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A Ilaria, sei sempre stata la mia sorella maggiore

INDICE

INTRODUZIONE

1. L' ORIGINE E LO SVILUPPO DEL NONPROFIT


In principio Lo stato assistenziale e la sussidiariet orizzontale La definizione terminologica : uno, nessuno e centomila Il lavoro all'interno di un ente nonprofit Il prestatore di lavoro subordinato gratuito

2. DALL'ASSENZA DI UNA DEFINIZIONE NORMATIVA AD UNA LEGISLAZIONE SU MISURA


Analisi legislazione europea,nazionale e regionale: nuovi sentieri la disciplina codicistica italiana : I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente Il volontariato organizzato e la l. 266/1991 La mutualit nella cooperativa sociale e la l. 381/1991 L'innovazione dell' impresa sociale e la l. 155/2006

3. IL LAVORO NEL SETTORE NONPROFIT


Il lavoratore volontario Il socio volontario Il socio lavoratore Il lavoratore nell' impresa sociale ed altre tipologie lavorativo Il lavoratore svantaggiato

4. LO SVILUPPO DEL TERZO SETTORE NELLE REGIONI ITALIANE


Lo sviluppo del terzo settore: il primo censimento Il nonprofit nelle regioni italiane e l' inserimento dei soggetti svantaggiati Confronto tra regioni: Sardegna e Veneto, due situazioni molto diverse CONCLUSIONE

BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE

L'obiettivo di questo lavoro quello di descrivere il fenomeno del terzo settore, focalizzando l'attenzione su uno dei punti pi avvincenti del percorso: il lavoro, e di conseguenza, le prestazioni svolte da parte di una svariata tipologia di soggetti, i quali attraverso l' impegno e la devozione al principio di solidariet sono i veri protagonisti della crescita del settore. Nel primo capitolo ho scelto di riportare gli aspetti pi generali del nonprofit, cercando di fornire le informazioni preliminari che possano formare un mezzo sicuro e chiaro per attraversare il percorso tracciato dal resto della trattazione. Una volta esaminato il fenomeno in s stesso, le sue denominazioni, rappresentative della crescita di consapevolezza e conoscenza del fenomeno da parte dello Stato e dei cittadini, si passa alla tipologia lavorativa originaria di una complessa e frammentata discussione dottrinale, finalizzata alla ricerca di una delimitazione normativa: il prestatore di lavoro subordinato gratuito. Nel secondo capitolo la consapevolezza e l' esigenza di determinare gli spazi giuridici entro i quali il nonprofit possa muoversi senza 4

restrizioni, ma allo stesso tempo, controllato dal sistema statale, prendono forma attraverso le normative pi significative del 1991, ritenuto un anno di svolta per il terzo settore. Dal lavoro subordinato gratuito quindi si passa all' ammissibilit delle varie tipologie lavorative, la concretezza e del fenomeno non pu essere fermata dall' assenza di una legislazione su misura, per questo motivo possibile cogliere come, nel corse degli anni, il legislatore stesso si trovi a disciplinare materie ed ambiti che nel concreto per gi esistono. Passando attraverso le associazioni di volontariato e le cooperative sociali si arriva, nel 2006, alla definizione di impresa sociale. Ad oggi lo Stato, consapevole dell' importanza e delle reali potenzialit del fenomeno, si sta impegnando nel fornire tutti i mezzi necessari, non solo alla promozione del nonprofit ma anche alla collaborazione con la pubblica amministrazione. Nel terzo capitolo si racchiude una descrizione delle tipologie lavorative pi importanti e numerosa all' interno delle cooperative sociali e delle imprese sociali. Una peculiare tipologia di soggetti che svolgono l' attivit lavorativa sono i soggetti svantaggiati. Essi vengono inseriti nel mondo del lavoro attraverso il lavoro stesso, dunque un'esperienza concreta, all'interno delle cooperative di tipo b, che permetter loro di reinserirsi nella societ stessa usando come mezzo di formazione 5

l'attivit lavorativa. All'interno del capitolo conclusivo si riportano i dati, le informazioni reali che testimoniano le basi sulle quali la dottrina e il legislatore hanno sempre cercato di attivarsi. Si cerca inoltre di riportare alcune informazioni sulla situazione italiana, e soprattutto della realt regionale, poich le Regioni rappresentano l'ambito territoriale entro cui il nonprofit prende vita, adeguandosi alle necessit territoriali che di volta in volta vanno evidenziandosi. Si vedranno le numerose risposte che le legislazioni regionali daranno al settore, e gli incentivi che forniranno per assicurarsi una collaborazione con il terzo settore e gli individui che lo compongono. Tutto questo senza mai perdere di vista uno dei punti chiave di tutta la trattazione: il principio di solidariet. Infine si sceglie di centrare l' analisi preliminarmente sulle cooperative sociali di tipo b, poich esse sono rappresentative non solo del nonprofit ma anche del lavoro e dell' importanza che questo assume per la crescita della persona in tutte le sue sfaccettature. Inoltre, in tale disamina, ci si focalizzer solo su due delle ventuno regioni: il Veneto e la Sardegna, rappresentative del grande divario tra Nord e Sud che penalizza l'Italia ed i suoi cittadini anche nell' assistenza dei bisogni sociali.

Nonostante la trattazione cerchi di riportare le potenzialit de terzo settore, ci si rende conto che il nonprofit non la risposta ma soltanto 6

una delle possibili risposte ai bisogni sociali.

1. L' origine e lo sviluppo del nonprofit e il lavoratore subordinato gratuito

In principio

Si ritiene comunemente che siano soprattutto i paesi anglosassoni a vantare una radicata tradizione culturale che ha consentito alle organizzazioni nonprofit di
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svilupparsi

in

un

contesto

complessivamente favorevole.

In Gran Bretagna nel 1601 fu

emanato l'atto noto come Statute of Charitable Law dove vengono solo fissati gli scopi che se perseguiti fanno dell'organizzazione una charitable organization.2 Negli Stati Uniti, invece, tale fenomeno risale ad un periodo pi recente: il 1831-32; sulla radicata idea associativa statunitense ha trovato spazio un settore nonprofit estremamente variegato. Vista l'importanza del fenomeno a livello internazionale,nel corso dei decenni si susseguirono numerose ricerche atte a comprendere quale potesse essere il metodo migliore per far s che le potenzialit del nonprofit divenissero reali, e divenne fondamentale dare un nome chiaro e definitivo al settore, in modo da permettere il

raggiungimento di una consapevolezza che in seguito, ci si auspicava, sarebbe divenuta una certezza legislativa. Le ricerche si svolsero all'interno dei paesi occidentali e tra questi nostro interesse focalizzarsi sul caso italiano poich esso fu qualificato come anomalo.
1 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit. Il Mulino Bologna 2008 p.21 2 Ibidem p.22 In una classificazione pi recente (del 1891) che ha interpretato la legge del 1601 e che viene ora utilizzata come base per le decisioni sulla natura di un'organizzazione, le attivit charitable vengono elencate come: il sostegno alla povert, il progresso della religione e dell'educazione e altre finalit da cui la comunit tragga beneficio

Nella penisola italiana fu fondamentale il ruolo che la Chiesa e le organizzazioni religiose ebbero nel forgiare l'assistenzialismo, fu la morale religiosa a trainare gli individui verso i bisogni del prossimo. Le Opere Pie3, enti morali il cui patrimonio consisteva principalmente di lasciti e donazioni accumulate nel corso dei secoli, controllate direttamente dalle congregazioni religiose, furono le protagoniste dell'assistenzialismo sanitario ed educativo italiano. Negli anni successivi all'avvento dell'unit d'Italia i servizi sanitari e di assistenza erano amministrati da istituzioni religiose, molte delle quali frutto di una tradizione secolare che si pu fare risalire al medioevo4 ma la nuova lite politica e il movimento socialista nascente si

unirono alla Chiesa nella lotta per il potere, tra il 1866 ed il 1890 lo Stato italiano eman leggi che miravano a confiscare i patrimoni di diversi ordini e congregazioni religiose, obbligando le Opere pie a sottomettersi al controllo pubblico5. La legge del 15 aprile 1886 n 3818, sulle societ di mutuo soccorso su la prima delle cosiddette leggi eversive , tutte emanate con lo scopo di sottrarre alla Chiesa una grossa fetta del suo cespite. In seguito venne emanata la legge Crispi del 17 luglio 1890, n 6972 atta a definire la disciplina delle
3 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit. Il Mulino Bologna 2008 p.25 In Italia, alcune delle istituzioni e delle organizzazioni che oggi consideriamo parte del settore nonprofit hanno una storia assai pi antica delle charities anglosassoni. in riferimento alle Opere Pie. 4 G.P. Barbetta Senza scopo di lucro, Il mulino Bologna 1996 p.17 5 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit. Il Mulino Bologna 2008 p.28

Ipab,la quale fu modificata nel 1988 : l'art. 16 venne abrogato in quanto definito incostituzionale poich proibiva la prestazione di servizi assistenziali da parte di soggetti privati, e questo entrava in contrasto con l'art. 38, comma 5, della Costituzione, che invece

dichiara: L'assistenza privata libera. Con l'avvento dell'industrializzazione e la definizione dell'apparato del welfare state si cercato di affidare i bisogni collettivi alla pubblica amministrazione, ma nel giro di pochi anni, a causa della crescente crisi fiscale dello stato e dell'assenza di fondi pubblici, si stati costretti a riaffidare l'assistenza collettiva a organizzazioni nonprofit e a molte associazioni di matrice cattolica.7 Questo accade per con una consapevolezza diversa: la scelta laica di ravvivare i valori dell'altruismo e della solidariet. Tuttavia la permanenza e la centralit che per un lungo lasso di tempo ha caratterizzato la Chiesa nei servivi assistenziali ed educativi, ha fatto in modo che queste azioni fossero impresse nella mente della collettivit come servigi legati al benessere dell'anima e

R. D. 30 dicembre 1923, n. 2841, Riforma della legge 17 luglio 1890, n. 6972, sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza Art. 1, 1 comma : Sono istituzioni di assistenza e beneficenza soggette alla presente legge le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto od in parte per fine: a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in stato di sanit quanto di malattia; b) di procurarne l'educazione, l'istruzione, l'avviamento a qualche professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico. 7 Carlo Borzaga, Il lavoro nel terzo settore, introduzione, www.sole.unina.it,2002: Dopo che per pi di ottantanni dalla legge Crispi sulle Ipab il numero e la rilevanza economica e sociale delle organizzazioni private senza scopo di lucro si erano venuti progressivamente ridimensionando, anche a seguito di interventi coercitivi di contenimento e di pubblicizzazione, a partire dagli anni 80 si assistito ad una loro progressiva e sempre pi vigorosa ripresa.

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che coloro i quali scegliessero di impegnarsi in questo tipo di prestazioni avrebbero dovuto essere caratterizzati da una forte devozione nei confronti del prossimo. Il legislatore italiano, influenzato da siffatta tara culturale ha scelto di dividere la disciplina dell' assistenzialismo dalla disciplina

economica, ritenendo entrambe appartenenti a due aspetti della vita paralleli impossibili da riunire in un'unica ricetta efficace.

Lo Stato Assistenziale e la sussidiariet orizzontale

Il Welfare State un'istituzione forgiata con l'obiettivo di creare un equilibrio sociale laddove la legge del caso, o del censo8 non lo abbia permesso. Esso stato definito come una grande conquista del ventesimo secolo attraverso la quale sia stato possibile migliorare le prospettive e le condizioni di vita dei soggetti svantaggiati. Nasce spontaneo chiedersi chi siano i soggetti svantaggiati e dove vengano espressi i criteri secondo i quali si appartenga a questa categoria o non se ne faccia parte. Preliminarmente tali individui furono identificati come i componenti di uno status sociale ritenuto svantaggiato a livello legislativo a causa dell'assenza di tutela, come nel caso dei lavoratori subordinati, e che
8 Espressione usata da Giorgio Ruffolo

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tale condizione creasse uno scompenso economico e sociale talmente profondo da non permettere agli individui di colmarlo

autonomamente. Conseguentemente stato necessario creare una definizione pi ampia, basata su una pi attenta analisi della societ . Tale nuova accezione contraddistinta da innumerevoli caratteristiche pi inerenti alla complessit della trama sociale e perci non riassumibili in una sola categoria n negli attributi di un singolo status. Dunque non sono svantaggiati solo i soggetti poco tutelati, ma anche coloro che nascono in condizioni fisiche, economiche e sociali difficili o che scelgono di agire in maniera illecita; tutte queste peculiarit facilitano l'emarginazione dei soggetti dal mercato del lavoro e rendono complicato il risanamento e il ritorno ad una condizione equilibrata. Attraverso questa razionalizzazione sociologica i fili pi fragili del tessuto sociale, che diversamente non sarebbero stati individuati, divengono il punto su cui va a focalizzarsi la solidariet dei componenti della comunit e specialmente confluiscono gli obiettivi della Pubblica Amministrazione. Lo Stato Assistenziale, agente sulle tipologie di persone prima riportate, presente in diversi paesi del mondo, soprattutto in Occidente a causa dello sviluppo industriale, fonte del secondo grande dislivello di censo e di categoria, dopo la condizione agricola. Il secondo sistema saldamente istituito nei paesi sviluppati, al 12

contrario assente o fragile nei paesi in via di sviluppo: all'interno degli Stati appartenenti al primo gruppo, i cittadini rispondono alle esigenze sociali con i proprio mezzi, mentre nel caso dei paesi della seconda categoria l'instabilit del sistema istituzionale ed economico non permette la creazione di una struttura garante dell'equilibrio sociale e non si assistenziale in grado di permettere l'inserimento dell'azione questo perch una delle criticit

privata,

dell'assistenzialismo statale che esso ha un costo notevole, sanato attraverso una politica fiscale gravosa per le tasche dei cittadini che non sono in grado di reggerlo se non certi di un'economia statale altrettanto forte alle loro spalle. Comunque, tornando ai paesi dove vige un solido Welfare State, si pu affermare che sono numerose le argomentazioni descriventi i suoi aspetti positivi : tra cui i dati secondo i quali le differenze sociali sono state ridimensionate e il grado di povert si abbassato. Tale struttura ha inoltre permesso che i cittadini con una forte carica di solidariet potessero attivarsi nei confronti del prossimo o con il proprio agito o unendosi ad un gruppo di individui accomunati dallo stesso moto di umanit, dando a s stessi una forte risposta di senso e rappresentando una valida alternativa ai bisogni sociali. Ma, come gi accennato, il Welfare State non infallibile9: non

9 Si veda a questo riguardo l'analisi di E. Malinvaud nel 1994. Nella sua trattazione l'economista riporta le criticit del welfare state; il peso dell'istituzione sulla collettivit e la sua inadeguatezza sono le fonti principali dell'evidente crisi : la popolazione ritiene che il costo di questi sistemi sia troppo elevato, o che la qualit dei servizi forniti sia troppo bassa.

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solo pu presentare delle criticit economiche, ma le soluzioni scelte dallo Stato e dalla Pubblica Amministrazione spesso possono risultare inefficaci o insufficienti nel dare un effettivo sostegno alle esigenze sociali. Gli aspetti carenti dell' istituzione verranno esaminati e rielaborati nel corso degli anni, dando origine a numerose risposte che a loro volta avranno forma ed ampiezza differenti rispetto agli Stati in cui si attueranno. Ed ecco il terreno sul quale i semi del nonprofit hanno posto le loro radici: il terzo settore nasce, in via subordinata e residuale, per ovviare alle carenze dell Stato, per poi crescere fino a svolgere una funzione complementare e propulsiva nella definizione delle attivit di interesse pubblico, giungendo a conquistare quote di mercato nei settori di competenza o in quelli connessi o strumentali10 . Un primo trampolino normativo che ha permesso il processo di valorizzazione e sviluppo dell'azione solidale privata risiede nel principio di

sussidiariet.

Il principio di sussidiariet fa la sua prima apparizione negli anni Novanta, all'interno dell'art. 118 Cost11, acquista solidit con la
10 F. Carinci, Il non profit. Itinerari giuridico-istituzionali , in Id. ( a cura di )Non profit e volontariato, p.6 11 V. Cerulli Irelli, Lineamenti del diritto amministrativo, Giappichelli Torino 2008 p. 57 la dislocazione delle funzioni amministrative tra i diversi livelli di governo nei quali si articola la Repubblica, deve essere disposta imputando le funzioni stesse al livello di governo pi prossimo, in termini territoriali, ai portatori degli interessi amministrati; il principio infatti impone ad ogni livello di governo

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riforma del titolo V nel 2001 e, come prova del suo valore e della necessit del suo saggio utilizzo, esso viene inserito nell'art. 5 del trattato istitutivo della Comunit Europea il 24 Dicembre 2002. L'impegno che la Comunit Europea si pone, e con essa gli Stati che la compongono, di garantire che i servizi resi ai cittadini siano il pi vicino possibile alla realt territoriale a cui essi appartengono. La sussidiariet si definisce verticale quando i servizi resi provengono dalle istituzioni di livello superiore e cadono sul bacino di

utenza,adeguandosi alle dimensioni del territorio esigente; viceversa se la risposta ai bisogni espressi viene offerta dai privati appartenenti alla stessa area territoriale ed essa si espandesse verso altre zone, tale sussidiariet nascente dal basso verrebbe qualificata come orizzontale. Quest'ultima accezione uno dei punti chiave nell'esaltazione del terzo settore che viene anche tutelato. Sia la normativa comunitaria che quella costituzionale sostengono l'azione del privato atta al di un fine collettivo, pertanto la Pubblica

conseguimento

Amministrazione non potr in alcun modo vietare, ostacolare o limitare tali iniziative. Essa non potr sostituirsi al privato che abbia istituito un'offerta valida ed efficace, creando un ente pubblico destinato alla cura del medesimo interesse o che offra lo stesso servizio in maniera pi vantaggiosa per gli utenti. Il principio di
superiore di intervenire con la propria azione e con il proprio sostegno, nell'ambito di funzioni e compiti di competenza del livello inferiore laddove questo non dispone di forza e capacit anche finanziaria sufficiente.

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sussidiariet pone, quindi, il divieto di concentrare in mano pubblica le attivit di interesse generale che possono essere svolte dai singoli cittadini o dalle loro associazioni12.

Uno, nessuno e centomila

Decidere che nome dare ad un fenomeno corrisponde al grado di consapevolezza con cui questo viene analizzato, razionalizzato ed

infine metabolizzato dalla societ. All'interno della denominazione scelta si racchiude l'immagine stessa del fenomeno, la sua identit e tutte le peculiarit che esso comprende. Durante gli anni Novanta il settore produttivo di beni e servizi dall' inconsueta accezione, diviene punto di interesse di sociologi, politici ed amministratori. Tale settore si occupa di offrire prestazioni molto peculiari usando tutte le forme organizzative possibili: si parte dall'associazione non riconosciuta, passando per le organizzazioni non governative che operano con i paesi in via di sviluppo, per arrivare alle cooperative
12 Rescigno G.U., Principio di sussidiariet orizzontale e diritti sociali, in Dir. pubbl., 1/2002, cit. 43 : ritiene che per potersi avere intervento pubblico necessario che siano rispettate alcune condizioni: il potere pubblico se intende istituire e gestire attivit assistenziali deve prima verificare nell'ordine : a) se per quella specifica attivit assistenziale e quel bacino di utenza sono disponibili iniziative private; b) se il sostegno che tali iniziative private chiedono eventualmente al potere pubblico determina, a parit di risultato, un costo superiore a quello che il potere pubblico dovrebbe sopportare qualora assumesse in proprio l'attivit assistenziale; c) se nonostante l'aiuto pubblico gli standards essenziali raggiunti o raggiungibili dai privati sono inferiori a quelli richiesti e che il soggetto pubblico potrebbe raggiungere.

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sociali. Tutte hanno un requisito comune : non distribuiscono a soci o dipendenti gli eventuali profitti che derivano dalla gestione delle loro attivit ma, al contrario, re-investono questi profitti per aumentare la quantit e migliorare la qualit dei servizi erogati13. Questo settore prende il nome di nonprofit14 : vocabolo derivante dalla tradizione legislativa americana e riconosciuto a livello

internazionale. La scelta della denominazione per estremamente pi complessa in Italia, dove il nonprofit caratterizzato da tutta una serie di determinazioni, ciascuna delle quali pi idonea a rappresentarne un aspetto piuttosto che un altro; difatti il percorso di qualificazione estremamente tortuoso ed il risultato una notevole confusione terminologica, esito anche del tentativo di fissare con concetti troppo rigidi, realt economiche e sociali in continua evoluzione15, tuttavia possibile tracciare un ragionevole excursus storico attraverso il quale si raccolgano le varie classificazioni formatisi.

Il punto di inizio dell' iter terminologico italiano si colloca negli anni Ottanta, dove il sostantivo : volontariato viene utilizzato per indicare
13 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit. Il Mulino Bologna 2008 p.9 14 Ibidem p.10 il termine non-profit con la negazione non indica il settore in negativo, differenziandolo dal resto dell'economia e della societ semplicemente sulla base del mancato perseguimento dei profitti. Il termine nonprofit, al contrario, viene solitamente interpretato come definizione in positivo, che riconosce un settore che si distingue dal resto dell'economia da una pluralit di caratteri e che possiede caratteristiche peculiari e uniche, non condivise da altre organizzazioni. 15 Ibidem p.49

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l'atteggiamento individuale o collettivo che si ha nei confronti dei bisogni sociali. L'accezione che risalta dalla scelta di questo

sostantivo estremamente generico e impreciso, la volont, nata in maniera del tutto autonoma, di agire a beneficio del prossimo in modo del tutto gratuito16. Inoltre tale atteggiamento risveglia, nei soggetti che scelgono di attuarlo, un rafforzamento dei principi morali e la sensazione di operare dentro una dinamica sociale affievolendo quel senso di solitudine divenuto, oramai, una caratteristica del nostro tempo. La tensione verso una valida risposta di senso trova una reazione anche in un altro sostantivo, altrettanto usato : l'associazionismo. Esso risalta la scelta di riunirsi e di creare un'associazione, ma tale scelta non necessariamente connessa alla risoluzione di offrire prestazioni gratuite atte al benessere comune: una associazione ogni gruppo di persone che si organizza per impegnarsi in attivit differenti da quelle di natura lucrativa.17 L' associazionismo , quindi, un concetto generale, comprendente numerose tipologie di interesse tra cui anche il volontariato stesso. Ma negli anni Novanta tutte le sfaccettature del nonprofit

acquistano vigore e vengono subito qualificate attraverso tutta una serie di termini, ciascuno dei quali pone l'accento su un elemento caratterizzante del settore.
16 Si torner sull'aspetto della gratuit nell'analisi del lavoro subordinato gratuito. 17 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit. Il Mulino Bologna 2008 p. 13

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Tramite il sostantivo terzo settore o terzo sistema si rappresenta la crescita esponenziale del fenomeno, divenuta tanto notevole da far s che questo si intromettesse tra il mercato, nominato primo sistema o capitalismo e lo Stato chiamato secondo sistema o pianificazione. Qui si chiarisce come questo settore sia l' alternativa, creata per rompere le barriere della al pianificazione pi statale ma senza cedere, nel il

contempo,

capitalismo

selvaggio;

l'associazionismo,

volontariato e accezione.

il cooperativismo vengono tutti inserite in queste

necessario affiancare a questa definizione cos ampia anche gli altri termini con i quali invece si scelto di qualificare l'aspetto economico del fenomeno: l' economia civile. Si riporta il principio di reciprocit, tipico del mercato e della nostra societ civile e la produzione di beni, fatto del tutto rapportabile alla condizione economica e commerciale. Intorno alla met degli anni Novanta viene coniato il termine imprenditoria sociale. Si forgia, in questo caso, l'unione tra la solidariet e l'azione economica confacente la produzione di beni e servizi che potranno essere distribuiti gratuitamente ovvero

potranno anche essere venduti ad altri soggetti privati o pubblici. La cooperazione sociale unita a questo nuovo settore imprenditoriale stata oggetto di grande interesse da parte del legislatore, essa investe, trasformandolo, un importante aspetto del mondo del lavoro, 19

spazio che fino ad ora non era stato che sfiorato da tutta questa serie di nuove risorse umane. Infine nel 1999, in funzione della realizzazione del primo

censimento Istat sul settore nonprofit italiano, vennero sanciti i requisiti chiave che un'organizzazione deve avere per appartenere al terzo settore sono considerate come nonprofit quelle organizzazioni che sono formalmente costituite; hanno natura giuridica privata; si autogovernano; non possono distribuire profitti a soci e dirigenti; sono volontarie, sia nel senso che l'adesione non

obbligatoria, sia perch son in grado di attrarre una certa quantit di lavoro gratuito.18

18 Per un approfondimento si veda : G. Ponzanelli, Gli enti collettivi senza scopo di lucro, Giappichelli Torino 2000, e G.P. Barbetta, Senza scopo di lucro, Il Mulino Bologna 1996 p. 57 Visti i limiti delle definizioni disponibili, si proceduto alla creazione di una nuova definizione ( chiamata strutturale/operativa ) che, almeno in parte, corregge ed integra i difetti delle precedenti. Secondo questa definizione, una organizzazione appartiene al settore nonprofit quando rispetta i seguenti criteri ( L.S. Salamon e H.K. Anheier 1994a): a) costituzione formale; b)natura giuridica privata; c)autogoverno; d) assenza di distribuzione del profitto; e) presenza di una certa quantit di lavoro volontario.

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Il lavoro all'interno di un ente nonprofit

Tutto

l'iter

fino

ad

ora

proposto

non

che

la

premessa

indispensabile per giungere ad asserire con considerevole fermezza che il settore nonprofit un soggetto economico di assoluto rilievo, in grado di movimentare risorse assai rilevanti passaggio dalla dimensione prettamente
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, tuttavia il a quella

economica

lavoristica estremamente breve. A questo punto diviene fondamentale descrivere minuziosamente l'ente nonprofit utilizzando come fonte non pi sostantivi generali e concettuali, ma focalizzandosi sulle attivit concretamente svolte al suo interno. Pertanto il legislatore si chiesto quali fossero le prestazioni di lavoro eseguite in questa fattispecie e quale fosse il contratto attuato per ottenere delle prestazioni lavorative in tutto confacenti alla tipologia del lavoro subordinato ma prive, nel contempo, del carattere dell' onerosit della prestazione, per fornire una disciplina il pi possibile adatta alle caratteristiche del terzo settore. Nel corso della trattazione si cercher di ripercorrere tutti i punti gi analizzati dalla dottrina, per illustrare la risposta

effettivamente scelta dal legislatore; la stessa risposta che ci permetter poi di capire i punti di forza e le criticit delle norme emanate dall'inizio del XX secolo ad oggi.
19 G.P. Barbetta, il settore nonprofit italiano, Il mulino Bologna 2001 p.13

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Istintivamente nel rispondere ai quesiti prefissati, si utilizzerebbero i termini giuslavoristici e le categorie tipiche di diritto del lavoro gi in atto: lavoratore subordinato e datore di lavoro. Tuttavia l'uso di queste espressioni senza l'affiancamento di una attenta analisi anche terminologica, pu risultare del tutto fuorviante, poich questi stessi vocaboli hanno subito una profonda

trasformazione interpretativa. inoltre indispensabile dare un accenno sul primo tratto di strada percorso dagli studiosi, atto a capire se la normativa gi in vigore

fosse una base sufficiente allo sviluppo del nonprofit e soprattutto quali fossero la norme indicative e dove si trovassero. Ci che la dottrina si trov davanti fu la rigidit del Codice Civile e la cognizione che questo riportasse diverse lacune, da colmare obbligatoriamente.

Alla

fine

degli

anni

Trenta

il

legislatore,

influenzato

dalla

convinzione secondo la quale

il carattere ideale degli enti non

lucrativi fosse incompatibile con l'esercizio di una attivit economica, al contrario tipica degli enti lucrativi, decise di trattare la disciplina degli uni e degli altri secondo due modalit completamente differenti. Tale diversit resa inequivocabilmente dalla stessa suddivisione del Codice Civile; all'interno del Libro I Delle persone e della famiglia, sono collocati gli enti non lucrativi ( associazioni, fondazioni, 22

comitati ) in quanto rappresentativi di vari tratti della personalit umana, tra cui la solidariet stessa20. Gli enti lucrativi, invece, si trovano all'interno del Libro V intitolato specificamente Del lavoro, ed qui che si delineano i concetti di datore di lavoro, impresa e scopo lucrativo. In corrispondenza con la rubricazione del titolo II, Del lavoro nell'impresa, e della sezione I, Dell'imprenditore, l'art. 2082 c.c. delinea la figura dell'imprenditore21 come : chi esercita

professionalmente una attivit economica organizzata22. Requisito presente in questa qualificazione, sebbene acquisibile solo tramite un'attenta interpretazione, il principio di economicit presente nell'azione imprenditoriale, affiancato dalla consapevolezza che il produttore agisce sempre a scopo speculativo23.
20 G. Ponzanelli, Gli enti collettivi senza scopo di lucro, Giappichelli Torino 2000 p.177 La questione della legittimit dell'esercizio di attivit economica da parte degli enti del libro I c.c. nasce dal silenzio normativo. Il legislatore del '42, infatti, non ha certo pensato alle associazioni o alle fondazioni come strutture organizzative idonee allo svolgimento di attivit di impresa in forma collettiva e non ha, quindi, coerentemente e logicamente, offerto alcuna disciplina. Il fenomeno degli enti senza scopo di lucro che addirittura in alcuni casi competono sul mercato insieme ad organismi collettivi tradizionalmente impegnati in attivit di natura imprenditoriale, non solo sotto gli occhi di tutti, ma in continua espansione. 21 M. Grandi, Le modificazioni del rapporto di lavoro. Le modificazioni soggettive, Milano, Giuffr, 1972, pp. 238 s.: La qualifica di datore di lavoro designa sinteticamente, attraverso una formula terminologica ormai acquisita al sistema legislativo, il complesso delle situazioni giuridiche soggettive, che formano il contenuto della posizione contrattuale del creditore di una prestazione di opere. 22 G. Ponzanelli, Gli enti collettivi senza scopo di lucro, Giappichelli Torino 2000 p.178 In altri termini si ritiene attivit d'impresa ex art. 2082 c.c. quella svolta con un metodo che consente la copertura di dei costi con i ricavi, oppure quella svolta con un metodo lucrativo ( per il quale le modalit di gestione delle impresa tendono alla realizzazione di ricavi eccedenti i costi ): pertanto, spetta la qualifica di imprenditore ad un ente che rispetti queste modalit di svolgimento della sua attivit, anche se essa sia, poi, finalizzata al perseguimento di uno scopo di natura ideale. 23 Cfr. Grandi, Le modificazioni del rapporto di lavoro, cit. , p. 178 Nel vecchio

23

Nell' ordinamento non presente una definizione di impresa ma possibile ottenerla dall'interpretazione dell' art. 2082 c.c., tuttavia viene da s chiedersi se essa si basi sullo scopo del raggiungimento di un profitto ovvero se la sua causa fondante sia un altra. Nel dare una risposta a questo quesito la dottrina si frammentata: la parte tradizionale ha risposto negando la validit di una qualsiasi motivazione che non avesse finalit lucrativa. Mentre un' altra parte si contrapposta a questa visione qualificando l'imprenditore come

colui che svolge attivit produttive di beni e servizi scegliendo un'amministrazione basata sui criteri dell'economicit. Da questa affermazione emerge che il requisito essenziale

dell'attivit di impresa l'economicit della gestione, per questo motivo il precedente vincolo dello scopo di lucro24 stato riqualificato come carattere accidentale. Una delle argomentazioni indirizzata a sostenere la tesi sopraccitata quella secondo la quale l'elemento teleologico (la finalit egoistica ovvero altruistica/ideale) non sia

sufficiente come requisito per decidere della natura imprenditoriale dell'attivit esercitata da un qualsiasi individuo.

Questa inversione interpretativa spiana la strada all' ammissibilit


codice del commercio l'imprenditore era una species del genus dei commercianti; la sua funzione tipica consisteva nell'interporsi, a scopo prevalente di speculazione, tra il complesso dei mezzi produttivi, tra cui le energie di lavoro, e la massa dei consumatori; questa attivit intermediatrice costituiva e giustificava la sua ragione di profitto. 24 G.F. Campobasso, Diritto commerciale, 1 Diritto dell'impresa, Torino, UTET, 1997, p.37

24

dell'esercizio di attivit d'impresa da parte di tutti quegli enti riportati nel libro I, rompendo finalmente gli schemi posti dalla rigida architettura civilistica, e permettendo cos al terzo settore di rafforzare maggiormente le proprie fondamenta legislative. Inoltre la mancanza della causa lucrativa e, nel contempo, la presenza del

requisito della gestione economica ci permettono una nuova visione della normativa e una nuova modalit di intendere gli stessi termini fino ad ora usati. Il cambiamento investe, appunto, anche la figura del datore di lavoro rendendola meno adatta a rappresentare l'imprenditore: d' ora in poi si parler di creditore di lavoro subordinato, o di gestore del lavoro di altri soggetti. La scelta di usare questa espressione si fonda tanto sul distacco che il tale soggetto ha attuato nei confronti del profitto, quanto sulla riforma che investito anche il prestatore di lavoro subordinato. Il significato con cui la subordinazione si definisce cambia: essa viene intesa come una qualifica tecnica della

prestazione di lavoro, inoltre l'obbligazione retributiva nei confronti del prestatore di lavoro, cede il passo all'ammissibilit del requisito di gratuit: in questo contesto negoziale non contemplato lo scambio con una controprestazione del beneficiario.

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Il prestatore di lavoro subordinato gratuito

Ora che la normativa maggiormente flessibile, per non dire trasformata, a vantaggio degli interessi finalmente percorrere la via principale del nonprofit, si pu della nostra analisi

focalizzandosi appunto, sulle attivit e sul lavoro interno agli enti 26

nonprofit, dando rilievo agli aspetti pi peculiari del settore come la solidariet e la gratuit, i quali forniranno i mezzi necessari per convertire le teorie tradizionali.

La dottrina si a lungo interrogata sulla possibilit che il requisito di gratuit e quello di subordinazione potessero coesistere in una stessa fattispecie. Ovviamente la risposta non stata facile da trovare ma l'orientamento dottrinale prevalente s'oppone alla tesi pi estrema che nega in radice la configurabilit di un lavoro subordinato gratuito25. Il punto su cui si fonda la teoria dello schieramento tradizionale, negante l'ammissibilit di una prestazione subordinata gratuita, lo si incontra tornando al titolo II del libro V del Codice Civile nella sezione II, Dei collaboratori dell'imprenditore, e concentrandosi sull'art. 2094 c.c., nel quale definito il prestatore di lavoro subordinato come colui che si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell'impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore. Questo gruppo minoritario ritiene, dunque, che il carattere dell'onerosit della prestazione lavorativa sia un tratto connaturato al rapporto di lavoro stesso. Inoltre l'art. 36, comma 1, Cost. disciplina che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantit e qualit del suo

25 F. Bano, Il lavoro senza mercato, Il Mulino Bologna 2001 p. 65

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lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a s e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa26. Tale norma inderogabile dovrebbe porre una ferrea limitazione all' autonomia negoziale dei privati, i quali non potrebbero concludere un contratto di lavoro privo del requisito di onerosit, e se l'autonomia privata non dovesse prevedere una soglia minima di retribuzione, l'art. 2099 c.c., comma 2, colma tale lacuna affermando che In mancanza di accordo tra le parti, la retribuzione determinata dal giudice, tenuto conto, dove occorra, del parere delle associazioni professionali. Ciononostante lo spiegamento dottrinale avverso tesse le fila della sua teoria partendo da un esame pi dettagliato dell'art. 2094 c.c. : non pu trarsi alcun argomento per concludere che l'onerosit prevista dall'ordinamento come un requisito necessario di ogni prestazione d'opera subordinata ed quindi immodificabile

dall'autonomia privata27, si riconosce l'onerosit come un requisito previsto dall'ordinamento ma non come causa ab substantiam del contratto di lavoro28. In aggiunta a questo si pu affermare che l'art. 36 Cost. viene in
26 Nelle parole di Zoppoli, La corrispettivit nel contratto di lavoro, cit. p. 280, la retribuzione sufficiente un effetto legale inderogabile della stipulazione del contratto, un effetto che dunque si produce a prescindere da qualsiasi manifestazione di volont, per il solo fatto di dar vita a un rapporto di lavoro subordinato. Non dunque un limite negativo all'autonomia negoziale; l'effetto minimo che il contratto di lavoro deve produrre secondo Costituzione. 27 Treu, Onerosit e corrispettivit nel rapporto di lavoro, Milano Giuffr 1968 p.104 28 G. Pera, Osservazioni sulla nullit della clausola del contratto individuale di lavoro relativa alla retribuzione, in Riv. Giur. Lav., 1964, II p. 562: la funzione economico-sociale dello specifico contratto sta soprattutto nel consentire a un soggetto l'utilizzazione del lavoro altrui, mentre la retribuzione non che la conseguenza naturale, in termini di corrispettivit, di questa utilizzazione.

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rilievo solo quando il contratto di lavoro sia qualificato come contratto a causa onerosa di scambio e manchi del quantum della retribuzione; ma se ci si trovasse senza l' an, cio senza l'accordo di una

retribuzione, e di conseguenza, ci si trovasse dinanzi ad una contratto atipico, allora l'articolo costituzionale non entrerebbe in scena. Confutata la teoria tradizionalista, si passa a verificare la possibilit per i privati di utilizzare uno schema negoziale gratuito. Difatti l'interrogativo sul quale fu necessario lavorare si basa sul concreto uso di uno schema negoziale atipico e sulla validit di questo. L'autonomia privata libera di creare dei negozi giuridici che si discostino da quelli tipici, disciplinati dall'ordinamento, ma allora si tratterebbe ugualmente di una prestazione di lavoro subordinata? La risposta positiva, in questa fattispecie l'attivit subordinata non si configura come strumento per attuare uno scambio di utilit reciproche tra i contraenti, ma serve per la soddisfazione di scopi altruistici o, comunque, di interessi non esprimentisi in

controprestazioni obbligatorie29. Una parte della dottrina, sostiene la scissione tra la subordinazione e lo scopo di lucro, esiste quindi una variante gratuita del contratto di lavoro subordinato30, solo che a
29 Treu, Onerosit e corrispettivit nel rapporto di lavoro, cit. p. 45 30 F. Bano, Il lavoro senza mercato, cit., p. 71: Viene allora fatto di chiedersi a quale scopo si tenga fermo il carattere della subordinazione. La spiegazione pi immediata sta nel fatto che il lavoro subordinato gratuito una figura giuridica costituita, per sottrazione, avendo come riferimento la fattispecie di cui all' art. 2094 c.c., da cui si discosterebbe per l'assenza del corrispettivo economico; ed inoltre negli anni Cinquanta una dottrina protettiva del lavoro subordinato gratuito era compresa nel corpo normativo dedicato alla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro: art. 3, d.p.r. n. 547/1955 sulla prevenzione degli infortuni e art. 3, d.p.r. n. 303/1956 sull'igiene del lavoro secondo i quali :

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differenza del contratto tipico, in questo caso non si intende perseguire uno scopo di lucro, e il soggetto non lavora reperimento dei mezzi per vivere in modo libero e dignitoso. Tale fattispecie negoziale definita atipica: essa ha ad oggetto una prestazione non orientata allo scambio economico, n finalizzata a vantaggi indiretti, posta in essere da un soggetto che non si trova in stato di bisogno31. per il

lavoratore subordinato : colui che fuori dal proprio domicilio presta il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione altrui indipendentemente dall'onerosit del rapporto. 31 Per un approfondimento: Treu, Onerosit e corrispettivit nel rapporto di lavoro, cit. p. 71; F. Bano, Il lavoro senza mercato, cit., p. 70 : A confortare l' impressione che il lavoro subordinato gratuito non abbia margini di pratica realizzazione, concorre la necessit di postulare un limite strutturale costituito dallo stato di bisogno del soggetto il quale disponga della sola capacit del lavoro come mezzo di mantenimento proprio e della propria famiglia ( art. 36 Cost.); in tal modo si fornisce all'interprete un sicuro criterio di accertamento della situazione posta in essere dai soggetti, in alcune ipotesi in cui facilmente potrebbe manifestarsi l' uso del tipo gratuito in funzione simulatoria fraudolenta.

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2. Dall'assenza di una definizione normativa ad una legislazione su misura

Nuovi sentieri

Il percorso compiuto fino a questo momento ci permette di intraprendere i vari sentieri della legislazione italiana con una chiara idea del nonprofit e delle risorse che questo in grado di smuovere. Il sistema economico dunque influenzato positivamente dal terzo settore, il quale offre una valida alternativa ovvero una soluzione, al problema costante della disoccupazione all'interno dello Stato. L' attivit sociale del privato, garantita dai vari principi descritti nel

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capitolo precedente, non arrivata a questo punto attraverso una legislazione chiara ed efficace costituente mezzi idonei ed istituzioni a misura degli obiettivi sociali prefissati32, al contrario essa partita da quelle stesse organizzazioni espressive della libert di azione dell'individuo e rese adatte a rispondere ai bisogni sociali attraverso la flessibilit codicistica, ammessa dalla dottrina. Partendo dal libro I del Codice Civile possibile affermare che fanno pertanto parte del terzo settore le organizzazioni di

volontariato ( legge 11 agosto 1991, n. 266), le cooperative sociali (legge 8 novembre 1991, n. 381), [] le associazioni di promozione sociale (legge 7 dicembre 2000, n. 383), le organizzazioni non lucrative di utilit sociale onlus - ( d.lgs. 4 dicembre 1997, n. 460) le associazioni , le fondazioni, i comitati [], e molti altri organismi eterogenei e disparati molti dei quali sono sorti per effetto di provvedimenti normativi costitutivi ad hoc.
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32 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit, Il Mulino Bologna 2008, p. 32 : La legislazione italiana sul settore nonprofit infatti un insieme composito di leggi cresciute in maniera disorganica nel corso del tempo e tutt'ora prive di un'adeguata sistematicit. Si veda inoltre G. Alpa, Manuale di diritto privato, CEDAM Padova 2007, pp. 334 ss. : Gli interventi legislativi italiani in materia di associazioni sono sparsi e frammentati: i testi utilizzano il vocabolo in maniera discontinua, e della figura accreditano un'immagine poliforme. Si tratta, per la maggior parte, di provvedimenti di settore. L'ambito prevalente quello economico e commerciale; di qui l' utilit di visitare pure la prospettiva della disciplina fiscalee si veda Rescigno, Sulla riforma del diritto delle associazioni e fondazioni, in Vita Notarile, 2005, p. 3 ss. 33 M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, Occupazione, mercato e solidariet, Giappichelli, Torino 2005 pp. 31 e ss. : i In altri termini, la scelta di limitare la trattazione la trattazione alle prestazioni di lavoro rese in favore delle organizzazioni di volontariato e delle cooperative sociali, con esclusione dunque delle altre organizzazioni che compongono il terzo settore, si giustifica in virt della circostanza che in riferimento ad esse possono essere indagate le questioni connesse alla qualificazione alla prestazione di lavoro ed anche alle prospettive evolutive dei moduli di impiego, cos come della relazione contrattuale di lavoro,

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La genesi degli enti che confluiscono in questo settore eterogenea, poich esso risulta composto sia da enti nati dalla

spontanea aggregazione dei cittadini ( associazioni), sia da enti nati per la volont di uno o pi fondatori (fondazioni), sia da enti costituiti dalla mano pubblica ex novo o per privatizzazione o

aziendalizzazione di enti in precedenza pubblici34. Prima di iniziare la trattazione sugli enti nonprofit, analizzando in modo preferenziale cooperative sociali e associazioni di volontariato qui che si costituisce un ambito di interesse specifico per la materia lavoristica - opportuno riprendere con maggiore diligenza la definizione tradizionale degli enti del Libro I, ed in seguito del volontariato35.

La disciplina codicistica italiana : i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente

Il libro I del codice civile ha preso in considerazione le tipologie fondamentali delle aggregazioni di persone e di beni che provenivano
specie alla luce dell'attuale questione occupazionale e delle modificazioni delle tipologie contrattuali, con coeva ipotizzazione di una differente strutturazione delle tutele lavoristiche. 34 M. Capecchi, Evoluzione del terzo settore e disciplina civilistica, CEDAM, Padova 2005 p. 51 35 M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, Occupazione,mercato e solidariet, cit. p. 34

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da una risalente tradizione storica: le associazioni (o corporazioni), quando l' elemento personale prevalente; le fondazioni, quando l'elemento patrimoniale destinato ad uno scopo prevalente; gli altri enti, istituiti da apposita legge o non riconducibili ai due modelli primigenii, costituiscono una categoria residuale36. Da questi enti si distinguono le societ, in cui lo scopo normalmente lucrativo e le persone cooperano al fine di distribuire gli utili della loro attivit 37. L'opinione corrente definisce l'associazione come un' organizzazione costituita da un gruppo di persone che si uniscono per perseguire uno scopo e una finalit comuni38. Questa definizione estremamente generica, al suo interno infatti possibile inserire qualsiasi interesse preponderante per l'individuo ovvero per una collettivit organizzata di persone39. Gli esigui articoli che la normativa codicistica dedica a questo tema vanno dal 14 al 42, ma curiosamente in nessuno di essi presente una definizione di associazione, dando cos la sensazione che essa sia data per scontata. Comunque viene indicato con fermezza che l' associazione

36 Si evince dallo studio specifico dell'argomento che il legislatore, come gi accennato, non ha una visione positiva di queste organizzazioni, vedendole destinate solo a nutrire la parte emotiva della persona fisica; si consiglia per un approfondimento : L. Nivarra, V. Ricciuto, C. Scognamiglio, Istituzioni di diritto privato, Giappichelli Torino 2005, pp. 93 e ss. :La disciplina degli enti collettivi che non perseguono scopi di lucro ha storicamente risentito di un atteggiamento di diffidenza, se non di aperta ostilit, da parte del legislatore 37 G. Alpa, Manuale di diritto privato, CEDAM Padova 2007, p. 332 38 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit, cit., p. 34 39 Ibidem cit., p.34 : Questa definizione potrebbe tuttavia adattarsi anche al caso di un'impresa a fine di lucro, che altro non se non un'organizzazione costituita da alcune persone con lo scopo di procurarsi un vantaggio economico, di conseguire e distribuire un profitto.

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soggetta a due diverse discipline nel caso appartenesse o meno alla categoria delle associazioni riconosciute o di quelle non riconosciute, nel primo caso l' aggregazione otterrebbe la personalit giuridica. Ci che serve specificare la gamma di motivazioni per cui un'associazione scelga di ottenere la concessione del riconoscimento e quindi di attenersi ai criteri richiesti dall'amministrazione, ovvero le ragioni altrettanto numerose e valide per le quali non sia necessario acquisire la personalit giuridica e si preferisca agire all'interno dell'indefinita disciplina delle organizzazioni di fatto. A favore del riconoscimento si pu affermare che di certo quest'atto tutela maggiormente gli associati e sia il loro cespite che quello della societ, limitando i rischi: si gode dell'autonomia patrimoniale perfetta, vi cio insensibilit completa del patrimonio della persona giuridica nei confronti dei creditori dei singoli membri, e, allo stesso modo, insensibilit del patrimonio personale dei singoli membri per i debiti contratti dalla persona giuridica40 . Oltre questa prerogativa, l'associazione riconosciuta pu, attraverso l'uso legittimo della capacit di agire, firmare contratti e obbligazioni partecipare a bandi e concorsi pubblici per l'attribuzione di risorse utili e necessarie. difficile pensare che il riconoscimento non possa non essere un beneficio, eppure il suo conseguimento comprende anche degli svantaggi da non tralasciare.

40 G. Alpa, Manuale di diritto privato, cit., p. 319

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Innanzitutto bisogna dire che : La personalit attribuita dal Presidente della Repubblica per gli enti che operano sul piano nazionale e internazionale, e dal Presidente della Giunta Regionale, per gli enti che operano sul piano regionale.41; questo richiedeva perci una dilatazione dei tempi necessari, ma con l'emanazione del d.p.r. del 10 febbraio 2000, n. 361 stato introdotto un regolamento recante norme per la semplificazione del processo di riconoscimento delle persone giuridiche private. Ma non il tempo il vero motivo per cui l' organizzazione tentennante all'idea di richiedere la personalit giuridica : il problema, se cos lo si vuole chiamare, che tale attestato un atto discrezionale dell'amministrazione e non un diritto dell'organizzazione42. Tale documento viene infatti concesso previa valutazione di opportunit da parte dell'amministrazione stessa43 . logicamente intuibile che affinch questo iter burocratico si concluda positivamente, e cio a favore della parte richiedente, siano necessari dei requisiti indispensabili, forniti all'art. 1 del d.p.r. 361/2000 : Ai fini del riconoscimento e' necessario che siano state soddisfatte le condizioni previste da norme di legge o di regolamento per la
41 G. Alpa, Manuale di diritto privato, cit., p. 324 : il Codice Civile non disciplina le modalit del riconoscimento. Esse sono state di recente semplificate, con il d.p.r. del 4 febbraio 2000, emanato dal Governo in virt dei poteri ad esso delegati dal Parlamento con la l. n. 59 del 1997. 42 G. Alpa, Manuale di diritto privato, cit., p. 324 : Poich la creazione di una persona giuridica un fatto che nel mondo del diritto considerato di grande momento, [...] un privilegio, questo potere stato riservato allo Stato, e lo Stato ne ha fatto un uso assai largo, anche se si sempre mostrato geloso nel suo esercizio. 43 Artt. 14 c.c. e ss., nello specifico: art 14 , comma 1, c.c. : Le associazioni e le fondazioni devono essere costituite con atto pubblico

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costituzione dell'ente, che lo scopo sia possibile e lecito e che il patrimonio risulti adeguato alla realizzazione dello scopo. Quest' atto non che un metodo per controllare le associazioni, e di riflesso gli individui e le risorse patrimoniali utilizzate, a dimostrazione del fatto che la fiducia statale , per usare un eufemismo, titubante. Tutto questo non il frutto di una supposizione a vantaggio di una teoria, ma facilmente visibile dalla lettura del d.p.r. 361/200044. Ci nonostante la rigidit dell'atteggiamento statale eludibile poich se il campo d'azione delle associazioni riconosciute ben recintato, quello delle associazioni non riconosciute privo di ogni restrizione45, escluse ovviamente quelle sancite dalla Costituzione. Sulla base dell'art. 36 c.c. a regolare l'ordinamento interno

dell'associazione l'accordo tra gli individui associati. Essi possono decidere di portare a compimento gli obiettivi preposti senza che vengano, nel contempo, qualificati dallo Stato ed eventualmente frenati dallo stesso. L' associazione di fatto il punto da cui trae origine il terzo settore, poich solo in questo spazio indefinito stato possibile racchiudere gli
44 Se si prosegue infatti con l'analisi di tutti i 12 articoli componenti il decreto ci si rende conto di quanto questa forma di controllo sia presente anche, ad esempio, in ogni minima variazione dello statuto, che deve essere necessariamente approvata dall'amministrazione (art.3). 45 Art.36 c.c. Ordinamento e amministrazione delle associazioni non riconosciute L'ordinamento interno e l'amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati. Le dette associazioni possono stare in giudizio nella persona di coloro ai quali, secondo questi accordi, conferita la presidenza o la direzione..

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obiettivi solidaristici ed allo stesso tempo scegliere una gestione economica dell'attivit svolta. Ma a bilanciare libert e indipendenza c' un maggiore rischio da parte degli associati: in questa fattispecie prevista l'autonomia

patrimoniale imperfetta: i creditori dei singoli membri non possono aggredire i beni imputati all'ente ( tutt' al pi possono chiedere lo scioglimento della comunione, la liquidazione della quota, e cos via); mentre i creditori dell' ente possono aggredire il patrimonio dei singoli membri, e soddisfare su di esso il proprio credito46. necessario descrivere, anche sinteticamente, le restanti tipologie di enti che sono importanti per il terzo settore ma che ora, in siffatta analisi, non rivestiranno un ruolo di primo piano; si parla della fondazione : la fondazione un ente costituito da un patrimonio destinato ad uno scopo47. Le differenze sostanziali rispetto

all'associazione che questa tipologia di organizzazione si focalizza sull'elemento patrimoniale e che deve sempre essere riconosciuta48.
46 G. Alpa, Manuale di diritto privato, cit., p. 320 47 Anche in questo caso la definizione stata necessariamente costituita dalla dottrina, poich non presente, specificamente, in alcuna normativa. Si veda per un approfondimento : G. Alpa, Manuale di diritto privato, cit., p. 353 : IL Codice prevede, come si detto, disposizioni comuni a fondazione e associazioni riconosciute; tuttavia dispone anche norme specifiche sulle fondazioni. Il fondatore, infatti, pu revocare l'atto di fondazione, con il quale aveva vincolato tutto o parte del suo patrimonio ad uno scopo, solo fino al momento in cui interviene il riconoscimento : da quel momento la fondazione viene ad esistenza, un ente (morale e giuridico) diverso dal fondatore, con un patrimonio ormai proprio; nulla pu quindi pi fare o pretendere il fondatore ( art. 15 c.c.) . 48 G.P. Barbetta F. Maggio, Nonprofit, cit., p. 36: La differenza fondamentale tra associazioni e fondazioni consiste dunque nella presenza dell'elemento patrimoniale. Nell' associazione l'elemento rilevante costituito dalla presenza di persone - i soci - che si organizzano mettendo in comune risorse, lavoro, idee e organizzazione per raggiungere una finalit condivisa; nella fondazione, al contrario, l'elemento umano ha un carattere secondario rispetto alla presenza di

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Ed in conclusione si ha il comitato: esso pu essere definito come una sorta di associazione temporanea di persone che perseguono uno scopo definito e raggiungibile in un arco di tempo limitato.

Il volontariato organizzato e la l. 266/1991

La crisi del Welfare State e la necessit di allontanarsi dalla pianificazione statale, dimostratasi non sempre capace di funzionalit, comporta una propensione maggiore a concentrarsi sul Welfare Mix: integrazione fra la dimensione pubblico-statale e quella del privatoun patrimonio.

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sociale49. Inoltre ci si trova in una prospettiva favorevole al pluralismo sociale, descritto nella stessa carta costituzionale, vincendo

l'inclinazione a riportare allo Stato ogni compito che trascenda la sfera di iniziativa e di azione degli individui e staccando la dimensione collettiva degli interessi dall'idea che la sfera pubblica sia la sola idonea ad apprezzarli ed a prenderne cura50. Ma quali sono le forme di associazionismo o di assistenzialismo che realmente possono penetrare nella sfera d'azione statale e carpirne delle aree di competenza mantenendo per la loro informalit e spontaneit? Ebbene la risposta semplice: il volontariato organizzato.

Quest'ultimo stato il fenomeno, sin dagli anni Settanta, in grado di garantire una nuova connessione tra Stato e societ civile

valorizzando allo stesso tempo i punti di forza della spontaneit dell'individuo51. Ed il nucleo intorno al quale si sviluppata la legge quadro sul volontariato n.266 nel 199152. Dunque il legislatore ha
49 O. de Leonardis, In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 186: interessante mix tra pubblico e privato, sul presupposto che una sana e gestita concorrenza possa giovare a tutti gli attori coinvolti, Stato compreso, che potr beneficiare di una modernizzazione e di un recupero di efficienza complessiva. 50 P. Rescigno, Autonomia privata e legge nella disciplina del volontariato, in Giur. it., IV, 1993, c. 3. 51 L. Menghini, Nuovi valori istituzionali e volontariato. Riflessioni sull'attualit del lavoro gratuito,Milano, Giuffr, 1989 pp.84 e s. : A fianco della crescente difficolt delle strutture pubbliche nel far fronte direttamente alla domanda sociale, corre infatti parallelo il crescere di forme di mobilitazione collettiva incentrate non pi, o non tanto, sulla rivendicazione politico-sindacale, quanto piuttosto su quella dell'impegno personale in favore del prossimo. 52 importante precisare a riguardo che tale normativa ha subito nel corso degli anni diverse modificazioni, in seguito a delle proposte governative, perci necessario precisare che in questa trattazione quando, d'ora in avanti, si tratter

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scelto di non occuparsi dell'intero mondo del volontariato ma di favorire quella forma <<istituzionale>> di solidariet sociale, lasciando che quella tradizionale, di impegno personale verso il prossimo, continui ad operare su un piano metagiuridico53. Una parte della dottrina si opposta alla volont di muoversi solamente entro questo ambito, vedendo tale comportamento come una riduzione del volontariato alla sola concezione associativa; tuttavia la portata del fenomeno solidaristico troppo ampia per prestarsi ad una regolamentazione che sia in grado di comprenderne e prevederne ogni aspetto, ed inevitabile il bisogno di soffermarsi su una sola delle innumerevoli sfaccettature54. Una delle numerose argomentazioni a favore della scelta del legislatore dei primi anni Novanta, si fonda sugli obiettivi della normativa, i quali non sarebbero stati valorizzati se non si fosse fatta una suddivisione: la legge specificatamente intende sia promuovere lo sviluppo delle predette
della l. n. 266/1991, ci si riferir alla versione aggiornata. Per un approfondimento riguardante le varie proposte di modifica e i vari cambiamenti attuati si consiglia: http://www.nonprofitonline.it ; V. Putrignano, La proposta di riforma della legge sul volontariato, in Riv. Dir. Sic. Soc., 2004, p. 395 ss. 53 M.D. Stalteri, Riflessioni su un recente modello di legislazione sulle non profit organizations la legge quadro sul volontariato ( l. n. 266/1991) Gli enti non profit in Italia, a cura di G. Ponzanelli, Padova CEDAM, 1994, p. 99. 54 Dalla lettura dell'art. 1, 1 co., della l. n. 266/1991): La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell'attivit di volontariato come espressione di partecipazione, solidariet e pluralismo [...] non si evince la focalizzazione verso la forma collettiva ed invece possibile intravedere la vastit del fenomeno, a favore di questa tesi : L. Cei, Sub art.. 1, in L. Bruscaglia (a cura di), Commentario, cit., p. 783, per il quale l'art. 1, legge 266/1991, contiene una sorta di statuto della funzione e dignit sociale del volontariato, del tutto prescindente dalla sua connotazione individuale o collettiva. Ma gi al comma 2 dello stesso articolo si ha la specificazione del campi d'azione: le organizzazioni di volontariato, espressione che racchiude l'intenzione implicita nell'intero testo della norma.

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organizzazioni, pur nel rispetto della loro autonomia, sia favorirne <<l'apporto originale per il conseguimento delle finalit di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome e dagli enti locali>> (art.1, comma 1, legge 266/1991)55. A vantaggio del provvedimento formulato vi anche il fatto che i valori intrinseci nel soggetto volontario, la solidariet e la

spontaneit56, non vengono minimamente pregiudicati, continuando cos ad esercitare un'influenza costante. Ci che viene spontaneo dedurre, da una prima lettura della norma in questione, che il legislatore si sia accorto della valenza del fenomeno ed abbia finalmente deciso di concedere al nonprofit la meritata regolamentazione, o almeno una parte di quest' ultima in uno dei tanti ambiti del terzo sistema. In realt questa solo una mezza verit poich la finalit ultima del legislatore consiste nello stabilire le condizioni con cui questo fenomeno possa entrare in contatto con la pubblica amministrazione. E dunque oltre la

concessione di libert che vedremo, vi un controllo statale.


55 M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, Occupazione,mercato e solidariet, cit. p. 73. 56 Ibidem, cit. p. 76: L'art.2, legge n. 266/1991, definisce <<ai fini della presente legge>> l'attivit di volontariato come quella risultante dalla compresenza dei seguenti caratteri: personalit della prestazione, spontaneit, gratuit, suo svolgimento tramite l'organizzazione di cui il volontariato fa parte, assenza del fine di lucro anche indiretto, fine esclusivo di solidariet;cui si aggiungono l'espressa esclusione di qualsiasi forma di retribuzione del volontariato nemmeno da parte dei beneficiari ed invece la sola possibilit per lo stesso di ottenere il rimborso dall' organizzazione delle spese effettivamente sostenute per l'attivit prestata (peraltro nei limiti di quanto in via preventiva stabilito dalle organizzazioni).

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Spieghiamo meglio questi concetti attraverso gli articoli stessi della l. n. 266/1991, partendo dal primo potere che il legislatore ha affidato ai volontari: la libert di scegliere autonomamente la proprio forma giuridica. Difatti all'art. 3, comma 2, della l. n. 266/199157 il legislatore

esprime la sua collaborazione con le organizzazioni di volontariato, dando la possibilit di determinare la propria forma giuridica, quella che riterranno pi opportuna e maggiormente fruibile per il

raggiungimento degli scopi preposti. La forma che permette la libert di movimento necessaria quella delle associazioni non riconosciute. Gli paragrafo precedente riguardo aspetti gi descritti nel tipologia di

quest'ultima

organizzazione, perdono la loro accezione negativa davanti all' autoregolamentazione e al diritto di avere uno scopo solidaristico senza che questo comprometta l'accesso a risorse statali. L'art. 5 della stessa norma delucida quali siano le fonti da cui le associazioni di volontariato possano trarre le proprie risorse economiche e per arrivare a queste non necessario il riconoscimento bens la semplice registrazione sui Registri Regionali, istituiti con lo scopo di controllare lo sviluppo, i movimenti, e la coerenza negli scopi denunciati delle associazioni di volontariato affinch esse possano essere qualificate costantemente nel corso del tempo sotto la disciplina della legge
57 Art. 3, comma 2, l. n. 266/1991: Le organizzazioni di volontariato possono assumere la forma giuridica che ritengono pi adeguata al perseguimento dei loro fini salvo il limite di compatibilit con lo scopo solidaristico.

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quadro e dei privilegi in questa compresi. Il fatto che gli associati siano liberi di scegliere i proprio scopi e la propria forma non va minimamente ad incidere sull'iscrizione all'interno dei Registri Regionali58. In tale particolare fattispecie l'iscrizione non eguale al riconoscimento ma un diritto soggettivo delle associazioni59. Per procedere con la nostra trattazione, affinch sia chiaro il percorso del nonprofit verso l'attivit economica, necessario riprendere,soffermandocisi, sul valore dato alla solidariet. Questa costituisce un requisito che le organizzazioni devono possedere per trovarsi sotto il raggio d'azione della legge quadro. Ed proprio questo requisito ad essere la chiave di volta tra l'attivit solidaristica e l'attivit economica. Per meglio capire questo passaggio necessario spiegare che il metodo con cui si interpreta la solidariet non tipologico una qualificazione categoriale basata sulle attivit svolte dall' organizzazione - bens sulle funzioni e gli obiettivi perseguiti60.
58 Art. 6, comma 3, l. n. 266/1991: Hanno diritto ad essere iscritte nei registri le organizzazioni di volontariato che abbiano i requisiti di cui all'art. 3 e che alleghino alla richiesta copia dell'atto costitutivo e dello statuto o degli accordi degli aderenti. 59 Si veda F. Bano, Il lavoro senza mercato, Bologna, Il Mulino, 2001 cit. p. 143: In tale contesto argomentativo, ci si avvede dell'importanza che il registro delle organizzazioni di volontariato che ogni regione deve provvedere ad istituire (art.6). L'iscrizione in detti registri costituisce la <<condizione necessaria>> per le organizzazioni di volontariato che intendano accedere ai contributi pubblici, stipulare convenzioni (art.7) e beneficiare delle agevolazioni fiscali (art. 8). D'altra parte, l'iscrizione da ritenersi non una concessione, ma un vero e proprio diritto soggettivo dell'organizzazione che sia in possesso dei requisiti previsti dall'art.3. 60 Cfr. M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, Occupazione,mercato e solidariet, cit. p. 34

funzionale fondato

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Questa innovazione interpretativa permette una visione ed una consapevolezza completamente nuovi poich ora i requisiti di solidariet non devono pi essere presenti e riconoscibili nell'attivit svolta ma devono riferirsi agli scopi che l'organizzazione esprime nel proprio statuto. Ed questo a permettere l'ingresso dell' attivit economica e di quella imprenditoriale in un settore che fino ad ora si riteneva completamente estraneo al mondo lucrativo. La solidariet e la spontaneit ora possono benissimo passare attraverso l'attivit economica senza perdere le loro qualit distintive.

La mutualit nella cooperativa sociale e la l. 381/1991

Il tratto di strada fino ad ora percorso ci permette di giungere finalmente ad affermare che questo ampliamento interpretativo e 45

normativo consente un equivalente aumento e una rimodulazione delle tutele lavoristiche connesse alla, sempre pi necessaria, qualificazione delle prestazioni di lavoro presenti nel nonprofit. A questo proposito necessario sottolineare che la l. n. 266/1991 non l'unica azione che il legislatore ha compiuto per muoversi verso il terzo settore. L' 8 novembre 1991 stata emanata la l. n. 381 sulla cooperazione sociale, la quale offre una buona risposta a quanto affermato sulla nuova dimensione economica del nonprofit,

utilizzando lo strumento della societ cooperativa61 per disciplinare quell'ambito dove la l. n. 266/1991 non sarebbe stata in grado di arrivare. La qualit che caratterizza una cooperativa sociale rispetto ad un'associazione di volontariato consiste nella presenza dello scopo di lucro distintivo della societ cooperativa; secondo l'art. 2512 c.c. comma 162,anche i soci possono trarre vantaggio dalle attivit svolte dalla cooperativa senza per questo far perdere all'istituzione le prerogative e i vantaggi che essa possiede. Maggiori vantaggi, sopratutto di tipo fiscale, oltre quelli riguardanti il rapporto con la pubblica amministrazione, li ottiene la particolare tipologia di
61 G. Presti M. Rescigno, Corso di diritto commerciale, Bologna, Zanichelli, 2009 cit., p. 258: Caratteristica funzionale precipua delle societ cooperative il perseguimento del c. d. scopo mutualistico, cio della finalit di fornire beni o servizi od occasioni di lavoro direttamente ai membri dell'organizzazione a condizioni pi vantaggiose di quelle che potrebbero ottenere sul mercato. 62 Art. 2512 c.c. comma 1, punto 1 : Sono societ cooperative a mutualit prevalente, in ragione del tipo di scambio mutualistico, quelle che svolgono la loro attivit prevalentemente in favore dei soci, consumatori o utenti di beni e servizi.

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cooperativa proposta dalla l. n. 381/1991 : la cooperativa sociale. La qualificazione sociale viene inserita a causa della caratteristica della mutualit esterna (o mutualit imperfetta) sviluppata sulla base del principio per cui lo scopo dell'attivit cooperativa travalica i confini degli interessi dei soci ed invece direttamente riconducibile a finalit di pubblica utilit63. Tale accezione risulta evidente dal primo degli articoli64 che formano l'intera disciplina, il quale esplicita quali sono gli scopi della cooperativa sociale di conseguenza quali sono le tipologie

cooperativistiche istituite per rispondere alle esigenze collettive65. Hanno cos origine le cooperative di tipo A e le cooperative di tipo B, le prime svolgono attivit di gestione di servizi socio-sanitari ed educativi, mentre le seconde sono finalizzate all'inserimento

lavorativo di persone svantaggiate. Le cooperative di tipo B, su cui si torner con un' analisi pi

63 M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, Occupazione,mercato e solidariet, cit. p. 129: Va per in proposito indicato che le cooperative sociali che rispettano le norme di cui alla legge n. 381/1991, a seguito della recente riforma organica della disciplina delle societ di capitali e societ cooperative (d. lgs. 17 gennaio 2003 n. 6 emanato in attuazione delle legge 3 ottobre 2001 n. 366) sono oggi cooperative a mutualit prevalente, indipendentemente dalla ricorrenza dei requisiti normativi disposti dal nuovo testo dell'art. 2513 c.c. ( art. 111-septies, r.d. n. 318/1942- disposizioni di attuazione del codice civile articolo introdotto dall'art. 9, comma 1, lettera f, d. lgs. n. 6/2003). La previsione si collega alla necessit di consentire anche alle cooperative sociali l'accesso al modello base della cooperazione protetta prevista dalla norma. 64 La legge dell'8 novembre 1991, n. 381 anche detta legge snella poich composta da soli 12 articoli. 65 Art. 1, comma 1, l. n. 381/1991: Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l'interesse generale della comunit alla promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini attraverso: a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi; b) lo svolgimento di attivit diverse - agricole, industriali, commerciali .

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particolareggiata, svolgono le funzioni ordinarie (agricole, industriali, commerciali o di servizi), tipiche degli enti che agiscono sul mercato; tuttavia affinch esse siano qualificate all'interno della l. n. 381/1991 necessario, tra i vari requisiti essenziali, che una percentuale del numero dei lavoratori subordinati, fissata dalla legge66, appartenga alla categoria dei soggetti svantaggiati67. Il fatto che ci si sposti in un ambito caratterizzato dall'uso delle risorse per il benessere della collettivit, e vi sia dunque la presenza della solidariet e della mutualit non deve portare ad equivocare ed ad unire sotto una stessa visione le associazioni di volontariato descritte nella l. n. 266/1991 e le cooperative sociali della legge n. 381/1991. Vi sono dei punti in comune, o per meglio dire, delle forti somiglianze tra le due istituzioni, come ad esempio la condivisone dei valori prima descritti e la presenza dei volontari. Le associazioni di
66 Art. 4, comma 2, l. n. 381/1991: Le persone svantaggiate di cui al comma 1 devono costituire almeno il trenta per cento dei lavoratori della cooperativa e, compatibilmente con il loro stato soggettivo, essere socie della cooperativa stessa. La condizione di persona svantaggiata deve risultare da documentazione proveniente dalla pubblica amministrazione, fatto salvo il diritto alla riservatezza. 67 Art. 4, comma 1, l. n. 381/1991: Nelle cooperative che svolgono le attivit di cui all'articolo 1, comma 1, lettera b), si considerano persone svantaggiate gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in et lavorativa in situazioni di difficolt familiare, i condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione previste dagli articoli 47, 47-bis, 47-ter e 48 della legge 26 luglio 1975, n. 354, come modificati dalla legge 10 ottobre 1986, n. 663. Si considerano inoltre persone svantaggiate i soggetti indicati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro della sanit, con il Ministro dell'interno e con il Ministro per gli affari sociali, sentita la commissione centrale per le cooperative istituita dall'articolo 18 del citato decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 14 dicembre 1947, n. 1577, e successive modificazioni. Inizialmente la categoria delle persone svantaggiate non era cos estesa: l'ampliamento da ricondursi alla legge 193/2000, emanata allo scopo di incentivare il recupero al lavoro dei detenuti.

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volontariato devono avvalersi delle prestazioni volontarie dei propri aderenti, basando tutta la propria struttura sulla loro azione68; al contrario le cooperative sociali possono includere dei soci volontari, secondo la previsione dei propri statuti, ma, come definito dall'art. 2, comma 2, della legge n. 381/1991, essi non possono superare la met del numero complessivo dei soci. In realt il confronto tra le due leggi chiave del nonprofit emanate nel 1991, comporta diverse criticit e limitazioni. Sarebbe opportuno infatti, svolgere un confronto tra due discipline che si affaccino sullo stesso ambito, utilizzino le stesse risorse ed abbiano requisiti essenziali in comune. Questo non il caso delle due normative fino ad ora analizzate, che agiscono su due sfaccettature diverse del terzo settore, le quali possono dirigersi verso lo stesso scopo correndo su due binari differenti, bench paralleli. Allo stesso tempo, il confronto diviene necessario nel momento in cui si vogliano mettere in evidenza dei requisiti particolari, come nel caso del socio lavoratore e della disciplina giuslavoristica che nel caso delle societ cooperative offre molto pi spazio d'azione. Infine l'art. 9, comma 2, della legge sulla cooperazione sociale69 riporta lo stesso obiettivo che lo Stato aveva stabilito nella legge
68 Art. 2, comma 3, l. n. 266/1991: La qualit di volontario incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l'organizzazione di cui fa parte. 69 Art. 9, comma 2, l. n. 381/1991: Le regioni adottano convenzioni-tipo per i rapporti tra le cooperative sociali e le amministrazioni pubbliche che operano nell'ambito della regione, prevedendo, in particolare, i requisiti di professionalit degli operatori e l'applicazione delle norme contrattuali vigenti.

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quadro sul volontariato: trovare una modalit di unificazione e collaborazione con le istituzioni del nonprofit, valorizzando soprattutto il carattere della territorialit.

L'innovazione dell' impresa sociale e la l. 155/2006

L' iter del terzo settore, iniziato con l'assenza della funzione lucrativa e di produzione, giunto, nel corso degli anni, a fondersi sempre di pi con l'attivit economica, abbattendo le fragili barriere civilistiche e rinnovando la visone del legislatore italiano. Si venuta cos a determinare una crescita del numero degli enti privati che si dedicano ad attivit economiche nel campo del sociale, e quindi, il baricentro del terzo settore si progressivamente spostato

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dall'attivit erogativa a quella produttiva70, dunque il terzo settore in grado di produrre e fornire, allo stesso tempo, la risposta migliore al bacino di utenza verso il quale gli individui organizzati scelgono di indirizzarla. L' accentuarsi del carattere produttivo del nonprofit ha portato all'uso dell'espressione impresa sociale71, intesa come forma di impresa svolta con la finalit di comportare un aumento del benessere collettivo ed una migliore offerta di servizi. Dopo poco meno di un ventennio il legislatore agisce con l'emanazione del d. lgs. n. 155 del 14 marzo 2006, emanato sulla base della legge delega del 2005 n. 11872; finalmente l'impresa sociale trova la sua completa e definitiva disciplina73. Il percorso legislativo del decreto sull'impresa sociale si concluso nel 2008, con l' emanazione dei decreti necessari

70 M. Capecchi, Evoluzione del terzo settore e disciplina civilistica, Padova, CEDAM, 2005 cit. p. 55 71 Efficacemente LAVILLE e NYSSENS, L' impresa sociale: un approccio socioeconomico, in DEFOURNY e BORZAGA, L'impresa sociale , cit., p. 265 osservano come: <<Il fenomeno delle imprese sociali rappresenta l' ultimo prodotto della evoluzione della economia sociale, nata nel secolo XIX con lo sviluppo di organizzazioni come le cooperative, le societ mutualistiche e le associazioni () Il confronto tra le imprese sociali e il terzo settore tradizionale rivela, peraltro, alcuni elementi distintivi. A differenza delle cooperative tradizionali, le imprese sociali sono avviate da gruppi di cittadini che cercano di ampliare e diversificare i servizi alla comunit locale; []. Si pu affermare dunque che una nozione come quella di impresa sociale non rappresenta un elemento di rottura con le istituzioni dell'economia sociale, ma semmai una dinamica innovativa dentro lo stesso terzo settore, o una ridefinizione delle sue possibili espressioni>>. 72 Legge delega del 13 giugno 2005 n. 118, formata da un unico lunghissimo articolo suddiviso in 6 punti: Il Governo delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, [], uno o pi decreti legislativi recanti una disciplina organica, ad integrazione delle norme dell'ordinamento civile, relativa alle imprese sociali, intendendosi come imprese sociali le organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano in via stabile e principale un'attivit economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilit sociale, diretta a realizzare finalit di interesse generale. 73 Cfr. M.V. De Giorgi, La nuova disciplina dell'impresa sociale, Commentario al d. lgs. 24 marzo 2006 n. 155, Padova, CEDAM, 2007, cit., p. 10

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a dare attuazione alla disciplina74. La netta linea di confine tra il moto di solidariet degli individui e l'attivit commerciale in forma imprenditoriale, divenuta sempre pi sottile, fino a sparire con l' emanazione del d. lgs. 155/2006, dimostrando che non affatto scontato che ogni impresa debba inevitabilmente uniformarsi all'esclusivo obiettivo della ricerca del massimo profitto. Sulla base di questo concetto il d. lgs. 155/2006 ha volutamente sconvolto i confini tra il libro I e il libro V, che sembravano essere definiti sufficientemente dalla legislazione

speciale dei primi anni Novanta. L'abbattimento di questi confini permette ai soggetti di avere sempre maggiori istituzioni e modalit disciplinari per portare avanti il settore nonprofit. fondamentale specificare che l'impresa sociale non affatto un nuovo soggetto di diritto, come nel caso delle cooperative sociali e delle associazioni di volontariato, ma una nuova veste giuridica finalizzata a costituire uno strumento di unione per due categorie di enti giuridici in apparenza dicotomici, importando il concetto di imprenditorialit quale elemento strutturale degli enti senza scopo di
74 Nella trattazione qui proposta, ci si riferir alla disciplina completa, si veda a questo proposito: M. Poletto, Impresa sociale: approvati i decreti attuativi mancanti, in Riv. Enti Non Profit, Milano, IPSOA, 2008 , III, p. 173: per completare la disciplina mancavano all' appello ancora quattro provvedimenti, relativi a: a) definizione dei criteri quantitativi e temporali per il computo della percentuale del 70% dei ricavi complessivi dell'impresa ai fini della determinazione dell'attivit principale ( art. 2, comma 3, D.Lgs. n. 155/2006); b) definizione degli atti che devono essere depositati presso l'ufficio del registro delle imprese e delle relative procedure ( art. 5, comma 5, D.Lgs. n. 155/2006); c) linee guida per la redazione del bilancio sociale ( art. 10, comma 2, D.Lgs. n. 155/2006); linee guida relative ad operazioni di trasformazione, fusione, scissione e cessione d'azienda ( art. 13, comma 2, D.Lgs. n. 155/2006).

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lucro75. L' art. 1, comma 1, d.lgs 155/200676 esprime una parte delle categorie degli enti che possono essere qualificate imprese sociali: la forma giuridica, e la relativa disciplina dell' <<impresa sociale>> , infatti, considerata applicabile a tutte le organizzazioni private (sia a quelle del libro I che a quelle del libro V, in perfetta linea con il principio di sussidiariet), a condizione che l' attivit economica organizzata venga esercitata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi di utilit sociale in quanto diretti a realizzare finalit di interesse generale77. Un altro requisito fondamentale, che stato oggetto di un complesso dibattito dottrinale, il divieto della distribuzione degli utili sancito dall' art. 3, d.lgs. 155/200678, caratteristico dell' impresa sociale poich fornisce una garanzia ai consumatori, contro i comportamenti opportunistici dell' impresa79; tuttavia tale divieto
75 R. Randazzo, Impresa sociale: un'opportunit per il terzo settore, in Riv. Enti Non Profit, Milano, IPSOA, 2009 , XI, p. 25, corsivo nostro. 76 Art. 1, comma 1, d.lgs 155/2006: Possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private, ivi compresi gli enti di cui al libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un'attivit economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilit sociale, diretta a realizzare finalit di interesse generale, e che hanno i requisiti di cui agli articoli 2, 3 e 4. 77 M.V. De Giorgi, La nuova disciplina dell'impresa sociale, Commentario al d. lgs. 24 marzo 2006 n. 155, cit., p. 15 78 Art. 3, comma 1 e 2, D.Lgs. 155/2006: L'organizzazione che esercita un'impresa sociale destina gli utili e gli avanzi di gestione allo svolgimento dell'attivit statutaria o ad incremento del patrimonio. A tale fine vietata la distribuzione, anche in forma indiretta, di utili e avanzi di gestione, comunque denominati, nonch fondi e riserve in favore di amministratori, soci, partecipanti, lavoratori o collaboratori. 79 Si veda a questo riguardo la teoria esposta da M. Capecchi in: M.V. De Giorgi, La nuova disciplina dell'impresa sociale, Commentario al d. lgs. 24 marzo 2006 n. 155, cit., p. 118

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formulato in modo da non risultare assoluto e consente spazi piuttosto ampi per la distribuzione indiretta degli utili80. Infine, alcune considerazioni ulteriori devono poi essere svolte per quanto attiene l' applicabilit della norma in esame alle imprese

sociali costituite nella forma delle cooperative sociali attraverso l'art. 17 del decreto legislativo del 200681, attraverso il quale il legislatore ha manifestato il proprio favore verso la cooperativa sociale agevolandola notevolmente tramite l'ammissione di una notevole flessibilit all'interno del decreto stesso, in modo da permettere il passaggio alla qualificazione dell'impresa sociale senza

compromettere completamente l'organizzazione della cooperativa82. Il resto della analisi sul D.Lgs. 155/2006, riguardante

l'approfondimento dell'art. 14 sul lavoro nell' impresa sociale, verr ripreso in seguito, ora si pu concludere questo accenno alla profonda dottrina dell'impresa sociale affermando che essa ha un grande potenziale, soprattutto considerato nell'ottica di imprimere una decisa
80 M.V. De Giorgi, La nuova disciplina dell'impresa sociale, Commentario al d. lgs. 24 marzo 2006 n. 155, cit., p. 135: Si pu quindi ritenere che il divieto di distribuzione degli utili, seppure perentoriamente sancito dall' art. 3, sia in realt un divieto parziale, rispetto al quale sono ammesse deroghe notevoli, nella forma della distribuzione diretta nel caso della costituzione in forma di impresa sociale. 81 Art. 17, comma 3 e 4, D.Lgs. 155/2006: Le cooperative sociali ed i loro consorzi, di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, i cui statuti rispettino le disposizioni di cui agli articoli 10, comma 2, e 12, acquisiscono la qualifica di impresa sociale. Alle cooperative sociali ed i loro consorzi, di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, che rispettino le disposizioni di cui al periodo precedente, le disposizioni di cui al presente decreto si applicano nel rispetto della normativa specifica delle cooperative. 4. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, ai soli fini di cui al comma 3, le cooperative sociali ed i loro consorzi, di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381, possono modificare i propri statuti con le modalit e le maggioranze previste per le deliberazioni dell'assemblea ordinaria. 82 Cfr. M.V. De Giorgi, La nuova disciplina dell'impresa sociale, Commentario al d. lgs. 24 marzo 2006 n. 155, cit., p. 133

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accelerazione allo sviluppo dell'attivit commerciale nel settore nonprofit finalizzata a supportare iniziative mirate a raggiungere scopi di pubblica utilit.

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3. Il lavoro nel settore nonprofit

Il volontario

Il percorso fino ad ora compiuto permette di comprendere, intravedendole nella giusta ottica, le prestazioni di lavoro che vengono svolte all'interno del nonprofit e che necessitano di una qualificazione giuridica ovvero di una disciplina dalla quale ricavare una regolamentazione unitaria a livello nazionale e nello specifico, territoriale. Inizialmente le prestazioni che hanno ottenuto l' attenzione del legislatore, sulla base del loro bisogno di una qualificazione giuridica atta a limitarne le caratteristiche soltanto entro il terzo settore sono quelle svolte dal volontario. In tale peculiare fattispecie non si valuteranno tutte le attivit svolte gratuitamente e senza scopo di lucro, ma ci si focalizzer sul volontariato svolto nell'ambito delle associazioni disciplinate dalla l. n. 266/1991. Tale disamina si fonda sull' art. 2 della legge quadro del 199183, il quale evidenzia un requisito specifico dell'azione del volontario: deve trattarsi di una prestazione svolta tramite l' organizzazione di cui il volontario fa parte. Questo punto
83 Art. 2, comma 1, l. n. 266/1991: Ai fini della presente legge per attivit di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l'organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidariet.

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estremamente interessante poich rappresenta la distinzione tra l'azione volontaria individuale e l'azione volontaria organizzata. Nella prima l'attivit gratuita dell' individuo ricade direttamente sul soggetto beneficiario, selezionato in base alla situazione di

svantaggio a cui egli appartiene84. Nella seconda eventualit il soggetto presta la sua opera all'organizzazione e tramite questa si otterr il beneficio programmato nei confronti del soggetto

beneficiario. Sono dunque presenti tre soggetti: il volontario, l' associazione e il beneficiario, il quale viene definito soggetto terzo, poich estraneo al negozio tra le due parti85. La domanda che la dottrina si posta e alla quale si cercato di dare una risposta riguarda invece la presenza o meno di innovazioni riguardanti il lavoro gratuito attraverso la legge quadro sul

volontariato e la risposta non pu che essere positiva86. Una problematica sulla condizione del volontario e sulla sua
84 F. Bano, Il lavoro senza mercato, cit., p. 152: Una volta stabilito che la legge n. 266/1991 ha come oggetto il solo volontariato organizzato, sfugge, generalmente, un'ulteriore implicazione del nesso fra singolo ed entit organizzata. Ci si pu infatti chiedere se l'attivit di cui parla la legge sia quella svolta dal singolo per la (all'interno della) organizzazione, ovvero quella che l'organizzazione svolge per i terzi. 85 C. Venditti, L'attivit di volontariato, Napoli, Jovene, 1997 cit. p. 97: il destinatario/beneficiario delle prestazioni gratuite viene ad assumere il ruolo di terzo <<rispetto al momento genetico del rapporto>> , ci porta quindi a ritenere che il volontariato collettivo (od organizzato) vada trattato come fattispecie strutturalmente diversa da quella del volontariato individuale. 86 Le innovazioni sono poste dall'art. 2, comma 2 e 3 della l. n. 266/1991, i quali definiscono il vincolo di assenza di retribuzione, nemmeno se offerta dal beneficiario, e l'incompatibilit tra la qualit di lavoratore volontario e il rapporto di lavoro subordinato. Inoltre all'interno dello statuto di ogni associazione devono essere definiti i limiti entro i quali rientra il rimborso spese, modalit attraverso i volontari possono evitare di accollarsi le spese derivanti dallo svolgimento dell'attivit presso l'associazione.

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qualificazione nel contesto civilistico e di conseguenza negoziale, ha origine dall 'affermazione secondo la quale tale figura non sia in alcun modo avvicinabile a quella del lavoratore subordinato, di conseguenza la garanzia che gli individui continuino a svolgere le funzioni ad essi attribuite, costituendo un negozio fonte di obbligazione, non pensabile. La spontaneit, requisito inamovibile, non rende possibile la sovrapposizione di tale fattispecie con quella dell' obbligazione naturale, poich non vi nessun motivo etico o morale che vincoli costantemente l'individuo. Egli pu quindi scegliere liberamente di cessare l'offerta della sua attivit in qualsiasi momento, senza incorrere in sanzioni o pregiudizi87. Tale affermazione comporta un

accrescimento alla valenza gi riconosciuta alla spontaneit ed al moto di solidariet che smuove i soggetti e li porta ad agire a favore del prossimo. Come creare, amministrativamente parlando, una certa sicurezza nell'organizzazione interna delle associazioni? Attraverso gli obblighi statutari, che ovviamente non sono in grado di vincolare il soggetto ma sono in grado di istituire delle garanzie affinch il progetto sviluppatosi sulla base delle risorse disponibili, non sfumi88; il ch pu essere garantito dall' obbligo per gli aderenti di pagare la
87 A. Panico e A. Picciotto, La legge quadro sul volontariato, Napoli, Jovene, 1992, cit., pp. 36 s.: Nondimeno, l'adempimento della prestazione volontaria in assenza di una obbligazione giuridicamente cogente sarebbe coerente con l' impianto della legge quadro, ove manca <<qualsiasi riferimento a un obbligo di continuit dell' attivit una volta iniziata>>, di tal ch tutto dipenderebbe dalla <<sensibilit del volontario, senza alcuna sanzione nell' ipotesi di abbandono ingiustificato dell' attivit>>. 88 L. Menghini, Nuove riflessioni sulla qualificazione giuridica del lavoro gratuito, cit., p. 354: la tipica attivit volontaristica si svolge nel tempo libero e secondo le mutevoli e concrete disponibilit di ciascuno.

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quota sociale, o in ogni caso di prestare il lavoro previamente concordato. L' analisi delle risorse umane disponibili e la fragile disponibilit di queste, richiede che i contraenti siano informati di volta in volta, sulla portata dell' impegno richiesto in base all' obiettivo posto dall' associazione. Tornando alla attivit svolta e focalizzando l'attenzione sull'ottica legislativa, la quale richiedeva inizialmente, una qualificazione della prestazione all'interno dell' ordinamento giuridico, si giunge alla considerazione che non sia presente in questa fattispecie alcuna tipologia contrattuale, nonostante le affermazioni sulla disponibilit, sugli eventuali vincoli statutari etc. Si ritiene, tuttavia, che tra l'associazione e il volontario trovi attuazione un negozio bilaterale fondato sull' idea che la prestazione offerta all' organizzazione ottenga come risposta un eventuale azione nei confronti del beneficiario. Questo potrebbe spiegare orientativamente la tipologia di legame instauratosi tra le due parti, tuttavia evidente che la realizzazione degli scopi solidaristici da parte dell' associazione non valutabile economicamente e dunque non pu essere utilizzata in alcun modo come corrispettivo89 della prestazione offerta dal

89 F. Bano, Il lavoro senza mercato, cit., p. 159: La legge n. 266/1991, in altri termini non pu che spingere verso un profondo ripensamento delle sistemazioni dogmatiche in materia di lavoro gratuito, giacch, al di l di una (probabilmente) mancata tipizzazione legale, si evince con sufficiente chiarezza che nel nostro ordinamento il lavoro gratuito non solo assume i connotati di un facere pienamente ammissibile, ma rappresenta altres un fenomeno sostenuto e valorizzato dalla legge, allorquando, attraverso di esso, ci si proponga in via esclusiva fini di solidariet.

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soggetto volontario, confutando la tesi secondo la quale possa ammettersi atipica). Tuttavia giunti a questo stadio della trattazione non pi fondamentale, secondo la dottrina stessa, riuscire a qualificare giuridicamente l'attivit del volontario, ci che pu attirare l' attenzione , invece, il requisito della gratuit da non confondere con lo scopo non lucrativo. Entrambi questi elementi sono caratterizzati dalla mancanza di una controprestazione immediata ovvero a termine, ma soltanto l'attivit di volontariato sancita nel 1991 distinta dall' assenza di un interesse di tipo lucrativo. Per capire meglio questa affermazione opportuno un confronto fra il volontario e il tirocinante, entrambi nell' immediato non ricevono alcun corrispettivo ma il tirocinante mira al raggiungimento e all' l' attuazione di una fattispecie contrattuale (tipica o

acquisizione delle capacit necessarie per esercitare in prima persona, in futuro, un' attivit normalmente remunerata; tale interesse completamente assente nell'azione del volontario90. Altre informazioni sul volontario si evidenzieranno tramite il confronto con il socio volontario, potenzialmente presente nella previsione statutaria della cooperativa sociale, quale che sia la tipologia a cui essa appartenga.
90 Ibidem, cit., p. 163: E' anche vero, per altro, che l'attivit del volontario pu di fatto, costituire un elemento di crescita professionale e di orientamento al lavoro, ma a far s che questo non diventi <<la ragione unica o principale del volontariato>>, concorre, almeno sulla carta, l' intera cornice normativa predisposta dalla legge quadro per lo svolgimento di queste attivit.

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Il socio volontario

L' impianto normativo delle cooperative sociali, esposto all'interno della legge n. 381/1991, propone una stretta interrelazione tra fattispecie differenti: lo status di socio e la figura di volontario e lo status di socio e la posizione di lavoratore della cooperativa91. L'art. 2 della l. n. 381/199192 istituisce la tipologia dei soci volontari: essi possono essere presenti in entrambe le tipologie cooperativistiche in aggiunta ai soci propriamente detti. La disciplina tende a limitare, a differenza della l. n. 266/1991 che ci si basa completamente 93, l'uso delle prestazioni volontarie poich il ricorso prevalente a tali servizi pu comportare dei vantaggi indebiti, rischiando cos, di viziare la competitivit del libero mercato. A favorire tale argomentazione vi l' art. 2, comma 2, della legge n. 381/1991: I soci volontari sono iscritti in un'apposita sezione del libro dei soci. Il loro numero non pu superare la met del numero complessivo dei soci, ovviamente il numero variabile, poich all' interno di ciascuno statuto sar

espresso il numero di soci volontari che ciascuna cooperativa


91 Cfr. M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, cit., p. 135 92 Art.2, comma 1, l. n. 381/1991: Oltre ai soci previsti dalla normativa vigente, gli statuti delle cooperative sociali possono prevedere la presenza di soci volontari che prestino la loro attivit gratuitamente. 93 Inoltre il socio volontario svolge un'attivit analoga a quella del volontario descritto nella l. n. 266/1991, si distingue solo per l'assenza dei caratteri di spontaneit, personalit e assenza di fine di lucro.

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decider di inserire in base alle proprie risorse ed ai propri obiettivi. rilevante che in questa fattispecie cooperativistica il carattere della mutualit venga meno, senza per influenzare la qualificazione dell' organizzazione, il socio volontario, infatti, non trae alcun vantaggio se non quello di soddisfare la sua propensione verso i bisogni del prossimo. Rientrando negli schemi giuslavoristici, la l. n. 381/1991 non rappresenta una deroga solo al principio mutualistico ma anche all' apparato lavoristico di tutela: l' art. 2, comma 3, della l. n. 381/199194 , chiarisce la differenza secondo la quale i soci volontari non ottengano lo stesso trattamento dei normali soci presenti nell' organizzazione, il confronto migliore lo si ha con il socio lavoratore.

94 Art. 2, comma 3, l. n. 381/ 1991: Ai soci volontari non si applicano i contratti collettivi e le norme di legge in materia di lavoro subordinato ed autonomo, ad eccezione delle norme in materia di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, con proprio decreto, determina l'importo della retribuzione da assumere a base del calcolo dei premi e delle prestazioni relative. Si veda a questo proposito M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, cit., p. 137: Il socio volontario infatti innanzitutto un socio, legato alla cooperativa dal rapporto associativo, al quale si applicheranno pertanto le norme sulle cooperative. Egli per connotato, come indicato ed in analogia ad un soggetto volontario, dal requisito della gratuit dell' attivit svolta e dalla non applicazione nei suoi confronti delle leggi in materia di lavoro subordinato ed autonomo, cos come dei contratti collettivi.

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Il socio lavoratore

Accanto ai soci volontari ed ai soci svantaggiati, presenti nelle cooperative di tipo b, vi sono i soggetti vincolati all' organizzazione tramite due rapporti: il rapporto associativo ed il rapporto di lavoro, si parler quindi dei soci lavoratori. La fattispecie e l'ambito di attivit entro cui questo soggetto si muove, rappresenta il fatto, innovativo agli occhi del legislatore italiano, che il terzo settore non sia in alcun modo caratterizzato dalla totale gratuit delle prestazioni, ma che sia una realt in grado di raccogliere molto lavoro retribuito, nelle forme definite dal diritto del lavoro95. A questo proposito si ricollega la tendenza a considerare in termini unitari la posizione del socio lavoratore, la quale, a prescindere dalla sua organizzazione di appartenenza, viene disciplinata dai contratti collettivi. Oltre alla tutela offerta dalla legislazione collettiva, il 3 aprile 2001 stata emanata la legge n. 142 sulla "Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore"96, in modo da colmare le lacune
95 F. Bano, Commento in M. V. de Giorgi, La nuova disciplina dell' impresa sociale, Padova, CEDAM, 2007, cit., p. 292 : IL lavoro non profit, in altri termini, non pu essere assunto quale sinonimo di lavoro gratuito, nondimeno la gratuit finisce per essere considerata il tratto tipizzante di una realt organizzativa che in realt accoglie moltissimo lavoro retribuito, secondo le forme ordinarie previste e regolate dal diritto del lavoro. [] si ammette che il non profit non fa rima con lavoro non retribuito, ma si dice pure che un lavoro retribuito <<diversamente>>, perch appunto la contropartita non di tipo esclusivamente economico 96 In questa trattazione quando si descriver la l. n. 142/2001 si includer la

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lasciate dalla legislazione del 1991. L'inserimento dei soci lavoratori collegato al fatto che una cooperativa, per essere sufficientemente competitiva sul mercato deve poter contare su prestazioni definite e garantite, il solo principio di mutualit non abbastanza per mantene un' organizzazione di questo genere. Tuttavia la commistione del rapporto associativo con il rapporto di lavoro subordinato, finalizzata al raggiungimento di una normativa opportuna, non ha ottenuto subito, da un punto di vista cronologico, il favore della dottrina. La preliminare tesi associativa escludeva il cumulo dei due rapporti, poich qualsiasi prestazione il socio svolgesse, questa avrebbe costituito un adempimento all' obbligazione, fondata, appunto, sul rapporto associativo97. Tale tesi ha ceduto il passo alla teoria opposta, favorevole alla sovrapposizione dei due rapporti, secondo la quale il rapporto associativo non sia in grado di pregiudicare in alcun modo la

configurazione di un rapporto di lavoro subordinato. Infine, ad oggi, si radicata saldamente quest'ultima teoria e le due tipologie contrattuali possono esistere in capo al medesimo soggetto senza mai tangersi. Tornando, quindi a quanto precedentemente affermato, sulla base
modificazione apportata attraverso la l. n. 30/2003. 97 M. Lamberti, Il lavoro nel terzo settore, cit., p. 228: uno dei maggiori ostacoli alla configurabilit in capo al socio lavoratore di un rapporto di lavoro subordinato con la cooperativa dovuto alla considerazione che nello schema mutualistico non viene ad esistenza, come invece nell' impresa capitalistica, l'antagonismo di interessi distinti fra capitale e lavoro.

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di tale ammissibilit si sviluppata la l. n. 142/200198. Uno degli obiettivi ultimi99, su cui si basata l' emanazione della l. n. 142/2001, quello di far fronte alla falsa cooperazione, la cooperazione cio che si avvaleva dei soci volontari, cos dichiarati, per eludere i principali istituti retributivi, ottenendo un evidente vantaggio rispetto alle altre cooperative ed imprese. Andando avanti sul percorso tracciato dalla norma, si giunge alle innovazioni che essa stessa ha costituito come ad esempio la definizione del socio lavoratore, da non intendersi esclusivamente come lavoratore subordinato, ma come colui che stabilisce con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo un ulteriore e distinto rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali100. Ci sta a significare che, oltre agli effetti fiscali e previdenziali,

anche gli effetti giuridici saranno collegati alla tipologia dell' attivit volta, e dunque saranno individuate anche le norme che, se pur non esplicitamente richiamate, siano compatibili con la posizione ricoperta

98 Ibidem, cit., p. 241: la normativa di riforma interviene in via diretta sulla prestazione di lavoro del prestatore <<socio>> della cooperativa, giungendo a definire la sua controversa condizione giuridica, resa incerta ed ambigua proprio dalla coesistenza in capo allo stesso di rapporto associativo e rapporto di lavoro. 99 Lo scopo principale quello di creare una chiara normativa di riferimento per questa particolare fattispecie, che racchiuda al suo interno tutte le esigenze espresse con le precedenti proposte normative. 100Art. 1, comma 3, l. n. 142/2001

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dal socio101. Palesato che dentro una cooperativa sociale sia possibile incrociare svariate figure lavorative, diviene fondamentale esplicitare le modalit con cui esse vengono gestite dall' assemblea della cooperativa. La l. n. 142/2001 dispone tali modalit all' art. 6 : Il regolamento deve essere depositato entro trenta giorni dall'approvazione presso la Direzione provinciale del lavoro competente per territorio. Si pu gi notare che gli interlocutori principali delle cooperativa sono le Regioni; inoltre che la Direzione provinciale del lavoro debba dare la sua approvazione affinch il regolamento proposto divenga ufficiale, rimanda all' obiettivo che intrinseco in ogni atto del legislatore: il controllo del privato per una maggiore collaborazione con lo Stato102. Il regolamento proposto contiene obbligatoriamente, oltre agli altri requisiti essenziali: le modalit di svolgimento delle prestazioni lavorative da parte dei soci, in relazione all'organizzazione aziendale della cooperativa e ai profili professionali dei soci stessi, anche nei casi di tipologie diverse da quella del lavoro subordinato (art. 6, comma 1, lettera b, l. n. 142/2001). In conclusione le numerose sfaccettature del socio lavoratore sono state supportate e valorizzate sia dal legislatore che dalla dottrina, il ch ha rappresentato un non trascurabile rinnovo della visione
101L' art. 2 della l. n. 142/2001 rimanda alle disposizioni legislative utili per disciplinare le varie situazioni lavorative previste all' interno di una cooperativa. 102Si veda a questo proposito l' art. 7 della l. n. 142/2001 rubricato: Vigilanza in materia di cooperazione.

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tradizionale del nonprofit, permettendo il definitivo superamento del principio di gratuit, della spontaneit e soprattutto della dedizione nei confronti del prossimo. Tale scavalcamento, come vedremo, aprir altre porte al terzo settore, integrandolo quasi definitivamente sul mercato e raffigurandolo come possibile risposta al problema della disoccupazione.

Il lavoratore nell' impresa sociale ed altre tipologie lavorative

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Prima di trarre per troppe conclusioni opportuno proseguire sulla via gi intrapresa, passando all' esame di una nuova normativa giuslavoristica, espressa tramite il D.Lgs. 155/2006: Il lavoratore nell' impresa sociale. L' art. 14 del D.Lgs. 155/2006 rivolto al lavoro nell'impresa sociale, ed a tal proposito, un primo esame trova le argomentazioni iniziali dall' analisi del comma 1 dell' articolo appena citato: Ai lavoratori dell'impresa sociale non pu essere corrisposto un

trattamento economico e normativo inferiore a quello previsto dai contratti e accordi collettivi applicabili. Preliminarmente si evince che i trattamenti economico-normativi applicabili si riferiscono alla disciplina collettiva, pi specificamente con l' uso del termine contratto il legislatore si focalizza sul lavoro subordinato, mentre l' accordo evidenzia la presenza delle forme di parasubordinazione. La compresenza di queste due fonti della legislazione collettiva entro il medesimo articolo indica l' ampliamento verso tutte le tipologie lavorative da parte del legislatore, e tale decisione pu essere definita anche con il sostantivo: indifferenza103 poich non vi alcuna preferenza tra una tipologia lavorativa ed un' altra. Perch non pi cos importante per il legislatore definire le tipologie lavorative che possono essere incluse entro l'impresa sociale? Una risposta iniziale riscontrabile nella qualificazione

103Cfr. F. Bano, Commento in M. V. de Giorgi, La nuova disciplina dell' impresa sociale, cit., p. 294

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stessa dell' impresa sociale: l'ottenimento di tale qualifica infatti non minimamente collegato alle attivit svolte all' interno dell' organizzazione che ambisca a questa definizione, tanto meno connessa alla gamma di rapporti che si possono instaurare tra i soggetti che ne fanno parte. Ci che conta, quindi, solo la finalit non lucrativa di utilit sociale dell' organizzazione104, la quale non preclude, n porta a preferire un tipo di contratto piuttosto che un altro. Ci che si evince dalla lettura delle righe precedenti, utilizzando un punto di vista opposto che: la causa di un contratto di lavoro impermeabile inserito105. Ovviamente non ci si pu accontentare solo di questo requisito per comprendere al meglio il lavoro nell' impresa sociale, ed una soluzione per individuare altri elementi passare alla disamina di quello che viene definito il soggetto privilegiato nel rivestire le nuove forme giuridiche proposte del D.Lgs. 155/2006: la cooperativa sociale. chiaro che la cooperativa solo uno dei potenziali destinatari delle norme contenute nel D.Lgs. 155/2006, ma il punto di riferimento da ritenere maggiormente adeguato per ottenere gli allo scopo dell'organizzazione nella quale viene

104Si veda a questo proposito l'art. 1, comma 1, D.Lgs. 155/2006 e l'art. 3, comma 1, D.Lgs. 155/2006: L'organizzazione che esercita un'impresa sociale destina gli utili e gli avanzi di gestione allo svolgimento dell'attivit statutaria o ad incremento del patrimonio. 105F. Bano, Commento in M. V. de Giorgi, La nuova disciplina dell' impresa sociale, cit., p. 295

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input necessari alla trattazione. Come gi discusso, la norma che regola il lavoro nelle cooperative sociali la l. n. 142/2001, la quale pone le fondamenta per una comprensione pi lineare del collegamento negoziale che si origina tra il socio lavoratore della cooperativa e l' organizzazione medesima, ed offre una seconda argomentazione a favore dell' indifferenza legislativa. Difatti, in tale fattispecie, la prestazione svolta verr determinata in base alla strumentalit rispetto al rapporto associativo e si tradurr come ulteriore contratto, influenzato dal rapporto con la cooperativa, e divenendo sempre funzionale allo scopo sociale. Infine le garanzie retributive del socio lavoratore - relative altres al quantum spettante sono analoghe a quelle del lavoratore subordinato tutelato dalla contrattazione collettiva; ovviamente

quando ci si riferisce a tali aspetti necessario avere chiare le decisioni assunte dall' assemblea della cooperativa tramite lo statuto, poich questo lo strumento contente i caratteri amministrativi concreti oltre che gli scopi ideali.

Tornando alla disamina generale del lavoro nell' impresa sociale ci si imbatte nella presenza dei lavoratori subordinati autonomi106 e dei volontari. Rispetto ai lavoratori subordinati autonomi si applica in via di

106Si pensi alle collaborazioni coordinate e continuative realizzate nella forma del lavoro a progetto ai sensi degli artt. 61 ss. d. lgs. n. 276/2003

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principio la disciplina corrispondente al tipo contrattuale; la legge n. 142/2001 regola anche questa tipologia di rapporti, dichiarando che: i lavoratori autonomi hanno diritto ad un trattamento economico <<proporzionale alla quantit e qualit del lavoro prestato>>107. Per quanto concerne i volontari, la l. n. 266/1991 e la l. n. 381/1991 hanno ancora una grande importanza ed influenza, esse regolano dunque anche i soggetti volontari nelle imprese sociali.

Prima di continuare a percorre i binari del nonprofit, appropriato soffermarsi su almeno alcune delle restanti tipologie lavorative in esso evidenti. In parallelo alla presenza del lavoratore subordinato gratuito presente anche il lavoratore autonomo gratuito. Il motivo per cui tale fattispecie abbia uno spazio cos ridotto in questa trattazione voluto per evidenziare il poco spazio che la stessa dottrina ha deciso di dedicargli. La discussione sulla tutela del lavoratore subordinato, e sulla valutazione dell' attivit da egli svolta gratuitamente, non ha trovato approdo nella disciplina del lavoratore autonomo. Il motivo di questa assenza di preoccupazione si basa sulla concezione secondo
107Art. 3, comma 1, l. n. 142//2001: Fermo restando quanto previsto dall'articolo 36 della legge 20 maggio 1970, n. 300, le societ cooperative sono tenute a corrispondere al socio lavoratore un trattamento economico complessivo proporzionato alla quantit e qualit del lavoro prestato e comunque non inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva nazionale del settore o della categoria affine, ovvero, per i rapporti di lavoro diversi da quello subordinato, in assenza di contratti o accordi collettivi specifici, ai compensi medi in uso per prestazioni analoghe rese in forma di lavoro autonomo.

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la quale il soggetto sia in grado di tutelarsi da s, contattando la misura del proprio compenso. In realt una sottile frangia della dottrina ha ritenuto che anche il prestatore d'opera abbia diritto al compenso108 e che quest' ultimo debba di conseguenza, essere garantito109. Dunque ora pi opportuno affermare che quando si tratter di lavoro gratuito potranno essere comprese tutte le forme lavorative, nonostante la dottrina continui a ritenere atipica tale fattispecie negoziale.

Il lavoratore svantaggiato

La cooperativa sociale - di conseguenza anche l' impresa sociale110 108G. Giacobbe e D. Giacobbe, Il lavoro autonomo. Contratto d'opera, Milano, Giuffr, 1995, cit., p. 31: Le norme relative al lavoro autonomo, presenti nella Carta Costituzionale, dimostrano come il legislatore abbia inteso tutelare, oltre al valore economico della prestazione, anche la dignit e l'elevatezza morale del prestatore []. 109F. Bano, Il lavoro senza mercato, cit., p. 93: Non vi sono dubbi che anche il contratto d' opera (art. 2222 c.c.), al pari del lavoro subordinato (art. 2094 c.c.), un contratto oneroso di scambio, sicch la pattuizione d' opera a titolo gratuito, per quanto possa ritenersi espressione del libero esercizio dell' autonomia privata delle parti, risulta di fatto un' ipotesi eccezionale. 110Art. 2, comma 2, D.Lgs. 155/2006: 2. Indipendentemente dall'esercizio della attivit di impresa nei settori di cui al comma 1, possono acquisire la qualifica di impresa sociale le organizzazioni che esercitano attivit di impresa, al fine dell'inserimento lavorativo di soggetti che siano: a) lavoratori svantaggiati ai

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comprende al suo interno anche un' altra tipologia lavorativa estremamente originale : i lavoratori qualificati dalla loro difficolt di inserimento ( o reinserimento) nel mercato del lavoro. In questo caso la normativa sulla retribuzione e la discussione sulla tipicit o atipicit del negozio tra il lavoratore svantaggiato e l'

organizzazione, viene messo in secondo piano rispetto all' importanza dello scopo su cui si fonda la presenza di tali soggetti. I soggetti svantaggiati devono essere lavoratori della cooperativa ci si riferisce alla cooperativa di tipo b a prescindere dalle loro condizioni, mentre per essere soci della stessa necessario verificare la compatibilit con il loro stato personale. facile intuire che l' assemblea della cooperativa valuter ogni aspetto del soggetto che rientra nella qualificazione valida per l' inserimento. Sulla base delle problematiche, ovvero delle capacit che il soggetto possiede gli verr attribuita una funzione. Ci significa anche che i soggetti affronteranno un percorso di crescita, che potr essere rappresentato dal passaggio, nel corso del tempo, dallo svolgimento di attivit pi semplici, a quelle pi complesse e di responsabilit, in base all' acquisizione delle competenze tecniche che egli riuscito a raggiungere ed ai progressi fatti111.
sensi dell'articolo 2, primo paragrafo, lettera f), punti i), ix) e x), del regolamento (CE) n. 2204/2002 della Commissione, 5 dicembre 2002, della Commissione relativo all'applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato CE agli aiuti di Stato a favore dell'occupazione; b) lavoratori disabili ai sensi dell'articolo 2, primo paragrafo, lettera g), del citato regolamento (CE). 111 CENTRO STUDI CGM, Imprenditori sociali. Secondo rapporto sulla cooperazione sociale in Italia, ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1997, cit., p. 3: Un'

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Rientrando nell' aspetto giuridico, palese che tale finalit solidaristica oggetto di interesse da parte dello Stato che ha un notevole interesse a promuovere la presenza di questa peculiare categoria lavorativa. Difatti lo Stato e la stessa Comunit Europea sono intervenuti per promuovere l' inserimento dei lavoratori

svantaggiati e dei lavoratori disabili attraverso il regolamento n. 2204/2002112 e il D.Lgs. n. 276/2003, oltre tutte le svariate incentivazioni fiscali che lo Stato si accolla pur di promuovere questo importante carattere del terzo settore. Emanato sulla base della l. 14 febbraio 2003, n. 30, intitolata:

"Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro", il D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 sull' "Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30"113 disciplina i lavoratori svantaggiati ed il loro
importante conseguenza di questa evoluzione la propensione sempre pi diffusa a utilizzare la cooperativa di inserimento lavorativo non solo come soluzione occupazionale definitiva, ma come strumento di formazione al lavoro e professionale volto a favorire il successivo inserimento nel normale mercato del lavoro. 112Non solo si promuove l'inserimento, ma si da una definizione nuova, ampliata dei soggetti svantaggiati. Si veda quindi l' art. 2, lettera f. del regolamento CE n. 2204/2002: lavoratore svantaggiato, qualsiasi persona appartenente ad una categoria che abbia difficolt ad entrare, senza assistenza,nel mercato del lavoro, vale a dire qualsiasi persona che soddisfi almeno uno dei criteri [...]. 113Art. 1, comma 1, D.Lgs. n. 276/2003: Le disposizioni di cui al presente decreto legislativo, nel dare attuazione ai principi e criteri direttivi contenuti nella legge 14 febbraio 2003, n. 30, si collocano nell'ambito degli orientamenti comunitari in materia di occupazione e di apprendimento permanente e sono finalizzate ad aumentare, nel rispetto delle disposizioni relative alla libert e dignit del lavoratore di cui alla legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, alla parit tra uomini e donne di cui alla legge 9 dicembre 1977, n. 903, e successive modificazioni ed integrazioni, e alle pari opportunit tra i sessi di cui alla legge 10 aprile 1991, n. 125, e successive modificazioni ed integrazioni, i tassi di occupazione e a promuovere la qualit e la stabilit del lavoro, anche attraverso contratti a contenuto formativo e contratti a orario modulato compatibili con le esigenze delle aziende e le aspirazioni dei lavoratori

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inserimento nelle cooperative e di conseguenza, nel mondo del lavoro. L' art. 14 del D.Lgs. n. 276/2003114, acquista la dovuta

considerazione poich determina la stipulazione di una convenzione con un altro fondamentale soggetto del diritto del lavoro: i sindacati e le associazioni di categoria, rappresentative dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro. Prende forma una convenzione trilaterale concertata115 che deve essere validata dalle Regioni - anche in questa fattispecie il principio di sussidiariet presente e gli organismi di
114Art. 14, comma 1, D.Lgs. n. 276/2003: Al fine di favorire l'inserimento lavorativo dei lavoratori svantaggiati e dei lavoratori disabili, i servizi di cui all'articolo 6, comma 1, della legge 12 marzo 1999, n. 68, sentito l'organismo di cui all'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469, cos come modificato dall'articolo 6 della legge 12 marzo 1999, n. 68, stipulano con le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro comparativamente pi rappresentative a livello nazionale e con le associazioni di rappresentanza, assistenza e tutela delle cooperative di cui all'articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 8 novembre 1991, n. 381, e con i consorzi di cui all'articolo 8 della stessa legge, convenzioni quadro su base territoriale, che devono essere validate da parte delle regioni, sentiti gli organismi di concertazione di cui al decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469, e successive modificazioni ed integrazioni, aventi ad oggetto il conferimento di commesse di lavoro alle cooperative sociali medesime da parte delle imprese associate o aderenti. 115Art. 14, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003: La convenzione quadro disciplina i seguenti aspetti: a) le modalit di adesione da parte delle imprese interessate; b) i criteri di individuazione dei lavoratori svantaggiati da inserire al lavoro in cooperativa; l'individuazione dei disabili sar curata dai servizi di cui all'articolo 6, comma 1, della legge 12 marzo 1999, n. 68; c) le modalit di attestazione del valore complessivo del lavoro annualmente conferito da ciascuna impresa e la correlazione con il numero dei lavoratori svantaggiati inseriti al lavoro in cooperativa; d) la determinazione del coefficiente di calcolo del valore unitario delle commesse, ai fini del computo di cui al comma 3, secondo criteri di congruit con i costi del lavoro derivati dai contratti collettivi di categoria applicati dalle cooperative sociali; e) la promozione e lo sviluppo delle commesse di lavoro a favore delle cooperative sociali; f) l'eventuale costituzione, anche nell'ambito dell'agenzia sociale di cui all'articolo 13 di una struttura tecnicooperativa senza scopo di lucro a supporto delle attivit previste dalla convenzione;g) i limiti di percentuali massime di copertura della quota d'obbligo da realizzare con lo strumento della convenzione.

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concertazione di cui all' art. 12, legge n. 68/1999 116. Infine le imprese sociali svolgono un ruolo essenziale per il raggiungimento del benessere della collettivit, cercando di appianare le differenze e le difficolt sia fisiche che psichiche che non permettono ai cittadini di districarsi autonomamente nel mondo del lavoro. Le modalit d' azione scelte rafforzano il principio di solidariet su cui si fonda il terzo settore ma nonostante si persegua un ideale di benessere che molto lontano dall' essere tangibile, la concretezza del mondo del lavoro non ne viene minimamente pregiudicata.

116La l. n. 68/1999 intitolata: Norme per il diritto al lavoro dei disabili, dispone all' art. 12 le Convenzioni di inserimento lavorativo temporaneo con finalit formative. L' aggettivo temporaneo riprende lo scopo dell' ente: far s che i soggetti svantaggiati colmino le loro difficolt attraverso una formazione on the job modalit preferita di apprendimento, favorevole anche alla crescita della personalit degli individui e che si distacchino dall' organizzazione divenendo autonomi. Dunque se non si definisse rigidamente a priori un periodo entro il quale tale crescita debba avvenire si rischierebbe di cristallizzare alcune situazioni di emarginazione che circondano la disabilit.

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4. Lo sviluppo del terzo settore nella penisola italiana e nelle sue regioni
Lo sviluppo del terzo settore: il primo censimento

Fino ad ora, durante il percorso compiuto, si analizzato il nonprofit solo da un punto di vista teorico, il ch necessario ai fini di una comprensione puntuale ed unitaria, ma che pu, ad ogni modo, distorcere la visione stessa del fenomeno, allontanandolo dalla realt nella quale invece esso trova la propria origine. indispensabile passare ai tratti pi concreti e tangibili del terzo settore, attraverso le varie rilevazioni che nel corso degli ultimi vent' anni ha accompagnato il terzo settore e le sue innovazioni. A tal 78

proposito lo strumento da cui iniziare quello fornito nel 1999 : il primo censimento compiuto dall' Istituto Nazionale di Statistica, intitolato: Istituzioni nonprofit in Italia. I risultati della prima rilevazione censuaria anno 1999. E' stato cos possibile toccare con mano i numeri con i quali il terzo settore si sia espanso in Italia, avendone una visione nazionale, la quale stata riscontrata in seguito ad una visione pi particolareggiata attuata a livello regionale. evidente, inoltre, che la situazione del nonprofit italiano segua le difficolt e le differenze proprie del paese, il ch si presta in maniera eccellente ad una sovrapposizione con la suddivisione geografica117.

Il punto di partenza di certo quello che permette una prima rilevazione della presenza delle istituzioni nonprofit nella penisola: Alla fine del 1999 le istituzioni nonprofit in Italia erano 221.412, impiegavano pi di 4 milioni di persone ( di cui 3 milioni e 200 mila volontari) []. Nella maggior parte dei casi si trattava di istituzioni: localizzate nell' Italia Settentrionale (51, 1 %); aventi la forma giuridica di associazione non riconosciuta (63,

117Istat Istituzioni nonprofit in Italia. I risultati della prima rilevazione censuaria anno 1999, Roma 1991 cit., p. 35 : Ripartizioni geografiche: Nord: Piemonte, Valle dAosta, Lombardia, Trentino- Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna. Nord-ovest: Piemonte, Valle dAosta, Lombardia e Liguria; Nord-est: Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, EmiliaRomagna; Centro: Toscana, Umbria, Marche, Lazio. Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Sud: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria; Isole: Sicilia e Sardegna.

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3 %); operanti in via principale nel settore della Culture, sport e ricreazione (63,4 %) []; operanti con volontari ( 80,2 %) finanziate prevalentemente da privati (87,1 %)118 .

I due punti conclusivi riassumono, dunque, i motivi per i quali sia stato necessari per il legislatore attuare una disciplina nei confronti dei volontari e delle prestazioni da loro fornite poich su di essi si basata e per molti versi ancora cos - la crescita del nonprofit. Inoltre si rafforza il bisogno di tutelare le prestazioni svolte, ed i soggetti che scelgono di mettersi indirettamente a disposizione del prossimo, utilizzando cio come tramite le associazioni e le

cooperative, decidendo di non agire individualmente. Nonostante i vantaggi offerti dal legislatore a chi decidesse di svolgere le proprie attivit all' interno delle forme giuridiche proposte dall' ordinamento, ben il 63,3 % delle istituzioni hanno la forma giuridica dell' associazione non riconosciuta. Questo risultato, della fine degli anni Novanta, permette di riconoscere il progressivo superamento di tutte le barriere ed i vincoli che comportavano la scelta, da parte delle organizzazioni, di avere
118CNEL, Primo rapporto sull' economia sociale, Istat 2008 cit., p. 21

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meno tutele ma una maggiore fetta di libert119. Ora il legislatore, attraverso la normativa sull' impresa sociale, ha esplicitato sempre di pi le modalit attraverso le quali possibile per gli enti ottenere agevolazioni economiche e fiscali, senza sminuire la libert e la spontaneit dei soggetti organizzati. La prospettiva offerta fino ad ora non deve per comportare il distacco dai punti che invece caratterizzano questa analisi. opportuno quindi rifocalizzare la presenza dei lavoratori nel terzo settore. A questo proposito, riprendendo le fila iniziali, interessante vedere le percentuali attinenti al 2001 (tabella 1), dove, riscontrabile - sia sulla base delle unit istituzionali presenti sia in termini di addetti - vi la preponderante presenza delle imprese seguite dalle istituzioni del terzo settore, mentre si nota la crisi delle istituzioni statali, verso le quali si persa una buona fetta di fiducia.

Tabella 1. Unit istituzionali e addetti per tipologia


Tipologie Imprese Unit istituzionali 94,2

119 Istat Istituzioni nonprofit in Italia. I risultati della prima rilevazione censuaria anno 1999, cit., p. 55: Ne risultato un quadro dal quale appare chiara la predominanza delle associazioni, siano esse non riconosciute (140.746, pari al 63,6%) o riconosciute (61.313, pari al 27,7%). Numericamente meno consistenti sono, invece, le altre forme giuridiche considerate: le cooperative sociali attive sono risultate essere 4.651, pari al 2,1% delle istituzioni nonprofit; le fondazioni sono 3.008, pari all1,4% del totale; i comitati rilevati sono stati 3.833, pari all1,7% delle unit istituzionali censite. A queste istituzioni se ne aggiungono poi altre che hanno dichiarato ladozione di forme giuridiche diverse (principalmente enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, universit, istituti scolastici ed ospedalieri, societ di mutuo soccorso). Nel complesso esse ammontano a 7.861 e costituiscono il 3,6% delluniverso considerato.

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4.083.966 Istituzioni pubbliche Istituzioni nonprofit Totale Addetti Imprese Istituzioni pubbliche Istituzioni nonprofit 15.712.908 3.209.125 488.523 81,8 16,5 2,5 15.580 235.232 4.334.778 0,4 5,4 100

Totale 19.410.556 100,0 Fonte: Istat, 8 Censimento Generale dell' Industria e dei Servizi, 2001

Le percentuali che pi interessano sono evidentemente quelle riguardanti la presenza dei volontari e delle altre tipologie lavorative120: Per svolgere le loro attivit le istituzioni nonprofit si avvalgono molto frequentemente di volontari. L80,2% delle istituzioni utilizza volontari e questi costituiscono lunica tipologia di risorse umane impiegata per il 70,1% dei casi. Assai meno diffuso lutilizzo di lavoratori dipendenti: solo il 15,2% delle istituzioni se ne avvale ed una quota pari a circa l8% li utilizza come unica risorsa di lavoro per la produzione di beni e servizi. Ancora pi limitato limpiego di lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (5,6% delle istituzioni), di religiosi (4,7%), di obiettori di coscienza
120 la disamina di tali statistiche funzionale alla finalit di questi ultimo tratto del percorso sul nonprofit: evidenziare che nonostante il nonprofit trovi le sue origini nel volontariato in realt, nel corso dell'ultimo ventennio, ci si allontanati molto da questa valutazione, sfruttando le risorse lavorative, estremamente produttive e definite.

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(2,3%) e di lavoratori distaccati da altri enti (1,7%). Queste ultime tipologie di persone sono utilizzate, nella gran parte dei casi, congiuntamente a volontari o dipendenti121. Vista l'introduzione sempre maggiore del nonprofit in ambito economico e nello stesso mercato di produzione, comprensibile la scelta del legislatore del 2006 che, tramite il D.Lgs. n. 155, ha posto un limite alle organizzazioni nell' uso dei lavoratori volontari. Nel 1999 la presenza di risorse umane spontanee stata la sostanza essenziale per il settore, ma ora, affinch sul mercato non si vengano ad istituire delle competizioni viziate all' origine, meglio bloccare l'uso strumentalizzato ed eccessivo del volontariato. L ' Istat ha comunque rilevato, tramite quanto dichiarato nei questionari, la presenza dei lavoratori subordinati i dipendenti riportandone le percentuali secondo la suddivisione geografica: I lavoratori dipendenti delle istituzioni nonprofit si concentrano in 33.600 unit. Queste sono concentrate nelle regioni settentrionali (50,0%), dove per la loro frequenza relativa rispetto al totale delle istituzioni ivi localizzate leggermente inferiore (14,8%) alla media nazionale 78 (15,2%). Al contrario, nelle regioni centrali le istituzioni con dipendenti sono relativamente pi frequenti (il 18,7% ha dichiarato di avere almeno un dipendente), mentre lo sono di meno nelle regioni del Mezzogiorno (dove la quota di istituzioni con
121Istat Istituzioni nonprofit in Italia. I risultati della prima rilevazione censuaria anno 1999, cit., p. 70, corsivo nostro.

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dipendenti scende al 13,1%)122 . Infine necessario ricordare la presenza delle altre tipologie lavorative che per nel 1999 erano poco presenti: Le altre risorse umane retribuite, impiegate dalle istituzioni nonprofit, sono meno rilevanti rispetto ai dipendenti. Solo il 5,6% delle istituzioni nonprofit impiega lavoratori con contratto di collaborazione,80 per un totale di circa 80.000 addetti, ed una quota ancora minore di esse (1,7%) impiega lavoratori distaccati da altri enti, per un totale di 18.000 addetti123.

Il nonprofit nelle regioni italiane e l' inserimento dei soggetti svantaggiati

Se nella parte iniziale di questo capitolo i dati sono unitari ed estremamente generali, interessanti solo per trovare una argomentazione pratica a vantaggio di quanto teorizzato, ora invece il caso di seguire il percorso tracciato dal nonprofit e dalle regioni. La frammentazione intrinseca nello Stato italiano offre, infatti, riscontri

122Istat Istituzioni nonprofit in Italia. I risultati della prima rilevazione censuaria anno 1999, cit., p. 78. 123Ibidem, cit., p. 79

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evidenti anche rispetto ai fenomeni e alla stessa normativa. La scelta124 ricade sulla cooperativa sociale di tipo b, sulla sua attuazione a livello regionale, sulla base di quanto dichiarato all' art. 9 della l. n. 381/1991125. Ed a questo proposito necessario utilizzare i dati forniti dall' Istat, sulla base del censimento effettuato nel 2003 e 2005, dal titolo Rilevazione delle cooperative sociali126. Nella tabella 2 vengono riportate tutte le tipologie di cooperative sociali e la loro presenza nel territorio peninsulare, partendo cronologicamente dal 1966 fino all'anno della rilevazione, il 2005. Tabella 2

124La scelta di soffermarsi su questa sfaccettatura, piuttosto che su un altra, si basa sul fatto che la cooperazione sociale venga ritenuta la testata d'angolo del nonprofit, nonch il modo attraverso il quale si superata la visione solo volontaristica del fenomeno e si raggiunto il punto di contatto pi stretto con il mercato del lavoro. Le cooperative di tipo b rappresentano come il lavoro non sia solo un mezzo per ottenere una retribuzione ma una valida modalit per migliorare la propria personalit. In questo caso non ci si pu esimere dal ritene 125Art. 9, l. n. 381/1991: Normativa regionale: 1. Entro un 1anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni emanano le norme di attuazione. A tal fine istituiscono l'albo regionale delle cooperative sociali e determinano le modalit di raccordo con l'attivit dei servizi socio-sanitari, nonch con le attivit di formazione professionale e di sviluppo della occupazione. 2. Le regioni adottano convenzioni-tipo per i rapporti tra le cooperative sociali e le amministrazioni pubbliche che operano nell'ambito della regione, prevedendo, in particolare, i requisiti di professionalit degli operatori e l'applicazione delle norme contrattuali vigenti. 3. Le regioni emanano altres norme volte alla promozione, al sostegno e allo sviluppo della cooperazione sociale. Gli oneri derivanti dalle misure di sostegno disposte dalle regioni sono posti a carico delle ordinarie disponibilit delle regioni medesime. 126Alcuni dati sono presenti anche all'interno del censimento Istat del 1999, ma chiaro che in questo caso sia pi adeguato inserire dei dati che siano il pi vicino possibile alla trattazione medesima. Sar in ogni caso possibile avere un excursus dello sviluppo della cooperazione sociale, attraverso il sito ufficiale Istat: www.istat.it.

85

Fonte: Istat, Rilevazione delle cooperative sociali 2003 e 2005 Come si pu notare la quota di cooperative costituitesi dopo il 1990 relativamente pi elevata tra i consorzi (87,3 per cento), le cooperative di tipo B (78,1 per cento) e quelle ad oggetto misto (74,0 per cento). Al contrario, sono relativamente pi anziane le cooperative di tipo A (solo il 66,8 per cento di esse , infatti, nato dopo il 1990). Considerando larea geografica di appartenenza, le cooperative sociali localizzate nellItalia centrale tendono ad essere relativamente pi giovani: in questa area, infatti, la quota di cooperative costituitesi dopo il 1990 (75,1 per cento) superiore a quanto si rileva nelle altre ripartizioni geografiche. Diversamente, nelle regioni dellItalia settentrionale e nel mezzogiorno relativamente pi elevata la percentuale delle cooperative nate prima del 1991 (33,7 per cento per il Nord-est, 29,7 per cento per il

86

Nordovest e 26,2 per cento per il Mezzogiorno)127. facile notare la difficolt che le Regioni del Sud e del Mezzogiorno hanno riscontrato nell' eseguire quanto proposto dallo Stato nel 1991; l'incentivazione proposta, evidentemente, non stata facile da portare avanti e solo in tempi molto recenti si potuto notare un aumento delle istituzioni fondate. Il motivo di tanta difficolt, sulla base delle ricerche svolte, estremamente semplice e disarmante allo stesso tempo: la crescita economica, e l' abbassamento del tasso di disoccupazione nelle Regioni settentrionali permettono la destinazione delle risorse verso gli scopi delle cooperative sociali o degli altri enti del nonprofit, mentre nel caso delle Regioni del Sud e del Mezzogiorno le risorse devono necessariamente essere destinate al raggiungimento di un equilibrio territoriale ed occupazionale, e poi in seguito verranno destinate ai bisogni dei soggetti svantaggiati. Rientrando nella analisi statistica dell' Istat: Nel 2005 nelle cooperative sociali erano presenti circa 34.483 persone svantaggiate di cui 30.141 nelle cooperative di tipo B [...]. Gi da questi numeri si pu trovare una conferma del ruolo propulsivo assegnato alle cooperative sociali di tipo B nel campo dellinserimento lavorativo e pi in generale delle politiche attive del lavoro. Rispetto al 2003, gli utenti delle cooperative di inserimento lavorativo sono aumentati

127Istat, Rilevazione delle cooperative sociali 2003 e 2005, Roma 2005

87

complessivamente del 27,8 per cento, con un tasso di crescita pi che triplo di quello calcolato sul numero di cooperative di tipo B (pari all8,3 per cento). Nelle cooperative di tipo B la percentuale di soggetti svantaggiati presenti in cooperativa rispetto al totale dei lavoratori, si attesta a livello nazionale, al 55,5 per cento che ben al di sopra del limite minimo (30 per cento) stabilito dalla legge 381 del 1991. La maggiore concentrazione di persone svantaggiate si riscontra nel Nord-ovest (33,1 per cento), segue il Nord-est (con il 26,0 per cento), il Centro (24,5 per cento) e, infine, il Mezzogiorno (16,4 per cento)128, (tabella 3).
Tabella 3

INDICATO RI
ANNO 2003 8.238 Persone svantagg iate

Nord-est Centro

Mezzogio Italia rno

5.657

5.774

3.918

23.587

Cooperat 583 ive Lavorato 15.236 ri Svantagg 14 iati per cooperati va Svantagg 5 iati ogni 10

425 9.625 13

504 11.135 12

467 1.979 6.432 8 42.428 12

128Istat, Rilevazione delle cooperative sociali 2003 e 2005, Roma 2005

88

lavorator i
ANNO 2005

Persone 9.976 svantagg iate Cooperat 693 ive Lavorato 18.368 ri Svantagg 14 iati per cooperati va

7.836

7.398

4.931

30.141

474 12.622 17

616 14.974 12

636 8.366 8

2.419 54.330 12

6 5 6 6 Svantagg 5 iati ogni 10 lavorator i Fonte: Istat, Rilevazione delle cooperative sociali 2003 e 2005, Roma 2005

Come gi esplicitato, non sufficiente avere un riscontro solo di questo tipo, ma invece necessario visionare bene due poli della penisola, soprattutto dal punto di vista del benessere economico, che va a colmare anche molte delle lacune sociali

Confronto

tra

Regioni:

Sardegna

Veneto,

due

situazioni molto diverse.


In Sardegna si notato, nel corso degli anni un accrescimento dell' interesse del volontariato, il moto di solidariet molto presente nel tessuto sociale. Questo certamente motivato dalla maggiore evidenza delle difficolt presenti, e nonostante vi sia la 89

consapevolezza

del

bisogno

di

agire

favore

dei

soggetti

svantaggiati, non si in grado di farlo al meglio, poich l' arretratezza economica non permette una quantit di risorse sufficienti. Il discorso opposto invece fattibile nelle regioni settentrionali, nello specifico, rispetto al Veneto, dove le risorse economiche e le possibilit di lavoro sono presenti e le risorse possono essere utilizzate per l'

incentivazione delle istituzioni del nonprofit, piuttosto che per la creazione di posti da lavoro per i soggetti non appartenenti alla categoria delle persone svantaggiate. In ogni caso, in entrambe le regioni possibile notare la presenza di una legislazione ad hoc per l' attuazione adeguata delle incentivazioni proposte a livello nazionale sulla cooperazione sociale. I dati pi sicuri che si riusciti a ricavare si trovano nel Terzo rapporto sulla cooperazione sociale, svolto dal Cgm nel 2002, all' interno del quale G. Marocchi espone la situazione di ciascuna regione italiana. In Veneto, su 474 cooperative, 184 sono cooperative di tipo B e si trovano, in quota maggiore nella provincia di Belluno (47%). La crescita della cooperazione sociale si evidenzia a Venezia, Padova e Belluno, dove supera il 20%. Nello specifico lo sviluppo delle cooperative di tipo B aumenta del 5%, soprattutto nelle province di Treviso e Vicenza. La citt di Padova riporta l' incremento maggiore dal 1998 al 2002 e, visti gli aggiornamenti, anche nell'ultimo 90

quinquennio. chiaro che i dati confermano anche questa volta quanto specificato riguardo la difficolt del Mezzogiorno e la propensione alla cooperazione che si riscontra invece nel Nord. Ad avvalorare questa tesi vi sono i dati della Direzione generale della cooperazione riguardanti la regione Sardegna. Qui, nel 2002, erano presenti 405 cooperative, di cui 53 di tipo B. In Sardegna vi una nettissima prevalenza di cooperative alla persona ( 79% su base regionale); le cooperative di tipo B sono il 13% su base regionale, ed in nessuna provincia superano il 15%. E' chiaro che i servizi alla persona offerti dalle cooperative di tipo A ottengano un risultato maggiore, tuttavia vi una crescita nella provincia di Sassari delle cooperative di inserimento lavorativo, che sta andando avanti anche nell'ultimo quinquennio.

Infine, ci si domandati pi volte il perch di queste differenze, dopotutto la legge nazionale, affiancata dall' Unione Europea, prevede che l' incentivazione avvenga con una certa unitariet ed un certo ordine. Il principio di sussidiariet verticale, oltre che orizzontale, in questo caso influenza molto l' uso degli incentivi offerti, poich essi appaiono pi raggiungibili anche in quelle province pi piccole ed ad una prima analisi, inadeguate. Di certo il nonprofit presente ed attivo e gi questo un buon punto di partenza.

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Conclusione

Oltre le prime definizioni e regole vi un momento in cui la teoria incontra la pratica, la concretezza trasforma le idee in fatti, in seguito il ciclo riprende e dalle conseguenze di quegli stessi fatti si creano nuove teorie e nuove azioni. Il nonprofit si sviluppato per dare una risposta reale ai bisogni dei soggetto che lo Stato, nonostante la struttura creata, non stato in grado di tutelare e di accompagnare nell' inserimento nel tessuto sociale. Si cercato, durante il percorso affrontato, di definire i punti attraverso i quali il terzo settore riuscito a concretizzarsi e ad ampliare il proprio spazio di azione. Lo Stato passato da un tentativo di esclusione del nonprofit, ad iniziare a regolare e disciplinare le modalit attraverso le quali fosse possibile una commistione tra la struttura pubblica e le strutture proposte ed istituite dai privati. La disamina della normativa dal 1991 fino ad oggi, non rappresenta solo tale intento dello Stato, ma esprime come le mura della 92

sovrastruttura statale italiana abbiano ceduto al costante tentativo dei soggetti privati di inserirsi nel contesto finalizzato alla risoluzione dei bisogni sociali. La trattazione pu essere apparsa estremamente distante dalla realt, e gli scopi del terzo settore come solidariet, spontaneit e gratuit, sembra facciano l' parte attivit di una scelta morale non

raggiungibile

attraverso

concreta.

Forse

questa

convinzione il vero ostacolo del nonprofit, poich i fatti hanno dimostrato che gli ideali facilmente divengono azione. I dati rilevati, i miglioramenti che all' interno delle imprese sociali sono tangibili giorno per giorno, dimostrano che si trovata la giusta combinazione tra scopo sociale e mondo del lavoro. Il mondo del lavoro rappresenta un banco di prova per i soggetti facenti parte della collettivit, portati a dimostrare le loro capacit acquisite od intrinseche in modo da ottenere quella crescita di personalit che la carta costituzionale descrive e tutela. Ma i soggetti svantaggiati, cio coloro che non sono in grado di affrontare il mondo del lavoro, come possono imparare a districarsi in questo ambito cos complesso? Il nonprofit saggiamente affiancato dalla normativa giuslavoristica favorisce l' istituzione di organizzazioni, associazioni, cooperative ed imprese sociali, le quali sono in grado di trasformare l' attivit volontaria, gratuita, spontanea, ovvero subordinata in un costante 93

intervento verso i soggetti svantaggiati. Ma non solo questo, si fatto in modo che l' apprendimento e la crescita avvenissero non solo da un' azione assistenzialistica ma anche e soprattutto, dalla messa alla prova all' interno delle imprese stesse, fornendo ai soggetti svantaggiati la possibilit di imparare on the job. Qui il mondo del lavoro rivela un' altra sfaccettatura, meno rigida, la quale favorisce la crescita della persona utilizzando lo scopo

lucrativo solo come una facciata per il raggiungimento di uno scopo sociale. Il fatto poi che lo scopo di lucro o l' assenza di questo, non determinino pi la condizione la quale stata per lungo tempo di svantaggio, a causa dell' assenza di tutele e regolamentazioni - di chi scelga di svolgere la propria prestazione dentro le istituzioni del terzo settore, fa s che i soggetti trovino modo di rispondere al proprio moto di solidariet senza perdere il contatto con la concretezza del mondo economico. Ci che pi risalta dall' analisi appena effettuata che il nonprofit una realt in continuo cambiamento, e che con l' andare avanti del tempo ci si render conto che quelle che oggi appaiono come grandi innovazioni o risposte corrette alle esigenze sociali, diverranno obsolete e giunger il momento in cui vi sar bisogno di modificarle, ridefinirle e richiedere ancora l'intervento legislativo. Nonostante questo rappresenti una verit immodificabile non si 94

potranno dimenticare i successi ottenuti e i bisogni colmati.

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