le fauves
All’inizio del XX secolo, gli artisti espressionisti cercarono il modo più adatto per proiettare la propria
interiorità sulla tela. In Francia queste nuove istanze trovarono voce in un gruppo di giovani artisti che
suscitarono una reazione di pubblico e critica molto negativa. La nuova tendenza fu stroncata senza
appello: il critico Louis Vauxcelles, in particolare, fu sconcertato dalla rozzezza di un disegno e, soprattutto,
dall’ uso violento e arbitrario del colore. Nato in senso dispregiativo, il termine “fauves” si diffuse
velocemente, diventando il nome ufficiale del gruppo. Questo, però, non fu mai un vero e proprio gruppo
organizzato, ma condividevano ideologie, rifiutando il disegno classico e prospettico, il chiaroscuro…
prediligevano l’impiego di colori puri e brillanti, di forte impatto visivo ed emotivo.
Tra i temi più frequenti delle opere dei fauves vi furono i paesaggi urbani o naturali e i ritratti.
matisse
Henri Matisse nasce in una famiglia francese di commercianti, si laureò in legge e divenne un impiegato
statale. A seguito di un attacco di appendicite, che lo costrinse al riposo, si avvicinò all’arte, tanto da
diventare uno dei più importanti esponenti dei Fauves. Protagonista di molte opere fu sua figlia
Marguerite e l’influenza dei colori della cultura africana e islamica che acquisì durante i suoi frequenti
viaggi.
A causa di un cancro all’intestino fu costretto su una sedia a rotelle,
ma nonostante ciò, risale a questi anni il capolavoro progettistico e
decorativo della Chapelle du Saint-Marie du Rosaire a Vence (Costa
Azzurra), definito dall’artista stesso “Il capolavoro della sua esistenza”,
dedicata a una suora che lo assistì nel periodo di malattia. La Cappella,
in realtà, è di piccole dimensioni e presenta una copertura costituita da
tre strati di tegole bianche e azzurre e un crocefisso di ben 13 metri
in ferro battuto, impreziosita da mezze lune dorate e da fiammella.
L’interno è dominato dal bianco, poiché Matisse pensava che i colori
potessero agire con forza tanto maggiore, quanto più questi fossero semplici.
la secessione viennese
La Secessione viennese fu un movimento artistico austriaco nato nel contesto dell’Art Nouveau. Il
movimento si sviluppò tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento soprattutto a Vienna in Austria.
Diciannove artisti e architetti proclamarono una secessione dall’ambiente culturale dell’Accademia di
Belle Arti, formando un loro gruppo. Nacque così la Wiener Secession, in italiano Secessione viennese, che
accumunava i pittori che volevano rinnovare la pittura, ma che seguirono strade diverse. Infatti i diversi
artisti manifestarono diverse concezioni estetiche che portarono a risultati molto diversi. Essi non
rifiutarono l’arte del passato, ma volevano creare una nuova arte adeguata ai tempi.
egon schiele – il mulino
Egon Schiele è uno dei più importanti artisti austriaci ed esponente di spicco dell’Espressionismo. Nasce
nei pressi di Vienna e, a soli quindici anni, diventa orfano di padre, evento che influenzerà l’erotismo di
Egon, che spesso appare tragico e tormentato. Frequenta per volere dello zio, diventato suo tutore, si
iscrive all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
A soli diciassette conosce Gustav Klimt, padre della Secessione viennese, che l’aiuterà procurandogli
delle modelle da ritrarre e dei contatti che gli permettono di organizzare una mostra personale. Già dai primi
lavori di Schiele emerge quel tratto spiccatamente espressionista che gli permetterà di passare alla storia
come artista dall’animo profondo e inquieto.
Lo stile di vita di Egon, unito alla sua capacità di ritrarre nudi estremamente provocanti che spesso hanno
per oggetto il corpo di modelle alle soglie dell’adolescenza attira sull’artista l’occhio malevolo dei
benpensanti. Ma la situazione precipita nel 1912, quando viene accusato di aver sedotto, rapito e traviato una
giovane modella quattordicenne. Subisce un processo nel quale rischia una condanna a lunghi anni di
carcere. Tale esperienza influirà molto sulla psiche dell’artista. Al termine del processo le accuse più gravi
decadono, permane solo quella di avere esposto opere considerate pornografiche. Durante tutta la sua
carriera, infatti, Egon coltivò un interesse morboso per il corpo femminile e per il sesso a cui non affianca
la funzione di tramite per un contatto spirituale, ma che tiene abbassato a puro soddisfacimento di pulsioni
irrefrenabili. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Egon Schiele viene chiamato al fronte ma, grazie
al suo talento artistico, gli viene risparmiata la prima linea. Purtroppo ciò non basterà a salvargli la vita: la
moglie di Egon, incinta di sei mesi, muore di febbre spagnola. Egon la seguirà qualche giorno dopo, il 31
ottobre.
L’opera è “Il Mulino” del 1916, una delle più famose di Egon Schiele,
conservato presso Il Niederösterreichisces Landesmuseum di Vienna.
Schiele, con il suo tipico stile espressionista molto forte e fatto di colori
che si contrappongono quasi come tessere di mosaici, dipinge un
mulino che cade a pezzi a seguito dell’urto dell’acqua, colpito dalla
luce estiva abbagliante e realizzato con una gamma cromatica molto
scarna. Simbolo della natura in grado di sopraffare l’uomo, ma
anche simbolo della decadenza della società austriaca di inizio
Novecento e della fine dell’Impero Austro-Ungarico, che sarebbe stato
smembrato due anni dopo, a seguito della fine della Prima Guerra
Mondiale.
Il cubismo
Il cubismo è un movimento artistico che ha origine dall’attività di Pablo Picasso e Georges Braque. I
pittori cubisti anziché descrivere in modo fedele ciò che li circondava, scomponevano la realtà in piani e
forme geometriche, sintetizzando in un’unica composizione punti di vista diversi, che nella realtà non
potrebbero essere adottati simultaneamente. In questo nuovo e rivoluzionario approccio alla pittura del
Cubismo influirono profondamente la conoscenza dell’arte tribale africana e dell’Oceania.
Il termine cubismo fu usato per la prima volta dal critico Louis Vauxcelles che, recensendo alcune opere di
Braque, mise in evidenza che erano formate da cubi.
Tale movimento si può dividere in due fasi: il cubismo analitico, caratterizzato dall’accentuata
frammentazione di piani e forme geometriche, che risultano quasi dissolte, e dall’uso di colori spenti e di
composizioni monocrome; il cubismo sintetico, che attuò un parziale recupero del colore e delle forme,
ormai completamente svincolate dalla concezione spaziale tradizionale.
Pablo Picasso – Guernica
Pablo Picasso nasce a Malaga nel 1881, è il primo figlio del pittore naturalista José Ruiz, con cui collabora
già durante l’infanzia, firmandosi con il cognome della madre. Picasso è una delle personalità
più prolifiche e varie del Novecento, dimostrando di essere capace di confrontarsi con qualsiasi espressione
artistica, collegando i suoi quadri alle sue esperienze di vita. Nei primi anni del Novecento, ad esempio,
iniziò a mostrare sintomi di depressione, in seguito al suicidio di un amico. Questo periodo coincise con la
fase blu: dove il colore assunse una valenza malinconica, che gli permise di proiettare sulla tela il proprio
malessere. Si evince dai quadri di questi anni la forte tristezza e povertà che lo caratterizzavano,
soprattutto la capacità di un’artista di soli ventidue anni di tradurre, in forma visiva, delle sensazioni e
consapevolezze di non facile elaborazione. Nel periodo che segue, il rosa divenne il colore principale delle
sue opere, nonostante una malinconia persistente, manifesta un rinnovato interesse per il volume e lo
spazio. Nei lavori di questo periodo, Picasso mostra come solo i legami affettivi siano gli unici a poter
sopperire alla povertà.
Negli anni a seguire, i dipinti si compongono di linee sempre più geometriche, i volumi si riducono,
richiamando l’arte africana, fondamentale per la realizzazione de Les Demoiselles D’Avignon, considerato
da molti storici dell’arte il manifesto del cubismo. Movimento che esplorò insieme all’amico George
Braque, introducendo nei lavori la piattezza dei volumi, la perdita degli effetti di chiaroscuro, il principio di
simultaneità, marchio di fabbrica del cubismo e sovrapposizione di molti punti di vista in una stessa
immagine, inserirono la quarta dimensione riferita allo tempo-tempo degli eventi.
Successivamente a un viaggio in Italia, Picasso si dedica a una pittura più classicista e dolce, provando ad
approcciare anche al movimento surrealista, a cui l’artista non aderì mai completamente. A questa fase ha
seguito, poi, un tipo di pittura più “violenta”.
In occasione del bombardamento della cittadina spagnola di Guernica, durante la guerra civile spagnola,
Picasso lavorò a Guernica, una tela di grandi dimensioni che l’artista realizzò in un solo mese, per
l’esposizione universale di Parigi del 1937, che rappresenta un vero e proprio “manifesto” dell’arte
moderna politicamente schierata, in
questo caso, con la parte democratica e
repubblicana. Nell’opera, Picasso
condensa gli orrori prodotti dal
bombardamento in uno spazio denso e
caotico, privo di impianto prospettico,
bidimensionale, rendendo la scena
serrata e claustrofobica. Le figure,
infatti, sono quasi sovrapposte, senza
una sequenza narrativa decifrabile.
Emblematica la scelta cromatica: la
volontaria rinuncia al colore, simbolo di vita, affida il messaggio al contrasto fra il bianco e il nero.
Ancora oggi, in occasione delle manifestazioni pacifiste si sventolano bandiere che riproducono il
capolavoro di Picasso, icona della condanna di ogni guerra.
Futurismo e Marinetti
Il futurismo è un movimento sorto in Italia nei primi decenni del Novecento, la cui avanguardia artistica si
rivolge a tutti gli ambiti, proponendo una visione nuova del mondo culturale, caratterizzata da uno stacco
netto e violento con il passato. Il 20 febbraio 1909, Filippo Tommaso Marinetti pubblica sul quotidiano
francese “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo, con cui egli chiamava a raccolta letterati e artisti,
esponendo gli obiettivi del Futurismo, movimento legato alla nuova realtà della civiltà industriale, fondato
sulla modernità, sul progresso e sulla velocità. I punti chiave del movimento erano l’esaltazione
del moderno, la glorificazione del patriottismo, del militarismo e della guerra. L’uso della violenza
segna un definitivo stacco con la cultura del passato, considerata noiosa, borghese e sorpassata. Gli artisti
futuristi, per rendere l’idea del dinamismo e del movimento, tendevano a deformare le immagini, come se
queste fuggissero via nel momento in cui lo spettatore prestasse loro attenzione.
Tra le invenzioni più originali e spiazzanti di Marinetti va ricordato il “paroliberismo”, uno stile letterario
senza punteggiatura, senza accenti e senza apostrofi, in cui le parole si susseguono senza seguire alcuna
regola sintattica. L’esempio più noto è rappresentato dal poema intitolato ZangTumbTumb, che costituisce
un’opera d’arte visiva a tutti gli effetti.
Umberto Boccioni, di origini calabresi e formatosi a Roma, dopo aver soggiornato in diversi paesi europei,
si trasferì a Milano, città che divenne la sede del Futurismo, a cui l’artista aderì entusiasticamente.
Umberto Boccioni è il principale esponente del movimento nelle arti figurative, ma egli morirà nel corso
della Prima Guerra Mondiale, segnando una netta separazione tra la prima e la seconda fase del
movimento. La prima, antecedente alla Prima Guerra Mondiale, vede il filone svilupparsi nella città di
Milano; successivamente al conflitto una seconda generazione futurista vede gli artisti concentrarsi a
Roma.
L’aggressività alla base del movimento futurista, l’esaltazione dello spirito patriottico e della guerra,
considerata la sola igiene del mondo, rendono possibile il matrimonio con la neonata ideologia fascista.
I futuristi rifiutavano l’uso della prospettiva canonica, decidendo di adottare una prospettiva con
molteplici punti di vista, per accentuare il dinamismo delle forme. In letteratura, ad esempio, Marinetti
lancia le sue “parole in libertà”, testi con parole disposte senza alcun legame grammaticale-sintattico tra
loro, con un uso esasperato delle onomatopee per il rumore dei mezzi meccanici.
Umberto Boccioni – la strada entra nella casa
Umberto Boccioni è considerato il più autorevole esponente del Futurismo delle arti visive. Nasce a
Reggio Calabria ma, si trasferisce in molte città diverse nel corso dell’infanzia. La prima forma d’arte a cui
si avvicina è la letteratura, pubblica anche un romanzo. Si avvicinerà alla pittura a vent’anni, dopo essersi
trasferito a Roma. Intraprende, poi, un viaggio attraverso l’Europa, per conoscere le Avanguardie artistiche.
Sarà a Milano che Boccioni darà vita al Futurismo, grazie alla pubblicazione del Manifesto dei pittori
futuristi del 1909. A Boccioni è attribuita la paternità del “dinamismo plastico”, tecnica basata sulla
rappresentazione della simultaneità del movimento nelle arti figurative. Quando l’Italia prende parte
alla Prima Guerra Mondiale, Boccioni si arruola volontario. Durante i mesi in trincea, tuttavia, l’artista si
ricrederà circa la guerra. L’artista morirà pochi anni dopo, cadendo da cavallo, a soli trentatré anni.
La strada entra nella casa fu realizzata nel 1911 ed è conservata nello Sprengel Museum di Hannover.
L’opera è un tripudio di colori e un intrico di forme che si annodano
e si contorcono su sé stesse, arrivando a rappresentare un caos che,
però, risulta chiaro in ogni aspetto che lo compone. È possibile
individuare una donna vestita di un blu-violaceo che occupa gran
parte del quadro, la quale è collegata ad altre due figure femminili,
collocate rispettivamente sui balconi laterali, come a formare un
triangolo. Ciò che caratterizza le opere di Boccioni è sicuramente la
presenza di figure dinamiche intente a lavorare. Elemento
dominante all’interno del dipinto è, indubbiamente, il movimento:
anche le case sono caratterizzate da un forte dinamismo, che permette
all’occhio dell’osservatore di guardare tutto con occhi “nuovi”.
L’opera si delinea, quindi, come una sorta di omaggio al mondo
contemporaneo, in continua evoluzione e mutazione.
l’astrattismo
L’astrattismo è una corrente artistica degli inizi del ‘900 e assume il significato di «non reale». Questo tipo
di arte non rappresenta la realtà, ma crea immagini che esprimono concetti attraverso la combinazione di
forme, colori e linee. Tale movimento nasce dal Simbolismo, ma lo semplifica fino a renderlo
irriconoscibile, affidando ai colori e alle forme dei significati non più leggibili senza una spiegazione.
Tendenzialmente, si collega la nascita dell’astrattismo all’acquerello del 1910 del pittore russo Kandinskij.
Tale opera non ha un titolo e appare come una serie di macchie di colore che esprimono la sensazione di
leggerezza e movimento.
Kandinskij – Composizione X
Kandinskij nasce a Mosca nel 1866 e, nonostante sia affascinato dall’arte fin da bambino, si laurea in legge.
La passione per l’arte, però, non l’abbandona e decide di trasferirsi a Monaco e studiare arte. Qui, entra in
contatto con le opere impressioniste, in particolare di Monet, che gli fecero intuire che non è il soggetto del
dipinto il vero protagonista di un’opera, ma i colori e le forme percepite, le quali suscitano pura emozione
nello spettatore. Per questo, Kandinskij è il principale teorico dell’astrattismo e, nel 1911 con Franz Marc,
fonda il gruppo “Il Cavaliere azzurro”, in cui riunisce i principali esponenti dell’espressionismo tedesco
con l’obiettivo di rinnovare l’arte in modo antinaturalistico.
L’artista dà a ciascun colore un significato preciso, legato ad delle emozioni. Il giallo, ad esempio, è
dotato di una forza centrifuga, di un’energia vitale e prorompente; può essere paragonata al suono di una
tromba e alla figura del triangolo. L’azzurro, invece, è dotato di forza centripeta ed è più simile al suono di
un flauto.
Composizione X è l’ultima opera di Kandinsky prima dello
scoppio della guerra dove, su uno sfondo nero, l’artista
rappresenta un mondo fatto di forme favolose. Quest’opera
è considerata il culmine della ricerca sulla purezza della
forma. Nel dipinto sono presenti, accanto a elementi che
richiamano organismi microscopici, anche alcune forme
della tradizione popolare russa.
Dadaismo
Il Dadaismo non fu un movimento artistico, ma una tendenza culturale, poiché criticava e derideva l’arte
e i movimenti artistici tradizionali. I dadaisti, infatti, attaccarono tutto ciò che aveva causato la Prima
Guerra Mondiale e, dunque, i valori distorti di una società oppressiva a cui l’arte aveva prestato il suo
servizio, rappresentandola in tutti i suoi aspetti deviati. Per distinguersi i dadaisti decisero di fondare un altro
tipo di arte, irrazionale e capace di sconvolgere gli spettatori, svegliandoli dal torpore culturale in cui erano
scivolati. Quando, nel 1916 a Zurigo, si iniziò ad incontrare un gruppo di artisti di diversa nazionalità, la
nascita del Dadaismo fu, quasi, una conseguenza. Già la scelta del termine Dada avvenne in modo casuale,
fra migliaia di parole del dizionario, senza un preciso significato, in francese significa “cavalluccio di
legno”, la doppia affermazione “sì sì”. Questa tendenza ebbe, fin da subito, una grande diffusione: ogni
ambito artistico sfidava i tradizionali canoni, distruggendo i valori borghesi, riprendendo alcune tecniche del
Cubismo, alcuni concetti dei futuristi… Tuttavia, nel 1922 il gruppo si divise per poi scomparire
definitivamente. Le cause principali furono i dissensi fra alcuni leader del gruppo, in particolare Tzara e
Picabia. Successivamente il Surrealismo fu il movimento che si ispirò di più al Dadaismo.
Marcel Duchamp – l’ègoutter
Marcel Duchamp nasce in una famiglia numerosa con spiccate attitudini artistiche. Infatti, due dei suoi sei
fratelli furono degli artisti cubisti. Duchamp stesso iniziò a dipingere a 15 anni, sperimentando tutte le
avanguardie del tempo. La costante ricerca di un’arte puramente concettuale, piuttosto che una passiva
imitazione, lo porta a prelevare dalla quotidianità oggetti d’uso comune, per elevarli a oggetti d’arte.
Famosa è, ad esempio, l’esposizione di Ruota di Bicicletta del 1913, in cui l’artista presenta una semplice
ruota di bicicletta su un piedistallo, dando così vita al ready-made, un’operazione che aprì le strade all’arte
concettuale, percepita attraverso tutti i sensi.
L’artista, spesso utilizzò il nome di Rrose Selavy, un vero e proprio alter-ego. Il nome si ricava dal suono di
Selavy, omofono del francese c’est la vie e, da Rose, scelto in quanto è l’anagramma di “eros”, andando,
così, a comporre il messaggio “L’eros è la vita”.
Duchamp, poi, abbandonò l’arte per dedicarsi alla sua passione degli scacchi, classificandosi ai primi posti
in campionati francesi ed internazionali, scrivendo anche un libro su una particolare mossa che nella vita di
un giocatore può capitare al massimo una volta.
Proprio una delle opere che Duchamp firmò come Rrose Sélavy è Lo
Scolabottiglie, il quale è un prodotto in serie, comprato in un grande
magazzino, e assunto ad opera d’arte dall’artista. Duchamp non presta
attenzione all’aspetto iconografico poiché l’oggetto non vuole
rappresentare niente, ma è un semplice scolabottiglie che ha cambiato
destinazione, perdendo la specificità della sua funzione. Il titolo dell’opera
deriva dalla parola ègoutter, sgocciolare, termine somigliante alla parola
égoûter, togliere il gusto. L’opera, in questo modo, diventa l’emblema di
un’arte in cui scompare qualsiasi gusto, sia esso buono o cattivo.
surrealismo
Il surrealismo è un movimento nato in Francia nel 1924, nell’intervallo tra le due guerre mondiali.
Teorico del movimento è il poeta André Breton, il quale pubblica il “Manifesto del surrealismo”, che mira
all’esaltazione dell’inconscio e del subconscio nell’ambito del processo creativo, perché solo senza le
restrizioni della ragione l’uomo è libero di esprimere la parte più autentica del suo essere. Alla base di ciò vi
erano gli scritti di Freud, padre della psicanalisi, che però non appoggiò mai in pieno il movimento.
Una delle tecniche più usate dai surrealisti è quella del cadavre exquis, un processo creativo che coinvolge
più artisti contemporaneamente: uno disegna la prima cosa che gli viene in mente, passa poi il lavoro ad
un altro che lo continua e così via. Altre tecniche creative sono il dripping, il collage, l’assemblage...
I temi prevalenti sono l’amore, la liberazione dai vincoli sociali, il sogno, la follia...
Magritte – il terapista
René Magritte è uno dei massimi esponenti del surrealismo, noto con il soprannome “le saboteur tranquille”
per la sua capacità di insinuare dubbi nel reale, rappresentando soggetti apparentemente realistici che però
stupiscono per dettagli misteriosi che conferiscono all’opera un significato nuovo e insolito.
Una delle opere più famose dell’artista è Il tradimento delle immagini, che rappresentata una pipa con una
scritta “Questa non è una pipa” perché, in effetti, si tratta dell’”immagine” di una pipa.
La madre di Magritte si suicidò quando l’artista aveva solo 15 anni, e fu ritrovata con la camicia da notte
avvolta sulla testa, un’immagine che il giovane Magritte riprodurrà in alcune delle sue opere più famose.
Dopo aver visto su una rivista l’opera Canto d’Amore di Giorgio de Chirico, Magritte decide di dedicarsi
all’arte surrealista e, a 28 anni tiene la sua prima mostra personale a Bruxelles, ma viene stroncato dalla
critica.
Con l’avvento del nazismo Magritte e la moglie si trasferiscono nel sud della Francia, qui l’artista realizza
opere grezze, ironiche e ingenue, periodo detto vache (vacca). Il maggior successo, Magritte lo ebbe con
l’avvento della cultura pop, dopo gli anni Settanta, quando numerosi artisti fecero spesso riferimento alle
opere dell’artista belga.
Magritte cercò, attraverso le sue opere, di mostrare il mistero indefinibile del
reale e, per questo, si allontana dalle teorie della psicologica freudiana,
ritenendo che le uniche persone bisognose di psicoterapia fossero gli psicologi
stessi. Ha dunque un significato ironico le rappresentazioni della figura
del Terapeuta, che dipinge più volte come una figura senza testa che riempie il
proprio corpo di oggetti diversi. La versione del 1937, rappresenta la figura
solitaria senza testa ma con cappello, seduta a gambe larghe come un re sul
trono, in attesa di dare udienza ai propri sudditi. Tiene nelle due mani un
bastone, come fosse uno scettro, ed un sacco da viandante. Il mantello rosso,
come un sipario, si apre sul busto sostituito da una gabbia, dove riposa un
piccione, mentre fuori ne riposa un altro. Metaforicamente, questo dovrebbe
essere il ruolo del terapeuta, che comunicando con i suoi pazienti, in modo
distaccato ed imparziale, e conoscendo i segreti oscuri della loro anima, cerca
di liberarli.
Dali – la persistenza della memoria
Salvador Dalí fu uno dei più importanti artisti del Surrealismo, ma fu anche scultore, scrittore, fotografo,
cineasta, designer, sceneggiatore… La vita di Dalí appare singolare sin dai primi anni. Suo fratello
maggiore, Salvador, morì di meningite nove mesi prima che l’artista nascesse e, dunque, i genitori si
convinsero che il neonato fosse la reincarnazione del figlio morto e ne persuasero anche Salvador Dalí.
L’artista fu cacciato dall’Accademia di Belle Arti di Madrid, perché si rifiutò di dare l’esame finale,
dichiarando che nessuno dei membri della commissione era abbastanza competente per giudicarlo. Dopo
ciò, si trasferì a Parigi, dove conobbe Picasso e il regista Luis Buñuel con cui collaborò al film surrealista
Un chien andalou.
Nel 1940, con l’inasprirsi del Secondo Conflitto Mondiale, Salvador Dalí lasciò l’Europa per volare a
New York, dove venne accolto come una star. Collaborò con Hitchcock, con Walt Disney, disegnò gioielli
e complementi d’arredo, il logo dei Chupa Chups. Nel 1982, anno in cui morì sua moglie, si spense anche
Salvador Dalí: smise di mangiare e bere, si chiuse in casa e rinunciò a frequentare persone. Morì un anno
dopo per un attacco di cuore, a 84 anni.
L’opera più nota di Salvador Dalì è La persistenza della
memoria del 1931, opera-simbolo dell’arte surrealista. Il
dipinto sente l’influsso della teoria della relatività di Albert
Einstein e della psicoanalisi di Freud: gli orologi molli,
infatti, rappresentano il segno della memoria che, col
trascorrere degli anni, perde consistenza e forza, l’aspetto
psicologico del tempo che viene scandito diversamente per
ciascun individuo. Dalì parla di questo dipinto all’interno della
sua autobiografia. L’artista racconta che, una sera, sarebbe
dovuto andare al cinema con sua moglie e alcuni amici, ma
all’ultimo momento decise di rimanere a casa a causa di un leggero mal di testa. Durante la cena ha
mangiato un camembert e, ciò gli scatenò una lunga riflessione. Si recò, dunque, nell’atelier per controllare
l’ultimo dipinto a cui sta lavorando: Port Lligat, è qui che gli giunge un’illuminazione. L’opera, infatti,
mostra Port Lligat all’alba, un paesaggio deserto, privo di vegetazione, abitato solo da tre orologi dalla
consistenza liquefatta. Nella parte sinistra del dipinto, su di un parallelepipedo, vi è il primo orologio, sul
quale, a sua volta, vi è una mosca che crea un’ombra verso le dodici. Accanto è raffigurato l’unico
orologio solido, su di esso alcune formiche nere che sembrano divorarlo, quasi ad indicare
l’annullamento del tempo che, inafferrabile, non può essere scandito da un oggetto fisico. Al fianco è
presente, invece, un esile tronco di ulivo, dal cui ramo pende un altro orologio, questo è simbolo di pace e
prosperità, ma qui è spoglio e senza frutti. Sul terreno troviamo una strana forma che, alcuni, riconducono
al profilo dello stesso Dalì con la lingua in fuori, steso sopra la figura, giace un altro orologio molle.