capelli brizzolati tirati indietro.
«Nel, come in».
Moliarti entrò e introdusse l'ospite.
«Questo è il professor Noronha, da Lisbona» disse in inglese, presentan-
doli. «Professore, questo è John Savigliano, presidente dell'executive
board dell'American History Foundation».
Savigliano abbandonò la scrivania e stese le braccia verso il portoghese,
con un ampio e accogliente sorriso stampato in volto.
«Welcome, Welcome! Benvenuto a New York, professore».
«Grazie».
Si scambiarono una stretta di mano con entusiasmo.
«Il viaggio è andato bene?».
«Sì, benissimo».
«Splendido, splendido!». Fece un gesto con la mano sinistra, indicando
alcuni divani di cuoio in un angolo dell'ufficio. «Prego, si accomodi».
Tomás si sedette su un sofà, analizzando in un batter d'occhio l'ambien-
te. L'arredamento era in stile classico, legno di quercia intarsiato alle pareti
e sul soffitto, e ovunque mobili europei del XVIII secolo, probabilmente
francesi o italiani. Un'enorme finestra mostrava la selva di palazzi che af-
follavano Manhattan. L'ospite dedusse che la visuale doveva aprirsi verso
sud perché, fra i tanti grattacieli della città, si potevano riconoscere, sulla
sinistra, lo spettacolare Chrysler Building, con i suoi archi radianti in ac-
ciaio e, sulla destra, l'Empire State Building, con la lunga guglia e la strut-
tura scandita da rientranze simmetriche. In fondo, come gigantesche minia-
ture, le larghe facciate di vetro delle Torri Gemelle del World Trade
Center.
Il pavimento dell'ufficio del presidente era in noce verniciato. Rigogliose
piante collocate agli angoli e un bel quadro astratto, con forme rosso vivo
su uno sfondo curvilineo verde oliva, completavano l'arredamento della
stanza.
«È un Franz Marc» spiegò Savigliano, notando l'interesse del suo ospite
per quell'opera. «Lo conosce?».
«No» disse Tomás scuotendo la testa.
«Era un amico di Kandinsky, insieme formarono il gruppo "Der Blaue
Reiter" nel 1911. Ho comprato questo dipinto quattro anni fa a un'asta a
Monaco». Fischiò. «Una fortuna, mi creda. Una fortuna».
«John è un amante dei bei quadri» spiegò Moliarti. «A casa ha un Pol-
lock e un Mondrian, si immagini».
Savigliano sorrise e abbassò lo sguardo.
«Oh, è una mia passione». Guardò Tomás. «Vuole qualcosa da bere?».
«No, non mi va niente».
«Non faccia complimenti. Caffè? Abbiamo un cappuccino8 che è una
meraviglia...».
«Ehm... va bene, vada per un cappuccino».
Il presidente della fondazione si voltò verso la porta.
«Theresa!» chiamò.
«Sì, signor presidente?».
«Ci porti tre cappuccinos e dei cookies».
«Right away, signor presidente».
Savigliano si sfregò le mani e sorrise.
«Professor Tomás Noronha» disse «la posso chiamare Tom?».
«Tom?» chiese Tomás sorridendo. «Come Tom Hanks? Non c'è proble-
ma».
«Spero non le dia fastidio. Sa, noi americani siamo molto informali».
Indicò se stesso. «Per favore, mi chiami John».
«E io sono Nel» disse Moliarti.
«Allora, siamo d'accordo» sentenziò Savigliano. Osservò i grattacieli
che si estendevano oltre la finestra. «È la prima volta che viene a New
York?».
«Sì, non sono mai uscito dall'Europa».
«E le piace?».
«Beh, per quel poco che ho visto mi sembra di sì». Tomás esitò. «Sa,
non faccio altro che guardarmi intorno e pensare che New York sembra lo
scenario di un film di Woody Allen».
I due americani scoppiarono a ridere.
«Questa è bella!» esclamò Savigliano. «Un film di Woody Allen!».
«Solo un europeo poteva dire una cosa del genere» commentò Moliarti,
scuotendo il capo con aria divertita.
Tomás rimase impalato, sorridendo ma senza capire la battuta.
«Non siete d'accordo?».
«Beh, è una questione di prospettiva» ribatté Savigliano. «È possibile
che la pensi così chi conosce la città solo attraverso il cinema. Ma si ricor-
di, non è New York che sembra un film, sono i film che sembrano New
York». Fece l'occhiolino. «Capisce?»9.
La signora Racca entrò nell'ufficio con un vassoio e quindi sistemò le
tazze sul tavolinetto davanti al sofà, dopodiché le riempì di caffè fumante,
lasciò alcune bustine di zucchero e un po' di biscotti al cioccolato e infine
uscì. Mentre sorseggiavano i cappuccini, Savignon si appoggiò al divano e
si schiarì la voce.
«Tom, parliamo del motivo per cui lei è qui». Guardò Moliarti di sfuggi-
ta. «Presumo che il mio collega le abbia spiegato che cosa sia la nostra isti-
tuzione...».
«Sì, mi ha accennato qualcosa».
«Molto bene. L'American History Foundation è un'organizzazione senza
scopo di lucro finanziata con fondi privati. L'AHF è nata qui a New York
nel 1958, con l'obiettivo di incoraggiare gli studi sulla storia del continente
americano. Abbiamo creato una scholarship per gli studenti americani e di
tutto il mondo che premia le ricerche più innovative, studi che rivelino
nuovi aspetti del nostro passato».
«È la Columbus Scholarship» precisò Moliarti.
«Esattamente. Inoltre, abbiamo finanziato ricerche di archeologi e storici
professionisti. Molti di questi lavori sono stati pubblicati e si trovano nella
sezione "Americana" di qualsiasi buona libreria della città».
«Che tipo di lavori?» volle sapere Tomás.
«Tutto ciò che riguarda la storia del nostro continente» spiegò il presi-
dente della fondazione. «Dai dinosauri che popolavano queste terre ai nati-
ve-americans, dalle occupazioni coloniali europee ai movimenti migrato-
ri».
«Native-americans?».
«Esatto» sorrise Savigliano. «È un'espressione politicamente corretta che
utilizziamo in America per riferirci alle popolazioni che vivevano qui pri-
ma dell'arrivo degli europei».
«Ah».
Savigliano sospirò.
«Bene, veniamo ora al nostro problema». Fece una pausa, valutando da
dove cominciare. «Come saprà, nel 1992 sono stati celebrati i cinquecento
anni della scoperta dell'America. Le cerimonie sono state magnifiche e, mi
riempie d'orgoglio dirlo, l'American History Foundation ha svolto un ruolo
rilevante per il successo di queste celebrazioni. Terminate le commemora-
zioni e calmatosi il polverone, ci siamo riuniti per decidere quale sarebbe
stato il prossimo progetto. Guardando il calendario c'è saltata all'occhio
una data». Fissò Tomás con intensità. «Sa qual è?».
«No».
«Il 22 aprile 2000. Fra tre mesi».
Tomás fece i suoi conti.
«La scoperta del Brasile».
«Bingo!» esclamò Savigliano. «I cinquecento anni dalla scoperta del
Brasile». Sorseggiò ancora un po' di caffè. «Bene, quello che abbiamo fat-
to è stato convocare una riunione con i nostri consiglieri e chiedere loro
qualche idea. La sfida era capire cosa avremmo potuto fare per dare degno
risalto alla data. Uno dei consiglieri presenti era proprio Nel, il quale in
passato aveva insegnato Storia presso un'università brasiliana e conosceva
molto bene il Paese. Lui ci ha fatto una proposta che noi abbiamo ritenuto
interessante». Si rivolse a Moliarti. «Nel, è meglio che sia tu a spiegare la
tua idea».
«Certamente, John» assentì Moliarti. «In buona sostanza, l'idea che ho
presentato si basa su una polemica che a lungo ha alimentato la storiogra-
fia: Pedro Álvares Cabral scoprì il Brasile per caso o di proposito? Come
saprà, gli storici suppongono che i portoghesi già sapessero dell'esistenza
del Brasile e che Cabral abbia semplicemente formalizzato un evento già
accaduto. Dunque, ho proposto all'executive board di finanziare uno studio
che desse una risposta definitiva alla questione».
«Il board ha approvato e la macchina si è messa in moto» aggiunse Sa-
vigliano. «Abbiamo deciso di contattare i migliori esperti in materia ma
volevamo persone che, oltre a essere rigorose, fossero anche audaci, aves-
sero il coraggio di andare contro idee ormai radicate, non si limitassero alla
semplice consultazione delle fonti e avessero l'elasticità mentale per capire
ciò che non era esplicitamente detto nei documenti ma restava sottinteso».
«Come lei sicuramente saprà» spiegò Moliarti «molte delle cose allora
scoperte furono tenute nascoste, c'erano informazioni considerate segreto
di stato».
«Il Portogallo era il campione del segreto» esordì Tomás. «Si trattava
della cosiddetta "politica del sigillo"».
«Precisamente» concordò Moliarti. «Ora, dato che le scoperte furono
condotte in segreto e tenute nascoste, non ci stupisce il fatto che gli storici
non abbiano avuto né la capacità né la possibilità di andare oltre i docu-
menti ufficiali. Se questi ultimi dovevano celare la verità, e non rivelarla,
non si poteva riporre in essi troppa fiducia. Per tale motivo volevamo dei
ricercatori audaci».
Dalla smorfia che fece, trasparì in Tomás un certo scetticismo.
«Fin qui il discorso fila abbastanza bene, ma non ci si può aspettare che
uno storico serio decida di ignorare le fonti documentali così, senza moti-
vo, andando all'avventura. Lo storico deve basare la sua ricerca su docu-
menti esistenti, non su ragionamenti astratti. Non si può pretendere che dia
libero sfogo all'immaginazione. In caso contrario, non parliamo più di sto-
ria ma di finzione storica, giusto?».
«Certamente».
«È evidente che la documentazione debba essere soggetta a critica» insi-
stette Tomás. «È necessario comprendere la finalità dei manoscritti, capir-
ne l'intenzione e valutarne la veridicità. La critica delle fonti, del resto,
consiste in questo. Ma è fondamentale che la ricerca storica si basi sui do-
cumenti, su questo non ho dubbi».
«Neanche noi» si affrettò a chiarire Moliarti. «Neanche noi. Non a caso
volevamo degli storici validi. Ma abbiamo pensato che dovessero essere
anche persone in grado di svincolarsi da quei documenti concepiti apposta
per nascondere, così come voleva la politica del sigillo vigente in Porto-
gallo nel XV secolo. Ciò implicava che dovessero essere non solo dei bra-
vi storici ma anche degli arditi investigatori». Prese un biscotto al ciocco-
lato e lo addentò. «Il board mi ha incaricato di trovare degli studiosi con
questo profilo e sono stato mesi a ricercare, a visionare curricula, a fare
domande, a leggere lavori, a consultare amici. Finché ho trovato un uomo
che corrispondeva alla descrizione che mi era stata fatta».
Moliarti fece una pausa, tanto lunga che Tomás si sentì obbligato a do-
mandare: «Chi?».
«Il professor Martinho Vasconcelos Toscano, della facoltà di Lettere
dell'Università Classica di Lisbona».
Tomás sgranò gli occhi.
«Il professor Toscano? Ma lui è...».
«Sì, caro mio» tagliò corto Moliarti, con un tono serioso. «È morto due
settimane fa».
«È quello che mi hanno detto. Anche i giornali ne hanno dato notizia».
Moliarti sospirò pesantemente.
«Il professor Toscano ha attirato la mia attenzione per i suoi studi inno-
vativi su Duarte Pacheco Pereira, e in particolare sulla sua opera più cono-
sciuta, l'enigmatico Esmeraldo de Situ Orbis. Ho letto i suoi lavori e sono
rimasto positivamente colpito dalla sua viva intelligenza, dalla sua capacità
nel superare le apparenze, nello sfidare le verità acquisite. Inoltre, la sua
attività era molto apprezzata nel Dipartimento di Storia della PUC».
«PUC?».
«L'Università Cattolica di Rio de Janeiro, dove ho insegnato» spiegò
Moliarti. «Pertanto, andai a Lisbona per parlargli e lo convinsi a prendere
le redini del progetto». Sorrise. «Immagino che i nostri buoni onorari ab-
biamo almeno un poco contribuito a convincerlo».
«L'American History Foundation è orgogliosa di essere l'istituzione che
paga i compensi più alti ai propri collaboratori» si vantò Savigliano. «Vo-
gliamo il meglio e perciò paghiamo bene».
«Il professor Toscano sembrava corrispondere esattamente al profilo di
cui avevamo bisogno» riprese Moliarti. «Certo, non si può dire che scri-
vesse bene ma questo non costituiva un ostacolo insormontabile. Allo stile
ci avrebbero pensato poi i nostri specialisti, degli Hemingway capaci di far
sembrare il professor Toscano John Grisham».
I due americani risero.
«E perché non Joyce?» chiese Tomás. «Dicono che sia il miglior scritto-
re di lingua inglese...».
«Joyce?» esclamò Savigliano. «Jesus Christ! Scrive perfino peggio di
Toscano!».
Nuove risate.
«Bene, finiamola di scherzare» disse alla fine Moliarti. «Dov'ero rima-
sto?».
«Al fatto che il professor Toscano aveva il profilo giusto ma che scrive-
va male» rispose Tomás.
«Ah, sì». Respirò a fondo. «Beh, non direi che avesse il profilo giusto.
Più che altro corrispondeva alla descrizione della persona che ci seguiva».
«Non è la stessa cosa?».
Moliarti fece una smorfia.
«Non è esattamente la stessa cosa. Sa, il professor Toscano presentava
alcune problematiche, come ho avuto poi modo di scoprire». Bevve un
sorso di caffè. «In primo luogo, non era capace di limitarsi alla sua area di
ricerca. Era un uomo indisciplinato, seguiva piste che, sebbene interessan-
ti, si dimostravano irrilevanti per gli studi di cui si stava occupando, e que-
sto lo portava a perdere molto tempo in cose superflue. Inoltre, non amava
rendere conto del lavoro che svolgeva. Io volevo seguire l'evoluzione della
ricerca e gli chiesi dei resoconti periodici, ma lui non mi diceva nulla, bor-
bottava solo fandonie senza senso. Mi ha perfino annunciato di essere en-
trato in possesso di un dato importantissimo, che avrebbe stravolto tutto
ciò che sappiamo sulle Scoperte, una vera rivoluzione. Quando gli doman-
dai di che cosa si trattasse non rispose, ma disse che avrei dovuto aspettare
per vedere».
A questo punto si interruppe.
«E avete aspettato?».
«Aspettare, abbiamo aspettato. Del resto non avevamo scelta».
«E dopo?».
«Dopo è morto» intervenne Savigliano con tono cupo.
«Hmm...» mormorò Tomás, riflessivo. «Senza spiegare quale scoperta
avesse fatto».
«Esatto».
«Capisco» disse, appoggiandosi al sofà. «È questo il vostro problema».
Moliarti si schiarì la voce.
«Questo è uno dei tanti». Alzò l'indice. «Non è l'unico, e forse neanche
il più grande».
«Ah, no?» si meravigliò il portoghese.
«No» ribatté Moliarti. «Il problema più grande è che il termine per con-
segnare la ricerca scade fra tre mesi e noi non abbiamo ancora nulla da
presentare».
«Come?».
«Proprio così. Fra soli tre mesi si celebrano i cinquecento anni dalla
scoperta del Brasile e il lavoro dell'American History Foundation non sarà
disponibile. Come le ho spiegato, il professor Toscano aveva la mania dei
segreti e non ci ha passato alcun materiale, dunque ci troviamo con un pu-
gno di mosche in mano. Non abbiamo nulla». Allora Moliarti unì l'indice
al pollice a formare uno 0. «Zero».
«Sarà la prima volta che la fondazione non darà alcun contributo a
un'importante effemeride della storia del nostro continente» aggiunse Sa-
vigliano.
«Una vergogna» commentò Moliarti, scuotendo la testa.
Entrambi guardarono il portoghese, restando in attesa.
«È per questa ragione che l'abbiamo contattata» spiegò Savigliano. «Ab-
biamo bisogno che riprenda il lavoro di Toscano».
«Io?».
«Sì, lei» confermò, puntandolo con il dito. «C'è molto da fare e bisogna
farlo rapidamente. È necessario che il manoscritto sia pronto, al massimo,
fra due mesi. La nostra casa editrice può far uscire il libro in un mese, ma
non fa miracoli. È fondamentale che le cose siano pronte per la metà di
marzo».
Tomás lo guardava esterrefatto.
«Scusi scusi, deve esserci un equivoco». Si sporse in avanti e appoggiò
il palmo della mano al petto. «Io non sono un esperto delle Scoperte. La
mia specializzazione è un'altra. Io sono un paleografo e un criptanalista, il
mio lavoro è decifrare messaggi nascosti, interpretare testi e determinare la
veridicità dei documenti. In questo sono bravo, il migliore nel mio campo.
Se avete bisogno di uno specialista del periodo delle Scoperte, benissimo,
posso indicarvi dei nomi. Nel mio dipartimento, all'Università Nova di Li-
sbona, ci sono professori più titolati di me che potrebbero aiutarvi nella ri-
cerca. Tra l'altro, se volete, avrei già in mente una o due persone adatte a
questo lavoro. Ma io, miei cari, io no». Fissò i suoi interlocutori. «Sono
stato chiaro?».
I due americani si guardarono l'un l'altro.
«Tom, è stato molto chiaro» disse Savigliano. «Ma è lei che vogliamo
ingaggiare».
Tomás restò fermo a osservarlo per due lunghi secondi.
«Credo di non essermi spiegato bene» considerò alla fine.
«Lei è stato fin troppo chiaro, Tom. Crystal clear. Penso che siamo stati
noi a non spiegarci bene».
«In che senso?».
«Ascolti, noi non abbiamo bisogno di un esperto delle Scoperte» spiegò
Savigliano. «Per questo c'è già Nel». Indicò Moliarti con il pollice. «Ciò di
cui abbiamo realmente bisogno è qualcuno che ci aiuti a riorganizzare tutto
quello che il professor Toscano ha trovato sulla scoperta del Brasile».
«Ma è questo che vi sto dicendo!» insistette Tomás. «Ho capito che voi
non volete uno storico per continuare la ricerca, ma qualcuno che prenda il
materiale raccolto e lo riorganizzi per la pubblicazione. Molto bene. Ma
chi meglio di un vero specialista della materia potrebbe svolgere questo
lavoro? Io non sono la persona giusta. Ve lo ripeto: io sono un esperto in
paleografia e criptanalisi, non posso aiutarvi, riuscite a capirmi?».
«No, è lei che non ha ancora capito» ribatté Savigliano. Guardò il suo
collaboratore. «Spiegagli tutto, Nel, altrimenti non ne usciamo più».
«Va bene, il problema è questo» cominciò Moliarti. «Come le ho già
detto, il professor Toscano amava molto tenere segrete le cose. Non ci pre-
sentava relazioni periodiche, non ci diceva nulla, ci teneva sempre all'oscu-
ro di tutto. Quando gli facevo delle domande era evasivo, evitava accura-
tamente di discutere della questione. Siamo persino arrivati a litigare per
questo». Respirò a fondo. «Ma con questa sua mania dei segreti aveva su-
perato davvero ogni limite. Voleva che nessuno venisse a conoscenza di
ciò che aveva scoperto e, siccome viveva nella fobia che qualcuno potesse
sottrargli i dati che aveva raccolto, decise di nasconderli tutti».
«Cioè?».
«Come le ho anticipato» disse Moliarti «ha nascosto tutto. Tutto. Ha la-
sciato enigmi cifrati con chiave per le scoperte da lui compiute, e la verità
è che noi non sappiamo come risolverli». Si chinò su Tomás. «Tom, lei è
portoghese, ha conoscenze di base sulle Scoperte ed è un esperto di cripta-
nalisi. Lei è la soluzione».
Tomás tornò ad appoggiarsi al sofà, sorpreso.
«Bene... ehm... questo è realmente...».
«Com'è naturale, potrà contare sul mio aiuto» aggiunse Moliarti. «Io
stesso verrò a Lisbona per effettuare ricerche su alcune immagini e sarò
sempre a sua disposizione per qualsiasi cosa». Esitò. «Ovviamente, le
chiederò delle relazioni periodiche sullo sviluppo del suo lavoro».
«Calma» tagliò corto Tomás. «Non so se ho tempo per questo. Ho le le-
zioni in facoltà e, oltretutto, ho problemi a causa di mia...».
«Siamo disposti a pagare tutto il necessario» anticipò Savigliano, tirando
fuori l'asso dalla manica. «Duemila dollari a settimana, più le eventuali
spese. E se rispetterà il termine da noi stabilito, avrà un ulteriore premio di
mezzo milione di dollari». Quasi sillabò la cifra. «Ha capito? Mezzo mi-
lione di dollari». Gli porse la mano. «Take it or leave it».
A Tomás non occorsero molti calcoli per decidere. Duemila dollari cor-
rispondevano grosso modo a quattrocento contos a settimana. Milleseicen-
to contos al mese. Mezzo milione di dollari equivaleva, centesimo più,
centesimo meno, a centomila contos. Aveva davanti a sé la soluzione per
tutti i suoi problemi. Le numerose visite di Margarida, l'insegnante di so-
stegno, una casa più grande, un futuro più sicuro, persino quelle scioc-
chezze di cui sentiva la mancanza, cose semplici come andare a cena al ri-
storante, fare una passeggiata a Óbidos senza preoccuparsi di sprecare la
benzina, magari trascorrere un week-end a Parigi per portare Constança al
Louvre e la piccola a Eurodisney. Del resto, si chiese, perché pensarci?
Non poteva rifiutare un'offerta simile.
Si piegò in avanti e guardò negli occhi il suo interlocutore.
«Dove devo firmare?» domandò.
Si strinsero la mano con entusiasmo, l'affare era fatto.
«Tom, welcome aboard!» esclamò Savigliano con un sorriso smagliante.
«Faremo grandi cose insieme. Grandi cose!».
«Spero di sì» assentì il portoghese, mentre l'euforico americano gli stri-
tolava la mano. «Quando devo iniziare?».
«Immediatamente».
«E da dove?».
«Il professor Toscano è morto due settimane fa in un hotel di Rio de Ja-
neiro» disse Moiiarti. «Ha avuto una sincope cardiaca mentre beveva del
succo di mango, pensi un po'. Sappiamo che aveva consultato alcuni do-
cumenti presso la Biblioteca Nazionale e la Biblioteca Portoghese di Rio.
Potrebbero trovarsi là le piste da seguire».
Il volto di John Savigliano assunse ironicamente un'espressione pensie-
rosa.
«Tom, è mio doloroso dovere annunciarle che domani prenderà un aereo
che la porterà a Rio de Janeiro».

III

Le grate dei cancelli metallici offrivano una visione frammentata del pa-
lazzo di São Clemente, un'elegante dimora bianca di tre piani, chiaramente
ispirata ai palazzetti europei del XVIII secolo. L'edificio si ergeva, slancia-
to e superbo, all'interno di un giardino ben curato, dominato da esili bana-
ni, palme e cocchi, oltre che da manghi e flamboyants. Tutt'intorno, una
lussureggiante vegetazione circondava il palazzo e cingeva il fitto bosco di
Botafogo. Alle sue spalle, come un gigante silenzioso, s'innalzava la pen-
dice nuda e scura del Colle di Santa Marta.
Faceva caldo e Tomás dovette asciugarsi la fronte, una volta sceso dal
taxi. Quindi si diresse verso il cancello e, una volta arrivato all'inferriata,
sbirciò in direzione del gabbiotto di guardia, sulla sinistra.
«Scusi!» chiamò.
L'uomo in divisa sobbalzò sulla sedia su cui stava dormicchiando e, do-
po essersi alzato, mezzo insonnolito si avvicinò.
«Mi dica».
«Devo incontrare il console».
«Ha un appuntamento?».
«Sì».
«Come si chiama?».
«Tomás Noronha, dell'Università Nova di Lisbona».
«Attenda un attimo, per favore».
La guardia, tornata al gabbiotto, parlò attraverso l'interfono e attese al-
cuni istanti. Avuta la risposta, andò infine ad aprire il cancello.
«Prego» disse, indicando l'entrata principale del palazzo. «Deve andare
verso quella porta là».
Tomás percorse il lastricato alla portoghese che portava all'edificio con-
solare, prestando particolare attenzione a non calpestare il prato, e si dires-
se nella direzione indicata, salendo una rampa leggermente inclinata. Fatte
le scale e oltrepassata la porta d'ingresso, in scuro legno intagliato, si trovò
in una piccola hall decorata con azulejos10 del XVIII secolo, con motivi
floreali e figure umane in abiti settecenteschi. Due porte spalancate, incise
con foglie d'oro, introdussero il visitatore in un vasto atrio al centro del
quale risaltava un raffinato tavolo Don José con sopra un pezzo in porcel-
lana e, in corrispondenza, un appariscente lampadario appeso al soffitto.
Un giovane uomo, capelli scuri tirati indietro e abito blu, gli si avvicinò,
diffondendo tutt'intorno l'eco dei propri passi sul pavimento di marmo.
«Professor Noronha?».
«Sì?».
«Lourenço de Mello» disse l'uomo, porgendogli la mano. «Sono l'addet-
to culturale del consolato».
«Piacere».
«Il signor console sarà qui a momenti». Indicò una sala sul lato sinistro.
«Prego, lo aspetteremo nel salone delle feste».
Era un ambiente alto e profondo, anche se non molto largo. Le pareti co-
lor salmone e il soffitto crema erano decorati con cornici di foglie dorate,
mentre alti portali, a sinistra, davano sul giardino di fronte ed erano abbel-
liti da tende rosse intessute d'oro. Lo smalto del pavimento, in composé di
legno brasiliano, brillava riflettendo l'immagine delle poltrone e dei sofà
sparsi per la sala, che a Tomás sembrò chiaramente arredata in stile Luigi
XVI. Un enorme quadro di Don João VI, il re venuto a Rio per sfuggire al-
le invasioni napoleoniche, ornava la parete vicino all'angolo dove si erano
seduti. In fondo al salone riposava un pianoforte a coda, nero e lucente,
forse un Erardon.
«Gradisce qualcosa?» chiese l'addetto culturale.
«No, grazie» rispose Tomás mentre si accomodava su una poltrona.
«Quando è arrivato?».
«Ieri, nel tardo pomeriggio».
«Ha viaggiato con la TAP?».
«Delta Airlines».
Lourenço assunse un'aria meravigliata.
«La Delta? Vola fin qui da Lisbona?».
«No» rise Tomás. «Ho volato da New York ad Atlanta e da Atlanta fin
qui».
«È andato negli Stati Uniti per venire in Brasile?».
«Ehm... sì, in effetti». Si agitò sulla poltrona. «In realtà avevo una riu-
nione a New York con alcuni esponenti dell'American History Foundation,
non so se ha presente...».
«Vagamente».
«... ed è stato deciso che sarei dovuto venire qui immediatamente».
L'addetto culturale si morse il labbro inferiore.
«Hmm, capisco». Sospirò. «Che cosa spiacevole».
«Quale?».
«La morte del professor Toscano. Non immagina il...».
Un uomo di mezza età, energico ed elegante, capelli brizzolati sulle
tempie, irruppe nel salone.
«Buongiorno».
Lourenço si alzò in piedi e Tomás fece lo stesso.
«Signor ambasciatore, questo è il professor Noronha» annunciò l'addet-
to, facendo le presentazioni. «Professore, l'ambasciatore Alvaro Sampa-
yo».
«Piacere».
«Prego, si metta a suo agio» disse il console. Sedettero tutti. «Mio caro
Lourenço, hai già offerto un caffè al nostro ospite?».
«Sì, signor ambasciatore. Ma il professore ha rifiutato».
«Rifiutato?» si meravigliò il diplomatico, guardando Tomás in segno di
disapprovazione. «È caffè del Brasile, amico mio. Il migliore, insieme a
quello dell'Angola».
«Mi piacerebbe molto assaggiare il suo caffè, signor ambasciatore, ma a
stomaco vuoto...».
Il console batté il palmo della mano sul ginocchio e si alzò in un mo-
mento, con vigore.
«Ha perfettamente ragione!». Fissò l'addetto. «Lourenço, va' a dire al
personale di servire il pranzo, è ora».
«Sì, signor ambasciatore» gli rispose, uscendo per riferire gli ordini.
«Venga» disse il console a Tomás, spingendolo per il gomito. «Spostia-
moci nella sala da pranzo».
Entrarono in un enorme salone dominato da un lungo tavolo in legno di
jacarandá, con le gambe lavorate e venti sedie per lato, tutte foderate con
tessuto bordeaux. Due lampadari di cristallo pendevano alle estremità del
tavolo, belli e imponenti. Il soffitto si presentava riccamente decorato, con
lucernari circolari e un enorme scudo portoghese al centro. Il pavimento
era in marmo alpenina11 in parte coperto da tappeti di beiriz. Un enorme
arazzo, che rappresentava una scena settecentesca ambientata in un giardi-
no inglese, si stendeva sulla parete in fondo. Sul lato destro, la sala era
percorsa da un corridoio protetto da quattro alte colonne anch'esse di mar-
mo. Il corridoio conduceva in un cortile interno dove zampillava una fon-
tana decorata con azulejos. Sul lato sinistro, invece, si aprivano dei portali
che, a due a due, davano su un rigoglioso giardino tropicale.
Tre piatti di porcellana, con rispettive posate d'argento e bicchieri di cri-
stallo, erano disposti sulla tavola, all'estremità opposta, di fronte al gigan-
tesco arazzo.
«Prego» disse il console a capotavola, indicando il posto alla sua destra.
Tomás sedette e l'addetto culturale, che nel frattempo era tornato, li rag-
giunse.
«Il pranzo è quasi pronto» annunciò Lourenço.
«Eccellente!» esclamò il console mentre si sistemava il tovagliolo sul
grembo. Posò gli occhi sull'invitato. «È andato bene il viaggio?».
«Ehm... più o meno. Abbiamo incontrato un po' di turbolenze».
Il diplomatico sorrise.
«Certo, le turbolenze sono snervanti». Alzò il sopracciglio con malizia.
«Non mi dica che lei ha paura di volare...».
«Ehm... beh...» balbettò Tomás. «Non direi proprio paura. Ho solo un
po' di timore».
Risero.
«Sa, è una questione d'abitudine» spiegò Sampayo. «Più viaggiamo, me-
no paura abbiamo di volare. Non è abituato a viaggiare spesso, vero?».
«No, viaggio poco. Ogni tanto sono invitato a qualche conferenza in
Spagna, in Italia o in Grecia, vado qua e là a fare una perizia o una ricerca
ma in genere rimango a Lisbona. Ho una vita troppo complicata per po-
termi permettere di girare il mondo».
Un uomo in divisa bianca e bottoni dorati apparve con un vassoio e servì
della minestra. Tomás osservò i legumi nel piatto: era una "zuppa giulia-
na".
«È la sua prima volta a Rio?» volle sapere il console.
«Sì, non c'ero mai stato».
Iniziarono a mangiare.
«Come le sembra?».
«È ancora presto per giudicare». Assaporò una cucchiaiata. «Sono arri-
vato solo ieri, a fine giornata. Ma, per quel poco che ho visto, mi sta pia-
cendo. È come trovarsi in una sorta di Portogallo tropicale».
«Questa è una bella definizione. Un Portogallo tropicale...».
Tomás sospese il cucchiaio della zuppa a mezz'aria per un istante.
«Signor ambasciatore, mi perdoni la domanda. Dato che lei è ambascia-
tore, per quale motivo è anche console? Non dovrebbe occupare sempli-
cemente il ruolo di ambasciatore?».
«Sì, in condizioni normali dovrebbe essere così. Ma sa, Rio de Janeiro è
un luogo davvero speciale». Abbassò il tono di voce, come in un a parte.
«Il consolato di Rio è migliore dell'ambasciata a Brasilia, capisce?».
L'invitato aprì la bocca e riprese a mangiare.
«Ah, capisco». Ma conservò la stessa aria incuriosita. «Perché?».
«Beh, perché Rio de Janeiro è un posto molto più piacevole di Brasilia,
che invece si trova su un altopiano perso in mezzo al bosco».
«Ah!» esclamò, dopo aver finalmente compreso. «Ma lei è già stato in
varie ambasciate...».
«Certo. A Bagdad, a Luanda, a Beirut. Ovunque ci fosse pericolo, pote-
va trovare il suo umile e devoto amico impegnato a servire la nazione».
Finirono la minestra e il cameriere tolse i piatti. Tornò qualche istante
dopo con un vassoio fumante. Era filetto di maiale arrosto, accompagnato
da riso al pomodoro e piselli, insieme a patate al forno. Di seguito riempì i
bicchieri con acqua e vino rosso alentejano.
«Signor ambasciatore, mi permetta di ringraziarla per avermi invitato».
«Si figuri, per l'amor di Dio, non deve ringraziarmi. Sono io che ho il
grande piacere di aiutarla nella sua missione». Iniziarono a mangiare la
carne. «Inoltre, dopo che lei ha chiamato da New York, ho ricevuto precise
istruzioni dal Ministero, a Lisbona, affinché io le garantisca tutto l'appog-
gio di cui ha bisogno. Sa, le ricerche legate ai cinquecento anni della sco-
perta del Brasile sono considerate d'interesse strategico per lo sviluppo del-
le relazioni tra i due Paesi, pertanto, mi creda, non le sto facendo nessun
favore, mi limito semplicemente a svolgere il mio dovere».
«Comunque sia, la ringrazio». Esitò. «È riuscito a ottenere le informa-
zioni di cui le avevo parlato al telefono?».
«Hmm-hmm» assentì l'ambasciatore mentre ingoiava un pezzo di carne.
«La morte del professor Toscano è stata solo l'inizio dei problemi qui al
consolato. Lei non immagina le seccature che abbiamo avuto per riportare
il corpo in Portogallo». Sospirò. «È stato un rompicapo, non ne ha idea.
Guardi! C'erano fogli e formulari ovunque, più l'inchiesta della polizia, i
problemi all'obitorio e una lista infinita di autorizzazioni, timbri e adem-
pimenti burocratici. Per non parlare delle difficoltà sollevate dalla compa-
gnia aerea... Un film dell'orrore, ma reale». Guardò l'addetto. «Lo sa lui
quello che ha passato, vero Lourenço?».
«Ah, signor ambasciatore, non me ne parli!».
«Riguardo all'informazione che mi ha chiesto, siamo andati a vedere gli
appunti del professor Toscano e abbiamo verificato che svolgeva quasi tut-
te le ricerche presso la Biblioteca Nazionale, ma in parte anche presso il
Real Gabinete Português de Leitura».
«Dove si trova?».
«Al centro della città». Bevve un sorso di vino. «Questo rosso è vera-
mente divino!» esclamò, osservando il bicchiere contro luce e studiando il
nettare scuro. Guardò Tomás. «Ma lei non avrà molto da scoprire, sa? Il
professor Toscano è stato qui solo tre settimane prima di avere il benservi-
to... ehm, scusi, prima di morire».
«Certo, non deve aver visto molte cose».
«Ha avuto poco tempo, lo sfortunato».
Tomás si schiarì la voce.
«Lei ha detto di essere andato a vedere il materiale raccolto dal professor
Toscano...».
«Hmm-hmm».
«Ha già inviato tutto a Lisbona, presumo».
«Chiaro».
L'addetto culturale tossì, intromettendosi nella conversazione.
«Non è proprio così» replicò Lourenço de Mello.
«Che significa "non è proprio così"?» si meravigliò il console.
«C'è stato un problema con la valigia diplomatica e le carte del professor
Toscano sono ancora qui. Saranno spedite domani».
«Ah sì?» esclamò l'ambasciatore Alvaro Sampayo. Guardò verso Tomás.
«Visto? Alla fine il materiale si trova qui».
«Posso visionarlo?».
«Il materiale? Certamente». Fissò l'addetto. «Lourenço, va' a prenderlo,
per favore».
Lourenço si alzò e sparì oltre la porta.
«Allora, questo filetto arrosto?» domandò il console, indicando il piatto
dell'ospite.
«Una meraviglia» elogiò Tomás. «E l'idea di aggiungere queste patate
dolci alle altre è formidabile».
«Vero?».
Il collaboratore tornò portando con sé una ventiquattrore. Si mise seduto
e l'aprì sul tavolo, tirando fuori numerosi fogli.
«Sono soprattutto fotocopie e appunti» spiegò.
Tomás prese i documenti e li esaminò. Si trattava di fotocopie di libri
antichi, dal tipo di stampa e di testo dovevano essere cinquecenteschi. C'e-
rano testi in italiano, altri in portoghese antico e alcune cose in latino. Le
pagine erano cariche di ornées lavorate e belle miniature, tratteggiate a
penna e con il pennello. Gli appunti del professore, invece, sembravano so-
lo scarabocchi, quasi incomprensibili e scritti di fretta. Qua e là tuttavia
Tomás riconobbe alcune parole: "Cantino", "Pinzón", "Cabral", abbastanza
per intuire che si trattava di annotazioni riguardanti la scoperta del Brasile.
In mezzo a tutte quelle carte, Tomás si accorse di un foglio isolato, due
righe ben distinte, tre parole redatte con particolare attenzione. I caratteri
in maiuscolo sembravano graffiare la carta, la calligrafia rivelava contorni
oscuri, insinuanti, come se nascondesse una formula magica arcaica, creata
da antichi druidi e dimenticata nelle tenebre dei secoli. Quasi impulsiva-
mente, senza sapere perché, come se obbedisse al vecchio istinto di stori-
co, quel sesto senso da topo di biblioteca abituato alla muffa polverosa de-
gli antichi manoscritti, si piegò sul foglio e l'annusò. Sentì emanare un o-
dore arcano, un aroma segreto, una fragranza trasportata da un messaggero
del tempo. Come un incantesimo esoterico, che nulla rivela ma tutto sug-
gerisce, quelle parole indecifrabili emanavano l'enigmatico profumo del
mistero:

MOLOC
NINUNDIA OMASTOOS

«Strano, non trova?» commentò Lourenço, incuriosito. «È stato trovato


piegato nel portafoglio del professor Toscano. Non si capisce cosa sia. Che
diamine vorrà dire?».
Tomás rimase in silenzio ad analizzare il foglio che aveva in mano.
«Hmm» si limitò a mormorare, pensieroso.
«Mio Dio!» esclamò l'ambasciatore. «Sembra fiammingo».
«O forse una di quelle lingue antiche...» suggerì Lourenço.
L'invitato rimase concentrato su quelle strane parole.
«Forse...» disse alla fine, senza distogliere lo sguardo dal testo. «Ma mi
sembra più un messaggio in codice».
Il console si avvicinò per esaminare il foglio.
«Cioè? Non capisco».
«A New York ho saputo che il professor Toscano ha cifrato o codificato
tutte le sue scoperte più importanti» spiegò Tomás. «A quanto pare, era
fissato con la sicurezza e aveva la mania delle sciarade». Sospirò. «Eviden-
temente è la verità».
«Che confusione infernale!» affermò con enfasi il console. «Lei, mio ca-
ro amico, riesce a capirci qualcosa?».
«Sì, qualche idea ce l'ho» bisbigliò Tomás. «Per cominciare, questo mo-
loc. È la prima parola del messaggio ed è l'unica il cui senso mi sembri
chiaro, sebbene enigmatico».
«E cosa significa?».
«Moloc era una divinità antica». Si grattò il mento. «La prima volta che
ho incontrato questo termine ero bambino, e leggevo il fumetto di uno dei
miei eroi preferiti, Bernard Prince. La raccolta si intitolava Le souffle de
Moloch e, se non sbaglio, era una storia ambientata su un'isola minacciata
da un vulcano in eruzione, conosciuto con il nome di Moloch. Da piccolo
ho letto anche le storie di Alix. Le sue avventure si sviluppavano nell'anti-
chità e coinvolgevano il dio Moloch. E poi ricordo pure di aver visto un li-
bro di Henry Miller dal titolo Moloch».
«Ma qui non c'è scritto Moloch, ma Moloc».
«Beh, si può dire Moloc, Moloch o Melech, è la stessa cosa. La parola
originale è Melech, significava "re" nelle lingue semitiche. I giudei la di-
storsero intenzionalmente nell'ebraico Molech, in modo da associare me-
lech, "re", a bosheth, "vergogna". Fu così che nacque Moloch, nonostante
la grafia più comune sia Moloc».
«Che tipo di re era?».
«Divino e crudele». Si morse il labbro inferiore. «Sa, nonostante Moloc
significhi "re", in realtà si trattava di un dio adorato dai popoli di Moab,
Canaan, Tiro e Cartagine, in nome del quale si compivano terribili sacrifi-
ci, in particolare la cremazione dei primogeniti». Si guardò intorno, come
se stesse cercando qualcuno. «Avete una Bibbia?».
«Una Bibbia?» si meravigliò il console. «Sì, ce l'ho».
«Posso vederla?».
«La vado a prendere» si offrì volontario Lourenço, alzandosi nuovamen-
te da tavola e uscendo dalla stanza.
«Perché cerca la Bibbia?» volle sapere il console.
«Credo che ci sia un riferimento a Moloc nell'Antico Testamento» chiarì
Tomás. «Per molto tempo il culto di Moloc fu collegato al mito del Mino-
tauro, un mostro che ogni anno divorava sette ragazzi e sette ragazze ver-
gini in un labirinto vicino al palazzo del re Minosse, a Creta. Esistevano
anche dei parallelismi con il mito di Cronos, che ingoiava i propri figli,
sebbene Moloc sia identificato soprattutto con Melkarth, a Tiro, e con Mil-
com, dagli Ammoniti. Ma queste sono chiacchiere. Per me, l'importante
adesso è capire in che contesto Moloc sia citato nella Bibbia».
«Ci credo!» esclamò il console. «Mi pare di capire che questo signor
Moloc fosse un personaggio orribile». Tornò a rileggere il misterioso mes-
saggio. «Cosa avrà voluto suggerire il professor Toscano menzionando un
così sgradevole gentiluomo?».
«È quello che vorrei sapere».
Lourenço ritornò con un librone in mano e lo posò sul tavolo. Tomás
sfogliò la Bibbia, esaminando il testo con attenzione; a tratti passava interi
gruppi di pagine velocemente, altre volte, invece, si fermava a leggere ac-
curatamente un passo. Dopo alcuni minuti, alzò la mano.
«Eccolo!».
I due diplomatici si piegarono sul libro.
«Cosa?».
«Il riferimento a Moloc». Indicò un paragrafo. «È un passo in cui Dio,
per voce di Mosè, proibisce di offrire bambini a Moloc». Fece una pausa.
«Ascoltate». Iniziò a leggere. «"Il popolo del paese lo lapiderà...12 Elimi-
nerò dal suo popolo lui con quanti si danno all'idolatria come lui, abbas-
sandosi a venerare Moloc13"». Sollevò il capo. «Visto?».
«Ah!» esclamò il console, senza capire nulla. «E che significa?».
«Mah... non so» ammise Tomás. «Il Codice Mosaico proibì di sacrifica-
re bambini a Moloc, stabilendo la pena di morte per chiunque ordinasse o
autorizzasse l'offerta di un figlio per immolarlo, nonostante il Vecchio Te-
stamento registri molte violazioni di questo divieto».
«Ma qual è la relazione con lo strano messaggio lasciato dal professor
Toscano?».
«Dovrei analizzare attentamente la questione. Le informazioni che le sto
dando sono soltanto elementi che possono aiutarci a decifrarlo. Quando si
ha a che fare con un messaggio cifrato, o codificato, dobbiamo aggrapparci
alle piccole cose che capiamo e muovere da esse, per poter rompere la ci-
fra, o il codice, a seconda del caso».
«Sono la stessa cosa?».
«A che si riferisce?».
«Alla cifra e al codice».
Tomás scrollò la testa.
«Non del tutto. Un codice si basa sulla sostituzione di parole, mentre la
cifra implica la sostituzione di lettere. Possiamo dire, se vuole, che fanno
parte della stessa famiglia ma il codice ne rappresenta l'aristocrazia, trat-
tandosi di una forma complessa di cifra di sostituzione».
«E questo?» chiese il console, mostrando il foglio scritto dal professor
Toscano. «È un codice o una cifra?».
«Hmm, non so» replicò Tomás con una smorfia. «La parola moloc ri-
manda inequivocabilmente a un codice, ma il resto...». Lasciò la frase in
sospeso, con aria insinuante. Dopo un'attenta riflessione, si decise. «No,
anche il resto dev'essere un codice». Indicò le altre due parole. «Vedete il
modo in cui le vocali si legano alle consonanti, formando sillabe e suoni
precisi? Ninundia. Omastoos. Queste, signor ambasciatore, sono parole.
Una cifra ha un aspetto differente, di rado vi compaiono sillabe, tutto sem-
bra più caotico, disordinato, impenetrabile. Per esempio, sequenze del tipo
HSDB JHWG. Qui no, qui abbiamo sillabe che danno luogo a parole, che
articolano suoni». Mantenne lo sguardo fisso sulla misteriosa frase per al-
cuni secondi, caparbio, nella speranza che gli saltasse agli occhi qualcosa
che fin lì non aveva notato, che fosse rimasto nascosto dietro quelle oscure
parole, ma finì per scuotere la testa, arrendendosi. «Il problema è che non
le capisco». Chiuse gli occhi e se li sfregò, prevedendo molto lavoro da-
vanti a sé. «Devo studiarle con grande attenzione».
«Queste parole non le dicono nulla?».
«Beh... ninundia e omastoos, francamente... ehm... non riesco a trovare
alcun significato» ammise. La sua attenzione si concentrò sulla prima pa-
rola; la pronunciò a voce bassa e gli venne in mente un'idea. «Hmm»
mormorò. «Questo ninundia sembra il nome di una terra, non trova?». Sor-
rise, leggermente sollevato per aver scoperto quella che, secondo lui, pote-
va essere una potenziale pista. «La sillaba finale, dia, sembrerebbe riman-
dare alla designazione di un luogo».
«Un luogo?».
«Sì. Per esempio, Normandia, Groenlandia, Finlandia...».
«E allora?».
«E allora noi abbiamo Ninundia».
«E chi sarebbero gli abitanti?» scherzò il console. «I ninundi?».
«Guardi, questa è solo una supposizione, niente di più».
«Che Dio mi aiuti! Qual è il significato di tutto ciò?».
«Devo studiare l'argomento. Utilizzando la parola ninundia, il professor
Toscano potrebbe aver suggerito che la chiave della cifra coinvolge una
località». Aprì i palmi delle mani, in un gesto d'impotenza. «Chi lo sa? Il
fatto è che qui viene menzionata una antica e potente divinità, il terribile
Moloc di Canaan, e apparentemente si fa riferimento a una terra sconosciu-
ta, una certa Ninundia. Cosa volesse dire il professor Toscano, collocando
un dio e una terra ignota all'interno dello stesso messaggio, è un dato che
devo ancora determinare». Guardò il console, mostrando il foglio. «Posso
tenerlo?».
«No» disse il diplomatico. «Mi dispiace tanto, ma dev'essere consegnato
tutto alla vedova».
Tomás, avvilito, fece uno schiocco con la lingua.
«Ah, cavolo» si sfogò. «Che peccato...».
«Ma si può fotocopiare» propose l'ambasciatore Sampayo.
«Il foglio?».
«Sì, e qualsiasi altra cosa le serva, fuorché i dati che riguardano la vita
privata del professore».
«Ah, meno male!» esclamò Tomás, sollevato. «Dove posso farlo?».
«Penserà a tutto Lourenço» rispose il console, facendo cenno all'addetto.
«Cosa vuole fotocopiare?» domandò Lourenço, rivolgendosi a Tomás.
«Tutto. Avrò bisogno di tutto quanto il materiale». Tornò ad agitare il
foglio che conteneva l'enigmatico messaggio. «Ma questo è il più impor-
tante».
«Stia tranquillo» assicurò l'addetto culturale. «Torno subito».
Prese tutti i fogli e uscì dalla stanza.
«La ringrazio per il suo aiuto» disse Tomás rivolgendosi al console. «È
molto importante».
«Oh, non è niente. Ha bisogno di qualche altra cosa?».
«Veramente sì».
«Mi dica».
«Dovrei contattare i responsabili delle biblioteche consultate dal profes-
sor Toscano».
«La Biblioteca Nazionale e il Real Gabinete Português de Leitura?».
«Sì».
«Non si preoccupi».

Il caldo era soffocante, il sole colpiva la città con implacabile violenza e


c'era ancora tutto il pomeriggio davanti, libero e promettente. Ecco i tre
principali ingredienti che condussero Tomás in spiaggia. La fondazione lo
aveva ospitato presso lo stesso hotel nel quale aveva alloggiato il professor
Toscano, e il richiamo del mare, una volta tornato in stanza, si era fatto ir-
resistibile. Tomás indossò il costume, prese l'ascensore fino al seminterra-
to, chiese un asciugamano e uscì. Percorse Via Maria Quitéria fino ad arri-
vare allo splendido Viale Vieira Souto; aspettò che il semaforo fosse ver-
de, attraversò l'ampia strada che costeggiava la costa, superò il largo mar-
ciapiede e raggiunse la spiaggia.
La sabbia, fina e dorata, gli scottava sotto i piedi, così arrivò saltellando
fino allo stabilimento dell'hotel, dove chiese una sdraio e un ombrellone.
Due addetti, entrambi neri e di costituzione robusta, con camicia azzurra e
berretto, gli portarono la sedia il più vicino possibile all'acqua e conficca-
rono nella sabbia un ombrellone azzurro e bianco con sopra il logo dell'al-
bergo. Quando ebbero finito, Tomás diede loro un real di mancia. Migliaia
e migliaia di persone si accalcavano sulla spiaggia d'Ipanema, non c'era più
di un metro quadrato di sabbia libera. «Gelati Italia! Che buoni!» gridò una
voce di passaggio. Tomás si appoggiò al bordo della sdraio, prese la crema
solare e, dopo essersela spalmata su tutto il corpo, si mise a riposare.
Iniziò a guardarsi intorno. Un gruppo di ragazzi italiani era disteso pro-
prio alla sua destra; di fronte, stava seduta una sessantenne, con cappello e
occhiali scuri, mentre alla sua sinistra tre mulatte brasiliane esibivano e-
normi e audaci seni; Tomás li osservò con attenzione, pensava fossero per-
fetti, troppo perfetti: doveva esserci dietro la mano di un chirurgo.
«Mate14 al limone! Matia! Limonata di Matia!» intonò un'altra voce
mentre gli passava di fianco. Sentì la pelle bruciare per l'effetto dei violenti
raggi solari, così che decise di spostarsi ancor più verso l'ombra.
«Dai su, figlia mia, rilassati, capito? Rilassati, tesoro mio...» diceva
qualcuno alle sue spalle. Si girò e notò un uomo calvo, oltre i cinquanta,
sdraiato al sole, con il cellulare all'orecchio. «Senti, tesoro, i tuoi figli van-
no in vacanza... giusto?» diceva l'uomo. Era impossibile non ascoltare.
«Sì... certo... vanno in vacanza... quindi, tesoro, potrai fare l'amore con tuo
marito. Vedi? C'è sempre una soluzione per tutto».
Imbarazzato, Tomás si voltò e fece uno sforzo per ignorare la conversa-
zione intima tra quel padre brasiliano e la figlia, in mezzo alla spiaggia so-
vraffollata. Cercò di concentrarsi su quanto accadeva intorno a lui, cosa,
questa, per niente difficile. Una schiera di venditori aveva preso d'assalto
la spiaggia; non passavano cinque secondi senza che uno di questi gli sfi-
lasse davanti con i versi più disparati. «Ecco il mate! Ecco il mate al limo-
ne!». Un gradevole profumo gli accarezzò le narici, mentre l'uomo dietro
di lui continuava a dare consigli alla figlia su come soddisfare al meglio il
marito. «Formaggio alla brace! È così gustoso. È formaggio fresco!». Quel
buon odore era l'aroma del formaggio scaldato per un cliente, alla sua sini-
stra. «Arance e caroteee! Arance e caroteee!». L'individuo dietro suggeriva
alla figlia di dedicarsi al sesso orale con il marito, «agli uomini piace, teso-
ro», e fu proprio in quel delicato momento che il cellulare di Tomás, come
un provvidenziale gong, iniziò a squillare. «Acqua minerale e Coca Light!
Mate!». Stese il braccio e rispose. «Gelati! Gelati! Gelati freschiii!».
«Pronto?».
«Professor Noronha?».
«Sì?».
«Sono Lourenço de Mello, dal consolato».
«Ah, salve. È lei...».
«Sì. Beh, le ho già preso quegli appuntamenti per domani. Può prendere
nota?».
«Un momento». Tomás si piegò sulla sua borsa, da cui prese penna e
bloc-notes. Avvicinò il telefono all'orecchio. «Sì, mi dica».
«Alle dieci del mattino l'aspettano al Real Gabinete Português de
Leitura».
«Sì...».
«E alle tre del pomeriggio il presidente della Biblioteca Nazionale la ri-
ceverà personalmente per aiutarla in ciò che le sarà necessario. È già stato
informato sui dettagli della sua missione e si è messo a disposizione per
darle una mano. Si chiama Paulo Ferreira da Lagoa».
«Hmm-hmm...».
«Ha scritto? Paulo Ferreira da Lagoa».
«... daaa La-go-a. Ecco fatto. Alle tre del pomeriggio».
«Esatto».
«Qual è l'indirizzo delle biblioteche?».
«Il Real Gabinete è in Via Luís de Camões, è facile da ricordare. È ac-
canto a Piazza Tiradentes, in centro. La Biblioteca Nazionale si trova lì vi-
cino, nella piazza dove inizia Viale Rio Branco. Qualsiasi taxi potrà portar-
la fin là, non c'è problema».
«Benissimo».
«Se ha bisogno di qualcosa, non esiti a chiamarmi di nuovo».
«Perfetto. Molte grazie».
Anche l'uomo alle sue spalle aveva finito con il cellulare e i rumori della
spiaggia tornarono a rimbombargli nelle orecchie. «Açaííí15! Acaí! Açaííí!
Açaí concentrato e granola!». Mezzo mondo era sdraiato su sedie e sdraio,
alcuni sulla sabbia, la maggior parte sotto gli ombrelloni, quasi uno sopra
l'altro, Ipanema era una Caparica16 ancor più densamente affollata. «Ecco
l'empadaaa17! Ehi, empadaaa!». C'erano gruppi disposti in circolo che
giocavano a palla vicino all'acqua, spiccando salti rocamboleschi, mentre il
pallone faceva qua e là. «Ehi carioca, ehi turista! È arrivato il sucolé di
Claudinho18, il miglior sucolé di Rio!». Alcune coppie giocavano a rac-
chettoni sul bagnasciuga, colpendo la piccola palla con sorprendente forza,
mentre grandi masse di persone affrontavano le onde. «Patate fritteee!».
Sulla destra, in fondo alla spiaggia, in cima al Leblon, si ergevano i picchi
gemelli del Monte dos Dois Irmãos, lungo il cui pendio, sul mare, risaltava
il confuso biancore della favela del Vidigal. «Acqua! Mate!». Le isolette
Cagarras riempivano di verde l'orizzonte azzurro di fronte alla spiaggia.
«Panini genuini del bassoccio pazzerello!». Sulla sinistra, proprio al di là
della Pedra do Arpoador, due navi da carico convergevano lentamente ver-
so la stretta gola della baia di Guanabara. «Ecco l'empadaaa! Aragoste-
gamberi-palmito19-carnesecca-banane-pollo-gallina-galletto-formaggio-
baccalà!». I venditori erano uno spettacolo a parte, mentre si muovevano
con pesanti carichi, sudati, scuri, con berretto e camicie colorate. «Ab-
bronzante! Costa poco! Ecco l'abbronzante!». Quelli che vendevano cibo e
bibite camminavano urlando mentre gli altri erano più discreti, la maggior
parte vagava in silenzio, alcuni si limitavano semplicemente a mormorare
le proprie offerte. «Tatuaggio?». Zigzagavano per la spiaggia esibendo
creme solari, orecchini, braccialetti, ciabatte a infradito, esempi di tatuag-
gi, berretti, cappelli, camicie, borse e borsoni, costumi, oggetti d'artigiana-
to, occhiali, salvagenti e secchielli, palloni, veggenti e cartomanti. «Ecco il
picolé20 dell'Italia21! Gustosi picolé! Sono dell'Italiaaa!».
Tomás voleva riflettere sull'enigma del messaggio lasciato da Toscano,
ma il caldo intenso e la confusione della spiaggia gli impedivano di con-
centrarsi sul problema. Si alzò e, facendosi strada fra i villeggianti, si avvi-
cinò alla riva. L'acqua gli baciò i piedi e la sentì fresca, forse fin troppo ri-
spetto alla fama delle spiagge tropicali. Onde di due metri si abbattevano
con fragore sui bagnanti poco distanti da lui e alcuni ne approfittavano per
fare del corpo una tavola da surf, utilizzando a proprio vantaggio la forza
dell'acqua e lasciandosi trasportare dalla corrente. Il sole batteva forte, in
particolar modo sulle spalle, ma la piacevole temperatura del mare cacciò
il calore e Tomás ritornò al problema che lo tormentava.
La prima cosa da risolvere era, naturalmente, il significato del nome mo-
loc, soprattutto considerando il fatto che quella parola era isolata dalle al-
tre. Per quale motivo Toscano era ricorso al crudele dio di Canaan, la divi-
nità dei sacrifici, per iniziare l'enigma? Voleva suggerire che la risoluzione
della chiave avrebbe implicato un sacrificio? D'altro canto, bisognava an-
che tener presente la possibilità che Toscano avesse mischiato sistemi di
cifra e codice nello stesso messaggio. In pratica, moloc poteva essere real-
mente un codice, o il simbolo di qualcosa, ma Tomás pensò anche che le
altre parole potessero rimandare a un qualsiasi tipo di cifra. Tuttavia, se
non fossero state cifrate, allora non avrebbero potuto essere che un codice
come, del resto, sarebbe stato più logico e verosimile, visto che quei grup-
pi di lettere sembravano comunque parole. In questo caso, però, bisognava
risolvere il problema di ninundia. Valutò i due percorsi e decise di abban-
donare l'ipotesi che si trattasse di una cifra. Stabilì invece di partire dal
principio che si trovasse dinanzi a un codice. Ora, se quel messaggio era
un codice, che diamine significava ninundia? Si trattava veramente di una
terra sconosciuta? Ma qual era il legame di Ninundia con il dio Moloc? Se
fosse riuscito a capire meglio la relazione tra le due parti, considerò, pro-
babilmente sarebbe stato capace di decifrare anche l'altra parola codificata,
omastoos, allo stesso modo in cui Champollion, a partire da due semplici s
e un ra, era arrivato, più di duecento anni prima, a sciogliere il mistero dei
geroglifici.
Stanco di starsene dritto immobile sulla battigia a pensare al problema,
tornò infine alla sdraio, su cui, essendosi bagnato fino alla vita, si distese
in attesa che il sole lo asciugasse.
«Aaaah!» gridò a squarciagola qualcuno vicino a lui.
Tomás saltò sulla sedia, con il cuore che gli batteva all'impazzata, e vide
un uomo che agitava un coltello in direzione della sessantenne che aveva
di fronte. Una rapina, pensò terrorizzato. Guardò meglio e si accorse che
sulla punta del coltello era infilzato qualcosa di giallo, mentre l'uomo si
presentava in un modo alquanto insolito: era basso, scuro, guanti neri e
un'enorme cesta di vimini in equilibrio sulla testa, un aspetto bizzarro che
nessuno si sarebbe aspettato da un rapinatore.
«Abacaxi22?» domandò l'uomo con il coltello.
Era un venditore.
«Oh, che paura!» si lamentò la sessantenne.
L'uomo si aprì in un sorriso contagioso.
«Paura di che? Io sono un uomo e la mia voce è questa».
La signora rise e rifiutò il pezzo d'abacaxi che il venditore le stava por-
gendo. Al che l'uomo salutò, sorridente, e proseguì il suo cammino, sem-
pre con la cesta in equilibrio sulla testa, come fosse un largo cappello mes-
sicano, e un pezzo di frutto sulla punta della lama. Fece qualche passo e,
passando vicino a una ragazza distratta, le gridò alle orecchie: «Aaaah!
Abacaxi?».
La ragazza sobbalzò, lo fissò con la mano sul petto, sulla difensiva, ed
esclamò: «Che spavento!».

Non ci volle molto perché Tomás scoprisse le delizie d'Ipanema. Provò i


succhi di mango e i caldos de cana23 nelle sucarias agli angoli del quartie-
re, insieme al soffice pão de queijo24, comprato ancora caldo e morbido. Al
calar della notte, seguendo il consiglio di un garzone dell'hotel, percorse la
Visconde de Pirajà fino ad arrivare a Via Farme de Amoedo. Quindi girò a
sinistra, diretto al Sindicato do Chopp, un ristorante molto frequentato, a-
perto sulla via, senza finestre di vetro. Picanha25 con riso e fagioli neri,
caldo verde26 e farofa27 furono i piatti che il professore ordinò, accompa-
gnando il pasto con una caipirinha molto fresca. Di fianco, una moltitudine
di uomini affollava il Bar Bofetada. Tomás li osservò con attenzione e capì
che erano omosessuali.
Mentre assaporava la tenera carne, tornò al problema della sciarada di
Toscano. Si concentrò sulla parola ninundia. Se questo è il nome di una
terra sconosciuta, rifletté, per forza l'altra parola della stessa riga, omasto-
os, deve essere collegata a questa terra, ma in che modo, santo Dio?! Si ri-
cordò allora che uno fra i testi letterari più antichi si chiamava Ninurta e le
pietre, un'opera sumera conservata in lingua accadica. Ninundia era forse
un riferimento a Ninurta? Ma, se ben ricordava, Ninurta era di Nippur, cit-
tà dell'attuale Iraq, e quindi non poteva avere nessun legame con il Brasile.
No, concluse. Nonostante la somiglianza tra le due parole, Ninundia non
poteva rimandare a Ninurta. Sentendosi in un vicolo cieco, Tomás tentò a
quel punto di scomporre la seconda riga, ma i successivi tentativi, immor-
talati sulla tovaglia di carta del Sindicato do Chopp, fallirono tutti.
Frustrato, iniziò a interrogarsi sulla relazione fra il messaggio trovato e
la questione di fondo, su quale fosse, cioè, il rapporto tra Moloc e la sco-
perta del Brasile. Ninundia era forse il Brasile? Ma ancora più importante
era capire se il messaggio fosse in qualche modo collegato alla grande
scoperta che, a sentire Moliarti, Toscano aveva rivelato di aver fatto, così
grande da rivoluzionare tutto ciò che si sapeva sull'età delle Scoperte. E
inoltre: cosa aveva a che fare Moloc con le esplorazioni? Toscano aveva
forse dimostrato che già gli antichi erano arrivati in Brasile? Sarebbe stato
interessante saperlo, senza dubbio, ma una scoperta del genere non avreb-
be certo potuto rivoluzionare tutte le conoscenze relative al periodo in cui
il Portogallo si era messo in mare alla scoperta del mondo. No, decise, c'è
qualcos'altro, qualcosa di più attinente alla ricerca. Sapere che gli uomini
di Canaan avevano avuto contatti con il Brasile, per quanto importante,
non avrebbe cambiato quanto già si sapeva sulle Scoperte. O sì? Tomás si
tormentava con l'enigma, cercava soluzioni, faceva tentativi, provava a
mettersi nei panni di Toscano e a immaginare i suoi ragionamenti, ma non
riusciva ad avanzare nella risoluzione del misterioso messaggio lasciato
dallo storico scomparso, era come se continuasse a sbattere contro una so-
lida barriera, impenetrabile e opaca.
Il cellulare squillò.
«Pronto?».
«Hej! Kang jag få tala med Tomás?».
«Come?».
Gli rispose una risatina femminile.
«Jag heter Lena».
«Come? Chi parla?».
«Professore, sono io. Lena».
«Lena?».
«Sì. Stavo testando il suo svedese». Un'altra risatina. «Ha bisogno di
qualche lezione».
«Ah, Lena!» Tomás la riconobbe. «Come ha avuto il mio numero?».
«Me l'ha dato la segretaria del dipartimento». Esitò. «Perché? Non vole-
va che la chiamassi?».
«No, no» si affrettò ad aggiungere, temendo di aver dato un'impressione
sbagliata. «Non si preoccupi. Sono sorpreso, ecco tutto. È che non mi a-
spettavo minimamente una sua telefonata».
«Sicuro che non la disturbo?».
«No, stia tranquilla. Allora, che succede?».
«Prima di tutto, buonasera».
«Salve, Lena. Come va? Mi dica».
«Tutto bene, grazie». Cambiò leggermente il tono. «Professore, ho tele-
fonato perché ho bisogno del suo aiuto».
«Qual è il problema?».
«Come lei sa, ho iniziato le lezioni solo alcuni giorni fa, perché si sono
verificati alcuni ritardi con la mia pratica e quindi la mia iscrizione a Li-
sbona è avvenuta in ritardo».
«Sì».
«Quindi, professore, dovrei recuperare le nozioni che mi mancano».
«Certo. Probabilmente il modo migliore è chiedere gli appunti alle sue
colleghe».
«Ci avevo già pensato. Il fatto è che alcuni argomenti non s'imparano
semplicemente leggendo gli appunti, non crede? Per esempio, la scrittura
cuneiforme che lei ha spiegato in una delle prime lezioni. Ho visto che i
Sumeri avevano l'abitudine di combinare i simboli di due parole per for-
mare un simbolo composto, il cui significato derivava da entrambi gli ele-
menti. La seccatura è che questi segni non sempre sono combinati nella
stessa sequenza».
«Sì, è il caso di, che so... ehm... ad esempio geme e ku. Geme significa
"schiava" e si scrive collocando il simbolo di sal, "donna", vicino a quello
di kur, "Paese straniero". Ma nella parola ku, che significa "mangiare", il
simbolo di nindia, "pane", è posto non al fianco ma all'interno di ka, "boc-
ca"».
«Che confusione! Quando i simboli si collocano di fianco e quando uno
dentro l'altro?».
«Beh, questo dipende da...».
«Professore!» lo interruppe Lena. «Non avrà intenzione di fare una le-
zione per telefono, vero?».
Tomás esitò.
«Ehm... sì... no...».
«Non è che potremmo vederci? Non so, domattina, se vuole, o anche
oggi, se è disponibile».
«Oggi? Non è possibile...».
«Allora domani».
«Aspetti. Né oggi né domani. Mi trovo in Brasile».
«In Brasile? Lei è in Brasile?».
«Sì. A Rio de Janeiro».
«Wow, che fortuna! È già andato in spiaggia?».
«Si dà il caso che ci sia stato proprio oggi».
«Ah, che invidia! Fa caldo?».
«Trenta gradi».
«E la sua sfortunata studentessa svedese è qui immersa nel freddo, pove-
rina» disse, simulando un lamento affettuoso. «Brrr. Non le faccio pena?».
«Beh, sì» rise Tomás.
«Allora deve aiutarmi!» esclamò la ragazza, in modo gioviale.
«Certo. Che le serve?».
«Mi servono alcune lezioncine».
«Molto bene. Non so con precisione quando ritornerò a Lisbona, questo
dipende dai progressi delle mie ricerche qui a Rio de Janeiro, ma certa-
mente sarò di ritorno lunedì, perché devo fare lezione. Mi chiami allora, va
bene?».
«Sì. Molte grazie, professore».
«Di nulla».
«Sa» concluse la svedese con un tono carico di malizia «sono certa che
sarà un piacere imparare con lei».
Accentuò la parola piacere.

La via si agitava nella frettolosa confusione mattutina e Tomás spiò dal


finestrino del taxi le facciate degli edifici e i negozi che, a porte aperte, ri-
cevevano i clienti. I palazzi erano pittoreschi, avevano un aspetto antico e,
insieme, un non so che di degradato; esibivano balconcini lavorati e alte
finestre, mentre le facciate erano dipinte con i colori più disparati: giallo,
rosa, verde, azzurro o crema. Tomás riconosceva in quello stile i tratti in-
confondibili dell'architettura lusitana. I marciapiedi erano pavimentati con
un lastricato alla portoghese e decorati con figure geometriche in bianco e
nero. Ovunque si vedevano negozi con i nomi più svariati, il Pince-Nez de
Ouro, il Palácio da Ferramenta, la Casa Oliveira.
«Che via è questa?».
«Come dice, signore?» domandò il tassista, guardando dal retrovisore.
«Come si chiama questa via?».
«Via da Carioca, signore. Una delle più antiche di Rio, risale al XIX se-
colo». Indicò verso sinistra. «Vede quel locale lì?».
Tomás osservò il luogo segnalato; all'interno c'erano tavoli con piatti e
posate, bicchieri e bottiglie.
«Quel ristorante?».
«Sì. È il Bar do Luís». Il tassista si fermò davanti al locale, bloccato
dall'intenso traffico della mattina, ed entrambi rimasero a osservare. «È il
più antico di Rio, signore. Aprì nel 1887 e ha una storia curiosa. Antica-
mente si chiamava Bar Adolf e vi si trovava la migliore cucina tedesca di
tutta la città, facevano dei wurstel squisiti. Tutti gli intellettuali dell'epoca
ci venivano per mangiare e bere un goccio di birra alla spina». Il traffico
tornò a fluire e il taxi riprese la sua corsa. «Dopo scoppiò la Seconda
Guerra Mondiale e sa cosa fecero?».
«Lo demolirono?».
Il tassista sorrise.
«Cambiarono nome».
Incrociarono Viale República do Paraguay; l'uomo indicò nuovamente
verso sinistra, in direzione di un edificio dalla struttura metallica.
«Quello è il cinema Iris» disse, quasi trasformandosi in guida turistica.
«Era il più elegante di Rio».
Via Carioca sboccò su una larga piazza. Tutto lo spazio centrale era oc-
cupato da un giardino protetto da un'inferriata; c'erano alberi lungo il pe-
rimetro e in mezzo si ergeva una grande statua di bronzo con un cavaliere
che esibiva nella mano destra quello che doveva essere un documento; sul
piedistallo si riconoscevano altre figure, fra cui indios armati di lance e se-
duti su coccodrilli.
«Questa cos'è?».
«È Piazza Tiradentes, signore».
«Quello è Tiradentes?» chiese Tomás, indicando la figura equestre del
monumento che dominava la piazza.
Il tassista rise.
«No, signore. Quello è l'imperatore Don Pedro I».
«E allora perché si chiama Piazza Tiradentes?».
«È una lunga storia. Inizialmente si chiamava Campo dos Ciganos. Poi
ci costruirono una gogna per punire gli schiavi e allora prese il nome di
Terreiro da Polé. Successivamente, quando ci fu la rivolta del Tiradentes,
che portò all'indipendenza, innalzarono qui il patibolo per ucciderlo».
«Uccidere chi?».
«Ma il Tiradentes, no?».
«Ah!» esclamò Tomás, mordendosi le labbra. Rimase a osservare la fi-
gura equestre. «Che cosa ha in mano Don Pedro I?».
«La dichiarazione d'indipendenza del Brasile». Il tassista tirò su col na-
so. «Questa statua fu fatta realizzare da suo figlio, l'imperatore Don Pedro
II. Raccontano che il giorno dell'inaugurazione, l'imperatore, guardando la
statua, s'irritò molto». Sorrise. «L'uomo a cavallo non somigliava per nien-
te a papà».
Il tassista fece il giro della piazza e imboccò una viuzza stretta; poi girò
a destra e si fermò un po' più avanti, vicino a una libreria antiquaria. Indicò
una traversa a sinistra.
«Quella è Via Luís de Camões, signore. Il Real Gabinete è proprio lì».
Tomás pagò e scese dalla macchina. Percorse la strada stretta e selciata,
a senso unico, e giunse in una tranquilla piazzetta, Largo de São Francisco.
Un bel monumento bianco in stile neomanuelino conferiva al piazzale una
maggiore dignità, assomigliava vagamente a una Torre de Belém ancor più
raffinata. Quattro statue a grandezza naturale, incastonate nella facciata,
sembravano vigilare sull'edificio. Il visitatore indietreggiò di alcuni passi,
entrando nel piazzale, e ammirò la splendida architettura bianca. L'unico
colore visibile era il rosso delle due croci portoghesi dell'Ordine Militare
di Cristo, simili a quelle delle navi e delle caravelle cinquecentesche; so-
pra, scritto in caratteri maiuscoli, si leggeva "Real Gabinete Portuguez de
Leitura". Sempre ammirando la vistosa facciata, Tomás oltrepassò l'impo-
nente porta ad arco ed entrò nella seconda biblioteca più grande di Rio de
Janeiro, una bella costruzione del XIX secolo offerta dal Portogallo al Bra-
sile, nella quale si concentrava il più pregiato patrimonio di opere di autori
portoghesi all'estero. Il visitatore attraversò il piccolo atrio con tre lunghe
falcate e quasi trattenne il respiro quando, davanti a sé, si aprì lo spazio del
salone centrale. Gli occhi gli si riempirono della magnifica visione della
vasta sala di lettura, dove lo stile neo-manuelino raggiungeva il suo apoge-
o. Le pareti erano colme di libri, sistemati su grandiose librerie in legno
lavorato che, come armoniose edere, s'arrampicavano fino al soffitto. Le
splendide colonne, che sorreggevano i primi due piani di scaffali, curvava-
no fino a formare eleganti archi e culminavano in bellissime balaustre. Il
brillante pavimento era coperto da granito levigato color grigio chiaro, ve-
nato da linee geometriche nere, parallele e perpendicolari. Uno splendido
lucernario a vetrate azzurre e rosse si apriva su tutta la larghezza del soffit-
to, lasciando che la luce naturale si spandesse armoniosamente per la sala.
In alto, in ognuno dei quattro angoli, era raffigurato un eroe portoghese,
Tomás riconobbe i volti di Camões e Pedro Álvares Cabral. Dal centro
pendeva un enorme e pesante lampadario di ferro, rotondo come una sfera
armillare, decorato con lo scudo del Portogallo.
Stordito dalla monumentalità di quella biblioteca, Tomás attraversò ri-
spettosamente il salone e si diresse verso una signora seduta da una parte,
curva su un computer. Solo quando il nuovo arrivato le fu davanti, la don-
na alzò la testa dallo schermo.
«Prego?» domandò.
«Buongiorno. Lei lavora qui?».
«Sì, io sono la bibliotecaria. Posso esserle d'aiuto?».
«Mi chiamo Tomás Noronha, sono un professore dell'Università Nova di
Lisbona».
«Ah, sì!» esclamò la bibliotecaria, riconoscendolo. «Il dottor Rebelo mi
ha parlato di lei. Lei gode del sostegno del console, vero?».
«Credo di sì».
«Mi hanno chiesto di trattarla molto bene» sorrise. «In cosa posso esser-
le utile?».
«Ho bisogno di sapere quali sono le opere consultate dal professor
Vasconcelos Toscano, che è stato qui circa tre settimane fa».
La donna digitò il nome sul computer.
«Vasconcelos Toscano, giusto? Vediamo... solo un momento».
Lo schermo mostrò il responso in pochi secondi e la bibliotecaria, guar-
dando quei dati, si sforzò di ricordare.
«Questo professor Toscano era per caso un vecchietto con la barba bian-
ca?».
«Sì».
«Ah, certo. Mi ricordo di lui». Sorrise. «Era un po' testardo e brontolone,
a volte parlava ad alta voce da solo». Guardò Tomás e, temendo di aver
davanti un amico o un parente, si affrettò ad aggiungere: «Ma era un amo-
re di persona, davvero. Non ho di che lamentarmi».
«Senza dubbio».
«Ehi!» disse. «Non è più venuto. È forse arrabbiato con noi?».
«No. È morto due settimane e mezzo fa».
La donna fece una smorfia inorridita.
«Ah!» esclamò, sconvolta. «Davvero? Com'è strana la vita, che tristez-
za! Guarda un po'! L'altro giorno era qui, e adesso...». Si fece il segno della
croce. «Vergine Maria Santissima!».
Tomás sospirò, simulando compassione, ma ardeva per l'impazienza di
sapere quale fosse la risposta del computer.
«È la vita!».
«Mamma mia! Lei è un familiare?».
«No, no. Sono un... amico. Ho il compito di ricostruire le ultime ricerche
del professor Toscano. È per una pubblicazione».
Con un cenno della testa indicò lo schermo del computer. «Ha già dato il
risultato?».
La bibliotecaria sussultò e rivolse l'attenzione allo schermo.
«Sì» rispose. «Beh, sa, quel vecchietto... ehm... il professor Toscano, è
venuto qua solo tre volte, e sempre per leggere la stessa opera». Fissò gli
occhi sul titolo visualizzato dal computer. «Voleva solo la História da
Colonização Portuguesa do Brasil, pubblicata nel 1921 a Porto. È l'unica
cosa che ha consultato».
«Ah sì?» si meravigliò Tomás. «E quest'opera si trova qui?».
«Certo. Che volume desidera?».
«Quali sono i volumi consultati dal professore?».
La donna verificò sullo schermo.
«Solo il primo».
«Allora mi dia quello» fece Tomás.
La bibliotecaria si alzò per andare alla ricerca dell'opera. Mentre aspet-
tava, Tomás si sedette comodamente su una sedia di legno accostata a un
tavolo per la consultazione e rimase ad ammirare il bel salone. Respirò con
piacere l'odore caldo e dolciastro della carta vecchia, un profumo al quale
si era ormai da tempo abituato nelle biblioteche, e del quale non riusciva a
fare a meno; era il suo ossigeno. Quell'aria che veniva dal passato, come
un viaggiatore invisibile e misterioso che porta notizie di un tempo che
non esiste più, rappresentava l'origine della sua ispirazione e il destino del-
la sua vita. Ognuno ha il proprio vizio, e quello era il suo. C'erano quelli
che non potevano vivere senza la brezza salata del mare, altri che per nulla
al mondo avrebbero rinunciato agli spazi freschi e limpidi della montagna
e, infine, quelli che si abbandonavano al fascino del verde e dei profumi
purificanti che aleggiano nei boschi e nelle foreste. Ma era di fronte ai ma-
noscritti antichi, ingialliti e ammuffiti, rovinati e persi in qualche angolo
dimenticato di chissà quale polverosa biblioteca, che Tomás trovava la sua
fonte d'incanto e l'energia che lo alimentava. Quella, lo sapeva, era la sua
casa; ovunque ci fossero vecchi libri, lì si trovavano le sue radici più pro-
fonde.
«Eccolo qua!» annunciò la bibliotecaria, appoggiando sul tavolo un lar-
go volume.
Tomás studiò l'opera e vide che la História da Colonização Portuguesa
do Brasil era stata diretta e coordinata da Malheiro Dias e stampata dalla
Litografia Nacional, a Porto, nel 1921. Iniziò a leggere il testo, dapprima
con attenzione. Dopo un'ora, tuttavia, avendo verificato che si limitava a
sistematizzare un insieme d'informazioni che egli già possedeva, passò a
una lettura più trasversale, sfogliandolo velocemente. Quando ebbe finito,
frustrato per non aver trovato nulla di rilevante che potesse aiutarlo nelle
sue ricerche, andò dalla bibliotecaria e le riconsegnò il volume.
«Ho finito» disse. «Il professor Toscano non ha consultato nient'altro?».
«Dal computer risulta solo quest'opera».
Tomás rimase pensieroso.
«Hmm» mormorò. «È proprio sicura che abbia visto solo questo libro?».
La brasiliana rifletté.
«Beh, ha consultato soltanto questo, non c'è dubbio. Ma mi ricordo che
era interessato anche alle nostre reliquie, gli ha anche dato un'occhiata».
«Reliquie?».
«Sì. Abbiamo un esemplare della prima edizione de I Lusiadi, del 1572,
e le Ordenações de D. Manuel, del 1521. Inoltre, sono conservati qui i Ca-
pitolos e Leys que sobre alguns delles fizeram, del 1539, e la Verdadeira
informaçam das terras do Preste Joam, segundo vio e escreveo ho padre
Francisco Alvarez, del 1540».
«Ha consultato tutto questo?».
«No» replicò lei, scrollando vigorosamente la testa. «Gli ha solo dato un
rapido sguardo».
«Ah, ho capito» assentì Tomás. «Semplice curiosità di storico».
«Già» sorrise la donna. «Sa, qui abbiamo trecentocinquantamila libri,
ma la cosa più importante è la nostra collezione di opere rare, una preziosa
raccolta che comprende i manoscritti autografi di Amore di Perdizione, di
Camilo Castelo Branco. Questo chiaramente attrae molte persone». Inarcò
le sopracciglia, come chi fa un invito. «Vuole vederli?».
Il portoghese guardò l'orologio e sospirò.
«Magari un altro giorno» disse. «È già l'una e sono affamato. Sa se ci
sono ristoranti vicino alla Biblioteca Nazionale?».
«Certo. Proprio di fronte, sull'altro lato della piazza».
«Meno male. Quanto ci si mette a piedi?».
«A piedi fino alla Biblioteca Nazionale? Beh! Non è il caso. È una bella
camminata, ci si mette un'ora. Se ha fretta, le conviene prendere un taxi».
Pranzò con una tenera fettina di carne nel cortile di un ristorante della
Cinelândia, nome con il quale era conosciuta Piazza Floriano, all'inizio del
vasto Viale Rio Branco. Mentre mangiava, continuava a rimuginare sul
mistero della sciarada da decifrare. La mente era assalita da mille dubbi,
radicati nella perplessità che si era impadronita di lui dinanzi alla relazione
stabilita da Toscano tra Moloc, Ninundia e la scoperta del Brasile. Per
quanto tentasse di sviscerare il problema, non c'era verso di scorgerne la
soluzione. Così, non riuscendo a fare passi avanti, decise di riprendere l'i-
dea che aveva scartato vedendo l'enigma per la prima volta, nel palazzo di
São Clemente, vale a dire che il messaggio fosse in realtà una cifra. Cer-
tamente quest'ipotesi non lo convinceva, perché nulla in quelle strane strut-
ture verbali faceva pensare all'aspetto caotico che hanno solitamente le ci-
fre. Nel suo caso, infatti, le vocali si legavano alle consonanti, formavano
sillabe, articolavano suoni, suggerivano parole. Di fatto, sembrava un co-
dice. Ma se invece si fosse trattato veramente di una cifra? In mancanza
d'idee migliori, Tomás si decise a prendere in considerazione quell'ipotesi,
a titolo puramente esplorativo, affidandosi anzitutto a un'analisi di fre-
quenze. Il primo problema era determinare in quale lingua fosse scritto il
messaggio cifrato, sempre che fosse cifrato. Dato che Toscano era porto-
ghese, gli sembrò naturale che il messaggio occulto fosse scritto in porto-
ghese.
Prese la fotocopia della sciarada, piegata all'interno del bloc-notes, e la
studiò con attenzione. Contò le lettere delle due parole della seconda riga e
notò che due in particolare, la o e la n, apparivano tre volte, mentre la a, la
s e la i erano ripetute due volte e la d, la t la u e la m soltanto una. Come
criptanalista, Tomás sapeva che le lettere più comuni nelle lingue europee
sono la e e la a, pertanto le collocò rispettivamente al posto della n e della
o, le più frequenti dell'enigma. Scrisse la frase sulla tovaglia di carta del ri-
storante e procedette alla sostituzione delle lettere. Quando terminò, si sof-
fermò a valutare il risultato:

N I N U N D I A O M A S T O O S
E R E ? E ? R S A ? S I ? A A I

Quale poteva essere la prima parola, ere?e?rs, a cui mancavano solo due
lettere? Provò a inserire negli spazi da riempire le lettere meno usate, fa-
cendo diversi tentativi: prima, con la c, "erececrs"; poi, con la m, "ere-
memrs"; alla fine con la d, "erededrs". Scrollò la testa. Niente aveva senso.
Passò all'altra parola, a?si?aai, ma anche questa risultava impenetrabile.
"Acsicaai"? "Amsimaai"? "Adsidaai"? Insoddisfatto, pensò alla possibilità
di essersi focalizzato sulla sequenza errata e, per verificare questo nuovo
dubbio, invertì le a e le e tra loro e osservò l'esito di quel cambiamento:

ARA?A?RS E?SI?EEI

Di male in peggio. Ara?a?rs corrispondeva a "Aramarars" ? "Aratatrs"?


Non aveva alcun significato. Disperato, prese la seconda parola, e?si?ee,
ma anche questa non chiariva alcunché. "Emsimee"? "Etsitee"? No. Con-
cludendo che l'errore potesse stare nelle altre due lettere, cosa molto pro-
babile, decise di cambiare l'ordine delle s, delle r e delle i. Dopo aver fini-
to, esaminò la nuova sequenza ma, ancora una volta, non riuscì a strapparle
alcun significato intellegibile. Scrollò la testa e desistette, definitivamente
convinto che non si trattasse di una cifra. Quello era di certo un codice. Ma
quale? Al Gabinete Português non aveva trovato nulla che gli sembrasse
rilevante e tutte le sue speranze erano ormai riposte nella Biblioteca Na-
zionale dove risultava che Toscano avesse trascorso la maggior parte del
proprio tempo. Era dunque lì che lo storico doveva probabilmente aver
compiuto l'importante scoperta poi accennata a Moliarti.
Sospirò pesantemente.
Guardò dalla finestra del ristorante e, oltre gli alberi che coloravano la
piazza, ammirò la facciata di quella che Tomás sapeva essere una delle bi-
blioteche più importanti. Contava, infatti, più di dieci milioni di volumi,
tanto da essere, per grandezza, l'ottava del mondo e, in assoluto, la mag-
giore di lingua portoghese. Tuttavia, non era questo che la rendeva così
speciale. In realtà, la sua importanza per la ricerca affidata a Tomás non
derivava dalla quantità di opere in essa contenute, ma dalla qualità, dovuta
alle lontane e tribolate origini dell'istituzione. Infatti, la Biblioteca Nazio-
nale di Rio de Janeiro era l'eredità dell'antica Livraria Real portoghese, di-
strutta da un incendio provocato dal violento terremoto del 1755 a Lisbo-
na. In seguito all'episodio, fu ricostruita per ordine di Don José e prese il
nome di Real Bibliotheca. Quando le truppe napoleoniche invasero il Por-
togallo, all'inizio del XIX secolo, la Corona portoghese fuggì in Brasile,
stabilendo la capitale dell'impero a Rio de Janeiro e ordinando che il mate-
riale della biblioteca fosse trasferito. Sessantamila libri, manoscritti, stam-
pe e mappe, inclusi più di duecento preziosi incunaboli, attraversarono l'A-
tlantico all'interno di casse e furono deposti sulle rive della baia di
Guanabara per poi essere conservati, nelle rispettive catacombe, dentro
l'Ospedale del Convento dell'Ordem Terceira do Carmo. In questo posto
rimasero custoditi dei veri tesori della bibliografia mondiale, tra cui due
esemplari della Bibbia di Magonza, del 1462, la prima stampata dopo la
Bibbia di Gutemberg, la prima edizione de I Lusiadi, di Camões, datata
1572, e il Registrorum huius operis libri cronicarum cu(m) figuris et yma-
gibus ab inicio mu(n)di, conosciuto anche come Cronaca di Norimberga,
la celebre opera nella quale Hartmann Schedel redige una cronaca generale
del mondo conosciuto nel 1493, data della sua pubblicazione, e che com-
prende tre stampe di Albrecht Dùrer. Quando il Brasile dichiarò l'indipen-
denza, il Portogallo pretese la restituzione di questo tesoro culturale. I bra-
siliani, dal canto loro, si rifiutarono di farlo e, alla fine, entrambe le parti
concordarono che Lisbona, per quella perdita, avrebbe ricevuto un'indenni-
tà di ottocento contos di reis.

Fu così che, quando mancavano ancora cinque minuti alle tre del pome-
riggio, Tomás lasciò speranzoso il ristorante, attraversando la piazza e il
Viale Rio Branco in direzione della Biblioteca Nazionale. Salì le ampie
scale di pietra e all'ingresso venne fermato da una guardia che gli indicò un
bancone sulla sinistra, dietro al quale quattro ragazze dall'aria annoiata at-
tendevano i visitatori.
«Buonasera» salutò Tomás. Consultò il bloc-notes, alla ricerca del nome
che l'assistente del console gli aveva dato. «Vorrei parlare con Paulo
Ferreira da Lagoa».
«Ha un appuntamento?» domandò una delle ragazze dalla pelle scura e
cristallini occhi verdi.
«Sì, mi sta aspettando».
«Il suo nome?».
Il nuovo arrivato si presentò e la receptionist prese il telefono. Dopo un
attimo di attesa, la ragazza consegnò un lasciapassare a Tomás e gli disse
di salire al quarto piano. Gli spiegò dove fossero gli ascensori e il visitato-
re seguì il percorso indicatogli. Venne nuovamente fermato, questa volta
da una donna robusta che sorvegliava l'accesso agli ascensori. La guardia
gli controllò il lasciapassare, ma aggrottò le sopracciglia quando vide il
bloc-notes che lui aveva in mano.
«In sala lettura può usare solo matite» lo informò la donna.
«Ma io ho solo una penna...».
«Non importa. Ne chieda in prestito una, oppure, se non ce ne fossero,
vada a comprarla in caffetteria: lì le vendono».
Attese alcuni istanti davanti all'entrata dell'ascensore, dopodiché le porte
si aprirono e poté finalmente entrare nella cabina gremita di persone che
venivano dal piano inferiore. Salì all'ultimo, il quarto. Mentre si incammi-
nava verso l'atrio, dominato dalle scale di marmo, con il parapetto che si
prolungava lungo il corridoio, si avvicinò all'inferriata di bronzo che lo
proteggeva. Passandoci sopra la mano, verificò che era ricoperta da una
patina nera e da un fregio. Quindi, accarezzò la ringhiera in lucido ottone
dorato e osservò l'interno dell'edificio. Guardandosi attorno, si accorse che
la prima porta a destra riportava la dicitura "Presidenza". Allora vi si dires-
se e, nell'aprirla, la prima sensazione che lo invase fu quella prodotta dal
getto moderato dell'aria fresca e secca dei condizionatori; la seconda fu di
sorpresa. Si trovò, infatti, davanti a qualcosa di più simile a un ampio salo-
ne che a un ufficio. Questo, in realtà, era costituito da una larga veranda
che circondava il salone centrale e per la quale erano sparsi armadi, scriva-
nie e persone intente al lavoro. Un vasto lucernario, riccamente decorato
con vetrate colorate, copriva tutto il soffitto lasciandosi penetrare dalla lu-
ce del giorno.
«Prego?» domandò un ragazzo seduto al tavolo vicino alla porta. «Posso
aiutarla?».
«Dovrei parlare con il presidente».
L'impiegato lo accompagnò dall'assistente del responsabile della Biblio-
teca Nazionale, una ragazza mora, occhi neri e mento aguzzo, che stava
seduta a una vecchia scrivania di legno, incollata al telefono. Terminata la
telefonata, posò la cornetta e osservò il nuovo ospite.
«Lei è il professor Noronha?».
«Sì, sono io».
«Vado a chiamare il dottor Paulo, che desidera conoscerla».
La ragazza percorse la veranda. L'uomo verso cui era diretta aveva ca-
pelli castano chiaro, un po' radi, e dimostrava sui quarantacinque anni. In-
sieme ad altre persone, sedeva a un lungo tavolo: chiaramente era in corso
una riunione. Il tipo si alzò (era piuttosto alto, aveva solo piccole maniglie
dell'amore ai fianchi, ma niente di grave), seguì la giovane donna e andò a
salutare Tomás.
«Professor Noronha, molto piacere» disse, porgendogli la destra. «Sono
Paulo Ferreira da Lagoa».
«Piacere».
Si strinsero la mano.
«Il console mi ha telefonato e mi ha spiegato la sua missione. Quindi ho
fatto i compiti a casa e ho già chiesto un elenco di tutte le richieste fatte dal
professor Toscano». Fece segno alla sua assistente. «Célia, ha lei il dos-
sier?».
«Sì, dottore» assentì la ragazza, porgendogli una ventiquattrore beige. Il
presidente della biblioteca l'aprì, sfogliò i documenti e la consegnò al visi-
tatore.
«Ecco qua, professore».
Tomás prese la borsa e ne esaminò il contenuto. Erano copie delle ri-
chieste fatte settimane prima da Toscano. La qualità della lista fu la cosa
che subito richiamò la sua attenzione. La prima opera era la Cosmogra-
phiae introductio cum quibusdam geometriae ac astronomiae principiis ad
eam rem necessariis, Insuper quator Americi Vespucii navigationes di
Martin Waldseemüller, datata 1507; poi veniva la Narratio regionum indi-
carum per hispanos quosdam devastatarum verissima, il testo del 1598 di
Bartolomé de Las Casas; a seguire, Epistola de Insulis nuper inventis,
pubblicata da Cristoforo Colombo nel 1493; la successiva richiesta s'intito-
lava De orbe novo decades di Pietro d'Anghiera, del 1516; la penultima
opera era il Psalterium di Bernardo Giustiniani, sempre del 1516; infine, il
Paesi nuovamente retrovati et novo mondo da A. Vesputio di Francanzano
Montalboddo, datato 1507.
«È questo che cercava?».
«Sì» affermò Tomás, con aria pensierosa.
Il presidente della Biblioteca Nazionale brasiliana si accorse dell'esita-
zione del portoghese.
«Tutto bene?».
«Ehm... sì... più o meno, penso ci sia qualcosa di strano».
«Davvero?».
Tomás gli porse le copie delle richieste.
«Mi dica, dottor Lagoa, quali di queste opere hanno qualche relazione
con la scoperta del Brasile da parte di Pedro Alvares Cabral?».
Il brasiliano analizzò i titoli che risultavano dai fogli.
«Bene...» iniziò a dire. «La Cosmographiae di Waldseemüller mostra
una delle prime mappe nelle quali è compreso il Brasile». Consultò un'altra
richiesta. «E il Paesi di Moltalboddo è il primo libro in cui fu pubblicata la
relazione della scoperta del Brasile. Fino al 1507 soltanto i portoghesi era-
no a conoscenza dei dettagli del viaggio di Cabral che, prima d'allora, non
era mai stato fatto oggetto di un'esposizione dettagliata. Il Paesi fu la pri-
ma opera a occuparsene».
«Hmm...» mormorò Tomás, valutando ciò che gli era stato riferito. «Gli
altri libri, invece? Non hanno legami con il Brasile?».
«No, che io sappia no».
«È strano...».
Ci fu silenzio.
«Desidera consultare qualcuna di queste opere?».
«Sì» decise Tomás. «Il Paesi».
«Vado a chiedere che l'accompagnino nell'area dei microfilm».
«Il professor Toscano ha consultato il Paesi in microfilm?».
Lagoa controllò la richiesta.
«No, ha letto l'originale».
«Allora, se non le dispiace, è meglio che anche io veda l'originale. Vo-
glio consultare esattamente gli stessi esemplari utilizzati da Toscano. Po-
trebbero esserci importanti annotazioni a margine, oppure il tipo di carta
usata potrebbe rivelarsi un indizio decisivo. Ho bisogno di vedere esatta-
mente ciò che lui ha visto, solo così avrò la certezza che nulla possa sfug-
girmi».
Il brasiliano fece cenno all'assistente.
«Célia, mandi a prendere l'originale del Paesi». Guardò nuovamente la
richiesta. «Collocazione 1,3. Poi accompagni il signore alla sezione delle
opere rare e proceda alla consultazione secondo il protocollo». Si rivolse a
Tomás e gli strinse la mano. «Professore, è stato un piacere. Per qualsiasi
cosa, Célia potrà aiutarla».
Lagoa tornò alla sua riunione e l'assistente, dopo una breve telefonata,
invitò il visitatore a seguirla. Uscirono dall'atrio e scesero al piano inferio-
re attraverso la scalinata di marmo. La ragazza condusse Tomás attraverso
una porta proprio sotto l'ufficio della presidenza; un'insegna indicava "O-
pere Rare". Entrarono e il visitatore capì di essere tornato nello stesso am-
pio salone di prima, sebbene ora non si trovasse più nella grande veranda
al piano superiore, ma nella stanza sottostante. Sulla sinistra campeggiava
un alto armadio di legno, con piccoli cassetti e maniglie metalliche, accan-
to alle quali c'era un foglio che indicava le lettere di riferimento, per autore
e per titolo. Attraversato il salone, Tomás giunse in prossimità di un tavolo
posto proprio di fronte alle scrivanie del personale di sala. Il tavolo era co-
perto da un tessuto di velluto bordeaux, sul quale erano stati poggiati un
piccolo libro marrone con i bordi dorati e un paio di guanti bianchi e sotti-
li. Célia gli presentò la bibliotecaria, una signora bassa e rotondetta.
«È questo il libro?» domandò Tomás, indicando l'antico esemplare posto
sul velluto del tavolo.
«Sì» confermò la bibliotecaria. «È il Paesi di Montalboddo».
«Hmm». Si avvicinò, e si chinò sull'opera. «Posso vederlo?».
«Certamente» autorizzò la signora. «Ma la prego d'indossare i guanti. È
un libro antico e abbiamo paura delle ditate e di...».
«So come funziona» l'interruppe Tomás con un sorriso. «Non si preoc-
cupi, sono abituato».
«E può usare solo la matita».
«Purtroppo non ne ho» ammise il portoghese tastandosi nelle tasche.
«Può usare questa!» esclamò la donna, posando sul tavolo una matita
appuntita.
Tomás infilò i guanti bianchi, si sedette e prese il piccolo libro marrone,
passando con leggerezza la mano sulla rilegatura in cuoio. Le prime pagine
riportavano il titolo e l'autore, la città, Vicenza, e la data di pubblicazione,
1507. Un'annotazione a matita riferiva, in portoghese moderno, che in
quelle pagine si trovava la prima narrazione del viaggio in Brasile di Pedro
Alvares Cabral e che l'opera era, per antichità, la seconda fra le raccolte di
viaggi. Sfogliò il libro: le pagine erano ingiallite e macchiate, ed esalavano
un profumo caldo e dolciastro. Gli sarebbe piaciuto anche sentire la consi-
stenza del foglio, ma i guanti glielo impedivano, era come se fosse aneste-
tizzato. Il testo gli sembrava scritto in toscano stampato a ventinove righe,
con ornées che aprivano ogni capitolo.
Impiegò due ore a leggere l'opera, annotando a matita alcuni appunti sul
bloc-notes. Quando ebbe finito, posò il libro, s'alzò dalla sedia e, dopo es-
sersi sgranchito, andò dalla bibliotecaria, impegnata con alcune richieste.
«Scusi» disse, attirando la sua attenzione. «Ho finito».
«Ah, sì!» esclamò lei. «Vuole consultare qualche altra opera?».
Tomás guardò l'orologio. Erano le cinque del pomeriggio.
«A che ora chiude?».
«Alle otto, signore».
Il portoghese sospirò.
«No, penso che me ne andrò, sono stanco. Torno domani per vedere il
Waldseemüller». Fece un cenno con la testa. «Molte grazie e a domani».
Allora, Célia scese di nuovo nella sala delle opere rare per accompagnar-
lo durante il tragitto in ascensore. Arrivati al piano dell'entrata principale,
proseguirono verso l'atrio, girando intorno alla scalinata di marmo. Mentre
si avvicinava al bancone della reception, affinché il visitatore restituisse il
proprio lasciapassare, l'assistente del presidente della biblioteca all'im-
provviso si fermò e, spalancando gli occhi, si mise le mani in testa.
«Ah, professore, proprio ora mi sono ricordata di una cosa!» disse di-
spiaciuta.
Tomás la guardò, stupito.
«Mi dica».
«Il professor Toscano era solito utilizzare gli armadietti per i lettori e,
ora che è morto, la sua cassetta è chiusa e non possiamo utilizzarla». As-
sunse un'aria supplichevole. «Le dispiacerebbe consegnare in consolato le
cose che il professore ha lasciato qui?».
Il portoghese alzò le spalle e aprì le mani, in un gesto d'indifferenza.
«Certamente. L'importante è che non mi porti via troppo tempo».
«È già tutto qui» lo tranquillizzò Célia.
La ragazza accelerò il passo in direzione di una guardia che si trovava a
sinistra dell'atrio, proprio dietro la reception, e Tomás la seguì. Passarono
attraverso un metal detector, simile a quello degli aeroporti, e infine si tro-
varono davanti a due mobili neri, solidi e compatti. Célia controllò i nume-
ri di ogni cassetta finché si fermò al sessantasette. A quel punto, tirò fuori
dalla tasca un passe-partout e l'introdusse nella serratura. Lo sportellino si
aprì, mostrando una piccola scatola contenente vari documenti. La ragazza
li prese e quindi li consegnò a Tomás, che seguiva l'operazione con cre-
scente curiosità.
«Che cos'è?» domandò il portoghese, guardando i fogli che teneva in
mano.
«È il materiale lasciato dal professor Toscano. Non le dispiace portarlo
via, vero?».
Tomás prese a sfogliare le pagine. C'erano fotocopie di documenti mi-
crofilmati e alcuni appunti. Tentò di leggerli e notò qualcosa di strano: un
foglio riportava due frasi, ognuna composta da tre parole scritte in maiu-
scolo, e alcune lettere dell'alfabeto disposte in sequenze incrociate.

ANA
ASSA
ARARA

SONOS
MATAM
OTTO

A D—E H—I M
I I I I I I
B—C F—G J—L

Tomás chiuse gli occhi nel tentativo di cogliere il significato di quelle


insolite sequenze. Rimase un momento a riflettere, considerando varie
possibilità, dopodiché un sorriso gli illuminò il volto. Allora, stese il foglio
a Cèlia, orgoglioso e trionfante.
«Che ne pensa?».
La brasiliana osservò le parole, aggrottò le sopracciglia e alzò gli occhi.
«Beh... non so, sono stravaganti, non trova?». Abbassò la testa sul fo-
glio, leggendo ciò che era scritto nei primi blocchi. «"Ana assa arara e
sonos matam Otto"».
Anche Tomás corrugò le sopracciglia.
«Non nota niente di strano?».
La ragazza tornò di nuovo a guardare le bizzarre sequenze di lettere; do-
po un istante d'inutile ricerca, fece una smorfia con la bocca.
«Beh, sono frasi un po' senza senso, vero?».
«E non nota nient'altro?».
Lei osservò ancora con attenzione.
«No» disse alla fine. «Perché?».
Il portoghese indicò le due frasi.
«Vede, queste parole sono palindrome».
«Palindrome? In che senso?».
«Leggendo da sinistra a destra o viceversa, sono sempre uguali». Fissò
lo sguardo sulle lettere. «Ora guardi. La prima parola è Ana, che si legge
allo stesso modo da un verso o dall'altro. La stessa cosa vale per Assa e
Arara, e così via».
«Oh, interessante!» esclamò Célia, meravigliata. «Ma pensi un po'!
Semplice!».
«Curioso, no?».
«E perché lo avrebbe fatto?».
«Beh, il professore amava le sciarade, a quanto sembra era solito fare
giochi di...». Tomás s'interruppe. Spalancò gli occhi, gli si appannò la vi-
sta, e le labbra disegnarono una O. «Vuoi vedere che il furbacchione... il
furbacchione...» balbettò tra sé, aprendo e chiudendo la bocca come fosse
stato un pesce. Infilò di scatto le mani nelle tasche ma, non trovando ciò
che voleva, consultò con impazienza i fogli piegati all'interno del bloc-
notes, finché non scovò quello che stava cercando. «Ah! Eccolo». Célia
osservò il foglio, ma non capì nulla.

MOLOC
NINUNDIA OMASTOOS

Tomás puntò gli occhi su quelle parole, bisbigliandole in un impercetti-


bile mormorio. Poi scarabocchiò freneticamente alcuni segni incomprensi-
bili. All'improvviso, il viso gli s'illuminò e alzò trionfalmente le braccia al
cielo.
«Ho trovato!» gridò, mentre la voce riecheggiava attraverso l'atrio e atti-
rava sguardi.
Célia l'osservò con stupore.
«Professore, che succede?».
«Ho decifrato la sciarada!» esclamò Tomás, con gli occhi sbarrati, emo-
zionato e allegro. «È di una semplicità disarmante». Si picchiettò le tempie
con l'indice. «Mi sono scervellato come un pazzo e invece, alla fine, basta-
va leggere la prima riga da destra a sinistra». Guardò nuovamente il foglio.
«Vuol vedere?».
Prese una penna e scribacchiò la soluzione sotto alla cifra. Nella riga in
alto scrisse:

COLOM

E sotto, prendendo come esempio la struttura alfabetica annotata da To-


scano, fece uno strano ragionamento:

NINUNDIA
OMASTOOS

N I—N U—N D—I A


I I I I I I I I
O—M A—S T—O O—S

NOMINASUNTODIOSA

Analizzò meglio la frase, collocò gli spazi nei punti appropriati e la ri-
scrisse:

NOMINA SUNT ODIOSA

«Che cos'è?» chiese Célia.


«Hmm» mormorò Tomás, sforzandosi di ricordare. Corrugò la fronte e
riconobbe la citazione. «Cicerone».
«Chi?».
«Cicerone» ripeté. «È il messaggio che ci ha lasciato il professor Tosca-
no».
«Cicerone? Ma che significa?».
«Significa, mia cara, che devo tornare di sopra e consultare tutto da ca-
po!» disse, dirigendosi frettolosamente verso gli ascensori. Agitò il foglio.
«Qui c'è la pista per la grande scoperta!».

IV

Le alte nubi minacciavano di coprire il sole, spuntando lentamente come


un manto lontano e spandendosi dalla linea dell'orizzonte a Ponente. Erano
cumulostrati alti, leggermente grigiastri e rigonfi, piatti e scuri alla base,
frastagliati e brillanti in cima. Il sole d'inverno illuminava la lucente diste-
sa del Tago e il basso caseggiato di Lisbona, con il suo limpido chiarore,
freddo e trasparente, metteva in risalto i toni vivi delle facciate colorate e i
tetti color mattone che salivano e scendevano, come onde, secondo l'an-
damento curvilineo, quasi femminile, della collina di Lapa.
Tomás girò e rigirò, a destra e a sinistra, per le viuzze semideserte del
quartiere, indeciso sul percorso da seguire in quello stretto labirinto citta-
dino, finché non si trovò, quasi per caso, nella discreta Via do Pau da
Bandeira. A metà discesa, gli apparve finalmente il bell'edificio color sal-
mone. Con la piccola Peugeot attraversò il grande portone che si apriva
sulla sinistra, fermandosi davanti a due lucenti Mercedes nere, nel cortile
di fronte alla porta d'entrata dell'elegante palazzina. Un portinaio in perfet-
ta livrea, con il suo cappello grigio chiaro, il soprabito, il gilet grigio scuro
e la cravatta cangiante, si avvicinò all'auto, al che il visitatore abbassò il
finestrino.
«È questo l'Hotel da Lapa?».
«Sì».
«Posso parcheggiare qui? Sulla via...».
«Non si preoccupi. Mi lasci pure la chiave, penso io alla macchina».
Tomás entrò nell'accogliente lobby dell'hotel con in mano la ventiquat-
trore. Il pavimento di marmo color crema avorio gli sembrava uno spec-
chio. La superficie liscia e brillante era interrotta solo da un disegno geo-
metrico incastonato al centro. Sopra al disegno era collocato un grazioso
tavolo circolare su cui poggiava un bel vaso colmo di dritte malvarose,
splendenti e radiose, aperte a ventaglio come la coda di un pavone. Tomás
conosceva bene quei fiori, che a volte erano stati rinvenuti perfino nelle
sepolture degli uomini di Neanderthal e nelle tombe dei faraoni. Constança
avrebbe saputo interpretarne il significato, pensò. I mobili che decoravano
l'atrio erano in stile Luigi XV, o comunque lo imitavano bene, con sofà co-
lor crema e sedie foderate in pelle bianca.
Notò sulla sinistra un viso familiare, un uomo dagli occhi piccoli e il na-
so aquilino, che, lasciata cadere la rivista rosa che stava sfogliando, si alzò
dal divano per venirgli incontro.
«Tomás, lei è un tipo proprio puntuale!» esclamò Nelson Moliarti con
un sorriso e il suo caratteristico accento brasiliano americanizzato.
Si strinsero la mano.
«Salve, Nelson. Tutto bene?».
«Benissimo». Spalancò le braccia e respirò. «Ah, com'è bello essere qui
a Lisbona».
«Quando è arrivato?».
«Tre giorni fa. Ho fatto un po' di giri».
«Ah sì? E dov'è andato?».
«Oh, qua e là, sa com'è». Gli fece segno di seguirlo nella sala che una
targhetta battezzava "Rio Tejo Bar". «Venga, andiamo a prendere qualco-
sa. Ha fame?».
«No, grazie, ho già pranzato».
«Ma, Tom, sono quasi le cinque del pomeriggio. Tea time».
Un piano a coda, un Kawai nero rilucente, sorvegliava l'ingresso del bar
come una sentinella solitaria e silenziosa, aspettando pazientemente che
agili dita tornassero ad animare i suoi tasti color avorio. A destra si trovava
un bancone in noce verniciato, dietro al quale un cameriere stava pulendo
dei bicchieri con un panno. Di fronte c'erano tavoli e sedie, foderate con un
tessuto a temi elaborati, tutti in stile Luigi XV. Cinque grandi finestre, ab-
bellite da tendaggi rosso scuro, si aprivano sul giardino e la soave melodia
di un balletto di Tchaikovsky fluttuava nell'aria, lievemente, creando nel
bar un'atmosfera tranquilla, gradevole e raffinata. Moliarti scelse un tavolo
accanto a una delle finestre e con un gesto invitò Tomás a sedersi.
«Che prende?».
«Oh, un tè».
«Waiter» chiamò l'americano, facendo cenno al cameriere. Il ragazzo
abbandonò il bancone e andò dai clienti. «Un tè per il mio amico».
Il carniere prese il bloc-notes.
«Quale tè desidera?».
«Avete del tè verde?» chiese Tomás.
«Naturalmente. Che tipo di tè verde?».
«Ehm... non so... tè verde» balbettò, grattandosi la testa. «C'è più di una
varietà?».
«Abbiamo diversi tipi di tè verde».
«Ehm... bene... quale mi consiglia?».
«Dipende dai gusti. Ma, se il signore mi permette, suggerirei il gabalong
giapponese. È delicato, nobile, leggermente fruttato, fresco, fiorito».
«Va bene, mi ha convinto» sorrise Tomás. «Mi porti quello».
«E da mangiare?».
«Guardi, qualche pasticcino. Ne avete al cioccolato?».
«Abbiamo dei cookies molto apprezzati da tutti i clienti».
«Allora me ne porti un po'».
«Molto bene» assentì il cameriere, prendendo nota dell'ordinazione. Al-
zò la testa e guardò Moliarti. «Per lei?».
«Mi porti quello snack che ho mangiato ieri».
«Foi gras d'anatra aromatizzato all'Armagnac, più salsa di pomodoro
verde e toast di pan brioche con noci e fichi?».
«That's right» disse Moliarti con un'aria contenta. «E champagne».
«Per caso un Louis Roederer, di Reims?».
«Proprio quello. Ben fresco».
Il ragazzo si allontanò e Moliarti diede a Tomás una pacca amichevole
sulla spalla.
«Allora, Tom? Com'è Rio?».
«Città meravigliosa» sorrise il portoghese, intonando il celebre ritornel-
lo. «Piena di mille incanti».
«I agree» concordò Moliarti. «Quando è tornato?».
«Ieri mattina. Ho passato tutta la notte in aereo».
«Oh, shit. È tremendo, vero?».
«Orribile. Non ho dormito per niente».
«Ne so qualcosa» disse, facendo una smorfia. «Si è ingrassato?».
«Ehm... no. Sa, è stata una sorpresa per me quando al rientro mi sono
pesato e ho visto che avevo mantenuto lo stesso peso. Com'è possibile do-
po tutto il ben di Dio che ho divorato?».
«Ha mangiato molta frutta?».
«Tonnellate. Succhi di mango, di maracujá, d'abacaxi, molta papaia a
colazione...».
«Allora è per questo. Come pretendeva di ingrassare mangiando tutta
quella frutta?».
«Eh già».
Il cameriere s'avvicinò con i cookies e la bottiglia di champagne, che
stappò con un discreto pop. Versato un poco del liquido dorato ed efferve-
scente nel bicchiere di Moliarti, si allontanò di nuovo per occuparsi del re-
sto dell'ordinazione.
«Allora, mi racconti» disse l'americano, assumendo un tono serio. Ap-
poggiò i gomiti sul tavolo e unì le mani davanti al naso, intrecciando le di-
ta. «Cos'ha scoperto?».
Tomás aprì la ventiquattrore, che aveva sistemato vicino ai piedi, pren-
dendo fuori il bloc-notes e vari documenti che posò sul tavolo.
«Ho scoperto alcune cose» rivelò, mentre si chinava per chiudere la va-
ligetta rimasta vuota. Rimessosi comodo, guardò il suo interlocutore. «Ho
letto tutte le opere consultate dal professor Toscano nella Biblioteca Na-
zionale di Rio e nel Real Gabinete Português de Leitura, come ho avuto
accesso alle sue fotocopie e agli appunti, sia a quelle ritrovate nell'hotel di
Ipanema e consegnate dal consolato alla vedova, sia a quelle che aveva la-
sciato negli armadietti della Biblioteca Nazionale. E questa mattina sono
stato alla Biblioteca Nazionale portoghese, qui a Lisbona, per verificare al-
cune cosette. In definitiva, pur essendo ancora lontani dal poter dare rispo-
ste definitive, direi che almeno qualche passo avanti l'abbiamo fatto».
Consultò il bloc-notes. «Comincerei, se non le dispiace, dalle ricerche
condotte dal professor Toscano sulla scoperta del Brasile, in fin dei conti
l'oggetto di studio che gli era stato affidato dalla fondazione».
«Okay».
«Come mi aveva informato, il briefing dato al professor Toscano consi-
steva in una ricerca che avrebbe dovuto risolvere in via definitiva i vecchi
sospetti degli storici, molti dei quali ritengono che Pedro Alvares Cabral si
sia limitato a ufficializzare quello che, in segreto, altri navigatori avevano
già scoperto prima di lui».
«That's right».
«Ma procediamo per gradi. La prima questione fondamentale è determi-
nare se esistesse o meno una politica del sigillo in Portogallo all'epoca del-
le Scoperte. Questo è un elemento chiave, poiché in sua assenza cadrebbe
anche la tesi che Cabral abbia solo formalizzato una scoperta altrui. In ef-
fetti, com'è ovvio, non avrebbe avuto alcun senso nascondere la scoperta
del Brasile, se una politica del genere non fosse stata in vigore».
«È evidente».
«La questione non è da poco, dal momento che ci sono storici convinti
che la politica del sigillo sia soltanto un'invenzione. Un mito storiografi-
co».
«E lo è?».
Tomás fece una smorfia con la bocca.
«Non credo. La politica del sigillo è esistita realmente. È ciò che penso
io, ma è anche quel che sosteneva lo stesso professor Toscano, così come
molti altri studiosi. Certamente alcuni storici ne hanno abusato come stru-
mento per colmare le lacune della documentazione disponibile, ma la veri-
tà è che molte delle imprese marittime portoghesi sono state tenute segrete,
anche quelle più importanti. Ad esempio, le cronache ufficiali portoghesi
dell'epoca tacquero sul fatto che Bartolomeu Dias avesse attraversato il
Capo di Buona Speranza e scoperto il passaggio fra l'Atlantico e l'Oceano
Indiano. Fu Cristoforo Colombo, che per caso si trovava a Lisbona quando
tornò Dias, a rivelare al mondo un così straordinario evento. Se non fosse
stato per l'accidentale presenza di Colombo in Portogallo, magari Dias si
sarebbe perso nelle nebbie della storia, il suo memorabile viaggio sarebbe
stato per sempre taciuto in forza della politica del sigillo e noi, ancora og-
gi, avremmo considerato Vasco da Gama il primo ad aver doppiato il Ca-
po».
«Capisco» assentì Moliarti con un cenno della testa. «In fondo, ciò che
lei sta dicendo è che l'espansione marittima portoghese è piena di tanti co-
me Bartolomeu Dias rimasti nell'anonimato, perché non ebbero la fortuna
di avere dalla loro un Colombo che mandasse a monte la politica del sigil-
lo».
«Esatto. D'altronde, a pensarci bene, una politica simile aveva perfetta-
mente senso. I portoghesi, essendo un popolo piccolo e di limitate risorse,
non sarebbero mai stati in grado di competere alla pari con le grandi po-
tenze europee, se ogni notizia fosse stata messa a disposizione di tutti. Essi
intuirono che l'informazione è potere e, scrupolosi, la protessero avida-
mente, monopolizzando in tal modo la conoscenza di una materia così stra-
tegica per il loro futuro. Certamente non tutto veniva passato sotto silen-
zio, perché a essere nascosti erano soltanto determinati fatti di particolare
rilievo. Tenga presente che c'erano situazioni in cui, al contrario, poteva ri-
sultare perfino conveniente pubblicizzare le scoperte, dal momento che e-
splorare per primi un territorio significava poi avere anche il diritto di ri-
vendicarne la sovranità».
Il cameriere ritornò con un vassoio tenuto in equilibrio sulla punta delle
dita. Appoggiò sul tavolo una teiera fumante, una tazza e una zuccheriera,
Tomás notò che si trattava di porcellana Vista Alegre con decorazione fa-
mille verte, disegni di farfalle e di foglie di mora su sfondo bianco, che i-
mitava la porcellana cinese del periodo K'ang Hsi. Il ragazzo versò il tè
nella tazza e accennò un inchino con la testa.
«Tè gabalong giapponese» disse, allontanandosi subito.
Tomás analizzò il liquido che ondeggiava nella tazza. Il tè era chiaro,
limpido ed emanava un gradevole vapore aromatizzato. Aggiunse due cuc-
chiaini di zucchero, mescolò con attenzione, facendo tintinnare il cucchiai-
no sulla porcellana, e infine l'assaggiò: era veramente leggero e fruttato.
«Hmm, è una delizia» mormorò, posando la tazza calda. «Dov'ero rima-
sto?».
«Alla politica del sigillo».
«Ah, sì. Bene, intendevo solo dire che questa politica fu effettivamente
adottata, per quanto in modo selettivo, ed ebbe come conseguenza pratica,
per quel che c'interessa, il fatto che molte delle più importanti navigazioni
dei portoghesi non furono rivelate a causa degli interessi superiori dello
Stato. Di conseguenza, questi avvenimenti finirono per essere dimenticati
dalla storia. Sono accaduti ma, poiché non lo sappiamo, in effetti è come
se non fossero accaduti».
«E questo ci porta alla scoperta del Brasile».
«Precisamente. Secondo i testi ufficiali, la scoperta del Brasile risale al
22 aprile del 1500, quando la flotta di Pedro Álvares Cabral, costretta a
deviare per via di una tempesta mentre seguiva la rotta per l'India, s'imbat-
té in un massiccio alto e arrotondato, che i portoghesi battezzarono Monte
Pascoal. Era la costa brasiliana. Gli uomini dell'equipaggio rimasero sul
posto per dieci giorni, durante i quali esplorarono il nuovo territorio, che fu
chiamato Terra de Santa Cruz, fecero scorte e stabilirono un contatto con
le popolazioni locali. Il 2 maggio, la flotta partì in direzione dell'India, ma
una delle navi, una piccola nave d'appoggio, ritornò a Lisbona sotto il co-
mando di Gaspar de Lemos, con a bordo circa una ventina di lettere che
descrivevano la scoperta al re Don Manuel, compreso un importante testo
dello scrivano Pêro Vaz de Caminha». Tomás si sfregò il mento. «I primi
indizi che dimostrano che la scoperta non è stata accidentale stanno pro-
prio nel tono di questa relazione, in cui Caminha non manifesta alcuna
sorpresa per aver incontrato terra in quei paraggi».
«Ma questo è soggettivo» contestò Moliarti. «Potrebbero essersi mera-
vigliati ma non aver manifestato questo stupore nella cronaca. O potrebbe-
ro aver ritenuto naturale che, non conoscendo quella parte del mondo, ci
fosse una terra lì».
«È vero. L'assenza di sorpresa nella cronaca di Pêro Vaz de Caminha, da
sola, non avrebbe alcun significato particolare, se non fosse associata ad
altri indizi, il secondo dei quali è proprio la presenza della nave d'appoggio
nella flotta di Cabral. Questa imbarcazione era troppo fragile per il viaggio
tra Lisbona e l'India. Chiunque s'intenda di navigazione sa che una nave
del genere non aveva le caratteristiche necessarie per compiere tutto il vi-
aggio, soprattutto considerando le acque sempre agitate del Capo di Buona
Speranza, che i navigatori, in modo del tutto appropriato, chiamavano an-
che Capo delle Tempeste. A quell'epoca i portoghesi erano i migliori mari-
nai al mondo, quindi non potevano certo ignorare questo particolare. Per
quale motivo, allora, aggiunsero un'imbarcazione così piccola a quella flot-
ta di grandi navi?». Tomás lasciò fluttuare in aria la domanda. «C'è solo
una spiegazione possibile. Sapevano anticipatamente che la nave d'appog-
gio non avrebbe fatto tutto il viaggio. Non solo, erano già consapevoli del
fatto che avrebbe compiuto solo un terzo del viaggio d'andata, dopodiché
avrebbe fatto ritorno a Lisbona per portare la notizia della nuova scoperta.
Per dirla più chiaramente, i portoghesi già sapevano che esisteva terra da
quelle parti e la navetta fu integrata alla flotta appositamente per tornare
con la notizia ufficiale».
«È curioso e plausibile, ma non decisivo».
«Concordo. Nonostante ci sia ancora un dettaglio da evidenziare. Quan-
do la nave d'appoggio arrivò a Lisbona, i marinai non parlarono di quanto
era successo e la notizia della scoperta del Brasile fu tenuta segreta dalla
Corte per essere rivelata solo dopo il ritorno di Pedro Alvares Cabral. Que-
sto comportamento è perlomeno insolito e fa pensare che tutta l'operazione
fosse già stata pianificata in precedenza».
«Hmm... Tutto ciò è molto interessante. Ma continua a non essere deci-
sivo».
«Sì. È per questo che entra in scena il terzo indizio, o meglio i terzi indi-
zi. Mi riferisco a due mappe. La prima, e la più importante, è un planisfero
di un anonimo cartografo portoghese, eseguito su commissione di Alberto
Cantino per Ercole d'Este, duca di Ferrara, in un manoscritto illuminato su
pergamena alta un metro e larga due. Poiché il nome dell'autore portoghese
è ignoto, questa enorme cartina geografica è conosciuta come Planisfero di
Cantino e oggi è conservata in una biblioteca di Modena, in Italia. In una
lettera datata 19 novembre 1502, Cantino rivelò che la cartina era stata co-
piata da originali ufficiali portoghesi, sicuramente in modo clandestino, a
causa dell'allora vigente politica del sigillo. La cosa importante di questa
mappa è che contiene un disegno dettagliato di buona parte della costa bra-
siliana. Ora, facciamo due conti». Tomás prese la penna e aprì il suo bloc-
notes. «La mappa giunse in possesso di Cantino, al massimo, nel novem-
bre 1502, il che significa che passarono poco più di due anni tra la scoperta
di Cabral e l'arrivo del planisfero in Italia». Tracciò sul foglio una riga o-
rizzontale, a sinistra scrisse le parole "Cabral, aprile 1500", e all'estremità
opposta "Cantino, novembre 1502". «Il problema è che Cabral non disegnò
alcuna mappa dettagliata della costa del Brasile, per cui le informazioni
contenute nel planisfero potevano derivare, nella migliore delle ipotesi,
soltanto da viaggi posteriori». Alzò due dita. «Bene, apparentemente il se-
condo viaggio ufficiale dei portoghesi in Brasile fu compiuto da João da
Nova nell'aprile del 1501, quasi un anno prima che il Planisfero di Cantino
arrivasse nelle mani del duca di Ferrara. Ma, attenzione, João da Nova non
fece il viaggio al fine d'esplorare la costa brasiliana. Così come Cabral do-
veva invece percorrere la rotta per l'India, quindi non avrebbe avuto il
tempo sufficiente per cartografare la linea della costa. Oltretutto ritornò a
Lisbona solo a metà del 1502». Aggiunse un terzo dito. «Pertanto, viene
spontaneo pensare che le informazioni riportate dal Planisfero di Cantino
siano frutto di un ulteriore viaggio. In effetti ci fu una flotta che salpò da
Lisbona proprio con la missione di esplorare la costa del Brasile. Si tratta-
va della spedizione di Gonçalo Coelho, che partì da Lisbona nel maggio
del 1501 e che fra gli uomini d'equipaggio annoverava anche il fiorentino
Americo Vespucci, lo stesso che, senza saperlo, avrebbe dato il nome al
continente americano. La flotta, arrivata in Brasile a metà agosto, esplorò
per più di un anno una parte consistente della costa. Si spinse tanto a sud
da scoprire una grande baia che chiamò Rio de Janeiro, quindi continuò fi-
no a Cananeia per poi alla fine allontanarsi dalla costa e tornare in Porto-
gallo. Le tre caravelle di questa spedizione entrarono nel porto di Lisbona
il 22 luglio 1502». Scrisse "Gonçalo Coelho, luglio 1502" nell'ultimo quar-
to della linea orizzontale, vicino al riferimento "Cantino, novembre 1502",
precedentemente annotato. «Qui sta il nocciolo della questione» disse, in-
dicando le due date scarabocchiate sul bloc-notes. «È possibile che in soli
quattro mesi, cioè quelli che intercorrono tra luglio e novembre, i cartogra-
fi ufficiali di Lisbona abbiamo potuto realizzare mappe dettagliate sulla
base dei dati raccolti da Gonçalo Coelho; che il cartografo portoghese, l'a-
nonimo traditore contattato da Cantino, sia riuscito a copiare queste map-
pe, e che, infine, il planisfero clandestino abbia potuto fare tutto il viaggio
fino in Italia?». Tomás marcò con la penna la breve distanza, osservabile
sulla linea orizzontale del tempo, tra "Gonçalo Coelho" e "Cantino". Fece
una smorfia e scrollò la testa. «Non credo. Non si può far tutto ciò in ap-
pena quattro mesi, il che ci pone di fronte a una domanda cruciale. Come
diavolo fu possibile che Alberto Cantino acquistasse un planisfero porto-
ghese contenente informazioni che, in base alla cronologia delle relazioni
ufficiali, non c'era abbastanza tempo per riportare in modo dettagliato sulle
mappe? Da dove venivano quei particolari?». Girò verso l'alto il palmo
della mano sinistra, come per esporre un fatto evidente. «Questo mistero
ha una sola possibile soluzione. Il Planisfero di Cantino non venne dise-
gnato sulla base dei dati raccolti durante i viaggi ufficiali in Brasile, ma a
partire da quelli ottenuti prima di Cabral, nel corso di esplorazioni intra-
prese segretamente e taciute dalla storia ufficiale per via della politica del
sigillo».
«Hmm» considerò Moliarti, pensieroso. «Interessante. Ma lei ritiene che
questa sia una tesi conclusiva?».
Tomás scrollò la testa.
«Ritengo sia difficile che in soli quattro mesi siano state fatte mappe uf-
ficiali dettagliate della costa brasiliana, che queste siano state copiate clan-
destinamente e che una riproduzione sia arrivata in Italia. È improbabile
che tutto questo sia accaduto in così poco tempo». Lo storico portoghese
alzò le sopracciglia. «Attenzione. Improbabile ma non impossibile».
L'americano si mostrò un po' deluso.
«Certo» mormorò. «Lei stesso ha parlato di una seconda mappa geogra-
fica...».
«Non è proprio una mappa. È più che altro un riferimento a una mappa».
«Che intende dire?».
«Una delle lettere che la nave d'appoggio di Gaspar de Lemos portò a
Lisbona in occasione della scoperta ufficiale del Brasile fu redatta da
mestre João per il re Don Manuel, e porta la data del 1 maggio del 1500.
Questa lettera riporta la localizzazione della Terra de Santa Cruz, cioè il
Brasile, in una mappa andata perduta: l'antico mappamondo del portoghese
Pêro Vaz Bizagudo». Consultò il bloc-notes. «Scrive il mestre João:
"Quanto, Signore, al sito di questa terra, Vostra Altezza ordini che gli sia
dato un mappamondo che ha Pêro Vaz Bizagudo e da quello Vostra Altez-
za potrà vedere il sito di questa terra; ma quel mappamondo non dimostra
se questa terra sia abitata o no. È un mappamondo antico"». Tomás guardò
Moliarti e agitò il bloc-notes. «Come è possibile che Bizagudo localizzasse
nella sua antica mappa una terra che ancora non era stata scoperta?».
Il cameriere ritornò con il succulento snack ordinato dall'americano.
Tomás ne approfitto per bere ancora un sorso del suo tè verde.
«Questi sono indizi essenziali» concordò Moliarti, dando un morso alla
fetta tostata di pan brioche. «Ma ancora ci manca... ehm... come si dice...
smoking gun?».
«Ci manca una prova decisiva».
«Sì».
«Calma, ci sono anche altre cose». Tornò al bloc-notes. «Il francese Jean
de Léry rimase in Brasile dal 1556 al 1558 e i coloni più anziani lo infor-
marono sulla "quarta parte del mondo, già conosciuta dai portoghesi da
quando, circa ottant'anni prima, era stata scoperta"». Scarabocchiò alcuni
conti. «Quindi, se da 1558 togliamo 80 restano... otto meno zero otto, cin-
que meno otto ne prendo uno sette, quattro... fa 1478». Guardò Moliarti.
«Anche ammettendo che l'espressione "circa ottanta" possa significare set-
tantasei o settantacinque anni, stiamo parlando di una data di molto prece-
dente al 1500».
«Hmm».
«E c'è anche una lettera scritta dal portoghese Estêvão Fróis, che fu arre-
stato dagli spagnoli, si presume nella zona del Venezuela, con l'accusa di
essersi stabilito in territorio di Castiglia». Tomás continuò a seguire i pro-
pri appunti. «La lettera è datata 1514 e indirizzata a Don Manuel. In essa,
Fróis afferma di essersi limitato a occupare "la terra di Vostra Altezza, già
scoperta da João Coelho, quello di Porta da Luz, vicino a Lisbona, ventuno
anni fa"». Altri conti. «Pertanto, 1514 meno ventuno fa... tre, nove, e pren-
do uno, quattro... fa 1493». Sorrise all'americano. «Ancora una volta, ci ri-
troviamo con una data di molto anteriore al 1500».
«Queste lettere sono ancora esistenti?».
«Certo».
«Ma non crede che queste fonti siano un po' dubbie? Voglio dire, un
francese che nessuno conosce e un galeotto portoghese... alla fine...».
«Mio caro Nel, ci sono altri quattro grandi navigatori che confermano la
tesi che il Brasile fosse già conosciuto prima di Cabral».
«Ah sì? Quali?».
«Il primo che voglio citare è lo spagnolo Alonso de Hojeda il quale, ac-
compagnato dal nostro amico Americo Vespucci, avvistò la costa sudame-
ricana nel giugno 1499, probabilmente all'altezza delle Guinee. Successi-
vamente, nel gennaio del 1500, un altro spagnolo, Vincente Pinzón, rag-
giunse la costa brasiliana, quindi tre mesi prima di Cabral».
«Cioè, gli spagnoli anticiparono i portoghesi».
«Non necessariamente. Il terzo nome è Duarte Pacheco Pereira, uno dei
maggiori navigatori dell'epoca delle Scoperte, benché sia anche uno dei
meno noti al grande pubblico».
«Si riferisce al Pacheco Pereira che il professor Toscano scelse come
tema della sua tesi di dottorato?».
«Esattamente, proprio quello. Non era solo un navigatore, ma anche un
importante militare e scienziato. Oltre ad aver ottenuto la misura più esatta
del grado terrestre, a quei tempi era colui che sapeva calcolare meglio la
longitudine senza gli appositi strumenti che furono creati solo più tardi,
con lo sviluppo degli orologi. Tutto questo per dire che Duarte Pacheco
Pereira fu l'autore di uno dei più enigmatici testi dell'epoca, un'opera inti-
tolata Esmeraldo de Situ Orbis». Tomás ritornò alle sue annotazioni. «A
un certo punto, Pacheco Pereira nell'Esmeraldo scrive che Don Manuel gli
ordinò di "scoprire la parte occidentale", cosa che accadde "nell'anno del
Signore millequattrocentonovantotto, nel quale è trovata e navigata una
così vasta terra ferma, con molte isole adiacenti a quella"». Tomás rimase
fisso su Moliarti. «Vale a dire, nel 1498 un navigatore portoghese scoprì la
terra a Occidente rispetto all'Europa».
«Ah!» esclamò l'americano. «Due anni prima di Cabral!».
«Sì».
Moliarti mangiò un altro pezzo di pan brioche tostato e l'accompagnò
con un sorso di champagne.
«E qual è il quarto navigatore?».
«Colombo».
L'americano smise di masticare e fissò il suo interlocutore con sorpresa.
«Colombo? Quale Colombo?».
«Quel Colombo».
«Cristoforo Colombo?».
«Proprio lui».
«Come Cristoforo Colombo?».
«Quando Colombo ritornò dal suo primo viaggio, subito dopo la scoper-
ta dell'America, si fermò a Lisbona dove fu ricevuto da Don João II. In
quell'occasione, il re portoghese gli rivelò che esistevano altre terre a sud
dei luoghi in cui egli era stato. Se controllassimo sulla cartina geografica,
vedremmo che a meridione dei Caraibi si trova l'America del Sud. Questo
incontro tra Colombo e Don João si verificò nel 1493, dal che si deduce
che i portoghesi già sapessero della presenza di terre in quella zona».
«Ma dov'è riportata questa conversazione?».
«Nell'opera di uno storico spagnolo che, secondo alcuni, avrebbe cono-
sciuto Colombo personalmente». Tomás rivolse l'attenzione al bloc-notes.
«Si tratta di Bartolomé de Las Casas il quale, a proposito del terzo viaggio
di Colombo nel Nuovo Mondo, scrive: "L'Ammiraglio torna a dire che
vuole andare verso Sud perché vuole vedere l'intento del Re Don João di
Portogallo che, per certo, all'interno dei suoi confini doveva trovare cose e
terre famose"».
Moliarti, terminato il suo snack, si appoggiò al sofà assaporando lo
champagne e godendosi la vista. Oltre le ampie vetrate del bar si agitavano
le frondose piante di fico del giardino, grandi e protettrici figure che
proiettavano accoglienti ombre sul tappeto erboso curato.
«Sa, Tom, c'è una cosa che non capisco!» esclamò alla fine. «Per quale
motivo i portoghesi, se già sapevano dell'esistenza dell'America del Sud,
aspettarono tanto tempo per formalizzarne la scoperta? Cosa li portò a fare
l'annuncio solo nel 1500?».
«Dissimulazione» spiegò Tomás. «Non si dimentichi che credevano nel-
le virtù della politica del sigillo, nei vantaggi di mantenere segrete tutte le
informazioni più strategiche. Essi conoscevano del mondo assai più di
quanto lasciarono intendere ai loro contemporanei e alle generazioni futu-
re. La Corona era consapevole che, appena avesse rivelato l'esistenza di al-
tre terre, quest'annuncio avrebbe attratto attenzioni indesiderate, avrebbe
risvegliato brame inopportune e interessi pericolosi. I portoghesi sapevano
bene che non si può desiderare ciò che non si conosce. Così gli altri euro-
pei, se non avessero saputo dell'esistenza di quei territori, non si sarebbero
neanche messi a competere per impossessarsene. Gli scopritori portoghesi
ebbero quindi campo libero per effettuare indisturbati le proprie esplora-
zioni, senza doversi preoccupare della concorrenza».
«Questo è chiaro, Tom» disse Moliarti. «Ma allora, se i portoghesi trae-
vano tanti vantaggi dal mantenere il sigillo della segretezza, cosa li indusse
a cambiare atteggiamento e a formalizzare la scoperta del Brasile nel
1500?».
«Penso siano stati i castigliani. La politica del sigillo aveva un senso in
quanto strategia per non attrarre scomode attenzioni sulle scoperte porto-
ghesi. Ma dal momento che Hojeda, nel 1499, e Pinzón, nel gennaio del
1500, avevano iniziato a ficcare il naso nella costa dell'America del Sud, la
Corona portoghese comprese che attenersi a quella politica non rappresen-
tava più una scelta oculata. C'era in effetti il rischio che i castigliani riven-
dicassero le terre che i portoghesi avevano già individuato. Pertanto, la
formalizzazione della scoperta del Brasile s'impose come necessità».
«Capisco».
«E questo ci porta all'ultimo importante indizio».
«Quale?».
«Il Trattato di Tordesillas».
«Ah, sì!» esclamò Moliarti, ricordando il celebre documento che divise
il mondo in due parti, una per il Portogallo e l'altra per la Spagna. «Lei sta
parlando del certificato di nascita della globalizzazione».
«Proprio quello». Tomás sorrise. Gli americani avevano sempre un mo-
do magniloquente di descrivere le cose e di stabilire suggestivi confronti
con la modernità. «Il Trattato di Tordesillas fu un accordo sancito dal Va-
ticano, che consegnò metà del mondo ai portoghesi e l'altra metà agli spa-
gnoli».
«Suprema arroganza».
«Senza dubbio. Ma la verità è che all'epoca erano queste le nazioni più
potenti, pertanto sembrò naturale dividere tra loro il pianeta». Tomás finì il
suo tè. «Quando a questo proposito fu negoziato un primo accordo, ognu-
no dei due Paesi aveva ben chiare le proprie posizioni di vantaggio sulla
scacchiera politica. Il vantaggio dei portoghesi consisteva nell'essere più
avanzati in fatto di tecnologie belliche e di navigazione e in fatto di esplo-
razione marittima. Gli spagnoli, dal canto loro, erano in ritardo in questi
tre ambiti, ma avevano un imbattibile asso nella manica: il papa di allora
era spagnolo. È un po' come se nel calcio noi avessimo i migliori giocatori,
il miglior allenatore, la migliore squadra, ma la partita venisse arbitrata da
un giudice corrotto dall'avversario e disposto ad annullare ogni nostro goal
e a inventare irregolarità contro di noi. È proprio questo che, in un certo
senso, accadde. I navigatori portoghesi scorrazzavano a loro piacimento
per la costa africana e l'Atlantico, mentre gli spagnoli controllavano solo le
Canarie. Questa situazione era stata fissata nel 1479 con il Trattato di
Alcáçovas, nel quale la Castiglia riconosceva l'autorità portoghese sulla
costa africana e sulle isole atlantiche in cambio dell'accettazione del pro-
prio dominio sulle Canarie. Il trattato, convalidato l'anno seguente a Tole-
do, non prendeva in considerazione l'Atlantico occidentale, che entrò
nell'ordine del giorno in seguito alla vicenda del primo viaggio di Cristofo-
ro Colombo. Dato che nessuna clausola del documento regolava in modo
diretto la nuova situazione, si arrivò subito alla conclusione che fosse ne-
cessario un nuovo trattato».
«Il Trattato di Tordesillas».
«Precisamente. La prima proposta di Lisbona fu quella di dividere la
Terra attraverso il parallelo che passava per le Canarie. In questo modo, ai
castigliani sarebbe spettata l'esplorazione di tutto ciò che si trovava a nord
di questo parallelo e ai portoghesi il resto. Ma il papa Alessandro VI, che
era spagnolo, emanò due bolle nel 1493 per istituire una linea divisoria che
seguiva un meridiano localizzato cento leghe a ovest delle Azzorre e di
Capo Verde. Come ben si capisce, il papa era d'accordo con la Castiglia. I
portoghesi non presero parte alla discussione e, accettando l'esistenza di
questa linea, pretesero solo che fosse spostata a trecentosettanta leghe a
ovest di Capo Verde. Il papa e i castigliani, non vedendo motivi contrari,
accettarono. Questa trattativa, però, ha qualcosa di strano». Tomás disegnò
un planisfero sul bloc-notes. Dai tratti grossolani, si riconoscevano i con-
torni dell'Africa, dell'Europa e di tutto il continente americano. Il ricercato-
re tracciò una linea verticale sull'Atlantico, a metà tra l'Africa e l'America
del Sud, e in basso scrisse "100". «Questo è ciò che il papa e i castigliani
proponevano, una linea cento leghe a ovest di Capo Verde». Di seguito
scarabocchiò un'altra riga verticale più a sinistra, in modo che prendesse
una parte dell'America del Sud, e sotto annotò il numero "370". «Questa è
la linea voluta dai portoghesi, situata a trecentosettanta leghe a ovest di
Capo Verde». Guardò Moliarti. «Mi dica, Nel. Qual è la principale diffe-
renza fra queste due linee?».
L'americano si curvò sul bloc-notes ed esaminò i tratti.
«Beh, una attraversa solo il mare, l'altra prende un pezzo di terra».
«E qual è questa terra?».
«È il Brasile».
Tomás fece cenno di sì con la testa e sorrise.
«Il Brasile. Allora mi dica, per quale ragione i portoghesi insistettero
tanto per questa seconda linea?».
«Per tenersi il Brasile?».
«Questo mi porta alla terza domanda. Come diavolo facevano i porto-
ghesi a sapere che questa seconda linea comprendeva il Brasile, se il Brasi-
le, nel 1494, non era stato ancora scoperto?». Tomás si sporse verso il suo
interlocutore. «Oppure era già stato scoperto?».
Moliarti si adagiò sul divano e respirò profondamente.
«I see your point». Prese la bottiglia di Louis Roeder, si versò un altro
po' di champagne per placare la sete. Dopo aver posato il bicchiere sul ta-
volo, infine si alzò, fissando gli occhi in quelli di Tomás. «Abbiamo abba-
stanza materiale su cui riflettere» affermò lentamente. «Ma mi dica, Tom,
quanto di ciò che mi ha detto rappresenta veramente una novità?».
Tomás sostenne lo sguardo di Moliarti, quasi lo stesse sfidando.
«Niente» rispose.
«Niente di niente?».
«Niente di niente. Queste che le ho dato sono tutte le informazioni rac-
colte dal professor Toscano sul mistero della scoperta del Brasile».
«E non c'è nessuna novità?».
«Neanche una. Il professor Toscano si è limitato a fare un resoconto di
quanto scoperto o concluso da altri storici».
L'americano lo guardava incredulo, come se non volesse accettare quelle
parole.
«Ne è sicuro?».
«Assolutamente».
Moliarti, allora, sembrò arrendersi. Con il corpo si chiuse a guscio, de-
moralizzato; distolse lo sguardo dal suo interlocutore e lo fissò in un punto
indefinito. Di colpo l'agitazione s'impossessò di lui, le guance diventarono
rosse e il viso si abbuiò per la rabbia a malapena trattenuta, sul punto d'e-
splodere.
«Motherfucker, son of a bitch!» borbottò fra sé, sbuffando furiosamente.
Chiuse gli occhi e appoggiò la testa sulla mano sinistra, mentre il gomito
sul tavolo sorreggeva il braccio. Quella postura comunicava un senso di
profondo avvilimento. «Damn it! I knew it. Shit!».
Il portoghese rimase in silenzio, aspettando che si placasse quell'attacco
di rabbia repressa. Moliarti mormorò altre parole incomprensibili, pronun-
ciate con fervore di rivolta. Alla fine sospirò, aprì gli occhi e lo guardò in
faccia.
«Tom» disse con voce cavernosa. «Il professor Toscano ci ha inganna-
ti».
«In che senso?».
L'uomo si stropicciò gli occhi.
«Come John e io le abbiamo riferito a New York, la nostra idea era di
contribuire alla celebrazione dei cinquecento anni della Scoperta del Brasi-
le con un'indagine conclusiva sulle eventuali esplorazioni precedenti a
quelle di Pedro Alvares Cabral. Fu per questo che, sette anni fa, abbiamo
contattato il professor Toscano. In tutto questo tempo ha sprecato il nostro
denaro, finché un giorno ci ha annunciato di aver fatto una scoperta rivolu-
zionaria. Ma poi è morto, e ora lei mi dice che l'unica cosa che il professor
Toscano ha fatto durante questi sette anni è stata raccogliere il lavoro di al-
tri storici, senza aggiungere nulla di nuovo. Lei capisce bene, noi non...».
«Io non ho detto esattamente questo» lo interruppe Tomás.
Moliarti arrestò il suo ragionamento e lo guardò senza comprendere.
«Come?».
«Io non ho detto che il professor Toscano non abbia apportato nulla di
nuovo e che si sia limitato a raccogliere il lavoro altrui».
«Ma, mi scusi, le sue parole facevano intendere questo».
«Se si riferisce a quanto da me appurato in merito alle ricerche del pro-
fessor Toscano, ha capito bene. Ma, come le ho già detto all'inizio della
nostra conversazione, attualmente non ho ancora risposte definitive e ho
bisogno di seguire le altre piste lasciate dal professore».
«Ah, bene!» esclamò Moliarti, facendosi più attento. «Quindi, c'è dell'al-
tro».
«Certo che sì» affermò Tomás con cautela. «Solo che non sono sicuro
che abbia a che vedere proprio con la Scoperta del Brasile».
«Che intende dire con questo?».
Il portoghese abbassò gli occhi e scrollò la testa.
«Ancora non lo so». Si morse il labbro inferiore. «Farò nuove ricerche e
poi, quando avrò qualcosa di più concreto, ne riparleremo».
«Per favore, Tom, non mi lasci così senza risposte. Concretamente, a co-
sa si riferisce?».
«A una pista cifrata».
Moliarti sorrise in uno strano modo, come se stesse ricevendo la con-
ferma di qualcosa che già da tempo sospettava.
«Ah! Sapevo che c'era qualcos'altro. Lo sapevo. Mi dica Tom, qual è la
pista?».
«Nelson, ha mai sentito parlare di Cicerone?».
«Sì» replicò l'americano con cautela, cercando di trovare un legame tra
quel nome e le indagini del professor Toscano. «Se non sbaglio, Cicerone
era romano».
«Cicerone era un filosofo e un avvocato romano vissuto un secolo prima
di Cristo. Era un importante statista e fu uno dei grandi oratori della Roma
Antica, famoso per essere insorto contro Marco Antonio dopo la morte di
Cesare. Durante un suo intervento in tribunale, nell'orazione Pro Roscio,
Cicerone formulò una determinata frase».
Fece una breve pausa per prendere un cookie.
«Che frase?».
«Nomina sunt odiosa».
«Come?».
«Nomina sunt odiosa».
«Cosa significa?».
«Fare nomi è inopportuno».
Moliarti rimase a guardarlo senza capire. Aprì le braccia, assumendo
un'aria interrogativa.
«So what? Che importanza ha questa cosa per il nostro discorso?».
«Nomina sunt odiosa è l'indizio che ci ha lasciato il professor Toscano
per risalire alla sua grande scoperta».
«Ah sì?» esclamò l'americano con ansia sofferta. «Un indizio, eh? E do-
ve ci porta?».
«Non so» replicò Tomás in modo distaccato, mangiando tranquillamente
il cookie. «Ma sto indagando e quando avrò delle risposte, Nelson, ne ri-
parleremo».

La piccola sala d'attesa della clinica aveva un aspetto pulito, quasi asetti-
co. Dipinta di bianco, solo i sofà gialli e le mattonelle marroni del pavi-
mento stonavano con quella macchia nivea. Aleggiava nell'aria la fragran-
za chimica di un disinfettante. Non si può dire che fosse sgradevole, nono-
stante avesse qualcosa di vagamente angoscioso. Ricordava l'inquietante
odore degli ospedali. Le ampie finestre del quinto piano si affacciavano
sulla Feira Popular28. Oltre le vetrate si riconoscevano i vagoni delle mon-
tagne russe, deserti, desolati a quell'ora del pomeriggio, una fragile struttu-
ra azzurra in balia del vento sotto un triste cielo grigio, che si librava al di
sopra delle irrequiete fronde degli alberi e degli ondulanti tendoni colorati,
disseminati, uno accanto all'altro, per tutto il parco dei divertimenti.
Dal divano su cui era seduto, Tomás si sporse in avanti per afferrare, fra
quelle ammucchiate sul tavolinetto, una rivista, che poi prese a sfogliare
distrattamente. Enormi fotografie di persone ben vestite riempivano le pa-
gine con sorrisi tutti uguali, quasi stereotipati, annunciando al mondo la
rosea felicità dei loro matrimoni, oppure mostrando la frivola animazione
delle feste di Lisbona. Erano riviste di costume, piene di gente in atteg-
giamenti impostati, costruiti, tipi dall'aspetto florido, con appariscenti ca-
micie di marca sbottonate sul petto, che posavano accanto a bionde ossige-
nate, con la pelle rovinata dal sole e i visi pesantemente truccati. Era evi-
dente che quei personaggi avevano dichiarato guerra al tempo, nello sforzo
vano, perfino grottesco, di trattenere la bellezza che l'età inesorabilmente
rubava loro a ogni istante, quella giovinezza che andava persa a ogni respi-
ro, al ritmo della sabbia che scivola in una clessidra, portata via dal soffio
del tempo.
Infastidito da quel nauseante spettacolo mondano, ripose la rivista al suo
posto e si adagiò nuovamente sul sofà. Margarida era inchiodata alla fine-
stra, il naso incollato al vetro disegnava macchie di vapore, mentre la
bambina osservava con sguardo sognante i tendoni deserti della Feira
Popular e i loopings solitari delle montagne russe, vagheggiando succulen-
te ciambelle, zucchero filato e forti emozioni sul treno fantasma. Intanto,
Constança sedeva accanto al marito, inquieta, ansiosa, osservando la figlia
con segreta preoccupazione.
«Chissà se questa volta la fa operare» sussurrò Tomás, a bassa voce af-
finché Margarida non lo sentisse.
Constança sospirò.
«Non lo so. Non dico più nulla». Si stropicciò gli occhi. «Da un lato,
vorrei che fosse operata, perché così potrebbe star meglio. Ma, dall'altro,
ho una paura terribile; questa cosa che le andranno a toccare il cuore non
mi fa stare per niente tranquilla».
Margarida soffriva di problemi cardiaci, che derivavano dalla sua condi-
zione. Quando la bambina era nata e le era stata diagnosticata la sindrome
di Down, diagnosi confermata dall'Istituto Ricardo Jorge, il pediatra aveva
convocato la coppia per un incontro. Lo scopo non era visitare la figlia, ma
spiegare alcune cose ai suoi terrorizzati genitori. Secondo quanto detto dal
medico, cosa che successivamente ebbero modo di approfondire consul-
tando diverse pubblicazioni scientifiche, il problema della figlia era dovuto
a un errore nei cromosomi che si trovano in ogni cellula e che determinano
le caratteristiche dell'individuo, inclusi il colore degli occhi e la forma del
cuore. Ogni cellula possiede quarantasei cromosomi, disposti a coppie; una
di queste coppie è identificata con il numero 21. Proprio qui si era verifica-
to l'errore: invece di possedere due cromosomi 21 in ogni cellula, come la
maggior parte delle persone, Margarida ne aveva tre, donde il nome di Tri-
somia 21, ovvero sindrome di Down.
Il pediatra lo definì un "incidente genetico" del quale nessuno poteva re-
almente essere incolpato ma, nel loro intimo, i due genitori non credettero
a quella spiegazione, che suonava loro come un discorso di comodo fatto
solo per mettersi a posto con la coscienza. Si convinsero, forse per super-
stizione, senza alcun fondamento razionale per poterlo affermare, che in
quel processo non c'erano innocenti, che di certo avevano fatto qualcosa
per meritarsi un castigo simile, che delle responsabilità dovevano pur aver-
le se quella disgrazia aveva bussato proprio alla loro porta. Da allora ave-
vano sviluppato nei confronti della figlia un senso di colpa che a stento
riuscivano a mascherare. Si sentivano in qualche modo responsabili per la
sua situazione. Del resto, quella bambina era una loro creatura, e per que-
sto si imbarcarono in un'impresa impossibile, provandole tutte per azzerare
ogni cosa, per conquistare il diritto di ristabilire quella giustizia che la na-
tura aveva loro negato, e infine redimersi dal peccato per il quale erano
stati puniti.
Questo senso di colpa latente era aggravato dai tipici problemi di cui
questi bambini soffrono. Come qualsiasi altra persona affetta da Trisomia
21, Margarida era piuttosto soggetta a malattie e infezioni respiratorie, a
otiti, agli effetti del riflusso gastro-esofageo, a problemi ortopedici legati
alla sublussazione atlanto-assiale e, cosa peggiore di tutte, a difficoltà car-
diache. Sin dal primo esame dopo la nascita, alla dottoressa che aveva se-
guito il parto i battiti del cuore erano sembrati strani e aveva affidato la
neonata al cardiologo di turno. Dopo ulteriori analisi, le fu diagnosticata
una piccola apertura del setto che divide il sangue arterioso da quello ve-
noso, anomalia congenita che avrebbe dovuto essere corretta. Una rivista
specialistica che si erano affrettati a consultare quello stesso giorno, ancora
intontiti dal terribile responso, usava il linguaggio indecifrabile della me-
dicina, con riferimenti al difetto del setto auricolo-ventricolare incompleto
associato a una comunicazione interatriale del tipo sinus venosus, tutto ciò
per descrivere quel che, in fin dei conti, il medico aveva spiegato in manie-
ra ben più comprensibile.
Nelle visite successive, ancora sotto shock per la serie impressionante di
cattive notizie, Constança e Tomás furono informati che Margarida avreb-
be dovuto essere operata al cuore entro i primi tre mesi di vita, in modo da
chiudere il setto, e che qualsiasi intervento oltre quel termine avrebbe co-
stituito un rischio. Fu un periodo davvero difficile della loro vita. Giorno
dopo giorno, tutto si stava trasformando in un incubo di smisurate propor-
zioni, ogni novità riusciva a essere peggiore della precedente. Margarida fu
ricoverata all'Ospedale di Santa Marta tre settimane dopo la decisione di
operare ma, all'ultimo momento, il cardiologo, consultato il chirurgo, ebbe
un ripensamento. Entrambi studiarono di nuovo l'immagine della risonanza
magnetica al cuore, arrivando alla conclusione che l'apertura del setto era
molto piccola e che c'era una buona probabilità che, con la crescita della
bambina, l'anomalia si sarebbe richiusa da sola. Fu la prima notizia positi-
va dalla nascita della piccola. Il cardiologo firmò una lettera di dimissione
e Margarida tornò a casa con i genitori, finalmente sollevati. Il problema
era che, nove anni dopo, contro ogni aspettativa, il setto non si era ancora
chiuso, risvegliando il fantasma di un'operazione al cuore.
«Margarida Noronha» annunciò una ragazza paffuta in camice bianco,
sbirciando dalla porta della sala d'attesa.
«Siamo noi» rispose Constança, alzandosi dalla sedia.
«Potete entrare».
I tre seguirono la ragazza lungo il corridoio. Arrivati in fondo, l'infer-
miera si fermò a lato di una porta e li lasciò passare. Entrarono nell'ufficio,
dove sentirono immediatamente l'odore del disinfettante diventare più in-
tenso. Sulla destra c'era un lettino con un lenzuolo bianco leggermente
sgualcito, come se qualcuno ne fosse appena sceso. Di fianco si trovava
una tendina scorrevole, di tessuto giallo, dietro alla quale i pazienti veni-
vano fatti spogliare. In fondo, davanti a una piccola finestra che dava sul
palazzo di fronte, un medico curvo sulla scrivania era impegnato a scribac-
chiare qualcosa. Avvertendo che il proprio studio era stato di nuovo invaso
da qualcuno, sollevò la testa e sorrise.
«Salve» salutò.
«Buonasera, dottor Oliveira».
Si strinsero la mano e il medico, un cardiologo di mezza età, accarezzò
la testa di Margarida.
«Allora, Margarida? Come va?».
«Molto bene, dotto'e».
«Ti sei comportata bene?».
La bambina guardò i genitori, che le stavano accanto, alla ricerca di ap-
provazione.
«Così così».
«Così così? Perché?».
«La mamma dice che non posso semp'e anda'e a o'dina'e tutto».
«A che?».
«A o'dina'e tutto».
«A ordinare tutto» tradusse Constança. «Ha la mania di pulire e ordinare
continuamente le cose».
«Ah!» esclamò il dottore, senza distogliere lo sguardo da Margarida.
«Allora, diciamo, è una cameriera cronica».
«Non mi piace la spo'cizia. Spo'cizia no».
«Fai molto bene. Via la sporcizia!». Il medico rise e, guardando i genito-
ri, indicò loro due sedie disposte davanti alla scrivania. «Sedetevi, prego».
Si accomodarono, Margarida si sistemò sul ginocchio sinistro del padre.
Il cardiologo prese il bloc-notes, mentre Constança frugava nella borsa e
Tomás osservava il cuore di plastica, smontabile e in miniatura, poggiato
sul tavolo.
«Ho qui il risultato degli esami, dottore» disse Constança, allungando al
medico due grandi buste marroni.
Il cardiologo le prese e analizzò il logo stampato sulla sinistra.
«Vedo che siete andati a fare l'ecocardiogramma e la radiografia al re-
parto Cardiologia Pediatrica del Santa Marta».
«Sì, dottore».
«C'era la dottoressa Conceição?».
«Sì. Ci ha seguiti lei».
«E vi ha trattato bene?».
«Molto bene».
«Bene, perché altrimenti mi avrebbe sentito! La dottoressa, a volte, ha
un po' la testa fra le nuvole».
«Stia tranquillo, non abbiamo motivo di lamentarci».
Il medico, chinatosi sulle buste, tirò fuori per primo il foglio plastificato
grigio e bianco della radiografia e studiò l'immagine del torace di
Margarida.
«Hmm-hmm» mormorò, senza dar segno né di soddisfazione né di pre-
occupazione.
La coppia lo scrutava attentamente, cercando di captare nel suo sguardo
espressioni che suggerissero buone oppure cattive notizie, ma quel bmm-
bmm si rivelò di un'ambiguità opaca e impenetrabile. Inquieti e ansiosi, i
genitori di Margarida presero ad agitarsi nervosamente sulle sedie.
«Allora, dottore?» arrischiò Tomás.
«Mi lasci prima controllare questa».
Il medico si alzò e collocò la radiografia su uno schermo di vetro appeso
alla parete. Spinse un interruttore e l'apparecchio si accese, prendendo vita
e illuminando la radiografia come fosse uno slide. Il cardiologo si avvicinò
al foglio plastificato e, infilati gli occhiali, lo studiò meglio. Poi, quando si
ritenne soddisfatto, spense la luce dello schermo, tolse la radiografia e tor-
nò al proprio posto. Prese la seconda busta ed estrasse l'ecocardiogramma,
risultato dell'esame a ultrasuoni fatto per analizzare il comportamento del
cuore della bambina.
«Va tutto bene, dottore?».
Questa volta fu Constança, quasi soffocata dall'ansia, che interpellò il
medico. Oliveira si soffermò alcuni secondi ancora ad analizzare gli esami
che aveva in mano.
«Voglio vedere un elettrocardiogramma» disse alla fine, cercando gli
occhiali nella tasca del camice. Si allontanò dalla scrivania e si diresse ver-
so la porta per chiamare il tecnico dell'ambulatorio. «Cristina!».
Subito si materializzò una giovane magra, dai capelli corti e neri. Anche
lei indossava un camice bianco.
«Sì, dottore?».
«Faccia un elettrocardiogramma a Margarida, per favore».
Il tecnico accompagnò la bambina al lettino. Margarida si spogliò e si
sdraiò. Era molto tesa. Cristina distribuì il gel sul tronco nudo della picco-
la, poi posizionò le ventose sul suo petto e le strinse le fasce intorno alle
braccia e alle gambe, collegate attraverso dei fili a una macchina installata
all'estremità del lettino.
«Adesso stai tranquilla, va bene?» disse Cristina. «Fai finta di dormire».
«E di sogna'e?».
«Sì».
«Sogni d'o'o?».
«Proprio così». Fu subito spazientita. «Su, dormi».
Margarida chiuse gli occhi e il tecnico accese la macchina; l'apparec-
chiatura, allora, tremò leggermente ed emise un ronzio elettrico. Seduto al-
la scrivania e distante dal lettino dove si stava svolgendo l'esame, Oliveira
decise di approfittare del fatto che Margarida fosse lontana per fare delle
domande ai genitori.
«Si è mai lamentata di sentirsi mancare l'aria, di stancarsi facilmente, di
avere i piedi gonfi?».
«No, dottore».
Fu Constança a prendere le redini della conversazione.
«Né palpitazioni e svenimenti?».
«No».
«Febbre?».
«Febbre sì, un po'».
Il cardiologo alzò le sopracciglia.
«Quanta?».
«Sui trentotto gradi, non di più».
«Per quanto tempo?».
«Come?».
«Quanto tempo è durata?».
«Ah, una settimana».
«Solo una settimana?».
«Sì, solo una».
«E quando è stato?».
«Circa un mese fa».
«È stato subito dopo Natale» specificò Tomás, che fino a quel momento
era rimasto zitto.
«E avete notato qualche differenza nel comportamento?».
«No» rispose Constança. «Forse è più mogia».
«Mogia?».
«Sì, gioca di meno, sembra più calma...».
Il medico rimase perplesso.
«Hmm» mormorò. «Va bene».
Nel frattempo, l'elettrocardiogramma era stato ultimato. Mentre
Margarida si vestiva, Cristina portò al cardiologo il lungo foglio uscito dal-
la macchina. Oliveira indossò nuovamente gli occhiali, esaminò la regi-
strazione grafica delle oscillazioni cardiache e, alla fine, ritenendo di di-
sporre ormai di tutti i dati di cui aveva bisogno, affrontò i genitori.
«Beh, gli esami sono simili ai precedenti» disse. «Non c'è stato un peg-
gioramento nella situazione del setto, ma la verità è che il difetto perma-
ne».
Constança non si mostrò pienamente soddisfatta del responso.
«Questo che significa, dottore? Dovrà essere operata o no?».
Il medico si tolse gli occhiali, assicurandosi che le lenti fossero pulite, e
li ripose per l'ultima volta nella tasca del camice. Si sporse in avanti, ap-
poggiandosi sui gomiti, e fissò la madre ansiosa.
«Penso di sì» sospirò. «Ma non c'è fretta».

La lezione era terminata da dieci minuti e Tomás, dopo l'abituale scam-


bio di opinioni con gli studenti che lo interpellavano alla fine della spiega-
zione, salì al suo ufficio al sesto piano. Aveva osservato discretamente Le-
na durante tutta quell'ora e mezza. La svedese si era seduta allo stesso po-
sto che aveva scelto una settimana prima, sempre attenta, i limpidi occhi
azzurri che lo scrutavano con intensità, la bocca socchiusa, come se pen-
desse dalle sue labbra. Indossava un aderente pullover rosso porpora che le
accentuava le formose curve e che contrastava con l'ampia gonna color
crema. Una tentazione, pensò il professore, considerandola ancora più at-
traente dell'immagine conservata nella sua memoria. Al termine della le-
zione, Tomás si sorprese turbato dal fatto che lei non lo avesse cercato
immediatamente, ma subito rimproverò se stesso per quei pensieri. Lena
era una studentessa e lui era il professore, lei era giovane e single, lui ave-
va trentacinque anni e una moglie; doveva usare il cervello e stare al pro-
prio posto. Scrollò la testa con un movimento rapido, come per scacciarla
via dalla mente, e prese il registro dal cassetto.
Tre colpi sulla porta richiamarono la sua attenzione verso l'entrata. La
porta si aprì e spuntò la bella testa bionda, sorridente.
«Posso, professore?».
«Ah, entri entri» disse, forse un po' troppo ansioso. «Come mai qui?».
La svedese attraversò l'ufficio con passo sinuoso, muovendo il corpo
come una gatta in amore. Sembrava una donna sicura di sé, consapevole
dell'effetto che provocava negli uomini. Prese una sedia e si avvicinò alla
scrivania di Tomás.
«Ho trovato molto interessante la lezione di oggi» sussurrò Lena.
«Ah sì? Meno male».
«Solo che non ho capito bene com'è avvenuto il passaggio dalla scrittura
ideografica a quella alfabetica...».
Si riferiva all'argomento della lezione di quella mattina, la nascita
dell'alfabeto.
«Bene, io direi che è stato un passo naturale, necessario per semplificare
le cose» spiegò Tomás, soddisfatto di poter far mostra delle sue conoscen-
ze e ansioso di impressionarla. «Badi bene, tanto la scrittura cuneiforme
quanto i geroglifici e i caratteri cinesi richiedono la memorizzazione di un
vasto numero di segni. Stiamo parlando di varie centinaia di immagini da
imparare a memoria. Ora, com'è evidente, ciò ne rende particolarmente
complicato l'apprendimento. L'alfabeto risolve il problema, dato che, inve-
ce di essere obbligati a memorizzare migliaia di caratteri, come nel caso
del cinese, o seicento geroglifici, come accadeva agli Egizi, è sufficiente
ricordare, al massimo, trenta simboli». Alzò le sopracciglia. «Vede? È per
questo che dico che l'alfabeto ha democratizzato la scrittura».
«E tutto ha avuto inizio con i Fenici...».
«Non è esattamente così, si sospetta che il primo alfabeto sia apparso in
Siria».
«Ma, professore, a lezione lei ha menzionato solo i Fenici!».
«Sì, perché l'alfabeto fenicio è il più antico fra quelli di cui abbiamo la
certezza che siano alfabeti. Si pensa sia un'evoluzione di alcuni segni cu-
neiformi, oppure della scrittura demotica dell'antico Egitto. Il fatto è che
questo alfabeto, composto esclusivamente da consonanti, si diffuse nel
Mediterraneo orientale grazie alle navigazioni dei Fenici, che erano validi
commercianti e viaggiavano ovunque. Fu così che l'alfabeto fenicio arrivò
in Grecia e, in questo modo, raggiunse anche noi. Ma fu davvero il primo
alfabeto?». Il professore assunse un'aria interrogativa. «È stata scoperta in
Siria, in un posto chiamato Ugarit, una scrittura cuneiforme del XIV seco-
lo a.C, dunque più antica di quella fenicia, che utilizzava solo ventidue se-
gni. E qui sta la questione. Una scrittura con così pochi segni difficilmente
può essere ideografica. Credo che sia stata questa la prima scrittura alfabe-
tica, ma il problema è che ad averla inventata non fu un popolo di viaggia-
tori. Di conseguenza, quell'innovazione non poté diffondersi, al contrario
di ciò che accadde con l'alfabeto fenicio, che viaggiò insieme con i suoi i-
deatori».
«Capisco» disse Lena. «E la Bibbia è stata scritta in fenicio?».
Tomás scoppiò in una sonora risata, che subito bloccò per paura di of-
fendere la ragazza.
«No, la Bibbia è stata scritta in ebraico e in aramaico». Aggrottò le so-
pracciglia. «Ma la sua domanda non è, a ben vedere, del tutto assurda, dato
che esiste, di fatto, un legame tra quelle lingue e il fenicio. Deve sapere
che in Siria, allora conosciuta come terra di Aram, è stato scoperto un alfa-
beto aramaico simile a quello utilizzato dai Fenici, cosa che lascia suppor-
re che le due scritture stiano in qualche relazione fra loro. Molti storici
credono che ci sia proprio il fenicio all'origine della scrittura ebraica, ara-
maica e araba, nonostante rimanga oscuro il modo in cui ciò sia potuto ac-
cadere».
«E il nostro alfabeto? Anche il nostro deriva da quello fenicio?».
«Indirettamente, sì. I Greci hanno preso alcune cose dai Fenici e inventa-
to le vocali a partire da alcune consonanti dell'aramaico e dell'ebraico. Per
esempio, le prime quattro lettere dell'alfabeto ebraico sono alef, bet, ghi-
mel, dalet alle quali corrispondono, in greco, alfa, beta, gamma e delta.
Com'è chiaro, questa somiglianza tra i due alfabeti non è una coincidenza,
sono collegati. D'altro canto consideri che, unendo le prime due lettere,
l'alfa e la beta, i Greci hanno coniato la parola "alfabeto". Successivamen-
te, l'alfabeto greco ha originato quello latino. L'alfa si è trasformata in a, la
beta in b, la gamma in c e la delta in d. E noi stiamo parlando portoghese
che, come sa, è una lingua romanza».
«Ma lo svedese non lo è».
«È vero, lo svedese è una lingua scandinava, della famiglia delle lingue
germaniche. Ma in realtà anche questa utilizza l'alfabeto latino, no?».
«E il russo?».
«Il russo usa il cirillico, che deriva ugualmente dal greco».
«Ma lei non l'ha spiegato nella lezione di oggi».
«Calma» sorrise Tomás, alzando il palmo della mano sinistra, come chi
ordina di fermare il traffico. «L'anno accademico non è ancora finito. Il
greco sarà il tema della prossima lezione. Diciamo che le sto anticipando
un po' l'argomento...».
Lena sospirò.
«Ah, professore!» esclamò. «Più che di anticipazioni sulle prossime, a-
vrei bisogno di recuperare le lezioni che ho perso».
«Allora mi dica. Cosa vuol sapere?».
«Come le ho già spiegato al telefono, a causa del ritardo nelle mie prati-
che Erasmus sono mancata alle prime lezioni. Ho dato uno sguardo agli
appunti di alcuni miei colleghi sulla scrittura cuneiforme della Sumeria, e
confesso di non averci capito nulla. Mi occorre un suo aiutino».
«Molto bene, quali sono esattamente i suoi dubbi?».
La svedese si chinò sulla scrivania, avvicinandosi alla testa di Tomás. Il
professore percepì la sua fragranza profumata e immaginò il seno florido,
pieno e sodo, al punto quasi di prorompere dal pullover. Si sforzò di domi-
nare quei pensieri, ripetendo a se stesso che lei era una studentessa e lui il
professore, lei giovane, lui un uomo di trentacinque anni, lei single, lui
sposato.
«Ha mai assaggiato del cibo svedese?» chiese Lena, addolcendo il tono
di voce.
«Cibo svedese? Ehm... sì, penso di averlo mangiato a Malmö, quando
sono stato là per via dell'inter-rail».
«E le è piaciuto?».
«Molto. Mi ricordo che era ben cucinato ma molto caro. Perché?».
Lei sorrise.
«Sa, professore, credo che non riuscirà a spiegarmi tutto in appena mez-
zora. Le andrebbe di pranzare a casa mia e aiutarmi a vedere le cose con
più calma, senza fretta?».
«Pranzare a casa sua?».
La proposta era giunta inaspettata e Tomás rimase disorientato. Non sa-
peva proprio come prendere quell'invito. Già sapeva che avrebbe provoca-
to un mucchio di problemi, prevedeva mille complicazioni, ma non c'era
dubbio che Lena fosse una ragazza gradevole. Lui si sentiva bene in sua
presenza e la tentazione era forte.
«Sì, le preparerò un piatto svedese che le farà venire l'acquolina in boc-
ca, vedrà».
Tomás esitò. Pensò che non poteva accettare. Andare a pranzo a casa di
una studentessa, e soprattutto di quella studentessa, era una mossa perico-
losa, non era fatto per simili avventure. Ma, d'altro canto, si chiese pure
quali sarebbero state le reali conseguenze nel caso avesse accettato l'invito.
Non stava esagerando un po'? In fin dei conti, si trattava solo di un pranzo
e di una ripetizione, niente di più. Che male c'era? Che problema ci poteva
essere nello stare una o due ore in casa della ragazza a parlarle di scrittura
cuneiforme? Che lui ne sapesse, nulla proibiva di dare lezioni a una stu-
dentessa sugli argomenti della propria disciplina. La differenza era che, in-
vece di stare in aula o in ufficio, sarebbe stato fuori della facoltà. E poi?
Qual era il problema? In definitiva, avrebbe solo aiutato una studentessa, il
suo sarebbe stato un puro esercizio didattico: non è questa, in fin dei conti,
la missione di ogni professore? D'altra parte, e pensandoci bene, sarebbe
stato anche piacevole. Che male c'era a passare un po' di tempo in compa-
gnia di una ragazza così carina? Non aveva forse diritto a rilassarsi un po-
co? Inoltre, pensò, sarebbe stata un'eccellente occasione per provare una
nuova cucina, la gastronomia scandinava aveva realmente un suo fascino.
Perché no?
«Va bene» assentì. «Pranziamo insieme».
Lena si abbandonò a un sorriso ammaliatore.
«Allora siamo d'accordo!» esclamò lei. «Le preparerò un piatto così
buono che implorerà per averne ancora. Facciamo domani?».
Tomás si ricordò che il giorno seguente doveva recarsi insieme a
Constança a scuola di Margarida. Aveva chiesto un incontro con la diret-
trice per cercare di risolvere il problema del sostegno per la figlia: mancare
era impensabile.
«Non è possibile» scrollò la testa. «Devo andare a... ehm... ho un appun-
tamento domani, non posso venire».
«E dopodomani?».
«Dopodomani? Venerdì? Hmm... sì, può andare».
«All'una?».
«All'una. Dov'è casa sua?».
Lena gli diede l'indirizzo e se ne andò, stampandogli sul viso due umidi
baci. Quando lei uscì, lasciando la deliziosa fragranza del suo profumo a
fluttuare nell'ufficio come una presenza fantasmagorica, Tomás guardò in
basso e si accorse, sorpreso ed eccitato, che i suoi fluidi avevano già reagi-
to, la chimica era in movimento, il corpo desiderava ciò che la mente re-
primeva. Sentì dal basso montare l'eccitazione.

Attraversarono il portone della scuola di São Julião da Barra in tarda


mattinata. Andarono a spiare Margarida in aula e, sbirciando dallo spira-
glio della porta socchiusa, la trovarono, seduta al suo banco, vicino alla fi-
nestra, in un atteggiamento molto educato. I genitori sapevano che aveva
fama di essere buona con i propri compagni: difendeva sempre i più debo-
li, aiutava quelli che si facevano male durante la ricreazione, non le impor-
tava perdere ai giochi che si disputavano a scuola e si offriva volontaria
per uscire dalla squadra quando c'erano giocatori in più. Arrivava persino a
far finta di niente ogni volta che qualche compagno scherzava sulla sua
condizione, e subito dimenticava l'affronto. Tomás e Constança la guarda-
rono a lungo dallo spiraglio, con ammirazione, quasi fosse una santa. Ma
era già l'ora della riunione e si videro costretti ad abbandonare la porta.
Accelerarono il passo, presentandosi all'ufficio della direttrice. Non dovet-
tero aspettare molto prima di essere invitati a entrare.
La responsabile della scuola era una donna sui quarant'anni, alta e ma-
gra, con i capelli tinti di biondo e un paio d'occhiali con la montatura arro-
tondata. Li accolse con modi cortesi, ma era evidente che aveva fretta.
«Ho un pranzo all'una» spiegò. «E una riunione di coordinamento peda-
gogico alle tre».
Tomás controllò l'orologio, che segnava mezzogiorno e dieci, avevano
dunque a disposizione cinquanta minuti; non vedeva proprio il motivo di
tanta ansia.
«Meno male che ha questa riunione di coordinamento» tagliò corto
Constança. «Perché quello che ci porta qui, ovviamente, ha a che vedere
proprio con questioni pedagogiche».
«Lo so molto bene» aggiunse la direttrice, per la quale l'argomento che
stavano per affrontare era diventato un vero incubo già dal precedente in-
contro, all'inizio dell'anno scolastico. «Presumo si tratti dell'insegnante di
sostegno».
«Naturalmente sì».
«Chiaro, questo è un guaio».
«Per lei non dubito che sia un guaio» esordì Constança. «Ma può cre-
dermi, per noi, e soprattutto per nostra figlia, è una tragedia». Puntò l'indi-
ce contro la direttrice. «Lei ha idea del male che la mancanza di un inse-
gnante di sostegno sta facendo a Margarida?».
«Signora mia, stiamo facendo il possibile...».
«State facendo poco».
«Non è vero».
«Invece sì» insistette. «Lei sa che è così».
«Perché non avete assunto un'altra volta il professor Correia?» chiese
Tomás, entrando nel discorso, anche per evitare che si trasformasse subito
in un incontro di pugilato verbale tra le due donne. «Stava facendo un ot-
timo lavoro».
Il tono rigido del colloquio precedente, quando, all'inizio delle lezioni,
erano stati informati che per quell'anno scolastico non ci sarebbe stato il
professor Correia ad aiutare Margarida, li aveva messi in guardia. Ma la
verità era che più la soluzione a quel problema tardava a venire e la regres-
sione scolastica della bambina diventava evidente, più il confronto si sa-
rebbe fatto duro.
«Avrei molto piacere di chiamare il professor Correia» disse la direttri-
ce. «Il problema è che, come già vi ho spiegato nell'ultima riunione, il Mi-
nistero ci ha tagliato i fondi, così non abbiamo soldi per assumere collabo-
ratori».
«Fandonie!» esclamò Constança. «Ci sono i soldi per tante cose e non ci
sono per un insegnante di sostegno?».
«No, non li abbiamo. Il nostro bilancio è stato ridotto».
«È a conoscenza del fatto che Margarida l'anno scorso sapeva leggere e
ora non ci riesce più?» domandò Tomás.
«Ehm, questo non lo sapevo».
«L'anno passato c'era il professor Correia a farle da sostegno e quest'an-
no niente, solo l'insegnante di ruolo normale». Indicò la porta, come se la
figlia li aspettasse dall'altra parte. «Il risultato è evidente».
«L'insegnante di ruolo, ovviamente, non ne sa nulla di insegnamento a
bambini con necessità particolari» aggiunse Constança.
La direttrice aprì i palmi delle mani, volgendoli verso la coppia, come se
chiedesse loro di calmarsi.
«Voi non mi state ascoltando» affermò. «Se fosse per me, avrei già as-
sunto il professor Correia. Il problema è che non ho il denaro. Il Ministero
ha tagliato le nostre risorse».
Constança si piegò sulla scrivania.
«Signora direttrice» disse, cercando di restare calma «la presenza di in-
segnanti di sostegno per seguire questi studenti speciali nelle scuole pub-
bliche è prevista dalla legge. Non è un nostro capriccio, non è un'esigenza
irragionevole, non è un favore che ci fa. È previsto dalla legge. L'unica co-
sa che chiediamo, io e mio marito, è che questa scuola rispetti la legge. Né
più né meno. Che rispetti la legge».
La direttrice sospirò e scrollò il capo.
«So cosa dice la legge. In questo Paese si approvano leggi molto belle,
ma non ci sono le condizioni per poterle applicare. A che serve una legge
che mi obbliga ad avere un insegnante di sostegno, se non dispongo del
denaro per assumerlo? Per quanto mi riguarda, i signori deputati possono
anche decidere... ehm... che ne so, che si viva in eterno. Ma non è che, se
esistesse una legge del genere, le persone potrebbero rispettarla. Sarebbe
solo un'assurdità. Lo stesso succede nel nostro caso. È stata creata una leg-
ge molto bella, molto giusta, molto umana, tuttavia, quando si tratta di tirar
fuori i soldi, non ce n'è per nessuno. Praticamente, la legge esiste solo per
dire che esiste, perché qualcuno si vanti di averla approvata. Niente di
più».
«Allora lei cosa suggerisce?» chiese Tomás. «Che le cose restino così
come sono? Che la nostra Margarida sia abbandonata in classe e non abbia
l'aiuto di un insegnante di sostegno? È così?».
«Sì» concordò Constança. «Cosa intende fare?».
La direttrice si tolse gli occhiali, inumidì le lenti con un soffio caldo e-
spirato dai polmoni e le strofinò con un piccolo panno arancione.
«Ho una proposta da farvi».
«Ci dica».
«Come vi ho già detto, non abbiamo risorse per assumere il professor
Correia. Dato questo ostacolo, la mia idea è di mettere la professoressa
Adelaide a disposizione di Margarida».
«La professoressa Adelaide?» si meravigliò Constança.
«Sì».
«Ma non ha nessuna competenza riguardo all'insegnamento di soste-
gno».
«Signora mia, si fa quel che si può».
«Le pongo la domanda. La professoressa Adelaide ne sa qualcosa
dell'insegnamento a bambini con necessità particolari?».
La direttrice si alzò dalla scrivania.
«Credo sia meglio chiamarla» ribatté, dirigendosi verso la porta ed evi-
tando di rispondere direttamente alla domanda che le era stata rivolta, det-
taglio che non passò inosservato. Aprì e sbirciò fuori. «Marília, mi chiami
la professoressa Adelaide, per piacere».
Tornò a sedersi, concluse la pulizia delle lenti e indossò gli occhiali.
Tomás e Constança si guardarono l'un l'altra, preoccupati. Si sentivano en-
trambi determinati a lottare fino alla fine per il diritto della figlia ad avere
un sostegno pedagogico da parte di un insegnante specializzato, che capis-
se i suoi limiti e il modo migliore per superarli. Erano convinti che
Margarida fosse in grado di fare progressi come tutti gli altri bambini. Tut-
tavia, essendo molto più lenta nell'apprendimento, le occorreva un aiuto in
più, soltanto questo.
«Posso entrare?».
Era la professoressa Adelaide, una donna forte, ben piazzata, con un'aria
materna e bonaria. Sembrava una di quelle mamme di campagna, rosee,
paffute, protettive, sempre con una nidiata di figli intorno. Si salutarono e
l'ultima arrivata si sedette vicino alla coppia.
«Adelaide» iniziò a dire la direttrice, «Come sa, quest'anno siamo a cor-
to di finanze per assumere il professor Correia, che aiutava Margarida.
L'altro giorno ho parlato con lei del problema e mi ricordo che si è offerta
volontaria per occuparsi del sostegno».
Adelaide assentì con la testa.
«Sì. Come le ho spiegato, anch'io sono preoccupata per la situazione in
cui si trovano Margarida e Hugo». Hugo era un altro bambino affetto da
Trisomia 21 che ugualmente frequentava quella scuola. «Visto che il pro-
fessor Correia non può venire, sono a completa disposizione per aiutare
questi alunni».
«Ma, professoressa Adelaide» la interruppe Constança «lei ha qualche
competenza nel campo dell'insegnamento di sostegno?».
«No».
«Ha mai seguito bambini affetti da sindrome di Down?».
«No. Senta, io mi sto solo offrendo per trovare una soluzione».
«Pensa che, con lei, Margarida potrà migliorare in modo significativo?».
«Penso di sì. Farò del mio meglio».
Tomás si agitò sulla sedia.
«Con il dovuto rispetto per la sua buona volontà, mi permetta di dirle
una cosa. Margarida non ha bisogno di lezioni che, senza aiutarla davvero
a migliorare, servano soltanto a dire che è seguita. Le lezioni non sono fini
a se stesse, sono un mezzo per arrivare a uno scopo, e lo scopo non è che
la bambina abbia un insegnante, ma che apprenda. Che se ne fa delle sue
lezioni se, alla fine, continua a non sapere nulla?».
«Beh, io spero che impari qualche cosa».
«Tuttavia, basandomi su quello che le ho sentito dire adesso, lei non ha
la minima idea di ciò che è necessario sapere per insegnare a una bambina
come questa. Non ha conseguito nessuna specializzazione in materia e non
ha mai fatto lezione a soggetti affetti da Trisomia 21. Non so se ne è al
corrente, ma un insegnante di sostegno non è proprio un professore nell'ac-
cezione generale del termine. È più una via di mezzo tra un allenatore e un
fisioterapista, è qualcuno che pretende dal bambino, che lo prepara, che lo
porta al limite. Con tutta la buona volontà, le dico francamente che non
vedo in lei le caratteristiche di una professoressa pronta a questo compito».
«Riconosco che forse non ho la competenza necessaria per...».
«Vedremo» tagliò corto la direttrice, alla quale non piaceva il verso che
stava prendendo la conversazione. «Le cose sono quelle che sono. Non
possiamo avere il professor Correia. La professoressa Adelaide è disponi-
bile. Siamo tutti d'accordo che lei non sia una specialista dell'insegnamento
di sostegno. Ma, che lo vogliamo o no, è l'unica cosa che abbiamo. Non è
la soluzione perfetta, ma è una soluzione possibile».
Tomás e Constança incrociarono gli sguardi, irritati.
«Signora direttrice» borbottò lui «quella che lei ci sta presentando non è
una soluzione per Margarida, è una soluzione per il suo personale proble-
ma». Sottolineò la parola suo. «Vuole sbrigare la questione, non risolverla
veramente. Ma vedremo. A nostra figlia occorre un insegnante di sostegno.
Ripeto, un insegnante di sostegno». Quasi sillabò quelle parole. «Nostra
figlia non ha bisogno di lezioni, ha bisogno di imparare. La professoressa
Adelaide non è la soluzione».
«È quella che abbiamo».
«È la soluzione per il suo problema, non per quello di Margarida».
«Non c'è altra soluzione» concluse la direttrice con un gesto perentorio,
definitivo. «L'insegnante di sostegno sarà la professoressa Adelaide».
«Non può essere».
«Sarà così».
«Scusi, ma non lo accettiamo».
«Come non lo accettate?».
«Non lo accettiamo. Pretendiamo un insegnante specializzato nell'inse-
gnamento di sostegno, com'è previsto dalla legge».
«Dimentichi la legge. Non ci sono i soldi per assumerne uno».
«Li trovi».
«Ascolti bene quello che le dico: non ci sono i soldi. Se ne occuperà la
professoressa Adelaide».
«Già gliel'ho detto. Non siamo d'accordo».
La direttrice strizzò gli occhi fissando la coppia davanti a sé. Fece una
pausa e sospirò pesantemente, come se stesse prendendo la decisione fina-
le.
«Allora dovrete dichiarare per iscritto che non accettate le lezioni di so-
stegno».
«Non credo proprio».
«Cosa sta dicendo?».
«Che non dichiariamo nulla».
«E perché?».
«Perché non è la verità. Noi vogliamo l'insegnante di sostegno, chiaro
che lo vogliamo. Ma dev'essere una persona adeguatamente preparata. Ciò
che non accettiamo, e questo siamo anche disposti a metterlo per iscritto, è
una professoressa che, per quanto si sforzi, non è comunque all'altezza di
dare appoggio a bambini con necessità particolari».
La riunione terminò senza una soluzione. La direttrice si congedò in
modo secco, frustrata dalla situazione difficile e senza via d'uscita, mentre
la coppia abbandonò la scuola con l'impressione che lì non avrebbero risol-
to nulla. Fu chiaro a Tomás e a Constança che non potevano contare sulla
scuola pubblica. Dovevano assumere personalmente un insegnante di so-
stegno ma il problema, come per tante cose nella vita, era che non avevano
abbastanza soldi.

Tomás guardò il palazzo di cui si era annotato il nome sul bloc-notes.


Quell'antico edificio, in cima a Via Latino Coelho, aveva chiaramente bi-
sogno di un restauro urgente. Arrivato all'entrata, notò che la porta era soc-
chiusa. Tomás la spinse e si trovò in una hall decorata con azulejos azzurri
rovinati, alcuni spaccati, altri sbiaditi dal tempo. La luce della via era l'uni-
ca illuminazione. Essa sprizzava dalla porta e invadeva il piccolo atrio con
fulgore, disegnando sul pavimento geometrie luminose oltre le quali re-
gnava la penombra. Tomás fece tre passi e, tuffandosi nell'oscurità, salì le
scale di legno. Ogni scalino scricchiolava sotto il peso del suo corpo, come
se protestasse contro l'intrusione che veniva a interrompere un indolente
riposo. L'edificio emanava l'odore caratteristico dei materiali vecchi,
quell'odore di muffa e umidità trattenuta dal pavimento di legno e dalle pa-
reti, che era diventato il marchio fetido dei palazzi antichi di Lisbona.
Raggiunse il secondo piano e controllò il numero della porta; stava cer-
cando l'interno due e quella si rivelò la porta giusta. Premette il pulsante
nero sulla parete e un din-don tranquillo risuonò all'interno dell'apparta-
mento. Sentì dei passi, il rumore metallico della spranga che scivolava e la
porta si aprì.
«Hej!» salutò Lena, dandogli il benvenuto. «Välkommen».
Tomás rimase per un lungo secondo imbambolato nella penombra, in-
chiodato sulla porta ad ammirare la padrona di casa. La svedese gli si pre-
sentò con una camicia di seta celeste, estiva, molto aderente. La scollatura
era infinitamente profonda, rivelando quasi del tutto i seni, immensi e vo-
luttuosi, separati da un profondo solco. Solo i capezzoli restavano coperti,
e tuttavia era possibile immaginarli attraverso la sagoma che scolpivano
nella seta, come bottoni nascosti. Una minigonna bianca, con un nodo gial-
lo laterale che serviva da cintura, metteva in mostra le sue gambe lunghe e
ben fatte, mentre i sandali neri a tacco alto che aveva ai piedi accentuavano
le sensuali curve del suo corpo.
«Salve» disse alla fine. «Oggi è... molto carina».
«Lo pensa davvero?» sorrise la ragazza. «Grazie, è troppo gentile». Gli
fece cenno di entrare. «Sa, in confronto alla Svezia, l'inverno in Portogallo
sembra estate. Siccome soffro il caldo, mi sono messa più leggera. Spero
non le dispiaccia».
Tomás oltrepassò la porta ed entrò nell'appartamento.
«No. Assolutamente» disse, cercando di mascherare il rossore che gli
aveva colorato le guance. «Ha fatto bene. Molto bene».
L'appartamento era riscaldato, in stridente contrasto con la temperatura
dell'esterno. Il pavimento era di legno antico, con grandi tavole verniciate
inchiodate a terra. Alle pareti erano appesi vecchi quadri, austeri e dipinti
male. Là dentro non c'era odore di muffa; al contrario, nell'aria aleggiava
un gradevole profumo di cibo sui fornelli.
«Vuole darmi il cappotto?» gli domandò lei, stendendo il braccio verso
Tomás.
Il professore si tolse il cappotto e glielo consegnò. Lena lo appese a un
attaccapanni vicino all'ingresso e accompagnò il suo invitato attraverso il
lungo corridoio dell'appartamento. Si vedevano due porte chiuse sulla sini-
stra e in fondo la cucina. Accanto ad essa, si apriva un'altra porta, l'entrata
del salone, dove la tavola era apparecchiata per due persone.
«Come ha trovato questo appartamento?» volle sapere, sbirciando dalla
porta.
Mobili antichi, di quercia e noce, decoravano la stanza in modo sempli-
ce. C'erano due divani, consunti e austeri, un televisore su un tavolinetto e
un mobile a muro su cui erano esposti vecchi pezzi di porcellana. La luce
del giorno, fredda e diffusa, irrompeva da due alte finestre, entrambe rivol-
te verso un cortile interno su cui si affacciavano vari appartamenti.
«L'ho affittato».
«Sì, ma come ha saputo della sua esistenza?».
«Sono stata all'UIRE».
«UIRE? E che cos'è?».
«È l'Ufficio Informazioni e Relazioni Esterne della facoltà. È dove ci
danno un appoggio logistico. Quando sono arrivata, sono andata a vedere
se c'era qualcosa da affittare e ho trovato questo appartamento. È pittore-
sco, vero?».
«Sì, veramente pittoresco» commentò Tomás. «Chi è il padrone?».
«È una signora anziana che vive al primo piano. Questa casa era di un
suo fratello, che è morto lo scorso anno. Ha deciso di affittarla a stranieri,
secondo lei sono gli unici clienti a dare la certezza di andarsene definiti-
vamente dopo un po' di tempo».
«È furba la vecchia».
Lena entrò in cucina, sbirciò nella pentola sul fuoco, girò il cibo con una
mestola, annusò il vapore che usciva e sorrise al professore.
«È venuto bene». Uscì dalla cucina e condusse Tomás in sala. «Si metta
comodo» disse, indicando il sofà. «Il pranzo sarà pronto a momenti».
Tomás s'accomodò sul sofà e la ragazza sedette al suo fianco, mettendosi
comodamente a gambe incrociate. Cercando di mantenersi occupato, e di
non far calare un imbarazzante silenzio, il professore aprì la ventiquattrore
e tirò fuori alcuni documenti.
«Ho portato alcuni appunti sulla scrittura cuneiforme sumera e accadica»
spiegò Tomás. «Troverà particolarmente interessante l'uso dei determinati-
vi».
«Determinativi?».
«Sì» disse «sono conosciuti anche come indicatori semantici». Indicò al-
cuni disegni cuneiformi scarabocchiati sugli appunti. «Vede? Questo è un
esempio di parola che può essere usata come indicatore semantico. Nel ca-
so specifico, è il termine gis, cioè legno, che è utilizzato con i nomi di al-
beri e di oggetti in legno. La funzione degli indicatori semantici è quella di
ridurre l'ambiguità dei simboli. Qui il determinativo gis, quando si trova
davanti a...».
«Oh, professore!» lo interruppe Lena, assumendo un'aria di supplica.
«Non possiamo parlarne dopo pranzo?».
«Ehm... sì, certo» si meravigliò Tomás. «Pensavo ne volesse approfittare
per avvantaggiarsi con la spiegazione».
«Non a stomaco vuoto» sorrise la svedese. «Nutri bene il tuo servo e la
tua mucca darà più latte».
«Come?».
«È un proverbio svedese. In questo contesto significa che la mia testa
renderà di più a stomaco pieno».
«Ah» comprese il professore. «Mi sembra di capire che le piacciono
molto i proverbi».
«Li adoro. Racchiudono lezioni di profonda saggezza, non trova?».
«Sì, forse».
«Ah, per me sì!» esclamò con tono perentorio. «In Svezia diciamo che i
proverbi rivelano i pensieri della gente». Inarcò le sopracciglia. «I porto-
ghesi ne hanno tanti?».
«Alcuni».
«Me li insegna?».
Tomás scoppiò a ridere.
«Ma, insomma, cosa vuole che le insegni?» domandò. «La scrittura cu-
neiforme o i proverbi portoghesi?».
«Perchè non entrambi?».
«Ma ci vorrebbe molto tempo...».
«Non importa. Abbiamo tutto il pomeriggio, giusto?».
«A quanto pare ha sempre la risposta pronta».
«La spada delle donne è nella loro bocca» disse Lena. «È un altro pro-
verbio svedese». Gli lanciò un'occhiata maliziosa. «E guardi che, nel mio
caso, ha un doppio senso».
Tomás, imbarazzato e senza sapere cosa dire, alzò le mani.
«Mi arrendo».
«Fa bene» replicò la ragazza, appoggiandosi di nuovo al sofà. «Mi dica,
professore, lei è di Lisbona?».
«No, sono nato a Castelo Branco».
«E quando si è trasferito?».
«Da giovane. Sono venuto a studiare Storia in facoltà».
«Quale facoltà?».
«La nostra».
«Ah» disse Lena. Lo fissò con i suoi occhi azzurri, scrutandolo attenta-
mente. «Si è mai sposato?».
Per alcuni istanti Tomás non seppe cosa rispondere. Esitò per una fra-
zione di tempo un po' troppo lunga, diviso tra la bugia, che sarebbe stata
facilmente smascherata, e la verità, che avrebbe irrimediabilmente allonta-
nato la ragazza. Finì per abbassare lo sguardo e per sentire se stesso am-
mettere:
«Sì, sono sposato».
Ebbe paura della reazione della svedese. Ma Lena, con grande sorpresa
di Tomás, non sembrò infastidita.
«Non mi meraviglia!» esclamò lei «Un uomo così bello...».
Tomás arrossì.
«Beh... uhm...».
«Le piace?».
«Chi?».
«Sua moglie, ovvio. Le piace?».
Ora aveva l'opportunità di rifarsi.
«Quando ci siamo sposati mi piaceva, senza dubbio. Ma sa, con il tempo
ci siamo allontanati. Oggi siamo amici, questo è poco ma sicuro, ma in re-
altà non si può dire che ci sia amore».
La scrutò, cercando di capire la sua reazione; a Tomás sembrò che fosse
soddisfatta della risposta e si sentì sollevato.
«In Svezia diciamo che una vita senza amore è come un anno senza esta-
te» commentò la ragazza. «Non è d'accordo?».
«Sì, certo».
Inaspettatamente Lena sbarrò gli occhi e si portò la mano alla bocca. Si
alzò di scatto, con l'aria allarmata e un'espressione apprensiva in volto.
«Ah!» gridò. «Mi sono dimenticata! La pentola sul fuoco!».
Scappò come il vento in cucina. Da lontano, Tomás sentì il rumore del
cibo sui fornelli, mentre Lena mescolava il contenuto della pentola, la-
sciandosi sfuggire esclamazioni smorzate.
«Tutto bene?» domandò, allungando il collo verso la porta.
«Sì» fu la risposta gridata dalla svedese. «È pronto. Può accomodarsi a
tavola».
Tomás non le diede retta. Al contrario, andò a spiare sulla porta della
cucina. Vide Lena prendere una pentola calda con un panno, versare della
zuppa in una larga terrina di porcellana antica, come quella dei piatti messi
a tavola.
«Serve aiuto?».
«No, va tutto bene. Vada pure a sedersi».
Il professore la guardò, esitante, indeciso se dovesse assecondarla o fos-
se meglio insistere. Ma l'espressione risoluta della svedese lo convinse a
obbedire. Tornò in sala e prese posto a tavola.
Un istante dopo, Lena entrò portando la zuppiera fumante. L'appoggiò
pesantemente e sospirò per la fatica.
«Puff! Ecco qua!» esclamò lei, sollevata. «Si mangia».
Tirò via il coperchio dalla terrina e servì Tomás con un cucchiaio da ta-
vola. Poi fu il suo turno. Il professore osservò attentamente il piatto con a-
ria diffidente. Era una zuppa bianca, con in mezzo alcuni pezzi solidi, e un
buon aroma, succulento.
«Che cos'è?».
«Zuppa di pesce».
«Zuppa di pesce?».
«L'assaggi. È buona».
«È diversa dalle nostre. È una ricetta svedese?».
«Combinazione, no. È norvegese».
Tomás ne prese un po'. La zuppa era lattea e cremosa, con un intenso e
aspro sapore di mare.
«Hmm, è buona» concordò lui, gustando il nettare marino. Fece un leg-
gero inchino con la testa verso la padrona di casa. «Complimenti, lei è una
brava cuoca».
«Grazie».
«Che pesce ci ha messo?».
«Beh, diversi. Ma non so il loro nome in portoghese».
«Anche il piatto principale sarà di pesce?».
«È questo il piatto principale».
«Come? Questa è una zuppa...».
«La zuppa di pesce norvegese è un piatto molto sostanzioso. Vedrà,
quando avrà finito di mangiare si sentirà sazio».
Tomás mangiò un pezzo di pesce, gli sembrò una abrótea29, insaporito
dal liquido latteo della zuppa.
«Perché è bianca?» si meravigliò lui. «Non si prepara con l'acqua?».
«Ci si mette sia acqua che latte».
«Latte?».
«Sì» disse la ragazza. Smise di mangiare e lo fissò con un'espressione
insinuante. «Sa qual è la mia più grande fantasia di cuoca?».
«Eh?».
«Se fossi sposata e avessi un figlio, mi piacerebbe preparare una zuppa
di pesce con il latte delle mie mammelle».
Per poco Tomás non si strozzò con la zuppa.
«Come?».
«Voglio fare una zuppa di pesce con il latte delle mie mammelle» ripeté
lei, come se stesse dicendo la cosa più naturale del mondo. Si posò la ma-
no sul seno sinistro e lo strinse finché il capezzolo non spuntò dal bordo
della scollatura. «Le piacerebbe provare?».
Tomás sentì crescere dentro l'eccitazione. Incapace di dire una parola e
con la gola secca, fece cenno di sì con la testa. Al che Lena tirò fuori il se-
no dalla camicia di seta azzurra. Era latteo come la zuppa, il capezzolo,
grande, rosa chiaro, aveva la punta dritta e dura come una tettarella. La
svedese si alzò e si avvicinò al professore; in piedi al suo fianco, gli acco-
stò il seno alla bocca.
Tomás non resistette.
L'afferrò per la vita e iniziò a succhiarle il capezzolo sporgente. Il seno
era caldo e turgido, così grande che vi affondò la faccia. Se ne riempì le
mani e lo palpò come fosse un cuscino. Desiderava sentirne il gusto e la
morbidezza, rapito dall'impulso della lussuria. Lena gli slacciò la cintura,
gli sbottonò i pantaloni e, dopo aver aperto la cerniera, glieli abbassò con
un rapido movimento. Privato dei seni, fu subito ricompensato: la ragazza
s'inginocchiò ai piedi della sedia, s'inchinò sul grembo di lui e si riempì la
bocca. Tomás gemette e perse quel po' d'autocontrollo che ancora gli era
rimasto.

VI

La Porta Sud del Monastero dei Geronimiti, in realtà composta da due


pesanti porte di legno, era chiusa ai visitatori. L'ingresso del portico, con la
sua spettacolare merlettatura di pietra calcarea bianca, in stile gotico im-
preziosito da elementi platereschi e rinascimentali, rappresentava una delle
parti più belle della sfarzosa facciata del grande monastero cinquecentesco.
Scene religiose e secolari, scolpite nella pietra con particolare ricchezza di
dettagli, decoravano i due archi che sormontavano le porte. Queste erano
dominate da una statua dell'infante Don Henrique in prossimità del pilastro
centrale, e ornate da numerose ed esili colonne, ricche di statue e rilievi in-
trecciati, che s'innalzavano verso il grigio cielo mattutino
Tomás fiancheggiò l'intera facciata sud dell'edificio, di pietra bianca ap-
pena venata, qua e là, da macchie di sporco marroni e grigiastre; sulla torre
campanaria spiccava una cupola mitrata d'influenza bizantina. Girò l'ango-
lo e deviò per la porta assiale, a ovest; era quella l'entrata principale ma,
per la sua posizione, incassata in una stretta galilea e all'ombra di una bas-
sa volta che oscurava la sua ricca merlatura in stile rinascimentale, non le
veniva attribuita la giusta importanza. Attraversò il passaggio ed entrò
nell'immensa Chiesa di Santa Maria. I suoi occhi furono immediatamente
attratti dal firmamento del santuario: una monumentale volta sorretta da e-
sili pilastri ottagonali, di pietra riccamente lavorata, che in alto si aprivano
simili a gigantesche palme, le cui foglie sostenevano la cupola e s'intrec-
ciavano in una geometrica rete di nervature.
Nelson Moliarti, preso ad ammirare le vetrate, si accorse del nuovo arri-
vato e lo raggiunse nel deambulatorio, mentre i passi riecheggiavano per il
santuario quasi deserto.
«Salve, Tom» lo salutò. «Come va?».
Tomás gli strinse la mano.
«Salve, Nelson».
«Questo è un monumento incredibile, non trova?» chiese, accompa-
gnando la domanda con un ampio gesto della mano, come a mostrare ciò
che aveva intorno. «Ogni volta che vengo a Lisbona faccio un salto qui.
Non c'è opera più bella per commemorare le Scoperte e l'inizio della glo-
balizzazione». Lo invitò ad avvicinarsi a uno dei pilastri ottagonali e indi-
cò alcuni rilievi in pietra. «Vede li? È una corda da marinaio. I suoi ante-
nati hanno scolpito una corda da marinaio in una chiesa!». Poi richiamò
l'attenzione su un altro punto. «E lì ci sono pesci, carciofi, piante tropicali,
e persino foglie di tè».
Tomás sorrise dell'entusiasmo dell'americano.
«Nelson, conosco bene il Monastero dei Geronimiti. I temi marini scol-
piti nella pietra rendono questo stile, chiamato manuelino, una cosa unica
nell'architettura mondiale».
«Ha ragione» concordò Moliarti. «Una cosa unica».
«Sa come venne finanziato l'edificio? Con una tassa sulle spezie, sulle
pietre preziose e sull'oro che le caravelle portarono da tutto il mondo».
«Ah sì?».
«La chiamavano il "denaro del pepe"».
«Ma pensa un po'» commentò l'americano, guardandosi intorno. «E chi
fece costruire il monastero? Henrique il Navigatore?».
«No, il monastero è successivo. Corrisponde all'apoteosi delle Scoper-
te».
«Ma non fu raggiunta con Henrique?».
«Certo che no, Nelson. In effetti, Henrique fu colui che progettò tutto,
nel XV secolo. Ma le Scoperte raggiunsero il loro apice a cavallo fra il XV
e il XVI secolo, sotto i regni di Don João II e Don Manuel. Il Monastero
dei Geronimiti fu fatto costruire da Don Manuel alla fine del XV secolo».
Con un ampio movimento del braccio, descrisse l'ambiente intorno a sé.
«Sa, il luogo dove ci troviamo era anticamente una chiesetta retta dai cava-
lieri dell'Ordine Militare di Cristo, e fu qui che Vasco da Gama venne a
pregare prima di partire per l'India, nel 1497. Don Manuel nutriva allora il
sogno di essere il re di tutta la Penisola Iberica. Stabilì la capitale a Lisbo-
na, e fece di tutto per diventare l'erede della Corona di Castiglia e Arago-
na. Per raggiungere quest'obiettivo, aveva un piano che consisteva nell'in-
graziarsi i Re Cattolici. Sposò due figlie dei sovrani di Castiglia e Arago-
na. Per compiacerli, espulse gli ebrei dal Portogallo e commissionò questo
monastero, consegnandolo non all'Ordine di Cristo, come sarebbe stato na-
turale, ma all'Ordine dei Geronimiti, i monaci confessori di Isabella la Cat-
tolica. L'ambizione di Don Manuel stava quasi per essere premiata, quando
nel 1498 fu consacrato erede dei Re Cattolici, ma il progetto, com'è evi-
dente, non portò a nulla».
Passeggiarono e si fermarono ad ammirare la tomba di Vasco da Gama,
alla sinistra del portale d'ingresso. Una statua di marmo rosa a grandezza
naturale, distesa con le mani rivolte verso l'alto, in segno di preghiera, fra
motivi di corda, sfere armillari, caravelle, una croce dell'Ordine di Cristo e
simboli marini, indicava il sarcofago del grande navigatore. Sul lato oppo-
sto si trovava il sepolcro di Luís de Camões. Il celebre poeta epico delle
Scoperte era ugualmente rappresentato da una statua sdraiata sul sarcofa-
go, con le mani giunte in preghiera e una corona d'alloro sul capo adagiato
sopra un cuscino di pietra.
«Sono sepolti proprio qui?» domandò Moliarti, con lo sguardo rapito dal
sarcofago scolpito di Vasco da Gama.
«Chi?».
«Vasco da Gama e Camões».
Tomás si mise a ridere.
«È quello che diciamo ai turisti».
«Ma è vero o no?».
«Mettiamola così» disse il portoghese, posando la mano sulla tomba del
grande navigatore «le spoglie contenute in questo sarcofago quasi sicura-
mente sono di Vasco da Gama». Poi indicò l'altro lato. «I resti deposti in
quel sarcofago, quasi sicuramente non sono di Camões. Ma le guide vanno
raccontando lo stesso ai turisti che il poeta è sepolto proprio lì. Sembra che
a loro piaccia e molti ne approfittano per comprare subito I Lusiadi».
Moliarti scrollò la testa.
«Ma questo non è onesto».
«Oh, Nelson, non siamo ingenui. Come si fa ad avere la certezza che le
spoglie di una persona morta cinquecento anni fa appartengano proprio a
quella determinata persona? Che io sappia, ancora non esisteva l'esame del
DNA, pertanto non c'è modo di avere garanzie».
«Proprio così...».
«È mai stato a Siviglia a vedere la tomba di Colombo?».
«Sì».
«Ed è certo che lì ci sia proprio Colombo?».
«Beh, è quello che dicono, no?».
«Ma se io le dicessi che è una cavolata, e che le spoglie che si trovano a
Siviglia, forse, non sono quelle di Colombo?».
L'americano lo guardò con aria interrogativa.
«Davvero?».
Tomás sostenne lo sguardo e scrollò la testa.
«C'è chi sostiene di no».
Moliarti alzò le spalle.
«Who cares?».
«Appunto. Qual è il problema? Ciò che importa è il valore simbolico.
Magari Colombo non è sepolto lì, ma quel corpo rappresenta comunque
Colombo. È un po' come la tomba del Milite Ignoto, che potrebbe essere di
chiunque, persino di un disertore o di un traditore, ma rappresenta pur
sempre il simbolo di tutti i soldati».
Una crescente moltitudine iniziò ad affluire dalla porta principale, in un
mormorio nervoso ed eccitato: erano turisti spagnoli appena scesi da un
autobus che si sparpagliavano per il santuario come formiche affamate,
con al collo macchina fotografica e in mano pastéis de nata30. L'invasione
spagnola, con il suo schiamazzo disordinato e caotico, sebbene rispettoso,
turbò i due storici, interessati a trovare un angolo più tranquillo per parlare.
«Venga» suggerì Moliarti, facendogli cenno con la mano «andiamo a di-
scutere là dentro».
Uscirono dalla chiesa passando dalla porta assiale, in fuga dai turisti. Gi-
rarono a destra, comprarono due biglietti e, attraversati i corti corridoi in-
terni, videro finalmente il Chiostro Reale aprirsi davanti ai loro occhi. Un
piccolo giardino paesaggistico alla francese disegnava il fulcro dell'intera
struttura; era semplice, senza fiori, con appena un manto erboso tagliato a
figure geometriche intorno a un piccolo lago circolare. Tutto il patio cen-
trale, costituito dal pratino e dal lago, era circondato dagli archi e dalle ba-
laustre che limitavano i due piani a volta dei corridoi del monastero. Per
ogni lato si vedevano quattro trabeazioni con le estremità tagliate obliqua-
mente. I visitatori girarono a sinistra nella galleria inferiore, camminando
nell'ombra. Osservarono la merlettatura incisa nella pietra delle pareti dei
corridoi, restando ammirati dalla ricchezza dei dettagli scolpiti in rilievo.
Ovunque si notavano simboli religiosi, croci dell'Ordine Militare di Cristo,
sfere armillari, scudi ed emblemi, corde scolpite, forme intrecciate, piante,
spighe di grano, uccelli, animali fantastici, lucertole, draghi marini. Tra la
fauna e la flora esotica apparivano medaglioni con busti di foggia romana,
qua si riconosceva il profilo di Vasco da Gama, là quello di Pedro Alvares
Cabral.
«Questo chiostro è straordinario» commentò Moliarti.
«Sfarzoso» concordò Tomás. «Fra i più belli al mondo».
Girovagarono senza una meta per il pian terreno, ammirando gli archi.
Questi erano divisi in due da colonnine squamate e a tortiglione. I pilastri
esterni esibivano un'ornamentazione piatta e delicata, mentre l'arco interno
si distingueva per la decorazione manuelina, complessa e merlettata.
Camminarono distrattamente lungo la galleria, finché l'americano si dimo-
strò attratto dai simboli scolpiti nella pietra. Poi guardò Tomás.
«Allora, Tom? Ha delle risposte per me?».
Il portoghese scrollò le spalle.
«Non so se ho risposte o piuttosto domande».
Moliarti fece uno schiocco con la lingua, dispiaciuto.
«Tom, le ore scorrono e non abbiamo tempo da perdere. Sono passate
già due settimane da quando lei è stato a New York, e una da quando è
tornato a Lisbona. Abbiamo bisogno di risposte a breve».
Tomás s'avvicinò alla fontana del chiostro, sormontata da un leone scol-
pito, seduto con le zampe anteriori alzate. Dalla bocca dell'animale, simbo-
lo araldico di San Jerónimo, sgorgava un flusso d'acqua, in un gorgogliare
liquido, continuo, riposante. Passò la mano nell'acqua fresca e cristallina,
ma non prestò attenzione alla statua: aveva cose più importanti cui pensa-
re.
«Guardi, Nelson, non so se quello di cui dispongo le piacerà, ma è quan-
to si deduce dall'enigma che ci ha lasciato il professor Toscano».
«Ha già decifrato quel messaggio?» chiese Moliarti.
Tomás sedette su una delle panchine in pietra della galleria, in prossimi-
tà degli archi, con le spalle rivolte verso il cortile, davanti al massiccio
blocco di marmo che indicava la tomba di Fernando Pessoa. Aprì la venti-
quattrore.
«Sì» rispose. Iniziò a tirar fuori i documenti, cercando un foglio in parti-
colare. Lo trovò e lo mostrò all'americano, che si sedette al suo fianco.
«Vede questo?».
Indicò alcune parole scritte a mano in maiuscolo.
Moliarti lesse la prima riga. «Moloc». Poi la seconda. «Ninundia oma-
stoos».
«Questa è una copia della sciarada lasciata da Toscano» spiegò Tomás.
«Sono stato giorni a scervellarmi, a chiedermi se fosse un codice o, even-
tualmente, una cifra di sostituzione, nonostante quest'ultima mi sembrasse
l'ipotesi meno probabile. Invece si tratta proprio di una cifra di trasposizio-
ne». Guardò Moliarti. «Un anagramma. Sa cos'è un anagramma?».
L'americano accennò una smorfia con la bocca.
«No».
«L'anagramma è una parola o una frase formata a partire da una diversa
disposizione delle lettere della parola o della frase. Per esempio, santos è
l'anagramma di tansos31. Entrambi i termini utilizzano le stesse lettere ma
in un ordine differente. Capisce?».
«Ah» assentì Moliarti. «Vale la stessa cosa per l'inglese?».
«Certo, per tutte le lingue con scrittura alfabetica» spiegò Tomás. «Il
principio è sempre lo stesso».
«Non conosco neanche un caso».
«Certo che ne conosce. Ci sono anagrammi famosi in inglese. Pensi a
Elvis, anagramma di lives, o a funeral, anagramma di real fun».
«Divertente» commentò Moliarti senza sorridere. «Ma questo che c'entra
con le ricerche del professor Toscano?».
«Il professore ci ha lasciato come indizio proprio un anagramma, uno
piuttosto semplice nella prima riga, di quelli in cui la prima lettera diventa
l'ultima, la seconda lettera corrisponde alla penultima e così via, come in
uno specchio». Tornò a mostrare la fotocopia del messaggio cifrato. «Ve-
de? Moloc deve leggersi Colom. Al contrario, Ninundia omastoos è un a-
nagramma più complesso, la cui decifrazione implica una linea di lettura
incrociata. Mettendo nel giusto ordine la sequenza, si ottiene nomina sunt
odiosa».
«La frase del Romano».
«Cicerone».
«Che significa?».
«Come le ho già spiegato, nomina sunt odiosa significa fare nomi è i-
nopportuno».
«E Colom?».
«È un nome».
«Inopportuno?».
«Sì».
«E chi sarebbe?».
«Cristoforo Colombo».
Moliarti fissò Tomás per un lungo istante.
«Mi spieghi, vediamo se riesco a capirci qualcosa» disse l'americano,
grattandosi il mento. «Che voleva dire il professor Toscano con questo
messaggio cifrato?».
«Che il nome di Colom era inopportuno».
«Sì, ma che senso ha la frase?».
«Questa è stata la parte più difficile da capire, vista la sua ambiguità»
ammise Tomás. Tirò fuori un altro foglio dalla ventiquattrore: la fotocopia
di un testo scritto in latino. «Ho consultato il testo originale della Pro Ro-
scio nella speranza di riuscire a comprendere il senso di questa citazione.
Apparentemente, Cicerone voleva dire che non si devono citare con legge-
rezza nomi di persona quando ci sono in causa fatti vergognosi o molto
gravi».
Moliarti prese il foglio e lo studiò.
«Il nome di Colombo era collegato a fatti vergognosi o molto gravi?».
«Quello di Colombo, no. Ma quello di Colom, sì».
«Gee, man!» esclamò l'americano, scuotendo la testa. «Non ci sto ca-
pendo niente. Ma non mi ha detto che Colom è Colombo?».
«Sì, ma per qualche motivo il professor Toscano ha voluto richiamare
l'attenzione su Colom. Se il nome fosse stato irrilevante, avrebbe sempli-
cemente scritto Colombo. Ma no, ha scritto Colom. E questo solo perché
deve avere un significato».
«E quale?».
«Che è Colom il nome inopportuno».
«Ma, Tom, in che modo è inopportuno? Non capisco».
«Questa, giustamente, è la domanda che mi sono posto anch'io. Cos'ha
di tanto speciale il nome Colom da indurre il professore a richiamare l'at-
tenzione su di esso, considerandolo inopportuno?».
Rimasero a guardarsi l'un l'altro, la domanda sospesa tra i due, come una
nuvola in attesa di sciogliersi in pioggia.
«Spero abbia trovato una risposta» mormorò alla fine Moliarti.
«Ho trovato una risposta e tante nuove domande». Sfogliò i suoi appun-
ti. «Come sa, lo scopritore dell'America visse circa dieci anni in Portogal-
lo, dove apprese tutto ciò che sapeva sulla navigazione nell'Oceano Atlan-
tico. Si stabilì a Madeira e sposò Filipa Moniz Perestrelo, figlia del naviga-
tore Bartolomeu Perestrelo, il primo capitano donatario dell'isola di Porto
Santo. All'epoca, il Portogallo era la nazione più sviluppata del mondo,
con gli strumenti di navigazione più precisi, le navi migliori, le armi più
sofisticate, era il centro di tutti saperi. Il progetto della Corona, pianificato
a partire da Henrique il Navigatore, era quello di trovare una rotta per l'In-
dia, in modo da forzare il monopolio di Venezia sul commercio delle spe-
zie che provenivano dall'Oriente. Poiché i veneziani avevano un contratto
di esclusiva con l'Impero Ottomano, le altre città-stato italiane danneggiate
da questo accordo, nello specifico Genova e Firenze, appoggiarono lo
sforzo portoghese. Fu in quel contesto che, nel 1483, il genovese Colom-
bo, in base al presupposto che la Terra fosse sferica, propose a Don João II
di raggiungere l'India navigando verso Occidente, invece di andare verso
sud e circumnavigare l'Africa. Il monarca portoghese sapeva benissimo
che la Terra era sferica, ma sapeva anche che era molto più grande di
quanto pensasse Colombo e che, pertanto, la via verso Occidente sarebbe
stata troppo lunga. Oggi sappiamo che Don João II aveva ragione e Co-
lombo no. Fu allora che il genovese, al quale nel frattempo era morta la
moglie portoghese, andò in Spagna per offrire i suoi servigi ai Re Cattoli-
ci».
«Tom» tagliò corto Moliarti «ma perché mi sta raccontando tutto que-
sto? Conosco molto bene la storia di Colombo...».
«Calma» suggerì Tomás. «Mi lasci contestualizzare ciò che le devo rive-
lare. È importante fare una sintesi della storia di Colombo perché c'è uno
strano elemento legato al suo nome, qualcosa di pertinente al suo contesto
biografico e alla sciarada che il professor Toscano ci ha lasciato».
«All right, go on».
«Molto bene» disse Tomás. Fece una pausa per cercare di riprendere la
narrazione dal punto in cui l'aveva interrotta. «Come stavo dicendo, Co-
lombo se ne andò in Spagna. È necessario premettere che il Paese era allo-
ra governato dai cosiddetti Re Cattolici, la regina Isabella di Castiglia e il
re Fernando di Aragona, che si erano sposati unendo le due corone e i ri-
spettivi regni. La Spagna era in quel periodo impegnata in una campagna
militare per cacciare gli arabi dal Sud della Penisola Iberica, ma la regina
mostrò ugualmente interesse verso l'idea di Colombo. Il navigatore sotto-
pose il suo progetto a una commissione di saggi del Collegio Domenicano.
Il problema è che gli spagnoli erano molto più arretrati dei portoghesi in
quanto a conoscenze. Pertanto, dopo aver studiato per quattro anni la que-
stione, i saggi conclusero che l'idea di navigare verso Occidente per rag-
giungere l'India era irrealizzabile, dal momento che, secondo loro, la Terra
era piatta. Nel 1488, Colombo fece ritorno in Portogallo e fu ricevuto dal
ben più avanzato Don João II, al quale rinnovò le sue proposte. Accadde
tuttavia che, proprio mentre si trovava a Lisbona, Colombo assistette all'ar-
rivo di Bartolomeu Dias, con la notizia della circumnavigazione dell'Africa
e della scoperta di un passaggio tra l'Atlantico e l'Oceano Indiano, che a-
priva così una via diretta per l'India. Com'è ovvio, il progetto di Colombo
fu accantonato. Per quale motivo il re portoghese avrebbe dovuto investire
in una lunga e incerta rotta verso Occidente, se già aveva scoperto una
scorciatoia a sud? Demoralizzato, Colombo ritornò in Spagna, dove nel
frattempo si era sposato con Beatrice di Harana. Finalmente, nel 1492, gli
arabi si arresero a Granada e i cristiani ebbero il controllo dell'intera peni-
sola. Nell'euforia della vittoria, la regina di Castiglia diede via libera a Co-
lombo e il navigatore intraprese il viaggio che avrebbe portato alla scoper-
ta dell'America».
«Mi dia delle notizie nuove, Tom» insistette l'americano.
«Le sto raccontando tutto questo per stabilire in modo chiaro il rapporto
di Cristoforo Colombo con i regni iberici, non solo con quello di Castiglia
ma anche con il Portogallo. Non fu solo un contatto superficiale, come può
ben vedere, bensì un legame profondo».
«Ho capito».
Tomás smise di consultare gli appunti e i documenti che aveva portato
con sé e fissò Moliarti.
«Allora, se ha capito, mi spieghi solo un dettaglio» chiese il professore.
«Perché i portoghesi e i castigliani, se avevano legami così stretti con il
grande navigatore, non lo chiamarono mai Colombo?».
«Come, scusi?».
«Durante il XV secolo, nel periodo in cui egli abitò in Portogallo e in
Castiglia, nessuno lo chiamò mai Colombo».
«Mai? In che senso?».
«Non esiste un solo documento, portoghese o castigliano, in cui Colom-
bo sia chiamato Colombo. Il primo testo portoghese nel quale appare un ri-
ferimento a "Colonbo", con la n, è la Crónica de D. João II, di Ruy de Pi-
na, scritta all'inizio del XVI secolo. Fino ad allora, nessun portoghese lo
aveva mai chiamato Colombo».
«E allora come lo chiamavano?».
«Colom o Colon».
Moliarti rimase in silenzio per un lungo istante.
«Che significa?».
«Ora ci arrivo» disse Tomás, riprendendo a sfogliare i suoi appunti.
«Sono andato a vedere i documenti dell'epoca e ho scoperto che Colombo
è nominato come Christovam Colom, o Colon, e che il nome proprio veni-
va a volte abbreviato in Xpovam. Quando il navigatore andò in Spagna, gli
spagnoli iniziarono a chiamarlo Colomo, che presto trasformarono in Chri-
stóbal Colon, abbreviando Christóbal in Xpoval. Però mai Colombo. Mai,
mai». Cercò qualcosa in mezzo alla risma di documenti. «Ora guardi». Ti-
rò fuori il foglio che stava cercando. «Questa è la fotocopia di una lettera
del duca di Medinaceli indirizzata al cardinale di Mendoza, datata 19 mar-
zo 1493 e conservata con il numero di catalogazione 14 dell'Archivio Ge-
nerale di Simancas. Ora si soffermi su quanto c'è scritto». Indicò una frase
del foglio. «"Per molto tempo ho avuto a casa mia Cristóbal Colomo, che
veniva dal Portogallo e voleva andarsene dal Re di Francia"». Poi attirò la
sua attenzione su un secondo brano. «Ecco qui. Cristóbal Guerra». Guardò
nuovamente Moliarti con un'espressione interrogativa. «Guerra? Allora era
Colombo, Colom, Colon, Colomo o Guerra?».
«Questo Guerra non potrebbe essere un qualsiasi altro uomo di nome
Cristóbal?».
«No, la lettera del duca è molto chiara, questo Guerra è il nostro Colom-
bo. Ora guardi». Sistemò la fotocopia affinché potesse leggerla meglio.
«Scrive il duca: "In quel tempo, Cristóbal Guerra e Pedro Alonso Niño an-
darono alla scoperta, e questo testimone afferma proprio così, con la flotta
di Hojeda e Juan De La Cosa"». Fissò Moliarti. «Ora, il Cristóbal che andò
a fare scoperte con Niño, Hojeda e De La Cosa fu, come lei sa, Colombo».
«Può essere un'incongruenza, un errore».
«Certamente è un'incongruenza, ma non un inganno. E sa perché?».
Cercò di nuovo fra i fogli e individuò due fotocopie. Mostrò la prima
all'americano. «Questo è un passo della prima edizione della Legatio Ba-
bylonica, di Pietro Martire d'Anghiera, pubblicata nel 1515. Nel testo, l'au-
tore identifica Colombo in questo modo: "Colonus vero Guiarra". Dato
che vero significa in verità, d'Anghiera sta dicendo che Colombo, alias Co-
lom, alias Colomo, alias Colon, alias Colonus, alias Guerra, si chiamava in
realtà Guiarra». Passò all'altra fotocopia. «Questo è un estratto della se-
conda edizione della Legatio Babylonica, di d'Anghiera, ora intitolata
Psalterium e datata 1530. Qui l'identificazione subisce un leggero cam-
biamento. Appare "Colonus vero Guerra"». Cercò freneticamente un terzo
foglio. «Questo è il documento 36 dell'Archivio di Simancas, datato 28
giugno 1500. È un ordine rivolto a un tale Afonso Álvares, al quale "sua
Altezza comanda di andare con Xproval Guerra nella terra nuovamente
scoperta"». Fissò ancora una volta Moliarti.
«Ancora il cognome Guerra».
«Sono tre i documenti nei quali compare con il nome Guerra» osservò
l'americano.
«Quattro» lo corresse Tomás, tornando a concentrarsi sugli appunti.
«Dopo la morte di Colombo, il figlio portoghese, Diogo Colom, avviò un
processo contro la corona di Castiglia, noto come Pleyto con la Corona,
nel tentativo di assicurarsi i privilegi che erano stati riconosciuti al padre.
Le udienze iniziarono nel 1512 sull'isola di Santo Domingo, nei Caraibi, e
si conclusero nel 1515 a Siviglia. Tutti i marinai e i capitani che avevano
partecipato alla scoperta dell'America furono ascoltati durante il processo,
e le loro deposizioni avvenivano dietro solenne giuramento». Prese un al-
tro foglio. «Questa è una copia della deposizione del capo-pilota Nicolás
Pérez. Egli afferma in tribunale, con tanto di mano poggiata sulla Bibbia,
che "il vero cognome di Colón era Guerra"».
«Quindi, mi sta dicendo che, ai suoi tempi, Colombo non era conosciuto
come tale, bensì come Guerra».
«No, non voglio dire necessariamente questo. Intendo piuttosto dire che,
per qualche motivo, aveva molti nomi, e che, fra questi, non c'era Colom-
bo». Disegnò nell'aria un gesto vago. «Sa, praticamente non esistono do-
cumenti sul passaggio di Colombo in Portogallo, fatto abbastanza miste-
rioso, ma, a quanto pare, in questo Paese era conosciuto come Colom o
Colon. Poi si trasferì in Spagna e qui passò a essere chiamato Colomo. So-
lo otto anni dopo i castigliani cominciarono a chiamarlo Colon».
«Otto anni dopo?».
«Sì. Il primo documento spagnolo in cui appare scritto il nome Colon,
senza accento sulla o, è la Provisión, del 30 aprile 1492. E solo dopo la
morte del navigatore, nel 1506, aggiunsero l'accento sulla seconda vocale
di Colon, ottenendo Colón».
«Cristóbal Colón».
«Sì. Ma attenzione, anche il nome stesso di Colombo racchiude una sto-
ria. I portoghesi lo chiamavano generalmente Cristofom o Cristovam,
mentre gli italiani preferivano Cristoforo. Ma è curioso che Pietro d'An-
ghiera, nelle ventidue lettere che scrisse su Colombo, utilizzi sempre Cri-
stophom Colonus, e mai Cristoforo. Il papa Alessandro VI, in occasione
del Trattato di Tordesillas, emise due bolle con la stesso titolo, Inter caete-
ra, nelle quali operò una castiglianizzazione del nome. Nella prima bolla,
datata 3 maggio 1493, chiamò il navigatore Crhistofom Colon e nella se-
conda, del 28 giugno, Crhistoforu Colon. Quest'evoluzione è interessante,
perché Crhistofom è, evidentemente, il Cristofom o Cristovam portoghese.
Crhistoforu, invece, è il nome latino dal quale derivano gli antroponimi
Cristovam, portoghese, e Cristóbal, castigliano».
«E allora Guerra?».
«Intendiamoci. Colombo era conosciuto ovunque come Cristofom o Cri-
stovam. Il cognome era Colom o Colon, anche nella variante Collon, con
due l. Passato in Spagna, diventò Colomo. A partire dal 1492, gli spagnoli
iniziarono a chiamarlo principalmente Cristóbal Colon, nonostante, qua e
là, spuntasse qualche volta Colom». Prese una fotocopia. «Ad esempio, in
questa edizione in latino della pubblicazione di una delle lettere della sco-
perta del Nuovo Mondo, datata 1493, riappare Colom. Ci sono altri esempi
come questo, ma vale la pena vederne ancora uno». Gli mostrò un'altra fo-
tocopia. «È un passo della pubblicazione di una petizione fatta dall'Ammi-
raglio a Santo Domingo e presentata nel 1498. Anche qui troviamo Co-
lom». Sistemò le due fotocopie. «Ed esistono, come già le ho detto, quattro
documenti che affermano, in modo implicito o esplicito, che Colom non
era il vero nome del navigatore. Il nome corretto sarebbe Guerra. Pertanto,
abbiamo Guiarra, Guerra, Colonus, Colom, Colomo, Colon e Colón».
«Ma perché tanti nomi?».
Tomás sfogliò il bloc-notes.
«Sembra ci sia qualche segreto» osservò. «Il figlio castigliano, Hernan-
do, fece a proposito del nome di suo padre alcuni riferimenti molto strani».
Si fissò sugli appunti. «In un passo del suo libro, Hernando afferma: "el
sobrenome de Colón, que él volvió a renovar". Da un'altra parte scrive
questa frase enigmatica, che provo a tradurre: "Molti nomi potremmo ad-
durre in esempio, che non senza occulta causa furono posti per indizio
dell'effetto che aveva a provenire come quello che spetta a colui a cui fu
pronosticato"». Fissò l'americano. «Vede? In primo luogo, questo "volvió a
renovar'" suggerisce che Colombo abbia cambiato diverse volte il cogno-
me. Se avesse scritto semplicemente "renovar", avrebbe significato una
volta sola. Ma "volvió a renovar" implica che lo cambiò di nuovo, ossia
rimanda a più di un cambiamento. E, in secondo luogo, che dire della frase
"potremmo portare molti nomi che, non senza un motivo occulto"? Molti
nomi? Motivo occulto? Ma che razza di mistero è questo? Quali nomi e
quale motivo occulto? E che storia è quella dei molti nomi che sono stati
posti "come indizio dell'obiettivo che si dovrebbe realizzare come quello
che spetta a colui che fu predestinato"? Voleva forse insinuare che il padre
avesse di seguito adottato nomi falsi per metterli in relazione con qualche
profezia? Qual è, alla fine, il suo vero nome?».
«Hmm» mormorò Moliarti. «Allora da dove esce il nome Colombo?».
Tomás si rituffò nei suoi appunti.
«Il primo riferimento scritto al cognome Colombo risale al 1494. Tutto
ebbe inizio con la lettera che il navigatore aveva scritto da Lisbona, l'anno
prima, per annunciare la scoperta dell'America, lettera poi pubblicata in
vari testi. Nell'ultima pagina dell'edizione di Basileia, uscita nel 1494, un
vescovo italiano aggiunse un epigramma in cui si legge "merito referenda
Columbo Gratia", latinizzando così il nome Coloni. Questa nuova versione
sarà ripresa dal veneziano Marcantonio Coccio, conosciuto volgarmente
come Sabellico, nelle Sebellici Enneades, del 1498, il quale lo identificò
come "Christophorus cognomento Columbus". Ma Sabellico non lo cono-
sceva personalmente, pertanto dev'essersi ispirato a quel famoso epigram-
ma. C'è poi una lettera inviata dal veneziano Angelo Trevisan a Domenico
Malipero, datata agosto 1501, nella quale, citando la prima edizione delle
Decades di Pietro d'Anghiera, del 1500, afferma che quest'ultimo fosse
molto amico "del navigatore, che chiamava Christoforo Colomo zenove-
ze". Il problema è che, in altre fonti, d'Anghiera dà l'impressione di non
conoscere personalmente Colombo, identificandolo come "un tal Cristo-
vam Colon". Da ciò deriva la convinzione che Trevisan abbia modificato il
testo di d'Anghiera per riadattarlo al gusto dei lettori italiani, italianizzan-
done il nome. Esiste, inoltre, un riferimento a un libro di Trevisan, intitola-
to Libretto di tutte le Navigationi di Re de Spagna, pubblicato nel 1504,
che si basa su copie di lettere del vicario-cappellano reale. Non è soprav-
vissuto alcun esemplare di quest'opera, ma il suo contemporaneo France-
sco da Montalboddo conferma che Trevisan presentò Colom come Cristo-
foro Colombo Zenoveze. Il problema è che il testo di Trevisan non ci è
pervenuto in edizione originale. La più antica cronaca in nostro possesso
con il nome di Colombo associato allo scopritore dell'America è il Paesi
nuovamente retrovati, pubblicato nel 1507 da Montalboddo, che ho con-
sultato presso la Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro. All'epoca era un
libro molto popolare, tanto da diventare quello che oggi noi definiremmo
un best-seller. Tuttavia il testo, nel quale era inclusa perfino la prima de-
scrizione della scoperta del Brasile da parte di Pedro Alvares Cabral, ha
contribuito a diffondere una seconda falsità, quella secondo cui lo scopri-
tore del Nuovo Mondo fosse Amerigo Vespucci».
«Una seconda falsità? E allora qual è la prima?».
Tomás guardò meravigliato Moliarti.
«Non le sembra ovvio? La prima falsità è che Colom si chiamasse Co-
lombo».
«Su che basi lo afferma?».
«Ricorrendo semplicemente al buon senso. Vediamo, quest'uomo è stato
chiamato per tutta la vita con molti nomi diversi, ma soprattutto Colom e
Colon. Solo più tardi alcuni italiani che non lo conoscevano personalmen-
te, fra cui ce n'è uno che cita addirittura oscure copie di lettere del vicario-
cappellano e una sospetta traduzione della già scomparsa prima edizione
delle Decades di d'Anghiera, dichiarano che il suo nome non fosse Colom
ma Colombo. Perché, dunque, noi non dovremmo chiamarlo Colom o Co-
lon se egli stesso, in tutti i documenti da lui sottoscritti, si firma proprio
così?».
«Cosa?».
«Non lo sapeva? Lo scopritore dell'America non si è mai riferito a se
stesso, in nessun documento conosciuto, come Colombo né ha mai men-
zionato la sua versione latina, Columbus. Mai. Né esiste una sola testimo-
nianza riguardante la storia marittima di Genova che menzioni l'esistenza
di un marinaio con questo nome. Neanche una. Il primo documento cono-
sciuto in cui Colombo presenta se stesso è la lettera che inviò nel 1493, al
ritorno dalla scoperta dell'America, a un certo Rafael Sánchez affinché
fosse poi consegnata ai Re Cattolici. In questa lettera s'identifica come
"Christofori Colom". Colom, con la m finale. E più tardi, nel suo testamen-
to, spiega di appartenere alla famiglia dei Colom, che definisce "mi linage
verdadero". Noti bene, egli dice che il suo vero lignaggio era quello dei
Colom, non dei Colombo». Sorrise. «Non è chiaro come l'acqua che il no-
me Colombo sia caduto dal cielo?».
«Se è così, perché oggi lo chiamiamo Colombo?».
«Per lo stesso motivo per cui chiamiamo America la terra che non fu
Amerigo Vespucci in realtà a scoprire, vale a dire per la banale ripetizione
di un errore originario. Vediamo. Colom si identifica in tutti i documenti
come Colom o Colon. I suoi contemporanei, comprese le persone che lo
conoscono personalmente, fanno la stessa cosa o al limite gli attribuiscono
altri nomi, come Colomo, Guiarra e Guerra. A un certo punto, però, un ve-
scovo italiano pensa che Colom in latino diventi Columbo. Poi viene un ta-
le Sabellico che in nessun modo conosce Colombo, che non lo ha mai visto
né ci ha mai parlato, e che a partire da quella traduzione errata adotta il
nome Colombo. Poco dopo, un altro veneziano, Trevisan, fa lo stesso. In-
fine, ancora un italiano, Montalboddo, che ugualmente non conosce Colom
di persona, attinge dal testo di Trevisan e gli dà grande visibilità nel Paesi
nuovamente retrovati, pubblicato nel 1507, un anno dopo la morte del na-
vigatore. Il Paesi è un successo editoriale, tutti leggono Montalboddo e,
all'improvviso, Colom passa a essere conosciuto come Colombo. La cosa
attecchisce a tal punto che anche il cronista Ruy de Pina, nella Crónica do
Rei D. João II, lo ribattezza con questo nuovo nome».
«Come fa a sapere che il vescovo italiano non stesse dicendo la verità?».
«Perché nella stessa pagina dell'edizione di Basileia, nella quale egli
scrive Columbo, c'è anche riportato il nome Colom. Ora, Colom in catala-
no corrisponde a pomba». Fece un segno con gli occhi, interpellando Mo-
liarti. «Ora mi dica come si dice pomba in italiano...»
«Colombo».
«E in latino?»
«Columbus».
«Vede? Il vescovo, che conosceva il catalano, pensò che Colom si tradu-
cesse con colombo. Volendo latinizzare il nome, scrisse Columbo».
«Giustamente» concluse l'americano. «Se Colom significa pomba, il
nome corretto in italiano è Colombo. Colom è la traduzione di Colombo».
«Lo sarebbe, se non fosse che il nome Colom non significa colombo».
«Ah no? Allora che vuol dire?».
Tomás sfogliò il suo bloc-notes.
«Ancora una volta è lo stesso figlio di Colombo, Hernando Colón, che ci
illumina. Egli scrive "Por conseguiente, le vino a propósito el sobrenome
de Colón", spiegando da dove deriva questo cognome: "Porque en griego
quiere decir miembro"».
«Non capisco».
«Nelson, come si dice miembro in greco?».
«Non saprei...».
«Kõlon».
«Colon?».
«Kõlon, con la k. Pertanto, Colom non rimanda a Colombo, l'animale,
ma a kõlon, cioè membro». Guardò gli appunti. «Oltretutto, lo stesso Her-
nando Colón, quando rivela che il cognome Colón viene dalla parola greca
kõlon, membro, spiega che "si queremos reducir su nombre a la pronun-
ciación latina, que es Christophorus Colonus"». Sorrise a Moliarti. «Ve-
de? Hernando afferma che la latinizzazione di Colón non è né Columbo né
Columbus, come sarebbe normale se derivasse da Colombo e significasse
pomba, ma Colonus. In definitiva, qualunque fosse il suo vero nome, non
era certamente Colombo».
«Era Colonus, vero?».
Lo storico portoghese piegò la testa e fece una smorfia scettica.
«Forse. Ma Colonus può anche essere soltanto uno pseudonimo. Consi-
deri che Hernando scrive che "potremmo portare molti nomi, per esempio,
che, non senza un motivo occulto, furono posti come indizio dell'obiettivo
che si dovrebbe realizzare come quello che spetta a colui che fu predesti-
nato". Vale a dire, il navigatore scelse dei nomi che profetizzassero qual-
cosa».
«E quale profezia implicherebbe il cognome Colonus?».
«È proprio Hernando a rispondere a questa domanda: "Chiedendo l'aiuto
di Cristo, affinché lo appoggiasse nel suo viaggio pieno di pericoli, s'im-
pegnarono lui e i suoi collaboratori per fare delle genti indie coloni e abi-
tanti della Chiesa trionfante dei cieli; pertanto è da credere che molte ani-
me siano state fatte coloni del cielo e abitanti della gloria eterna del paradi-
so". Vale a dire, il cognome Colonus è stato scelto perché profetizzava la
colonizzazione dell'India attraverso la fede cristiana».
«Hmm» mormorò Moliarti, con l'aria contrariata. «Secondo lei, è questo
che il professor Toscano avrebbe scoperto?».
«Non ho dubbi nell'affermare che con il messaggio Coloni, nomina sunt
odiosa, Toscano voleva dirci che a essere inopportuno era il nome Colom
o, quanto meno, il riferimento ad esso».
«Questo è tutto?».
«Penso che ci sia altro da scoprire. Come già le ho spiegato, dal contesto
in cui Cicerone ha inserito la frase nomina sunt odiosa, si capisce che, se-
condo l'autore, non si devono citare con leggerezza nomi di persona quan-
do ci sono di mezzo cose vergognose o molto gravi. Mi sembra evidente
che il professor Toscano stia suggerendo una relazione tra Colom e un fat-
to di rilevante importanza».
«La scoperta dell'America».
«Questo già lo sappiamo, Nelson. Ciò che presumo è che Toscano si
stesse riferendo a un altro fatto, che non è ancora di dominio pubblico».
«A cosa?».
«Se lo sapessi, mio caro, glielo avrei già detto, no?».
L'americano si agitò sulla panchina di pietra; sembrava a disagio e piut-
tosto inquieto.
«Sa, Tom» iniziò a dire «nulla di tutto ciò ha a che vedere con la scoper-
ta del Brasile».
«Evidentemente no».
«Allora per quale ragione Toscano ha sprecato tempo con Colombo?».
«Colom».
«Whatever. Perché ha sperperato il nostro denaro in questa ricerca?».
«Non lo so». Tomás portò la mano sinistra al petto. «Ma una cosa per
me è chiara. Non c'è neanche il barlume di un qualche legame fra le ricer-
che del professor Toscano e la scoperta del Brasile. Questo ci mette davan-
ti a un problema pratico. Vale la pena continuare con questa indagine?
Qualunque cosa abbia scoperto Toscano, tutto ci suggerisce che non potrà
essere pubblicata per il 22 aprile, non avendo niente a che vedere con i
cinquecento anni del viaggio di Pedro Álvares Cabral». Fissò Moliarti ne-
gli occhi. «Vuole che prosegua la ricerca?».
L'americano non esitò un secondo.
«Certo che sì» affermò. «La fondazione vorrà sapere in cosa Toscano ha
sprecato i suoi soldi per tutto questo tempo».
«E questo ci porta al secondo problema. Non ho più niente su cui inve-
stigare».
«Come? Allora i documenti e gli appunti del professor Toscano?».
«Quali documenti e appunti? Ho già consultato tutto ciò che conservava
in Brasile».
«Ma il professore ha fatto molte delle sue ricerche anche in Europa».
«Allora questo è un altro discorso. Dov'è stato?».
«Ha visitato la Biblioteca Nazionale e la Torre do Tombo32, qui a Lisbo-
na. È stato anche in Spagna e in Italia».
«Alla ricerca di cosa?».
«Non ce l'ha mai detto».
Tomás si fermò a pensare, con lo sguardo perso fra gli archi merlati del
chiostro.
«Hmm» mormorò. «E dove stanno i suoi appunti?».
«Presumo li abbia la moglie, a casa sua».
«E siete già stati a chiederle questi documenti? Sono cruciali per l'inda-
gine».
Moliarti scrollò il capo, a testa bassa.
«No».
«No?» si meravigliò Tomás. «Perché?».
L'americano contrasse i muscoli del viso in una smorfia nervosa.
«Sa, le divagazioni del professor Toscano hanno provocato forti tensioni
fra di noi. Abbiamo discusso molto, perché gli chiedevamo delle relazioni
periodiche sul suo lavoro e lui si rifiutava di farle. Naturalmente questa
tensione si è estesa anche alla moglie, con la quale il rapporto è diventato
altrettanto difficile».
Tomás rise.
«Cioè non vi può proprio vedere!».
Moliarti sospirò, irritato.
«È così».
«Allora che facciamo?».
«Ci vada lei».
«Io?».
«Sì, certo. Quella donna non la conosce. Non sa che lavora per la fonda-
zione».
«Scusi Nelson, ma non mi sembra il caso. Dovrei andare a casa del de-
funto e ingannare la vedova?».
«Ha un'altra soluzione?».
«Non lo so. Parlate con lei, chiarite le cose, cercate di capirvi».
«Non è così facile, le cose tra di noi sono arrivate a un punto di non ri-
torno. Se ne accorgerà lei stesso quando la incontrerà».
«Oh, Nelson, mi rifiuto. Non ingannerò l'anziana...».
Moliarti lo guardò con un'espressione dura; gli occhi, ora implacabili,
non erano più gli stessi. Non era più il simpatico e rilassato americano dai
modi affabili e calorosi, ma uno spietato uomo d'affari.
«Tom, la stiamo pagando duemila dollari alla settimana e le offriamo un
premio di mezzo milione nel caso riesca a recuperare la scoperta segreta
del professor Toscano. Li vuole o no questi soldi?».
Tomás esitò, turbato dal tono freddo delle parole del suo interlocutore.
«Ehm... certo che li voglio».
«Allora vada in quella fucking casa di quel fucking Toscano e strappi a
quella fucking vedova tutto ciò che tiene là!» borbottò Moliarti, con un to-
no aggressivo, fulminante. «Ha capito?».
Tomás, superato il primo istante di sorpresa per il repentino cambiamen-
to d'umore dell'americano, sentì ribollire dentro un fervore di rivolta che
gli montava nello stomaco, inarrestabile. Aveva voglia di alzarsi e andar-
sene, non ammetteva che gli parlassero in quel modo. Un forte rossore gli
divampò sul viso, era il calore della furia a malapena trattenuta. Si alzò
dalla panchina di pietra, contrariato, senza sapere da che parte andare. Vi-
de il blocco di marmo della tomba di Fernando Pessoa ergersi davanti a sé
e, cercando una distrazione, una via di fuga, qualsiasi cosa, s'avvicinò al
monumento. Inciso sulla pietra era un poema di Ricardo Reis:

"Per essere grande, sii intero: non eccedere o non


escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa. Poni quanto sei
nel minimo che fai.
Così in ogni lago la luna intera brilla,
perché alta vive."

In quell'attimo, Tomás avrebbe desiderato essere grande come Fernando


Pessoa, mostrarsi anche lui intero di fronte a Moliarti, senza escludere nul-
la, mettendo tutto ciò che era e sentiva nelle parole che gli si strozzavano
in gola. Ma dopo alcuni istanti, passata l'esplosione iniziale, più calmo e
razionale, riconsiderò la situazione. Essere grande, essere tanto grande, era
un lusso che lui non si poteva permettere: sua figlia aveva bisogno di un'o-
perazione al cuore e dell'aiuto di un insegnante che la scuola non poteva
pagare; vedeva il suo matrimonio sgretolarsi in un mare di preoccupazioni
per il futuro incerto della figlia, e per giunta adesso era anche minacciato
dalle irresistibili avance di una scandinava sfacciata. Duemila dollari alla
settimana erano una bella cifra; e poi c'era il premio di mezzo milione se
fosse riuscito a far luce sulla scoperta di Toscano. E Tomás sapeva che ce
l'avrebbe fatta.
Si controllò. Si voltò e, vinto, rimettendosi alla volontà dell'americano,
lo guardò in faccia.
«Va bene».
VII

Piccole goccioline d'acqua scivolavano sulla superficie verde e liscia


delle foglie e si raccoglievano all'estremità, fino a formare una grande goc-
cia. Questa si faceva sempre più grossa, si gonfiava fino a diventare tanto
paffuta da far inclinare la punta della foglia e, dopo una breve indecisione,
quasi sospesa in aria, cadeva pesantemente sulla terra umida e fertile. Di
seguito ne cadeva un'altra, poi un'altra ancora e così via, ovunque. L'acqua
scendeva a gocce dalle foglie lobulate e brillanti del fico: sembrava che
piangesse sotto il cielo coperto e minaccioso del rigido inverno.
Seduto al tavolo della colazione e sbirciando dalla finestra, Tomás fissa-
va quella pianta lacrimosa. La guardava ma non la vedeva, assorto nei suoi
problemi, immerso nei dilemmi della sua vita. Constança era uscita da die-
ci minuti, oggi toccava a lei portare Margarida a scuola. Tomás pensava a
loro e pensava a Lena, s'interrogava, con una certa serietà, sul cammino
che stava percorrendo, sul destino al quale conduceva quel misterioso sen-
tiero. Per la prima volta, dacché si era sposato, era infedele e ora provava
sentimenti contraddittori verso il proprio comportamento. Da un lato, nu-
triva un profondo senso di colpa, di vergogna: sua figlia aveva bisogno d'a-
iuto, mentre lui si divertiva con una studentessa più giovane di quasi quin-
dici anni. Ma dall'altro lato bisognava anche tener presente che quella non
era una studentessa qualsiasi. Era una donna bella, disponibile, che lo ave-
va sedotto senza che lui fosse stato minimamente capace di resisterle. Che
avrebbe potuto fare?, si chiese. Era un uomo, e come fa un uomo a dire di
no a una donna come quella? Sbuffò. Sì, dichiarò a se stesso, assumendosi
timidamente la responsabilità, era un uomo, certo. Ma questo non signifi-
cava che dovesse rinunciare alla propria volontà, che dovesse essere una
semplice marionetta nelle mani di una donna, per quanto questa fosse bella
e tentatrice. Non avrebbe comunque dovuto comportarsi in quel modo, ce-
dendo agli istinti più bassi, a un capriccio in fin dei conti futile, a quel so-
gno frivolo, e persino irresponsabile.
Chiuse gli occhi e si passò la mano fra i capelli, come se con quel picco-
lo gesto potesse cancellare il sordido che sentiva contaminargli la mente e
corrompergli l'anima. Le sue motivazioni lo turbavano, è vero, ma c'era
dell'altro, c'era molto di più. La coscienza lo martirizzava, implacabile,
senza pietà, martellandolo con domande, con dubbi, con dilemmi, tormen-
tandolo con le decisioni da prendere e la realtà da affrontare, torturandolo
con l'immagine delle sue azioni, della relazione adulterina nella quale si
era lasciato coinvolgere, del tradimento che commetteva contro i suoi e, in
ultimo, contro se stesso. Cos'è che realmente lo legava a Lena? Era la ten-
tazione del frutto proibito? Era la ricerca di quella gioventù che fuggiva a
ogni istante? O era solo sesso, niente di più? Scrollò la testa, parlando fra
sé, analizzando i suoi impulsi più profondi, più reconditi, più inconfessabi-
li.
No.
Non lo era. Non era solo sesso, non poteva esserlo. Avrebbe voluto che
fosse così, ma non lo era. Sarebbe stato sesso se si fosse accontentato di
quella prima volta, quando era stato a pranzo da lei ed erano finiti aggrap-
pati uno all'altra, divorandosi, abbandonandosi interamente alla lascivia
che li consumava e godendo della dolce carne dei loro corpi. Se per en-
trambi fossero state soltanto sporadiche scappatelle, focose ma brevi, sa-
rebbe stato sesso; solo sesso, se si fosse sentito vuoto dopo averla possedu-
ta, dopo aver scaricato quel desiderio incontrollabile che lei faceva risve-
gliare e ribollire. La verità, invece, era che Tomás era diventato un assiduo
visitatore della svedese, dopo pranzo si era abituato a passare dal suo ap-
partamento, l'adulterio si era trasformato in routine, un'abitudine, una pia-
cevole regola in un giorno di lavoro.
C'era qualcosa in lei capace di risvegliargli i desideri più osceni. Aveva
sempre sentito dire che le donne con il seno grande non sono particolar-
mente brave a letto; ma, se questo era vero, Lena era certamente l'eccezio-
ne che confermava la regola. La svedese si era rivelata una donna disinibi-
ta, affamata, creativa, interessata a dargli piacere e sensazionale quando
godeva del suo corpo. Inoltre, si mostrava poco esigente nella vita di tutti i
giorni. Gli faceva innumerevoli domande sulla ricerca che stava portando
avanti in merito al lavoro del professor Toscano, ma non sulla sua vita fa-
miliare, si accontentava del semplice fatto di averlo vicino quasi tutti i
pomeriggi. La verità era che, in modo quasi impercettibile, mantenendo
una rassicurante indipendenza, Lena era diventata parte integrante della
sua vita, gli forniva una valvola di sfogo, una via di fuga dai problemi quo-
tidiani, una divertente distrazione.
Sorseggiò il bicchiere di latte tiepido e ripeté fra sé l'espressione che a-
veva appena trovato. Una divertente distrazione. Sì, era proprio questo:
Lena era come un giocattolo. Era il giocattolo che lo faceva volare, la
bambola che, anche solo per un'ora o due, gli liberava la mente dagli eterni
problemi di salute di Margarida e dai suoi obblighi verso Constança. Le
preoccupazioni giornaliere di Tomás erano l'acqua e Lena la spugna che le
assorbiva. L'amante era diventata un piacevole diversivo nella sua vita, a-
veva bisogno di lei per distrarsi, per prosciugare le fonti di ansia che si ac-
cumulavano quotidianamente. Era con lei che Tomás riorganizzava le sue
esperienze e riusciva a guardarle da un'altra prospettiva. Lena lo aiutava a
esplorare i suoi sentimenti, a sperimentare comportamenti differenti, a
sfuggire alle difficoltà della sua esistenza, in un certo senso a minimizzare
le avversità e, allontanandole, a comprenderle meglio. Attraverso l'amante,
Tomás sentiva farsi più leggere le preoccupazioni che l'opprimevano; quel-
la relazione era una specie di valvola di sicurezza che lo proteggeva dalla
costante pressione dei problemi quotidiani.
In un modo strano, misterioso, scoprì che, da quando si era legato a Le-
na, era diventato più premuroso con la figlia e più affettuoso con la mo-
glie; era come se una relazione aiutasse l'altra. Capiva che era un compli-
cato paradosso, difficile da comprendere e impossibile da spiegare, e tutta-
via molto reale, percepibile, concreto. Il legame con l'amante si era tra-
sformato in un'arena dove, attraverso una sospensione temporanea, trovava
spazio per risolvere le sue personali difficoltà. La mente si rilassava e i
processi conoscitivi si attivavano in maniera differente, alterando la sua vi-
sione dei problemi, obbligandolo ad affrontarli in un modo nuovo, più a-
perto, più obiettivo. La verità, la strana verità era che, grazie a Lena, senti-
va che il legame con la sua famiglia si era rafforzato, che la presenza di
Constança e Margarida era diventata più preziosa.
In un sorso solo bevve tutto il latte rimasto nel bicchiere. Guardò l'oro-
logio, erano le nove e mezza del mattino, doveva sbrigarsi. Si alzò da tavo-
la e indossò la giacca. Aveva una visita da fare a Lisbona.

La stretta via alla quale lo aveva portato l'indirizzo scarabocchiato sul


bloc-notes aveva un'aria tranquilla, una quiete quasi provinciale, perfino
un po' rustica, nonostante si trovasse in pieno centro, proprio dietro al
Marquês de Pombal, perpendicolare alla strada che saliva fino alle
Amoreiras. L'antico palazzo si apriva fra edifici più moderni. Era uno di
quelli con il cortile interno, che si vedono solo nell'entroterra portoghese.
Aveva un aspetto rude, rurale, con un orto pieno di foglie d'insalata, cavoli,
patate, galline che schiamazzavano, un porcile accanto al pollaio. Un melo,
piantato vicino al muro come una torre, sentinella silenziosa e rigogliosa,
doveva dispensare il dessert per i pasti che senza dubbio forniva l'orto.
Tomás controllò il numero civico. Era esatto. Guardò intorno, esitante,
quasi non credendo che quella fosse la casa del professor Toscano. Ma
l'annotazione che aveva scarabocchiato non lasciava margine di dubbio,
quello era proprio l'indirizzo che gli avevano dato all'Università Classica.
Non ancora convinto, spinse la porta del recinto e percorse il sentiero vici-
no all'orto. Si fermò, prestando attenzione ai rumori. Si aspettava che da un
momento all'altro un cane gli si avventasse contro, quello era il tipico po-
sto presidiato da molossi inferociti, ma udì soltanto il distratto schiamazzo
delle galline, tranquillo e familiare. Fattosi coraggio, fece qualche altro
passo e acquistò fiducia, non c'era alcuna traccia di terribili rottweiler né di
attenti pastori tedeschi.
La porta d'ingresso era socchiusa. Entrò nell'edificio, piombando nell'o-
scurità. Cercò a tastoni l'interruttore e alla fine lo trovò; lo spinse, ma la
luce non si accese; lo spinse un'altra volta ma rimase al buio.
«Cavolo!» mormorò, frustrato.
Lasciò che gli occhi si abituassero alla relativa oscurità del locale. La lu-
ce del giorno penetrava dalla porta, diffusa e delicata; ma, poiché la matti-
na era grigia, la luminosità era debole, dispersa, e l'ombra quasi opaca.
Anche così, iniziò gradualmente a distinguere le forme. Sulla parete di de-
stra si apriva una scalinata di vecchio legno fradicio. Lì accanto, un invo-
lucro di rete metallica, simile a una gabbia per uccelli, circondava un vec-
chio ascensore tutto arrugginito; dall'aspetto, doveva essere fuori uso da
tempo. Un'aria fetida riempiva la lobby dell'edificio; era un odore putrefat-
to, sapeva di vecchio, di cose abbandonate. Immediatamente Tomás para-
gonò il palazzo a quello in cui viveva Lena che, sebbene datato, era co-
munque abitabile. Quello in cui stava ora, invece, era ormai un rudere, un
mucchio di macerie sul punto di crollare, un moribondo prossimo a diven-
tare un fantasma.
Cercò altri dettagli sul bloc-notes ma l'ombra aveva allungato un mantel-
lo impenetrabile sul foglio. Non riuscendo a leggere quei suoi scarabocchi,
fece un passo per ritornare all'entrata, dove c'era abbastanza luce per per-
mettergli di consultare ciò che si era annotato. A quel punto, però, si ricor-
dò che gli era stato detto che la casa del professor Toscano si trovava a
pianterreno. Guardò lungo il corridoio e scorse due porte. Tastò la parete
per cercare il campanello senza tuttavia trovarlo. Allora accostò l'orecchio
al legno freddo della prima porta e restò in ascolto. Non udì nulla. Oltre la
seconda porta riuscì invece a percepire dei movimenti. Bussò. Sentì qual-
cosa che si trascinava, qualcuno si stava avvicinando. La porta si aprì leg-
germente, mostrando una catena metallica tesa, fissata alla serratura. Una
donna anziana, dai capelli bianchi spettinati, in vestaglia azzurra e pigiama
beige, sbirciò dalla fessura con un'espressione interrogativa.
«Prego?».
Aveva una voce fragile, tremante, timorosa.
«Buongiorno. È la signora Toscano?».
«Sì, sono io. Cosa desidera?».
«Io vengo... ehm... vengo per conto dell'università, dell'Università Nova
di Lisbona...».
Fece una pausa, sperando che fossero credenziali sufficienti. Ma gli oc-
chi neri della donna rimasero fissi, immobili, evidentemente Tomás non
aveva pronunciato nessun "apriti sesamo".
«Sì?».
«È per le ricerche di suo marito».
«Mio marito è morto».
«Lo so, signora. Le mie condoglianze». Esitò, imbarazzato. «Io... ehm...
sono venuto per concludere l'indagine di suo marito».
La moglie strizzò gli occhi, diffidente.
«Lei chi è?».
«Sono il professor Tomás Noronha, del Dipartimento di Storia dell'Uni-
versità Nova di Lisbona. Sono stato incaricato di portare a termine il lavo-
ro del professor Toscano. È stata l'Università Classica a darmi il suo indi-
rizzo».
«Perché deve concludere l'indagine?».
«Perché è molto importante. È l'ultima opera di suo marito». Sentì di a-
ver trovato un argomento potente e diventò più fiducioso, più assertivo.
«Vede, il lavoro fa parte della vita di una persona. Suo marito è morto, ma
spetta a noi far vivere la sua ultima ricerca. Sarebbe un peccato se restasse
nell'ombra, non trova?».
La donna aggrottò le sopracciglia, come se stesse riflettendo.
«Come pensa di far vivere la sua opera?».
«Pubblicandola, ovviamente. Sarebbe un più che meritato omaggio. Ma,
ovviamente, questo è possibile solo se riesco a ricostruire la ricerca di suo
marito».
La donna continuava a essere dubbiosa.
«Lei fa parte della fondazione, vero?».
«Quale fondazione?» balbettò.
«Quella degli americani».
«Io faccio parte dell'Università Nova di Lisbona, signora» disse, aggi-
rando la domanda. «Sono portoghese, come lei».
La donna sembrò soddisfatta della risposta. Sganciò la catenella e aprì la
porta, invitandolo a entrare.
«Vuole un tè?».
«No, grazie, ho fatto colazione poco fa».
La sala aveva un aspetto decadente, antiquato. Una carta da parati con
motivi floreali e fregi xilografati decorava il locale. Quadri mal dipinti, raf-
figuranti uomini dall'aspetto austero, scene bucoliche e navi antiche, erano
appesi alle pareti, mentre alcuni divani, bucati e sporchi, circondavano un
piccolo televisore. Dall'altro lato della stanza, su una credenza in pino con
ripiani in bronzo erano esposte delle fotografie in bianco e nero di una
coppia e di alcuni bambini sorridenti. C'era odore di muffa in casa. Una
miriade di particelle brillanti, illuminate dal chiarore del giorno, fluttuava
in corrispondenza delle finestre; sembrava quasi che ci fossero minuscole
lucciole, puntini di luce che danzavano lentamente, eterei e fluorescenti:
invece, era soltanto la polvere che galleggiava nell'aria stagnante della
stanza.
Tomás si accomodò sul sofà e la padrona di casa gli fece compagnia.
«Non faccia caso al disordine, per piacere».
«Ma le pare». Si guardò intorno. In effetti, tutto aveva un aspetto trascu-
rato. La pulizia lasciava a desiderare, le tende e i sofà erano macchiati, e
un sottile strato di polvere copriva i mobili. «Va tutto bene, benissimo.
Non si preoccupi».
«Ah, da quando Martinho è morto non ho le forze per le pulizie. Mi sen-
to molto sola».
Tomás si ricordò del nome del professore. Martinho Vasconcelos To-
scano.
«La vita è così, signora. Che dobbiamo fare?».
«Eh già» concordò l'anziana donna con fare rassegnato. Aveva l'aria di
una persona educata, sebbene molto abbattuta. «Ma è difficile. Ah, se è
difficile!».
«La vita dura un attimo. Quando ce ne rendiamo conto... puff!».
«Può dirlo forte. Dura proprio un attimo». Con un ampio gesto, abbrac-
ciò l'intera sala. «Pensi, questo palazzo fu costruito dal nonno di mio mari-
to a inizio secolo».
«Ah sì?».
«Era fra i palazzi più belli di Lisbona. A quel tempo non c'era nessuno di
quegli orribili edifici che hanno costruito qui. No, all'epoca era tutto così
ordinato, così perfetto. La Rotunda aveva delle belle case, era molto bel-
la».
«Immagino».
«Ma il tempo non perdona. Guardi qua. È tutto vecchio, rovinato, fradi-
cio. Ancora qualche anno e demoliranno il palazzo, non manca molto».
«Sì, prima o poi sarà inevitabile».
La donna sospirò. Si sistemò la vestaglia e si tirò indietro una ciocca di
capelli.
«Allora, mi dica. Di cosa ha bisogno?».
«Beh, dovrei consultare i documenti e tutti gli appunti presi da suo mari-
to negli ultimi sei, sette anni».
«Si riferisce alla ricerca che stava conducendo per conto degli america-
ni?».
«Questo... ehm... non lo so. Vorrei vedere il materiale che stava racco-
gliendo».
«Allora sì, si riferisce alla ricerca degli americani». Tossì. «Sa, Martinho
era stato contattato da una certa fondazione, là in America. Lo pagavano
una fortuna. Iniziò a leggere manoscritti nelle biblioteche e nella Torre do
Tombo. Lesse così tanti libri da farsi venire la nausea, consultava talmente
tanta carta vecchia da arrivare a casa con le mani nere di polvere, faceva
impressione. Quello sporco andava via solo lavandolo. Poi un giorno fece
una scoperta che lo entusiasmò. Quando arrivò a casa, sembrava un bam-
bino. Stavo leggendo e lui mi disse solo: "Madalena, ho scoperto una cosa
straordinaria, straordinaria"».
«Che cosa?» domandò Tomás, ansioso, piegandosi sul sofà per avvici-
narsi alla padrona di casa.
«Non me l'ha mai detto. Vede, Martinho era una persona particolare, a-
dorava i codici e le sciarade, passava giorni a fare le parole crociate dei
giornali. Non mi raccontava mai niente. Mi disse soltanto: "Madalena,
questo ora è un segreto, ma quando leggerai quello che ho qui resterai a
bocca aperta, vedrai". Io lo lasciavo fare, perché quando si occupava delle
sue cose era felice. Intraprese vari viaggi, in Italia e in Spagna, un po' qua,
un po' là, girando e rigirando per la sua ricerca». Tossì di nuovo. «A un
certo punto gli americani iniziarono a tormentarlo, volevano sapere cosa
stava facendo, cosa aveva scoperto, e via dicendo. Solo che Martinho non
si scuciva più di tanto, diceva loro quello che diceva a me: "Abbiate calma;
quando avrò tutto pronto, ve lo mostrerò". Ma loro non si rassegnarono e
la storia prese una brutta piega. Un giorno gli americani vennero qui e
scoppiò un'accesa discussione, volevano per forza che Martinho mostrasse
loro ciò che aveva scoperto». La donna si coprì il viso con le mani. «Guar-
di, la lite fu così furibonda che pensammo che ci avrebbero tagliato il pa-
gamento. Ma non lo fecero».
«Non trova sia strano?».
«Cosa?».
«Se hanno fatto così tanta confusione per sapere tutto e, nonostante que-
sto, il professore ha continuato a non raccontargli nulla, non trova strano
che non gli abbiano tagliato il pagamento?».
«Sì, è strano. Ma Martinho mi disse che erano molto spaventati».
«Ah sì?».
«Sì, impauriti».
«Impauriti per cosa?».
«Questo non me l'ha spiegato. Erano cose fra loro, io non m'impicciavo.
Ma penso che temessero che Martinho si tenesse per sé la scoperta senza
renderla pubblica». Sorrise. «Si vede che non conoscevano affatto mio ma-
rito. Per quale ragione, una volta conclusa la ricerca, avrebbe dovuto la-
sciarla nel cassetto? Non penso proprio!».
«Ma allora perché, dopo la morte di suo marito, non ha consegnato agli
americani tutto il materiale? In fin dei conti, era un modo per vederlo pub-
blicato».
«Non l'ho fatto perché Martinho aveva discusso con loro».
La vedova rise e cambiò tono, come se stesse aprendo una parentesi.
«Sa, lui era un professore universitario ma, a volte, quando si esaltava, u-
sava delle espressioni più audaci». Affinò la voce. «Una volta mio marito
mi disse: "Madalena, loro non devono vedere nulla prima che sia tutto
pronto. Neanche un pezzettino. E, se anche si dovessero presentare qui fa-
cendo tutti i carini, tu corrigli dietro con la scopa. Con la scopa!". Conosco
molto bene Martinho; per dirmi questo, si vede che c'era di mezzo qualche
fregatura. Così io ho rispettato il suo volere. Gli americani hanno paura
anche solo di mettere piede qua dentro. Una volta è venuto uno che parlava
portoghese, anche se doveva essere mezzo brasiliano, e mi si è piantato
sulla porta, come un avvoltoio. Diceva che non se ne sarebbe andato finché
non lo avessi fatto entrare. Questo accadde in occasione del viaggio di
Martinho in Brasile. L'uomo è rimasto là fuori per ore, sembrava avesse
messo le radici. Così ho dovuto chiamare la polizia, non ho fatto bene?
Sono venuti e l'hanno fatto andare via».
Tomás rise, immaginando la scena di Moliarti trascinato fuori dal palaz-
zo da qualche panciuto poliziotto della PSP.
«Ed è ritornato?».
«Quando Martino è morto, si è messo a fare la ronda qua intorno, sem-
brava un cane da caccia. Ma poi è scomparso e non l'ho più visto».
Tomás si passò la mano fra i capelli, cercando un modo per portare il di-
scorso sulla questione che lo aveva condotto fin lì.
«Questa ricerca di suo marito mi sta incuriosendo molto» iniziò a dire.
«Sa dove è conservato il materiale che ha raccolto?».
«Ah, dev'essere nel suo studio. Lo vuole vedere?».
«Sì sì».
La donna, allora, lo accompagnò lungo il corridoio, mentre la vestaglia
le strusciava sul parquet: alcune tavole erano staccate, altre erano segnate
da profonde spaccature. Percorsero tutto il corridoio, immerso in una fetida
penombra, ed entrarono nello studio. C'erano libri accatastati ovunque e
nella stanza regnava il più totale disordine. C'erano volumi sugli scaffali e
sul pavimento, così numerosi che era difficile persino camminare.
«Non faccia caso al disordine» disse la padrona di casa, destreggiandosi
fra le opere sparse per la stanza. «Ancora non ho avuto né il tempo né la
voglia di mettere a posto lo studio di mio marito».
Madalena Toscano aprì il primo cassetto e rovistò velocemente; poi pas-
sò a un altro cassetto e, dopo un'analisi sommaria, lo richiuse. Cercò den-
tro a un armadio e alla fine si lasciò sfuggire un'esclamazione soddisfatta:
aveva trovato quel che stava cercando. Tirò fuori una scatola di cartone
marrone chiaro che sui lati riportava il nome di un produttore giapponese
di elettrodomestici. Al suo interno era contenuta una gran quantità di do-
cumenti, sopra ai quali si trovava una cartellina verde che riportava scara-
bocchiata la parola Colom.
«Eccola!» annunciò la donna, trascinando la scatola fuori dall'armadio.
«Mio marito conservava qui tutte le cose che stava raccogliendo».
Tomás prese la scatola come fosse un tesoro. Era pesante. La trasportò
nell'angolo più sgombro dello studio e la posò. Quindi, si mise a sedere sul
pavimento, a gambe incrociate, curvo sui documenti.
«Può accendere la luce?» chiese.
Madalena schiacciò l'interruttore e una luce giallastra, fioca e logora, il-
luminò leggermente la stanza, proiettando ombre fantasmagoriche sul pa-
vimento e sugli armadi. Tomás si immerse nei documenti, perdendo la no-
zione del tempo e dello spazio, dimenticando dove si trovava, sordo ai
commenti della signora, trasportato in una realtà lontana, perso in un mon-
do tutto suo; suo e di Toscano. Le fotocopie e gli appunti volarono sotto i
suoi occhi, raccolti a destra quando li considerava rilevanti, a sinistra
quando non li riteneva pertinenti alla ricerca. Riconobbe riproduzioni della
História de los reys Católicos di Bernáldez, della História General y Natu-
ral de las índias di Oviedo, del Psalterium di Giustiniani, della História
del Almirante di fra Hernando Cólon. C'erano inoltre le riproduzioni dei
documenti di Muratori, della Minuta de Mayorazgo, della Raccolta, delle
Anotaciones e del Documento Assereto. E poi ancora fotocopie di una let-
tera di Toscanelli e di varie missive firmate dallo stesso Colom. Per com-
pletare quella lista, mancava solo il Paesi nuovamente retrovati di France-
sco da Montalboddo, ma Tomás già sapeva che Toscano lo aveva consulta-
to a Rio de Janeiro.

Il mantello scuro della sera era sceso sulla città, quando il professore ri-
tornò al presente. Si accorse di essersi dimenticato di pranzare e di trovarsi
solo nello studio di Toscano, seduto sul pavimento, circondato dai docu-
menti. Sistemò di nuovo le cose nella scatola e si alzò. I muscoli della
schiena e delle gambe ci misero un po' a reagire; intorpiditi e indolenziti,
non assecondavano bene i movimenti. Percorse il corridoio quasi zoppi-
cando. Madalena era distesa sul sofà, a dormicchiare, con un libro sull'arte
rinascimentale abbandonato sul petto. Tomás tossì, cercando di svegliarla.
«Signora» mormorò. «Signora».
La donna aprì gli occhi e si mise seduta, scrollando la testa per svegliar-
si.
«Scusi» balbettò, insonnolita. «Stavo facendo un pisolino».
«Fa bene».
«Ha trovato ciò che le interessava?».
«Sì».
«Poverino, dev'essere stanco. Sono venuta là a domandarle se voleva
mangiare, ma non mi ha sentito, sembrava ipnotizzato in mezzo a tutta
quella confusione».
«Chiedo scusa, ma non mi sono accorto della sua presenza. Sa, quando
sono assorto in qualche cosa non noto ciò che mi succede intorno. Il mon-
do potrebbe anche finire e io con esso, e neanche me ne renderei conto».
«Mio marito era uguale, non si preoccupi. Quando era concentrato, sem-
brava allontanarsi del tutto dalla realtà». Fece un gesto in direzione della
cucina. «Guardi, le ho preparato una bistecca che è una meraviglia».
«Ah, grazie. Non si doveva disturbare».
«Non mi disturba affatto. Vuol mangiare? La bistecca è ancora lì...».
«No, no, grazie. Vorrei chiederle solo una cosa».
«Dica pure».
«Posso portar via la scatola per fotocopiare i documenti? Le assicuro che
glieli riporto domani».
«Portar via la scatola?» domandò la donna, riluttante. «Ah, questo non lo
so».
«Non si preoccupi, le restituisco tutto domattina. Proprio tutto».
«Non so...».
Tomás mise la mano in tasca e tirò fuori il portafoglio. Lo aprì e mostrò
due documenti di riconoscimento, che stese a Madalena.
«Guardi, le lascio la mia carta d'identità e la carta di credito, come ga-
ranzia che domani tornerò con le sue cose».
La donna prese i documenti e li esaminò con attenzione. Lo fissò negli
occhi e si decise.
«Va bene» disse alla fine, riponendo i documenti nella tasca della vesta-
glia. «Ma mi porti tutto domani».
«Stia tranquilla» concluse Tomás, girandosi per ritornare nello studio.
Quando fu a metà corridoio, sentì dietro di sé la voce di Madalena, che
proveniva dalla sala, debole ma sufficientemente udibile.
«Vuole anche il materiale che sta in cassaforte?».
Si fermò e guardò dietro.
«Come?».
«Vuole anche il materiale che sta in cassaforte?».
Tomás tornò in sala e si fermò, impalato, sotto lo stipite della porta.
«Scusi?».
«Martinho conservava alcuni documenti anche in cassaforte. Vuole ve-
derli?».
«Sono documenti riguardanti l'indagine?».
«Sì».
«Certo che voglio vederli!» assentì Tomás, con aria incuriosita. «Che
documenti sono?».
Madalena attraversò la sala e lo condusse in camera. Il letto era disfatto,
per terra c'era un vaso da notte, alcuni vestiti erano sparsi su una poltrona
di vimini e nell'aria si sentiva un odore acido e sgradevole.
«Non so» disse lei. «Ma Martinho mi disse che erano la prova definiti-
va».
«La prova definitiva? La prova di che?».
«Questo non lo so. Suppongo che sia la prova di ciò su cui stava inda-
gando».
Con crescente ansia, Tomás la vide aprire l'anta dell'armadio e poi mo-
strare una massiccia lastra metallica: era una cassaforte.
«Suo marito ha conservato dei documenti in cassaforte?».
«Solo i più importanti. Una volta mi disse: "Madalena, qui c'è la prova
della mia scoperta. Quando la vedranno, resteranno a bocca aperta".
Martinho pensava che la cosa fosse tanto importante che cambiò perfino la
combinazione».
Tomás si avvicinò e osservò attentamente la cassaforte. Era incassata
nella parete e aveva dieci numeri per la combinazione.
«Qual è il codice?» domandò, trattenendo a malapena l'emozione.
Madalena prese un foglio dal comodino e glielo consegnò.
«È questo qui».
Tomás aprì il foglio. Era un A4 bianco con dieci gruppi di lettere e nu-
meri disposti su due colonne:

Q U C E L E
I A E F T A
D O C O P 5
U A C U E 4
T N E D N 5

«Questa è la combinazione?» si meravigliò Tomás. «Ma vedo quasi tutte


lettere e la cassaforte ha solo numeri...».
«Sì» dichiarò Madalena. «Ma a ogni lettera corrisponde un numero. Per
esempio, la a è uno, la b è due, la c è tre, e così via. Capito?».
«Sì sì, ho capito». Indicò i numeri in basso, nella colonna di destra. «E
questi? Si trasformano in lettere, vero?».
La donna analizzò meglio il foglio.
«Questo non lo so» ammise. «Mio marito non me l'ha spiegato».
Tomás copiò il codice della cassaforte, scarabocchiandolo sul suo bloc-
notes. Poi, per tentativi, trasformò le lettere in numeri, facendo attenzione
a conservare i tre numeri costanti del codice. Terminò i calcoli e osservò il
risultato:

17 21 15 5 12 5
12 1 5 6 20 1
4 15 3 15 16 5
21 1 3 21 5 4
20 14 5 4 14 5

Digitò i numeri sulla cassaforte, procedimento che si rivelò piuttosto la-


borioso. Quando ebbe finito, aspettò un istante. La cassaforte rimase chiu-
sa. Non ne fu sorpreso: il codice doveva essere qualcosa di più di una
semplice operazione di trasposizione di lettere in numeri. Guardò
Madalena e scrollò le spalle.
«È più difficile di quanto sembri» concluse. «Porto i documenti a casa,
per fotocopiarli, e domani le riconsegno ogni cosa, va bene?». Indicò il fo-
glio A4. «Poi ritornerò quando sarò riuscito a decifrare questa sciarada e,
se non le dispiace, in quell'occasione vedremo cosa contiene la cassaforte.
Che ne pensa?».

Andò direttamente nella copisteria dell'Apolo 70, vicino alla facoltà, do-
ve lasciò la scatola di cartone con i documenti del professor Toscano. Gli
dissero che poteva stare tranquillo e che il giorno successivo, in tarda mat-
tinata, sarebbe stato tutto pronto.
Quella sera, Tomás si dimostrò particolarmente premuroso con la moglie
e la figlia. Le ricoprì di baci, di carezze, di frasi amorevoli e gesti protetti-
vi, mostrò loro tanto affetto che rimasero sorprese. Lui stesso se ne stupì,
non si aspettava di essere così tenero. Pensò che fosse il senso di colpa a
manifestarsi, il desiderio di risarcirle per il tradimento che commetteva con
Lena. Ebbe un'ulteriore conferma del fatto che la relazione con l'amante lo
rendeva un marito e un padre migliore.
Constança aveva cambiato i fiori nei vasi. Questa volta aveva scelto dei
giacinti, che dipingevano il piccolo appartamento con una profusione di
bianco angelico, puro. I petali eburnei spuntavano dal vaso di vetro, curvi,
contorti, fitti. Dopo cena, mentre la moglie metteva a letto Margarida, To-
más andò in sala a studiare gli appunti che aveva preso a casa del professor
Toscano. Constança tornò poco dopo e si mise a sedere accanto al marito.
L'uomo alzò lo sguardo, le accarezzò il viso lentigginoso e sorrise.
«Già dorme?».
«Come un angioletto».
«Com'è andata la giornata?».
«Come al solito. Ho fatto lezione, sono andata a prendere Margarida e
siamo andate a fare una passeggiata».
«Dove?».
«Al Parco dei Poeti, vicino al centro commerciale. Ho provato a inse-
gnarle ad andare in bicicletta».
«E allora?».
«Allora è stata una catastrofe. Pedalava un po' e subito dopo cadeva, non
c'era proprio verso. A un certo punto si è arrabbiata e mi ha detto: "Uffa
uffa questa po'che'ia!" e si è seduta sul triciclo di una bambina di quattro
anni».
«Davvero l'ha fatto?».
«Davvero».
«E non si è vergognata di salire sul giocattolo di una bambina così pic-
cola?».
«Oh, sai com'è tua figlia! Non si vergogna di niente!».
Tomás scrollò la testa, divertito. Effettivamente, se c'era una cosa che
caratterizzava Margarida era l'assoluta mancanza di imbarazzo. Potevano
pure prenderla in giro, commentare il suo aspetto e cercare di sminuirla,
tanto si girava e fingeva che non ce l'avessero con lei. In piscina ancora in-
sisteva a usare i braccioli, cosa che avrebbe fatto vergognare qualsiasi altra
bambina della sua età ma non lei. Era, in questo senso, una persona del tut-
to priva di inibizioni.
Tomás s'alzò e si sgranchì, sbadigliando.
«Bene, devo mettermi al lavoro».
Tornò sul sofà e, preoccupato per l'enigma che lo stava facendo arrovel-
lare, buttò lo sguardo sulla nuova sciarada che aveva lasciato il professor
Toscano.
«Che cos'è?» domandò la moglie, trovando strane quelle colonne di let-
tere apparentemente senza alcun senso.
«Credo sia un messaggio cifrato» replicò Tomás senza alzare la testa.
«Mi sta facendo scervellare».
«È il lavoro per gli americani?».
«Sì».
Per un po' Tomás si estraniò dalla realtà, immerso nei misteri del mes-
saggio che nascondeva la combinazione della cassaforte. Considerò le va-
rie possibilità per sciogliere la cifra ma sapeva che, per riuscirci, doveva
prima capire che tipo di cifra fosse. E quella non era, in base ai dati di cui
disponeva al momento, una questione facile da risolvere. Si mise a valuta-
re diverse opzioni ma il filo del ragionamento fu interrotto da una mano
che gli tirò via il bloc-notes da sotto gli occhi.
«Tomás» chiamò una voce. «Tomás».
Era Constança.
«Eh?» domandò, ritornando alla realtà, con aria smarrita. «Che c'è?».
«Scusa se ti ho interrotto, so come sei quando t'immergi in quel mondo
tutto tuo. Ma vorrei raccontarti una cosa».
«Cosa? Che succede?».
«Niente di speciale. Oggi, quando sono andata a prendere Margarida a
scuola, ci è successa una cosa triste».
«Che è successo?».
«Come ti ho detto, quando ho finito le lezioni, sono andata a prenderla e
siamo andate a fare una passeggiata. L'ho portata al Parco dei Poeti per in-
segnarle ad andare in bicicletta. Sai, sta sempre al chiuso, le fa bene pren-
dere un po' d'aria».
«Sì».
«Bene, dopo aver gironzolato con la bicicletta e il triciclo, l'ho lasciata
giocare vicino ad alcune bambine e sono andata a sedermi su una panchi-
na. Poi sai cos'è successo?».
«Cosa?».
«Sono venute le madri della bambine e, tutte affannate, le hanno portate
via da lì, non volevano che giocassero con la nostra Margarida».
Tomás fissò la moglie, scioccato. Constança aveva gli occhi lucidi e si
sforzava di trattenere le lacrime. Tomás aprì le braccia e la strinse a sé.
«Su. Non preoccuparti, non dargli peso».
«La trattano come se avesse una malattia contagiosa...».
«Le persone sono ignoranti, solo questo. Non dargli peso, non dargli pe-
so».
Si baciarono, le accarezzò il viso umido, bagnato dalle lacrime che le
scivolavano sulla pelle bianca, lattea, gocce calde che serpeggiavano lungo
i lineamenti fino a fermarsi sul mento tremante. L'aiutò ad alzarsi dal sofà
e la portò a letto. Le sistemò la coperta e le promise che sarebbe tornato
subito. Andò nella stanza accanto e nella penombra baciò le soffici guance
della figlia, sfiorando i capelli lisci sparpagliati sul cuscino. Tornò in ca-
mera sua, si spogliò e indossò il pigiama, spense la luce e si sdraiò asse-
condando, con il proprio corpo, la posizione fetale che Constança era solita
assumere prima di addormentarsi.

Passò la mattina alla Biblioteca Nazionale, consultando i testi a suo av-


viso utili, alla luce di quanto aveva visto la sera prima a casa del professor
Toscano. Negli intervalli fra un libro e l'altro, sforzandosi di far lavorare la
mente, faceva continui tentativi per decifrare il messaggio che nascondeva
la combinazione della cassaforte. Verso mezzogiorno fece un salto alla co-
pisteria dell'Apolo 70 e ritirò il materiale che aveva ordinato il giorno pri-
ma. Prese la scatola con gli originali e la mise in macchina. Arrivò fino a
casa di Madalena Toscano, le restituì la scatola e rientrò in possesso della
carta d'identità e della carta di credito che aveva lasciato come deposito. Si
congedò dalla vedova assicurandole che sarebbe ritornato appena avesse
decifrato la sciarada della cassaforte. Quando uscì in strada, era già l'una.
Prese il cellulare e telefonò a Lena, che per pranzo gli aveva promesso di
cucinargli del salmone.
Continuò fino alla Latino Coelho e salì le scale del palazzo in una corsa
che terminò direttamente fra le braccia della svedese. Iniziarono a spo-
gliarsi a vicenda, finché la porta d'ingresso non si chiuse. Fremevano, tre-
mavano, il desiderio a fior di pelle. Si strapparono i vestiti per l'impazien-
za, nella foga di sentire i propri corpi caldi e ansimanti lanciarsi l'uno con-
tro l'altro, umidi e avidi di fluidi, infuocati, ardenti di desiderio, trepidanti
e vogliosi. Si avvinghiarono, rotolandosi sul pavimento della sala, ora lei
su di lui, ora lui su di lei, sospirando e gemendo. Tomás, affamato e lasci-
vo, le strinse il petto voluminoso. Le mani piene e irrequiete affondavano
nei seni abbondanti e voluttuosi, strizzavano i capezzoli come se li voles-
sero mungere. Si fusero l'uno nell'altra ed esplosero, alla fine, in un grido
liberatorio di carni in fiamme, fra urla non più contenute e gemiti affanno-
si.
Pranzarono in vestaglia, i corpi languidi, rilassati, la carne saziata e lo
stomaco da soddisfare. A Tomás non piaceva il salmone, ma la svedese lo
aveva cucinato in un modo diverso, addolcendolo con un condimento
scandinavo che mascherava bene il gusto forte del pesce.
«Come si chiama questo piatto?» volle sapere lui, assaggiando.
«Gravad lax» fu la risposta.
«Come mai è così dolciastro?».
«Beh, è una vecchia ricetta svedese» sorrise lei. «Ho lasciato marinare il
salmone per due giorni con zucchero, sale e... ehm... e un'altra cosa che
non so come si dice in portoghese».
«E i legumi?».
«Esatto, si chiamano gubbröra».
«Gu... che?».
«Gubbröra. È un piatto da smörgåsbord, formato da acciughe, barbabie-
tole, cipolla, capperi e tuorlo d'uovo. La salsa del gravad lax, invece, è fat-
ta con senape agrodolce e prezzemolo. Ti piace?».
«Sì» la rassicurò lui, scuotendo la testa in segno di apprezzamento. «È
buono».
Rimasero in silenzio e si dedicarono al banchetto. Il salmone era davve-
ro gustoso, non aveva mai assaggiato un pesce così ben condito. A tavola
si sentiva solo il rumore delle posate e delle mascelle che masticavano il
cibo. Il silenzio si fece pesante, imbarazzante, come se il sesso avesse e-
saurito tutto il combustibile che li muoveva l'uno verso l'altra, come se non
ci fosse più niente da dire e il pasto fosse un comodo pretesto per giustifi-
care il silenzio.
«Mi ami?» gli chiese, alla fine, la svedese, osservandolo fra le brillanti
ciocche di capelli biondi che le ricadevano sul viso.
«Certo, mia piccola vichinga. Ti amo tanto».
Tomás non sapeva se stava dicendo la verità o una bugia. Lei gli faceva
domande e lui semplicemente rispondeva ciò che l'amante si aspettava di
sentirsi dire. Sapendo che è importante la convinzione con cui si pronun-
ciano le parole, si era persuaso di amarla veramente. Credendoci, dava an-
cora più plausibilità a quelle parole. Nel suo intimo, però, non ne era affat-
to sicuro. Sapeva di amare Constança, e abbandonare la moglie era del tut-
to fuori questione. Di certo, a volte, nei momenti di maggiore trasporto con
Lena, aveva considerato anche l'ipotesi di lasciare la moglie e di sostituirla
con l'amante. Tuttavia, non appena tornava in sé, questa possibilità svani-
va, diventava una mera fantasia, un capriccio della passione, della fugace e
intensa esaltazione erotica. Forse, più che amare Lena, la desiderava. Non
desiderava soltanto il suo corpo, sebbene quello fosse un fattore importan-
te dell'equazione, ma desiderava anche la sua compagnia, la via di fuga che
lei gli offriva, l'energia che paradossalmente gli trasmetteva per rinvigorire
il proprio matrimonio. Amava Constança e forse amava anche Lena, ma in
modo differente, probabilmente finto. Forse confondeva l'amore con il de-
siderio di averla con sé, di riempirsi le mani con il suo corpo opulento, di
lasciarsi trasportare in una dimensione alternativa, una realtà dove non esi-
stevano né la Trisomia 21 né i problemi cardiaci, e nemmeno quella atten-
zione che la moglie gli negava per dedicarla alla loro fragile creatura.
«Allora, come va la tua ricerca?» domandò la svedese, agitando la for-
chetta con infilato un pezzo di salmone. «Hai fatto progressi?».
L'interesse della ragazza per l'indagine era genuino, come Tomás aveva
già avuto modo di notare. All'inizio ne era rimasto sorpreso, non immagi-
nava che qualcosa di tanto profondo potesse incuriosirla. Tuttavia, l'atten-
zione che lei dimostrava verso il suo lavoro lo lusingava e, cosa ancora più
importante, manteneva vive le loro conversazioni, un tema d'interesse co-
mune che rafforzava il loro legame.
«Pensa che ieri sono stato a casa del professor Toscano e la vedova mi
ha lasciato fotocopiare tutti i documenti e gli appunti che lui aveva raccol-
to negli ultimi anni».
«Bra!» esclamò lei, soddisfatta. «È materiale utile?».
«Eccellente». Da seduto, si piegò per prendere la ventiquattrore. L'aprì e
prese il bloc-notes, che iniziò a sfogliare velocemente. «Ma, a quanto pare,
il meglio è conservato in cassaforte». Trovò il messaggio cifrato e lo mo-
strò all'amante. «Il problema è che per aprire la cassaforte devo decifrare
questo groviglio di dati».
Lena si sporse verso il foglio e analizzò la cifra.
«Non ci capisco niente. Sei in grado di scioglierlo?».
«Devo riuscirci per forza» disse Tomás, curvandosi di nuovo sulla ven-
tiquattrore. «Ma conosco solo un modo». Prese un libro azzurro dalla bor-
sa. «Usando una tabella di frequenze».
Appoggiò il libro sul tavolo. Era scritto in inglese ed era intitolato
Cryptanalysis.
«Questo testo è una tabella di frequenze?» volle sapere Lena, guardando
la copertina, sulla quale spiccavano alcuni quadrati che le sembravano più
che altro parole crociate.
«Questo è un libro che contiene varie tabelle di frequenze». Aprì il vo-
lume e cercò una pagina in particolare. Quando l'ebbe trovata, la mostrò
all'amante. «Vedi? Ci sono tabelle di frequenze in inglese, tedesco, france-
se, italiano, spagnolo e portoghese».
«E con queste puoi decifrare qualsiasi messaggio?».
Tomás rise.
«No, mia cara. Solo le cifre di sostituzione».
«Cioè?».
«Ci sono tre tipi di cifre. Quelle di occultazione, quelle di trasposizione
e quelle di sostituzione. Una cifra di occultazione è quella in cui il mes-
saggio segreto è nascosto affinché non si sappia neanche che esiste. Il più
vecchio sistema di occultazione che conosciamo era utilizzato in età antica,
quando il messaggio veniva scritto sulla testa rasata di un messaggero, so-
litamente uno schiavo. Gli autori del messaggio lasciavano che i capelli del
messaggero crescessero e solo allora lo mandavano dal destinatario. Così,
il messaggero passava inosservato in mezzo al nemico, che non si accor-
geva del messaggio scritto sotto i capelli. Poi, bastava che il destinatario
radesse a zero i capelli del messaggero e leggesse il messaggio».
«Non fa per me» sorrise Lena, passando la mano sulla folta chioma
bionda, lunga e ondulata. «Gli altri sistemi?».
«La cifra di trasposizione consiste nell'alterare l'ordine delle lettere. Si
tratta, fondamentalmente, di un anagramma, come quello che ho decifrato
a Rio de Janeiro. Moloc è Colom letto da destra verso sinistra. Un ana-
gramma semplice. È evidente che, per messaggi molto corti, in particolare
quelli formati da una sola parola, questo tipo di cifra è poco sicura, poiché
esiste un numero molto limitato di possibilità di riordinare le lettere. Ma se
aumentassi il numero delle lettere, allora anche il numero di combinazioni
possibili crescerebbe esponenzialmente. Ad esempio, una frase con sole
trentasei lettere può essere combinata in trilioni e trilioni di modi differen-
ti». Scarabocchiò sul bloc-notes un lungo 50 000 000 000 000 000 000 000
000 000 000. «Vedi? Questo è il numero di combinazioni possibili con ap-
pena trentasei lettere». La lasciò digerire quel cinque seguito da trentuno
zeri. «Questo comporta che debba esserci un qualche sistema per ordinare
le lettere, altrimenti il messaggio risulterebbe indecifrabile anche per il suo
stesso destinatario. È il caso dell'anagramma che ho decifrato, Moloc, ni-
nundia omastoos. La frase ha ventuno lettere, il che significa che può ave-
re milioni di combinazioni possibili. Alla fine ho capito che questo mes-
saggio cifrato conteneva, nella prima riga, quella di Moloc, un sistema di
ordinazione basato sulla simmetria semplice, per cui la prima lettera è l'ul-
tima, la seconda è la penultima, e così via, fino a ottenere Colom. Nella se-
conda riga mi sono imbattuto in un incrocio simmetrico, nel quale era ne-
cessario collocare le due parole in colonna e incrociarle alfabeticamente
secondo un criterio prestabilito».
«Sei un genio!» commentò Lena, facendogli una carezza sul viso. Indicò
la sciarada annotata da Tomás a casa di Toscano. «E questa? È una cifra di
trasposizione?».
«Ne dubito. Suppongo sia piuttosto una cifra di sostituzione».
«Cosa te lo fa credere?».
«L'aspetto generale del messaggio. Guarda la prima colonna. È formata
da un insieme di tre lettere che sembrano accostate casualmente. Vedi?».
Indicò la prima colonna. «Quo, lae, doc. È come se le lettere reali fossero
state sostituite da altre».
Lena si morse il labbro inferiore.
«Ma in cosa consiste, esattamente, una sostituzione?».
«Si tratta di un sistema in cui le lettere reali sono sostituite da altre se-
condo un ordine incomprensibile per chi non conosce l'alfabeto di cifra uti-
lizzato. Ad esempio, pensa alla parola pai33. Se stabilissimo che la p diven-
ta una t, che la a si trasforma in x e la i in r, pai diventerebbe, nel messag-
gio cifrato, txr. Il problema è capire che la t corrisponde alla p, che la x è
una a e che la r è in realtà una i. Una volta scoperto qual è l'alfabeto di ci-
fra, il resto è facile, chiunque riuscirebbe a decifrare il messaggio».
«Quindi, se ho ben capito, il problema è capire qual è l'alfabeto di cifra».
«Esattamente».
Finirono il salmone e Lena andò in cucina a prendere il dolce. Ritornò
qualche istante dopo con una specie di purè di mele, solo più secco, farino-
so.
«Siccome l'altro giorno hai parlato di appelkaka, ho deciso di preparar-
tene una» annunciò la ragazza, appoggiando il dolce alle mele sul tavolo.
Distribuì le porzioni in due ciotole, e una la passò a Tomás. «Prendi».
Il portoghese ne assaggiò un cucchiaino.
«Hmm» mormorò. «Questa appel non ha niente a che vedere con kaka».
«Simpaticone» sorrise lei. Indicò il libro. «Tornando al nostro discorso,
questo sistema di cifra di sostituzione è comune?».
«Molto. La prima cifra di sostituzione che si conosca è quella descritta
da Giulio Cesare nel De bello gallico. L'idea di questa prima cifra si basa-
va su un alfabeto che, per esempio, avanzava di tre posti rispetto all'alfabe-
to normale. Pertanto, la a dell'alfabeto tradizionale si trasformava nella let-
tera di tre posizioni più avanti, la d, mentre la b diventava una e, e così via.
Questo sistema è conosciuto come cifra di Cesare. Anche l'erudito brah-
mano Vatsyayana, nel IV a.C, raccomandò nel Kamasutra che le donne
imparassero l'arte della scrittura segreta, in modo da poter comunicare in
sicurezza con gli amanti. Una delle tecniche di scrittura che lui suggeriva
era, giustamente, la cifra di sostituzione. Oggi questo metodo si è molto
evoluto e i messaggi, nei casi di maggiore complessità, possono essere de-
cifrati solo ricorrendo a computer capaci di provare milioni di combina-
zioni al secondo».
Tomás mangiò dell'altra appelkaka.
«Hmm» tornò a ripetere, deliziato. «È proprio buono».
Lena nemmeno s'accorse dell'elogio, assorta com'era a osservare la scia-
rada di Toscano.
«Se credi che sia scritto ricorrendo a una cifra di sostituzione, come pen-
si di decifrare questo messaggio? Hai il corrispondente alfabeto di cifra?».
«No».
«Allora come farai?».
Tomás accennò al libro che aveva tirato fuori dalla ventiquattrore.
«Con le tabelle di frequenze».
L'amante lo fissò negli occhi, senza capire.
«Le tabelle di frequenze contengono l'alfabeto di cifra?».
«No» disse scuotendo la testa. «Ma offrono una scorciatoia». Mandò giù
il resto del dolce. «Le tabelle sono un'idea nata dagli eruditi arabi che stu-
diavano le rivelazioni di Maometto nel Corano. I teologi musulmani, nello
sforzo di stabilire la cronologia delle rivelazioni del profeta, si misero a va-
lutare la frequenza con cui ricorrevano ogni parola e ogni lettera. Scopri-
rono, allora, che determinate lettere erano più comuni di altre. Ad esempio,
si accorsero che la a e la l, che apparivano nell'articolo determinativo al,
erano le lettere più usate dell'alfabeto arabo, dieci volte più frequenti della
lettera j. In sostanza, gli arabi hanno creato la prima tabella di frequenze,
nella quale veniva individuata la frequenza con cui ogni lettera ricorreva
nella loro lingua. Basandosi su questa scoperta, il grande scienziato arabo
del XIX secolo Abu al-Kindi scrisse un trattato di criptografia, nel quale
sosteneva che il modo migliore per decifrare un messaggio cifrato è cono-
scere la lettera più comune nella lingua del messaggio e vedere qual è la
lettera che si ripete più frequentemente nel messaggio stesso: con molta
probabilità, le due corrisponderanno».
«Non capisco».
«Fai finta che il messaggio cifrato sia scritto in arabo. Se sappiamo che
la a e la l sono le lettere più comuni nell'arabo, ci basta identificare le due
lettere che ritornano più frequentemente nel messaggio cifrato. Supponia-
mo che siano la t e la d. Allora, con molta probabilità, se mettessimo la a e
la l al posto della t e la d, cominceremmo a decifrare il messaggio. In que-
sto consiste la decifrazione con la tabella di frequenze. Conoscendo la per-
centuale di frequenza di ogni lettera in una determinata lingua, e analiz-
zando la frequenza di ogni lettera all'interno del messaggio cifrato, pos-
siamo, con un certo margine di sicurezza, stabilire quali sono le lettere del
messaggio originale».
«Ah, ho capito. Sembra facile».
«Non necessariamente. Questo sistema non è infallibile. La tabella di
frequenze offre una lista-tipo della media con cui ogni lettera appare in una
certa lingua. Naturalmente i testi cifrati possono contenere lettere che, per
qualche ragione, non appaiono con la stessa frequenza registrata dalla ta-
bella. Questo è vero soprattutto nel caso di testi molto corti. Per esempio,
supponiamo che il messaggio originale sia o rato roeu a rolha da garrafa
do rei da Russia34. Com'è evidente, in un messaggio di questo tipo la r ap-
pare molte più volte di quanto sarebbe normale, provocando un'alterazione
nella frequenza-tipo della lettera. Ora, questa è effettivamente l'eventualità
che si potrebbe presentare quando ricorriamo alla tabella di frequenze per
analizzare testi con meno di un centinaio di lettere. I testi più lunghi già
tendono a rispettare di più la frequenza-tipo. Sfortunatamente, non è il ca-
so della sciarada che ho in mano».
«Quante lettere contiene?».
«La sciarada?». Consultò i suoi appunti. «Le ho contate ieri sera. Sono
soltanto trenta. O meglio, ventisette lettere e tre numeri. È poco».
La svedese s'alzò da tavola e iniziò a sparecchiare.
«Vuoi il caffè?».
«Va bene».
Tomás l'aiutò a portare i piatti sporchi in cucina, passandoli sotto l'acqua
e mettendoli nella lavastoviglie. Poi andò a togliere la tovaglia, lasciando
Lena a preparare il caffè. La svedese accese la caffettiera, una vecchia Me-
lior di vetro che apparteneva all'arredamento originale della casa, e, mentre
aspettava che la bevanda fosse pronta, tornò da lui. Si andarono a sedere in
sala, i fogli della ricerca erano sparsi per il sofà.
«E allora?» domandò lei. «Che farai?».
«Devo cercare una nuova strategia».
«Ma non applichi il metodo della tabella di frequenze?».
«Questo l'ho già fatto ieri sera e questa mattina, mentre stavo alla Biblio-
teca Nazionale» sospirò lui.
«E allora?».
Tomás arricciò il naso.
«Non ho ottenuto niente di eclatante».
«Ah, no? Fammi vedere».
Lo studioso aprì il libro di criptanalisi ed esaminò le tabelle di frequen-
ze.
«Vedi?». Mostrò le pagine all'amante. «Qui ci sono varie tabelle». Prese
anche il bloc-notes e trovò la pagina nella quale aveva scarabocchiato la
sciarada, lasciando il quaderno aperto sulle gambe. «Il primo problema è
determinare in che lingua è scritto il messaggio».
«Non è portoghese?».
«È possibile che lo sia» concordò. «Ma non possiamo dimenticarci del
fatto che la prima sciarada era in latino. Era una citazione di Cicerone.
Niente ci garantisce che il professor Toscano non abbia scelto proprio il la-
tino, o qualsiasi altra lingua, per questo messaggio».
«Non hai una tabella di frequenze in latino?».
«No, qui no. Ma, nell'eventualità, si potrebbe rimediare». Spostò l'atten-
zione sul volume con le tabelle. «Comunque, ho già studiato la tabella in
portoghese».
«E allora?».
«La prima cosa che posso dire è che il portoghese ha alcune caratteristi-
che specifiche. Per esempio, mentre nell'inglese, nel francese, nel tedesco,
nello spagnolo e nell'italiano la lettera più frequente è la e, nel portoghese
il primato va alla a».
«Ah sì?».
Indicò i valori registrati nelle tabelle.
«La a rappresenta il tredici virgola cinquanta per cento delle lettere usate
in media in un testo in portoghese, e la e il tredici per cento. In verità, nelle
restanti lingue latine esiste un equilibrio tra le due vocali, ma sempre con
un leggero vantaggio della e, diversamente dalle lingue germaniche, dove
la supremazia della e è molto evidente. In inglese, la e rappresenta il tredici
per cento di tutte le lettere, mentre la a figura solo al sette virgola otto, su-
perata dalla t, che arriva al nove per cento. In tedesco, poi, la differenza è
ancora più significativa. La e raggiunge il diciotto virgola cinquanta per
cento di frequenza e la a appena il cinque per cento, superata dalla n, dalla
i, dalla r e dalla s».
«Pertanto è impossibile trovare testi senza la vocale e, giusto?».
«Altamente improbabile. Ma non impossibile. Nel 1969 lo scrittore
francese Georges Perec scrisse un romanzo di duecento pagine, La dispari-
tion, dove riuscì a compiere l'impresa di utilizzare solo parole che non con-
tenessero la e».
«Caspita!».
«Ma ancora più incredibile è che quest'opera è stata tradotta in inglese,
con il titolo A Void, e il traduttore ha trovato il sistema per eliminare la e
anche dal testo inglese».
Il timer suonò e Lena andò in cucina a prendere il caffè. Tornò un minu-
to dopo, portando un vassoio con la caffettiera e due tazzine di porcellana
bianca, vecchie e rovinate. Lo posò sul tavolinetto accanto al sofà, prese la
caffettiera e riempì le due tazzine. Dopo aver aggiunto lo zucchero, en-
trambi girarono il caffè, facendo tintinnare il metallo del cucchiaino sulla
porcellana. Tomás lo sorseggiò; la bevanda era corposa, densa, cremosa,
sprigionava un vapore caldo, fortemente aromatico, e mostrava un color
noce leggermente rossastro.
«È buono?» domandò lei.
«Una meraviglia. Ma me lo puoi correggere?».
«Come?».
«Lo preferisco corretto. Non sai che significa?».
«No».
«Hai dell'acquavite?».
Lena si alzò e andò alla credenza. Aprì l'anta e prese una bottiglia di li-
quore; era di vetro incolore, l'etichetta bianca mostrava una strada di cam-
pagna fiancheggiata da alberi spogli e il nome, Skane Akvavit, in basso.
Con la bottiglia in mano, tornò vicino a Tomás.
«Questa va bene?».
«E cos'è?».
«Acquavite svedese» spiegò lei, esibendo la bottiglia.
«Di solito si usa la grappa35, l'acquavite italiana, oppure quella porto-
ghese, ma suppongo che anche quella svedese vada bene».
«Metti l'acquavite nel caffè?».
«Soltanto un pochino». Versò alcune gocce nella tazzina. «Gli italiani lo
chiamano caffè corretto36. Dai, assaggialo».
Lena ne bevve un po' e sentì il vapore ardente dell'alcool mischiato al li-
quido aromatico e cremoso. Fece una smorfia con la bocca, come se ap-
provasse.
«Non è male».
«Ti preparo solo cose buone» sorrise lui.
La svedese indicò il blocco di appunti, riportando la conversazione sul
problema del messaggio cifrato.
«Quando hai intenzione di applicare la tabella alla sciarada?».
Tomás posò la sua tazzina calda e assunse un'aria rassegnata.
«Già l'ho applicata».
«E quindi?».
«Beh, ho analizzato le lettere della sciarada e ho scoperto che la più fre-
quente è la e, che appare cinque volte. Seguono la a, la o e la u, che ricor-
rono ognuna tre volte. Quindi, per prima cosa ho sostituito la e con la a.
Poi ho fatto dei tentativi per le altre vocali, sostituendole alternativamente
con la e, con la o, con la r e con la s, le lettere più frequenti nei testi porto-
ghesi, dopo la a».
«Non hai ottenuto alcun risultato?».
«Nessuno».
Lena consultò la tabella.
«Ma allora, se non hai ottenuto niente e la lettera più frequente è la e,
perché non dedurre che il testo è scritto in un'altra lingua che non sia il
portoghese?».
«Beh, perché questo significherebbe che non si tratta di cifra di sostitu-
zione, ma...».
S'interruppe a metà, sorpreso per quello che aveva appena finito di dire.
«Ma cosa?» tagliò corto Lena, chiedendogli di completare il ragiona-
mento.
Tomás alla fine la guardò.
«Hmm, forse è così».
«Così come?».
L'uomo spostò l'attenzione sulla sciarada annotata sul quaderno.
«Forse non è una cifra di sostituzione».
«Ah, no? Allora cos'è?».
Tomás si mise a contare le lettere della sciarada.
«Uno-due-tre-quattro-cinque-sei-sette...» mormorò a voce bassa, saltan-
do con il dito da una lettera all'altra, quasi casualmente. «Quattordici» dis-
se alla fine. Scrisse quattordici sul blocco e si mise a contare di nuovo.
«Uno-due-tre-quattro-cinque...». La cantilena continuò fino ad arrivare a
tredici. «Tredici» concluse. Annotò il numero sul blocco, sotto a quattordi-
ci. Poi prese il libro e consultò la tabella di frequenze. «Trovato!» esclamò,
chiudendo il pugno in segno di vittoria.
«Trovato cosa?» ripeté Lena, senza capire nulla.
Tomás le indicò un valore registrato nella tabella.
«Vedi questo?».
Il valore che il dito mostrava era quarantotto per cento.
«Sì» confermò Lena. «Quarantotto per cento. E allora?».
Tomás sorrise.
«È la percentuale delle vocali nei testi portoghesi».
«Cosa?».
«In media, il quarantotto per cento di lettere di un testo portoghese è
rappresentato dalle vocali» spiegò lui, emozionato. Indicò gli altri valori.
«Vedi? Solo gli italiani usano tante vocali come i portoghesi. Gli spagnoli
hanno il quarantasette per cento, i francesi il quarantacinque, mentre gli
inglesi e i tedeschi utilizzano le vocali solo per il quaranta per cento».
«Quindi?».
«Sai quante vocali ha la sciarada del professor Toscano?».
«Quante?».
«Quattordici. E le consonanti sono tredici. Il che significa che più della
metà delle ventisette lettere che formano la sciarada sono vocali». La fissò
negli occhi. «Sai cosa vuol dire?».
«Che il messaggio è scritto in portoghese?».
«Forse» ammise Tomás. «Ma il vero significato è un altro. Una così ele-
vata percentuale di vocali, quando sia applicata a un messaggio cifrato la
cui lingua originale si presume essere europea, in questo caso il portoghe-
se, può solo portarci alla conclusione che si tratta non di una cifra di sosti-
tuzione, ma di trasposizione».
«Di trasposizione?».
«Sì. In pratica siamo di fronte a un nuovo anagramma».
«Scusa ma non ti seguo».
«È semplice. Se la cifra fosse di sostituzione, le lettere più comuni del
testo, le vocali, si trasformerebbero in consonanti. Per esempio, fai conto
che la e sia stata sostituita dalla x. Quello che scopriremmo, dopo un'anali-
si delle frequenze, sarebbe una percentuale stranamente elevata di x nel te-
sto. Ma non è questo che succede, giusto? In questa sciarada, le vocali
mantengono una percentuale molto elevata. Se ne trae la conclusione che
le vocali rimangono frequenti perché non sono state sostituite, bensì tra-
sposte, cioè hanno cambiato semplicemente posto. Siamo di fronte a un
anagramma».
«Come quello di Moloc?».
«Precisamente. Solo che, questa volta, con più lettere e molto più com-
plicato». Osservò la sciarada. «E usando un metodo che crea l'impressione
visiva di trovarsi di fronte a una cifra di sostituzione».
Sorseggiarono il caffè.
«La tabella di frequenze può aiutarti a decifrare il messaggio?».
«No, la tabella di frequenze è utile solo nel caso di cifre di sostituzione.
Per quanto riguarda questo tipo di anagrammi, serve solo per capire che si
tratta di una cifra di trasposizione, non per decifrarla».
«Allora come farai?».
«Devo provare alcuni accostamenti fra vocali e consonanti per verificare
se qualche combinazione ha un senso. Se riesco a cogliere qualcosa, potrei
poi dedurre la linea di lettura utilizzata dal professor Toscano. Ad esem-
pio, nel caso di Moloc aveva utilizzato un sistema simmetrico, a specchio,
in base al quale bisognava leggere da destra verso sinistra». Mostrò la scia-
rada. «Ma questa non mi sembra seguire lo stesso criterio. Guarda». Lesse
la prima riga della prima colonna da destra a sinistra. «Ouq». Scrollò le
spalle. «Non ha alcun senso». Lesse la prima riga dell'altra colonna. «Ele».
Esitò. «Beh, ele già vuol dire qualcosa. Ma, se passiamo alla riga successi-
va e utilizziamo lo stesso sistema, otteniamo atf, che non significa nulla».
«Non potresti provare dal basso verso l'alto?».
«La linea da seguire può essere una qualsiasi. Da sinistra a destra, dal
basso verso l'alto o viceversa, in diagonale, casuale, a zigzag e...».
«Qldut» mormorò Lena, leggendo le prime lettere della prima colonna
dall'alto verso il basso. Poi provò nel senso opposto. «Tudlq».
Tomás studiò l'enigma e, dopo un'attenta analisi, prese una matita.
«Proviamo a unire le due colonne».
Riprodusse la sciarada nella pagina accanto. Ora non appariva a gruppi
di tre per ogni linea orizzontale, ma di sei. Il risultato, però, continuava a
essere confuso:

Q U O E L E
L A E F T A
D O C O P 5
U A C U E 4
T N E D N 5

«Quoele» continuò la svedese, sussurrando. Aveva preso nuovamente in


considerazione tutta la lunghezza orizzontale, in particolare la prima riga.
Dato che il suono non le sembrava familiare, lesse la stessa riga, ma da de-
stra a sinistra. «Eleouq».
«Non ha senso» mormorò Tomás, scuotendo la testa.
«Laefta» continuò lei, passando alla seconda riga. «Afteal».
Mentre Lena proseguiva con la lettura delle linee seguendo varie dire-
zioni, Tomás si concentrò sull'ordine dei digrammi e dei trigrammi. In por-
toghese, i digrammi più comuni sono es, os, de, as e ro. Cercò nella scia-
rada i punti in cui le lettere si univano formando tali coppie, ma fu inutile.
L'unico gruppo che individuò fu un de presente nella forma invertita di ed,
a metà dell'ultima riga orizzontale. Letta da destra verso sinistra, quest'ul-
tima linea si pronunciava 5ndent, e non sembrava avere alcun significato.
Sfiduciato, passò ai trigrammi. Nei testi portoghesi, i gruppi più frequenti
composti da tre lettere sono que, ent, nte, des e est. Provò a individuarli
nella sciarada ma riuscì a riconoscere solo il trigramma ent, collocato
anch'esso nell'ultima riga, leggendo ancora una volta da destra a sinistra.
5ndent.
«Olé» mormorò, con un tono quasi impercettibile. «Di nuovo l'ultima ri-
ga».
Questa coincidenza richiamò la sua attenzione. Uno dei digrammi più
usati nella lingua portoghese, de, si trovava sulla stessa linea di uno dei
trigrammi più comuni, ent. Tomás si mise a immaginare parole portoghesi
che impiegassero la sequenza dent. Ce n'erano molte. Independente.
Correspondente. Intendente.37
«Dut» insisteva Lena, al suo fianco, concentrandosi ora sulle ultime tre
lettere delle righe verticali. «Tud».
Chiaramente c'era da capire come il numero cinque e la n fossero uniti a
dent. 5ndent. Lì il cinque proprio non aveva senso, ma la n sì. Al posto di
dent, ndent, una sequenza comune in varie lingue europee. Non c'era dub-
bio: quel ndent, derivato dall'associazione di un digramma e un trigramma
molto usati in portoghese, difficilmente poteva essere una coincidenza. Il
problema era che le linee immediatamente sopra, se lette nello stesso ordi-
ne, sembravano non avere alcun significato. La penultima riga orizzontale,
da destra verso sinistra, dava eucau e la penultima si leggeva pocod. Nulla
di fatto.
La mano di Lena, accarezzandolo fra le gambe, lo distrasse dal suo ra-
gionamento.
«Questa parte mi sta eccitando» gli disse, con la voce languida.
«Quale?».
«Questa». Indicò le ultime tre lettere della penultima linea verticale letta
dall'alto verso il basso. «Pen». Fece un sorriso sensuale. «Sarà l'inizio di
pénis?».
Tomás rise.
«Birichina». Si curvò sulla sciarada, alla ricerca di un eventuale is al
quale poter associare pen.
Lesse dall'alto verso il basso e poi girò a sinistra. Il sorriso sparì e la
bocca gli si spalancò per lo stupore. Pendent. Unendo pen al ndent prece-
dentemente individuato, otteneva quasi una parola. Cercò una e che potes-
se legarsi alla t finale e la trovò all'estremità della prima riga. Scarabocchiò
nuovamente tutta la sciarada, sottolineando la parola che aveva appena de-
cifrato:
Q U O E L E
L A E F T A
D O C O P 5
U A C U E 4
I N E D N 5

«Trovato!» esclamò, quasi gridando. «Eccola qui!».


«Cosa? Cosa?».
«La sciarada. Ho aperto una breccia nella cifra». Le mostrò le lettere sot-
tolineate. «Vedi? Pendente. C'è scritto pendente».
Lena iniziò a leggere seguendo le lettere sottolineate.
«Già, è vero. Forte! Effettivamente si legge pendente». Aggrottò le so-
pracciglia, notando il bizzarro formato della sequenza. «Ma la e è separata
dal resto della parola...».
«È a causa del criterio di lettura» tagliò corto Tomás, emozionato. «La
linea di lettura è verticale dall'alto verso il basso, e allo stesso tempo oriz-
zontale, da destra verso sinistra, allargandosi man mano che si va verso de-
stra». Prese la matita e analizzò la sciarada. «Fammi vedere. Dopo penden-
te, seguendo l'ultima colonna dall'alto verso il basso, c'è a54S. Se non mi
sbaglio, potrebbe essere pendente a 545». Passò alle righe precedenti. «E
qui si ottiene efoucault». Rifletté. «Hmm». Si grattò il naso. «Forse, si de-
ve leggere e foucault pendente a 545».
Tornò alla prima riga e seguì tutto il filo delle lettere dall'inizio, percor-
rendole secondo il criterio che aveva individuato. Verso il basso e verso
sinistra, verso il basso e verso sinistra, come se stesse srotolando un gomi-
tolo. Scribacchiò per esteso il testo decifrato:

QUALOECODEFOUCAULTPENDENTEA545

Analizzò le lettere e le riscrisse, cercando di inserire degli spazi logici


tra le parole. Quando ebbe finito, contemplò il risultato e guardò l'amante,
con un sorriso compiaciuto stampato sulle labbra.
«Voilà!» esclamò, come fosse un illusionista che aveva appena portato a
termine un gioco di prestigio.
Lena guardò la frase scarabocchiata e considerò con meraviglia il modo
in cui quell'amalgama insignificante, illeggibile e complicato, si era tra-
sformato, chissà se proprio per magia, in una frase comprensibile, sempli-
ce e chiara.
QUAL O ECO DE FOUCAULT PENDENTE A 545?38

VIII

I gabbiani volavano bassi, il loro schiamazzo angoscioso si sovrappone-


va al continuo mareggiare delle onde che lambivano la vasta spiaggia in un
viavai costante, ciclico, ritmato, lasciando sottili strisce di schiuma sul lito-
rale castigato dal mare. La spiaggia di Carcavelos aveva un aspetto malin-
conico sotto il cielo grigiastro d'inverno: quasi deserta, intorpidita, fredda e
ventosa, era abbandonata a qualche surfista, a due o tre coppie d'innamora-
ti e a un anziano signore che passeggiava sulla riva insieme al suo cane.
L'aria triste e monocromatica della spiaggia, ora così solitaria e silenziosa,
contrastava con la variopinta allegria che mostrava in estate, piena di vita e
di energia.
Il cameriere s'allontanò, lasciando un caffè fumante sul tavolinetto all'a-
perto al quale si era seduto il cliente dieci minuti prima. Tomás ne bevve
un sorso e guardò l'orologio: erano le tre e quaranta del pomeriggio. Il suo
interlocutore era in ritardo. L'appuntamento era alle tre e mezza. Sospirò,
rassegnato. In fin dei conti, era lui quello interessato all'incontro. Il giorno
prima aveva telefonato a un suo collega del Dipartimento di Filosofia, il
professor Alberto Saraiva, e gli aveva chiesto di potergli parlare con ur-
genza. Saraiva viveva a Carcavelos, a due passi da Oeiras, e la spiaggia era
stata scelta come scontato luogo d'incontro; scontato ma, nonostante il ri-
gido inverno, decisamente più piacevole dei piccoli uffici dell'università.
«Mon cher, scusi il ritardo» disse una voce alle sue spalle. Tomás si alzò
e strinse la mano al nuovo arrivato. Saraiva era un uomo sui cinquant'anni,
con pochi capelli brizzolati, labbra sottili e sguardo strabico, alla Jean-Paul
Sartre. Aveva un'aria stravagante, un po' scapestrata, si sarebbe detto da
genio pazzo, un negligé charmant che lui, naturalmente, coltivava. Del re-
sto, quell'aspetto allucinato sembrava del tutto appropriato alla sua specia-
lizzazione sui decostruzionisti francesi, che tanto aveva studiato durante il
dottorato alla Sorbona.
«Salve, professore» lo salutò Tomás. «Prego». Con la mano fece un ge-
sto per indicare la sedia al suo fianco. «Prende qualcosa?».
Saraiva s'accomodò, guardando la tazzina che era già sul tavolo.
«Mah, un caffettino anche per me».
Tomás fece cenno al cameriere che si stava avvicinando.
«Un altro caffè, per favore».
L'ultimo arrivato respirò a fondo, riempiendo i polmoni con il profumo
di mare che fluttuava nell'aria, e si guardò intorno, ruotando la testa per
abbracciare la distesa d'acqua da un'estremità all'altra.
«Adoro venire qui in inverno» commentò. Si esprimeva con pomposità,
scandendo molto bene le sillabe, con tono affettato. Parlava come se stesse
recitando una poesia, come se le parole fossero essenziali per esprimere il
senso di pace che albergava in quel luogo. «Questa tranquillità ineffabile
mi ispira, mi infonde energia, allarga gli orizzonti, mi riempie l'anima».
«Viene qui spesso?».
«Solo in autunno e in inverno, quando non ci sono i villeggianti». Ac-
cennò una smorfia annoiata, come se fosse appena passato uno di quei de-
plorevoli esemplari della specie umana. Tremò, quasi volesse allontanare
un così orribile pensiero. Ma forse considerò alquanto improbabile una si-
mile eventualità, perché subito dopo i muscoli del viso tornarono a rilas-
sarsi e Saraiva riacquistò, alla fine, quell'aria placida, un po' blasée, che lo
distingueva. «Adoro questa serenità, il rude contrasto tra la dolcezza della
terra e la furia del mare, l'eterno duello tra i docili gabbiani e le onde furio-
se, la perenne lotta che oppone il timido sole alle invidiose nuvole». Chiu-
se gli occhi e di nuovo respirò profondamente. «Questo, mon cher, mi sti-
mola».
Il cameriere posò la seconda tazzina di caffè sul tavolo. Il tintinnio del
vetro interruppe la digressione di Saraiva, che, riaperti gli occhi, vide il
caffè davanti a sé.
«Vi porto qualcos'altro?».
«No, grazie» disse Tomás.
«Questo è il posto in cui riesco a immergermi meglio nel pensiero di
Jacques Lacan, di Jacques Derrida, di Jean Baudrillard, di Gilles Deleuze,
di Jean-François Lyotard, di Maurice Merleau-Ponty, di Michel Foucault,
di Paul...».
Tomás tossì forzatamente, ora doveva dire la sua battuta.
«Infatti» lo interruppe, esitante «era precisamente di Foucault che le vo-
levo parlare».
Il professor Saraiva lo guardò aggrottando le sopracciglia, come se To-
más avesse bestemmiato, nominando invano il nome di Dio e, insieme,
quello di Cristo.
«Michel Foucault?».
Saraiva sottolineò il nome proprio, Michel, come a voler sottilmente
puntualizzare che, ogni volta che ci si riferisce a Foucault, il nome è im-
prescindibile, noblesse oblige.
«Sì, Michel Foucault» si corresse Tomás, diplomatico, accettando taci-
tamente l'imposizione. «Sa, sto conducendo una ricerca storica e mi sono
imbattuto, non mi chieda come, in Michel Foucault. Nemmeno io so bene
cosa stia cercando, ma di sicuro so che in questo filosofo c'è qualcosa
d'importante per la mia indagine. Che può dirmi su di lui?».
Il professore di Filosofia fece un gesto vago con la mano, come se voles-
se spiegare che c'erano talmente tante cose da raccontare che non sapeva
da dove iniziare.
«Oh, Michel Foucault!». Contemplò il mare con un sguardo nostalgico.
Guardava il vasto oceano ma in realtà vedeva la lontana Sorbona della sua
gioventù. Respirò profondamente. «Michel Foucault è stato il più grande
filosofo dopo Immanuel Kant. Ha mai letto la Critica della Ragion Pu-
ra?».
«Ehm... no».
Saraiva sospirò pesantemente, quasi stesse parlando con un ignorante.
«È il più grande testo di filosofia, mon cher!» proclamò, tenendo gli oc-
chi fissi su Tomás. «Nella Critica della Ragion Fura, Immanuel Kant so-
stiene che l'uomo non ha accesso al reale, ovvero alla realtà ontologica del-
le cose, ma soltanto a rappresentazioni del reale. Noi non conosciamo la
vera natura degli oggetti, ma solo il modo in cui li percepiamo, modo che è
del tutto particolare. Ad esempio, l'uomo ha una percezione del mondo di-
versa da quella dei pipistrelli. Gli uomini captano le immagini, i pipistrelli
registrano gli ultrasuoni, i serpenti sentono il calore. Gli uomini vedono a
colori, i cani in bianco e nero. Nessuna di queste forme è più vera dell'al-
tra, sono semplicemente diverse. Nessuno percepisce il reale così com'è,
ma tutti apprendono differenti rappresentazioni del reale. Se volessimo ri-
prendere la celebre allegoria di Platone, quello che Immanuel Kant ci sta
dicendo è che ci troviamo tutti in una caverna incatenati ai limiti della no-
stra percezione. Vediamo solo le ombre del reale, mai il reale vero e pro-
prio». Si girò verso Tomás. «Capisce?».
Tomás osservava pensieroso la schiuma lasciata da un'onda sulla sabbia
bianca della spiaggia. Senza distogliere lo sguardo da quella spuma crepi-
tante, fece cenno di sì con la testa.
«Certo».
Saraiva si guardò per alcuni istanti le unghie delle mani e riprese il suo
discorso.
«Basandosi su questo, i decostruzionisti francesi affermano che non esi-
ste nulla all'infuori del testo. Se a causa dei limiti della nostra percezione il
reale è inattingibile, questo significa che siamo noi a costruire l'immagine
del reale. Questa immagine non proviene solo dal reale in sé, ma anche dai
nostri specifici meccanismi cognitivi».
«È questo che sostiene Foucault?».
«Sì, Michel Foucault è stato fortemente influenzato da questa teoria»
confermò, tornando a sottolineare il nome proprio, Michel, insistendo sot-
tilmente sulla necessità di menzionare sempre il nome completo, quando si
cita un filosofo del suo calibro. «Ha compreso che non esiste una sola veri-
tà, ma differenti verità».
Tomás fece una smorfia.
«Non pensa sia un ragionamento un po' troppo artefatto? Come si può
dire che non ci sia un'unica verità?».
«Mon cher, questa è la conseguenza logica dell'intuizione di Kant. F
chiaro, se non possiamo accedere al reale, perché esso non può essere at-
tinto dai sensi, essendo ricostruito soltanto attraverso i nostri limitati pro-
cessi cognitivi, allora non possiamo accedere neanche alla verità. Lo capi-
sce? Il reale è la verità. Se non siamo in grado di attingere al reale, non
siamo in grado di attingere alla verità». Fece un gesto con la mano. «Logi-
co».
«Quindi non c'è verità assoluta, giusto?». Batté sulla sedia di faggio. «Se
affermassi che questa sedia è di legno, non starei dicendo la verità?».
Guardò l'oceano. «Se affermassi che il mare è azzurro, non starei dicendo
la verità?».
Saraiva sorrise, la conversazione si era spostata sul suo campo.
«Questo è un problema che la scuola fenomenologica, sulla scia della
Critica della Ragion Pura, ha dovuto risolvere. Si è infatti avvertito il bi-
sogno di ridefinire la parola verità. Edmund Husserl, uno dei padri della
fenomenologia, ha rivolto la sua attenzione alla questione e ha concluso
che i giudizi non racchiudono alcun significato oggettivo, ma soltanto una
verità soggettiva, stabilendo una distinzione tra la connessione delle cose,
o noumeni, e la connessione delle verità, o fenomeni. Vale a dire, la verità
non è la cosa in sé, sebbene sia ad essa collegata, ma è la rappresentazione
soggettiva della cosa. Martin Heidegger ha ripreso quest'idea, deducendo
che la verità è l'assomigliarsi della cosa alla conoscenza, ma anche l'asso-
migliarsi della conoscenza alla cosa, dato che l'essenza della verità è la ve-
rità dell'essenza».
«Hmm, non so» esitò Tomás. «Mi lasci dire che questo sembra soltanto
un gioco di parole».
«Non lo è» lo contraddisse Saraiva con energia. «Guardi il suo campo, la
storia. I testi parlano della resistenza del portoghese Viriato alle invasioni
romane. Ora, come faccio a essere certo che Viriato sia esistito veramente?
Solo facendo ricorso ai testi che parlano di lui, ovvio. E se questi testi fos-
sero favole? Come sa meglio di me, in un testo storico non abbiamo a che
fare con il reale ma soltanto con chi riporta il reale, e i racconti possono
non essere corretti, o possono essere addirittura inventati. Pertanto, nel di-
scorso storico non c'è verità oggettiva, ma solo soggettiva. Secondo Karl
Popper non esistono cose che siano definitivamente vere, ma solo cose de-
finitivamente false e altre provvisoriamente vere».
«Questo discorso vale per tutto» affermò Tomás. «Ammetto che sia va-
lido anche per la storia. Basta leggere Marrou, Ricoeur, Veyne, Collin-
gwood o Gallie, per capire che non esistono verità storiche assolute, per
comprendere che la storia è la relazione di eventi passati, sulla base di
quanto affermano le testimonianze e i documenti, tutti fallibili, e del lavoro
degli storici, ugualmente fallibile. Ma, se lo lasci dire, questo non risponde
alla mia domanda». Tornò a indicare l'orizzonte. «Guardo il mare e vedo
che è azzurro. Come si può affermare che questa sia una verità soggetti-
va?». Accennò una smorfia con la bocca. «Che io sappia, il fatto che il ma-
re sia azzurro è una verità oggettiva».
«E invece non lo è!» ribatté Saraiva, scuotendo la testa. «Se si mettesse
a studiare il fenomeno dei colori, constaterebbe che questi sono, in un cer-
to senso, un'illusione. Il mare e il cielo ci appaiono azzurri a causa del mo-
do in cui la luce solare colpisce la Terra. Quando la luce del Sole proviene
da un punto vicino all'orizzonte, il cielo può diventare rosso in seguito a
un'alterazione nella distribuzione della banda di colori dei raggi solari. Il
cielo è sempre lo stesso, è la banda di colori dello spettro di luce che cam-
bia a causa della diversa posizione del Sole. Questo dimostra che il mare
non è azzurro, sono i nostri occhi che, per le specifiche caratteristiche per-
cettive e in base alla distribuzione della luce, lo vedono così. In fondo è
questo il problema della verità. Considerando che i sensi possono ingan-
narmi, che il mio ragionamento può condurmi a conclusioni errate, che la
memoria può giocare brutti scherzi, non posso avere accesso al reale e non
sarò mai padrone della verità oggettiva, della verità assoluta, definitiva.
Lei guarda il mare e lo vede azzurro, un cane guarda il mare e lo vede gri-
gio, perché è daltonico. Nessuno dei due ha accesso al reale vero e proprio,
ma solo a una visione del reale. Nessuno dei due possiede la verità ogget-
tiva, ma qualcosa di assai meno categorico». Aprì i palmi delle mani, come
se vi custodisse una cosa preziosa che solo ora aveva deciso di rivelare.
«La verità soggettiva».
Tomás si sfregò gli occhi con la mano destra.
«Capisco» disse. «È qui che entra in gioco Foucault?».
«Michel Foucault porta avanti esattamente questa linea teorica» assentì
Saraiva, sottolineando nuovamente il nome proprio che Tomás era tornato
a ignorare. «Ciò che egli ha fatto è stato dimostrare che le verità dipendono
dal contesto dell'epoca in cui esse sono state enunciate. Lavorando come
uno storico, è giunto alla conclusione che sapere e potere sono così intrin-
secamente legati che si trasformano in sapere/potere, quasi come due facce
della stessa medaglia. Fondamentalmente è stato intorno a questo principio
che si è sviluppato tutto il suo lavoro». Fece un gesto in direzione di To-
más. «Ha mai letto Michel Foucault?».
«Beh...» esitò Tomás, temendo d'offendere il suo interlocutore. «No».
Saraiva scrollò la testa, in un gesto di paterna disapprovazione.
«Deve leggerlo assolutamente».
«Me ne parli».
«Che vuole che le dica, mon cher? Michel Foucault nacque nel 1926 ed
era omosessuale. Dopo aver scoperto Martin Heidegger, si imbatté nell'o-
pera di Friedrich Nietzsche e nella sua concezione del ruolo centrale che il
potere riveste in ogni attività umana. Questa fu una rivelazione che lo se-
gnò profondamente. Michel Foucault, stabilito che il potere sta dietro ogni
cosa, si dedicò allo studio delle forme in cui il potere si esercita attraverso
la conoscenza, utilizzando il sapere come strumento di controllo sociale. Il
cosiddetto connubio sapere/potere».
«Dove si trovano queste teorie?».
«Oh, in vari testi. Ne Les mots el les choses, per esempio, analizza le
condizioni e i preconcetti che incidono sul pensiero in una determinata e-
poca».
Pronunciò il titolo del libro in un francese molto parisien, con un tocco
chic nell'accento.
Tomás prendeva appunti.
«Aspetti» disse, mentre scarabocchiava frettolosamente.
«Sì. Si tratta forse dell'opera più kantiana di Michel Foucault, quella in
cui le parole sono la manifestazione del reale e le cose sono il reale vero e
proprio. In un certo senso, questo libro ha contribuito alla demolizione del
concetto di verità assoluta. In effetti, se il nostro modo di pensare è sempre
determinato dal contesto e dai pregiudizi della nostra epoca, allora non è
possibile arrivare alla verità oggettiva. La verità diventa relativa, in quanto
essa dipende dalla maniera in cui sono percepite le cose».
«Questo è quanto affermava Kant».
«Certo. È per tale ragione che molti considerano Michel Foucault un
nuovo Immanuel Kant».
«Non è piuttosto un suo seguace? In fin dei conti, ha semplicemente ri-
preso le idee di Kant...».
«Michel Foucault ha collocato queste idee in un nuovo contesto» ribatté
Saraiva, preoccupato che il suo filosofo preferito non fosse visto come un
plagiatore. «Le racconto una storia, mon cher. Quando fu invitato a inse-
gnare al Collège de France, gli chiesero quale fosse la sua materia. Sa cosa
rispose?».
«No».
«Professore di Storia dei Sistemi di Pensiero». Saraiva scoppiò in una ri-
sata. «Devono essere rimasti di stucco». La risata si trasformò in un sorriso
cordiale. «In fondo era proprio questo, no? Uno storico dei sistemi di pen-
siero. Del resto è in questa veste che appare nel libro successivo, L'archéo-
logie du savoir, nel quale Michel Foucault definisce la verità come una co-
struzione, un prodotto della conoscenza di ciascuna epoca, e allarga questa
visione anche ad altri concetti. Ad esempio, a quello di autore di un'opera
letteraria. Per il filosofo un autore non è soltanto colui che scrive un libro.
Egli, piuttosto, rappresenta una costruzione basata su un insieme di fattori,
inclusi il linguaggio, le correnti letterarie del momento e vari altri elementi
sociali e storici. Quindi, l'autore è semplicemente il prodotto del suo stesso
materiale e delle circostanze».
Tomás fece una smorfia, non molto convinto.
«Questo è evidente, non trova?» domandò. «Tutti noi siamo il prodotto
di ciò che facciamo e delle circostanze in cui lo facciamo. Qual è la novi-
tà?».
«Ancora una volta il contesto, mon cher. Analizzando così minuziosa-
mente il concetto, lo sta disintegrando».
«Ah!» esclamò Tomás, come se finalmente avesse capito. In verità non
ci vedeva nulla di straordinario o di innovativo, ma non voleva contrariare
Saraiva né freddare il suo entusiasmo. «E che altro?».
Con un occhio su Tomás e l'altro verso l'orizzonte, il professore di Filo-
sofia fece un lunga sintesi dell'opera di Foucault, descrivendo dettagliata-
mente il contenuto della Histoire de la folie a l'âge classique, della Nais-
sance de la clinique, di Surveiller et punir e dei tre volumi della Histoire
de la sexualité. La sua fu un'esposizione appassionata che lo storico seguì
con un misto di attenzione e cautela, attenzione per cercare di cogliere e-
lementi che fossero rilevanti ai fini del suo enigma, cautela perché riteneva
che i decostruzionisti francesi tendessero a sopravvalutare l'importanza di
Foucault.
«E questo è tutto» concluse Saraiva alla fine della lunga dissertazione.
«Due settimane dopo aver consegnato il manoscritto del terzo volume del-
la Histoire de la sexualité, Michel Foucault ebbe un collasso e fu ricovera-
to all'ospedale. Aveva l'AIDS. Morì nell'estate del 1984».
Tomás consultò i suoi appunti, sfogliandoli avanti e indietro.
«Hmm» mormorò pensieroso, gli occhi fissi sulle annotazioni. «Non ve-
do nessuna pista».
«Pista per cosa?».
«Per una sciarada sulla quale sto lavorando».
«Una sciarada su Michel Foucault?».
Tomás si passò la mano sul viso, strofinandosi distrattamente.
«Sì» disse.
Rivolse lo sguardo verso l'oceano che si stendeva davanti ai suoi occhi.
L'acqua risplendeva di una lucentezza dorata, scintillante, brillando come
se un lucido tappeto di diamanti, irrequieto, fluttuasse in superficie se-
guendo la danza della marea. Era già pomeriggio inoltrato e una sfera gial-
lo rossastra scendeva sulla destra, oltre lo strato di nubi. Il sole stava libe-
randosi della tunica grigia che copriva il cielo, per tuffarsi nella distante li-
nea dell'orizzonte, proiettando sul mare quel luminoso e fiammante scintil-
lio.
«Di che si tratta?».
Tomás guardò Saraiva, esitante. Valeva la pena mostrargli l'enigma? Ef-
fettivamente, cosa aveva da perdere? Poteva anche succedere che un pro-
fessore di Filosofia avesse un'idea. Sfogliò di nuovo il bloc-notes e trovò la
frase, alzò il blocco e gliela mostrò.
«Vede?».
Saraiva si protese verso la pagina e fissò la riga con l'occhio destro,
mentre quello sinistro, per effetto dello strabismo, sembrava perdersi da
qualche parte nel mare. Gli si presentò davanti una strana domanda:

QUAL O ECO DE FOUCAULT PENDENTE A 545?


«Ma che significa?» si chiese Saraiva. «Qual è l'eco di Foucault?».
Guardò Tomás. «Ma di che eco si tratta?».
«Non so. Me lo dica lei».
Il professor Saraiva tornò a osservare la frase scritta sul bloc-notes.
«Mon cher, non ne ho la minima idea. Potrebbe riferirsi a qualcuno che
riecheggia Michel Foucault?».
«Ecco un'idea interessante» replicò Tomás, pensieroso. Fissò Saraiva
con un briciolo di ansia. «Conosce qualche filosofo che abbia ripreso Fou-
cault?».
«Ci sarebbe Immanuel Kant. Anche se, in realtà, dovremmo dire che è
stato Michel Foucault a riprendere le teorie di Immanuel Kant, non vice-
versa».
«Ma nessuno ha mai seguito le idee di Foucault?».
«Michel Foucault ha avuto molti seguaci, mon cher».
«E qualcuno di questi pende a 545?».
«Non so risponderle perché non capisco cosa voglia dire quest'espres-
sione. Cos'è questa storia di pendere a 545? A cosa si riferisce questo
545?».
Tomás tenne lo sguardo fisso sul suo interlocutore.
«Non c'è niente che le suoni familiare?».
Saraiva si morse il labbro inferiore.
«Niente, mon cher» disse, scrollando la testa. «Niente di niente».
Tomás chiuse il bloc-notes con grande solennità e sospirò.
«Cavolo!» esclamò, battendo la mano sul tavolo, frustrato. «Speravo di
scoprire qualcosa». Si guardò intorno e alzò il braccio in direzione del ca-
meriere. «Scusi. Il conto, per piacere».
Saraiva prese nota della frase enigmatica e infilò il foglio nella tasca del
cappotto.
«Consulterò i libri con attenzione» promise. «Può essere che scopra
qualcosa».
«La ringrazio».
Il cameriere si avvicinò, indicando la cifra da pagare. Tomás pagò e i
due clienti si alzarono, era ora di andar via.
«Che farà adesso?» volle sapere Saraiva.
«Andrò a casa».
«No. Mi riferisco alla sua sciarada».
«Ah, sì. Passerò in una libreria e comprerò dei libri di Foucault, per ve-
dere se trovo una pista. La chiave per decifrare l'enigma, probabilmente,
deve trovarsi in qualche dettaglio».
Uscirono insieme dal ristorante e nel parcheggio si salutarono.
«Michel Foucault era un personaggio curioso» commentò Saraiva prima
di allontanarsi.
«In che senso?».
«Era un grande filosofo e un apprezzabile storico. Proclamò che la verità
oggettiva è inattingibile, che abbiamo accesso soltanto alla verità soggetti-
va, che la verità è relativa e dipende dal modo in cui vediamo le cose. Ep-
pure sa cosa disse una volta riferendosi a tutto il suo lavoro di ricerca della
verità?».
«Cosa?».
«Che per tutta la vita non aveva fatto che scrivere fantasie».

IX

Il fremito lascivo del trepidante segreto lentamente andò perdendo pas-


sione, come un divieto che, a furia di essere violato, si trasforma in un'abi-
tudine discreta, in un vizio certamente riprovevole, ma pur sempre tollera-
bile. Dopo quasi due mesi, la relazione di Tomás e Lena si era adagiata sui
binari della routine. La tempesta del desiderio, che li aveva sferzati con in-
controllabili venti di lussuria e piacere, che li aveva trascinati all'apice di
un'estasi irrefrenabile, quell'energia che in poco tempo li aveva consumati
altrettanto velocemente si era esaurita. Il vento aveva smesso di soffiare
forte, si era calmato con sorprendente rapidità, per diventare una semplice
brezza, calda e dolce, che spirava sull'apatica pianura della quotidianità.
Fu senza il tremante ardore dell'attesa, che lo aveva agitato in occasione
dei loro primi incontri, che Tomás salì le scale del palazzo di Via Latino
Coelho e si presentò alla porta dell'amante. Lena lo accolse con calore, ma
senza l'eccitazione della novità. In fin dei conti le visite del professore era-
no ormai diventate un'istituzione, una piacevole abitudine nei suoi pome-
riggi lisbonesi. Le prime volte, quando s'incontravano, una forza li spinge-
va prontamente a fondersi con i propri corpi. Entrambi ardevano di un tale
desiderio, e trepidavano per liberare quella fragorosa energia imprigionata
nella carne, che a malapena riuscivano a trattenersi quando si toccavano.
Subito consumavano il fuoco della passione in una inebriante esplosione di
sensi. Dopo l'amore, tuttavia, Tomás iniziava a sentirsi invaso da una sgra-
devole impressione, da un senso di vuoto, come privato di quel desiderio
che solo pochi minuti prima lo accecava. Il corpo terribilmente eccitante
della svedese gli diventava inaspettatamente indifferente, al punto da non
capire come alcuni istanti prima potesse essere stato tanto insaziabile, e tra
di loro nasceva un certo imbarazzo. Per questo, in breve tempo, scendendo
a patti con la routine, presero a controllare quella irrequieta ansia iniziale.
Invece di soddisfare subito l'istinto animale che sentivano intrappolato in
corpo, come una belva inquieta, assetata di sangue ma rinchiusa in una
gabbia troppo piccola, decisero di farlo durare più a lungo, di mantenere
viva la tensione sessuale, ampliandola, dilatandola, portando l'inevitabile
fino al limite, fino al punto in cui il desiderio non poteva essere più tratte-
nuto.
Questa volta Lena si presentò con un vestito di seta bianca, leggermente
trasparente sul petto, dal quale si riuscivano a immaginare, come sempre, i
grandi capezzoli rosa, dritti, e le curve sensuali dei seni, così prosperosi
che davano l'impressione di essere sul punto di traboccare latte. In una rea-
zione quasi animale, Tomás sentì il desiderio prendere istantaneamente il
sopravvento e le palpò l'abbondante petto come chi spreme un frutto matu-
ro nel tentativo di farne uscire il succo, ma Lena lo allontanò con un sorri-
so piccante.
«Adesso no, ingordo» lo rimproverò. «Se ti comporti bene, dopo la
mamma ti dà la pappa». Gli appoggiò l'indice sulla punta del naso, come
chi dà un avvertimento. «Ma solo se ti comporti bene...».
«Dai, lasciami assaggiare, solo un pochino...».
«No». Percorse il corridoio, dondolando il corpo per provocarlo. Si vol-
tò, maliziosa, e sorrise. «Non puoi avere tutto subito. Come siamo soliti di-
re noi in Svezia, ci ricordiamo del bacio promesso, ci dimentichiamo di
quelli ricevuti».
Si accomodarono sul divano, vicino alla stufa. Su un vassoio, Lena ave-
va preparato un infuso di tiglio, che fumava nella teiera, e in un piattino
c'erano dei biscotti svedesi tradizionali allo zenzero. Tomás sorseggiò l'in-
fuso e provò uno di quei biscotti marroni.
«Sono buoni» commentò con aria d'approvazione, gustandone il sapore
dolce e piccante.
Lena sbirciò nella busta di plastica.
«Ancora Foucault?».
Il professore si curvò e tirò fuori un libro.
«Sì» confermò. «Ma questa volta non è Les mots et les choses». Mostrò
la copertina del nuovo libro, intitolato Sorvegliare e punire. «È la tradu-
zione uscita in Brasile di Surveiller et punir. Pensa un po', in Portogallo
ancora non hanno fatto nessuna edizione di questo testo».
«Ma è la stessa cosa, no?».
«Certo».
«E l'altro? Già l'hai finito?».
«Sì».
«E allora?».
Tomás scrollò le spalle, rassegnato.
«Non c'era nulla». Appoggiò il nuovo libro sulle gambe e lo aprì alla
prima pagina, continuando a masticare il biscotto. «Vediamo questo cosa
ci dice».
Forse era proprio quello il loro punto in comune, si rese conto Tomás.
Oltre al sesso, ovviamente. Potevano non fare attenzione alle stesse cose
ma, per quanto riguardava la ricerca del professor Toscano, condividevano
lo stesso interesse e la svedese si rivelava di grande utilità: faceva doman-
de, partecipava al lavoro, lo aiutava nelle ricerche, consultava le amiche
che seguivano Filosofia, si sforzava di trovare delle piste che servissero a
risolvere l'enigma. Era perfino arrivata a procurarsi saggi su Michel Fou-
cault nella speranza di scovare qualche indizio che magari fosse stato tra-
scurato. Fu così che, tra l'altro, gli capitò fra le mani The Cambridge Com-
panion to Foucault di Gutting, il Foucault Reader di Rabinow, e il The Li-
ves of Michel Foucault di Macey. La dedizione di Lena era tale che lei
stessa aveva deciso di leggere addirittura la Storia della follia nell'età clas-
sica, traduzione portoghese della Histoire de la folie à l'age classique,
sempre alla ricerca dei numeri 545 o di parole che le ricordassero la scia-
rada che tormentava il suo amante.
«Tutti i pazzi sono fratelli» commentò aprendo il libro, accanto a To-
más.
«Cosa?» le domandò, alzando gli occhi da Sorvegliare e punire.
«È un altro proverbio svedese» spiegò Lena. Mostrò il volume della Sto-
ria della follia e ripeté il motto. «Tutti i pazzi sono fratelli».
Giocando con la matita appuntita, Tomás rivolse la sua attenzione al li-
bro e si isolò dal mondo intorno a sé. Ma la concentrazione non durò mol-
to. Le pagine iniziali lo fecero impallidire, lo angosciarono a tal punto da
indurlo a interrompere la lettura per il senso di nausea. Non aveva mai let-
to nulla di così violento, di così brutalmente gratuito.
«Che succede?» chiese Lena, preoccupata per quella reazione.
«È una cosa orribile» disse lui, facendo roteare gli occhi.
«Che?».
«Questa storia all'inizio del libro».
«Quale storia?». Lena si alzò e guardò l'opera. «Raccontamela».
Tomás rise e scrollò la testa.
«Non so se hai voglia di sentire...».
«Certo che ne ho voglia!» insistette la svedese, perentoria. «Forza!».
«Guarda che non ti piacerà».
«Dai, smettila di parlare e racconta».
Riaprì il libro senza distogliere lo sguardo dall'amante.
«Io ti ho avvisato, poi non ti lamentare». Abbassò gli occhi sulle prime
parole del testo. «Questo è un documento che descrive l'esecuzione pub-
blica, a Parigi, di Robert Damiens, un fanatico che tentò di uccidere Luigi
XV a Versailles nel 1757. L'esecuzione fu condotta da un gruppo di boia
capeggiati da un tale Samson e prevedeva che il condannato fosse sottopo-
sto al supplizio delle tenaglie su capezzoli, braccia, cosce e polpacci. La
mano destra, quella che aveva impugnato il coltello del crimine, sarebbe
stata bruciata con il fuoco di zolfo, mentre nelle parti tanagliate sarebbe
stato applicato piombo fuso, olio bollente, pece infuocata, cera e zolfo
sciolti insieme. Alla fine, il corpo sarebbe stato squartato da quattro caval-
li. Questo era il piano. L'esecuzione è stata descritta dettagliatamente dal
commissario della polizia Bouton, che assistette a tutto». Tornò a guardar-
la. «Sei proprio sicura di voler ascoltare?».
«No» rispose Lena, togliendogli il libro dalle mani.
«E dai! Devo leggerlo...».
«Leggilo dopo».
La ragazza s'avvicinò allo stereo e inserì un CD. La voce di Bono inondò
l'appartamento con le melodiche sonorità di Joshua Tree, creando un'at-
mosfera sensuale. Iniziarono a scambiarsi sorrisi complici, sempre più
provocanti, fino a trasformarsi in sguardi lascivi, golosi e passionali. Dopo
aver finito il tè e i biscotti, Lena mise a posto il vassoio e, sbottonandogli il
colletto, gli annunciò che era l'ora del dolce. Si tolse il vestito di seta bian-
ca e si curvò, nuda, su Tomás. La pelle bianca palpitava nell'attesa, calda
di desiderio, avida di carne. Il professore afferrò la ragazza e si possedette-
ro lì, sul sofà, vicino alla stufa, mentre Michel Foucault, buttato sul pavi-
mento, stava forse rivelando il segreto che il professor Toscano si era sfor-
zato di nascondere. Il sesso fu agitato, com'era loro abitudine, senza paro-
le, solo sensazioni, urla e gemiti fino alla liberatoria esplosione di fluidi. E,
quando la tempesta si esaurì nella vorace vertigine dei loro corpi famelici,
entrambi rimasero distesi, sfiniti, svuotati, abbandonati nel rantolo dei sen-
si saziati, deliziati, inebriati dal dolce torpore del piacere. Lena allungò
lentamente le braccia, s'appoggiò sul gomito e si piegò su Tomás, mentre i
suoi seni rosei pendevano sul petto ansimante dell'uomo.
«Tu non fai l'amore con tua moglie, vero?».
Riemergendo dall'inerzia nella quale le impetuose onde della passione lo
avevano sospinto, Tomás la guardò con perplessità.
«No» ribatté, scrollando la testa. Non si sarebbe mai aspettato quella
domanda. «Certo che no».
La ragazza sospirò, rassegnata, e si lasciò cadere sul sofà, sdraiata con i
capelli biondi sparsi sul cuscino, e gli occhi azzurri fissi al soffitto.
«Non posso far altro che crederti».

Grossi fiori traboccavano dai vasi d'argilla, sporgendosi fra le foglie co-
me fossero in punta di piedi, per cercare un po' d'aria fresca. I petali erano
sottili, leggeri come piume, risplendevano in differenti tonalità di rosa e si
piegavano al centro come conchiglie rotte. Erano bei fiori, sensuali e pas-
sionali.
«Sono rose?» domandò Tomás, con il bicchiere di whisky in mano.
«Sembrano rose» rispose Constança «ma sono peonie».
Avevano finito di mangiare e si stavano rilassando in sala, approfittando
della pausa, mentre Margarida s'infilava il pigiama nella sua cameretta.
«Non ne ho mai sentito parlare» mormorò lui. «Che tipo di fiori sono?».
«In Grecia Peonio era il medico degli dei. Il mito narra che abbia curato
Plutone con i semi di alcuni fiori speciali che, in suo onore, furono chia-
mati peonie. Plinio il Vecchio sosteneva che le peonie fornissero la cura
per venti malattie, ma questo non è mai stato dimostrato. Tuttavia, le radici
di questi fiori venivano utilizzate nel XVIII secolo per prevenire nei bam-
bini l'epilessia e gli incubi, cosa che contribuì ad associare le peonie all'in-
fanzia».
Tomás continuò a fissare i fiori.
«Avrei giurato che fossero rose».
«In un certo senso lo sono. Ma senza spine. Sai, il fatto di avere un gam-
bo così liscio portò i cristiani a paragonare la peonia alla Vergine Maria.
Dicevano che entrambe erano rose senza spine».
«Cosa rappresentano?».
«La timidezza. I poeti cinesi ricorrevano sempre alle peonie per descri-
vere l'imbarazzo delle ragazze, associando questo fiore a una certa virginea
innocenza».
La voce di Margarida irruppe nella stanza, lanciata a distanza, dalla ca-
meretta, come una supplica.
«Mamma, vieni a 'acconta'e una sto'ia».
Constança fissò il marito con aria stanca.
«Questa volta tocca a te. Per oggi ho dato abbastanza».
Tomás andò nella cameretta della figlia e la trovò che si stava guardando
allo specchio. La mise a letto, sistemandole la coperta. Curvo su di lei, le
baciò le guance rosee e le carezzò i sottili capelli.
«Che favola vuoi oggi?».
«Cene'entola».
«Sempre la stessa? Non vuoi che te ne racconti una nuova?».
«Voglio Cene'entola».
Spense la luce, lasciando acceso solo l'abat-jour. Quel lume soffuso e
giallastro infondeva torpore, era perfetto per calmare la bambina. Si acco-
modò sul bordo del letto, prese la mano della figlia e, in un sussurro ipno-
tico, iniziò a raccontare la favola di Cenerentola, che aveva perso prima la
madre, poi il padre, e alla fine era andata ad abitare con la perfida matrigna
e le sue due figlie viziate. Margarida tenne gli occhi aperti fino alla scena
del ballo, quando Cenerentola conosce il principe. Al che, tranquillizzata
dal fatidico incontro, sentì gli occhi farsi pesanti e smise di resistere. Si la-
sciò andare al ritmo cadenzato delle parole sussurrate dal padre, abbando-
nandosi al dolce sonno che le invase il corpo. Gli occhi si chiusero e il re-
spiro si fece regolare, profondo. Tomás baciò di nuovo la figlia e spense
l'abat-jour. In punta di piedi, quasi trattenendo il respiro, uscì dalla stanza,
accostò la porta con attenzione e finalmente tornò in sala.

Constança dormiva sul sofà, con la testa inclinata su una spalla, la tele-
visione era rimasta accesa su un programma che non stavano seguendo.
Sollevò la moglie e la portò in braccio fino in camera; con una mano le
tolse la giacca e la sdraiò sulle lenzuola, tirandole la coperta fino al mento.
Lei mormorò qualcosa d'incomprensibile e si voltò, abbracciata al cuscino,
mentre le guance lentigginose si coloravano di rosa per il calore della co-
perta sulla pelle chiara: sembrava una bambina. Tomás spense la luce e fe-
ce per ritornare in sala. Ma esitò. Si fermò sulla porta e si girò, fissando la
moglie che dormiva profondamente. Si avvicinò piano piano, per non fare
rumore, la guardò per un istante e si mise a sedere sul bordo del letto; ri-
mase a osservarla in silenzio, seguendo il movimento della coperta che sa-
liva e scendeva, dolcemente, al ritmo del respiro.
La domanda di Lena gli rimbombava in testa più forte che mai. Tu non
fai l'amore con tua moglie, vero?, gli aveva chiesto con un pizzico di an-
sia. In verità, era un po' di tempo che non faceva l'amore con Constança;
non l'aveva più fatto da quando era iniziata la relazione extraconiugale. Ma
come poteva garantirle che un giorno non sarebbe potuto accadere di nuo-
vo? Come poteva prometterle una cosa simile? Quella domanda, formulata
dopo l'intensa lotta amorosa, lo aveva strappato dal sogno irreale nel quale
fluttuava e, risvegliandolo con violenza, come se gli avessero immerso la
testa in acqua gelata, lo riportò al duro confronto con la realtà. Fu come se,
dentro il proprio corpo, un interruttore si fosse acceso, o spento, chi lo sa.
Cosa lo aspettava? Avrebbe fatto l'amore con entrambe, ingannando non
una ma due donne contemporaneamente? In fin dei conti, che futuro vole-
va per sé, per sua moglie, per sua figlia, per la sua amante? Che destino li
attendeva? Stava giocando con il fuoco? Era padrone della sua vita oppure
erano le circostanze che ora controllavano lui? Voleva vivere nella verità?
Ma quale verità? Non era stato Saraiva a dirgli che la verità oggettiva è i-
naccessibile? Forse. Tuttavia come essere umano aveva sempre l'alternati-
va di attingere a un'altra verità, quella soggettiva. La verità morale.
L'onestà.
Il fatto era che lui non viveva nella verità morale, ma nell'illusione, nella
doppiezza, nella menzogna. Mentiva alla moglie e, a breve, avrebbe menti-
to anche all'amante. Era questo il futuro che desiderava per sé e per le tre
donne alle quali era legato? La domanda di Lena, apparentemente così in-
nocua e casuale, aveva messo in moto una complessa catena di pensieri,
aveva innescato un tumulto nella mente di Tomás, obbligandolo a un fac-
cia a faccia con se stesso. Per la prima volta si stava guardando dentro.
Stordito dalla vertigine di quell'abisso che era lo specchio, poteva vedere
com'era realmente, interrogarsi su ciò che sarebbe stato, e riflettere sul
cammino incerto che lo stava logorando.
A pensarci bene, che strana storia gli stava svelando l'avventura nella
quale si era messo? Forse la storia di quella parte di sé immersa nell'om-
bra, nascosta in un angolo remoto della mente, sulla quale sentiva le mag-
giori incertezze e nutriva i timori più grandi. In sostanza, cosa rappresenta-
va Lena per lui? Una semplice impresa sessuale? La ricerca di qualcosa
d'indefinibile? Una fantasia irresponsabile? Un gioco rischioso in cui il pe-
ricolo non era altro che un afrodisiaco? Forse, considerò, lei rappresentava
qualcos'altro. Un diversivo, un sotterfugio, una richiesta.
Una fuga.
Dondolò la testa affermativamente, come se avesse trovato la parola giu-
sta, quella che meglio definiva la lotta che lo stava dilaniando. Una fuga.
Magari Lena, più che la chimica del sesso, gli offriva una via di fuga da sé,
dalla stanchezza della moglie, dalle difficoltà di Margarida, dai problemi
per la mancanza di soldi, la fuga dalla delusione nei confronti della vita.
Lena era una scappatoia, un'uscita, un'evasione. Una fantasia. Ma una fan-
tasia che giorno dopo giorno stava perdendo mistero, una chimera alla qua-
le già cominciava a mancare la lucentezza, un capriccio che aveva quasi
consumato tutto il suo splendore. Cosa gli restava, dunque?
Aveva ceduto agli incantesimi della svedese per sfuggire alla complessa
rete delle sue innumerevoli difficoltà. L'illusione aveva funzionato; almeno
per un certo periodo di tempo. Ma ora si rendeva conto che i problemi non
erano mai scomparsi veramente, semplicemente erano stati camuffati dal
fulgore intenso dell'inebriante relazione con Lena. Si sentiva come un co-
niglio immobilizzato dai fari di un'automobile; restava fermo in mezzo alla
strada, affascinato da quel sorprendente bagliore, stupito dagli scintillanti
raggi di luce che spuntavano dal manto grigiastro della notte, dimentican-
dosi che da quella bella fiammata luminosa, emergendo di nascosto dalle
scure tenebre, sarebbe spuntato un minaccioso, tremendo volto invisibile,
enorme e furtivo che, saltato dall'ombra come un felino, lo avrebbe schiac-
ciato sull'asfalto. Alla fine era questa la terribile scelta che aveva davanti a
sé. Voleva essere annientato da quel volto? Sarebbe stato capace di guar-
dare oltre l'offuscante bagliore dei fari? Sarebbe riuscito a spezzare il peri-
coloso incantesimo che lo stava ipnotizzando in mezzo alla strada?
Guardò Constança. La donna dormiva aggrappata al cuscino, con l'aria
innocente, l'espressione fragile, i capelli che disegnavano anelli sul cuscino
e sulle lenzuola. Sospirò. Forse, pensò, l'adulterio aveva a che fare più con
se stesso che con Lena; era piuttosto qualcosa che riguardava il suo modo
di essere, le paure che lo dominavano, le speranze che nutriva, il modo in
cui gestiva i conflitti e affrontava i problemi della vita. Constança era fonte
di preoccupazione, il volto delle difficoltà dalle quali aveva bisogno di
fuggire; Lena rappresentava il guscio protettivo, il tanto sospirato biglietto
che prometteva di strapparlo da quel tempestoso mare di ostacoli e di con-
durlo nelle vaste distese della libertà. Ma, ora se ne rendeva conto, quel bi-
glietto non lo avrebbe condotto da nessuna parte, non lo avrebbe trasporta-
to verso quella che pensava essere la sua destinazione, perché la verità era
che quella destinazione non esisteva, almeno per lui. Se si fosse imbarcato
per quel viaggio, si sarebbe ritrovato a un'altra fermata, magari più com-
plicata, con i vecchi problemi di sempre e con nuove avversità.
Passò le dita fra gli anelli che i capelli di Constança disegnavano sul cu-
scino, giocandoci distrattamente. Sentì il suo delicato respiro e ammirò lo
spirito con cui la moglie affrontava le stesse difficoltà innanzi alle quali lui
vacillava. Accarezzò i contorni di quel viso dalla pelle calda e morbida,
immaginò di avere a disposizione due biglietti, uno per restare, l'altro per
partire, e di dover prendere una decisione. Si guardò intorno, come per
trattenere nella memoria le ombre della stanza, il soffio leggero e armonio-
so del respiro della donna, la lieve fragranza di Chanel n°5 che fluttuava
nell'aria. Respirò profondamente e proprio lì, in quell'istante, mentre ca-
rezzava teneramente il placido volto di Constança, il flusso dei suoi pen-
sieri si arrestò.
Prese una decisione.

Il pullulare irrequieto della folla frettolosa era ciò che più lo infastidiva
ogni volta che doveva andare allo Chiado. Dopo aver girato per Via do
Alecrim in cerca di parcheggio, lasciò la macchina in Piazza Luís de
Camões e la percorse fino all'entrata di Via Garret, schivando i passanti
che andavano e venivano. Alcuni salivano in direzione del Bairro Alto, al-
tri scendevano verso la Baixa, tutti con lo sguardo perso verso un punto
indefinito: pensavano ai soldi, sospiravano per la fidanzata, odiavano il da-
tore di lavoro, si preoccupavano della propria vita. Attraversò il selciato e,
alla fine, camminò lungo l'ampio marciapiede di Via Garret. Lo spazio era
sicuramente vasto, ma dava l'impressione di restringersi per tutte quelle
sedie e quei tavolinetti occupati da clienti oziosi, il più famoso dei quali
era Fernando Pessoa, la carne fatta di bronzo, così come il cappello, gli oc-
chiali dalla montatura rotonda e le gambe accavallate. Tomás si guardò in-
torno, cercando i capelli biondi di Lena, ma lei non c'era. Girò a sinistra,
verso la grande porta ad arco del caffè, l'insegna "A Brasileira" in alto,
luogo prediletto dell'antica Lisbona bohémienne e letteraria.
Oltrepassare la porta del caffè fu come fare un salto nel tempo che lo ri-
portò alla decade 1920. La Brasileira era un bar stretto e lungo, riccamente
ornato in art nouveau, la parte alta delle pareti e il soffitto erano rivestiti in
legno lavorato, decorato da cornucopie, linee arrotondate e quadri d'epoca.
Il pavimento era a scacchi bianchi e neri, mentre dal centro dei disegni
scolpiti sul soffitto scendevano lampadari dall'aspetto antico, simili a ragni
con le zampe arcuate verso il basso e verso l'alto, che all'estremità sostene-
vano piccole candele. Sul lato sinistro la parete sembrava aprirsi, dando
una sensazione di ampiezza: era l'illusione creata dagli eleganti specchi do-
rati che arrivavano sino alla fine del locale, dando l'impressione che il bar
avesse il doppio della sua reale larghezza. I tavolinetti erano accostati alla
parete occupata dall'enorme specchio, mentre sul lato destro c'era un lungo
bancone decorato in ferro battuto; una batteria di bottiglie di vino, grappa,
acquavite, whisky, brandy e liquore, decorava la parete al di là del banco-
ne. In fondo, risaltava un antico orologio con numerazione romana che se-
gnava le undici.
Tomás trovò posto in un tavolino in parte occupato e si sedette, appog-
giando la spalla destra allo specchio, con lo sguardo rivolto verso l'entrata.
Chiese una pasta e un tè al gelsomino. Nell'attesa, si mise a sbirciare il
giornale che l'uomo seduto al suo fianco stava leggendo. Era "A Bola" e su
due pagine riportava un'intervista al perfido presidente del Benfica, piena
di accuse contro il sistema e di notizie di contratti immaginari, che non a-
veva in programma di pagare, per la "spina dorsale" della squadra. Osservò
di sfuggita il suo compagno, era un uomo quasi calvo, aveva solo ciuffi di
capelli brizzolati dietro alle orecchie, forse era un pensionato, senza dub-
bio un tifoso del Benfica. Il cameriere ritornò con i suoi gesti nevrotici e
l'aria indaffarata, come se avesse molte cose da fare e due mani non gli ba-
stassero; in equilibrio sulla punta delle dita portava un vassoio dal quale
prese una teiera metallica, una tazza, un piattino con il dolce, due bustine
di zucchero, una di cannella e il conto, lasciando tutto sul tavolo con pro-
fessionale destrezza. Tomás pagò e l'uomo, dopo un rapido gesto, si volati-
lizzò.
Mentre aspettava, prese il cellulare dalla tasca e digitò il numero di Nel-
son Moliarti. L'americano rispose con la voce insonnolita, evidentemente
svegliato da quella telefonata. Dopo le consuete frasi di rito, Tomás gli
disse che avrebbe avuto bisogno di fare alcuni viaggi per la sua indagine,
poiché le ricerche stavano andando verso una direzione che richiedeva un
accurato lavoro di verifica. Moliarti volle sapere quale fosse la pista indi-
viduata, ma Tomás si dispensò dall'aggiungere dettagli, precisando che a-
vrebbe voluto dargli delle certezze, e in quel momento aveva solo molti
dubbi. Sebbene inizialmente fosse reticente, l'americano finì per dargli il
suo consenso e per mettere a sua disposizione i fondi necessari alla mis-
sione. In fin dei conti quello era uno studio sul quale la fondazione puntava
molto. Subito dopo, ottenuta l'autorizzazione, Tomás telefonò all'agenzia
di viaggi e prenotò i voli e gli hotel.
Si accorse che Lena era appena entrata nel caffè quando avvertì che le
teste di tutti i clienti si erano voltate nello stesso momento verso la porta,
quasi fossero soldati che avevano eseguito un silenzioso ordine. Lena in-
dossava un vestito di lycra nero molto aderente, sopra al ginocchio, con un
appariscente nodo giallo stretto in vita; le lunghe gambe erano velate da
collant di nylon grigio scuro, molto leggeri, le curve del corpo statuario
slanciate da alti tacchi di un nero lucido. Era carica di buste di boutique,
che appoggiò ai piedi della sedia quando si curvò sul tavolo per baciare
Tomás.
«Hej!» salutò. «Scusa il ritardo, ho fatto spese».
«Non fa niente».
Tomás sapeva che lo Chiado era una tentazione per molte donne, con
boutique alla moda e negozi di marca sparsi per tutto il quartiere, che atti-
ravano clienti e conferivano allegria alle vie inclinate e lastricate di
quell'antica parte della città.
«Puff!» esclamò lei, tirando indietro i lunghi capelli. «Sono esausta e la
giornata è appena cominciata».
«Hai comprato molte cose?».
Si piegò e prese una busta appoggiata alla sedia.
«Alcune» confermò. Aprì la busta e tirò fuori parte di un indumento ros-
so merlettato. «Ti piace?».
«Che cos'è?».
«È un reggiseno, stupido!» spiegò, muovendo le sopracciglia con fare
malizioso. «Per farti impazzire».
Il pensionato sbirciò dal giornale, studiando incessantemente la svedese.
Lena sostenne lo sguardo, quasi intimandogli di pensare ai fatti propri, e
l'uomo ritirò il collo e si nascose dietro le pagine che stava leggendo.
«Quindi hai fatto shopping tutta la mattina?».
«Sì. E sono stata anche su quell'antico ascensore panoramico in Via do
Ouro».
«Quello di Santa Justa?».
«Proprio quello. Ci sei mai salito?».
«No, mai».
«Non avevo dubbi» sorrise lei. «Lo sguardo dello straniero vede più lon-
tano dello sguardo degli abitanti del Paese».
«Eh?».
«È un proverbio svedese. Significa che gli stranieri visitano più posti ri-
spetto alle persone che vivono in una certa località».
«Hai pienamente ragione» assentì Tomás.
Il cameriere in divisa bianca s'avvicinò, sempre con la sua aria indaffara-
ta, e guardò interrogativo i due clienti.
«Prendi qualcosa?» domandò Tomás.
«No, ho già mangiato».
Il professore fece un cenno per indicare che non avevano bisogno di nul-
la, e subito il cameriere sparì lungo il corridoio pieno di gente; c'era parec-
chia calca e non aveva tempo da perdere. Tomás prese la tazza e bevve un
sorso.
«Questo tè è una meraviglia».
Lena si allungò sul tavolo e cercò il suo sguardo.
«Che succede?» chiese, con uno sguardo intrigante. «Sono due giorni
che non ti vedo e hai un atteggiamento misterioso, sembri avere la testa fra
le nuvole. Cos'hai?».
«Niente».
«È quella maledetta sciarada che ti turba, vero?».
«No».
«E allora?».
Tomás si passò la mano fra i capelli, senza cerimonie. Girò la testa con
un movimento nervoso, osservando di sfuggita tutto il locale, e finì per po-
sare lo sguardo sull'amante.
«Sai, credo di non essere stato onesto con te».
Lena inarcò le sopracciglia, sorpresa.
«Ah, no? Perché?».
«L'altro giorno mi hai chiesto se facevo l'amore con mia moglie...».
«E lo fai?».
«No, non l'ho più fatto da quando io e te ci siamo conosciuti. Ma la que-
stione, a essere sincero, è che non posso garantirti che questo non accadrà
in futuro».
Lei strizzò gli occhi, fissandolo con un'espressione improvvisamente se-
vera.
«Ah».
«Capisci? Viviamo nella stessa casa, siamo sposati, prima o poi succede-
rà qualcosa».
«E allora?».
«Beh, significa che ingannerò entrambe, no?».
La svedese osservò il caffè, sembrò presa da alcuni quadri ma, dopo aver
osservato vagamente il bar per qualche istante, fissò nuovamente Tomás.
«A me non interessa».
«Non ti importa?».
«No, non mi importa. Puoi andare con tutte e due contemporaneamente,
per me non è un problema».
«Ma...» esitò lui, confuso «non ti dà fastidio che io faccia l'amore con te
e allo stesso tempo con mia moglie?».
«No» ripeté lei, scuotendo la testa per enfatizzare la propria posizione.
«Non ho alcun problema».
Tomás s'appoggiò alla sedia sorpreso, sbalordito. Non sapeva davvero
cosa dire. Era tutto troppo inaspettato e poco convenzionale, non avrebbe
mai immaginato di sentire una donna, e per di più una donna di quel gene-
re, affermare che non si faceva problemi a far parte di quello che, a tutti gli
effetti, era un harem.
«Beh, uh... non so se a mia moglie starà bene...».
«A tua moglie?»
«Sì, a mia moglie».
La svedese scrollò le spalle.
«È evidente che lei non lo tollererà mai».
«È chiaro».
«Certo, non devi dirle niente, capito?».
Il professore si passò di nuovo la mano fra i capelli, nervoso.
«Certo... uh... ma è comunque un problema. Non riesco a vivere così...».
«Non riesci a vivere così, come? Ma se per due mesi hai vissuto con due
donne e non te ne sei mai preoccupato! Ora che ti prende?».
«Giusto. Ma ho dei dubbi su quello che stiamo facendo».
Ora toccava a Lena aprire la bocca dallo stupore.
«Dubbi? Ma quali dubbi? Sei pazzo o cosa? Hai una famiglia che non sa
niente. Hai una fidanzata che, modestia a parte, qualsiasi uomo vorrebbe
avere, che non ti dà alcun fastidio e alla quale, peraltro, non interessa che
tu mantenga questa tua bella vita. Qual è, allora, il tuo problema? Dov'è
che sta il dubbio?».
«Il problema, Lena, è che non so se voglio questo tipo di vita».
Lena spalancò gli occhi e allargò ancora di più la bocca.
«Non sai se...» corrugò la fronte, tentando di capirlo. «Tomás, che suc-
cede veramente?».
«Succede che non voglio continuare così».
«Allora cosa vuoi?».
«Voglio troncare».
Lena lasciò cadere le spalle, appoggiandosi alla sedia, fulminata. A boc-
ca aperta e con un'espressione incredula negli occhi, osservava Tomás con
l'aria di chi pensava di trovarsi di fronte a un folle.
«Vuoi troncare?» domandò alla fine, quasi sillabando le parole.
«Sì. Scusami».
«Ma sei scemo? Ti sto dicendo che non mi importa se vai con tua mo-
glie, che non avrai alcun problema, e tu vuoi troncare? Perché?».
«Perché non sto bene in questa situazione».
«Ma perché?».
«Perché vivo nella menzogna e voglio la verità».
«Ma dai!» esclamò lei. «Il cappotto della verità molte volte ha buchi di
bugie».
«Smettila con questi proverbi».
Lena si curvò sul tavolo e gli prese la mano con forza.
«Dimmi cosa posso fare per farti sentire meglio. Vuoi più spazio? Vuoi
più sesso? Cosa vuoi?».
Tomás si meravigliò per il modo in cui la svedese s'aggrappava alla loro
relazione. Si aspettava che lei, sentendosi rifiutata, avrebbe abbandonato
furiosamente il caffè e non si sarebbe parlato più dell'argomento. Ma evi-
dentemente non era questo che stava accadendo.
«Sai, Lena, non riesco a stare con due donne contemporaneamente. Non
ci riesco, punto. Mi sento disonesto. Mi piacciono situazioni chiare, traspa-
renti, inequivocabili, e ciò che stiamo vivendo è tutto tranne questo. Mi
piaci, e tanto, sei una ragazza formidabile, ma amo molto anche la mia fa-
miglia, mia moglie e mia figlia sono importantissime per me. Quando mi
hai chiesto, alcuni giorni fa, se facevo l'amore con mia moglie, qualcosa
dentro di me si è rotto, inspiegabilmente. Un attimo prima ero folgorato da
te, mentre un attimo dopo, con la tua domanda, sono tornato in me e ho i-
niziato a riflettere sulla nostra relazione. È stato come se improvvisamente
tu avessi spinto un interruttore, la luce si fosse accesa e io avessi comincia-
to a vedere chiaramente laddove prima andavo alla cieca. Questa luce mi
ha riportato alla realtà, ha innescato una serie di domande su me stesso.
Fondamentalmente ho cominciato a interrogare la mia coscienza sulle que-
stioni che per me sono veramente importanti».
«Quali questioni?».
«Non so». Si guardò intorno, come se da qualche parte nel locale potesse
trovare la risposta. «Per esempio mi sono chiesto cosa mi ha portato a met-
tere in pericolo la mia vita familiare. In nome di cosa? Perché lo faccio?
Ne vale proprio la pena? In fin dei conti, nella mia vita ci sono dei proble-
mi che vanno affrontati, non posso fuggire. È per questo che credo sia me-
glio innanzitutto risolvere i miei problemi, la mia vita. Devo dare al mio
matrimonio una seconda possibilità, lo devo a mia moglie e a mia figlia.
Se le cose funzionano, bene. Altrimenti, dovrò ricominciare in qualche al-
tro modo. Ora, ciò che non è giusto, ciò che non è onesto, è che io menta a
entrambe. Questo no».
«Praticamente, mi stai lasciando. Giusto?».
«Non vale la pena drammatizzare. Sono un uomo sposato e devo occu-
parmi della mia famiglia. Tu sei una ragazza giovane, single e molto bella.
Come hai detto tu stessa, ti basta alzare un dito per avere tutti gli uomini
che vuoi. Quindi non complichiamo le cose. Ognuno di noi vada per la sua
strada e restiamo amici».
La ragazza scosse la testa, demoralizzata.
«Non credo alle mie orecchie».
Tomás la guardò e pensò che da quel momento in poi avrebbe solo potu-
to ripetersi. Ormai aveva preso la sua decisione e aveva detto quello che
doveva dire. Dopo un istante s'alzò dal tavolo e porse la mano a Lena. La
svedese rimase a fissare la mano, ancora attonita e sconvolta, e non ricam-
biò il saluto. Allora Tomás goffamente la ritirò e si voltò verso l'uscita.
«Ci vediamo in facoltà» disse, come fosse un addio.
Lena lo seguì con gli occhi.
«Il gallo che canta di mattina» disse a denti stretti «sarà nel becco del
falco sul calar della sera».
Ma Tomás aveva già lasciato la Brasileira e saliva Via Garret, con passo
veloce, in direzione di Largo Luís de Camões.

Le acque tranquille del Mediterraneo brillavano, cristalline, sotto il ri-


flesso abbagliante del sole mattutino. Il vecchio faro del Porto Antico si
ergeva tra lo specchio celeste dell'insenatura e i velieri bianchi ancorati nel
molo; la Lanterna restava immobile all'entrata della baia, guardiana del
tempo con la missione di vigilare su quel delizioso angolo di mare della
Liguria. Le scoscese pendici degli Appennini delimitavano la costa, pro-
teggendo il tranquillo e basso caseggiato ai piedi dei monti.
Il taxi girò a destra e si immerse nel cuore labirintico della città antica,
zigzagando tra l'intreccio degli stretti e movimentati vicoli di Genova.
«Piazza Acquaverde» annunciò il tassista, un gran chiacchierone, quan-
do entrarono nella piazza. Con un ampio gesto indicò un'enorme statua, si-
tuata al centro, raffigurante una figura umana. «Questo è Cristoforo Co-
lombo».
Il traffico obbligò l'auto a fermarsi per alcuni istanti. Tomás sbirciò dal
finestrino e vide Colombo là in alto, i capelli lunghi e mossi dal vento, ve-
stito con un corto tabarro spagnolo e un lungo mantello aperto; la mano si-
nistra era appoggiata su un'ancora, mentre la destra accarezzava le spalle di
un'indigena in ginocchio. In basso, agli angoli, altre quattro figure erano
sedute su piccoli piedistalli, fra i quali c'erano riquadri con bassorilievi raf-
figuranti quelle che sembravano scene di vita del navigatore. Alla base del
monumento, fra molteplici corone di fiori appoggiate alla pietra, la dedica
"A Cristoforo Colombo, La Patria".
Il traffico riprese a circolare e il taxi seguì il flusso, trasportato dalla ru-
morosa corrente di automobili. Il conducente, un uomo allegro che diceva
di chiamarsi Matteo qualchecosa-ini e di venire dalla Calabria, si mise a
raccontare i dettagli della sua difficile vita in un italiano caotico e impa-
sticciato. In mezzo a quella serrata raffica di parole, sparate ininterrotta-
mente fra abbondanti sputacchi e vistosi gesti con le mani, Tomás riuscì a
capire che l'autista era "divorziato", aveva "due bambini" e cercava com-
pagnia per "il letto matrimoniale", perché amava "avere la colazione in
camera". Da lì passò a quello che gli piaceva di più per "la cena". Le sue
preferenze, a quanto pare, ricadevano sulla "zuppa di lenticchie" e soprat-
tutto sugli "spaghetti alla puttanesca", piatto il cui nome portò il cliente ad
aggrottare le sopracciglia e a chiedersi se ci fosse qualche infido doppio
senso.
«Palazzo Ducale» annunciò Matteo qualche minuto dopo, in mezzo a
una frase sulle qualità terapeutiche del "vino rosso", mentre indicava un
bell'edificio antico in Piazza Matteotti, dalla facciata ricca di colonne ioni-
che e di alte finestre. «Le piace?».
«Sì» assentì Tomás, con sguardo indifferente, concordando semplice-
mente per non essere scortese.
Il tassista passò, quasi senza pausa, alle miracolose proprietà del "vino
bianco secco" e ai vantaggi del "menù fisso" di una trattoria di suo gradi-
mento, nei pressi di Piazza Campetto, lì vicino, e nello stesso tempo pren-
deva in giro quelli che mangiavano solo "piatti vegetariani". L'automobile
prese per Salita Poliamoli e girò a sinistra in Vico Tre Magi, e in quel
momento Matteo confessò, piuttosto costernato, "sono allergico alle noci".
Mentre la piccola Fiat percorreva Via Ravecca, l'autista discorreva con
grande dovizia di particolari sugli effetti allergici che le noci gli provoca-
vano sulla pelle, incluse le macchie "rosse" che, a quanto pare, curava con
"carta igienica" imbevuta con "acqua calda" finché, con grande sollievo
di Tomás, arrivarono finalmente in Piazza Dante.
«Eccoci qua!» proclamò Matteo con magniloquenza, fermandosi col
semaforo verde. Pressato dal coro di clacson delle automobili che voleva-
no avanzare, Tomás pagò frettolosamente e il tassista, ignorando le prote-
ste dietro di sé, lo salutò con un "a più tardi" che provocò in lui un brivido
lungo il corpo, suonando più come una minaccia che come una promessa.
Il piano originale del tragitto prevedeva semplicemente il passaggio per
Piazza Dante al fine di dare un'occhiata a quel luogo storico, ma l'inconti-
nente emorragia verbale dell'italiano aveva indotto il portoghese a cambia-
re repentinamente i piani e a trasformare il passaggio in fermata, un buon
pretesto per liberarsi da quel taxi infernale. Aveva sempre ammirato la
simpatica espansività degli italiani, ma quella dell'autista superava ogni
limite.
Due torri semicircolari, in stile gotico e unite da un ponte, sovrastavano
la piazza. Era Porta Soprana, l'entrata orientale della parte vecchia della
città. Dalla sommità delle torri medievali, e fra le feritoie, sventolavano
due bandiere bianche segnate dalla croce rossa di San Giorgio, lo stendar-
do della città. La insignia cruxata comunis era una testimonianza dei tempi
gloriosi, quando Genova governava sul Mediterraneo e la sua sola presen-
za bastava a far indietreggiare il nemico, tanto che si diceva che gli inglesi
avessero adottato la bandiera della città per poter navigare sotto la sua pro-
tezione. Nel Medioevo, l'imponente Porta Soprana faceva parte delle mura
difensive di Genova. Durante la Rivoluzione Francese vi era stata posta
una ghigliottina e uno dei boia viveva in cima a una delle due torri, adibita
a prigione; il suo più famoso prigioniero fu Marco Polo, condotto in quel
carcere dopo la battaglia di Korcula. Alla base, sotto il ponte che univa le
due torri, la grande porta ogivale immetteva in un giardino la cui principa-
le attrazione erano i ruderi dei chiostri dell'antico convento di Sant'Andrea,
ma l'attenzione del visitatore non fu richiamata da queste rovine quanto
piuttosto da un altro luogo lì accanto.
Vicino a Porta Soprana, fra arbusti rigogliosi, si trovavano alcuni poveri
resti, di pietra e coperti di edera; sembravano le rovine di una casa rustica
oltremontana, semplice e pulita, con una larga porta al pian terreno e due
strette finestre al primo piano. Tomás s'avvicinò e sbirciò il rudere. Un car-
tello indicava che le rovine erano chiuse al pubblico; una targa annunciava:

"Nessuna casa ha nome più degno di questa.


Qui, nell'abitazione paterna,
Cristoforo Colombo trascorse l'infanzia e la prima giovinezza."

Quello era il numero trentasette dell'antico Vico Diritto di Ponticello,


luogo nel quale, secondo un vecchio libro di fatture e un altro documento
archiviato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, tra il 1455 e il 1470 visse
Domenicus Columbus insieme alla sua famiglia, inclusi i figli Bartolomeo,
Jacobus e Cristofforus. Vale a dire, la casa dove Cristoforo Colombo tra-
scorse la sua gioventù.
Un autobus si fermò vicino al marciapiede e riversò in strada una folla di
turisti giapponesi. I visitatori si riunirono presso le rovine con macchine
fotografiche e telecamere, brulicando davanti alla porta. Un altro giappo-
nese, probabilmente la guida, gridava istruzioni e informazioni.
«Non mi piace questo» commentò un italiano rivolgendosi a Tomás, con
aria complice, mentre osservava la folla di frenetici turisti che si litigavano
un po' di spazio per la fotografia.
«Mi perdoni» si scusò Tomás «non parlo italiano. Lei parla inglese?».
«Ah, scusi» disse l'italiano in inglese «è americano?».
«No, portoghese».
L'italiano si lasciò sfuggire un'espressione di sorpresa.
«Portoghese?».
«Sì. Diceva?».
«Uh... niente, niente».
«Dica pure».
L'uomo esitò.
«È che... uh... mi dispiace molto che i turisti siano ingannati in questo
modo».
«In che senso, ingannati?».
L'italiano si guardò intorno, abbassò la voce e adottò un tono cospirati-
vo.
«Sa, questa casa è molto interessante, molto bella. Ma probabilmente
Colombo non è vissuto qui».
«Ah sì?».
«È un'attrazione turistica, niente di più» gli confidò. «La casa è dell'epo-
ca di Colombo, senza dubbio, ma nulla ci garantisce che sia proprio questo
l'edificio citato nei documenti. Si sa che Domenico Colombo, padre di Cri-
stoforo, affittò ai monaci una casa molto vicina a Porta Soprana. A quei
tempi qui c'erano molte case e non c'è modo di sapere quale sia quella giu-
sta. Perciò hanno scelto questa, ma avrebbero potuto sceglierne un'altra
qualsiasi nella zona».
«Praticamente sono soltanto frottole».
L'uomo disegnò un gesto vago nell'aria e arricciò le labbra.
«Diciamo che abbiamo reso le cose più facili, capisce? Tutto per via del
turismo e per consolidare la tesi dell'origine genovese di Colombo». Alzò
l'indice e assunse un'espressione seria, come se stesse dando un avverti-
mento. «Cosa che, del resto, corrisponde a verità. Cristoforo Colombo era
genovese, questo è provato scientificamente e senza alcun dubbio».
Tomás sorrise. Del resto si sarebbe molto sorpreso di sentire un genove-
se affermare il contrario.
«Si» disse accondiscendente. «Ma la casa?».
L'italiano piegò la testa, come se facesse una concessione.
«In verità, è improbabile che questa sia stata l'effettiva residenza di Co-
lombo...».
Il traffico era intenso e Tomás pensò di prendere un altro taxi, ma non ne
trovò nessuno disponibile. Decise di andare a piedi e si diresse verso Piaz-
za Matteotti, nella speranza di trovare da qualche parte un passaggio per
gli archivi che intendeva visitare. Si avviò lungo Via di Porta Soprana. A
metà strada iniziò ad aver fame e, senza cercare molto, decise di pranzare
in un ristorante dal nome appropriato, La Cantina di Colombo. Poiché era
la fondazione americana a pagare, non si fece problemi. Aprì con delle
pappardelle al ragù di coniglio alla ligure, un tipo di pasta piatta con sugo
di carne; ordinò poi un filetto all'aceto balsamico di Modena, preparato
con fettine di carne di vitella ai ferri con salsa di verdure e aceto balsamico
e finì con un dessert da sogno, degustazioni di cioccolatini Domori e bic-
chiere di Rum. Tutto il pasto fu accompagnato da vino rosso ligure, un
fruttato Rossese di Dolceacqua 1999 Giuncheo, e da un misto di formaggi
con confetture, deliziosa selezione di formaggi serviti con marmellata.
Trascorse il pomeriggio chiuso nella stanza di lettura della Sala Colom-
biana dell'Archivio di Stato, posto all'interno di un magnifico edificio
bianco, il palazzetto rinascimentale di Sant'Ignazio, al centro di Piazza
Santa Maria in Via Lata. Era lì che si trovavano l'Archivio del Banco di
San Giorgio e l'Archivio Notarile, che Tomás consultò con molta pazienza.
Passò ore a studiare microfilm e a sfogliare parte dei centottantotto docu-
menti di Genova e Savona, datati dal 1429 al 1494, e alcuni successivi,
prendendo continuamente appunti. Alle cinque e mezza, gli impiegati lo
avvertirono che stavano per chiudere e il visitatore si vide costretto a inter-
rompere il lavoro.
Quel pomeriggio andò a passeggiare in Piazza delle Erbe, dove visitò
una bella libreria con manoscritti antichi e bevve una birra al Berto Bar.
Poi passeggiò per i negozietti dislocati vicino al Porto Vecchio, saltellando
di locale in locale ad assaggiare sapori di tutto il mondo, compreso il pro-
fumato riso tailandese, ouzo greco e couscous marocchino. Di sera,
dall'Hotel Bristol Palace in cui alloggiava, chiamò Constança. La moglie
continuava a essere preoccupata per la questione dell'insegnante di soste-
gno per la figlia, ma la coppia non trovava il modo per risolvere quel pro-
blema. Poi Margarida s'attaccò al telefono e strappò al padre la promessa
che per regalo le avrebbe portato "una bambola che piange davve'o".
Il mattino seguente Tomás prese nuovamente posto nella Sala Colom-
biana dell'Archivio di Stato di Genova. Questa volta concentrò la sua at-
tenzione su due colossali volumi, entrambi intitolati Colombo e pubblicati
nel 1932. Nei libri, uno in italiano e l'altro con lo stesso testo in inglese e
tedesco, erano riprodotti in fac-simile documenti considerati l'ultima paro-
la della Scuola Genovese, il documento dei documenti, il compendio del
lavoro avviato nel 1614 da Gerolamo Bordoni e concluso nel 1904 con la
divulgazione del Documento Assereto. Tomás prese molti appunti e riuscì
a fotocopiare i testi più importanti. Diede poi un'occhiata alla Nuova Rac-
colta Colombiana, finché, intorno alle quattro del pomeriggio, si ritenne
soddisfatto e restituì i due grossi volumi. Aveva concluso ciò che doveva
fare e ora lo attendevano un nuovo viaggio, una nuova destinazione e altri
archivi.

L'enorme torre moresca, arrampicata come una rupe che graffiava il cie-
lo azzurro profondo, proiettava la sua ombra rassicurante sui carri trainati
da cavalli parcheggiati lungo il marciapiede dell'ampia Piazza Virgen de
los Reyes. Tomás si avvicinò a un albero di arance di Via Mateos Gago,
osservando una piccola figura di bronzo collocata in cima alla torre della
Giralda, che si ergeva al di sopra della cattedrale e di Santa Cruz, l'antico
quartiere giudeo accanto a El Arenal, sulla sponda sinistra del Guadalqui-
vir. Quella era una zona pittoresca della città, ricca di bianche viuzze e pa-
tii colorati, di finestre protette da grate e allegri giardini, vibranti di cascate
e canali, gelsomini e buganville. Inoltre, imponenti monumenti testimo-
niavano la grandezza dei tempi passati, quando lì convergevano le incom-
mensurabili ricchezze delle Americhe.
Il visitatore era appena arrivato a Siviglia ed era affamato. Prese il baga-
glio a mano ed entrò in un ristorante proprio lì vicino, il Bar Giralda. Ebbe
l'impressione di essere finito in qualche souq; il locale era decorato con ar-
chi ad arabesco e con volte in stile moresco. Sedette a un tavolo e chiese il
menù.
«Anticamente qui c'erano unos baños moreschi, señor» gli spiegò il ca-
meriere, un uomo magro e dalla pelle grassa, con dei folti baffi neri e bar-
ba incolta, sforzandosi di parlare portuñol39. Con gli occhi indicò il menù e
ritornò al proprio castigliano. «Que quiere comer usted?».
Tomás posò l'elenco delle pietanze. Non era di suo gradimento.
«Cosa mi consiglia?».
«Le gustan tapas?».
«Non è una cattiva idea. Me ne porti un po'».
«Bueno. Con xerez?».
«Sherry? Non sarà meglio del vino rosso?».
«Xerez es mejor con las tapas, señor».
«Allora vada per lo sherry».
Nel giro di dieci minuti il tavolo venne riempito con alcuni piattini e con
un bicchiere di xerez amontillado, un fino bianco secco d'aspetto fresco e
dal riflesso dorato. Il cameriere gli disse che era proprio la relazione tra
quei piattini e il bicchiere all'origine del piatto andaluso. A quanto pare tut-
to era iniziato con l'antica abitudine di collocare un piccolo piatto su un
bicchiere di sherry, per "tapparlo". Con il tempo, iniziarono a mettere nel
piatto olive o formaggio, pratica che si estese poi anche ad altri manicaret-
ti. Quando gli andalusi ne presero coscienza, le tapas formavano ormai
un'ampia gamma di colori e gusti, così come era visibile ora sulla tavola
del visitatore portoghese.
Tomás passò mezzora a mangiucchiare, ripulendo i piatti uno a uno.
Non c'era alcun dubbio, pensò mentre guardava le delizie sparse sul tavolo
e piluccava qua e là: viaggiare era una delle cose migliori che ci fossero,
soprattutto se lo si faceva a spese altrui. Gli permetteva di spezzare la rou-
tine, di passeggiare, di vedere cose nuove, di saziarsi con i migliori sapori
della vita: cosa poteva esserci di più piacevole? Comodamente seduto al
Bar Giralda, si deliziò soprattutto con i mejillones a la marinera, cozze
tuffate in salsa di cipolla e aglio soffritto, con vino bianco, olio, succo di
limone e prezzemolo; ma il salpicón de mariscos, con il suo misto di ara-
gosta, gamberi e calamari, in salsa vinaigrette di cipolle e peperoni verdi,
non era da meno, così come il connubio di pesce, legumi marinati, uova
sode, calamari e olive delle banderillas; il resto era costituito da jamón
serrano, albondigas, batatas bravas, ensaiada de pimientos rojos y fritura
de pescado, che divorò insieme al pane e al famoso queso manchego. Con-
cluse il pasto con alcuni churros coperti di zucchero e, considerando che
doveva ancora lavorare, un caffè colombiano abbastanza forte.
Dopo pranzo uscì dal locale e camminò per l'imponente Piazza Virgen
de los Reyes, in modo da facilitare la digestione. Sembrava che la vita si
fosse fermata e le persone fossero imperturbabili, non c'era né fretta né vi-
avai. Passò davanti al Convento de la Encarnación e, contemplando dall'al-
tro lato il Palazzo Arzobispal, girò intorno alla cattedrale, svoltando in
Piazza del Triunfo, dove una colonna barocca con la statua della Vergine
Maria celebrava il fatto che Siviglia avesse resistito al terremoto che inve-
ce aveva distrutto Lisbona nel 1755. Arrivò all'angolo del compatto edifi-
cio dell'Archivio Generale delle Indie, fatto con quei mattoni marrone ros-
sastro molto apprezzati dagli spagnoli ma che Tomás detestava; quel tipo
di materiale lo faceva rabbrividire, forse perché gli ricordava le fabbriche,
o persino i mattatoi e le arene dei tori.
Attraversò la strada e si addentrò nella grande cattedrale gotica, la mag-
giore d'Europa, attraverso la porta sud, una magnifica entrata in pietra in-
tagliata. Nel percorrere quel monumentale santuario, la prima sensazione
di Tomás fu quella di colui che entra in un luogo importante ma buio, per-
sino lugubre, quasi fosse stato trascinato nelle viscere di un'immensa ca-
verna tenebrosa. Oltrepassando il punto in cui il transetto intersecava la
navata, vicino alla Porta di San Cristobal, fu attratto da una scena che tro-
vò maestosa e al tempo stesso sinistra.
Su un piedistallo, in mezzo al patio, quattro statue di bronzo policroma-
tico, il volto in alabastro, le vesti cinquecentesche solenni e sontuose, sor-
reggevano sulle spalle un sarcofago. La piccola cassa, anch'essa in bronzo
e ornata con placche di metallo smaltato, era coperta da un sudario e por-
tava disegnato sul fianco destro uno scudo che Tomás riconobbe. Erano le
arme di Colombo. Osservò la parte bassa del sarcofago e vide i simboli a-
raldici della Spagna inchiodati alla base e circondati da parole scritte in go-
tico. Girò la testa, sempre guardando dal basso verso l'alto, e lesse l'inci-
sione:
"Aqui jacen los restos de Cristobal Colon desde 1796
Los guardo la Habana y este sepulcro por R. D.to
De 26 de febrero de 1891."

La tomba di Colombo.
O meglio, il luogo in cui si supponeva fossero custodite le ossa del fa-
moso navigatore. Ma Tomás sapeva che, anche nella morte, lo scopritore
dell'America si era rivelato un maestro nelle arti del mistero, un supremo
illusionista. Tutto era cominciato quando Cristoforo Colombo si era trasfe-
rito a Siviglia dopo i suoi quattro viaggi nel Nuovo Mondo. Con la morte
della sua protettrice, la regina Isabella, nel 1504, cadde in disgrazia presso
la corte. Fu per recuperare l'appoggio del re Fernando che l'anno seguente,
ormai vecchio e malato, l'Ammiraglio del Mare Oceano si stabilì a Valla-
dolid. L'impresa si rivelò un fallimento e Colombo morì in quella città il
20 maggio 1506. Dopo essere rimasto per circa un anno nel convento di
San Francesco a Valladolid, il corpo fu trasferito nel Monastero della Car-
tuja di Las Cuevas a Siviglia, compiendo il primo di una complicata serie
di viaggi. Trent'anni dopo fu deciso che le spoglie di Cristoforo e del figlio
portoghese, Diogo, che nel frattempo era morto, sarebbero state sepolte
nella Hispaniola, pertanto entrambi i corpi furono traslati nella Cattedrale
di Santo Domingo. Dopo oltre duecento anni, nel 1795, il Trattato di Basi-
lea stabilì che la parte spagnola dell'isola fosse consegnata alla Francia; di
conseguenza le ossa dello scopritore dell'America furono trasferite presso
la Cattedrale dell'Havana con grandi onori. Ma in seguito all'indipendenza
di Cuba, nel 1898, fu necessaria un'ulteriore traslazione e la salma tornò al
punto di partenza, Siviglia. È presumibile che fra tanti spostamenti si sia
commesso un errore, da qualche parte, probabilmente a Santo Domingo, e
che le spoglie che si trovano tanto maestosamente e solennemente conser-
vate nella Cattedrale di Siviglia non appartengano a Cristoforo Colombo,
ma al figlio primogenito, il portoghese Diogo Colom, o addirittura ad altri
discendenti.
Tomás rimase per lunghi istanti vicino al tumulo, ignorando quel dubbio
storico: il suo personale messaggio non sarebbe comunque andato perso.
Anche se lì non fosse stato sepolto il grande navigatore, quello era comun-
que il luogo in cui giaceva suo figlio Diogo, un compatriota, e questo gli
bastava. Alla fine, voltò le spalle alla tomba e si allontanò verso la navata
del santuario. Camminò lentamente per la cattedrale, ammirando la volta e
la Cappella Mayor, protetta da enormi grate, e arrivò alla porta ovest,
chiamata Porta de la Asunción. A metà percorso si imbatté in una nuova
tomba, più modesta: era la semplice pietra sepolcrale di Hernando Colón,
il figlio spagnolo di Cristoforo, autore di una delle più importanti opere
sulla vita dello scopritore dell'America. Le girò intorno e si diresse verso
l'ala sinistra della navata, sulla quale si apriva un'altra porta. La oltrepassò
e sentì la debole luce del sole d'inverno, a cielo aperto. Quello era il Patio
de los Naranjos, un cortile rettangolare e coperto di aranci disposti geome-
tricamente. Al centro spiccava una piccola fontana circolare, tutt'intorno
lunghe gallerie; la struttura ricordava un chiostro chiuso. Insieme alla torre
della Giralda, in realtà un minareto in rovina, il patio era quanto restava
dell'antica moschea dei saraceni, demolita per costruire la cattedrale goti-
ca. Il vero obiettivo di Tomás si trovava, tuttavia, al di sopra delle gallerie.
Il professore salì le gradinate dell'edificio e si diresse alla Biblioteca Co-
lombina. Dopo essere stato identificato e registrato gli fu concesso di ac-
cedere ai locali. La Biblioteca Colombina fu iniziata nel secolo XVI pro-
prio da Hernando Colón. Il figlio spagnolo dello scopritore dell'America
aveva riunito un totale di dodicimila volumi, inclusi libri e documenti ap-
partenuti al padre. Alla sua morte, Hernando affidò il prezioso materiale ai
domenicani del Monastero di San Pablo, a Siviglia, e i manoscritti furono
collocati nell'edificio che circonda il Patio de los Naranjos, nel lato sinistro
della cattedrale.
Le opere della Biblioteca Colombina erano distribuite su scaffali a vetri,
sparsi in diverse sale. In quelli centrali erano esposti i gioielli della corona,
i libri e i documenti appartenuti allo stesso Cristoforo Colombo. Munito di
una speciale autorizzazione, concessa per la natura della ricerca e grazie
alle credenziali dell'Università Nova di Lisbona e dell'American History
Foundation, che lo studioso mostrò prontamente, gli fu possibile farsi apri-
re le vetrinette e consultare le opere conservate al loro interno.
Lo storico trascorse il pomeriggio ad analizzare gli esemplari posseduti e
letti cinquecento anni prima dall'Ammiraglio, iniziando dal Libro dei Pro-
feti, il documento che Colombo cita spesso nel suo diario e nelle lettere. A
quanto pare, lo scopritore dell'America ammirava soprattutto il profeta I-
saia, il più citato fra tutti. Tomás percorse con gli occhi l'Imago Mundi del
cardinale Petrus d'Ailly, un testo sul mondo con note a margine redatte per
mano di Colombo; e la Historia Naturalis di Plinio, anch'essa piena di ap-
punti importanti. Che coincidenza, pensò il ricercatore, quello probabil-
mente era lo stesso Plinio citato da Constança a proposito delle peonie.
Tomás studiò attentamente le annotazioni, la maggior parte delle quali sca-
rabocchiate in castigliano e portoghese e appena una in quello che sembra-
va italiano. Si concentrò poi sulle strane note trovate nella Historia rerum
ubique gestarum di Pio II, prima di tornare alle restanti opere. Esaminò l'e-
semplare del De consuetudinibus et conditionibus orientalium regionum di
Marco Polo, e ancora un testo di Plutarco, vari libri di Seneca e un volume
dell'ebreo portoghese Abramo Zacuto, l'influente consigliere di Don João
II.
Uscì dalla Biblioteca Colombina sul far della sera, dopo aver concluso la
ricerca e con alcune fotocopie nella ventiquattrore. Girò a sinistra, prese
Viale de la Constitución fino a Porta de Jerez, in prossimità della quale si
diresse verso il fiume. Sempre a piedi, attraversò il Ponte di San Telmo,
sul Guadalquivir, giunse in Piazza di Cuba e s'avviò lungo Via del Betis, la
pittoresca litoranea su cui si trovava il suo hotel, El Puerto. Lasciò le sue
cose in camera e, dopo essersi fermato alcuni istanti alla finestra per ammi-
rare il quartiere storico dal quale era appena tornato, con la Torre del Oro
sulla destra, Piazza de Toros de la Maestranza sulla sinistra, bianca e gial-
la, e l'esile Giralda in fondo, si mise a sedere sul bordo del letto e prese il
cellulare. Chiamò Constança, ma il telefono della moglie era spento. La-
sciò un messaggio in segreteria e scese in strada.
Percorse tranquillamente l'allegra Via del Betis, per poi sedersi in uno
spiazzo lungo il fiume con una cerveza in mano, lo sguardo perso a con-
templare il placido movimento delle barche sullo scuro specchio del Gua-
dalquivir. Dall'altra parte del fiume, verso il Viale de Cristobal Colón, era
visibile il brulichio della città che pullulava di vita. Seguendo l'usanza an-
dalusa, trascorse la maggior parte della notte in quella colorita via a
tapear, passando da una taverna all'altra per assaporare le differenti tapas,
accompagnandole con manzanilla, ovviamente sempre a spese della fon-
dazione. Si trattenne poi in un altro piazzale a leggere ancora un capitolo
di Sorvegliare e punire, alla ricerca di piste per quella sciarada così impe-
netrabile, ma subito lo scintillio delle luci riflesse nel fiume, che danzava-
no al ritmo della corrente, e il brusio irrequieto della città lo convinsero a
mettere da parte il lavoro e a tuffarsi nell'allegra vita notturna di Siviglia.
Sotto il cielo stellato, la capitale andalusa palpitava alla cadenza vibrante
del flamenco e delle sevillanas. Quella era la città di Cármen e Don Juan,
della danza e della corrida, dei bohémien e dei burloni, e lo era soprattutto
nella Triana, il quartiere dove imperavano le tapas e i tablaos, i balli sen-
suali e le notti infuocate. Lasciò il lungofiume e andò a passeggiare per
Via de la Pureza, affascinato dalle sue ricche e variopinte facciate. In un
negozio di souvenir comprò una piccola bambola con un vestito rosso, ric-
co di lustrini, il regalo per Margarida; per la moglie acquistò un vistoso al-
bum di riproduzioni dei quadri di El Greco. Con i regali incartati e nascosti
in una busta di plastica, insieme al libro di Foucault, percorse la Triana
finché non fu attratto da un piccolo locale molto animato. Era un rumoroso
tablao pieno di fumo. L'aria era satura dei duri accordi della chitarra, della
voce del cantante e dei colpi rapidi e profondi delle scarpe e delle nacchere
esibite dalle bailaosas. Queste si muovevano vertiginosamente sul palco,
le braccia tese, i gesti aggraziati e l'atteggiamento orgoglioso, danzando al
ritmo frenetico del flamenco, delle mani che tenevano il tempo, e dei su-
perbi olés! lanciati alla folla. Ritornò a El Puerto esausto e s'addormentò
qualche secondo dopo essersi buttato sul letto, ancora semivestito, la busta
di plastica abbandonata sul pavimento insieme ai regali e al libro di Fou-
cault.
Il mattino seguente tornò nel quartiere di Santa Cruz e andò direttamente
all'Archivio Generale delle Indie. L'edificio color rosso mattone, ornato
nella terrazza da una balaustra, aveva quasi mezzo millennio e in origine
era stato una lonja, il luogo in cui i mercanti conducevano i propri affari.
Fu proprio in questo luogo che dal XVIII secolo iniziarono a passare quasi
tutti i documenti collegati con il Nuovo Mondo. Qui si concentravano più
di ottanta milioni di pagine manoscritte e ottomila fra mappe e disegni, ol-
tre alla corrispondenza di Cortés, Cervantes, Filippo II e altri. E fra questi
"altri" ce n'era uno che interessava particolarmente Tomás.
Il ricercatore portoghese passò tutta la mattina a consultare le lettere di
Cristoforo Colombo che vi erano conservate. Alcune erano inaccessibili
poiché si trovavano all'interno di teche girevoli, installate per minimizzare
i danni dell'esposizione alla luce. Tomás cercò di convincere i responsabili
a lasciargli consultare direttamente gli originali, ma essi non acconsentiro-
no, neanche di fronte alle credenziali dell'Università Nova di Lisbona e
dell'American History Foundation. Gli spiegarono che al momento non po-
tevano toglierli dall'espositore e che avrebbe dovuto inoltrare una richiesta
formale e attendere per qualche giorno la risposta. Lo storico pertanto do-
vette accontentarsi dei microfilm e dei fac-simile, che fotocopiò. La sua at-
tenzione non si concentrò soltanto sulla corrispondenza di Colombo ma fu
rivolta anche alla copia notarile della minuta della Institución de Mayra-
zgo, un importante documento testamentario.
Terminò la ricerca all'Archivio Generale delle Indie con una certa fretta,
quasi in corsa contro il tempo; aveva un aereo alle tre del pomeriggio e vo-
leva mangiare qualcosa. Trangugiò frettolosamente una deliziosa zuppa
cachorrenas, con molto pesce, vongole e bucce di arancia amara, e un po'
di fideos a la malaguena, annaffiati da Montilla, in una taverna di Via
Romero Murube, prima di prendere un taxi, raggiungere l'hotel, raccoglie-
re le sue cose, pagare il conto e dirigersi finalmente all'aeroporto. Seduto
sul sedile posteriore dell'auto e sollevato per aver completato la sua mara-
tona mattutina, provò a richiamare Constança al cellulare, ma rispose di
nuovo la segreteria telefonica.

Erano le dieci di sera quando Tomás infilò la chiave nella serratura. Era
stanco e voleva farsi un bagno, cenare e andare a letto. Girò la chiave ver-
so sinistra, la serratura scattò, la porta si aprì ed entrò in casa, appoggiando
pesantemente la valigia vicino alla credenza.
«Bambine, sono arrivato!» annunciò, con la bambola dal vestito rosso
luccicante in una mano e il libro di El Greco nell'altra, regali pronti per la
consegna.
L'appartamento continuava a restare buio, cosa che gli sembrò piuttosto
strana. Accese la luce e vide che era tutto pulito e in ordine, ma non c'era
anima viva.
«Bambine!» chiamò di nuovo, incuriosito. «Dove siete?».
Guardò l'orologio e pensò che probabilmente erano già andate a dormire;
era ancora presto ma, a volte, il lavoro era pesante, la stanchezza vinceva
sulla resistenza e il sonno si faceva sentire. In pochi passi percorse il pic-
colo appartamento, evitando di fare rumore, sbirciò nelle camere, ma si re-
se conto che sia la sua che quella della figlia erano deserte. Posò la valigia
sul letto matrimoniale e si guardò intorno, disorientato. Dove diavolo po-
tevano essere? Si grattò la testa, perplesso. C'era stato qualche problema?
Per un lungo momento valutò le eventuali possibilità. Avrebbe potuto
chiamare nuovamente al cellulare, ma erano passati appena tre quarti d'ora
da quando, subito dopo essere arrivato in aeroporto, aveva telefonato a
Constança e, ancora una volta, gli aveva risposto la segreteria. Come do-
veva comportarsi?
Uscì dalla stanza e andò in cucina; era affamato, non sopportava il cibo
di plastica che distribuivano in aereo. Considerò che a stomaco pieno sa-
rebbe stato in condizioni migliori per valutare il da farsi. Probabilmente,
pensò, la cosa migliore era proprio aspettare, prima o poi sarebbero arriva-
te. Ripassando dall'ingresso, per andare in cucina, notò un vaso sulla cre-
denza, pieno di fiori a grappoli, gialli e color salmone, che spiccavano da
fitti rami lunghi e curvi, mischiati ad altri fiori gialli che sembravano chia-
ramente delle rose, con petali colorati che spuntavano da un verde intrec-
cio di foglie. Per un momento li osservò, pensieroso; s'avvicinò e ne respi-
rò il profumo, dovevano essere freschi. Esitò un istante, si grattò il mento,
valutando un'ipotesi che gli era venuta in mente. Più ci pensava, più rite-
neva di doverla verificare. Decise di cambiare direzione; invece che in cu-
cina, andò in sala.
Anche qui i vasi che decoravano i mobili contenevano gli stessi fiori.
Sul tavolo vide un foglio. Lo prese e lo esaminò; era la fattura del fioraio
per l'acquisto di rose e digitali. Per un lungo istante continuò a riflettere.
Poi, con la fattura in mano, tornò alla libreria, scorse i titoli e alla fine pre-
se un libro riposto nello scaffale più alto. Si trattava del Linguaggio dei
fiori, l'opera preferita di Constança. Aprì il volume alle ultime pagine e
consultò il glossario, alla ricerca delle digitali, alla lettera d. Trovò la defi-
nizione. Il libro spiegava che le digitali rappresentavano la falsità e l'egoi-
smo. Sollevò la testa, spaventato. Era un messaggio? Con un movimento
frenetico, veloce e incontrollato, già in preda al panico, sfogliò ancora le
pagine e andò alla r. Impaziente, con il dito cercò il riferimento alla rose
gialle. Trovò le rose e arrivò, quasi immediatamente, alle rose gialle. Il di-
to si fermò sul loro significato.
Infedeltà.

XI

Il telefono squillò, vibrando, quasi fosse impaziente. Tomás tirò su la te-


sta dal cuscino, mezzo stordito, e sentì la luce del giorno entrare dalla fine-
stra e sbattergli sugli occhi, accecandolo. Alzò il polso e guardò l'orologio;
erano le nove e mezza del mattino. Il cellulare gli trillava nelle orecchie.
Ancora insonnolito, distese il braccio e, a tastoni sul comodino, lo trovò, lo
sentì vibrare in mano mentre suonava, guardò il display e riconobbe il nu-
mero.
«Constança, dove siete finite?» fu la prima domanda che istintivamente
pronunciò dopo aver premuto il tasto verde.
«Siamo a casa dei miei genitori» gli rispose la moglie, in modo freddo e
distaccato, come se non fosse obbligata a rendere conto dei propri sposta-
menti.
«Va tutto bene?».
«Splendidamente».
«Ma che ci fai lì?».
«Secondo te?» ribatté lei, in tono di sfida. «Penso alla mia vita, ovvia-
mente».
«In che senso, pensi alla tua vita?» insistette Tomás, fingendo di non ca-
pire, come se fosse lei a essere in errore. Alimentava la segreta speranza
che, se avesse fatto finta di niente, ignorando quei fiori e il loro apparente
significato, il problema sarebbe svanito. «Che io sappia, la tua vita è qui».
«Ah sì? E la tua dov'è?».
«La mia?» domandò lui, simulando stupore. «Anche la mia vita è qui,
ovvio, dove vuoi che sia?».
«Ah, è lì? Per caso hai visto i fiori che ho lasciato?».
«Quali fiori?».
La donna fece una pausa, esitante. Tomás pensò di aver guadagnato un
punto e si sentì più fiducioso.
«Non fare il finto tonto!» esclamò Constança dopo alcuni istanti. Sapeva
che il marito stava facendo la parte dello stupido per non affrontare la si-
tuazione; lo conosceva troppo bene per cascarci. «Tu hai visto le digitali e
le rose gialle e sai perfettamente cosa significano».
In quel momento, Tomás capì che la sua tattica evasiva non avrebbe
funzionato ma, per una questione di coerenza, mantenne la sua versione.
«No, non ci ho fatto caso» ripeté. «Che significano?».
«Il nome Lena ti dice niente?».
La frase fu pronunciata con calma glaciale e Tomás sentì un brivido per-
corrergli il corpo. Era evidente, se ancora avesse avuto qualche dubbio,
che Constança era al corrente di tutto.
«È una mia allieva».
«Una cara allieva!» esclamò Constança con ironia. «E si può sapere che
materia le stavi insegnando?».
Questa volta fu Tomás a fare una pausa. Come diamine faceva a sapere
tutte quelle cose? Tentò di riordinare le idee e immediatamente arrivò alla
conclusione che le scuse non avrebbero portato da nessuna parte, doveva
assumersi le proprie responsabilità e cercare di tamponare i danni. Se an-
cora era possibile.
«In effetti si era venuta a creare una certa situazione tra noi...» ammise
con un'intonazione debole, sottomessa. «È durata poco ed è già finita,
quindi...».
«Una situazione?» domandò Constança, alzando il tono della voce, pie-
na di indignata consapevolezza. «Una situazione? Andare a letto con un'a-
lunna me la chiami "situazione"?».
Stavano per partire dure parole, Tomás lo presentì, e allontanò l'orecchio
dalla cornetta in un gesto istintivo.
«Beh... ehm...».
«Io corro come una schiava per aiutare nostra figlia, lotto per l'insegnan-
te di sostegno, vado continuamente al Ministero dell'Istruzione per presen-
tare richieste e reclami, le insegno a leggere e a scrivere, la porto a fare e-
sami medici che non finiscono mai, arrivando esausta a fine giornata, e lui
passa i pomeriggi in un appartamento di Lisbona a dare valenti lezioni a
una puttana svedese? Come ti permetti, tu, dopo essere stato con quella
schifosa, di tornare a casa tutto sdolcinato, eh? Come ti sei permesso di
farmi questo dopo che mi faccio in quattro, che faccio il possibile e anche
l'impossibile per mandare avanti la baracca? Come ti permetti...».
Le grida di rivolta, lanciate in un tumultuoso sfogo, annegarono in un
vortice di singhiozzi. Ora Constança stava piangendo.
«È finita, amore mio. È finita».
«Figlio di puttana» mormorò lei in un gemito di dolore. «Grande fara-
butto!».
«Scusa scusa. Mi pento mille volte».
«Come hai potuto farmi questo...».
«Constança, ascolta. Ho fatto una cosa di cui mi sono già pentito e alla
quale ho posto fine. Non posso cambiare quello che è successo, ma posso
prometterti che non lo farò più e che ti amo tanto».
Il pianto s'interruppe e lei sembrò recuperare il contegno.
«Vai al diavolo! Hai capito? Vai al diavolo, farabutto!».
Tomás si sentì sfiduciato; i toni della conversazione si stavano facendo
sempre più pesanti, la situazione stava precipitando e minacciava di sfug-
gire al controllo.
«Amore mio. Lo so che mi sono comportato male, non me lo perdonerò
mai».
«Né tu, né io, figlio di puttana!».
«Dai, calmati».
«Io sono calma, hai sentito?» gridò lei, di nuovo alterata. «Sono molto
calma!».
«Su, dai...».
«Ti ho chiamato semplicemente per dirti che puoi venire a casa dei miei
sabato prossimo, alle tre del pomeriggio, per passare a prendere Margarida.
E lei deve tornare domenica entro le cinque. Hai capito? Ci penserà mia
madre perché io non voglio nemmeno vederti. Capito, schifoso che non sei
altro?».
Tomás si agitava sul letto, sfregandosi la testa con la mano libera, era
molto allarmato per il verso che avevano preso le cose.
«Ma, amore mio...».
Tre segnali acustici annunciarono la fine della conversazione; la donna
aveva agganciato. Sconcertato, Tomás rimase a guardare il telefono seduto
sul letto, con la mente pervasa da un turbinio di idee, di paure, di affanni.
E in quel caos che ancora gli pesava sull'anima, in quella bufera che mi-
nacciava di sconvolgere la sua vita, tornò a interrogarsi su un dubbio che
non poteva dimenticare.
Come diamine aveva fatto Constança a scoprire tutto?

Nei giorni seguenti cercò di parlare nuovamente con la moglie, ma la


suocera gli fece capire chiaramente che lei non ne voleva sapere. Quando il
sabato arrivò, andò a São João do Estoril e alle tre meno dieci si presentò a
casa dei suoceri. La signora Teresa, madre di Constança, lo accolse fred-
damente; lo lasciò piantato sul portone, sotto la pioggerella di fine mattina-
ta, in attesa che Margarida fosse pronta. La figlia si mostrò raggiante
quando lo vide, ma ancor di più quando vide la bambola con i lustrini.
Andarono a mangiare in una pizzeria del Cascaishopping e decisero di
trascorrere il pomeriggio vedendo un film. Margarida scelse Toy Story 2 e
Tomás non poté far altro che sopportare stoicamente due ore di Woody e
Buzz Lightyear. Solo a sera, distesi sul sofà della sala e con un libro di A-
nita40 in mano, riuscì a strappare alla figlia qualche novità.
«La mamma è p'op'io a'abbiata con te, papà» gli confermò Margarida.
«Non fa alt'o che piange'e, dice che sei un mascalzone». Aggrottò le so-
pracciglia. «Papà, che cos'è un mascalzone?».
«È qualcuno che si comporta male».
«E tu ti sei compo'tato male?».
Tomás sospirò, demoralizzato.
«Sì, papà è stato cattivo».
«Cos'hai fatto?».
«Eh, non ho mangiato tutta la pappa».
«Ah!» esclamò la piccola, meditando sulla gravità di un simile crimine.
«Sei in castigo?».
«Proprio così. Sono in castigo».
«Pove'ino. Devi mangia're tutto».
«Hai ragione. E cos'altro dice la mamma?».
«Che sei un fa'abucco».
«Un farabucco?».
«Sì, un fa'abucco».
«Ah, un farabutto».
«Certo, un g'andesissimo fa'abucco. E la nonna le ha detto di anda'e a
pa'la'e con un avvocato suo amico».
Tomás fece un salto sul sofà, s'alzò e guardò la figlia, allarmato.
«Un avvocato?».
«Sì, la nonna dice che è molto b'avo, te le da'à di santa 'agione».
«Ah sì?».
«Sì. Che cos'è santa 'agione?».
«Non è nulla. E che dice la mamma?».
«Che ci pense'à».
Non riuscì a strappare altre informazioni a Margarida. La riportò alla
madre il pomeriggio seguente, lasciandola sul portone di casa a São João
do Estoril; le diede un bacio su una guancia, ma quando stava per darle il
secondo, lei si ritrasse, e la vide sparire dietro la porta dei suoceri. Per vari
giorni, e nonostante nutrisse qualche speranza, non ebbe notizie dalla mo-
glie.
In compenso incontrò di nuovo Lena a lezione. L'argomento di quella
mattina si concentrava sulle questioni legate all'arte dei pergamenisti e al
lavoro dei copisti negli scriptoria, con una vasta analisi di alcune grafie
dominanti, in particolare di quella onciale e della carolingia, oltre a diffe-
renti tipi di quella gotica, iniziando dalla primitiva e passando per la fra-
ktur, la textura, la rotunda, per il cursivo e infine per la bâtarde. La svede-
se si sedette, com'era sua abitudine, in fondo alla classe, più provocante del
solito. Il vestito, molto aderente e di un rosso acceso, si apriva in un'ampia
scollatura nella quale i seni sembravano costretti, l'uno contro l'altro, dise-
gnando una profonda linea. Era difficile guardarla senza che gli occhi ca-
dessero su quel petto prosperoso. Non si rivolsero parola ma, a un certo
punto, Tomás si sentì tentato di riprendere la conversazione da dove l'ave-
vano interrotta. In fin dei conti le circostanze erano molto cambiate dall'ul-
tima volta che si erano visti, nello Chiado; ora lui viveva da solo e la gio-
vane svedese, appetitosa come sempre, continuava a essere disponibile. Il
professore tuttavia controllò l'istinto, dominò la tentazione che lo assaliva
in quel momento di debolezza e lasciò perdere.
Tomás passò le notti solitarie a leggere Michel Foucault, sempre impe-
gnato nel deprimente compito di trovare una pista per la snervante sciarada
di Toscano. Ma la mente abbandonava subito i temi di Sorvegliare e puni-
re e vagava nei meandri di quella confusione in cui si era trasformata la
sua vita da quando Constança se n'era andata con la figlia. Tutte le ore d'i-
solamento in casa, trascorse quasi fosse un eremita ritiratosi dal mondo, lo
indussero a riflettere profondamente sul suo rapporto con la moglie e su
cosa lo avesse portato alla scappatella con l'amante. Più che un'avventura
sessuale, considerò, l'adulterio era stato forse un sintomo del modo in cui
si era isolato da Constança, un allontanamento dovuto forse alla delusione
provocata dal crollo delle grandi aspettative che aveva riposto nel loro fu-
turo insieme. Come frutto di quella disillusione che, pur razionalizzata,
non era mai riuscito a superare emotivamente, portava nel petto un inde-
scrivibile rancore, una rivolta silenziosa, forse proprio la disperazione di
chi si vede trascinato in un vicolo cieco.
Sdraiato sul letto o disteso sul divano, sempre in attesa di quella telefo-
nata che la moglie si ostinava a non fare, Tomás tornò innumerevoli volte
sullo stesso pensiero. Tentò faticosamente di leggersi dentro, di ricostruire
i passi che, progressivi e inesorabili, lo avevano condotto a quello sfacelo.
Ora gli sembrava che il sogno di Lena, in fin dei conti, non fosse altro che
un messaggio occulto, un testo scritto in un codice invisibile, sulla quieta
ribellione che portava nell'anima. Viaggiando alla scoperta di se stesso,
perlustrò gli angoli più nascosti della propria esistenza, quelli che ancora
dovevano essere esplorati, tentando di ascoltare le mute voci che gridavano
dalle viscere più remote, da qualche parte nelle profondità del suo incon-
scio. Percepì l'unico suono che riuscivano a emettere, quello dell'adulterio,
ed era questo suono che ora cercava di capire, ascoltandolo quasi fosse il
più importante racconto emozionale scritto sulla sua persona. E cosa gli
diceva quel grido che gli rimbombava nella mente e martellava la sua co-
scienza?
Faccia a faccia con quella domanda, si alzò infinite volte e passeggiò per
il piccolo appartamento, in pigiama e con la barba incolta, parlando con se
stesso a voce alta. Come interpretare il tradimento? La risposta, si disse,
trovava le sue radici nella profonda disillusione a seguito della nascita di
Margarida. Aveva proiettato sulla figlia tutti i sogni e le aspirazioni che
non era riuscito a realizzare, e quando gli avevano detto che la bambina
aveva dei problemi era stato un colpo troppo duro, un dolore che, nono-
stante le apparenze, non era mai riuscito a superare. Constança aveva rea-
gito alla delusione con coraggio, affrontando la questione a viso aperto.
Ma lui si era comportato diversamente. Dopo aver resistito per nove anni,
era fuggito. Lena era stata la sua fuga, la sua valvola di sfogo, in lei s'era
nascosto, sottraendosi alla realtà e vivendo in una sorta di paradiso illuso-
rio. Senza rendersene conto aveva creduto che in quel modo le difficoltà
sarebbero semplicemente scomparse, ma ora sapeva che non era così, che
erano rimaste più vive che mai, tangibili, inevitabili. In fondo, concluse, la
scappatella con la studentessa non aveva niente a che vedere con lei, con il
suo formidabile corpo, con il sesso inebriante, ma con se stesso, con i pro-
blemi che lo devastavano, con le aspettative che la vita aveva infranto, con
le paure che non riusciva ad affrontare. In cerca di conforto, aveva cammi-
nato per la strada dell'illusione solo, come un ubriaco, perso nella rete ane-
stetizzante dell'adulterio.
Ora sapeva che era stata la paura a impedirgli di affrontare i problemi
della sua vita. Non paura di qualcuno, ma di ascoltare ciò che aveva den-
tro, la paura della sofferenza e dell'ansia provocate dall'esposizione ai pro-
pri sentimenti. Paura del dolore di dover crescere, paura della disapprova-
zione, paura di fare scelte e assumersi responsabilità, paura di affrontare le
conseguenze, paura di essere soffocato dalle difficoltà e dalle preoccupa-
zioni del suo matrimonio. Lena, a pensarci bene, aveva rappresentato una
svolta nella strada della quotidianità, la scorciatoia che lui aveva creduto di
prendere per aggirare tutto ciò che lo tormentava. Era stata la droga per li-
berarsi dall'ansia che lo opprimeva, come se i suoi movimenti fossero trat-
tenuti da un'invisibile camicia di forza e avesse avuto bisogno di una po-
zione magica che gli desse l'energia per rompere le corde che lo trattene-
vano. L'adulterio non era stato altro che un guscio nel quale si era rifugia-
to, nell'illusione che così si sarebbe protetto dal mondo, come se la vita
fosse il mare e Lena una conchiglia.
Tomás si ritrovò a parlare da solo davanti allo specchio del bagno, cer-
cando un'immagine che potesse rappresentare sé e il suo matrimonio. Si
paragonava a un iceberg, e Constança era il Titanic che rischiava di affon-
dare. Così come l'iceberg della famosa tragedia dell'Atlantico, quell'amal-
gama tenebroso e sconosciuto che era il suo inconscio restava per lo più
nascosto sott'acqua, nascosto agli sguardi, ignoto. Sebbene non ne fosse
consapevole, quella parte di sé gestiva le sue emozioni e i suoi comporta-
menti, cercava soluzioni per problemi dei quali ignorava perfino l'esisten-
za. Era stato per evitare il mondo sotterraneo dell'inconscio, delle frustra-
zioni represse e delle speranze fallite, che aveva cercato rifugio in un'altra
alcova, lasciando che questo gigante nascosto sotto il manto gelato dell'ac-
qua distruggesse il ponte del suo matrimonio. Ora la nave stava affondan-
do, ferita a morte da questo mostro invisibile, e lui, come il capitano della
tragica storia, si lasciava affondare, trascinato verso il fondo del mare
dall'incontrollabile corrente del destino.
Secondo Freud l'amore è una riscoperta e noi, attraverso l'amore, tentia-
mo di recuperare quell'innocenza che, bambini, provavamo vivendo in pa-
ce con il mondo. L'amore, a guardar bene, ha a che fare con la volontà in-
definita, eterea e impercettibile, di ritornare all'infanzia e all'affetto mater-
no, e si alimenta della vana speranza di ritrovare quella felicità scomparsa
nei primordi dell'esistenza. Tomás arrivò alla conclusione che aveva letto
proprio questo nel viso bianco e lentigginoso di Constança quando l'aveva
conosciuta alle Belle Arti e aveva passeggiato con lei lungo la spiaggia di
Carcavelos. Il matrimonio non era stato altro che il desiderio di ritrovare
un paradiso che, in fin dei conti, esisteva soltanto in un angolo beato della
sua memoria. Non era Constança che lui aveva visto davanti a sé, era stata
prima di tutto una idealizzazione, un sogno, una figura immaginata dalla
nostalgia dell'infanzia, un miraggio costruito dal ricordo inconscio dei
tempi felici. Era stata quest'illusione che Margarida, con tutti i limiti dovu-
ti alla sua condizione, aveva inavvertitamente distrutto. In silenzio, senza
mai formulare un'idea in modo chiaro, senza mai prendere piena coscienza
del dramma che lo stava logorando, Tomás si era consumato per la disillu-
sione, incapace di riprendersi dal trauma che l'annientamento del sogno
aveva rappresentato. Distrutta un'illusione, aveva cercato conforto in un'al-
tra.
Ogni giorno Tomás si conosceva sempre di più, impegnato a sondare il
suo essere più profondo per trovare le risposte che stava cercando. Di fron-
te alle conseguenze delle proprie azioni, e con la solitudine che lo circon-
dava, capiva in quel momento, in modo più chiaro, ciò che non aveva fun-
zionato. Aveva proiettato nella realtà qualcosa che realtà non era; si rende-
va conto di aver vissuto non con Constança e con Margarida, ma con
un'immagine di loro che aveva precedentemente costruito, con una fantasia
che non era possibile realizzare. Il frantumarsi di questa immagine, provo-
cata dalle circostanze della vita, era stato un colpo troppo duro per il suo
universo di speranze. Invece di accettarle così com'erano, era fuggito e a-
veva cercato rifugio in un'altra illusione, liberandosi in tal modo dalla ten-
sione accumulata nel tumultuoso silenzio dell'inconscio. In questa fase, il
problema non era tanto capire ciò che non aveva funzionato, ma determi-
nare ciò che poteva ancora fare per correggersi. E gli fu necessario fare un
ulteriore passo nel percorso di analisi che aveva intrapreso.
La risposta stava, almeno così credeva, nell'intimità che si era instaurata
tra lui e Constança. Quando si erano sposati, trasportati dai forti venti della
speranza e splendenti sotto la luce celestiale emanata dai loro sogni, ave-
vano condiviso tutto. La loro relazione, così come si era sviluppata durante
i primi anni, faceva venire in mente a Tomás il mito di Aristofane raccon-
tato da Platone nel suo Symposium, secondo cui originariamente l'uomo
aveva quattro braccia e quattro gambe. Le cose iniziarono ad andar male
quando questa creatura decise di sfidare gli dei. Zeus, per punirla, la tagliò
in due, dividendo l'uomo in una parte maschile e in una femminile, en-
trambe condannate a vivere nell'illusione che un giorno avrebbero ristabili-
to l'unione primordiale persa. Era questo, in fondo, lo stato d'animo in cui
si trovavano quando si erano sposati. Loro due volevano essere un'unica
cosa in eterno, cercavano di fondersi in una sola persona, ed era in questo
vano desiderio che si inscriveva la loro intimità.
Fu Margarida, con la sua interminabile sequela di problemi, a far svanire
il sogno di fusione e a renderli estranei. La figlia nacque e la dura realtà
sostituì la dolce illusione. C'era una nuova priorità nelle loro vite: farla vi-
vere nel modo più sereno possibile. Non si trattava di renderla quella per-
sona straordinaria che avevano immaginato, ma semplicemente di aiutarla
a essere una persona normale. Ora avrebbero dovuto accontentarsi di molto
meno rispetto a ciò cui aspiravano. Lo shock li aveva scossi e, nella dolo-
rosa convalescenza della brutale caduta nella realtà, abbandonati tra i
frammenti del sogno distrutto, non restò loro spazio per provare a ricostitu-
ire l'essere primordiale diviso da Zeus. Assunsero il compito di sostenere
la figlia con ostinata rassegnazione, evitando di parlare tra loro della disil-
lusione che li stava corrodendo, come se il semplice atto di esprimere a pa-
role ciò che sentivano avesse il potere di aggravare la situazione. Represse-
ro, per questo, la muta rivolta che ribolliva nelle loro viscere, diventarono
attori di un'opera di dissimulazione: all'esterno sorridevano ma dentro san-
guinavano. Lui, ancor più di lei, aveva visto il mondo sgretolarsi, era come
se i loro sogni fossero un castello di sabbia e la realtà un'onda più audace.
Durante il cammino, l'intimità si andò perdendo, sommersa dalla marea
delle difficoltà quotidiane, soffocata dal repentino taglio delle linee di co-
municazione, strangolata dal colpo che la frustrazione delle attese aveva
inflitto loro quando avevano capito che la figlia non sarebbe mai stata co-
me gli altri bambini.
Chiuso in casa, faccia a faccia con i ricordi del suo matrimonio andato in
frantumi, Tomás si mostrava ora fermamente convinto di dover recuperare
quell'intimità e di dover accettare quella realtà se voleva avere qualche
chance, anche remota, di ricostruire la vita con Constança.

Quando il cellulare squillò, Tomás schiacciò prontamente il tasto verde,


sempre nella speranza che fosse la chiamata tanto attesa. Era una settimana
che sperava in una telefonata, fosse soltanto una, ma ebbe una nuova delu-
sione.
«Hi Tom!» lo salutò Moliarti.
«Salve, Nelson» rispose Tomás pesantemente, riuscendo a malapena a
nascondere la disillusione.
«È un po' di tempo che non ci dà notizie, caro mio. Che succede?».
Il portoghese emise uno schiocco rassegnato.
«Non è una questione facile» si discolpò. «Il professor Toscano ha la-
sciato una sciarada che non sono ancora riuscito a sciogliere».
«Ma la fondazione le ha pagato il viaggio a Genova e a Siviglia sicura
che avrebbe fatto dei progressi, no?».
«Sì, certo» riconobbe. L'americano aveva ragione a protestare per la
mancanza di novità nella ricerca e Tomás si maledisse per aver messo il
lavoro in secondo piano, se non addirittura quasi abbandonato. «Ho con-
sultato documenti preziosi e ho fatto fotocopie di tutti quelli che mi sem-
bravano interessanti. Ma il mio problema, in questo momento, è riuscire a
entrare nella cassaforte del professor Toscano. Per questo ho bisogno di ri-
solvere la complicata sciarada che ci ha lasciato e che probabilmente mi
darà la combinazione».
«Non potrebbe... come si dice? Ehm... break in?».
«Forzare la cassaforte?» rise Tomás, divertito dal senso pratico degli
americani. «Non penso, la vedova non lo permetterebbe».
«Fuck her!» esclamò Moliarti. «Perché non lo fa di nascosto?».
«Ehi, Nelson, lei è pazzo. Io sono un professore universitario, non un la-
dro. Se vuole scassinarla senza l'autorizzazione della vedova, vada a Cais
do Sodré e ingaggi qualcuno esperto per fare questo lavoro. Io proprio no».
Moliarti sospirò dall'altra parte della linea.
«Okay, okay. Dimentichi quello che ho detto. Ma io ho bisogno di un
briefing con lei».
«Certamente» assentì Tomás. Guardò di sfuggita la sua documentazione,
sparsa sul tavolinetto della sala. «Ci vediamo domattina?».
«Perfetto».
«Dove? Vengo lì in hotel?».
«No, in hotel no. Stavo pensando di andare a mangiare al ristorante Casa
da Águia. Sa dov'è?».
«La Casa da Águia? Non è proprio nel Castello di São Jorge?».
«Esattamente. Ci vediamo là all'una, sharp. Okay?».
Con tutti i problemi che si erano accumulati ultimamente nella sua vita,
distraendolo dal lavoro, Tomás aveva trascurato la lettura di Michel Fou-
cault. La chiamata di Moliarti aveva avuto il vantaggio di far ritornare al
primo posto la risoluzione della sciarada di Toscano, pertanto rivolse le
proprie attenzioni alla lettura di Sorvegliare e punire. Era già arrivato alle
ultime pagine, per cui riuscì a terminarlo quella sera stessa. Chiuse il vo-
lume e rimase a osservarlo. Si sentiva sconfortato, ancora una volta, e no-
nostante l'enorme sforzo per concentrarsi sui dettagli, per non essere riu-
scito a scovare qualche pista che lo conducesse alla risposta dell'enigmati-
ca domanda formulata dallo storico scomparso. Sapendo di non poter desi-
stere e considerato il lauto premio previsto alla fine del cammino, nel caso
avesse portato a buon fine la ricerca, indossò un cappotto e uscì di casa;
c'erano altri testi da consultare e aveva avanti a sé ancora molto lavoro.
Fece un salto al centro commerciale e si recò in una libreria, alla ricerca
di nuovi titoli di Michel Foucault. Trovò un esemplare de Les mots et les
choses e lo prese, in cerca di una soluzione per l'enigma. Prima di dirigersi
alla cassa, approfittò del fatto di trovarsi lì per fare un giro, era sempre un
modo per rilassare il corpo e distendere la mente, fuggire, anche se solo
per pochi momenti, alla tensione accumulata nell'ultima settimana. Consul-
tò la sezione di storia e rimase a lungo incantato davanti al classico di Sa-
muel Noah Kramer, La storia inizia in Sumeria; già lo aveva letto in facol-
tà, ma gli sarebbe piaciuto vederlo esposto sullo scaffale della sala, accanto
all'edizione della Gulbenkian de Il libro, di Douglas McMurtrie, e dei vari
volumi della Storia della Vita Privata, anch'essi suoi favoriti.
Poi passò alla sezione di letteratura, non proprio una sua passione, eccet-
to per il romanzo storico, l'unico genere narrativo che considerasse interes-
sante, non fosse altro che per la sua professione. Trovò due opere di Amin
Maalouf che sfogliò con attenzione: una era Col fucile del Console d'In-
ghilterra, l'altra Samarcanda. Aveva conosciuto Amin Maalouf quando
lesse I Giardini di Luce, una valida ricostruzione fittizia della vita di Mani,
l'uomo della Mesopotamia che aveva fondato il manicheismo. Fu quasi
tentato di acquistare i due romanzi dell'autore libanese, ma si fermò: ora la
sua vita era troppo complicata per perdere tempo con la lettura. Tuttavia
rimase in quella sezione, perso nel consultare titoli. Sfiorò con le dita libri
tanto differenti come Nazione creola, di José Eduardo Agualusa, e Panta-
leon e le visitatrici, di Mário Vargas Llosa. Dallo scrittore peruviano passò
a Isabel Allende, e così proseguì sfogliando La figlia della fortuna dell'au-
trice cilena. Nello scaffale successivo il suo sguardo fu attirato da un titolo
enigmatico su una bella copertina, Il Dio delle piccole cose di Arundhati
Roy, ma tornò a sorridere solo quando vide Il nome della rosa di Umberto
Eco. Grande libro, pensò; difficile ma interessante. In fin dei conti, nessu-
no era mai era riuscito ad addentrarsi in quel modo nella mentalità medie-
vale.
Accanto al classico si trovava un'altra opera dello stesso autore. Il Pen-
dolo di Foucault. Tomás fece una smorfia con la bocca; ecco un altro di-
sgraziato alle prese con Foucault. Beato Eco, pensò, lasciandosi sfuggire
un sorriso complice; non aveva dovuto sopportare il filosofo Michel Fou-
cault, ma il fisico Léon Foucault, sicuramente più accessibile. Se ben ri-
cordava, si trattava dell'uomo che, nel XIX secolo, aveva dimostrato la ro-
tazione della Terra attraverso un pendolo che ora era esposto presso il
Conservatorio Nazionale di Arti e Mestieri a Parigi. A un tratto gli saltaro-
no agli occhi tre parole. Eco, pendolo, Foucault. Inebetito, restò paralizzato
per un interminabile momento, fissando intensamente quanto stampato sul-
la copertina.
Eco, pendolo, Foucault.
Mise la mano nella tasca interna del cappotto, prese il portafoglio con un
gesto precipitoso, febbrile, eccitato, e afferrò, fra banconote da cinquecen-
to e mille scudi, il foglietto nel quale aveva scarabocchiato la sciarada di
Toscano. La domanda dello storico era lì, e lo stava interrogando con tutto
lo splendore di quell'enigma che aveva temuto di non saper risolvere:

QUAL O ECO DE FOUCAULT PENDENTE A 545?

Gli occhi balzarono dalla copertina del libro alla domanda scritta su quel
foglio di carta. Eco, Foucault, pendente. Eco, pendolo, Foucault. Il libro si
chiamava Il Pendolo di Foucault ed era stato scritto da Umberto Eco. Il
professor Toscano gli domandava "quale l'Eco di Foucault pendente a
545?". Come se fosse stato raggiunto da un raggio divino, Tomás si sentì
illuminare.
Fiat lux!
Non era nei libri di Michel Foucault che si trovava la chiave per la scia-
rada, ma in quel romanzo di Umberto Eco sul pendolo di un altro Foucault,
Léon. Come aveva potuto essere tanto stupido? Si maledisse. La risposta
all'enigma era sempre stata sotto il suo naso, tanto semplice ed evidente,
tanto facile, tanto logica, ed era stata la sua assurda mania per Michel Fou-
cault a distrarlo dalla risposta corretta. Qualsiasi altra persona avrebbe ca-
pito subito che quello era un riferimento esplicito al pendolo di Foucault,
ma non lui, l'uomo di lettere, l'emerito professore, l'amante della filosofia.
L'idiota.
Tornò a osservare il libro e il foglio, saltando con gli occhi dall'uno
all'altro, finché la sua attenzione fu catturata dall'ultimo elemento della
domanda, i tre numeri prima del punto interrogativo.
545.
Con un movimento febbrile, eseguito come se stesse morendo di fame e
gli avessero offerto un banchetto degno di un re, sfogliò velocemente il li-
bro, nell'affannosa ansia di scoprire finalmente la soluzione, e si fermò sol-
tanto quando trovò pagina 545.

XII

Il quartiere dell'Alfama risplendeva in tutta la sua pittoresca gloria. Le


facciate rovinate delle vecchie case erano quasi completamente coperte da
sciami di vasi, traboccanti di fiori, e dai vestiti stesi ad asciugare fuori dal-
le grandi finestre: camicie, mutandine e calze penzolavano dai fili alle rin-
ghiere di ferro dei balconi. Incurante di quello spettacolo pulsante di vita,
Tomás camminava a testa bassa e con gli occhi fissi sulle pietre del selcia-
to, sbuffando mentre saliva le viuzze ripide e strette e le numerose scale
che portavano al castello, la ventiquattrore con i documenti sempre nella
mano destra, come un peso da trascinare in cima a una montagna. Non fa-
ceva caso neanche agli allegri bar all'aperto e alle animate taverne, né agli
alimentari che spuntavano dai vicoletti, né ai tranquilli antiquari o ai colo-
rati negozi di artigianato assiepati in quella ragnatela di strette vie. Fu con
sollievo che percorse Via do Chão da Feira e attraversò Porta de São Jorge,
entrando, finalmente, nel vasto perimetro del Castello de São Jorge.
Estenuato e quasi senza respiro, si fermò all'ombra dei pini di Piazza de
Armas, vicino alla minacciosa statua di Don Afonso Henriques, posò la
borsa per qualche momento e si guardò intorno, apprezzando le mura me-
dievali che difendevano quell'ampia piazza con enormi cannoni seicente-
schi. Era proprio in quel luogo che erano vissuti tutti i re portoghesi dopo
che Don Afonso Henriques aveva strappato Lisbona ai mori, nel 1147.
Persino Don João II e Don Manuel I, i grandi sovrani delle Scoperte, ave-
vano risieduto in quel castello, eretto sulla collina che dominava il centro
della città. Oltrepassò la piazza alberata e si appoggiò al muro di pietra,
ammirando Lisbona che si stendeva ai suoi piedi e le case dai tetti rossi
che arrivavano sino all'orizzonte. Il placido specchio del Tago brillava,
dominato soltanto da un'enorme struttura di ferro rossastra che lo attraver-
sava, sullo sfondo il Ponte 25 Aprile.
Costeggiò le mura, sempre contemplando Lisbona, fino ad arrivare in un
locale all'aperto, allestito nel cortile dell'antica residenza reale, all'ombra
della colossale Torre do Paço. Piccoli leoni in pietra stavano di guardia
all'ingresso del patio, sorvegliando i tavoli circolari disposti vicino al mu-
ro, con la città che da lì si allargava a macchia d'olio. Nelson Moliarti gli
fece cenno da un tavolino, posto tra un vecchio ulivo dall'imponente tronco
e un gigantesco cannone del Seicento, e Tomás lo raggiunse. Decisero di
sedersi fuori, sebbene per lo storico quel tempo fresco e grigiastro non fos-
se dei più invitanti per pranzare all'aperto; al contrario, l'americano non
sembrava minimamente infastidito dal freddo dell'inverno, anzi, quello
spiazzo gli sembrava persino delizioso. Si scambiarono i saluti e le classi-
che parole di circostanza; ordinarono, poi, superate le formalità che quel
tipo di incontro esigeva, Tomás iniziò a esporre quanto aveva scoperto sul
lavoro effettuato da Toscano.
«Basandomi sulle fotocopie che ho trovato a casa della vedova e sui re-
gistri delle richieste delle biblioteche di Lisbona, Rio de Janeiro, Genova e
Siviglia, posso stabilire, senza ombra di dubbio, che il professor Toscano
dedicò la maggior parte della sua ricerca ad appurare le origini di Cristofo-
ro Colombo» annunciò Tomás. «Sembrava interessato soprattutto ad ana-
lizzare tutti i documenti che legano lo scopritore dell'America a Genova; in
particolare ne voleva attestare la veridicità. Quello che sto per farle, per-
tanto, è il resoconto dei dati riuniti dal professor Toscano e delle conclu-
sioni alle quali credo sia arrivato».
«Mi faccia capire» lo interruppe Moliarti. «Lei è in grado di garantirmi
che il professor Toscano ha trascorso solo una minima parte del suo tempo
a studiare le vicende della scoperta del Brasile?».
«Sono certo che nella fase iniziale si sia dedicato al tema per cui era sta-
to contattato. Ma nel corso della ricerca deve essersi imbattuto casualmen-
te in qualche documento che lo ha distolto dal percorso originario».
«Che documento?».
«Ah, questo non lo so».
Moliarti scrollò la testa.
«Son of a bitch!» imprecò a bassa voce. «Ci ha ingannato per tutto que-
sto tempo!».
Fece una pausa. Tomás rimase tranquillo, aspettando che il suo interlo-
cutore si calmasse. Il cameriere arrivò al momento giusto, portando gli an-
tipasti, un foi gras sauté al naturale con pera al vino e foglie di cicoria per
l'americano e una terrina di formaggio di capra ornato da un pomodoro
cherry, mela caramellata, miele e origano per il suo ospite. L'aspetto raffi-
nato dell'hors d'oeuvre contribuì a rasserenare Moliarti.
«Posso andare avanti?» domandò Tomás appena il cameriere si fu allon-
tanato.
«Sì. Go on». Prese la forchetta e immerse la sua pera nel foi gras. «Buon
appetito».
«Grazie» disse il portoghese, assaggiando la mela caramellata insieme al
formaggio di capra. «Vediamo allora i documenti che legano Colombo a
Genova». Si chinò e prese la ventiquattrore che aveva appoggiato ai piedi
del tavolo; tirò fuori un foglio. «Questa è una fotocopia della lettera cento-
trenta, inviata dal priore dell'Arcivescovato di Granada, il milanese Pietro
d'Anghiera, al conte Giovanni Borromeo il 14 Maggio 1493». Consegnò il
foglio all'americano. «Legga».
Moliarti prese il foglio, lo studiò di sfuggita e glielo riconsegnò.
«Tom, mi dispiace, ma non capisco il latino».
«Ah, mi scusi». Il portoghese riprese la fotocopia e indicò una frase.
«Qui si afferma che "redita ab Antipodibus ocidinis Christophorus Colo-
nus, quidam vir ligur"».
«Cosa significa?».
«Significa che un certo Christophorus Colonus, uomo ligure, arrivò da-
gli antipodi occidentali». Prese un altro foglio dalla ventiquattrore. «E, in
un'altra missiva indirizzata al cardinale italiano Ascanio, la lettera cento-
quarantadue, si riferisce a Colombo come "Colonus ille novi orbis reper-
tor", vale a dire Colonus, quello scopritore del Nuovo Mondo». Alzò il di-
to. «Attenzione, Anghiera lo chiama Colonus, e non Colombo».
«Dove si trovano queste lettere?».
«Furono pubblicate nel 1511 dal tedesco Jacob Corumberger con il titolo
Legatio Babilonica e ripubblicate poi nel 1516 dal milanese Arnaldi Guil-
lelmi nell'opera De orbe novo decades, una relazione piena di errori sulla
storia della Castiglia».
«Ma lei ha consultato gli originali?».
«No, credo siano andati persi».
«Allora c'è l'eventualità che chi le ha trascritte possa essersi sbagliato nei
riferimenti al nome Colombo».
Tomás rispose di sì dondolando la testa mentre gustava il resto della ter-
rina di formaggio.
«È evidente che, non avendo i testi originali, questo è un problema serio.
Del resto, è ricorrente nei documenti sulle origini di Colombo. Non sapre-
mo mai fino a che punto i copisti siano stati rigorosi e se abbiano messo in
atto tentativi di appropriazione della nazionalità del navigatore: in alcuni
casi potrebbero aver inventato i documenti, in altri, forse nella maggioran-
za, potrebbero aver cambiato solo alcuni punti-chiave dei rispettivi conte-
nuti. Come sa, alle volte basta spostare una semplice virgola per modifica-
re totalmente il senso di un testo. Non avendo visto le lettere originali di
Anghiera, ma solo le riproduzioni del 1511 e del 1516, è possibile che ci
sia stata qualche alterazione del nome. Del resto, deve sapere che quanto è
valido per il nome è ugualmente valido per ciò che riguarda l'origine di
Colombo. Anghiera suggerisce che veniva dalla Liguria, ma siamo sicuri
che sia stata trascritta correttamente l'origine dello scopritore dell'Ameri-
ca?».
«Questo Anghiera conosceva personalmente Colombo?».
«Alcuni storici sostengono di sì, ma in realtà nella lettera centotrenta e-
gli parla del navigatore definendolo come un tal Christophorus Colonus.
Ora, se una persona, nel citarne un'altra, dice "un tal" è implicito, almeno
in questo contesto, che non la conosca personalmente, giusto?».
«Certo» assentì Moliarti, mentre finiva il foi gras. «Ammettiamo pure
che ci siano problemi di veridicità nel testo di questo certo Anghiera. Ma
esistono anche altri testi che legano Colombo a Genova, o no?».
«Eccome se ce ne sono» sorrise Tomás. «Un altro italiano, il veneziano
Angelo Trevisan, nel 1501 inviò a un suo conterraneo una traduzione ita-
liana di una prima versione del De orbe novo decades di Anghiera, nella
quale menziona l'amicizia che l'autore aveva con "Christophoro Colombo
zenoveze", stabilendo così, e per la prima volta in modo chiaro, il legame
del navigatore con Genova».
«Visto?».
«Il problema è che il professor Toscano dubitava dell'attendibilità di al-
cuni elementi di questa edizione citando a tal proposito, nei suoi appunti, i
sospetti dello studioso Bayerri Bertomeu. Sono andato a leggere Bertomeu
e ho appurato che effettivamente questo ricercatore mette in dubbio l'au-
tenticità del testo di Anghiera perché gli sembra che tutto sia aggiustato in
base al gusto del pubblico letterato italiano. È un po' come se il De orbe
novo decades fosse un testo sensazionalista, del genere di quelli che in
quell'epoca Americo Vespucci pubblicò sul Nuovo Mondo. Non diceva
necessariamente la verità, ma ciò che i lettori volevano sentire. E ciò che
gli italiani volevano sentire è che era stato un italiano a fare la grande sco-
perta41 dell'America».
«Hmm» mormorò Moliarti, grattandosi il mento. «Mi sembra una specu-
lazione».
«È una speculazione» concordò Tomás. «Ma del resto, cosa non è specu-
lativo quando si parla di Colombo?». Sorrise. «E vabbè. Mi lasci solo dire
che nel 1504 Trevisan pubblicò il Libretto di tutte le navigationi di Re di
Spagna, nel quale si riferisce di nuovo al "Christophoro Colombo Zenove-
se"».
Moliarti indicò la borsa appoggiata sulle ginocchia dello storico.
«Ha delle fotocopie di questo testo?».
«No» rispose Tomás scrollando la testa. «Non è sopravvissuto nessun
esemplare del Libretto».
«E allora come fa a sapere cosa c'è scritto?».
«È citato da Francesco da Montalboddo nel Paesi nuovamente retrovati,
pubblicato nel 1507».
«Questo è sufficiente, no?».
«Sì, se accettassimo il principio delle fonti secondarie. Il fatto è che, an-
cora una volta, non abbiamo accesso al testo originale ma solo a una copia
di seconda mano, con tutto quello che ne può derivare. D'altro canto, è im-
portante sottolineare che Trevisan non conobbe personalmente Colombo e
si limitò, anche lui, a citare una fonte secondaria, in questo caso Anghiera.
O meglio, Montalboddo cita Trevisan, che cita Anghiera». Cercò alcuni
appunti nel suo bloc-notes. «Inoltre, lo stesso Montalboddo afferma che
"dopo i romani, soli gli italici scoprirono terre", una dichiarazione straor-
dinaria che, per quanto assurda, tradisce l'intenzione dell'autore di provare
che tutti gli scopritori erano italiani, anche se non lo erano». Fissò il suo
interlocutore. «Come ben capisce, la veridicità delle informazioni trasmes-
se in queste condizioni e con queste motivazioni viene messa piuttosto in
discussione».
«Allora eliminiamo Trevisan. Che ci resta?».
«Molto materiale, molto materiale». Tirò fuori dalla ventiquattrore un
piccolo gruppo di fotocopie. «Nel 1516, dieci anni dopo la morte di Co-
lombo, un frate genovese che fu vescovo di Nebbio, Agostino Giustiniani,
pubblicò un testo in varie lingue, intitolato Psalterium hebraeum, grae-
cum, arabicum et chaldeum, etc, che si rivelò una manna di informazioni
fino ad allora sconosciute. Giustiniani svelò al mondo che lo scopritore
dell'America, un certo Christophorus Columbus di "patria Genuensis", era
"Vilibus ortus parentibus", cioè di umili origini, essendo il padre un "car-
minatore", un cardatore di lana, che non viene nominato. Sempre secondo
Giustiniani, anche Colombo fu cardatore, e ricevette un'istruzione rudi-
mentale. Prima di morire, avrebbe lasciato un decimo delle sue rendite
presso l'Ufficio di San Giorgio, la banca di Genova. Queste informazioni
furono riprese da Giustiniani in una seconda opera, il Castigatissimi Anna-
li, pubblicata postuma nel 1537, nella quale corresse solo la professione di
Christophorus. Non era più un cardatore di lana ma un tessitore di seta».
«Questo sicuramente contrasta con quello che oggi sappiamo di Colom-
bo».
«Senza dubbio» riconobbe Tomás. «Tuttavia, negli appunti che ha la-
sciato il professor Toscano elenca alcuni problemi che ha riscontrato nelle
informazioni fornite da Giustiniano nel Psalterium e nel Castigatissimi
Annali. In primo luogo, Colombo non può aver lasciato un decimo dei suoi
averi presso la banca di Genova perché morì in miseria. Ora, il decimo di
niente equivale a zero». Sorrise. «Ma questo è solo un dettaglio caricato.
Interessante è l'informazione sulla professione di Colombo, tessitore di se-
ta senza nessuna istruzione, in quanto solleva grandi perplessità. Allora, se
tesseva ed era un cafone ignorante, dove diavolo trovò le avanzate nozioni
di cosmografia e di nautica che gli permisero di navigare in mari scono-
sciuti? Com'è possibile che, in quelle condizioni, gli abbiano affidato non
una nave, ma un'intera flotta? Come può aver ottenuto il titolo di Ammira-
glio? È ammissibile che questo plebeo abbia sposato Dona Filipa Moiz Pe-
restrelo, una portoghese di origine nobile, discendente di Egas Moniz e pa-
rente del conestabile Don Nuno Alvares Pereira, in un'epoca di grandi pre-
giudizi di classe, in cui le unioni tra uomini del popolo e donne della nobil-
tà non esistevano? In che modo un individuo così ignorante riuscì a ottene-
re l'accesso alla corte del grande Don João II, all'epoca il più potente e col-
to monarca del mondo?». Sventolò le copie degli appunti di Toscano. «Mi
sembra chiaro che, per il professor Toscano, niente di tutto ciò aveva sen-
so. Inoltre, Giustiniani non ha mai conosciuto personalmente il navigatore,
limitandosi peraltro a citare fonti altrui. Lo stesso figlio spagnolo di Co-
lombo, Hernando Colón, accusò Giustiniani di essere uno storico falso e
gli attribuì diversi reali errori facilmente verificabili, insinuando velata-
mente che anche l'autore genovese aveva dato false informazioni su "en
este caso que es oculto", enigmatica espressione del libro di Hernando che
si presume abbia a che fare con le origini del padre».
«I see» mormorò Moliarti, taciturno. «E che altro?».
«Per quanto riguarda le rivendicazioni italiane fatte nel XVI secolo, è
tutto qui».
Il cameriere interruppe la conversazione portando il pranzo. Ritirò i piat-
ti vuoti dell'antipasto e posò dei filetti di rana pescatrice con limone davan-
ti a Moliarti, un piatto di gamberetti e scampi al forno con salsa di pomo-
doro, limone e capperi e della farinata di mais bianco e vongole per To-
más; su richiesta dell'americano, versò nei bicchieri un Casal Garcia bian-
co ben freddo.
«Ciò che più mi piace in Portogallo è il pesce» commentò l'uomo della
fondazione, mentre spremeva il limone sul filetto. «Pesce grigliato e del
fresco vinho verde».
«Non è male, no» concordò Tomás con un gamberetto infilato nella for-
chetta.
«Hmm, delizioso!» esclamò Moliarti mentre divorava il pesce. Fece un
gesto con la posata in direzione del suo invitato. «Nient'altro?».
«Nient'altro cosa?».
«Mah... cronisti del Cinquecento con riferimenti a Colombo».
«Ci sono gli autori iberici». Bevve un sorso di vino. «Iniziamo da quelli
portoghesi. Ruy de Pina, all'inizio del XVI secolo, parla di "Cristovam Co-
lonbo, italiano". Lo stesso fanno Garcia de Resende nel 1533 e António
Galvão nel 1550. Al contrario, Damião de Góis, nel 1536, e João de Barros
e Gaspar Frutuoso, nel 1552, specificano l'origine genovese del navigatore,
che quasi tutti chiamavano Colom».
«Ci sono molte persone che sostengono la stessa cosa...».
«Infatti» ammise Tomás. «Ma solo Ruy de Pina merita uno speciale in-
teresse perché era contemporaneo agli avvenimenti e, probabilmente, co-
nobbe Colombo di persona. Gli altri cronisti portoghesi si limitarono a
scopiazzare, da lui e dagli altri autori italiani che ho già menzionato. Alcu-
ni scrissero che Colombo era italiano perché lo aveva affermato Ruy de
Pina, altri gli attribuivano origini genovesi perché era questa l'informazio-
ne messa in circolo da Trevisan, Montalboddo e Giustiniani».
«Considera autentica l'affermazione di Pina?».
«Assolutamente».
«Ah!» sorrise Moliarti, sfregandosi la mani soddisfatto. «Molto bene».
«Ma devo dirle che, consultando gli appunti di Toscano, ho scoperto,
con sorpresa, che aveva qualche dubbio al riguardo».
«Qualche dubbio?».
«Sì» confermò Tomás, facendo una smorfia. «Tuttavia, non ha giustifi-
cato le sue perplessità. Ha semplicemente annotato a matita, a margine del-
la copia microfilmata della Crónica do Rei D. João II, conservata nella
Torre do Tombo, una curiosa osservazione». Consultò il documento in
causa. «"Questa sì che è buona" scrisse, aggiungendo "furbacchioni"».
Moliarti contrasse i muscoli del viso, aggrottò le sopracciglia e fece una
smorfia di curiosità.
«Che diavolo significa?».
«Non ne ho la minima idea, Nelson. Ci devo riflettere».
L'americano scrollò la testa, condiscendente.
«Bene, e gli altri autori iberici?».
«Già ho menzionato quelli portoghesi, ora mancano gli spagnoli. Ini-
ziamo dal vicario Andrés Bernáldez, che nel 1518 pubblicò la Historia de
los Reyes Católicos. Il nostro amico Bernáldez dice che Colombo nacque
contemporaneamente in due città, Milano e Genova».
«Come in due città? O in una o nell'altra».
«No, se si crede a Bernáldez. L'edizione del 1556, edita a Granada, col-
loca il luogo di nascita di Colombo a Milano, quella del 1570, di Madrid,
sposta la sua culla a Genova».
«Ma lei non ha detto che pubblicò il libro nel 1518?».
«Infatti, ma non è sopravvissuto alcun esemplare delle prime edizioni.
Le più antiche sono quelle di Granada e Madrid, che divergono in questa
informazione cruciale».
L'americano roteò gli occhi, impaziente.
«Next».
«Il prossimo cliente è un altro spagnolo». Mostrò un piccolo gruppo di
fotocopie. «Si chiama Gonzalo Fernández de Oviedo e iniziò a pubblicare
la sua Historia General y Natural de las Indias nel 1535. Oviedo cita gli
italiani che si contendono la provenienza di Colombo. Secondo questo au-
tore, alcuni affermano che il navigatore era di Savona, altri di Nervi e altri
ancora di Cugureo. Oviedo non conobbe personalmente Colombo e tutte le
informazioni di cui disponeva erano per "sentito dire" da alcuni italiani».
Ripose le fotocopie nella ventiquattrore. «Pertanto, Oviedo non è nient'al-
tro che una fonte di seconda mano».
L'americano sospirò irritato.
«What else?».
«Ci restano i documenti pubblicati dopo il XVI secolo e tre testi molto
importanti, considerando l'identità degli autori».
Fece una pausa drammatica, che risvegliò la curiosità di Moliarti.
«A chi si riferisce?».
«Allo storico spagnolo fra Bartolomé de Las Casas, al figlio spagnolo di
Colombo, Hernando Colón, e allo stesso Cristoforo Colombo».
«Molto bene».
«Iniziamo da Bartolomé de Las Casas che, oltre a Hernando Colón, fu lo
storico contemporaneo di Colombo che maggiormente scrisse sullo scopri-
tore dell'America. Las Casas redasse la sua Historia de las Indias tra il
1525 e il 1559. Afferma di aver conosciuto Colombo dopo essere arrivato
in Spagna e aver avuto accesso ai documenti depositati nel Convento de
Las Cuevas, a Siviglia. Questo storico gli attribuisce origine genovese».
«Ah!» esclamò Moliarti, inclinandosi sul tavolo, facendo sfiorare il to-
vagliolo sui resti della rana pescatrice. «Ecco una fonte sicura».
«Senza dubbio» affermò Tomás, mordendo uno scampo. «Sfortunata-
mente ci sono alcuni problemi. In primo luogo, la Historia de las Indias è
stata pubblicata solo nel 1876, tre secoli dopo essere stata redatta. Chissà
per quante mani è passata nel frattempo! Il professor Toscano ha scoperto
degli interventi e delle aggiunte rispetto al manoscritto originale. La se-
conda questione riguarda la veridicità del testo di Las Casas. Il ricercatore
spagnolo Menéndez Pindal gli attribuì esagerazioni e inesattezze, così co-
me emerge nel punto in cui Las Casas dichiara di aver conosciuto Colom-
bo quando arrivò in Spagna».
«Non lo ha conosciuto?».
«Cerchiamo di riorganizzare le cose» disse Tomás, prendendo una pen-
na. «Cristoforo Colombo entra in Spagna nel 1484, proveniente dal Porto-
gallo». Scarabocchiò 1484 sul retro di una fotocopia. «Las Casas nasce nel
1474». Scrisse 1474 sotto la precedente data e tracciò il segno di sottrazio-
ne. «Questo significa che Las Casas dovrebbe aver incontrato l'ammiraglio
quando aveva appena dieci anni e quando Colombo era ancora sconosciu-
to». Annotò 1484-1474=10. «Pensa sia possibile che un bambino di dieci
anni registri nella memoria un incontro con un uomo cui, all'epoca, otto
anni prima della scoperta dell'America, nessuno dava la minima importan-
za? Pensa sia normale?».
Moliarti tornò a sospirare e abbassò lo sguardo.
«In effetti...».
«Passiamo ora alla testimonianza più importante, a parte quella di Co-
lombo stesso». Ripose la penna nel taschino interno della giacca e prese un
libro dalla ventiquattrore. «Hernando Colón, il secondo figlio dell'Ammi-
raglio, nato dalla sua relazione con la spagnola Beatrice di Harana e autore
della Historia del Almirante». Mostrò il libro, con il titolo in castigliano,
che aveva comprato a Siviglia. «Ecco quello che dovrebbe essere, senza
ombra di dubbio, una vera miniera di informazioni. Hernando Colón era
figlio dell'Ammiraglio e nessuno osa mettere in discussione il fatto che co-
noscesse il padre. Aveva, per questo, accesso a dettagli privilegiati. Il no-
stro Hernandino rese immediatamente chiaro di aver scritto quella biogra-
fia perché altri avevano tentato di farlo senza conoscere i veri fatti. Fra i
falsificatori nominò specificatamente Agostino Giustiniani, quel frate ge-
novese che aveva annunciato al mondo che Colombo era originariamente
un tessitore di seta a Genova».
«Ma Hernando ha confermato mai che il padre era di Genova?».
«È questo il problema. Il figlio di Colombo non lo dice mai in modo i-
nequivocabile. Al contrario. Hernando rivela di essere stato tre volte in Ita-
lia, nel 1516, nel 1529 e infine nel 1530, per verificare se le informazioni
che circolavano allora avessero dei fondamenti. Andò alla ricerca di paren-
ti, contattò varie persone con il cognome Colombo e fece ricerche negli ar-
chivi notarili. Niente. Nelle tre occasioni in cui passò nella zona di Geno-
va, non trovò alcuna traccia di qualche familiare. Tuttavia localizzò le ori-
gini del padre in Italia, più precisamente a Piacenza, nel cui cimitero, se-
condo lui, esistevano tombe con arme ed epitaffi di Colombo. Hernando
rivelò che i suoi antenati erano di sangue illustre, sebbene i nonni fossero
caduti in una situazione di grande povertà, e negò che il padre fosse una
persona senza cultura, richiamando l'attenzione sul fatto che solo qualcuno
con un alto livello d'istruzione avrebbe potuto disegnare mappe o compiere
grandi imprese. La Historia del Almirante fornisce inoltre dettagli sui mo-
tivi per cui il padre andò in Portogallo e si dedicò al mare. Sarebbe stato a
causa di "un uomo segnalato del suo nome e famiglia, chiamato Colombo",
che Hernando ha poi identificato con Colombo il Giovane. Durante un
combattimento in mare, tra Lisbona e il Capo di São Vicente, nell'Algarve,
Cristoforo sarebbe caduto in acqua e avrebbe nuotato per due leghe, ag-
grappato a un remo. Avrebbe poi proseguito per Lisbona dove, secondo
Hernando, "si trovavano molti della sua nazione genovese"».
«Ecco qua!» esclamò Moliarti, con un sorriso trionfale. «La prova, for-
nita dallo stesso figlio di Colombo».
«Sarei d'accordo con lei» tagliò corto Tomás «se potessimo avere la cer-
tezza che fu proprio Hernando Colón a scriverlo».
L'americano tirò indietro la testa, meravigliato.
«Eh? Non l'ha scritto lui?».
Lo storico consultò le fotocopie degli appunti di Toscano.
«A quanto pare, il professor Toscano aveva dei dubbi».
«Che dubbi?».
«Sulla veridicità del testo e su strane contraddizioni e inesattezze che
emergono» spiegò Tomás. «Iniziamo dal manoscritto. Hernando Colón
terminò la sua opera ma non la pubblicò. Morì senza lasciare discendenti e
quindi il manoscritto passò al nipote, Luís de Colón, il figlio maggiore del
fratello portoghese, Diogo Colom. Luís fu contattato nel 1569 da un geno-
vese chiamato Baliano Fornari, che gli propose di pubblicare la Historia
del Almirante in tre lingue: latino, castigliano e italiano. Il nipote di Her-
nando fu d'accordo e consegnò il manoscritto al genovese. Fornari portò
l'opera a Genova, la tradusse e nel 1576 pubblicò a Venezia la versione ita-
liana, affermando di farlo affinché "possa essere conosciuta universalmen-
te questa storia la cui gloria prima dovrebbe andare allo stato di Genova,
patria del grande navigatore". Dimenticò le altre due versioni, compresa
quella originale in castigliano, facendo poi scomparire il manoscritto».
Mostrò nuovamente l'esemplare in spagnolo del libro di Hernando Colón.
«Per essere precisi, questo non è il testo originale in castigliano, è una tra-
duzione dall'italiano che, a sua volta, è una traduzione dal castigliano
commissionata da un genovese che si dichiarava interessato a celebrare
Genova». Posò il volume sul tavolo. «Insomma, in un certo senso si tratta
di un'altra fonte di seconda mano».
Moliarti si strofinò gli occhi, irritato per la confusione.
«E per quanto riguarda le inesattezze?».
«In primo luogo, il riferimento alle tombe con arme ed epitaffi dei Co-
lombo a Piacenza. Visitando il cimitero della città, si può notare che di fat-
to queste sepolture esistono, ma non con il nome di Colombo, bensì con
quello di Colonna». Sorrise. «A guardare gli appunti del professor Tosca-
no, si direbbe che qui ci sia stata la manina del traduttore genovese, che
avrebbe alterato Colonna in Colombo. Del resto, in un altro punto, il tra-
duttore latinizza Colón in Colonus, non Colombo, contraddicendo così la
versione secondo la quale le tombe erano dei Colombo».
«Ma Hernando non dice che il padre si dedicò al mare a causa di un cer-
to Colombo Ragazzo, che era della sua famiglia?».
Tomás sorrise.
«Colombo il Giovane, Nelson. Il Giovane». Sfogliò l'esemplare della
Historia del Almirante. «Effettivamente, il libro racconta questo. Ma, fac-
cia attenzione, è solo un'ulteriore contraddizione. Colombo il Giovane era
un corsaro che non si chiamava nemmeno Colombo. Si tratta di Jorge Bis-
sipat, che gli italiani soprannominarono Colombo il Giovane, in opposi-
zione a Colombo il Vecchio: così era conosciuto il normanno Guillame de
Caseneuve Coullon, chiamato Colombo per analogia con l'espressione
francese couplong, colpo lungo, adattata a Coullon».
«Che confusione!».
«Può crederci. Ma la domanda è la seguente: come fa Colombo, il Gio-
vane, a corrispondere al nome e alla famiglia del padre di Hernando se, nel
caso del Giovane, Colombo non era il nome ma il soprannome? L'unica
ipotesi è che ci sia stato l'intervento del traduttore che si è intromesso in
ciò che non sapeva, stabilendo motu proprio una relazione familiare tra
Cristoforo e Colombo il Giovane, che evidentemente non esisteva».
Moliarti si riappoggiò alla sedia, sconfortato. Aveva finito il pesce e al-
lontanò il piatto.
«Bene, che sia Colonna o Colombo, che sia a Genova o a Piacenza, il
fatto è che Hernando colloca l'origine del padre in Italia».
«Il professor Toscano sembrava aver dei dubbi al riguardo» replicò To-
más, sempre immerso negli appunti. «Nelle sue annotazioni, e accanto ai
punti in cui nella Historia del Almirante ci si riferisce a Piacenza come ve-
ra patria di Colombo, ha scarabocchiato a matita l'indicazione che la per-
sona originaria di questa città italiana non era il navigatore, ma Dona
Filipa Perestrelo, la moglie portoghese di Colombo e madre di Diogo Co-
lom, la quale, a quanto pare, aveva alcuni antenati di Piacenza. Toscano
sembrava credere che Hernando, nel testo originale, avesse menzionato
Piacenza come lontana origine di Dona Filipa e che fosse stato il traduttore
italiano a ritoccare questo dettaglio, trasformando Dona Filipa in Colom-
bo. Del resto, proprio qui Toscano ha annotato il detto italiano "traduttori
traditori" che giustamente significa che i traduttori sono dei traditori».
«Questa è una speculazione».
«È vero. Ma le ricordo nuovamente che la maggior parte delle cose ri-
guardanti Colombo sono speculative, del resto tanti sono i misteri e le in-
congruenze intorno allo scopritore dell'America». Tornò a guardare la
Historia del Almirante. «Lasci che le mostri le altre inesattezze notate dal
professor Toscano che rafforzano l'ipotesi che non sia stato Hernando Co-
lón l'autore di tutte le affermazioni qui contenute. Per esempio, quando di-
ce che il padre, dopo aver nuotato fino alla terraferma, andò a Lisbona, do-
ve "si ritrovavano molti della sua nazione genovese"».
«Ma questo è un indizio inequivoco!».
«Ma, Nelson, faccia attenzione. Non è stato Hernando, pagine prima, ad
ammettere di essersi recato a Genova e di non avervi trovato nessun paren-
te? Non è lo stesso Hernando a indicare che la patria del padre si trovava
probabilmente a Piacenza? Allora come mai dopo aver scritto questo ci fa
intendere che il padre era di nazione genovese? Un istante prima non è di
Genova e solo un istante dopo lo è? Ma che razza di confusione è que-
sta?». Riguardò le fotocopie. «Ancora una volta il professore Toscano
sembrava sospettare del traduttore genovese, annotando di nuovo l'espres-
sione "traduttori traditori"». Prese altre fotocopie. «Del resto, ci sono altre
contraddizioni nella Historia del Almirante, tante che anche Padre Alejan-
dro della Torre y Velez, canonico della Cattedrale di Salamanca e studioso
dell'opera di Hernando, ugualmente arrivò alla conclusione che questa "fu
modificata e viziata da mano estranea"».
«Mi sta dicendo che è tutto falso?».
«No. La Historia del Almirante è stata scritta, senza ombra di dubbio, da
Hernando Colón, questo nessuno lo nega. Ma esistono nel testo pubblicato
certe contraddizioni e incongruenze che si possono spiegare solo in due
modi. O Hernando era un vero e proprio stolto, cosa che non sembra pro-
babile, o qualcuno ha modificato dettagli essenziali del suo manoscritto,
adattandolo ai gusti del pubblico d'Italia, dove l'opera fu pubblicata per la
prima volta».
«Chi?».
«Beh, la risposta mi pare evidente. Può essere stato solo Baliano Fornari,
il genovese che ricevette il manoscritto dalla mani di Luís de Colón e che
pubblicò solamente la traduzione italiana, confessando apertamente che la
"gloria prima" della scoperta dell'America dovesse essere "per lo stato di
Genova, patria del grande navigatore"».
Moliarti fece un gesto d'impazienza.
«Vada avanti».
«Molto bene» disse Tomás. «Passiamo allora all'ultimo testimone, di
certo il più importante di tutti».
«Colombo».
«Esatto. La testimonianza dello stesso Cristoforo Colombo, El Almi-
rant».
Il cameriere tornò con il suo vassoio, ritirò i piatti vuoti e posò la coto-
gnata e il tagliere di formaggi portoghesi sul tavolo. I due uomini si servi-
rono con il formaggio di montagna, molto molle e dall'odore forte, lo im-
mersero nella marmellata e subito lo divorarono golosamente.
«Cosa afferma Colombo?» domandò Moliarti, leccandosi le dita.
Lo storico respirò a fondo, mentre riordinava le fotocopie conservate
nella ventiquattrore.
«Oggi sappiamo che Colombo ha passato la vita intera a nascondere il
suo passato. Lo chiamiamo Colombo, ma non esiste un solo documento in
cui si riferisca a se stesso con questo nome. Si presentò sempre, nei mano-
scritti giunti fino a noi, come Colom o Colon. Questo è un punto che nes-
suno mette in discussione e che sta all'origine del grande imbarazzo di co-
loro che difendono la tesi genovese. Se lo scopritore dell'America e il tes-
sitore di seta di Genova sono la stessa persona, come spiegare il fatto che il
navigatore non ha mai usato il nome del tessitore? I genovisti stessi, che
accusano gli anti-genovisti di aver molto speculato nella formulazione del-
le proprie tesi, ricorrono a ipotesi piuttosto capziose per giustificare questa
profonda anomalia. Non solo l'uomo che oggi chiamiamo Cristoforo Co-
lombo, per quel che ne sappiamo, non usò mai questo nome, ma stese deli-
beratamente un velo di mistero sulle proprie origini».
«Significa che non disse mai dove era nato?».
«Mettiamola così. Colombo si è sempre preoccupato di nascondere la
sua origine, eccetto in un'unica occasione». Mostrò alcune fotocopie che
aveva disposto al suo fianco. «Il Mayorazgo».
«Il Mayor-che?».
«Il Mayorazgo o Maggiorasco. Si tratta di un testamento datato 22 feb-
braio 1498, che stabiliva i diritti del figlio portoghese Diogo Colom, scritto
alla vigilia della partenza dell'Ammiraglio per il terzo viaggio verso il
Nuovo Mondo». Tomás passò gli occhi sul testo. «In questo documento
Colombo ricorda alla Corona i suoi servigi alla nazione e si appella ai Re
Cattolici e al loro figlio primogenito, il principe Juan, affinché proteggano
i suoi diritti e "mis ofícios de Almirante del Mar Océano, que es de la par-
te del Ponienye de una raya que mandó asentar imaginaria, su Alteza
sobre a cien leguas sobre las islas de lad Açores, y otros tanto sobre las de
Cabo Verde". Con il testamento, Colombo conferì tali diritti al suo primo-
genito, indicando che sarebbe stato lui a ereditare il nome del padre e dei
suoi predecessori, "llamados de los de Colón". Se Diogo fosse morto senza
lasciare figli maschi, i diritti sarebbero passati al fratellastro Hernando, poi
al fratello di Colombo, Bartolomeu, poi a un altro fratello, e così all'infini-
to finché ci fossero stati eredi maschi». Tomás alzò la testa e fissò Moliar-
ti. «Faccia attenzione a questo dettaglio importante. Colombo non dice
"llamados de los de Colombo" quando si riferisce ai suoi predecessori. Di-
ce "llamados de los de Colón"».
«Capisco» brontolò l'americano, dall'aria adombrata. «E che mi dice del-
la sua origine?».
«Vediamo...» disse lo storico al suo interlocutore, facendo cenno con la
mano di aver pazienza. «Il Mayorazgo stabilisce anche che una parte della
rendita alla quale ha diritto l'Ammiraglio debba andare all'Ufficio di San
Giorgio e dà istruzioni rigorose sul modo in cui i suoi eredi dovranno fir-
mare tutti i documenti. Colombo voleva che non usassero il proprio co-
gnome ma solo il titolo di El Almirant, disposto sotto una strana piramide
di lettere e punti». Tomás esibì un altro foglio. «E qui viene la parte che le
interessa, Nelson. A lei e a Toscano. In un certo passo del testamento, Co-
lombo fa una cosa senza precedenti. L'Ammiraglio ricorda ai sovrani di
averli serviti, "stendo yo nacido en Genova"».
«Ah ah!» esclamò Moliarti, quasi saltando sulla sedia. «Ecco la prova!».
«Calma! Calma!» gli chiese Tomás, ridendo dell'entusiasmo dell'ameri-
cano. «In un'altra parte del Mayorazgo, Colombo dispone che i suoi eredi
mantengano sempre a Genova una persona del loro lignaggio, "pues que
della sali y en ella naci"».
«Vede? Perché dubitare, perché?».
«Certo, è tutto molto chiaro» concordò. «A patto che sia vero».
Una nube scura offuscò l'entusiasmo di Moliarti. Il sorriso si dissolse,
ma la bocca rimase aperta e gli occhi sbarrati, increduli, finché si chiusero
in un'espressione di rivolta.
«Come? Come?» si agitò. «Fuck you! Non mi dirà che è tutto falso? Non
me lo dica. Non tollero un simile affronto, no!».
«Calma, Nelson, calma!» lo rassicurò Tomás, sorpreso per quella ina-
spettata esplosione e alzando le mani in segno di resa. «Vediamo se riu-
sciamo a capirci. Io non le sto dicendo che questo è vero e quello è falso.
Mi sono limitato a studiare i documenti e le testimonianze, a consultare gli
appunti del professor Toscano e a ricostruire il suo ragionamento. In fin
dei conti, è per questo che mi ha ingaggiato, no? Ciò che ho verificato è
che il professor Toscano aveva seri dubbi circa determinati aspetti dati per
certi della vita di Cristoforo Colombo. Seguendo questa pista, le sto pre-
sentando i problemi sollevati dai documenti e dalle testimonianze in merito
alla loro veridicità. Se prendiamo per buono tutto il materiale esistente, la
storia dell'Ammiraglio non ha senso. Sarebbe nato contemporaneamente in
vari posti, avrebbe contemporaneamente età differenti, si chiamerebbe
contemporaneamente in modi diversi. Questo non può essere. A conti fatti,
lei dovrà decidere quali siano i documenti veri e quali quelli falsi. A tale
scopo dovrà analizzare e valutare le contraddizioni e le inesattezze di o-
gnuno. Quando avrà in mano i dati, allora potrà scegliere un'opzione. Se
vuole che Colombo sia genovese, basterà ignorare le contraddizioni e le
incongruenze dei documenti e delle testimonianze che supportano questa
tesi, spiegandole come pura speculazione. Del resto vale anche il contrario.
Ma tenga presente che io non sono qui per distruggere la tesi genovese. In
verità, l'origine di Cristoforo Colombo per me è irrilevante». Fece una
pausa per enfatizzare la sua posizione. «Quello che sto facendo, badi bene,
è ricostruire la ricerca del professor Toscano, sono stato ingaggiato per
questo, e analizzare i problemi che sussistono in ogni documento. Niente
di più».
«Lei ha ragione» ammise Moliarti, ora più calmo. «Mi scusi, ho esagera-
to e a sproposito. Vada avanti, per favore».
«Bene» riprese Tomás. «Come già le ho detto, nel Mayorazgo Colombo
si riferisce in modo diretto ed esplicito a Genova come sua città natale. Ma
non si limita a questo. Più avanti c'è un terzo riferimento, nel quale affer-
ma: "Genova è una città nobile e potente non solo per il mare" e, alcune
pagine dopo, aggiunge un ulteriore dettaglio, appellandosi ai suoi eredi af-
finché cerchino di "preservare e adoperarsi sempre per l'onore, per il bene
e per lo sviluppo della città di Genova, impegnando tutte le loro forze e ri-
sorse nella difesa e nella crescita del bene e dell'onore della sua repubbli-
ca"».
«Quindi Colombo inserisce quattro riferimenti a Genova e in due di que-
sti dice apertamente di essere nato lì».
«Esatto» assentì Tomás. «Ciò significa che tutto ora dipende dall'accer-
tamento della veridicità di questo documento. Esiste una convalida reale
del Mayorazgo, datata 1501 e scoperta solo nel 1925, attualmente conser-
vata all'Archivio Generale di Simancas. Ho qui con me alcune riproduzioni
della copia notarile della minuta del Mayorazgo, che si trova all'Archivio
Generale delle Indie». Sventolò una delle fotocopie che aveva fatto a Sivi-
glia. «Mi hanno detto che l'originale della minuta è scomparso nel XVI se-
colo, ma non so se è la verità. L'unica cosa che posso garantirle è che l'Ar-
chivio Generale delle Indie conserva solo la copia. Presumo sia quella che
fu oggetto del Pleyto Sucessorio, l'importantissimo processo giuridico in-
trapreso nel 1578 per decidere quale fosse il legittimo successore
dell'Ammiraglio dopo la morte di Don Diego, nipote di Diogo Colom e bi-
snipote di Cristoforo Colombo. Vale la pena ricordare che il Mayorazgo
stabiliva che ci sarebbero potuti essere solo eredi maschi con il nome di
Colón. Ora, andando radicalmente e direttamente contro le disposizioni
che si suppone siano state stabilite dall'Ammiraglio, il tribunale decise di
accettare anche il nome Colombo, informazione che si diffuse per l'Italia.
Siccome Cristoforo Colombo aveva diritto a una parte di tutte le ricchezze
delle Indie, in conformità con quanto accordato con i Re Cattolici nel
1492, la notizia che qualsiasi Colombo avrebbe potuto candidarsi per i di-
ritti successori risvegliò un enorme interesse fra tutti gli italiani con questo
cognome. Il problema è che si scoprì che il nome Cristoforo Colombo era
relativamente comune in Italia, e quindi il tribunale pretese che i candidati
avessero nella propria linea ancestrale un fratello di nome Bartolomeo, un
altro di nome Jacobo e un padre che si chiamasse Domenico. Tre candidati
rispondevano a questi requisiti. Dei tre italiani, ne rimase solo uno. Si trat-
tava di Baldassare Colombo, di Cuccaro Monferrato, un piccolo paese del
Piemonte. Baldassare dovette affrontare gli altri discendenti spagnoli di
Colombo, e fu nel corso di questo processo legale che un avvocato spagno-
lo, di nome Verástegui, esibì la copia della minuta, mostrando che era stata
convalidata dal principe Juan il 22 febbraio 1498, data in cui il testamento
fu steso».
«Chi è questo principe Juan?».
«Era il figlio dei Re Cattolici».
«Quindi lei ha la copia della minuta convalidata dal principe ereditario e
ha ancora dubbi sull'attendibilità del testamento?».
«Nelson» disse Tomás a voce bassa «il principe Juan morì il 4 ottobre
1497».
«E allora?».
«Faccia due conti. Se morì nel 1497, come può aver convalidato la copia
di una minuta nel 1498?». Strizzò l'occhio. «Eh?».
Moliarti rimase fermo per un lungo istante, gli occhi fissi sul suo inter-
locutore, riflettendo sull'incongruenza.
«Beh... ehm...» balbettò alla fine.
«Questo, mio caro Nelson, è un problema tecnico molto delicato. Mi-
naccia totalmente la credibilità della copia del Mayorazgo. E quel che è
peggio è che non è l'unica incongruenza del documento».
«Ce ne sono altre?».
«Certo. Guardi per esempio questa frase di Colombo». Prese una foto-
copia del testo. «"Lo suplico al Rey e ala Reina, Nuestros señores, y al
Principe Don Juan, su primogénito, Nuestro Señor"». Alzò il capo e fissò
Moliarti. «Presenta lo stesso problema. Colombo fa una supplica al princi-
pe Juan come se fosse ancora vivo, sebbene fosse già morto l'anno prece-
dente, a soli diciannove anni. All'epoca si parlò tanto dell'avvenimento, la
corte si vestì a lutto rigoroso, le istituzioni pubbliche e private rimasero
chiuse per quaranta giorni e furono posti segni di lutto sui muri e sui por-
toni delle città spagnole. In queste condizioni, ed essendo una persona vi-
cina alla corte, in particolare alla regina, come è possibile che l'Ammira-
glio non fosse a conoscenza della morte del principe Don Juan?». Sorrise e
scrollò la testa. «Adesso guardi questa». Riprese a scorrere le fotocopie.
«"Habrá el dicho Don Diego"» s'interruppe e spiegò: «Diego in castigliano
sta per Diogo» poi continuò a leggere: «"O cualquier outro que heredare
este Mayorazgo mis oficios de Almirante del Mar Océano, que es de la
parte del Poniente de una raya que mandó asentar imaginaria, su Alteza
sobre a cien leguas sobre las islas de las Açores, y outros tanto sobre las
de Cabo Verde''». Fissò di nuovo Moliarti. «Questa corta frase condene un
incredibile numero di incongruenze. In primo luogo, come è possibile che
il grande Cristoforo Colombo abbia affermato che il meridiano che passa
per Capo Verde è uguale a quello che attraversa le Canarie? Non sapeva
quello che tutti gli uomini di mare già conoscevano in quell'epoca, cioè
che le Azzorre fossero situate più a ovest rispetto a Capo Verde? È vero-
simile credere che lo scopritore dell'America, che tra l'altro aveva anche
visitato i due arcipelaghi portoghesi, abbia potuto affermare una simile
sciocchezza? In secondo luogo, bisogna notare che il discorso delle cento
leghe è estrapolato dalla bolla papale Inter caetera, datata 1493, che si ri-
ferisce al Trattato di Alcáçovas/Toledo. Il guaio è che nel 1498, quando il
Mayorazgo fu firmato, era già in vigore il Trattato di Tordesillas, dettaglio
più che conosciuto da Colombo, considerato che era stato proprio lui la
causa scatenante di questa divisione del mondo tra Spagna e Portogallo.
Come è possibile, allora, che l'Ammiraglio abbia usato delle espressioni
papali riguardanti un trattato che non era più valido? Era forse impazzito?
In terzo luogo, affermando che quella era "de una raya que mandó asentar
imaginaria, su Alteza", anticipava la morte della regina Isabel, che morì
nel 1504, sei anni più tardi. Come mai Colombo si rivolge al singolare ai
due Re Cattolici? Di norma, come appare in qualsiasi documento dell'epo-
ca, avrebbe dovuto rivolgersi a "Suas Altezas". "Suas", al plurale. Era in-
tenzione di Colombo oltraggiare uno dei due sovrani, comportandosi come
se non esistesse? Oppure questo documento è stato scritto dopo il 1504,
quando ormai c'era un solo monarca, da un falsario che ha trascurato un
dettaglio e che ha falsificato la data del 1498?».
«I see» commentò Moliarti, a testa bassa. «È tutto?».
«No, Nelson. C'è dell'altro. Il fatto che Cristoforo Colombo si riferisca
quattro volte a Genova mi sembra un dettaglio importante su cui soffer-
marci». Con le dita mostrò il numero quattro. «Quattro». Ne tolse due. «E
in due di queste dice esplicitamente che quella era la sua città natale». Si
appoggiò di nuovo alla sedia e riordinò le fotocopie. «Stia attento. Cristo-
foro Colombo passò tutta la vita a nascondere la sua origine. La sua preoc-
cupazione fu talmente ossessiva che il criminologo Cesare Lombroso, uno
dei maggiori detective del XIX secolo, lo definì paranoico. Sappiamo, dal
figlio Hernando, che l'Ammiraglio, dopo la scoperta dell'America, nel
1492, diventò ancor più enigmatico. Osservi questa frase del figlio nella
Historia del Almirante». Aprì il libro e cercò un pezzo sottolineato.
«"Quando fué su persona a propósito y adornaba de todo aquello, que
convenia para tan grand hecho, tanto menos conocido y cierto quiso que
fuese su origen y pátria"». Fissò il suo interlocutore. «Vale a dire, quanto
più Colombo diventava famoso, tanto meno voleva che si conoscesse la
sua origine e la sua patria. Allora quest'uomo passa tanto tempo a mante-
nere segreta la città natale, a darsi da fare per coprire il fatto sotto uno
spesso manto di silenzio e, all'improvviso, gli viene la brillante idea, così,
senza motivo, di abbandonarsi a un effluvio di riferimenti a Genova nel
suo testamento, mandando in fumo in una sola volta tutti i suoi precedenti
sforzi? Che senso ha?».
Moliarti sospirò.
«Mi spieghi, Tom. Questo significa che il testamento è falso, eh?».
«Questa è la conclusione a cui arrivò il tribunale spagnolo, Nelson, e l'e-
redità finì per essere assegnata a Don Nuno di Portogallo, altro nipote di
Diogo Colom».
«E allora il documento regio del 1501, conservato nell'Archivio Genera-
le di Simancas? Anche quello è falso?».
«Sì».
«Ehi, io non capisco. Come può esistere una convalida con sigillo reale
ma falsa?».
«Il documento che si trova nell'Archivio Generale di Simancas è un libro
dei registri del Selo Real della Corte inerente al mese di settembre del
1501. Ma la convalida è anacronistica dato che, anche questa, fa riferimen-
to al principe Don Juan come se fosse vivo». Si picchiettò le tempie con
l'indice. «Se lo metta bene in testa. Una corte non avrebbe mai registrato
un documento rivolto a un principe primogenito non più in vita. Sarebbe
stato inaccettabile». Fece una pausa. «Ora, Nelson, presti attenzione a
quanto le sto per dire. Esisteva un vero testamento, ma è scomparso. Alcu-
ni storici, come lo spagnolo Salvador de Madariaga, credono probabile l'i-
potesi della falsificazione, nonostante considerino che molti elementi del
testamento inventato siano basati sul documento originale andato perso».
Consultò i suoi appunti. «Scrive Madariaga: "La maggior parte delle clau-
sole esecutive sono probabilmente, ma solo probabilmente, esatte". Fra
queste, la strana firma con le iniziali disposte a piramide. Della stessa opi-
nione è anche lo storico Luís Ulloa, il quale ha scoperto che la copia falsi-
ficata del Mayorazgo, presentata dall'avvocato Verástegui, era passata per
le mani di Luisa de Carvajal, che era stata sposata con un certo Luís Bu-
zon, uomo conosciuto per la sua abitudine di mutilare e alterare i docu-
menti».
«E il professor Toscano? Che ne pensava?».
«Il professor Toscano era chiaramente d'accordo con il tribunale e con
Madariaga e Ulloa, e credeva all'ipotesi della falsificazione a partire da un
vero testamento, quello che è andato perso. Del resto, solo la contraffazio-
ne spiega queste gravi incongruenze nel testo. Come le ho già spiegato,
tutti avevano interesse a essere gli eredi di Colombo ed è del tutto naturale
che, in tali circostanze, essendoci molto denaro in gioco, apparissero dei
falsificatori. Riflettendoci un po', è credibile la possibilità che un abile fal-
sario, presumibilmente questo Luís Buzon, abbia contraffatto il testamen-
to, con un'elevata qualità dal punto di vista tecnico, e ne abbia copiato cor-
rettamente le parti più innocue, includendo le essenziali clausole esecutive.
È probabile però che, per mancanza di conoscenze specifiche, non si sia
accorto di determinati anacronismi nel testo da lui fabbricato, in particolare
le suppliche di Colombo a un principe già morto, gli assurdi riferimenti
geografici evidentemente dovuti alla consultazione della ormai superata
bolla papale, il ricorso al Trattato di Alcáçovas/ Toledo e l'inaccettabile e-
liminazione di uno dei due sovrani nel riferimento a "Sua Alteza" al singo-
lare, dettaglio che, scritto all'epoca dei Re Cattolici, sarebbe stato ingiurio-
so, ma che non avrebbe costituito un problema dopo la morte di almeno
uno di loro». Fece un gesto con la mano, come se volesse aggiungere qual-
cos'altro. «Tuttavia, conveniamo che sia strano che Colombo sia morto nel
1506 e che il testamento non sia saltato fuori tempestivamente. Una perso-
na stila un testamento affinché questo sia conosciuto e rispettato immedia-
tamente dopo la sua morte, giusto? Ma, a quanto pare, questo Mayorazgo
non apparve nel momento in cui sarebbe stato normale che apparisse un
simile documento, cioè subito dopo il decesso del suo autore, ma molto più
tardi. Colombo morì nel 1506 e il testamento si materializzò solo nel 1578,
più di settant'anni dopo. E spuntò fuori in un periodo in cui faceva como-
do, a una delle parti, che comparisse, nonostante la gravità degli anacroni-
smi e delle scorrettezze. Con questi presupposti, quanto possiamo fidarci
di ciò che è scritto qui?». Si lasciò andare a una smorfia di fastidio. «Per
niente».
L'americano scrollò le spalle, rassegnato.
«Allora dimentichiamoci del Mayorazgo. Altro materiale?».
«Certo. Questi sono documenti divulgati all'epoca, soprattutto nel XVI
secolo».
«E fra questi, la cronaca del portoghese Pina è l'unica che non presenta
alcun problema di attendibilità?».
«Che io abbia visto, sì. Tuttavia devo ricordarle che le annotazioni a
margine del professor Toscano suggeriscono che potrebbe aver trovato
qualcosa».
Il cameriere tornò con il caffè, che posò davanti ai due uomini.
«In termini di documenti, c'è dell'altro?» domandò Moliarti, girando il
caffè per far sciogliere lo zucchero.
«Ci sono altre testimonianze che probabilmente risalgono allo stesso pe-
riodo ma che furono conosciute solo successivamente, in particolare nel
XIX secolo».
«E cosa riguardano?».
«Beh, cercherò di riassumerne il contenuto». Sistemò alcune fotocopie e
ne prese altre dalla ventiquattrore. «Nel 1773, un frate di Modena, Ludovi-
co Antonio Muratori, pubblicò un volume intitolato Rerum Italicarum
Scriptores, che conteneva due inediti. Uno era il De Navigatione Colum-
bi... redatto presumibilmente nel 1499 dal cancelliere dell'Ufficio di San
Giorgio, Antonio Gallo, e l'altro era un lavoro di Bartolomeo Senarega ap-
parentemente ispirato a quello di Gallo, nel quale si affermava che Cristo-
foro era uno "scarzadore", espressione considerata poco gradevole. Il testo
di Gallo è di certo il più importante. L'antico cancelliere dell'Ufficio scri-
veva che Cristoforo era il più grande di tre fratelli, essendo Bartolomeo il
secondo e Jacobo il terzo. Gallo dice che, quando arrivò alla giovinezza,
"et pubere deinde facti", Bartolomeo partì per Lisbona e Colombo succes-
sivamente seguì il suo esempio. Più tardi, nel 1799, furono pubblicati gli
Annali della Repubblica di Genova, del genovese Filippo Casoni, che in-
cludeva una genealogia della famiglia di Cristoforo Colombo, tessitore di
seta. Tuttavia, dato che restava il fatto, ancora non risolto, che lo scopritore
dell'America si chiamasse Colom o Colón, ma non Colombo, Casoni deci-
se di aggirare il problema e saltò alla conclusione che Colombo fosse una
specie di declinazione di Colom. Secondo l'autore, Colombo voleva dire,
in realtà, "della famiglia dei Colom". Questa fu una mossa arrischiata e a-
prì le cateratte di una vera diga documentale, scatenando l'apparizione di
una marea infinita di testi ufficiali. Iniziarono a emergere fogli da tutta la
Liguria, in particolare da Savona, da Cogoleto, da Nervi e da chissà dove.
Da ogni parte spuntavano prove relative alla famiglia Colombo, compresi
gli affari. Molti di questi documenti furono riuniti nel 1823 nel Codice Co-
lombo-Americano, mentre altri, in particolare atti notarili, furono inseriti
nella Raccolta di documenti et studi... pubblicata nel 1892, in occasione
del quarto centenario del viaggio del 1492. La grande scoperta fu annun-
ciata nel 1904 dall'accademico "Giornale Storico e Letterario della Ligu-
ria": il colonnello genovese Ugo Assereto aveva trovato un atto notarile,
datato 25 agosto 1470, che registrava la partenza di Christophorus Colum-
bus "die crestino demane pro Ulisbonna", cioè il giorno seguente per Li-
sbona. Il Documento Assereto, così come è conosciuto oggi, rivela inoltre
che Columbus dichiarò di aver "etatis annorum viginti septem vel circa",
vale a dire intorno ai ventisette anni. Pertanto, possiamo fissare la sua data
di nascita nel 1451».
«Ora non mi dirà che anche tutto questo è falso?» chiese Moliarti, quasi
con esitazione.
«Nelson» sorrise Tomás «realmente crede che le avrei potuto fare una
simile cattiveria? Davvero?».
«Davvero».
«Si sbaglia, Nelson. Non lo farei mai».
Il viso dell'uomo della fondazione si aprì in una prudente espressione di
sollievo.
«Good».
«Ma...».
«Please...».
«... è sempre necessario valutare l'attendibilità di qualsiasi documento,
guardarlo con occhio critico, cercare di capirne gli scopi e garantire che
non ci siano incongruenze».
«Non mi dica che esistono anomalie anche in questo documento...».
«Sfortunatamente è così».
L'americano lasciò cadere la testa all'indietro, scoraggiato.
«Fuck!».
«Innanzitutto bisogna considerare che questi documenti non sono appar-
si nel momento in cui sarebbero dovuti apparire, ma molto più tardi. Indi-
cativo è il fatto che il professor Toscano abbia registrato fra i suoi appunti
il proverbio francese "le temps qui passe c'est l'évidence qui s'efface". Cio-
è, più passa il tempo, più prove scompaiono. Qui, a quanto pare, si verifica
il contrario, più passa il tempo e più prove emergono. Questo è il primo
problema del testo di Antonio Gallo. Se è stato scritto realmente nel 1499,
perché è stato pubblicato solo nel XVIII secolo? Toscano sembrava sospet-
tare una falsificazione, considerato che i dati di Gallo sono simili a quelli
di Giustiniani, che Hernando Colón aveva additato come bugiardo, come
qualcuno che, secondo il figlio di Colombo, non era a conoscenza della ve-
ra storia dello scopritore dell'America».
«Questa è pura speculazione».
«Certo. Ma è una realtà che la storia di Gallo sia uguale a quella di Giu-
stiniani e che Hernando abbia detto che la versione di Giustiniani è falsa.
Pertanto, vedo solo due ipotesi. O Hernando stava mentendo, e allora il te-
sto di Giustiniani è vero e di conseguenza lo è anche quello di Gallo, o
Hernando, il figlio dello scopritore dell'America, sapeva più cose sul padre
rispetto agli italiani, e questo implica che i dati riportati da Giustiniani e
Gallo siano falsi. Ognuna delle due ipotesi è plausibile, ma solo una può
essere vera. In base a quanto detto finora, ne risulta che non possiamo ave-
re un'assoluta fiducia nel testo di Gallo».
«E gli atti notarili? Quelli sono documenti ufficiali...».
«Di fatto lo sono. Ma provano soltanto che a Genova esistette un Cristo-
foro Colombo, tessitore di seta, che aveva un fratello di nome Bartolomeo
e un altro che si chiamava Jacobo, e che era figlio del cardatore di lana
Domenico Colombo. Questo è probabilmente vero, nessuno lo nega. Al
contrario, ciò che gli atti non testimoniano è che questo tessitore di seta
vissuto a Genova sia lo scopritore dell'America. C'è solo un documento
che sancisce tale legame in modo inequivocabile». Esibì alcune fotocopie.
«Si tratta del Documento Assereto. Ci sono alcuni precedenti testi di Sa-
vona, pubblicati nel 1602 da Salinerio nelle sue Adnotationes... ad Corne-
lium Tacitum, che suggerivano questa relazione, ma non erano molto chiari
e avevano alcune incongruenze. È il Documento Assereto che stabilisce,
inequivocabilmente, il rapporto tra il Colombo genovese e il Colom iberi-
co, registrando il giorno della partenza del tessitore di seta per il Portogal-
lo».
«Mi lasci indovinare» commentò Moliarti con una punta di sarcasmo.
«In questo testo ci sono problemi di attendibilità».
«Esatto!» ribatté Tomás, ignorando il tono ironico. «Dobbiamo sforzarci
di ricostruire la trama completa della questione. Per questo è necessario
considerare che i documenti della presenza di Colombo a Genova compar-
vero copiosi solo nel XIX secolo. Anche in questo caso erano solo delle te-
stimonianze, più o meno vaghe, e con precise anomalie. La verità è che
nessuno lì sembrava conoscere Colombo. Gli ambasciatori genovesi che si
trovavano a Barcellona nel 1493, proprio quando il navigatore tornò dal
primo viaggio verso il Nuovo Mondo, riferirono il fatto e si dimenticarono
di un piccolissimo dettaglio, una cosa evidentemente di nessun interesse:
l'Ammiraglio era un loro conterraneo. Oltretutto, a Genova nessuno ri-
chiamò l'attenzione su questo fatto. Che senso ha? Ma c'è dell'altro. Come
già abbiamo visto, il figlio spagnolo di Colombo, Hernando, vi si recò tre
volte alla ricerca di conferme delle vaghe rivendicazioni in base alle quali
il padre era di quelle zone, ma non fu capace di trovare un solo parente.
Neanche uno. D'altro canto, gli atti notarili rivelano che nel 1492, all'epoca
della scoperta dell'America, il padre del tessitore Cristoforo Colombo era
ancora vivo. Tuttavia non risulta che lui o qualsiasi altro familiare, vicino,
amico o conoscente abbia celebrato o almeno annotato il grande avveni-
mento di quel ragazzo della loro stessa terra. Inoltre, i documenti ufficiali
di Genova mostrano che Domenico morì povero nel 1499, con tutti i beni
ipotecati. Incredibilmente, lo scopritore dell'America avrebbe ignorato il
padre, nonostante fosse povero, fino alla morte. Né, d'altra parte, i molti
creditori di Domenico hanno pensato di esigere dal figlio famoso il paga-
mento dei debiti del defunto. Ancora più sensazionale è il fatto che cronisti
e storici genovesi dei secoli XVI e XVII sorvolarono completamente sul
fatto che lo scopritore dell'America fosse un loro concittadino. L'opera Di
Uberto Foglietta, della Repubblica di Genova, dello stesso Foglietta, stila
un registro dei cittadini famosi di Genova. Tanto la prima edizione, pub-
blicata a Roma nel 1559, quanto la seconda, edita in Milano nel 1575, non
riportano il nome di Cristoforo Colombo, né di Cristóvam Colom, né di
Cristóbal Colón, nella lista delle celebrità del capoluogo ligure, tuttavia
menzionano altri marinai genovesi molto meno importanti, come Biagio
d'Assereto, Lazaro Doria, Simone Vignoso e Ludovico di Riparolo. Anche
lo storico genovese Federico Federici, che visse nel XVII secolo, ignorò in
assoluto lo scopritore dell'America, così come Gianbattista Richeri, altro
storico genovese del secolo successivo. Richeri pubblicò nel 1724 il Folia-
tum Notariorum Genuensium, il cui originale è conservato nella Biblioteca
Comunale Berio di Genova. Quest'opera registra diciotto Colombo nella
città, tra il 1299 e il 1502, e nessuno di questi si chiamava Domenico o
Cristoforo. Certamente sono vissuti entrambi, come testimoniato dagli atti
notarili della Raccolta, ma erano, evidentemente, considerati poco impor-
tanti dagli storici di Genova. Così poco importanti che, nella lista degli a-
lunni delle scuole di Genova di quel tempo, tuttora esistenti, non figura il
nome di Cristoforo, nonostante il famoso navigatore conoscesse il latino e
la cosmografia, e fosse in grado di leggere autori classici e dominare la
matematica. Se non è andato a scuola a Genova, allora in quale scuola ha
studiato? Infine, in seguito al celebre Pleyto Sucessorio, il processo giuri-
dico intrapreso nel 1578 per determinare il legittimo successore dell'Am-
miraglio dopo la morte del suo bisnipote, appaiono in Spagna innumerevo-
li candidati provenienti da tutta la Liguria, affermando di essere parenti di
Colombo». Fissò lo sguardo su Moliarti. «Sa quanti di questi candidati e-
rano originari di Genova?».
L'americano scrollò la testa.
«No».
Tomás unì il pollice all'indice.
«Zero, Nelson». Lasciò fluttuare la risposta nell'aria, come il brutale ri-
verbero dell'eco di un gong. «Neanche uno. Nessuno di questi era di Ge-
nova». Fece un'altra pausa per accentuare l'aspetto drammatico di questa
rivelazione. «Finché, nel XIX secolo, i documenti iniziarono a spuntare da
ogni parte. Bisogna tuttavia comprendere che, in quel periodo, la ricerca
storica si mischiava pericolosamente agli interessi politici. Gli italiani si
trovavano nel pieno del processo di unificazione e affermazione nazionale
innescato dal genovese Giuseppe Garibaldi. All'epoca scaturirono le prime
tesi secondo cui Colombo, a conti fatti, poteva non essere italiano, e questo
era inaccettabile per il nuovo Stato. Il fatto che Colombo fosse genovese
rappresentava un simbolo di unione interna e di orgoglio per quei milioni
di italiani che si riunivano nel Paese appena costituito, nonché per quelli
che allora cominciavano a emigrare negli Stati Uniti, in Brasile e in Argen-
tina. In tal modo il dibattito finì per assumere accenti fortemente nazionali-
stici. Ed è in questo contesto politico e sociale che la tesi genovese si tro-
vò, all'improvviso, al centro di un grande marasma. Da un lato, si riusciro-
no a raccogliere molti documenti che provavano l'effettiva esistenza in cit-
tà di un Cristoforo, un Domenico, un Bartolomeo e uno Jacobo, ma dall'al-
tro non si ebbe modo di dimostrare, in maniera inequivocabile, che ci fosse
una relazione tra queste persone e lo scopritore dell'America. Inoltre tale
relazione sembrava assurda, considerando che il Colombo genovese era un
tessitore incolto e il Colom iberico era un ammiraglio pratico di cosmogra-
fia, nautica e lettere. Calcolando la posta in gioco, in particolare sul piano
politico e nel clima di affermazione nazionale italiana, questo era inam-
missibile. Ora, è il Documento Assereto che viene a fornire, provviden-
zialmente, la prova mancante. Che questo testo sia apparso quando era più
necessario risultò, senza dubbio, un fatto sospetto. Ed è tanto più sospetto
se si pensa che il colonnello Assereto, dopo aver esibito la tanto sospirata
prova, fu decorato dallo Stato Italiano per gli alti servigi prestati alla na-
zione e promosso a generale».
«Tom, tutto questo può essere vero, ma, mi scusi, ancora una volta mi
sembra una speculazione. Ci sono elementi all'interno dell'atto notarile
scoperto da Assereto che possano essere considerati sospetti?».
«Sì, ce ne sono».
I due uomini si guardarono per un lungo istante.
«Ad esempio?» domandò Moliarti, alla fine, quasi ingoiando a secco.
«La data di nascita di Colombo».
«Cosa c'è di strano?».
«Ha due anomalie. La prima è, tanto per cambiare, relazionata al timing
della scoperta del Documento Assereto. Nel 1900 si riunì il Congresso de-
gli Americanisti, durante il quale fu stabilito che Colombo era nato nel
1451. Era una semplice supposizione, fondata unicamente su un atto nota-
rile del 1470, nel quale risulta scritto...» consultò la copia dell'atto, raccolta
a Genova «"Cristoforo Colombo, figlio di Domenico, maggiori di dician-
nove anni"». Scarabocchiò alcuni conti sul bloc-notes. «Se a 1470 si tol-
gono diciannove resta 1451. Pertanto, i congressisti, basandosi unicamente
su questo atto notarile e senza avere la prova che Cristoforo Colombo cor-
rispondesse a Cristóvão Colom, decisero che questo fosse l'anno di nascita
dello scopritore dell'America. Vediamo ora quanto afferma lo storico por-
toghese Armando Cortesão a proposito del Documento Assereto». Prese
dalla ventiquattrore un libro voluminoso intitolato Cartografia e
Cartógrafos Portugueses dos Séculos XV e XVI, trovò la pagina che stava
cercando e lesse alcune righe precedentemente sottolineate a matita. «"È
straordinario che un documento tanto importante, che concorda così bene
con il testamento di Colombo e altri documenti conosciuti e che conferma
con assoluta precisione l'età, stabilita, in maniera ipotetica, al Congresso
degli Americanisti, nel 1900, fosse conservato nei ricercatissimi archivi di
Genova, esplorati da centinaia di avidi ricercatori interessati al periodo co-
lombiano, sempre più numerosi intorno ai fogli notarili, senza che nessuno
se ne sia accorto e abbia fatto caso a una così importante dichiarazione.
Disastrosa coincidenza! Nel 1900 il Congresso degli Americanisti fissa il
1451 come data di nascita di Colombo e subito nel 1904 appare un docu-
mento del 1479, nel quale lo stesso navigatore afferma di avere ventisette
anni e per di più tutto coincide con gli altri dati a lungo considerati come
poco attendibili, come la permanenza in Portogallo nel 1478". La coinci-
denza fu tanto strana che inoltre indusse il famoso storico portoghese a os-
servare, sempre a proposito del Documento Assereto, che "l'industria di
falsificazione dei documenti 'antichi' ha raggiunto una tale perfezione che
in questo capitolo nulla ci sorprende"». Tomás fissò il suo interlocutore.
"Quanto al timing, caro Nelson, già ne abbiamo discusso». Ripose il volu-
me di Armando Cortesão nella ventiquattrore. «Passiamo ora alla data in
sé. Il Documento Assereto conferma, con impressionante velocità e solle-
citudine, la data quasi arbitrariamente stabilita quattro anni prima dal Con-
gresso. Ma l'affermazione in base alla quale il 1451 è l'anno in cui nacque
Cristoforo Colombo è contraddetta da una testimonianza di un certo cali-
bro». Rimase un istante a guardare Moliarti, con aria di sfida. «Non imma-
gina chi sia stato a mettere in discussione la data fornita dal Documento
Assereto?».
«Non ne ho la minima idea».
«Lo stesso Cristoforo Colombo. Oggi sappiamo che lo scopritore
dell'America, come in molte altre cose, fece molta attenzione a tenere na-
scosta la sua data di nascita. Il figlio Hernando rivela solo che il padre co-
minciò la vita da marinaio a quattordici anni. Al contrario, lo stesso navi-
gatore mantiene il silenzio circa la propria età, ma cade due volte in erro-
re». Consultò i suoi appunti. «Nel diario di bordo del suo primo viaggio
registra, in data 21 dicembre 1492, che "yo he andado veinte y três anos en
la mar, sin salir della tiempo que se haya de contar". Basandoci su questa
affermazione, è sufficiente fare due conti». Prese la penna e scarabocchiò
alcuni numeri su un foglio pulito del bloc-notes. «Se aggiungiamo i venti-
tré anni in mare agli otto in Castiglia, quelli del "tiempo que se haya de
contar" in cui rimase ad attendere l'autorizzazione per navigare, e i quat-
tordici d'infanzia alla fine dei quali iniziò la vita di marinaio, otteniamo
quarantacinque anni». Scrisse 23+8+14=45. «Quindi, Colombo aveva
quarantacinque anni quando, nel 1492, scoprì l'America. Ora, se togliamo
quarantacinque a 1492, rimane 1447». Sul foglio, la sottrazione indicava
1492-45=1447. «L'anno di nascita del navigatore». Tornò ai suoi appunti.
«Più tardi, in una lettera datata 1501 e trascritta dal figlio Hernando, Co-
lombo comunica ai Re Cattolici che "ya pasan de quarenta anos que yo
voy en este uso" riferendosi alla navigazione». Riprese il foglio nel quale
aveva fatto i precedenti calcoli. «Se aggiungiamo quaranta anni ai quattor-
dici dell'infanzia, il risultato è cinquantaquattro». Scribacchiò 40+14=54.
«Pertanto, scrive quella lettera del 1501 all'età di cinquantaquattro anni.
Togliendo cinquantaquattro a 1501 resta 1447». Adesso l'operazione mo-
strava 1501-54=1447. «In definitiva, Colombo dà a intendere, in questi
due riferimenti, di essere nato nel 1447, quattro anni prima del 1451, anno
che il Documento Assereto gli attribuisce come data di nascita». Picchiettò
con l'indice sui calcoli che aveva appena finito di effettuare. «Questa, mio
caro Nelson, è un'inammissibile incongruenza del Documento Assereto e
minaccia irrimediabilmente la sua stessa attendibilità. Oltretutto, quest'atto
notarile, per essere precisi, non è altro che una minuta a fogli senza firma
del dichiarante e del notaio, che non menziona la paternità di Cristoforo,
cosa strana se si considerano altri documenti simili dell'epoca».
Moliarti sospirò pesantemente. Si appoggiò alla sedia e rimase a osser-
vare le mura di fronte allo spiazzo e la città, con Piazza da Figueira e la sua
statua equestre ben visibile in basso e la zona verde di Montesanto che
graffiava l'orizzonte sul caseggiato. Il cameriere si avvicinò e lasciò un
piattino con il conto sul tavolo e, quando si fu allontanato, una coppia di
usignoli venne a beccare le briciole di pane trasportate dal vento lungo il
percorso parallelo al muro; poi gli uccellini svolazzarono sui rami quasi
spogli di un vecchio ulivo e si fermarono là, trillando in duetto, improvvi-
sando una nervosa melodia dal sapore di brezza.
«Mi dica una cosa, Tom» mormorò l'americano, rompendo il silenzio
che per un momento era sceso tra i due. «Secondo lei, Colombo non era
genovese?».
Lo storico prese uno stuzzicadenti e iniziò a giocarci, passandoselo fra le
dita, da una parte all'altra, girandolo e girandolo, simile a un minuscolo a-
crobata.
«Mi sembra chiaro che, secondo il professor Toscano, Colombo di fatto
non era genovese».
«Questo già l'avevo capito» disse Moliarti. Puntò l'indice verso Tomás.
«Ma a me piacerebbe sapere qual è la sua opinione».
Il portoghese sorrise.
«Vuole sapere la mia opinione?». Rise a voce bassa. «Beh, io credo che
non sia possibile affermare, in tutta sicurezza, che Colombo non fosse ge-
novese. Esistono troppe testimonianze che portano verso questa direzione.
Anghiera, Trevisan, Gallo, Giustiniani, Oviedo, Las Casas, Ruy de Pina,
Hernando Colón e lo stesso Cristoforo Colombo. È certo che alcuni di
questi nomi si limitino a citarsi a vicenda, e una bugia, ripetuta mille volte,
non diventa realtà. È altrettanto certo che i documenti nei quali tutte queste
fonti sono citate non offrono una completa attendibilità, a causa dei motivi
che le ho ampiamente illustrato. Sta di fatto che tutti ci portano allo stesso
punto, per cui dobbiamo muoverci con cautela. Direi che l'origine genove-
se di Colombo rimane comunque un riferimento, ma bisogna considerare
che esistono innumerevoli e forti indizi che contraddicono quest'ipotesi. In
tutta verità, come le ho appena detto, è impossibile comprendere la vita di
Cristoforo Colombo se accettiamo per buoni tutti i documenti e le relazioni
a noi pervenuti, dato che sono contraddittori. Se alcuni sono veri, altri sono
necessariamente falsi. Non è possibile che siano tutti veri». Alzò due dita.
«E qui dobbiamo scegliere fra due strade. O consideriamo veritieri i do-
cumenti e le relazioni genovesi, nonostante tutte le incongruenze, e quindi
Colombo era genovese. Oppure confermiamo la validità delle numerose
obiezioni che smentiscono questa tesi, e allora il navigatore non era geno-
vese». Aggiunse un dito. «E c'è una terza ipotesi, forse la più plausibile,
quella che permette un compromesso fra le prime due versioni, ma che
comporta un salto nel nostro ragionamento. Questa terza possibilità, in ge-
nerale, accetta come veri gli indizi e le prove delle ipotesi precedenti, no-
nostante ci siano in entrambe alcune falsità e imprecisioni».
«Questa mi piace».
«Le piace, mio caro, perché ancora non ha capito le conseguenze deri-
vanti da una simile ipotesi» rise Tomás. «Essa implica che ci troviamo da-
vanti a due Colombo». Fece una pausa per lasciare che si fissasse bene in
mente l'idea. «Due». Piegò il primo dito. «Un Cristoforo Colombo genove-
se, senza istruzione e tessitore di seta, forse nato nel 1451». Ritirò il se-
condo dito. «E l'altro, Cristovão Colom o Cristóbal Colón, di nazionalità
incerta, esperto in cosmografia e scienze nautiche, pratico di latino, ammi-
raglio e scopritore dell'America, nato nel 1447».
Moliarti guardò Tomás, sembrava scioccato.
«Non può essere».
«Eppure, caro Nelson, è un'ipotesi da considerare. Tenga presente che
anche questa terza supposizione ha le sue incongruenze, in particolare il
fatto che ci siano persone che conobbero lo scopritore dell'America e che,
secondo documenti comunque non affidabili al cento per cento, lo conside-
ravano originario di Genova. Tuttavia, affinché questa tesi sia vera, è ne-
cessario accettare che quelle informazioni siano false. In mezzo a tutta
questa confusione dovrà pur esserci qualcosa di falso, no? Non può essere
tutto vero considerato che, come le ho detto proprio poco fa, le informa-
zioni si contraddicono a vicenda».
«Lo crede possibile?».
«La possibilità che esistano due Colombo, o un Colom e un Colombo, è
da tener presente, senza dubbio. Consideri che, oltretutto, la maggiore fra-
gilità delle argomentazioni anti-genovesi è l'incapacità di presentare do-
cumenti che permettano d'identificare l'origine del Cristoforo Colombo che
scoprì l'America. Al contrario, la tesi genovese, nonostante tutte le con-
traddizioni e imperfezioni, e probabilmente falsificazioni, non incorre in
questo ostacolo, e pertanto resta un riferimento. Finché non salta fuori un
documento attendibile che attribuisca un'altra identità a Colombo, la ver-
sione del tessitore di seta, anche se in apparenza assurda, è l'unica che ab-
biamo e con questa dobbiamo fare i conti».
«Sono certo che sia vera» commentò Moliarti.
«Lei è un uomo di fede» osservò Tomás con un sorriso. «Se dopo tutto
ciò che le ho detto ancora pensa che la tesi genovese non mostri debolezze,
allora, mio caro, il suo caso non appartiene alla sfera della ragione, ma a
quella della pura fede».
«Può essere» ammise l'americano. «Tuttavia, c'è qualcosa che mi incu-
riosisce. Non trova strano che il professor Toscano, senza disporre di ulte-
riori dati, credesse che l'ipotesi genovese fosse falsa?».
«Sì, è strano».
«In fin dei conti, e come ha detto lei poco fa, se ha quasi abbandonato la
ricerca sulla scoperta del Brasile e ha intrapreso questa pista, è perché deve
aver trovato qualcosa».
«Sì, è possibile».
L'uomo della fondazione sbarrò gli occhi, studiando il portoghese come
se volesse esaminare la sincerità della risposta alla sua successiva doman-
da.
«Lei è sicuro di aver sviscerato tutta la ricerca effettuata da Toscano?».
Tomás evitò di incrociare lo sguardo del suo interlocutore.
«Uhm... in effetti, Nelson» disse esitante «io... io ancora non sono riusci-
to a decifrare la sciarada del professore».
Moliarti sorrise.
«Mi sembrava. Cosa le manca?».
«Devo ancora rispondere a questa domanda».
Prese un piccolo foglio spiegazzato dal portafoglio e glielo mostrò.

QUAL O ECO DE FOUCAULT PENDENTE A 545?

Moliarti si mise gli occhiali e si curvò sul foglio.


«"Quale l'Eco di Foucault pendente a 545?". Mamma mia! È incompren-
sibile». Guardò Tomás. «Che significa?».
Lo storico prese il romanzo dalla ventiquattrore, il titolo Il Pendolo di
Foucault era ben visibile sulla copertina.
«A quanto pare, il professor Toscano si stava riferendo a questo libro di
Umberto Eco».
Moliarti afferrò il volume, lo analizzò e poi tornò a guardare il foglio
dov'era scritta la strana domanda.
«Ehi!» esclamò. «La soluzione è semplice, chiara. Deve soltanto con-
trollare a pagina 545».
Tomás scoppiò a ridere.
«Non pensa che l'abbia già fatto?».
«Ah, sì? E allora?».
Il portoghese si riappropriò del romanzo, aprì a pagina 545 e la mostrò
all'americano.
«È una scena che si svolge in un cimitero. Descrive un funerale di parti-
giani durante l'occupazione tedesca, alla fine della Seconda Guerra Mon-
diale. L'ho letta e riletta decine di volte alla ricerca di qualche pista che ri-
spondesse alla domanda dell'enigma. Non ho trovato nulla».
«Mi lasci guardare» chiese Moliarti, stendendo la mano. Afferrò il libro,
inforcò nuovamente gli occhiali e lesse quella pagina con attenzione, len-
tamente. Impiegò più di due minuti; nel frattempo Tomás ne approfittò per
ammirare il tranquillo scenario che li circondava all'interno delle mura del
castello. «Tutto ciò effettivamente... ehm... è irrilevante» disse alla fine
l'uomo della fondazione.
«Mi sono già scervellato su questa pagina e non so che pensare».
«Eh, già» sussurrò Moliarti, analizzando ora la copertina. Girò le prime
pagine e osservò il diagramma con l'Albero della Vita, distinguendo le die-
ci sephirot ebraiche, prima dell'inizio del testo. Lesse la prima epigrafe ed
esitò. Posò la mano sul braccio di Tomás. «Tom, ha già visto questa cita-
zione?».
«Quale?».
«Questa qui. Guardi». Si mise a leggere ad alta voce. «"Solo per voi, fi-
gli della dottrina e della sapienza, abbiamo scritto quest'opera. Scrutate il
libro, raccoglietevi in quella intenzione che abbiamo dispersa e collocata in
più luoghi; ciò che abbiamo occultato in un luogo, l'abbiamo manifestato
in un altro, affinché possa essere compreso dalla vostra saggezza". È una
citazione di Heinrich von Nettesheim». Fissò il portoghese. «Crede che
possa essere una pista?».
«Effettivamente». Dopo aver preso in mano il libro, studiò l'epigrafe.
«"Ciò che abbiamo occultato in un luogo, l'abbiamo manifestato in un al-
tro"? Questa frase sembra realmente contenere un'allusione. Me la lasci
studiare meglio». Sfogliò con attenzione il romanzo. Dopo l'epigrafe veni-
va una pagina in bianco, che riportava solo il numero 1 e la parola Keter.
«Keter».
«Che significa?».
«È la prima sephirah».
«Che cos'è una sephirah?».
«Si dice sephirah al singolare, e sephirot al plurale. Sono gli elementi
strutturali della Cabala giudaica». Voltò il foglio e osservò la prima pagina
di testo. Mostrava un'altra epigrafe, questa volta scritta in ebraico, con un
nuovo numero 1, più piccolo, stampato a sinistra. Lesse la prima frase del
romanzo a voce bassa. «"Fu allora che vidi il Pendolo"». Continuò a sfo-
gliare il volume e, sei pagine dopo, c'era un secondo paragrafo con una
nuova epigrafe, questa volta una citazione di Francis Bacon, e un 2, in pic-
colo, a sinistra. Otto pagine più avanti, un nuovo foglio bianco, semplice-
mente con il numero 2 e la parola Hokmak, che riconobbe come seconda
sephirah. Saltò poi alla fine del volume e cercò l'indice. Lì erano elencate
le dieci sephirot, ognuna comprendente vari paragrafi, una manciata in al-
cuni capitoli, numerosi in altri. Le sephirot con più paragrafi erano la 5,
Geburah, e la 6, Tiferet. Dette un'occhiata ai paragrafi del quinto capitolo.
Andavano dal 34 al 63. La sua attenzione si allontanò per un attimo dal li-
bro e si spostò sul foglietto sgualcito con l'inquietante domanda:

QUAL O ECO DE FOUCAULT PENDENTE A 545?

Riprese a esaminare i paragrafi del Geburah, la sephirah 5, spostando lo


sguardo tra quella lista di numeri e il foglio con la sciarada. All'improvvi-
so, ciò che prima non era altro che un semplice puntino di luce circondato
dalle tenebre dell'ignoranza, si trasformò in una luminosità accecante, co-
me un sole che tutto illumina.
«Mio Dio!» esclamò, quasi saltando dalla sedia.
«Cosa? Cosa?».
«Mio Dio, mio Dio!».
«Ehi, Tom! Che succede?».
Tomás mostrò l'indice del libro a Moliarti.
«Vede questo?».
«Questo cosa?».
Il dito indicava il numero 5, seguito da Geburah.
«Questo».
«Sì, è un cinque. E allora?».
«Qual è il primo numero nella domanda di Toscano?».
«Si riferisce alla cifra 545?».
«Sì. Qual è il primo numero?».
«Beh, il cinque, ovvio. E quindi?».
«E quali sono gli altri due numeri della domanda di Toscano?».
«Sempre nel 545?».
«Certo!» iniziò a spazientirsi. «Quali sono le altre due cifre?».
«Il quattro e il cinque».
«Quattro e cinque, giusto? Esiste nel capitolo 5 un paragrafo 45?».
Moliarti guardò l'indice.
«Sì, c'è».
«Pertanto, come vede, il capitolo 5, intitolato Geburah, comprende un
paragrafo 45. Giusto?».
«Esatto».
«Allora ciò che Toscano intendeva dire non è 545, ma 5:45. Capitolo 5,
paragrafo 45. Capisce?».
Moliarti spalancò la bocca.
«Perfettamente».
«Adesso guardi» chiese ancora Tomás, stendendogli di nuovo l'indice.
«Qual è il titolo del paragrafo 45?».
L'americano individuò la rispettiva linea e lesse.
«"Da ciò scaturisce una straordinaria domanda"».
«Visto?» rise Tomás. «"Da ciò scaturisce una straordinaria domanda". E
quale potrebbe essere?». Tornò a esibire il fogliettino stropicciato. «"Quale
l'Eco di Foucault pendente a 545?"». Inarcò il sopracciglio destro. «Ecco la
domanda straordinaria».
«Ma guarda un po'!» esclamò Moliarti. «Abbiamo trovato la soluzio-
ne!». Si chinò nuovamente sull'indice. «A che pagina è questo paragra-
fo?».
Consultarono l'elenco a fine romanzo e individuarono la pagina del pa-
ragrafo.
«A pagina 236».
L'americano rise, emozionato.
«L'epigrafe! Si ricorda cosa diceva?» commentò. «"Ciò che abbiamo oc-
cultato in un luogo, l'abbiamo manifestato in un altro"». Strizzò gli occhi,
in un tic nervoso. «Vale a dire che ciò che è stato nascosto a pagina 545 è
palesato nella 236».
Tomás sfogliò il libro, agitato e esaltato, e, freneticamente, andò alla ri-
cerca della pagina 236. In pochi istanti la trovò e s'immobilizzò, analiz-
zando il testo con attenzione. In alto, sulla sinistra, lesse il numero 45 scrit-
to a caratteri piccoli, e a destra un'epigrafe di Peter Kolosimo, tratta dalla
Terra senza tempo.
«"Da ciò scaturisce una straordinaria domanda"» lesse Tomás. «"Gli E-
gizi conoscevano l'elettricità?"».
«Che significa?».
«Non lo so».
Tomás percorse la pagina con uno sguardo impaziente. Sembrava un te-
sto mistico, con abbondanti riferimenti ai mitici continenti perduti di At-
lantide e di Mu, alla leggendaria isola di Avalon e al complesso maia di
Chichen Itza, luoghi popolati dai Celti, dai Nibelunghi e dalle civiltà
scomparse del Caucaso e dell'Indo. Ma fu leggendo l'ultimo paragrafo che
Tomás sentì un tuffo al cuore spalancò gli occhi.
«Mio Dio!» mormorò, portandosi la mano alla bocca.
«Che c'è? Che c'è?».
Porse il libro a Moliarti e gli indicò il punto esatto della pagina.
«Guardi cosa ha scritto qui Umberto Eco» gli suggerì Tomás.
L'americano sistemò gli occhiali e lesse le frasi che il portoghese gli a-
veva mostrato:
"Solo un testo curioso su Cristoforo Colombo: analizza la sua firma e vi
trova addirittura un riferimento alle piramidi. Il suo intento era di rico-
struire il Tempio di Gerusalemme, dato che era gran maestro dei Templari
in esilio. Siccome era notoriamente un ebreo portoghese e quindi esperto
cabalista, è con evocazioni talismaniche che ha calmato le tempeste e do-
mato lo scorbuto".
«Fuck!» imprecò Moliarti.

XIII

Il rumore dei colpi sulla porta era inusuale. Madalena Toscano si era abi-
tuata a riconoscere le persone in base al loro abitudinario modo di bussare.
Distingueva quello impaziente del figlio maggiore, un ragazzo di qua-
rant'anni che aveva conseguito un dottorato in Psicologia; il tamburellare
nervoso delle dita del più giovane, un amante delle arti che si guadagnava
da vivere facendo critica cinematografica per un settimanale; e il modo ca-
denzato del signor Ferreira, l'uomo del negozio di alimentari che regolar-
mente le riforniva il piccolo e vecchio frigorifero. Ma quel colpo alla porta
le sembrava differente; era stato rapido e forte. Sebbene lo sconosciuto a-
vesse bussato solo una volta, come se cercasse di mostrare tranquillità, lei
intuì che, in verità, quel gesto tradiva una fretta a malapena contenuta.
«Chi è?» domandò l'anziana signora con la sua tremula voce, avvolta
nella vestaglia, con l'orecchio teso verso la porta. «Chi è?».
«Sono io» rispose un uomo dall'altra parte. «Il professor Tomás
Noronha».
«Chi?» insistette lei, diffidente. «Quale professore?».
«Quello che sta ricostruendo la ricerca di suo marito, signora. Sono pas-
sato l'altro giorno, non si ricorda?».
Madalena aprì leggermente la porta, lasciando inserita la catenella di si-
curezza, e sbirciò dalla fessura, come era sua abitudine. Lisbona non era
più il paesino di una volta, era solita dire, era piena di ladri e gente violen-
ta, disonesti della peggior specie, bastava sentire le notizie alla televisione.
Paralizzata dalla paura di quanto proveniva dall'esterno, ogni accortezza
non le sembrava mai sufficiente. Tuttavia, al di là della porta, non percepì
nessuna minaccia: riconobbe subito quel viso sorridente, quell'uomo dai
capelli castano scuro e verdi occhi cristallini che la stava guardando dal
corridoio.
«Ah, è lei!» esclamò bonariamente. Tolse rumorosamente la catenella di
sicurezza e aprì la porta. «Venga, venga».
Tomás entrò nel vecchio appartamento. Lo accolse la solita aria stagnan-
te, che odorava di muffa, e la solita debole luce, con i raggi del sole che
penetravano con difficoltà dalla tende pesanti, incapaci di sconfiggere la
scura penombra degli angoli. Porse il pacchetto bianco, avvolto e chiuso
con un cordoncino, alla padrona di casa.
«Per lei».
Madalena Toscano guardò il piccolo involucro.
«Che cos'è?».
«Ho preso dei dolcetti in pasticceria. Sono per lei».
«Oh! Dio mio. Non si doveva scomodare...».
«Le pare. È un piacere».
La signora lo accompagnò in sala e aprì l'involucro. All'interno della
piccola scatola di cartone spiccavano un rim con crema al cioccolato, un
duchaise caramellato con crema Chantilly e fios de ovos e un palmière.
«Che meraviglia!» esclamò Madalena. Prese un piattino dalla credenza
in sala e vi pose i tre dolci. «Quale vuole?».
«Sono per lei».
«Ah, sono troppi, non riesco a mangiarli tutti. E poi il medico mi uccide-
rebbe se sapesse che mi sono riempita di queste prelibatezze piene di cole-
sterolo». Gli porse il piatto. «Ne prenda uno, su».
Tomás rubò il duchaise, gli sembrava realmente appetitoso ed era tanto
tempo che non affondava i denti in uno di quei dolcetti soffici e squisiti.
Madalena optò per il croccante palmière.
«Non per vantarmi, ma ho fatto un'ottima scelta, non trova?» le doman-
dò, quasi leccandosi le dita.
«Sì sì. È una meraviglia. Le andrebbe un tè?».
«No, grazie».
«È già pronto» insistette lei.
«Beh, se è già pronto...».
La signora andò in cucina e qualche istante dopo tornò con un vassoio,
portando un bricco verde, due tazze di porcellana antica e una zuccheriera
metallica. Posò il vassoio sul tavolo e si servirono. Era tè nero, che Tomás
non amava, preferiva le tisane più delicate, ma bevve e fece cenno di tro-
varlo molto buono.
«Proprio l'altro giorno pensavo a lei» commentò Madalena quando ebbe
finito il palmière.
«Ah, sì?».
«È la verità. Stavo parlando con mio figlio, il maggiore, e gli ho detto:
"Manel, mi piacerebbe vedere il lavoro di tuo padre pubblicato in un li-
bro". Gli ho raccontato che un ragazzotto della facoltà era passato qui alla
ricerca di documenti e che non mi aveva dato più notizie».
«Però ora eccomi qua».
«Eh già. Ha trovato ciò che stava cercando?».
«Quasi tutto. Mi manca solo di vedere cosa c'è dentro la sua cassaforte».
«Ah sì, la cassaforte. Ma già le ho detto che non conosco la combinazio-
ne».
«È un codice numerico, vero?».
«Sì».
«E mi ha detto, l'ultima volta che sono stato qui, che scoprendo le paro-
le-chiave bastava trasformare ogni lettera in cifra, in base all'ordine alfabe-
tico».
«Sì, è quanto faceva sempre mio marito».
«L'uno corrisponde alla a, il due alla b, il tre alla c e così via».
«Esattamente».
«E l'alfabeto è quello portoghese?».
«Alfabeto portoghese?».
«Sì, l'alfabeto senza k, y o w».
«Ah, certo. Il mio Martinho usava solo il nostro alfabeto, non ricorreva a
quelle lettere straniere, come si usa oggi sui giornali».
Tomás sorrise.
«Allora già so quali sono le parole-chiave».
«Davvero?» si meravigliò Madalena. «Come fa a conoscerle?».
«Si ricorda del codice cifrato che mi ha dato?».
«Quel groviglio di lettere?».
«Sì».
«Certo che me lo ricordo. Ce l'ho ancora».
«L'ho decifrato e ho la soluzione».
«Ah sì?».
«Possiamo controllare se è quella giusta?».
Madalena Toscano condusse l'ospite fino alla camera. Così come la vol-
ta precedente, tutto era in disordine. Il letto era disfatto, si vedevano vestiti
sparsi per il pavimento e sulla sedia, e si sentiva nell'aria lo stesso odore
acido, forse un po' meno intenso ma ugualmente sgradevole. S'accovaccia-
rono davanti alla cassaforte e Tomás prese il bloc-notes dalla ventiquattro-
re; lo sfogliò fino ad arrivare agli appunti che stava cercando. Le parole-
chiave erano scarabocchiate sul foglio, e a ogni lettera corrispondeva, in
basso, il rispettivo numero:

J U D E U P O R T U G U Ê S
10 20 4 5 20 15 14 17 19 20 7 20 5 18

Il professore si chinò sulla cassaforte e digitò il codice. Non successe


nulla. Il visitatore e la padrona di casa si scambiarono un breve sguardo
scoraggiato, ma Tomás non si arrese. Compose soltanto la seconda se-
quenza di numeri, corrispondente alla parola português, ma lo sportello
della cassaforte non si mosse.
«È sicuro che questa sia la chiave del codice?».
«La certezza non si ha mai, giusto? Ma sì, ero sicuro che fosse questa».
«Com'è arrivato a questa chiave?».
«Ho scoperto che la cifra corrispondeva a una domanda».
«Ah sì? Una domanda? Di che genere?».
«La domanda contenuta nella cifra era: "Quale l'Eco di Foucault penden-
te a 545?". Dopo aver fatto molte ricerche, ho pensato che la risposta po-
tesse essere judeu português». Scrollò le spalle, reprimendo un'irritazione
frustrata. «Ma evidentemente non lo era».
«Non esiste nessun sinonimo? A volte Martinho giocava con i sinoni-
mi...».
«Davvero?» si meravigliò Tomás. Si accarezzò il mento, pensieroso.
«Beh, a partire dal XVI secolo gli ebrei cristianizzati iniziarono a essere
chiamati cristãos-novos...».
Tirò fuori la penna dalla tasca del cappotto, prese il bloc-notes e scrisse
le due parole. Poi, contando con le dita, scrisse sotto ogni lettera il numero
corrispondente:

C R I S T Ã O N O V O
3 17 9 18 19 1 14 13 14 21 14

Digitò le due sequenze nella tastiera della cassaforte e attese un momen-


to. Non accadde nulla, la porticina restava bloccata. Sospirò e si passò la
mano fra i capelli, scoraggiato e senza altre idee.
«No!» esclamò, scuotendo la testa. «Non è neanche questa».
Il palazzo si ergeva al di sopra della nebbia, come fosse sospeso sulle
nuvole, librandosi malinconicamente sull'ombroso versante dei monti della
Serra di Sintra. La facciata in vecchia pietra chiara, ricca di sfingi, figure
alate e strani animali inquietanti, tutti all'interno di nodi manuelini o avvol-
ti da foglie di acanto, ricordava un monumento cinquecentesco nello
splendore del gotico portoghese, ma con in più il tocco tenebroso, persino
sinistro, di fortezza maledetta, un mostro imponente che spuntava tra i fu-
mi grigiastri della nebbiolina. Quasi sospeso sulla montagna, avvolta dalla
foschia, il palazzetto risplendeva sotto l'argento della luce riflessa di quel
pomeriggio nebbioso, sembrava un castello stregato, una dimora infestata
dai fantasmi, un luogo irreale e perso nel tempo, con un intreccio di cuspi-
di, pinnacoli, merloni, torri e torrioni che lo rendevano incredibilmente mi-
sterioso.
Con gli occhi fissi sul palazzetto, Tomás non sapeva cosa pensare di
quel posto enigmatico. A volte la Tenuta della Regaleira gli sembrava bel-
la, trascendentale, sublime; ma sotto il fitto manto della nebbia, la bellezza
irradiata da quello spazio mistico si trasformava in qualcosa di spaventoso,
lugubre, un rifugio di ombre e un labirinto di tenebre. Sentì un brivido
lungo il corpo e guardò l'orologio. Erano le tre e cinque del pomeriggio,
Moliarti era in ritardo. La tenuta era deserta, del resto in un giorno feriale
di metà marzo non ci si poteva certo aspettare di vedere dei visitatori a
passeggio. Desiderò ardentemente che l'americano si sbrigasse, non gli an-
dava di restare a lungo solo in quel luogo che in alcuni momenti gli era
sembrato piacevole ma che ora gli si presentava così tremendo.
Seduto su una panchina davanti al giardino, vicino alla loggia42 centrale
che collegava la tenuta alla strada, distolse lo sguardo dall'inquietante pa-
lazzo e per alcuni istanti osservò la statua che aveva di fronte. Raffigurava
Ermes, il messaggero dell'Olimpo, il dio dell'eloquenza e dell'arte del par-
lar bene, ma anche la divinità ingannevole e senza scrupoli che conduceva
all'inferno le anime dei morti, simbolo del regno dell'inaccessibile. Tomás
si guardò intorno e pensò che quello era, senza dubbio, uno degli dei più
adatti a vigilare sulla Tenuta della Regaleira, il luogo dove anche le pietre
custodivano segreti, dove persino l'aria si fondeva agli enigmi.
«Hi Tom!» lo salutò Moliarti, mentre la testa emergeva gradualmente
dalla scalinata del giardino. «Scusi il ritardo. Ho avuto difficoltà a trovare
questo posto».
Tomás si alzò e ricambiò i saluti, sollevato perché, finalmente, aveva
compagnia.
«Non si preoccupi. Ne ho approfittato per ammirare il paesaggio e respi-
rare l'aria pura della montagna».
L'americano osservò il panorama intorno a sé.
«Che posto è questo? Mi fa venire i... creeps. Come si dice in portoghe-
se?».
«Brividi».
«Esatto. Mi fa venire i brividi».
«La Tenuta della Regaleira è, forse, il sito più esoterico del Portogallo».
«Really?» commentò Moliarti meravigliato, osservando il palazzetto de-
serto. «Perché?».
«Tra il XIX e il XX secolo, quando ancora c'era la monarchia, questa
proprietà era stata acquistata da un uomo di nome Carvalho Monteiro. Era
conosciuto come Monteiro dos Milhões43 perché, con i suoi affari in Brasi-
le, era fra le persone più ricche del Paese. Carvalho Monteiro era anche fra
gli uomini più colti del suo tempo e decise di trasformare la tenuta in un
centro esoterico, alchimistico, nel quale avrebbe potuto fondare l'ambizio-
so progetto di far rinascere la grandezza del Portogallo, basandosi sulla
tradizione mistica nazionalistica e sulle imprese delle Scoperte, andando
alle radici del Quinto Impero». Indicò il palazzetto, sulla destra, che spun-
tava dalla nebbia, silenzioso, superbo, quasi minaccioso. «Osservi
quest'architettura. Cosa le ricorda?».
Moliarti studiò la struttura argentea e merlettata della dimora.
«Hmm» mormorò. «Forse la Torre di Belém...».
«Precisamente. Stile neomanuelino. Sa, la tenuta fu costruita in un'epoca
di recupero dei valori antichi. Allora imperava in Europa lo stile neogoti-
co. Quindi, poiché il gotico portoghese corrispondeva allo stile manuelino,
il neogotico avrebbe potuto essere soltanto il neomanuelino. Ma questo
luogo andò oltre e cercò di recuperare anche le fondamenta delle Scoperte.
Per questo ritroviamo numerosi riferimenti all'Ordine Militare di Cristo,
che in Portogallo successe all'Ordine dei Templari, importantissimo per
l'espansione marittima. I simboli magici qui usati, secondo una formula al-
chimistica, risalgono al cristianesimo templare e alla tradizione classica ri-
nascimentale, con profonde radici a Roma, Grecia ed Egitto». Fece un am-
pio gesto verso sinistra. «Vede quelle statue?».
L'americano osservò la fila di silenziose figure scolpite nella vecchia
pietra, disposte su alcune strutture che delimitavano un giardino geometri-
co alla francese, pieno di rette e di angoli.
«Sì».
«Le presento Ermes, il dio da cui deriva la parola ermetismo» disse, in-
dicando la statua più vicina. Poi progressivamente allontanò sempre più il
dito verso sinistra, mentre nominava ogni figura. «Questo è Vulcano, il fi-
glio deforme di Giove e Giunone, quello è Dioniso, l'altro è Pan, un satiro
di norma rappresentato con piedi e corna caprine, come fosse un diavolo,
che fortunatamente qui è reso più umano. Poi ci sono Demetra, Persefone,
Venere, Afrodite, Orfeo e là in fondo, all'ultimo posto, la dea Fortuna. Tut-
ti loro sono guardiani dei segreti esoterici di questo luogo, sentinelle atten-
te che proteggono i misteri qui racchiusi». Fece un cenno. «Andiamo?».
I due iniziarono a percorrere il tragitto dinanzi alle statue, in direzione
della loggia in fondo al giardino.
«Allora, mi dica. Che c'era dentro la cassaforte della vecchia?».
Tomás scrollò la testa.
«Non sono riuscito ad aprirla».
«Non era quella la chiave?».
«Evidentemente no».
«Strano».
«Ma sono sicuro che siamo vicini. La domanda del professor Toscano ci
rimanda, senza ombra di dubbio, a quel brano de Il Pendolo di Foucault».
«Ne è certo?».
«Assolutamente. Faccia attenzione: il professor Toscano ha effettuato ri-
cerche sulle origini di Cristoforo Colombo, sollevando dubbi sulla sua ori-
gine genovese, e la citazione in questione afferma appunto che Colombo
era un ebreo portoghese. Basta fare due più due, non le pare?». Si passò le
mani fra i capelli. «Ciò che penso, tuttavia, è che abbiamo commesso
qualche errore nella formulazione della parola-chiave».
Superarono Orfeo e Fortuna e, proprio vicino alla pensilina merlata della
loggia, girarono a destra e iniziarono a salire il pendio. Il giardino geome-
trico diventava un giardino romantico, nel quale le pietre, il manto erboso,
gli arbusti e gli alberi s'intrecciavano in una continua e armoniosa fusione.
C'erano magnolie, camelie, felci arboree, palme, sequoie, piante esotiche
provenienti da tutto il mondo. Fra la rigogliosa vegetazione emergeva uno
strano lago, la cui superficie era ricoperta da un denso manto di muschio
verde smeraldo che due anatre, impegnate in malinconici schiamazzi, fen-
devano scivolando sulla superficie e aprendo cupi solchi che subito si
chiudevano dietro di loro, sigillati da quella spessa copertura.
«Il Lago della Saudade» annunciò Tomás. Indicò al di sotto del terreno
alcuni enormi archi scuri ad esso contigui, sembravano le tetre cavità di un
teschio, con i fili d'edera e le felci che pendevano dall'alto. «La Grotta dei
Catari, all'interno della quale penetrano le acque».
«Inquietante».
Continuarono lungo il percorso che costeggiava il lago, circondato da
pietre ricoperte di muschio. Attraversarono un piccolo ponte, ostruito da
una gigantesca magnolia, e incontrarono una casetta coperta di quarzo e al-
tre piccole pietre incastonate nella parete. Al centro, un'enorme conchiglia
raccoglieva acqua limpida.
«Questa è la Fonte Egizia» spiegò Tomás, indicando la conchiglia con-
cava, simile a una bacinella. «Vede questi disegni?» chiese il portoghese,
riferendosi all'immagine di due uccelli che le pietre incastonate tratteggia-
vano sulla parete. «Sono ibis. Nella mitologia egizia, l'ibis personifica
Thot, il dio della parola creatrice e del sapere occulto, colui che ha dato o-
rigine ai geroglifici. Sa qual è il nome di Thot nell'Olimpo greco?».
Moliarti scosse la testa.
«Non ne ho idea».
«Ermes. Dall'associazione tra Thot ed Ermes nacquero i misteriosi tratta-
ti esoterici e alchimistici di Ermes Trismegisto». Indicò il becco dell'ibis
sulla sinistra, che sembrava trattenere un grosso lombrico. «Quest'ibis trat-
tiene nel becco un serpente, simbolo della gnosis, la conoscenza». Fece un
ampio gesto. «Le sto mostrando tutto ciò per dimostrarle che qui nulla è
stato messo a caso. Ogni cosa racchiude un significato, un concetto, un
messaggio nascosto, un enigma che risale ai primordi della civiltà».
«Ma l'ibis non ha nulla a che fare con le Scoperte».
«Tutto qui, mio caro Nelson, ha a che fare con le Scoperte. L'ibis, come
le ho detto, corrisponde al sapere occulto. Nel Libro di Giobbe, in cui
quest'uccello rappresenta il potere della previsione, si chiede: "Chi ha dato
all'ibis la saggezza?". Ora, cos'era in definitiva il mondo del XV e XVI se-
colo se non un luogo occulto, un mistero da svelare, un oracolo che stava
per essere interpretato?». Guardò le pareti del palazzetto, che fluttuava nel-
la nebbia, là in fondo. «Le Scoperte sono collegate ai Templari che trova-
rono rifugio in Portogallo dopo le persecuzioni decretate in Francia e ap-
provate dal Papa. In verità, i Templari portarono in Portogallo il sapere ne-
cessario per la grande avventura marittima del XV e del XVI secolo. È per
questo che esiste una cultura mistica riguardo le Scoperte, con radici che si
fondano nell'età classica e nell'idea della rinascita dell'uomo». Aprì la ma-
no mostrando quattro dita. «Ci sono quattro testi fondamentali per leggere
l'architettura di questo luogo di mistero. L'Eneide di Virgilio. Il suo equi-
valente portoghese, I Lusiadi, di Luís de Camões. La Divina Commedia, di
Dante Alighieri. E un testo esoterico del Rinascimento, altrettanto pieno di
enigmi e allegorie, intitolato Hypnerotomachia Poliphili, di Francesco Co-
lonna. Ognuno di essi, in un modo o nell'altro, è stato reso eterno dalle pie-
tre della Tenuta della Regaleira».
«I see».
Il professore portoghese indicò una panchina vicino al lago, accanto alla
Fonte Egizia.
«Ci sediamo?».
«Va bene».
Si diressero verso il sedile scolpito nel marmo di grana fina, con due le-
vrieri collocati alle estremità in posizione di guardia, e una figura femmini-
le al centro, con in mano una fiaccola.
«Questa è la panchina del 515» spiegò Tomás, rimanendo in piedi da-
vanti alla struttura. «Sa cos'è il 515?».
«No».
«È un codice della Divina Commedia di Dante. Il 515 è il numero che
corrisponde al messaggero di Dio che verrà a vendicare la fine dei Templa-
ri e ad annunciare la terza epoca della cristianità, l'Era dello Spirito Santo,
che porterà la pace universale sulla Terra». Recitò a memoria. «"Nel quale
un cinquecento diece e cinque, messo di Dio, anciderà la fuia con quel gi-
gante che con lei delinque"». Sorrise. «È un passo del Purgatorio, la se-
conda cantica della Divina Commedia». Abbozzò un gesto in direzione
della panchina di pietra. «Come vede, così come il resto della Tenuta della
Regaleira, anche questa panchina è un'allegoria».
Si sedettero sulla fredda superficie di marmo, mentre l'americano studia-
va il levriero seduto al suo fianco e la donna con la torcia, al centro.
«Chi rappresenta questa statua?».
«Beatrice, il personaggio che conduce Dante fino al cielo».
«È incredibile! Ogni cosa qui nasconde una storia».
Tomás aprì la sua inseparabile ventiquattrore e prese il bloc-notes.
«È quello che stavo dicendo» mormorò. «Ma qui con me ho un'altra sto-
ria da raccontarle».
«Ah, sì?».
Sfogliò il blocco e si sedette nuovamente.
«Il riferimento di Umberto Eco a Colombo, al quale si attribuisce origine
portoghese, mi ha spinto a riconsiderare la direzione della mia indagine.
Sono andato alla ricerca di elementi, consultando soprattutto le numerose
fotocopie dei documenti redatti di suo stesso pugno, e ho scoperto alcune
cose sull'Ammiraglio che certamente troverà interessanti». Controllò le
annotazioni. «Per prima cosa si può dire che il dibattito sulla cittadinanza
di Colombo non può essere condotto sulla base di modelli attuali, dato che
all'epoca in cui è vissuto il navigatore non esistevano Paesi nella concezio-
ne moderna del termine. Ad esempio, per Spagna s'intendeva tutta la Peni-
sola Iberica. I portoghesi si consideravano spagnoli e protestarono quando
i castigliani si appropriarono indebitamente di questo nome. Quindi non
c'erano, nel senso che noi oggi attribuiamo a queste parole, navigatori por-
toghesi, ma navigatori al servizio del re di Portogallo o della regina di Ca-
stiglia. Fernão de Magalhães, ad esempio, era un esperto navigatore porto-
ghese che girò il mondo su una flotta castigliana. Durante questo incarico
era castigliano».
«Un po' come Von Braun».
«Scusi?».
«Von Braun era tedesco ma progettò il viaggio sulla Luna come ameri-
cano».
«Esatto» concordò Tomás. «La seconda cosa che bisogna tener presente
è che l'acceso dibattito sulla vera cittadinanza di Colombo prende via nel
1892, non solo in occasione del quarto centenario della scoperta dell'Ame-
rica, ma anche in un clima di nazionalismo estremo. Gli storici spagnoli i-
niziarono a individuare incongruenze nell'argomentazione genovese e a-
vanzarono due ipotesi, in base alle quali Colombo sarebbe stato gallego o
catalano. Gli italiani, in pieno periodo di fervore nazionalista e di afferma-
zione politica e culturale del Paese appena costituito, si opposero accani-
tamente a tale possibilità. È in questo momento che appaiono, da entrambe
le parti, i documenti inventati».
«Non è proprio così. Agli italiani interessava soltanto la verità».
«Ne è certo?». Tomás prese dalla borsa un piccolo libro intitolato Sails
of Hope, e cercò la parte sottolineata. «Questo è uno studio condotto dal
famoso "cacciatore di nazisti" ebreo Simon Wiesenthal sulla vera identità
di Colombo. Wiesenthal racconta di aver discusso sulla ricerca che stava
portando a termine con uno storico italiano, il quale esordì nel seguente
modo...». Tradusse direttamente dal libro: «"Poco importa quello che sco-
prirò. L'essenziale è che Cristoforo Colombo non diventi spagnolo"». Fissò
Moliarti. «O meglio, per questo storico italiano non era in causa la scoper-
ta della verità, ma la necessità nazionalista di preservare l'identità italiana
di Colombo, a tutti i costi».
«Su, via!» rise l'americano. «Non è questo che anche lei sta facendo, so-
lo in direzione contraria?».
«Si sbaglia, Nelson. Come le ho già spiegato, io sto solo cercando di ri-
costruire la ricerca del professor Toscano, che è il motivo per cui mi avete
contattato. Ma se vuole che io mi fermi, me lo dica, senza esitazioni».
«Hmm» borbottò Moliarti. «Non vale la pena drammatizzare». Si passò
la mano sulla testa, come se cercasse di riordinare i propri pensieri. «Mi
dica, Tom, lei crede sia possibile che Colombo fosse di origine spagno-
la?».
«No, non lo penso. È certo che papa Alessandro VI, in una lettera ai Re
Cattolici, descrive Colombo come "filho dilecto da Hispânia", ma la verità
è che, in quell'epoca, per Hispânia non s'intendeva solo Castiglia e Arago-
na ma, come già le ho detto, tutta la Penisola Iberica, compreso il Portogal-
lo. D'altro canto, quest'espressione non indica necessariamente che fosse
nato là, sebbene questo sia in un certo modo implicito. Si potrebbe suppor-
re che si stia riferendo a una specie di figlio adottivo della Hispânia».
«Allo stesso modo in cui Von Braun è figlio adottivo dell'America».
«E lo è?».
«Beh, ehm... in un certo senso... sì».
«Con un po' di buona volontà, il riferimento potrebbe avere questo signi-
ficato. Ma solo con un po' di buona volontà...». Strizzò l'occhio, provoca-
torio. «Lasciamo perdere. Per il nostro caso, ci interessa solo la presenza di
forti indizi sul fatto che Colombo non sia nato né in Castiglia né in Arago-
na. Il primo documento che certifica la presenza di Colombo in Spagna
porta la data del 5 maggio 1487 e si riferisce a un pagamento che fu fatto a
"Cristóbal Colomo, extrangero". Del resto, la provenienza straniera del
navigatore è stata addirittura provata da un tribunale spagnolo quando il
figlio portoghese, Diogo Colom, pretese che la Corona rispettasse le clau-
sole del contratto che i Re Cattolici avevano stipulato con il padre nel
1492. Durante il processo, diversi testimoni dichiararono, sotto giuramen-
to, che Colombo parlava castigliano con accento straniero. Il tribunale finì
per rigettare la querela basandosi sulla disposizione in base alla quale i
monarchi potevano concedere tali favori a cittadini spagnoli, ma non a-
vrebbero potuto farlo con uno straniero che non risiedesse da almeno di-
ciott'anni nel Paese». Consultò i suoi appunti. «La sentenza del processo è
conservata nel codice V.II.17, che si trova nella Biblioteca de l'Escoriai, e
sancisce che "el dicho don Cristóbal era extrangero, no natural ni vecino
del Reino, ni morador en él". Pertanto, Colombo era uno straniero».
«Genovese» precisò l'americano.
«Lei proprio non vuole arrendersi!» rise Tomás. «Forse era proprio ge-
novese, chi lo sa? Ma c'è da valutare ancora l'ipotesi portoghese, eviden-
temente difesa dal professor Toscano e accolta da Umberto Eco». Fece una
pausa, cercando le annotazioni nella pagina successiva del bloc-notes. «Il
primo importante indizio è stato fornito da uno dei più illustri cosmografi e
geografi del XV secolo, Paolo Toscanelli, di Firenze. Questo grande scien-
ziato ebbe uno scambio epistolare con il canonico portoghese Fernam
Martins e con Colombo. Particolarmente curiosa è una carta inviata a Li-
sbona in latino e datata 1474. Nella missiva indirizzata al navigatore, To-
scanelli inizia dicendo "ho ricevuto le tue lettere", dando così a intendere
che Colombo gli aveva scritto più di una volta, a quanto pare a proposito
della rotta occidentale per le Indie. La lettera di Toscanelli affronta detta-
gliatamente l'ipotesi di questo viaggio, ma è la conclusione che mi sembra
rilevante per la nostro piccolo dibattito. Toscanelli afferma quanto segue».
Affinò la voce. «"Per le quali cose, e molte altre che si potrebbero dire,
non mi meraviglio che tu, che sei di gran cuore, e tutta la nazione Porto-
ghese, la quale ha avuto sempre uomini segnalati in tutte le imprese, sii col
cuore acceso e in gran desiderio di eseguir detto viaggio"».
«E allora?» chiese Moliarti con arroganza.
«E allora?» ribatté Tomás ridendo. «E allora questa lettera ci svela pa-
recchie cose! Guardi, perlomeno quattro elementi curiosi. Innanzitutto di-
mostra che Colombo intratteneva una corrispondenza con uno dei più illu-
stri uomini di scienza del suo tempo».
«Non vedo cosa possa esserci di tanto curioso...».
«Oh, Nelson, non è la tesi genovese a sostenere che Colombo non era al-
tro che un tessitore di seta senza istruzione? Com'è possibile che un simile
personaggio potesse avere dei contatti con Toscanelli?». Interruppe il di-
scorso per un momento, quasi volesse dare più forza alla sua domanda.
«Eh?». Rivolse nuovamente l'attenzione al bloc-notes. «Il secondo pro-
blema è che Toscanelli implicitamente ci porta a pensare che il suo interlo-
cutore fosse portoghese, dato che scrive "tu, che sei di gran cuore, e tutta la
nazione Portoghese". L'italiano Toscanelli non sapeva dunque che anche
Colombo fosse italiano?». Piegò la testa. «O forse non lo era?». Sorrise.
«Il terzo punto è che la lettera, inviata a Lisbona, è datata 1474».
«E quindi?».
«E quindi non capisce il serissimo problema che solleva?». Agitò la co-
pia che aveva in mano. «Mio caro Nelson, si ricordi che la documentazio-
ne notarile afferma che il tessitore di seta Cristoforo Colombo arrivò in
Portogallo solo nel 1476. Com'è possibile che Toscanelli abbia mantenuto
una corrispondenza con Colombo a Lisbona, ricevendo e spedendo lettere,
visto che lui sarebbe sbarcato nella città solo due anni dopo?».
«Non potrebbe esserci un errore?».
«Non c'è nessun errore. La presenza di Colombo a Lisbona nel 1474 è
confermata anche da un'altra fonte. Lo storico Bartolomé de Las Casas,
descrivendo un incontro tra Colombo e il re Fernando a Segovia nel mag-
gio del 1501, dice che l'ammiraglio aveva passato quattordici anni cercan-
do di convincere la Corona portoghese ad appoggiare il suo progetto. Se
consideriamo che Colombo abbandonò il Portogallo nel 1484, e se a 1484
togliamo quattordici, resta...» scarabocchiò i conti sul bloc-notes «... resta
1470». Guardò l'americano. «Pertanto, se Las Casas è stato corretto nei
dettagli, Colombo doveva essere necessariamente a Lisbona nel 1470.
Quattro anni dopo, nel 1474, ricevette nella capitale portoghese la lettera
del Toscanelli. Ma questo come può essere possibile se, secondo i docu-
menti notarili genovesi, in quel periodo lui ancora non era arrivato in Por-
togallo?».
«Ehm... beh... è un dettaglio...».
«Nelson, questo, al contrario di quanto può sembrare, non è un dettaglio
banale, una cosa senza importanza, ma un problema molto, molto grande.
Cosi grande che gli storici trascorsero tutto il XIX secolo a discutere su
queste bizzarre discrepanze, incapaci di mettersi d'accordo su una questio-
ne apparentemente tanto semplice come determinare la data dell'arrivo di
Cristoforo Colombo in Portogallo. E questo perché per alcuni anni ci furo-
no contemporaneamente due Colombo. Un Colombo a Genova a tessere la
seta, e un altro Colom a Lisbona impegnato a cercare di convincere il re
portoghese a raggiungere l'India navigando verso Occidente e a scriversi
con Toscanelli, che lo considerava portoghese».
Moliarti si lasciò andare sulla panchina, sfiduciato.
«Certo... ehm... vada avanti. Qual è il quarto problema?».
«La lettera di Toscanelli è scritta in latino».
«Ah sì? E allora?».
«Nelson» esordì Tomás, come se stesse spiegando una cosa a un bambi-
no «Toscanelli era italiano e si suppone che anche Colombo lo fosse. Es-
sendo entrambi conterranei, sarebbe stato naturale scriversi in toscano, la
lingua parlata tra italiani di città diverse, e non in una lingua morta, no?».
«Effettivamente. Ma che due italiani si scrivessero in latino a quel tempo
non era poi così impossibile: entrambi venivano da città differenti ed, es-
sendo eruditi, il latino era anche un modo di esibire la propria cultura».
«Colombo era erudito?». Scoppiò a ridere. «E io che credevo non fosse
altro che un tessitore di seta senza istruzione...».
«Ehm... beh...» balbettò Moliarti. «Sicuramente avrà studiato da qualche
parte».
«È possibile, Nelson, è possibile. Ma si ricordi che, all'epoca, le classi
più basse non avevano facile accesso all'istruzione. Se persino oggi questo
è difficile, immagini nel XV secolo...».
«Potrebbe aver trovato un protettore».
«Un protettore?».
«Sì, qualcuno che gli pagasse gli studi».
«Ma com'è possibile se il nome di Cristoforo Colombo non appare nella
lista degli alunni delle scuole di Genova di quel periodo?».
«Ehm... forse... è andato in qualche altra scuola... ehm... o lo ha seguito
un tutore...».
«Altre scuole? Un tutore?». Tomás continuò a ridere. «E chi lo sa? Tut-
tavia, mi permetta di ricordarle che non fu solo con Toscanelli che Colom-
bo, presumibilmente italiano, non utilizzò una lingua viva. La verità è che
Colombo non scrisse quasi mai in italiano».
«Che intende dire con questo?».
«Intendo dire che Colombo, a quanto pare, era un italiano che non scri-
veva nella propria lingua. La sua corrispondenza è tutta in castigliano o in
latino».
«Beh... ehm... credo sia naturale. Di certo i suoi interlocutori spagnoli,
come i Re Cattolici, non capivano l'italiano...».
«Nelson» lo interruppe Tomás con un tono tranquillo, ma deciso «l'ita-
liano Cristoforo Colombo non utilizzò neanche una volta l'italiano nella
corrispondenza con italiani. Neanche una».
L'americano accennò un'espressione interrogativa.
«Non ci credo».
«Invece può crederci». Il professore prese le fotocopie delle lettere ma-
noscritte. «Vede?» mostrò un foglio. «Questa è la copia di una lettera di
Colombo a Nicolò Oderigo, ambasciatore di Genova in Spagna, datata 21
marzo 1502. È archiviata nel Palazzo Municipale di Genova. È la lettera di
un presunto genovese a un conterraneo. Ma, guardi bene, è scritta in ca-sti-
glia-no». Pronunciò la parola sillaba dopo sillaba, per enfatizzarla. Prese
un'altra fotocopia. «In quest'altra lettera, ugualmente indirizzata a Oderigo,
sempre in castigliano, Colombo arriva a chiedere al suo interlocutore ge-
novese di tradurre una missiva per un altro genovese, un certo Giovanni
Luigi». Fissò Moliarti, visibilmente sconcertato. «Conveniamo che questo
sia strano, no? Non solo Colombo scrive in castigliano a un genovese ma,
cosciente del fatto che un secondo destinatario non conosce il castigliano,
invece di redigere la lettera in italiano o in dialetto genovese affinché egli
possa comprenderla, chiede a Oderigo che la traduca per lui. È incredibile,
non trova? Soprattutto se supponiamo che Colombo fosse genovese». Gli
mostrò un altro foglio. «Questa lettera era indirizzata a un altro destinata-
rio genovese, un'istituzione bancaria, l'Ufficio di San Giorgio. La missiva è
nuovamente scritta in castigliano». Sorrise. «Il che significa che abbiamo
un genovese che visse a Genova fino all'età di ventiquattro anni, ma che
non scrisse nemmeno una riga in italiano o nel suo dialetto nelle lettere di-
rette ai suoi interlocutori genovesi». Un'ultima fotocopia. «E questa è una
lettera rivolta a un altro italiano, padre Gaspar Gorricio. Ancora una volta,
sorpresa sorpresa, in castigliano. E, non si dimentichi, c'è anche la lettera
che doveva aver scritto a Toscanelli. Quest'ultima è scomparsa ma, dalla
risposta di Toscanelli, si capisce che Colombo gli si rivolse in portoghese
o in latino. Tirando le somme, il risultato finale è una corrispondenza con
cinque interlocutori italiani, due dei quali genovesi, sempre in lingue di-
verse dall'italiano e dal genovese. Uno spreco di tempo, no?».
«Non capisco, Tom. In fin dei conti, lei stesso mi ha detto di pensare che
Colombo non fosse spagnolo...».
«Non lo pensavo, né lo penso».
«E, tuttavia, mi sta dicendo che Colombo scriveva soltanto in castigliano
o in latino».
«Sì, ed è la verità».
«Allora, se parlava castigliano e non era spagnolo, dove vuole arrivare?
Che io sappia, in Portogallo non si parlava castigliano...».
«Certo che no».
«E allora come la mettiamo?».
«Il punto è che ancora non le ho raccontato tutto».
«Ah, bene».
«Mi lasci fare una precisazione» disse Tomás. «I documenti personali di
Cristoforo Colombo con il tempo sono andati perduti. Quando il figlio por-
toghese, Diogo Colom, morì, la corrispondenza dell'Ammiraglio passò nel-
le mani della moglie di Diogo, Maria, e di suo figlio, Luís, che portarono
tutto nelle Antille. Dopo la loro morte, la corrispondenza tornò in Spagna e
fu consegnata ai monaci di Las Cuevas. Successivamente, una contesa giu-
ridica li divise fra Muño Colón e la famiglia del duca di Alba. Parte dei
documenti passò poi al duca di Verágua, discendente dell'Ammiraglio. A
quel punto già restavano solo alcune lettere di Colombo indirizzate a
Diogo». Alzò la mano sinistra. «Faccia attenzione a ciò che sto per dirle,
Nelson, perché è importante. Durante questi passaggi, sono scomparsi qua-
si tutti i documenti. Persino il diario di Colombo non è stato conservato, ci
resta solo una copia manoscritta, scoperta nel XIX secolo, che si suppone
essere opera di Bartolomé de Las Casas». Sottolineò la parola suppone.
«Ovviamente, in mezzo a tanta confusione, sono saltate fuori molte falsifi-
cazioni. In alcuni casi, i contraffattori si limitarono ad alterare piccoli det-
tagli del testo, allo scopo di rafforzare le proprie tesi, e probabilmente di-
strussero gli originali che le smentivano. In altri, modificarono totalmente i
documenti. In certe situazioni, questo accadde per appropriarsi della na-
zionalità di Colombo. In altre fu semplicemente per soldi. Ho parlato con
esperti di manoscritti autografi, abituati ad acquistare lettere preziose du-
rante le aste, i quali mi hanno rivelato che, se venisse alla luce una lettera
manoscritta di Colombo, di cui fosse certa l'autenticità, questa varrebbe
circa mezzo milione di dollari. Solo una lettera firmata da Gesù Cristo sa-
rebbe più cara, così mi hanno detto gli esperti, un po' per scherzo, un po'
sul serio. Come ben immaginerà, questi valori astronomici hanno incorag-
giato, e parecchio, le falsificazioni».
«Mi sta dicendo che tutti i documenti sono stati alterati?».
«Le sto dicendo che, probabilmente, molte delle lettere attribuite a Co-
lombo sono false, in parte o completamente».
«Incluse le lettere ai genovesi?».
«Sì».
Moliarti sorrise.
«Allora questo spiega il problema che mi ha illustrato poco fa, non tro-
va? Se le lettere sono state contraffatte, la circostanza che siano scritte in
castigliano non prova nulla. Sono false...».
«Queste lettere provano molte cose, Nelson. Dimostrano che neanche i
falsificatori hanno avuto il coraggio di scrivere in italiano le lettere di Co-
lombo indirizzate a genovesi, questo le avrebbe screditate. Dimostrano che
gli originali sui quali si sono basati, nel caso in cui questi esistessero real-
mente, erano anch'essi scritti in castigliano. E infine dimostrano che di fat-
to c'è stata una cospirazione per attribuire allo scopritore dell'America la
cittadinanza genovese».
«Sciocchezze».
«Non sono sciocchezze, Nelson. Ci sono numerosi documenti falsificati
nei quali è stato inserito di proposito il nome di Genova».
«Vuol dire che i documenti notarili trovati negli archivi di Genova e di
Savona sono stati falsificati?».
«No, quelli probabilmente sono veri. Il tessitore di seta Cristoforo Co-
lombo è esistito veramente, su questo non ci sono dubbi. Le falsificazioni
riguardano solo alcuni documenti del navigatore Cristóbal Colón e tutti
quelli che cercano di collegare Colombo a Colón, come il Documento As-
sereto e le lettere dell'Ammiraglio inviate ai genovesi. Non si dimentichi,
Nelson, che tutto ciò che sappiamo su Colombo è stato scritto da italiani e
spagnoli, in alcuni casi senza malizia, in altri casi per scopi differenti».
«Bene, vada avanti!» esclamò Moliarti impaziente, facendo un gesto in
direzione del bloc-notes del suo interlocutore. «Non c'è nulla che, con si-
curezza, sia stato scritto per mano di Colombo?».
«Ci sono solo due cose di cui si ha l'assoluta certezza. Innanzitutto, le
lettere di suo figlio Diogo, dato che sono state conservate da persone o isti-
tuzioni debitamente identificate nel corso del tempo e hanno seguito un
percorso che è possibile ricostruire con precisione».
«Il percorso di cui parlava poco fa?».
«Sì, esatto. E poi ci sono le annotazioni fatte ai margini dei libri appar-
tenuti a Cristoforo Colombo che, donati dal figlio spagnolo, Hernando, so-
no conservate presso la Biblioteca Colombina, a Siviglia. Tuttavia, in
quest'ultimo caso, è possibile che qualche annotazione sia stata aggiunta
dal fratello di Cristoforo, Bartolomeu. In ogni modo, ce ne sono alcune di
cui siamo certi che siano state redatte proprio dall'Ammiraglio».
«E in che lingua sono scritte queste lettere e queste annotazioni?».
«Principalmente in castigliano. Alcune in latino e due in italiano, ma so-
lo una di queste è sicuramente di Cristoforo Colombo».
«Visto? A conti fatti, ha scritto principalmente in italiano e in latino. A
quanto pare, non c'è nulla in portoghese, giusto? Ora, siccome Colombo
non era spagnolo e non scriveva in portoghese, poteva essere solo italia-
no».
Tomás mantenne lo sguardo fisso su Moliarti, mentre le labbra mostra-
vano un accennato sorriso.
«Nelson».
L'americano irrigidì i muscoli del viso, in un tic nervoso. Capì immedia-
tamente, dal tono di voce di Tomás e dall'espressione del suo volto, che
c'era un dettaglio traditore nascosto nell'ombra, pronto a portare scompi-
glio nel suo ragionamento.
«Non è così?».
«Nelson».
«Mi dica...».
«Tutti i testi scritti di pugno da Colombo, siano essi in castigliano, latino
o italiano, sono pieni di portoghesismi».
«Scusi?».
«I testi scritti da Colombo sono intrisi di portoghesismi. In pratica, Co-
lombo non scriveva in spagnolo ma in portuñol, scriveva come i portoghe-
si quando vogliono esprimersi in castigliano. Ha capito?».
Moliarti si appoggiò alla panchina, gli occhi persi nel verde tappeto che
ricopriva il Lago della Saudade.
«Non può essere!» esclamò, pronunciando lentamente le parole. Interro-
gò Tomás con lo sguardo. «Che intende dire quando parla di portoghesi-
smi?».
«I portoghesismi sono parole o espressioni tipiche della lingua portoghe-
se, ma inserite in un'altra lingua. Se io andassi a Madrid e dicessi, pur imi-
tando l'accento spagnolo, «olha, hombre, quiero apanar un carro para ir a
el palácio»44, qualsiasi madrileno mi guarderebbe e capirebbe subito che
sono portoghese, dal momento che in castigliano non si dice né "olha" né
"carro". Si tratta di portoghesismi. Gli spagnoli utilizzano "mira" e "co-
che"».
«Ah!» esclamò. «E quali sono quelli utilizzati da Colombo?».
Tomás rise di cuore.
«Credo che lei abbia formulato male la domanda, Nelson. Non avrebbe
dovuto chiedermi quali portoghesismi ha utilizzato Colombo, ma quali non
ha utilizzato». Gli fece l'occhiolino, con aria scherzosa. «Praticamente, le
parole corrette sono le più rare, capisce?».
Moliarti non sorrise.
«Sì, ma mi faccia degli esempi concreti».
Il professore sfogliò i suoi appunti.
«Iniziamo dall'unica incursione nell'italiano che si ritiene con certezza
opera dell'Ammiraglio. Si tratta di una nota ai margini del Libro delle Pro-
fezie, all'inizio del salmo 2.2. Sono in tutto ventisei parole, sei delle quali
sono scritte in portoghese del Quattrocento o in spagnolo. Per esempio,
scrive el invece di il, delli al posto di in, simigliança e como invece di so-
miglianza e come. Nella Storia Naturale di Plinio ci sono ventitré annota-
zioni a margine. Venti sono in castigliano, due in latino e una in italiano.
Non si è sicuri se quest'ultima appartenga a Colombo o a un'altra persona,
forse il fratello Bartolomeu, ma è rilevante notare che si tratta di un nuovo,
ridicolo tentativo di scrivere in italiano, visto che l'autore ha riempito il te-
sto di parole castigliane o portoghesi del XV secolo, come cierto, tierra,
pieça, como el, parda e negra».
«E le altre annotazioni?».
«Essenzialmente sono in castigliano portoghesizzato». Riprese gli ap-
punti. «A tal proposito il ricercatore spagnolo Altoguirre y Duval afferma
che "il dialettismo colombino è sicuramente portoghese". Anche un altro
spagnolo, il famoso storico e filologo Menéndez Pidal, nonostante si rifiuti
di accettare che Colombo fosse portoghese, arriva alla stessa conclusione,
riconoscendo che "il suo vocalismo tende verso il portoghese" e che "que-
sto lusismo iniziale l'Ammiraglio lo conserva sino alla fine della sua vi-
ta"».
«Mi faccia degli esempi».
«Innanzitutto è possibile notare in Colombo un fenomeno tipicamente
portoghese, cioè la tendenza a collocare il dittongo ie in parole spagnole.
Non so se ne è a conoscenza, ma molte parole portoghesi e castigliane so-
no quasi uguali, con la differenza che nello spagnolo si scrivono con ie
mentre in portoghese solo con e. Ora, con Colombo accadono due cose che
soltanto i portoghesi fanno quando cercano di parlare in castigliano. La
prima è non mettere lo ie. Ad esempio, l'Ammiraglio scrive se intende al
posto di se intiende, e quero invece di quiero. La seconda è inserire lo ie
quando il castigliano non lo prevede. È il caso della parola spagnola de-
pende, che Colombo scrive depiende. Tutti gli spagnoli sanno che solo i
portoghesi, nel loro precipitoso tentativo di parlare in castigliano, a volte
aggiungono ie là dove non ce n'è bisogno».
«E il vocabolario in generale?».
«Vale la stessa cosa. Per esempio, Colombo scrive algun, mentre in ca-
stigliano è alguno e in italiano si dice alcuno. Dice ameaçaban, quando gli
spagnoli dicono amenazahan e gli italiani minacciavano. Un'altra parola è
arriscada, che si scrive in castigliano arriesgada e in italiano rischiosa. E
ancora boa e bon, dove gli spagnoli dicono buena e bueno e gli italiani
buona e buono. Colombo usava anche il portoghese crime, che in casti-
gliano è crimen e in italiano crimine. Utilizzava la parola despois, per
quello che gli spagnoli è después e per gli italiani dopo o poi. Colombo
adoperava dizer, mentre lo spagnolo usa decir e l'italiano dire. L'Ammira-
glio scriveva falar, che in castigliano è hablar e in italiano parlare. C'è il
perigo, che in castigliano si dice peligro e in italiano pericolo. Ricorreva al
termine portoghese aberto, che gli spagnoli dicono abierto e gli...».
«Ok, ok. Enough. Basta. Ho capito».
«La lista dei portoghesismi è interminabile, Nelson. Interminabile».
«Questo non prova nulla».
«Non prova nulla?».
«Possono esserci innumerevoli ragioni per cui ha deciso di non scrivere
in italiano. Ad esempio, per il fatto che il volgare45 fiorentino, da cui deri-
va il toscano era, in quel tempo, la nuova lingua neolatina italiana, utilizza-
ta solo dai dotti46, le persone di cultura. Colombo non era istruito».
«Ah no? Allora come mai conosceva il latino e la cosmografia?».
«Ehm... Deve aver imparato in un secondo momento».
Tomás rise.
«Forse ha seguito un corso per corrispondenza. Oppure si è messo a na-
vigare in internet...».
«Non importa» tagliò corto Moliarti.
«... dove, invece di scoprire l'America, ha scoperto un sito in latino e si è
messo a ripetere le declinazioni».
«Basta!» ripeté l'americano, stanco di quel sarcasmo. «Basta». Respirò a
fondo. «Torniamo alla questione della lingua, che mi sembra importante».
Affinò la voce. «Deve esserci una spiegazione logica per queste anomalie,
per il fatto che lui scriva in questo... in questo castigliano... ehm... un po'
portoghesizzato».
«Una spiegazione logica? Quale spiegazione?». Si piegò sul tavolo. «Sa
cosa mi hanno detto all'Archivio di Stato di Genova?».
«Eh...».
«Mi hanno detto che, a quei tempi, gli italiani che vivevano all'estero u-
savano tra di loro, come lingua franca, soprattutto il toscano».
«È vero» confermò Moliarti.
«Allora per quale ragione non scrisse in toscano le lettere per gli altri ita-
liani?».
«Forse non lo conosceva...».
«Ma lei stesso, come pure l'Archivio di Stato di Genova, ha appena am-
messo che il toscano era la lingua franca usata a quell'epoca dagli italiani
che vivevano all'estero...».
«Certo, ma forse Colombo era un'eccezione, che ne so. Può essere che
parlasse solo il volgare genovese. Siccome questo dialetto era soltanto ora-
le, non lo poteva usare per comunicare con gli altri genovesi, no?».
«Se proprio vuole saperlo, penso che questa spiegazione sia molto fanta-
siosa e artificiosa. Innanzitutto, non è vero che il genovese fosse solo par-
lato. Ho consultato un professore di lingue genovesi e mi ha garantito che
il volgare di Genova aveva una forma scritta già dal Medioevo. Ci sono
tracce di volgare genovese nei poeti provenzali, ad esempio, e in molti po-
emi dell'epoca, incluse rime e versi ispirati alla Divina Commedia di Dan-
te». Mostrò l'indice e il dito medio. «Ci vengono spontanee due domande.
Colombo non sapeva il toscano perché non era istruito, ma sapeva il latino,
che solo i colti conoscevano? E perché Colombo non scriveva in volgare
genovese, parlato da tutti i genovesi e scritto dai più colti, ma si sforzava
di produrre testi in un castigliano portoghesizzato?».
Storse il naso. «Hmm... sento puzza di bruciato, mio caro».
«Ma c'è qualcosa che lei ancora non ha considerato» gli fece notare Mo-
liarti.
«Cosa?».
«Le somiglianze tra il dialetto genovese e il portoghese. Molte delle pa-
role scritte da Colombo che lei ha identificato come portoghesi, probabil-
mente, sono genovesi».
«Trova?».
«Ne sono quasi certo».
«Allora è sfortunato» sorrise con malizia. «Già avevo sentito parlare di
quest'ipotesi da un sostenitore della tesi genovese e ho fatto una verifica
insieme al professore cui mi sono rivolto. Gli ho chiesto di illustrarmi la
corrispondenza tra le parole che le ho citato, e che sono state usate da Co-
lombo, e la rispettiva traduzione in genovese». Riprese gli appunti. «Ora
faccia attenzione. Qualcuno si dice quarche, rischiosa è reiszegösa, buona
e buono si dicono bönna e bön, crimine si traduce con corpa, dopo con
doppö, e dire si dice dì. Come vede, fatta eccezione per bön, che è simile
in entrambi i casi, nessuna delle altre espressioni usate da Colombo riman-
da al genovese, ma esclusivamente al portoghese». Alzò l'indice. «Questo
ci conduce alla questione principale. Sa, la mia esperienza come criptanali-
sta mi dice che, tra due spiegazioni dello stesso enigma, quella vera è la
più semplice. Allora perché non dedurre che, se Colombo non scriveva in
una delle lingue italiane, neppure in genovese, che a quell'epoca aveva già
una tradizione scritta, era per un motivo logico, cioè per il fatto che non ne
conosceva nessuna? E, se non sapeva nessuna lingua italiana, non verrebbe
spontaneo concludere che, probabilmente, non era italiano?».
«Colombo era italiano, su questo non c'è dubbio. Era genovese. Deve es-
serci una spiegazione per giustificare il fatto che non ha mai scritto in una
lingua italiana. Forse non sapeva neanche il toscano...».
«Lei è proprio testardo, eh? Mi sembra si stia arrampicando un po' sugli
specchi, considerando che, oltretutto, il toscano era la lingua franca degli
italiani all'estero...».
«Okay, lo ammetto, forse sapeva il toscano. Ma, dato che Colombo se
n'era andato da Genova molto giovane, magari se l'era dimenticato».
«Si era scordato il toscano?». Il portoghese scoppiò in una risata. «Su,
Nelson, francamente! Questa storia non sta in piedi!». Scrollò la testa, con
espressione divertita. «Poco fa le ho detto che lo storico e filologo spagno-
lo Menéndez Pidal ha affermato che "questo lusismo iniziale l'Ammiraglio
lo conserva sino alla fine della sua vita". Ricorda?».
«Sì».
«Bene, allora dobbiamo fare i conti con un'insolita situazione. Colombo
vive ventiquattro anni in Italia e, in un batter d'occhi, puff!, si dimentica
del toscano e della sua lingua natale, il genovese. Lo stesso Colombo vive
solo due anni in Portogallo e, zac!, non si dimentica più del portoghese fi-
no alla morte. È sensazionale, non trova?». Si rivolse all'americano. «Lei
vuole proprio convincermi che Colombo non aveva una buona memoria
per le lingue italiane, che probabilmente erano quelle natali, ma aveva una
particolare propensione per il portoghese, che si suppone fosse per lui una
lingua straniera? Eh?».
«Ehm... beh... sì».
«Nelson, parlando seriamente, quello che sta dicendo non ha alcun sen-
so!» esclamò Tomás, scrollando di nuovo la testa, questa volta con un piz-
zico d'impazienza. «Tutto questo discorso non ha nulla di logico, è una di-
sperata fantasia, lei non sa più a cosa aggrapparsi. Vediamo se riusciamo a
capirci. Colombo, in base agli atti notarili genovesi, lasciò Genova solo
all'età di ventiquattro anni. Ventiquattro. Per sua informazione, all'epoca,
un uomo di quell'età non era affatto giovane. Oggi corrisponderebbero a
circa trentacinque anni. Ora, che io sappia, nessuno si dimentica della pro-
pria lingua a ventiquattro anni. Nessuno. Inoltre viveva con il fratello
Bartolomeu, probabilmente anche lui genovese, e pertanto aveva molte oc-
casioni di utilizzare il suo idioma originario. Dall'altro lato, e come lei
stesso ha finito per ammettere, con molta probabilità sapeva il toscano,
poiché era la lingua franca parlata dagli italiani all'estero. Ma l'unico tenta-
tivo di scrivere in italiano a lui sicuramente attribuibile è di un'assurdità
penosa. Il punto è che, quando il navigatore scriveva in castigliano e non
sapeva una parola, per sostituirla non ricorreva a italianismi, come sarebbe
stato perfettamente naturale e ci si sarebbe aspettati da un italiano, ma a
portoghesismi. Inoltre gli unici testi di Colombo senza portoghesismi sono
quelli copiati perché, in questo caso, i copisti hanno sostituito le espressio-
ni portoghesi con quelle in castigliano».
«Ma, Tom, non c'erano anche italianismi nei suoi testi in castigliano?».
«No, non ce n'erano. Quando gli mancava un'espressione in castigliano,
a quanto pare, gli venivano in mente solo parole in portoghese».
«Hmm...».
«E c'è dell'altro, Nelson. C'è dell'altro».
«Mi dica».
«Non ho avuto modo di leggere tutto ciò che è stato detto sull'Ammira-
glio da coloro che lo hanno conosciuto, soprattutto durante il processo giu-
diziario del Pleyto con la Corona e del Pleyto de la Prioridad, quando si
stabilì che il navigatore era straniero. Tuttavia, ho consultato le opere di
due ricercatori, l'ebreo Simon Wiesenthal e lo spagnolo Salvador de Mada-
riaga, i quali hanno individuato delle testimonianze incredibili». Controllò
ancora una volta i suoi appunti. «Wiesenthal scrive: "Testimoni dicono che
Cristoforo Colombo parlava castigliano con accento portoghese". E anche
Madariaga osserva che Colombo "parlava sempre in castigliano con accen-
to portoghese"». Fissò Moliarti e sorrise, trionfante, con gli occhi verdi che
brillavano, simile a un giocatore di scacchi che aveva appena fatto scacco
matto e studiava l'espressione sbalordita dell'avversario sconfitto. «Capi-
sce?».
L'americano rimase in silenzio per un lungo momento, lo sguardo perso,
l'atteggiamento assente.
«Holy shit!» esclamò alla fine, sussurrando, come se parlasse tra sé. «Ne
è sicuro?».
«È quanto hanno scritto». Si alzò dalla panchina e si stirò per sgranchire
i muscoli. «Ci sono molte cose riguardanti Colombo che non hanno senso,
Nelson. Faccia attenzione, quando l'Ammiraglio arrivò in Spagna, presu-
mibilmente nel 1484, sa quale fu la prima persona che contattò?».
Anche Moliarti si alzò e fece alcuni movimenti con il busto, tentando di
sgranchire il corpo, già indolenzito per essere rimasto troppo tempo seduto
su una sedia di pietra; la panchina del 515 era bella ma scomoda.
«Non ne ho idea, Tom».
«Un frate di nome Marchena. Sa qual era la sua nazionalità?».
«Portoghese?».
«Certo». Sorrise. «Ha fatto mai caso che quando andiamo all'estero ten-
diamo a cercare persone del nostro stesso Paese? Colombo avrebbe potuto
cercare genovesi o altri italiani, ce n'erano a Siviglia, addirittura nello stes-
so monastero in cui alloggiava Marchena. Ma no, preferì un portoghese».
«Che c'entra! Questo non prova nulla».
«Ovviamente no, ma non lo trova curioso?». Iniziò a camminare attra-
verso un percorso sterrato, vagando fra gli alberi insieme a Moliarti. «Ci
sono tante domande che esigono una risposta. Per esempio per quale ra-
gione Colombo, se era genovese, teneva nascosta la sua origine? In fin dei
conti, a quell'epoca i castigliani avevano buoni rapporti con Genova, e non
c'era motivo perché dubitassero di un genovese. Anzi, avere a che fare con
un genovese conferiva persino un certo prestigio, gli stessi inglesi naviga-
vano nel Mediterraneo sotto la protezione della bandiera di San Giorgio, lo
stendardo bianco con croce rossa che successivamente adottarono come lo-
ro bandiera. Ora, prendendo in considerazione la rivalità tra portoghesi e
spagnoli, la presenza di un portoghese a capo di equipaggi spagnoli avreb-
be potuto costituire un problema, e la stessa cosa si sarebbe verificata nel
caso inverso. Del resto, basta vedere cosa è successo al portoghese Fernão
de Magalhães quando comandò la flotta castigliana che fece il primo giro
del mondo. Se fosse stato genovese, Colombo non avrebbe avuto nessuna
ragione per nascondere la propria origine. Ma essendo portoghese...».
«Questa è pura speculazione».
«Certo. Tuttavia, non si capisce molto bene perché Colombo fece miste-
ro della sua origine, giusto? E mi creda, ci sono tanti altri interrogativi da
chiarire. Per esempio, come mai non utilizzava l'italiano, il toscano o il
volgare quando scriveva a italiani, in particolare a Toscanelli? Perché par-
lava castigliano con accento portoghese? Se era un tessitore di seta senza
istruzione, dove aveva imparato il latino e la cosmografia? E che dire delle
bizzarre discrepanze nelle date? Come spiegare che nel 1474, in base alla
lettera di Toscanelli, Colombo si trovava a Lisbona mentre secondo alcuni
atti notarili genovesi il navigatore era, in quello stesso periodo, molto lon-
tano dal Portogallo? Del resto, ci sono tante domande, talmente tante che
ci vorrebbe l'intero pomeriggio per formularle tutte, e rispondere a ognuna
di esse richiede un grande sforzo d'immaginazione e un continuo ricorso
alla speculazione».
Moliarti non rispose; camminava con lo sguardo fisso per terra, quasi a
testa bassa, le spalle curve e l'aspetto severo. Salirono la rampa di terra
battuta con aria assorta, immersi nei misteri che Toscano aveva scoperto in
vecchi manoscritti, segreti nascosti dal tempo sotto una spessa coltre di
polvere e di strani silenzi, contraddizioni e lacune. Magnolie rosse e gialle
coloravano il percorso immerso nel verde, fra i tronchi di faggi, palme, pi-
ni e querce. Si respirava un'aria fresca, leggera, profumata dalle romanti-
che aiuole di rose e tulipani, la cui grazia femminile contrastava con la bel-
lezza carnale delle orchidee, sensuali e passionali. Il pomeriggio prosegui-
va apatico, al ritmo lento del maestoso valzer della natura. Il bosco si ani-
mava e pulsava di vita, le fronde degli alberi frusciavano lievemente sotto
la nebbiolina che leggera scendeva sui monti, come sospinta dal basso stra-
to di nubi grigiastre. Dai rami lussureggianti provenivano le note acute e
allegre dei cardellini, che trillavano con vivacità, impegnati in un intenso
duello in risposta al basso tubare dei colibrì e al melodioso gorgheggiare
degli usignoli.
Lo stretto cammino fra la vegetazione s'aprì, all'improvviso, in quella
che sembrava una specie di terrazza ricavata da un ballatoio; dalla parete
laterale sgorgava una sorgente, mentre di fronte si vedeva un semiarco di
pietra scolpita.
«La Fonte dell'Abbondanza» annunciò Tomás. «Ma in realtà, nonostante
il nome, rappresenta qualcosa di molto più drammatico. Vediamo se riesce
a indovinare...».
L'americano analizzò la struttura ricavata all'interno della foresta. A ogni
estremità del semiarco si trovava un vaso, ognuno dei quali era decorato
con le teste di un satiro e di un ariete scolpite sui lati.
«Sono dei demoni?».
«No. Il satiro, la creatura che invade l'isola degli Amori, rappresenta il
caos. L'ariete è il simbolo dell'equinozio di primavera, impersona l'ordine.
Con un satiro e un ariete fianco a fianco, ogni vaso simboleggia l'ordo ab
chao, l'ordine dal caos».
Al centro del semiarco era posta un'enorme poltrona in pietra, di fronte
alla quale si trovava un grande tavolo. Dall'altro lato, la fontana si presen-
tava come una conchiglia incastonata nella parete, decorata con il disegno
di una bilancia in stile rocaille.
«Non ho idea di cosa sia questa struttura».
«Questo, Nelson, è un tribunale».
«Un tribunale?».
«Quello è il trono del giudice». Indicò la grande poltrona scavata nella
pietra. «Quella è la bilancia della giustizia». Mostrò il disegno che ornava
la fonte. «Nella simbologia templare e massonica è durante l'equinozio di
primavera che la luce e l'oscurità sono uguali, rappresentando la giustizia e
l'uguaglianza, e proprio in questo giorno entra in carica il nuovo Gran Ma-
estro, che assume il comando nel momento in cui si siede sul trono». Fece
un gesto verso la parete della fonte, sulla quale erano ben visibili altri di-
segni in stile rocaille. «Questo muro riproduce decorazioni del Tempio di
Salomone, a Gerusalemme. Non ha mai sentito parlare della giustizia sa-
lomonica?». Alzò gli occhi in direzione dei due obelischi piramidali in ci-
ma alla parete. «Gli obelischi legano la terra al cielo, come fossero le due
colonne all'entrata del Tempio di Salomone, veri pilastri della giustizia».
S'incamminarono per un nuovo sentiero aperto fra gli alberi e raggiunse-
ro un altro spazio, ancora più ampio di quello della Fonte dell'Abbondan-
za. Era il Portale dei Guardiani, protetto da due tritoni. Tomás condusse il
suo ospite attraverso un percorso che circondava questa struttura zigzagan-
do per il bosco che saliva lungo il versante della montagna. Scalarono il
pendio fino a imbattersi in quello che sembrava essere un dolmen, un
complesso megalitico costituito da grossi massi coperti da muschio. Il pro-
fessore guidò l'americano fino al monumento, passando sotto alcuni archi
formati dalle rocce appoggiate una sull'altra, simili a quelle di Stonehenge,
e spinse una grande pietra. Con sorpresa di Moliarti, questa girò su se stes-
sa, ruotando lungo l'asse, e mostrò una struttura interna. Attraversarono il
passaggio segreto e si trovarono di fronte a un pozzo. Si sporsero dalla ba-
laustra e guardarono verso il basso: lungo una scala a chiocciola, con la
ringhiera ricavata dalla pietra, si aprivano degli archi sorretti da colonne
con zone d'ombra scavate nelle pareti; dall'alto filtrava luce naturale.
«Che cos'è?» volle sapere Moliarti.
«Un pozzo iniziatico» spiegò Tomás, mentre la sua voce rimbombava
tra le pareti cilindriche. «Ci troviamo all'interno di un dolmen, di una ri-
produzione di un monumento funerario megalitico. Questo luogo rappre-
senta la morte della condizione primaria dell'uomo. Dobbiamo addentrarci
nel pozzo alla ricerca della spiritualità, della nascita dell'uomo nuovo,
dell'uomo illuminato. Si scende nel pozzo come si scendesse all'interno di
noi stessi, per trovare la nostra anima più profonda». Fece un gesto con la
testa, invitando l'americano a seguirlo. «Su, venga».
Percorrevano la stretta scalinata, seguendo le pareti lungo la spirale, gi-
rando in senso orario, sempre più in profondità. Il pavimento era bagnato e
i passi riecheggiavano sugli scalini di pietra, come se emettessero un suono
metallico, graffiato e tintinnante, che si andava unendo al cinguettino degli
uccelli che invadeva l'abisso dall'apertura celeste e risuonava lungo quel
tunnel scuro e attorcigliato. Le pareti e le balaustre apparivano coperte di
muschio e umidità. Si sporsero dalla ringhiera e sbirciarono verso il fondo,
il pozzo ora sembrava una torre al contrario e Tomás pensò che somigliava
a una Torre di Pisa scavata nella terra.
«Quanti livelli ha questo pozzo?».
«Nove» disse il professore. «E non è un caso. Il nove è un numero sim-
bolico, in molte lingue europee è simile alla parola nuovo. In portoghese,
nove e novo. In spagnolo, nueve e nuevo. In francese, neuf e neuve. In in-
glese, nine e new. In italiano, nove e nuovo. Per questo, il nove simboleg-
gia il passaggio dal vecchio al nuovo. Nove furono i primi Templari, i ca-
valieri che fondarono l'Ordine del Tempio e che sono all'origine dell'Ordi-
ne di Cristo portoghese. Nove sono i maestri che Salomone inviò alla ri-
cerca di Hiram Abif, l'architetto del Tempio. Demetrio attraversò il mondo
in nove giorni alla ricerca della figlia Persefone. Le nove muse nacquero
da Zeus in seguito a nove notti d'amore. Sono necessari nove mesi affinché
nasca l'essere umano. Poiché è l'ultimo dei numeri a una cifra, il nove an-
nuncia contemporaneamente, e in quest'ordine, la fine e il principio, la
morte e la rinascita, il culmine di un ciclo e l'inizio di un altro, il numero
che chiude il cerchio».
«Curioso...».
Raggiunsero finalmente la base e osservarono il disegno che occupava il
centro del pozzo iniziatico. Era composto da un cerchio decorato con
marmi bianchi, gialli e rossi coperti da piccole pozze di fango. All'interno
della figura geometrica spiccava una stella ottagonale che a sua volta con-
teneva una croce patente: era la croce dei Templari, l'ordine che introdusse
la pianta ottagonale nei templi cristiani dell'Occidente. Una delle punte
gialle della stella indicava una scura cavità scavata nel fondo del pozzo.
«Questa stella è anche una rosa dei venti» spiegò Tomás. «La sua estre-
mità indica l'Oriente. È a Oriente che sorge il Sole, ed è verso Oriente che
si costruiscono le chiese. Il profeta Ezechiele disse: "La gloria del Signore
viene da Oriente". Pertanto, dobbiamo proseguire per questa grotta».
Il professore si tuffò nell'oscurità che si apriva nella parete di pietra e
Moliarti, dopo un attimo di esitazione, lo seguì. Camminarono con cautela,
tastando le pareti, muovendosi come ciechi nelle viscere buie di quel tun-
nel irregolare. Una fila di piccole fiaccole gialle spuntò dal pavimento, sul-
la sinistra, dopo la curva, rendendo più facile i loro passi. Ora avanzavano
con più sicurezza, serpeggiando attraverso quella lunga galleria ricavata
nel granito. Si trovarono sulla destra un'altra scura zona d'ombra, un nuovo
cunicolo all'interno della grotta, indice del fatto che non si trattava di un
semplice passaggio sotterraneo ma piuttosto di un labirinto. Conoscendo il
percorso, Tomás ignorò quell'alternativa e proseguì, mantenendosi sul
cammino principale, finché un barlume di luce gli annunciò che il mondo
esterno era vicino. Continuarono a muoversi verso quel chiarore e videro
un arco di pietra che si affacciava su un lago cristallino. Un filo d'acqua
sgorgava a cascata sulla superficie liquida, producendo un suono gorgo-
gliante, allegro. Si fermarono sotto l'arco in prossimità del lago: il percorso
si diramava e dovevano fare una scelta.
«Destra o sinistra?» chiese Tomás, per sapere da lui quale fosse la giusta
direzione.
«Sinistra?» arrischiò Moliarti, poco sicuro di sé.
«Destra» ribatté il portoghese, indicando il percorso corretto. «Sa, Nel-
son, la fine del tunnel è una ricostruzione di un episodio dell'Eneide di
Virgilio. Rappresenta la scena in cui Enea scende agli inferi alla ricerca del
padre e, davanti a un bivio, è costretto a scegliere quale percorso intra-
prendere. Coloro che girano a sinistra sono i condannati, quelli destinati al-
le fiamme eterne. Solo la via a destra porta alla salvezza. Enea optò per
quello di destra e attraversò il fiume Lete, che gli permise di raggiungere i
Campi Elisi, dove si trovava Anchise. Per questo dobbiamo ripercorrere i
suoi passi».
Proseguirono a destra e il tunnel diventò più scuro, stretto e basso. A un
certo punto l'oscurità scese su entrambi, completa e totale, e si videro ob-
bligati ad avanzare lentamente, appoggiandosi alle pareti umide, insicuri
ed esitanti. Finalmente la galleria si aprì verso l'esterno, inondandosi di lu-
ce, mostrando un cammino di pietre sul lago, simili a scalini che spuntava-
no dall'acqua. Saltellarono sulle pietre fino a raggiungere la sponda oppo-
sta e si ritrovarono di nuovo nel bosco, circondati di colori, respirando l'a-
ria profumata del pomeriggio e ascoltando il dolce cinguettio dei pettirossi
che svolazzavano di ramo in ramo.
«Questo posto è proprio strano» commentò Moliarti, che in quel mo-
mento si sentiva come in un mondo irreale. «Però è interessante».
«Sa, Nelson, questa tenuta è un testo».
«Un testo? Che intende dire?».
Discendevano ora attraverso i sentieri aperti fra gli alberi. Si ritrovarono
nuovamente al Portale dei Guardiani e Tomás condusse il suo invitato per
una scala a chiocciola all'interno di una stretta torre medievale coronata da
merli.
«Anticamente, al tempo dell'Inquisizione e dell'oscurantismo, quando la
società era dominata da una Chiesa intollerante, alcune opere furono proi-
bite. Gli artisti venivano perseguitati, le nuove teorie mantenute segrete, i
libri bruciati, i quadri distrutti. Così nacque l'idea di scolpire i libri sulla
pietra. La Tenuta della Regaleira, in fin dei conti, non è altro che questo,
un libro scolpito sulla pietra. È facile bruciare un libro di carta o rovinare
un dipinto su tela, ma è molto più difficile demolire un'intera proprietà. In
questa tenuta è possibile imbattersi in costruzioni simboliche che riflettono
pensieri esoterici, ispirate al labirinto di idee suggerito da Francesco Co-
lonna nel suo ermetico Hypnerotomachia Poliphili, basate sui principi por-
tanti del progetto di espansione marittima portoghese e sulle grandi leg-
gende classiche. Se vogliamo, in qualche modo grazie ai miti veicolati
dall'Eneide, dalla Divina Commedia e da I Lusiadi, questo è un importante
monumento alle Scoperte portoghesi e al ruolo che in esse ebbero i Tem-
plari, ribattezzati in Portogallo cavalieri dell'Ordine Militare di Cristo».
Arrivarono in cima alla torre e intrapresero un percorso più largo, pas-
sando attraverso la Grotta di Leda, e si diressero verso la cappella. Ora
procedevano in silenzio, attenti al suono dei propri passi e al fruscio deli-
cato del bosco.
«E allora?» domandò Moliarti.
«Andiamo a visitare la cappella».
«No, non è a questo che mi stavo riferendo. Quello che voglio sapere è
cosa manca per concludere la ricerca».
«Ah!» esclamò Tomás. «Devo studiare con attenzione quel brano di
Umberto Eco, nella speranza trovare la chiave che mi permetterà di aprire
la cassaforte del professor Toscano. Inoltre ho bisogno di chiarire alcune
cose sull'origine di Colombo. E per farlo dovrò compiere un ultimo viag-
gio».
«Va bene. Come lei sa, i fondi non ci mancano».
Tomás si fermò davanti a un grande albero, ad alcuni passi dalla cappel-
la. Aprì la ventiquattrore e tirò fuori un foglio di carta.
«Questo è un altro mistero su Colombo» disse, mostrando quel foglio.
«Di che si tratta?».
«È la riproduzione di una lettera che fu ritrovata nell'Archivio di
Verágua».
L'americano stese la mano e prese la fotocopia.
«Che tipo di lettera?». Analizzò il testo e scrollò la testa, restituendo il
foglio a Tomás. «Non ci capisco nulla, è portoghese antico».
«Gliela leggo io» si offrì Tomás. «Questa lettera è stata scoperta fra i
documenti di Cristoforo Colombo dopo la sua morte. Pensi che è firmata
dal grande re Don João II, soprannominato il Principe Perfetto, il re del
Trattato di Tordesillas, l'uomo che rivelò a Colombo che la rotta per l'India
era più breve circumnavigando l'Africa piuttosto che facendo rotta verso
Occidente, il sovrano che...».
«So molto bene chi è Don João II!» tagliò corto Moliarti, impaziente. «È
lui che ha scritto a Colombo?».
«Sì». Focalizzò la sua attenzione sul retro del foglio e indicò alcune li-
nee orizzontali e verticali. «Vede queste? Sono le pieghe della lettera. Se la
richiudiamo seguendo queste righe, forma una busta sulla quale si legge il
nome del destinatario». Lo esibì debitamente piegato.
«La lettera è indirizzata "a xpovam collon nostro speciale amico in Sivi-
glia"». Dispiegò nuovamente il foglio per leggere il testo, sul verso. «Il
contenuto è il seguente: "Xpovam Colon. Noi Don João II per grazia di
Dio Re di Portogallo e dell'Algarve, da questa e dall'altra parte del mare, in
Africa, Signore della Guinea vi mandiamo molti saluti. Abbiamo visto la
lettera che ci avete scritto e la buona volontà e la dedizione che in essa
avete mostrato di avere per servirci. Vi ringraziamo molto. E quanto alla
vostra venuta qui, sicura, sia per ciò che affermate sia per altri aspetti ri-
guardanti le vostre doti e il buon ingegno a noi necessario, noi la deside-
riamo e avremo molto piacere che veniate perché, per ciò che vi riguarda,
si farà in modo che possiate essere soddisfatto. E perché forse avete qual-
che timore dei nostri rappresentanti della giustizia a causa di qualche cosa
che vi è stato imposto, noi con questa lettera vi garantiamo l'arrivo, la
permanenza e il ritorno, che non sarete catturato, trattenuto, accusato, cita-
to, né interpellato per nessuna cosa, né civile né criminale, di qualsiasi na-
tura si tratti. E con la stessa ordiniamo a tutti i nostri rappresentanti della
giustizia che rispettino tutto ciò. E pertanto vi preghiamo e vi raccoman-
diamo che la vostra venuta sia immediata e per questo non dovete avere al-
cun dubbio e ve ne ringrazieremo e considereremo ciò come grande servi-
zio. Scritta in Avis il venti Marzo 1488. Il Re"».
«Strana lettera, eh?» commentò Moliarti, incuriosito.
«Meno male che questa volta è d'accordo con me!».
«Quindi nel 1488 il re portoghese invitò Colombo a ritornare in Porto-
gallo?».
«Non c'è scritto proprio questo».
«Ah no?».
«Qui si dice che Colombo inviò una lettera al re Don João II offrendogli
di nuovo i suoi servigi. Dal testo sembrerebbe che Colombo avesse mani-
festato dei timori circa l'eventualità di dover affrontare la giustizia del re
portoghese».
«Ma perché?».
«Potrebbe aver combinato qualcosa in Portogallo. Non si dimentichi che
Colombo lasciò il Paese, in modo precipitoso, intorno al 1484, quattro anni
prima di questo scambio di corrispondenza. Accadde qualcosa che lo ob-
bligò a fuggire in Spagna insieme al figlio Diogo, ma non sappiamo cosa.
Uno dei misteri che avvolgono l'Ammiraglio è, in effetti, la mancanza di
documenti sulla sua permanenza in Portogallo. Là si sono verificati episodi
molto importanti e, tuttavia, non è rimasto nulla che ci permetta di far
chiarezza; è come se gli eventi di quel periodo fossero stati inghiottiti da
un buco nero. Ma da questa lettera si evince che di fatto successe qualcosa
che lo costrinse a scappare».
«Questa lettera che Cristoforo avrebbe scritto a Don João II dove si tro-
va?».
«Negli archivi portoghesi non è mai stata trovata».
«Che peccato».
«E c'è anche un altro dettaglio curioso».
«Quale?».
«Il tono quasi confidenziale con cui il re si rivolge a Colombo nonostan-
te il navigatore ancora non fosse diventato famoso: "E perché forse avete
qualche timore dei nostri rappresentanti della giustizia a causa di qualche
cosa che vi è stato imposto, noi con questa lettera vi garantiamo l'arrivo, la
permanenza e il ritorno, che non sarete catturato, trattenuto, accusato, cita-
to, né interpellato per nessuna cosa, né civile né criminale, di qualsiasi na-
tura si tratti". Non è una lettera formale tra un sovrano potente e un tessito-
re di seta straniero senza istruzione, è una lettera tra due persone che si co-
noscono bene».
Moliarti inarcò il sopracciglio destro.
«A me sembra che questa lettera non abbia alcuna rilevanza per il pro-
blema dell'origine di Colombo».
Tomás sorrise.
«Forse no» ammise. «O forse sì. E in tal caso dimostrerebbe almeno che
i due si conoscevano meglio di quanto pensiamo, e che Colombo aveva
frequentato la corte portoghese. Questo ci fa supporre che si trattasse di un
nobile, ipotesi che collima con altri due dettagli. Il primo è, come abbiamo
già visto, il suo matrimonio con la nobile Dona Filipa Moniz, unione che
in quel tempo era impensabile per un plebeo. Ma, se anche lui fosse stato
nobile, avrebbe avuto un senso».
«È sicuro che un plebeo non potesse sposare una nobildonna?».
«Assolutamente» confermò Tomás con un cenno categorico della testa.
«Ho parlato con un collega della mia facoltà, esperto in Storia delle Sco-
perte, il quale mi ha confermato che non si conosce nessun caso, neanche
uno, di matrimonio tra un plebeo e una nobile nel XV secolo. Ci sono due
esempi, nel XVI secolo, di unione fra ricchi borghesi e nobili, ma non nel
XV. In quell'epoca era impossibile».
«Hmm» borbottò l'americano. «E qual è l'altro elemento che convalida
l'ipotesi per cui Colombo era nobile?».
«Questo documento, del quale ancora non le ho parlato. Si tratta dell'or-
dinanza, datata 20 maggio 1493, con la quale Isabella la Cattolica concede
lo stemma araldico a Colón, e che afferma quanto segue» indicò alcune ri-
ghe sul foglio che teneva in mano. «"Y en outro cuadro bajo a la mano i-
zquierda las armas vuestras que sabiades tener»». Guardò Moliarti con
espressione interrogativa. «"Las armas vuestras que sabiades tener"? Al-
lora Colombo già aveva uno stemma gentilizio? E io che pensavo che non
fosse altro che un semplice tessitore di seta, umile e senza istruzione. Co-
me faceva un tessitore di seta ad avere un blasone?». Prese un altro foglio
dalla ventiquattrore e lo mostrò all'americano, facendogli notare un'imma-
gine araldica sul lato sinistro. «Guardi, questo è lo stemma di Colombo.
Come vede, composto da quattro disegni. In alto, un castello e un leone
che rappresentano i regni di Castiglia e León; in basso a sinistra alcune
isole in mezzo al mare che simboleggiano le terre scoperte da Colón». Po-
sò il dito sull'ultimo quarto dello scudo. «E questa è l'immagine alla quale
si riferisce Isabella la Cattolica dicendo "las armas vuestras que sabiades
tener". E cosa raffigura?». Fece una pausa prima di rispondere alla sua
stessa domanda. «Cinque piccole ancore d'oro disposte a croce in campo
azzurro. Ora osservi questo».
Gli mostrò un'immagine dello scudo portoghese, sulla destra.
«Come vede, il disegno delle cinque ancore d'oro dell'ultimo quarto del-
lo stemma di Colombo, qui a sinistra, è incredibilmente simile alle arme
reali di Portogallo, nelle quali i cinque piccoli scudi contengono cinque bi-
santi disposti a loro volta a croce, così come è tuttora visibile nella bandie-
ra portoghese».
«Holy cow!».
«Per essere precisi, è il blasone di Colombo che rimanda direttamente ai
simboli di León, Castiglia e Portogallo».
«Incredibile...».
«Questo fatto concorda pienamente con la dichiarazione di Joan Lorosa-
no».
«E chi è?».
«Joan Lorosano era un giureconsulto spagnolo contemporaneo di Co-
lombo». Controllò i propri appunti. «Loresano si riferisce all'ammiraglio
identificandolo come "un tale che affermano essere lusitano"».
«Hmm...» mormorò Moliarti, pensieroso. «Affermano, dice lui! Ma que-
sto Loresano non ha la certezza...».
«Ehi, Nelson, non faccia finta di non capire! Risulta ovvio da questa af-
fermazione che l'origine portoghese di Colombo era fonte di polemiche».
«Ma c'è qualcuno in quell'epoca che affermi testualmente che Colombo
era portoghese?».
Tomás sorrise.
«Guarda caso, sì. Durante il Pleyto de la Prioridad, due testimoni,
Hernán Camacho e Alonso Belas, parlando di Colombo lo definiscono
"l'infante di Portogallo"».
«Ah!» sospirò l'americano, come se gli avessero conficcato un coltello
nel petto.
«E c'è dell'altro» aggiunse Tomás, consultando di nuovo il bloc-notes.
«Nel momento più acceso del dibattito tra storici spagnoli e italiani sulla
vera origine di Colombo, uno spagnolo, il presidente della Real Sociedad
de Geografia, Ricardo Beltrán y Rózpide, scrisse un testo che concluse con
una frase enigmatica. Affermò: "el descobridor de America no nació en
Génova y fué oriundo de algún lugar de la tierra hispana situado en la
banda occidental de la Península entre los cabos Ortegal y San Vicente".
Fissò Moliarti negli occhi. "Questa è un'osservazione straordinaria, consi-
derando che è stata fatta da un prestigioso accademico spagnolo in un pe-
riodo di acceso dibattito nazionalista spagnolo sull'Ammiraglio».
«Scusi» disse l'americano «ma non vedo cosa ci sia di tanto straordina-
rio...».
«Nelson, Capo Ortegal si trova in Galizia...».
«Precisamente. È naturale che, in quel periodo, uno spagnolo difendesse
l'origine spagnola».
«... e Capo São Vicente si trova all'estremità sud del Portogallo».
Moliarti spalancò gli occhi.
«Ah...».
«Come lei stesso ha affermato, è perfettamente naturale che, in un mo-
mento di fervente dibattito nazionalista, uno storico spagnolo sostenesse
che Colombo venisse dalla Galizia. Ma dichiarare esplicitamente che
l'Ammiraglio fosse nato in qualche località situata lungo la costa portoghe-
se in quel contesto non mi sembra del tutto normale». Alzò l'indice. «A
meno che sapesse qualcosa che non voleva rivelare».
«Ed è così?».
Tomás sorrise, dondolando la testa affermativamente.
«A quanto pare, sì. Rózpide aveva un amico portoghese, Afonso de
Dornelas, a sua volta amico del celebre storico Armando Cortesão. Sul let-
to di morte, lo storico spagnolo rivelò al suo amico portoghese che tra le
carte di João da Nova, conservate in un preciso archivio portoghese, c'era-
no uno o più documenti che avrebbero chiarito una volta per tutte l'origine
di Cristoforo Colombo. Dornelas gli domandò più volte quale fosse questo
particolare archivio. Rózpide gli rispose che, poiché la questione colombi-
na era discussa in modo così acceso in Spagna, avrebbe potuto sollevare
un polverone se gli avesse svelato l'ubicazione del materiale. Poco dopo lo
storico spagnolo morì, portando con sé per sempre il suo segreto».
Il portoghese si girò e ricominciò a camminare, dirigendosi verso quella
cattedrale in miniatura che era la cappella, un altro luogo di mistero che la
Tenuta della Regaleira custodiva fra le sue mura, un nuovo capitolo di
quello straordinario libro scavato nella pietra.

Fu con il cuore pieno di speranza che Tomás si presentò il sabato se-


guente al portone della casa di São João do Estoril. Portava in braccio un
appariscente bouquet di zinnie, alcune bianche, altre scarlatte, con i larghi
petali aperti verso la luce come se abbracciassero il mondo rivelando pic-
coli stami biancastri al centro. Aveva letto nel libro di Constança che le
zinnie significavano pensare a chi non c'era, ed esprimevano messaggi me-
lodrammatici, come "sono in lutto per la tua assenza", o semplicemente
"ho nostalgia di te", sentimenti questi che lui trovò perfetti per l'occasione.
Ma la suocera, che lo attendeva al portone, guardò i fiori con disprezzo e
fece cenno di no con la testa quando le chiese di poter parlare con la mo-
glie.
«Constança non è in casa» lo informò seccamente.
«Ah» ribatté Tomás, deluso. «Proprio non le posso parlare?».
«Le ho detto che non è in casa» ripeté la suocera in tono brusco, quasi
sillabando le parole, come se stesse parlando a un bambino.
«E Margarida?».
«È dentro. Vado a chiamarla».
Prima che la signora Teresa si voltasse per andare a prendere la nipote,
Tomás le stese il bouquet.
«Può almeno consegnarle questi fiori?».
La suocera esitò, lo scrutò dall'alto in basso, come se volesse dirgli che
già se ne stava approfittando, e di nuovo scrollò la testa, intimamente sod-
disfatta di negargli ancora qualcosa.
«Grazie, lei è troppo gentile».
Margarida aveva già pranzato, quindi si diressero subito verso la meta
prescelta dalla bimba. Il Giardino Zoologico. Trascorsero il pomeriggio
passeggiando per il parco e mangiando popcorn e zucchero filato. Alla vi-
sta dei cobra e di altri rettili Margarida si aggrappò al padre, e la stessa co-
sa fece davanti alle gabbie degli animali feroci. Fu invece differente la rea-
zione allo spettacolo dei delfini, e la bimba non smise un attimo di saltare
e applaudire ai loro giochi nell'acqua. Tomás rifletté su quanto fosse diver-
so lo zoo rispetto alla Tenuta della Regaleira, l'uno brulicava di eccitata al-
legria, l'altra si raccoglieva sotto un'aura tenebrosa e taciturna. Tanto con-
trastanti eppure così simili, entrambi parchi a tema, creati dallo stesso uo-
mo, Carvalho Monteiro, il milionario che, all'inizio del XX secolo, aveva
riunito animali selvatici a Lisbona e misteri esoterici a Sintra.
Il cielo assunse una tonalità rossa e dorata, mentre il sole scendeva a ba-
ciare l'orizzonte. Poiché il freddo del crepuscolo iniziava a invadere la cre-
scente ombra e a penetrare nei vestiti, lasciarono il Giardino Zoologico e si
rifugiarono al caldo, nell'auto. Durante il tragitto verso casa si fermarono
al centro commerciale di Oeiras e fecero la spesa per rifornire il frigorife-
ro. Margarida prese una videocassetta di cartoni animati e riempì il carrello
di cioccolatini.
«Sono pe' i miei amici» spiegò.
Tomás aveva già rinunciato a opporsi a quegli attacchi di generosità: la
figlia amava comprare regali per tutti e arrivava persino a dare quello che
era suo se qualcuno lo desiderava. Uscirono dall'ipermercato e andarono in
un fast-food; ordinarono due menù con hamburger e patate fritte, bibita
compresa.
«Come ti chiami?» domandò Margarida, sbirciando dal bancone il ra-
gazzo impegnato a confezionare il cibo.
«Eh?» si meravigliò il giovane, sollevando la testa per guardare quella
bambina dall'aria strana che, vicino alla cassa, gli aveva rivolto la parola.
«Come ti chiami?».
«Pedro» rispose, impegnato a svolgere il suo compito.
«Sei sposato?».
Il ragazzo scoppiò in una risata, divertito dall'inattesa indiscrezione della
piccola.
«Io? No».
«Ce l'hai la 'agazza?».
«Ehm... sì».
«È ca'ina?».
«Margarida!» la interruppe Tomás, che già vedeva l'interrogatorio anda-
re oltre e il giovane impiegato arrossire. «Lascia stare il signore, sta lavo-
rando».
«La baci sulla bocca?».
«Margarida!».
Portarono a casa i menù impacchettati. Cenarono in sala guardando la te-
levisione, con le dita sporche di ketchup e del grasso degli hamburger. Alle
undici andarono a letto, e Tomás si vide costretto a leggerle, per l'ennesima
volta, la favola di "Cene'entola", un rituale di cui lei non sapeva fare a me-
no.
«Allora, cosa hai fatto in questa settimana?» le chiese il padre quando
chiuse il libro e Cenerentola già viveva felice a palazzo insieme al suo
principe.
«Sono andata a scuola e dal dotto' Olivei'a».
«Ah sì? E cosa ti ha detto?».
«Che devo fa'e più analisi».
«A cosa?».
«Al sangue?».
«Al sangue? Questa è nuova. Perché?».
«Pe'ché sono molto pallida».
Tomás la guardò. In effetti, aveva la pelle molto bianca, troppo chiara, e
non aveva un aspetto sano.
«Hmm...» mormorò mentre l'osservava. «E che altro ti ha detto?».
«Che devo fa'e una dieta».
«Ma tu non sei grassa».
Margarida scrollò le spalle.
«L'ha detto lui».
Tomás si voltò verso il comodino e spense l'abat-jour. Abbracciò la fi-
glia e la coprì meglio.
«E la mamma?» domandò nell'oscurità. «Come sta?».
«Sta bene».
«Piange ancora?».
«No».
«Non piange?».
«No».
Il padre rimase in silenzio per alcuni momenti, spiazzato.
«Pensi che lei non vuole più bene a papà?» chiese, per testare la situa-
zione.
«No».
«Non gli vuole più bene?».
«No».
«Perché, piccola, dici questo?».
«Pe'ché lei o'a ha un nuovo amico».
Tomás si tirò su dal letto, preso alla sprovvista.
«Come?».
«La mamma ha un nuovo amico».
«Un amico? Che amico?».
«Si chiama Ca'los e la nonna dice che lui è un tipo. È un buon pa'tito,
miglio'e di te».

XIV

Soavi.
Con la stessa armonia dei passi di una ballerina che danza leggiadramen-
te su un palco, la stessa dolcezza del dondolare di un bambino cullato e
tranquillo vicino al seno morbido e accogliente della madre, le foglie, soa-
vi, iniziarono a muoversi sollevandosi da terra, svolazzando fino a volteg-
giare, girando e rigirando intorno a un asse invisibile, spinte da un caldo
venticello che a poco a poco diventò furioso. Quella brezza si trasformò, in
modo graduale, quasi impercettibile, in un mulinello d'aria che trascinava
le foglie gialle e marroncine lungo il selciato, ruotando in una strana danza
piena di vita, in una direzione così incerta che in breve il vortice di vento
lasciò il marciapiede e invase la movimentata via che costeggiava le mura
della Città Vecchia. Tomás evitò quella massa d'aria che vorticava sull'a-
sfalto e affrettò il passo, attraversando il Sultan Suleyman in prossimità di
Kikar Shaar Shkhem e tuffandosi nella folla. Pietre antiche, millenarie,
spuntavano da ogni angolo, conservando memorie che, in quella città, era-
no fatte di sangue e di dolore, di speranza, di fede e di sofferenza. Pietre
forti come l'acciaio e delicate come l'avorio.
Soavi.
Il giorno era cominciato fresco e secco, nonostante il sole fosse incle-
mente e insopportabile per chi non avesse alcuna protezione in testa. Mas-
se di persone spuntavano da ogni parte e scendevano l'ampia scalinata, per
convergere poi verso la grande porta in una crescente calca, come formi-
che golose che affluivano su una goccia di miele, sempre più numerose,
concentrate davanti allo sguardo attento e vigile degli uomini in divisa
verde oliva ed elmetto. Erano i soldati di Tsahal, che fermavano un passan-
te qua e ne interpellavano un altro là, chiedendo continuamente i documen-
ti e perquisendo le borse con le M-16 che dondolavano a tracolla. Le armi
sembravano innocue, ma i viandanti sapevano che quello era solo un at-
teggiamento. Il movimento intorno alla monumentale Porta di Damasco
era nervoso e compatto, schiere di persone brulicavano in direzione
dell'imponente entrata, aggirando le bancarelle di frutta e verdura e pane
dolce, mormorando parole incomprensibili, imprecando, urtandosi le une
con le altre. Tomás camminava nella folla, accanto agli arabi che lo cir-
condavano con gli odori emanati da chi era venuto da lontano per fare spe-
sa al souq o per pregare Allah nella grande Moschea di Al Aqsa. Stretto
nella morsa umana che lo trascinava verso l'entrata nord della Città Vec-
chia di Gerusalemme, alzò la testa e vide, in lontananza, due soldati israe-
liani fermi sulla sommità della Porta di Damasco, che dalle feritoie spiava-
no la moltitudine, scrutando ogni figura, una a una, in cerca di segnali di
allerta.
La corrente umana lo condusse attraverso la grande porta, ma il cammi-
no tornò di nuovo a restringersi, per poi tuffarsi fra le basse case del Quar-
tiere Musulmano. Tomás si sentiva come in balia dell'acqua, incapace di
resistere alla sua tremenda forza, abbandonato al flusso della marea, e si
lasciava trasportare per quella via stretta e brulicante. Vide un negozio
d'artigianato e accanto banchi di frutta sui quali riconobbe arance, banane,
datteri e, ancora, barattoli di mandorle e olive nere.
La folla si divise nelle tre strade che gli si aprirono dinnanzi, così che il
flusso di gente che trasbordava ininterrottamente dalla Porta di Damasco si
fece meno denso.
Con lo sguardo cercò il nome delle vie: quella di destra era la Souk
Khan El-Zeit, nella quale scorgeva piccole panetterie, pasticcerie e alimen-
tari; a sinistra, una piccola insegna indicava l'Indian Hospice e Porta dei
Fiori. Controllò la cartina e prese una decisione: doveva prendere la via
centrale, pertanto proseguì dritto, verso sud. Passò sotto un edificio che
formava un arco sulla via e, lungo una leggera discesa, si trovò di fronte un
nuovo bivio. All'angolo si ergeva il complesso dell'Austrian Hospice e il
nome della piccola strada che da sinistra confluiva in quel punto, riportato
su una parete in ebraico, arabo e latino, lo fece bloccare.
Via Dolorosa.
Tomás non era un uomo religioso, ma non poté fare a meno d'immagina-
re, in quell'istante, la figura di Gesù che si trascinava per quella stretta via,
piegato sotto il peso di una croce, di quel condannato scortato da soldati
romani con il volto rigato da fili di sangue che sgocciolava sulla pietra.
L'immagine era, in quel luogo, un riflesso condizionato, quasi un cliché.
Aveva visto così tante volte le riproduzioni di quel fatidico percorso che
ora, giunto a quella tappa, trovandosi faccia a faccia con il nome di Via
Dolorosa inchiodato alla parete, i suoi occhi furono inondati dalle immagi-
ni degli avvenimenti accaduti lì duemila anni prima.
La cartina gli indicava che avrebbe dovuto attraversare tutta la Città
Vecchia percorrendo la lunga viuzza che aveva davanti a sé. Prese la El-
Wad, passò per Yeshivat Torat Chaim e continuò dritto, lasciandosi alle
spalle la via che il Nazareno percorse durante le sue ultime ore di vita. Al
primo bivio sulla sinistra, i soldati del Tsahal, l'esercito israeliano, avevano
installato un posto di blocco e controllavano l'accesso al Bar Kuk, la stretta
via che conduceva al complesso sacro di Haram El-Sharif e della Moschea
di Al Aqsa, impedendo il passaggio a chi non era musulmano: sembrava
che si stesse celebrando una cerimonia islamica che nessuno voleva distur-
bare. Stretta fra gli edifici che la circondavano, con i suoi continui intrecci
di gallerie e di archi, la El-Wad era protetta dai raggi del sole. Una fresca
brezza la percorreva per tutta la sua lunghezza, facendo rabbrividire Tomás
dal freddo mentre attraversava quella penombra con passo rapido, igno-
rando i numerosi negozi di ogni specie, nonostante lanciasse fugaci e cu-
riosi sguardi alle stoviglie di rame e di bronzo ammassate all'entrata di al-
cuni di essi. Dopo aver percorso Hammam El-Ain, prese la Rechov Ha-
shalshetlet in direzione del Quartiere Armeno, a ovest, ma all'angolo
dell'edificio Tashtamuriyya girò a sinistra, entrando nel Quartiere Ebraico.
Il brusio delle viuzze arabe svanì, cedendo il posto a qualcosa di diffe-
rente. Gli spazi erano più aperti e tranquilli, quasi bucolici, e non si vedeva
anima viva, si sentiva soltanto l'allegro cinguettio dei passerotti e il placido
rumore delle fronde degli alberi dondolate dal vento. Il visitatore riconob-
be Via Shonei Halaklot e cercò il numero civico che gli interessava. Vici-
no al campanello luccicava una targa dorata, scritta in ebraico, che in basso
riportava la dicitura in inglese, a caratteri più piccoli. "The Jewish Quarter
Kabbalah Center". Spinse il bottone scuro e sentì un elettrico tzzzzzz vibra-
re all'interno. Avvertì dei passi che si avvicinavano e la porta si aprì; un
giovane, con gli occhiali rotondi e la barba rada e molto sottile, lo fissò in-
terrogativo.
«Boker tov» salutò il ragazzo, augurando il buongiorno in ebraico e
chiedendo in cosa poteva essere utile. «Ma uchal laasot lemaancha?».
«Shalom» ricambiò Tomás. Consultò il bloc-notes, in cerca di una frase
che aveva scarabocchiato in hotel per dire che non sapeva parlare ebraico.
«Ehm... einemi yode'a ivrit». Guardò il giovane ebreo, tentando di capire
se aveva compreso le sue parole. «Do you speak english?».
«Ani lo mevin anglit» rispose l'altro, scuotendo la testa.
Era evidente che non conosceva l'inglese. Il portoghese lo osservò inten-
samente, studiando il modo di poter risolvere il problema.
«Ehm... Solomon... ehm...» balbettò, provando a chiedere del rabbino
con cui aveva fissato l'appuntamento. «Rabi Solomon Ben-Porat?».
«Ah, ken» assentì l'israeliano, aprendo la porta e invitandolo a entrare.
«Be'vakasha!».
Il giovane anfitrione lo accompagnò in una piccola sala, decorata con
sobrietà, pronunciò un breve «slach li», facendogli cenno di aspettare, fece
un piccolo inchino e sparì lungo il corridoio. Tomás si mise a sedere su un
divano scuro ed esaminò l'ambiente: i mobili erano di legno scuro e le pa-
reti erano coperte da dipinti raffiguranti caratteri ebraici, sicuramente passi
del Vecchio Testamento. Nell'aria fluttuava un certo profumo di canfora e
di carta vecchia, mischiato all'odore acido della cera e della vernice. Una
finestrella dava sulla strada, ma le tende lasciavano passare solo una luce
diffusa, sufficiente a far brillare i granelli di polvere che ondeggiavano per
la stanza.
Dopo alcuni minuti sentì avvicinarsi delle voci e un uomo corpulento,
robusto nonostante avesse circa settant'anni, apparve sulla porta della salet-
ta. Aveva un tallit di cotone chiaro, attraversato da righe rosse, con delle
frange bianche e celesti che pendevano agli angoli, abbigliamento che, a
quanto pare, indossava dalla shacharit mattutina. Mostrava una folta barba
brizzolata, talmudica, simile a quella di Babbo Natale o di un re assiro, e
uno zucchetto di velluto nero sulla testa calva.
«Shalom aleichem» salutò l'ultimo arrivato, porgendogli la mano con
benevolenza. «Sono il rabbino Solomon Ben-Porat» disse in un inglese
stentato, con un forte accento ebraico. «Con chi ho il piacere di parlare?».
«Sono il professor Tomás Noronha, da Lisbona».
«Ah, professor Norohna!» esclamò con effusione. Si strinsero la mano
con forza.
Tomás notò che la mano del rabbino era forte, sebbene pasciuta, e che
quasi stritolava la sua.
«Na'im le'hakir othca!».
«Come?».
«È un piacere conoscerla» ripeté, questa volta in inglese. «Ha fatto un
buon viaggio?».
«Sì, è andato bene».
Il rabbino gli fece cenno di accompagnarlo e lo guidò lungo il corridoio
in direzione di un'altra stanza, discorrendo su quanto meravigliosi fossero
gli aerei, fantastiche invenzioni che permettevano di viaggiare più veloci
della colomba di Noè. Camminava con un po' di difficoltà, dondolando
l'imponente corpo da una parte all'altra, e l'incedere era così lento che il
percorso diede l'impressione di essere più lungo di quanto non fosse. Giun-
ti in fondo al corridoio, entrarono in quella che sembrava essere una bi-
blioteca, con un grande tavolo di quercia al centro. Il rabbino invitò Tomás
ad accomodarsi su una delle sedie accostate al tavolo e a sua volta si sedet-
te sul lato opposto.
«Questa è la nostra sala riunioni» spiegò, con la voce roca e tonante, con
un suono gutturale; marcando le r del suo inglese ebraizzato, l'espressione
risuonò meeting rrroom. «Prende qualcosa?».
«No, grazie».
«Neanche dell'acqua?».
«Beh... dell'acqua sì, grazie».
Il rabbino guardò verso l'entrata della sala.
«Chaim» chiamò. «Ma'im».
In pochi istanti comparve sulla porta un altro uomo con una caraffa d'ac-
qua e due bicchieri su un piccolo vassoio. Doveva avere circa trent'anni.
Era magro e aveva una lunga barba e ricci capelli scuri, sulla testa portava
uno zucchetto lavorato a maglia. Entrò nella stanza e posò la caraffa e i
bicchieri sul tavolo.
«Questo è Chaim Nasi» disse il rabbino, presentando l'uomo. Sorrise. «Il
principe degli ebrei».
Tomás e Chaim si scambiarono shaloms e una stretta di mano.
«Lei è il professore di Lisbona?» domandò Chaim in inglese.
«Sì».
«Ah!» esclamò. Si capiva che avrebbe voluto aggiungere qualche altra
cosa, ma si trattenne. «Molto bene».
«Anche Chaim è d'origine portoghese» spiegò il rabbino. «Vero,
Chaim?».
«Sì» rispose, abbassando la testa con modestia.
«Ah sì?» si meravigliò Tomás. «Ebreo portoghese?».
«Sì» confermò Chaim.«La mia famiglia è sefardita».
«Sa cos'è un sefardita?» domandò il rabbino.
«No».
«È un ebreo della Penisola Iberica».
«Ah, uno shefardita».
«Sì. Sefarditi o shefarditi è la stessa cosa». Alzò le spalle. «Furono e-
spulsi dalla Penisola Iberica intorno al 5250».
«5250?» si chiese Tomás, senza capire.
«Certo, anno più, anno meno». Fece una pausa, poi spalancò gli occhi
con l'espressione di chi aveva capito, come se si fosse illuminato in quell'i-
stante: aveva compreso lo stupore del portoghese. «Del calendario ebraico,
ovviamente!».
«Ah, bene. Che corrisponderebbe, nel calendario cristiano, alla fine del
XV secolo».
«Probabilmente, ma noi facciamo sempre i conti con il nostro calenda-
rio». Bevve un goccio d'acqua. «Se non mi sbaglio, i sefarditi espulsi am-
montavano, in tutto, a circa duecentocinquantamila. Abbandonarono la
Penisola Iberica e si dispersero in Nord Africa, nell'Impero Ottomano,
nell'America del Sud, in Italia e in Olanda».
«Pensi» lo interruppe Tomás «Espinosa era un ebreo portoghese, e la sua
famiglia fuggì in Olanda».
«Già» assentì il rabbino. «I sefarditi erano molto colti, forse erano i giu-
dei che avevano più competenze. Furono i primi ad andare a vivere negli
Stati Uniti e ancora oggi sono considerati il lignaggio più prestigioso
dell'ebraismo».
Lo storico portoghese si sistemò appoggiandosi sul gomito sinistro.
«Sa, l'espulsione degli ebrei fu una grande sciocchezza, probabilmente
una delle maggiori stupidaggini mai commesse in Portogallo!» esclamò
con sguardo malinconico. «E non solo dal punto di vista umano. La loro
diaspora è direttamente collegata al declino del Paese».
Solomon Ben-Porat si mostrò interessato.
«Ah, sì? In che senso?».
Tomás lo guardò con attenzione.
«Mi dica una cosa. Secondo lei, cos'è che rende ricca una persona o una
nazione?».
«Ehm... i soldi, suppongo. Chi ha denaro è ricco».
«Mi sembra logico» assentì il portoghese. «Ma alcuni anni fa, in Porto-
gallo è stato pubblicato il libro di un professore di Harvard, La Ricchezza e
la Povertà delle Nazioni, che definiva la ricchezza in modo differente. Ad
esempio, possiamo considerare l'Arabia Saudita un Paese ricco? Se ci ba-
sassimo sulla sua definizione sì, poiché ha molto denaro. Ma quando i sau-
diti hanno bisogno di costruire un ponte, che fanno? Chiamano ingegneri
tedeschi. Quando vogliono acquistare un'automobile, a chi si rivolgono? A
Detroit, negli Stati Uniti. Quando desiderano un cellulare, vanno a com-
prarlo in Finlandia. E così via». Fece un cenno in direzione del rabbino,
chiedendo il suo intervento. «Ora, mi dica, cosa succederà il giorno in cui
finirà il petrolio?».
«Quando finirà il petrolio?».
«Sì. Cosa accadrà all'Arabia Saudita quando finirà il petrolio?».
«Chi lo sa!» si mise a ridere il rabbino. «Tornerà a essere un Paese pove-
ro».
Tomás gli puntò contro l'indice con un rapido gesto.
«Esatto. Sarà nuovamente una nazione povera». Aprì le mani, come per
sottolineare l'evidenza di quanto stava per esporre. «Dunque, ciò che costi-
tuisce la ricchezza di un Paese non è il denaro, ma la conoscenza. È la co-
noscenza che genera denaro. Non posso avere il petrolio ma, se so costrui-
re ponti e fare automobili e inventare cellulari, sono in grado di creare una
ricchezza duratura. È questo che rende ricco un individuo o un territorio».
«Capisco».
«Ora, cosa accadde in Portogallo all'epoca delle Scoperte? Il Paese si a-
prì alla conoscenza. L'infante Don Henrique riunì le grandi menti del suo
tempo, portoghesi e straniere. Queste si dedicarono alla progettazione di
nuovi strumenti di navigazione, alla creazione di nuovi tipi d'imbarcazio-
ne, allo sviluppo di armi più sofisticate e fecero anche progressi nel campo
della cartografia. Fu anche un periodo di grande ricchezza intellettuale. Fra
i portoghesi e gli stranieri molti erano cristiani, ma non tutti».
«Alcuni erano ebrei...».
«Precisamente. C'erano degli ebrei fra i cervelli che concepirono le Sco-
perte, e alcuni svolsero un ruolo molto importante. Introdussero nel Paese
nuove conoscenze, aprirono porte, instaurarono contatti, trovarono finan-
ziamenti, indicarono le direzioni da seguire. Mentre i castigliani persegui-
tavano gli ebrei, i portoghesi li accoglievano. Ma, alla fine del XV secolo,
le cose iniziarono a cambiare. Nel 1492 i Re Cattolici espulsero gli ebrei
dalla Spagna e molti cercarono rifugio in Portogallo, sotto la protezione
del re Don João II. Accadde però che il suo successore, Don Manuel I, a
un certo punto iniziò ad alimentare il sogno di diventare re di tutta la Peni-
sola Iberica e di stabilirne la capitale a Lisbona, e cercò a questo scopo di
ingraziarsi i Re Cattolici. Uno dei passi fondamentali del piano era il suo
matrimonio con una figlia dei reali di Spagna, in modo da facilitare un'e-
ventuale unione dinastica, ma la sposa stessa, cattolica intransigente, pose
una condizione all'attuazione del matrimonio».
«Voleva l'espulsione degli ebrei» indovinò il rabbino.
«Proprio così. Non voleva ebrei in Portogallo. In circostanze normali,
Don Manuel avrebbe dato il benservito alla sposa e ai Re Cattolici. Ma
quella non era una situazione normale. Il monarca portoghese voleva esse-
re re dell'intera Penisola Iberica. Di fronte alla clausola imposta dalla futu-
ra sposa, e pressato anche dalla Chiesa portoghese, quello stupido non si
oppose. Tuttavia, tentò un escamotage. Invece di espellere gli ebrei, pensò
di convertirli con la forza. In una gigantesca operazione intrapresa nel
1497, il re li battezzò contro la loro volontà. Furono così cristianizzati set-
tantamila ebrei portoghesi, da allora chiamati cristãos-novos. Ma la mag-
gior parte di essi continuò a professare la religione ebraica in segreto. Co-
me conseguenza, nel 1506 si assisté alla prima strage di ebrei a Lisbona,
un pogrom condotto dalla plebaglia che fece duemila morti. Queste azioni
erano frequenti in Spagna, in cui da molto tempo l'intolleranza si era gene-
ralizzata, ma non in Portogallo. Il risultato fu catastrofico. Gli ebrei inizia-
rono a fuggire dal Paese, portando con sé un prezioso tesoro: le proprie
competenze, la propria curiosità, lo spirito d'inventiva. Questo primo passo
fu seguito, nella decade del 1540, dall'introduzione dell'Inquisizione in
Portogallo, e il disastro fu totale quando, quarant'anni dopo, l'unione dina-
stica tanto sognata da Don Manuel finalmente si concretizzò, ma sotto il
dominio spagnolo. La Spagna portò con sé metodi oscurantisti ancora più
radicali. Il Portogallo si chiuse alle influenze straniere e alla conoscenza. I
testi scientifici furono proibiti, l'istruzione passò sotto l'esclusivo controllo
della Chiesa, il Paese sprofondò nella completa ignoranza. Con la messa al
bando dell'ebraismo, il Portogallo entrò in un periodo di declino che solo
con grandi sforzi riuscì a invertire».
«Questa sì che è una maniera interessante di conoscere la storia di un
Paese» commentò il rabbino con un sorriso. «Attraverso le cattive decisio-
ni».
«Piccole cause producono grandi effetti» osservò Tomás.
Il rabbino mise una mano sulla spalla di Chaim, in segno di affetto, ma
mantenne lo sguardo fisso sul portoghese.
«Il principe degli ebrei discende da una delle più importanti famiglie se-
fardite del Portogallo». Si voltò verso il suo protetto. «Vero, Chaim?».
Chaim fece cenno di sì con la testa, in un gesto di umiltà.
«Sì, signore».
«Come si chiamavano i suoi antenati?» gli chiese Tomás.
«Vuole sapere il nome in portoghese o in ebraico?».
«Ehm... entrambi, direi».
«La mia famiglia adottò il nome Mendes, ma in origine era Nasi. Alcuni
anni dopo l'inizio delle persecuzioni a Lisbona, i miei predecessori fuggi-
rono in Olanda e poi in Turchia. La matriarca della famiglia, Gracia Nasi,
ricorse alla sua influenza sul sultano turco e ai suoi numerosi contatti
commerciali per aiutare i cristãos-novos a fuggire dal Portogallo. Arrivò
persino al punto di tentare un boicottaggio commerciale contro i Paesi che
perseguitavano i giudei».
«La signora Gracia Nasi diventò famosa presso il nostro popolo» ag-
giunse il rabbino. «Il poeta Samuel Usque le dedicò un libro in portoghese,
Consolaçam às Tribulações de Ysrael, e la consacrò come "cuore dei giu-
dei"».
«Anche il nipote di Gracia, José Nasi, fuggì da Lisbona a Istanbul» spe-
cificò Chaim, riprendendo il racconto. «José divenne un banchiere e uno
statista famoso, entrò in amicizia con molti sovrani europei e fu scelto co-
me consigliere dal sultano, che lo nominò duca. Furono José e Gracia ad
assumere il controllo di Tiberiade, qui in Israele, incentivando gli altri giu-
dei a stabilirsi in questo territorio».
Tomás sorrise.
«Lei sta insinuando che furono due giudei portoghesi, suoi predecessori,
che iniziarono il conflitto in Medio Oriente?».
Anche i due israeliti si lasciarono sfuggire un sorriso.
«Dipende dal punto di vista» considerò Chaim, lisciandosi la barba ric-
cioluta. «A me piace pensare che furono gli strumenti con cui Dio ha volu-
to restituirci la Terra Promessa».
«E lei non conosce la parte migliore» aggiunse il rabbino. «José Nasi di-
ventò così ricco, ma così ricco che ancora oggi è noto come il principe de-
gli ebrei». Alzò un dito. «Era principe anche perché la parola nasi in ebrai-
co significa principe». Accarezzò Chaim sulla testa. «È per questo motivo,
per il fatto di essere discendente della famiglia di José e di portare il nome
Nasi, che io chiamo Chaim "principe degli ebrei"».
«Questa è stata una perdita per il mio Paese» osservò Tomás. «Immagi-
nate cosa avremmo fatto se la famiglia di Chaim fosse rimasta in Portogal-
lo?».
Solomon guardò il grande orologio da parete appeso in biblioteca.
«Questa e molte altre famiglie» commentò malinconicamente. Respirò a
fondo. «Noi continuiamo a parlare e parlare e ancora non abbiamo toccato
l'argomento del nostro incontro, giusto?».
Ora spettava a Tomás prendere la sua vecchia ventiquattrore e tirare fuo-
ri un mazzo di fotocopie.
«Molto bene!» esclamò. «Come le ho spiegato al telefono, ho bisogno
del suo aiuto per analizzare questi documenti». Appoggiò i fogli sul tavolo
e li spinse verso il rabbino, attirando l'attenzione su uno di essi in partico-
lare. «Fra tutti questo è il più intrigante».
Solomon indossò dei piccoli occhiali e si curvò sulla fotocopia, studian-
do le lettere e i segni lì riprodotti.
«Che cos'è?» domandò il rabbino, senza distogliere lo sguardo dal fo-
glio.
«La firma di Cristoforo Colombo».
L'anziano ebreo accarezzò la sua folta barba bianca, pensieroso; si tolse
gli occhiali e fissò Tomás.
«Ci sarebbe molto da dire su questa firma» commentò.
Il portoghese scrollò la testa in senso affermativo.
«È quello che penso anch'io» convenne. «Crede abbia a che fare con la
Cabala?».
Solomon inforcò di nuovo gli occhiali e studiò il foglio.
«È possibile, è possibile» assentì dopo alcuni istanti. Posò la fotocopia
sul tavolo, si inumidì le sottili labbra con le dita, ragionando in silenzio sui
possibili significati racchiusi da quel sistema di lettere e segni, e sospirò.
«Ho bisogno di qualche ora per consultare dei libri, parlare con alcuni a-
mici e analizzare meglio questa firma». Guardò l'orologio sulla parete.
«Sono le undici... ehm... mi lasci pensare... vada a fare una passeggiata e
ritorni verso le... ehm... le cinque del pomeriggio, può andar bene?».
«Certamente».
Tomás s'alzò e il rabbino fece un cenno a Chaim.
«Chaim verrà con lei. È una buona guida e l'accompagnerà attraverso la
Città Vecchia». Lo salutò con un cenno della mano. «Lehitra'ot».
Dimenticandosi immediatamente dei due uomini che stavano uscendo
dalla sala, come se non fossero altro che fantasmi che si volatilizzavano
nell'aria, l'anziano cabalista si immerse nello studio del foglio e si concen-
trò sui misteri della firma di Cristoforo Colombo.

Lungo la via l'aria era fresca e secca, nonostante il forte sole che batteva
sulle case e le piazzette del Quartiere Ebraico. Uscendo dall'edificio, To-
más si allacciò il cappotto e seguì Chaim.
«Cosa le piacerebbe visitare?» chiese l'israelita.
«Le tappe d'obbligo in queste occasioni, credo. Il Santo Sepolcro e il
Muro del Pianto».
«Dove vuole andare prima?».
«Qual è il più vicino?».
«Il Muro Occidentale» rispose Chaim, indicando verso destra. «È a circa
cinque minuti da qui».
Decisero di partire dal muro sacro agli ebrei. Girarono verso sud, presero
la Yeshivat Etz Chaim fino a Piazza Hurva. Questo era il primo spazio
ampio che Tomás incontrava nella Città Vecchia. Caffè, bar all'aperto, ne-
gozi di souvenir e alcuni alberi riempivano la piazza dominata dalle quat-
tro sinagoghe sefardite, costruite dagli ebrei spagnoli e portoghesi nel XVI
secolo, dalle rovine della sinagoga di Hurva e dall'esile minareto della di-
strutta Moschea di Sidna Omar. I due uomini svoltarono verso est, passan-
do sotto gli archi della movimentata Tiferet Yisrael, e zigzagarono in un
labirinto di viuzze piene di botteghe.
«Pensa che il rabbino riuscirà a decifrare la firma?» chiese Tomás,
camminando al fianco di Chaim, guardandosi intorno.
«Chi? Il maestro Solomon?».
«Sì. Crede che riuscirà a scoprire il vero significato cabalistico di quel
documento?».
«Il maestro Solomon Ben-Porat è uno dei migliori cabalisti al mondo. Le
persone vengono da ogni parte per chiedere il suo aiuto nel decifrare i se-
greti della Torah. Sa, non è mica un Chelmer chochem».
«Un Chelmer che?».
«Chelmer chochem».
«Che significa?».
«Chelmer chochem?. Vuol dire "uomo saggio di Chelm"».
Tomás guardò il suo accompagnatore con espressione interrogativa.
«Il rabbino Solomon non è un uomo saggio?».
«Certo, lo è» disse Chiam. Rise. «Ma non è un saggio di Chelm».
Il portoghese non capì la battuta.
«Non è un saggio di Chelm? Che cosa intende?».
«Scusi, è un nostro modo di dire» spiegò l'ebreo, divertito. «Chelm è una
città della Polonia i cui abitanti sono oggetto di scherno tra gli ebrei. Gli
inglesi non raccontano forse barzellette sugli irlandesi? I francesi non si
divertono alle spalle dei belgi? Noi invece raccontiamo aneddoti sui saggi
di Chelm. Diciamo che una persona è un saggio di Chelm quando ha idee
assurde».
«Ah sì? Un esempio?».
«Allora, una volta un rabbino di Chelm promise che avrebbe fatto finire
la povertà nella città. "D'ora in avanti" disse "i poveri si riempiranno di
carne e i ricchi dovranno accontentarsi del pane". "In che modo?" chiesero
i fedeli, meravigliati dal progetto. "Il maestro come compirà un simile mi-
racolo?". Il rabbino rispose: "Semplice, a partire da ora chiameremo carne
il pane e pane la carne"».
Entrambi scoppiarono a ridere.
«In Portogallo usiamo l'espressione esperteza saloia47» commentò To-
más. «Altri esempi?».
«Ah, le storie di Chelm sono infinite» osservò Chaim. «Una volta i saggi
ebrei si riunirono per discutere quale fosse la stella più importante, tra Lu-
na e Sole. Il rabbino di Chelm non ebbe dubbi. "La Luna" disse lui. "Ah
sì?" si meravigliarono gli altri rabbini. "Per quale motivo?". Il rabbino di
Chelm fu perentorio. "Chi ha bisogno del Sole durante il giorno? Abbiamo
bisogno della luce della Luna di notte, quando è tutto buio"».
Nuove risate.
«Voi raccontate molte barzellette?».
«Sì, molte».
«Sui saggi di Chelm?».
«Ehm... sì, anche se, a pensarci bene, le raccontiamo soprattutto su noi
stessi. Adoriamo scherzare su noi stessi, sulle nostre caratteristiche, sulla
nostra mentalità». Alzò la mano, come se dovesse fare un avviso. «Ma, at-
tenzione, non ci piace se lo fanno gli altri».
«Succede anche con i portoghesi» rise Tomás. «Un portoghese che parla
male di un altro va bene. Ma se lo fa uno straniero allora dà fastidio».
«Ah, non dubiti, lo avete ereditato da noi» commentò Chaim. «Sa, ci
piace scherzare soprattutto su una cosa. Sullo chutspah dei giudei».
«Che cos'è?».
«Lo chutspah? È... ehm... non saprei, è una specie di sfrontatezza, un'in-
solenza di cui solo gli ebrei sono capaci. Ad esempio, un ebreo fu proces-
sato in tribunale per aver ucciso i genitori. Da buon ebreo, e quindi dotato
di molto chutspah, arrivò al punto d'implorare la clemenza del giudice, ad-
ducendo di essere orfano di padre e di madre».
Ancora risate.
Passarono attraverso la sinagoga Yeshivah e una vasta piazza si aprì da-
vanti a loro. In fondo ad essa si ergeva un alto muro, con enormi blocchi di
pietra calcarea, alla cui base file di ebrei con il kipah sulla testa si dondo-
lavano avanti e indietro, vicino alla gigantesca parete dall'aspetto vecchio e
rude. L'area delle preghiere era protetta da un recinto ornamentale, formato
da grandi massi con una menorah in ferro battuto in alto, e delle transenne
metalliche collegate le une alle altre con una catena nera. Questa barriera
separava lo spazio riservato alla preghiera dal resto della piazza.
«Il Kotel Hamaaravi» annunciò Chiam. «Il Muro Occidentale».
Tomás rimase un istante a contemplare la scena, l'aveva vista tante volte
in televisione o sui giornali.
«Perché questo è il luogo più sacro per l'ebraismo?» domandò il porto-
ghese.
Chaim indicò una cupola dorata che brillava sul monte al di là del muro.
«Tutto è cominciato lassù, sotto quella cupola d'oro. Essa protegge la
pietra su cui il patriarca Abramo, obbedendo a un ordine di Dio, stava per
immolare il figlio Isacco. All'ultimo momento, però, un angelo gli fermò il
braccio. Questa roccia si chiama even hashetiah ed è la pietra cardine del
mondo, la pietra primordiale, quella su cui successivamente poggiò l'Arca
dell'Alleanza. Quest'altura, sulla quale si trova la roccia a cui Abramo legò
il figlio, è il Monte Moriah, il monte del Tempio, così chiamato perché fu
qui che il re Salomone eresse il primo Tempio. Ma, quando Salomone mo-
rì, vari conflitti portarono alla divisione della nazione giudaica che, dopo
essere stata sconfitta dagli Assiri, fu schiavizzata dai Babilonesi, i quali di-
strussero il sacro edificio. I Babilonesi furono poi battuti dai Persiani e ai
Giudei fu concesso di ritornare nelle proprie terre. Allora fu costruito un
secondo Tempio. Il passaggio di Alessandro Magno in questi luoghi pose
le basi per il periodo di dominazione greca in Medio Oriente, più tardi so-
stituita da quella romana. Seppure controllando la situazione, i Romani
permisero ai Giudei di essere governati dai loro re. Fu così che, poco pri-
ma della nascita di Gesù, il Nazareno, il re Erode ampliò il Tempio e co-
struì una grande muraglia esterna, della quale fa parte il Muro Occidentale,
l'unico sopravvissuto. Ma, nell'anno 66 del calendario cristiano, gli Ebrei si
ribellarono contro la presenza romana, dando inizio alle cosiddette guerre
giudaiche. Come risposta, i Romani conquistarono Gerusalemme e nel 68
demolirono il Tempio, episodio questo che si rivelò profondamente trau-
matico per la nostra nazione». Fece un gesto in direzione dell'imponente
muraglia. «È per questo che il Muro Occidentale è anche conosciuto come
Muro del Pianto. Gli ebrei vengono qui per piangere la distruzione del
Tempio».
Entrarono nella grande piazza e camminarono in direzione del muro.
Tomás osservò la sua superficie ruvida, dalla quale spuntavano, qua e là,
ciuffi verdi di giusquiano e, in cima, tra le crepe della roccia, tracce di
bocca di leone. Le pietre alla base erano enormi, chiaramente appartenenti
alla muraglia originale, mentre quelle in alto, molto più piccole, rivelavano
successivi interventi. Nelle fessure intravide anche due nidi, probabilmente
delle rondini o dei passerotti che volavano sulla piazza, rallegrandola con
un delizioso duello di celestiali cinguettii e gorgheggi.
«Ma perché il Tempio è così importante per voi?» domandò il visitatore,
fermandosi al centro della piazza per osservare il muro.
«Il Tempio è sacro».
«Ma perché?».
«Il Tempio era il centro dell'universo spirituale, il luogo attraverso il
quale la bontà penetrava nel mondo. In questo posto c'era rispetto per Dio
e per la sua Torah. Fu qui che Abramo quasi sacrificò Isacco e che Gia-
cobbe sognò una scala che raggiungeva il cielo. Quando i Romani rasero al
suolo il Tempio, gli angeli scesero sulla Terra, coprirono con le loro ali
questa parte di muro e la protessero, dicendo che non sarebbe mai stata di-
strutta. È per questo che i profeti affermano che la presenza divina non ab-
bandonerà mai le ultime vestigia del Tempio, il Muro Occidentale. Mai.
Secondo loro, il muro non verrà mai abbattuto e sarà sacro in eterno». In-
dicò le enormi pietre della parte basse del muro. «Vede quelle? La maggio-
re pesa quattrocento tonnellate. Quattrocento. È la pietra più grande che sia
mai stata trasportata dall'uomo. Non esistono pietre di simile grandezza nei
monumenti antichi della Grecia o nelle piramidi dell'Egitto, e neanche nei
moderni edifici di New York o Chicago. Non c'è nessuna delle moderne
gru che abbia la forza di sollevare questo masso, basta guardarlo». Respirò
profondamente. «Il Talmud insegna che, quando il Tempio fu distrutto,
Dio chiuse tutte le porte del Cielo. Tutte, tranne una. La Porta delle Lacri-
me. Il Muro Occidentale è il luogo dove gli ebrei vengono a piangere, è
qui la Porta delle Lacrime, il luogo dei lamenti. Tutte le preghiere fatte da-
gli ebrei di tutto il mondo convergono sul Muro Occidentale ed è in questo
punto che, attraverso la Porta delle Lacrime, ascendono al cielo e arrivano
a Dio. Il midrash afferma che Dio non si allontana mai da questo muro. Il
Cantico dei Cantici canta la Sua presenza, intonando: "Eccolo, Egli sta
dietro il nostro muro"48».
«Ma se il Tempio è tanto importante, per quale ragione non lo ricostrui-
scono?».
«La ricostruzione inizierà con l'arrivo del Messia. Il Terzo Tempio sarà
edificato esattamente nel luogo in cui eressero il primo e il secondo. Il mi-
drash dice che questo Terzo Tempio è già stato eretto in cielo e sta solo
aspettando di scendere sulla Terra. Tutto indica che questo momento si sta
avvicinando. Un segno molto forte è il ritorno del popolo ebraico nella
Terra Promessa. Il Messia costruirà il Tempio sul monte Moriah, il monte
del Tempio».
«E come riconoscerete il Messia da un impostore?».
«Proprio dalla ricostruzione del Tempio. Una prova che il Messia è il
vero Messia è il suo impegno per far rivivere il Tempio».
«Ma lì ci sono la Moschea di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia!» obiet-
tò, puntando il dito verso le volte islamiche al di là della muraglia. «Affin-
ché voi possiate costruire il terzo Tempio, dovranno distruggere le mo-
schee, che sono fra le più sacre dell'Islam, e tutto ciò che si trova lì intorno.
Ora, l'Haram El-Sharif è un'area venerata dai musulmani. Come pensa che
reagiranno?».
«Il problema sarà risolto da Dio e dal suo intermediario, il Messia».
Il portoghese fece una smorfia carica di scetticismo.
«Staremo a vedere» commentò. Guardò il Monte Moriah e accennò un
movimento nella stessa direzione. «Chaim, mi spiega perché, con tutte le
montagne che ci sono qui, gli ebrei e i musulmani hanno scelto esattamen-
te lo stesso monte come luogo di culto?».
«La risposta va ricercata nella storia, chiaramente. I Romani espulsero
gli Ebrei da Gerusalemme e perseguitarono intensamente anche i Cristiani.
Finché, nel IV secolo della vostra era, l'imperatore romano Costantino si
convertì al cristianesimo. La madre di Costantino, Elena, venne a Gerusa-
lemme e fece costruire le prime chiese cristiane nelle zone legate alla vita
del Nazareno. Gerusalemme riconquistò la sua importanza. Nel 614, l'eser-
cito persiano invase questa regione e, con l'appoggio degli Ebrei, massacrò
i Cristiani. I Bizantini occuparono di nuovo la Palestina nel 628, lo stesso
anno in cui un esercito guidato dal profeta Maometto prese La Mecca e
diede vita a una nuova forza religiosa, l'Islam. Dieci anni dopo, Maometto
era già morto, il suo successore, il califfo Omar, sconfisse i Bizantini e
conquistò la Palestina. Siccome l'Islam riconosce Abramo e il Vecchio Te-
stamento, i suoi seguaci considerarono Gerusalemme come luogo sacro.
Per giunta, i Musulmani credevano che Maometto, anni prima, fosse salito
al cielo dalla even hashetiah, la pietra sulla quale Abramo aveva quasi sa-
crificato il figlio e su cui gli ebrei avevano costruito i loro templi. Le ma-
cerie lasciate dai Romani sul monte Moriah furono tolte e i Musulmani e-
ressero in quel punto i loro santuari, la Cupola della Roccia, nel 691, e la
Moschea di Al Aqsa, nel 705, integrati nel perimetro sacro di Haram El-
Sharif». Con un ampio movimento del braccio, mostrò tutta la spianata ol-
tre il Muro del Pianto, inclusa la Cupola dorata che brillava al sole, sulla
sinistra, come fosse la corona reale della Città Vecchia. «A Cristiani ed
Ebrei fu proibito di oltrepassare questo perimetro costruito sul Monte Mo-
riah, ma continuarono a vivere a Gerusalemme. Seguì un periodo di convi-
venza relativamente tollerante, finché nell'XI secolo i Musulmani cambia-
rono politica e proibirono l'accesso dei Cristiani e dei Giudei a Gerusa-
lemme. Fu l'inizio di tutti i problemi. L'Europa cristiana reagì male e subi-
to bandì le crociate. I Cristiani riconquistarono Gerusalemme e costituiro-
no persino un ordine religioso con il nome del Tempio».
«L'Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio del Re Salomo-
ne».
«Esatto. I cavalieri dell'Ordine del Tempio, conosciuti anche come
Templari. Rimasero installati qui nell'Haram El-Sharif e si misero a fare
delle ricerche. Si sa che trovarono importanti reliquie, ma si ignora quali
siano. C'è chi parla della scoperta dell'Arca dell'Alleanza e del santo calice
usato dal Nazareno durante l'ultima cena, nel quale fu raccolto il Suo san-
gue mentre stava morendo sulla croce».
«Il Santo Graal».
«Precisamente. E c'è chi afferma che sia stato ritrovato persino il Santo
Sudario, il lenzuolo che si suppone essere stato usato per coprire il corpo
del Nazareno dopo la crocifissione. Sono misteri che devono ancora essere
svelati e che contribuirono a trasformare il Monte Moriah in un luogo im-
portante anche per i cristiani».
I due uomini s'avvicinarono alla zona delle preghiere. Restarono a os-
servare i fedeli che si lavavano le mani in una bacinella, concentrati nelle
abluzioni per rimuovere le impurità prima di andare a pregare vicino al
muro, e la mechitzah, che separava l'area maschile, quella sinistra, dalla
zona femminile. Davanti alla muraglia, gli uomini da una parte e le donne
dall'altra muovevano la testa e il busto in una preghiera ritmata, avanti e
dietro, in alcuni casi tenendo un piccolo libro tra le mani.
Poi fecero mezzo giro e svoltarono all'angolo nord della piazza, pren-
dendo la Hashalshet in prossimità della Biblioteca Khalidi, nella quale è
sepolto il brutale emiro tartaro Barka Khan, e proseguirono fino a Via Da-
vid. Avevano fame, erano già passate le due del pomeriggio. Chaim portò
il suo invitato in un ristorante del tranquillo Quartiere Giudeo. Iniziarono
con un piatto di houmous, preparato con carne tritata su pasta di grano, o-
lio, aglio e limone, e di tabuleh, un impasto di frumento con piccoli pezzi
di menta, prezzemolo, cipolla, pomodoro, cetrioli sottolio e limone. Come
portata principale chiesero due kebab nella pita, conditi con salsa piccante
harif che l'israelita bagnò con del vino rosso locale, un kibbntz Tsora un
po' pesante, mentre Tomás decise di provare la birra ebrea più consumata
da quel popolo, la Maccabee. Chaim spiegò che, a differenza dei musul-
mani, gli ebrei erano incoraggiati a bere vino. Nella festa di Prim, per e-
sempio, erano esortati a bere alcool fino a ubriacarsi, cioè quando non riu-
scivano più a capire chi era l'eroe e chi il bandito della storia di Esther.
Come dessert, il portoghese provò una baklava, delicati dolcetti ripieni di
noci e pistacchi tuffati nel miele, mentre Chaim optò per una halvah, un
dolce fatto con granelli di sesamo. Il pasto fu completato con un katzar, un
caffè forte servito in bricchi di rame.
Aiutarono la digestione percorrendo tranquillamente Via David, che se-
para il Quartiere Armeno da quello Cristiano, ammirando quell'atmosfera
da allegro bazar, pieno di negozi di abbigliamento, tappeti, cianfrusaglie e
statuette religiose scolpite su legno d'ulivo, che attirava così bene l'interes-
se dei turisti e la devozione dei pellegrini. Poco prima della movimentata
Porta di Jaffa e della Cittadella girarono a destra in Via Muristan, animata
da negozi di pellami, e finalmente entrarono nel Quartiere Cristiano. Pas-
sarono attraverso la struttura neoromanica della Chiesa del Redentore e si
ritrovarono nel Souk El-Dabbagha, dove girarono a sinistra fino ad avere
di fronte l'edificio scuro e inquietante della Chiesa del Santo Sepolcro. Un
arabo si offrì di far loro da guida ma Tomás, presentendo qualche inganno,
rifiutò.
Salirono gli scalini dell'entrata e, dopo aver superato le porte ad arco,
sorrette da pilastri di marmo, voltarono a destra e si diressero al Calvario,
il grande rilievo roccioso su cui i romani crocifissero Cristo. La pietra del
monte era nascosta dalla struttura di due cappelle. La cappella latina, sulla
destra, corrispondeva alla decima e all'undicesima stazione, il luogo in cui
gli esecutori inchiodarono Gesù alla croce; di fianco, un arco segnava la
Stabat Mater, dove Maria pianse ai piedi del figlio morente. La cappella
ortodossa, dall'altro lato, indicava il punto in cui venne innalzata la croce;
due pannelli di vetro, collocati a lato dell'altare, lasciavano vedere la su-
perficie irregolare che emergeva dal pavimento.
«Impressionante!» commentò Tomás a voce bassa, piegandosi per os-
servare meglio la pietra su cui avvenne la crocifissione. «Questo è il luogo
esatto dove morì Gesù».
«Non è necessariamente il punto esatto» ribatté Chaim, per nulla im-
pressionato da quel luogo di culto cristiano.
«No?».
«Si ricorda che abbiamo parlato di Costantino, l'imperatore dell'Impero
Romano d'Oriente che si era convertito al cristianesimo?».
«Sì».
«Nel 325 Costantino convocò un concilio ecumenico per discutere della
natura della Santa Trinità. In quell'occasione era presente il patriarca di
Gerusalemme, il vescovo Macario, che convinse la madre di Costantino,
Elena, a venire in Terra Santa per localizzare i luoghi in cui era passato il
Nazareno, da tempo trascurati. Elena raggiunse il figlio e individuò, ap-
prossimativamente, la grotta in cui nacque Gesù, a Betlemme, e la grotta
del Monte degli Ulivi, nella quale profetizzò la distruzione di Gerusalem-
me. La donna arrivò alla conclusione che il Golgota, la grande roccia su
cui egli era stato crocifisso, si trovava sotto i templi pagani costruiti
dall'imperatore Adriano, duecento anni prima, a nordovest della Città Vec-
chia».
«Golgota?».
«È il nome ebraico di pietra, significa il luogo del teschio. In latino si di-
ce Calvario». Esitò. «Dov'ero rimasto?».
«Al punto in cui Elena scoprì che il Calvario si trovava sotto ai templi
romani».
«Ah, giusto. La madre di Costantino fece radere al suolo i templi, ordinò
che parte della pietra sottostante fosse distrutta e che in quel luogo venisse
edificata una basilica. Elena stabilì, in modo del tutto arbitrario, quali era-
no i punti esatti dove Gesù era stato preparato all'esecuzione, dove fu in-
chiodato alla croce e dove questa fu eretta. Ad essi corrispondono la deci-
ma, l'undicesima e la dodicesima stazione. Tuttavia agì per supposizione, e
la verità è che non abbiamo l'assoluta certezza che questa pietra, che si tro-
va sotto alla basilica, sia proprio il Golgota, sebbene tutto ci porti in questa
direzione. Dai racconti degli Evangelisti sappiamo che Gesù fu crocifisso
su una pietra situata fuori dalle antiche mura della città, ai piedi di un pic-
colo monte con grotte usate come catacombe, e tutto ciò che si può dire è
che le ricerche archeologiche dimostrano che questo luogo corrisponde e-
sattamente alla descrizione».
Ebbero ancora il tempo di mettersi in fila per entrare nel Santo Sepolcro,
la zona della catacomba in cui si suppone fu deposto il corpo di Cristo do-
po la morte e che ora è nascosta all'interno di un santuario eretto al centro
della Rotonda. Questo maestoso salone circolare è costruito, in stile roma-
no, proprio in prossimità della bianca cupola dorata della basilica, e alcune
gallerie, nel patio e al primo piano, circondano la piccola struttura funebre.
Chaim, da buon ebreo, si rifiutò di entrare e preferì rimanere ad apprezzare
il Catholicon, la vicina cupola che copre la navata centrale della chiesa dei
crociati e che è considerata il centro del mondo dalla Chiesa Ortodossa.
Quando fu il suo turno, Tomás abbassò la testa, attraversò il piccolo pas-
saggio e osservò la stanza calda e umida del Santo Sepolcro. Guardò con
inatteso rispetto la lastra di marmo che copre il punto in cui si ritiene sia
stato adagiato il corpo di Gesù, contemplando i bassorilievi che decorano
la claustrofobica cripta funebre e che riproducono una scena della Resurre-
zione. Rimase lì solo alcuni secondi, tanto forte era la pressione esercitata
dalle altre persone che attendevano in fila per poter prendere il suo posto.
All'uscita, l'israelita lo aspettava con il polso in bella vista, a mostrare l'o-
rologio, e indicò l'ora.
«Sono le quattro e mezza» disse. «Dobbiamo tornare».

Solomon Ben-Porat, con la sua massiccia presenza, stava con le spalle


rivolte alla porta, lo zucchetto ben visibile sulla testa calva, e parlava con
un uomo magro e scarno, dagli occhi piccoli, la barba nera lunga e a punta,
vestito con un bekeshe, uno scuro abito chassidico. Il rabbino, seduto su
una sedia, avvertendo la presenza degli ultimi arrivati si voltò, e la sua fol-
ta barba grigiastra lasciò intravedere un sorriso di soddisfazione.
«Ah!» esclamò. «Ma shlomcha?».
«Tov» rispose Chaim.
«Entrate, entrate» li esortò Solomon in inglese, facendo cenno con le di-
ta della mano sinistra. «Professor Noronha» disse, caricando molto le erre,
come sempre, tanto che l'invito risuonò come Prrrofessorrr Noronha. Si
rivolse all'uomo seduto al suo fianco. «Mi permetta di presentarle un mio
amico, il rabbino Abraham Hurewitz».
L'uomo magro si alzò e accolse Tomás e Chaim.
«Na'im Me'od» salutò.
«Il rabbino Hurewitz è venuto a darmi una mano» spiegò Solomon,
mentre si accarezzava distrattamente la barba. «Sa, ho studiato i documenti
che mi ha dato e ho telefonato ad alcuni amici. Ho scoperto che il rabbino
Hurewitz aveva studiato, una volta, i testi di Cristoforo Colombo, in parti-
colare il Libro delle Profezie e il suo diario, e si è dimostrato disponibile a
darle tutte i chiarimenti necessari».
«Ah, molto bene» affermò Tomás, esprimendo tutto il suo apprezzamen-
to, senza distogliere lo sguardo da Hurewitz.
«Ma, per prima cosa, credo sia importante fare una nota introduttiva».
Solomon Ben-Porat scrutò Tomás con curiosità. «Professor Noronha, scusi
la domanda, ma cosa sa della Cabala?».
«Ehm... molto poco, credo» tentennò nella risposta, mentre preparava il
suo vecchio bloc-notes per trascrivere tutto ciò che stava per essere detto.
«Ho alcune nozioni generali, ma niente di approfondito, questa è la prima
volta che in una ricerca ho a che fare con la Cabala».
«Right!» assentì Solomon, pronunciando rrright con il suo abituale suo-
no gutturale. «Deve sapere, professor Noronha, che la Cabala racchiude la
codificazione simbolica dei misteri dell'universo che hanno al centro Dio.
Il termine Cabala deriva dal verbo lecabel, cioè ricevere. Si tratta di un si-
stema di trasmissione e ricezione, un metodo d'interpretazione, uno stru-
mento per decifrare il mondo, la chiave che permette di accedere ai disegni
di Colui che non ha nome». Solomon parlava con grande eloquenza, len-
tamente e con voce e profonda, come se fosse Mosè e stesse enunciando i
Dieci Comandamenti. «C'è chi afferma che la Cabala risale al primo uomo,
Adamo. Altri fanno risalire la sua origine al patriarca Abramo, nonostante
molti sostengano che il primo cabalista sia stato Mosè, il presunto autore
del Torat Mosheh, il Pentateuco. Ma, per quanto ne sappiamo, questa for-
ma di conoscenza mistica iniziò a essere ordinata solo più tardi». Abbassò
il tono di voce e assunse un atteggiamento più confidenziale, come se non
volesse far sentire a Dio la frase successiva. «Per renderle più facile la
comprensione, professore, farò tutti i riferimenti cronologici utilizzando il
vostro calendario cristiano». Si alzò. «Le prime tracce sistematizzate di
Cabala risalgono al I secolo a.C, e questo sistema, nei secoli, passò attra-
verso sette fasi. La prima fu la più lunga e si protrasse fino al X secolo.
Questa tappa iniziale fu dominata dalla meditazione come mezzo per rag-
giungere l'estasi spirituale che permette di accedere ai misteri di Dio, e le
opere cabalistiche ad essa riconducibili descrivono i piani superiori dell'e-
sistenza. La seconda fase si manifestò tra il 1150 e il 1250 in Germania,
con la pratica dell'ascetismo assoluto, in cui il saggio rinunciava alle cose
mondane e praticava un altruismo estremo. La fase successiva arrivò sino
al XIV secolo e segnò la nascita della Cabala profetica, grazie soprattutto
al lavoro di Abraham Abulafia. Fu in questo momento che si svilupparono
i metodi di lettura e interpretazione della natura mistica dei testi sacri, con
l'introduzione della combinazione delle lettere ebraiche e dei nomi di Dio.
La quarta fase occupò tutto il Trecento e fu all'origine della più importante
opera mistica del cabalismo, il Sefer HaZohar, o Libro dello Splendore.
Questo ricchissimo testo apparve nella Penisola Iberica alla fine del XIII
secolo ed è attribuito a Mosé de León».
«Di che parla?».
«Il Sefer HaZohar? È un'imponente opera sulla Creazione e sulla com-
prensione occulta dei misteri dell'universo e di Dio». Affinò la voce, ac-
cingendosi a riprendere la narrazione. «Anche la quinta fase ebbe inizio
nella Penisola Iberica, con il divieto dell'ebraismo in Spagna, nel 1492, e
in Portogallo, nel 1496. Il suo maggior esponente fu Isaac Luria, il quale,
nello sforzo di trovare una spiegazione mistica alle persecuzioni, elaborò la
teoria dell'esilio, accostando la Cabala al messianesimo, nella speranza di
una redenzione collettiva. Pertanto, la sesta tappa, tra il XVII e il XVIII
secolo, fu caratterizzata dallo pseudomessianesimo, che diede origine a
molti errori e aprì la strada alla settima e ultima fase, quella dell'hassidi-
smo, proveniente dall'Europa Orientale, che si sviluppò come reazione al
messianesimo. Il movimento hassidico, guidato da Israel Baal Shem-Tov,
riuscì a rendere popolare la Cabala, rendendola meno ermetica ed elitaria,
e permise che i suoi concetti fossero più accessibili alla comprensione co-
mune».
«E per quanto riguarda il conteggio delle lettere e l'Albero della Vita?»
domandò Tomás, mentre prendeva velocemente appunti sul suo bloc-
notes. «Dove si collocano?».
«Professor Noronha, sta parlando di due cose differenti» spiegò Solo-
mon. «Quello che lei chiama conteggio delle lettere è, presumo, la gema-
tria. Questa tecnica consiste nell'ottenere un valore numerico dopo aver as-
sociato un numero a ogni lettera dell'alfabeto ebraico. Nella gematria, le
prime nove lettere si associano alle nove unità, le nove lettere successive
corrispondono alle decine e le quattro restanti rappresentano le prime quat-
tro centinaia». Aprì le mani in un ampio movimento, come ad abbracciare
tutta la Creazione. «Dio creò l'universo con i numeri e ogni numero rac-
chiude un mistero e una rivelazione. Tutto ciò che esiste nell'universo è le-
gato a un sistema di cause ed effetti e forma un'unità che si moltiplica
all'infinito. I matematici, oggigiorno, usano la teoria del caos per spiegare
il complesso funzionamento delle cose, mentre i fisici optano per il princi-
pio dell'incertezza per giustificare lo strano comportamento delle micro-
particelle nello stato quantico. Noi cabalisti preferiamo la gematria. Più di
duemila anni fa, tra il II e il VI secolo dell'era cristiana, spuntò un'opera
enigmatica e metafisica intitolata Sefer Yetzirah, o Libro della Creazione,
nella quale era descritto il modo in cui Dio dette vita al mondo usando
numeri e parole. Così come i matematici e i fisici di oggi, il Sefer Yetzirah
sosteneva che era possibile penetrare nel divino potere creatore attraverso
la comprensione dei numeri. In fondo, la gematria consiste in questo. Tale
sistema attribuì un potere creatore alla parola e ai numeri, partendo dal
principio che l'ebraico era stata la lingua utilizzata da Dio nell'atto della
Creazione. I numeri e l'ebraico hanno una natura divina. Attraverso la ge-
matria è possibile trasformare le lettere in numeri e fare scoperte molto in-
teressanti». Le parole suonarono come verrry interrresting discoverrries, e
conferirono un tono misterioso alla frase. «Ad esempio, la parola ebraica
shanah, anno, è uguale a 335, che coincide esattamente con il numero dei
giorni dell'anno lunare. E berayon, gravidanza, corrisponde a 271, cioè l'e-
quivalente, in termini di giorni, di nove mesi, il periodo di durata della
gravidanza».
«Come se fosse un anagramma».
«Precisamente, un anagramma divino di numeri e parole. Vediamo altri
esempi. Nella gematria, av, padre, equivale a 3, ed em, madre, dà 41. Ora,
3 più 41 fa 44, che corrisponde al numero che si ottiene con la parola ieled,
figlio. Dall'unione del padre e della madre nasce il figlio. Uno dei nomi di
Dio, Elohim, vale 86 così come la parola natura, hateva. Pertanto, Dio è
natura».
«Curioso».
«Ma ancora più curioso, professor Noronha, è quanto risulta dall'appli-
cazione della gematria alle Sacre Scritture. Fra i vari nomi di Dio, c'è quel-
lo di Ihvh Elohei Israel, che equivale a 613. Anche Mosheh Rabeinu, il no-
stro maestro Mosè, vale 613. Ora, 613 è il numero dei comandamenti della
Torah. Questo significa che Dio consegnò a Mosè le 613 leggi della To-
rah». Accennò un movimento circolare con le mani. «Le Sacre Scritture
hanno una complessità olografica, all'interno del testo si moltiplicano vari
significati. Facciamo un altro esempio. La Genesi racconta che Abramo
guidò 318 servi in battaglia. Ma i cabalisti, studiando il valore numerico
del nome del suo servo Eliezer, scoprirono che questo era di 318. Pertanto,
si può presumere che Abramo, in verità, portò con sé il suo unico servo».
«Sta dicendo che la Bibbia contiene messaggi subliminali?».
«Se vuole chiamarli così» sorrise Solomon. «Sa qual è la prima parola
delle Sacre Scritture?».
«No».
«Bereshith. Vale a dire, in principio. Se dividiamo bereshith in due pa-
role, otteniamo bere, creò, e shith, sei. La Creazione durò sei giorni e Dio
si riposò nel settimo. Tutto il messaggio della Creazione è così racchiuso
in un'unica parola, esattamente la prima delle Sacre Scritture. Bereshith. In
principio. Bere e shith. Il sei corrisponde all'esagramma, al doppio triango-
lo del simbolo di Salomone, quello che oggi chiamiamo stella di David e
vediamo nella nostra bandiera». Indicò la stoffa bianca con il disegno az-
zurro della bandiera di Israele, collocata in un angolo dell'ufficio. «Ma nel-
le Sacre Scritture si trovano anche degli anagrammi. Ad esempio, Dio af-
fermò nell'Esodo: "Ti invierò il mio angelo". L'espressione il mio angelo si
dice, in ebraico, melakhi, che corrisponde all'anagramma di Mikhael, l'an-
gelo protettore degli ebrei. Ovvero, l'angelo Michele inviato da Dio».
«E questo sistema d'interpretazione si applica anche all'Albero della Vi-
ta?».
«L'Albero della Vita è un'altra cosa» lo corresse il cabalista. «Per molto
tempo, due domande hanno caratterizzato il rapporto dell'uomo con Dio.
Se Dio fece il mondo, cos'è il mondo se non Dio? L'altra domanda, che de-
riva dalla prima, è per quale motivo il mondo è tanto imperfetto se il mon-
do è Dio? In parte, fu per dare una risposta a queste due domande che ap-
parve il Sefer Yetzirah, che ho menzionato poco fa, il testo mistico che de-
scrive come Dio creò il mondo attraverso numeri e parole. Quest'opera era
stata originariamente attribuita ad Abramo, nonostante sia stata probabil-
mente scritta dal rabbino Akiva. Il Sefer Yetzirah rivela la natura divina dei
numeri e li mette in relazione con le trentadue vie della saggezza percorse
da Dio per creare l'universo. Le trentadue vie corrispondono alla somma
dei dieci numeri primordiali, le sephirot, e delle ventidue lettere dell'alfa-
beto ebraico. A ogni lettera e a ogni sephirah è collegato un significato.
Ad esempio, la prima sephirah simboleggia lo spirito di Dio vivo, che si
esprime attraverso la voce, il vento e la parola. La seconda rappresenta l'a-
ria emanata dallo spirito; la terza sephirah indica l'acqua emanata dall'aria,
e così via. Le dieci sephirot sono delle emanazioni manifestate da Dio du-
rante l'atto della Creazione e si strutturano nell'Albero della Vita, che è l'u-
nità elementare della Creazione, la più piccola particella indivisibile che
contiene gli elementi del tutto. Naturalmente questo concetto si evolse e il
Sefer HaZohar, il grande libro cabalistico comparso nella Penisola Iberica
alla fine del XIII secolo, definì le sephirot come i dieci attributi divini. La
prima sephirah è keter, la corona; la seconda è khokhmáh, la sapienza; poi
viene binah, l'intelligenza. La quarta sephirah è khésed, la misericordia; la
quinta è gevuráh, la forza; la sesta è tiféret, la bellezza; la settima è ne-
tzach, l'eternità; l'ottava è hod, la gloria; la nona è yesod, il fondamento. E
infine malkut, il regno».
«Vada più lentamente» implorò il portoghese, mentre prendeva appunti
frettolosamente, nello sforzo di registrare sul bloc-notes tutte quelle infor-
mazioni. «Più lentamente».
In quel momento, tuttavia, Tomás aveva già perso il filo del discorso, in-
trappolato nelle maglie di quella raffica di parola ebraiche, ma Solomon
rimase imperturbabile nell'esposizione dei principi basilari della Cabala.
Fece una breve pausa per permettere allo storico di disegnare l'Albero del-
la Vita, e riprese la sua spiegazione.
«Il Sefer HaZohar stabilì numerose possibilità d'interpretazione dell'Al-
bero della Vita, con la lettura delle sephirot in senso orizzontale, verticale,
discendente e ascendente. Ad esempio, la lettura discendente costituisce il
percorso dell'atto della Creazione, in cui la luce riempie la prima sephirah,
keter, e sgorga verso il basso, fino ad arrivare all'ultima, malkut. Invece, il
senso ascendente rappresenta l'atto evolutivo che conduce la creatura al
Creatore, partendo dalla materia per arrivare alla spiritualità. Ogni sephi-
rah simboleggia uno dei nomi di Dio. Keter, per esempio, è Ehieh, e mal-
chut è Adonai. Ogni sephirah è governata da un arcangelo. Quello di keter
è l'arcangelo Metatron. Questa lettura si può applicare a tutto l'Albero della
Vita. Alle stelle, alle sensazioni, al corpo umano».
Appena Solomon abbandonò le espressioni ermetiche ebraiche, Tomás
sembrò riprendersi dal discorso del cabalista.
«Il corpo umano?».
«Sì, la Cabala considera l'essere umano un microcosmo, una riproduzio-
ne in miniatura dell'universo, e stabilisce un parallelismo con l'Albero del-
la Vita. Keter è la testa; Khokhmáh, khésed e netzach sono la parte destra
del corpo; binah, gevuráh e hod sono la parte sinistra, tiferet è il cuore, ye-
sod rappresenta gli organi genitali e malchut simboleggia i piedi». Respirò
a fondo e alzò le mani, in un ampio gesto. «Molto, molto di più si potrebbe
dire sulla Cabala. Pensi che il suo studio impiegherebbe una vita intera e
non è possibile, in questa breve rassegna, esprimere tutti i misteri che essa
racchiude, tutti gli enigmi mistici che nasconde. Penso, quindi, che per ora
sia meglio fermarci qui, già le ho dato le informazioni sufficienti per com-
prendere la nostra interpretazione dei documenti e del criptogramma che ci
ha consegnato questa mattina».
Tomás smise momentaneamente di prendere appunti e s'inclinò sul tavo-
lo, la conversazione era arrivata al punto cruciale.
«Sì, passiamo all'interpretazione della firma di Cristoforo Colombo. Se-
condo lei, ha a che fare con la Cabala?».
Solomon sorrise.
«Non abbia fretta» disse. «La pazienza è una virtù dei saggi, professor
Noronha. Prima di immergerci nella questione specifica della firma, credo
che ci siano alcune cose che lei deve sapere su Cristoforo Colombo».
«Guardi che qualcosa già la conosco!» rise Tomás.
«Forse» ammise l'anziano cabalista. «Ma penso che le piacerà sentire
quello che ha da dirle il rabbino Abraham Hurewitz».
Ben-Porat si voltò verso destra, facendo cenno a Hurewitz di parlare. Il
magro cabalista aspettò un istante, scrutando con i suoi occhietti neri i tre
uomini che lo stavano osservando, e fece un bel respiro prima di prendere
la parola.
«Professor Noronha» esordì Hurewitz con una voce sussurrata, sommes-
sa, in assoluto contrasto con quella tonante e gutturale di Solomon «le ho
sentito dire che già conosce alcune cose sul signor Cristoforo Colombo.
Sarebbe così cortese da delucidarmi sulla data di partenza del signor Co-
lombo per il primo viaggio in America?».
«Ehm... il primo viaggio? Quello che lo portò alla scoperta del Nuovo
Mondo?».
«Sì, professore. In che giorno partì il signor Colombo?».
«Beh... credo che salpò dal porto di Palos, a Cadice, il 3 agosto 1492».
Tomás sorrise, come se avesse risposto brillantemente a un esaminatore.
Ma il cabalista mantenne un'aria impassibile, aveva l'atteggiamento di chi
si aspettava quella risposta.
«E ora, signor Noronha, mi saprebbe dire la data limite stabilita dal de-
creto dei Re Cattolici affinché gli ebrei abbandonassero la Spagna?».
«Ehm...» il portoghese si sentì imbarazzato «questo... questo non lo so.
Intorno al 1492».
«Sì, professore, ma qual è il giorno esatto?».
«Non lo so».
Il rabbino fece una pausa teatrale. Mantenne gli occhi fissi su Tomás,
valutando come avrebbe reagito alle sue successive parole.
«E se io le dicessi che secondo i decreti reali gli ebrei sefarditi dovevano
abbandonare la Spagna entro il 3 agosto del 1492?».
Il portoghese sgranò gli occhi.
«Come? Il 3 agosto? Cioè... cioè il giorno in cui Colombo partì per il
suo primo viaggio?».
«Lo stesso giorno».
Tomás scrollò la testa, sorpreso.
«Non ne avevo idea!» esclamò. «È... è una curiosa coincidenza».
Le labbra sottili del rabbino Hurewitz si curvarono in un sorriso senza
umorismo.
«Trova?» domandò, quasi sdegnando la parola scelta da Tomás per defi-
nire la simultaneità delle date. «Il rabbino Shimon Bar Iochay ha scritto
che tutti i tesori del Re Supremo sono protetti da un'unica chiave. Questo
significa, professore, che non esistono coincidenze. Le coincidenze sono
forme sottili scelte da Dio per comunicare il Suo messaggio. È una coinci-
denza che il nome di Dio e quello di Mosè abbiano lo stesso numero delle
leggi della Torah? È una coincidenza che Cristoforo Colombo sia partito
dalla Spagna esattamente lo stesso giorno in cui gli ebrei furono espulsi dal
Paese? Allora, se pensa che sia una coincidenza, mi spieghi, professore,
anche questa strana cosa». Consultò un libricino appoggiato sul tavolo con
il volto di Colombo in copertina e il titolo in ebraico. «Questi sono