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Sciopero e serrata

Bruno Leoni
ISBN: 9788864401560

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Classici della libertà
8
Bruno Leoni

Sciopero e serrata

IBL Libri
“Il diritto di sciopero” è stato originariamente pubblicato su Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 1965, p. 3.
“Sciopero e serrata oggi in Italia” è stato originariamente pubblicato su Il Politico, 1967, n. 1, pp. 49-51.

Copertina
Timothy Wilkinson

Copyright © IBL Libri, 2013

IBL Libri
Via Bossi, 1
10144 Torino
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www.ibl-libri.it

Giugno 2013
ISBN: 978-88-6440-156-0
Indice

Sull’autore

Il diritto di sciopero
Sciopero e serrata oggi in Italia

Date
Vita e opere
Bibliografia
Sull’autore

«Leoni afferma in modo persuasivo, e sul punto mi ha convinto, che anche se la codificazione del
diritto fu concepita per aumentare la certezza del diritto, essa aumentò tutt’al più la certezza di breve
periodo (e non sono più sicuro che sia rigorosamente vero), mentre l’abitudine di alterare il diritto
mediante la legislazione diminuisce certamente la certezza del diritto di lungo periodo» (Friedrich
von Hayek).

«Il contributo di Leoni alla teoria liberale dello Stato si caratterizza anzitutto per aver richiamato
l’attenzione sulla nozione di scambio, inteso come presupposto di una teoria generale non solo della
politica, e quindi del “potere” e dello “Stato”, ma anche dell’azione umana» (Raimondo Cubeddu).

«L’individualismo di Leoni non fu solo metodologico, ma anche ontologico. Davvero gli individui
sono i soli attori del mondo umano. Questa dimensione ontologica diede alla sua teoria un gusto
decisamente individualistico che certo era destinato a risultare molto attraente per i liberali classici»
(Frank van Dun).

«Ciò che fa Leoni è applicare, al diritto e alla politica, con originalità e coerenza il concetto di
processo sociale spontaneo in modo pratico e sino alle sue estreme conseguenze» (Antonio Masala).

«Il grande contributo di Leoni consiste nel suggerire anche ai nostri più leali sostenitori del laissez-
faire un’alternativa alla tirannia della legislazione. Piuttosto che accettare l’alternativa tra diritto
amministrativo e legislazione, Leoni invita a tornare alle antiche tradizioni e ai principi del “diritto
di produzione giudiziale” come metodo per limitare lo Stato e assicurare la libertà» (Murray N.
Rothbard).
Il diritto di sciopero

Il conto dello sciopero – è noto e dimostrato – non torna. Ogni qualvolta le remunerazioni salariali
vengono spinte, per effetto di uno sciopero “vittorioso”, oltre i limiti di mercato, il mercato si
“vendica”: aumenti di prezzi e riduzione della produzione sono le conseguenze inevitabili. A questo
punto, come sempre in economia, si determinano le note reazioni a catena: le imprese diventano meno
attive, o addirittura passive, gli investimenti che avrebbero potuto potenziare il lavoro (e quindi le
remunerazioni salariali) non possono farsi, l’impresa decade. Riduzione dell’occupazione esistente,
mancata occupazione delle nuove leve di lavoro, rincaro parallelo del costo della vita: ecco
altrettanti corollari inevitabili delle “vittorie” sindacali contro il mercato.
I teorici dello “sciopero”, come mezzo per migliorare le condizioni dei lavoratori, sono dunque dei
cattivi economisti. Ma purtroppo, ed è ciò che vedremo ora, la cattiva economia genera il cattivo
diritto.
Un vistoso esempio di “cattivo” diritto è il cosiddetto “diritto” di sciopero. Questo “diritto” è
sancito solennemente dalla Costituzione all’art. 40. Come è noto, lo sciopero era, secondo il Codice
Penale “fascista”, un reato, proprio come è oggi, ancora, un reato nella Unione Sovietica e negli altri
paesi comunisti.
Diciamo subito che non si vede perché astenersi dal lavoro possa essere equiparato al rubare o ad
altri crimini condannati dalla coscienza morale di tutti: è quindi certamente ripugnante alla coscienza
di ogni uomo libero l’idea che lo sciopero possa essere un crimine. Ma da questa constatazione alla
pretesa che lo sciopero possa essere considerato un “diritto” ci corre.
Non va infatti dimenticato che “scioperare” non vuol dire semplicemente astenersi dal lavoro: vuol
dire astenersi dal lavoro «in pendenza di un contratto di lavoro». In altre parole vuol dire mancare ad
un proprio obbligo, previsto nel contratto. Le stesse considerazioni valgono, naturalmente, per la
serrata. Se chiudere i battenti dell’azienda senza giustificato motivo può significare, da parte
dell’imprenditore, violazione del contratto di lavoro, non vedesi perché la serrata debba considerarsi
un “diritto”, anche se, ovviamente, non la si può condannare come “reato”, perché ciò urterebbe,
ancora una volta, contro la coscienza di tutti gli uomini liberi.
È nota, peraltro, la “soluzione” data al problema dai nostri “rifondatori”: lo sciopero è diventato un
“diritto”; della serrata non si parla. Il silenzio sulla serrata fu il risultato di un compromesso tra
coloro che volevano perpetuare nei confronti della serrata la tracotante qualifica di “reato” (proprio
come ai tempi del regime fascista) e coloro che – al contrario – invocavano per la serrata lo stesso
trattamento dello sciopero.
Così avvenne che la violazione del contratto di lavoro, commessa da parte del lavoratore sotto forma
di “sciopero”, diventò un “diritto”, laddove in nessun altro caso si ammette che colui che ha assunto
in contratto un determinato obbligo possa tranquillamente violarlo. È ben vero, infatti, che nel nostro
ordinamento, come in quelli di tutti gli altri paesi civili, si contemplano speciali casi nei quali
l’inadempienza è consentita: ma anche in tali casi spetta al giudice accertare, in ultima analisi, se la
parte che è venuta meno ai suoi obblighi aveva il diritto di farlo, ad esempio per un motivo di forza
maggiore, o come ritorsione all’inadempienza accertata dell’altra parte, e così via.
Qualcuno potrebbe obiettare che lo sciopero è un “diritto” anche in altri paesi. Tuttavia va notato che
l’esercizio di un tale “diritto” è sottoposto altrove al verificarsi di determinate condizioni, le quali
possono essere accertate in definitiva dal giudice, così da impedire che i prestatori d’opera possano
violare ad ogni momento, come e quanto loro piace, l’obbligo di lavorare in pendenza di un contratto
di lavoro. Valga il caso del paese industrialmente più progredito del mondo, gli Stati Uniti
d’America.
Il ricorso alla sciopero è colà possibile soltanto dopo che sia stata esperita una procedura lunga e
complessa di conciliazione e si sia verificata una serie di condizioni che limitano fortemente, anche
se non impediscono del tutto, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni da parte dei contendenti nel
rapporto di lavoro.
Da noi, nulla di tutto questo. L’art. 40 della Costituzione ha un sapore vagamente irenico: esso infatti
prescrive che il «diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». Sennonché,
quando la nostra Costituzione entrò in vigore, le uniche leggi che “regolavano” lo sciopero erano
quelle che lo proibivano come un reato previsto dal Codice Penale. Dopo di allora, nessuna legge è
stata emanata per regolare il diritto di sciopero.
La Corte Costituzionale, la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato (nonché le corti minori) si
sono trovate più volte, ormai, di fronte al grave problema di questo “vuoto giuridico” che si è
determinato in materia di sciopero, e, a cominciare dalla Corte Costituzionale, hanno severamente
lamentato la carenza del potere legislativo a questo proposito.
Ma in un sistema di “diritto scritto” come il nostro, in cui tutto si fa dipendere, o almeno si finge che
dipenda, dalla legislazione, nessun giudice, per quanto elevato sia il suo grado, oserebbe sostituirsi
apertamente al potere legislativo.
Ciò che finora hanno fatto i giudici in materia di “sciopero” è stato ovviamente utilissimo.
Ma l’opera dei giudici non basta. Si impone la legge. Essa non potrà eliminare l’arbitrio consacrato
dalla Costituzione come “diritto”.
Ma potrà almeno precisarne le condizioni di esercizio e ridurne il danno. Coi tempi che corrono, vi è
bensì – fortunatamente – chi ha imparato – tra i lavoratori – che lo sciopero non paga. Ma vi è anche
– purtroppo – chi ha imparato che lo sciopero come diritto senza limiti è una efficacissima arma per
sovvertire la società. Si abbia dunque, almeno una volta, un po’ di coraggio e si faccia una legge che
è necessaria. Ne va di mezzo il paese.
Sciopero e serrata oggi in Italia

1. La filosofia del “diritto di sciopero”


Non sarebbe possibile comprendere nulla delle norme esistenti nel nostro, o in altri ordinamenti,
sullo “sciopero” e rispettivamente sulla “serrata” se non si conoscessero le finalità a cui queste
norme corrispondono. A loro volta queste finalità vengono a dipendere direttamente da un complesso
di convinzioni, ancora abbastanza diffuse, sebbene ormai lo siano meno di un tempo, tra gli uomini
politici di molti paesi, specie fra quelli che fanno appello a larghe masse di elettori e, quindi, di
prestatori di lavoro subordinato.
L’insieme di queste convinzioni alle quali si ispirano non solo le norme ma anche la loro
interpretazione da parte di giuristi e di giudici costituisce quella che si potrebbe chiamare la filosofia
dei rapporti di lavoro in generale, e più in particolare dello sciopero considerato come strumento
necessario di autotutela dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro.
Purtroppo l’analisi teorica, non meno della ricerca storica, stanno dimostrando ormai, se non alle
masse, almeno agli studiosi, che, anche quando si ispira alle migliori intenzioni, e specie a quella di
raddrizzare pretesi torti e di restaurare la giustizia, la filosofia sottostante al cosiddetto “diritto” è
fatta in parte di cattiva economia, e in parte di cattiva storia economica.
Cattiva economia, perché c’è chi pensa che lo sciopero sia il mezzo inevitabile o comunque decisivo
per consentire ai lavoratori di conseguire un salario superiore a quello già percepito, riducendo in tal
modo il processo economico della produzione, che è un fenomeno estremamente complesso, ad una
questione puramente interna tra datori di lavoro e lavoratori, e in definitiva ad una questione la cui
risoluzione dipenda esclusivamente dalla loro volontà, e in particolare dalla buona volontà del
datore di lavoro.
Questa concezione, di un semplicismo sconcertante, non è più condivisa oggi da alcun economista
degno di questo nome, e gli stessi lavoratori si stanno accorgendo ormai che si tratta di un’idea
troppo semplice. Che il datore di lavoro incontri per l’impiego dei fattori umani e non umani di
produzione costi oltre i quali non può andare, che egli debba fronteggiare continuamente il
consumatore sul mercato dei beni prodotti e non possa quindi imporre – a suo piacimento – al
consumatore i prezzi di quei prodotti, perché il consumatore – almeno nelle moderne economie di
mercato – ha praticamente possibilità infinite di scelta e quindi di reazione alla richiesta di maggiori
prezzi da parte del produttore, sono tutte cose che cominciano a capirsi anche dai più.
Ma assai meno compreso è ancor oggi – purtroppo – il fatto che i cosiddetti “profitti”
dell’imprenditore, quando vi sono, vengono nella quasi totalità reimpiegati dall’imprenditore
medesimo nel processo produttivo, e che quindi ogni tentativo di assorbire quei “profitti” a vantaggio
del lavoratore attraverso l’azione sindacale e in particolare mediante lo sciopero si traduce in realtà
in un tentativo di ridurre – a breve od a lunga scadenza – l’ammontare dei capitali destinati
all’investimento e quindi le stesse possibilità di potenziare e di rimunerare il lavoro. È ormai di
dominio comune il fatto che le imprese tecnologicamente ed economicamente più progredite, quali
quelle degli Stati Uniti d’America, sono alla ricerca sempre crescente di capitali da destinare
all’investimento per migliorare la propria efficienza e sostenere la concorrenza altrui. Negli Stati
Uniti il capitale impiegato nelle imprese raggiunge ormai in vari casi i venticinque milioni di lire per
ogni lavoratore impiegato.
D’altra parte, che l’accumulazione dei fattori non umani della produzione tenda a potenziare
progressivamente il lavoro umano e consenta quindi di rimunerarlo sempre di più è una verità che
comincia anch’essa a farsi strada, seppure lentamente. Tutti possono constatare, infatti, che le
imprese che rimunerano di più il lavoro sono quelle che possiedono maggiori impianti, e in cui il
numero di macchine utili a disposizione dei lavoratori è più grande: la graduale scomparsa
dell’artigianato, il quale non può consentire alte rimunerazioni perché nell’artigianato il lavoro non è
potenziato da impianti e da macchine che in misura modesta, è una prova di ciò, alla portata di tutti.
Tuttavia, l’uomo della strada è ancora lontano dall’aver imparato tutte le lezioni di economia che
scaturiscono dai fenomeni che constatiamo ogni giorno. Molti credono ancora che il “padrone” (il
quale poi è diventato, nel senso tradizionale di questa parola, sempre più raro) si prefigga come
principale o magari unico scopo di conseguire “profitti” per goderseli consumandoli direttamente, e
che inoltre egli tenda a conseguire questo preteso scopo unicamente, o almeno prevalentemente, col
rimunerare il lavoro assai meno di quanto potrebbe: due mezze verità queste, ossia due errori
autentici che persistono tanto più ostinatamente in quanto c’è in essi un piccolo nucleo di vero. Non
si vede infatti abbastanza, ancora, dall’uomo della strada che l’imprenditore ha bensì interesse ad
aumentare al massimo il suo reddito, ma che per far ciò egli deve anzitutto aumentare al massimo i
propri investimenti, destinando precisamente la parte maggiore dei redditi già conseguiti a questi
investimenti, per trasformarli in nuove fonti di reddito. Non si vede inoltre abbastanza – dall’uomo
della strada – che se è pur vero che per aumentare i redditi l’imprenditore tende a pagare il minimo
possibile tutti i fattori di produzione, e quindi anche il lavoro, il limite di questa tendenza è costituito
per lui dall’interesse a disporre di una sempre maggior quantità di fattori di produzione e quindi
anche del fattore lavoro, perché soltanto aumentando la quantità (e la qualità) dei fattori di
produzione egli può in ultima analisi aumentare in senso assoluto la produzione dei beni e quindi i
suoi redditi. L’imprenditore è così spinto ad aumentare, non appena gli sia possibile, anche la sua
richiesta di lavoro, e in una società in cui il lavoro si vende al mercato (ossia in una società in cui
esiste la libera collaborazione fra gli individui) ciò non può che tradursi in un aumento delle
rimunerazioni che l’imprenditore è progressivamente costretto ad offrire per assicurarsi il lavoro
che gli serve: aumento che, d’altra parte, è reso possibile dal crescente potenziamento del lavoro
mediante nuovi e più evoluti mezzi materiali di produzione.
Correlativamente alle due mezze verità – ossia ai due errori – di cui sopra, si è dimostrata assai
tenace – nell’opinione dei più – anche un’altra mezza verità: quella che il datore di lavoro si trovi
sempre in condizioni di vantaggio nei confronti del lavoratore, soprattutto perché il secondo non
può attendere a lungo la rimunerazione che gli consente di “sopravvivere”, mentre il primo può
invece disporre a suo piacimento del tempo necessario per costringere il lavoratore ad accettare una
rimunerazione inferiore a quella che sarebbe possibile. Su questa mezza verità – ossia su questo
autentico errore – poggia in gran parte il castello concettuale del così detto costante squilibrio fra le
parti contraenti nel contratto di lavoro: “squilibrio” che lo sciopero avrebbe la funzione di
“compensare”, così da ristabilire l’equilibrio contrattuale a favore della parte pretesamente più
debole.
Questo ristabilito equilibrio, a sua volta, dovrebbe poi essere difeso – secondo questa concezione –
contro ogni tentativo di turbarlo ad opera del contraente più forte, ad esempio colla serrata. Proprio
invocando il preteso “squilibrio” tra le parti si giustifica infatti, per i suoi propugnatori, il “diritto”
di sciopero, e, correlativamente, proprio invocando la necessità di preservare il nuovo “equilibrio”
(pretesamente raggiungibile mediante l’introduzione del diritto di sciopero) si afferma oggi da taluni
di costoro, in Italia, la illiceità, anche penale, della serrata, o almeno se ne propugna di nuovo la
messa al bando e si chiede il ripristino delle disposizioni penali già introdotte dal regime fascista
contro la serrata.
Ho detto che si tratta anche qui di una mezza verità ossia, al solito, di un errore. È infatti vero –
anzitutto – che se il lavoratore rimanesse effettivamente senza alcuna retribuzione e inoltre senza
alcun altro mezzo di sussistenza durante le sue trattative con un determinato datore di lavoro, sarebbe
costretto alla fame; tuttavia è anche vero che l’alternativa fra l’accettazione delle condizioni
offertegli dal datore di lavoro e la mancanza di ogni altro possibile reddito o rimunerazione del
lavoratore è puramente ipotetica. In altre parole, come hanno da tempo rilevato gli economisti, la
disoccupazione in concreto è spesso volontaria, ossia dipende da una decisione che il lavoratore è in
grado di prendere, proprio perché può aspettare per lavorare, o quanto meno per svolgere un
determinato lavoro, che si verifichino determinate condizioni a lui gradite. Che ciò sia vero è
dimostrato non solo dal caso di tutti coloro che non lavorerebbero a nessun prezzo oltre il limite che
altri riterrebbe appena indispensabile alla sopravvivenza (è questo un caso abbastanza comune, ad
esempio, in Africa, in India, o tra gli Indiani d’America), ma anche nel caso di tutti coloro che
preferiscono ridurre o tenere temporaneamente basso il loro tenore di vita in attesa di
un’occupazione gradita, anziché dedicarsi ad altre occupazioni accessibili (ed eventualmente anche
più rimunerative), ma meno gradite (e pertanto rifiutano ad esempio lavori domestici, o attività
artigiane, od agricole, in attesa del più gradito lavoro di fabbrica), nonché, infine, dal caso di tutti
coloro che nelle società occidentali preferiscono appunto scioperare nell’attesa di condizioni
migliori di lavoro. D’altra parte, è bensì vero che il datore di lavoro dispone di regola di redditi
sufficienti a sopravvivere, fisicamente, assai più a lungo dei suoi datori di lavoratori nel caso in cui
la sua impresa rimanesse improduttiva. Ma ciò non significa affatto che il datore di lavoro sia indotto
a decidere la sospensione della produzione soltanto o anche solo prevalentemente in base a questa
semplice considerazione.
È noto che l’utilità o la disutilità delle scelte viene valutata da chi sceglie non già in base ad un
paragone tra la posizione in cui egli si trova e la posizione in cui si trovavano contemporaneamente
altri, meno fortunati di lui, ma bensì in base ad un paragone tra la situazione in cui chi sceglie verrà a
trovarsi e quella in cui si trova attualmente. L’imprenditore che debba decidere se sospendere o
meno (ad es. con una serrata) la produzione, non pensa quindi – di regola – al fatto che in ogni caso,
egli potrà pur sempre mangiare, a differenza dei suoi operai, per un certo numero di mesi o di anni,
anche senza far nulla, bensì al fatto che tale sospensione peggiorerà, magari gravemente, la sua
situazione attuale, privandolo dei redditi che già gode, o privandolo di tali redditi in misura
rilevante. Non basta quindi per indurre l’imprenditore a sospendere l’attività della sua azienda la
semplice considerazione che egli potrà sopravvivere fisicamente più a lungo dei suoi dipendenti:
l’imprenditore sa che se la sospensione si prolunga, non solo egli incorrerà, come suol dirsi, in lucri
cessanti, ma subirà danni emergenti, i quali poi saranno tanto più rilevanti quanto più grande è la
dimensione della sua impresa, per i costi comportati dal possesso dei beni di produzione anche
quando questi rimangono totalmente o parzialmente inoperosi. Considerazioni – queste – non di rado
assai più efficaci a indurre l’imprenditore alla continuazione dell’attività produttiva della sua
impresa, di quanto lo sarebbero – per sospendere tale attività – le semplici considerazioni relative
alla possibilità della sua sopravvivenza fisica in mancanza di tale attività. Se così non fosse, non
vedremmo imprenditori (che pur potrebbero benissimo sopravvivere, fisicamente, cessando di fare
gli imprenditori) continuare talvolta la loro attività magari fino ad età avanzata e malgrado ogni
difficoltà e intralcio, come avviene di rado oggigiorno in Italia, o altri invece compiere gesti
disperati, ad esempio suicidandosi in seguito al fallimento delle loro imprese, anche se le possibilità
di sopravvivere fisicamente dopo il fallimento sarebbero per essi ancora assicurate.
Lo stesso fine dello sciopero è, del resto, come è noto, quello di provocare all’imprenditore tali
danni da indurlo all’accondiscendere alle richieste degli scioperanti. Il che contraddice, appunto, la
tesi che il solo fatto di poter sopravvivere più a lungo dei propri lavoratori sia per l’imprenditore un
motivo sufficiente per fare ciò che crede.
Va qui menzionato un altro argomento che si usa addurre da molti in favore della sopra ricordata
mezza verità: mentre il lavoratore non può – si dice – scegliere a piacimento il suo datore di lavoro
(perché i datori di lavoro sono assai meno numerosi dei lavoratori) il datore di lavoro può scegliere
a piacimento i propri lavoratori, che sono assai più numerosi dei datori di lavoro: donde la maggior
forza, o il maggior “potere contrattuale” che al datore di lavoro deriverebbe sempre anche per
questo, rispetto al lavoratore, e che la legislazione sindacale, culminante nel diritto di sciopero, ha
per scopo di “riequilibrare” a favore della cosiddetta parte più debole. Ma con ciò si trascura di
considerare che se per una determinata impresa occorrono ad esempio un imprenditore o almeno
cento lavoratori, questi ultimi costituiscono già appunto per questo una potenziale ed efficace – anche
se eventualmente involontaria o inconsapevole – “coalizione” nei confronti del datore di lavoro. Egli
infatti potrà bensì cercare di scartare dal gruppo dei cento lavoratori necessari quelli che non
desidera, ma secondo la nostra ipotesi pur sempre cento dovrà assumere e non è detto affatto che
questa esigenza gli consenta di scegliere o di scartare a capriccio chi gli pare: l’imprenditore si
troverà così nella situazione di chi ha bisogno di una determinata somma per raggiungere il suo
scopo: avrà assai scarsa rilevanza per costui (e per ogni altro) il fatto che egli possa, in teoria,
scegliere il taglio o la serie dei biglietti di banca a sua disposizione per pagare quella somma: il
limite della sua decisione essendo anzitutto rappresentato dall’ammontare di cui ha bisogno e inoltre
dai mezzi di pagamento che ha sottomano.
La stessa considerazione, rovesciata, vale per il prestatore d’opera. Costui sembra trovarsi in
condizione di svantaggio perché deve “competere” con un grande numero di altri prestatori di fronte
ad un limitato numero di datori di lavoro: ma in realtà può benissimo darsi – e ne abbiamo visti,
anche di recente, esempi numerosi in vari paesi – che i prestatori d’opera si trovino – ciò malgrado –
in condizioni di vantaggio nei confronti del datore di lavoro, il che appunto accade quando esiste una
domanda di mano d’opera superiore all’offerta. Anche a questo proposito è prevalsa e prevale tuttora
nella mente degli assertori della cosiddetta disuguaglianza delle parti nel contratto di lavoro e del
correlativo “diritto” di sciopero, una visione alquanto semplicistica del fenomeno economico:
costoro tendono sempre a ragionare – a quanto sembra – in termini di “pochi” datori di lavoro e di
“molti” lavoratori, senza tener conto delle proporzioni che si rendono necessarie caso per caso in
base alle esigenze e alla situazione delle imprese e che sono le sole che contano. Essi trascurano così
di constatare che un imprenditore che abbia bisogno di almeno cento lavoratori e non possa trovarli
agevolmente sul mercato, si trova non già in condizioni di superiorità, ma di inferiorità, di fronte a
costoro e a ciascuno di costoro, nonostante il fatto che – anche in questo caso – l’imprenditore sia
unico e i lavoratori siano “molti”.
Va ricordato, a questo punto, come, anche a proposito della filosofia del “diritto di sciopero”, giochi
un fattore irrazionale, che è alla base di tutta l’ideologia “sindacalista” moderna. Per questa
ideologia vale ancora oggi la definizione proudhoniana di “filosofia della miseria”. Soltanto le
situazioni di miseria attraggono infatti, di regola, – e sembrano giustificare – l’attenzione dei fautori
di questa ideologia: soltanto in situazioni di miseria ambientale l’imprenditore si trova appunto, in
una posizione, almeno apparentemente più forte, di quella dei suoi prestatori d’opera e soltanto tali
situazioni di miseria ambientale vengono tenute presenti nelle ideologie di cui sopra: se
l’imprenditore ha bisogno di cento lavoratori e il mercato del lavoro gliene offre – poniamo –
trecento, costoro appaiono in una situazione di svantaggio. Tuttavia ciò non significa affatto che, da
un lato, l’imprenditore possa fare – in tale situazione – quello che vuole (ad es. riducendo, o d’altra
parte, aumentando a piacere, le sue offerte di rimunerazione del lavoro), né che, d’altro lato, i
lavoratori possano eliminare lo svantaggio della loro situazione semplicemente ricorrendo a
procedimenti coercitivi del tipo di quello dello sciopero. L’apparente vantaggio del datore di lavoro
in una situazione del genere si ricollega sempre – infatti – più o meno direttamente, alla situazione
generale di miseria dell’ambiente considerato: il capitale vi è scarso, e gli stessi imprenditori sono
poco numerosi.
L’imprenditore – se appartiene all’ambiente – non può di regola disporre che di mezzi assai più
limitati di quelli di cui disporrebbero i suoi colleghi in un ambiente prospero. La scarsezza dei
capitali consente al nostro imprenditore un uso scarso di fattori non umani della produzione, ossia gli
consente di potenziare e quindi rimunerare solo scarsamente il lavoro umano a sua disposizione. A
ciò si aggiunge, nelle economie arretrate, un rischio maggiore di impresa derivante da una quantità di
cause che vanno dalle difficoltà di produrre e d’immettere sul mercato i beni prodotti all’insolvenza
frequente dei compratori, e che si traducono in costi maggiori. Queste circostanze ambientali
impediscono ovviamente al nostro datore di lavoro, che possiamo definire marginale, di rimunerare i
suoi lavoratori in misura simile a quella in cui i suoi colleghi appartenenti ad economie più
progredite possono rimunerare i loro lavoratori.
Pretendere di “riequilibrare” la capacità contrattuale dei lavoratori con quella dell’imprenditore in
tali casi non ha evidentemente molto senso: occorrerebbe infatti eliminare anzitutto le cause della
miseria ambientale, ma ciò si ottiene appunto soltanto con l’aumento della produzione, e l’aumento
della produzione – a sua volta – non può conseguirsi che alla condizione di rimunerare anzitutto, in
proporzione del loro rendimento relativo, i vari fattori, umani e non umani, della produzione.
Se ne deve concludere che mentre in economie prospere può non esistere affatto uno “squilibrio”
contrattuale a danno dei prestatori di opera, e anzi può esistere – al contrario – una situazione di
“superiorità” contrattuale da parte di questi ultimi, nelle economie arretrate la superiorità almeno
apparente della posizione del datore di lavoro sui suoi lavoratori è più che compensata, di regola,
dalla scarsezza dei suoi capitali e dal conseguente alto costo della produzione, due circostanze,
queste, che non appaiono modificabili con mezzi di coazione quali lo sciopero. Il tentativo di ridurre
il reddito del datore di lavoro marginale in una situazione del genere, mediante procedure di
coazione, quali lo sciopero, può quindi comportare addirittura la scomparsa della figura, in queste
economie abbastanza rara, dello stesso datore di lavoro, il quale non troverebbe più convenienza a
sopportare un maggior costo di produzione, quando quello che ora deve sopportare è già alto rispetto
ai costi di produzione corrispondenti nelle economie evolute.
Tutto ciò smentisce il famoso mito della “parte sempre e necessariamente più debole”, che sarebbe,
secondo i filosofi dello sciopero, il prestatore d’opera, e quindi priva addirittura delle sue basi
l’idea del famoso “squilibrio” fondamentale tra le parti che dovrebbe e potrebbe essere compensato
solo mediante mezzi eccezionali quali lo sciopero.
Naturalmente a conclusioni analoghe si perviene per la serrata, se si concepisce la serrata come
mezzo per “squilibrare” il rapporto a favore del datore di lavoro. Allora valgono, rovesciate, le
{1}

considerazioni che abbiamo già fatto per il caso in cui la manodopera sia abbondante. Se la
manodopera è scarsa (caso che il datore di lavoro potrebbe considerare come di “superiorità” per il
prestatore d’opera) non si rimedia certo a tale scarsità con una “serrata” mentre proprio a tale
scarsità di manodopera occorrerebbe rimediare per eliminare la pretesa superiorità contrattuale, in
tal caso, del prestatore d’opera.
Sciopero e serrata si rivelano quindi essere mezzi in gran parte illusorii per eliminare pretesi
permanenti squilibri fra le parti del contratto di lavoro.
Può bensì invece accadere – e di regola accade – che con questi procedimenti – e in particolare col
più comune di essi, lo sciopero – si determinino soprattutto squilibri tra lavoratori e lavoratori, e in
definitiva una perdita per l’intera società economica. Se infatti, per effetto di uno sciopero (o di
altre procedure più o meno direttamente coattive aventi per effetto di alterare il prezzo di mercato del
lavoro), il lavoro impiegato nella produzione di un certo bene viene a costare più caro di prima, e
inoltre più caro del lavoro impiegato per la produzione di altri beni, si manifesterà una tendenza, da
parte degli imprenditori, a destinare – al di là di quella che sarebbe la richiesta di mercato – i fattori
materiali della produzione (ossia, in termini monetari, il capitale da investire) verso le produzioni in
cui il lavoro sarà rimasto meno costoso. Ciò avrà anzitutto per effetto l’eventuale disoccupazione dei
lavoratori nelle imprese in cui il lavoro è divenuto troppo costoso (ossia uno squilibrio fra lavoratori
e lavoratori) solo compensabile in parte con il riassorbimento eventuale, a salari minori, dei predetti
lavoratori nelle imprese in cui il lavoro sarà rimasto meno caro e in cui saranno inoltre affluiti i
nuovi capitali distolti dalle imprese, nelle quali il lavoro era divenuto più caro. Ma ciò avrà anche
per effetto una sottrazione di risorse alla produzione di certi beni che pure erano richiesti sul
mercato, e la destinazione di quelle risorse alla produzione di beni non richiesti o meno richiesti dal
mercato, con una perdita netta per lavoratori, imprenditori e consumatori. Vero è che nel corso delle
dispute sindacali – a questo proposito – tra lavoratori e datori di lavoro si sente spesso accennare ad
una pretesa soluzione che dovrebbe costituire il toccasana per tutti i mali derivanti dall’aumento del
costo della mano d’opera oltre alle possibilità del mercato.
Si dice da taluni che l’aumento di tale costo potrà essere riassorbito dall’aumento della produttività
delle imprese: ossia dalla possibilità, da parte delle imprese, di migliorare le proprie attrezzature
onde mantenere a costi maggiori lo stesso numero di lavoratori, producendo di più. Questa teoria si
rivela peraltro alquanto semplicistica. Anzitutto non sempre è possibile alle imprese reperire i nuovi
capitali necessari a potenziare il lavoro e quindi ad aumentare la produttività nel senso di cui sopra.
Ma vi è un’altra difficoltà: anche ad ammettere che le imprese colpite da un eccessivo aumento del
costo del lavoro trovino i capitali necessari per potenziare i propri impianti al fine di produrre di
più, non è affatto dimostrato che tale potenziamento sia sempre economicamente produttivo per le
imprese: può darsi infatti che una maggiore produzione di beni o di servizi sia, per le imprese
considerate e, in determinate circostanze, o impossibile, o almeno non conveniente: o perché
l’ipotetico maggior prodotto non verrebbe assorbito dal mercato, o perché non verrebbe assorbito a
prezzi rimunerativi. In tal caso potrà bensì l’impresa cercare di aumentare la propria produttività
(ossia il rapporto fra i propri costi e i propri ricavi) mediante un potenziamento degli impianti, se ciò
risulterà finanziariamente possibile. Ma l’aumento della produttività verrà in tal caso cercato
dall’impresa mediante una riduzione della mano d’opera impiegata e divenuta ormai troppo
costosa. La produttività delle imprese ossia il rapporto costi-ricavi può infatti, come è evidente,
aumentare non solo aumentando i ricavi mantenendo fissi i costi, ma anche mantenendo fissi i ricavi e
riducendo i costi, a cominciare da quelli che hanno subito in ipotesi un aumento eccessivo quale
risultato di una “vittoria sindacale”. A questo punto lavoratori e sindacati da un lato e imprenditori
dall’altro possono dichiararsi entrambi favorevoli alla idea dell’aumento della produttività delle
imprese: purtroppo essi non parlano lo stesso linguaggio anche se usano gli stessi termini. I sindacati
dei lavoratori vogliono infatti che le imprese aumentino in qualche modo i ricavi e credono, o
mostrano di credere, che ciò sia sempre possibile, così da compensare i maggiori costi della mano
d’opera impiegata; gli imprenditori invece rendendosi conto che ciò spesso non è possibile, badano a
mantenere fissi i ricavi riducendo invece il costo totale della mano d’opera impiegata. Ciò ricorda la
storiella del colloquio tra l’attuale re del Laos e un economista americano che era venuto ad
insegnargli come si doveva fare per “aumentare la produttività” dell’economia di quel paese. Ad un
certo punto il re interruppe l’economista: “Scusate signore, qui non ci intendiamo: voi volete
raddoppiare il prodotto e noi vogliamo invece dimezzare il lavoro”. Ora l’aumento di produttività
che il re del Laos desiderava per compiacere la pigrizia dei suoi sudditi, gli imprenditori devono
desiderarlo perché non hanno altra via d’uscita.
Un tipico caso recente, di questo genere, è stato ricordato da un valente studioso americano,
professore d’economia all’università di Chicago, il Brozen. Noi abbiamo a Chicago, scrive Yale
Brozen, un grande numero di adolescenti che escono dalle scuole e non riescono a trovare lavoro. Il
{2}

problema si manifesta sotto forma di un alto tasso di delinquenza giovanile. Questi vorrebbero
lavorare in qualche modo: preferibilmente avere un impiego fisso. Molti di essi venivano impiegati
come operatori di ascensore al salario di un dollaro o un dollaro e venticinque l’ora. Il sindacato
degli operatori di ascensore a Chicago riuscì tuttavia ad imporre un salario minimo di due dollari e
cinquanta all’ora. Il risultato fu che i proprietari dei fabbricati muniti di ascensori trovarono a questo
punto più economico spendere 30.000 dollari per ascensore allo scopo di rendere l’ascensore
interamente automatico ed eliminare l’operatore. Poiché il costo totale di questa operazione,
comprese tasse, assicurazioni, ammortamenti e interessi sul capitale necessario, ammontava a 8000
dollari per ascensore, non era conveniente rendere automatici gli ascensori quando due turni di
operatori al giorno venivano a costare soltanto 5000 dollari per ascensore. Ma poiché, dopo la
cosiddetta vittoria del sindacato, il costo degli operatori a due turni al giorno era salito a 10.000
dollari annui per ascensore, la spesa per automatizzare interamente gli ascensori diventò conveniente.
Il risultato fu quindi l’automatizzazione degli ascensori, la disoccupazione degli operatori e un
problema di ordine pubblico, gravemente turbato dai teen-agers trovatisi così improvvisamente
senza lavoro. Ora questo lamentevole risultato si è raggiunto precisamente mediante un “aumento di
produttività” consistente nella produzione dello stesso servizio (portar su e giù lo stesso numero di
persone in ascensore) con una riduzione dei costi di esercizio, rispetto a quelli imposti dalla vittoria
sindacale, pari a 2000 dollari per ascensore. Ma un tale “aumento di produttività” è stato anche
ottenuto mediante un costo maggiore, pari a 3000 dollari l’anno per ascensore rispetto al costo
anteriore alla vittoria sindacale. Questa maggior somma annua di 3000 dollari avrebbe potuto essere
certo meglio impiegata altrove nella produzione di altri beni richiesti dal mercato, nella conseguente
maggiore occupazione di mano d’opera per produrli, mentre per effetto della vittoria sindacale tale
somma è stata impiegata per ottenere disoccupazione e per creare un nuovo problema di polizia nella
città di Chicago. D’altra parte il tentativo eventuale di estendere, mediante procedure coattive, anche
alle imprese in cui il lavoro è rimasto meno costoso, l’aumento – oltre i limiti di mercato – della
rimunerazione dei loro lavoratori, porterà – a più o meno breve scadenza – ad una correlativa
riduzione di tutti i fattori non materiali di produzione il cui impiego risulterà ormai meno
conveniente: si produrrà dunque infine – in tutti i settori – meno di quanto sarebbe possibile, e a
costi maggiori. In ultima analisi, tutti dovranno pagare, come consumatori, il maggior costo,
artificiosamente provocato, del lavoro. Inoltre molti lavoratori perderanno l’impiego, gli aspiranti-
lavoratori si troveranno privi di nuove occasioni di lavoro e i lavoratori occupati si troveranno ad
essere privi dell’apporto di quei nuovi fattori materiali di produzione che, senza l’aumento artificiale
del costo del lavoro, avrebbero potenziato quest’ultimo, consentendo una maggior produzione, e
quindi, infine, maggiori rimunerazioni da parte degli imprenditori. È appena il caso di rilevare che
allo stesso risultato si perverrebbe se si pensasse (come infatti si pensa dai sindacati anche nel
nostro paese, e come si è cercato di ottenere più volte) di bloccare i licenziamenti della mano
d’opera già impiegata, e d’impedire in questo modo alle imprese di controbilanciare l’aumento del
costo unitario del lavoro determinatosi a seguito delle cosiddette vittorie sindacali, con una
corrispondente diminuzione del costo totale del lavoro mediante la riduzione della mano d’opera
impiegata. Infatti, se si applica il blocco dei licenziamenti, le imprese che riusciranno a sopravvivere
verranno ovviamente scoraggiate dall’investire nuove risorse, mentre quelle che non riusciranno a
compensare in alcun modo l’aumentato costo del lavoro dovranno chiudere. Nel caso delle imprese
sopravvissute verranno quindi a mancare nuove occasioni di lavoro per le nuove leve di lavoratori, e
nuove occasioni di potenziamento del lavoro, e quindi di miglioramento delle retribuzioni per i
lavoratori già impiegati; nel caso delle imprese che chiudono verrà poi a determinarsi una
disoccupazione evidente, che non saranno né gli interventi dei prefetti e del ministro del lavoro, né le
agitazioni di piazza, a poter eliminare.
Un destino beffardo punisce dunque con una diminuzione generale di ricchezza tutti questi tentativi di
alterare forzatamente, e contro il mercato, la distribuzione della ricchezza stessa a favore di alcuni.
A questi svantaggi che si determinano, a breve e a lunga scadenza, in seguito alle perturbazioni recate
sul mercato del lavoro mediante le procedure più o meno coattive tendenti ad elevare le
rimunerazioni del lavoro oltre i limiti di mercato, si uniscono – beninteso – gli svantaggi più
evidenti, che derivano ai lavoratori, ai datori di lavoro e a tutti i consumatori, dalla distribuzione
delle risorse esistenti (sotto forma di mancato uso o di deterioramento delle risorse umane e
materiali destinabili alla produzione e rimaste inoperose durante scioperi o serrate) nonché dalla
mancata produzione dei beni che durante lo sciopero sarebbero stati producibili.
La convinzione che – al tirar delle somme – il costo diretto dello sciopero per i lavoratori possa non
essere affatto compensato dai vantaggi per essi conseguibili in modo diretto sotto forma di
miglioramenti salariali, ha ormai cominciato a farsi strada tra gli stessi lavoratori: meno evidente è
invece ancora il fatto che anche i vantaggi diretti eventualmente conseguibili in questo modo per i
lavoratori possono essere a loro volta annullati, e più che annullati, da svantaggi successivi, quali
disoccupazioni, o mancata occupazione, degli stessi lavoratori o di altri, aumenti del costo della vita
per tutti e mancati aumenti delle rimunerazioni salariali future a più o meno lunga scadenza, per i
lavoratori interessati, o per altri, o per tutti. Il conto dello sciopero non torna, e proprio per questo le
nozioni economiche cominciano a farsi strada, attraverso la dura esperienza, anche nelle menti di
coloro che non hanno mai sottoposto questi problemi a riflessione sistematica.
Da molto tempo – come è noto – lo sciopero ha cessato di esercitare sulle masse il fascino che
esercitava come strumento presunto di miglioramento della situazione dei lavoratori. Nella misura in
cui lo sciopero sembra ancora essere un mezzo efficace per determinare un guadagno netto non
altrimenti conseguibile dagli scioperanti, lo sciopero rimane un mito della nostra epoca, e rimarrà
tale almeno fino a quando si determinerà una più completa consapevolezza dei suoi limiti economici
inesorabili e di tutte le sue contropartite negative, per coloro che lo attuano, non meno che per gli
altri membri della società economica.
Nell’attesa, lo sciopero esercita ancora il fascino che esercita sempre, sul tipo del “ribelle
primitivo” (il quale, come ci insegna la sociologia, esiste in quasi tutte le società, anche in quelle
evolute), l’esercizio unilaterale delle proprie ragioni e il miraggio di conseguire, in tal modo, ciò che
gli sarebbe impossibile mediante il libero consenso degli altri interessati.
Ho detto dall’inizio che la filosofia sottostante al cosiddetto “diritto” di sciopero è fatta anche di
cattiva storia economica. Si possono valutare in vario modo l’azione sindacale e i suoi risultati
nell’età contemporanea. Si può ammettere, ad esempio, che, almeno in parte, essa abbia avuto taluni
risultati positivi sull’educazione delle masse operaie, sebbene non vadano trascurati i risultati
negativi, e in particolare il ricorso alla violenza privata e alla ragion fattasi, che è caratteristico di
molta parte dell’azione sindacale nei suoi aspetti storici, e che tende quindi inevitabilmente a
radicarsi negli individui sindacalmente organizzati, in contrasto con quella che è sempre stata
considerata l’esigenza fondamentale di ogni Stato evoluto: ossia la rinuncia, da parte degli individui,
all’esercizio indiscriminato delle proprie ragioni. Ma nel valutare gli effetti storici dell’azione
sindacale, e di quella che è la sua arma classica, lo sciopero, l’uomo della strada ha trascurato o
falsato spesso – anche se in buona fede – due fatti fondamentali, che la ricerca degli storiografi ha
invece ormai messo in luce ai giorni nostri:
1) l’avvento dell’industria, nell’età moderna, ben lungi dal portare a quelle condizioni di
abbrutimento e di miseria che pretendeva, nella prima metà del secolo scorso, una propaganda abile,
sviluppata da parte di tutti i nemici della impresa industriale privata moderna (dai proprietari terrieri
inglesi ai socialisti e specialmente al loro massimo pontefice, il Marx) ha dato continuo e crescente
benessere a masse di lavoratori che, senza l’età industriale, si troverebbero nelle condizioni in cui si
trovano, anche oggi, ad esempio, le misere masse indiane, rimaste ancora in gran parte all’era
preindustriale. Questo progresso è avvenuto sin dal principio, e non certo per l’azione dei sindacati,
la cui costituzione fu dapprima ostacolata dalla legge almeno per tutta la prima metà del secolo
scorso, e la cui azione si sviluppò comunque in epoca relativamente tarda.
2) L’elevazione del tenore di vita dei lavoratori nell’era industriale è avvenuta non già e non tanto
per l’azione sindacale, quanto per lo sfruttamento crescente dei fattori non umani di produzione,
dovuto agli investimenti degli imprenditori e alle invenzioni d’ogni specie, la cui attuazione fu resa
possibile mediante quegli investimenti. La verità che – come ho detto – comincia ormai a farsi strada
anche fra le teorie economiche dell’uomo qualunque (ossia che solo mediante il potenziamento
progressivo del lavoro umano ad opera dei fattori materiali di produzione si può produrre di più e
rimunerare meglio il lavoro) dovrà farsi strada anche tra le nozioni approssimative che della storia
economica ha ancora il grosso pubblico. Per il momento, rimane, tra il pubblico in generale, il mito
dell’azione storica dei sindacati come causa precipua e necessaria di elevamento del tenore di vita
dei lavoratori dagli inizi della rivoluzione industriale ai giorni nostri.
Naturalmente non corrisponde all’interesse personale dei dirigenti sindacali che le verità, teoriche e
storiche, di cui abbiamo ora parlato, si facciano strada. Ma è interesse di tutti: lavoratori,
imprenditori e, più in generale, produttori-consumatori, che si comprendano infine, in tutte le loro
applicazioni, alcune verità elementari.
2. Sciopero e serrata nell’attuale ordinamento giuridico italiano
Nell’attesa, gli ordinamenti giuridici sono quelli che sono. È stato detto che i generali si preparano
sempre a vincere la guerra passata. Si potrebbe anche dire che i politici applicano spesso, nella
legislazione, teorie economiche e storiche del passato, che nessuno studioso degno di questo nome
prende oggi sul serio. Da questo punto di vista il nostro ordinamento giuridico vive anch’esso in
parte nel passato: il cosiddetto “diritto” di sciopero affonda le sue radici ideologiche in teorie
economiche e storiografiche in gran parte irrimediabilmente superate dalla critica. Purtroppo, come
sempre avviene in questi casi, e per usare una espressione di Carlo Marx, il “morto”, anche nel
dominio giuridico, “si aggrappa al vivo”, e gli impedisce di vivere e di agire come dovrebbe.
Il “diritto” di sciopero è previsto espressamente all’art. 40 della Costituzione Italiana vigente, entrata
in vigore il 1° gennaio del 1948, il quale recita: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle
leggi che lo regolano».
La Costituzione non definisce peraltro il diritto di sciopero, né si riferisce specificamente alle leggi
che lo regolano, o dovrebbero regolarlo. La stessa espressione «che lo regolano», usata al presente,
sembra riferibile a leggi esistenti al momento dell’emanazione della Costituzione; e ciò sebbene,
essendo la Costituzione destinata a durare nel tempo, l’indicativo presente «che lo regolano» sia
logicamente da intendersi anche come riferito a leggi future.
A questo punto, è giocoforza constatare un paradosso giuridico del quale sono tuttora vittime, in
Italia, non solo i lavoratori e gli imprenditori, ma in definitiva tutti i cittadini. Se l’espressione «leggi
che regolano» lo sciopero (usata dall’art. 40 della Costituzione) viene riferita alle leggi esistenti al
momento della entrata in vigore della Costituzione stessa, allora è giocoforza constatare che le sole
leggi sullo sciopero vigenti al momento erano quelle, mai formalmente abrogate in seguito, che
«regolano» lo sciopero nel solo senso di considerarlo come un illecito penalmente perseguibile. (Si
tratta degli articoli 502 e seguenti del codice penale vigente, emanato con regio decreto da Vittorio
Emanuele III il 19 ottobre e tuttora in vigore a far tempo dal 1° luglio del 1931.)
Se peraltro, e considerando illogica questa soluzione, si pensa che l’espressione «leggi che
regolano» lo sciopero vada riferita a leggi previste dalla Costituzione come destinate a regolare, in
{3}

futuro, lo sciopero, allora è giocoforza constatare che queste leggi, a circa venti anni di distanza
dall’epoca dell’entrata in vigore della Costituzione, ancora non esistono.
Questa situazione è forse abbastanza nota al pubblico perché si debba qui insistervi. Ma è forse utile
ricordare che essa fu già rilevata apertamente da una sentenza ormai celebre della Corte
Costituzionale, che, emessa il 4 maggio 1960, costituisce ancor oggi il più importante – anche se del
tutto insufficiente – contributo alla soluzione del paradossale problema. In quella sentenza si
affermava testualmente che «il legislatore avrebbe il dovere di emanare» quell’apposita legge
regolatrice del diritto di sciopero – che è prevista dall’art. 40 della Costituzione – ma che tuttora ci
manca.
La mancanza di una disciplina legislativa del cosiddetto “diritto” di sciopero, in un paese che, come
il nostro, è di diritto scritto, ossia in cui la legislazione copre, o ha l’ambizione di coprire, almeno in
teoria, tutto il campo del diritto, costituisce un fatto assolutamente eccezionale: tanto più grave,
quanto più vasta è la portata di un’azione come lo “sciopero”, fenomeno che coinvolge, o può
coinvolgere, l’intera nostra società economica, interessando spesso – almeno indirettamente –
milioni di persone.
In questo vuoto lasciato dalla nostra legislazione è penetrata, a poco a poco, con molta cautela, e
limitatamente ad alcuni casi, la giurisprudenza della Corte Costituzionale e delle altre Corti
amministrative e giudiziarie, dalle Preture alla Cassazione e al Consiglio di Stato. Ma non è certo
inesatto affermare che la maggior parte del campo è ancora vuota, e non sembra che esistano
possibilità di colmare la lacuna legislativa in un futuro prossimo.
Questo aspetto paradossale della questione non è tuttavia l’unico, né forse il più importante. Lo
sciopero è oggi considerato un atto penalmente perseguibile soltanto in alcuni paesi del mondo:
nell’Unione Sovietica e nella maggior parte degli altri paesi comunisti, nonché nel Portogallo e nella
Spagna. Negli altri, lo sciopero non è un reato, e tuttavia si configura legislativamente come un
illecito civile, qualora chi lo pone in atto non sia previamente attenuto ad alcuni importanti e precisi
adempimenti previsti dalle leggi. In pochi casi, inoltre, lo sciopero viene espressamente qualificato
“diritto”, come nell’art. 40 della nostra Costituzione, e in nessun caso (tranne che nella vicina
Francia, che condivide con l’Italia questa strana situazione) si è qualificato lo sciopero come
“diritto”, senza peraltro definirne la portata con norme giuridiche precise. In realtà, qualificare lo
sciopero, sic et simpliciter, come un “diritto” significa introdurre un concetto contraddittorio, una
specie di monstrum giuridico. Lo sciopero infatti è un’astensione dal lavoro in pendenza di
contratto di lavoro: come tale è, o almeno dovrebbe essere, in base ai principii generali
dell’ordinamento giuridico (non solo nostro, ma della grande maggioranza degli altri paesi) un
illecito civile, per l’inadempienza contrattuale in cui si concreta. Il contratto di lavoro prescrive
ovviamente al prestatore d’opera di adempiere alla sua prestazione, e non di sospenderla o
interromperla a proprio giudizio insindacabile. Questa sospensione o interruzione è quindi un atto
unilaterale, che evidentemente violerebbe il contratto di lavoro, se non esistesse una norma
eccezionale a definire tale violazione come un “diritto”. Da un punto di vista formale, naturalmente, è
“diritto” tutto ciò che il legislatore qualifica come tale, e quindi può diventare diritto anche ciò che
altrimenti sarebbe, secondo la stessa logica generale dell’ordinamento (quale si ricava dai suoi
principii generali), un illecito. Ma questa soluzione formale comporta gravi difficoltà, perché
introduce nell’ordinamento una contraddizione: contraddizione tanto più importante in quanto, mentre
da un lato si consacra – nel nostro come negli altri ordinamenti civili – il principio generale che
nessuno sia arbitro di liberarsi a piacimento degli obblighi contrattualmente assunti verso terzi, e lo
si consacra in tutti i casi, nel particolare caso del contratto di lavoro si rinuncia invece ad applicare
il principio e si ammette che una e una sola delle parti in causa possa decidere unilateralmente, e a
proprio libito, di liberarsi dall’obbligazione assunta, senza che a ciò lo costringa un caso di forza
maggiore o la giustifichi l’inadempienza contrattuale della controparte.
In questo caso, dunque, il sistema giuridico «si autolimita», e lo stato rinuncia per così dire a quella
che è una costante e tipica manifestazione della sua sovranità: il controllo della liceità dei
comportamenti dei cittadini i quali, a proposito dello sciopero, diventano invece giudici in causa
propria, e giudici, per così dire, sovrani. Se poi si considera la portata pratica di questa
autolimitazione dell’ordinamento, e della corrispondente abdicazione ai poteri sovrani dello Stato, e
si pensa che milioni di cittadini in quanto prestatori d’opera possono contemporaneamente
considerarsi giudici in causa propria, e mancar di adempiere a precisi obblighi contrattuali senz’altra
ragione o giustificazione giuridica che quella consistente nella norma eccezionale che a ciò li
facoltizza, si può vedere quanto pericolosa sia la falla che il concetto di “diritto” di sciopero
introduce nell’ordinamento giuridico e quanto grave sia la portata dell’abdicazione della sovranità
dello Stato che esso comporta. Infatti è data a numerosissimi cittadini la possibilità di allargare
indefinitamente questa falla, perché costoro possono, almeno in Italia, valersi indiscriminatamente
del potere sovrano loro concesso, di non adempiere ad alcun contratto di lavoro, e valersene per fini
che sono spesso difficili a ricostruirsi e quindi anche a limitarsi dal punto di vista giuridico, e che
risultano pertanto praticamente insindacabili.
La giurisprudenza dominante, sorretta in gran parte dalla dottrina e guidata da alcune sentenze della
Corte Costituzionale, ha fissato infatti alcuni principii, che rimangono apparentemente saldi, ma che
una futura legislazione sul “diritto” di sciopero potrebbe anche sovvertire.
1) Alla norma dell’art. 40 della Costituzione è stato riconosciuto valore immediatamente precettivo,
{4}
ossia anche indipendentemente dalle leggi regolatrici del diritto di sciopero, menzionate dallo
stesso articolo, ma ancora di là da venire. Inoltre:
2) argomentando dal fatto che l’art. 40 della Costituzione si trova compreso sotto il titolo III
(rapporti economici) si è ritenuto che l’art. 40 si riferisca esclusivamente allo sciopero per fini
contrattuali, e più genericamente economici, e non anche per altri fini, ad esempio politici.
L’incompatibilità dell’art. 40 colle norme penali punitive dello sciopero e della serrata è stata
riconosciuta espressamente, quindi, solo a proposito dell’art. 502 del c.p. (che prevede la serrata e
lo sciopero a fini contrattuali) e non anche a proposito dell’art. 503, che punisce la serrata e lo
sciopero per fini extracontrattuali e in particolare politici, e neppure a proposito dell’art. 504, che
prevede in generale – per punirla – la coazione alla pubblica autorità, mediante serrata o sciopero,
«con lo scopo di influire sulle deliberazioni» dell’autorità stessa. Sulla eventuale vigenza di queste
ultime norme penali non esiste ancora una giurisprudenza affermata, mentre in dottrina si affacciano
opinioni opposte, taluni ammettendo (Santoro e Sermonti), e altri negando (Battaglini, Mengoni, Riva
Sanseverino) che lo sciopero e la serrata per fini extra-contrattuali siano ancora da considerarsi
illeciti di natura penale. A sua volta, il Consiglio di Stato ha dichiarato punibile con sanzioni
{5}

disciplinari lo sciopero politico, che è previsto come reato dall’art. 503 del c.p.
3) La Corte Costituzionale, mentre ha considerato la portata dell’art. 40 della Costituzione come
limitata agli scioperi aventi fini economici, ha d’altra parte ammesso la liceità – quando potesse
{6}

dirsi giustificato da fini economici – dello sciopero cosiddetto di solidarietà, che era invece
considerato un illecito penale dall’art. 505 del c.p.
4) A sua volta la Corte di Cassazione ha nettamente distinto – in più d’un’occasione – lo sciopero
(inteso come astensione totale concertata dal lavoro, da parte di più lavoratori subordinati) da altre
forme di lotta sindacale che, come si esprime la Suprema Corte, «esulano dalla previsione dell’art.
{7}

40 della Cost. e della relativa tutela» concretandosi in «azioni abnormi e sleali» e «comportando un
turbamento sostanziale nell’organizzazione dell’azienda e un danno dolosamente provocato». Tra
queste forme di lotta sindacale vanno ricomprese l’ostruzionismo, il sabotaggio, la non
collaborazione, lo sciopero a singhiozzo e a scacchiera, nonché inoltre l’occupazione dello
{8}

stabilimento, la quale non perde, secondo la detta sentenza, il suo «carattere delittuoso» previsto
dall’art. 508 c.p., e infine l’azione diretta ad impedire di lavorare, con violenza o minaccia, i
prestatori d’opera che non hanno voluto aderire allo sciopero: azione che è anch’essa un reato
{9}

previsto dagli artt. 610-613 del c.p.


5) Va naturalmente distinto – a questo punto – l’illecito penale dall’illecito civile, potendo un’azione
anche non penalmente perseguibile essere illecita e determinare quindi una responsabilità,
contrattuale od extracontrattuale, a carico di chi la commette, per il danno recato. Lo sciopero – come
astensione totale dal lavoro da parte di più lavoratori subordinati – essendo qualificato come
«diritto» dall’art. 40 della Costituzione – è stato considerato ovviamente lecito, sia dal punto di vista
penale che dal punto di vista civile, escludendosi quindi che esso costituisca inadempimento al
contratto di lavoro. Tuttavia ciò si è stabilito alla condizione che l’abbandono del lavoro si verifichi
«solo dopo aver adottato tutte quelle cautele le quali si palesino necessarie ad evitare il pericolo o di
distruzione degli impianti o di produzione di danni alle persone o ai beni del datore di lavoro e di
terzi». Le altre forme di lotta sindacale cui abbiamo sopra accennato, anche quando non configurino
{10}

illeciti penali, vengono a loro volta considerate, implicitamente o esplicitamente, dalla


giurisprudenza e dalla dottrina prevalente, almeno come illeciti civili, e quindi come atti che
comportano la responsabilità di chi li compie per i danni recati.{11}

6) A parte l’obbligo di abbandonare il lavoro solo dopo aver adottato le cautele di cui sopra, nessun
altro obbligo è stato accertato dalla giurisprudenza prevalente a carico dei lavoratori per l’esercizio
del diritto di sciopero, sulla base dell’art. 40 della Costituzione. Soprattutto a questo proposito si
rivela il danno della carenza legislativa in un sistema di diritto scritto quale è il nostro. In mancanza
di precise norme, l’iniziativa del giudice è limitata: il giudice può semplicemente – anche utilizzando
tutte le risorse del processo interpretativo – basarsi sulla norma legislativa, ma non può sostituirvisi
se questa non esiste. Perciò, pur rilevando senza mezzi termini che «il legislatore avrebbe il dovere
di emanare l’apposita legge regolatrice dello sciopero prevista dall’art. 40 della Costituzione», la{12}

Corte Costituzionale si è dichiarata impotente, in mancanza di quella legge, ad introdurre alcuna


norma disciplinatrice circa le condizioni e le modalità da osservarsi per esercitare legittimamente il
diritto di sciopero, all’infuori di quelle che – secondo la Corte – discendono «in modo necessario
dalla stessa natura e finalità dello sciopero». Tra queste, e la decisione mi pare peraltro discutibile,
la Corte non ha creduto di far rientrare né le condizioni riguardanti il momento deliberativo dello
sciopero, né, purtroppo, quelle riguardanti l’obbligo del preavviso al datore di lavoro, perché –
affermava la Corte – «è da ritenere che solo il legislatore possieda la competenza a prescriverne
l’adozione». A sua volta la Cassazione ha escluso anch’essa – in mancanza di norme – la necessità
del preavviso per la liceità dello sciopero, con sentenza 22 luglio 1963.
7) È comunemente ammesso che, durante lo sciopero, il datore di lavoro non sia tenuto «a
corrispondere la retribuzione agli scioperanti».{13}

8) È comunemente ammesso, in giurisprudenza e in dottrina, che soggetti attivi dello sciopero siano i
lavoratori come singoli (sebbene essi debbano essere più di uno) e non le organizzazioni sindacali.
9) La titolarità del diritto di sciopero da parte di lavoratori che svolgano attività coinvolgenti, più o
meno direttamente, interessi di carattere generale, e in particolare servizi pubblici, è stata più volte,
anche sull’esempio di molte legislazioni straniere a cominciare da quella americana, posta in
questione. Tuttavia, allo stato attuale dell’ordinamento, anche lo sciopero nei servizi è stato
considerato lecito, dal punto di vista penale non meno che dal punto di vista civile, con conseguente
abrogazione dell’art. 330 del c.p. che prevedeva la reclusione fino a due anni per «l’abbandono
collettivo di pubblici uffici, impieghi, servizi e lavori».
10) A questo proposito si è stabilito un parallelismo con lo sciopero nelle imprese meramente
private o di interesse privato: mentre la pura astensione dal lavoro nel servizio pubblico è
considerata lecita, non lo è invece l’astensione stessa qualora crei una situazione di pericolo, contro
persone singole o contro l’incolumità pubblica. Inoltre è stata considerata illecita – dalla
{14} {15}

Cassazione – l’azione intesa a turbare la regolarità di un uffizio pubblico comprensivamente


considerato e in generale a turbare il funzionamento della pubblica amministrazione (ad esempio
{16} {17}

nel caso di omissione o rifiuto di atti di ufficio). Ma anche qui va seriamente lamentata – purtroppo –
la carenza legislativa, che lascia l’ordinamento in uno stato di incertezza deplorevole, sotto il profilo
della legge penale non meno che sotto quello della legge civile, così da far luogo, in pratica, ad ogni
abuso.
La serrata. Il silenzio della Costituzione in proposito è evidente, ed è, per quanto sappiamo dai
lavori preparatori, deliberato. Questo silenzio fu una soluzione di compromesso nel contrasto fra
l’opinione di coloro che volevano bandire penalmente la serrata come già prescritto dal c.p.
(“fascista”) e coloro che volevano invece consacrarne la liceità anche sul piano civile, dichiarandola
un “diritto”.
La sentenza della Corte Costituzionale, del 4 maggio 1960 n. 29, facendo seguito a numerose sentenze
conformi di Corti ordinarie, ha dichiarato – come ho già detto – l’incostituzionalità dell’art. 502 del
c.p., che puniva come reato sia lo sciopero che la serrata, e ha considerato quindi come non
perseguibile penalmente la serrata. D’altra parte, e in mancanza di una forma eccezionale
paragonabile a quella dell’art. 40 della Costituzione, non si può disconoscere che la serrata, almeno
come chiusura ingiustificata dello stabilimento in pendenza di contratto di lavoro, costituendo a sua
volta una violazione del contratto di lavoro, si configura come un illecito civile, e come tale infatti è
stata qualificata dalla prevalente dottrina e dalla giurisprudenza. Ma, a questo proposito, e con un
procedimento interpretativo che potrebbe definirsi simmetrico a quello seguito a proposito del
“diritto” di sciopero (diritto che – come si è visto – è stato considerato limitato al solo caso
dell’astensione totale dal lavoro, e non anche esteso ai casi di turbativa dell’organizzazione della
produzione) si è ammesso, in dottrina e in giurisprudenza, che la chiusura dello stabilimento da parte
dell’imprenditore è giustificata quando mira ad evitare i danni derivanti da azioni illecite di
lavoratori, i quali andando oltre i limiti del diritto di sciopero, determinassero quelle turbative.{18}

L’ostilità di certi ambienti, specie sindacali, contro la serrata è determinata d’altra parte, come già ho
detto, dalle stesse ragioni che militerebbero, secondo gli stessi ambienti, in favore dello sciopero: la
pretesa disparità contrattuale fra le parti. Se infatti si ammette che il datore di lavoro sia la parte
più forte nel contratto di lavoro, e si ammette inoltre che lo sciopero sia il mezzo per compensare
tale disparità, non si può poi ammettere la legittimità della serrata, la quale rappresenterebbe o il
mezzo per impedire il ristabilimento dell’equilibrio delle parti effettuato dallo sciopero, o, in
mancanza di un procedente sciopero, si presenterebbe a sua volta come un mezzo per aggravare lo
squilibrio a favore di una delle parti.
Naturalmente questa conseguenza di stretta logica vale soltanto in quanto valga la sua premessa
economica. Ma abbiamo già visto che questa premessa vale assai poco.
Concludendo: né lo sciopero né la serrata risultano essere mezzi realmente validi e opportuni per
determinare – sul piano economico – situazioni diverse e più favorevoli, almeno a lunga scadenza, a
coloro che vi fanno ricorso, e senza pregiudizio delle parti in causa, o dei terzi, o di tutti.
Sul piano giuridico, né la serrata né lo sciopero possono considerarsi inoltre, in concreto, come
diritti, senza introdurre una grave eccezione al principio fondamentale accettato in tutti gli
ordinamenti civili: che a nessuno è lecito farsi ragione da sé, e che ogni controversia, di qualsiasi
specie, deve essere risolta mediante l’accordo degli interessati o, in mancanza, mediante l’intervento
dell’autorità dello Stato.
Ciò non significa, beninteso, che nei casi in cui il disaccordo riguarda il prezzo di una prestazione di
lavoro, tale disaccordo possa e debba essere fatto cessare con un prezzo fissato dall’autorità (come
già nel nostro sistema corporativo) anziché dalle parti interessate: la fissazione ad opera dell’autorità
implicherebbe infatti, in questo caso, l’idea assurda che l’autorità sia in possesso di criteri oggettivi
per decidere, e accertare, meglio delle parti, il prezzo della prestazione.
Ciò non significa, infine, che lo sciopero e la serrata – per il fatto di essere, in buona sostanza,
violazioni di obblighi precedentemente assunti in contratto – debbano venire puniti anche
penalmente (come già al tempo del fascismo, o anche oggi nei paesi comunisti), all’infuori dei casi
in cui violino la libertà e gli altri diritti fondamentali degli individui, tutelati dalla legge penale di
tutti i paesi civili.

3. Conclusione
Garantire – sul piano del diritto – l’osservanza di tutti gli obblighi, contrattuali ed extracontrattuali,
dei cittadini, è uno dei compiti fondamentali, riconosciuti come propri dello Stato moderno.
Esso non può quindi abdicarvi, senza rinunciare ad esistere come Stato: e tanto meno può abdicarvi
in casi così importanti come quelli dello sciopero e della serrata, che coinvolgono – come ho detto –
l’azione e gli interessi di milioni di cittadini, o addirittura dell’intera società.
Questa garanzia lo Stato deve fornire mediante i mezzi normativi e gli apparati giudiziari e di polizia
a sua disposizione. Ma al di là dello Stato moderno, dei suoi compiti e dei suoi apparati, rimangono
pur sempre le convinzioni dei cittadini, e inoltre l’insieme delle conoscenze (o delle ignoranze) che
concorrono a determinare tali convinzioni. Il problema dello sciopero (e della serrata), visto in
questa luce, diventa quindi soprattutto un problema di istruzione – economica e giuridica – e in
particolare – e soprattutto – il problema di un’istruzione economica elementare che è ancora,
purtroppo, trascurata e carente nel nostro paese. Soltanto colla soluzione di questo problema
fondamentale si potrà evitare, infine – io penso – la cattiva economia che genera il cattivo diritto:
quel cattivo diritto, o addirittura quel nondiritto, di cui purtroppo, a proposito dello sciopero e della
serrata, il nostro sistema giuridico ci dà oggi un esempio impressionante, denunciato – come abbiamo
visto – dalla stessa Corte Costituzionale.
Date

1913: Wesley Hohfeld pubblica un importante articolo dal titolo “Some Fundamental Legal
Conceptions as Applied in Legal Reasonong” (su Yale Law Journal).

1914: il 28 giugno l’attentato di Sarajevo ai danni dell’arciduca Francesco Ferdinando crea le


premesse per l’esplosione della Prima guerra mondiale.

1921: il 21 gennaio, al teatro Goldoni di Livorno, viene costituito il Partito Comunista d’Italia.

1926: nell’aprile il regime di Mussolini – con una di quelle leggi che verranno dette “fascistissime”
– abolisce il diritto di sciopero.

1933: vien creato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri), che sarà uno degli attori
fondamentali della politica economica durante il Ventennio e anche nel secondo dopoguerra.

1935: Leoni conclude i suoi studi in giurisprudenza, laureandosi con Gioele Solari, discutendo una
tesi di filosofia del diritto.

1936: il 5 maggio l’esercito italiano guidato dal generale Pietro Badoglio entra in Addis Abeba.
L’Etiopia viene annessa all’Africa Orientale Italiana.

1953: il generale Dwight D. Eisenhower diventa presidente degli Stati Uniti d’America.

1956: il 4 novembre le armate sovietiche giungono alle porte di Budapest e in pochi giorni la rivolta
ungherese viene repressa nel sangue.

1958: a Claremont, in California, Leoni presenta una serie di lezioni che, in seguito, diverranno il suo
testo più importante, Freedom and the Law.

1961: il filosofo torinese Norberto Bobbio – come Leoni già allievo di Gioele Solari – pubblica Il
positivismo giuridico.

1967: in circostanze drammatiche, il 21 novembre – a soli 54 anni – Leoni viene ucciso a seguito di
una lite condominiale.
Vita e opere

Nato ad Ancona il 26 aprile 1913, Bruno Leoni è vissuto tra Torino – dove ha studiato e poi condotta
la propria vita professionale – e Pavia, dove ha insegnato in università. Negli anni del liceo è attratto
dalle idee marxiste, ma rimane molto deluso dalla lettura del terzo libro del Capitale, che in nessun
modo manteneva fede alle promesse fatte. La lettura di Eugen Böhm-Bawerk l’allontanò
definitivamente dal socialismo.
Nel 1935 egli termina i propri studi in diritto, diventando subito assistente volontario di Gioele
Solari, con cui si era laureato. Per qualche anno insegna storia e filosofia nei licei piemontesi, ma nel
1942 vince la cattedra di Dottrina dello Stato all’università pavese.
Dopo la guerra, durante la quale prima è ufficiale e poi responsabile di un gruppo (A Force)
incaricato di recuperare soldati inglesi paracadutati oltre le linee nemiche, inizia l’attività come
docente universitario a Pavia, dove mantiene il proprio insegnamento fino alla morte, diventando
anche preside della facoltà di Scienze politiche dal 1948 al 1960.
La fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta sono fondamentali perché segnano
l’incontro con le idee di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Di quest’ultimo egli diverrà
anche amico, essendone influenzato e influenzandolo a sua volta. Nel 1950 dà vita alla rivista Il
Politico, che rianima una precedente pubblicazione (gli Annali di Scienze Politiche) e che – anche
grazie a molti articoli in lingua inglese – acquisisce presto un prestigio internazionale.
Collaboratore del quotidiano 24 Ore e poi anche del Sole 24 Ore, dopo la fusione dei due giornali,
nel 1960 diventa segretario della Mont Pèlerin Society, la società creata da Friedrich von Hayek con
l’obiettivo di riunire e far dibattere i migliori intellettuali liberali. Nel 1967 sarà nominato anche
presidente dell’associazione, pochi mesi prima di morire.
Dinamico, curioso e ricco di interessi, Leoni è stato un protagonista della vita intellettuale italiana
degli anni Cinquanta e Sessanta. In particolare, è stato uno dei pilastri del Centro di Studi
Metodologici di Torino, assieme a Norberto Bobbio ed Eugenio Frola. Ugualmente ha svolto un ruolo
rilevante anche nel varo del Centro “Luigi Einaudi”, anch’esso attivo nel capoluogo piemontese.
Le sue opere maggiori sono legate all’insegnamento. Freedom and the Law – in italiano, La libertà e
le legge – raccoglie le lezioni che tenne a Claremont (California), nel 1958, in occasione di un
seminario, ma lo stesso si può dire per le varie Lezioni di filosofia del diritto (quelle del 1949 e
quelle del 1959) e per le Lezioni di dottrina dello Stato (del 1957). Anche i suoi articoli più
importanti hanno spesso un’origine orale, dal momento che in molti casi sono la trascrizione di
interventi che egli tenne in occasione di convegni e congressi.
A lungo più apprezzato nel mondo anglosassone che in Italia, a partire dagli anni Novanta Leoni è
diventato oggetto di una serie di ricerche e studi, che hanno progressivamente evidenziato
l’importanza del suo contributo alla filosofia del diritto, alla scienza politica, alla storia delle idee e
alla metodologia sociale.
Bibliografia

Bruno Leoni, La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri, 1994 (1961).

Bruno Leoni, Lezioni di filosofia del diritto, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003 (1959).

Bruno Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004 (1957).

Bruno Leoni, Il diritto come pretesa, Macerata, Liberilibri, 2004.

Bruno Leoni, Il pensiero politico moderno e contemporaneo, Macerata, Liberilibri, 2008.

Bruno Leoni, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, Soveria Manelli, Rubbettino, 2009.

Su Bruno Leoni

Antonio Masala, Il liberalismo di Bruno Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003.

Carlo Lottieri, Le ragioni del diritto. Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno
Leoni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006.

Andrea Favaro, Bruno Leoni, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2009.


Istituto Bruno Leoni

L’Istituto Bruno Leoni (IBL), intitolato al grande filosofo del diritto Bruno Leoni (1913-1967), nasce
con l’ambizione di stimolare il dibattito pubblico, in Italia, esprimendo in modo puntuale e rigoroso
un punto di vista autenticamente liberale.
L’IBL intende studiare, promuovere e divulgare gli ideali del libero mercato, della proprietà privata
e della libertà di scambio.
Attraverso la pubblicazione di libri, l’organizzazione di convegni, la diffusione di articoli sulla
stampa nazionale e internazionale, l’elaborazione di brevi studi e briefing papers, l’IBL mira a
orientare il processo decisionale, a informare al meglio la pubblica opinione, a crescere una nuova
generazione di intellettuali e studiosi sensibili alle ragioni della libertà.
L’IBL vuole essere per l’Italia ciò che altri think tank sono stati per le nazioni anglosassoni: un
pungolo per la classe politica e un punto di riferimento per il pubblico in generale. Il corso della
storia segue dalle idee: il liberalismo è un’idea forte, ma la sua voce è ancora debole nel nostro
paese.
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{1}
Se la serrata viene invece opposta allo sciopero come ritorsione è chiaro che essa non tende a “squilibrare” il rapporto a favore del
datore di lavoro, ma semplicemente a compensare lo squilibrio che con lo sciopero si vorrebbe introdurre a suo danno.
{2}
In un suo saggio pubblicato sulla New Individualist Review, vol. 4, n. 3, 1966.
{3}
Cfr. l’art. 40 della Costituzione.
{4}
Cass. 7 giugno 1952, cit., in L. Riva Sanseverino, Diritto sindacale, Torino, Utet, 1964, p. 424.
{5}
Sentenza 16 ottobre 1956 n. 123.
{6}
Sentenza 23 dicembre 1962 n. 123.
{7}
Sentenza 19 giugno 1959.
{8}
Sent. Cass. 15 gennaio 1958 n. 129.
{9}
Cass. 14 novembre 1961 n. 1509.
{10}
Corte Cost. 28 dicembre 1962 n. 124.
{11}
V. giur. e dottr. cit. in Riva Sanseverino, Diritto sindacale, p. 431, nota 49.
{12}
Corte Cost. 28 dicembre 1962.
{13}
Cass. 27 aprile 1953 n. 1155.
{14}
Art. 591 C.P.
{15}
Art. 432 C.P.
{16}
Art. 430 C.P.
{17}
Art. 328 C.P.
{18}
Ad es. Cass. 18 giugno 1953, n. 1841.
Table of Contents
exlibris
Sull’autore
Il diritto di sciopero
Sciopero e serrata oggi in Italia
Date
Vita e opere
Bibliografia

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