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Corretta amministrazione e adeguatezza degli assetti : procedimentalizzazione tra business judgement rule e nuova diligenza. Il Decreto legislativo n.

6 del 17 gennaio 2003 ha riorganizzato l'intera normativa societaria, sviluppando tutta una serie di nuovi quesiti e nuove definizioni su cui dottrina e giurisprudenza stanno ancora cercando di fornire idonei chiarimenti e determinarne le corrette interpretazioni. Materia della presente trattazione l'art. 2403 c.c. Doveri del collegio sindacale, il quale stato oggetto di interessanti rettifiche1 atte a ridurre l'ambito di controllo diretto del collegio sindacale2 in ambito amministrativo-contabile, ma mirate invece a sviluppare il controllo sul assetti. La rivoluzione risiede tanto nella nuova disciplina dell'ambito di vigilanza del collegio sindacale 3, quanto nell'aumento indiretto dell'elenco degli obblighi degli amministratori 4. proprio quest'ultimo aspetto a contenere il maggiore grado di innovazione sulla base delle ripercussioni che ha comportato, ed ancora oggi comporta, nell'azione gestoria degli amministratori. opportuno evidenziare che nello svolgere l'azione di rettifica il legislatore ha scelto di utilizzare una tecnica legislativa basata su un richiamo generico agli obblighi; da tale decisione scaturisce l'assenza di una chiave di lettura attraverso la quale poter adottare i principi in oggetto senza correre il rischio di discostarsi, eccessivamente, dal significato originale che il legislatore avrebbe scelto di attribuire. palese che la generalit della norma fa s che questa sia priva di limitazioni a priori, potendo cos essere adeguata a diverse fattispecie, tuttavia, il fatto che non si sia trovata agevolmente una chiave di lettura risolutiva sul principio di corretta amministrazione, comporta la presenza di una lacuna interpretativa dall'arduo completamento5.
1 L'art. 2403 c.c. prima della riforma cos recitava : Il collegio sindacale deve controllare l'amministrazione della societ, vigilare sull'osservanza della legge e dell'atto costitutivo ed accertare la regolare tenuta della contabilit sociale, la corrispondenza del bilancio alle risultanze dei libri e delle scritture contabili, e l'osservanza delle norme stabilite dall'articolo 2426 per la valutazione del patrimonio sociale. Il collegio sindacale deve altres accertare almeno ogni trimestre la consistenza di cassa e l'esistenza dei valori e dei titoli di propriet sociale o ricevuti dalla societ in pegno, cauzione o custodia. Il collegio sindacale pu chiedere agli amministratori notizie sull'andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Degli accertamenti eseguiti deve farsi constare nel libro indicato nel numero 5 dell'articolo 2421.. 2 Per un approfondimento sulla disciplina del controllo nelle societ per azioni del collegio sindacale si consiglia: A. Toffoletto, Amministrazione e Controlli in Aa. Vv. Diritto delle societ (Manuale breve), IV e., Milano 2008; 3 Il rispetto della clausola ben oltre il mero dovere di controllo di legalit formale a cui era indirizzato prima della riforma Alpa G., Mariconda V., 2009, Codice Civile Commentato,libro V, Milano, II ed., Ipsoa, 2009, p. 1613. 4 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 19 La stessa autorevole dottrina, che aveva profuso i maggiori sforzi nel tentativo di classificare gli obblighi degli amministratori, era stata costretta a riconoscere che la rassegna delle specifiche incombenze era necessariamente disorganica e incompleta e segue a p. 20 Veniva suggerita, allora, dalla dottrina una distinzione tra obblighi specifici, ovvero imposti dalla legge o dall'atto costitutivo, e generici, ricomprendendo tra questi ultimi quelli di amministrare con diligenza e senza conflitto di interessi., la recente riforma non sembra aver inciso sulla classificazione indicata.. 5 De Nicola A., Il diritto dei controlli societari, I ed., Milano, Gruppo24ore, 2010, pp. 4 e ss. Un esempio di interpretazione quello proposto dalla giurisprudenza, questa adotta il concetto di legalit sostanziale volendo

principio di

corretta amministrazione, e sul principio, a questo strettamente correlato, di adeguatezza degli

La novit richiede, come in ogni ambito, un processo di metabolizzazione 6 da parte sia della dottrina che della giurisprudenza, finalizzato a giungere ad una interpretazione assoluta e univoca di quanto la normativa esprime. La domanda che ci si pone a questo punto : il concetto di corretta amministrazione e le conseguenze che apporta all'obbligo di diligenza, sono davvero innovazione? E se lo sono, quanto durer il processo di metabolizzazione? Le questioni nascono proprio dal fatto che, dal 2003 ad oggi, la dottrina non ha espresso un giudizio univoco a riguardo, scindendosi piuttosto in tre riflessioni distinte. Una prima parte della dottrina non prende posizione, come se la riforma non avesse apportato alcun cambiamento. I sostenitori di questa linea di pensiero ritengono che tra il principio di corretta amministrazione e il dovere di diligenza non vi sia alcuna reale differenza, poich entrambi rappresentano il contenuto della prestazione degli amministratori; in definitiva la concretizzazione di quanto emanato dal legislatore equivarrebbe a quanto gi viene praticato in ambito giurisprudenziale attraverso la diligenza7. Un secondo indirizzo costituito da quella parte della dottrina che, dall'analisi della riforma, ritiene invece che la corretta amministrazione e l'adeguatezza degli asseti non apportino alcuna modifica significativa perch non sono che un' ipostatizzazione della diligenza professionale secondo l'art. 2392 c.c., intendendo cio che tutta questa discussione si fondi sul dare ad una semplice parola un'importanza pari a quella di un concetto, importanza che ovviamente, secondo tale convinzione, non le appartiene. Seguendo questa linea di pensiero si indebolisce la scelta del legislatore, svuotandola di ogni ponderazione, e si continua a sentire l'esigenza di una norma in grado di riorganizzare il sistema degli obblighi degli amministratori8. Infine, vi chi ritiene che la riforma del diritto societario assegna ai principi di corretta amministrazione il ruolo di clausola generale per eccellenza, alla quale gli amministratori devono improntare la loro attivit9, risolvendo la questione sull'obbligo di diligenza su cui la dottrina cerca

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con ci intendere che gli amministratori devono prendere decisioni agendo con diligenza professionale, in assenza di conflitti di interesse, adeguatamente informati e a seguito di un articolato e ponderato processo decisionale.; preferenza alquanto valida ma non risolutiva sul piano dottrinale. Irrera M., Profili di corporate governance delle societ per azioni tra responsabilit, controlli e bilancio, I ed., Milano, Giuffr, 2009 p. 7 L'accennato processo di metabolizzazione sembra riguardare proprio il ruolo centrale che l'obbligo di corretta amministrazione va via via assumendo e il contemporaneo ridimensionamento o, pi esattamente, la ricollocazione dell'obbligo di diligenza (). Non prende posizione, unendosi a questo schieramento, anche chi si rende conto che la diligenza riguardi solo il come dell'adempimento. Un esempio delle perplessit appartenenti a questo schieramento presente in Zanardo A., Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella societ per azioni, I ed., Milano, Cedam, 2010, p.151 Non chiaro, tuttavia, se con l'espressione corretta amministrazione il legislatore abbia inteso riferirsi propriamente alla predetta clausola generale o, invece, a qualcosa di qualitativamente diverso, caratteristico dello specifico contesto in cui ci si muove (ossia modalit di riorganizzazione e svolgimento dell'attivit d'impresa). Irrera M., 2005, Gli obblighi degli amministratori di societ per azioni tra vecchie e nuove clausole generali, in Riv. Dir. Soc., 2/2011 , p. 359

da tempo di trovare adeguata risoluzione10. Prima di passare all'analisi della corretta amministrazione necessario precisare che il contenuto di tale clausola fondato sulla nozione di correttezza-buona fede11; presente nel nostro ordinamento ed a cui viene riconosciuto un ruolo fondamentale in campo societario. Tuttavia, non bisogna intendere che la nozione generica di correttezza e la buona fede siano sinonimi - forse lo possono essere se si pensa ad una condotta ideale, leale e corretta ma la prima ha un maggior contenuto esperienziale rispetto alla seconda, che, invece, mantiene il suo carattere astratto. Alla correttezza 12, fino alla riforma del 2003, non stata data troppa rilevanza, sia perch utilizzata come rinvio a modelli di condotta gi consolidati dall'esperienza, sia perch il legislatore, come anche si afferma pi avanti, tende ad avere difficolt a dare spazio ai concetti derivanti dalle scienze economicoaziendali. Corretta amministrazione e nuova diligenza. - Il principio di corretta amministrazione13:, nonostante la mancata esplicazione normativa14, sempre esistito, in quanto sviluppatosi sia sulla base della nozione di correttezza-buona fede, sia nel cuore dei principi di razionalit economica fondati dalla scienza dell'economia aziendale. L'organizzazione d'azienda e la gestione d'impresa non possono prescindere dalla progettazione costante del vantaggio competitivo. Quest'ultimo il motore dell'attivit economica, gli amministratori sono obbligati a muoversi verso il suo raggiungimento poich il soddisfacimento dei soci ne diretta conseguenza. Da qui l'esigenza dell'assemblea dei soci di controllare che la direzione delle scelte gestionali si basi sul rispetto dei principi aziendalistici.
10 Irrera M., profili di corporate governance delle societ per azioni tra responsabilit, controlli e bilancio, I ed., Milano, Giuffr, 2009 p. 11 La previsione dell'obbligo del rispetto dei principi di corretta amministrazione non sembra rappresentare la trasformazione di un'entit arbitraria in sostanza, come invece il rimprovero mosso da una parte della dottrina lascia intendere. 11 Irrera M., cit., p. 12 la nozione di correttezza-buona fede, negli anni, si evoluta nella direzione della tipica clausola generale, anzi della clausola generale per eccellenza, divenendo particolarmente utile in tutte le fattispecie come quella dei doveri degli amministratori in cui ad una disciplina rigida degli obblighi di legge si affiancano direttive destinate a concretizzarsi attraverso la formazione di regole tecniche che la giurisprudenza chiamata ad applicare nella situazione concreta; clausola generale, intesa come norma di direttiva che delega al giudice la formazione della norma (concreta) di decisione vincolandolo ad una direttiva espressa attraverso il riferimento ad uno standard sociale, quanto mai opportuna con riguardo all'attivit di gestione e di amministrazione di una societ che ovviamente caratterizzata da rilevanti aree di discrezionalit. 12 In questo contesto si intende la correttezza in termini generali, solo nel seguente paragrafo si parler invece della derivazione concreta di questo concetto, la corretta amministrazione. 13 Irrera M., cit.,14 Corretta amministrazione equivale, in sintesi e in conclusione, come si osservato, alla conformit delle scelte di gestione ai criteri di razionalit economica posti dalla scienza dell'economia aziendale ed alla ragionevolezza; gli amministratori in altre parole sono tenuti a compiere scelte razionali e ragionevoli, se non anche ad adottare come ritiene la dottrina le soluzioni pi efficaci. 14 Zanardo A., Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella societ per azioni, I ed., Milano, Cedam, 2010, p. 151 Per un pi completo inquadramento del tema bene, anzitutto rammentare che l'espressione principi di corretta amministrazione non nuova del dettato legislativo, essendo gi prevista dall'art. 149, comma 1, lett. b), t.u.f., con riferimento ai doveri del collegio sindacale delle societ quotate. Al fine di trarre qualche utile indicazione sul suo esatto significato quindi opportuno analizzare le interpretazioni proposte, in passato, con riguardo a questa disposizione.

Tuttavia la concretezza aziendalistica e l'esigenza di controllo dei soci, sfociante nella ricerca di una modalit agevole ed allo stesso tempo non invadente di controllo sull'operato degli amministratori, non hanno avuto modo di rispecchiarsi compiutamente all'interno dell'apparato normativo pre-riforma15. Pertanto nel corso del tempo, allo scopo di colmare lacune e incertezze interpretative, dottrina e giurisprudenza hanno fatto s che tali richieste trovassero spazio all'interno del concetto di diligenza. La diligenza, espressa all'interno dell'art. 2392 c.c., tende 16, dunque, ad avere un orientamento duble face17 basato su un impropria espansione del principio a contenuto della prestazione generale dovuta dall'amministratore: in altri termini l'aver agito con diligenza da parte dell'amministratore esclude la sussistenza dell'inadempimento e fa venir meno lo stesso presupposto del giudizio di responsabilit sancito dall'art. 1218 c.c. ossia l'inesattezza della prestazione 18. In pratica la diligenza divenuta un obbligo generale, nel rispetto del quale gli amministratori devono svolgere il loro ruolo e se si dovessero discostare da questo sarebbero oggetto di un'azione di responsabilit. Il dovere di agire con diligenza, consistente nell'adozione delle misure ritenute idonee, sulla scorta di un giudizio di normalit che attinge all'esperienza comune e alle regole sociali, nell'attuazione della prestazione gestoria in funzione del risultato concretamente perseguito 19, passato dal suo contenuto originale di misura della prestazione a contenuto integrale della stessa, la quale perde il proprio nucleo definito dal dare, fare o non fare qualcosa. Ci che sfugge definire la diligenza20, realmente questo concetto in grado di precludere ai soci la possibilit di svolgere un'azione di responsabilit contro gli amministratori poich annulla la reale prestazione richiesta dai soci? La diligenza non dovrebbe essere il parametro atto a circoscrivere l'insindacabilit nel merito delle scelte gestionali, mentre in questa veste appare come un moltiplicatore di quest'ultima?
15 Zanardo A., Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella societ per azioni, I ed., Milano, Cedam, 2010 p. 44 I problemi, prima della riforma del 2003, derivavano dal fatto che, essendo alcuni doveri degli amministratori specificamente previsti dalla legge o scaturendo gli stessi dallo statuto, mancava invece nel testo normativo l'espressa previsione del dovere primario degli amministratori, consistente nella gestione dell'impresa collettiva, e la sua concretizzazione (...). 16 Si intende specificare che l'uso dei verbi al tempo presente sulla diligenza viene utilizzato in quanto le innovazioni dell'art 2403 c.c. non sono state definite come definitive e valide,la giurisprudenza ancora si avvale della diligenza sia nel suo ruolo di parametro di valutazione della prestazione, sia in quanto contenuto della prestazione stessa. 17 Sull'azione specifica dell'amministratore l'obbligo di agire diligentemente corrisponde alla misura dell'impegno richiesto agli amministratori ed essi saranno esenti da responsabilit solo se l'inadempimento deriver da impossibilit della prestazione per causa non imputabile; sull'azione generale invece l'agire diligente compenetrato nel contenuto della prestazione dell'amministratore e perci l'agire diligente del debitore esclude direttamente l'inadempimento. Si veda a questo proposito : Sentenza 23 marzo 2004, n. 5718, in Societ, 2004, 1517. 18 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 49 19 Zanardo A., Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella societ per azioni, I ed., Milano, Cedam, 2010 p.43 20 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 53 La difficolt degli interpreti di attribuire in tema di responsabilit degli amministratori al criterio della diligenza un significato univoco deriva probabilmente dalla povert del dato normativo del codice civile del 1942, in ordine al contenuto generale dell'obbligo di amministrazione, aldil dei doveri specifici previsti in varie e numerose norme sia del codice, sia di leggi speciali.

Parte della dottrina, appunto, muove una forte critica 21 sulla decisione consistente in tale uso improprio della diligenza proprio perch in realt, a dispetto delle espressioni comunemente utilizzate, la diligenza non costituisce il contenuto dell'obbligazione dell'amministratore, rectius l'oggetto di uno degli obblighi che gli derivano dal conferimento dell'incarico in seno alla societ; criterio che indica solo il modello astratto di condotta cui il medesimo tenuto a uniformarsi nell'esecuzione della prestazione di gestione dell'impresa in vista del soddisfacimento dell'interesse sociale, ossia in vista prevalentemente della massimizzazione dello shareholder value22. Ad avvalorare la tesi secondo cui la scelta giurisprudenziale alquanto controversa, il comportamento stesso del legislatore del 2003: egli non agisce sul concetto di diligenza, sceglie di non correggere n ampliare le norme a riguardo. Egli sceglie, invece, di esplicitare quei principi di fondo ancora mai espressi dalla normativa: il principio di corretta amministrazione e il principio di adeguatezza degli assetti. Da questa scelta deriva che l'agire dell'amministratore, inteso sia nelle scelte specifiche che nelle scelte generali di gestione, debba rispettare l'obbligo di corretta amministrazione non della diligenza. La nuova clausola generale costituisce, indubbiamente, un principio pienamente idoneo a caratterizzare il contenuto di una prestazione, risolvendo la questione sino a qui descritta, e costituendo quel contenuto generale cos tanto cercato. Inoltre il fatto che la corretta amministrazione abbia le sue radici su regole di carattere tecnico 23 e non su elaborazioni teoriche dottrinali e giurisprudenziali, la rende maggiormente idonea a colmare il vuoto fino ad ora esistente e mal coperto. La norma ha, quindi, permesso il ridimensionamento della diligenza e il ritorno al suo alveo naturale, ovvero ad essere un criterio di valutazione e niente pi. Essa non ha pi il compito di rappresentare il contenuto di una prestazione e diversamente dal passato , si tratter di valutare con il metro della diligenza il rispetto, ad esempio, anche del dovere di agire informato oppure quello di riservatezza, obblighi cio di carattere generico24. Un ultimo interrogativo su questa questione riguarda quella parte della dottrina che tende per la ipostatizzazione, pi auspicabile la continuazione di un sistema basato su elucubrazioni teoriche o un sistema di questo tipo, discendente dalla prassi quotidiana della gestione d'impresa? Corretta amministrazione, nuova diligenza e business judgement rule.- Se la corretta amministrazione sostituisce la diligenza nell'essere contenuto della prestazione, allora la sostituisce anche nel rapporto con le decisioni gestorie che l'organo amministrativo chiamato a pronunciare?
21 F. Vassalli, L'art. 2392 novellato e la valutazione della diligenza degli amministratori, in G. Scognamiglio (a cura di), Profili e problemi dell'amministrazione nella riforma delle societ, Milano, Giuffr, 2003, 31 afferma che la diligenza non pu mai costituire oggetto di un obbligo o peggio il contenuto della prestazione dedotta nell'obbligazione, bens soltanto il modo di adempiere esattamente all'obbligazione. 22 Zanardo A., Delega di funzioni e diligenza degli amministratori nella societ per azioni, I ed., Milano, Cedam, 2010 p.42 23 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 65 la correttezza, inoltre, deve essere interpretata come formula di rinvio a modelli di condotta gi consolidati dall'esperienza, a standards ricavabili appunto dall'esperienza; ci significa che le regole della correttezza si adattano alle diverse circostanze concrete e sono modificabili nel tempo. 24 Irrera M., cit., p. 54

Svolge, quindi, il ruolo di efficace confine dell'insindacabilit delle scelte di merito degli amministratori? Per tentare di rispondere a questi interrogativi necessario analizzare gradualmente tutti i componenti che li costituiscono; partendo dal presupposto che, fino ad oggi, la querelle principale si basata sulla ricerca di un equilibrio tra il concetto di diligenza, in quanto criterio di misurazione della responsabilit degli amministratori, e l'insindacabilit delle scelte di merito. Il concetto dell'insindacabilit delle scelte di merito uno dei principi cardine dell'ordinamento, espresso dall'art. 2380-bis c.c., secondo il quale la gestione dell'impresa spetta esclusivamente agli amministratori25. I soci scelgono di instaurare con gli amministratori un rapporto di tipo fiduciario lasciando nelle loro mani la completa gestione dell'impresa, nella consapevolezza che questi agiranno rispettando tutti gli obblighi imposti e nel massimo interesse dell'impresa e dell'organo assembleare. Il risultato delle decisioni ovviamente verificabile dai soci solo ex post, ed alta la possibilit che si verifichino conseguenze negative per l'impresa, poich fondate su diverse cause non sempre facili da definire ed individuare. Una valutazione26 ex ante delle loro azioni, all'interno di un orizzonte temporale relativamente breve nel quale non tutte le circostanze attese possano ancora essersi verificate, comporta certamente un vincolo all'operare degli amministratori, aumentando la possibilit che questi evitino decisioni particolarmente gravose e perdano quella propensione al rischio tipica e salutare dell'attivit imprenditoriale. A tutela di tale discrezionalit si pone il principio dell'insindacabilit delle scelte di merito, sviluppatosi prettamente in ambito giurisprudenziale, e secondo il quale non possibile valutare le scelte economiche poste in essere dagli amministratori; esso costituisce un limite invalicabile dai soci e dall'organo di controllo, oltre il quale gli amministratori si sentono liberi di agire senza pressioni. Inoltre opportuno precisare che l'ordinamento italiano non l'unico a riconoscere tale principio, anzi la definizione fornita dalla legislazione statunitense certamente pi completa e maggiormente paradigmatica: la cosiddetta business judgement rule27, definita come la golden rule of corporate law28, stabilisce, appunto, l'impossibilit del giudice e dei soci di valutare nel merito le decisioni degli amministratori. Tuttavia tale ambito di discrezionalit, per quanto dovuto, deve necessariamente avere dei confini in modo da permettere ai soggetti interessati di tutelare il proprio patrimonio; ma su quali basi possibile misurare se il risultato negativo sia conseguente alla mala gestio degli amministratori,
25 Il corsivo inserito da chi scrive allo scopo di enfatizzare l'aspetto della citazione su cui si fonda l'intera argomentazione. 26 La valutazione intesa in questo caso una valutazione sul contenuto delle decisioni da parte dell'assemblea dei soci. 27 is an American case law-derived concept in corporations law whereby the directors of a corporation are clothed with the presumption, witch the law accords to them, of being motivated in their conduct by a bona fide regard for the interests of the corporation whose affairs the stockholders have committed to their chargeand whereby a cout will refuse to review the actions of a corporation's boad of directors in managing the corporation unless there is some allegation of conduct that the directors violated their duty of care to manage the corporation to the best of their ability. The burden is on the party challenging the decision to establish facts rebutting the presumption (case Gimbel v. Signal Cos. 316 A.2d 599,608 Del. Ch. 1974). 28 A.R. Palmiter., Corporations, 4 ed., New York, 2003, p. 197

ovvero sia conseguente ad una analisi dei fattori incompleta o, infine, sia dovuto a cause completamente estranee all'impresa e imprevedibili? proprio nella definizione di tale confine e del metodo di valutazione da applicare, che la questione perde la linearit fino ad ora mantenuta: perch a fungere da linea di demarcazione dell'ambito di discrezionalit proprio la diligenza29. Quest'ultima permette di distinguere tra il controllo di legittimit e il controllo di merito, poich l'impossibilit di valutare il contenuto della scelta affiancata dalla valutazione su come questa scelta viene presa30: in altre parole non pu farsi carico agli amministratori degli errori di gestione che possono considerarsi inevitabili nella conduzione di qualsiasi impresa, a condizione che l'organo amministrativo abbia agito con diligenza; non possibile sostituire l'apprezzamento soggettivo ed ex post del magistrato a quello espresso ex ante degli amministratori31. spontaneo interrogarsi sul come capire se la diligenza posta in essere sia quella adeguata alla fattispecie di gestione, e se la diligenza sia di per s sufficiente nel ricoprire il ruolo di linea di separazione. La definizione della business judgement rule esprime una modalit efficace per misurare la diligenza richiesta dagli amministratori: i giudici non potranno ritenere gli amministratori responsabili dei danni provocati da una loro delibera se questa assunta in buona fede, nell'onesto convincimento che fosse nel miglior interesse della societ e dopo aver assunto adeguate informazioni32. Mentre la norma italiana, secondo la quale gli amministratori sono considerati responsabili se hanno compiuto atti di gestione che, usando l'ordinaria diligenza professionale, non avrebbero dovuto compiere alle condizioni accettate perch era possibile prevederne la dannosit33, non fa minimamente accenno alla clausola generale della buona fede e disciplina solo l'obbligo di diligenza. Nel confronto la norma statunitense appare maggiormente completa, in quanto rinforza i confini tracciati dalla diligenza con il concetto generale di buona fede34, e l'affiancamento di un aspetto generale e di un aspetto specifico permette di controllare e valutare in maniera valida l'operato degli amministratori. proprio allo scopo di colmare questo vuoto italiano, che si inserisce la corretta amministrazione:
29 La cui interpretazione, come gi pi volte evidenziato, non viene definita dal legislatore, perci si ha la sensazione di stare utilizzando ancora una volta uno strumento di cui non si conoscono n i limiti n le potenzialit effettive. 30 Cass. 23 marzo 2004, n. 5718, in Societ, 2004, p. 1517 il discrimine va individuato nel fatto che mentre la scelta tra il compiere o meno un atto di gestione, ovvero di compierlo in un certo modo o in determinate circostanze non suscettibile di essere apprezzata in termini di responsabilit giuridica, al contrario la responsabilit pu essere generata dall'eventuale omissione, da parte dell'amministratore, di quelle cautele, di quelle verifiche o di quelle informazioni preventive normalmente richieste prima di procedere a quel tipo di scelta; in altre parole il giudizio di diligenza non pu investire le scelte di gestione, ma il modo in cui sono compiute. 31 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 50 32 Cass. Civ. Sez. I, 22 aprile 2009, n. 9619, in Rivista di Diritto Societario, 2011,1, p. 107 33 Cass. 23 marzo 2004, n. 5718, in Societ, 2004, p. 1517 34 Cass. Civ. Sez. I, 22 aprile 2009, n. 9619, in Rivista di Diritto Societario, 2011,1, p. 107 Le corti del Delaware (culla del diritto societario a stelle strisce) presumono sia la buona fede che la sufficiente informazione. Per definire se la decisione sia stata presa con sufficiente informazione, le medesime corti utilizzano lo standard della gross negligence (colpa grave). In alcune decisioni si fa riferimento anche alla rationally del processo decisionale e al convincimento che la decisione presa sia nel migliore interesse della societ.

per creare, all'interno della stessa linea di confine della diligenza, dei punti pi resistenti oltre i quali gli amministratori sono inadempienti e quindi responsabili 35. I soci e il giudice sono cos in grado di percepire come la norma sull'insindacabilit sia derogabile se ci si trova davanti a colpe gravi, non solo davanti ad omissioni di verifiche. Quindi, in risposta al quesito posto in apertura, si afferma che in questo caso non si tratta di una vera e propria sostituzione della diligenza con la corretta amministrazione, quanto piuttosto di un completamento della disciplina a tutela dei soci. L'inserimento della clausola generale permette lo sviluppo di due livelli di controllo, la cui presenza si adatta in modo maggiormente puntuale alla concretezza della quotidiana gestione d'impresa composta dal rispetto degli obblighi generali ma anche, e soprattutto, da quei singoli atti emanati secondo le varie cautele richieste. In definitiva, una volta provata la diligenza nello svolgimento del proprio incarico e la correttezza-buona fede che ha guidato ciascuna decisione, gli amministratori non hanno di che preoccuparsi. Ebbene non si ancora data risposta su come determinare se realmente essi siano stati diligenti, e se abbiano agito secondo correttezza e buona fede36. Difatti, bench il ragionamento fatto fino ad ora appaia coerente e adeguato, la sua solidit si affievolisce, divenendo fragilit, man mano che ci si allontana dalla teoria e ci si accosta alla concretizzazione di questi aspetti. Il problema consiste nel fatto che nel concreto esercizio dell'impresa, il confine tra errore inevitabile con l'ordinaria diligenza ed errore che la diligenza avrebbe evitato non di agevole determinazione 37, cos come non lo valutare se il sentimento che ha mosso gli amministratori sia la correttezza o il noncuranza. La soluzione proposta dalla prassi di trasformare la decisione in un intero processo: la procedimentalizzazione. Secondo questa congettura possibile identificare ogni passo compiuto dagli amministratori semplicemente razionalizzando la decisione; questa un risultato sintetico e globale proprio perch contenente tutte le varie scelte che i gestori si sono trovati ad affrontare e per il superamento delle quali si sono informati, dunque suddivisibile in parti autonome, ciascuna delle quali deve rispondere ai principi fino ad ora esposti. Ciascuna scelta, essendo colta nella sua individualit, pu essere analizzata secondo le modalit con cui stata fatta, ed il contesto che in quel momento ha influito, insieme ad altri fattori, al suo compimento.
35 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 63 Il principio in parola rappresenta come si detto uno strumento per la definizione della reale portata del rapporto obbligatorio, del limite oltrepassato il quale il comportamento dell'obbligato diviene illegittimo. La correttezza si atteggia a fronte di obblighi integrativi autonomi e non strumentali, rispetto ai quali ben possibile e pienamente coerente l'esperimento di un'azione di risarcimento dei danni in caso di loro violazione. 36 Alpa. Esemplare, a questo riguardo, una pregevole pronuncia della Cassazione, la quale censura il comportamento dei sindaci per essere rimasti inerti di fronte alla stipula di contratti d'appalto non perch rivelatisi in rovinosa perdita, bens perch di ammontare assurdamente sproporzionato ai mezzi proprio dell'impresa e perch stipulati senza alcuna verifica della economicit dei relativi prezzi. Circostanze, queste ultime, che denotano un agire negligente e non soltanto imperito: solo sul primo i sondaci appuntino le loro censure; non sul secondo.. 37 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 48

La stessa giurisprudenza ha accolto questa idea riconoscendo il processo decisionale come un vero e proprio meccanismo favorevole all'azione di controllo da parte del collegio sindacale, dei soci, e di giudizio del giudice, oltre che a tutela degli amministratori, che possono cos individuare in maniera puntuale ogni prova atta ad escludere ogni responsabilit o inadempimento38. Infine la procedimentalizzazione supportata dallo sviluppo dei due livelli di controllo prima esposti e, soprattutto, dal principio dell'adeguatezza degli assetti; quest'ultimo dispone la costituzione di procedure poich permettono di stabilire ogni ruolo, funzione ed ambito di competenza ed anche il criterio con cui viene svolta tale funzione39. Corretta amministrazione e adeguatezza degli assetti. - Il principio dell'adeguatezza degli assetti strettamente connesso alla corretta amministrazione 40, in quanto consistente nella diretta concretizzazione di quanto fino a questo momento descritto a riguardo. L'assetto organizzativo dell'attivit d'impresa non pu in alcun modo prescindere dal rispetto del principio di corretta amministrazione, che lo rende legittimamente adeguato e confacente alle esigenze per cui viene costituito. Sebbene questo legame sia ben saldo41, e riconosciuto erga omnes, il principio di adeguatezza degli assetti non ha avuto bisogno di alcun processo di metabolizzazione 42: il suo potenziale innovativo stato subito riconosciuto sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, le quali
38 Cass. Civ. Sez. I, 22 aprile 2009, n. 9619, in Rivista di Diritto Societario, 2011,1, p. 107 La responsabilit valutata sulla base della correttezza del processo decisionale, non dei risultati ottenuti (App. Milano, 3 marzo 2004). tale valutazione deve essere effettuata tenendo conto delle modalit con le quali sono state fatte scelte gestionali, del contesto e del momento in cui l'amministratore ha agito. Pertanto l'amministratore che abbia seguito un processo decisionale corretto non pu essere considerato responsabile di scelte inopportune dal punto di vista economico, poich tale valutazione attiene alla sfera dell'opportunit e, dunque, della discrezionalit amministrativa (Trib. Milano, 2 maggio 2007; Cass., 28 aprile 1997, 3625). 39 Irrera M., 2005, Gli obblighi degli amministratori di societ per azioni tra vecchie e nuove clausole generali, in Riv. Dir. Soc., 2/2011 , p. 368 Al crescere dell'impresa corrisponde un parallelo e necessario incremento delle procedure; vi possono (e vi debbono) essere processi che descrivono tutte le fasi e sotto-fasi dell'attivit. []. Se vero che le procedure, da un lato, possono ingessare l'attivit d'impresa; dall'altro rappresentano un'ottima garanzia di efficienza e di coerenza con le linee generali descritte []. In altri termini le procedure consentono di stabilire chi fa chi e che cosa, a partire proprio da ogni singolo processo aziendale. Ovviamente la procedimentalizzazione consente, poi, di effettuare controlli di allineamento e di regolarit pi efficienti. 40 Mozzarelli M., 2010, Appunti in tema di rischio organizzativo e procedimentalizzazione dell'attivit imprenditoriale, in Amministrazione e controllo nel diritto delle societ : liber amicorum Antonio Piras, Torino, I ed. Giappichelli, 2010 p. 737 Nell'ottica del legislatore gli assetti interni rappresentano cio una declinazione del canone generale di corretta amministrazione imposto agli organi di gestione e controllo delle societ. Ci significa de un lato che la corretta amministrazione trova concretizzazione nella predisposizione e nel mantenimento degli assetti interni; dall'altro che questi ultimi dovranno essere valutati alla luce della loro congruenza con il criterio generale della corretta amministrazione. 41 Irrera M., Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 p. 68 La corretta amministrazione, come si gi osservato, ha stretti legami con i modelli di condotta sanciti anche e soprattutto da regole tecniche e si collega alla ragionevolezza desumibile dai principi dell'economia aziendale (). Pi nel dettaglio, come la dottrina aziendalistica ha posto in rilievo, i principi di corretta amministrazione si traducono nella necessaria presenza di una serie di strumenti che, peraltro, devono essere posizionati in un contesto pi preciso, offerto dallo stesso legislatore: ovvero l'obbligo specifico concernente gli assetti adeguati. 42 V. Buonocore, Adeguatezza,precauzione, gestione e responsabilit : chiose sull'art. 2391, commi terzo e quinto, del codice civile, in Giur. Comm., 2006, I, p.5 e ss e ivi a p.8 : l'autore utilizza il richiamo al processo di metabolizzazione con riguardo alla clausola generale dell'adeguatezza degli assetti organizzativi amministrativi e contabili previsti dagli art. 2381 e 2403 c.c.

hanno infatti dedicato maggiore attenzione a questo aspetto che a quello della corretta amministrazione43. Inoltre opportuno specificare che la procedimentalizzazione dell'attivit non concetto nuovo per chi gestisce le imprese: gli amministratori hanno, da sempre, sviluppato modelli organizzativi confacenti le esigenze dell'impresa, riguardanti lo sviluppo del vantaggio competitivo, la risoluzione di eventuali lacune e finalizzati alla gestione del rischio organizzativo. La struttura dell'impresa e la necessit che questa possieda determinati requisiti, era gi stata notata dal legislatore ante-riforma che, per, l'ha disciplinata in maniera frammentaria e soltanto attraverso norme riguardanti specifiche tipologie societarie44. Quindi la novit non risiede nella evidenziazione di un concetto originale, ovvero di cui prima della riforma non si teneva conto, tutt'altro: essa risiede nel fatto che, se anteriormente alla riforma la strutturazione di un assetto adeguato poteva essere opzionale, ora questo divenuto obbligo giuridico per tutte le tipologie societarie, quale che sia la loro dimensione45. Ci che fa discutere il fatto che il legislatore abbia preferito disciplinare l'adeguatezza ma non il contenuto degli assetti, riguardo ai quali il dato normativo , invece, totalmente muto 46. Tale condotta dovuta alla rituale ritrosia del legislatore a dare immediatamente spazio sul piano giuridico ad acquisizioni derivanti dalle scienze economico-aziendali47? Nel rispondere affermativamente si avvalorerebbe la tesi dottrinale secondo cui il legislatore sia affetto da strabismo: a conseguenza del quale egli si sia focalizzato sull'adeguatezza, dimenticandosi di esplicare quale debba essere il contenuto degli assetti, che solo in seguito verranno valutati come adeguati48. Si riscontra in tale interpretazione una sfiducia verso il progetto
43 Irrera M., profili di corporate governance delle societ per azioni tra responsabilit, controlli e bilancio, I ed., Milano, Giuffr, 2009 p. 15 La centralit che gli assetti organizzativi rivestono nel diritto societario sembra costituire ormai un dato pacifico, tanto da far scrivere da autorevole dottrina che la previsione di assetti interni adeguati costituisce la novit pi nuova della recente riforma delle societ di capitali , capace () di mutare i fondamentali di un tema centrale come quello della responsabilit dell'impresa e per certi versi dei gestori dell'impresa . 44 A tale proposito si pensi all'art 53, comma 1, t.u.b.; le Istruzioni di vigilanza per le banche , emanate dalla BANCA D'IITALIA con Circolare 21 aprile 1999, n. 229; e all'art. 149, comma 1 del t.u.f., riguardo al quale si rimanda al confronto che Irrera M. in Assetti organizzativi adeguati e governo delle societ di capitali, I ed., Milano, Giuffr, 2005 pp. 70 e ss, svolge tra il nuovo art. 2403 c.c. e l'articolo del t.u.f.. L'autore analizza entrambi gli articoli giungendo alla conclusione che le differenze () possono valutarsi quali mere variazioni lessicali che non incidono sulla sostanza della fattispecie. 45 Mozzarelli M., 2010, Appunti in tema di rischio organizzativo e procedimentalizzazione dell'attivit imprenditoriale, in Amministrazione e controllo nel diritto delle societ : liber amicorum Antonio Piras, Torino, I ed. Giappichelli, 2010 Secondo il quale uno degli aspetti innovativi rappresentato anche dal passaggio da una concezione di assetti interni dipendenti dalla gestione d'impresa, e quindi anche potenzialmente non esistenti, ad assetti indipendenti dalla gestione, che devono essere costituiti pena la censura per gli organi sociali. 46 Irrera M., profili di corporate governance delle societ per azioni tra responsabilit, controlli e bilancio, I ed., Milano, Giuffr, 2009 p. 15 47 Irrera M., cit.,9 p. 15 48 Irrera M., 2005, Gli obblighi degli amministratori di societ per azioni tra vecchie e nuove clausole generali, in Riv. Dir. Soc., 2/2011 , p. 366 Mi pare se mi consentito si tratti di una forma di strabismo (). In altri termini ritengo prioritario interrogarsi sul contenuto degli assetti, anche se ci possa apparire un'invasione di campo (quello dell'economia aziendale) che se cos reputo necessaria, in considerazione del rilievo oggi giuridico assunto dagli assetti. ineccepibile che gli assetti debbano essere adeguati, ma mi domando come si possa stabilire se lo siano o no se prima non si possiede un'idonea conoscenza di come essi siano in concreto costituiti.

del legislatore, definito come noncurante di una parte, certo non di poco conto, della norma e restio a fornirne le esplicazioni basilari. Nonostante le valide argomentazioni di tale tesi, si ritiene opportuno dare una risposta negativa alla questione iniziale per due motivi principali. In primis perch si consapevoli che l'horror vacui di cui parte della dottrina soffre in realt non motivato: la prassi ha gi determinato dei modelli, dei contenuti validi per gli assetti, indipendentemente da quanto il legislatore avesse disposto prima della riforma ovvero avesse intenzione di disporre nel 2003. Dunque la pretesa di una esplicitazione giuridica pu essere appropriata, ma da qui a sviluppare un'intera critica la strada lunga. Secondariamente si ritiene che imporre, attraverso una disposizione normativa, un modello organizzativo sia alquanto rischioso se non addirittura inutile: gli amministratori progettano e sviluppano gli assetti sulla base delle caratteristiche interne dell'impresa e del contesto con il quale la stessa si trova ad instaurare i rapporti finalizzati al conseguimento della propria attivit. Partendo da tale presupposto ci si convince che disporre tali assetti a priori non possa che andare a scontrarsi con le concrete esigenze dell'impresa, la quale pu non ritrovarsi affatto nelle disposizioni legislative, ma per il rispetto delle quali possa andare incontro a dei costi che avrebbe altrimenti evitato. In conclusione il silenzio del legislatore viene interpretato positivamente, finalizzato a lasciare all'organo amministrativo la dovuta discrezionalit organizzativa. Si intuisce che il legislatore tenda a tutelare questi ambiti di discrezionalit degli amministratori, allo scopo di permettere loro di applicare i modelli organizzativi che possono risultare pi consoni al raggiungimento degli obiettivi d'impresa. su questo che si fonda l'adeguatezza: essa non altro che l'obiettivo scelto, verso cui la norma dirige gli amministratori. Un'organizzazione che rispetta il principio dell'adeguatezza, oltre a rientrare nei parametri di natura49 e dimensione50 espressi dall'art. 2381 c.c., caratterizzata da una razionalizzazione dei processi organizzativo, amministrativo e contabile51, attraverso la quale possibile individuare quali possano essere quelle funzioni non adatte al giusto funzionamento dell'attivit d'impresa, e quali siano le decisioni errate e i soggetti direttamente responsabili. Da quanto fino ad ora affermato si
49 Secondo questo parametro il giudizio di adeguatezza degli assetti si basa sulla natura dell'attivit d'impresa e sulla conseguente organizzazione che si scelta in base alle esigenze specifiche riscontrate dall'analisi del core business e dei rapporti con l'esterno. 50 Secondo questo parametro il giudizio di adeguatezza degli assetti si basa sulla grandezza dell'impresa. chiaro che gli assetti richiesti per una impresa di piccole dimensioni saranno notevolmente semplificati rispetto ad una s.p.a., e sia necessaria una modalit di valutazione appropriata. 51 Irrera M., profili di corporate governance delle societ per azioni tra responsabilit, controlli e bilancio, I ed., Milano, Giuffr, 2009 p. 17 In prima approssimazione si pu ritenere che con l'espressione assetti organizzativi si intenda, in sintesi, la presenza di un idoneo e dettagliato organigramma della societ, con l'indicazione delle funzioni (cd. funzionigramma), dei poteri e delle deleghe di firma: documenti in grado di individuare con chiarezza e precisione le linee di responsabilit; assetti amministrativi sono, invece, i processi formalizzati ossia le procedure atte ad assicurare il corretto ed ordinato svolgimento delle attivit aziendali e delle sue singole fasi (); assetti contabili sono rappresentati in primo luogo da un efficiente sistema di rilevazione contabile, dalla redazione dei budget almeno annuali e di bilanci intermedi, da un controllo periodico di concordanza tra saldi bancari e saldi contabili.

evince uno dei caratteri maggiormente interessanti del principio sugli assetti: l'adeguatezza un criterio a contenuto aperto. Con tale denominazione si intende che le regole concernenti gli assetti sono, infatti, costruite dal legislatore non tanto in relazione al contenuto (prefissato) dell'obbligo relativo, quanto con riferimento all'obiettivo che la norma impone ossia che gli assetti siano adeguati. () Ci comporta che le norme- contenuto relative agli assetti debbano comunque essere valutate con riferimento al caso concreto e in rapporto ad esso debbono raggiungere la funzione assegnata, ovvero l'adeguatezza52. Quest'ultimo aspetto si ritiene sia emblematico per esplicare come, nell'evoluzione ad obbligo giuridico, l'adeguatezza degli assetti abbia mantenuto intatto il suo carattere di concretezza; carattere che tutela la discrezionalit degli amministratori. L'obiettivo prevale sul contenuto della prestazione, poich quello che conta esclusivamente il suo raggiungimento e tutto il resto, se in contrasto, dovr essere riadattato; il paradigma pi efficace nell'esprimere questo concetto quello del bilancio di esercizio, la cui redazione, talvolta, per rispecchiare correttamente la situazione dell'impresa, si discosta dai metodi proposti dal legislatore, ovviamente sulla base di specifiche e valide motivazioni53. L'unico punto che fino ad ora appare incompleto riguarda la risposta al seguente quesito: come poter valutare l'adeguatezza degli assetti, una volta definiti i parametri di giudizio? Appare evidente che la procedimentalizzazione da sola non pu bastare per assicurare il rispetto del principio di adeguatezza, necessario affiancarle un sistema di controllo interno. A questo scopo il legislatore ha ampliato l'elenco dei doveri degli organi societari ed ha appositamente indicato la loro funzione all'art. 2381 c.c.: gli organi delegati curano, il consiglio di amministrazione valuta e il collegio sindacale vigila54. Ma oltre questo55 il legislatore impone che l'organizzazione aziendale risulti essere trasparente attraverso un sistema gerarchico di riporti e formalizzata cos da consentirne controlli di regolarit (anche) a priori e di efficienza a posteriori 56. Attraverso l'attuazione di questo procedimento possibile, come gi pi volte esplicato a vantaggio della procedimentalizzazione, scomporre la decisione finale in tutta una serie di fatti e scelte e indicare precisamente se si realizza una violazione di legge, perch si verificata e qual' il soggetto
52 Irrera M., cit.,9 p. 20 53 Irrera M., cit.,9 p. 20 Le norme-obiettivo sono anche quelle riguardanti il bilancio di esercizio: le clausole generali concernenti la chiarezza, e soprattutto, la rappresentazione veritiera e corretta sono destinate, infatti a prevalere su quelle concernenti il contenuto e la struttura dello stato patrimoniale e del conto economico; qualora, infatti, le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non siano sufficienti a offrire una rappresentazione veritiere e corretta, occorre fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo (art. 2423, 3 comma, c.c.); analogamente se in casi eccezionali l'applicazione di una norma incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta, la disposizione non deve essere applicata (art. 2423, 4 comma, c.c.). 54 Irrera M., cit.,9 p. 15 55 Si ritiene necessario, a questo livello, un accostamento al controllo interno di un controllo di trasparenza , poich si pensa che tale controllo interno sia inteso nella sua forma pi semplice e basilare; si vedr come, in realt, l'accuratezza e la forza dei sistemi di internal audit siano in grado di contenere al loro interno tutte le azioni necessarie al controllo dell'assetto. 56 Mozzarelli M., 2010, Appunti in tema di rischio organizzativo e procedimentalizzazione dell'attivit imprenditoriale, in Amministrazione e controllo nel diritto delle societ : liber amicorum Antonio Piras, Torino, I ed. Giappichelli, 2010 p. 739.

direttamente responsabile. Ma quand' che, in via generale, gli amministratori possono essere accusati di aver violato i proprio dovere? La risposta semplice, quando non adempiono al dovere loro imposto dall'art. 2381 c.c., ovvero essi non si curano degli assetti adeguati e del loro mantenimento. A compiere tale valutazione il giudice, il quale ha la possibilit di sindacare immediatamente l'adeguatezza degli assetti. Nonostante si sia evidenziata l'importanza che gli amministratori agiscano liberamente bene precisare che in questo contesto la loro discrezionalit non in alcun modo tutelabile dalla business judgement rule, dunque il giudice pu sindacare sulle scelte organizzative fatte senza alcuna limitazione. Infine bene precisare che, ovviamente, gli amministratori risponderanno solo per i pregiudizi subiti dalla societ per cui vi sia un nesso causale tra la violazione delle regole concernenti gli assetti e il fatto addebitato loro57. Un ultimo quesito relativo alla responsabilit degli amministratori : la presenza di assetti adeguati pu sollevare l'organo amministrativo dalla responsabilit di fronte ad un pregiudizio subito dalla societ durante la gestione operativa? Nonostante gli assetti siano costituiti allo scopo di evitare perdite possibile che queste si verifichino anche nella migliore delle organizzazioni interne. In questo caso, nell'impossibilit di individuare il soggetto responsabile di aver permesso che si verificasse il pregiudizio, vengono definiti responsabili gli amministratori. La presenza di un assetto adeguato non pu evitare che gli amministratori non siano responsabili, tuttavia, chiaro che la loro colpa sar di certo mitigata dalla valutazione positiva del modello organizzativo scelto. Conclusione. - ormai comprovato che la riforma dell'art. 2403 c.c. abbia portato considerevoli innovazioni in ambito societario; tuttavia l'aspetto pi interessante di tali novit la forte interrelazione che il legislatore ha volutamente mantenuto con le scienze aziendali. La prassi, gi presente sia nella corretta amministrazione che nella costituzione di assetti adeguati, risulta totalmente rispettata dal legislatore che finalmente cede alla necessit di introdurre le scienze aziendali nel proprio ordinamento riconoscendo loro la dovuta importanza. Nello svolgere l'analisi dei due principi per eccellenza ci si rende conto che il distacco della disposizione normativa generale e gli aspetti concreti dell'attivit di gestione d'impresa non sono cos distanti fra loro. Il dubbio scaturiva dall'idea che, nel trasformare il fatto concreto in disposizione normativa, il legislatore si allontanasse dalle varie esigenze che l'impresa possiede, sacrificandole per il rispetto degli obblighi generali; ebbene cos non stato. Di certo il principio dell'adeguatezza degli assetti maggiormente emblematico a questo riguardo,
57 Mozzarelli M., 2010, Appunti in tema di rischio organizzativo e procedimentalizzazione dell'attivit imprenditoriale, in Amministrazione e controllo nel diritto delle societ : liber amicorum Antonio Piras, Torino, I ed. Giappichelli, 2010 p. 739.

proprio perch la disciplina aziendalistica sempre presente nel suo rispetto; la necessit di cucire addosso all'impresa un modello organizzativo adeguato alle proprie esigenze, una sostanza che deve necessariamente poter prevalere sulla forma. Ne deriva che l'interesse dell'impresa, non solo si aggiunge all'elenco degli interessi da tutelare come l'interesse dei soci e dei soggetti terzi ma si pone al primo posto tra questi, coerentemente con il fatto che senza impresa non vi sarebbero interessi da tutelare. Sulla base di quanto fino ad ora affermato ci si augura che le future modifiche in ambito societario continuino a basarsi sulla concretezza della disciplina aziendale, e che tendano a rispettare l'obiettivo cardine dell'impresa in ogni sua sfaccettatura.

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09/07/2012 Roberta Mannu Matricola 30041274