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Le Argonautiche orfiche

a spedizione degli Argonauti il racconto di un viaggio sulla costa meridionale del mar Nero per andare a recuperare il vello d'oro; vi partecipano gli eroi delle famiglie pi illustri, antenati di quelli che poi prenderanno parte alla guerra di Troia. Gli antichi, infatti, consideravano limpresa degli Argonauti pi antica di questa guerra; la cronaca di Eusebio pone l'una intorno al 1263-1257 a. C., l'altra verso il 1189-1180 a. C. Un accenno all' impresa degli Argonauti figura gi in Omero (Od. 12,69 s.), ma essa legata soprattutto alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Vi poi sullo stesso argomento un altro poema in esametri, che secondo l'ipotesi pi diffusa va datato fra il IV e il V sec. d. C., di cui non si conosce il vero autore, ma tramandato sotto il nome di Orfeo: le Argonautiche orfiche. Per inquadrare la spedizione degli Argonauti opportuno ricordare quanto la precede e la motiva. Atamante, re dei Mini d'Orcomeno in Beozia, sposa Nephele, da cui ha due figli: Frisso e Helle. Pi tardi abbandona la moglie per sposare in Tessaglia Ino, figlia di Cadmo. Questa prende in odio Frisso e Helle e, quando scoppia una carestia, fa diffondere la notizia che, per farla terminare, necessario immolare Frisso a Zeus. Mentre il giovane viene condotto all'altare per essere sacrificato, la madre Nephele lo pone insieme alla sorella su un montone dal vello d'oro, donatole da Hermes, e li fa volar via. Helle cade nel mare che da lei prender il nome di Ellesponto. Di questo racconto Diodoro (Bibl. 4,47) d una versione pi prosaica: Frisso non viaggia su un montone capace di volare ma su un'imbarcazione, di cui il montone non che un ornamento; Helle, poi, non precipita durante il volo, ma cade dalla nave per il mal di mare. Frisso arriva a Eea, in Colchide, dove regna Eeta, figlio del Sole e fratello di Circe; qui immola il montone a Zeus e dona il vello d'oro a Eeta, di cui sposa la figlia Calciope. In tutto questo mito si riconoscono spunti etimologici, che erano cari agli antichi: la madre di Frisso si chiama Nephele, che in greco vuol dire ''Nuvola'', ed lei a fornire ai figli il montone che vola; ma soprattutto vi sono numerosi elementi fiabeschi comuni a molti racconti: la matrigna cattiva, la vittima che si salva al momento del sacrificio, le imprese difficili, gli animali che parlano e aiutano.

GABRIELLA RICCIARDELLI Ordinario di lingua e letteratura greca, Universit La Sapienza, Roma

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Intanto a Iolco, nella Tessaglia meridionale, regna Pelia. Questi si era impadronito del potere a discapito del fratellastro e del nipote Giasone che, divenuto adulto, reclama il trono che gli spetta; per liberarsi di lui, Pelia gli affida l'incarico di andare a prendere il vello doro a Eea. Quando fu elaborato questo mito, la Colchide (nel Caucaso) era considerata il punto estremo a oriente; le coste del Ponto Eusino (mar Nero), che era ritenuto un mare grandissimo e lontanissimo, erano allora abitate da popoli selvaggi e violenti. Il nome stesso di quel mare non che un eufemismo: euxeinos significa ''buono con gli stranieri'', ma il vero nome era axeinos ''senza stranieri'', ''inospitale''. Insomma si trattava di un viaggio molto pericoloso, anche a prescindere dalla vera e propria conquista del vello; Pelia spera che in quest'impresa Giasone incontri la morte. Per il viaggio in Colchide occorre unottima imbarcazione, e questa sar la nave Argo, che pu parlare e comprendere la voce umana. La sua costruzione cantata da Apollonio Rodio (1,18), ma alcune informazioni sono fornite anche da altri autori. Per Diodoro (4,41) era la nave pi lunga vista sino ad allora; lOdissea (12,69 s.) dice che fu la prima nave che riusc ad attraversare le Rocce Erranti, e che la sua chiglia era fatta con la quercia di Dodona, di cui Zeus si serviva per gli oracoli (Od. 14,327). Oltre l'imbarcazione, occorrono molti uomini; uno di quelli che Giasone chiamer a raccolta Orfeo. Secondo la tradizione, Orfeo era originario della Tracia e di origine almeno in parte divina; era figlio, infatti, della Musa Calliope e di Eagro (Arg. orph.9), ma per il padre si fa anche il nome di Apollo. Quando la sua sposa, Euridice, muore per un morso di serpente, Orfeo discende nell'Ade per ricondurla tra i vivi; con larmonia dei suoi canti convince gli di infernali a restituirgliela ma, mentre la sta riportando sulla terra, si volge a guardarla e cos la perde per sempre. Oltre gli di, Orfeo ha il potere di incantare anche gli uomini, gli animali e tutta la natura. Apollonio Rodio presenta Orfeo come colui che con i canti ammalia tutti; il suo ruolo tra i compagni quello di alleviare col canto e la musica la loro fatica. Giasone lo chiama a partecipare all'impresa su consiglio di Chirone, e il suo intervento si rivela prezioso quando sorge una disputa fra due Argonauti: Orfeo canta accompagnandosi con la cetra, e gli animi di tutti si acquetano (1,494-515). E' ancora il suono del suo strumento a scandire il ritmo dei remi (1,540) ed il suo canto a celebrare Artemide, mentre i pesci, ammaliati, seguono la nave (1,569-79). Nelle Argonautiche di Apollonio, dunque, il ruolo di Orfeo soprattutto quello di cantore, ma in qualche caso la sua scienza delle cose divine a giovare agli Argonauti, come quando, all'avvicinarsi degli eroi assetati, le Esperidi diventano polvere e terra: Orfeo comprende il prodigio divino e, pregandole, riesce a ottenere l'indicazione di una fonte (4,1407-18); o ancora quando la nave Argo cerca invano una via per uscire dal lago Tritonide, finch Orfeo ordina di offrire agli di del luogo

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il tripode di Apollo, e allora si avvicina il figlio di Posidone, Tritone, che si presta a mostrar loro il passaggio (4,1546-59). Rispetto all'opera di Apollonio Rodio, che ne il modello, nelle Argonautiche orfiche il ruolo di Orfeo acquista un rilievo straordinario, a detrimento di tutti gli altri personaggi. Non qui possibile un'analisi particolareggiata delle Argonautiche orfiche; mi limiter perci a ricordare solo alcuni episodi, che mettono in luce il rilievo che Orfeo assume in quest'opera. Ci che soprattutto lo contraddistingue la forza del suo canto accompagnato dalla musica, e a questa forza strettamente legata la capacit di incantare. Al momento del varo, gli eroi non riescono a trascinare in acqua la nave insabbiatasi e trattenuta da alghe secche. Orfeo (248-73), ispirato dalla madre, compone un canto: esorta gli eroi a tirare la nave verso le onde e, rivolgendosi alla nave stessa, le chiede di ascoltarlo; questa scivola in mare. Dinanzi al pericolo delle rocce Cianee particolarmente evidente il legame che unisce la bellezza del canto alla capacit di incantare qualsiasi cosa: Orfeo conosce la pericolosit di queste rocce, descrittegli dalla madre Calliope. Mentre gli eroi remano con ardore, Orfeo cantando incanta le Cianee che si staccano l'una dall'altra; l'abisso del mare ubbidisce alla cetra e alla sua voce divina, e la nave passa. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, invece, la dea Atena che con una mano si appoggia a una roccia e con l'altra spinge la nave attraverso il passaggio (2,599600). Il canto di Orfeo determinante anche in un altro episodio. Gi in Apollonio (1,902-11), quando gli Argonauti si dirigono verso l'isola delle Sirene, incantati dalla voce di queste, Orfeo li trattiene intonando un canto veloce, in modo che gli orecchi dei compagni rimbombino di questo suono, e la sua cetra vinca la voce delle Sirene (4,891-919 ). Ma, bench questa risulti indistinta, Bute si getta in acqua. Anche nelle Argonautiche orfiche (1268-90) le Sirene con la loro voce melodiosa affascinano i mortali, facendo dimenticare loro il ritorno. Gli Argonauti vorrebbero accostarsi, e Anceo si sta gi dirigendo verso il promontorio, quando Orfeo, ispirato dalla madre Calliope, canta un inno sul conflitto fra Zeus e l'Enosigeo. Non solo salva tutti gli Argonauti, ma, udendolo suonare, le Sirene sono prese da tale stupore che interrompono il loro canto, gettano via gli strumenti musicali e si tuffano in mare, tramutandosi in pietre. Oltre il ruolo di cantore e di incantatore, Orfeo ha ancora quello di consigliere. A Samotracia persuade gli eroi a farsi iniziare ai misteri degli di, perch per ogni navigatore la partecipazione a questi riti salutare (464-70). Ma l'aspetto che, nelle Argonautiche orfiche, ha pi spazio quello di Orfeo esperto di riti e misteri. Persino la maga Circe demanda a lui i riti espiator per l'uccisione di Apsirto, avvertendo gli Argonauti che non potranno tornare in patria prima di aver lavato la loro colpa con purificazioni divine grazie alla scienza di Orfeo (1230-3), riti che

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questi compir al capo Malea, supplicando l'Enosigeo di concedere loro il ritorno (1363-8). soprattutto nell'episodio della conquista del vello (887-1019) che il poeta delle Argonautiche orfiche si sbizzarrisce e d spazio a Orfeo, che invece non compare in questo punto del racconto di Apollonio, dove Medea che si occupa di tutto (4,109-82). Nel poema orfico una particolareggiata presentazione dei luoghi conduce il lettore fino al vello d'oro: dinanzi al palazzo di Eeta c' una recinzione altissima; guardiana delle porte Artemide, terribile da vedere e da udire per chi non abbia partecipato alle iniziazioni e ai riti purificator. Al di l della recinzione c' un bosco pieno di piante, con in mezzo una quercia altissima, dai cui rami pende il vello. Un serpente, coperto di scaglie d'oro, fa la guardia, senza mai dormire. Una minuziosa descrizione di un rito rivela il gusto dell'autore per la magia popolare; alcuni particolari ricordano i papiri magici. Orfeo scava una fossa triangolare, dentro colloca una pira e compie un sacrificio; vestito di veli scuri, fa risuonare il bronzo e prega. Al suo richiamo subito escono fuori dal baratro Tisifone, Aletto e Megera, seguite da due figure inquietanti: Pandora dal corpo di ferro e Ecate dall'aspetto mutevole. La statua d'Artemide lascia cadere a terra le torce e fissa il cielo, mentre i cani che l'accompagnano agitano la coda. Le porte si aprono; Orfeo e gli altri entrano nel bosco sacro. Il serpente di guardia al vello sibila in modo terrificante, ma Orfeo accorda la voce divina della sua lira e, sulla corda pi grave, intona un canto in sordina, senza articolarlo, con labbra silenziose: invoca il Sonno, affinch venga a incantare il drago, che infatti si addormenta. Anche qui il canto si intreccia alla magia. La sua fama come esperto nella scienza dei misteri e forse la sua discesa nell'Ade1 hanno fatto s che il suo nome fosse tradizionalmente collegato allinsegnamento delle cerimonie d'iniziazione2 . Queste prevedevano dei riti mediante i quali si entrava a far parte di un gruppo religioso, condividendone le speranze in un destino migliore dopo la morte. Un riflesso di questa credenza emerge dalle lamine orfiche. Si tratta di lamelle d'oro di pochi centimetri, scritte in epoche diverse (tra la fine del V secolo a. C. e il III secolo d. C.) e trovate su alcuni defunti in diverse localit del mondo greco (Italia meridionale, Roma, Tessaglia, Creta). Queste persone da vive erano state iniziate ai misteri, e il testo della lamina, deposta sul loro corpo, le guider dopo la morte lungo la strada da seguire nel mondo infernale e suggerir loro le parole da dire ai custodi per essere accolte. Riporto la traduzione di due di queste lamine. La prima stata trovata a Petelia (Calabria): <<Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte, / presso di essa si erge un bianco cipresso; / a questa fonte non avvicinarti neppure. / Ne troverai un'altra, fresca acqua che scorre / dal lago di Memoria (Mnemosyne); innanzi vi sono custodi. / Di': "Sono figlia di Terra e di

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2.

1.

Ved. Aristofane, Ran.1032; cfr. Platone, Prot.316d 8, Resp. II 364e; pseudo-Euripide, Rh.943 s.

Per recuperare Euridice; ved. sopra.

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Cielo stellato, ma la mia stirpe celeste; questo anche voi lo sapete. / Sono arsa di sete e vengo meno: ma datemi presto / l'acqua fresca che scorre dal lago di Memoria". / Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina, / e allora poi regnerai con gli altri eroi. / Questo sacro a Memoria, quando sia sul punto di morire ...>>. In margine si legge: << ... la tenebra che intorno avvolge>>. La seconda stata trovata a Turi (Puglia): <<Vengo pura dai puri, o sovrana degli inferi, / Eucle, Eubuleo e altri di immortali; / perch mi vanto di essere anch'io vostra stirpe felice. / Ma mi uccise la Moira e il Folgoratore che si slancia dagli astri. / Volai via dal doloroso ciclo di gravi dolori, / con piedi veloci entrai nella desiderata corona; / mi immersi nel grembo della sovrana regina degli inferi, / con piedi veloci uscii dalla desiderata corona. / "Felice e beatissimo, sarai dio invece che mortale". / Capretto caddi nel latte>>. Queste lamine sono dette orfiche in quanto rispecchiano quella che viene generalmente ritenuta la dottrina di Orfeo, nella quale rientra lidea della metempsicosi, per cui dopo la morte lanima entra in un altro corpo, e poi in un altro ancora, finch non si sia pienamente purificata. Allidea di una purificazione necessaria per le colpe personali va aggiunta quella che riguarda tutto il genere umano, come portatore di una colpa originaria a causa della sua natura titanica. Per spiegare cosa si intende con questo, opportuno ricordare il mito narrato in una teogonia orfica, quella rapsodica, di cui abbiamo molti frammenti. All'inizio di tutto c' Tempo, che ha forma di serpente alato. Questi si unisce a Necessit e genera Etere e Chaos; dall'Etere produce un uovo splendente, dal quale esce il dio ermafrodito Phanes, che con la Notte d vita a Cielo e Terra. Phanes il primo re del cosmo, poi passa lo scettro alla Notte, che a sua volta lo cede al figlio Cielo. Dal matrimonio tra Cielo e Terra nascono le Moire, i Centimani, i Ciclopi. Ma Cielo sa che verr deposto dai propri figli, per cui li getta nel Tartaro; allora Terra genera i Titani e li aizza contro il padre. Uno di questi, Kronos, diventa re al posto di Cielo, ma a sua volta agisce tirannicamente, ingoiando i propri figli. L'unico a salvarsi Zeus che, divenuto adulto, vince Kronos e poi ingoia Phanes, che ha in s il seme di tutti gli di. Perci adesso Zeus ad avere ogni cosa dentro di s: cielo, mare, terra, Oceano, Tartaro, tutti gli di e le dee, quanti sono gi nati e quanti debbono ancora nascere. Zeus riporta tutto alla luce, divenendo egli stesso l'intero universo: la sua testa il cielo, le chiome sono gli astri, i suoi occhi il sole e la luna, la sua mente l'etere, il busto l'aria, il ventre la terra, la cintura il mare, i piedi sono il Tartaro. Cos risolto uno dei temi che stanno pi a cuore al pensiero greco: il rapporto fra unit e molteplicit dell'universo. Zeus si unisce a Persefone, dando vita a Dioniso. Il padre gli cede lo scettro mentre ancora bambino, e lo presenta come nuovo re. I Titani attirano Dioniso, lo uccidono e, fattolo a pezzi, lo cucinano e poi lo mangiano; solo il cuore si salva,

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e da questo viene formato un nuovo Dioniso. I Titani colpevoli sono fulminati da Zeus, e dalla fuliggine depositata dai loro corpi bruciati nasce il genere umano, nel quale convivono una natura buona (dionisiaca) e una cattiva (titanica). Dunque luomo deve mirare a purificarsi di questa parte deteriore della sua anima, per poter rientrare, dopo la morte, nel numero degli eletti. Come ho detto, questo racconto figura in una teogonia orfica. I racconti teogonici erano molto diffusi nell'antichit; in essi teogonia e cosmogonia si intrecciavano, dal momento che la nascita degli di in certa misura coincide con quella degli elementi naturali. Una breve cosmogonia si legge nel poema di Apollonio Rodio (1,494-511), che la fa cantare a Orfeo: terra, cielo e mare, un tempo uniti in un'unica forma, furono divisi dall'odio; stelle, luna e sole hanno un segno fisso in cielo, sorgono i monti, nascono i fiumi insieme alle Ninfe, e tutti gli animali. Nelle Argonautiche orfiche figurano due racconti cosmogonici; il primo canta l'implacabile necessit dell'antico Chaos e il Tempo, che gener Etere e Phanes, padre della Notte, e la discendenza di Brim e le opere dei Giganti, nati dalle gocce del Cielo e dai quali nacquero gli uomini (vv.12-20). Un'altra cosmogonia si legge ai vv.421-431. Orfeo canta dapprima l'inno tenebroso del Chaos, come scambi le nature 3 , come il Cielo giunse al confine, la nascita della terra, il fondo del mare, Eros con tutte le cose da lui generate, distinte l'una dall'altra; poi Kronos, e come Zeus ebbe la sovranit sugli immortali. Ancora, Orfeo canta la nascita e la contesa dei beati pi giovani, le opere di Brim, di Bacco e dei Giganti, e infine la nascita degli uomini. Concludendo, sembra che per l'autore delle Argonautiche orfiche il racconto dell'avventura degli Argonauti abbia il solo scopo di mettere in luce la figura di Orfeo. Oltre alla sua massiccia presenza, la differenza fondamentale delle Argonautiche orfiche rispetto al poema di Apollonio Rodio risiede nel fatto che lo stesso Orfeo a parlare in prima persona. Si discusso sul valore dell'aggettivo nel titolo Argonautiche orfiche: Orfeo infatti il personaggio di maggior rilievo nell'avventura degli Argonauti, ma anche colui che questa avventura narra in prima persona, ed infine colui al quale l'opera stessa attribuita, l'autore nominale. Naturalmente le Argonautiche orfiche sono un'opera pseudo-orfica. Con un po' di retorica potremmo dire che il vero autore sceglie di sparire a vantaggio della sua opera: un poema alquanto mediocre, infatti, difficilmente si sarebbe conservato nel tempo, se non fosse stato attribuito a Orfeo. In questo modo, invece, l'autore si annulla, ma la sua opera acquista il prestigio di una paternit illustre. Si potrebbe, con un certo disincanto, mettere in conto il successo commerciale di un libro di ''Orfeo'' piuttosto che di un autore ignoto ma, comunque stiano le cose, il nome del vero autore ignoto, mentre la sua opera sopravvissuta.

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3. F.Vian (Les Argonautiques orphiques, Paris 1987, p.104, v.422) interpreta ''come produsse l'uno dopo l'altro gli elementi naturali''.

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