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La responsabilità amministrativa delle società e degli enti 191

TEMI
192 La responsabilità amministrativa delle società e degli enti
La responsabilità amministrativa delle società e degli enti 193

IL RUOLO DELLE LINEE GUIDA E DELLA BEST


PRATICE NELLA COSTRUZIONE DEL MODELLO
DI ORGANIZZAZIONE E DI GESTIONE E NEL
GIUDIZIO DI IDONEITA’ DI ESSO
Prof. Bruno Assumma, Università Federico II, Napoli

Recentemente un magistrato amico, che doveva giudicare dell’efficacia esimente


di un Modello Organizzativo ex d.lgs. 231/2001, prodotto in giudizio dalla difesa di
una società, mi ha chiesto quali fossero i criteri per esprimere tale giudizio. Chi riesce
a dare una risposta soddisfacente a tale domanda ha buone possibilità di vincere al
superenalotto.
Come è noto l’art. 5 del decreto 231/2001 (d’ora in poi DECRETO) prevede
l’esonero da responsabilità se l’ente, prima della realizzazione del reato cd.
presupposto, ha adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione e
Controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello realizzato. Dunque perché
un Modello produca l’effetto esimente sperato è necessario verificare:
a) che esso sia stato adottato prima della realizzazione del reato cd. presupposto
(l’adozione postuma determina un’attenuazione della sanzione ma non l’esonero
da responsabilità);
b) che sia idoneo alla prevenzione dei reati della stessa specie;
c) che sia stato efficacemente attuato.
Il requisito di cui alla lettera a) implica un mero accertamento di fatto in ordine
alla relazione cronologica tra il reato commesso e l’adozione del Modello.
Gli altri due, invece, consistono in un giudizio che il giudice penale deve
esprimere sulla base non si sa bene di quali criteri dal momento che, opportunamente,
il legislatore si è guardato bene dal dare indicazioni in proposito. Le ragioni di tale
apparente dimenticanza vanno ricercate soprattutto nei vincoli di ordine
costituzionale, che non consentono di imporre ai privati criteri organizzativi stabiliti
per legge. Infatti la libertà di iniziativa economica, consacrata dall’art. 41 Cost.,
rappresenta un limite invalicabile dell’attività legislativa. In quest’ottica ci sembra di
dover interpretare la non obbligatorietà dei Modelli, che “possono essere adottati”
(art. 6, comma 3).
Dalle scarse indicazioni normative è lecito inferire che il giudice deve formulare
una valutazione ex ante, condotta alla stregua dei criteri della prevedibilità e
dell’evitabilità dei reati. Ciò significa, altresì, che si deve esprimere un giudizio sul
nesso causale tra il Modello adottato e l’effettiva evitabilità del reato. A conferma di
ciò giova ricordare che, per i reati commessi dagli apicali, l’ente deve dimostrare
anche che il reato è stato realizzato aggirando fraudolentemente le regole di
comportamento stabilite dall’ente.
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Tutto ciò, però, non appare sufficiente perché il giudizio sull’idoneità del
Modello resta ancora esposto all’utilizzazione di criteri soggettivi che possono
facilmente condurre all’arbitrio. Nessuno può dubitare, perciò, dell’utilità, se non
della necessità, di avere una “casa comune” che consenta di individuare criteri
condivisi sia dagli enti, che intendono adeguarsi alla normativa di cui ci occupiamo,
sia dai magistrati che sono chiamati a formulare i giudizi di cui abbiamo parlato. La
mancanza di tale “casa comune” rischia di creare guasti certamente non auspicabili
se si vogliono raggiungere gli obiettivi indicati dalla legge. Il rischio è: per gli enti
l’incertezza operativa, pur in presenza di una volontà di rispettare la legge, la cui
realizzazione comporta, spesso, costi non indifferenti1; per i giudici l’arbitrio
valutativo le cui conseguenze possono facilmente immaginarsi. Peraltro sul piano
processuale oltre alla possibile ingiustizia della decisione presa, la difficoltà, se non
l’impossibilità, di operare il necessario sindacato della motivazione, momento
cruciale nell’attuazione di una giustizia consapevole; sul piano sostanziale la
produzione di effetti molto negativi per la vita dell’ente e di quanti dipendono dalla
sua operatività.
E’ opportuno precisare che il tipo di giudizio può essere diverso a seconda che si
riferisca ad un Modello adottato prima o dopo la realizzazione di un reato. In
proposito è stato evidenziato in giurisprudenza che tale giudizio è più rigoroso e
specifico se si riferisce ad un’area aziendale in cui si è verificato in passato un reato.
In tal caso, infatti, le misure adottate devono essere valutate tenendo conto del dato
storico e della pregressa inidoneità delle procedure aziendali ad evitare la realizzazione
di reati del tipo di quello già posto in essere2. Si richiede, cioè, “una valutazione da
formularsi non in termini esclusivamente prognostici ed ipotetici, ma anche in
considerazione del dato fattuale” pregresso. Cosicché i Modelli Organizzativi, adottati
dopo la realizzazione del reato, “dovranno necessariamente risultare maggiormente
incisivi in termini di efficacia dissuasiva e dovranno valutare in concreto le carenze
dell’apparato organizzativo e operativo dell’ente che hanno favorito la perpetrazione
dell’illecito”. Ciò, però, non implica - come è stato opportunamente sottolineato in
altra pronuncia giurisprudenziale - “una diversità strutturale tra Modelli Organizzativi
a seconda che gli stessi vengano elaborati ex ante ovvero ex post”3.
L’evidenziata esigenza di avere una “casa comune” è stata avvertita già molti anni
or sono negli Stati Uniti dove fu istituita una Commissione, che nel 1991 redasse le
Federal sentencing guidelines con la finalità di inserire un’eticizzazione delle attività
d’impresa e di fornire ai giudici criteri vincolanti per la valutazione del Modello di
Organizzazione e Controllo (compliance program).
La soluzione adottata negli States ha optato per l’indicazione normativa che,
invece, nel nostro Paese - come già detto - avrebbe incontrato possibili ostacoli di
natura costituzionale. Infatti l’art. 41 della nostra Carta fondamentale prevede il
principio di libertà di iniziativa economica che, verosimilmente, sarebbe violato
dall’indicazione di criteri o metodi di organizzazione vincolanti perché imposti dalla
legge. E ciò senza considerare le difficoltà di offrire indicazioni normative capaci di

1
E’ opportuno ricordare che da tempo negli USA si è formato un movimento di opinione, volto a ridurre i costi
che le imprese sostengono per introdurre controlli di legalità della propria attività. Secondo taluni tali costi sarebbero
nell’ordine del 3% del fatturato.
2
G.I.P. Trib. Roma, Dr.ssa Finiti, ord. 4 aprile 2003, in Foro it., 2004, II, pp. 317 ss..
3
G.I.P. Trib. Milano, Dr.ssa Secchi, ord. 20 settembre, dep. 9 novembre 2004, in Foro it., 2005, II, pp. 528 ss..
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adattarsi alle diverse tipologie e forme di organizzazione in cui si articola il complesso


tessuto dell’impresa italiana.
Il nostro legislatore, invece, nell’estendere l’applicazione del DECRETO alle lesioni
personali e all’omicidio colposo, realizzati con violazione della normativa sulla
prevenzione degli infortuni sul lavoro, ha optato per una soluzione intermedia: il
recepimento di discipline non legislative per formulare il giudizio di idoneità. Infatti
l’art. 30 d.lgs. 81/2008 ha introdotto una presunzione di idoneità del Modello se
conforme a standards non legislativi. Tale disposizione prevede che: “In sede di
prima applicazione, i Modelli di Organizzazione aziendale definiti conformemente
alle Linee Guida UNI-INAIL per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul
lavoro (SGSL) del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS 18001:2007 si
presumono conformi ai requisiti di cui al presente articolo per le parti corrispondenti.
Agli stessi fini ulteriori Modelli di Organizzazione e Gestione aziendale possono essere
indicati dalla Commissione di cui all’articolo 6”.
Si tratta di una disciplina limitata nel tempo, come chiarisce l’incipit della norma,
anche se non è dato sapere quali siano i limiti temporali della prima applicazione.
Non è questo, certamente, ciò che interessa in questa sede. Qui giova evidenziare la
scelta di introdurre criteri di valutazione fondati su discipline di rango non legislativo.
Opzione assistita da una presunzione legale iuris tantum di idoneità, della cui
compatibilità con il nostro sistema processuale è lecito dubitare.
Infatti la prima e più ovvia osservazione è che il nostro sistema processuale-
penale non tollera le presunzioni perché limitative del libero convincimento del
giudice. L’esperienza giurisprudenziale della disciplina penale tributaria conferma
l’impossibilità di utilizzare presunzioni, ancorché previste dalla legge. Ovviamente
tale giurisprudenza riconosce la possibilità al giudice penale di pervenire alle stesse
conclusioni della presunzione tributaria anche utilizzando gli stessi criteri. Ma deve
trattarsi di una valutazione autonoma, sorretta da congrua motivazione e nel pieno
rispetto del principio del cd. libero convincimento del giudice.
Prescindendo dai problemi che pone la presunzione legislativa, la scelta del rinvio
a discipline non legislative offre importanti spunti di riflessione che, ci sembra, non
sono stati sufficientemente considerati e valorizzati. A ben vedere questa scelta
condivide la filosofia dell’intervento legislativo, già fatta propria dal DECRETO e
consistente in un approccio di tipo “retributivo - preventivo - premiale”4. In proposito
è inequivoco il collegamento alle scelte di politica legislativa accolte dalle già citate
Sentencing guidelines for Organizations, elaborate dalla United States Sentencing
Commission, entrate in vigore il 1° novembre 2001 e successivamente integrate e
modificate. L’approccio normativo accolto dal DECRETO si ispira agli orientamenti di
soft law che negli ultimi due decenni si sono affacciati alla ribalta di ordinamenti
statali, soprattutto di tipo anglosassone, e sovranazionali. Sotto questa etichetta, che
si contrappone ai tipi normativi dell’hard law, vengono comunemente ricondotti i casi
di ricorso alle cd. fonti terziarie, consistenti in codici di autodisciplina elaborati da
associazioni di categoria e destinati agli appartenenti a tali categorie. Si tratta di una
strategia di contrasto dei corporate crimes fondata sull’autoregolamentazione privata
(self-regulation) e sull’autocontrollo (self-policing).

4
In proposito, si vedano le precise indicazioni di DE MAGLIE, L’etica e il mercato. La responsabilità penale delle
società, Milano 2002, p. 71.
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Nell’obiettiva difficoltà di costruire un concetto di colpevolezza della persona


giuridica soprattutto in un ordinamento come il nostro, costruito su una dimensione
antropomorfica della responsabilità penale, la via che al legislatore del 2001 è apparsa
percorribile è la creazione di una cultura della prevenzione dei reati da incentivare
attraverso la politica del bastone e della carota (cd. carrot - stick approach)5. E’
indubbia la prospettiva premiale dei Modelli di Organizzazione e Controllo: se l’ente
introduce al proprio interno un Modello idoneo a prevenire reati e ne garantisce
un’efficace attuazione sotto la verifica vigile e continua dell’Organismo di Vigilanza,
è esonerato da responsabilità. Altrimenti subisce le conseguenze della propria
mancata organizzazione.
La scelta del nostro legislatore ci sembra condivisibile: abbandono di una strategia
episodica di repressione, che contrasta con la sanzione gli effetti di una deficitaria
organizzazione aziendale; accoglimento di una nuova strategia, non episodica, di
contrasto delle cause, consistente nella promozione della cultura della legalità che
elimini i fattori agevolativi, se non causativi, del reato. In questa scelta ci sembra di
ravvisare un’eco della dottrina statunitense degli anni settanta e ottanta che ha
evidenziato la stretta relazione tra reato e organizzazione, ethos, ecc. dell’impresa. E’
stato osservato che “il diritto penale, per esercitare un’efficace funzione preventiva nei
confronti dei reati commissibili dalla persona giuridica deve entrare nell’impresa,
invadere le sue strutture interne di autoregolamentazione, condizionare la loro
formazione ed il loro modo di essere”6.
La strada imboccata dal nostro legislatore incontra, tuttavia, non poche difficoltà
applicative7.
Un primo problema riguarda le piccole imprese, prevalentemente a carattere
padronale e/o familiare. Non va dimenticato che la matrice culturale del DECRETO è
maturata in una realtà economico sociale molto diversa dalla nostra, dove l’economia
è guidata da grandi imprese, gruppi multinazionali, public companies, ecc.. Non è un
caso che la cultura della compliance, nata in Inghilterra, abbia avuto il suo maggior
sviluppo negli Stati Uniti. Ben diverso è il tessuto economico e produttivo del nostro
Paese, dove oltre il 90% delle imprese impiega meno di 15 unità lavorative. In realtà
di tali dimensioni non solo non esiste una cultura del controllo interno che, anzi, mal
si concilia con il ruolo dell’imprenditore-padrone, ma, altresì, le condizioni economico-
organizzative rappresentano spesso un ostacolo reale. Un efficace Modello di
prevenzione dei reati richiede risorse economiche e di personale quasi sempre assenti
nella piccola impresa. Di ciò si è reso conto, ma malamente, il nostro legislatore che,
al quarto comma dell’art. 6, ha previsto una disposizione che ha del ridicolo. “Negli
enti di piccole dimensioni - si legge in tale disposizione - i compiti indicati nella lettera
b) del comma 1 possono essere svolti direttamente dall’organo dirigente”. Ciò equivale
a dire che il dirigente (?) predispone i protocolli per controllare... sé stesso.

5
Sulla filosofia del carrot - steck approach, COFFEE, Carrot and stick sentencing: structuring incentives for
organizational defendants, in F.S.R., 1990, p. 126.
6
DE MAGLIE, L’etica e il mercato. La responsabilità penale delle società, Milano 2002, p. 73.
7
Il processo di eticizzazione dell’impresa, nel senso poc’anzi indicato, funziona se riguarda la generalità del mercato.
Altrimenti l’impresa “virtuosa” è svantaggiata rispetto alla concorrente che ricorre a metodi illeciti. Ed anzi, come rilevato per
talune fattispecie di reato, l’imitazione del comportamento illecito diventa una necessità per rimanere sul mercato. Ne è un
esempio il fenomeno delle cd. frodi caroselli attuate mediante interposizione soggettiva di società che consente alla società
interponente di fruire di una diminuzione dei costi, pari all’IVA non versata. La riduzione dei costi, così realizzata, permette
di offrire la merce ad un prezzo inferiore, sovvertendo in modo illecito le regole della libera concorrenza. E’ ovvio che se
l’impresa concorrente vuole essere competitiva, deve adottare lo stesso comportamento illecito. Altrimenti è fuori mercato.
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Un altro problema, già accennato, riguarda la difficoltà di individuare criteri


condivisi, in grado di orientare in modo uniforme sia la costruzione dei Modelli di
Organizzazione e di Controllo che il giudizio di idoneità, demandato dalla legge al
giudice penale.
In questa prospettiva acquistano valore talune indicazioni, contenute nel
DECRETO, a cui abbiamo fatto già cenno. Ispirandosi al sistema statunitense delle
Sentencing guidelines, il DECRETO prevede la possibilità di uniformare il Modello alle
Linee Guida delle associazione di categoria, eventualmente comunicate al Ministero
della Giustizia cui è riconosciuto un termine di trenta giorni per le eventuali
osservazioni. Per la verità la previsione di tale meccanismo ha suscitato non poche
perplessità. Taluno ha sostenuto, impropriamente, che la mancata risposta nel termine
temporale determinerebbe una sorta di silenzio-assenso che avrebbe l’effetto di
rendere idonei i Modelli comunicati al Ministero. Gli interventi della dottrina e della
scarsa giurisprudenza hanno dimostrato l’infondatezza di tale conclusione. In taluni
casi il legislatore opera un esplicito richiamo alla prassi come elemento di normazione.
E’ il caso dell’art. 180, comma 2, lett. c), del Testo Unico bancario che richiama
espressamente le “prassi di mercato ammesse”.
Al di là di questo aspetto, resta comunque il richiamo normativo alle Linee Guida
delle associazioni di categoria, che non può essere considerato un errore del
legislatore ovvero un flatus vocis, privo di riflessi applicativi importanti. A ben vedere,
infatti, i rinvii contenuti nell’articolo del DECRETO e nel decreto 81 evocano una
costruzione del dettato normativo integrato da indicazioni prescrittive del
comportamento, tratte da fonti non legislative e non regolamentari.
Il fenomeno non è nuovo nel nostro ordinamento. Si pensi ai contratti collettivi di
lavoro; ai principi contabili elaborati dal Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti;
ai principi contabili internazionali (IAS); al cd. Codice Preda per le società quotate
che hanno dichiarato di aderire a tale decalogo comportamentale; ai protocolli
terapeutici dettati per il mondo sanitario; ai codici deontologici di taluni settori
professionali; ecc.. In molti casi il limite della rilevanza penale del fatto viene
individuato, nel caso concreto, recependo concetti, nozioni o giudizi di valore accolti
dalla collettività. Si pensi alle norme penali che, nel descrivere la condotta penalmente
illecita, richiamano il concetto di “comune senso del pudore”. La profonda modifica
che ha subito negli anni tale concetto ha radicalmente cambiato l’ambito applicativo
delle norme penali di riferimento che, invece, sono rimaste immutate nel loro aspetto
formale-letterale. Del resto la stessa nozione di colpa, accolta dal codice penale, fa
esplicito rinvio a parametri valutativi della responsabilità individuabili in ordini o
discipline, che pertanto contribuiscono a delineare il contenuto del precetto
comportamentale nel caso di specie.
In proposito è interessante ricordare l’orientamento univoco della Cassazione
nell’attribuire alla norma del codice deontologico della categoria degli avvocati (ma il
discorso è identico per le altre categorie di professionisti soggetti a iscrizione in
apposito albo) valore di elementi prescrittivi, integratori del precetto contenuto nella
legge.
Già le Sezioni Unite civili nel 20028, investite del problema della responsabilità
disciplinare degli avvocati, non avevano esitato ad affermare la natura di vere e

8
Sez. Un. Civ., 6 giugno 2002, n. 8225.
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proprie norme delle disposizioni del codice deontologico forense, che individua i
comportamenti che il professionista deve tenere con i colleghi, con la parte assistita,
con la controparte, con i magistrati ed i terzi.
Condividendo lo stesso orientamento le successive Sezioni Unite nel 2007 hanno
affermato il principio secondo cui “le norme del codice disciplinare forense
costituiscono fonti normative integrative di precetto legislativo, che attribuisce al
Consiglio nazionale forense il potere disciplinare, con funzione di giurisdizione
speciale appartenente all’ordinamento generale dello Stato, come tali interpretabili
direttamente dalla corte di legittimità”9.
La citata decisione delle Sezioni Unite afferma, ancora, che quando la legge
richiama in modo esplicito o implicito le regole di comportamento indicate nel codice
deontologico, tale richiamo rappresenta il fondamento di vincolatività delle
disposizioni richiamate.
Nel ritenere la natura giurisdizionale dell’attività disciplinare del Consiglio
nazionale forense, le Sezioni Unite hanno ribadito il valore precettivo della
disposizione extra legale, richiamata dalla disposizione di legge. Si legge, in
proposito, che: “detto carattere (giurisdizionale, n.d.r.) deriva alle norme del codice
disciplinare dalla delega loro effettuata dalla legge statale (nella specie R.D.L. 27
novembre 1933, n. 1578, e d.lgs.lgt. 23 novembre 1944, n. 382) e dalla loro funzione
di parametro normativo generale alla stregua del quale valutare la condotta dei
professionisti iscritti. Trattasi di un processo di formazione legislativa, attraverso il
rinvio alle determinazioni dell’autonomia collettiva, che assumono così, per volontà
del legislatore, una funzione integrativa della norma legislativa in bianco,
ampiamente studiata e sostenuta dalla dottrina ed applicata nei vari campi del
diritto. In particolare tale processo formativo del precetto legislativo è frequente nella
disciplina del lavoro e previdenziale: ad esempio, in tema di minimi contributivi
(d.l. 9 ottobre 1989, n. 338, art. 1, convertito, con modificazioni, nella legge 7
dicembre 1989, n. 389); in tema di deroga alla tutela della professionalità prevista
dall’art. 2103 c.c., comma 2 (per la quale il comma 3 sancisce la sanzione di nullità
di qualsiasi accordo contrario), consentita viceversa agli accordi collettivi,
indipendentemente dal consenso del lavoratore, e dalla stessa iscrizione al sindacato
stipulante, in caso di crisi aziendale, dalla legge 23 luglio 1991, n. 223, art. 4,
comma 11”10.
Conseguentemente, aggiunge il Supremo Collegio “in tali casi, ed altri numerosi
consimili, la Corte di legittimità procede all’esame diretto dell’intero precetto legislativo,
quale risulta dalla norma di rinvio e dalla fonte collettiva che lo integra, la quale, nel
caso citato, non avrebbe di per sè nessun altro titolo per essere vincolante nei confronti
del destinatario (per la prima fattispecie: Cass., 7 marzo 2002, n. 3311; Cass., 7
novembre 2003, n. 16762; Cass., 26 settembre 2005, n. 18761; per la seconda: Cass.,
7 settembre 2000, n. 11806). La fonte pattizia, nel momento in cui assume valore di
legge, entra in questa categoria normativa e ne segue i criteri interpretativi”.
Dunque il richiamo contenuto nel DECRETO alle Linee Guida delle associazioni
di categoria rappresenta il fondamento della rilevanza di tali Linee Guida, che
costituiscono l’espressione delle prassi operative di settore.

9
Sez. Un. Civ., 20 dicembre 2007, n. 26810.
10
Cass., Sez. Un., 20 dicembre 2007, n. 26810, cit..
La responsabilità amministrativa delle società e degli enti 199

E’ evidente il ruolo che le Linee Guida assolvono nella costruzione del Modello.
Rappresentano importanti punti di riferimento che, tuttavia, in taluni casi, non sono
immediatamente fruibili essendo indirizzate ad una platea di destinatari, non sempre
omogenei tra loro quanto a struttura organizzativa interna. Pertanto le indicazioni
offerte dalle Linee Guida potranno essere recepite in toto per le parti concernenti le
metodologie dell’intervento, i principi (ad esempio, il cd. principio di segregazione
delle funzioni) ed i criteri orientativi. Tali elementi dovranno essere adattati alle
particolarità organizzative, e non solo, del singolo ente.
L’esame delle Linee Guida elaborate dalle diverse associazioni di categoria fino ad
oggi evidenzia una sostanziale uniformità di indirizzo ed una serie di indicazioni sui
requisiti del sistema di controllo, volute dal DECRETO che, come vedremo, diventano
anche criteri interpretativi per il successivo giudizio di idoneità del Modello che il
giudice penale deve formulare.
Secondo tali documenti il Modello dovrebbe tener conto dei seguenti momenti
logici:
a) realizzazione di un’analisi delle aree a rischio-reato per verificare il grado di
probabilità che in quell’area si realizzi un reato tra quelli indicati dalla legge (cd.
mappatura delle aree di rischio). Analisi che dovrà essere particolarmente attenta
quando già si sia verificato un reato, presupposto della responsabilità.
b) concreta individuazione delle possibilità realizzative dei singoli illeciti penali
nell’ambito delle diverse aree dell’ente;
c) verifica dell’esistenza di procedure operative e di quelle di controllo previste dal
sistema organizzativo;
d) verifica della sufficienza o meno di tali procedure a prevenire la realizzazione di
reati. In caso di mancanza o insufficienza delle procedure è necessario colmare la
lacuna. Di particolare importanza sono le procedure di controllo dei cd. flussi
finanziari, cui fa esplicito riferimento il DECRETO. La creazione del Modello
Organizzativo e di Controllo deve avvenire in sintonia con le metodologie
maggiormente seguite e deve ispirarsi ai principi di compliance (ad esempio,
“segregazione” delle funzioni, tracciamento di tutte le attività ed i controlli, ecc.);
e) creazione di un Organismo di Vigilanza, dotato dei necessari poteri di iniziativa e
controllo, che operi al fine di verificare l’idoneità del Modello e la sua effettiva
adozione. Essenziale all’esercizio di tale attività sono l’indipendenza dei
componenti da possibili conflitti d’interesse nonché l’autonomia, anche economica,
dell’Organo;
f) effettività della funzione di controllo dell’Organismo di Vigilanza, che deve essere
provata dalla documentazione all’uopo redatta;
g) adozione di un Codice Etico contenente il catalogo dei comportamenti attesi e di
quelli vietati, cui devono ispirarsi tutti gli appartenenti all’ente;
h) previsione di un sistema disciplinare che preveda sanzioni da irrogare ai diversi
esponenti dell’ente, compresi amministratori e componenti degli organi di
controllo;
i) previsione di un sistema di formazione e informazione degli esponenti dell’ente,
in grado di “istruirli” sulla disciplina legale introdotta dal DECRETO e sui contenuti
del Modello;
l) previsione di un sistema di riporti che consenta a ciascun esponente dell’ente di
segnalare all’Organismo di Vigilanza qualunque fatto o accadimento d’interesse
della disciplina prevista dal DECRETO.
200 La responsabilità amministrativa delle società e degli enti

Come si vede già la lettura delle Linee Guida elaborate da talune associazioni di
categoria consente di individuare passaggi fondamentali per una corretta formazione
del sistema di controllo, a cui il giudice penale dovrebbe richiamarsi per verificare
l’idoneità del Modello. Le precedenti argomentazioni giuridiche, suffragate dai
numerosi casi di etero integrazione della norma di legge ad opera di fonti di rango
non legislativo, consentono di auspicare un ricorso dei giudici alle indicazioni delle
Linee Guida e alle migliori prassi operative per giudicare dell’idoneità dei Modelli.
Nella ricostruzione interpretativa da noi proposta, i criteri individuati dalle Linee
Guida delle associazioni di categoria e la cd. best practice dovrebbero rappresentare
un punto di riferimento necessario nella formulazione del giudizio di idoneità da
parte del giudice. Sia chiaro, però, che essi non possono limitare o vincolare il
giudice, che è sempre libero di fondare il proprio convincimento, purché sia motivato,
su elementi non indicati dalle Linee Guida di categoria ovvero, pur in presenza di essi
nel Modello del singolo ente, può ritenerne comunque l’inidoneità. La contraria
opinione configgerebbe con il principio, fondamentale nel nostro sistema processuale
penale, del cd. libero convincimento del giudice.
L’auspicata convergenza nella “casa comune” eviterebbe i problemi innanzi
segnalati, assicurando una migliore e più serena attuazione della disciplina contenuta
nel DECRETO.