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OPERAZIONI STRAORDINARIE E AGGREGAZIONI AZIENDALI

CAPITOLO 1 Operazioni straordinarie e aggregazioni aziendali

1.1 Le operazioni straordinarie

Cosa si intende per “operazioni straordinarie d’impresa”? Occorre premettere che normativa e
principi contabili non forniscono una definizione unica ed esplicita del fenomeno. Nel contesto
nazionale, si tratta di un termine fortemente permeato dalla prevalenza di elementi di stampo
formalistico-giuridico piuttosto che di ordine economico-sostanziale, contrariamente
all’impostazione seguita dai principi contabili internazionali (IFRS 3).

In generale, tra le operazioni di gestione svolte dalle imprese si possono distinguere:

 quelle che hanno per oggetto l’ordinaria attività svolta nel perseguimento delle proprie
finalità istituzionali;
 quelle che riguardano in modo diretto l’esistenza stessa delle imprese e cioè la loro:
o istituzione;
o aggregazione;
o scissione;
o trasformazione; o
o estinzione.

Le operazioni del secondo tipo, secondo un’impostazione (non unanime) diffusa nella prassi,
vengono indicate come operazioni di gestione straordinaria, o più semplicemente come operazioni
straordinarie.

È possibile individuare alcune caratteristiche comuni alle operazioni straordinarie. Si tratta infatti di
operazioni che:

 ricorrono raramente nella vita della singola impresa;


 normalmente, non presentano il carattere della ripetibilità (un’eccezione in tal senso può
essere rappresentata dalle operazioni di aumento del capitale sociale);
 hanno un impatto rilevante sull’economia dell’impresa;
 presentano una notevole complessità.

Con riferimento ad un ideale ciclo di vita dell’impresa, le operazioni straordinarie costituiscono


rilevanti fasi di discontinuità che possono essere classificate secondo il seguente schema logico:

1. Operazioni di istituzione dell’impresa;


2. Operazioni di trasferimento del complesso aziendale finalizzate alla ristrutturazione e
riorganizzazione di un gruppo di imprese e/o al cambiamento del soggetto cui spettano le
prerogative di governo economico dell’impresa (o di un gruppo di imprese). Si tratta di
operazioni che possono essere attuate mediante il ricorso a diversi istituti previsti
dall’ordinamento giuridico:
a. fusione;
b. conferimento di partecipazioni;
c. conferimento d’azienda;
d. cessione di partecipazioni;
e. cessione di azienda;
f. affitto di azienda;
g. scissione;
3. Operazioni di trasformazione della veste giuridica dell’impresa;
4. Operazioni di liquidazione dell’attività dell’impresa.

Va precisato che, normalmente, la dottrina economico-aziendale nazionale esclude le operazioni di


conferimento e cessione delle partecipazioni dal novero delle operazioni straordinarie, sulla base
dell’assunto che (a differenza delle altre operazioni sopra individuate) non determinano un impatto
diretto e immediato sui valori esposti nel bilancio d’esercizio dell’impresa oggetto di trasferimento.
Ferma restando tale differenza di ordine formale, occorre evidenziare che anche tali operazioni,
tuttavia, producono nella sostanza i medesimi effetti delle operazioni di conferimento e cessione
di azienda. Inoltre, allargando la visuale dalla singola impresa al gruppo in cui questa è inserita, in
un’ottica di bilancio consolidato, si realizza la (parziale o totale) concordanza anche sul piano della
rappresentazione contabile degli effetti delle operazioni di conferimento e cessione di partecipazioni
rispetto alle altre operazioni di trasferimento.

Istituzione dell’impresa

L’istituzione di un’impresa richiede che vi sia:

 un mercato (anche solo potenziale) nel quale scambiare i beni e i servizi prodotti
dall’impresa;
 una o più persone nell’interesse delle quali viene svolta l’attività d’impresa, che ne
definiscono le finalità istituzionali e ne costituiscono il soggetto economico;
 la disponibilità di ricchezza iniziale per svolgere l’attività economica.

L’istituzione dell’impresa richiede una vasta serie di decisioni e di adempimenti che in questa sede ci
limitiamo a richiamare per sommi capi:

- la scelta della forma giuridica;


- lo svolgimento degli adempimenti legali per la sua costituzione;
- la raccolta del capitale di rischio attraverso i conferimenti dei soggetti che ne detengono la
proprietà.

Gli aspetti contabili della costituzione delle società vengono trattati nei parr. 19-22 del documento
OIC 28, Patrimonio netto.

Fusione

Gli obiettivi di crescita aziendale, sia in senso dimensionale che in senso quantitativo, possono esser
perseguiti operando:

 per linee interne (investimenti in ricerca e sviluppo, investimenti in immobilizzazioni


tecniche, ecc.)
 per vie esterne, cioè realizzando aggregazioni informali, contrattuali o patrimoniali con altre
imprese.

Tra le diverse operazioni di aggregazione patrimoniale tra imprese, l’operazione di fusione


rappresenta la forma più radicale, ovvero quella che porta al massimo livello di aggregazione tra
due o più imprese realizzandone una totale e duratura integrazione attraverso la confluenza in un
unico soggetto dell’intero patrimonio delle società fuse o incorporate, che risultano pertanto
estinte.

Quanto alle finalità perseguite, la fusione si colloca, come detto, tra gli strumenti che possono
essere utilizzati per attuare strategie di crescita per vie esterne, generalmente perseguite al fine di
ottenere economie di scala, sfruttare potenziali sinergie e ridurre i costi di transazione (economie
di transazione). Altre finalità specifiche che possono portare a preferire la fusione ad altre forme di
aggregazione sono ad esempio quelle di:

- ridurre la concorrenza in un settore, se i concorrenti non si prestano ad altre forme di


aggregazione (ad esempio non sono disponibili a cedere la loro azienda);
- rafforzare la posizione dei soci di controllo, se la fusione permette la diluizione
dell’influenza di altri portatori di interesse
- ottimizzare la gestione finanziaria, per la presenza nelle società fuse di elevata liquidità o di
cespiti non strategici che possono essere facilmente alienati, senza però sostenere un
esborso per l’acquisizione delle aziende che vengono fuse;
- conseguire eventuali vantaggi fiscali.

Alla fusione è dedicata la prima parte del documento OIC 4, Fusione e scissione, che approfondisce le
varie fasi e i diversi documenti previsti dalla normativa civile

Conferimento di partecipazioni e conferimento di azienda

L’operazione di conferimento di partecipazioni assume particolare rilevanza al fine di realizzare


strategie di aggregazione tra l’impresa di cui vengono conferite le partecipazioni e l’impresa che le
riceve quando si verificano le seguenti situazioni:

 vengono conferite partecipazioni rappresentative di un ammontare tale di capitale sociale


da consentire il controllo dell’impresa;
 le partecipazioni conferite, aggiunte a quelle già possedute dall’impresa che riceve il
conferimento, arrivano a rappresentare un ammontare di capitale sociale tale da consentire
il controllo dell’impresa.

Nel caso in cui il conferimento abbia ad oggetto la totalità delle partecipazioni, l’operazione risponde
a finalità economiche simili a quelle perseguite con le operazioni di conferimento di azienda, pur
presentando alcune rilevanti differenze sul piano giuridico-formale:

- nel conferimento di partecipazioni, il bene trasferito è il diritto di proprietà che riguarda in


ogni caso un’impresa nella sua interezza (mentre nel conferimento d’azienda è possibile
anche trasferire solo un ramo d’azienda, benché venga sempre trasferita la totalità dei diritti
sull’azienda o sul ramo conferito);
- nel conferimento di partecipazioni, i soggetti che conferiscono/cedono il bene (la
partecipazione) e che ricevono in cambio quote di proprietà dell’impresa che riceve il
conferimento (impresa conferitaria) sono i proprietari dell’impresa oggetto di conferimento
(nel conferimento di azienda, è invece direttamente l’impresa conferente);
- nel conferimento di partecipazioni, resta immutata la sostanza patrimoniale e la natura
giuridica dell’impresa la cui proprietà viene conferita (nel conferimento d’azienda, l’impresa
conferente vede invece mutare in modo sostanziale la sua natura patrimoniale perché
scambia un coacervo di attività e passività con quote di proprietà della società conferitaria);
- nel conferimento di partecipazioni, l’impresa conferitaria rileva nel suo patrimonio la
partecipazione ricevuta e non le attività e le passività sottostanti (nel conferimento
d’azienda, accade l’opposto in quanto l’impresa conferitaria non rileva nel suo patrimonio la
partecipazione ricevuta, bensì le attività e le passività sottostanti).

Il tema del conferimento di partecipazioni e di azienda non viene trattato nei principi contabili
dell’OIC.

Le finalità economiche a cui può rispondere il conferimento di azienda variano a seconda delle
condizioni che intercorrono tra il conferente e la conferitaria:

 se il conferimento viene effettuato in una conferitaria già esistente controllata dalla


conferente (o da un soggetto che controlla anche la conferente), oppure se viene effettuato
in una conferitaria di nuova costituzione che sarà controllata dalla stessa conferente,
l’operazione di conferimento si sostanzia prevalentemente in una riorganizzazione sotto il
profilo giuridico di un gruppo aziendale di fatto già esistente;
 se invece tra conferente e conferitaria non vi sono legami di controllo e la conferitaria è
preesistente all’operazione, il conferimento assume le caratteristiche di una negoziazione
tra soggetti indipendenti che può trovare una giustificazione economica simile a quella
delle altre forme di aggregazione aziendale (economie di scala, sinergie, economie di
transazione). Rispetto alla fusione, tuttavia, il conferimento consente una maggiore
articolazione operativa eventualmente permettendo di mantenere operativa l’azienda
conferitaria (nel caso il conferimento riguardi solo un suo ramo) nonché di operare
conferimenti di rami diversi a conferitarie diverse. Per questa ragione, il conferimento di
azienda si presta meglio a realizzare processi di decentralizzazione, di concentrazione nel
core business, di uscita da settori nei quali non si sono raggiunte dimensioni sufficienti a
sfruttare le economie di scala, di eliminazione di aree aziendali di insufficiente redditività o
comunque incompatibili con le strategie perseguite, e quindi, in definitiva, di modificare il
portafoglio di business. Nell’ottica del conferitario, l’operazione è normalmente giustificata
da finalità analoghe ma di segno opposto, come quelle di diversificazione con l’ingresso in
nuovi settori di attività, di accrescimento dimensionale, di acquisizione di quote di mercato
con l’eliminazione di imprese concorrenti ecc.

Cessione di partecipazioni e cessione di azienda

La cessione di partecipazioni è un’operazione attraverso la quale un soggetto (persona fisica o


società) trasferisce a un altro soggetto (persona fisica o società) diritti di proprietà di una (altra)
impresa (azioni, quote).

La cessione di azienda è un’operazione attraverso la quale l’impresa (individuale o in forma


societaria) cedente trasferisce la proprietà di un’azienda (o ramo d’azienda) ad un’altra impresa
(individuale o in forma societaria) che viene definita cessionaria.

Per molti versi le finalità e gli effetti delle operazioni di cessione di partecipazioni e di azienda
replicano quelli che si possono ottenere attraverso un conferimento di partecipazioni.

La caratteristica peculiare che contraddistingue la cessione di partecipazioni dal conferimento di


partecipazioni è rappresentata dalla diversa natura del corrispettivo, nel primo caso rappresentato
da denaro o altri beni (in caso di permuta) ricevuti dal cedente, nel secondo dalla quota di capitale
della conferitaria ricevuta dal conferente.
Analogamente, la diversa natura del corrispettivo rappresenta l’elemento che contraddistingue tra
loro le operazioni di cessione (denaro o altri beni) e di conferimento (quota del capitale della
conferitaria) di azienda.

Nel caso della cessione di un ramo d’azienda, qualora il cessionario consegua il corrispettivo in
denaro, alle motivazioni già indicate nel caso di conferimento d’azienda, si può aggiungere quella di
ottenere la liquidità necessaria a effettuare in capo alla cedente processi di risanamento o
ristrutturazione della parte residua dell’azienda.

Il tema della cessione di partecipazioni e della cessione di azienda non viene trattato nei principi
contabili dell’OIC.

Affitto d’azienda

L’affitto d’azienda è un’operazione attraverso la quale un’impresa (individuale o in forma


societaria) locatrice trasferisce per un determinato periodo di tempo il godimento di un’azienda (o
ramo d’azienda) a un altro soggetto (imprenditore individuale o collettivo) che viene definita
locatario o affittuario. Si determina così una temporanea dissociazione tra la proprietà dell’azienda
affittata e il godimento dei suoi frutti.

Rispetto alle altre operazione straordinarie, l’affitto d’azienda ha la caratteristica peculiare di essere
temporanea e per questo motivo agevolmente ripetibile.

Alle motivazioni economiche generalmente riconducibili alle altre forme di aggregazione, possono
aggiungersene alcune peculiari dell’operazione di affitto d’azienda:

 per il locatore l’affitto d’azienda comporta la sostituzione di una remunerazione variabile e


aleatoria correlata alla gestione aziendale con un canone di locazione predefinito; tale
soluzione può essere spinta anche da una carenza da parte del locatore di risorse
finanziarie sufficienti per lo sviluppo del business;
 per il locatario l’affitto d’azienda può costituire la modalità per realizzare un’operazione di
integrazione economica con investimenti molto più limitati di quelli necessari per
un’acquisizione, oppure anche un’operazione propedeutica ad una successiva acquisizione
che consente di meglio valutare le potenzialità dell’azienda.

I principi contabili dell’OIC non trattano l’argomento dell’affitto d’azienda.

Scissione

La scissione è un’operazione mediante la quale il patrimonio di una società (scissa) viene


frazionato per attribuirne alcune parti (scissione parziale o per scorporazione) o tutte le parti
(scissione totale) a un’altra (o a più altre) società (beneficiarie).

A differenza delle operazioni di fusione, conferimento e cessione, che nei casi più semplici
prevedono uno schema negoziale tra due soli soggetti, nella scissione lo schema negoziale prevede
sempre, anche nei casi più semplici, almeno tre soggetti:

– la società scissa, che vede ridotto il proprio patrimonio senza ricevere contropartite;
– la società beneficiaria, che acquisisce la parte di patrimonio assegnata dalla scissa
attraverso un aumento di capitale;
– la proprietà della società scissa, che riceve le nuove azioni o quote emesse dalla
beneficiaria come contropartita della diminuzione di valore della società scissa.

Le finalità economiche della scissione sono simili a quelle che possono essere perseguite tramite
operazioni di fusione, conferimento e cessione di azienda. Tuttavia, la scissione presenta una gamma
di modalità operative più ampie da consentire il raggiungimento di altre finalità:

 in modo analogo al conferimento e alla cessione di azienda, consente il trasferimento alla


beneficiaria di una singola parte dell’azienda, che resta quindi in vita, mentre nella fusione
ciò non è possibile;
 in modo analogo alla fusione, consente l’estinzione del patrimonio di una società per
effetto del suo trasferimento, ma a differenza della fusione l’assegnazione del patrimonio
della scissa può avvenire verso una molteplicità di beneficiarie;
 in modo analogo alla fusione, il trasferimento può essere effettuato verso società
preesistenti o di nuova costituzione ma, mentre nella fusione ciò comporta sempre
l’assegnazione ai proprietari dell’azienda fusa di una quota della società incorporante, nella
scissione vi è un’ampia gamma di possibilità:
o quando la scissione è proporzionale, i soci della scissa ricevono quote di tutte le
beneficiarie rispettando le medesime proporzioni delle quote detenute nella scissa;
o quando la scissione è non proporzionale, è possibile assegnare ad alcuni soci della
scissa le quote anche di una sola beneficiaria (o solo di alcune), oppure ulteriori
quote della società scissa (nel caso di scissione parziale, per cui questa non si
estingue).
In questo modo, tramite la scissione è possibile ridefinire la composizione della compagine
societaria di tutte le imprese coinvolte nell’operazione, determinando nuovi assetti
proprietari. Ciò non risulterebbe praticabile attraverso operazioni di conferimento di rami
d’azienda, dato che in questo caso la società conferente manterrebbe un legame con il ramo
d’azienda conferito attraverso le azioni o quote della conferitaria ricevute come
contropartita, mentre invece la scissione consente di ottenere un distacco netto e
definitivo del ramo d’azienda scorporato dalla società scissa.
Inoltre, la possibilità di ridefinire gli assetti proprietari può rivelarsi funzionale alla
realizzazione di particolari forme di integrazione tra società come le joint ventures o alla
risoluzione di situazioni di dissidio tra soci.

Alla scissione è dedicata la seconda parte del documento OIC 4, Fusione e scissione.

Trasformazione

A differenza delle operazioni di fusione, di conferimento, cessione e affitto d’azienda, e di scissione,


la trasformazione non comporta alcuna negoziazione tra parti diverse né alcun trasferimento di beni.
La trasformazione consiste nel cambiamento della forma giuridica tra quelle previste dal nostro
ordinamento per l’esercizio di attività di impresa.

Le finalità economiche della trasformazione dipendono in modo determinante dalla direzione


della trasformazione. Quando questa prevede il passaggio da forme giuridiche più semplici verso
forme più complesse (ad esempio, da s.n.c. a s.r.l. o da s.r.l. a s.p.a.) prevalgono motivazioni di
limitazione della responsabilità dei soci e di un più agevole reperimento di capitali. Quando invece
la trasformazione muove da forme più complesse verso forme più semplici, la motivazione può
spesso ritrovarsi nella riduzione dei costi degli adempimenti amministrativi.
Il tema della trasformazione non è trattato dai principi contabili nazionali.

Liquidazione

La liquidazione prende il via con l’accertamento da parte degli amministratori del verificarsi di una
delle cause di scioglimento previste dall’art. 2484 c.c., che comporta una serie di adempimenti (artt.
2485-2487 c.c.) che culminano con la nomina dei liquidatori.

Nella fase di liquidazione l’impresa non è più volta al perseguimento delle sue finalità istituzionali ma
alla trasformazione del suo patrimonio in forma liquida, dopo aver fatto fronte a tutte le
obbligazioni, per poterlo distribuire (se rimane un’eccedenza) ai soci.

Agli aspetti contabili della fase di liquidazione è dedicato il documento OIC 5.

Prospetto di sintesi delle operazioni straordinarie

(*) se viene redatto il bilancio consolidato ci sarà un impatto anche su quel documento.
1.2 Le aggregazioni aziendali secondo gli IFRS

Nel contesto dei principi contabili internazionali non viene enucleata una categoria di “operazioni
straordinarie”, ma assumono rilevanza le operazioni di aggregazione aziendale (business
combination), a cui è dedicato l’IFRS 3, Aggregazioni aziendali.

L’appendice A dell’IFRS 3 definisce un’aggregazione aziendale come l’operazione o altro evento in


cui un acquirente acquisisce il controllo di una o più attività aziendali (azienda o rami di azienda).

L’attività aziendale o business è da intendersi come un insieme integrato di attività e beni che può
essere condotto e gestito allo scopo di assicurare un rendimento sotto forma di dividendi, di
minori costi o di altri benefici economici.

Per controllo di intende il potere di determinare le politiche finanziarie e gestionali di un'entità al


fine di ottenere benefici dalle sue attività. In particolare, un investitore controlla un'entità oggetto
di investimento quando è esposto o ha diritto ai rendimenti variabili derivanti dal proprio rapporto
con la stessa e nel contempo ha la capacità di incidere su tali rendimenti esercitando il proprio
potere su tale entità (IFRS 10, Appendice A).

L’acquisizione del controllo di un’attività aziendale può avvenire in molteplici modi:

 trasferendo disponibilità liquide, mezzi equivalenti o altre attività;


 assumendo passività;
 emettendo interessenze (azioni o altri titoli di partecipazione);
 fornendo più tipi di corrispettivi;
 senza trasferimento di corrispettivi inclusa l'acquisizione unicamente per contratto.

Quanto alle modalità di aggregazione, l’IFRS 3 specifica che una aggregazione aziendale può essere
strutturata con modalità diverse determinate da motivi legali, fiscali o di altro genere che
comprendono le seguenti, ma non sono a queste limitate:

a) una o più attività aziendali diventano controllate di un acquirente oppure viene realizzata
una fusione dell'attivo netto di una o più attività aziendali nell'acquirente;
b) una entità aggregante trasferisce il proprio attivo netto, o i suoi soci trasferiscono le proprie
interessenze, ad altra entità aggregante o ai suoi soci;
c) tutte le entità aggreganti trasferiscono il proprio attivo netto, o i soci di dette entità
trasferiscono le proprie interessenze, a una entità costituita di recente (talvolta denominata
operazione di accorpamento); o
d) un gruppo di precedenti soci di una delle entità aggreganti acquisisce il controllo di
maggioranza dell'entità risultante dall'aggregazione.

Da quanto sopra esposto si ricava che le aggregazioni aziendali si realizzano solamente attraverso
operazioni che, pur nella diversità della forma (fusioni, conferimenti, cessioni, scissioni), hanno per
effetto l’acquisizione del controllo di un'azienda (o di un suo ramo). In generale, dunque, le
aggregazioni aziendali rientrano tutte nella categoria delle operazioni straordinarie di trasferimento
del complesso aziendale. Restano invece escluse dall’ambito applicativo dell’IFRS 3 le altre categorie
di operazioni straordinarie, ovvero le operazioni di istituzione, trasformazione e liquidazione
dell’impresa.

Nell’approccio ispirato al principio della prevalenza della sostanza sulla forma tipico degli IAS/IFRS, la
specifica forma giuridica adottata ai fini dell’operazione di business combination non produce
alcun impatto differenziale in termini di rappresentazione contabile.
Va sottolineato che l’IFRS 3 non si applica alle aggregazioni di entità o attività aziendali sotto
controllo comune (business combinations under common control, in sigla BCUCC), ovvero alle
aggregazioni aziendali in cui tutte le entità o attività aziendali partecipanti sono in definitiva
controllate dalla stessa parte (o dalle stesse parti) sia prima sia dopo l’aggregazione, e tale controllo
non è transitorio.

Per quanto i principi contabili internazionali non abbiano ancora fornito una “soluzione contabile” da
applicare alle operazioni di aggregazione di entità sotto controllo comune nel bilancio della singola
impresa, ciò non crea particolari problemi nella redazione del bilancio consolidato, stante il fatto
che in tale documento, conformemente all’IFRS 3, l’impresa controllata deve essere rappresentata
già a partire dal momento dell’acquisizione del controllo, per cui un’eventuale operazione di fusione
tra il soggetto controllante e la controllata in questione non modificherebbe la rappresentazione
consolidata (se non per quanto riguarda gli eventuali interessi di minoranza che vengono acquisiti
con la fusione). Ciò dimostra il ruolo di preminenza attribuito dagli IFRS al bilancio consolidato.
CAPITOLO 2 La valutazione del capitale economico e dell’avviamento

La valutazione del capitale rappresenta un passaggio che si pone in diverse fasi della vita di
un’impresa. Ad esempio, la legge impone di procedere alla determinazione del patrimonio aziendale
in occasione di ogni chiusura di bilancio, nel qual caso si tratta di una valutazione “ordinaria”
dell’impresa, che viene condotta periodicamente, su basi consuntive e tendenzialmente prudenziali
e in presenza di una continuità aziendale (going concern). Esistono, tuttavia, situazioni in cui
l’ordinamento giuridico – o anche la semplice volontà delle parti coinvolte – richiede di realizzare
stime e valutazioni del patrimonio aziendale per esigenze diverse dalla semplice redazione del
bilancio. Ci si riferisce in particolare a:

 operazioni di trasferimento del complesso aziendale, che risulta utile distinguere a seconda
che:
o determinino un cambiamento del soggetto economico, ovvero del soggetto cui
spettano le prerogative di governo economico dell’impresa (o del gruppo di
imprese);
o siano finalizzate alla ristrutturazione e/o riorganizzazione di un gruppo di imprese,
senza determinare il cambiamento del soggetto economico che ne è alla guida
in questi casi, la stima deve essere condotta con l’obiettivo di determinare un valore in
grado di rappresentare le prospettiche attese di remunerazione che deriveranno dalla
gestione dell’impresa oggetto di trasferimento;
 operazioni di trasformazione, per le quali si rendono applicabili logiche di going concern
principalmente a garanzia degli interessi dei soggetti terzi rispetto all’impresa;
 operazioni di liquidazione, per le quali si rendono applicabili logiche di valutazione
atomistica del patrimonio aziendale (gone concern)

Per ciascuna delle categorie individuate le logiche di valutazione del capitale economico rispondono
a diverse finalità.
CAPITOLO 3 La fusione di aziende: aspetti normativi e procedurali

3.1. Inquadramento dell’operazione

Classificazione delle operazioni di fusione

La normativa civilistica (art. 2501 c.c.) discipline le forme attraverso le quali può avvenire la fusione
tra due o più società. Essa può essere realizzata:

– mediante la costituzione di una nuova società (fusione propria o per unione o


concentrazione): con la fusione propria, si assiste all’estinzione di tutte le società fuse e alla
nascita di una nuova società che deriva dalla fusione, alla quale sono riconducibili tutte le
attività e le passività delle società fuse e le relative compagini sociali; o
– mediante l’incorporazione in una società di una o più altre società (fusione per
incorporazione): con la fusione per incorporazione, solo la società incorporata è destinata
ad estinguersi mentre l’incorporante rimane in vita e continua ad operare integrando il
proprio patrimonio originario con quello derivante dall’incorporata. Nell’incorporante
entreranno anche gli eventuali soci dell’incorporata, se diversi da quelli dell’incorporante
stessa.

Si possono riassumere i principali effetti giuridici delle operazioni di fusione:

 estinzione delle società incorporate o fuse;


 trasferimento all’incorporante o alla società che deriva dalla fusione dell’intero
patrimonio delle società incorporate o fuse e della totalità dei rapporti giuridici ad
esse riconducibili;
 conversione delle partecipazioni di cui erano titolari i soci delle società incorporate o
fuse in equivalenti partecipazioni (per valore) nella società incorporante o derivante
dalla fusione. Ciò avviene, tuttavia, solo quando il capitale delle società partecipate o
fuse non è detenuto integralmente dalla società incorporata.

Ulteriori classificazioni delle operazioni di fusione possono essere basate su criteri ulteriori rispetto
alla forma con la quale esse sono messe in pratica, ovvero secondo:
 l’esistenza o meno di rapporti di partecipazione reciproca antecedenti all’operazione, per
cui si distinguono:
o fusione tra società indipendenti, ossia tra società che non hanno alcun tipo di
rapporto di partecipazione reciproca: in questo caso, se la fusione avviene per
incorporazione, si viene a configurare sempre un’acquisizione vera e propria
nell’accezione di cui all’IFRS 3, mentre se la fusione avviene per unione non sempre
si rinvengono i caratteri propri della business combination, specie nel caso di
unione tra aziende di dimensione e valori economici similari che consentono una
gestione paritetica dell’azienda unificata derivante dalla fusione, per cui
l’operazione non comporta un vero e proprio passaggio del controllo sull’entità
oggetto di investimento;
o fusione tra società partecipate, per cui si possono individuare le seguenti
sottoclassificazioni:
 partecipazione totalitaria (pari al 100%): in questo caso, l’aggregazione ha
come principale obiettivo quello di realizzare una riorganizzazione
all’interno di un gruppo, per cui l’operazione non viene a configurarsi come
un’aggregazione aziendale (business combination) secondo l’IFRS 3;
 partecipazione non totalitaria (inferiore al 100%): in questo caso, i soci terzi
assistono alla sostituzione delle vecchie azioni detenute nella società fusa o
incorporata con l’emissione di nuove azioni della società risultante dalla
fusione o incorporante; potranno aversi le seguenti situazioni:
 se la partecipazione è di controllo, la fusione costituisce
semplicemente un’operazione di riorganizzazione interna al gruppo
non configurabile come business combination;
 se la partecipazione è di minoranza, la fusione viene a configurarsi
come una vera e propria acquisizione e rientra nella nozione di
business combination di cui all’IFRS 3;
qualora sussista un legame partecipativo tra le società coinvolte nella fusione, può
inoltre operarsi la seguente distinzione a seconda del verso della fusione:
 fusione diretta, quando è la società partecipante a incorporare la
partecipata;
 fusione inversa, quando è la società partecipata a incorporare la
partecipante.
 la forma societaria delle imprese che partecipano all’operazione:
o fusioni eterogenee, ossia fusioni che intervengono tra società che non presentano
omogeneità causale (ad esempio, per il perseguimento o meno dello scopo di lucro
o anche per il regime di responsabilità limitata o illimitata)
o fusioni omogenee, ossia fusioni che intervengono tra società che presentano
omogeneità causale.

Forme di fusione: esempi

Fusione per unione

Società A (si estingue) Società B (si estingue) Società C (newco)


Attività 100 500 600
Passività 80 400 480
Capitale sociale 20 100 120
Fusione per incorporazione con annullamento partecipazione

Società A (ante Società B Società A (post


incorporazione) (incorporata) incorporazione)
Attività (*) 100 500 500
Passività 80 400 480
Capitale sociale 20 100 20
(*) le attività di A sono rappresentate unicamente dalla partecipazione in B

3.2. Finalità e benefici della fusione

La realizzazione di un’operazione può essere funzionale al perseguimento di due fondamentali


obiettivi:

 realizzare una vera e propria acquisizione di azienda: in questo caso, la fusione coinvolge
società tra loro indipendenti o, al più, legate da partecipazioni non di controllo e
l’operazione è tesa alla ricerca di un incremento delle dimensioni aziendali e implica un
notevole sforzo organizzativo per portare a compimento l’integrazione dei processi
produttivi, la razionalizzazione sotto il profilo logistico, del personale, dei sistemi informativi,
ecc;
 mettere in atto una riorganizzazione o ristrutturazione all’interno di un gruppo di imprese:
in questo caso, la fusione coinvolge società giuridicamente indipendenti ma controllate da
un medesimo soggetto economico che governa unitariamente il gruppo e non determina
una vera e propria acquisizione, dato che coinvolge società già controllate o sottoposte a
comune controllo. Si tratta di un’operazione a più ampio respiro strategico con la quale si
conduce una ridefinizione dell’assetto organizzativo del gruppo a cui le imprese
appartengono, che spesso rappresenta il “secondo tempo” di un’operazione di acquisto
programmata e realizzata in più fasi.

In entrambi i casi, l’operazione risponde all’obiettivo generale di creazione di valore, attraverso


benefici economici che si traducono in economie di scala o di volume, economie di raggio d’azione,
riduzione dei costi di transazione.

Al di là dei benefici “comuni” sia alla fusione effettuata per l’acquisizione di un’azienda sia alla
fusione rivolta alla riorganizzazione di un gruppo, è possibile identificare alcuni specifici benefici
riconducibili distintamente alla prima piuttosto che alla seconda finalità:

 nel caso in cui la fusione sia tesa all’acquisizione di una nuova azienda, ad essa sono
riconducibili i tradizionali benefici riconosciuti alla crescita per via esterna, ovvero:
o acquisizione di quote di mercato possedute dall’acquisita;
o ingresso in nuovi mercati, non presidiati dall’acquirente o per cui erano presenti
barriere all’ingresso difficilmente superabili;
o condivisione di know how produttivo e/o organizzativo nonché di figure
professionali particolarmente dotate;
o coinvolgimento della proprietà dell’impresa acquisita nella gestione dell’azienda
risultante dalla fusione;
o crescita dimensionale, produttiva e di mercato in tempi relativamente più rapidi
rispetto a quelli generalmente necessari per la crescita per via interna e senza
appesantimento della struttura finanziaria (infatti, i soci della società acquisita o
fusa di fatto non sono “pagati” in denaro, ma attraverso l’emissione di nuove azioni
da parte dell’incorporante);
o inoltre la fusione, specie nella forma della fusione inversa, può rappresentare il
momento conclusivo di un’operazione di Leveraged Buy Out (LBO), oggi disciplinata
dall’art. 2501-bis c.c. (Fusione a seguito di acquisizione tramite indebitamento), che
consiste tipicamente nella costituzione di una società veicolo (il cui attivo è
sostanzialmente composto dalle sole partecipazioni nella società obiettivo o target e
bilanciato da un forte ricorso alla leva finanziaria, spesso tramite finanziamenti
erogati da un pool di banche d’investimento) la quale, una volta portato a termine
l’acquisto delle partecipazioni, viene incorporata nella società target attraverso una
fusione inversa, permettendo ai finanziatori di soddisfarsi sui flussi generati
dall’attività della società obiettivo. Le condizioni necessarie affinché un’operazione
di LBO vada a buon fine sono tipicamente le seguenti:
 coerenza tra l’ammontare dell’indebitamento contratto per l’acquisizione e i
flussi di cassa attesi dalla gestione della target;
 adeguata composizione del patrimonio della target in grado di generare,
all’occorrenza, liquidità tramite la vendita di cespiti o rami d’azienda
considerati estranei al piano industriale perseguito;
 risparmi d’imposta derivanti dal caricamento degli oneri finanziari derivanti
dall’indebitamento contratto e da eventuali nuovi ammortamenti
riconosciuti dalla normativa tributaria in caso di affrancamento dei disavanzi
di fusione;
 management in grado di gestire il cambiamento e la ridefinizione del piano
industriale;
 eventuali sinergie derivanti dall’integrazione della target nel gruppo
industriale in cui si troverà ad operare.
 nel caso in cui la fusione sia tesa alla riorganizzazione di un gruppo di imprese, i benefici
consistono principalmente:
o nell’eliminazione del diaframma giuridico che di fatto separava le entità già
sottoposte al controllo di un medesimo soggetto, e dunque in una struttura più
snella che rende agevole l’attività di programmazione e controllo e più trasparenti e
veloci i flussi informativi tra le varie divisioni del gruppo;
o nella riduzione di costi fissi di struttura legati alla governance aziendale;
o nella contrazione dei tempi di incasso dei dividendi tra controllata e controllante e
nell’eliminazione dell’eventuale tassazione prevista su tali somme;
o in caso di imprese in stato di crisi, nell’avvio di un processo di risanamento
garantito dalla maggiore solidità e solvibilità dell’incorporante.

3.3. La valutazione delle aziende e la determinazione del rapporto di cambio

Nel caso in cui l’operazione di fusione coinvolga società non integralmente controllate
dall’incorporante e in tutti i casi di fusione per unione (salvo il caso di società controllate
integralmente dal medesimo soggetto economico), sorge la necessità di procedere alla stima dei
capitali economici delle azienda coinvolte, passaggio fondamentale al fine di ripartire equamente il
valore delle partecipazioni emesse dall’incorporante a fronte dell’operazione o relative al soggetto
risultante dalla fusione. La stima del valore economico è propedeutica alla determinazione del
rapporto di cambio tra le vecchie azioni e quelle nuove che si riceveranno a conclusione
dell’operazione. In particolare, il rapporto di cambio definisce il numero di azioni della società
risultante dalla fusione o incorporante da assegnare ai titolari delle società fuse o incorporate per
ogni azione da questi posseduta nelle stesse. L’obiettivo del rapporto di cambio è che ciascun socio
delle società fuse o incorporate riceva un ammontare di azioni dell’impresa risultante dalla fusione
di valore economicamente equivalente a quelle in precedenza detenute. Nel caso della fusione la
stima del capitale economico non è funzionale a individuare con precisione il valore attribuibile a
ciascuna società, quanto piuttosto la definizione di quanto ciascuna società vale in rapporto alle
altre che partecipano all’operazione. L’interesse è quindi verso una valutazione comparativa
relativa che permetta di determinare con accuratezza il rapporto tra i capitali economici dei soggetti
coinvolti nell’operazione. A tal fine, è opportuno che la valutazione sia ispirata a principi prudenziali
nelle stime dei flussi attesi e dei tassi di attualizzazione utilizzati e soprattutto che tenga conto di
criteri omogenei di valutazione per tutte le imprese coinvolte, salvo che la forte eterogeneità delle
caratteristiche (ad esempio, nel caso di fusione tra una società industriale e una immobiliare, o tra
una operativa e una finanziaria) giustifichi metodi di valutazione in qualche misura differenti.

In via teorica, sarebbe corretto ripartire il surplus di valore generato dall’aggregazione in


proporzione al contributo fornito dalle singole società coinvolte a tale creazione di valore. Tuttavia,
l’applicazione di tale impostazione spesso non è praticamente perseguibile, salvo fondare la
ripartizione su basi arbitrarie e soggettive che rischiano di inficiare la bontà della stima. Per tali
ragioni, la dottrina condivide l’opportunità di procedere ad una valutazione dei complessi aziendali
che partecipano alla fusione in una prospettiva stand alone, che implica di stimare i flussi attesi in
ragione delle condizioni di gestione presenti al momento della fusione, come se ciascuna impresa
continuasse a vivere autonomamente. Benché includa una forte semplificazione della realtà, tale
metodo ha il vantaggio di portare a valutazioni più oggettive e attendibili nella determinazione del
rapporto di cambio. Una certa considerazione del maggior contributo di un’azienda può al più essere
evidenziato scegliendo opportunamente il metodo di valutazione.

La determinazione del rapporto di cambio

Nell’ipotesi più semplice (ossia in assenza di azioni o quote dotate di diritti specifici, come ad
esempio azioni di risparmio o azioni privilegiate), il rapporto di cambio (o concambio) è funzione di
due variabili, misurate distintamente per ciascuna azienda:

 il capitale economico;
 del numero di azioni/quote in circolazione.
𝑊𝐵 𝑁𝐴
𝑅𝐶 = ∗
𝑊𝐴 𝑁𝐵
dove:

– 𝑅𝐶 è il rapporto di cambio;
– 𝑊𝐴 e 𝑊𝐵 rappresentano il valore economico rispettivamente di A (incorporante) e B
(incorporata);
– 𝑁𝐴 e 𝑁𝐵 rappresentano il numero di azioni/quote in circolazione rispettivamente di A
(incorporante) e B (incorporata).
Al medesimo risultato si perviene ponendo in rapporto i valori unitari effettivi delle azioni
determinati per ciascuna delle società:

Valore economico per azione


𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡à
𝑁° 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑜𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

Rapporto di cambio
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡à 𝐴
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡à 𝐵

Fusione per incorporazione [Es. 3.1]

Società A (ante Società B Società A (post


incorporazione) (incorporata) incorporazione)
Attività 100 500 600
Passività 80 400 480
Capitale sociale 20 100 30
Composizione capitale sociale 10 azioni da 2 50 azioni da 2 10 + 5 = 15 azioni da 2
(n° di azioni e valore nominale)
Riserve 90
Capitale economico 200 100 300
Valore economico unitario 20 2 20
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐴 20 𝟏𝟎
𝑹𝒂𝒑𝒑𝒐𝒓𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒐 (𝑨/𝑩) = = =
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐵 2 𝟏
 10 azioni di B per ogni nuova azione di A

Essendoci in circolazione 50 azioni di B, A dovrà procedere con un aumento di capitale sociale


𝑁𝐵 50
attraverso l’emissione di 𝑁𝑁 = 𝑅𝐶
= 10 = 5 nuove azioni che verranno date in cambio alle 50 azioni
di B in circolazione. Poiché ciascuna azione di A ha un valore nominale di 2, l’incorporante dovrà
effettuare un aumento di capitale sociale pari a 𝑁𝑁 ∗ 𝑉𝑁𝐴 = 5 ∗ 2 = 10, dove 𝑁𝑁 rappresenta il
numero di nuove azioni da emettere e 𝑉𝑁𝐴 rappresenta il valore nominale delle azioni di A.

Stato patrimoniale
Attività A B A + B Passività e patrimonio netto A B A+B
Attività 100 500 600 Passività 80 400 480
Banca c/c 100 500 600 Debiti 80 400 480
Patrimonio netto 20 100 120
- Capitale sociale 20 100 30
- Riserve 90
Totale attività 100 500 600 Totale passività e patrimonio netto 100 500 600
Fusione per unione [Es. 3.1]

Società A (si Società B (si Società C (newco)


estingue) estingue)
Attività: Banca c/c 100 500 600
Passività: Debiti 80 400 480
Capitale sociale 20 100 30
Composizione capitale sociale 10 azioni da 2 50 azioni da 2 30 azioni da 10
(n° di azioni e valore nominale)
Avviamento 180
Capitale economico 200 100 300
Valore dell’azione 20 2 10
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐴 20 𝟐
𝑹𝒂𝒑𝒑𝒐𝒓𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒐 (𝑨/𝑪) = = =
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐶 10 𝟏
 2 azioni di C per ogni vecchia azione di A
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐵 2 𝟏
𝑹𝒂𝒑𝒑𝒐𝒓𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒐 (𝑩/𝑪) = = =
𝑉𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑐𝑜 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐶 10 𝟓
 1 azione di C per ogni 5 vecchie azioni di B
𝐴
𝑨: 𝑵𝒖𝒎𝒆𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝑪 𝒊𝒏 𝒄𝒐𝒏𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒐 = 𝑁° 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝐴 ∗ 𝑅𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑜 ( ) = 10 ∗ 2
𝐶
= 𝟐𝟎 𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝑪
𝐵 1
𝑩: 𝑵𝒖𝒎𝒆𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝑪 𝒊𝒏 𝒄𝒐𝒏𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒐 = 𝑁° 𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝐵 ∗ 𝑅𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑜 ( ) = 50 ∗
𝐶 5
= 𝟏𝟎 𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝑪

Il valore del capitale economico, pari a 300 nell’esempio, costituisce il limite massimo del valore del
capitale sociale (e del patrimonio netto) che può essere utilizzato nella società che deriva dalla
fusione per unione.

Stato patrimoniale
Attività A B A+B C Passività e patrimonio netto A B A+B C
Attività 100 500 600 780 Passività 80 400 480 480
Banca c/c 100 500 600 600 Debiti 80 400 480 480
Avviamento 180
Patrimonio netto 20 100 120 300
- Capitale sociale 20 100 30 300
- Riserve 90
Totale attività 100 500 600 780 Totale passività e patrimonio netto 100 500 600 780
Come si evince dal confronto, le due soluzioni previste dalla normativa civilistica possono portare a
risultati diversi nei rispettivi stati patrimoniali post fusione, pur realizzando, nella sostanza, la
medesima operazione di aggregazione. Ciò dipende dal fatto che l’approccio che possiamo definire
“civilistico” tende a far dipendere i riflessi contabili dell’operazione dalla forma giuridica adottata. Al
contrario, i principi contabili internazionali propendono per un approccio opposto, tanto che l’IFRS 3
stabilisce che, in caso di business combination, debba essere fornita una rappresentazione uniforme
degli effetti contabili a prescindere da:

– struttura giuridica dell’operazione;


– caratteristiche dei soggetti coinvolti;
– natura del corrispettivo utilizzato per l’acquisizione.

Negli esempi che precedono, una rappresentazione conforme all’IFRS 3 non evidenzierebbe alcuna
differenza nei prospetti di bilancio.
Il rapporto di cambio “teorico” può risentire di una serie di altri elementi oltre a quelli già
individuati, riassumibili nei seguenti fattori:

 caratteristiche proprie dei titoli scambiati:


o ciascuna tipologia di azioni garantisce diversi diritti patrimoniali e amministrativi e
ciò può comportare l’esigenza di stimare tanti rapporti di cambio quante sono le
tipologie di titoli in circolazione;
o la presenza di titoli quotati in borsa solo per una società a fronte della non
quotazione dei titoli dell’altra impatta sul grado di liquidabilità dei titoli, e può
pertanto implicare una correzione del rapporto di cambio a favore della società i cui
titoli sono ammessi alla circolazione attraverso il riconoscimento di un premio di
quotazione;
 rapporto esistente tra le corrispondenti quotazioni in borsa;
 eventuale conguaglio in denaro: i conguagli in denaro hanno lo scopo di limitare o evitare il
formarsi di resti, ossia di azioni residue in capo al singolo azionista, che non possono essere
concambiate in virtù del mancato raggiungimento del quantitativo minimo previsto;
 forza contrattuale delle controparti o diverso grado di rilevanza attribuito all’operazione
dalle parti possono condurre a rapporti di cambio che si discostano da quelli teorici.

3.4. La procedura e i documenti previsti dalla normativa civilistica

La normativa civilistica stabilisce un iter piuttosto articolato e complesso volto a tutelare gli
interessi dei numerosi soggetti coinvolti nelle sorti delle imprese in fusione, e in particolare di quei
soggetti i cui interessi possono essere pregiudicati in assenza di un certo potere di intervento attivo
nel processo decisionale in atto. Si tratta in particolare:

 dei creditori sociali, che potrebbero vedere compromessa o ridimensionata la solvibilità del
soggetto nei cui confronti sono titolati ad esigere il credito;
 dei soci di minoranza, che corrono il rischio di:
o vedere ulteriormente diluito il proprio peso in assemblea a seguito
dell’allargamento della compagine sociale;
o essere costretti a confluire in una società post fusione più debole di quella
partecipata;
o assistere all’ingresso di soci “non graditi”.

Per tutelare gli interessi di questi soggetti il codice civile ha tracciato un percorso che prevede una
serie di tutele garantite da:

– obblighi di pubblicità per gran parte dei documenti necessari per realizzare la fusione;
– disponibilità preventiva di tali documenti rispetto al momento in cui è presa la decisione di
procedere a fusione, con obbligo di rispettare tempistiche minime previste dalla normativa;
– prestazione di garanzie a favore di creditori sociali dissenzienti.

Il procedimento di fusione è scandito da tre fasi fondamentali:

1. Redazione del progetto di fusione (art. 2501-ter c.c.)


2. Approvazione della delibera di fusione (artt. 2502 e 2502-bis c.c.)
3. Stipula dell’atto di fusione (art. 2504 c.c.)
1. Redazione del progetto di fusione (art. 2501-ter c.c.)

L’iter formale di fusione prende avvio con l’approvazione del progetto di fusione da parte
dell’organo amministrativo di ciascuna delle società coinvolte nell’operazione. Tale documento (il
più importante dell’intero procedimento) deve essere predisposto congiuntamente da tutti gli
amministratori delle società coinvolte e presenta un contenuto identico per ciascuna delle imprese
che rientrano nel perimetro dell’operazione.

Nel progetto di fusione sono formalizzati i termini e le modalità con cui si svolge l’operazione e
devono essere presentati gli elementi informativi minimali previsti dal codice civile, che includono:

1) il tipo, la denominazione o ragione sociale, la sede delle società partecipanti alla fusione;
2) l'atto costitutivo della nuova società risultante dalla fusione o di quella incorporante, con
le eventuali modificazioni derivanti dalla fusione;
3) il rapporto di cambio delle azioni o quote, nonché l'eventuale conguaglio in danaro;
4) le modalità di assegnazione delle azioni o delle quote della società che risulta dalla fusione
o di quella incorporante;
5) la data dalla quale tali azioni o quote partecipano agli utili;
6) la data a decorrere dalla quale le operazioni delle società partecipanti alla fusione sono
imputate al bilancio della società che risulta dalla fusione o di quella incorporante
[eventuale retrodatazione degli effetti contabili];
7) il trattamento eventualmente riservato a particolari categorie di soci e ai possessori di titoli
diversi dalle azioni;
8) i vantaggi particolari eventualmente proposti a favore dei soggetti cui compete
l'amministrazione delle società partecipanti alla fusione.

Il progetto di fusione deve essere successivamente portato in approvazione alle rispettive


assemblee dei soci e deve procedersi al deposito per l'iscrizione nel registro delle imprese del luogo
ove hanno sede le società partecipanti alla fusione almeno 30 giorni prima della delibera dei soci in
ordine alla fusione. In alternativa al deposito presso il registro delle imprese il progetto di fusione
può essere pubblicato nel sito Internet della società, con modalità atte a garantire la sicurezza del
sito medesimo, l’autenticità dei documenti e la certezza della data di pubblicazione. Al fine di
accorciare i tempi della procedura, la normativa consente ai soci di rinunciare al termine dei 30
giorni con consenso unanime.

2. Approvazione della delibera di fusione (artt. 2502 e 2502-bis c.c.)

Oltre al progetto di fusione, l’art. 2501-septies stabilisce che, per ognuna delle società partecipanti
alla fusione, siano depositati in copia presso la sede della società (ovvero pubblicati sul sito Internet
delle stesse), entro 30 giorni dalla data fissata per la delibera di fusione, una serie di altri
documenti per permettere ai socie di essere adeguatamente informati sugli effetti che deriveranno
dall’operazione di fusione, e in particolare:

 situazione patrimoniale (art. 2501-quater): si tratta di un documento finalizzato ad


aggiornare i soci sulla composizione e l’entità del patrimonio dell’azienda, che deve essere
riferito ad una data non anteriore di oltre 120 giorni a quella in cui il progetto di fusione è
stato depositato presso la sede della società ovvero pubblicato sul sito Internet di questa.
Tuttavia, è ammesso che il documento sia sostituito dal bilancio dell'ultimo esercizio se
questo è stato chiuso non oltre sei mesi prima della data di deposito o di pubblicazione,
ovvero, nel caso di società quotata in mercati regolamentati, dalla relazione finanziaria
semestrale prevista dalle leggi speciali. Ove richiesta, la situazione patrimoniale deve essere
stilata applicando i criterio di redazione propri del bilancio di esercizio secondo una logica di
funzionamento (going concern);
 relazione dell’organo amministrativo (art. 2501-quinquies): si tratta di un documento
finalizzato a illustrare e giustificare, sotto il profilo giuridico ed economico, il progetto di
fusione e in particolare il rapporto di cambio delle azioni o delle quote, in merito al quale
devono essere indicati i criteri di determinazione e le eventuali difficoltà di valutazione.
Mentre il progetto di fusione è unico per tutte le società partecipanti alla fusione, è
ragionevole e addirittura appropriato che la relazione degli amministratori possa essere
diversa per ciascuna impresa e rechi argomentazioni e motivazioni specifiche;
 relazione degli esperti (art. 2501-sexies): assolve alla funzione di certificare l’attendibilità e
la consistenza dei dati e delle valutazioni utilizzate per calcolare il rapporto di cambio
attraverso il giudizio di uno o più esperti per ciascuna società in merito alla congruità del
rapporto di cambio delle azioni o delle quote, che faccia esplicito riferimento al metodo o i
metodi seguiti per la determinazione del rapporto di cambio proposto e i valori risultanti
dall'applicazione di ciascuno di essi, nonché alle eventuali difficoltà di valutazione. L’esperto
o gli esperti sono scelti tra gli iscritti all’albo dei revisori contabili o tra le società di revisione
e, qualora la società incorporante o risultante dalla fusione sia una società per azioni o una
società in accomandita per azioni, gli esperti devono essere designati da parte del tribunale
del luogo in cui ha sede la società. Se la società è quotata in mercati regolamentati, l’esperto
è scelto tra le società di revisione sottoposte alla vigilanza della Consob.

Tutti e tre i documenti sopracitati non sono richiesti se vi rinunciano all’unanimità i soci e i
possessori di altri strumenti finanziari che attribuiscono il diritto di voto di ciascuna delle società
partecipanti alla fusione, nel qual caso l’unico documento che sarà sottoposto all’approvazione dei
soci è il progetto di fusione. In seguito all’approvazione, la delibera di fusione deve essere
depositata per l’iscrizione nel registro delle imprese unitamente al progetto di fusione nonché ai tre
documenti, sempre che non ricorrano le condizioni di esenzione.

Oltre a tali documenti, la normativa civilistica prescrive che siano depositati presso la sede della
società anche i bilanci degli ultimi tre esercizi di ciascuna società partecipante alla fusione,
unitamente alla relazione sulla gestione dell’organo amministrativo e alla relazione del soggetto cui
compete la revisione legale, ove previste.

In sede di delibera di fusione, possono essere apportate solo modifiche marginali al progetto di
fusione, che in ogni caso non devono incidere sui diritti dei soci o dei terzi, pena la necessità di
riavviare l’intero iter dell’operazione

3. Stipula dell’atto di fusione (art. 2504 c.c.)

L’atto di fusione rappresenta il passaggio conclusivo dell’intero procedimento e viene stipulato tra i
rappresentanti legali delle società partecipanti. Deve risultare da atto pubblico ed essere depositato
entro 30 giorni per l’iscrizione nel registro delle imprese.

A tutela dei creditori sociali, è previsto che debbano trascorrere almeno 60 giorni tra la delibera di
fusione e la stipula dell’atto di fusione; il termine è dimezzato (30 giorni) se alla fusione
partecipano società non azionarie. Entro tali termini i creditori dissenzienti possono presentare
opposizione alla realizzazione dell’operazione. È possibile procedere comunque alla stipula
dell’atto di fusione senza attendere il decorso dei termini previsti se si verifica una delle seguenti
condizioni (art. 2503 c.c):

- ottenimento del consenso dei creditori di tutte le società partecipanti alla fusione;
- pagamento dei creditori dissenzienti o deposito delle somme corrispondenti in un deposito
bancario vincolato;
- predisposizione della relazione degli esperti da parte di un’unica società di revisione che
asseveri, sotto la propria responsabilità, che la situazione patrimoniale e finanziaria delle
società partecipanti alla fusione rende non necessarie garanzie a tutela dei creditori
dissenzienti.

Con l’atto di fusione, l’operazione esplica i propri effetti reali con passaggio di diritti e obblighi delle
società partecipanti alla fusione in capo alla società incorporante o risultante dalla fusione, la quale
subentra in tutti i rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione.

Semplificazioni procedurali

Il procedimento di fusione può beneficiare di alcune semplicazioni procedurali nei seguenti casi:

 fusione per incorporazione di società interamente possedute, nel qual caso:


o il contenuto minimo obbligatorio del progetto di fusione di cui all’art. 2501-ter è
ridotto in alcuni punti;
o la relazione dell’organo amministrativo e la relazione degli esperti possono essere
omesse;
o se previsto dall’atto costitutivo o dallo statuto, la fusione può essere deliberata dallo
stesso organo amministrativo, senza passare per l’approvazione dei soci.
 fusione per incorporazione di società possedute per il 90%, nel qual caso:
o qualora venga concesso agli altri soci della società incorporata il diritto di far
acquistare le loro azioni o quote dalla società incorporante per un corrispettivo
determinato alla stregua dei criteri previsti per il recesso (dunque, se è riconosciuto
un pieno diritto di recesso ai soci minoritari delle incorporate), la situazione
patrimoniale, la relazione dell’organo amministrativo e la relazione degli esperti
possono essere omesse
o se previsto dall’atto costitutivo o dallo statuto, la fusione può essere deliberata dallo
stesso organo amministrativo, senza passare per l’approvazione dei soci
 fusioni a cui partecipano unicamente società non azionarie, nel qual caso:
o è ridotto da 30 a 15 giorni il termine intercorrente tra l'iscrizione o la pubblicazione
nel sito Internet del progetto di fusione e la data fissata per la decisione in ordine
alla fusione
o è ridotto da 30 a 15 giorni prima della decisione in ordine alla fusione il periodo
durante il quale devono restare depositati in copia nella sede delle società
partecipanti alla fusione ovvero pubblicati sul sito Internet delle stesse il progetto di
fusione con le relazioni che lo accompagnano, le situazioni patrimoniali e i bilanci
degli ultimi tre esercizi delle società partecipanti alla fusione
o è ridotto da 60 a 30 giorni il termine dall’ultima delle iscrizioni previste decorso il
quale la fusione può essere attuata con la stipula del relativo atto.
 consenso unanime dei soci, i quali possono rinunciare:
o al termine previsto per il deposito presso la sede (o la pubblicazione sul sito
Internet) dei documenti previsti;
o al termine previsto per l’iscrizione presso il registro delle imprese (o la pubblicazione
sul sito) del progetto di fusione
o alla redazione della situazione patrimoniale, della relazione dell’organo
amministrativo e della relazione degli esperti.
CAPITOLO 4 La fusione di aziende: aspetti contabili

4.2. La retrodatazione degli effetti contabili

L’operazione di fusione determina i seguenti effetti:

 effetti reali: si esplicano nei confronti di terzi, scattano a partire dalla data di avvenuta
iscrizione dell’atto di fusione e non possono essere né retrodatati né postdatati;
 effetti obbligatori (o convenzionali): sono quelli che sorgono tra le parti direttamente
coinvolte nel progetto di fusione e la normativa ne ammette sia la retrodatazione che la
postdatazione (caso molto più raro nella prassi). Nel dettaglio, la retrodatazione degli effetti
convenzionali è consentita con riferimento alla data a decorrere dalla quale:
a. le azioni o quote della società incorporante, o derivante dalla fusione, partecipano
agli utili;
b. le operazioni delle società che partecipano alla fusione sono imputate al bilancio
della società incorporante o derivante dalla fusione.

Entrambe le opzioni devono essere chiaramente esplicitate nel progetto di fusione (art. 2501-ter, nn.
5 e 6).

Alla retrodatazione si ricollegano i seguenti benefici:

- le società partecipanti alla fusione non devono procedere ad alcuna chiusura dei conti in
corso d’anno poiché tutte le operazioni svolte nella frazione di esercizio ante fusione sono
convenzionalmente attribuite alla società incorporante (o derivante dalla fusione), come se
fossero state realizzate direttamente dalla stessa;
- di conseguenza anche il relativo carico fiscale transita in capo alla società incorporante (o
risultante dalla fusione), evitando alle società incorporate o fuse di dover adempiere agli
oneri dichiarativi;
- le altre società partecipanti alla fusione non sono tenute a procedere alla determinazione
dei saldi contabili e, in generale, alle operazioni di chiusura del bilancio, in quanto
consegnano alla società incorporante (o alla società derivante dalla fusione) le scritture
contabili rilevate nella frazione d’anno che va dall’inizio dell’esercizio fino alla data di
efficacia reale della fusione.

La normativa tributaria, all’art. 172 del TUIR, consente la retrodatazione degli effetti fiscali della
fusione al ricorrere delle seguenti condizioni:

- tale possibilità sia contemplata nell’atto di fusione;


- la data di decorrenza degli effetti fiscali non sia anteriore a quella di più recente chiusura
dell’esercizio delle società partecipanti.

Fusione per incorporazione senza retrodatazione degli effetti contabili rispetto a quelli reali [4.1]

Fusione per incorporazione con retrodatazione degli effetti contabili rispetto a quelli reali [4.2]

4.3. Le differenze di fusione

L’integrazione dei patrimoni delle società partecipanti alla fusione comporta normalmente
l’emersione di poste di pareggio contabile, nel bilancio dell’incorporante, comunemente definite
differenze di fusione.
A tal fine, considerando unicamente ipotesi di fusione per incorporazione, è possibile identificare tre
distinte situazioni:

1. l’incorporante detiene il 100% del capitale sociale dell’incorporanda;


2. l’incorporante non detiene alcuna partecipazione nel capitale sociale dell’incorporanda;
3. l’incorporante detiene una partecipazione non totalitaria del capitale sociale
dell’incorporanda.

1. L’incorporante detiene il 100% del capitale sociale dell’incorporanda

In tale situazione, l’operazione di fusione richiede l’annullamento della partecipazione iscritta


nell’attivo dell’incorporante (vista l’estinzione dell’incorporata sotto il profilo giuridico) e
l’iscrizione, in contropartita, di tutti gli elementi attivi e passivi presenti nel bilancio
dell’incorporata.

In tutte le situazioni in cui il patrimonio netto contabile dell’incorporata non coincide con il valore
della partecipazione nella stessa iscritto nel bilancio dell’incorporante, si determina una differenza
da annullamento (positiva o negativa).

In particolare, si possono presentare due opposte situazioni:

 il valore della partecipazione è maggiore del patrimonio netto contabile della incorporata:
la differenza è definita disavanzo da annullamento [es. 4.3];
 il valore della partecipazione è inferiore al patrimonio netto contabile della incorporata. La
differenza viene qualificata avanzo da annullamento [es. 4.5].

L’art. 2504-bis c.c., dedicato agli Effetti della fusione, detta le seguenti prescrizioni in merito al
trattamento del disavanzo:

 nel primo bilancio successivo alla fusione (cd. bilancio post fusione) le attività e le passività
sono iscritte ai valori risultanti dalle scritture contabili alla data di efficacia della fusione
medesima (principio di continuità dei valori contabili nel passaggio del patrimonio tra le
società coinvolte nella fusione)
 se dalla fusione emerge un disavanzo, esso deve essere imputato:
o ove possibile, agli elementi dell'attivo e del passivo delle società partecipanti alla
fusione; e
o per la differenza e nel rispetto delle condizioni previste dal numero 6 dell’art.
2426, ad avviamento.

Posto che la norma parla di imputazione agli elementi dell'attivo e del passivo “ove possibile”, l’OIC 4
precisa che:

– i valori correnti superiori a quelli contabili devono essere effettivamente sussistenti e, in


ogni caso, devono essere iscritti nel limite del relativo valore recuperabile se inferiore
(conformemente alle prescrizioni in materia di criteri di valutazione per la redazione del
bilancio civilistico);
– i beni suscettibili di essere rivalutati mediante imputazione del disavanzo di fusione non
sono solo quelli iscritti nel bilancio di chiusura delle società incorporate (o fuse), ma è
possibile impiegare il disavanzo per procedere anche alla rilevazione di attività (ed
eventualmente di passività) effettivamente esistenti nel loro patrimonio ancorché
contabilmente non rilevate (come ad esempio marchi, brevetti ed altre attività intangibili).

Il valore del disavanzo da annullamento che eventualmente residua dopo l’allocazione a maggiori
valori dell’attivo (o minori valori del passivo) deve essere imputato ad avviamento purché tale
differenza:

• non derivi da un costo eccessivo di acquisto della partecipazione a causa dell’influenza di


fattori extraeconomici o per la maggiore forza contrattuale del venditore;
• non dipenda da una serie di perdite intervenute nell’incorporata dopo la data di acquisto
della partecipazione che non sono state ritenute “durevoli” negli esercizi antecedenti alla
fusione ai fini della valutazione della partecipazione nel bilancio dell’incorporante.

Al ricorrere di tali circostanza, posto che la differenza che residua non è imputabile ad avviamento, si
dovrà procedere a riduzione del patrimonio netto post fusione o, se questo non è possibile,
all’imputazione del relativo costo nel conto economico.

Al contrario, se il valore corrente dei beni dovesse risultare superiore all’ammontare del disavanzo
emergente dalla fusione, sarà possibile rivalutare le attività della incorporata nel limite del valore
del disavanzo, in linea con il criterio del costo storico a cui è informato l’impianto civilistico.

Allocazione del disavanzo da annullamento [es. 4.4]

Anche l’avanzo di annullamento sorge quale posta di pareggio contabile per compensare la
differenza esistente tra l’importo della partecipazione iscritta nell’attivo e il maggior valore del
patrimonio netto contabile dell’incorporata. L’art. 2504-bis del codice civile prescrive che se dalla
fusione emerge un avanzo, allo stesso possa essere riservato un duplice trattamento contabile:

• l’avanzo può essere iscritto in un’apposita voce del patrimonio netto denominata Riserva di
fusione. Tale soluzione contabile è coerente con un’interpretazione “positiva” dell’avanzo
di fusione, ovvero in presenza di un valore economico dell’incorporata realmente superiore
al valore contabile della partecipazione annullata, condizione che può verificarsi quando
(OIC 4, par. 4.4.3.2):
a) l’acquisto è stato effettuato a condizioni particolarmente vantaggiose. Ciò può
essere dovuto all’acquisto in un’asta giudiziaria, nella quale si ha un meccanismo di
ribasso progressivo del prezzo d’asta che consente acquisizioni vantaggiose, oppure
ad esigenze di liquidità del venditore che lo inducono a concedere sconti
significativi pur di vendere la partecipazione, o a ragioni di analoga natura;
b) i beni della partecipata sono stati assoggettati ad una rivalutazione ai sensi di leggi
speciali mentre la partecipazione non è stata rivalutata nel bilancio
dell’incorporante;
c) nel periodo intercorrente tra l’acquisizione della partecipazione e la data di
efficacia della fusione si sono formate riserve di utile nella partecipata, che non
hanno comportato un corrispondente aumento nel valore contabile (costo) della
partecipazione, cosa che sarebbe avvenuta se fosse stata valutata col metodo del
patrimonio netto;
• in alternativa, l’avanzo può essere attribuito a una voce dei fondi per rischi ed oneri che
assumerà la denominazione di Fondo rischi per oneri e perdite da fusione. Tale soluzione
contabile trova applicazione quando l’avanzo è dovuto a previsione di risultati economici
sfavorevoli (badwill), ovvero quando (OIC 4, par. 4.4.3.2):
d) l’acquisto è stato effettuato prevedendo oneri o perdite future della partecipata o
tenendo conto dell’esistenza di un badwill per insufficiente redditività, che hanno
influito sul prezzo; oppure il patrimonio netto contabile della partecipata è stato
sopravalutato a causa, ad esempio, della mancata iscrizione o del
sottodimensionamento di uno o più fondi rischi o della mancata svalutazione di
immobilizzazioni o di partecipazioni per perdite durevoli di valore, di controversa
determinazione.

Prima di procedere all’iscrizione della riserva o del fondo rischi e oneri da fusione, benché non sia
previsto esplicitamente dall’art. 2504-bis c.c., l’OIC 4 prescrive di verificare se l’avanzo dipenda da
una valutazione poco prudente delle poste attive e passive dell’incorporata. In linea con tale
principio, l’avanzo deve essere imputato preliminarmente a riduzione del valore delle attività che
risultino iscritte nel bilancio dell’incorporata per importi superiori al relativo valore recuperabile,
ovvero a incremento del valore delle passività che risultino iscritte nel bilancio dell’incorporata ad
un valore inferiore al loro valore di estinzione; solo l’eventuale eccedenza negativa che dovesse
residuare dopo aver compiuto le suddette verifiche può essere attribuita alla riserva o al fondo rischi
e oneri futuri da fusione.

È possibile cogliere una sostanziale sovrapposizione del trattamento contabile riservato alle
differenze di annullamento che emergono in fase di consolidamento (disciplinato dall’art. 33 del
D.Lgs. 127/91 e interpretato dall’OIC 17) rispetto a quello previsto per le differenze da fusione
(disciplinato dall’art. 2504-bis e interpretato dall’OIC 4). Dal confronto tra le discipline emerge
un’unica differenza sostanziale nel caso di allocazione dell’avanzo al fondo rischi e oneri futuri:

 l’OIC 17 stabilisce che il Fondo di consolidamento per rischi e oneri futuri debba essere
utilizzato negli esercizi successivi in modo da riflettere le ipotesi assunte in sede di sua stima
all’atto dell’acquisto della partecipazione (o in fase di primo consolidamento), a prescindere
dall’effettiva manifestazione delle perdite attese. In altri termini, l’OIC 17 prescrive di
identificare una sorta di “piano di ammortamento del Fondo, al fine di identificare a priori le
modalità di imputazione nel bilancio consolidato degli importi relativi al suo utilizzo e,
contemporaneamente, di evitare utilizzi strumentali del Fondo;
 l’OIC 4 prescrive invece che il Fondo rischi per oneri e perdite da fusione debba essere
utilizzato nei successivi esercizi al verificarsi delle perdite o dei minori utili previsti, senza
pertanto rispondere ad un piano identificato (ex ante) al momento della sua costituzione,
bensì in ragione dell’effettivo manifestarsi (ex post) delle perdite future (o dei minori utili).
Si ritiene che, alla luce del medesimo significato economico attribuibile alle due tipologie di Fondo,
non abbia ragione di sussistere una tale differenza di trattamento contabile, rendendosi necessario
un allineamento dei principi contabili o, al più, l’estensione, per interpretazione analogica, del
trattamento previsto dal più recente OIC 17 anche al Fondo per rischi e oneri da fusione.

Allocazione dell’avanzo da annullamento [es. 4.6]

2. L’incorporante non detiene alcuna partecipazione nel capitale sociale dell’incorporanda

Quando le due società sono completamente indipendenti la fusione rappresenta lo strumento


giuridico attraverso il quale l’incorporante, in genere (se si escludono i casi di reverse acquisition e
di fusione inversa), acquisisce l’incorporata. Il corrispettivo dell’acquisizione “è pagato” con
l’emissione di nuove azioni dell’incorporante a favore dei soci dell’incorporata in cambio di quelle
da loro detenute in quest’ultima.

Sotto il profilo contabile, la compenetrazione dei due patrimoni comporta i seguenti effetti nei conti
dell’incorporante:

 l’iscrizione di nuove attività e di passività al loro valore contabile, nel complesso


equivalenti all’ammontare del patrimonio netto contabile dell’incorporata;
 un aumento del capitale sociale da destinare ai soci dell’incorporata per garantire un equo
concambio rispetto al valore economico delle due società partecipanti alla fusione.

La differenza che, tipicamente (salvo il caso scolastico della perfetta coincidenza), emerge dal
confronto tra questi due valori (patrimonio netto contabile dell’incorporata e aumento di capitale
sociale conseguente all’operazione) è definita differenza da concambio.

In particolare, possono presentarsi due contrapposte situazioni:

 l’aumento del capitale sociale dell’incorporante è superiore all’ammontare del patrimonio


netto apportato dall’incorporata, e in tal caso la differenza da concambio prende il nome di
disavanzo da concambio;
 l’aumento del capitale sociale dell’incorporante è inferiore all’ammontare del patrimonio
netto apportato dall’incorporata, e in tal caso la differenza da concambio prende il nome di
avanzo da concambio.

Disavanzo da concambio [es. 4.7]

Avanzo da concambio [es. 4.8]


Le società A e B dell’esempio sono perfettamente identiche per struttura patrimoniale e valori
economici di capitale. Tuttavia, nel primo caso emerge un disavanzo da concambio, nel secondo un
avanzo da concambio. L’unica differenza riscontrabile nei due esempi attiene alla composizione del
patrimonio netto di A:

Patrimonio netto società A Esempio 4.7 Esempio 4.8


Capitale sociale 2.000 1.000
Riserve 500 1.500
Utile esercizio precedente 300 300
Totale patrimonio netto 2.800 2.800

Patrimonio netto società A Esempio 4.7 Esempio 4.8


Aumento di capitale sociale 1.000 500
Patrimonio netto contabile di B 900 900
Differenza da concambio (Disavanzo) 100 (Avanzo) – 400
Nonostante la società A post fusione sia, nella sostanza, la medesima in entrambi gli esempi, gli
effetti contabili della fusione portano a due diverse configurazioni di patrimonio:

Stato patrimoniale società A post fusione


Attività Esempio Esempio Passività e patrimonio netto Esempio Esempio
4.7 4.8 4.7 4.8
Attivo corrente 3.900 3.900 Patrimonio netto 3.800 3.700
Capitale sociale 3.000 1.500
Immobilizzazioni 3.400 3.400
Riserve 500 1.500
Impianti 3.400 3.400
Utile esercizio precedente 300 300
Disavanzo da 100
Avanzo da concambio 400
concambio
Passività 3.600 3.600
Fondo ammortamento 600 600
Altre passività 3.000 3.000
Totale attività 7.400 7.300 Totale passività e patrimonio 7.400 7.300
netto

Si deduce che le differenze da concambio dipendono:

– dalla mancata coincidenza nei rapporti tra i valori economici effettivi e i valori contabili dei
patrimoni netti delle società interessate, in particolare di quello della incorporante;
– in secondo luogo, dal rapporto esistente, alla data di efficacia della fusione, tra il capitale
sociale dell’incorporante e il patrimonio netto contabile dell’incorporata.

Una prima e superficiale analisi dei risultati emersi dagli esempi sembra suggerire che la differenza
da concambio assuma un segno e un valore del tutto casuale in ragione degli importi assunti dalle
grandezze rilevanti per la sua determinazione (capitali economici delle due imprese e capitale sociale
dell’incorporante). Per tale ragione, una parte delle dottrina tende a negare alle differenze da
concambio alcun significato economico, attribuendo alle stesse un ruolo di mero bilanciamento
contabile. È possibile, tuttavia, dimostrare la non casualità dell’ammontare delle differenze da
concambio quando la fusione avviene tra parti indipendenti.
Incorporazione di B in A Esercizio 4.7 con
allocazione dell’intero
disavanzo da concambio
ad avviamento
Valore del capitale economico di B 1.500
Patrimonio netto a valori contabili di B 900
Maggior valore corrente dell’attivo 0
Patrimonio netto a valori correnti di B 900
Avviamento effettivo 600
Aumento di capitale sociale di A 1.000
Patrimonio netto contabile di B 900
Disavanzo da concambio: 100
- di cui a maggior valore dell’attivo 0
- di cui ad avviamento in bilancio 100

Incorporazione di B in A Esercizio 4.7 con


allocazione del disavanzo
da concambio a maggior
valore dell’attivo e, per il
residuo, ad avviamento
Valore del capitale economico di B 1.500
Patrimonio netto a valori contabili di B 900
Maggior valore corrente dell’attivo 80
Patrimonio netto a valori correnti di B 980
Avviamento effettivo 520
Aumento di capitale sociale di A 1.000
Patrimonio netto contabile di B 900
Disavanzo da concambio: 100
- di cui a maggior valore dell’attivo 80
- di cui ad avviamento in bilancio 20

In entrambi i casi sopra esposti, anche se il valore corrente del patrimonio netto dell’incorporata è
superiore a quello contabile, l’allocazione del disavanzo da concambio a maggior valore dell’attivo
e ad avviamento non determina violazioni del principio del costo storico o sopravvalutazioni
dell’avviamento in bilancio rispetto al suo reale ammontare.

Il principio OIC 4 (par. 4.4.3.1) sottolinea che, in applicazione del principio di prevalenza della
sostanza sulla forma, il disavanzo da concambio può quindi essere sostituito dai valori correnti
delle attività e passività e/o dall’avviamento dell’incorporata. In questa ipotesi, al fine di assicurare
l’”effettività” del nuovo capitale sociale, sarà necessario (come richiesto dalla dottrina e dalla
Massima n. 72 del Consiglio Notarile di Milano del Novembre 2005 in tema di “Imputazione del
disavanzo da concambio nella fusione e nella scissione”) che venga redatta la relazione di stima del
patrimonio della società incorporata ai sensi dell’art. 2343 c.c. con riferimento alla data di efficacia
reale della fusione.

La possibilità di allocare il disavanzo a maggior valore dell’attivo ed eventualmente ad avviamento


non contrasta con l’art. 2504-bis, co. 4, del c.c., che effettua un generico richiamo al disavanzo,
ammettendo di fatto l’utilizzo del disavanzo da concambio con le medesime modalità osservate in
precedenza per il disavanzo da annullamento.
Allocazione del disavanzo da concambio [es. 4.9]

Dopo aver analizzato le modalità di utilizzo del disavanzo da concambio, spostiamo l’attenzione sul
trattamento dell’avanzo da concambio.

Incorporazione di B in A Esercizio 4.8


Valore del capitale economico di B 1.500
Patrimonio netto a valori contabili di B 900
Maggior valore corrente dell’attivo 80
Patrimonio netto a valori correnti di B 980
Avviamento effettivo 520
Aumento di capitale sociale di A 500
Patrimonio netto contabile di B 900
Avanzo da concambio: 400

Il fatto che gli ex soci dell’incorporata siano stati “pagati” con l’emissione di capitale per un importo
(nominale) inferiore al relativo patrimonio netto contabile è coerente con le due fattispecie previste
dall’art. 2504-bis, co. 4, del c.c. (iscrizione ad apposita voce del patrimonio netto sotto forma di
riserva o, quando l’avanzo sia dovuto alla previsione di risultati economici sfavorevoli, in una voce
dei fondi per rischi ed oneri). Non si ravvisano, pertanto, differenze di significato economico e di
trattamento contabile tra l’avanzo da concambio e quanto osservato in precedenza in ordine
all’avanzo da annullamento.

Preliminarmente, si dovrà procedere a imputare l’avanzo, se ne sussistono i presupposti, a riduzione


del valore delle attività iscritte nel bilancio dell’incorporata per valori superiori al relativo valore
recuperabile, ovvero a incremento delle passività ivi rilevate per un ammontare inferiore al loro
valore di estinzione. Solo l’eventuale eccedenza negativa che dovesse residuare dopo aver operato
le verifiche suddette potrà essere attribuita alla riserva o al fondo rischi e oneri futuri da fusione.

Allocazione dell’avanzo da concambio [es. 4.10]:

3. L’incorporante detiene una partecipazione non totalitaria del capitale sociale


dell’incorporanda

In questo caso, a seguito della fusione si manifestano sia differenze da annullamento sia differenze
da concambio:

 le differenze da annullamento sorgono in corrispondenza dell’annullamento del valore


della partecipazione detenuta dall’incorporante in contropartita alla frazione di
patrimonio netto contabile dell’incorporata di pertinenza dell’incorporante;
 le differenze da concambio derivano dalla differenza tra l’ammontare del nuovo capitale
sociale, emesso a favore dei soci terzi dell’incorporata, e la corrispondente frazione del
patrimonio netto contabile dell’incorporata di pertinenza dei terzi.
In sostanza, il patrimonio netto contabile dell’incorporata deve essere suddiviso in due parti:

 l’importo detenuto dall’incorporante va confrontato con il valore della partecipazione


iscritto nel bilancio di quest’ultima per il calcolo della differenza da annullamento;
 il valore della quota detenuta da soci terzi (diversi dall’incorporante) invece va raffrontato
con l’ammontare del nuovo capitale sociale emesso a loro favore per la determinazione
della differenza da concambio. Per il calcolo di quest’ultima grandezza è necessario stimare
il rapporto di cambio tra:
o il valore del capitale economico dell’incorporante;
o il valore economico della sola quota detenuta dai soci terzi che entreranno nella
compagine sociale dell’incorporante post fusione. A questo proposito:
 se la società è quotata in un mercato regolamentato, il valore della
quotazione è spesso una buona approssimazione del valore economico per
azione riconosciuto dal mercato alle minoranze;
 se, tuttavia, oggetto di scambio è una percentuale di capitale che consente
di acquisire il controllo dell’impresa, l’ammontare del relativo valore
economico può non essere proporzionale alla frazione detenuta dalle
minoranze, giacché la prima consente il governo dell’impresa, mentre la
seconda no. In questo caso, il maggior valore riconosciuto alla quota del
capitale di controllo rispetto a quella delle minoranze è definito “premio di
maggioranza” o “premio di controllo”.
Ad esempio, ipotizziamo che il capitale economico dell’impresa B sia pari a
1.000 e la quota di controllo sia detenuta dal soggetto A per una
percentuale del 60%, mentre le minoranze detengono il rimanente 40%.
Ponendo che la quota di controllo, dopo accurate stime, presenti un valore
economico pari a 750, significa che:
 il premio di maggioranza o di controllo è pari a 150 (pari alla
differenza tra il valore economico di 750 e il valore della
corrispondente quota di capitale ottenuto secondo un criterio
meramente proporzionale di 600, pari al 60% di 1.000);
 il 40% dell’impresa, ovvero le quote non di controllo, sono stimate
pari a 250, derivante dalla differenza tra il capitale economico
integrale di B, stimato pari a 1.000, e il valore della quota di
controllo pari a 750. La differenza tra il valore economico stimato di
250 e il valore della corrispondente quota di capitale ottenuto
secondo un criterio meramente proporzionale di 400 (pari al 40% di
1.000) corrisponde al cd. sconto di minoranza.
Il premio di maggioranza, dunque, amplifica il valore della quota di controllo
rispetto al corrispondente valore della quota di minoranza.

Differenze congiunte da annullamento e da concambio senza premio di maggioranza [es. 4.11]

Differenze congiunte da annullamento e da concambio con premio di maggioranza [es. 4.12]

Anche nel caso in cui si manifestino congiuntamente, l’allocazione degli avanzi e/o dei disavanzi da
annullamento e da concambio avviene secondo i criteri già illustrati in precedenza.

Nel caso di manifestazione congiunta di avanzi di annullamento e da concambio, l’OIC 4 (par.


4.4.3.2) sottolinea che, qualora abbiano natura di riserva, possono essere cumulati ed iscritti in
unica voce del patrimonio netto della società risultante dalla fusione.

Se ne deduce che il disavanzo da annullamento può anche trovare compensazione con eventuali
avanzi da concambio nella sola ipotesi in cui ci sia la concomitanza delle seguenti condizioni:

– il disavanzo da annullamento è riconducibile a perdite pregresse o a un “eccesso di costo”


e si decide di compensarlo con eventuali riserve di patrimonio netto;
– gli avanzi da concambio sono destinati a riserve di patrimonio netto, utilizzate a
compensazione del disavanzo interpretato con i criteri del punto precedente.

In tutte le altre circostanze, avanzi e disavanzi dovranno essere allocati in maniera indipendente
senza procedere ad alcuna compensazione.

4.4. La fiscalità anticipata e differita

La normativa fiscale riconosce, di base, una sostanziale neutralità dell’operazione di fusione sotto il
profilo tributario. Ciò significa che le differenze di fusione sono considerate irrilevanti ai fini della
determinazione del reddito imponibile nell’esercizio in cui sorgono e per gli effetti che producono
nei successivi periodi. Tuttavia, la stessa normativa (art. 172 del TUIR) prevede che:

– tali differenze possono essere “affrancate” sotto il profilo fiscale a seguito del pagamento
di un’imposta sostitutiva;
– attraverso l’affrancamento si ottiene il riconoscimento anche ai fini fiscali degli effetti
prodotti dalle differenze di fusione, sia ai fini della determinazione del reddito imponibile
dell’esercizio in cui avviene la fusione che in quelli successivi.

La questione assume rilevanza, in particolare, quando dalla fusione emergono dei disavanzi che sono
imputati a maggiori valori delle attività e ad avviamento. In sintesi:

 senza affrancamento del disavanzo di fusione, le attività rivalutate presentano un valore


contabile superiore a quello riconosciuto fiscalmente:
o se questo maggior valore è imputato a beni ammortizzabili:
 l’ammortamento contabile (calcolato sul valore rivalutato) è superiore a
quello fiscalmente deducibile (definito sul costo storico non rivalutato);
 le eventuali plusvalenze/minusvalenze da cessione del bene avranno un
valore contabile che divergerà da quello fiscale;
o la parte del disavanzo allocata ad avviamento per la quota che residua dopo
l’eventuale allocazione a maggior valore dell’attivo non presenta alcuna rilevanza
fiscale;
 con l’affrancamento del disavanzo di fusione, si riconosce valenza fiscale anche al
disavanzo e alla relativa destinazione. Conseguentemente, si avrà coincidenza tra:
o il valore contabile e il valore fiscale dei beni a cui è stato allocato il disavanzo;
o il valore imputati in conto economico e fiscalmente deducibile dei relativi
ammortamenti;
o il valore contabile e il valore fiscale delle eventuali plusvalenze/minusvalenze che
deriveranno dalla cessione del bene nei successivi periodi.

Gli esempi di fusione utilizzati fino ad ora sono coerenti con l’ipotesi di affrancamento delle
differenze di fusione (a essere precisi, non è stata data rappresentazione della rilevazione del
maggior debito dovuto alla rilevazione dell’imposta sostitutiva da versare per l’affrancamento), con
pieno allineamento tra valore contabile e valore fiscale e senza l’insorgere di fenomeni di fiscalità
differita.

Al contrario, nell’ipotesi di mancato affrancamento degli eventuali disavanzi allocati, sorgono


differenze “temporanee”, destinate a riassorbirsi integralmente a conclusione del piano di
ammortamento o quando si deciderà di vendere anticipatamente il bene, realizzando una
plusvalenza/minusvalenza il cui valore contabile divergerà da quello fiscalmente imponibile a causa
del disallineamento dei due valori di partenza (contabile e fiscale, appunto) con cui dovrà essere
confrontato il prezzo di cessione.

Come previsto dall’OIC 25, per fare in modo che ci sia un allineamento tra le imposte correnti
(ovvero quelle liquidate sulla base del valore riconosciuto fiscalmente) e quelle di competenza del
periodo (calcolate sulla base del valore contabile) è necessario ricorrere al riconoscimento delle
imposte anticipate e differite.

Pertanto, il bilancio post fusione, oltre a comprendere le eventuali imposte anticipate e differite già
presenti nei bilanci delle imprese fuse, deve rilevare ulteriori:

– imposte differite derivanti dall’allocazione dei disavanzi di annullamento e da concambio a


maggior valore delle attività;
– imposte anticipate derivanti dall’eventuale svalutazione delle attività o incremento di
passività rilevate a seguito dell’imputazione degli avanzi di annullamento o da concambio.

Allocazione del disavanzo con fiscalità differita [es. 4.13]

Allocazione dell’avanzo da concambio con fiscalità anticipata [es. 4.14]

Se l’operazione straordinaria genera una differenza temporanea, la società acquirente iscrive le


relative imposte differite o anticipate alla data in cui avviene l’operazione, a fronte dei maggiori o
minori valori derivanti dall’operazione rispetto ai valori fiscalmente riconosciuti. Tali imposte hanno
l’obiettivo di neutralizzare i maggiori o minori carichi fiscali che si verranno a determinare negli
esercizi successivi. Il calcolo deve essere fatto sulla base del tax rate atteso al momento in cui le
differenze sono destinate a riassorbirsi. Nella maggior parte dei casi si fa ricorso al tax rate
dell’esercizio in cui sorgono tali differenze, salvo che siano attese variazioni dell’aliquota nei
successivi esercizi.

L’unica eccezione prevista dall’OIC 25 attiene al trattamento dell’eventuale avviamento che dovesse
emergere a seguito della fusione, per cui è previsto che l’ammontare del disavanzo imputato ad
avviamento non dà origine a fenomeni di fiscalità differita. La motivazione a tale impostazione sta
nel fatto che l’iscrizione di imposte differite comporterebbe un aumento del valore dell’avviamento
stesso, comportando così un contemporaneo incremento di pari importo dell’attivo e del passivo.
Ciò renderebbe l’informazione contenuta nel bilancio post fusione meno trasparente.

4.5. La fusione inversa

Le principali motivazioni che portano a preferire una fusione inversa alla più tradizionale e diffusa
fusione diretta possono essere riconducibili a:

 benefici di tipo amministrativo (OIC 4, par. 4.6). Ci si riferisce, in particolare, alla titolarità di
diritti, concessioni, autorizzazioni in capo alla controllata che non sarebbe facile trasferire
alla controllante in caso di fusione diretta o che comunque risulterebbe particolarmente
oneroso trasferire. La fusione inversa può così consentire di ottenere benefici sugli
adempimenti contabili e amministrativi, come ad esempio le comunicazioni a clienti e
fornitori, le volture di autorizzazioni e licenze, il subentro nei rapporti contrattuali e le
trascrizioni ipotecarie e catastali;
 conclusione di un’operazione di Leveraged Buy Out (LBO). La fusione inversa costituisce
frequentemente il secondo step di un’acquisizione realizzata a leva: in questo caso l’impresa
target, le cui partecipazioni sono state acquisite con il ricorso al debito caricato nell’impresa
veicolo, incorpora la stessa impresa veicolo. Spesso la motivazione per operare una fusione
inversa anziché diretta risiede nel fatto che l’impresa target ha storia e tradizione
riconosciute dalla propria clientela, brand o prodotti noti nel mercato e con uno specifico
posizionamento, ecc., mentre l’impresa veicolo costituisce una newco appositamente
costituita per realizzare l’operazione.

La peculiarità della fusione inversa è che l’incorporazione della propria partecipante, nel momento in
cui interviene la compenetrazione dei patrimoni, comporta l’iscrizione nell’attivo di bilancio post
fusione di azioni proprie, le quali rappresentano “l’eredità” delle partecipazioni prima detenute
dalla partecipante-incorporata nella partecipata-incorporante.

È tuttavia evidente che la società che deriva dalla fusione è nella sostanza economica la medesima
sia nel caso in cui l’operazione rientri nello schema della fusione per via diretta sia nel caso in cui
avvenga tramite fusione inversa; l’unico aspetto che cambia è rappresentato dalla denominazione
giuridica, che varia a seconda del soggetto che assume il ruolo di incorporante (partecipante o
partecipata). In sostanza, il verso della fusione non influenza la sostanza economica
dell’operazione.

Effetti contabili della fusione diretta con partecipazione totalitaria [es. 4.15]

Sotto il profilo più squisitamente contabile, per quanto sopra, sarebbe ragionevole attendersi che, a
prescindere dal verso della fusione, a parità di soggetti coinvolti si giunga alla medesima
rappresentazione contabile dell’operazione. Poiché stiamo parlando di una fusione che coinvolge
due società legate da un rapporto partecipativo, si possono verificare due alternative:

– l’incorporata possiede una partecipazione totalitaria nell’incorporante [es. 4.16];


– l’incorporata possiede una partecipazione non totalitaria nell’incorporante [es. 4.17].
Le particolari caratteristiche che contraddistinguono la fusione inversa richiedono alcuni passaggi
preliminari da considerare in sede di concambio, validi anche nel caso di partecipazione non
totalitaria. Sul versante strettamente contabile, la fusione inversa si sviluppo secondo due step:

 l’incorporante rileva un aumento del capitale sociale – come normalmente avviene in


ipotesi di fusione diretta – sulla base del valore di cambio sussistente fra incorporante e
incorporata. Nel caso di partecipazione totalitaria, tuttavia, si procede in genere attraverso
un aumento di capitale in misura pari al patrimonio netto contabile dell’incorporata-
controllante. Infatti, essendo del tutto assenti soci terzi nell’incorporante, per l’aumento di
capitale non è necessario considerare il rapporto tra i capitali economici delle due società;
 si procede all’annullamento delle azioni proprie e alla conseguente riduzione del capitale
stesso.

Quando la partecipazione non è totalitaria, l’incorporazione per fusione inversa della partecipante
nella partecipata comporta i seguenti step:

 il primo passaggio consiste nell’unione dei patrimoni delle due società con il conseguente
aumento di capitale sociale deliberato dall’incorporante. Poirché quest’ultima non ha
partecipazioni nell’incorporata (è questa, piuttosto, a detenerle nell’incorporante), si deve
determinare il rapporto di cambio secondo le tradizionali modalità descritte per la fusione
diretta. È necessario quindi disporre del valore economico delle due imprese per
determinare l’aumento di capitale necessario per garantire i soci terzi, a seguito del quale
tipicamente sorgono differenze positive o negative da concambio;

 il secondo step prevede l’annullamento delle azioni proprie e l’emergere delle conseguenti
differenze di annullamento. In questo caso, l’annullamento sarà solo parziale, giacché la
partecipazione si riferisce solo a una frazione (e non alla totalità) del capitale
dell’incorporante-controllata.

Fusione diretta vs fusione inversa

Stato patrimoniale società post fusione [es. 4.15 – 4.16]


Attività Società A Società B Passività e Società A Società B
(diretta) (inversa) patrimonio netto (diretta) (inversa)
Attivo corrente 3.900 3.900 Patrimonio netto 2.800 2.800
Capitale sociale 1.000 2.800
Immobilizzazioni 2.000 2.000
Riserve e utili a 1.800 0
Impianti 2.000 2.000
nuovo
Disavanzo da 100 100
Passività 3.200 3.200
annullamento
F.do ammortamento 200 200
Altre passività 3.000 3.000
Totale attività 6.000 6.000 Totale passività e 6.000 6.000
patrimonio netto

I due stati patrimoniali sono perfettamente identici per composizione e importi, con l’unica
differenza apprezzabile relativa alla struttura del patrimonio netto.
Il secondo aspetto rilevante riguarda la differenza da annullamento che viene a determinarsi, che
negli esempi costituisce un disavanzo riferibile al confronto tra il valore della partecipazione di A
(1.000) e il patrimonio netto di B ante fusione (900). Pertanto, il bilancio post fusione inversa – nel
caso di emersione di un disavanzo – potrebbe portare a una rivalutazione delle proprie attività e
all’emersione del proprio valore di avviamento.

In passato, erano stati sollevati diversi dubbi sulla possibilità di operare in tal senso, in
considerazione dei vincoli legati al criterio del costo storico e al divieto di iscrivere avviamento
generato internamente. Tuttavia, i dubbi in esame sono stati del tutto fugati grazie al tenore
letterale dell’art. 2504-bis, ove è disposto che, nel caso di emersione di un disavanzo da fusione,
esso debba “essere imputato, ove possibile, agli elementi dell'attivo e del passivo delle società
partecipanti alla fusione”, e non della sola società incorporata. La ragione di questa apertura
implicita del codice civile a rivalutazioni anche a favore di beni dell’incorporante è da ricondurre
esclusivamente ai peculiari effetti contabili che vengono a prodursi proprio in caso di fusione
inversa. Tale impostazione è condivisa dall’OIC 4, anche in virtù del principio di prevalenza della
sostanza sulla forma.

Il trattamento delle azioni proprie nella fusione inversa

La presenza di azioni proprie in portafoglio richiede due approfondimenti:

 il trattamento contabile da riservare alle medesime nel bilancio post fusione. Quanto a tale
aspetto, prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 139/2015, era previsto che le azioni proprie
trovassero iscrizione nell’attivo di bilancio (tra le immobilizzazioni o nell’attivo circolante, a
seconda della loro destinazione) con evidenza di una riserva indisponibile, di pari importo,
iscritta tra le poste del patrimonio netto. A seguito della novella legislativa, le azioni proprie
trovano diretta iscrizione nel patrimonio netto attraverso la costituzione di una specifica
riserva con segno negativo, superando così le discussioni della dottrina in merito alla
possibilità o meno di mantenere in bilancio azioni proprie in misura eccedente le riserve
disponibili;
 i vincoli normativi per l’iscrizione e la conservazione delle azioni proprie che la società
incorporante deve rispettare. A questo proposito, giova richiamare il disposto dell’art. 2357
c.c. (Acquisto delle proprie azioni), in base al quale:
1. La società non può acquistare azioni proprie se non nei limiti degli utili distribuibili
e delle riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato.
Possono essere acquistate soltanto azioni interamente liberate.
2. L'acquisto deve essere autorizzato dall'assemblea, la quale ne fissa le modalità,
indicando in particolare il numero massimo di azioni da acquistare, la durata, non
superiore ai diciotto mesi, per la quale l'autorizzazione è accordata, il corrispettivo
minimo ed il corrispettivo massimo.
3. In nessun caso il valore nominale delle azioni acquistate a norma dei commi
precedenti può eccedere la quinta parte del capitale sociale, tenendosi conto a tal
fine anche delle azioni possedute da società controllate.
4. Le azioni acquistate in violazione dei commi precedenti debbono essere alienate
secondo modalità da determinarsi dall'assemblea, entro un anno dal loro acquisto.
In mancanza, deve procedersi senza indugio al loro annullamento e alla
corrispondente riduzione del capitale. Qualora l'assemblea non provveda, gli
amministratori e i sindaci devono chiedere che la riduzione sia disposta dal tribunale
secondo il procedimento previsto dall'articolo 2446, secondo comma.
5. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli acquisti fatti per tramite
di società fiduciaria o per interposta persona.
Il successivo art. 2357-bis (Casi speciali di acquisto delle proprie azioni) dispone alcune
eccezioni ai limiti generali posti dall’articolo precedente:
1. Le limitazioni contenute nell'articolo 2357 non si applicano quando l'acquisto di
azioni proprie avvenga:
1) in esecuzione di una deliberazione dell'assemblea di riduzione del capitale,
da attuarsi mediante riscatto e annullamento di azioni;
2) a titolo gratuito, sempre che si tratti di azioni interamente liberate;
3) per effetto di successione universale o di fusione o scissione;
4) in occasione di esecuzione forzata per il soddisfacimento di un credito della
società, sempre che si tratti di azioni interamente liberate. Se il valore
nominale delle azioni proprie supera il limite della quinta parte del capitale
per effetto di acquisti avvenuti a norma dei numeri 2), 3) e 4) del primo
comma del presente articolo, si applica per l'eccedenza il penultimo
comma dell'articolo 2357, ma il termine entro il quale deve avvenire
l'alienazione è di tre anni.
La norma dell’art. 2357-bis c.c. consente, in particolare, di superare i vincoli relativi:
- alla presenza di utili distribuibili o riserve disponibili in misura sufficiente a coprire
l’ammontare delle azioni proprie in portafoglio;
- all’ammontare massimo di azioni proprie, il cui valore nominale non potrebbe
altrimenti superare la quinta parte del capitale sociale.
In assenza dell’art. 2357-bis c.c., sarebbe di fatto impossibile procedere a fusione inversa
nella maggior parte delle situazioni. Inoltre, l’ultimo capoverso della disposizione contiene
un’ulteriore deroga ai limiti generali prevedendo che, qualora il valore nominale delle azioni
proprie superi la quinta parte del capitale sociale, le azioni acquistate in eccesso devono
essere alienate nel termine più lungo di tre anni dall’acquisto.

La fusione secondo i principi contabili internazionali

Ai fini dell’inquadramento della fusione in base agli IFRS è necessario distinguere tra:

 le fusioni che avvengono tra società già partecipate e sotto comune controllo (tipiche
operazioni di riorganizzazione societarie di gruppo); e
 le fusioni che producono l’effetto di un’acquisizione e rientrano quindi nell’ambito dei
processi di aggregazione aziendale (business combination).

La seconda tipologia di operazioni trova ampia disciplina nell’IFRS 3, dedicato alle aggregazioni
aziendali (business combination). Anche i principi contabili internazionali prevedono che da
un’operazione di aggregazione aziendale possano emergere delle “differenze”.

Tali differenze sono calcolate in base al confronto tra le seguenti grandezze:

 la prima, identificata come la sommatoria tra:


a. il corrispettivo dell’acquisto trasferito dall’acquirente, che in genere riflette il fair
value alla data di acquisizione;
b. Il valore delle eventuali interessenze di minoranza nell'acquisita;
c. il fair value, alla data di acquisizione del controllo, delle (eventuali) interessenze
nell'acquisita già in possesso dell'acquirente nel caso in cui si tratti di aggregazione
aziendale realizzata in più fasi;
 la seconda, pari al fair value delle attività identificabili acquisite e delle passività assunte
dall’acquisita (che corisponde pertanto al patrimonio netto espresso al fair value).

Il valore sub a) rappresenta il “prezzo” corrisposto per l’acquisto dell’incorporata e assume rilevanza
anche nelle operazioni di fusione, sulla base del relativo fair value. Quando l’acquisizione prevede il
pagamento di un corrispettivo in denaro – come nel caso della cessione d’azienda – non è
necessario procedere ad alcuna stima, in quanto il fair value corrisponde con l’ammontare di denaro
trasferito. Se il corrispettivo, invece, è regolato in azioni – come nella fusione – l’identificazione del
relativo fair value richiede l’elaborazione della stima del valore economico “effettivo” delle azioni
(che in genere differisce dal relativo valore nominale).

Con specifico riferimento alle acquisizioni tramite fusione, non è mai rilevante l’ammontare delle
interessenze di minoranza (punto sub b), poiché l’esito della fusione comporta sempre
l’acquisizione della totalità della partecipazione.

Infine, il valore sub c) diventa significativo solamente nel caso in cui l’incorporante detenga una
partecipazione di minoranza nell’incorporata antecedente alla fusione. L’IFRS 3 richiede di
procedere alla rideterminazione a fair value di tale quota che – se acquisita negli esercizi precedenti
– potrebbe differire in misura rilevante rispetto al valore corrente assunto al momento della fusione.

Dal confronto tra le grandezze considerate potranno emergere due possibili situazioni:

 nel caso in cui la differenza sia positiva, l’acquirente iscrive nell’attivo tale importo a titolo di
avviamento (goodwill);
 nel caso in cui la differenza sia negativa, si rileva un provento da buon affare (gain from a
bargain purchase) direttamente in conto economico. Occorre precisare che in questa
circostanza l’’IFRS 3 (parr. 34 e 36) impone una serie di cautele al fine di verificare la
presenza di eventuali perdite o minori valori dell’attivo, non risultanti dal bilancio
dell’incorporata. Pertanto, l’acquirente è tenuto a:
o verificare se sono state identificate correttamente tutte le attività acquisite e le
passività assunte e procedere alla rilevazione di qualsiasi ulteriore attività o
passività identificata a margine di tale verifica;
o qualora, dopo aver applicato le opportune rettifiche, permanga un’eccedenza
negativa, l’acquirente deve rilevare tale importo come un provento da buon affare
direttamente a conto economico.
Pertanto, secondo gli IFRS, l’eventuale eccedenza negativa è interpretabile come un
provento di competenza dell’esercizio da imputare direttamente a conto economico. Al
contrario, la disciplina nazionale prevede in tali circostanza la costituzione di una riserva di
patrimonio netto.
Inoltre, gli IFRS non contemplano l’ipotesi che dall’acquisizione emerga un avviamento
negativo (da imputarsi, secondo la disciplina nazionale, a fondo rischi e oneri). Le attesi di
perdite future, infatti, dovrebbero già essere considerate a riduzione del valore della attività
o ad incremento del valore delle passività in sede di verifica della tenuta dei valori.

In sintesi, si presentano due fattispecie rilevanti al fine di interpretare le operazioni di fusione


secondo i principi contabili internazionali:
– la società acquirente (incorporante) non detiene alcuna partecipazione nell’acquisita
(incorporata) [es. 4.18] [es. 4.19]
– la società acquirente (incorporante) detiene una partecipazione non di controllo
nell’acquisita (incorporata) [par. 4.6.3 escluso da programma]

Differenze di fusione: disciplina nazionale vs. IFRS

Differenza civilistica di fusione Patrimonio netto


Aumento Capitale sociale a
(avanzo o disavanzo da = valore nominale - incorporata a valore
concambio) contabile
Aumento Patrimonio netto Patrimonio netto
Differenza per IFRS 3
(avviamento o provento) = a valore economico (fair - incorporata a valore
value) corrente

Nel confronto tra la disciplina nazionale e quella prevista dai principi contabili internazionali, si
osservano le seguenti principali differenze:

 la prima riguarda la valorizzazione del “corrispettivo dell’acquisto trasferito” (punto sub a).
In caso di fusione, tale importo corrisponde all’ammontare delle nuove azioni emesse a
beneficio dei soci dell’incorporata. A tal proposito:
o la normativa civilistica impone di valorizzare le differenze di concambio sulla base
del valore nominale del nuovo capitale emesso;
o i principi contabili internazionali richiedono di valorizzare il corrispettivo
dell’acquisto trasferito dall’acquirente al fair value, ossia sulla base del valore
economico delle azioni.
Sappiamo che valore nominale e valore economico unitario di un’azione possono assumere
importi anche sensibilmente diversi;
 quanto alla seconda grandezza (fair value delle attività identificabili acquisite e delle
passività assunte dall’acquisita) utilizzata nel calcolo dell’avviamento (o del provento da
buon affare) in base ai principi contabili internazionali, essa differisce da quella prevista dalla
norma civilistica per la determinazione delle differenze di fusione:
o la normativa civilistica, per l’identificazione delle differenze di fusione, richiede di
impiegare la corrispondente frazione di patrimonio netto espressa a valore
contabile, portandola a sottrazione dell’aumento di capitale sociale realizzato;
o i principi contabili internazionali richiedono che la valorizzazione delle attività e
delle passività trasferite sia effettuata al relativo fair value (valore equo).
CAPITOLO 5 La scissione

5.1. Inquadramento dell’operazione

Come recitano i principi contabili nazionali (OIC 4), la scissione consiste:

– nella disaggregazione del patrimonio di una società (la scissa) in più quote; e
– nella loro assegnazione a più società, siano esse preesistenti (società beneficiarie) o
neocostituite (società scissionarie).

La disciplina civilistica è contenuta negli artt. da 2506 a 2506-quater c.c., che prescrivono un ampio
ambito di applicazione dell’operazione: mentre la regola comunitaria da cui trae origine la norma
interna contemplava unicamente casi di scissione totale, il recepimento ha previsto anche le ipotesi
di scissione parziale. A tal proposito:

 è definita totale (o propria) la scissione che prevede l’estinzione della società scissa e
quindi l’assegnazione totale del relativo patrimonio a due o più società preesistenti o
neocostituite (beneficiarie o scissionarie);
 è definita parziale (o impropria) la scissione che prevede che la società scissa continui ad
esistere dopo l’operazione e consiste quindi nell’assegnazione soltanto di una quota di
patrimonio a una o a più società preesistenti o neocostituite (beneficiarie o scissionarie).

Posto che l’ipotesi di scissione parziale presenta numerosi punti di contatto con l’operazione di
conferimento, nel primo caso il legislatore parla di “assegnazione” di una quota di patrimonio della
scissa e mai di “trasferimento” della stessa. Quanto agli elementi che distinguono la scissione dal
conferimento, di devono considerare due differenze di ordine formale e due differenze di ordine
sostanziale:

- la scissione comporta sempre la disaggregazione della società scissa, mentre il


conferimento può prevedere il trasferimento dell’intera azienda. Non è quindi possibile
procedere a un’operazione di scissione per la quale sia prevista un’unica società beneficiaria
o scissionaria e la contestuale estinzione della scissa;
- il conferimento può essere attuato anche da una persona fisica, mentre la scissione può
interessare soltanto le società;
- nel conferimento, il valore della società conferente resta integro, in quanto le attività
conferite vengono sostituite da partecipazioni e si assiste a una mutazione semplicemente
qualitativa nella composizione del patrimonio; la scissione, al contrario, provoca sempre
un’assegnazione definitiva della totalità o di una quota del patrimonio, generando di fatto
una variazione quantitativa della sua consistenza;
- guardando alle finalità economiche delle operazioni, nella scissione gli interessi extra-
aziendali dei soci possono avere un peso rilevante nella costruzione dell’operazione,
mentre nel conferimento tali interessi sono senza dubbio limitati.

Ulteriore elemento di differenza è rappresentato dal fatto che, mentre nella scissione le azioni o
quote di partecipazione nella/e società beneficiaria/e o scissionaria/e vengono attribuite ai soci
della società scissa e non alla società scissa stessa, nel conferimento le azioni o quote nella società
conferitaria sono attribuite alla società conferente e non direttamente ai suoi soci.

In ragione delle modalità attraverso le quali tali azioni o quote vengono ripartite tra i soci della
scissa, la scissione può essere realizzata in maniera:
- proporzionale, quando a ciascun socio della società scissa vengono attribuite azioni o
quote della/e beneficiaria/e o scissionaria/e in proporzione alla quota di partecipazione
detenuta nella società scissa;
- non proporzionale, in tutti gli altri casi.

Il documento OIC 4 prevede ulteriori modalità di classificazione dell’operazione:

- una scissione è detta asimmetrica quando, con il consenso unanime dei soci, si assegnano a
uno o più soci azioni o quote della società scissa, anziché azioni o quote di una delle
società beneficiarie;
- una scissione totale può inoltre essere definita omogenea, progressiva o regressiva (in
analogia a quanto previsto per le trasformazioni) a seconda della forma societaria delle
società beneficiarie o scissionarie;
- si parla di scissione per incorporazione in tutti i casi di scissione parziale con un’unica
società beneficiaria (preesistente). Normalmente, nei casi di scissione per incorporazione, è
la società beneficiaria a possedere partecipazioni nel capitale sociale della società scissa; nel
caso in cui invece sia la società scissa a partecipare nel capitale della società beneficiaria, si
parlerà di scissione inversa.

Esiste inoltre un singolarissimo caso di scissione parziale che prevede l’assegnazione alla/e
beneficiaria/e o scissionaria/e di una quota di patrimonio negativo: si parla in tal caso di scissione
negativa.

Inoltre, in caso di scissione totale a favore di due o più società beneficiarie (preesistenti) si configura
un’ipotesi particolare di fusione per incorporazione.

In analogia con quanto visto per la fusione, si riportano di seguito i principali effetti giuridici della
scissione:

 nel caso di scissione totale, si assiste all’estinzione della società scissa e, nel caso di
partecipazione all’operazione di società scissionaria, si accompagna la nascita della/e
società scissionaria/e stessa/e;
 trasferimento dalla società scissa alla/e beneficiaria/e o alla beneficiaria/e dell’intero
patrimonio (nel caso di scissione totale) o di una quota dello stesso (nel caso di
scissione parziale) e dei relativi rapporti giuridici a esso (o alla quota di esso)
riconducibili;
 assegnazione delle partecipazioni della/e società beneficiaria/e o scissionaria/e ai soci
della società scissa in maniera proporzionale o meno alla relativa partecipazioni nella
società scissa. Ciò avviene, tuttavia, soltanto nei casi di scissione simmetrica.

Infine, l’operazione di scissione può avvenire:

- tra società indipendenti, ossia tra società che non hanno alcun tipo di partecipazione
reciproca;
- tra società partecipate, nel caso in cui la società scissa e la/e società/e beneficiaria/e siano
già legate da rapporti di partecipazione nei rispettivi capitali sociali.
5.2. Finalità e benefici della scissione

Le finalità economiche e i benefici perseguibili attraverso un’operazione di scissione sono simili a


quelle che possono essere perseguite tramite operazioni di fusione, conferimento e cessione di
azienda. L’OIC 4 individua tre principali obiettivi perseguibili attraverso la scissione:

a. la suddivisione dell'originaria compagine sociale, con la ridefinizione dell'assetto


proprietario dell'impresa, con beneficiarie nuove o preesistenti ma con una attribuzione
non proporzionale delle loro azioni o quote e ove ogni socio della scissa diviene destinatario
delle azioni di una distinta beneficiaria. In questo caso si ha il trasferimento del controllo del
patrimonio della scissa, in quanto i suoi soci o gruppo di soci assumono il controllo su un
distinto patrimonio che prima faceva parte dell'unitario patrimonio della società scissa. Si
tratta del caso frequente di due o più soci che gestiscono per conto della medesima società
diversi rami aziendali e che, per i più svariati motivi, decidono di rompere il vincolo
societario che li lega in favore di una separazione dei rami stessi;
b. la riorganizzazione o ristrutturazione dell'impresa, con beneficiarie preesistenti (ed
appartenenti al medesimo gruppo) o neocostituite e con attribuzione proporzionale delle
azioni o quote delle beneficiarie. In questo caso manca l'elemento del trasferimento del
controllo sul patrimonio della scissa attribuito alle beneficiarie e si tratta quindi di
riorganizzazioni o ristrutturazioni fra società sotto un comune controllo. Si tratta del caso
frequente delle riorganizzazioni operative all’interno di un gruppo, a seguito delle quali uno
o più rami vengono assegnati alle beneficiarie o scissionarie, rivisitando la gestione
economica delle attività ad esse riconducibili, senza alterare i profili di partecipazione
societaria;
c. una particolare forma di cessione di azienda o un'operazione propedeutica ad una
cessione di azienda, attuata secondo uno dei seguenti schemi esemplificativi:
o mediante la scissione di un'azienda a favore di una scissionaria (dunque, una newco
o soggetto di nuova costituzione), le cui azioni o quote vengono poi vendute ad un
distinto gruppo;
o mediante la scissione di un'azienda ad una società preesistente (beneficiaria)
controllata da un diverso gruppo;
o mediante un'operazione propedeutica alla quotazione in borsa della società
beneficiaria.

Inoltre, un’operazione di scissione può rispondere alle seguenti ulteriori finalità:

 conferire autonomia giuridica a una business unit operante in precedenza all’interno della
società scissa (cd. spin-off). Una scelta di questo tipo potrebbe essere riconducibile;
o alla volontà di dismettere un ramo aziendale;
o al tentativo di ampliare, per quella specifica attività, le possibilità di ricorso a nuovo
capitale di rischio e di credito;
o a una maggiore responsabilizzazione del management;
 separare l’area operativa dell’impresa dal suo patrimonio immobiliare. In questo modo:
o si delimita il rischio di una specifica area di business;
o le compagini sociali possono essere suddivise a seconda del rischio sostenuto;
o il disegno strategico delle due aree può essere ricondotto a decisori autonomi;
 dirimere situazioni di dissidio interno tra i soci o gestire il passaggio generazionale
attraverso lo scioglimento delle compagini sociali “litigiose” o l’assegnazione ai diversi
membri della famiglia dei rami maggiormente vicini ai rispettivi interessi o competenze;
 attuare politiche di decentramento organizzativo (contrariamente al caso della fusione, che
si presta a fenomeni opposti di accentramento);
 avviare o dare seguito a un processo di crescita attraverso il conferimento di autonomia
giuridica alle aree, divisioni o funzioni presenti presso la società scissa, distinguendole
attraverso la costituzione di società scissionarie.

Nella prospettiva delle società beneficiarie, la scissione può rappresentare uno strumento di
crescita aziendale che, rispetto all’acquisto del ramo assegnato, evita l’esborso finanziario
prevedendo la restituzione del valore sotto forma di azioni o quote sociali. Sotto tale aspetto, è
evidente l’analogia con la fusione; rispetto ad essa, tuttavia, la scissione si presta a una maggiore
flessibilità permettendo eventualmente di acquisire solo una parte del patrimonio
dell’incorporanda/scindenda.

Scissione totale a favore di newco

Scissione parziale a favore di oldco


Scissione totale a favore di oldco

Scissione totale non proporzionale

Società A – scissa (si estingue)


Attività 1.000 Capitale sociale 1000
di cui: di cui:
- 600 (valore corrente 1.200) - 60% del socio X
- 400 (valore corrente 800) - 40% del socio Y

Newco B – beneficiaria Newco C – beneficiaria


Attività 600 Capitale sociale: 100% di X 1.000 Attività 400 Capitale sociale: 100% di Y 400
5.3. La procedura di scissione e i documenti previsti dalla normativa civilistica

Principali fasi del procedimento di scissione

A. Redazione da parte degli organi amministrativi delle società partecipanti alla scissione (e
quindi dei soli amministratori della società scindenda se le società beneficiarie sono di nuova
costituzione) dei seguenti documenti:
a. Progetto di scissione ( art. 2506-bis che richiama l'art. 2501- ter del Codice Civile):
Anche per la scissione il progetto ha l'obiettivo di definire le condizioni e le
caratteristiche dell'operazione da sottoporre all'approvazione dell'assemblea dei
soci della scissa e delle beneficiarie preesistenti e costituisce un documento unico,
nonostante sia formalmente presentato dall'organo amministrativo sia della scissa
che delle beneficiarie.
Il contenuto minimo è dettato, anche per le scissioni, dall' art. 2501-ter del Codice
Civile ed include, nei casi in cui sia applicabile (nella normalità dei casi: nelle scissioni
con beneficiarie preesistenti e nelle scissioni non proporzionali, anche con
beneficiarie neo-costituite) l'indicazione del rapporto di cambio delle azioni o quote,
nonché l'eventuale conguaglio in denaro.
Vi è poi una parte obbligatoria che non è prevista per le fusioni; il progetto di
scissione deve contenere:
i. l'"esatta" descrizione degli elementi patrimoniali da assegnare a ciascuna
delle società beneficiarie;
ii. le modalità di assegnazione delle azioni o quote delle società beneficiarie
ai soci della società scindenda. Se il criterio di assegnazione non è quello
"proporzionale" occorre espressamente prevedere che i soci dissenzienti
hanno il diritto di far acquistare le proprie partecipazioni per un
corrispettivo pari a quello previsto in ipotesi di recesso, indicando coloro a
cui carico è posto l'obbligo di acquisto (art. 2506- bis del Codice Civile);
b. Situazioni patrimoniali delle società partecipanti alla scissione (art. 2506- ter che
richiama l' art. 2501-quater del Codice Civile )
Le situazioni patrimoniali devono essere predisposte ad una data non anteriore di
oltre centoventi giorni dal giorno del deposito del progetto di scissione nella sede
della società. Nei casi in cui la data di chiusura dell'ultimo esercizio non sia anteriore
di oltre sei mesi a quella del deposito sopra indicato le situazioni patrimoniali
possono essere sostituite dal bilancio dell'ultimo esercizio.
La situazione patrimoniale può non essere depositata, purché vi sia a riguardo
consenso unanime dei soci e degli eventuali altri possessori di strumenti finanziari
con diritto di voto coinvolti nell’operazione;
c. Relazione dell'organo amministrativo ( art. 2506-ter che richiama l'art. 2501-
quinquies del Codice Civile)
La relazione deve illustrare e giustificare, sotto il profilo giuridico ed economico, il
progetto di scissione ed in particolare il rapporto di cambio delle azioni o delle
quote, indicando i criteri di determinazione di detto rapporto e segnalando le
eventuali difficoltà di valutazione dei patrimoni delle società che partecipano alla
scissione.
Inoltre, secondo quanto previsto dall'art. 2506- ter del Codice Civile, la relazione
deve:
i. illustrare i criteri di distribuzione delle azioni o quote;
ii. indicare il valore effettivo del patrimonio netto assegnato alle società
beneficiarie e di quello che eventualmente rimanga alla società scissa (in
caso di scissione parziale).
B. Redazione da parte di uno o più esperti indipendenti di una relazione sulla congruità del
rapporto di cambio delle azioni o quote ( art. 2506-ter che richiama l'art. 2501- sexies del
Codice Civile)
Uno o più esperti devono redigere una relazione sulla congruità del rapporto di cambio,
esprimendo inoltre un parere sull'adeguatezza del metodo o dei metodi adottati dall'organo
amministrativo.
L'art. 2501- sexies del Codice Civile definisce inoltre le modalità di scelta dell'esperto e la sua
responsabilità. L'art. 2506- ter , comma 3 del Codice Civile prevede che la relazione in
oggetto non sia richiesta quando la scissione avviene mediante la costituzione di una o più
nuove società e non siano previsti criteri di attribuzione delle azioni o quote diversi da
quello proporzionale. Non è neppure richiesta nelle ipotesi di scissa interamente
posseduta dalla beneficiaria o posseduta per una quota non inferiore al 90% (se i soci
minoritari hanno riconosciuto il diritto di far acquistare le proprie quote/azioni).
C. Deposito dei documenti ( art. 2506-bis che richiama l'art. 2501- septies del Codice Civile)
I documenti descritti nei precedenti punti A e B ed i bilanci degli ultimi tre esercizi delle
società partecipanti alla scissione (scindenda e beneficiarie già esistenti) con le relazioni dei
soggetti cui compete l'amministrazione e il controllo contabile, devono restare depositati in
copia nella sede delle società partecipanti alla scissione durante i trenta giorni che
precedono la data dell'assemblea che deve deliberare la scissione.
Il progetto di scissione deve essere inoltre depositato, secondo quanto previsto dall'art.
2506- bis che richiama l'art. 2501- ter del Codice Civile, per l'iscrizione nel Registro delle
imprese del luogo ove hanno sede le società partecipanti alla scissione; l'iscrizione deve
avvenire almeno trenta giorni prima dalla data fissata per la decisione in ordine alla
scissione.
D. Decisione in ordine alla scissione ( art. 2506-ter che richiama l'art. 2502 del Codice Civile)
Ciascuna società partecipante alla scissione procede all'approvazione del progetto di
scissione, decidendo pertanto in ordine alla scissione.
L'art. 2502 del Codice Civile definisce le formalità e le maggioranze necessarie per la
decisione in ordine alla scissione; per le società di capitali si applicano le norme previste per
la modificazione dello statuto o dell'atto costitutivo.
La delibera di scissione deve essere depositata per l'iscrizione nel Registro delle imprese
entro trenta giorni dalla data della decisione.
E. Attuazione della scissione; stipula e sottoscrizione dell'atto di scissione ( art. 2506-ter che
richiama gli artt. 2503 e 2504 del Codice Civile)
Dalla data di iscrizione nel Registro delle imprese della delibera di scissione devono
decorrere sessanta giorni perché la scissione possa avere attuazione.
L'art. 2503, infatti, indica in tale periodo il lasso temporale nel quale i creditori delle società
partecipanti alla scissione possono opporsi alla scissione.
Trascorsi i sessanta giorni viene stipulato dalle società partecipanti alla scissione l'atto di
scissione, che va depositato entro trenta giorni presso l'ufficio del registro delle imprese ove
è posta la sede di tutte le società partecipanti alla scissione.
Gli effetti legali della scissione si producono a partire dalla data dell’ultima delle iscrizioni
previste e possono essere postdatati solo nel caso di scissione per incorporazione con
società beneficiarie preesistenti. Dal momento della produzione degli effetti legali,
l’invalidità dell’operazione non può più essere pronunciata: i soci e i terzi eventualmente
danneggiati possono ricorrere soltanto alle azioni di risarcimento per danno.

Come si evince da quanto sopra riportato, le previsioni normative relative alla procedura di
scissione sono modellate e riprese da quelle previste per la fusione. Il legislatore, tuttavia,
introduce alcuni aspetti distintivi, tra cui si richiamano i seguenti:

– i soggetti che possono partecipare all’operazione sono i medesimi previsti per la fusione, con
l’unica eccezione delle società in liquidazione che abbiano già iniziato la distribuzione
dell’attivo, le quali non possono quindi realizzare operazioni di scissione;
– non è esteso alle scissioni il dimezzamento dei tempi procedurali di cui all’art. 2505-quater,
concesso alle fusioni a cui non prendono parte società azionarie;
– nel caso di scissione non proporzionale, ai soci dissenzienti è riconosciuta la facoltà di
cedere le proprie partecipazioni e di identificare altresì i soggetti obbligati all’acquisto
delle stesse;
– nel progetto di scissione devono essere tassativamente precisati i componenti patrimoniali
che saranno “assegnati” con l’operazione, le relative società beneficiarie e gli eventuali
conguagli in denaro previsti. Qualora nel progetto di scissione sia omessa l’indicazione in
merito all’assegnazione delle attività e delle passività della scissa, è l’OIC 4 a stabilire in via
presuntiva i regimi di solidarietà che si instaurano:
o in caso di scissione totale:
a) i componenti attivi si presumono assegnati proporzionalmente alle società
beneficiarie;
b) i componenti passivi obbligano in solido le società beneficiarie per le relative
obbligazioni;
o in caso di scissione parziale:
a) i componenti attivi si presumono destinati a permanere nel patrimonio della
società scissa;
b) i componenti passivi obbligano in solido sia le società beneficiarie (nei limiti
del valore effettivo del patrimonio netto assegnato) che la società scissa per
le relative obbligazioni.
L’eventuale conguaglio in denaro non può mai essere superiore al 10% del valore nominale
delle azioni o quote attribuite.

5.4. Aspetti contabili della scissione

Nella prospettiva della società scissa, l’obiettivo delle scritture contabili di scissione consiste:

– nella riduzione del relativo patrimonio;


– nell’assegnazione dello stesso patrimonio alle società beneficiarie.

Nella prospettiva delle società beneficiarie/scissionarie, sotto il profilo contabile si assiste


tipicamente al sorgere di differenze di scissione, la cui origine e natura economica sono analoghe a
quanto visto in materia di fusione, salvo la seguente particolarità:

– nell’operazione di scissione, il disavanzo da annullamento si determina soltanto con


riguardo a una frazione del patrimonio netto della scissa (che può non coincidere con la
quota di patrimonio detenuta) e per tale ragione ricostruirne la natura può risultare più
arduo rispetto al caso della fusione. Tale disavanzo deve essere attribuito in analogia con
quanto previsto in materia di fusione.

Circa la natura e il significato delle differenze da concambio e degli avanzi da scissione valgono
considerazioni analoghe a quanto visto in tema di fusione.

Problematiche di valutazione

Prima di procedere alle rilevazioni contabili relative all’operazione di scissione, è necessario


condurre una valutazione dei sistemi aziendali che compongono la società scissa e che saranno
oggetto di assegnazione. Per quanto tale valutazione sia, in via teorica, prodromica alla
determinazione del rapporto di cambio e, pertanto, apparentemente necessaria solo nel caso in
cui le società beneficiarie siano già esistenti, la normativa richiede che una valutazione del
patrimonio effettivo assegnato sia effettuata anche nel caso in cui la scissione avvenga
unicamente a beneficio di società scissionarie (dunque neocostituite). Tale previsione risponde a
due ordini di ragioni:

– tutela della veridicità e correttezza dei valori contabili che verranno iscritti nei bilanci
individuali delle società scissionarie;
– delimitazione della responsabilità fra le società coinvolte nell’operazione di scissione. A tal
proposito, va ricordato che, in base all’art. 2506-quater c.c., “ciascuna società è solidalmente
responsabile, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto,
dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico”.

Quanto ai metodi di valutazione da applicare per la stima del valore economico dei rami d’azienda
interessati dall’operazione, è necessario tenere conto di due aspetti di fondamentale importanza in
ipotesi di scissione:

 in virtù della responsabilità solidale sui debiti della scissa, è necessario che vi sia una
coerenza valutativa tra i diversi rami in cui si divide la scissa stessa;
 nel caso di società beneficiarie, è necessario che vi sia coerenza valutativa tra il ramo
aziendale assegnato e la società beneficiaria stessa.

Retrodatazione degli effetti contabili

Per quanto il codice civile non rilevi differenze tra fusione e scissione in ordine alla retrodatazione
degli effetti contabili, è opportuno segnalare che la norma tributaria (art. 173 TUIR) prevede che la
retrodatazione ai fini fiscali operi:

 limitatamente ai casi di scissione totale; e


 a condizione che vi sia coincidenza tra la chiusura dell’ultimo periodo di imposta della
società scissa e delle beneficiarie/scissionarie e per la fase posteriore a tale periodo.

Pertanto, nel caso di scissione parziale, benché permanga la facoltà di ricorrere alla retrodatazione ai
soli fini contabili, l’impossibilità di ottenere un riconoscimento ai fini fiscali determina il venir meno
dei benefici in termini di adempimenti amministrativi connessi alla scelta (redazione del bilancio di
chiusura e presentazione di apposita dichiarazione dei redditi). Inoltre, dato che gli effetti contabili
della retrodatazione devono essere considerati per ciascuna beneficiaria, sorge l’esigenza di
predisporre la tenuta di contabilità sezionali per ciascun ramo d’azienda trasferito al fine precipuo di
operare correttamente il trasferimento di costi, ricavi e margini in corso di formazione.

In sostanza, la retrodatazione può rappresentare un’opzione semplificatrice solo in ipotesi di


scissione totale.
Scissione totale

La scissione totale rappresenta il caso di più semplice attuazione sul piano contabile. Prevedendo
l’estinzione della società scissa in via contestuale all’assegnazione del suo integrale patrimonio, di
fatto, l’operazione si presenta come un trasferimento contabile:

– nel caso di coincidenza fra effetti reali ed effetti contabili, delle sole poste patrimoniali;
– in ipotesi di retrodatazione degli effetti contabili, anche delle poste di conto economico.

Sul piano delle finalità, la scissione totale mira principalmente alla separazione della scissa in due o
più rami aziendali con l’obiettivo di conferire loro autonomia patrimoniale e giuridica.

In questo senso, se gli effetti dell’operazione sono programmabili con un certo anticipo, è opportuno
che siano tenute contabilità sezionali separate per ciascun ramo d’azienda. Qualora dalle risultanza
di queste ultime non sia possibile dedurre con esattezza la destinazione di determinate poste
contabili, l’OIC 4 richiede che siano applicati i seguenti criteri di ripartizione:

- i costi generali amministrativi e di vendita (compresi i "costi di sede centrale") sono


imputati tenendo nel debito conto le caratteristiche dell'attività svolta da ciascuna azienda
(o ramo aziendale);
- i costi generali di natura finanziaria sono ripartiti in proporzione agli oneri finanziari
relativi ai finanziamenti utilizzati da ciascuna azienda;
- gli accantonamenti e i relativi fondi per rischi ed oneri vanno attribuiti alle aziende alle
quali si riferisce il relativo rischio o onere;
- gli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto e ai fondi pensione e gli
accantonamenti correnti per il personale (tredicesime, ferie e relativi oneri sociali) seguono i
dipendenti o i lavoratori autonomi ai quali essi si riferiscono;
- gli oneri tributari sono commisurati al risultato economico risultante per ciascun
complesso aziendale.

Scissione totale con retrodatazione degli effetti contabili e partecipazione di società scissionarie
neocostituite [es. 5.1]

Scissione totale con retrodatazione degli effetti contabili e partecipazione di una società beneficiaria
già esistente e di una scissionaria neocostituita [es. 5.2]

La scissione parziale

L’ipotesi della scissione parziale prevede che la scissa, a seguito dell’operazione, continua ad
esistere. Sotto il profilo contabile, si assiste alla “scorporazione” di attività e passività (solitamente,
un ramo aziendale) e alla loro assegnazione a una o più società beneficiaria/e o scissionaria/e.

Come già affermato, per i casi di scissione parziale la retrodatazione degli effetti contabili – benché
teoricamente percorribile – non trova in genere applicazione a causa della preclusione prevista dalle
norme tributarie.

La principale problematica valutativa relativa alla scissione parziale giace nella necessaria riduzione
di patrimonio netto che dovrà interessare la società scissa. L’unico caso in cui non si assiste a tale
fattispecie è quello, assai raro, in cui il valore contabile delle attività assegnate coincide con quello
delle relative passività, ossia il ramo aziendale presenta un patrimonio netto contabile nullo. In tutti
gli altri casi, la società scissa dovrà rilevare una contrazione del proprio patrimonio netto in uno dei
seguenti modi:

 riducendo il proprio capitale sociale;


 imputando il trasferimento patrimoniale a diminuzione delle riserve disponibili;
 utilizzando le riserve disponibili per quanto capienti e, per il differenziale residuo,
riducendo il capitale sociale.

I risvolti contabili dell’operazione di scissione possono essere ulteriormente complicati dalla


presenza di un vincolo partecipativo tra le società partecipanti alla scissione.

Inoltre, nel caso di scissione parziale infra-annuale, la scissa, che continua ad esistere, non deve
procedere alla chiusura dei conti, ma è tenuta a rilevare soltanto le operazioni di assestamento
(ammortamento, svalutazioni, etc.) relative all’entità patrimoniale oggetto di assegnazione.

Infine, quando tra i soci destinatari delle quote o azioni della società beneficiaria e/o scissionaria è
presente una società si creano implicazioni contabili relative alla proporzionalità (o meno) della
scissione. In particolare:

 se la scissione è proporzionale, la beneficiaria continua a possedere la medesima quota nella


scissa (ovvero, non si riduce la percentuale di possesso, ma si contrae proporzionalmente il
valore della partecipazione);
 se la scissione è non proporzionale, si annulla completamente la partecipazione, in caso di
separazione dei patrimoni tra i vecchi soci della scissa.

Nel caso di scissione parziale e proporzionale, in presenza di vincoli partecipativi, le operazioni


contabili da porre in essere sono così sintetizzabili:

 per la società scissa:


o eliminazione integrale delle attività e delle passività riconducibili al ramo d’azienda
assegnato o, comunque, delle entità patrimoniali assegnate;
o corrispondente riduzione del patrimonio netto, utilizzando – per quanto capienti –
prima le riserve e poi provvedendo ad abbattere il capitale sociale.
 per la società beneficiaria:
o iscrizione delle attività e delle passività riconducibili al ramo aziendale assegnato;
o riduzione proporzionale dei vincoli partecipativi nella scissa;
o registrazione di eventuali differenze da annullamento;
o aumento di capitale sociale, assumendo come base di calcolo il valore economico
del ramo aziendale (o delle entità patrimoniali) assegnato di spettanza dei soci terzi;
o registrazione di eventuali differenze da concambio.

Esempi

Scissione parziale con coincidenza degli effetti reali e contabili e assenza di vincoli partecipativi,
senza considerazione degli effetti della fiscalità differita  emergeranno differenze di scissione da
concambio [es. 5.3]

Scissione parziale con coincidenza degli effetti reali e contabili e assenza di vincoli partecipativi, con
considerazione degli effetti della fiscalità differita  emergeranno differenze di scissione da
concambio [es. 5.4]
Scissione parziale proporzionale con coincidenza degli effetti reali e contabili e presenza di vincoli
partecipativi non totalitari  emergeranno differenze di scissione da concambio e da annullamento
[es. 5.5]

Scissione parziale non proporzionale con coincidenza degli effetti reali e contabili e presenza di
vincoli partecipativi non totalitari  emergeranno differenze di scissione da concambio e da
annullamento [es. 5.6]

Il conguaglio in denaro

Come già anticipato, nel progetto di scissione è possibile affiancare al rapporto di cambio un
conguaglio in denaro che, in base al disposto dell’art. 2501-ter, co. 1, n. 3, c.c., non può essere
superiore al 10% del valore nominale delle azioni o delle quote assegnate.

La funzione del conguaglio è quella di:

– evitare la fissazione di un rapporto di cambio "frazionario”;


– consentire agli amministratori delle società partecipanti all'operazione di semplificare le
operazioni di concambio;
– evitare la formazione di squilibri tra le assegnazioni.

Il limite fissato dal legislatore (10% del valore nominale delle azioni o delle quote assegnate) ha la
funzione di evitare che un conguaglio eccessivamente elevato riduca in modo determinante il
valore della partecipazione del socio nella società beneficiaria (o incorporante), evitando così che il
conguaglio possa essere utilizzato intenzionalmente dalla maggioranza come strumento per
escludere soci indesiderati e, al contempo, impedendo la possibilità di esercitare un sostanziale
recesso, senza il rispetto delle norme previste per tale istituto.

Scissione totale con conguaglio in denaro [es. 5.7]

La scissione inversa

È definita inversa l’operazione di scissione realizzata tra una scissa e una beneficiaria, dove la prima
possiede partecipazioni nella seconda ed esse rappresentano oggetto dell’assegnazione.

I riflessi contabili di tale ipotesi sono molto simili a quelli visti per la fusione inversa:

– le partecipazioni vengono inizialmente assegnate e guadagnano la qualità di “azioni


proprie”;
– le azioni proprie dovranno poi essere annullate e portate a riduzione del capitale
sociale (appena aumentato) della beneficiaria stessa.

Non è detto che una partecipazione della scissa nella beneficiaria generi sempre un caso di scissione
inversa: qualora, infatti, le partecipazioni non siano oggetto di assegnazione, esse rimangono
esterne all’operazione e continuano a essere esposte tra le attività della società scissa anche dopo
l’operazione di scissione.

[es. 5.8]

Nel caso di scissione inversa, gli effetti contabili dell’operazione possono essere così sintetizzati:
 per la società scissa:
o eliminazione integrale delle attività e delle passività riconducibili al ramo d’azienda
assegnato o, comunque, delle entità patrimoniali assegnate, ivi compresa la
partecipazione nella società beneficiaria;
o corrispondente riduzione del patrimonio netto, utilizzando – per quanto capienti –
prima le riserve e poi provvedendo ad abbattere il capitale sociale.
 per la società beneficiaria:
o iscrizione delle attività e delle passività facenti capo al ramo aziendale assegnato o,
comunque, delle entità patrimoniali assegnate, ivi compresa la partecipazione,
iscritta sotto forma di “azioni proprie”;
o aumento di capitale sociale, prendendo come base di calcolo l’intero valore
economico del ramo aziendale (e/o delle entità patrimoniali) assegnato;
o registrazione di eventuali differenze di scissione da concambio;
o annullamento delle azioni proprie, ricordando di ridurre il capitale sociale di un
valore contabile pari a quello che esse rappresentavano prima di essere oggetto di
assegnazione;
o registrazione di eventuali differenze di scissione da annullamento, emerse a seguito
dell’annullamento delle azioni proprie;
o allocazione delle differenze di scissione (da concambio e da annullamento)
eventualmente emerse.

Scissione negativa

Si qualifica un caso di scissione negativa quando l’oggetto dell’assegnazione è rappresentato da un


patrimonio netto contabile negativo, ovvero un patrimonio in cui le passività trasferite superano
per importo il valore contabile netto delle corrispondenti attività.

Le situazioni più frequenti che portano ad attuare una scissione negativa possono riguardare:

– l’apporto di immobilizzazioni in parte o in tutto ammortizzate, accompagnate dai relativi


debiti che per importo superano il valore residuo dei corrispondenti beni;
– società di persone dove sono stati eseguiti prelevamenti dai soci più elevati rispetto
all’ammontare del patrimonio netto (in questo caso, tipicamente, l’ammontare del credito
verso soci non si trasferisce alla beneficiaria generando un patrimonio netto contabile
negativo;
– la separazione degli elementi strategici dell’impresa da quelli ritenuti non strategici –
continuando a gestire i primi e procedendo alla liquidazione dei secondi.

Il principio contabile OIC 4 (par. 4.3.3) riconosce la realizzabilità di questa operazione, a condizione
che:

 il valore economico del complesso aziendale trasferito sia positivo;


 la società assegnataria sia una beneficiaria già esistente.

Lo stesso OIC 4 fornisce una prima indicazione in ordine alla rilevazione contabile dell’operazione
nella prospettiva della società scissa, stabilendo che l’assegnazione di un patrimonio netto
negativo si concretizza nell’iscrizione di una riserva comunemente definita “riserva da scissione”. Il
documento nazionale, tuttavia, non si espone riguardo alle modalità di rilevazione dell’operazione
nella prospettiva della società beneficiaria.
Il Consiglio Notarile del Triveneto, esprimendosi sulla liceità civilistica della scissione negativa, ha
riconosciuto in pieno la validità delle condizioni poste dall’OIC 4 per la fattibilità dell’operazione.
Inoltre, si è pronunciato suggerendo come soluzioni contabili alternative per la società beneficiaria:

– la riduzione delle riserve di patrimonio netto (se insufficienti, procedendo in seguito alla
riduzione del capitale sociale);
– oppure, la rilevazione in conto economico di una minusvalenza di importo pari al saldo
contabile negativo ricevuto.

Questa soluzione appare del tutto coerente con le ipotesi poste dall’OIC 4: l’obbligo di assegnare il
patrimonio netto contabile negativo a una beneficiaria preesistente è infatti da intendersi funzionale
all’assorbimento del saldo contabile negativo nel patrimonio netto della beneficiaria stessa.

Tuttavia, non si concorda con l’impostazione appena delineata. A questo proposito, non bisogna
dimenticare che l’assegnazione di un ramo d’azienda a una società neocostituita (scissionaria)
impone una perizia di stima sulla sussistenza effettiva del relativo patrimonio e che il patrimonio
netto contabile negativo (e il contestuale valore economico positivo) potrebbe essere associato alla
presenza di:

– maggiori valori correnti dell’attivo non rilevati in contabilità;


– e/o di un avviamento, non espresso nei dati di bilancio della scissa.

Pertanto, in tali circostanze non si ravvisano ostacoli di sorta al trasferimento del ramo d’azienda
scisso – con patrimonio netto contabile negativo – a favore di una società scissionaria
neocostituita. Quest’ultima potrà dare evidenza nella propria contabilità del maggior valore
dell’attivo e dell’avviamento non rilevati antecedentemente nella scissa, purché nei limiti delle
risultanze emerse nella perizia di stima.

D’altro canto, il divieto dell’OIC 4 relativo alla scissione negativa a favore di società neocostituite
potrebbe agevolmente essere aggirato mediante una duplice operazione – del tutto coerente con
la normativa vigente – che determinerebbe i medesimi effetti sostanziali (e contabili) di una
scissione negativa:

 conferimento del ramo d’azienda a favore di una newco, a fronte dell’iscrizione delle
azioni ricevute in cambio nell’attivo della scissa;
 assegnazione, da parte della scissa, di tali azioni ai soci con corrispondente riduzione del
relativo patrimonio netto contabile.

In definitiva, si ritiene che l’unica effettiva condizione affinché una scissione negativa possa essere
attuata è la sussistenza di un valore economico positivo del complesso aziendale trasferito, mentre
non si ravvisa alcuna preclusione al fatto che la destinataria possa essere rappresentata da una
società neocostituita.

[es. 5.9]
CAPITOLO 6 La cessione d’azienda

6.1. Inquadramento dell’operazione

Si configura una cessione d’azienda quando un soggetto (cedente) trasferisce, dietro corrispettivo,
la proprietà della propria azienda ad un altro (cessionario). Sia il cedente che il cessionario possono
essere imprenditori individuali o collettivi (società di persone o di capitali). Nel caso in cui l’oggetto
della cessione non sia rappresentato dall’azienda ma da una mera pluralità di beni non si applica la
disciplina della cessione di azienda.

L’operazione di cessione d’azienda è generalmente classificata come una modalità per realizzare
trasferimenti e aggregazioni aziendali (business combination), analogamente alle operazioni di
conferimento, fusione e scissione. Si tratta di un’operazione caratterizzata dalla totale cessazione di
qualsiasi legame fra il cedente e l’azienda ceduta, distinguendosi in questo senso dal conferimento
d’azienda, che invece permette di mantenere un legame, ancorché “indiretto”, fra conferente e
azienda conferita.

Il corrispettivo della cessione è generalmente rappresentato da denaro.

Nel caso in cui il corrispettivo fosse rappresentato da altri beni (ad esempio, immobili, azioni o
quote), si configurerebbe una permuta di beni in natura, ma la qualificazione dell’operazione e la
relativa disciplina non cambierebbero.

Anche se il corrispettivo fosse rappresentato da azioni dell’acquirente, si configurerebbe una


cessione d’azienda, a meno che le azioni o quote attribuite al cedente originino da un aumento di
capitale sociale tacitato mediante apporto dell’azienda, nel qual caso si configurerebbe un
conferimento. Laddove fosse identificabile una cessione d’azienda, tuttavia, verrebbe meno la
cessazione del legame tra cedente e azienda ceduta, che solitamente ne rappresenta una delle
principali caratteristiche.

La valutazione del capitale economico, in caso di cessione d’azienda, non è condizionata da norme
poste a tutela degli interessi dei terzi (come nel caso del conferimento) e non deve tener conto della
valutazione del corrispettivo (come nei casi di fusione e scissione).

La cessione d’azienda, sotto il profilo giuridico riveste la natura di contratto di compravendita:

– è disciplinata dagli articoli 2556 e seguenti del codice civile;


– non è regolata da alcun principio contabile nazionale.

6.2. Motivazioni e finalità della cessione d’azienda

In generale, è possibile distinguere:

– motivazioni aziendali, legate a scelte strategiche finalizzate alla creazione di valore (ad
esempio, acquisizione di un diretto concorrente per aumentare la quota di mercato;
azienda in crisi che decide di cedere un ramo di attività per avviare un processo di
ristrutturazione aziendale);
– motivazioni extra-aziendali, che non sono direttamente legate alle logiche di creazione
di valore economico-finanziario (ad esempio, il cedente potrebbe aver smarrito ogni
energia decisionale per ragioni di carattere personale oppure l’acquirente potrebbe
decidere di acquistare un’azienda per ragioni emotive, eventualmente per riprendere il
controllo di un’azienda familiare).
Nella prospettiva del cedente, le principali motivazioni di un’operazione di cessione d’azienda sono
così individuabili:

– scelta strategica. In particolare, il cedente potrebbe:


o ove prevalga la prospettiva dell’investitore, tesa a massimizzare la profittabilità del
proprio portafoglio di investimenti, riallocare i propri investimenti in altre attività
giudicate più profittevoli;
o ove prevalgano considerazioni imprenditoriali, tese a migliorare la performance
dell’azienda, cedere un ramo di attività al fine di focalizzare l’attenzione del
management sul core business aziendale o di abbandonare prontamente segmenti o
aree di affari per cui si prospetta un declino;
– rimedio a situazioni di crisi aziendale. In tal caso, la cessione d’azienda potrebbe essere
strumentale al reperimento di risorse necessarie alla ristrutturazione aziendale. Si tratta di
soluzioni incentivate dalla più recente legislazione in materia di crisi d’impresa che possono
riguardare sia aziende in perdita (cedute per frenare il flusso di risorse assorbito dalle stesse)
sia azienda redditizie (cedute al fine di reperire congrue risorse da reinvestire nel core
business);
– offerta non rifiutabile. Talvolta il cessionario è disponibile a pagare un prezzo
significativamente superiore rispetto al valore attuale dei flussi di cassa o di reddito che
l’imprenditore cedente sarebbe in grado di ottenere in futuro tramite la gestione
dell’azienda. Tali situazioni, tralasciando casi limite di irrazionalità economica, possono
dipendere da significative discrepanze tra il valore attribuito all’azienda dal cedente e dal
cessionario, con quest’ultimo che potrebbe essere disposto a un significativo esborso, ad
esempio, al fine di entrare in un determinato mercato, di eliminare il concorrente, di
ricombinare gli asset aziendali secondo modalità giudicate più profittevoli, etc.;
– motivazioni soggettive e criticità di governance. Le criticità di governance potrebbero
dipendere, ad esempio, da situazioni di passaggio generazionale in cui vengano a mancare
successori giudicati adatti a continuare l’attività imprenditoriale, oppure da insanabili
contrasti tra i soci che compromettono irrimediabilmente il mantenimento di un indirizzo
unitario nella gestione aziendale.

Specularmente, nella prospettiva del cessionario, le principali motivazioni di un’operazione di


cessione d’azienda possono essere ricondotte alle seguenti categorie:

– concentrazione orizzontale. L’acquisizione di aziende già avviate rappresenta un tipico


strumento per mettere in atto strategie di crescita per via esterna tese all’ottenimento di
benefici economici (crescita relativamente rapida, aumento della quota di mercato,
sfruttamento delle economie di scale), finanziari (condizioni di credito più vantaggiose) e
strategici (accesso a nuovi settori o mercati con forti barriere all’ingresso, eliminazione di
potenziali concorrenti);
– concentrazione verticale. L’acquisizione di clienti e/o fornitori dell’azienda può rispondere a
logiche economiche (assorbimento dei relativi margini di profitto) o strategiche
(ottenimento di forniture più certe e puntuali, monitoraggio più immediato del mercato di
sbocco);
– diversificazione. Si tratta di una politica tesa a ridurre il rischio globale dell’impresa;
– acquisizione di risorse strategiche. L’acquisizione potrebbe rappresentare un modo veloce
ed efficiente per ottenere risorse particolarmente rilevanti o difficili da imitare o da generare
internamente (ad esempio, tecnologie, brevetti, know-how, capitale umano, etc.) presenti in
capo all’azienda acquisita;
– impiego di risorse finanziarie eccedenti. In tal caso, prevalgono logiche finanziarie tese alla
massimizzazione dei ritorni attesi o alla diversificazione del rischio.
– desiderio di notorietà e potere da parte del management. È un’ipotesi che si inserisce
nell’ambito di un tipico rapporto principale-agente, per cui a fronte di benefici sicuri e
immediati per il management, gli azionisti potrebbero subire conseguenze negative a
distanza di tempo qualora le sinergie ipotizzate in sede di pianificazione dell’operazione non
dovessero verificarsi.

6.3. Aspetti valutativi

Il prezzo di cessione dell’azienda rappresenta la risultante di due elementi: il valore economico


dell’azienda stessa e la forza contrattuale delle parti. Il valore economico così inteso non tiene conto
della natura delle parti e degli interessi in gioco, ma risponde unicamente alla finalità di fornire una
valutazione neutra e quanto più obiettiva del complesso aziendale, valida per tutti i potenziali
acquirenti. Proprio con riferimento a questa grandezza, la cessione presenta delle caratteristiche del
tutto peculiari rispetto alle altre operazioni straordinarie: infatti, è necessario stimare nel modo più
accurato possibile il valore economico dell’azienda oggetto di cessione in termini assoluti, al fine di
fornire una base di partenza affidabile per la negoziazione. Nel caso delle altre operazioni
straordinarie, invece, la stima del valore economico serve a stimare il valore relativo dei complessi
aziendali interessati dall’operazione.

+ Valore economico concordato dell’azienda

– Attività non cedute

+ Passività non accollate

= Prezzo effettivo di cessione


Il prezzo di cessione, determinato a partire dalla valutazione del capitale economico ed influenzato
dal potere contrattuale dei contraenti, rappresenta un elemento fondamentale ai fini del calcolo
dell’eventuale avviamento, che rappresenta la parte di corrispettivo riconosciuta al cedente a titolo
oneroso non attribuibile ai singoli elementi patrimoniali acquisiti di un’azienda ma piuttosto
riconducibile al suo valore intrinseco. Al fine di giungere alla determinazione dell’avviamento, sarà
necessario:

 quantificare la differenza tra il prezzo di cessione e il valore del patrimonio netto contabile
dell’azienda trasferita;
 allocare tale differenza attraverso l’identificazione e la valutazione a valori correnti delle
attività e delle passività dell’impresa aggregata;
 una volta determinata la differenza fra il prezzo di cessione e il valore del patrimonio netto a
valori correnti, eliminare la parte eventualmente riconducibile a “cattivo affare” e iscrivere il
residuo ad “avviamento”.
L’avviamento si iscrive nell’attivo patrimoniale tra le immobilizzazioni immateriali (voce B.I.5) e si
ammortizza su di un orizzonte temporale di dieci anni, salvo che in nota integrativa vengano
adeguatamente motivate le ragioni che inducono a ritenere opportuno un più ampio orizzonte
temporale di ammortamento.

Per quanto attiene alla disciplina propria dei principi contabili internazionali, è opportuno
sottolineare che la cessione di azienda – proprio in virtù del regolamento in denaro del prezzo
pattuito per l’azienda e dell’interruzione di qualsiasi legame tra cedente e azienda ceduta – rientra
di fatto sempre nella sfera delle business combination nell’accezione di cui all’IFRS 3. Con la
cessione di azienda, infatti, si realizza nella generalità dei casi il trasferimento del controllo del
complesso aziendale, salvo che la cessione di azienda intervenga all’interno dello stesso gruppo (ma
si tratta di ipotesi rara).

Per quanto attiene ai riflessi contabili dell’operazione, non si riscontrano differenze significative tra
le modalità di rilevazione adottate in ambito nazionale (civilistico) rispetto a quelle previste dagli
IFRS. Nel caso, largamente maggioritario, in cui il corrispettivo della cessione sia rappresentato da
liquidità, non vi sarà alcuna differenza fra l’ammontare del corrispettivo e il fair value del
corrispettivo stesso, richiesto dall’IFRS 3 ai fini della determinazione del valore di avviamento
proprio del complesso aziendale trasferito. L’unica sostanziale differenza attiene invece al caso in
cui dalla cessione d’azienda emerge un avviamento negativo:

 in base alla disciplina nazionale, il badwill deve essere rilevato tra i fondi rischi e oneri
(nell’ipotesi in cui il minor prezzo rispetto al valore corrente delle attività sia dovuto ad
aspettative di perdita future) o in una riserva di patrimonio netto (in caso di buon affare);
 secondo gli IFRS, l’avviamento negativo (dato dalla differenza negativa tra il fair value del
corrispettivo e il fair value delle attività nette acquisite) deve essere sempre imputato a
conto economico quale provento di competenza dell’esercizio.

[es. 6.1]

6.4. Aspetti civilistici

La disciplina civilistica in materia di trasferimento d’azienda è contenuta negli artt. 2556 e ss. c.c., il
cui ambito di applicazione è circoscritto ai casi in cui l’oggetto della cessione è costituito da
un’azienda, mentre va tenuta distinta la circostanza nella quale vengono posti in essere atti di
disposizione dei singoli beni che compongono l’azienda stessa.
Ai fini della definizione di azienda, riveste fondamentale importanza il concetto di organizzazione dei
beni ceduti, ossia il fatto che i beni oggetto di trasferimento siano parte di un complesso
strumentale all’esercizio dell’attività d’impresa. Si dovrà quindi valutare se il complesso di beni
trasferiti sia idoneo a consentire lo svolgimento di una determinata attività d’impresa e, qualora si
rivelasse necessario integrare i beni mancanti, l’opera di integrazione non dovrà essere tale da
alterare l’unità economica e funzionale del complesso aziendale.

Fra i beni immateriali oggetto di trasferimento, un ruolo di primo piano è rivestito dall’avviamento,
tanto che si ritiene che non si configuri un vero e proprio trasferimento d’azienda qualora
l’operazione non comporti l’appropriazione dell’avviamento commerciale da parte dell’acquirente.
Per quanto concerne il ruolo del know-how dei dipendenti, si ritiene che possa configurarsi un
trasferimento aziendale anche qualora questo abbia ad oggetto anche un solo gruppo di dipendenti
stabilmente coordinati ed organizzati tra loro, la cui capacità operativa sia assicurata dal fatto di
essere dotati di particolare know-how.

Ai sensi dell’art. 2556 c.c., la forma scritta del contratto di cessione d’azienda è necessaria ai soli
fini della prova (ad probationem) e non anche ai fini della validità dell’operazione (ad
substantiam). Pertanto, in linea teorica, ove l’azienda sia composta soltanto da beni mobili, il
contratto sarà valido anche se concluso in forma verbale. Nella prassi, tuttavia, l’atto di cessione è
solitamente preceduto da un contratto preliminare, che non ha ad oggetto il trasferimento
dell’azienda quanto piuttosto l’assunzione dell’obbligo a trasferirla.

Il successivo art. 2557 c.c. introduce in capo al cedente il divieto di concorrenza per il periodo di
cinque anni dal trasferimento. La ratio della disposizione è di consentire al cessionario di un’azienda
di svolgere l’attività d’impresa al riparo dall’attività del cedente. Pertanto, chi aliena l'azienda deve
astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall'iniziare una nuova impresa che per
l'oggetto, l'ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta. Il
contenuto dell’articolo non deve essere interpretato solamente in senso negativo, ma anche
positivo, per cui il cedente dovrà trasferire al cessionario, unitamente al complesso di beni che
costituiscono l’azienda, anche il cd. avviamento commerciale, ovvero tutta quella serie di relazioni
commerciali che danno fondamento alla capacità di reddito. In caso di violazione del divieto di
concorrenza da parte del cedente, il cessionario avrà titolo ad ottenere l’inibitoria alla prosecuzione
degli atti concorrenziali e, nel caso in cui abbia subito un danno derivante dall’attività concorenziale
dell’alienante, potrà ottenere la condanna al risarcimento in base ai principi generali
dell’ordinamento.

L’art. 2558 c.c. detta una particolare disciplina in materia di tutela della successione nei contratti. La
ratio della disposizione consiste nel garantire una tutela dell’interesse dell’acquirente dell’azienda a
subentrare nei rapporti contrattuali in corso, anche a scapito dell’interesse di chi ha stipulato un
contratto con l’imprenditore alienante e non avrebbe interesse a vedere mutare la relativa
controparte negoziale. Pertanto, l’articolo si sostanzia:

– in una deroga all’art. 1406 del c.c., che condiziona la cessione del contratto al consenso
del terzo contraente ceduto, per cui, ai sensi dell’art. 2558 c.c., “se non è pattuito
diversamente, l'acquirente dell'azienda subentra nei contratti stipulati per l'esercizio
dell'azienda stessa che non abbiano carattere personale”;
– nella possibilità per le parti di escludere dal trasferimento alcuni contratti, fermo
restando che l’esclusione di contratti essenziali alla continuazione dell’esercizio
d’impresa potrebbe incidere sulla stessa qualificazione del negozio sotto forma di
cessione d’azienda e dunque sull’applicabilità della relativa disciplina;
– nella possibilità per il terzo contraente di recedere dal contratto entro tre mesi dalla
notizia del trasferimento, se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la
responsabilità dell’alienante. Si ritiene che sussista giusta causa ove il contraente
ceduto dimostri che, se avesse stipulato il contratto direttamente con il cessionario,
avrebbe pattuito condizioni diverse, o addirittura che non avrebbe stipulato il contratto
in toto.

Gli artt. 2559 e 2560 c.c. riguardano rispettivamente il trasferimento dei crediti e dei debiti relativi
all’azienda ceduta. Entrambi gli articoli fanno riferimento ai cd. crediti e debiti puri, trovando
altrimenti applicazione l’art. 2558 c.c.: i crediti puri hanno origine da contratti a prestazioni
corrispettive nei quali l’imprenditore alienante, a differenza della controparte, ha integralmente
eseguito la propria prestazione; specularmente, i debiti puri derivano da un rapporto contrattuale a
prestazioni corrispettive nel quale l’imprenditore cedente, a differenza della controparte, non ha
ancora eseguito la propria prestazione. In particolare:

l’art. 2559 c.c. prevede che “la cessione dei crediti relativi all'azienda ceduta, anche in mancanza di
notifica al debitore o di sua accettazione, ha effetto, nei confronti dei terzi [a differenza delle
norme generali di cui agli artt. 1260 e ss., che prevedono che la cessione abbia effetto soltanto nei
confronti del debitore ceduto e non verso i terzi], dal momento dell'iscrizione del trasferimento nel
registro delle imprese. Tuttavia il debitore ceduto è liberato se paga in buona fede all'alienante
[anziché all’acquirente dell’azienda]”;

l’art. 2560 c.c., in merito al trasferimento dei debiti relativi all’azienda ceduta, prevede che, nei
rapporti con i terzi creditori, “l'alienante non è liberato dai debiti, inerenti all'esercizio dell'azienda
ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito”. Pertanto, in
assenza del consenso del creditore ceduto, l’alienante risponde dei debiti solidalmente con
l’acquirente. Inoltre, “nel trasferimento di un'azienda commerciale risponde dei debiti suddetti
anche l'acquirente dell'azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori”.

In virtù della loro particolare natura e del relativo livello di tutela concesso dall’ordinamento, vige
una particolare disciplina per quanto riguarda i debiti verso i lavoratori dipendenti e i debiti
tributari. A tal proposito, è previsto che:

– ai sensi dell’art. 2112 c.c., cedente e cessionario sono obbligati, in solido, per tutti i crediti
che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento, a prescindere dalla conoscenza o
conoscibilità degli stessi da parte del cessionario;
– ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. 472/1997, il cessionario è responsabile in solido per il
pagamento dell’imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell’anno in cui è
avvenuta la cessione e nei due precedenti, anche nel caso in cui tali debiti non risultino dai
libri contabili obbligatori.
6.5. Aspetti contabili

A differenza di altre operazioni straordinarie, non esiste alcun principio contabile nazionale
specificamente dedicato alla cessione d’azienda.

Adempimenti contabili del cedente

 Eliminazione dell'azienda dallo Stato Patrimoniale


Il cedente dovrà in prima battuta eliminare dal proprio stato patrimoniale le attività e le
passività riconducibili all'azienda (o al ramo d'azienda) ceduta. Al fine di individuare tali
attività e passività, si dovrà fare riferimento al contratto di cessione d’azienda.
L’eliminazione dovrà riguardare anche quelle attività e passività che, pur non espressamente
indicate nell’atto di cessione, si riferiscono in modo diretto a beni, diritti o obblighi relativi
all’azienda ceduta (ad esempio, oneri pluriennali, ratei e risconti, fondi per rischi e oneri).
Una volta identificate tutte le passività e le attività oggetto di cessione, sarà necessario
aggiornare il loro valore affinché esse confluiscano nella scrittura di cessione al loro esatto
valore contabile, in conformemente al principio di competenza. Sarà quindi necessario
contabilizzare quei costi e quei ricavi non ancora rilevati in contabilità, ma di competenza di
quella frazione di esercizio che termina alla data di cessione (ad esempio, ammortamenti di
competenza, accantonamenti della quota di indennità TFR di competenza). Sarà altresì
necessario neutralizzare quei costi e quei ricavi già rilevati in contabilità ma parzialmente di
competenza della frazione di esercizio che inizia alla data di cessione (ad esempio, ratei e
risconti, determinazione del valore delle rimanenze finali di magazzino). Tali scritture di
assestamento rispondono a una logica simile a quella delle cd scritture di assestamento e
rettifica che hanno luogo al termine dell’esercizio. La principale fonte di prassi in materia è
rappresentata dall’OIC 30, Bilanci intermedi.
 Rilevazione del corrispettivo di cessione
Nel caso in cui il corrispettivo sia rappresentato da una somma di denaro, il cedente rileverà
semplicemente un credito verso il cessionario. Nel caso in cui, invece, il corrispettivo sia
rappresentato da beni in natura, si verrà a configurare una permuta.
 Rilevazione della plusvalenza o della minusvalenza
La differenza fra il valore netto contabile dell’azienda ceduta e quello del corrispettivo di
cessione misura il risultato economico dell’operazione, ovvero la plusvalenza o
minusvalenza, che dovrà essere registrata, rispettivamente, utilizzando la voce A.5 Altri
ricavi e proventi oppure B.14 Oneri diversi di gestione del Conto Economico. L’esercizio di
competenza della plusvalenza o della minusvalenza realizzata è quello in cui il trasferimento
dell’azienda dal cedente al cessionario esplica i propri effetti reali, ossia la data di stipula
dell’atto o la successiva data a cui eventualmente le parti hanno concordato di differirne
l’efficacia traslativa.

Adempimenti contabili del cessionario

 Rilevazione del debito verso il cedente


Specularmente a quanto previsto per il cedente, il cessionario dovrà rilevare un debito verso
il cedente relativo al prezzo concordato, che rappresenta la posta che consente di pareggiare
l’ammontare delle attività nette acquisite, comprensive del valore di avviamento.
 Rilevazione delle attività e passività trasferite
Il valore di iscrizione complessivo dell’azienda ceduta nel bilancio del cessionario è
rappresentato dal prezzo pattuito tra i contraenti. Pertanto, si dovrà fare riferimento, in
prima battuta, all’atto di cessione, che nella prassi enuclea esplicitamente le singole
componenti del corrispettivo identificando in maniera puntuale tutte le attività e le passività
cedute e il relativo valore corrente (tale dettaglio assume rilevanza anche ai fini
dell’applicazione dell’imposta di registro, in quanto la sua assenza comporterebbe
l’applicazione dell’aliquota più elevata sull’intero valore dell’azienda ceduta). Potranno
essere iscritti nel bilancio del cessionario sia i beni immateriali sia gli oneri pluriennali (ad
esempio, le spese per migliorie su beni di terzi). Una buona prassi è pertanto quella di
accompagnare l’atto di cessione d’azienda con una perizia idonea a rendere evidente il
valore attribuito dalle parti a ciascuna delle componenti del complesso aziendale.
 Rilevazione dell'avviamento
L’avviamento è costituito dall’eccedenza del prezzo di acquisto dell’azienda rispetto al valore
contabile dei singoli elementi che lo compongono. Esso è definito dall’OIC 24 come
l’attitudine di un’azienda a produrre utili che derivino o da fattori specifici che, pur
concorrendo positivamente alla produzione del reddito ed essendosi formati nel tempo in
modo oneroso, non hanno valore autonomo, ovvero da incrementi di valore che il
complesso dei beni aziendali acquisisce rispetto alla somma dei valori dei singoli beni, in
virtù dell’organizzazione dei beni in un sistema efficiente.

[es. 6.2]

6.6. Aspetti fiscali (cenni)

Da un punto di vista fiscale, la cessione d’azienda è:

– esclusa dal campo di applicazione dell’IVA;


– irrilevante ai fini dell’IRAP;
– soggetta a imposta di registro, con aliquote proporzionali applicabili ai singoli elementi
patrimoniali trasferiti;
– soggetta alle imposte sul reddito, nel senso che costituisce sempre un presupposto
imponibile in capo al cedente.

Quanto alle modalità di determinazione della plusvalenza, il riferimento è dato dall’art. 86 TUIR, in
base al quale essa corrisponde alla differenza fra:

 prezzo di vendita pattuito; e


 costo fiscalmente riconosciuto dell’azienda in capo al cedente (inteso come costo fiscale
netto risultante dalla sommatoria algebrica del costo fiscalmente riconosciuto dei singoli
elementi attivi e passivi trasferiti al cessionario).

Nel caso particolare in cui risulti iscritto in capo al cedente un avviamento fiscalmente riconosciuto
riferito all’azienda ceduta, tale valore fiscale residuo dell’avviamento dovrà confluire nel calcolo
della plusvalenza imponibile relativa alla cessione d’azienda.

L’eventuale plusvalenza presenta natura unitaria, per cui non è possibile scomporre la plusvalenza
complessivamente realizzata in più sub-componenti. Da ciò consegue che, nel caso in cui l’azienda
ceduta comprenda partecipazioni societarie con i requisiti per l’applicazione del regime della
participation exemption (art. 87 TUIR), non sarà possibile considerare non imponibile quella parte
della plusvalenza riconducibile a dette partecipazioni.
Per quanto riguarda le modalità di tassazione della plusvalenza, se la stessa è conseguita nello
svolgimento di un’attività di impresa gestita in forma societaria, potrà essere assoggettata a
tassazione in capo al cedente:

 per l’intero ammontare nel periodo di imposta di competenza (cd. regime di imposizione
ordinaria, art. 86 co. 1, TUIR);
 per quote costanti nel periodo di imposta di competenza e nei quattro successivi (cd.
regime di tassazione differita, art. 86 co. 4, TUIR). Tale regime è ammesso alle seguenti
condizioni:
o l’azienda ceduta risulti posseduta da almeno tre anni (cd. periodo di possesso),
periodo da determinarsi avendo riguardo al giorno in cui l’azienda è stata acquisita o
si è costituita, non rilevando invece la data di acquisto dei singoli beni da cui il
complesso aziendale è composto;
o il frazionamento della differenza imponibile avvenga su un arco temporale massimo
di cinque periodi e ciascuna quota annuale sia pari alle altre.

La plusvalenza (o minusvalenza) contabile, ovvero calcolata secondo i principi civilistici, potrebbe


non coincidere con la plusvalenza (o minusvalenza) fiscalmente imponibile. Tale discrepanza può
essere ricondotta a due ordini di ragioni:

– il valore fiscalmente riconosciuto alle attività e passività dell’azienda ceduta non coincide
con il corrispondente valore contabile (successivo alle scritture di assestamento)
dell’azienda stessa per il cedente. Tale fattispecie comporta la necessità di contabilizzare
imposte anticipate o differite qualora le differenze fra i valori civilistici e quelli disalmante
riconosciuti siano temporanee e quindi destinate a riassorbirsi nel tempo;
– sussistendone i requisiti, il cedente si avvale del regime di tassazione differita. Anche in
tale ipotesi si rende necessario rilevare i conseguenti fenomeni di fiscalità differita.

Fiscalità differita nel caso di applicazione del regime di tassazione differita [es. 6.3]
CAPITOLO 7 L’affitto d’azienda

7.1. Inquadramento dell’operazione e finalità economiche perseguite

L’affitto d’azienda rappresenta lo strumento attraverso il quale un soggetto (locatore o


concedente) trasferisce un complesso organizzato di beni a un nuovo soggetto economico
(affittuario):

– per un periodo determinato di tempo;


– a fronte del pagamento di un canone periodico.

L’affittuario è tenuto a mantenere la medesima destinazione economica dell’azienda e a gestirla in


modo tale da conservarne:

– l’efficienza dell’organizzazione;
– l’efficienza della struttura produttiva;
– la normale dotazione di scorte.

Con l’affitto d’azienda si determina la dissociazione tra la proprietà del complesso aziendale, che
rimane in capo al locatore (sia esso persona fisica o giuridica), e la gestione dello stesso, che passa
invece all’affittuario.

Ciò che maggiormente distingue l’affitto d’azienda dalle altre operazioni straordinarie attiene alla
natura temporanea del trasferimento, per cui alla scadenza del contratto, se non subentrano nuovi
accordi tra le parti, il complesso aziendale è destinato a ritornare nella disponibilità del locatore.
Proprio questa caratteristica rende l’affitto d’azienda uno strumento contrattuale versatile e snello
adottato per il perseguimento di diverse finalità:

 è spesso un’operazione strumentale e preliminare al compimento di successive operazioni


straordinarie (fusioni, cessioni, conferimenti o scissioni). L’affitto d’azienda, infatti, consente
all’affittuario, potenziale acquirente, di verificare le caratteristiche dell’azienda stessa, il
suo livello di operatività e il relativo stato di salute, acquisendo tali informazioni
direttamente tramite la sua gestione;
 in situazioni di crisi aziendale, può essere considerata come una soluzione-ponte, in attesa
di individuare un possibile acquirente dell’intero comparto aziendale o in vista di una
successiva soluzione concorsuale.

Risulta fondamentale identificare quali sono i vantaggi e i rischi connessi all’operazione di affitto
d’azienda, sia nella prospettiva del locatore che dell’affittuario.

Vantaggi per il locatore

Per il locatore, l’affitto d’azienda può rappresentare una soluzione per limitare il rischio aziendale.
Infatti, con esso il locatore si assicura una remunerazione certa derivante dal canone periodico in
sostituzione del rendimento variabile e incerto correlato alla gestione dell’impresa, al contempo
conservando il valore dell'azienda concessa in affitto in virtù delle garanzie previste a riguardo dal
codice civile. Il legislatore civilistico, infatti, impone all’affittuario di riconoscere un conguaglio in
denaro commisurato all’eventuale riduzione di valore subita dall’azienda durante il periodo di
locazione. Pertanto, l’unico rischio che rimane in capo al locatore è quello connesso al pagamento
del canone (e dell’eventuale conguaglio), in caso di inadempimento contrattuale dell’affittuario.
L’affitto d’azienda, inoltre, consente al locatore di continuare a trarre guadagno dall’azienda anche
al termine della propria vita lavorativa, pur in assenza di potenziali investitori interessati ad
acquistarla e addirittura anche in presenza di situazioni di crisi conclamata. L’affitto di azienda,
infatti, può rappresentare una valida soluzione anche nella prospettiva dei finanziatori, soprattutto
quando l’affittuario che subentra nella gestione è in grado di aumentare la redditività attraverso
l’introduzione di processi di innovazione produttiva, tecnologica o di mercato. In questo caso, il
canone garantito al locatore potrebbe rappresentare il punto di partenza per l’avvio di una
ristrutturazione del debito (rimasto in capo all’originaria impresa che lo ha contratto e non trasferito
con l’operazione di affitto d’azienda), proprio in virtù di una rinnovata certezza degli introiti che
difettava nel periodo antecedente alla stipula del contratto d’affitto.

L’utilità e la versatilità dell’affitto d’azienda per le imprese in crisi ha condotto lo stesso legislatore a
prevederne un’apposita disciplina all’interno della legge fallimentare, enucleata dall’art. 104-bis
L.Fall.:

1. Anche prima della presentazione del programma di liquidazione di cui all'articolo 104 ter su
proposta del curatore, il giudice delegato, previo parere favorevole del comitato dei
creditori, autorizza l'affitto dell'azienda del fallito a terzi anche limitatamente a specifici
rami quando appaia utile al fine della più proficua vendita dell'azienda o di parti della
stessa.
2. La scelta dell'affittuario è effettuata dal curatore a norma dell'articolo 107, sulla base di
stima, assicurando, con adeguate forme di pubblicità, la massima informazione e
partecipazione degli interessati. La scelta dell'affittuario deve tenere conto, oltre che
dell'ammontare del canone offerto, delle garanzie prestate e della attendibilità del piano
di prosecuzione delle attività imprenditoriali, avuto riguardo alla conservazione dei livelli
occupazionali.
3. Il contratto di affitto stipulato dal curatore nelle forme previste dall'articolo 2556 del codice
civile deve prevedere il diritto del curatore di procedere alla ispezione della azienda, la
prestazione di idonee garanzie per tutte le obbligazioni dell'affittuario derivanti dal contratto
e dalla legge, il diritto di recesso del curatore dal contratto che può essere esercitato, sentito
il comitato dei creditori, con la corresponsione all'affittuario di un giusto indennizzo da
corrispondere ai sensi dell'articolo 111, primo comma, n. 1).
4. La durata dell'affitto deve essere compatibile con le esigenze della liquidazione dei beni.
5. Il diritto di prelazione a favore dell'affittuario può essere concesso convenzionalmente,
previa espressa autorizzazione del giudice delegato e previo parere favorevole del
comitato dei creditori. In tale caso, esaurito il procedimento di determinazione del prezzo di
vendita dell'azienda o del singolo ramo, il curatore, entro dieci giorni, lo comunica
all'affittuario, il quale può esercitare il diritto di prelazione entro cinque giorni dal
ricevimento della comunicazione.
6. La retrocessione al fallimento di aziende, o rami di aziende, non comporta la responsabilità
della procedura per i debiti maturati sino alla retrocessione, in deroga a quanto previsto
dagli articoli 2112 e 2560 del codice civile. Ai rapporti pendenti al momento della
retrocessione si applicano le disposizioni di cui alla sezione IV del Capo III del titolo II.

Vantaggi per l’affittuario

I possibili benefici per l’affittuario connessi all’operazione di affitto d’azienda sono riassumibili nei
seguenti punti:
 riduzione dell’ammontare dell’esborso iniziale per l’avvio dell’attività, limitato al solo
pagamento del canone periodico;
 conoscenza delle caratteristiche del complesso aziendale direttamente tramite la gestione
dello stesso;
 possibilità di determinare in modo flessibile la durata dell’affitto;
 identificazione specifica degli elementi patrimoniali (attivi e passivi) che rientrano nel
perimetro dell’azienda ottenuta in affitto;
 possibilità di effettuare l’acquisto a titolo definitivo dell’azienda a distanza di qualche
tempo, con piena consapevolezza delle potenzialità del business e con l’opportunità di
contenere l’ammontare dell’esposizione finanziaria necessaria per l’acquisizione grazie alla
liquidità generata durante il periodo di gestione in affitto.

Rischi per il locatore e l’affittuario

I rischi connessi all’affitto d’azienda derivano principalmente dalla contrapposizione degli interessi
in gioco tra le parti.

La durata temporale limitata del contratto potrebbe indurre l’affittuario a contenere al massimo
gli investimenti di mantenimento e sviluppo necessari per l’attività d’impresa, alla luce del rischio
che tali investimenti non siano in grado di garantire un adeguato ritorno all’interno del periodo di
affitto. Il locatore, in questo caso, potrebbe assistere a una riduzione del valore della sua impresa
superiore alle attese che potrebbe sfociare anche in contenziosi in merito alla definizione
dell’importo da saldare a conguaglio, al termine dell’affitto.

Dal canto suo, il locatore potrebbe essere tentato di concedere in affitto la propria azienda
fissando un importo del canone troppo elevato in relazione alla reale capacità di produrre reddito
dell’impresa. Il locatore, infatti, gode di un’asimmetria informativa legata alla conoscenza del
complesso aziendale, dei suoi limiti e delle relative potenzialità di crescita, di cui l’affittuario verrà
concretamente a conoscenza solo successivamente alla stipula del contratto. Pertanto, l’affittuario
corre il rischio di avventurarsi nella gestione di un’attività d’impresa che difficilmente sarà in grado
di produrre adeguati ritorni proprio a causa dell’elevata incidenza del canone di affitto concordato.

7.2. L’affitto d’azienda nella normativa civilistica

La disciplina civilistica dell’affitto d’azienda si ricava dal coordinamento tra gli artt. 2561 e 2562 c.c.
Quest’ultimo, rubricato Affitto dell’azienda, rimanda al primo, che contiene la disciplina
dell’usufrutto d’azienda, ove è previsto quanto segue:

1. L'usufruttuario [affittuario] dell'azienda deve esercitarla sotto la ditta che la


contraddistingue.
2. Egli deve gestire l'azienda senza modificarne la destinazione e in modo da conservare
l'efficienza dell'organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte.
3. Se non adempie a tale obbligo o cessa arbitrariamente dalla gestione dell'azienda, si applica
l'articolo 1015.
4. La differenza tra le consistenze d'inventario all'inizio e al termine dell'usufrutto [affitto] è
regolata in danaro, sulla base dei valori correnti al termine dell'usufrutto [affitto].
Dalla norma si ricava che l’affittuario ha la facoltà di avvalersi del complesso aziendale, utilizzandolo
per raggiungere il proprio fine imprenditoriale, fermo restando l’obbligo di conservare il patrimonio
aziendale in uno stato idoneo affinché il locatore sia in grado, alla scadenza del contratto, di
proseguire nella gestione e nella conduzione della propria impresa avvalendosi dello stesso
strumento aziendale.

Se non è diversamente stabilito dalle parti, si presume che nei poteri-doveri gestori dell’affittuario
sia compresa in misura piena la facoltà di decidere anche la cessione o la sostituzione dei cespiti
aziendali, sempre alla luce dell’interesse più generale alla conservazione dell’integrità del
patrimonio aziendale. La Corte di Cassazione, esprimendosi sulla questione e prendendo le basi
dalla natura giuridica dell’azienda, intesa come universitas rerum (ovvero come complesso
organizzato in vista di una finalità produttiva), ha rilevato che “tutti i beni che vi vengono immessi
dall’affittuario per il conseguimento di tali finalità vanno a far parte del complesso aziendale e la
conseguenza è che la proprietà delle cose immesse rimane di regola acquisita al dominus
dell’azienda, mentre l’affittuario ha solo diritto alla [eventuale] differenza in denaro tra la
consistenza di inventario, all’inizio e al termine del rapporto, sulla base dei valori correnti a
quest’ultima data”.

È evidente che il complesso patrimoniale identificato al termine del periodo di affitto presenterà
valori diversi rispetto a quello misurato all’inizio del rapporto, in ragione del consumo e della perdita
di valore dei beni componenti il complesso aziendale, nonché dei nuovi acquisti e delle cessioni di
cespiti, delle rimanenze e delle altre risorse dell’azienda comprese nell’inventario iniziale e finale. In
questo senso si spiega il co. 4 dell’art. 2561, che prevede il regolamento in denaro della differenza
tra le consistenze di inventario all’inizio e al termine dell’affitto sulla base dei valori correnti finali.

Anche alla luce della posizione espressa dalla Corte di Cassazione, è evidente che la proprietà dei
singoli elementi che compongono il complesso aziendale trasferito rimane in capo al locatore,
mentre il relativo potere gestorio (compresa al limite la possibilità di cedere beni e riacquistarli)
spetta all’affittuario, nei limiti dei poteri assegnatigli dal contratto di affitto.

Di conseguenza, sotto il profilo contabile, la soluzione che ha trovato più consensi nella dottrina
aziendalistica italiana prevede:

– il mantenimento nello stato patrimoniale del concedente di tutti gli elementi patrimoniali
trasferiti all’affittuario (in virtù del diritto di proprietà di cui il concedente continua a godere
sugli stessi);
– l’iscrizione nella nota integrativa dell’affittuario (e specularmente in quella del concedente)
dell’impegno derivante dalla presenza di “Beni di terzi presso l’impresa”.

In genere, per agevolare la determinazione dei valori di inventario iniziale e finale, nelle operazioni di
affitto d’azienda si è soliti effettuare una cessione separata dei beni in giacenza in magazzino, in
modo che le rimanenze non rientrino nel perimetro dei beni compresi nell’azienda affittata e che
l’affittuario acquisisca la piena proprietà di tali risorse.

Cespiti dell’azienda locata

Quanto alla vita dei cespiti compresi, si configura quanto segue:


la cessione dei beni ammortizzabili da parte dell’affittuario nell’ambito della gestione dell’azienda
produce l’effetto di generare una posizione a debito nei confronti del concedente che sarà regolata
al termine del rapporto;

gli eventuali acquisti di beni ammortizzabili, nel caso in cui la relativa proprietà venga trasferita al
dominus e la spesa sia sostenuta dall’affittuario, generano una posizione a credito nei confronti del
concedente, ossia producono l’effetto (opposto rispetto alla cessione di cespiti) di ridurre il debito
(o, al limite, di incrementare il credito), in corso di formazione, dell’affittuario nei confronti del
concedente. I beni ammortizzabili così acquisiti di norma troveranno iscrizione nello stato
patrimoniale del locatore, benché autorevole dottrina ammetta anche l’iscrizione dei cespiti
direttamente nello stato patrimoniale dell’affittuario, in particolare quando hanno ad oggetto
investimenti di mantenimento (o sostituzione) della capacità produttiva installata;

l’utilizzo dei cespiti – di proprietà del locatore, ma nella disponibilità dell’affittuario in quanto
compresi nell’azienda concessa in affitto – comporta una diminuzione della vita utile, della
funzionalità e dell’efficienza dei beni e quindi del corrispondente valore. Tale deterioramento
troverà compensazione nel conguaglio finale liquidato al termine dell’affitto, ma dovrà essere
imputato per competenza a carico di ciascun esercizio attraverso un adeguato stanziamento a
Fondo rischi e oneri futuri, commisurato alla perdita di valore subita dai beni di proprietà del
locatore nel corso del periodo.

Affitto di azienda con acquisto di beni ammortizzabili [es. 7.1]

In merito al bilancio in cui devono trovare iscrizione i cespiti acquistati dall’affittuario in pendenza
di contratto, la soluzione contabile dipende strettamente dall’impostazione che il redattore del
bilancio ha adottato in ordine alla rilevazione dei cespiti trasferiti con il complesso aziendale oggetto
di affitto. A tal proposito, si pongono due alternative:

 se si è scelto di adottare il comportamento – prevalente nella prassi – per cui i cespiti sono
mantenuti iscritti nel bilancio della società locatrice in virtù del diritto di proprietà di cui
essa gode anche nel corso dell’affitto, ragioni di coerenza spingono a ritenere opportuno che
anche i cespiti acquistati dall’affittuario durante l’affitto trovino analogo trattamento
contabile. Pertanto, la soluzione prevede:
o l’iscrizione dei cespiti direttamente nello stato patrimoniale del locatore;
o la rilevazione di un credito verso il locatore nello stato patrimoniale
dell’affittuario, di pari importo;
 se si è scelto di accogliere l’ipotesi – minoritaria in dottrina – di trasferire contabilmente i
beni strumentali facenti parte del complesso aziendale affittato nel bilancio della società
affittuaria, ragioni di coerenza spingono a ritenere opportuno che anche i cespiti acquistati
dall’affittuario durante l’affitto trovino analogo trattamento contabile. Pertanto, la soluzione
prevede:
o la sola iscrizione dei cespiti nello stato patrimoniale dell’affittuario.

7.3. Il trattamento degli “ammortamenti” dei beni strumentali dell’azienda in affitto nel TUIR

Nelle operazioni di affitto d’azienda, una delle principali problematiche che la parti si trovano ad
affrontare riguarda il trattamento contabile e fiscale degli ammortamenti relativi ai cespiti
appartenenti al compendio aziendale locato. La questione in esame trae origine dalla presenza di
specifiche norme del TUIR che attribuiscono all’affittuario la prerogativa di dedurre ai fini fiscali il
valore degli ammortamenti sui cespiti dell’azienda concessa in locazione. A tal proposito, va
considerato che:

 ai sensi dell’art. 102, co. 8, del TUIR, con riferimento alle immobilizzazioni materiali, “per le
aziende date in affitto o in usufrutto le quote di ammortamento sono deducibili nella
determinazione del reddito dell'affittuario o dell'usufruttuario”;
 ai sensi dell’art. 103, co. 4, del TUIR, con riferimento alle immobilizzazioni immateriali, “si
applica la disposizione del comma 8 dell’art. 102”.

In sostanza, tutte le immobilizzazioni dell’azienda affittata, siano esse materiali o immateriali,


purché riconosciute ammortizzabili ai fini fiscali, proseguono l’ammortamento del relativo valore
in capo all’affittuario.

L’operazione – che nella prassi trova riscontro anche nel bilancio civilistico – appare alquanto
peculiare e atipica se si considera che l’ammortamento viene imputato nel conto economico
dell’affittuario senza che questi possa vantare un diritto di proprietà sul bene e senza che si sia
preliminarmente provveduto all’iscrizione del corrispondente cespite nello stato patrimoniale (in
linea con il trattamento contabile attualmente prevalente nella prassi e in dottrina che prevede il
mantenimento dei beni ammortizzabili oggetto di affitto nel bilancio del concedente).

Le modalità operative di imputazione e determinazione degli ammortamenti in oggetto sono


contenute nel seguito dell’art. 102, co. 8, del TUIR:

“Le quote di ammortamento [dei beni che rientrano nelle aziende concesse in affitto] sono
commisurate al costo originario dei beni quale risulta dalla contabilità del concedente e sono
deducibili fino a concorrenza del costo non ancora ammortizzato ovvero, se il concedente non ha
tenuto regolarmente il registro dei beni ammortizzabili o altro libro o registro secondo le modalità di
cui all'articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica 7 dicembre 2001, n. 435, e dell'articolo
2, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 21 dicembre 1996, n. 695, considerando già
dedotte, per il 50 per cento del loro ammontare, le quote relative al periodo di ammortamento già
decorso. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano nei casi di deroga convenzionale
alle norme dell'articolo 2561 del codice civile, concernenti l'obbligo di conservazione dell'efficienza
dei beni ammortizzabili.”

Ai fini fiscali, pertanto, gli ammortamenti sono deducibili in capo all’affittuario per la parte non
ancora ammortizzata dal concedente e fino al raggiungimento del costo di acquisto, realizzando una
piena continuità fiscale dei valori dei cespiti e dei relativi ammortamenti ai fini delle imposte sui
redditi (salvo il caso di irregolarità nella tenuta del libro cespiti del concedente, nel qual caso si
presume che il costo ancora da ammortizzare sia pari al 50% del valore di carico dei beni). Ciò
presuppone che:

 l’affittuario deve prendere visione del registro dei beni ammortizzabili del concedente, al
fine di rilevare il valore fiscalmente riconosciuto e la quota residua da ammortizzare;
 l’affittuario ha l’onere di iscrivere nel proprio libro dei beni ammortizzabili i dati
riguardanti i singoli beni strumentali (che, pertanto, compariranno sia nel libro cespiti del
locatore che in quello dell’affittuario);
 l’affittuario è tenuto a rilevare in conto economico l’ammortamento fiscalmente
riconosciuto dall’art. 102, co. 8, del TUIR, in virtù dell’obbligo di previa imputazione
nell’esercizio di competenza stabilito dall’art. 109, co. 4, dello stesso TUIR ai fini della
deducibilità fiscale dei componenti negativi di reddito;
 la differenza tra il valore di rimborso riconosciuto al concedente al termine dell’affitto e
l’ammontare del fondo di ammortamento relativo ai beni in affitto dedotto dall’affittuario
rappresenta un componente di reddito avente valenza fiscale.

Nell’ambito dell’autonomia negoziale delle parti, è tuttavia possibile che il contratto deroghi
all’applicazione dell’art. 2561, con particolare riferimento all’obbligo previsto al co. 2 della
disposizione in base al quale l’affittuario è tenuto a gestire l'azienda senza modificarne la
destinazione e in modo da conservare l'efficienza dell'organizzazione e degli impianti e le normali
dotazioni di scorte. In tal caso, posto che la responsabilità e l’onere per il logorio fisico-tecnico dei
beni oggetto di affitto permangono in capo al concedente, l’art. 102, co. 8, del TUIR esclude la
deducibilità dei relativi ammortamenti in capo all’affittuario. Ne deriva che:

 l’affittuario è sollevato dalla responsabilità di mantenere l’integrità e l’efficienza


dell’organizzazione dell’azienda concessa in affitto e, pertanto, non è tenuto ad effettuare
alcun rimborso a favore del concedente per la perdita di valore subita dall’azienda durante
il periodo di affitto. Per tale motivo, la norma fiscale preclude all’affittuario la possibilità di
dedurre gli ammortamenti relativi ai cespiti in affitto, che saranno fiscalmente deducibili in
capo al proprietario-locatore;
 di conseguenza, è logico attendersi che il riconoscimento della perdita di valore e di
efficienza dei beni sia ricompreso nel (maggior valore del) canone di affitto periodico, che
assolverà anche alla finalità di “risarcire” il deperimento di valore dei beni dell’azienda
concessa in affitto, le cui quote di ammortamento restano imputate e dedotte nel bilancio
del proprietario-locatore.

In definitiva, la norma di cui all’art. 102, co. 8, del TUIR rappresenta l’elemento di coordinamento tra
le disposizioni civilistiche e tributarie e fissa il principio in base al quale, ai fini fiscali,
l’ammortamento spetta soltanto a uno dei due operatori, nello specifico a quell’operatore che
subisce l’onere effettivo del deperimento dei beni dell’azienda locata.

7.4. L’iscrizione in bilancio dei beni strumentali: le soluzioni individuate dalla dottrina

Uno degli aspetti più singolari e al tempo stesso critici da definire nella disciplina del contratto di
affitto d’azienda attiene al trattamento contabile dei cespiti, con particolare riguardo alla scelta del
bilancio in cui i cespiti compresi nell’azienda concessa in affitto devono trovare iscrizione. La
questione si pone proprio a causa del riconoscimento ai fini fiscali degli “ammortamenti” in capo
all’affittuario, la cui deducibilità è subordinata all’obbligo di previa imputazione nell’esercizio di
competenza ex art. 109, co. 4, del TUIR.

A tal proposito, le soluzioni contabili rinvenibili in dottrina possono essere ricondotte a due
principali filoni:

 in base all’approccio della proprietà, tutti gli elementi patrimoniali trasferiti dal concedente
all’affittuario devono trovare collocazione esclusivamente nella nota integrativa di
quest’ultimo, mentre continuano a rimanere iscritti nello stato patrimoniale del concedente.
Pertanto, tale soluzione prevede:
o il mantenimento nello stato patrimoniale del concedente di tutti gli elementi
patrimoniali trasferiti all’affittuario;
o l’informativa contenuta nella nota integrativa dell’affittuario in merito ai “Beni di
terzi presso l’impresa”;
Tale modalità di contabilizzazione, attualmente più diffusa nella prassi, si fonda sulla
considerazione in base alla quale la proprietà effettiva degli elementi patrimoniali compresi
nell’azienda affittata resta in capo al concedente, trasferendosi all’affittuario il solo diritto
temporaneo di disporne. Se ne desume che, secondo l’approccio della proprietà, tale potere
di disposizione (in carenza del diritto di proprietà) non costituisce titolo sufficiente a
consentire l’iscrizione degli elementi patrimoniali nella contabilità dell’affittuario.
L’impostazione in oggetto risponde anche al fine di evitare che una possibile evidenziazione
nello stato patrimoniale dell’affittuario dei beni di proprietà del concedente possa indurre i
terzi ad erronee valutazioni in ordine all’effettiva consistenza patrimoniale dell’affittuario
stesso, con significative conseguenze in ipotesi di fallimento di quest’ultimo, nel qual caso i
beni iscritti nel suo attivo patrimoniale non sarebbero avocabili dai creditori sociali.
 in base all’approccio della disponibilità, tutti gli elementi patrimoniali trasferiti dal
concedente all’affittuario devono essere iscritti nello stato patrimoniale di quest’ultimo, in
contropartita ad un debito di restituzione di pari valore da iscrivere nel passivo dello stesso
prospetto, mentre la nota integrativa deve recare adeguata informativa circa la provenienza
degli stessi elementi patrimoniali. Pertanto, tale soluzione prevede:
o l’iscrizione nello stato patrimoniale dell’affittuario di tutti gli elementi patrimoniali
allo stesso trasferiti in virtù dell’affitto d’azienda;
o l’iscrizione nello stato patrimoniale dell’affittuario di un debito di restituzione di
pari valore nei confronti del concedente;
o l’informativa contenuta nella nota integrativa dell’affittuario in merito alla
provenienza degli elementi patrimoniali iscritti in virtù dell’affitto d’azienda;
o la dismissione dallo stato patrimoniale del concedente degli elementi patrimoniali
iscritti oggetto di trasferimento in virtù dell’affitto d’azienda;
o l’iscrizione nello stato patrimoniale del concedente di un credito di restituzione di
pari valore nei confronti dell’affittuario.
È doveroso sottolineare che i risvolti contabili in oggetto si realizzano nel caso di completo
trasferimento all’affittuario dei poteri-doveri gestori relativi ai beni compresi nell’azienda
affittata, per cui è all’affittuario stesso che compete la facoltà di decidere senza limiti in
ordine all’’impiego o alla sostituzione degli stessi. Coerentemente con il disposto dell’art.
2561 c.c., al trasferimento dei poteri-doveri gestori si accompagna il rischio di
deterioramento fisico-tecnico dei cespiti afferenti al compendio aziendale.
Risiede nella libera autonomia negoziale delle parti decidere di trasferire tali poteri-doveri
gestori solo su taluni beni e di escluderne altri: ciò comporterebbe il parziale trasferimento
nel bilancio dell’affittuario dei soli beni per i quali è stata concessa la potestà giuridica di
disporne pienamente. Si ritiene che, laddove non sia esplicitato nel contratto di affitto
d’azienda, i poteri-doveri gestori debbano intendersi trasferiti all’affittuario.
Le motivazioni alla base dell’approccio della disponibilità risiedono proprio nel significato
attribuito ai poteri-doveri gestori che l’affittuario assume a seguito dell’operazione. Essi,
infatti, trascendono quelli di un normale usufrutto o affitto di singoli beni, riguardando
l’azienda nel suo complesso, in qualità di universitas rerum, per cui l’affittuario arriva a
disporre di un livello di dominio sui singoli cespiti in larga misura assimilabile a quello del
soggetto titolare del diritto di proprietà.
Non va inoltre trascurato che, anche secondo l’approccio della proprietà, è normalmente
consentito iscrivere in stato patrimoniale i beni acquisiti dallo stesso affittuario nel corso del
contratto, tanto in sostituzione delle scorte cedute, quanto delle immobilizzazioni dismesse.
Pertanto, in assenza di iscrizione nello stato patrimoniale dell’affittuario dei cespiti
originariamente trasferiti dal concedente, si configurerebbe un disallineamento rispetto ai
criteri di valutazione propri dei cespiti successivamente acquisiti dall’affittuario. Ciò
porterebbe ad applicare un diverso trattamento contabile a elementi patrimoniali aventi
analoga natura e sottoposti alla medesima disciplina giuridica (salvo patto contrario, anche i
beni successivamente acquistati dall’affittuario ricadono nella proprietà del concedente), a
tutto discapito della coerenza dell’informazione contenuta negli schemi di bilancio (i cespiti
originariamente trasferiti troverebbero evidenza nella nota integrativa dell’affittuario,
mentre quelli da quest’ultimo acquisiti nel corso dell’affitto avrebbero rappresentazione nel
relativo stato patrimoniale). Pertanto, l’iscrizione nel bilancio dell’affittuario dei beni
originariamente trasferiti unitamente a quelli successivamente acquisiti nel corso del
periodo di affitto consentirebbe una rappresentazione patrimoniale più omogenea e
coerente.

Affitto d’azienda secondo l’approccio della proprietà [es. 7.2]

Affitto d’azienda secondo l’approccio della disponibilità [es. 7.3]

7.5. Il significato economico degli “ammortamenti” nell’affitto d’azienda

Una questione strettamente connessa alla classificazione dei beni strumentali nei bilanci delle parti
coinvolte nell’affitto d’azienda riguarda il significato e il corrispondente trattamento contabile degli
ammortamenti ex art. 102, co. 8, del TUIR, interpretazione che assume rilevanza al fine di garantire
una rappresentazione chiara, veritiera e corretta della situazione economica dell’affittuario. Alla luce
delle principali correnti di pensiero affermatesi in dottrina, è possibile attribuire a quello che
fiscalmente è qualificato come un “ammortamento” i seguenti significati sotto il profilo strettamente
economico-contabile:

 natura di accantonamento ad un fondo rischi e oneri, determinato in previsione del futuro


esborso che si dovrà riconoscere a favore del concedente al termine del rapporto, come
stabilito dall’art. 2561, co. 4, del c.c. L’accantonamento trova giustificazione nella
diminuzione di valore che subirà il compendio aziendale per il deperimento fisico-tecnico dei
beni durante il periodo di affitto;
 natura di ammortamento vero e proprio, ovvero di componente negativo di reddito
derivante da un processo di razionale e sistematica imputazione dell’utilità o funzionalità dei
cespiti durante la vita utile dei medesimi.

Ammortamento fiscale quale “accantonamento a fondo spese future”

La prima posizione, secondo la quale quello che a fini fiscali è definito “ammortamento” ex art. 102,
co. 8, del TUIR configura un accantonamento a fondo rischi e oneri, costituisce la tesi prevalente
nella prassi e in dottrina. Gli stessi principi contabili nazionali (OIC 31, Fondi per rischi e oneri e
trattamento di fine rapporto) contemplano, alla voce B.4 Altri fondi per rischi e oneri, i fondi per
manutenzione e ripristino dei beni gratuitamente devolvibili e dei beni d’azienda ricevuti in affitto.
Negli esempi riportati in calce al documento, con specifico riferimento a tale tipologia di fondo, è
riportato quanto segue:

31. Le società, che gestiscono attività in concessione alla scadenza della stessa devono restituire
gli impianti al concedente, gratuitamente ed in perfette condizioni di funzionamento. Ciò
comporta il sostenimento di oneri sempre più rilevanti, man mano che si avvicina la scadenza
della concessione.
32. Il processo di stima di tali oneri richiede che la società si doti di elementi oggettivi e valida
documentazione (perizie tecniche, ecc.), al fine di determinare i tempi e la tipologia dei
necessari interventi di ripristino e/o sostituzione dei beni oggetto della devoluzione.
33. Sulla base di dette perizie si potrà, quindi, procedere alla misurazione di un
accantonamento che sia ragionevolmente attendibile e congruo nel suo complesso per
assicurare la costituzione di un fondo che consenta di ripristinare gli impianti allo stato in
cui devono essere restituiti alla scadenza della concessione [si deduce che la stima
dell’accantonamento deve obbligatoriamente rappresentare un’approssimazione
dell’ammontare del conguaglio in denaro che si dovrà sostenere al termine del periodo di
affitto, determinato sulla base della differenza tra il valore dell’inventario iniziale e quello
finale, a valori correnti].
34. Il rispetto del principio della competenza richiede, poi, che i relativi accantonamenti al
fondo siano effettuati e ripartiti sistematicamente lungo la durata della concessione per
riflettere il progressivo e graduale utilizzo del bene ed il conseguente deperimento.
35. Le indicazioni relative al fondo manutenzione dei beni gratuitamente devolvibili sono
valide anche per le società che abbiano ricevuto in affitto, o in usufrutto, un’azienda,
qualora le parti non abbiano derogato agli obblighi previsti dagli articoli 2561 e 2562 del
codice civile.

La natura di accantonamento a fondo spese consente di giustificare questo costo anche ai fini
civilistici. Questa, in effetti, rappresenta l’unica soluzione coerente con l’approccio della proprietà,
secondo cui i cespiti rimangono iscritti nello stato patrimoniale del proprietario ed esclusi da quello
dell’affittuario.

Sotto il profilo contabile, la rilevazione di questo “ammortamento-accantonamento” avviene in


contropartita all’iscrizione di un fondo che non assume natura rettificativa di poste dell’attivo: si
tratta, infatti, di un fondo “anomalo”, legato non tanto all’effettivo deperimento dei beni quanto
all’accantonamento necessario per reintegrare l’eventuale perdita di valore subita in vista del
conguaglio che l’affittuario dovrà realizzare a favore del locatore al termine dell’affitto.

Se si condivide questa soluzione, il valore di “ammortamento-accantonamento”, mentre sotto il


profilo fiscale è stimato mediante l’applicazione dell’aliquota ministeriale di ammortamento sui
cespiti trasferiti con l’affitto d’azienda, sotto il profilo civilistico dovrebbe essere commisurato
all’importo atteso del futuro indennizzo da versare al concedente per la diminuzione di valore
subita dai cespiti stessi durante il periodo di affitto. Poiché al termine del contratto l’affittuario
deve corrispondere la differenza tra le consistenze di inventario iniziali e finali, l’accantonamento –
realizzato in ciascun esercizio lungo la durata del contratto in applicazione del principio di
competenza – trova una sua giustificazione anche ai fini civilistici, senza produrre alcuna interferenza
fiscale in bilancio. Qualora, al termine del contratto, l’importo del conguaglio effettivamente
dovuto non coincida con l’ammontare del fondo accumulato, sarà necessario procedere alla
rilevazione di una sopravvenienza attiva – se il conguaglio è inferiore al valore del fondo – o di una
sopravvenienza passiva – se il conguaglio è maggiore del valore del fondo. In entrambi i casi, le
sopravvenienze assumono piena valenza anche ai fini fiscali per la determinazione del reddito
imponibile.

La determinazione dell’ammontare dell’accantonamento civilistico a fondo rischi e oneri rappresenta


un passaggio piuttosto delicato nella redazione del bilancio dell’affittuario. Essa, infatti, si fonda
sull’impiego della quota di “ammortamento” fiscale ex art. 102, co. 8, del TUIR, dando per scontato
che essa rappresenti un parametro significativo e ragionevole della stima del conguaglio che
l’affittuario dovrà riconoscere al concedente al termine dell’affitto. Tuttavia, la scelta di determinare
l’accantonamento civilistico al fondo spese future in ragione dell’ammortamento fiscale dei cespiti
sembra presentare dei limiti piuttosto rilevanti. Come anticipato, il conguaglio dovuto
dall’affittuario al concedente a risarcimento del deperimento fisico-tecnico dei beni compresi
nell’azienda affittata è determinato sulla base del confronto tra il valore corrente dei cespiti inclusi
nell’inventario finale e il corrispondente valore iniziale. Ne consegue che sarebbe più coerente e
rispondente a una rappresentazione chiara, veritiera e corretta la scelta di parametrare il valore
dell’accantonamento civilistico non tanto sul costo storico del bene, quanto sulla differenza tra il
valore corrente all’inizio del rapporto d’affitto ed il presumibile valore corrente al termine dello
stesso.

Esempio 7.4 – Trattamento contabile dell’ammortamento-accantonamento

Nell’ambito di un’operazione di affitto d’azienda si trasferisce un cespite, iscritto nel bilancio del
concedente al costo storico di 1.000, durata utile prevista originariamente 5 anni, aliquota fiscale
20%, ammortizzato complessivamente per il 40% al momento di inizio del rapporto di affitto.

Si stima che il valore corrente del cespite all’inizio del rapporto sia pari a 500. Il contratto di affitto ha
durata triennale e l’affittuario si avvale della facoltà, concessa dall’art. 102 c.8 TUIR, di portare in
deduzione gli ammortamenti residui nel proprio conto economico. Alla fine del rapporto il valore
corrente del cespite è pari a 200.

Nel seguito si determinano:

1. il valore degli ammortamenti deducibili dall’affittuario;


2. il valore di rimborso da riconoscere al concedente per la perdita di valore dei cespiti;
3. l’importo corretto che si sarebbe dovuto accantonare nell’ottica di considerare
“l’ammortamento” alla stregua di un accantonamento ad un fondo spese future.

1. Il valore degli ammortamenti deducibili dall’affittuario, ovviamente, coincide con l’aliquota


fiscale riconosciuta sul valore storico del cespite del concedente, per la parte residua ancora
da ammortizzare. Pertanto l’affittuario potrà dedurre un importo pari a: 1.000 ∗ 20% = 200

in ognuno dei tre esercizi del periodo di affitto, sino a completamento del 60% del valore del
cespite non ancora ammortizzato dal concedente.

2. Il valore di rimborso da riconoscere al concedente per la perdita di valore dei cespiti a seguito
dell’impiego nell’attività di impresa svolta dall’affittuario durante il periodo di affitto, deve
essere determinato come la diminuzione di valore del cespite misurata dalla differenza tra il
valore corrente all’inizio e alla fine del rapporto d’affitto. Nel nostro esempio tale conguaglio
ammonta a:

+ 500 Valore corrente all’inizio del rapporto

– 200 Valore corrente alla fine del rapporto

= 300 Conguaglio da riconoscere al concedente


3. Se il valore da accantonare deve essere stimato in ragione del conguaglio da riconoscere al
concedente per la perdita di valore (corrente) del cespite, e se si ipotizza che la perdita di
valore sia avvenuta in maniera costante nei tre anni di impiego del cespite, la somma da
accantonare annualmente dovrebbe essere determinata nel seguente modo:
+ 300 Conguaglio da riconoscere al concedente

/ 3 Periodo di affitto dell’azienda in anni

= 100 Accantonamento annuo

Il conguaglio da riconoscere al concedente al momento dell’accantonamento non potrà che essere


frutto di stime da parte dell’affittuario, in ragione del presumibile valore corrente del cespite al
termine del rapporto di affitto (dato che quello all’inizio del rapporto è già noto o comunque
determinabile). Nel nostro esempio, si è presupposto che non sussistano differenze tra il “valore
corrente” stimato e quello effettivamente determinato al termine dell’affitto. Qualora la stima non
fosse corretta, la differenza in eccesso o in difetto rilevata rispetto alla somma accantonata farebbe
sorgere rispettivamente sopravvenienze attive o passive.

Come si evince dall’esempio proposto, la quota di ammortamento riconosciuta fiscalmente può


presentare divergenze anche significative rispetto alla somma da accantonare a titolo di fondo spese
future in bilancio. Mentre il procedimento fiscale aggancia il valore dell’ammortamento deducibile
dall’affittuario al costo storico del bene, la valorizzazione civilistica della quota da accantonare al
fondo rischi e oneri in vista del futuro rimborso da riconoscere al locatore dovrebbe invece essere
determinata sulla presumibile differenza tra il valore corrente iniziale e finale del bene, che
raramente coincide con il valore contabile ancora da ammortizzare del cespite a fini fiscali.

Nell’Esempio 7.4, la somma rilevata fiscalmente a titolo di accantonamento/ammortamento è


superiore a quella corretta. Ciò darebbe origine ad una interferenza fiscale per la differenza tra la
quota fiscale dell’ammortamento (200) e quella che sarebbe ammessa civilisticamente secondo
corretti principi contabili (100).

Conseguenze ben più gravi e rilevanti sorgerebbero nel caso opposto, ossia quando
l’accantonamento/ammortamento rilevante ai fini fiscali non risulta sufficiente a coprire la somma
che sarebbe necessario accantonare ai fini di una valutazione del fondo rischi e oneri ispirata a
corretti principi contabili. In tal caso, se si seguisse pedissequamente l’imputazione del costo
secondo la semplice derivazione dal disposto fiscale, si otterrebbe il risultato di:

– sottostimare, in ciascun esercizio, il componente negativo di reddito da imputare nel conto


economico dell’affittuario, con una palese violazione del principio di prudenza e di
competenza economica;
– conseguentemente, sovrastimare l’utile d’esercizio;
– operare una mera “interferenza fiscale di comodo”, non compatibile con la normativa
civilistica.

Una possibile soluzione a tali conseguenze indesiderate sarebbe invece rappresentata


dall’imputazione dell’importo dell’accantonamento civilistico sulla base dei valori correnti attesi
rispetto ai quali verrà determinato il conguaglio al termine dell’affitto e dalla successiva variazione in
aumento in sede di dichiarazione fiscale, al fine di adeguare l’importo accantonato a quello
effettivamente deducibile ex art. 102, co. 8, del TUIR.

In sintesi, il comportamento prevalente nella prassi è soggetto al rischio di un’errata valutazione


dell’ammortamento-accantonamento di competenza dell’esercizio, da imputare nel Conto
Economico alla voce B.13) Altri accantonamenti all’interno del costo della produzione.
Ammortamento fiscale quale “ammortamento in senso stretto”

La seconda impostazione, secondo la quale quello che a fini fiscali è definito “ammortamento” ex
art. 102, co. 8, del TUIR configura un ammortamento in senso stretto anche ai fini civilistici, è
coerente con il minoritario approccio della disponibilità. Tale scelta presuppone che, oltre agli
ammortamenti, nello stato patrimoniale dell’affittuario trovino iscrizione anche i corrispondenti beni
ammortizzabili. Solo in questo modo, infatti, si può parlare di ammortamento vero e proprio,
rilevato in contropartita nel fondo ammortamento a riduzione del valore del bene iscritto nell’attivo.

Questa impostazione, sostenuta tra gli altri da Assonime, sottende la necessità di rilevare nel conto
economico di periodo ammortamenti rappresentativi del deperimento e del logorio degli elementi
aziendali, al fine di una corretta determinazione degli utili di gestione dell’affittuario. Pertanto,
l’ammortamento risulta funzionale alla conservazione dell’integrità del patrimonio aziendale e
all’individuazione, per differenza, degli accrescimenti dello stesso patrimonio per effetto della
gestione.

A supporto di questa tesi, va rilevato che proprio le variazioni della ricchezza dell’impresa possono
essere correttamente misurate solo attraverso la determinazione di risultati economici di periodo
che tengano conto anche del componente negativo di reddito derivante dal logorio fisico-tecnico dei
beni strumentali effettivamente a disposizione dell’affittuario e da esso esclusivamente impiegati
nello svolgimento della propria attività economica. Questo orientamento, minoritario in dottrina e
nella prassi, presenta alcuni riflessi operativi dati dalla necessità di definire:

a. le condizioni che consentono l’iscrizione nel bilancio dell’affittuario dei beni strumentali,
oltre che degli ammortamenti. A tal proposito, l’iscrizione si ritiene ammissibile soltanto
laddove:
 l’affittuario abbia assunto su di sé l’obbligo di mantenere in efficienza
l’organizzazione aziendale e i beni ammortizzabili (ex art. 2561, co. 4, c.c.);
 i poteri-doveri gestori siano stati trasferiti in misura piena all’affittuario in virtù del
contratto di affitto d’azienda, con particolare riguardo al potere-dovere di decidere
in ordine alla cessione/sostituzione dei cespiti inclusi nel compendio aziendale,
strumentale alla garanzia dell’integrità del patrimonio da cui è composto;
b. nel caso sussistano tali condizioni, il valore a cui sarebbe corretto iscrivere i beni (diritto
d’uso) nel bilancio dell’affittuario. A tal proposito, si ritiene che il valore corrente del bene
trasferito nel bilancio dell’affittuario sia maggiormente coerente, rispetto a quello
contabile, rispetto alla logica di fondo dell’approccio della disponibilità, in virtù del quale
l’iscrizione dei beni ammortizzabili nello stato patrimoniale dell’affittuario trova
contropartita nella rilevazione di un corrispondente debito nei confronti del concedente.
Posto che tale debito, in virtù del disposto dell’art. 2561 c.c., è determinato sulla base delle
differenze inventariali che emergono dal confronto tra i valori correnti al termine e all’inizio
dell’affitto, pare logico adottare il recepimento del valore corrente iniziale nelle scritture
contabili dell’affittuario. Questa modalità di contabilizzazione non soltanto non determina
alcuna violazione del principio del costo storico né rischi di annacquamento del capitale
(infatti, l’eventuale maggior valore corrente dei cespiti, rispetto a quello storico riportato nel
bilancio del locatore, è bilanciato da un corrispondente maggior importo dei debiti verso il
locatore stesso, senza generare incrementi artificiosi del patrimonio netto), ma risulterebbe
anche più prudente sotto il profilo reddituale in virtù della determinazione degli
ammortamenti da imputare nei conti economici dell’affittuario sulla base del valore
rivalutato anziché del valore espresso secondo il costo storico, tendenzialmente minore. In
tal caso, ovviamente, il raccordo tra l’ammortamento civilistico e quello fiscalmente
deducibile è demandato alle variazioni in aumento/diminuzione in sede di dichiarazione dei
redditi: ciò vale, tuttavia, solo nei casi in cui il valore corrente dei cespiti, preso a riferimento
per la determinazione dell’ammortamento civilistico, fosse maggiore del costo storico,
mentre, nell’ipotesi opposta in cui i cespiti presentano un valore corrente inferiore a quello
storico, l’obbligo di previa imputazione all’esercizio di competenza di cui all’art. 109, co. 4,
del TUIR precluderebbe il ricorso alla variazione in diminuzione del reddito imponibile;
c. l’opportunità, o meno, ai fini civilistici di procedere comunque alla rilevazione di un
accantonamento ad un fondo spese future in ragione del conguaglio che l’affittuario dovrà
pagare al concedente alla scadenza del contratto. A tal proposito, occorre considerare che
l’adozione dell’approccio della disponibilità comporta l’iscrizione dei beni ammortizzabili
nell’attivo patrimoniale dell’affittuario in contropartita a un debito di restituzione di pari
importo nei confronti del concedente. È evidente che, nell’ipotesi estrema in cui l’azienda
dovesse azzerare il proprio valore al termine del contratto d’affitto, la somma massima che
l’affittuario sarebbe tenuto a rimborsare al locatore coinciderebbe esattamente con il
debito iscritto in bilancio, determinato sulla base del valore corrente dei beni di inizio
periodo. Pertanto, il trattamento contabile coerente con l’approccio della disponibilità non
comporta alcuna necessità di stanziare accantonamenti a fondi rischi e oneri, dato che la
somma massima che l’affittuario dovrà riconoscere al locatore al termine del periodo
d’affitto coincide proprio con il valore corrente iniziale dell’azienda concessa in affitto, a sua
volta corrispondente al debito iscritto in contropartita.

Infine, data la natura di vero e proprio ammortamento propria dell’impostazione in oggetto, si


precisa che la posta di conto economico deputata ad accogliere il relativo onere corrisponde alla
voce B.10) Ammortamenti e svalutazioni all’interno del costo della produzione.

Ammortamento sui valori correnti dei beni trasferiti [es. 7.5]


CAPITOLO 8 Il conferimento d’azienda

8.1. Inquadramento dell’operazione

Attraverso il conferimento di azienda un soggetto conferente trasferisce un complesso aziendale


funzionante (un’azienda o un ramo d’azienda) a una società conferitaria ricevendo quale
corrispettivo una partecipazione nel capitale sociale della conferitaria stessa.

L’operazione talvolta viene definita:

 scorporo (o conferimento per scorporo), laddove si vuole porre l’enfasi sul distacco di un
complesso aziendale da uno di maggiori dimensioni. In questo caso, il conferimento
d’azienda assume la natura di strumento di riorganizzazione aziendale e si realizza in genere
nei confronti di una conferitaria newco (di nuova costituzione) nella quale il conferente
detiene una partecipazione totalitaria;
 apporto o concentrazione, quando si intende porre l’accento sull’entità ricevuta dal
conferitario. In questo caso, il conferimento d’azienda assume la natura di strumento di
aggregazione aziendale e si realizza in genere nei confronti di una conferitaria oldco
(preesistente) nella quale il conferente detiene una partecipazione non totalitaria.

Il soggetto conferente non deve essere necessariamente una società, ma può essere anche
un’impresa individuale. Ciò rappresenta un elemento di comunanza con la cessione d’azienda e di
distinzione rispetto alle operazioni di fusione e scissione, alle quali possono prendere parte
unicamente imprese aventi forma societaria.

Al contrario, il soggetto conferitario non può che essere una società, a differenza del cessionario di
azienda che può anche coincidere con un imprenditore individuale. Il soggetto destinatario del
conferimento può essere rappresentato sia da una società di nuova costituzione (newco) sia da una
società preesistente (oldco). Inoltre, laddove la società conferitaria sia una società di capitali, la
normativa civilistica dispone la necessità di redigere una perizia di stima di quanto conferito,
finalizzata ad attestare l’effettività del valore conferito.

Quanto all’oggetto del conferimento, l’operazione può riguardare l’intera azienda oppure uno o più
rami aziendali del conferente.

Rispetto alla cessione d’azienda, il conferimento d’azienda ha in comune l’oggetto del


trasferimento (azienda o ramo d’azienda) ma si differenzia per la natura del corrispettivo, che non
consiste in denaro o altri beni ma è dato dalle azioni o quote nel capitale emesse dalla società
conferitaria contestualmente all’operazione. Di conseguenza, il conferimento d’azienda implica la
trasformazione in capo al conferente delle attività aziendali conferite in partecipazioni nella
conferitaria (nel patrimonio della conferente si assiste a un passaggio da attività reali ad attività
finanziarie), mentre la conferitaria a seguito del conferimento non effettua un esborso di denaro
(come tipicamente avviene nel caso della cessione d’azienda) ma un aumento del patrimonio netto
conseguente all’incremento del capitale sociale e dell’eventuale riserva sovrapprezzo, senza impatti
diretti in termini di liquidità.

Pertanto, con l’operazione di conferimento si instaurano legami partecipativi tra le parti. In


particolare, il soggetto conferente non esce dal business monetizzando l’investimento, bensì diventa
socio della conferitaria, continuando a essere coinvolto nella gestione di quanto conferito attraverso
la partecipazione ricevuta in cambio. Nell’ipotesi in cui conferisca l’intero patrimonio, il conferente
non svolgerà più l’originaria attività, ma si occuperà solamente di gestire la partecipazione ricevuta
in cambio (oppure più partecipazioni, qualora il patrimonio venga conferito in più rami d’azienda
destinati a società conferitarie diverse) come una holding. Negli altri casi, il conferente continua a
svolgere la propria attività operativa, oltre a gestire la/e partecipazione/i ottenuta/e.

La partecipazione può essere totalitaria (se la conferitaria è di nuova costituzione e non ci sono altri
sottoscrittori del capitale sociale) oppure non totalitaria (in tutti gli altri casi). A sua volta, se la
partecipazione non è di controllo, la società conferitaria assume di fatto il ruolo di soggetto
aggregante/acquirente; al contrario, se la partecipazione consente di esercitare il controllo, nella
sostanza è il conferente colui che aggrega/acquisisce (ipotesi di reverse acquisition o conferimento
inverso).

Detto dei tratti comuni e distintivi rispetto alla cessione d’azienda, è utile individuare le principali
differenze tra il conferimento d’azienda e le altre tipologie di operazioni straordinarie.

Rispetto al conferimento di partecipazioni:

– il corrispettivo è il medesimo (quote di proprietà della società conferitaria), ma è diverso


l’oggetto del trasferimento (azienda/ramo d’azienda nel caso di conferimento d’azienda,
partecipazioni nel caso di conferimento di partecipazioni);
– è diverso il soggetto conferente (impresa nel caso di conferimento d’azienda, proprietari
della società nel caso di conferimento di partecipazioni)
– nel caso di conferimento d’azienda si conferisce un complesso aziendale di cui il conferente
ha la titolarità totale, mentre nel caso di conferimento di partecipazioni si conferisce il
diritto di proprietà su di un’intera società (ad esempio, una partecipazione rappresentativa
del 40% del capitale).

Rispetto alla scissione:

– nel caso di conferimento d’azienda, l’impresa conferente assiste a una mutazione nella
composizione del proprio patrimonio (all’azienda conferita si sostituisce la/e
partecipazione/i nella/e conferitaria/e), mentre nel caso della scissione, l’impresa scissa
assiste a una riduzione del proprio patrimonio senza alcuna contropartita (infatti, le quote
delle società beneficiarie non sono assegnate alla scissa, bensì ai soci della scissa);
– nel caso di conferimento d’azienda, il soggetto conferente non si estingue, mentre nel caso
della scissione, la società scissa può estinguersi in ipotesi di trasferimento dell’intero
patrimonio (scissione totale)

Rispetto alla fusione:

– il conferimento d’azienda garantisce maggiori margini di flessibilità dal momento che è


possibile trasferire anche solo una parte dell’azienda e non necessariamente l’intera azienda
(analogamente alla cessione e alla scissione), mentre la fusione coinvolge necessariamente
l’intera azienda;
– nel caso di conferimento d’azienda, il soggetto conferente non si estingue, mentre in caso di
fusione, le società fuse o incorporate si estinguono.

8.2. Finalità economiche del conferimento d’azienda

Le finalità economiche del conferimento d’azienda dipendono dai rapporti che sussistono tra il
conferente e la società conferitaria, ovvero dal fatto che essi siano reciprocamente indipendenti o
facciano parte del medesimo gruppo.
Il fatto che il conferente e la società conferitaria siano tra loro indipendenti implica che non vi siano
legami di controllo reciproci e che siano presenti altri soci nella compagine societaria della
conferitaria. Ciò può verificarsi sia quando la società conferitaria è preesistente, sia quando viene
costituita con il contemporaneo conferimento di più soggetti.

Al contrario, l’operazione non coinvolge soggetti indipendenti quando:

– nel caso di società conferitaria preesistente (oldco), questa, già prima del conferimento, è
controllata dal conferente oppure da un soggetto che controlla sia il conferente che la
società conferitaria;
– nel caso di società conferitaria preesistente (newco), questa ha il conferente come unico
socio oppure ha due o più soci controllati da un medesimo soggetto.

In generale, può affermarsi quanto segue:

 se il conferimento è concluso tra soggetti indipendenti, la sua finalità primaria è


riconducibile all’intento di realizzare una concentrazione aziendale (business acquisition),
in vista del perseguimento di obiettivi di crescita esterna a cui possono ricondursi i seguenti
benefici:
o aumentare le dimensioni aziendali per permettere lo sfruttamento di economie di
scala;
o perseguire sinergie industriali, commerciali e/o organizzative (economie di
ampiezza o di raggio d’azione) attraverso la condivisione di risorse per lo
svolgimento di attività diverse (ad esempio, un marchio utilizzabile trasversalmente
per i prodotti della società conferente e della società conferitaria)
o realizzare strategie di integrazione verticale a monte e/o a valle, con il fine di
incorporare i margini di profitto dei fornitori e/o clienti, nonché di migliorare la
qualità e l’affidabilità delle forniture e il presidio dei mercati di sbocco;
o realizzare strategie di diversificazione aziendale, operando in settori di attività e/o
aree geografiche differenti;
o difendere la posizione competitiva attraverso l’assorbimento di competitor attuali
e/o potenziali.
Invero, i benefici sopra individuati possono essere perseguiti anche attraverso operazioni
di cessione d’azienda o di fusione:
- rispetto alla cessione d’azienda, tuttavia, si ribadisce come il conferimento
d’azienda non implichi alcun deterioramento della struttura patrimoniale e
finanziaria della società conferitaria (contrariamente a quanto di solito accade per
la società cessionaria). Al contrario, la conferitaria assiste ad un incremento del
proprio patrimonio netto, mentre il reale sacrificio economico del conferimento è
sopportato dai soci della conferitaria, che assistono alla diluizione della loro quota
di partecipazione a favore del soggetto conferente;
- rispetto alla fusione, si ribadisce come il conferimento d’azienda presenti maggiore
flessibilità, consentendo di trasferire solo una parte del patrimonio, con la
conseguenza che il conferente può non impegnare tutte le risorse di cui dispone
nell’operazione (eventualmente continuando ad operare con i rami aziendali esclusi
dal conferimento) e, al contempo, la conferitaria può acquisire solo quella parte di
patrimonio giudicata necessaria per il conseguimento degli obiettivi di
aggregazione aziendale.
Una particolare modalità per realizzare obiettivi di concentrazione aziendale è data dalla
creazione di una joint venture, che ha origine dal conferimento in una newco di complessi
aziendali da parte di due o più soggetti tali da configurare un controllo congiunto. Si tratta
perciò di un’iniziativa comune tra soggetti indipendenti, ciascuno dei quali possiede
partecipazioni paritetiche che non consentono a nessuno di detenere il controllo in via
esclusiva.
 Quando è uno strumento per l’attuazione di strategie di concentrazione aziendale, il
successo del conferimento d’azienda dipende in buona misura dalla capacità di gestire
adeguatamente le inevitabili problematiche di tipo organizzativo che sorgono a fronte
della necessità di integrare culture aziendali differenti e dalle resistenze al cambiamento
sollevate dalle strutture aziendali coinvolte. Tali criticità risultano più acute laddove i
benefici attesi richiedano una forte integrazione aziendale (ad esempio, al fine dello
sfruttamento delle economie di scala), mentre risultano meno intense quando l’integrazione
aziendale è meno stringente (ad esempio, quando il fine ultimo è la diversificazione del
rischio).
 se il conferimento è concluso tra soggetti appartenenti al medesimo gruppo, le
motivazioni sottostanti l’operazione possono essere così sintetizzate:
o ridefinizione dell’assetto organizzativo del gruppo e/o ristrutturazione.
La finalità di riorganizzazione interna è volta a ridefinire i confini aziendali operando
un decentramento societario. Attraverso il conferimento viene attribuita
autonomia sia operativa che giuridica (la sola autonomia operativa sarebbe
perseguibile anche attraverso l’adozione di un modello organizzativo divisionale) a
uno o più rami aziendali del conferente, che solitamente è un’azienda di rilevanti
dimensioni che opera in settori diversificati. L’intento di fondo è quello, da un lato,
di responsabilizzare i manager operativi sui risultati dei vari settori di attività
rappresentati dai rami aziendali conferiti e, dall’altro, di consentire al top
management di focalizzarsi sull’elaborazione delle strategie, senza essere
eccessivamente assorbito da problematiche operative. Talvolta, lo scopo del
conferimento potrebbe essere quello di affidare la guida di alcuni rami aziendali a
dei manager giovani o a componenti della proprietà per metterli alla prova e
testarne sul campo le abilità.
Nell’ipotesi in cui l’intero patrimonio del conferente venga suddiviso in vari rami
aziendali attribuiti a società conferitarie diverse, si assiste alla trasformazione del
soggetto conferente in una holding pura, esclusivamente dedita all’attività di
coordinamento e controllo delle partecipate. In tal modo, il conferimento diviene
uno strumento per la creazione di un gruppo societario, in cui di solito le funzioni
comuni (ad esempio, servizi legali e amministrativi, finanza e pianificazione
strategica) vengono accentrate in capo alla holding.
Il conferimento di azienda può inoltre prestarsi per porre rimedio a una precedente
operazione di concentrazione (ad esempio, una fusione) da cui non si sono ricavati i
benefici attesi oppure si sono manifestate significative criticità sotto il profilo
dell’integrazione delle realtà aziendali;
o ridefinizione delle strategie finanziarie.
Innanzitutto, l’obiettivo di ridefinizione delle strategie finanziarie può essere
perseguito sfruttando l’effetto della leva azionaria. In sostanza, il soggetto
conferente può procedere alla cessione di una quota della partecipazione nella
conferitaria (senza comunque perderne il controllo) e successivamente impiegare
quanto incassato dalla cessione per effettuare nuovi investimenti, che a loro volta
potranno formare oggetto di altri conferimenti, che consentono di replicare
potenzialmente all’infinito questa modalità. Naturalmente, tale prassi risulta più
facilmente attuabile mediante la quotazione in borsa della partecipata e la
collocazione sul mercato di una quota di minoranza.
In secondo luogo, la creazione di entità giuridicamente autonome a seguito del
conferimento di vari rami d’azienda può agevolare il reperimento di nuovi
finanziamenti, in quanto singole attività imprenditoriali ritenute valide risultano
maggiormente visibili per i potenziali finanziatori esterni se conferite in specifiche
società piuttosto che “nascoste” all’interno dell’azienda conferente considerata
nella sua interezza. Il conferimento di rami d’azienda può dunque consentire un
incremento della capacità di credito.
Infine, l’autonomia giuridica attribuita ai rami di attività conferiti può permettere di
ottimizzare il grado di leva finanziaria con cui ciascuno di essi è gestito, fissandolo al
livello ritenuto più adeguato e differenziando la struttura finanziaria a seconda del
corrispondente profilo di rischio della singola iniziativa imprenditoriale;
o preparazione ad una successiva dismissione.
Il conferimento d’azienda, in genere realizzato a favore di una newco, può assumere
un ruolo propedeutico alla successiva dismissione dell’intera partecipazione. Le
principali motivazioni, che spesso si ricollegano a fenomeni di crisi d’impresa, sono
così individuabili:
 la decisione di abbandonare dei settori di attività giudicati non più coerenti
con il disegno strategico generale per focalizzarsi sul core business;
 l’esigenza di recuperare liquidità dalla cessione di attività aventi una buona
redditività, al fine di cercare di ripristinare l’equilibrio economico,
patrimoniale e finanziario delle attività che rimangono in capo alla
conferente;
 la necessità di eliminare delle attività non più redditizie e che assorbono
ingenti risorse finanziarie, per evitare di pregiudicare il mantenimento delle
condizioni di equilibrio delle altre attività dell’azienda conferente.;
o altre finalità di tipo extra aziendale.
Non è infrequente nella prassi che una società detenga, oltre all’azienda operativa,
anche una componente immobiliare particolarmente significativa. In tali casi:
 si può scegliere di conferire l’azienda operativa ad una società di nuova
costituzione, in modo tale che un’eventuale peggioramento delle
condizioni economico-patrimoniali della società conferitaria che svolge
l’attività operativa non intacchi la componente immobiliare rimasta in
capo alla conferente. Così facendo, si salvaguardano i soci della conferente;
 al contrario, sebbene meno diffuso nella prassi, si può decidere di conferire
la componente immobiliare ad una società di nuova costituzione al fine di
una migliore valorizzazione della stessa nonché per permettere al
management di focalizzarsi esclusivamente sull’attività operativa.
Ulteriore finalità che può essere perseguita attraverso l’operazione di conferimento
d’azienda è quella di rafforzare la posizione del socio di maggioranza, diluendo
parallelamente la quota partecipativa dei soci di minoranza. Ciò può accadere
quando il socio di maggioranza conferisce un ramo d’azienda ottenendo in cambio le
quote corrispondenti all’aumento di capitale realizzato dalla conferitaria, a fronte
del quale è precluso ai vecchi soci l’esercizio del diritto di opzione.
Infine, il conferimento d’azienda in una società neocostituita può essere finalizzato
all’emersione contabile di plusvalenze inespresse e dell’eventuale avviamento
internamente generato, che altrimenti non potrebbero trovare iscrizione nel
bilancio d’esercizio redatto secondo le regole ordinarie.

8.3. La procedura prevista dalla normativa civilistica

Il conferimento d’azienda appartiene al genus dei conferimenti di beni in natura e crediti. La


procedura giuridica dell’operazione, che prende avvio dopo una fase preliminare di negoziazione tra
le parti, può prevedere differenti obblighi e adempimenti a seconda:

– della forma societaria della conferitaria;


– del fatto che la società conferitaria sia di nuova costituzione (newco) ovvero preesistente
(oldco).

In particolare:

 se la conferitaria è una società di persone, non vi sono particolari adempimenti civilistici


da rispettare, trovando applicazione la medesima disciplina prevista per i conferimenti in
denaro. Stante il regime di responsabilità illimitata e solidale dei conferenti per le
obbligazioni sociali che caratterizza tale forma societaria, l’ordinamento giuridico non pone
particolari norme a tutela dell’effettività dei conferimenti in società di persone. In tal caso, è
previsto che il conferimento d’azienda, in quanto modificativo del contratto sociale, possa
essere attuato solo con il consenso unanime dei soci ai sensi dell’art. 2252 c.c.
 se la conferitaria è una società di capitali, si rende necessario seguire un particolare iter
procedurale che si pone lo scopo di offrire adeguate garanzie ai creditori attuali e futuri
della società conferitaria in merito all’effettiva consistenza patrimoniale del complesso
aziendale conferito. Laddove la conferitaria sia preesistente (oldco), alla tutela degli interessi
dei terzi si affianca la garanzia degli interessi dei soci della conferitaria, per cui sono previsti
precisi obblighi che permettano a questi di decidere in modo informato sull’operazione.
In sostanza, nel caso in cui il conferimento d’azienda sia realizzato verso una società di
capitali, è possibile distinguere alcune fasi comuni e altre specifiche a seconda del fatto che
la società conferitaria sia di nuova costituzione (newco) ovvero preesistente (oldco):
FASI COMUNI
1. Delibera del CdA del conferente (se in forma societaria): se il soggetto conferente
presenta forma societaria, è necessario che il suo consiglio di amministrazione deliberi di
procedere con il conferimento d’azienda, a meno che l’oggetto sociale non venga
modificato a seguito di tale operazione (ad esempio, qualora la conferente si trasformi in
una holding pura), nel qual caso sarà necessaria una delibera dell’assemblea dei soci.
2. Istanza al tribunale competente per la nomina di un esperto (se la conferitaria è in
forma di società per azioni): in base all’art. 2343 c.c., nel caso in cui la conferitaria sia una
società per azioni, “chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare la relazione
giurata di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la società,
contenente la descrizione dei beni o dei crediti conferiti, l'attestazione che il loro valore è
almeno pari a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale e
dell'eventuale soprapprezzo e i criteri di valutazione seguiti. La relazione deve essere
allegata all'atto costitutivo”.
3. Nomina di un esperto (da parte del tribunale competente nel caso di società per azioni,
direttamente dalle parti nel caso di società a responsabilità limitata).
4. Redazione della relazione giurata da parte dell’esperto (perizia giurata) (ex art. 2343 c.c.
per le società per azioni, ex art. 2465 c.c. per le società a responsabilità limitata): anche in
caso di s.r.l., la relazione “deve contenere la descrizione dei beni o crediti conferiti,
l'indicazione dei criteri di valutazione adottati e l'attestazione che il loro valore è almeno
pari a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale e
dell'eventuale soprapprezzo, deve essere allegata all'atto costitutivo”. Pertanto, la
funzione della perizia giurata è di stabilire il limite massimo attribuibile all’aumento di
capitale sociale e dell’eventuale riserva sovrapprezzo della società conferitaria, potendo le
parti eventualmente concordare un prezzo di conferimento inferiore al valore risultante
dalla perizia.
CONFERITARIA NEWCO CONFERITARIA OLDCO
5. Stipula dell’atto costitutivo della società 5. Relazione ex art. 2441 c.c. degli
conferitaria e dell’atto di conferimento: con amministratori della conferitaria (se in
l’atto di conferimento le parti sottoscrivono forma di società per azioni), in cui vengono
gli impegni presi e sanciscono l’effettivo illustrate le ragioni del conferimento e i
passaggio dell’entità conferita dalla sfera criteri adottati per la determinazione del
giuridica del conferente a quella della prezzo di emissione delle nuove azioni. In
società conferitaria. base all’art. 2441 c.c., la relazione deve
essere comunicata dagli amministratori al
collegio sindacale o al consiglio di
sorveglianza e al soggetto incaricato della
revisione legale dei conti almeno 30 giorni
prima di quello fissato per l'assemblea. Tale
adempimento, previsto solo nel caso di
s.p.a., si giustifica con il fatto che l’aumento
di capitale liberato da conferimenti in natura
comporta l’esclusione del diritto d’opzione
per i vecchi azionisti, che perciò necessitano
di venire adeguatamente informati prima di
deliberare, mentre ai soci delle s.r.l. spetta il
diritto di sottoscrivere l’aumento di capitale
proporzionalmente alle quote da essi
detenute, salvo che sia lo statuto a
consentire la possibilità di offrire quote di
nuova emissione a terzi.

6. Deposito dell’atto costitutivo presso il 6. Parere del collegio sindacale sulla


registro delle imprese: l’atto costitutivo congruità del prezzo di emissione delle
deve essere depositato entro 20 giorni dalla azioni (solo in caso di s.p.a.). In base all’art.
sua stipula presso il registro delle imprese in 2441 c.c., entro 15 giorni (dalla
cui ha sede la società, allegandovi la perizia comunicazione di cui al punto precedente) il
giurata. collegio sindacale deve esprimere il proprio
parere sulla congruità del prezzo di
emissione delle azioni. Il parere del collegio
sindacale e la relazione giurata dell’esperto
devono restare depositati nella sede della
società durante i 15 giorni che precedono
l'assemblea e finché questa non abbia
deliberato, affinché i soci possano
prenderne visione.
7. Controllo delle valutazioni effettuate dal 7. Delibera dell’assemblea dei soci della
perito da parte degli amministratori della conferitaria in ordine all’aumento del
conferitaria (se in forma di società per capitale sociale da emettere a seguito del
azioni): in base all’art. 2343 c.c., gli conferimento.
amministratori della società conferitaria
sono tenuti, nel termine di 180 giorni
dall’iscrizione della società, a controllare le
valutazioni contenute nella relazione
dell’esperto e, se sussistano fondati motivi,
procedere alla revisione della stima. Fino a
quando le valutazioni non sono state
controllate, le azioni corrispondenti ai
conferimenti sono inalienabili e devono
restare depositate presso la società.
Nell’ipotesi in cui sia accertato che il valore
effettivo del conferimento era inferiore di
oltre un quinto al valore per cui avvenne il
conferimento, al socio conferente spettano
tre alternative, ossia:
 versare la differenza in danaro;
 recedere dalla società. In tal caso,
ha diritto alla restituzione di quanto
conferito, qualora sia ancora
possibile, con conseguente riduzione
del capitale sociale e dell’eventuale
riserva sovrapprezzo conseguenti al
precedente apporto in natura;
 accettare la minor valutazione
attribuita al proprio conferimento,
ottenendo una quota di
partecipazione inferiore a quella
iniziale. In tal caso, la società dovrà
procedere alla riduzione di valore dei
beni conferiti e alla contestuale
diminuzione del capitale e
dell’eventuale riserva sovrapprezzo.
Anche nell’ipotesi in cui sia accertato che il
valore effettivo del conferimento era sì
inferiore al valore per cui avvenne il
conferimento, ma per un importo inferiore
ad un quinto, si ritiene opportuno operare
una svalutazione in conto economico dei
beni conferiti, benché non occorra effettuare
riduzioni di capitale.

8. Stipula dell’atto di conferimento. Con


esso, le parti sottoscrivono gli impegni presi
e sanciscono l’effettivo passaggio dell’entità
conferita dalla sfera giuridica del conferente
a quella della società conferitaria
9. Iscrizione delle delibera di aumento di
capitale e dell’atto di conferimento presso il
registro delle imprese.
10. Controllo delle valutazioni effettuate dal
perito da parte degli amministratori della
conferitaria (se in forma di società per
azioni): in base all’art. 2343 c.c., gli
amministratori della società conferitaria
sono tenuti, nel termine di 180 giorni
dall’iscrizione della società, a controllare le
valutazioni contenute nella relazione
dell’esperto e, se sussistano fondati motivi,
procedere alla revisione della stima. Fino a
quando le valutazioni non sono state
controllate, le azioni corrispondenti ai
conferimenti sono inalienabili e devono
restare depositate presso la società.
Nell’ipotesi in cui sia accertato che il valore
effettivo del conferimento era inferiore di
oltre un quinto al valore per cui avvenne il
conferimento, al socio conferente spettano
tre alternative, ossia:
 versare la differenza in danaro;
 recedere dalla società. In tal caso,
ha diritto alla restituzione di quanto
conferito, qualora sia ancora
possibile, con conseguente riduzione
del capitale sociale e dell’eventuale
riserva sovrapprezzo conseguenti al
precedente apporto in natura;
 accettare la minor valutazione
attribuita al proprio conferimento,
ottenendo una quota di
partecipazione inferiore a quella
iniziale. In tal caso, la società dovrà
procedere alla riduzione di valore dei
beni conferiti e alla contestuale
diminuzione del capitale e
dell’eventuale riserva sovrapprezzo.
Anche nell’ipotesi in cui sia accertato che il
valore effettivo del conferimento era sì
inferiore al valore per cui avvenne il
conferimento, ma per un importo inferiore
ad un quinto, si ritiene opportuno operare
una svalutazione in conto economico dei
beni conferiti, benché non occorra effettuare
riduzioni di capitale.
Rispetto alla procedura ordinaria sopra delineata, gli artt. 2343-ter e 2343-quater c.c. prevedono la
possibilità di effettuare conferimenti di beni in natura e crediti in società per azioni senza la
necessità di ricorrere alla relazione di stima redatta da parte dell’esperto nominato dal tribunale.
Le semplificazioni previste, finalizzate alla riduzione di costi e tempi della procedura, sono ammesse
laddove esista un riferimento valutativo attendibile tale da fornire conferma della copertura del
capitale. In particolare, tale possibilità è ammessa quando il valore del conferimento (espresso
dall’aumento di capitale e dell’eventuale riserva sovrapprezzo) non risulta superiore ai seguenti
parametri:

a. prezzo medio di mercato, registrato nei 6 mesi precedenti il conferimento, di valori mobiliari
o strumenti del mercato monetario oggetti di conferimento [ipotesi non rilevante ai fini del
conferimento d’azienda];
b. fair value a cui risultano iscritti i beni da conferire nel bilancio dell’esercizio precedente a
quello in cui avviene il conferimento, purché tale bilancio sia soggetto a revisione
contabile e la relazione del revisore non esprima rilievi in merito alla valutazione dei beni
oggetto del conferimento.
A tal proposito, per quanto il legislatore abbia chiarito il pieno rimando alla nozione di fair
value prevista dai principi contabili internazionali, si ritiene possibile applicare la norma
anche ai bilanci redatti secondo la disciplina nazionale, purché sia possibile dimostrare che
“è stata esperita la procedura prevista dagli standard internazionali per la determinazione
del fair value della posta contabile oggetto di conferimento, ovvero che il valore contabile
del bene coincide con quello che sarebbe figurato nel bilancio della conferente nel caso
quest’ultima fosse stata una società IAS compliant”. Tuttavia, dato che il codice civile
ammette il ricorso al fair value solo per la valutazione degli strumenti finanziari derivati, la
fattispecie troverebbe una limitata applicazione, circoscrivibile ai casi di recente
rivalutazione di beni in forza di leggi speciali oppure di elementi dell’attivo patrimoniale
recentemente acquisiti a valori in linea con quelli di mercato. Va inoltre notato che anche
nel bilancio redatto secondo gli IFRS l’applicazione del fair value non è generalizzata a tutte
le poste.
Accanto a tale interpretazione stringente della norma, va sottolineato che in dottrina ha
trovato sostegno un orientamento più esteso in base al quale la relazione di stima non è
dovuta ogniqualvolta il valore di conferimento non superi il valore contabile risultante dal
bilancio, indipendentemente dal fatto che questo sia redatto secondo gli IFRS o secondo la
disciplina nazionale. Infatti, se il bene da conferire non fosse iscritto al fair value, il suo
valore contabile sarebbe inferiore o al più coincidente con esso, senza pertanto alcun
pregiudizio delle ragioni dei creditori sociali e degli altri soci, semmai penalizzando gli
interessi del conferente stesso.
In sostanza:
 se si aderisce all’interpretazione più restrittiva, la fattispecie in esame può
eventualmente trovare più facile applicazione con riferimento al conferimento di
singoli beni, mentre l’applicazione non risulterebbe agevole nel caso di
conferimento d’azienda o di ramo d’azienda. In questo caso, infatti, si tratterebbe
di verificare che tutti gli elementi patrimoniali che compongono il complesso
aziendale da trasferire risultino iscritti in bilancio al fair value, circostanza questa
particolarmente rara e riscontrabile quasi soltanto quando l’azienda o il ramo
d’azienda sono stati recentemente acquistati nell’ambito di un’aggregazione
aziendale ed è stato rilevato il fair value alla data di acquisizione;
 se si aderisce all’interpretazione più estensiva, la perizia di stima non è richiesta
laddove il valore di conferimento non risulti superiore alla somma dei valori di
iscrizione nel bilancio della conferente di ogni singolo bene conferito. In tale
ipotesi, non sarà iscrivibile nel bilancio della conferitaria alcun avviamento proprio
del complesso aziendale, ma soltanto l’eventuale avviamento già acquisito a titolo
oneroso e iscritto nel bilancio della conferente;
c. valore del bene oggetto di conferimento risultante da un’altra valutazione riferita ad una
data anteriore di non oltre 6 mesi a quella del conferimento.
Tale fattispecie di esenzione riguarda l’ipotesi in cui il valore di conferimento trovi conferma
in una precedente perizia redatta da un esperto indipendente e di adeguata e comprovata
professionalità. La data a cui si riferisce la valutazione espressa in tale perizia di stima (e non
la data di predisposizione della relazione di stima) deve essere antecedente di non oltre 6
mesi rispetto alla data del conferimento. Non è inusuale che ciò ricorra in caso di
conferimento d’azienda, specie laddove le parti contraenti abbiano acquisito valutazioni da
soggetti terzi sulle quali impostare la fase negoziale oppure il conferente richieda delle stime
da parte di esperti per valutare la convenienza dell’operazione. In altri casi, la perizia di
stima può essere predisposta ad hoc per evitare la procedura ordinaria: ciò può rispondere
sia a motivazioni legittime (volontà di accelerare i tempi, intenzione di assegnare l’incarico a
un esperto adeguato alla tipologia di valutazione richiesta) che a comportamenti più
strumentali (quando la scelta del perito risponde alla volontà di influenzare gli esiti della
stima)

Mentre l’art. 2343-ter c.c. illustra la procedura per realizzare conferimenti senza relazione di stima, il
successivo art. 2343-quater c.c. stabilisce gli obblighi ricadenti sugli amministratori della
conferitaria una volta eseguita l’operazione di conferimento. Infatti, gli amministratori della
conferitaria sono tenuti a verificare, nel termine di 30 giorni dall’iscrizione della società di nuova
costituzione (newco) o della modifica statutaria in caso di società preesistente (oldco), se le
valutazioni prese a riferimento nelle tre fattispecie di esenzione dalla perizia di stima abbiano
mantenuto la loro validità. In particolare:

 nel caso di conferimento di valori mobiliari o strumenti del mercato monetario (ipotesi a.),
gli amministratori devono accertare se sono intervenuti fatti eccezionali che hanno inciso sul
relativo prezzo in modo tale da modificare sensibilmente il valore di tali beni;
 nelle altre due ipotesi previste (ipotesi b. e c.), gli amministratori devono accertare se,
successivamente al termine dell'esercizio cui si riferisce il bilancio (ipotesi b.) oppure alla
data della valutazione (ipotesi c.), si sono verificati fatti nuovi rilevanti tali da modificare
sensibilmente il valore dei beni o dei crediti conferiti alla data di iscrizione della società nel
registro delle imprese. Nell’ipotesi c., gli amministratori sono altresì tenuti a verificare i
requisiti di professionalità ed indipendenza dell'esperto che ha reso la valutazione.

Laddove dalle verifiche emerga che le valutazioni di conferimento siano sensibilmente


compromesse, si procede, su iniziativa degli amministratori, ad una nuova valutazione secondo il
procedimento ordinario previsto dall’art 2343 c.c.

A conclusione della descrizione della procedura di conferimento, è opportuno precisare il momento


da cui decorrono gli effetti giuridici del conferimento d’azienda. La data di efficacia del
conferimento dipende dalla forma giuridica della società conferitaria:
 nel caso in cui la conferitaria sia una società di capitali, gli effetti del conferimento iniziano
a decorrere dalla data di iscrizione nel registro delle imprese nel caso di newco oppure dalla
delibera di aumento del capitale sociale nel caso di oldco;
 nel caso in cui la conferitaria sia una società di persone, gli effetti del conferimento iniziano
a decorrere dalla data di stipula del relativo atto di conferimento.

In generale, non è ammessa la retrodatazione degli effetti giuridici del conferimento, mentre è
ammessa l’ipotesi della postdatazione, non di rado adottata per semplificare gli adempimenti
contabili e amministrativi.

8.4. Problematiche valutative

Come anticipato, se la conferitaria è una società di capitali, la valutazione dell’azienda conferita deve
essere affidata ad un esperto, nominato dal tribunale per le s.p.a. (art. 2343 c.c.) o dalle parti per le
s.r.l. (art. 2465 c.c.). A tal proposito, è opportuno sottolineare che il valore di perizia rappresenta un
limite massimo volto a tutelare gli interessi:

– dei creditori sociali, nei confronti dei quali un’eventuale sopravvalutazione di quanto
conferito ridurrebbe l’effettività del capitale sociale posto a garanzia del credito vantato;
– degli altri soci che hanno conferito denaro, nei confronti dei quali un’eventuale
sopravvalutazione di quanto conferito diluirebbe in modo ingiustificato la quota
partecipativa ottenuta nella conferitaria a fronte dell’operazione;
– dei soci preesistenti nella conferitaria, nei confronti dei quali un’eventuale
sopravvalutazione di quanto conferito diluirebbe in modo ingiustificato la quota
partecipativa già detenuta nella conferitaria; e
– dei futuri acquirenti di azioni dalla società post-conferimento, nei confronti dei quali
un’eventuale sopravvalutazione di quanto conferito determinerebbe un prezzo eccessivo
per l’acquisto delle azioni o quote della conferitaria.

Le disposizioni civilistiche non indicano quali criteri di valutazione deve adottare l’esperto
nell’espletamento dell’incarico affidatogli, ma si limitano a richiedere che essi vengano esplicitati
nella relazione di stima. In generale, l’esperto è chiamato ad adottare il metodo di valutazione
ritenuto più adeguato in relazione alle caratteristiche dell’azienda oggetto di conferimento. In ogni
caso, può affermarsi quanto segue:

 il metodo prescelto deve essere un metodo di stima del valore del capitale economico
dell’azienda conferita (che includa gli eventuali effetti in termini di fiscalità differita) e non
certo un criterio di liquidazione per stralcio dei singoli beni, atteso che oggetto di
valutazione è un complesso aziendale funzionante.
 oltre alla stima del capitale economico, risulta necessario disporre una valutazione analitica
dei singoli componenti del patrimonio aziendale conferito al fine di poterli iscrivere nella
contabilità della società conferitaria. Ciò non implica necessariamente che gli unici metodi
ammissibili siano quelli patrimoniali. Al contrario, sarà opportuno conciliare l’esigenza di una
valutazione analitica del patrimonio aziendale conferito con la corretta determinazione del
valore dell’azienda oggetto di conferimento. Al riguardo, le principali soluzioni suggerite
dalla dottrina e adottate nella prassi consistono nell’applicazione di:
o metodi misti di tipo patrimoniale-reddituale, che giungono alla valutazione
dell’azienda mediante il distinto apprezzamento delle singole componenti
patrimoniali e del valore dell’avviamento, autonomamente determinato;
o metodi sintetici di tipo reddituale o finanziario, utili a determinare un unico valore
del capitale economico che tenga conto delle prospettive reddituali o finanziarie,
affiancati da una valutazione di tipo analitico-patrimoniale avente il solo fine di
assegnare a ogni elemento patrimoniale il valore di iscrizione nel bilancio della
conferitaria;
 al di là del metodo valutativo scelto, è opportuno che il perito utilizzi delle stime prudenziali,
attendibili e dimostrabili, coerentemente con il fine della disciplina civilistica, che è quello di
evitare sopravvalutazioni dell’oggetto del conferimento. La cautela valutativa cui deve
ispirarsi l’esperto suggerisce di basare le previsioni su ipotesi di gestione futura non
connotate da eccessiva incertezza. Pertanto, la stima deve essere effettuata considerando
l’ipotesi di autonomo funzionamento futuro dell’azienda conferita (prospettiva stand
alone), senza tener conto delle eventuali sinergie che possono risultare dall’integrazione del
complesso aziendale conferito con quello della società conferitaria, nel caso in cui essa sia
preesistente. La stima di tali effetti sinergici, infatti, risulterebbe estremamente incerta e
soggettiva e rischierebbe di minare l’attendibilità del valore da attribuire al capitale della
conferitaria. Considerazioni analoghe valgono nel caso in cui il conferimento non abbia ad
oggetto l’intera azienda ma un suo ramo.
 se il conferimento avviene in una società preesistente non è sufficiente valutare il
complesso aziendale conferito, ma è necessario valutare anche la società conferitaria. Lo
scopo di questa doppia valutazione risiede nell’esigenza:
o di determinare una quota partecipativa da attribuire al conferente che sia
proporzionale al valore effettivo del suo apporto;
o di tutelare il valore economico delle partecipazioni detenute dai soci preesistenti.
Per raggiungere tali obiettivi è fondamentale che il prezzo di emissione delle azioni o quote
societarie emesse dalla conferitaria corrisponda al valore corrente di scambio del
patrimonio sociale, derivante dalla stima del capitale economico della conferitaria. Ciò è
senz’altro valido con riferimento alle conferitarie che rivestano la forma delle società per
azioni, per le quali l’aumento di capitale sociale coperto da conferimento in natura comporta
l’esclusione del diritto di opzione per i vecchia azionisti, ma si ritiene applicabile anche
quando la conferitaria è rappresentata da una s.r.l. il cui statuto ammetta di assegnare
quote societarie a terzi soggetti. In questi casi, è evidente che, se il prezzo di emissione delle
azioni o quote fosse stabilito assumendo come parametro il patrimonio netto contabile
della conferitaria (o peggio ancora il suo capitale sociale), i soci preesistenti non solo
vedrebbero ridursi la loro quota partecipativa ma anche il valore economico della stessa, a
tutto vantaggio del soggetto conferente.
Aumento di capitale in caso di conferimento in società preesistente [es. 8.1]
Dall’esempio si evince come il valore economico in termini assoluti dell’azienda conferita
misura l’incremento del patrimonio netto (contabile) della conferitaria, mentre la
suddivisione di tale incremento tra capitale sociale e riserva sovrapprezzo azioni discende
dal confronto con il valore economico della conferitaria. Poiché il valore economico della
conferitaria è determinato dagli amministratori della stessa, mentre il valore dell’azienda
conferita trova riflesso nella perizia dell’esperto indipendente, risulta fondamentale
adottare criteri di valutazione per quanto possibile omogenei nelle stime.
 il processo negoziale tra le parti contraenti può condurre anche ad accordi non coerenti
rispetto al valore della perizia elaborata dall’esperto indipendente, che rappresenta
l’ammontare massimo dell’aumento di patrimonio netto della conferitaria. A tal proposito,
esistono ampi margini di elasticità per riuscire a concludere l’operazione secondo quanto
convenuto tra le parti, secondo una delle seguenti modalità:
o agendo sulla ripartizione dell’incremento di patrimonio netto della conferitaria tra
capitale sociale e riserva sovrapprezzo;
o riducendo l’incremento del patrimonio netto rispetto al limite massimo dato dal
valore di perizia;
o modificando il valore di stima della conferitaria.

8.5. Profili contabili secondo la disciplina nazionale

Premesso che il trattamento contabile del conferimento d’azienda non risulta disciplinato né dal
codice civile né da uno specifico principio contabile nazionale, la prassi risulta ormai consolidata in
merito agli effetti dell’operazione sulla contabilità del conferente e della società conferitaria.

Per quanto riguarda il conferente, vanno distinti due momenti:

 quello a cui fa riferimento la perizia di stima.


Infatti, affinché l’esperto rediga la sua perizia, ha bisogno di conoscere la situazione
patrimoniale dell’azienda o ramo d’azienda oggetto di conferimento aggiornata alla data
scelta dallo stesso per elaborare le proprie stime. A tal fine, si pone la necessità di
effettuare le operazioni di assestamento (qualora la data di riferimento della perizia
non coincida con quella di chiusura del bilancio del conferente, solo in via extra-
contabile) relative agli elementi patrimoniali da conferire. In seguito, si provvederà a
registrarle in contabilità in corrispondenza della data di efficacia del conferimento, che
rappresenta l’effettivo momento di trasferimento degli elementi patrimoniali dalla sfera
giuridica del conferente a quella della conferitaria;
 quello corrispondente alla data di efficacia del conferimento.
Nel momento in cui l’operazione produce i suoi effetti giuridici e contabili, il conferente
provvederà a rilevare:
o le scritture di assestamento relative all’oggetto del conferimento;
o le scritture di trasferimento degli elementi patrimoniali da conferire;
o l’iscrizione della partecipazione nella conferitaria.
Le scritture di assestamento operate alla data di effetto del conferimento,
fondamentali per ripartire in base alla competenza economica i componenti reddituali
relativi agli elementi patrimoniali oggetto di conferimento (ad esempio, ammortamenti
relativi ai beni conferiti, quota TFR relativa ai dipendenti che fanno parte del ramo
aziendale trasferito), non corrisponderanno necessariamente a quelle effettuate in
sede di perizia a causa del tempo intercorso tra la data di riferimento della perizia e
quella di efficacia del conferimento.

Effettuato l’assestamento dei valori contabili oggetto di conferimento, si procede con la chiusura dei
conti ad essi relativi, contestualmente all’iscrizione della partecipazione nella società conferitaria
per un valore generalmente corrispondente a quello di perizia, salvo che le parti concordino un
valore inferiore. Dalla differenza tra il valore di iscrizione della partecipazione ottenuta in cambio e
il valore del patrimonio netto contabile trasferito, può discendere (più frequentemente) una
plusvalenza da imputare alla voce A.5 Altri ricavi e proventi oppure (più raramente) una
minusvalenza da imputare alla voce B.14 Oneri diversi di gestione del Conto economico ex art. 2425
c.c.

Tra la data di riferimento della perizia e quella di efficacia del conferimento è probabile che siano
intervenuti dei cambiamenti nel patrimonio aziendale oggetto di conferimento. Considerato che
l’aumento di capitale deliberato dalla conferitaria trova tipicamente sostegno nel valore di perizia, le
eventuali differenze tra l’aumento di capitale realizzato e il valore effettivamente conferito (alla
data di efficacia del conferimento) dovranno essere regolate mediante dei conguagli in denaro tra
le parti contraenti. In particolare:

 se il valore conferito risulta superiore all’importo definito nella perizia (o comunque


rispetto all’aumento di capitale), il conferente vanta un credito nei confronti della
conferitaria; viceversa,
 se il valore conferito risulta inferiore all’importo definito nella perizia (o comunque
rispetto all’aumento di capitale), il conferente matura un debito nei confronti della
conferitaria e deve immediatamente in denaro la differenza al fine di liberare
l’aumento di capitale.

Per quanto riguarda la società conferitaria, essa deve rilevare:

 l’iscrizione degli elementi patrimoniali oggetto del conferimento.


I componenti patrimoniali dell’azienda conferita generalmente vengono iscritti nel bilancio
della conferitaria ai loro valori di perizia, benché sia possibile iscriverli anche a valori
inferiori purché le parti siano concordi. Di solito ciò può accadere quando il conferimento
avviene tra soggetti appartenenti al medesimo gruppo, mentre, se l’operazione è conclusa
tra soggetti indipendenti, è meno probabile che il conferente accetti di vedere sottostimato
il suo apporto patrimoniale.
Se l’azienda conferita viene iscritta sulla base della valutazione del capitale economico
risultante dalla perizia, è possibile che emergano delle differenze tra tale valore e il
patrimonio netto rivalutato della stessa:
o qualora il valore del capitale economico risultante dalla perizia sia superiore al
relativo valore del patrimonio netto rivalutato, la conferitaria, oltre a riconoscere
l’eventuale maggior valore corrente degli elementi patrimoniali oggetto di
conferimento e già presenti nel bilancio del conferente, può iscrivere anche attività
immateriali (intangibles) non presenti nel bilancio del conferente, purché valutabili
in modo autonomo e attendibile. L’eventuale valore residuo non allocabile deve
essere riconosciuto come avviamento;
o qualora invece il valore del capitale economico risultante dalla perizia sia inferiore
al relativo valore del patrimonio netto rivalutato, la conferitaria rileva gli elementi
patrimoniali conferiti limitando o evitando completamente la rivalutazione di
alcuni beni ed eventualmente arrivando ad iscriverli a valori inferiori rispetto a
quelli contabili presenti nel bilancio della conferente, pur senza scendere al di sotto
del loro presumibile valore di realizzo. L’eventuale eccedenza residua deve essere
allocata in un fondo rischi e oneri del passivo a titolo di avviamento negativo
(badwill).
 il corrispondente aumento del patrimonio netto. A fronte del riconoscimento delle attività
e passività oggetto di conferimento, la conferitaria rileva contabilmente l’aumento di
capitale sociale e l’eventuale riserva sovrapprezzo. A tal proposito:
o nel caso di conferitaria di nuova costituzione (newco), il valore del conferimento
viene interamente attribuito al capitale sociale iniziale, benché si ritenga
ammissibile assegnarne una parte ad apposita riserva di patrimonio netto;
o nel caso di conferitaria preesistente (oldco), il valore del conferimento viene
ripartito tra il capitale sociale e la riserva sovrapprezzo al fine di assegnare le quote
partecipative al capitale in proporzione all’effettivo valore economico apportato.
Infine, va menzionato il fenomeno della fiscalità differita che può originarsi dal conferimento
d’azienda. Infatti, l’art. 176 TUIR sancisce il regime di neutralità fiscale per le plusvalenze e le
minusvalenze che originino da operazioni di conferimento d’azienda sulla base della differenza tra
il valore della partecipazione ricevuta dal conferente e il valore contabile dell’azienda oggetto di
conferimento. Sotto il profilo fiscale, il conferimento d’azienda avviene in perfetta continuità di
valori tra conferente e conferitaria, nel senso che la seconda subentra nella posizione fiscale della
prima relativamente agli elementi patrimoniali trasferiti. Di conseguenza, a prescindere dai valori
attribuiti nelle rispettive contabilità:

 il conferente assume, quale valore fiscalmente rilevante della partecipazione ricevuta in


cambio, l’ultimo valore riconosciuto ai fini fiscali all’azienda conferita;
 la conferitaria recepisce gli elementi patrimoniali trasferiti agli stessi valori con cui erano
fiscalmente riconosciuti presso la conferente.

Tale disallineamento temporaneo tra i valori di bilancio e i valori fiscalmente riconosciuti potrebbe
dar luogo all’obbligo di rilevare contabilmente i correlati fenomeni di fiscalità differita.

In particolare, laddove emerga in capo al conferente una plusvalenza e vi sia la ragionevole


prospettiva di una futura alienazione della partecipazione, sussistono i presupposti affinché il
conferente iscriva le imposte differite determinate sulla plusvalenza latente, che rappresenta
appunto un disallineamento tra il valore di bilancio della partecipazione e il suo valore fiscalmente
riconosciuto.

Analogamente, nel caso in cui la società conferitaria iscriva il complesso aziendale trasferito per un
valore superiore a quello a cui risultava iscritto nella contabilità del conferente, si genera un
disallineamento temporaneo tra valori contabili e fiscali che, laddove non sia imputabile ad
avviamento bensì a maggior valore degli elementi patrimoniali conferiti, fa sorgere l’obbligo di
rilevare le imposte differite.

Ovviamente, qualora l’azienda conferitaria opti per l’affrancamento fiscale delle differenze tra valori
contabili e fiscali mediante il pagamento dell’imposta sostitutiva prevista dall’art. 176 TUIR, non si
assisterà al sorgere di fenomeni di fiscalità differita nel bilancio della conferitaria.

Conferimento di ramo d’azienda in società di nuova costituzione [es. 8.2]

Conferimento d’azienda in società di preesistente [es. 8.3]