Sei sulla pagina 1di 2

Per un georgismo libertario 1

di Fabio Massimo Nicosia Lobiettivo che mi sono posto nel mio ultimo libro (Il dittatore libertario Anarchia analitica tra comunismo di mercato, rendita di esistenza e sovranit share, Giappichelli, 2011) stato quello di conciliare, per dir cos, il mio anarchismo con il mio georgismo. Il problema infatti che io sono anzitutto anarchico, e cerco soluzioni nellambito dellanarchismo. Chiunque abbia un obiettivo politico, e non sia, come accade nella maggior parte dei casi, anarchico, fa presto a risolvere i propri problemi: non ci mette nulla ad affidare allo Stato un nuovo compito, e il gioco fatto. Per noi anarchici, invece, il problema di pi ardua soluzione, perch qualunque proposta di un anarchismo ordinato deve prescindere dallintervento dello Stato, pena lincorrere in una contraddizione. Ma, si potrebbe obiettare, perch ci tieni tanto a salvaguardare la componente anarchica, a costo di rinunciare ai tuoi obiettivi? In effetti, io sono anarchico per due ragioni fondamentali: a) Penso che lo Stato, oltre a essere listituzione di gran lunga pi inefficiente conosciuta nella storia, sia anche e soprattutto contro la libert di coscienza, perch pretende la tua adesione indipendentemente dal tuo consenso, e non ti consente di vivere secondo norme giuridiche da te liberamente scelte; b) Tutte le volte che ci si affidi allo Stato per risolvere qualche problema o per raggiungere qualche obiettivo, si mette in moto un meccanismo perverso, per il quale lo Stato, essendo monopolista della forza e del diritto, tende a ingrossarsi e tende a occuparsi di un numero crescente di questioni, essendo destinate al fallimento le dottrine come quelle di Nozick, o, per altro verso, di George, che vorrebbero uno Stato minimo, al quale affidare solo alcune competenze, nella convinzione illusoria che lo Stato non si estender ad altre. Daltra parte, io sono anche georgista, dato che penso, come del resto i left-libertarians, che per non si fanno problemi con lo Stato, che ogni apprensione di Terra da parte di qualcuno costituisca non solo una sottrazione agli altri, ma anche, da libertario, una violazione della libert negativa dei non possessori. E allora la mia proposta di considerare il mondo di propriet comune ( res communis e non res nullius come ritengono gli anarco-capitalisti tradizionali), con conseguente qualificazione in termini di usufrutto dei diritti reali esistenti, e con lulteriore conseguenza di rendere indispensabile lassegnazione di un canone usufruttuario a vantaggio di tutti i cittadini comunisti, canone che io denomino rendita di esistenza, dato che essendo i comunisti proprietari di tutta la terra, compete loro una rendita, indipendentemente dal fatto di lavorare o no. In effetti, in questo modo si risolverebbe anche il problema delle lotte per il lavoro, che sono storicamente declinanti tanto pi il mondo andr verso lautomazione. In tale prospettiva sar sempre pi difficile difendere il lavoro, e tanto pi necessario rivendicare redditi distinti da un posto di lavoro sempre pi difficile da conseguire. Ma allora, se si tratta di distribuire a tutti una rendita (di esistenza), ci vorr pur uno Stato che lo faccia. Ebbene, ammetto che, oggi come oggi, difficile evitare che sia cos, dato che lanarchia non pare allordine del giorno. Tuttavia, se questa una soluzione di second best, ossia subordinata a quella preferita, questultima resta, come diceva Malatesta, quale lume regolatore, che non fine a s stesso, ma l per indicarci la strada da imboccare e per proporre un modello culturalmente coerente. Orbene, per far ci, non ci vuole poi molta fantasia. Basta valorizzare un elemento della cultura anarco-capitalista, in particolare di David Friedman, che ci ricorda che non esiste funzione alcuna dello Stato che non possa essere esercitata in sua vece dal mercato.

Pubblicato anche in A - rivista anarchica, 369, anno 42 n. 2 marzo 2012, disponibile anche alla seguente pagina web: http://anarca-bolo.ch/a-rivista/369/94.htm#4.

In altre parole, immagino, non uno Stato, ma una pluralit di agenzie in concorrenza che effettuino i conteggi del valore di mercato degli usufrutti vigenti sulla Terra e stabiliscano il quantum della rendita di esistenza da assegnare a ognuno. Quale sarebbe il vantaggio di queste agenzie rispetto allo Stato? Anzitutto sono prive di sovranit, e quindi non potrebbero pretendere nulla dai cittadini, che non fosse lindicazione morale di chi sia in regola e chi no coi pagamenti, incidendo cos sulla reputazione degli evasori. E poi, essendo in concorrenza e non monopolistiche, sarebbero oggetto di libera critica e soggetti a nuovi entranti. Va sottolineato, inoltre, che la rendita non avrebbe natura teorica tributaria, dato che i tributi sono imposizioni a carico dei proprietari, mentre qui avremmo un canone a favore dei proprietari, cio dei comproprietari comunisti, a carico di quelli che tecnicamente sarebbero non proprietari, ma usufruttuari. Ci detto, non voglio escludere che, nellimmediato, siffatto canone possa essere riscosso mediante la leva fiscale, a condizione che si tratti dellultima residua tassa a carico del cittadino, in attesa della transizione alla fase successiva, che, se non altro, molto pi intrigante non solo sul piano teorico, ma anche su quello pratico.