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ANNO XVIII NUMERO 67 - PAG I

IL FOGLIO QUOTIDIANO

MERCOLED 20 MARZO 2013

FRANCESCO A TESTA IN GIU


Passi per il Giullare di Dio, ma non era un tenero dispensatore di buoni sentimenti
di Gilbert K. Chesterton

e c un posto in cui si pu trovare il vero spirito francescano al di fuori della storia francescana vera e propria, il racconto dellacrobata di Nostra Signora [leggenda medievale su un acrobata che, fattosi monaco, si rese conto di non saper offrire alla Madonna altro che i suoi salti e le sue capriole, ndr]. E quando san Francesco chiam i suoi seguaci Giullari di Dio, voleva dire qualcosa come Acrobati di Nostro Signore. Da qualche parte in quel passaggio dallambizione del trovatore alle buffonate dellacrobata si nasconde, come sotto una parabola, la verit su san Francesco. Dei due menestrelli o suonatori ambulanti, il giullare era probabilmente il servitore, o quantomeno la figura secondaria. San Francesco devessere proprio preso alla lettera quando dice di aver scoperto che il segreto dellesistenza consiste nellessere il servitore e la figura secondaria. Alla fin fine, quella condizione di servit doveva quasi rasentare la spensieratezza. Era paragonabile alla condizione di giocoliere proprio in quanto rasentava la spensieratezza. Il giullare poteva essere libero, mentre il cavaliere era rigoroso; in condizione di servit si pu essere burloni, il che rap-

non pretendo di andar oltre quel primo crollo delle barricate romantiche che sono la vanit di un ragazzo, cui ho fatto cenno nellultimo paragrafo. E, naturalmente, anche quel paragrafo pura congettura; una persona pu supporre come si sarebbe sentita, ma pu darsi che si sarebbe sentita in un modo completamente diverso. Ma per diverso che fosse, era pur sempre una sensazione analoga a quella che prova luomo che scava un tunnel attraverso la terra, cio uno che va sempre pi gi fino a un misterioso momento in cui comincia ad andare sempre pi su. Non siamo mai andati tanto su perch non siamo mai andati tanto gi; ovvio che non siamo capaci di dire che non succede; e pi andiamo avanti a leggere con calma e imparzialit la storia del genere umano, e in special modo la storia degli uomini pi saggi, pi arriviamo alla conclusione che in realt accade. Non ho la pretesa di scrivere riguardo allintima essenza di questesperienza. Ma ai fini di questa narrazione, si pu descrivere il suo aspetto esteriore dicendo che, quando Francesco venne fuori dalla sua spelonca di oscurantismo, portava la parola ridicolo come una piuma sul cappello, come un fregio araldico, o persino una corona. Avrebbe continuato a essere ridicolo; sarebbe diventato sempre pi ridicolo, il

Papa Francesco a capo chino durante la preghiera dei fedeli in piazza San Pietro la sera della sua elezione (LaPresse)

Non un precursore romantico del Rinascimento, ma devessere preso alla lettera quando dice che il segreto dellesistenza servire
presenta la totale libert. Questo paragone dei due poeti o menestrelli forse il migliore preambolo alla trasformazione di Francesco, espresso attraverso unimmagine che pu essere apprezzata dal mondo moderno. Naturalmente la questione era molto pi complessa, e noi dobbiamo sforzarci, per quanto non sar mai abbastanza, di arrivare al concetto andando al di l dellimmagine. E lapproccio dellacrobata che, per molti, veramente un concetto a gambe allaria. Nel periodo in cui era rimasto rinchiuso in prigione o nella caverna buia o allincirca in quel periodo Francesco aveva subito uninversione di natura psicologica, che era stata in realt come il contrario di un salto mortale in quanto, avendo fatto un giro completo, era tornato, o quanto meno pareva essere tornato, alla sua posizione originale. E necessario ricorrere alla grottesca similitudine dellacrobata, perch nessunaltra immagine pu essere altrettanto chiarificatrice. Tuttavia, introspettivamente, si tratt di una profonda rivoluzione spirituale. Luomo uscito dalla caverna non era pi quello che vi era entrato, nel senso che era diverso quasi come se fosse morto diventando uno spettro o uno spirito beato. E i risultati che questo ebbe sul suo atteggiamento verso il mondo sono effettivamente tanto straordinari quanto possono apparire da qualsiasi confronto. Guardava al mondo in modo totalmente diverso dagli altri uomini, come se fosse uscito da quella buia caverna camminando sulle mani. Se applichiamo al caso la parabola dellacrobata di Nostra Signora, ci avvicineremo molto a quello che era il suo scopo. Ebbene, proprio vero che a volte una scena, come ad esempio un paesaggio, possa essere vista pi chiaramente e con maggiore immediatezza se la si guarda a testa in gi. Ci sono stati dei paesaggisti che hanno adottato questa straordinaria e istrionica posizione per osservare un paesaggio a quel modo anche solo per un attimo. Cosicch, questa visione capovolta, tanto pi vi-

vida, strana e accattivante, ha una certa analogia con il mondo visto ogni giorno da un mistico come san Francesco. Ma proprio in questo sta la parte significativa della parabola. Lacrobata di Nostra Signora non stava ritto sulla testa allo scopo di avere una visuale pi vivida o pi singolare di fiori e piante. Non era questo che faceva, e non gli sarebbe mai venuto in mente di farlo. Lacrobata di Nostra Signora stava ritto sulla testa in omaggio a Nostra Signora. Se san Francesco avesse fatto la stessa cosa, che peraltro sarebbe stato capacissimo di fare, lavrebbe fatta per lo stesso motivo, dettato da un pensiero soprannaturale. Soltanto dopo il suo entusiasmo si sarebbe esteso e avrebbe messo una specie di aureola a tutte le cose terrene. Ecco perch non corretto rappresentare san Francesco solo come un romantico precursore del Rinascimento e del risveglio dei piaceri naturali per s presi. Ci dimostra che il segreto per recuperare i piaceri naturali sta nel guardarli alla luce di un piacere soprannaturale. In altri termini, ha ripetuto

su di s quel processo storico descritto nel capitolo introduttivo: la veglia ascetica che finisce con la visione di un mondo naturale rinnovato. Ma nel suo caso personale cera di pi; cerano gli elementi che rendono ancora pi appropriato il confronto con il giullare o lacrobata. Si pu immaginare che in quella cella o caverna buia Francesco abbia trascorso le ore pi oscure della sua vita. Era per natura il genere di uomo che ha quella vanit che il contrario dellorgoglio, quella vanit che si avvicina molto allumilt. Non ha mai disprezzato i suoi simili e quindi non ha mai disprezzato lopinione dei suoi simili, compresa lammirazione per i suoi simili. Quella parte della sua natura umana aveva subito i colpi pi duri e pi pesanti. Pu darsi che dopo lumiliante ritorno dalla sua campagna militare frustrata, sia stato tacciato di vigliaccheria. E certo che, dopo la sua disputa con il padre riguardo alle balle di stoffa, fosse stato accusato di furto. E persino quelli che pi gli avevano mostrato comprensione, come il

prete cui aveva restaurato la chiesa e il vescovo che gli aveva dato la sua benedizione, lo avevano trattato con una condiscendenza quasi sarcastica che aveva lasciato chiaramente intendere quale fosse la conclusione della vicenda. Si era messo in ridicolo. Chiunque sia stato giovane, abbia cavalcato e si sia sentito pronto alla battaglia, che abbia avuto lambizione di diventare un trovatore e abbia accettato le regole del cameratismo, si render conto del peso grave e schiacciante di quella semplice accusa. La conversione di san Francesco, come quella di san Paolo, era stata in qualche modo come essere disarcionato da un cavallo, ma per certi versi era stata una caduta ancora peggiore, perch il cavallo era un cavallo da battaglia. A ogni modo non era rimasto nulla di lui che non fosse ridicolo. Tutti sapevano che, a dir poco, si era coperto di ridicolo. Il fatto di essersi reso ridicolo era oggettivo e reale come un paracarro. Si vedeva come una cosuccia piccola ma evidente, come una mosca che cammina sul vetro di una

finestra; e quella cosuccia era ridicola. E mentre fissava la parola ridicolo scritta davanti a lui a caratteri luminosi, la parola stessa incominci a risplendere e a cambiare. Da bambini ci dicevano che se uno avesse scavato un buco attraverso il centro della terra e avesse continuato a scendere sempre pi gi, arrivato al centro sarebbe venuto il momento in cui gli sarebbe parso di salire sempre pi su. Non so se sia vero. La ragione per cui non so se sia vero che non mi mai capitato di scavare un buco attraverso il centro della terra e tanto meno di entrarci dentro. Se non so come ci si senta in questo capovolgimento, perch non mi mai successo. E anche questa unallegoria. Non c dubbio che lo scrittore, e magari anche il lettore, sia una persona normale cui non mai successa una cosa del genere. Non ci dato di seguire san Francesco in quel conclusivo capovolgimento spirituale in cui unumiliazione totale diventa totale beatitudine o felicit, perch a noi non mai successo. Io stesso

Dopo la campagna militare frustrata e la lite con suo padre, si accorse di essere diventato ridicolo agli occhi di tutti
buffone di corte del Signore del cielo. E uno stato che pu essere rappresentato solo in modo simbolico, ma il simbolo del capovolgimento reale. Se uno ha visto il mondo capovolto, con tutti gli alberi e le torri appesi allin gi come quando si specchiano in uno stagno, un possibile risultato sarebbe di mettere laccento sul concetto di dipendenza. La correlazione latina e letteraria; infatti il termine dipendente propriamente significa appeso. Darebbe vita al testo delle Scritture in cui si dice che Dio ha appeso il mondo sul nulla. Se in uno dei suoi strani sogni san Francesco avesse visto la citt di Assisi capovolta, sarebbe stata perfettamente uguale a se stessa, tranne che per il fatto di essere capovolta. Ma il punto questo: mentre a un occhio normale la possanza delle sue mura, le massicce fondamenta delle sue torri dosservazione e la sua alta fortezza lavrebbero fatta sembrare ancora pi sicura e pi stabile, nel momento in cui la si capovolge il suo peso stesso la farebbe sembrare pi indifesa e pi esposta al pericolo. Non altro che un simbolo; ma si d il caso che si adatti alla realt psicologica. San Francesco avrebbe potuto amare la sua cittadi na quanto lamava prima, o forse anche di pi; ma pur amandola di pi, lessenza del suo amore sarebbe stata diversa. Avrebbe potuto vedere e amare ogni tegola dei tetti spioventi e ogni uccello posato sui bastioni, ma li avrebbe visti in una prospettiva nuova e soprannaturale di costante pericolo e dipendenza. Invece di essere semplicemente fiero della sua citt perch forte e salda, avrebbe ringraziato Dio onnipotente perch non laveva lasciata cadere, avrebbe rin graziato Dio perch non lasciava cadere lintero cosmo come un vaso di cristallo che si infrangesse in una miriade di stelle cadenti. Forse cos che san Pietro aveva visto il mondo quando fu crocifisso a testa in gi. Pubblichiamo uno brano dal libro di Gilbert K. Chesterton, San Francesco dAssisi, edito in Italia da Lindau

Il mistico spigoloso e scomodo di Chesterton, lopposto del filantropo


A
veva ragione Platone, a dire che ogni vera rivoluzione culturale come uscire da una grotta: G. K. Chesterton lo sosteneva letteralmente, indicando tre diverse figure che, proprio da una buca nel terreno, erano uscite a cambiare il mondo per sempre: la creatura chiamata uomo, luomo chiamato Cristo, il cristiano chiamato Francesco di Assisi. A questultimo lo scrittore inglese dedic una biografia che segu di poco la sua conversione al cattolicesimo, alla quale la continua frequentazione fin da bambino della figura del Poverello contribu non poco. Francesco era infatti uno dei santi cattolici pi tollerati e vezzeggiati dallacquosa religiosit dei vittoriani, che, ieri come oggi, aveva cercato di smussarne gli angoli pi aguzzi e problematici; eppure, secondo Chesterton, proprio nel suo essere scomodo la vera, segreta ricchezza del suo fascino: chi cerca di farne un mero soave predicatore di buoni sentimenti, compie il comune errore di scambiare la religione per una filosofia. Ma un richiamo alla parmoniosit non spiega perch il povero era solito cibarsi del meglio che poteva ricevere, mentre il santo mangiava quanto di peggio gli si dava. In realt visse di rifiuti, e fu unesperienza molto pi brutta di quella che i vegetariani e gli astemi chiamano vita semplice; n una generica benevolenza verso gli altri riesce a rendere ragione del perch quel giovane benestante, nel suo rifiuto della ricchezza e delle armi, si tenne sempre ben stretto un unico brandello della vita del lusso: le maniere di corte. Con la differenza che, mentre a corte il re uno solo e i cortigiani sono centinaia, nella sua storia c un solo cortigiano che si muove tra centinaia di re. Egli considera infatti la folla degli uomini come una moltitudine di re. Lo sbaglio sta nel trattare tutto ci come una cosa impersonale, quando invece solo la passione pi individuale che ci sia quella che, in questo caso, fornisce un approssimativo paragone terreno. Difatti un uomo non si rotoler nella neve per una concomitanza di forze che obbediscono alle leggi universali della natura. Non digiuner in nome di un principio che vuole uniformarsi alla legge divina. Far queste cose, o simili a queste, quando spinto da un istinto del tutto diverso: quando innamorato. Ed questa lunica spiegazione del mistero di san Francesco, lunico identikit non riduttivo, un innamorato di Dio e un sincero innamorato degli uomini ossia quasi lopposto di un filantropo (la parola greca, cos altisonante, ha in s qualcosa di ironico) il quale pu tuttal pi dirsi un innamorato degli antropoidi. Fu proprio, nella cupa notte dei suoi tormenti giovanili, che uscendo dalle grotte del suo ritiro Francesco visse una rivoluzione dello sguardo, che gli pales una rivelazione, un salto quantico. Al pari dei suoi amati giullari, egli si mise a guardare a testa in gi, e tutto divenne diverso: Se un uomo vedesse il mondo sottosopra, con le torri e gli alberi capovolti come nel riflesso di uno stagno, un effetto di quellinsolita visione sarebbe accentuare il concetto di dipendenza. Tutto leffimero, il fragile, linconsistente si rivel poggiato su lesistenza di un piano pi alto, pi forte, onnipresente, il fatto fondamentale che mascheriamo con lillusione della vita ordinaria la scoperta di un debito infinito. E Francesco si innamor, appunto del Creditore, del dono del mondo e dei suoi fratelli debitori, diventando ricco di una ricchezza non sua: Il pi alto e sacro dei paradossi consiste in questo: luomo che realmente cosciente di non poter pagare il suo debito, lo pagher eternamente. Francesco non far che attingere ancora e ancora, e diffondere questa scoperta, nella sua duplice accezione di esperienza mistica personale, e di tradizione collettiva della civilt cristiana. E in questi giorni dove proprio due papi dai nomi di Benedetto e Francesco si sono succeduti, fa sorridere e pensare che proprio a una segreta relazione tra quei due fondatori Chesterton si richiami con una immagine imprevedibile: in fondo san Francesco sparse quel che san Benedetto aveva accumulato. Edoardo Rialti