Patologia Molecolare - Qu
Patologia Molecolare - Qu
MOLECOLARE
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Patologia Molecolare
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Patologia Molecolare
SOMMARIO
ONCOGÈNI ..............................................................................................................................................23
MIRNA ....................................................................................................................................................44
ANGIOGENESI .........................................................................................................................................61
MICROAMBIENTE ....................................................................................................................................69
PROCESSO METASTATICO........................................................................................................................76
CACHESSIA ..............................................................................................................................................96
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Patologia Molecolare
PREFAZIONE E RINGRAZIAMENTI
Questa dispensa di Patologia molecolare contiene le sbobine fatte dagli studenti del canale B iscritti
al secondo anno del corso di laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Alma Mater Studiorum, durante
l’A.A. 2020/2021.
Il corso è costituito da due parti: Patologia genetica, tenuta dal prof. Fabio Dall’Olio; Oncologia,
tenuta dalla [Link] Patrizia Nanni e dal prof. Pier Luigi Lollini.
Le varie sbobinature sono state rilette e controllate, nonché unificate da me, Q. U.
Desidero, acciò, in questa sede ringraziare sbobinatori e revisori che hanno contribuito colle loro
prestazioni alla realizzazione di questa dispensa.
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Patologia Molecolare
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PARTE I
ONCOLOGIA
Oncologia
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Oncologia
Le neoplasie vengono divise in due gruppi sulla base di diversi parametri, ma quello determinante è
l’invasività:
• tumori benigni, sono localizzati e non infiltrano il tessuto normale;
• tumori maligni, sono invasivi e possono metastatizzare.
Ciò ha delle implicazioni terapeutiche essenziali.
I tumori benigni sono asportabili quasi sempre e completamente; mentre, quelli maligni, essendo
invasivi, creano dei problemi nell’essere asportati completamente, infatti, possono dare delle
ricrescite locali e, se metastatizzano, possono anche portare a localizzazioni a distanza dalla sede
iniziale del tumore.
Dunque, i termini tumore e neoplasia sono comunemente usati per indicare sia forme benigne che
forme maligne, mentre il termine cancro va utilizzato soltanto per i tumori maligni.
LA STORIA
Il cancro non è di origine recente. Ci sono dei segni di masse tumorali addirittura nei dinosauri
risalenti a cento milioni di anni fa, ben prima della comparsa dell’uomo.
Il cancro non è ristretto all’uomo, ma è presente in quasi tutte le classi di vertebrati e invertebrati.
Fonti antiche di testimonianze di cancro sono:
• ritrovamenti di segni di cancro nelle ossa delle mummie risalenti al 3000 a. C.;
• descrizioni nei papiri egizî di casi di tumefazione alla mammella, trattati con cauterizzazione
(facevano già dei tentativi di terapie);
• rappresentazioni pittoriche.
I termini, come ad esempio carcinoma o ὄγκος [óncos] (da cui deriva oncologia) furono utilizzati da
Ippocrate e Galeno, sono dunque molto antichi.
Il termine cancro, probabilmente, lo si deve alla somiglianza di un tumore infiltrante a grossi vasi
con un granchio con le chele [καρκίνος].
Nell’antichità i tumori non solo erano presenti, ma si cercava anche di ridurne la crescita e migliorare
le condizioni del paziente: già i Greci attuavano delle cure chirurgiche dei tumori.
Il numero dei nuovi casi di cancro (tumori maligni) e di morti ogni anno nel mondo sono:
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Oncologia
La prima immagine mostra la differenza delle incidenze nei maschi in aree geografiche diverse, da
zone più pallide a zone più intense. L’Australia, come Europa e Nord America, hanno valori molto
alti di incidenza.
Mentre la seconda immagine mostra la mortalità nei maschi nelle diverse aree, che non segue
esattamente l’incidenza. Infatti, si nota come Australia, Nord America e Europa abbiano una
mortalità minore rispetto ad altre zone con incidenza minore, come l’est Europa.
Queste immagini mostrano la stessa differenza tra incidenza e mortalità nei varî paesi, ma per le
femmine.
In linea di massima, i maschi sono soggetti a incidenza e mortalità leggermente maggiore rispetto
alle femmine.
I tumori occupano posti diversi come causa di morte in base alla zona geografica:
• nei paesi ad alto reddito, i tumori sono la seconda causa di morte (al primo posto ci sono le
malattie cardiovascolari);
• nei paesi a basso reddito, i tumori sono la terza causa di morte (al primo posto ci sono le
malattie infettive e al secondo le cardiovascolari).
Nei paesi industrializzati, come l’Italia, la probabilità di ammalarsi di tumore è quindi 1 su 2 nei
maschi e 1 su 2-3 nelle femmine, mentre 1 su 3-4 quella di morire di tumore.
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Oncologia
Per avere un’idea dell’entità di questa patologia rispetto ad altre patologie e situazioni, si possono
valutare le cause di morte in Italia in un anno.
Tumori più frequentemente diagnosticati in Italia:
• al primo posto, per le femmine, tumore della mammella, ma non per i maschi (non perché
non lo possono avere, ma perché è molto più raro);
• al primo posto, per i maschi, tumore della prostata;
• al secondo posto, per entrambi i sessi, tumore al colon-retto;
• al terzo posto, per entrambi i sessi, tumore al polmone.
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Oncologia
Il grafico sovrastante descrive il numero di morti di sesso maschile verificatesi ogni anno dal 1930 al
2004.
Gli andamenti sono sovrapponibili a quelli dei maschi, ad eccezione del carcinoma ai polmoni: la
salita è iniziata più tardivamente e i livelli raggiunti sono comunque inferiori. Le donne hanno
iniziato a fumare come segno di emancipazione; a questo si aggiungono la difficoltà a smettere data
dalla dipendenza da nicotina, l’identificazione con personaggi positivi che fumavano, ecc.
pazienti) di 22 anni di attesa di vita. In più la morte per cancro al polmone è molto dolorosa:
• metà dei fumatori regolari sono uccisi dal tabacco;
• un quarto dei fumatori morirà prematuramente tra i 35 e i 69 anni;
• fortemente aumentato il rischio di cancro rispetto ai non fumatori;
• smettere di fumare serve a ridurre l’aumento del rischio: se una persona ha fumato per
10/20/30… anni, sono necessarî altrettanti anni senza fumo per riportare il rischio di morte
a un valore pari a quello dell’individuo che non ha mai fumato.
Alcune persone smettono di fumare in maniera autonoma, altri hanno bisogno di un supporto
medico. Ciò risulta estremamente difficile a causa della dipendenza da nicotina, dal numero di
sigarette che l’individuo è abituato a fumare (una persona che fuma 40 sigarette al giorno farà
certamente più fatica a smettere rispetto a una che ne fuma 2).
Le strategie attraverso cui è possibile limitare il consumo di sigarette sono molteplici: vietare la
pubblicità di promozione al fumo nelle reti televisive, vietare il fumo nei locali pubblici, la diffusione
di immagini e scritte dissuadenti sui pacchetti di sigarette, l’informazione attraverso campagne
antifumo, ma soprattutto l’aumento della tassa sulle sigarette.
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Oncologia
DEFINIZIONE DI NEOPLASIA
La neoplasia è una crescita di tessuto come risultato di un’alterata omeostasi, dovuta ad alterazioni
ereditabili delle cellule nel:
1. controllo della proliferazione;
2. controllo della morte cellulare;
3. controllo del differenziamento.
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Oncologia
neoplastico benigno. Ci sono dei tumori benigni che rimangono fermi in questo stato, non
evolvono mai a maligni. Invece in molti altri casi la lesione benigna è solo un momento di
questa storia naturale, di questa progressione.
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Oncologia
Per le neoplasie maligne ci si basa sempre sul tessuto o cellula d’origine, a cui poi si aggiunge un
suffisso:
• Se di origine epiteliale, il suffisso è “-carcinoma”, ad esempio adenocarcinoma se è di origine
ghiandolare.
• Se invece l’origine è mesenchimale, si ha il suffisso “-sarcoma”:
o da tessuto fibroso fibrosarcoma;
o da adiposo liposarcoma;
o da cartilagine condrosarcoma;
o da tessuto osseo osteosarcoma;
o da tessuto muscolare liscio leiomiosarcoma;
o da muscolare scheletrico rabdomiosarcoma;
o da tessuto vascolare angiosarcoma.
• Da tessuto nervoso, si aggiunge il suffisso “-blastoma”:
o glioblastoma;
o retinoblastoma;
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Oncologia
o neuroblastoma.
• Invece da tessuto emopoietico:
o leucemie, che hanno origine nel midollo osseo;
o linfomi, che originano nei linfonodi.
Quando si va a classificare le metastasi, invece, bisogna tener presente il tessuto in cui si trova: per
esempio, se un carcinoma mammario metastatizza nell’osso, si avranno metastasi ossee di
carcinoma mammario.
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ALTERAZIONI GENICHE
I geni che se alterati, a causa di fattori esogeni o endogeni, possono comportare lo sviluppo di
neoplasia sono:
• quelli coinvolti nella regolazione della crescita cellulare, quindi in:
o proliferazione cellulare (se aumenta à neoplasia);
o morte cellulare (se diminuisce à neoplasia);
o differenziamento (se manca, la cellula non raggiunge lo stadio terminale e continua il
processo mitotico à neoplasia).
• Quelli deputati al controllo della stabilità del genoma, quindi coinvolti:
o nella corretta duplicazione del genoma, che deve essere mantenuto stabile tra le
generazioni cellulari;
o nella riparazione del DNA qualora avvenissero delle mutazioni.
• Ci sono inoltre altri geni coinvolti in meccanismi che concorrono alla malignità e quindi
all’invasività tumorale (es. angiogenesi, motilità, adesione, processo metastatico,
rimaneggiamento della matrice, resistenza alle difese e terapie).
Tutti i geni che, subendo alterazioni di struttura o di espressione, provocano insorgenza e crescita
tumorale, possono essere raggruppati in 2 categorie:
n ONCOGÈNI (circa 200): un aumento e non regolazione della loro attività favorisce la crescita
tumorale; essi, infatti, operano una regolazione positiva della crescita cellulare e possono
essere:
o fattori di crescita;
o recettori di fattori di crescita;
o trasduttori del segnale;
o fattori di trascrizione;
o regolatori positivi del ciclo cellulare;
o inibitori di apoptosi.
n GENI ONCOSOPPRESSORI (qualche decina): una diminuzione o assenza di attività favorisce
la crescita tumorale. Essi operano una regolazione negativa della crescita cellulare e sono:
o fattori di inibizione;
o recettori di inibitori;
o inibitori di trasduttori del segnale;
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ONCOGÈNI
La scoperta di questi geni risale a fine anni ’70/inizio anni ’80 e si deve a due osservazioni:
1) Sequenze trasformanti in retrovirus oncogeni
Le sequenze trasformanti dei retrovirus risultarono omologhe al normale genoma cellulare con
piccole differenze. Si capì quindi che si trattava di un gene proprio del genoma cellulare (c-onc) ma
alterato (v-onc, oncogèni virali).
2) Sequenze trasformanti in cellule tumorali
Le sequenze, prelevate da cellule tumorali e trasferite a cellule normali, le trasformavano in senso
neoplastico.
Esempio: sequenze tumorali inserite in cellule coltivate in vitro.
Le cellule normali in una coltivazione in vitro in condizioni ideali
possono proliferare fino a occupare tutta la superficie della piastra di
Petri, formando un monostrato. A quel punto non proliferano più
perché ricevono segnali negativi che le inibiscono.
Inserendo sequenze di DNA alterato si vengono invece a formare dei
“foci” di trasformazione, con cellule che proliferano su più strati.
Se a questo punto si inoculano le cellule dei foci in un topo, esse
potranno dare origine a un tumore.
PRINCIPALI ONCOGENI
I principali oncogèni sono:
• Fattori di crescita (GF), quali:
o Sis: gene per catena B del PDGF (Platelet derived GF, fattore di crescita di derivazione
piastrinica);
o Int-2: gene di FGF-basico;
o Wnt: gene di fattore di crescita WNT, precedentemente INT-1.
• Recettori di fattori di crescita
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n Aumento dell’attività, il prodotto è più attivo o più difficile che venga inattivato e la via di
segnalazione rimane sempre accesa, anche quando non dovrebbe. [Il “campanello” rimane
premuto e l’effetto perdura nel tempo] à alterazione tumore-specifica.
n Maggior suscettibilità al ligando: ad esempio, i tumori si producono da soli i propri GF
(autocrinia).
n Indipendenza dal ligando: recettori che segnalano anche senza ligando [il meccanismo
autocrino di feedback negativo non ha effetti sulla cellula secernente, pertanto non vi è
inibizione autocrina].
Mutazione puntiforme
È il fenomeno per cui una mutazione puntiforme su un protooncogène porta alla formazione di un
oncogène, la cui espressione si riflette nella formazione di un prodotto alterato.
Famiglia di oncogèni RAS: GTPasi (proteina G) ancorata al versante citoplasmatico della membrana.
Esso risulta alterato nel 15-20% della totalità dei tumori.
Mutazioni del gene N-RAS determinano alcuni tipi di leucemie, dei geni K-RAS, H-RAS carcinomi; in
quest’ultimo caso la mutazione puntiforme coinvolge il codone 12 o 13, cioè hot spots, siti ad alta
mutabilità.
Esso è coinvolto nella via delle MAP chinasi:
il legame della molecola segnale al recettore tirosin chinasico provoca dimerizzazione del recettore,
autofosforilazione, legame a proteine adattatrici come GRB2 e SOS, attivazione della proteina RAS
p21ras, proteina ad attività GTPasica ancorata alla membrana. RAS normalmente attivata lega la
proteina RAF (anch’essa ancorata alla membrana) che lega e fosforila MEK (una MAP chinasi), ERK
(altra MAP chinasi) che trasloca al nucleo dove fosforila JUN e FOS che attivano la trascrizione.
• Nella sua forma inattiva RAS lega il guanosin-difosfato (GDP), dopo essere stata attivata la
proteina rilascia il GDP per legare il GTP. L’attivazione di RAS è contrastata da proteine con
attività GAP (GTPase activating protein) che promuovendo l’idrolisi del GTP riconduce RAS
allo stato inattivo, legato al GDP.
• Se RAS è mutato la proteina rimane permanentemente in uno stato attivato, in quanto non
è in grado di idrolizzare il GTP.
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Amplificazione genica
Porta alla formazione di un prodotto normale, ma iperespresso, ciò è dovuto al fatto che si vengono
a formare anche centinaia di copie di uno stesso gene: il gene è normale, non mutato, pertanto
anche il suo prodotto sarà normale, ma il suo effetto sarà amplificato.
Es. N-MYC (neuroblastoma e macrocitoma polmonare); ERB-B2 (carcinoma della mammella o
dell’ovaio), MET (carcinoma gastrico e del colon), Ciclina D (carcinoma della mammella).
È possibile anche che diverse alterazioni si combinino nello stesso tipo di tumore, quindi diversi
oncogèni alterati (ad esempio quello alla mammella), anche perché è difficile che il tumore origini
da un’alterazione sola; per arrivare a un tumore maligno sono necessarie più alterazioni.
Traslocazione
Può avere conseguenze differenti:
• Determina la formazione di un prodotto normale in quantità eccessive:
la sovrapproduzione di MYC, ad esempio, è causa del Linfoma di Burkitt ed è dovuta a traslocazioni
reciproche t(8;14) o t(8;22) o t(2;8) nei linfociti
B.
Il caso più frequente vede il gene Myc
traslocare dal cromosoma 8 vicino al gene che
codifica la porzione costante delle catene
pesanti (CH) delle Ig (presenti in maniera
costitutiva nei linfociti e quindi molto espresse)
sul cromosoma 14: il gene Myc risentirà quindi
dell’effetto degli enhancer propri dei geni delle
catene pesanti risultando quindi iperespresso.
È una traslocazione reciproca, per cui un pezzo
del cromosoma 14 va sull’8, ma sull’8 non
succede nulla d’interessante dal punto di vista
neoplastico. Questa alterazione non è tumore-
specifica.
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Oncologia
Ciò determinerà un’alterazione dei sistemi di controllo della trascrizione basati sui dimeri MAX/MYC
attivanti o MAD/MAX repressivi.
Il cromosoma 22, dopo la traslocazione, viene chiamato cromosoma Philadelphia, perché proprio a
Philadelphia era stato individuato il fatto che nelle leucemie mieloidi croniche fosse presente un
cromosoma 22 molto più piccolo. A quei tempi, si avevano a disposizione delle metodiche meno
avanzate di quelle attuali, ma già con le tecniche di citogenetica si era visto che nelle neoplasie erano
frequenti delle aberrazioni cromosomiche e delle anomalie; inizialmente queste sembravano molto
casuali. L’individuazione di questo cromosoma più piccolo rappresentò una scoperta importante,
perché questa alterazione era presente in quasi tutti i casi di leucemia mieloide cronica, mentre era
assente ad esempio in tutti i casi di carcinoma, di sarcoma e così via. Quindi non era possibile che
fosse solamente un caso, ma si è pensato che lì risiedesse la causa della leucemia mieloide cronica.
È stato quindi studiato questo cromosoma più piccolo e si è scoperto che era presente una proteina
di fusione. Da questi step iniziali lo studio è progredito, e ne sono state riscontrate anche
applicazioni terapeutiche importanti.
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Oncologia
mieloide acuta (comunque sempre cellule non di tumore solido), quindi costituiscono una delle
cause di leucemia mieloide cronica.
[Un’altra proteina di fusione (p185) traslocazione (9;22) con un punto di rottura BCR diverso. 20-25%
della leucemia linfoblastica acuta e nel 2.5% di leucemia mieloide acuta].
La proteina di fusione BCR/ABL ha maggiore attività chinasica, la quale:
- attiva la proliferazione;
- aumenta la sopravvivenza;
- riduce l’adesione della cellula allo stroma midollare.
Mutagenesi inserzionale
Da virus: alcuni retrovirus trasformanti, chiamati “lenti” (ad esempio MMTV – virus del tumore
mammario del topo) vanno ad attivare oncogeni, poiché il promotore virale si inserisce in
prossimità di un protooncogène e lo attiva in senso neoplastico [provoca carcinoma mammario
topo; qualche caso anche nell’uomo].
Da terapia genica: inoltre, ci sono stati casi di terapia genica in cui venivano usati dei vettori
retrovirali che, purtroppo, si sono inseriti in prossimità di un protooncogène, per via di particolari
patologie immunologiche o ereditarie, causando qualche caso di leucemia. Questi trattamenti non
sono stati più usati.
Meccanismi epigenetici
Alcuni geni sono soggetti a imprinting, come ad esempio il gene IGF-2 materno (insulin-like Growth
Factor 2), che viene così silenziato. Possiamo avere perdita di imprinting, e quindi perdita di questo
silenziamento (LOI – loss of imprinting) di IGF-2, che porta a iperespressione di questo fattore, il
quale è un fattore di sopravvivenza e di crescita. Tutto ciò avviene nel rabdomiosarcoma (neoplasia
maligna del muscolo scheletrico).
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Questi oncogèni, attivati dunque con i meccanismi descritti in precedenza, che effetti hanno?
- Fattori di crescita: avremo un aumento dei livelli di questi fattori. La cellula può essere meno
dipendente dall’apporto esterno di questi fattori perché possiamo avere autocrinia, ossia
cellule che auto-producono il proprio fattore di crescita, ad esempio sis (catena B di PDGF),
iperespresso nell’astrocitoma.
- Recettori di fattori di crescita: anche in questo caso avremo degli aumenti dei livelli di questi
recettori, che renderanno la cellula più suscettibile ai normali livelli di fattori di crescita.
L’alterazione può rendere il recettore indipendente dal ligando, oppure dare un prodotto
più duraturo, che non si disattiva mai o che semplicemente dura più a lungo, e non viene ad
esempio internalizzato. Tra gli esempi già citati troviamo erbB1, che è iperespresso, come
detto, nel carcinoma mammario; si ha invece delezione del dominio extracellulare nel
glioblastoma, rendendolo indipendente dal ligando. È possibile menzionare anche erbB2,
che è iperespresso, oppure KIT, anche questo iperespresso nei sarcomi, leucemie ecc.
- Trasduttori del segnale: è possibile riscontrare degli aumenti dei livelli e anche in questo
caso un prodotto più duraturo (es. RAS).
- Fattori trascrizionali: anche in questi casi possiamo avere un aumento dei livelli o un
prodotto più duraturo; un esempio è myc, che può essere iperespresso, oppure è possibile
avere una traslocazione.
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- Regolatori positivi del ciclo cellulare: possiamo anche in questo caso avere un aumento dei
livelli o un prodotto più duraturo attivo, e così via.
- Inibitori dell’apoptosi: possiamo avere un aumento dei livelli o un prodotto più duraturo
attivo, (esempio: per quanto riguarda Bcl-2, può avvenire una traslocazione che lo porta
vicino agli enhancer delle immunoglobuline nel linfoma follicolare).
Aver individuato gli oncogeni e aver osservato le reazioni nei vari tipi di neoplasie, ha avuto diverse
implicazioni:
o per la terapia;
o per la diagnosi;
o per la prognosi;
o per la predittività della risposta terapeutica;
o implicazioni cliniche.
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BERSAGLIO SPECIFICO
Le terapie contro gli oncogèni sono terapie con bersaglio specifico, che quindi differiscono sempre
dai chemioterapici, poiché questi hanno un’azione più generale. Un esempio è HER-2/neu/ErbB2,
che è iperespresso poiché amplificato nel carcinoma mammario (circa nel 30% dei casi, ma di solito
un po’ meno). Il suo signalling è inibito dal legame con l’anticorpo anti-HER-2. Questo anticorpo, che
è stato poi umanizzato, è il Trastuzumab (HERCEPTIN). Successivamente sono stati messi a punto
anche altri anticorpi e piccoli inibitori del suo segnale. Quindi, sono state studiate diverse strategie
terapeutiche che cercano di inattivare questa sua funzione acquisita.
La differenza quantitativa di espressione è quasi sufficiente a dare una forte spinta per riconoscere
l’antigene oncogenetico e ottenere un bersaglio che permetta di concentrare la risposta
immunitaria sulle cellule tumorali e non su quelle normali che ne esprimono poco. Si creano dunque
vaccini non diretti contro l’agente eziologico, quanto piuttosto contro un prodotto di un oncogène
che può essere visto come un antigene [self iperespresso], per esempio Erb-B1 ed Erb-B2.
Questo principio prevede l’utilizzo dell’oncogène per uccidere in modo specifico le cellule tumorali,
salvando quelle normali. Questo dipende dalla quantità di molecola espressa, se è normale oppure
no. Questo punto è ancora in fase di studio, non si è arrivati alla pratica clinica. Possiamo ad esempio
avere virus oncolitici reindirizzati: vanno a riconoscere direttamente cellule che sovraesprimono
HER-2 [altro nome di erb-B2 specifico per la specie umana]. Questo stesso discorso si può fare per
anticorpi legati a un chemioterapico: questi portano il chemioterapico sulle cellule tumorali e non
su quelle normali, riducendo pertanto la tossicità.
Vaccini: altre applicazioni terapeutiche includono la possibilità di sfruttare la funzione di antigene
di un dato prodotto di un oncogène. Se questo è un recettore, sulla membrana è come se ci fosse
un antigene, e ciò ci consente di stimolare delle risposte immunitarie contro l’antigene, per esempio
tramite vaccini.
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Oncologia
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Oncologia
In questa tabella sono presenti dati pubblicati da ormai 15 anni: sono il risultato dell’uso del
Trastuzumab nel carcinoma mammario, con lo scopo di puntualizzare alcuni aspetti utili a
richiamare le implicazioni cliniche.
Nel grafico A, nell’asse delle ordinate si ritrova la percentuale della sopravvivenza libera da
malattia: si tratta di pazienti con carcinoma della mammella alle quali è stato asportato il tumore;
dopo l’asportazione, è possibile che queste pazienti sviluppino delle metastasi, si è quindi valutato
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tumore e anche se il tumore non è sconfitto del tutto, si può essere soddisfatti dell’effetto
di questa terapia.
- BCL-2: inibitore dell’apoptosi, è responsivo a un
inibitore ed è utilizzato nella leucemia linfatica
cronica, dove ci sono più del 20 % di risposte
complete. Per risposta completa si intende che
con il trattamento scompare completamente.
Se si diminuisce per numero o estensione il
numero di metastasi, si ha una risposta parziale.
Se la situazione rimane costante nel tempo, è
una risposta stazionaria, che è comunque
positiva poiché la progressione sarebbe verso
un peggioramento. Poi ci può essere comunque
la progressione della malattia à il farmaco non
ha funzionato.
- Ras: si è tentata un’altra strada che non ha dato per ora risultati. Questa implica un’inibizione
RAS, oncogene attivato nel 20% di tutti i tumori, viene attaccato alla membrana tramite
l’azione di un enzima: la farnesil-transferasi. Si cerca di inibirne l’attacco alla membrana
inibendo l’enzima.
- RAF nel melanoma: un altro campo dove ci sono stati risultati interessanti è quello di RAF.
RAF è una molecola nella via di segnalazione di RAS, quindi coinvolta nella via delle MAPK.
Presenta mutazioni puntiformi nel 50% dei casi di melanoma. Sono state messe a punto
terapie con piccoli inibitori di B RAF (vemurafenib) e si è visto che questo induce risposte
cliniche nel 50-80% dei pazienti. Si ha quindi un’alta percentuale di risposta. Il problema, in
questo caso, risiede nella durata di questa risposta. La risposta con questo nuovo farmaco
infatti dura 5 mesi e mezzo mediamente, rispetto a 1,6 mesi nel gruppo di controllo trattato
con altro farmaco. Quindi, pur presentando una durata maggiore, si continua a fare ricerca
perché si tratta ancora di una durata esigua. In un paziente con melanoma metastatico,
quindi con la cute piena di metastasi, procedendo al trattamento con vemurafenib,
scompaiono le metastasi cutanee. Questo effetto dura più di 5 mesi, ma purtroppo dopo si
osserva la loro ricomparsa perché sono diventate resistenti alla terapia, il che costituisce un
grosso problema.
Esistono dunque delle terapie che sono in grado di distruggere le cellule tumorali, ma ci sono due
problemi:
1) Alcuni di questi trattamenti, che sono capaci di uccidere le cellule tumorali, purtroppo fanno
danni anche sulle cellule normali, quindi presentano un problema di tossicità. Non è
possibile utilizzare dunque dosi molto alte perché si avrebbero danni enormi sulle cellule
normali.
2) Resistenza al farmaco, che insorge dopo un certo tempo in cui si fa uso del trattamento. A
volte si tratta di resistenze iniziali, quindi il paziente non è sensibile al farmaco, perché
magari sono altri i bersagli che guidano la crescita neoplastica. Altre volte, tuttavia, anche se
inizialmente il paziente risponde molto bene alla terapia, insorge resistenza dopo un certo
lasso di tempo. Su questo problema si basa molto la ricerca clinica e preclinica.
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Oncologia
GENI ONCOSOPPRESSORI
I geni oncosoppressori sono quei geni la cui mancata attività all’interno della cellula favorisce la
crescita tumorale. L’alterazione nella struttura o nell'espressione di questi geni (inattivazione), se è
a carico di entrambi gli alleli (effetto recessivo), determina perdita di funzione e fenotipo tumorale,
a differenza degli oncogeni, in cui è sufficiente l’alterazione di un solo allele. Si può quindi dire che
“una mezza dose” di oncosoppressori sia sufficiente a mantenere un fenotipo normale.
Le prime identificazioni di geni oncosoppressori sono state permesse da:
• studio di ibridi, tra cellule tumorali e cellule normali, che spesso mostravano fenotipo
normale: non doveva quindi trattarsi di una “gain of function”, ma di una “loss of function”.
In questo caso viene quindi a mancare qualcosa che sopprime la formazione di neoplasie;
• presenza di delezioni cromosomiche costanti in determinati tumori.
CATEGORIE DI ONCOSOPPRESSORI
Si distinguono due tipologie di funzioni dei geni oncosoppressori (alcuni oncosoppressori
presentano entrambe le funzioni):
• Gatekeeper: geni che permettono la regolazione negativa della proliferazione e positiva
dell’apoptosi (in opposizione agli oncogeni). La perdita di funzione di tali geni determina un
vantaggio selettivo nella crescita. Le funzioni dei geni di questa categoria sono quelle di
fattori di inibizione, recettori di inibitori, inibitori di trasduttori del segnale, regolatori
negativi di fattori di trascrizione e del ciclo cellulare e regolatori positivi dell’apoptosi;
• Caretaker (geni mutatori): geni che esercitano un’attività di controllo dell’integrità del
genoma (corretta duplicazione e riparazione del DNA). L’inattivazione di entrambi gli alleli
determina instabilità genomica e conseguente maggiore frequenza di alterazioni (100-1000
volte più frequenti) a carico del DNA e anche a carico di oncogèni o altri geni
oncosoppressori, senza un diretto vantaggio selettivo nella crescita.
In entrambi i casi si sottolinea come siano necessarî due eventi inattivanti, uno per ciascun allele.
Effettuando un paragone automobilistico, i geni oncosoppressori gatekeeper possono essere
paragonati ai freni di un’automobile, mentre i caretaker rappresentano piuttosto dei meccanici, il
cui ruolo diventa cruciale nel momento in cui ci sono elementi danneggiati.
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Oncologia
La sua funzione caretaker consiste nella regolazione dell’assemblaggio dei microtubuli nel fuso
mitotico.
Nel citoplasma la β-catenina è organizzata in un complesso in cui è presente APC:
• in presenza di Wnt (GF): il legame di Wnt con il recettore (Frizzled) determina una cascata di
eventi che porta alla dissociazione di APC dalla β-catenina, la quale si dirige nel nucleo dove
il complesso β-catenina-TCF avvia la trascrizione di MYC, ciclina D1, MDR1 ecc.;
• in assenza di Wnt: la β-catenina rimane nel citoplasma, parte del complesso con APC, ed è
avviata alla degradazione.
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Oncologia
L’inattivazione di APC, per mutazione con formazione di proteina troncata che non lega più la β-
catenina, determina la traslocazione di β-catenina nel nucleo e conseguente trascrizione anche in
assenza di Wnt.
Inoltre, in virtù della funzione legata al fuso mitotico, APC inattivata porta a difetti nella
segregazione cromosomica, quindi instabilità cromosomica. Problemi connessi al numero e/o alla
struttura dei cromosomi possono eventualmente tradursi in attivazione di oncogèni e inattivazione
di oncosoppressori.
L’instabilità cromosomica, dovuta a una inattivazione di APC, ma anche ad altre cause, è presente
nell’85% dei carcinomi del colon (il primo hit del carcinoma ereditario poliposo del colon è proprio
l’inattivazione di APC), sia nei tumori sporadici che nei tumori ereditarî (nel caso in cui si abbia
un’alterazione nelle cellule germinali), mentre nel 15% c’è un difetto nella riparazione di DNA.
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La proteina mutata è
molto colorabile e visibile
in questo preparato.
Si possono fare degli studî e capire quali sono i principali oncosoppressori coinvolti nelle forme
ereditarie e trarre le adeguate conclusioni.
BRCA-2 è anch’esso inattivato nella forma ereditaria di carcinoma della mammella e raramente
anche nei casi sporadici. Esiste, infatti, anche in questo caso una forma ereditaria di carcinoma
mammario, anche maschile, e dell’ovaio.
Questi geni sono coinvolti nella riparazione del DNA.
Sistema MMR
Vi è poi il sistema MMR, inattivato nei carcinomi per metilazione del promotore. La sua forma
ereditaria determina una forma di carcinoma del colon non poliposico (mentre APC è coinvolto nella
forma ereditaria di carcinoma del colon poliposico).
Si tenga comunque presente che i tumori ereditarî rappresentano una minoranza dei casi di
neoplasie.
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Oncologia
Lo sviluppo del tumore può quindi essere visto come il risultato della massima espressione
dell’oncogene prima di incorrere, tramite attivazione di intensità eccessiva, in queste risposte
paradossali. In alternativa è possibile che nella cellula i circuiti di senescenza e apoptosi non siano
più funzionanti.
La complessità poi aumenta poiché le alterazioni sono quasi sempre multiple, anche se abbiamo
singole alterazioni con frequenza piuttosto elevata in singoli tumori (B-RAF è infatti mutato nel 40%
dei melanomi, essendo un fattore singolo piuttosto importante). Molto più spesso però le
alterazioni sono multiple e a carico sia di oncogeni che di oncosoppressori.
Nel caso degli oncosoppressori, in corso di terapia, dobbiamo cercare delle strategie che hanno lo
scopo di ripristinare la funzione nativa di questi geni.
Sono state pensate delle terapie geniche allo scopo di reintrodurre il gene sano, oppure si può
provare a contrastare un’ipermetilazione dei promotori. Avremo quindi terapie che vanno a
lavorare sia su aspetti genetici che epigenetici.
Altro approccio possibile è quello che si propone di inibire le proteine mutate, in particolare nel caso
di mutazione a carico di p53.
Fino ad ora queste tecniche non hanno dato grandi risultati e si tende a concentrarsi
sull’inattivazione degli oncogeni piuttosto che sul ripristino di funzione degli oncosoppressori.
Si è tentato per esempio di reintrodurre, con la terapia genica, un p53 normale in casi di mutazione
di quest’ultimo, ma risulta molto complesso raggiungere ogni singola cellula tumorale che presenta
la mutazione, comprese quelle che hanno dato metastasi in sedi diverse rispetto al tumore primario.
Avere individuato oncogeni e oncosoppressori è stato importante per varî motivi. È stato possibile,
prima di tutto, unificare i meccanismi molecolari della cancerogenesi. Tutte le forme di
cancerogenesi (chimica, fisica, biologica, ecc.) vanno infatti a colpire oncogeni e oncosoppressori.
Questo meccanismo offre dei vantaggi dal momento che sono state elaborate opzioni terapeutiche
che vanno ad agire su questi geni chiave. Storicamente vi erano due opinioni differenti: c’era chi
pensava che la causa del cancro fosse puramente fisico/chimiche e chi invece sosteneva che la causa
preponderante delle neoplasie fossero virus. Posizioni che erano quasi politicizzate (a sostegno o
meno dell’ipotesi che lavorare in certi ambienti, come alcune fabbriche chimiche, aumentasse il
rischio di tumore).
Oggi si sa che esistono sia meccanismi chimici che biologici alla base della cancerogenesi e che in
entrambi i casi l’azione a livello cellulare è esercitata su oncogeni e oncosoppressori.
Individuare oncogeni e oncosoppressori è stato poi fondamentale per le implicazioni terapeutiche,
sempre più utilizzate, per la diagnosi (ad esempio individuare il cromosoma Philadelphia per la
diagnosi leucemia mieloide cronica) e per la prognosi.
È stato poi importante comprendere meglio il meccanismo alla base dell’ereditarietà di certi
tumori. Nelle forme ereditarie, ad esempio, è possibile ereditare un oncosoppressore inattivato per
cui è frequente che un altro evento vada a colpire la stessa cellula, comportando inattivazione di
entrambi gli alleli.
Domanda: In caso di p53, non avrò comunque un allele sano anche in caso di mutazione che porta a
proteina diversa?
Risposta: Il concetto fondamentale è che p53 è un omotetramero. Se abbiamo un allele sano e un
allele portante una mutazione che impedisce del tutto la sintesi della proteina, allora il 100% delle
proteine prodotte saranno normali, queste andranno ad assemblarsi quindi in omotetrameri
funzionanti (nonostante siano in numero inferiore rispetto a quello prodotti da una cellula con due
alleli funzionanti). Se invece un allele porta una mutazione che non impedisce la sintesi della
proteina, ma la modifica e la rende inefficace, questa andrà ad inserirsi nei tetrameri inattivandoli
(basta una proteina mutata sulle quattro totali per causare perdita di funzione).
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Oncologia
miRNA
Per completare la trattazione di oncosoppressori e oncogeni è necessario parlare dei micro-RNA.
Questi piccoli RNA non codificanti proteine sono coinvolti in varî importanti processi cellulari e in
particolare sono dei regolatori negativi dell’espressione genica. Vanno a promuovere la
degradazione di mRNA o ne impediscono la traduzione in altri modi.
Una mancata regolazione a opera di miRNA può determinare l’insorgenza di tumori o la
progressione di questi ultimi. Il problema può essere dato da un’iperespressione (maggioranza dei
casi) o una minore espressione dei miRNA.
Possono avere in particolare delle funzioni simil-oncogène o simil-oncosoppressore,
dipendentemente dall’attività del bersaglio che vanno a regolare.
Nel caso dell’mRNA di un oncosoppressore, con un’iperespressione del miRNA che va a regolarlo (e
quindi a ridurne l’attività) avremo l’inattivazione dell’oncosoppressore in questione.
Considerando invece l’mRNA di un oncogene, a causare il fenotipo tumorale sarà la mancata o
ridotta espressione del miRNA che va a regolarne l’attività.
I miRNA sono alterati in molti tipi di tumori. L’interpretazione dell’azione di questi non coding RNA
è complessa poiché in tipi cellulari diversi essi possono avere funzioni diverse.
Hanno implicazioni sia diagnostiche, prognostiche che terapeutiche. Ad esempio, nella forma
indolente di leucemia linfatica cronica (CLL) si presenta una delezione che interessa i miRNA 15/16,
che qui svolgono una funzione di oncosoppressore. Stessi miRNA, in cellule diverse per funzione e
per morfologia, si possono comportare diversamente: in alcuni casi come oncogèni, in altri come
oncosoppressori.
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FENOTIPO TUMORALE
FENOTIPO TUMORALE MALIGNO
L’accumularsi di alterazioni nella struttura e nell’espressione di oncogeni e oncosoppressori, che
abbiamo detto essere sia manifestazioni genetiche che epigenetiche ecc., si manifesta con
l’acquisizione di alcune caratteristiche tipiche di cellule tumorali maligne.
Questa figura, parte di un importante articolo [Douglas Hanahan, Robert [Link], “Hallmarks
of Cancer: The Next Generation”] raccoglie tutte quelle che possono essere le manifestazioni del
fenotipo tumorale maligno.
Per avere il fenotipo tumorale maligno dobbiamo avere una cellula in grado di sostenere la propria
proliferazione (autocrinia) ed evadere segnali di soppressione della crescita.
La cellula deve poter sfuggire al sistema immunitario, evitando la distruzione, e deve essere
immortalizzata, per cui non avere un limite al numero di divisioni mitotiche possibili. Questo
obiettivo può essere raggiunto impedendo l’accorciamento dei telomeri.
Altra caratteristica è la promozione dell’infiammazione, che favorisce l’insorgenza e la progressione
delle neoplasie.
I tumori maligni devono poter operare processi di invasività e metastatizzazione, oltre che indurre
la vascolarizzazione. Sono caratterizzati poi da forte instabilità genomica che causa un accumulo di
mutazioni.
Sono inoltre resistenti a morte cellulare e hanno un metabolismo sottoposto a deregolazione.
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tale segnale di adesione al substrato conferisce uno stimolo antiapoptotico, di sopravvivenza, alle
cellule normali, che nelle cellule tumorali risulta non necessario. Allo stesso modo, le cellule normali
devono essere presenti in alta quantità, mentre quelle tumorali possono essere lasciate in vitro
anche con poca densità.
Autofagia
Un altro concetto inerente alla morte cellulare riguarda l’autofagia, un meccanismo che, in certe
condizioni di stress, le cellule utilizzano per sopravvivere: esse si nutrono di loro componenti,
cercano di ricavare energia dai cataboliti tratti dai loro organelli. Questo processo non porta a morte
la cellula, ma ne consente la sopravvivenza. Nelle cellule neoplastiche è alterata la sua regolazione.
Certe terapie, come la radioterapia o la chemioterapia, possono indurre alti livelli di autofagia:
questo si oppone alla morte delle cellule tumorali (che sarebbe l’obiettivo dei farmaci radioterapici).
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Alterazioni morfologiche
Le alterazioni molecolari si manifestano spesso come caratteristiche morfologiche, tra queste
troviamo alterazioni:
• di forma cellulare (polimorfismo);
• del rapporto nucleo/citoplasma aumentato;
• del cariotipo (alterazione nel numero, alterazione nei singoli cromosomi);
• del numero e della forma di nuclei e nucleoli;
• dei mitocondrî;
• comportanti un citoscheletro disorganizzato.
Alterazioni metaboliche
Per quanto riguarda l’alterazione delle vie metaboliche, possiamo vedere:
1. aumento dell’uptake e del metabolismo del glucosio nei tumori: effetto Warburg (forte
glicolisi anaerobia);
2. ruolo importante di una forma di splicing della piruvato chinasi PKM2 (M2 - forma fetale, M1
forma adulta);
3. ruolo di geni oncosoppressori e oncogeni in questa variazione nel metabolismo: ad es. p53
down-regola dei trasportatori del glucosio.
Effetto Warburg
Uno degli esempî di alterazione metabolica ha come soggetto il glucosio. Nelle cellule tumorali si ha
infatti un aumento nell’uptake del glucosio e del suo catabolismo. Si parla di effetto Warburg, con
forte glicolisi “anaerobia”.
Confrontando un tessuto differenziato
(normale) e un tessuto tumorale, si osservano
delle differenze metaboliche: in presenza di
ossigeno, il tessuto normale utilizza il glucosio
per produrre soprattutto piruvato che
prenderà la via della fosforilazione ossidativa,
mentre in assenza di ossigeno il piruvato ha la
possibilità di seguire la via della glicolisi
anaerobia, con produzione di lattato.
Nel caso del tumore, invece, si vede che sia in
presenza che in assenza di ossigeno la cellula
segue la glicolisi anaerobica (fermentazione)
con produzione di poca ATP.
Questo confronto operato da Warburg si rivelò
inappropriato perché aveva utilizzato un
tessuto differenziato. Confrontando un tessuto sano in fase proliferativa le cose sono molto più
simili.
Il metabolismo delle cellule cancerose, così come quello di tutte le cellule proliferanti, è adattato
alla facilitazione dell’uptake dei nutrienti nella biomassa (nucleotidi, lipidi, amminoacidi) necessarî
per la produzione di una nuova cellula.
Questa differenza nel metabolismo è sfruttata nella PET (tomografia a emissione di positroni), in cui
vengono usati traccianti (analoghi del glucosio, come ad esempio il radioisotopo 18-FDG
fluorodeossiglucosio) che emettono positroni, ottenendo immagini con zone di accumulo
dell’isotipo che corrispondono a zone di proliferazione (come ad esempio di metastasi).
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[La glicolisi è un processo totalmente anaerobio. Il termine “aerobia” suggerisce infatti che questo
processo venga effettuato anche in condizioni di aerobiosi cellulare. Laddove in aerobiosi la cellula
utilizza meno glicolisi come fonte energetica poiché dispone del fenomeno della respirazione
cellulare, la cellula neoplastica si porta forzatamente verso la glicolisi “aerobia”].
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3. Dominanza clonale: esistono pressioni selettive che possono ostacolare la progressione di una
sottopopolazione: ad esempio, una competizione per nutrienti o una crescita accelerata possono
favorire una sottopopolazione piuttosto che un’altra. Si parla in questo caso di dominanza clonale,
ossia un clone si espande rappresentando la maggior parte delle cellule tumorali.
La progressione è quindi spesso “di male in peggio”, poiché la classe di cellule che rimane ha
maggiore vantaggio di crescita e/o grado di metastatizzazione tra tutti i subcloni di partenza.
PROGRESSIONE
La progressione indica il succedersi di alterazioni che conferiscono vantaggio di crescita e/o
metastatizzazione. Si origina una progenie di cellule a sempre maggiore malignità (“di male in
peggio”).
Parlando di progressione è
interessante osservare il
modello di progressione del
tumore del colon retto
proposto da Vogelstein e
Kinzler, i quali hanno abbinato
l’evoluzione anatomo-
patologica all’evoluzione
molecolare.
I due ricercatori hanno
analizzato dal punto di vista
molecolare una serie ampia di
stadî tumorali del tessuto del
colon: epitelio normale,
iperproliferativo, adenoma
lievemente atipico,
moderatamente atipico,
fortemente atipico, carcinoma
(quindi invasivo) e metastasi. Hanno poi osservato quali alterazioni avevano in comune questi
passaggi. Ad esempio, trovando che, nel passaggio da epitelio normale a iperproliferativo, veniva
inattivato APC (gene oncosoppressore che possiede una zona chiamata “mutation cluster region"
in cui avvengono facilmente delle mutazioni che possono causare una mancata inibizione da
contatto nelle cellule che presentano queste mutazioni).
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Nelle forme principali di neoplasia (prostata, colon, mammella, polmone, esofago…) possono esserci
tante alterazioni che si accompagnano a un’evoluzione da lesioni benigne fino ad arrivare al tumore,
perché ci sono tutte delle alterazioni di geni diversi.
Alcune alterazioni di geni sono comuni fra le diverse neoplasie, come per esempio la diminuzione di
p53 nel passaggio a tumori della prostata, del colon, della mammella, dell’esofago e del fegato.
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In alcuni sono centrali le telomerasi, nella mammella abbiamo un aumento di ERB-B2 e di altri fattori
riportati in tabella.
Questa tabella riprende il modello di Vogelstein, sono infatti elencanti diversi eventi nella
progressione di neoplasie e quanti tipi di diversi oncogeni sono attivati o inattivati.
MONOCLONALITÀ
Come storia naturale, si è detto che gran parte dei tumori hanno un’origine monoclonale, i dati più
vecchi a sostegno di ciò sono quelli riguardanti il mieloma multiplo e la glucosio-6-fosfato
deidrogenasi.
Nel mieloma multiplo, ogni mieloma (neoplasia maligna delle plasmacellule) produce un solo tipo
di anticorpo con un solo tipo di specificità, questo sta a indicare che tutte le cellule del mieloma
derivano da un unico precursore che ha come caratteristica quella specificità antigenica. Stesso
discorso si applica ai linfomi B o T che esprimono rispettivamente delle immunoglobuline di
membrana o il recettore dei linfociti T con identica specificità idiotipica. Tutte le cellule del linfoma
del soggetto presentano ad esempio un’immunoglobulina di membrana che è specifica per una sola
identità antigenica. Questo sta a indicare l’origine monoclonale (concetto di immunologia).
Un’ulteriore prova della monoclonalità è la glucosio-6-
fosfato deidrogenasi.
Nella donna durante la vita embrionale in ciascuna cellula
viene inattivato in maniera casuale uno dei due cromosomi
X, o quello di origine materna o quello di origine paterna.
Ogni cellula passerà questa inattivazione alla sua
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LESIONI PRENEOPLASTICHE
Fanno parte della storia naturale e possono essere:
• iperplasia tipica della mammella;
• atrofie gastriche;
• nevi displastici (displastico sta ad indicare che, pur non essendo ancora un tumore, presenta
caratteristiche anatomiche patologiche particolari);
• cirrosi epatica;
• cheratosi attinica (che compare solitamente nelle zone del corpo più esposte alla luce solare).
Queste sono lesioni preneoplastiche, non sono tumorali, ma hanno una maggiore probabilità di dare
origine a lesioni tumorali. Per esempio, l’iperplasia tipica della mammella può dare origine a un
tumore benigno. I nevi displastici, se individuati, vengono asportati impedendo così di fatto
l’insorgenza del melanoma. Le lesioni preneoplastiche sono poco individuate nei sarcomi (o non ci
sono o al momento non sono state individuate), mentre nei carcinomi e nei melanomi ci possono
essere questo tipo di lesioni.
ETEROGENEITÀ
Durante la storia naturale dei tumori insorge un’eterogeneità cellulare, nonostante l’origine
monoclonale, questo per via della forte instabilità genomica. Questa eterogeneità intratumorale si
manifesta (si parla dello stesso tumore dell’individuo X) con differenze a livello delle
sottopopolazioni cellulari che possono differire per varî parametri, tra cui:
• cariotipo;
• caratteristiche morfologiche;
• sensibilità agli ormoni, importante in ambito terapeutico: ad esempio, nel caso del tumore
alla mammella, le cellule neoplastiche mantengono i recettori agli estrogeni e quindi, così
come la cellula normale, anche quella tumorale prolifera in risposta agli estrogeni. Per questo
motivo, si procede con una terapia anti-estrogenica per evitare la proliferazione tumorale
tramite l’inibizione del legame recettore-ormone. In alcuni casi, però, si ha la perdita della
sensibilità agli ormoni e il recettore mantiene la propria attività a prescindere dalla loro
presenza, rendendo inutile una terapia di questo tipo;
• caratteristiche differenziative;
• recettori;
• sensibilità ai farmaci, una sottopopolazione può resistere a un farmaco causando quindi un
grosso ostacolo alla terapia;
• immunogenicità, un intervento immunologico o lo stesso sistema immunitario può essere
efficace contro un tipo di sottopopolazione, mentre può essere inefficace contro un altro
(discorso simile alla sensibilità ai farmaci);
• sensibilità a difesa dell’ospite;
• capacità metastatica.
Generazione di eterogeneità
La formazione dell’eterogeneità è basata su:
• instabilità genomica;
• fenomeni epigenetici (es. metilazione);
• presenza di cellule staminali del cancro (a diversa capacità differenziativa e di
autorinnovamento [self renewal]).
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Ad oggi ci sono ancora problemi di definizione di queste cellule staminali tumorali, della loro
relazione con le cellule staminali normali, di quale sia la loro cellula di origine se siano toti-, multi-
od oligopotenti e se siano effettivamente una popolazione poco rappresentata. Il fatto che questa
popolazione cellulare sia valutata come un’unica popolazione tumorigenica dipende dal modello
animale analizzato; inoltre, anche i marcatori sono diversi nei diversi casi esaminati (non è detto che
i marcatori della staminale siano sempre gli stessi).
Anche la capacità di dare luogo a neoplasie di queste cellule che presentano sempre marker non è
una caratteristica costante, in quanto possono essere più o meno capaci di generare tumori.
I marker stessi sono spesso diversi nei casi esaminati di tumore. Alcuni studî hanno identificato il
marcatore CD133 nel carcinoma del colon, mentre altri hanno individuato marcatori diversi o
addirittura non hanno nemmeno trovato il CD133.
Le conoscenze sui marcatori sono ancora incerte, tuttavia è sicura la presenza di questi ultimi su
cellule con capacità neoplastiche maggiori.
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ANGIOGENESI
Fra il tumore e l’ospite ci sono diverse interazioni, ovvero essi si influenzano reciprocamente. Si
tratta di rapporti complessi, ma che, se compresi, possono anche essere usati a fini terapeutici.
Queste interazioni, che perdurano per tutto il tempo della storia naturale del tumore, si realizzano
tra le cellule tumorali e diversi microambienti dell’ospite:
- il microambiente di insorgenza, formato dalle cellule da cui si sono sviluppate le cellule
tumorali;
- i microambienti di metastasi, formati dalle cellule dei tessuti che sono stati infiltrati dalla
neoplasia in metastasi;
- interazioni sistemiche, cioè non localizzate in un singolo microambiente.
PROCESSO DI NEOVASCOLARIZZAZIONE
Un processo essenziale affinché il tumore cresca è la vascolarizzazione. In generale nell’adulto la
vascolarizzazione dei tessuti è stabile: il turnover richiede diversi anni dopo la formazione.
Ci sono casi specifici in cui si crea nuova vascolarizzazione in modo fisiologico:
- nei processi legati alla riproduzione femminile (ovulazione, mestruazioni, impianto e
gravidanza);
- in caso di aumento di massa muscolare (es. per esercizio fisico);
- nei processi di riparazione delle ferite.
Ci sono due processi attraverso cui è possibile formare nuovi vasi:
• vasculogenesi: si realizza principalmente durante la vita embrionale, quando devono
formarsi dei vasi ematici a partire da elementi cellulari precursori dell’endotelio dei vasi;
• angiogenesi: ovvero la gemmazione di nuovi vasi a partire da vasi già esistenti (è ciò che
avviene negli adulti, dove la vascolarizzazione è già formata).
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Angiogenesi
La condizione principale che induce la formazione di nuovi vasi è l’ipossia; essa costituisce il segnale
angiogenico che avvia il processo. Nel processo sono, infatti, coinvolti geni di risposta all’ipossia, che
codificano per molecole che inducono l’angiogenesi, in particolare VHL, che è un oncosoppressore,
e HIF, che è il fattore di risposta all’ipossia. L’ipossia determina la produzione di molecole pro-
angiogeniche, responsabili di:
- attivazione dell’endotelio esistente con aumento di proteasi;
- rottura della membrana basale vascolare;
- migrazione e proliferazione delle cellule endoteliali;
- formazione di strutture tubulari;
- deposizione di membrana basale;
- reclutamento di periciti e cellule muscolari lisce;
- collegamento alla rete vascolare esistente.
L’angiogenesi è un processo fisiologico, regolato finemente, ma che si verifica anche nelle neoplasie.
Che si tratti di condizioni fisiologiche o dello sviluppo di un tumore, quando si forma una nuova
massa tissutale si genera ipossia. Questo è il segnale per l’avvio dell’angiogenesi: vengono liberati
fattori pro-angiogenici, i quali si legano a recettori specifici posti sull’endotelio di un vaso vicino e
lo attivano. Vengono poi prodotte delle metalloproteasi, che degradano la membrana basale e ciò
permette migrazione e proliferazione delle cellule dell’endotelio verso lo stimolo angiogenico. Si
forma un nuovo vaso (struttura tubulare) e, grazie al reclutamento di periciti e cellule muscolari
lisce, esso si stabilizza e matura. Quindi la gemmazione del vaso irrora il tessuto neoformato,
collegandosi anche alla vascolarizzazione preesistente.
A regolare questo processo ci sono sia elementi cellulari sia fattori solubili. Un esempio è il PDGF,
prodotto dall’endotelio per reclutare periciti. Molto importante è il VEGF (Vascular Endothelial
Growth Factor), che fa parte di una famiglia di molecole, la più importante nella regolazione
dell’angiogenesi. Ci sono poi altri fattori pro-angiogenici prodotti da varî tipi di cellule. Persino le
cellule tumorali possono produrre alcuni fattori pro-angiogenici, come il bFGF (fattore di crescita
basico dei fibroblasti). Questi agiscono anche sulle cellule
stromali, che stimolano il reclutamento di altre cellule,
come precursori midollari, o hanno altre funzioni sulle
cellule endoteliali. Le interazioni sono molteplici: le cellule
tumorali possono agire sulle cellule normali, così come le
cellule normali possono produrre fattori che influenzano le
cellule tumorali.
L’avvio dell’angiogenesi è controllato da fattori inibitori e
da fattori attivatori, che fanno da modulatori del processo.
Possiamo paragonare la loro azione all’effetto di due pesi
posti sui piatti di una bilancia. Se gli attivatori hanno un
peso maggiore, allora viene stimolata l’angiogenesi e si formano nuovi vasi; se invece gli inibitori
sono più pesanti, l’ago della bilancia si sposta verso l’inibizione dell’angiogenesi. La risultante di
questi fattori determina l’avvio del processo o il suo blocco. Non ci sono fattori unici che attivano o
inibiscono l’angiogenesi, ma si tratta di una serie di fattori che lavorano insieme. Ci sono anche delle
molecole ad azione pro-angiogenetica che hanno altre funzioni principali. Un esempio sono gli
estrogeni, in grado di attivare l’angiogenesi, anche se questa non è la loro funzione primaria. In
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alcune terapie antitumorali si usano degli anti-estrogeni proprio perché hanno anche azione anti-
angiogenica.
Il principale gruppo di fattori è la famiglia di VEGF: il primo è VEGFa, poi ci sono VEGFb, VEGFd…
Sono presenti sulle cellule endoteliali, sia vascolari che linfatiche (nei tumori c’è anche formazione
di nuovi vasi linfatici). Queste molecole agiscono attraverso dei recettori, posti sull’endotelio. Non
c’è corrispondenza univoca coi recettori, infatti essi possono essere associati a più fattori diversi.
Sulle cellule del trofoblasto e sui monociti c’è il recettore VEGFR1, sulle cellule degli endotelî
vascolari ci sono i recettori VEGFR1 e VEGFR2, mentre i vasi linfatici presentano il recettore VEGFR3.
VEGFa agisce tramite i recettori VEGFR1 e VEGFR2; VEGFd e VEGFc agiscono tramite VEGFR2 e
VEGFR3.
Fra gli inibitori dell’angiogenesi i più importanti sono trombospondina-1 (TSP-1), endostatina e
angiostatina.
VASCOLARIZZAZIONE E TUMORI
La crescita dei tumori oltre una certa dimensione ha bisogno di nuova vascolarizzazione. Infatti, al
di sotto di 1-2 mm3 sono sufficienti i nutrienti e l’ossigeno che raggiungono la massa cellulare per
diffusione dai vasi vicini. Per poter crescere oltre quella dimensione c’è bisogno di nuova
vascolarizzazione, sia perché il tessuto richiede più ossigeno, nutrienti e fattori di crescita (prodotti
anche da cellule endoteliali), sia perché la vascolarizzazione costituisce una via di disseminazione
metastatica, che quindi favorisce la crescita tumorale.
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Fattori induttori
Gli induttori dell’angiogenesi agiscono attivando la proliferazione e la migrazione dell’endotelio e la
produzione di metalloproteasi. Tutti questi segnalatori vengono prodotti da:
a) cellule tumorali stesse;
b) fibroblasti;
c) cellule endoteliali;
d) cellule dell’infiltrato infiammatorio.
Essi principalmente sono:
- VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor) à è il principale induttore; determina
proliferazione delle cellule endoteliali e formazione di strutture tubulari, nonché aumento
della permeabilità dei vasi. Inoltre, mobilizza precursori endoteliali midollari. Molti tumori
sovraesprimono il gene per VEGF;
- bFGF (basic Fibroblast Growth Factor) à ha un ampio spettro d’azione: induce
proliferazione, migrazione e chemiotassi delle cellule endoteliali e ne stimola la produzione
di collagenasi. Anche questo è prodotto in molti tipi di tumori.
Fattori inibitori
Gli inibitori dell’angiogenesi agiscono inibendo la proliferazione e la migrazione dell’endotelio e le
metalloproteasi.
- TSP-1 (trombospondina-1) à inibisce la proliferazione delle cellule endoteliali, diminuisce
l’attività proteasica;
- PF-4 (platelet factor 4) à inibisce l’attività collagenasica, inibisce la proliferazione delle
cellule endoteliali;
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- angiostatina à viene clivata dall’elastasi a partire dal plasminogeno (già presente, per
velocizzare il processo di inibizione dell’angiogenesi); inibisce la proliferazione e la
migrazione delle cellule endoteliali;
- endostatina à viene clivata a partire dal collagene XVIII (già presente per velocizzare il
processo di inibizione dell’angiogenesi); inibisce la proliferazione e la migrazione delle cellule
endoteliali.
Angiostatina ed endostatina sono molecole già preformate, nel senso che per formarle basta un
taglio e non c’è bisogno che vengano prodotte à questi inibitori sono immediati, importanti per la
regolazione rapida dell’angiogenesi. Altre sostanze come il ginseng, la radice di liquirizia, il tè verde,
dei prodotti della soia e l’adriamicina (farmaco chemioterapico) hanno la stessa azione inibitoria.
In sintesi à il numero e la densità di questi piccoli vasi possono essere correlati alla capacità invasiva
e metastatica del tumore, perciò hanno una grande importanza a livello prognostico, ma ciò non è
sempre un indice di malignità. Infatti, molti tumori benigni hanno un’importante vascolarizzazione
(es. l’adenoma, tumore epiteliale benigno delle surrenali, è molto vascolarizzato), come ce l’hanno
alcune lesioni preneoplastiche.
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Mimetismo vascolare
È un fenomeno che si verifica in alcuni tumori, come il melanoma dell’occhio, in cui le stesse cellule
dei tumori formano dei vasi, delle lacune, senza la necessità di cellule endoteliali. È una condizione
rara in cui il tumore provvede autonomamente alla sua nuova vascolarizzazione.
TERAPIE ANTI-VASCOLARIZZAZIONE
[A proposito delle terapie anti-angiogeniche, inizialmente venivano utilizzati inibitori delle
metalloproteasi, ma quelle che stanno avendo più successo si basano su inibitori di VEGF e VEGFR.
Queste terapie sono utilizzate sia per le patologie neoplastiche che per patologie dell’occhio, come
la retinopatia diabetica, la retinopatia dell’anziano. In queste patologie c’è aumento di produzione
di VEGF nell’occhio, con conseguente aumento del numero di vasi, che può provocare distacco della
retina o cecità. La cura si basa su inoculazione a livello dell’occhio dell’anticorpo anti-VEGF, lo stesso
che si usa in caso di tumore. Invece, le patologie ischemiche possono trarre vantaggio dalla
stimolazione dell’angiogenesi per accelerare la formazione di vasi collaterali.
Anche queste terapie anti-angiogeniche possono essere citostatiche: le emivite dei fattori che si
inoculano sono brevi quindi i fattori si devono somministrare continuamente e ripetutamente.
Infine, nelle terapie mirate alla distruzione di vasi già formati si usano, ad esempio, anticorpi contro
i recettori di VEGF, derivante da sostanze tossiche che possono andare a colpire i vasi; si ripropone
dunque di nuovo il problema “vasi normali-vasi tumorali” cercando di colpire le sostanze più espresse
nei vasi ematici dei tumori; queste ultime sono però terapie più difficoltose, per cui al momento
quella più efficace rimane l’utilizzo di anticorpi anti-VEGF.]
Vantaggi e svantaggi
Poiché non sono terapie dirette contro le cellule tumorali, ma hanno come bersaglio le interazioni
tumore-ospite, hanno vantaggi e svantaggi:
Vantaggi
- facilità di accesso, perché il bersaglio è l’endotelio e non le cellule tumorali;
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Oncologia
- probabile assenza di fenomeni di resistenza, dato che le cellule endoteliali, che sono cellule
normali, non possono sfuggire a un controllo terapeutico, perché non hanno la stessa
instabilità genomica delle cellule tumorali.
Limiti
- interferenza con i processi fisiologici, come la riparazione di ferite;
Esempio: riparazione delle ferite o l’angiogenesi fetale durante la gravidanza. Uno degli
effetti collaterali della talidomide (farmaco una volta utilizzato dalle donne gravide) era
l’inibizione dell’angiogenesi nel feto. Le donne davano alla luce neonati con gravi alterazioni
nello sviluppo degli arti (focomelia). Il problema nacque dal fatto che la talidomide non era
stato sperimentato su topine gravide. Studi approfonditi dimostrarono che se somministrato
a topine gravide causava la nascita di topini focomelici. La sperimentazione sugli animali non
era stata quindi completa.
- ridondanza dei fattori angiogenici, infatti le cellule tumorali dispongono di tanti fattori
diversi per avviare l’angiogenesi, prodotti non solo dalle cellule endoteliali, ma anche dalle
stesse cellule tumorali.
Esempio: nel carcinoma mammario le cellule del tumore producono VEGF, nelle metastasi
viene prodotto anche bFGF. Se si blocca VEGF, non è detto che riesca a bloccare anche bFGF,
che può aumentare la sua attività e quindi portare a una maggiore metastatizzazione.
- aumento d’instabilità genomica e conseguente aumento di malignità.
Sono sorti altri dubbî nell’utilizzo di terapia anti-angiogenica quando si è visto che togliere la
formazione di alcuni vasi poteva portare a un effetto negativo: si aumenta l’ipossia à si
aumenta anche l’instabilità genomica delle cellule resistenti à ulteriore malignità. L’ipossia
recluta cellule staminali e up-regola l’espressione di molecole come HGF e MET che
favoriscono l’invasione e la metastasi.
Queste strategie non sono le terapie primarie, perché il primo intervento è l’asportazione del
tumore. Se ciò non è possibile, si passa ad un approccio terapeutico di questo tipo, volto a bloccare
la crescita e l’eventuale metastasi nell’organismo.
Il principale utilizzo di questa terapia resta quello volto a inibire metastasi già disseminate
nell’organismo o che potrebbero formarsi dopo l’asportazione del tumore primario, quando già
sono presenti cellule tumorali.
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Oncologia
• causare nel sito delle cellule tumorali un’alta concentrazione di molecole antiangiogeniche
per contrastare il fenotipo proangiogenico del tumore;
• mantenere alte concentrazioni nel tempo, visto l’effetto prevalentemente citostatico.
Le proteine antiangiogeniche hanno una breve emivita biologica e spesso sono necessarie
somministrazioni ripetute e infusioni lente per mantenere elevati livelli sistemici e tissutali.
Le complicanze di questo tipo di terapie sono state evidenziate sperimentalmente, ma sono
comunque degne di nota; pertanto, sono state proposte vie alternative.
Terapia alternativa
La terapia alternativa consiste nella normalizzazione della vascolarizzazione nel tumore prima
dell’intervento con trattamenti chemioterapici per favorirne la distribuzione ed evitare le
conseguenze negative legate all’ipossia, come l’aumento dell’instabilità genomica e la cattiva
distribuzione dei chemioterapici. Di conseguenza si preferisce utilizzare la terapia alternativa
normalizzante prima della somministrazione di chemioterapici.
Sembra che farmaci anti-angiogenici in realtà portino a una certa normalizzazione della
vascolarizzazione che a un vero e proprio blocco.
Le terapie anti-angiogeniche hanno avuto risultati preclinici discreti o buoni, ma risultati clinici
complessivamente mediocri: hanno una certa efficacia, ma solo in alcuni casi. I migliori risultati sono
stati ottenuti nel carcinoma del colon metastatico (autorizzazione da parte della FDA): in pazienti
con carcinoma del colon metastatico in cui è stato impiegato l’anticorpo anti-VEGF associato a
chemioterapia è aumentata la sopravvivenza di cinque mesi rispetto alla sola chemioterapia. Non
sono stati interventi che hanno portato alla risoluzione del tumore, ma un piccolo passo in avanti
verso la soluzione migliore.
Con questo studio della terapia con impiego di anticorpi anti-VEGF, però, sono stati evidenziati degli
effetti collaterali: associato a chemio raddoppia la morte per infarto o ictus rispetto alla sola
chemio, a causa di coaguli in arterie importanti (oltre a vene). Questo perché i vasi tumorali non
sono abbastanza diversi da quelli normali da essere un bersaglio specifico: rischio di alterazione
della vascolarizzazione in tessuti normali.
Risultati negativi di studi su carcinoma mammario.
Preliminari positivi, associato a chemioterapia, in tumore del polmone e carcinoma renale.
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MICROAMBIENTE
INTERAZIONI COL MICROAMBIENTE
Nel microambiente sono presenti (interagiscono tra loro):
• cellule tumorali;
• cellule stromali, parenchimali;
• fibroblasti;
• cellule endoteliali;
• cellule del sistema immunitario;
• matrice extracellulare (ECM);
• fattori prodotti dalle cellule tumorali o
dalle stromali;
• fattori angiogenici e anti-angiogenici;
• chemochine e citochine;
• fattori di crescita e di invasività.
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Oncologia
FATTORI DI CRESCITA
TGF-α/EGF famiglia (Transfroming Growth Factor)
Fattore e/o recettore prodotto in molte linee tumorali (soprattutto epiteliali): polmone,
glioblastoma, mammella, testa e collo, vescica. Nel glioblastoma l’EGF-R (oncogene) è mutato.
Probabile autocrinia nel carcinoma gastrico: 25% dei tumori gastrici è EGF+. EGF-positività correlata
con cattiva prognosi.
Anticorpi anti EGF-R inibiscono la crescita di xenotrapianti.
TGF-α prodotto da cancro mammario primario e da metastasi. Circa 2/3 dei tumori è TGF-α +. 30%
esprime recettore per TGF-α (EGF-R). Meno del 30% contemporanea presenza di fattore e recettore,
possibile autocrinia. EGF-R correlato con cattiva prognosi.
La maggior parte di EGF-R+ è ER negativo.
TGF-β
Conferisce fenotipo trasformato (es. proliferazione in agar) a fibroblasti normali, ma inibisce
proliferazione di cellule epiteliali normali, di molte linee tumorali epiteliali, di cellule endoteliali,
neuronali, emopoietiche. A volte effetti opposti sullo stesso tipo cellulare (es. fibroblasti in diverse
condizioni di coltura) forse tramite induzione di altri fattori.
Osteoblasti in coltura sono indotti a proliferare.
In linee di glioma è autocrino (stimola la proliferazione).
Di conseguenza le azioni e le funzioni di questi fattori di crescita non sono univoche.
Frequenti mutazioni in cellule di carcinoma le rendono non più suscettibili alla sua azione.
La perdita del recettore per TGF-β o alterazioni nella sua via di segnalazione possono rendere le
cellule insensibili all'azione inibitoria e favorire lo sviluppo tumorale anche rendendo le cellule
tumorali più competitive rispetto alle cellule normali inibite dal TGF-β.
IFNs (interferoni)
Modulano proliferazione e differenziamento di molti tipi cellulari.
Viene attivata la sintesi di decine di proteine in risposta al trattamento con IFNs.
Inibiscono proliferazione di ampia varietà di cellule.
Spesso citostatici piuttosto che citotossici.
A volte stimolano la proliferazione.
Up-regolano l’espressione di MHC e altre molecole di membrana, quindi si relazionano con il
sistema immunitario. L’interazione tra cellule tumorali e sistema immunitario si sta cercando di
sfruttare come meccanismo terapeutico soprattutto negli ultimi anni.
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Producono G-CSF (stimolano i granulociti): carcinomi della vescica, epatomi, mesoteliomi, carcinomi
squamo-cellulari, glioblastomi, sarcomi.
Producono GM-CSF (stimolano granulociti e macrofagi): carcinomi polmonari, carcinomi mammari,
epatocarcinoma
Producono M-CSF (stimolano i macrofagi): tumori dell’ovaio, tumori dell’endometrio, carcinomi
mammarî.
Vari tipi di tumori possono produrre anche più di uno di questi CSFs causando alterazioni
ematologiche e la formazione di cellule mieloidi soppressive della risposta immunitaria contro le
cellule tumorali.
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Cellule senescenti
Le cellule senescenti possono influenzare in modo diverso rispetto a quelle giovani lo sviluppo
tumorale: accumulano e secernono enzimi degradativi, citochine infiammatorie e growth factor che
così permettono a cellule iniziate di esprimere il fenotipo neoplastico.
Nell’immagine sottostante sono messi a confronto due tipi di epitelio:
– giovane: tra le cellule epiteliali ve n’è una iniziata al fenotipo tumorale dovuta ad alterazioni
di vario tipo, ma lo stroma è mantenuto normale, di conseguenza il microambiente è
normale e non favorisce lo sviluppo del tumore;
– senescente: invecchiano anche le cellule epiteliali che non riescono così a tenere a freno la
proliferazione; di questa cellula per contatto dei fibroblasti che producono citochine
infiammatorie, delle proteasi, dei fattori di crescita che fanno sì che questa cellula possa
proliferare ed evadere. Queste cellule iniziano a produrre enzimi degradativi.
L’invecchiamento del microambiente comporta un minor controllo da parte delle cellule
normali.
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anche gli effetti di varie terapie. Ad esempio, colture 3D in matrice extracellulare arricchita in
laminina (lrECM: laminin rich extracellular matrix) o in altri componenti (collagene I): di cellule
mammarie modifica la loro architettura, l’espressione molecolare, la polarizzazione e la sensibilità
ai farmaci.
Servono per studiarne soprattutto l’architettura, l’espressione di determinate molecole, la
polarizzazione delle cellule e la suscettibilità ai farmaci.
Microambiente e macroambiente
Il microambiente è condizionato dal macroambiente, cioè l’ospite. Un esempio è l’influenza dell’età.
Il modello di cancerogenesi a più tappe è sufficiente per spiegare l'aumentata incidenza dei tumori
con l'età? Con l’età vi è maggiore esposizione e maggiore tempo per accumulare eventi multipli a
carico di oncogeni/oncosoppressori di una stessa popolazione. Solitamente le leucemie colpiscono
in giovane età, mentre gli osteosarcomi sono tipici dell’adolescenza.
L'invecchiamento sembra influenzare anche alcuni parametri che rendono un individuo più
suscettibile (o più resistente) al cancro:
- immunità
o declino di certe risposte T à minor reattività;
o diminuita o aumentata produzione di citochine (es. IL-2 o IL-6) (IL-6 può essere GF
per alcune cellule).
- riparazione DNA meno efficiente
- maggiore esposizione e maggior tempo di accumulo di eventi multipli
- invecchiamento del microambiente
o controllo meno stringente a causa della presenza di cellule senescenti;
o declino risposta p53.
- angiogenesi: minori stimoli angiogenici e minore risposta a tali stimoli: tumori che saranno
più indolenti crescono meno.
- minore assorbimento del farmaco
- maggiore tossicità ed effetti collaterali: sperimentalmente animali giovani o vecchi
differiscono nella suscettibilità ai cancerogeni. Con l’aumentare dell'età si può avere più
rapida induzione di tumori da cancerogeni, ma una minore crescita. In genere insorgono
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Oncologia
più rapidamente negli anziani i tumori indotti da cancerogeni chimici o virali, altamente
immunogenici: in questi un deficit immunitario può avere più rilievo.
L'aumento dell'età può rendere un individuo più suscettibile (o più resistente) al cancro: l'incidenza
aumenta con l'età, ma allo stesso tempo la crescita del tumore è ostacolata (es. l'angiogenesi è
rallentata) [l’andamento che sperimentalmente si osserva per la maggiora parte dei tumori è,
comunque, un’incidenza che aumenta in concomitanza con l’età].
Esempio: Il tumore della prostata, che insorge in soggetti relativamente giovani (50 anni) può avere
una evoluzione più rapida rispetto allo stesso tumore che insorge in un ottantenne. In età molto
avanzata, si preferisce non intervenire dal punto di vista chirurgico, perché probabilmente il
paziente morirà prima per altre cause, e comunque asportare questo tumore che ha una crescita
lenta potrebbe recare problemi di altro tipo.
Molti studî clinici escludono pazienti sopra una certa età. Per questi pazienti esistono studî clinici
appositi. È possibile confrontare la crescita di uno stesso tumore in un gruppo di topi giovani e in un
gruppo di topi vecchi. Si è osservato che con l'aumentare dell'età c'è una più rapida induzione di
tumori da cancerogeni nell'anziano, ma allo stesso tempo c'è una minore crescita dello stesso. Si
vede ancora di più questa insorgenza rapida dei tumori negli animali vecchi per i tumori indotti da
cancerogeni chimici o virali, altamente immunogenici: l'indebolimento del sistema immunitario
gioca un ruolo importante nella risposta ai tumori.
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PROCESSO METASTATICO
Per processo metastatico si intende la diffusione di cellule tumorali dalla zona in cui si sono formate
(tumore primario) in altre sedi, dove danno origine a un tumore secondario.
IMPORTANZA
Il processo metastatico è la principale causa di fallimento terapeutico e di mortalità per tumore. Le
metastasi, infatti, sono responsabili del 90% delle morti per tumore.
Alla diagnosi:
- 1/3 dei pazienti presenta metastasi già rilevabili clinicamente;
- 1/3 ha metastasi ancora occulte, che si svilupperanno in seguito;
- 1/3 non svilupperà mai metastasi. Per questi pazienti l’asportazione del tumore primario
porta a guarigione.
È importante riuscire a individuare i casi con maggiore rischio di metastasi e quelli in cui invece il
rischio è molto basso.
Dal tumore primario si staccano delle cellule che diffondono (invasione primaria) raggiungendo
un’altra sede nella quale si arrestano. La diffusione può avvenire per via ematica (tramite
l’interazione con cellule e componenti ematici) oppure per via linfatica.
Ha luogo poi l'invasione secondaria: le cellule fuoriescono dal vaso e si localizzano in un nuovo
microambiente. Inizialmente qui formano una micrometastasi che successivamente accresce e si
evolve in macrometastasi.
È necessario che le cellule siano in grado di completare tutte queste tappe per dare origine alla
metastasi; se anche solo una tappa non viene superata, non si avrà metastasi.
Quindi, per avere un effetto terapeutico è sufficiente bloccare anche solo una tappa del processo
metastatico.
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1. Tumore
Esistono numerose interazioni che coinvolgono:
- matrice extracellulare;
- cellule stromali, cellule parenchimali, cellule endoteliali;
- sistema immunitario;
- fattori solubili.
Sono implicati fenomeni di:
- adesione;
- comunicazione cellulare;
- controllo della proliferazione;
- controllo dell’apoptosi;
- controllo del differenziamento;
- movimento cellulare;
- difese immunitarie;
- angiogenesi.
2. Invasione primaria
Alcune cellule si staccano dal tumore primario e invadono i tessuti circostanti.
I meccanismi che favoriscono l’invasione primaria sono:
- proliferazione cellulare: l’aumento di volume del tumore provoca
compressioni che possono aprire varchi tra cellule;
- minore coesione cellulare (alterazione dei sistemi di adesione);
- minore adesione cellula-matrice (integrine diminuite);
- maggiore degradazione della matrice extracellulare;
- bilancio alterato tra enzimi litici e i loro inibitori fisiologici;
- aumento di migrazione in risposta a fattori chemiotattici o di movimento.
Il processo di invasione primaria comprende:
a) il distacco delle cellule dal tumore primario per minore adesione cellulare, causata, per
esempio, da una minore espressione di E-caderina;
b) attacco a componenti della matrice extracellulare determinato dalla distribuzione del
recettore della laminina su tutta la superficie cellulare;
c) degradazione della matrice ad opera di metalloproteasi, enzimi prodotti dalle cellule
tumorali o da cellule stromali;
d) migrazione: ci sono dei fattori di motilità autocrini (prodotti dalle stesse cellule tumorali) e
paracrini, come HGF (Hepatocyte Growth Factor) e SCF (Stem Cell Factor), prodotti dallo
stroma.
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Oncologia
Alcuni tipi di tumore, come il carcinoma basocellulare della cute, o alcuni tumori del sistema nervoso
centrale sono invasivi (quindi maligni), ma non metastatici (invadono i tessuti circostanti, ma non
danno metastasi a distanza).
Altri tumori, invece, sono molto metastatici; ad esempio l'osteosarcoma, per il quale già alla
diagnosi più del 50% dei pazienti ha metastasi (soprattutto polmonari).
3. Diffusione
Le possibili vie di diffusione (o disseminazione)
sono:
- linfatica, sfruttata soprattutto dai
carcinomi;
- ematica, tipica dei sarcomi, ma anche dei
carcinomi;
- in cavità (transcelomatico), ad esempio il
carcinoma ovarico può metastatizzare nella
membrana peritoneale;
- per contatto (rare), ad esempio un tumore
della lingua che metastatizza al palato;
- intracanalicolare (rare), le cellule usano un
dotto per disseminare metastasi (es. tumori
della papilla del rene con metastasi
vescicali, che passano attraverso l’uretere).
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Oncologia
Più recentemente si è introdotta un’altra strategia, quella del linfonodo sentinella, che consiste
nell’identificare il primo linfonodo che riceve linfa dal tumore. Infatti, se il primo linfonodo è
negativo (non invaso), è poco probabile che vi siano linfonodi invasi a valle ed è altrettanto poco
probabile lo sviluppo di metastasi a distanza. Il linfonodo sentinella negativo rappresenta, quindi,
un fattore prognostico positivo.
Come identificare il linfonodo sentinella (considerando
sempre l’esempio del carcinoma della mammella): si inocula
nel tumore della paziente un tracciante, che può essere un
colorante o un tracciante radioattivo, che diffonde nella rete
linfatica permettendo il riconoscimento del linfonodo
sentinella (primo linfonodo che lo riceve).
Il linfonodo sentinella viene asportato ed esaminato tramite
esame istologico:
- se risulta negativo, non vengono asportati i linfonodi
ascellari;
- se è positivo, si procede all’asportazione di tutti i
linfonodi ascellari (dissezione ascellare).
Un’altra considerazione da fare per quanto riguarda le metastasi linfonodali è che le cellule tumorali
spesso hanno dei recettori per chemochine che sono gli stessi dei leucociti. Quindi le cellule
tumorali si localizzeranno dove vi è presenza di queste chemochine: linfonodi, polmoni, fegato,
midollo osseo. Simulano il fenomeno di homing dei leucociti.
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Le sedi di metastasi sono spesso i primi filtri capillari incontrati dalle cellule tumorali, quindi i siti
comuni di metastasi dipendono dalla sede del tumore primario, anche se ci sono dei casi in cui non
è così. Il carcinoma del colon, ad esempio, metastatizza al fegato a causa del sistema portale.
Questa foto mostra un tumore al polmone che ha
metastatizzato al fegato. Le formazioni chiare che
si vedono sono tutte metastasi di diverse
dimensioni. È importante ricordare che anche le
stesse metastasi possono a loro volta diffondere e
dare origine ad altre metastasi (metastasi da
metastasi), in altre sedi o anche nella stessa sede.
Considerando questa foto, alcune delle metastasi
che si osservano potrebbero essere state
prodotte, oltre che dal tumore primario, anche da
altre metastasi presenti.
Nel caso in cui sia presente una sola metastasi
(molto frequente nel carcinoma del colon) è
ancora possibile operare chirurgicamente per
asportarla, e in una buona percentuale dei casi il paziente ha una prognosi ottima.
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Se invece le metastasi sono molte (come nella foto della metastasi epatica da tumore al polmone),
l'unico approccio terapeutico possibile è di tipo sistemico (chemioterapia). Un'altra possibilità è
quella del trapianto.
La sede di metastatizzazione è determinata soprattutto da fattori emodinamici: sede e quantità di
flusso.
A partire da un tumore possono svilupparsi metastasi in sequenza (prima al fegato, poi da qui al
polmone, dal polmone ad altri siti) oppure possono svilupparsi metastasi contemporaneamente in
sedi diverse. Nel primo caso si parla di metastasi metacrone, nel secondo caso di metastasi
sincrone. Nel caso di metastasi metacrone, ad esempio nel carcinoma del colon, intervenire sul
primo organo bersaglio (fegato) e asportare le metastasi può bloccare l'intero processo metastatico.
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Esempio (1): il tumore inizialmente resta dormiente perché manca la vascolarizzazione, ma poi, ad
un certo momento, le cellule cominciano a produrre un fattore pro-angiogenico. Nel carcinoma della
mammella, ad esempio, è stato visto che cellule, ad uno stadio di tumore primario, producevano il
VEGF, invece, allo stato di metastasi, producevano anche BEGF (un altro fattore pro-angiogenico).
Esempio (2): le cellule tumorali cominciano a produrre un fattore di crescita in più che ne favorisce
lo sviluppo e dunque il risveglio del tumore. La capacità di esprimere nuovi fattori, e quindi di fornire
alla micrometastasi la capacità di diventare macrometastasi, dipende dall’instabilità genomica che,
nonostante il tumore sia dormiente, viene mantenuta.
Esempio (3): la micrometastasi può risvegliarsi perché si verifica un’alterazione nell’ospite: se, ad
esempio, l’ospite si ferisce vicino a dove è situata la micrometastasi, i fattori di crescita e angiogenesi
utilizzati per riparare la ferita possono favorire il risveglio dalla dormienza.
Esempio (4): il soggetto può andare incontro a un indebolimento immunologico per cui il sistema
immunitario non è più in grado di contenere la metastasi. Ancora, il cambiamento può riguardare
non tanto l’ospite ma la micrometastasi: la micrometastasi può cominciare a produrre citochine
inibitorie del SI, può essere in grado di stimolare cellule che deprimono il SI, … è in grado, quindi, di
mettere in atto cambiamenti che la rendano più resistente all’attacco immunologico.
Geni e metastasi
Non esiste un unico gene collegato al processo metastatico. Il processo metastatico è determinato
da geni multipli con attività pro-metastatica e anti-metastatica.
Un piccolo numero di nuovi geni è stato scoperto e clonato dal confronto di cellule a diversa capacità
metastatica, ad esempio Nm23 e Kai1 (soppressori di metastasi). L’esatta funzione di questi geni è
spesso ancora poco definita.
Molti geni sono già noti e ben caratterizzati: ad es. fra gli induttori di metastasi vi sono alcuni
oncogeni (MET, RAS), i geni di fattori pro-angiogenici e i geni di enzimi che idrolizzano la matrice.
Tra i geni anti-metastatici vi sono ad esempio i geni che codificano gli inibitori dell’angiogenesi o gli
inibitori di metalloproteasi.
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TERAPIA ANTIMETASTATICA
Il modello sequenziale offre numerosi bersagli per nuove
terapie selettive antimetastatiche. Infatti, la gran parte
delle terapie sono per le metastasi in quanto con la
chirurgia il tumore primario viene quasi sempre
asportato: dopo la rimozione del tumore primario si cerca
di impedire che le micrometastasi si sviluppino
diventando macrometastasi. Si cerca, tramite le terapie,
di causare il fallimento del processo di metastatizzazione
impedendo, ad esempio, l’invasione primaria, la
diffusione per via linfatica ed ematica, l’arresto, …
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GRADING
Il grading è un altro modo per graduare l’entità del tumore; si basa sull’analisi istologica.
Più è alto il grading, più il tumore si discosta dalla controparte normale (“meglio” avere grado 1
rispetto a grado 4). Rappresenta soprattutto il grado di differenziamento:
• Grado 1: ben differenziato;
• Grado 2: moderatamente differenziato;
• Grado 3: scarsamente differenziato;
• Grado 4: indifferenziato.
Bisogna fare una distinzione tra fattori prognostici (danno informazioni sulla probabilità che la
prognosi sia favorevole o meno) e fattori predittivi della risposta alla terapia (danno informazioni
sulla possibile risposta del paziente a una certa terapia).
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Svantaggi
A. Utilizzo di animali: non possiamo riprodurre gli studi di oncologia esclusivamente in vitro o
con bioinformatica. Tanti processi, infatti, come la metastatizzazione, l’interazione con il
microambiente, l’interazione ormonale ecc. non si riescono a produrre in vitro, perciò i
modelli murini sono indispensabili. In ogni modo, modelli di studi in vitro e modelli di studio
in vivo sono sempre approcci complementari.
B. Ottenimento laborioso.
C. I tumori insorgono troppo precocemente o tardivamente per sperimentazioni. Nel secondo
caso, ad esempio, per la ricerca di strategie preventive, è necessario aspettare tutta la vita di
un topo (circa tre anni); o talvolta il topo muore prima di riuscire ad ottenere il risultato.
D. Sono necessari ceppi inbred (geneticamente identici, ottenuti grazie all’incrocio per almeno
venticinque volte fratello e sorella derivanti da successive generazioni), immunocompetenti e
quindi utili per lo studio di immunoterapie.
N.B. Per qualunque tipo di tumore sono stati ottenuti (o si stanno ottenendo) topi transgenici con
alterazioni geniche che fanno insorgere quello stesso tipo di tumore.
Per riassumere, noi possiamo utilizzare il modello murino per due aspetti:
• Si sa che, ad esempio, in un tumore umano hanno un effetto rilevante determinati oncogeni,
allora s’inserisce questo oncogene nel topo e si vede se compare lo stesso tipo di tumore
umano à si crea un modello di tumore umano geneticamente valido su cui sperimentare
farmaci, terapie, ecc.
• S’inserisce nel topo un oncogene di cui non sono sicuro che sviluppi un tumore umano, e si
vede che nell’animale compare il tumore à il modello permette di verificare il ruolo di
determinati geni in uno specifico tumore.
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L’inoculo di linee tumorali umane, così come l’utilizzo di PDXG, presenta dei limiti:
• vengono utilizzati animali;
• si ottiene un discreto, ma non ottimale, screening dei farmaci;
• lo spettro di metastatizzazione è limitato;
• problematico per studi immunitari.
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Per far fronte al problema immunitario si sta cercando di studiare i tumori umani, sia PDX che linee
cellulari, in topi immunodepressi, nei quali si ricrea il sistema immunitario umano (si inseriscono
dei T e B dei pazienti), per vedere se è possibile suscitare una risposta immunitaria nelle cellule del
paziente. Purtroppo, questo sistema non è ancora molto efficace.
Nel corso del tempo sono stati fatti degli animali transgenici per tanti oncogeni, ma anche per tante
molecole per cui si voleva capire se fossero oncogeni/oncosoppressori.
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Attualmente si sta cercando di vaccinare i topi sin da molto giovani affinché si possa sviluppare una
risposta immunitaria contro HER-2. Grazie a questo trattamento preventivo, dopo 50 settimane, il
tumore non si è ancora sviluppato, invece, nei topi che non hanno subito vaccinazione (il gruppo di
controllo) il tumore si sviluppa entro 20 settimane.
Questi studî sono stati utili anche per evidenziare l’importanza del background genico per quanto
riguarda l’insorgenza del tumore.
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Ad esempio, si è visto che il protooncogene neu sotto promotore di MMTV induce tumore
mammario nel:
• 100% dei topi del ceppo FVB (quello usato per gli esperimenti sopra citati) con latenza
mediana di 44 settimane;
• 16% dei topi del ceppo BALB/c (topo di un altro ceppo) con latenza mediana di 113 settimane
(dal momento che i topi vivono in media 2 anni).
Dunque, si deduce che trasferendo un gene da un determinato ceppo (es: FVB) a un altro ceppo (es:
BALB/c) possono venire modificate drasticamente incidenza e caratteristiche tumorali (ad esempio
nei tipo FVB il tumore ha un’incidenza del 100%, nei topi BALB/c, invece, solo del 16%)
Lo stesso tumore, in pazienti diversi, può avere un andamento diverso: le stesse alterazioni
molecolari non hanno lo stesso ordine, ma questo dipende dal background.
Topi p53
Inoltre, sono stati effettuati studi su topi nei quali è stato silenziato il p53 e sono stati attivati altri
oncogeni, ad esempio, silenziando p53 e attivando il protoncogene neu si sviluppano, oltre a tumori
mammari e salivari, anche rabdomiosarcomi a livello pelvico. Invece, silenziando p53 e attivando
KRAS, si sviluppano rabdomiosarcomi a livello dell’arto inferiore, ma anche tumore al polmone.
Riassumendo:
• topi p53 -/- (cioè in cui sono stati deleti entrambi gli alleli) sviluppano linfomi e sarcomi a 3
mesi;
• topi p53 +/- sviluppano tumori a oltre 12 mesi (ci vuole più tempo perché deve accadere
qualcosa all’altro p53, quello sano);
• topi p53 +/- e transgenici per neu sviluppano tumori mammari e tumori salivari nella
femmina, tumori salivari e rabdomiosarcomi pelvici nel maschio a 3-4 mesi. L’insorgenza
inaspettata del rabdomiosarcoma ha portato all’ipotesi di un’interazione tra perdita di p53
e sovraespressione di HER-2/neu. Nei rabdomiosarcomi (anche quelli umani) vi è quindi una
combinazione di attivazione di un oncogene e inattivazione di un oncosoppressore.
STUDIO DI METASTASI
Si possono coltivare in vitro delle cellule tumorali per poi inocularle in siti diversi dell’animale (ad
esempio sottocute, a livello intracraniale, endovena, …) per creare delle metastasi sperimentali.
Queste metastasi possono poi essere messe in evidenza, per essere studiate, tramite varie tecniche:
i melanomi sono ben evidenti (pallini neri) e possono essere “contati”, invece, per studiare le
metastasi polmonari o del carcinoma mammario (macchie bianche) devono essere contrastate con
della china.
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Oncologia
Modelli in vitro
I modelli in vitro consentono lo studio di sostanze ad azione farmacologica, ma non sono sufficienti,
in quanto non danno informazioni relativamente a:
• assorbimento;
• distribuzione;
• metabolismo;
• escrezione;
• livelli raggiungibili nel tessuto/organo;
• effetti collaterali.
Non danno informazioni relativamente alle interazioni immunologiche, ormonali, vascolari,
neuronali con l’ospite e il microambiente.
Sono però utili per valutare modifiche morfologiche e funzionali dopo l’induzione dell’espressione
di specifici geni (per esempio mediante infezione con vettori plasmidici o virali), oppure dopo la
soppressione di determinati geni o modifiche epigenetiche
Vitro 2D e vitro 3D
Le colture in 2D sono semplici, le cellule sono facilmente osservabili: gran parte della superficie
cellulare è esposta e sono molto sensibili ai farmaci. La loro grande sensibilità ai farmaci si spiega
con il fatto che, essendo una coltura in 2D, le cellule espongono tutta la superficie ai farmaci stessi.
In virtù di questo, si sta passando sempre di più verso colture in 3D perché è necessaria una
tridimensionalità: le colture in 3D sono più complesse da un punto di vista strutturale, si hanno
contatti cellulari su tutta la superficie; ancora, in 3D le cellule sono in fasi diverse: proliferanti,
quiescenti, apoptotiche, ipossiche, necrotiche, …
Le colture 3D, inoltre, consentono alle cellule di avere una diversa sensibilità ai farmaci. Questo è
stato visto studiando una linea cellulare mammaria umana (MCF7): le cellule coltivate in 2D avevano
una sensibilità maggiore ad estrogeni come il Tamoxifen (circa del 50%), invece quelle coltivate in
3D avevano una sensibilità di circa la metà (25%).
Perché si utilizzano le colture 3D? Perché potrebbero costituire un ponte tra in vitro e in vivo nello
screening di farmaci, per ridurre l’utilizzo di animali.
Un altro metodo che si sta cercando di sviluppare è quello di ricostituire il microambiente tumorale
in vitro, ovvero, cercare di mettere a punto dei modelli che ricostruiscano la complessità e
tridimensionalità del tumore.
N.B. Teniamo sempre presenti che sono tutti sistemi complementari, nessuno è da solo e tutti
possono aiutarci a capire come vanno le neoplasie.
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Oncologia
SINDROMI PARANEOPLASTICHE
Le sindromi paraneoplastiche (effetti sistemici) sono un insieme di sintomi che si osservano nel 10-
15% dei pazienti con tumore, e che non possono spiegarsi direttamente con la sola crescita locale o
metastatica del tumore.
Le sindromi paraneoplastiche sono di vario tipo:
• endocrinologiche;
• neurologiche;
• ematologiche/immunitarie;
• renali;
• cutanee;
• gastrointestinali.
Le sindromi paraneoplastiche non sono dovute direttamente alla crescita tumorale, ma a due tipi di
mediatori:
• sostanze prodotte dalle cellule tumorali: le cellule tumorali producono sostanze ectopiche,
che normalmente non verrebbero prodotte, come ormoni e fattori di crescita;
• reazioni immunitarie verso molecole del tumore condivise con altre cellule normali: non
vengono distrutte solo le cellule tumorali, ma anche cellule sane che condividono
determinate molecole con quelle tumorali (cross-reazione).
Spesso la diagnosi di tumore si effettua perché la prima manifestazione osservabile è proprio la
sindrome paraneoplastica.
Sindromi endocrine
Esempî:
• secrezione ectopica di ACTH dalle cellule del carcinoma polmonare (ectopica à
normalmente le cellule non lo producono);
• secrezione di PTH (ormone paratiroideo) da parte delle cellule squamose del carcinoma
polmonare, ma anche da parte del carcinoma della vescica;
• alcuni tumori benigni possono creare danni perché, essendo la cellula normale presente in
grande quantità, si ha anche un’elevata produzione di ormone.
Sindromi ematologiche
• Anemia: causata da risposta autoimmune verso antigeni comuni al tumore e agli eritrociti
(causata anche da perdita di sangue, minore introduzione di molecole essenziali, ridotta
eritropoietina).
• Eritrocitosi: dovuta a eritropoietina secreta dal tumore o in risposta ad altre molecole
secrete dal tumore che aumentano attività di eritropoietina. Presente in alcuni pazienti
affetti da carcinoma renale, epatocarcinoma, emangioblastoma (eritropoietina secreta dalle
cellule del tumore).
• Reazioni leucemoidi: causate da produzione di CSF da parte delle cellule tumorali à si ha
un numero enorme di leucociti nel sangue.
• Disordini coagulativi: nei pazienti affetti, per esempio, da tumore al polmone, pancreas,
stomaco e colon, possono manifestarsi dei disordini coagulativi. Nei disordini coagulativi il
tumore si comporta come una ferita che non guarisce: normalmente in una ferita si ha un
iniziale danno vascolare, seguito da una condizione di ipossia, che stimola la coagulazione e
l’angiogenesi, e infine la guarigione; nel tumore, invece, si ha una vascolarizzazione
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Oncologia
CACHESSIA
La cachessia è una sindrome multifattoriale che coinvolge vie metaboliche in varî organi e tessuti. È
presente in circa 1/2 dei pazienti con tumore, anche se non è propria solo del tumore, ma può
manifestarsi in altre patologie come AIDS, infezioni, …
La cachessia è più frequente nei pazienti che hanno tumore al polmone (60%) e nel tratto
gastrointestinale (80%) e si correla con una minore sopravvivenza, infatti è responsabile del 20%
delle morti per cancro.
Come citato precedentemente, è una sindrome multifattoriale che coinvolge vie metaboliche in
tutti gli organi: cervello, tessuto adiposo bruno e bianco, cuore, tessuto intestinale, fegato e,
soprattutto, il muscolo scheletrico.
I due fattori caratteristici della cachessia sono: perdita di peso, determinata da una carenza di
appetito e dalla incapacità di percepire i sapori, e infiammazione. La perdita di peso non dipende
solo dalla deplezione delle riserve lipidiche, ma anche dalla perdita di massa muscolare (la massa
muscolare costituisce il 40% del peso corporeo); spesso la morte sopravviene perché vengono persi
i muscoli della respirazione.
Come si arriva a una riduzione delle masse muscolari? Dalle cellule tumorali vengono prodotti una
serie di fattori che causano questo fenomeno:
• IL-1 e TNF che inducono caspasi e apoptosi;
• PIF (fattore di induzione di proteolisi) che attiva le caspasi e la proteolisi;
• miostatina che attiva la proteolisi, inibisce la sintesi proteica e attiva l’apoptosi;
• viene prodotto meno IGF1 con conseguente riduzione della sintesi proteica à ridotta
rigenerazione.
Dunque, vengono alterati i mitocondrî e il reticolo sarcoplasmatico, viene aumentata l’apoptosi
cellulare e si ha una riduzione della sintesi proteica; ancora, si ha una maggiore degradazione di
proteine e, infine, un anomalo trasporto di proteine. Prevale il catabolismo proteico
sull’anabolismo.
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Oncologia
TERAPIE
Le terapie sono varie, ma non sono tutte efficaci allo stesso
modo: la supplementazione alimentare, ad esempio, non
permette il ripristino muscolare e proprio per questo si
stanno studiando inibitori di citochine e, soprattutto,
inibitori di induttori del catabolismo. Ancora, si utilizzano
trattamenti farmacologici come Megastrol acetatate, un
progestinico che stimola l’appetito, ma anche
glucocorticoidi che hanno attività antinfiammatoria (non
hanno effetti duraturi).
Infine, si sta cercando di iniziare la terapia per la cachessia
cercando dei parametri prognostici precoci, al fine di evitare che essa insorga (essa si evidenzia in
modo massiccio nei pazienti in stato avanzato). Si cerca, dunque, di cominciare la terapia prima che
siano evidenti i segni di cachessia.
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ESPERIMENTI IMMUNIZZAZIONE-CHALLENGE
Gli studî effettuati iniziarono quasi un secolo fa sfruttando un importante strumento biotecnologico:
i topi inbred. L'inbreeding (“inincrocio” in italiano) consiste nell’incrociare per almeno 20
generazioni due topi dello stesso ceppo. Ciò garantisce di avere un’identità di genoma pari al 99,9%
tra due individui della stessa generazione. Avendo iniziato negli anni ’20, abbiamo attualmente
ceppi di topi inbred alla 700ª generazione. Questi animali sono stati usati per dimostrare che i rigetti
dei trapianti dipendono da una risposta immunitaria. I trapianti nei topi a livello sperimentale sono
di cute. Nello stesso ceppo i
trapianti attecchiscono, invece tra
due ceppi inbred diversi si
verificano fenomeni di rigetto
dovuti alle differenze negli MHC. Su
questo si basa l’immunologia dei
trapianti. I trapiantologi umani lo
scoprirono 30 anni dopo. Jean
Dausset dimostrò negli anni ‘50 le
stesse cose per quanto riguarda
l’uomo. Il premio Nobel venne
consegnato nello stesso anno sia a
George Snell che a Jean Dausset su
studi effettuati però a ben 30 anni
di differenza. Furono scoperti
quindi dei tool biotecnologici
estremamente potenti, usati poi
dagli oncologi e subito dopo dai trapiantologi. Misero a punto un sistema di tumori del topo inbred
che potessero essere trapiantati da un soggetto a un altro. Inizialmente venivano trapiantati
pezzettini di tumore, invece attualmente si trasferiscono delle cellule tumorali coltivate. Si fa un
impianto (detto “challenge”) con cellule tumorali vive e nel giro di qualche settimana il tumore
cresce.
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- NK à sono al confine tra immunità innata e adattativa; al microscopio sono simili ai linfociti
(perché sono di lineage linfoide), ma hanno anche una funzione nell’immunità innata; un’altra
loro caratteristica è che sono le uniche cellule attive in circolo (tutti gli altri leucociti in circolo,
come monociti o granulociti, sono inattivi e vengono attivati solo nei tessuti), perciò sono le
uniche in grado di uccidere cellule tumorali in circolo. Ad esempio, iniettando cellule
metastatiche in un topo normale o in un topo senza NK è possibile notare che nei primi si formano
solo una o due metastasi, mentre nel secondo ne vengono prodotte anche 100 o 200. Quindi le
NK sono un’importante difesa contro la diffusione metastatica. Funzionano anche nei tessuti
(fegato, polmoni...), ma il loro ruolo prevalente è bloccare cellule metastatiche.
- LINFOCITI T à i citotossici riescono a uccidere le cellule tumorali. Dopo aver distrutto una cellula
passano a un’altra. Nei pazienti si cerca di indurre l’attività delle cellule T citotossiche, che sono
molto efficaci. Inoltre, le cellule tumorali misurano circa da 15 a 20 micron, mentre i linfociti 7
micron. Quindi le cellule tumorali quando attraversano i vasi rimangono intrappolate e vengono
distrutte da fattori come la pressione.
Per attivare un CD8 è necessario un CD4. All’inizio APC presenta l’antigene a CD4, il quale produce
citochine che attivano CD8. La modulazione della risposta è attribuita sia a cellule T reg
(fondamentali per bloccare malattie autoimmuni) che a T helper (amplificano la risposta con la
produzione di interleuchine come IL2). Le cellule T reg sono un problema, perché impediscono
l’attivazione della risposta antitumorale. Per circa 40 anni si è cercato di stimolare dei CD8
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Oncologia
mimando l’azione dei CD4, ovvero provando a somministrare citochine helper a pazienti per
attivare e stimolare CD8, ma non ha mai funzionato! Poi i tentativi sono cambiati: si iniziava a
pensare a come inibire il controllo dei T reg. Sono stati messi a punto quindi degli anticorpi
monoclonali contro le T reg e la terapia ha avuto successo. L’immunoterapia e la terapia dei
tumori è stata rivoluzionata. Questo approccio ha permesso di curare tumori che prima nessuno
pensava di trattare con immunoterapia, come il tumore ai polmoni.
TEORIA DELL’IMMUNOSORVEGLIANZA
Attorno agli anni ’60-‘70 queste informazioni vennero racchiuse nella teoria
dell’immunosorveglianza. Essa afferma che uno dei ruoli fisiologici della risposta immunitaria è
quello di difesa dai tumori. Quindi il sistema immunitario ci difende non solo da virus, batterî e
parassiti, ma anche dai tumori. Ognuno di noi entra costantemente in contatto con agenti infettivi,
ma il nostro sistema immunitario è in grado di difenderci. Allo stesso modo c’è una risposta contro
i tumori: ognuno di noi sviluppa dei tumori di cui non ci accorgiamo perché il nostro sistema
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Oncologia
immunitario li distrugge quando sono a livello di poche cellule. I tumori che sfuggono a questo
meccanismo di difesa sono quelli che insorgono e si ingrandiscono. Come tutte le teorie è solo
un’ipotesi. Essa prevede che:
- eliminando il sistema immunitario, l’insorgenza dei tumori aumenti;
- ci siano segni della competizione tra cellule del sistema immunitario e cellule tumorali
(ovvero di immunoselezione).
Provando a dimostrare queste teorie con i topi, negli anni ‘70 furono compiuti esperimenti sull’unico
ceppo con immunodeficienza a disposizione, quello del topo nudo, ovvero privo di pelo. Questo
topo ha un difetto epiteliale, che si manifesta anche nel timo: i linfociti T non possono maturare e
quindi muoiono una volta usciti dal midollo osseo. Quindi un topo nudo giovane è privo di immunità
T. L’insorgenza dei tumori però è da misurare in età anziana, non nei topi nudi giovani, per poter
fare un paragone con i ceppi senza immunodeficienza. Il problema è che entro certi limiti
immunodeficienza e autoimmunità vanno di pari passo perché ci può essere una maturazione
extratimica dei linfociti T che però non comporta tolleranza centrale. Quindi possono esserci sia a
livello murino che a livello umano individui che hanno sia immunodeficienza sia autoimmunità. È
quello che succede ai topi nudi vecchi, che sviluppano poi tumori. Però nell’esperimento è stato
dimostrato che questo ceppo NON ha un’insorgenza maggiore di tumore, quindi inizialmente si
pensava che questa teoria dell’immunosorveglianza fosse falsa.
Il problema è che si stava studiando il modello sbagliato. Ci vollero ben 30 anni per mettere a punto
delle tecnologie per fabbricare topi coi deficit immunitari giusti, ovvero topi transgenici e knock out
per geni selezionati. Anche alcuni italiani contribuirono a questi esperimenti. Questa teoria degli
anni ‘70 venne finalmente dimostrata negli anni 2000, quando erano disponibili dei topi con deficit
immunitari stabili e in grado di arrivare in tarda età.
Si usarono tre popolazioni diverse; i primi sono i topi wild type, ovvero geneticamente normali, che
vivono di solito fino 2,5 anni. In questi topi, a circa 15-20 mesi di età (già anziani per la loro specie),
un 80% non presenta tumori, mentre un 20% ha delle mutazioni di carattere tumorale. Il secondo
ceppo usato è knock out per RAG2 (Recombination-Activating Gene 2), uno dei geni che servono
per il riarrangiamento di VJD e che quindi vengono usati sia per costruire il TCR che
l’immunoglobulina. Senza i segnali di sopravvivenza di TCR e dell’immunoglobulina, il linfocita va
incontro a morte cellulare, perciò tutti i linfociti T e B di questo ceppo knock out vengono distrutti
prematuramente. In questo ceppo a 15-20 mesi d’età metà dei topi ha sviluppato un tumore
benigno e metà un tumore maligno, ma il 100% dei topi ha un tumore. Il terzo ceppo è quello che
ha permesso di studiare l’importanza dell’immunità innata, che è in genere fondamentale per la
sopravvivenza. Pensiamo ad esempio alla funzione emocateretica della milza, che serve a riciclare
globuli rossi. Senza la fagocitosi questo meccanismo non è possibile. Il terzo ceppo, quindi, è knock
out anche per STAT1, un trasduttore di segnali a valle di molte citochine. Questi topi mancano di
NK, perché manca tutto il signalling che le tiene vive, e hanno dei difetti di risposta macrofagica. In
questa popolazione l’insorgenza dei tumori maligni è ancora superiore: l’80% dei topi a 12-18 mesi
di età ha un tumore maligno, mentre il restante 20% ha dei polipi intestinali (tumore benigno).
Questo esperimento del 2001 venne ripetuto con altri animali che avevano diversi deficit in grado
di determinare mancanza di immunità adattativa e il risultato era sempre lo stesso: senza linfociti T
e B si sviluppano molti più tumori.
102
Oncologia
Nel frattempo, gl’immunologi umani hanno trovato una via più semplice per indagare questo
problema. Conosciamo due tipi di immunodeficienze: congenite (e spesso innate) e acquisite. Le
prime non permettono di studiare i tumori perché l’aspettativa di vita è troppo breve; i bambini con
SCID muoiono molto piccoli e anche la terapia genica non ha buoni risultati. Le immunodeficienze
acquisite invece permettono questi studî: ci sono degli adulti che hanno subito un trapianto e
vengono sottoposti quasi sempre per
tutta la vita a trattamenti
immunodepressivi e poi ci sono i
pazienti con AIDS, che sono stati
infettati da un virus che distrugge i
loro linfociti T CD4. Questi ultimi
pazienti mancano di T helper, perciò
il sistema immunitario a poco a poco
si spegne. I risultati dello studio in
questi due gruppi sono gli stessi: il
rischio di insorgenza di alcuni tumori
aumenta esponenzialmente, ma non
per tutti i tumori: ad esempio, il
tumore alla mammella o alla prostata
hanno un rischio quasi invariato. La
caratteristica comune dei tumori la
cui insorgenza aumenta è che sono
tutti tumori da virus, come quelli
causati da HHB8, EBV, HBV/HCV o
Papillomavirus.
Mettendo insieme i risultati degli
esperimenti murini con gli studî in
popolazioni umane, la conclusione è
che una temporanea o parziale
riduzione delle difese immunitarie
provoca un aumento di tumori, in
particolare di quei tumori in cui virus
e batterî hanno un ruolo
eziopatogenetico importante. Se il
sistema immunitario manca
completamente, come si è visto solo
nei modelli murini, aumentano tutti
i tipi tumorali.
Il secondo aspetto da studiare è se ci sono delle differenze tra i tumori che insorgono nei pazienti
con immunodeficienze rispetto a quelli che si sviluppano in individui immunocompetenti. Studiando
i dati murini è stato dimostrato che i tumori che insorgono in assenza di sistema immunitario
presentano molti più antigeni. Ciò è dovuto a un’immunoselezione (immuno-editing) da parte del
sistema immunitario. Ad esempio, se c’è un tumore che contiene 100 cellule presentanti lo stesso
antigene e una sola cellula senza quell’antigene, il sistema immunitario riconoscerà molto più
facilmente le cellule con lo stesso antigene e le distruggerà, mentre la cellula senza l’antigene non
è riconosciuta e porterà alla formazione di un tumore immunoresistente. Invece senza sistema
immunitario probabilmente le 100 cellule prevalgono e porteranno alla formazione di un tumore
altamente immunogenico. Questo discorso dipende anche dalla potenza del cancerogeno. Se il
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Oncologia
sistema immunitario dispone di più tempo per effettuare la sua selezione, il meccanismo funziona
meglio; se invece l’individuo è sottoposto a una forte cancerogenesi, allora i tumori sono molto più
immunogenici.
Solitamente i tumori da agenti chimici (potenti), come fumo o UV, si trattano con immunoterapia. I
tumori che invece hanno un’insorgenza non collegata a un cancerogeno, come un carcinoma della
mammella o del pancreas, non hanno tanti antigeni e quindi sono meno sensibili a
un’immunoterapia. Ce ne vorrebbe una migliore, di cui al momento non disponiamo. Il tipo di
cancerogeno ha quindi un ruolo nella genesi del tumore, nella genesi degli antigeni del tumore e
nella successiva possibilità di curare i pazienti. L’immuno-editing nasce come conseguenza teorica
dell’immunosorveglianza negli anni ‘60, ma attualmente è utile in clinica come indicatore di
immunoterapia.
Tipicamente nel cancro del polmone si verifica che i fumatori abbiano tumori più trattabili con
immunoterapia, mentre i non fumatori abbiano tumori meno immunogenici e quindi meno adatti a
questi trattamenti.
La conclusione è che tutti i tumori sono immunogenici, però c’è un’immunoselezione che garantisce
che il sistema immunitario distrugga i tumori più deboli prima che possano svilupparsi. I tumori che
rimangono sono quelli meno trattabili con immunoterapia perché hanno una scarsa
immunogenicità.
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Oncologia
Tra questa categoria di antigeni, i primi a essere individuati sono stati: l’antigene carcino-
embrionale (CEA) e l’α-fetoproteina.
• Il CEA è una molecola di adesione delle cellule epiteliali, soprattutto del colon, che viene
riversata in ingenti quantità nel torrente circolatorio dai cancri del colon, ma in generale dai
carcinomi, tra cui il cancro ai polmoni e alla mammella. Questo antigene non è, tuttavia,
specifico per i tumori, ma è presente in grandi quantità anche nei fumatori, dove le lesioni
croniche dell’epitelio bronchiale causate dalle sigarette portano a un incremento del livello
del CEA. Quindi, rappresenta perlopiù un indicatore di lesioni tissutali che caratterizza anche
patologie epatiche o colite ulcerosa.
• L’α-fetoproteina, è un equivalente embrionale dell’albumina, quindi la ritroviamo in
quantità elevate durante la gravidanza. Questa molecola è anche un indicatore del
carcinoma al fegato, ma esattamente come il CEA, non è un antigene tumorale specifico.
• Antigeni di anticorpi monoclonali (CA125 per il tumore all’ovaio, CA15.3 per il tumore al
pancreas, TAG72 per il tumore alla mammella, ecc…), anche in questo caso però, risultano
positivi ai test anche soggetti che non hanno il cancro.
• La gonadotropina corionica è l’unico indicatore specifico per un sottoinsieme di tumori al
testicolo. L’unica condizione confondente è la gravidanza, ma il medico riesce a distinguere
tra i due fenomeni, per cui risulta un antigene abbastanza specifico.
• L’Antigene Prostatico Specifico (PSA), è una delle proteasi che la prostata produce per
mantenere fluido il liquido seminale, ed è la base di un inizio di diagnosi del cancro alla
prostata. Osservando l’andamento del cancro della prostata negli USA, negli ultimi
cinquant’anni, si registra un picco di incidenze. Confrontandolo coi dati di altri Paesi
analoghi, come l’Inghilterra, questo picco non si riscontra. Il motivo risiede proprio
nell’utilizzo intensivo di questo indicatore che ci permette di diagnosticare un elevato
numero di tumori, che in realtà non diventerebbero mai clinicamente evidenti. Il cancro alla
prostata impiega quarant’anni per uccidere il paziente, quindi, ad esempio, non avrebbe
senso diagnosticarlo a un paziente di ottant’anni perché morirebbe prima per altre cause. In
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Oncologia
medicina, si parla di sovradiagnosi, in riferimento alla diagnosi di una serie di tumori che non
hanno un significato clinico.
Quando negli USA ridussero l’utilizzo intensivo del PSA, si registrò un calo del picco, a dimostrazione
che non rappresentava una reale incidenza. Questo ha portato a cambiare le linee guida per
diagnosticare i tumori alla prostata anche in Italia: si suggerisce a tutti gli uomini dai 65 anni di età
in poi, di valutare col proprio medico curante se, in quel caso specifico, è opportuno proseguire con
la determinazione del PSA.
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• Antigeni testicolari (in inglese Melanoma Testis Antigens), cioè antigeni scoperti negli anni
Ottanta, inizialmente nel melanoma e poi anche in altri tipi di tumori. Il primo a essere
scoperto è stato MAGE (Melanoma Antigene Gene), il gene codificante per l’antigene del
melanoma. In realtà, poi, questo gene clona per omologia di sequenza e oggi esistono MAGE-
1, MAGE-2, MAGE-12, ecc. quindi più propriamente, si tratta di famiglie di molecole. Queste
sono espresse soprattutto nel testicolo perché coinvolte nei processi meiotici.
Altri antigeni di questa classe sono: BAGE, GAGE e NY-ESO-1.
Sono stati individuati in varî tipi di tumori e una volta sequenziati, è stato evidenziato come la
sequenza di un dato antigene di una cellula tumorale fosse uguale a quella del corrispettivo
antigene di una cellula sana (es. MAGE di una cellula tumorale, ha la stessa sequenza del MAGE
di una cellula testicolare). Ciò vuol dire che queste molecole sono riconosciute come antigeni
perché espresse in un contesto inappropriato. La camera anteriore dell’occhio, il testicolo,
ecc., sono siti immunologicamente privilegiati, cioè siti anatomici dove non c’è sorveglianza
immunitaria. Pertanto, quando le cellule del SI hanno accesso agli antigeni espressi a questi
livelli, danno subito vita a una risposta. Nel caso dei tumori, questo spiega come
un’espressione inappropriata di questi antigeni da parte delle cellule del melanoma sia in
grado di montare una risposta immunitaria.
• Antigeni di differenziamento, sono espressi nella linea differenziativa da cui deriva la cellula
tumorale (per esempio antigeni CD19 o CD20 dei linfociti B, espressi sulle cellule del linfoma).
Tra gli antigeni appartenenti a questa classe, c’è la tirosinasi, enzima che si trova, in
particolare, a livello dei melanociti e converte la tirosina in melanina. La tirosinasi del
melanoma è identica a quella del melanocita; pertanto, se si riesce a ottenere una buona
risposta immunitaria da parte del paziente, si avrà sia l’uccisione delle cellule del melanoma,
sia dei melanociti, con successiva insorgenza della vitiligine autoimmune, ovvero la presenza
di chiazze depigmentate sulla cute. Questa è una conseguenza della tossicità del trattamento
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Questo è il meccanismo sfruttato per la produzione dei vaccini antitumorali, che però non hanno
portato a risultati soddisfacenti. La stessa tecnica è stata adottata per la realizzazione del vaccino
anti- SARS-CoV-2, Pfizer-BioNTech, a base di RNA.
• Antigeni virali
I vaccini per il Papillomavirus agiscono contro le proteine capsidiche del virus: L-1 e L-2.
Si tratta di vaccini profilattici (o preventivi), non hanno effetti terapeutici, infatti
somministrandoli a delle signore con infezione cronica, i risultati sono stati nulli.
Ci sono altri antigeni virali del Papillomavirus che corrispondono a proteine regolatorie
sulla base delle quali si sta procedendo con sperimentazioni cliniche; è stato osservato
che i vaccini contro queste proteine (definite early) del Papillomavirus hanno attività
terapeutica.
Quindi, contro i tumori virali possiamo somministrare i vaccini preventivi, ma si sta
studiando anche per vaccini a effetto terapeutico, in grado di agire contro gli antigeni del
Papillomavirus, ma anche dell’Epstein-Barr virus o dal virus dell’epatite.
• Idiotipo.
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Altri meccanismi
• Resistenza alla lisi mediata dal sistema del complemento o da anticorpi, tipico dei tumori
solidi, leucemie e linfomi non hanno questa capacità.
• Zone non accessibili al SI, grazie a ostacoli meccanici per l’ingresso dei linfociti T o alla presenza
di molecole con attività anti-chemiotattica per i T.
• Assenza di molecole di co-stimolazione, soprattutto nei tumori solidi, motivo per cui tutti gli
antigeni tumorali devono passare attraverso una nuova processazione da parte dell’ospite
(fagocitosi da parte delle APC che andranno ad esporre l’antigene ai linfociti T, ecc.).
• Induzione di tolleranza.
• Produzione di citochine immunosoppressive, es. TGF-β che sopprime le risposte immunitarie.
Alcune cellule tumorali sono autocrine per questa citochina che promuove la crescita cellulare
e, nel mentre, inibisce il SI. Quando la risposta finisce, i linfociti muoiono per apoptosi,
solitamente indotta da recettori della famiglia TNF (FAS/FAS-L). Ci sono cellule tumorali che
esprimono queste molecole e, in questo modo, sono in grado di indurre la morte apoptotica
dei linfociti che vogliono attaccarle.
• Espressione di recettori pro-apoptotici su cellule tumorali o endoteliali.
• Espressione di recettori (CD47) che inibiscono la fagocitosi macrofagica (detti “don’t eat me”).
• Attivazione di linfociti T regolatori o cellule di origine mieloide con attività soppressoria
(MDSC), ci sono tumori che inducono l’attivazione dei T-reg, eccellenti bersagli terapeutici, ad
oggi estremamente efficaci per diversi tipi di tumori. Le MDSC, soprattutto nei pazienti con
tumori avanzati, sopprimono le risposte immunitarie, ma non sono ancora degli efficienti
bersagli terapeutici.
Applicazioni mediche
• VACCINI PROFILATTICI anti-carcinoma epatico (HBV) e anti-Papillomavirus (HPV).
• VACCINI TERAPEUTICI in fase di studio, in particolare ci sono due settori della medicina in cui
si sta lavorando a questi vaccini: il cancro e l’AIDS. Per ora non c’è niente di clinicamente
convalidato.
• ANTICORPI MONOCLONALI con tre funzioni principali:
o bloccare la regolazione negativa della risposta immunitaria (anticorpi contro i T-reg);
o sviluppare l’azione contro le cellule tumorali (anticorpi utilizzati sia come farmaci
antitumorali diretti ad es. contro HER-2 con lo scopo di inibirne l’attività, sia come
vettori, es. di radioisotopi);
o azione contro le cellule dell’angiogenesi (anticorpi che inibiscono la secrezione del
VEGF da parte delle cellule tumorali o l’espressione dei recettori del VEGF, che sono
delle tirosine-chinasi).
• LINFOCITI T GENETICAMENTE MODIFICATI definiti CAR-T, caratterizzati dall’introduzione di
un gene codificante per anticorpo di membrana che funge da recettore chimerico in grado di
riconoscere un dato antigene. Sono stati già validati in clinica per terapie anti-CD19 e contro
le leucemie pediatriche. Attualmente, si sta lavorando per produrre CAR-T per altri tumori di
tipo emopoietico, mentre risultano ancora inefficaci e tossici per i tumori solidi.
112
Oncologia
Domanda: Abbiamo studiato che i tumori inducono una risposta antinfiammatoria, quindi com’è
possibile che allo stesso tempo la crescita delle cellule tumorali sia favorita da condizioni di
infiammazione cronica?
Risposta: Ci sono varî aspetti da considerare. Riferendoci alla storia del tumore, prima che esso
insorga se c’è un’infiammazione cronica essa favorisce lo sviluppo del tumore. Questo perché le ROS
causano mutazioni. Quando il tumore c’è già invece il macrofago M1 cerca di ucciderlo, mentre M2
ne favorisce la crescita. Quindi il problema è che è difficile sfruttare la fagocitosi a scopo terapeutico.
Nessuno ci è mai riuscito. La terapia che abbiamo è monoclonale contro le cellule tumorali, le
regolatorie, le cellule dell’ospite o contro l’endotelio vascolare per bloccare l’angiogenesi. Queste
sono terapie attualmente in funzione e sono tutte immunoterapie.
Domanda: L’immuno-editing è la capacità del SI di eliminare i tumori che presentano molti antigeni?
Risposta: Sì, rappresenta anche la capacità di editare l’immunogenicità dei tumori, eliminando
proprio le cellule molto antigeniche, ma risparmiando quelle riconosciute poco e male.
113
Oncologia
FONDAMENTI DI CANCEROGENESI
INTRODUZIONE ALLA CANCEROGENESI
Le cause del cancro sono dovute ad alterazione a livello dei geni per opera di:
- mutazioni (alterazioni di sequenza);
- alterazioni epigenetiche;
- modalità di espressione di oncogèni e di geni
oncosoppressori (alterazioni di replicazione ed
espressione).
Queste mutazioni (di RAS, p53 ecc.) che causano cancerogenesi
avvengono per tre fattori principali:
- cancerogeni esogeni (chimici, fisici e biologici);
- cancerogeni endogeni (causano una parte rilevante dei
tumori umani);
- errori di replicazione del DNA.
Il processo che porta a un tumore si chiama cancerogenesi e gli agenti che lo causano sono definiti
cancerògeni. Lo studio della cancerogenesi inizia alla fine del 1700 quando Sir Percival Pott, un
medico inglese, si accorge che gli spazzacamini hanno dei particolari tipi di tumore. Solitamente a
quel tempo, questo lavoro veniva svolto da bambini che percorrevano per l’intero la canna fumaria
in modo da pulirla. Quindi gli spazzacamini stavano ricoperti di fuliggine dalla nascita fino a morte,
che alle volte era per tumore. Percival Pott inventa quindi non solo lo studio della cancerogenesi, ma
anche quello della cancerogenesi occupazionale.
Il motivo per cui si studiano i cancerogeni è capire i meccanismi di genesi del cancro per poterli
evitare.
Esiste un problema di origine storico: nel secolo scorso sono stati fatti diversi studî di cancerogenesi
(gli studî di cancerogenesi moderna sono stati fatti dopo la Prima guerra mondiale [1918], quindi è
un secolo che si studiano i cancerogeni) e furono scoperti tutti i cancerogeni potenti. Al giorno d’oggi,
invece, se si vogliono studiare i cancerogeni sono rimasti solo quelli più deboli, con valori di
cancerogenicità vicini allo 0. Determinare se un fenomeno biologico o medico sia 0 o leggermente
diverso da 0, è molto più difficile, che non vedere un fenomeno di valore 1000 rispetto a 0. In ragione
di ciò, sono stati riscontrati dei casi di cancerogeni sicuri ed alcuni, invece, dubbî.
Un esempio dei giorni nostri è un erbicida, il glifosato, sicuramente è molto debole come
cancerogeno, ma alcune nazioni ritengono lo sia, mentre altre no, come succede negli Stati Uniti, in
cui è presente un’organizzazione federale (alcuni Stati lo ritengono cancerogeno e altri no). Di
recente vi è stato il caso di un giardiniere che aveva lavorato tutta la vita con il glifosato per togliere
le erbacce e fece causa allo stato, vincendola, perché gli era venuto un linfoma. Ebbe, così, un
risarcimento di milioni di dollari. Questo è avvenuto perché il giardiniere si trovava in uno stato che
riconosceva il glifosato come cancerogeno; se l’avesse fatto in un altro stato non avrebbero
riconosciuto il danno.
Il telefono cellulare è formalmente classificato come cancerogeno, anche se in maniera molto
incerta, ma ci sono persone che non lo ritengono cancerogeno. Quindi è importante capire che fra i
cancerogeni studiati in passato, di cui ne è certa la cancerogenicità, e quelli di oggi, su cui si è molto
incerti, passano diversi ordini di grandezza di potenza di cancerogenicità.
114
Oncologia
- Mutagenesi: tutti i mutageni sono cancerogeni; viceversa, ci sono molti cancerogeni che non
sono mutageni, la proliferazione cellulare espone la cellula al rischio di tumori. Infatti, è più
facile commettere un errore di replicazione del DNA se la cellula lo sta replicando, rispetto a
quando il DNA non si replica. Sostanze
fisiologiche, come i fattori di crescita,
stimolano la proliferazione cellulare
risultando quindi cancerogene.
- Proliferazione cellulare
- Danno tissutale:
• Morte e rigenerazione: con un
danno tissutale è necessaria una
proliferazione omeostatica che
ripristina il numero di cellule
normali, esponendo la cellula al
rischio di tumori.
• Meccanismi infiammatorî e
stress ossidativo, che per la produzione di reattivi dell’ossigeno e dell’azoto portano a
danni diretti del DNA. Quindi anch’essi sono mutageni.
- Immunodepressione: se si riducono le difese immunitarie vi è un aumento di cancerogenesi.
Ogni cancerogeno utilizza una miscela di questi meccanismi: molti sono tossici e quindi hanno sia
attività mutagena che danno tissutale; altri cancerogeni sono poco mutageni, ma inducono molta
proliferazione cellulare.
Mutazioni e tumori
Quando si parla di mutazione si intende qualunque alterazione di sequenza. Tale modificazione, può
avere effetto positivo o negativo, ma in molti casi può succedere che non ci sia nessun effetto.
115
Oncologia
Mutagenesi endogena
Ci sono diversi mutageni endogeni:
- acqua: studiando la chimica del DNA in fase acquosa, è stato scoperto il fenomeno
dell’idrolisi del DNA. Per il solo fatto di trovarsi in soluzione acquosa, il DNA va incontro a
processi di mutazione a causa di reazioni di idrolisi;
- alchilanti endogeni (S-adenosilmetionina);
- specie reattive dell’ossigeno (ROS).
Vi sono inoltre una serie di processi che modificano il DNA, tali sistemi sono soggetti a errore e
possono causare mutazioni:
- riparazione dei danni al DNA;
- ricombinazione;
- riarrangiamento genico dei linfociti T e B: avviene una traslocazione intracromosomica e
possono esserci errori durante questo processo. Il picco di incidenza delle leucemie
linfatiche è alla nascita, perché i processi di riarrangiamento dei linfociti T e B cominciano
nel timo durante la vita embrionale e sono cellule che hanno un DNA instabile;
- elementi trasponibili.
116
Oncologia
Per capire come ciò possa avvenire, Volgelstein ha costruito un grafico in cui si analizza la
correlazione fra il numero di divisioni che fanno gli elementi staminali in un tessuto umano normale
(sull’asse delle ascisse) e il rischio di cancro in quello stesso tessuto (sull’asse delle ordinate).
Come si può osservare dal grafico, c’è
una progressione pressoché lineare. I
tessuti che proliferano di più sono: la
cute (da cui si hanno carcinomi delle
cellule basali), il colon (da cui si hanno
varie sindromi ereditarie e non) e altre
cellule di origine epiteliale.
L’osso non è particolarmente soggetto a
tumori perché prolifera molto poco;
infatti, nel grafico si osserva che gli
osteosarcomi sono collocati in basso a
sinistra, perchè le cellule staminali
dell’osso proliferano solo quando l’osso
si allunga e in seguito molto poco.
Quindi l’osteosarcoma è un tumore molto raro nell’adulto, è invece molto più frequente nell’età
dell’accrescimento.
Attraverso questo grafico e sulla base dell’attività proliferativa si capisce perché ci sono più tumori
in certi tessuti piuttosto che in altri, nonostante l’organismo sia soggetto all’assalto dello stesso tipo
di cancerogeni.
Gli errori di replicazione del DNA hanno un ruolo rilevante nella cancerogenesi
Si potrebbero dividere le cause di tutti i tumori umani in tre parti:
- tumori di origine ereditaria;
- tumori causati da problemi replicativi;
- cancerogenesi ambientale.
Nell’immagine sottostante si osserva che il colore rosso è proporzionale all’entità della causa. Questo
schema sottostante non è anatomico, ma concettuale (ad esempio l’osso lungo sul braccio non
rappresenta l’osteosarcoma, ma la leucemia).
Per quanto riguarda i fattori ereditarî si può notare che c’è un colore pallido a livello della mammella,
colon, ovaio. I tumori
ereditari umani sono meno
del 10%, quasi più vicini al
5% e non sono perciò una
causa frequente di tumori.
Le maggiori cause sono tra
quelle replicative e
ambientali. Dall’immagine
si vede che per alcuni
distretti anatomici non
esistono cancerogeni
esogeni, come per il
cervello, che nella parte
ambientale è completamente bianco. Infatti, i tumori cerebrali sono principalmente dovuti a cause
replicative. Viceversa, per il polmone sono maggiori i suoi tumori per fattori ambientali (fumo di
sigaretta) piuttosto che per cause replicative. Lo stesso discorso vale per l’esofago, in cui i fattori
117
Oncologia
ambientali (alcol) prevalgono sui casi di problemi replicativi. Ci sono poche cause ambientali di
cancerogenesi della mammella (alcol), le principali cause sono dovute a fattori endogeni.
Alcuni studiosi della cancerogenesi ambientale si sono opposti a questo schema perché ritengono
che tolga peso alla cancerogenesi ambientale e alla prevenzione. Tuttavia, mediante questa
rappresentazione si riesce a osservare che esiste una parte cospicua di tumori umani che non è
dovuta a fattori ambientali e non si toglie molto alla prevenzione perché gli agenti in grado di
prevenire tali tumori sono di tipo farmacologico, (farmaci che prevengono il 50% del cancro alla
mammella; farmaci antinfiammatori che prevengono il 10/15% del cancro del colon).
Le tecniche di sequenziamento del DNA ad alta efficienza (NGS, Next Generation Sequencing)
permettono di sequenziare sia il DNA di un paziente che del suo tumore (al Sant’Orsola costa 500-
1000 €). Mediante questo metodo si possono andare a contare le mutazioni.
Uno studio uscito su Nature, che si può osservare nell’immagine, ha permesso di capire che quando
si sequenzia il genoma di tutti i tumori umani c’è un’enorme differenza nel numero di mutazioni tra
un tipo di tumore e l’altro.
All’interno del grafico, le
barre rosse rappresentano
la media di ogni linea
dispersiva e sull’asse delle
ordinate si hanno le
mutazioni somatiche per
megabase di DNA.
Osservando le medie, si
vede nel grafico sulla destra
un gruppo di tumori con
molte mutazioni, mentre a
sinistra del grafico si hanno tumori con meno mutazioni e, fra i due estremi del grafico, c’è una
differenza di due ordini di grandezza.
- A destra, vi sono i tumori che hanno più mutazioni, perché sono causati da mutageni. Fra
questi si può osservare il melanoma (luce UV), il carcinoma squamoso del polmone (fumo di
tabacco), l’adenocarcinoma del polmone (fumo di tabacco), il tumore della vescica urinaria
(fumo di tabacco), il microcitoma polmonare (fumo di tabacco) e il cancro dell’esofago (alcol).
- A sinistra si trovano invece i tumori che non sono dovuti a mutageni e che hanno meno
mutazioni. Fra questi, vi sono il tumore della mammella e del pancreas.
All’interno di ogni tipo tumorale (ogni puntino è un paziente) si osserva che la media è
rappresentativa di un enorme dispersione, anche più ampia di quella fra tumori
(nell’adenocarcinoma del polmone c’è una dispersione su quattro ordini di grandezza). Ciò significa
che ci sono pazienti con molte mutazioni e quelli, invece, con poche.
Tali dati si usano oggi in clinica, perché i pazienti con molte mutazioni hanno molti antigeni. Viene
usato un valore chiamato Tumor Mutation Burden (TMB), cioè carico mutazionale tumorale, e ci
sono diversi studî, i quali dimostrano che i pazienti con un alto TMB rispondono bene
all’immunoterapia, mentre quelli con un basso TMB tendono a rispondere male. Sulla base di questo
dato vengono selezionati i pazienti per l’immunoterapia e per quelli con un basso TMB verrà usato
un altro metodo di cura. Questo è logico perché se il 90% dei casi di cancro ai polmoni è dovuto al
fumo di sigaretta, vuol dire che il rimanente 10% non è dovuto a questa causa. Pertanto, ciò porta a
una conseguenza in cui i tumori da fumo hanno molte mutazioni, mentre quelli non da fumo ne
hanno meno. Quindi si avranno pazienti con diverso TMB e differente responsività
all’immunoterapia. Quest’ultima, basata su anticorpi monoclonali contro i regolatori (check point
118
Oncologia
immunologici), viene già utilizzata a livello clinico. Sulla base immunologica il TMB è uno strumento
molto grezzo, perché indica solo le mutazioni e si fa un’indiretta correlazione tra numero di
mutazioni e numero di antigeni. Un immunologo vuole invece sapere quali sono gli antigeni e quanti
ce ne sono realmente, perché molte delle mutazioni non codificheranno strutture antigeniche, che
possono essere riconosciute dal sistema immunitario del paziente.
[All’esame il prof specifica che tende a chiedere delle sezioni crociate di quello che si è fatto a lezione,
ad esempio una domanda tipica dell’esame potrebbe essere: spiegami la cancerogenesi polmonare
e quali sono i cancerogeni per i polmoni?].
I cancerogeni per il polmone sono il fumo di sigaretta, radon (gas radioattivo che viene fuori dal
terreno) e inquinamento ambientale, che in parte ripercorre i cancerogeni del fumo di sigaretta, ma
ci sono dei cambiamenti chimici e meccanismi diversi. In questo caso, il tumore del non fumatore è
basato su un carico mutazionale minore.
Mutagenesi e cancerogenesi
Diversi agenti chimici, fisici e biologici possono aumentare la frequenza di mutazione, tali agenti
sono definiti mutageni. I cancerogeni possono essere divisi tra agenti:
- genotossici (mutageni): causano l’alterazione del DNA;
- non genotossici (non mutageni): aumentano indirettamente la frequenza di mutazioni andando
ad agire sui processi cellulari, per esempio incrementando la proliferazione cellulare o
l’infiammazione.
119
Oncologia
I cancerogeni sono generalmente completi. Tuttavia, ve ne possono essere alcuni che risultano
essere principalmente inizianti, di cui un esempio sono le radiazioni ionizzanti (raggi X e γ): causano
una serie di danni al DNA che rimangono nel tempo, anche se una parte di essi vengono riparati.
Altri cancerogeni che invece stimolano la proliferazione cellulare, come ad esempio gli steroidi
sessuali, sono prevalentemente dei promuoventi. Nel metabolismo dell’estradiolo c’è la genesi di
una serie di specie chimiche che possono dare stress ossidativo e quindi si possono classificare come
inizianti, ma di fatto gli estrogeni sono prevalentemente dei promuoventi. Ci sono delle differenze
dei tempi di induzione dei tumori e dei tempi di latenza, quindi è importante ricordare questo
schema di inizianti e promuoventi, tenendo sempre presente che un cancerogeno che fa venire i
tumori è un cancerogeno completo.
Attivazione metabolica
Gli organismi viventi esprimono un’ampia serie di
enzimi che metabolizzano i composti xenobiotici e
li avviano all’escrezione. Tuttavia, alcune di queste
reazioni possono portare all’attivazione di
intermedî tossici o cancerogeni. Di solito, gli enzimi
che compiono questi processi sono molto presenti
nel fegato (che rappresenta l’organo principale) e
in altri organi come polmoni, intestino, reni e cute,
i quali sono essi stessi capaci di attivare
autonomamente i cancerogeni.
Fase I e II
Nonostante avvengano in reazioni brevissimi, per una questione di praticità le reazioni che portano
all’attivazione metabolica si dividono in reazioni di fase I e II.
Di fatto, la chimica del nostro organismo è una chimica basata sull’acqua, in cui le sostanze non
idrosolubili costituiscono un problema. Se una sostanza non idrosolubile entra nell’organismo
umano, la prima cosa che compiono i sistemi metabolici è quella di cercare di convertirla in una
sostanza idrosolubile. È quindi proprio in questo modo che vengono attivati i cancerogeni, perché
per convertire una sostanza apolare in una sostanza polare sono necessarie delle reazioni
(ossidoriduzione, ciclizzazione, ecc.) che tendono ad attivare i cancerogeni.
120
Oncologia
- Reazioni di Fase I: molti cancerogeni sono attivati tramite reazioni che aumentano la polarità
del prodotto di partenza. In particolare, in questa fase intervengono soprattutto gli enzimi della
classe del citocromo P450.
- Reazioni di Fase II: una volta attivata la molecola cancerogena, si cerca di legarla a una sostanza
biologica (glutatione, amminoacidi o proteine) ed eliminarla dall’organismo, compiendo un
processo di escrezione. In questa fase, quindi, avvengono reazioni di coniugazione, in cui i
prodotti della fase I vengono coniugati con un’altra sostanza. L’escrezione è di tipo urinario,
quindi sono enzimi molto attivi nel rene che producono dei metaboliti che finiscono nella
vescica. Ciò spiega il motivo per cui a una persona che fuma sigarette compare il cancro alla
vescica, perché alcuni metaboliti del tabacco vengono attivati da enzimi di Fase II, che nel rene
si accumulano poco rispetto alla vescica. La vescica presenta elevati livelli di mutazione dovuti
proprio a cancerogeni chimici.
Gli enzimi coinvolti nelle reazioni di fase I e II sono molecole codificate da particolari geni e ciò
aumenta la variabilità tra una persona e un’altra. Infatti, due persone esposte a una stessa molecola
avranno un rischio di cancro enormemente diverso. Esistono tre variabili:
- polimorfismi genici: diversi enzimi coinvolti nelle reazioni di fase I e II sono presenti in più alleli,
alcuni funzionano meglio e altri peggio;
- enzimi inducibili (inducibilità di espressione o attività enzimatica): un astemio e un bevitore
abituale hanno una risposta estremamente diversa dopo aver bevuto un bicchiere di
superalcolico, questo avviene perché alcuni enzimi per il metabolismo dell’alcool sono inducibili.
Pertanto, un bevitore abituale, avendo attivi questi enzimi inducibili, in parte detossifica l’alcol
molto più rapidamente dell’astemio. Oppure, i lavoratori che si trovano in presenza di un
cancerogeno il qual induce degli enzimi, potranno avere dei livelli di attivazione o disattivazione
del cancerogeno diversi rispetto alla popolazione generale;
- condizioni patologiche (ad es. epatopatie): alcune condizioni patologiche del fegato, come la
cirrosi, non gli permettono di metabolizzare bene le sostanze esogene, come invece avviene in
un fegato sano. La presenza di lesioni croniche del fegato può addirittura ridurre la
cancerogenesi, perché l’attivazione dei cancerogeni funziona meno.
121
Oncologia
- acetilatori slow: lasciano che l’isoniazide circoli per lungo tempo e ci saranno quindi effetti
farmacologici molto più ingenti.
I geni coinvolti in questo processo sono
delle N-acetiltransferasi chiamate: Nat1
e Nat2.
Come in tutti i polimorfismi, ci sono
molte differenze di tipo etnico: nella
popolazione europea l’80% della
popolazione è di tipo acetilatore fast. In
Asia, invece, sono prevalenti gli
acetilatori slow.
122
Oncologia
STRESS OSSIDATIVO
Lo stress ossidativo è un meccanismo d’azione comune a molti cancerogeni, può essere generato
dalla risposta del sistema immunitario ed è spesso dovuto alla presenza di specie reattive
dell’ossigeno (ROS) e dell’azoto. Queste possono causare direttamente o indirettamente mutazioni.
Le reazioni enzimatiche producenti ROS (e la conseguente comparsa di stress ossidativo) sono
ubiquitarie: quindi non sono patrimonio esclusivo dei fagociti, ma avvengono in tanti altri tessuti.
Ad esempio, la xantina ossido-reduttasi, un particolare enzima coinvolto nella sintesi di ROS, è
espresso ubiquitariamente.
123
Oncologia
DEFINIZIONE DI UN CANCEROGENO
Per definire un cancerogeno come tale, non è sufficiente affidarsi a un numero limitato di studî,
poiché è necessario comprenderne:
- le caratteristiche intrinseche (la sua organizzazione strutturale);
- la capacità di determinare mutagenesi in un test in vitro;
- la possibilità di indurre tumori in vivo, attraverso test a breve e a lungo termine;
- la possibilità di avere dati a disposizione umana, tramite test di tipo epidemiologico, come
studi caso-controllo o studi di coorte.
I cancerogeni hanno alcune caratteristiche ricorrenti (fonte: Enviromental Health Perspective):
• possono essere molecole elettrofile, capaci di legare DNA direttamente o successivamente
all’attivazione metabolica;
• genotossicità, ovvero possono indurre mutazioni;
• alterazione della riparazione del danno al DNA, per inibizione degli enzimi coinvolti nella
riparazione, o induzione di instabilità genomica;
• induzione di alterazioni epigenetiche;
• induzione di stress ossidativo;
• induzione di infiammazione cronica;
• attività immunosoppressiva;
• modulazione dell’attività di recettori, con cui si modifica il metabolismo ormonale;
• immortalizzazione di cellule normali à relativamente ai linfociti: sono cellule programmate
per andare in apoptosi, ma nel momento in cui vengono sottratte al loro “programma di
default”, risultano più esposte al meccanismo di trasformazione neoplastica;
• alterazione della proliferazione, dei meccanismi di morte o del trofismo cellulare, spesso
causate da fattori di crescita che agiscono anche in condizioni fisiologiche.
Non sempre i cancerogeni possiedono tutte queste proprietà: è possibile sospettare la natura
cancerogena di un agente nel momento in cui ci si trova di fronte ad alcune di queste.
124
Oncologia
Il test di Ames offre risposte in tempi rapidi, ma per valutare la cancerogenesi molto spesso vengono
effettuati test multipli.
Dopodiché è necessario effettuare un test in vivo a
lungo termine in almeno due specie animali, in
quanto sussistono differenze metaboliche tra specie
diverse (solitamente si usano topi e ratti, perché più
semplici da studiare). È importante che gli animali
scelti vengano esposti a condizioni simili a quelle
umane a lungo termine: esistono pratiche più
semplici, come l’inoculazione, e altre più complicate
e costose, come l’inalazione. Non a caso lo studio degli effetti del fumo di sigaretta su topi e ratti è
molto macchinoso e prevede l’utilizzo di camere con strumenti che aspirano e immettono fumo di
sigaretta a intermittenza, in quantità di parti di milioni che sia paragonabile a quella di un fumatore;
anche lo studio degli effetti dei cellulari sull’uomo risulta alquanto difficoltoso e costoso (250 mila
dollari per effettuare un test semplice di inoculazione, milioni di dollari per effettuare un test di
inalazione).
Questo test richiede tempi molto lunghi: due anni solo per la sperimentazione, al termine dei quali
vengono preparati dei vetrini di diverse sezioni di topo, a cui segue un’analisi lunga e scrupolosa.
Sono stati sviluppati test in vivo a breve termine da cui si ottengono risposte in poco tempo e con
un costo minore, ma poco utili poiché di fatto viene sempre realizzato un test a lungo termine
(ritenuto gold standard).
I test di cancerogenesi presentano anche dei limiti critici:
- tossicità: molti cancerogeni sono tossici; alte dosi di cancerogeni risultano tossiche e possono
causare la morte del topo senza che si sviluppi la cancerogenicità. Dunque, cancerogenesi e
tossicità sono entro certi limiti antagoniste;
- estrapolazione alle basse dosi: se da un lato i test di valutazione
prevedono l’uso di quantità elevate di cancerogeno, dall’altro è
necessario sapere l’indice di cancerogenicità del composto a basse
dosi. L’estrapolazione è un processo matematico che permette di
calcolare il valore di informazioni esterne a un insieme discreto di
dati noti, rappresentati da punti all’interno di un piano cartesiano,
tracciando linee volte a collegarli.
L’immagine è un esempio di come un unico set di punti possa essere
compatibile con diversi modelli matematici, ossia di come possano essere costruite diverse rette.
Prendere in considerazione un modello piuttosto che altri ha delle conseguenze pratiche enormi.
Ad esempio, paragonando le rette “lineare senza soglia” e “lineare con soglia”: l’esistenza di una
soglia consente di affermare la non cancerogenicità del composto per tutti i valori sottosoglia;
l’assenza di soglia spiega che qualunque dose
è in grado di indurre cancerogenesi.
125
Oncologia
• epidemiologia umana.
N.B. Solo l’evidenza epidemiologica conferma definitivamente la cancerogenicità per gli esseri
umani, ma è allo stesso tempo un fallimento della prevenzione.
La IARC ha sede a Lione ed è la più antica organizzazione che studia la cancerogenesi, appartiene
all’OMS e non ha valore normativo [in questo corso utilizzeremo le definizioni fornite dalla IARC],
diversamente dalla classificazione fornita dall’Unione Europea.
Gli USA si affidano a diversi enti; il modello descritto è relativo al National Toxicology Center, ma
spesso ogni stato individualmente ne stabilisce uno proprio.
L’ONU predilige una classificazione che possa conciliare tutti i modelli, per fornire un approccio
globale: di fatto non sostituisce nessuno degli altri sistemi, ma semplicemente si aggiunge a essi.
La strutturazione della tabella permette di osservare una concordanza notevole tra i primi gruppi;
può capitare che tra due entità ci sia disaccordo d’opinione per un agente, soprattutto se si tratta
di cancerogeni deboli, ma è un evento raro (è successo in passato per la formaldeide). Una
discordanza può avere ripercussioni importanti sulla medicina legale, per cui si cerca di evitare di
incorrere in queste situazioni.
Lo scopo della classificazione è ottenere un’analisi del rischio di tipo quantitativo per consentire alla
società di giungere a decisioni basate sulle prove riguardo alla possibilità di uso o eliminazione di
determinati prodotti e la valutazione di limiti accettabili o inaccettabili; l’alternativa a ciò è il
“principio di precauzione” e consiste in una mancata presa di decisione da parte della scienza per
assenza di valutazione, con livello di esposizione pari a zero.
Classificazione IARC
Si tratta di una classificazione basata sulla certezza o sulla probabilità, non sulla potenza.
126
Oncologia
- Gruppo 1: molecola mutagena al test di Ames, ha fatto venire il cancro a topi e ratti e anche
nell’uomo ha causato casi di cancro. Si tratta sicuramente di una sostanza cancerogena.
- Gruppo 2A: stesse considerazioni del gruppo precedente, ma nessun uomo è mai stato
esposto a tale sostanza. Si ha un livello di certezza inferiore, probabilmente cancerogena
per gli umani. Solitamente, se una sostanza è cancerogena per topi e ratti, lo è anche per
l’uomo.
- Gruppo 2B: test di Ames negativo e ha fatto venire il cancro solo ad una delle specie animali
testate. La certezza è sempre minore, sostanza potenzialmente cancerogena per l’uomo.
Risk
assessment
e risk
management
I cancerogeni sono
“hazards”, cioè agenti
che possono causare
un “risk” agli individui
esposti
Domanda: Perché il tumore al polmone dovuto al fumo di sigaretta dovrebbe avere TMB maggiore
rispetto ad un tumore al polmone dovuto a problemi endogeni?
Risposta: Perché il tumore non dovuto al fumo di sigaretta ha una genesi più lunga, con un minor
accumulo di mutazioni a livello del DNA, quindi dipende di più dalle mutazioni spontanee. Finora, si
sono viste delle mutazioni spontanee, aumentate dai mutageni. Pertanto, attraverso di essi si
centuplicano il numero di mutazioni e decuplicano il numero di antigeni, diventando più riconoscibili
dal sistema immunitario. Anche i tumori non da fumo sono dovuti a mutageni.
127
Oncologia
CANCEROGENESI FISICA
Lo spettro elettromagnetico rappresentato presenta alla base una scala di energia che indica
l’andamento crescente verso destra dell’energia contenuta dalla radiazione. È suddivisibile in tre
porzioni:
- a destra sono poste le radiazioni ionizzanti, quindi raggi X, raggi γ e protoni;
- nel compartimento centrale, più ristretto, sono poste le radiazioni eccitanti, comprendenti
l’ultravioletto;
- a sinistra sono collocate quelle radiazioni costituite da un bassissimo quantitativo di energia,
definibili come cancerogeni deboli, ma con cui si è più in contatto: i campi elettromagnetici e le
radiazioni.
I livelli di certezza della cancerogenicità della radiazione sono direttamente proporzionali alla
quantità di energia posseduta dalla stessa.
RADIAZIONI IONIZZANTI
Sono distinguibili in base al LET (Linear Energy Transfer), indice del trasferimento di energia per unità
di lunghezza attraversata:
- le particelle a basso LET sono quelle a bassa energia (raggi γ, raggi X, fotoni ed elettroni); esse
attraversano la cellula rapidamente, producendo proporzionalmente pochi eventi di
ionizzazione;
- le particelle ad alto LET sono quelle ad alta energia (protoni, neutroni e particelle α) e
provocano molti più danni all’interno della cellula.
Le unità di misura usate sono due: Gray (Gy) e Sievert (Sv), entrambe definibili come J/kg;
differiscono perché Sievert tiene in considerazione il LET, per cui a parità di energia, la radiazione
ad alto LET causerà danni maggiori e avrà un Sievert più alto.
Per le radiazioni a basso LET, 1 Sv equivale a 1 Gy; invece, per radiazioni ad alto LET, il Gray viene
moltiplicato per una costante che riflette il tipo di radiazione e le caratteristiche del bersaglio
biologico (radiosensibilità).
Attualmente i radioterapisti stanno passando sempre più da radiazioni a basso ad alto LET, poiché
queste causano con più forza danni al tessuto bersaglio.
128
Oncologia
RADIAZIONI DI FONDO
Tutti noi siamo sottoposti a una certa
quantità di radiazioni di fondo, che si stima
essere circa 2 mSv all’anno: dal primo
grafico a torta è possibile notare che il 50%
di questa radiazione è costituita dal radon,
un gas prodotto dal decadimento del radio,
proveniente dal terreno; il secondo grafico
mette in luce come l’82% del totale delle
radiazioni di fondo siano di tipo naturale,
mentre il 18% è di origine umana. Delle
fonti di natura antropica, una tipica
sorgente è l’ambiente medico (circa 80%): il
58% è dovuto all’uso medico di raggi X e il
21% all’utilizzo della medicina nucleare.
Nella tabella sono indicati esempi di dosi di radiazioni ionizzanti, molto basse se paragonate alla
radiazione di fondo media mondiale (2,4 mSv/anno). Una semplice radiografia ha dosaggi molto
bassi (0,1 mSv per una radiografia alla mano).
Tuttavia, le esigenze mediche attuali prevedono l’uso di proiezioni tomografiche tridimensionali,
che consistono in radiografie multiple, ognuna effettuata da un’angolazione differente, come la TAC
che ne comprende centinaia. Attraverso di esse, si ha un’amplificazione dei dati: infatti si passa da
0,001-1 mSv delle radiografie a 2-20 mSv (motivo per il quale radiografie bidimensionali non sono
più soddisfacenti), valore pari a 10 volte la radiazione di fondo. Quindi è possibile utilizzare questa
tecnica in persone con problematiche, mentre è da limitare se effettuata a scopo di prevenzione
(una volta ogni 10 anni).
129
Oncologia
Un’altra tomografia è la PET, che può raggiungere una dose di 0,3-20 mSv.
Tutte queste esposizioni sono cancerogene: per un incremento di 100 mSv sopra la radiazione di
fondo, si ha un aumento dell’1% dei tumori.
130
Oncologia
La prima riga rappresenta i sopravvissuti alla bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale:
essi svilupparono tumore alla vescica, mammella, colon, esofago, polmone, leucemie ...
Dopo l’esplosione delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, l’uomo iniziò uno dei
suoi più grandi studî, ancora oggi in corso e riguardante migliaia di individui (sia gli esposti che la
popolazione di controllo).
Essi furono tenuti sotto osservazione per misurare la dosimetria delle radiazioni ricevute: si verificò
un picco di leucemie immediatamente successivo; il picco dei tumori solidi si raggiunse però nel
2010. Questo perché l’evento di inizializzazione fu l’esplosione della bomba atomica (contenente
raggi X e raggi γ), a cui vanno aggiunti tutti i promuoventi subentrati nel corso della vita (fumo, dieta,
inquinamento ambientale …). Lo sviluppo dei tumori solidi risultò graduale, con tempi di latenza
molto lunghi.
Il modello lineare senza soglia, ottenuto per estrapolazione a
basse dosi, è il più rappresentativo del comportamento delle
radiazioni ionizzanti: qualunque dose, per quanto piccola sia,
induce un incremento del rischio di cancerogenesi; non c’è
dunque radiografia completamente sicura.
131
Oncologia
vengono metabolizzati all’interno del nostro organismo: per esempio lo stronzio radioattivo può
sostituire il calcio nelle ossa e lo iodio radioattivo può essere incorporato nella tiroide. L’analisi della
popolazione esposta a questo evento mostrò un aumento di tumori della tiroide, soprattutto in
soggetti esposti in età giovanile; il rischio può essere ridotto tramite la somministrazione di iodio
con la dieta in modo tale da contrastare l’assorbimento di iodio radioattivo nella popolazione
esposta. Verosimilmente si prevede che in Europa l’eccesso di tumori dovuto al disastro di
Chernobyl non sarà epidemiologicamente rilevabile, poiché gli effetti sono limitati ad un’area
ristretta.
Radon
È un gas nobile: chimicamente inerte, ma radioattivo. È un emettitore ad alto LET di onde α e deriva
dal decadimento del radio; ha un’emivita molto breve (circa 4 giorni) ed è responsabile di gran parte
della radiazione di fondo. La sua inalazione è cancerogena per il polmone (secondo la classificazione
della IARC appartiene al Gruppo 1, contribuisce ad aumentare il rischio di cancerogenesi per i
fumatori e ad esso è imputabile il 30-40% di tumori del polmone dei non fumatori (3-4% del cancro
ai polmoni in generale).
Il radon si concentra tipicamente in ambienti chiusi (indoor) e viene dissipato ventilando l’ambiente.
Vi sono notevoli variazioni geografiche e temporali dei livelli domestici di radon: alte concentrazioni
si trovano nelle miniere d’uranio, nelle zone sismiche e vulcaniche e in alcune sorgenti termali. La
popolazione generale può essere esposta (bassi livelli per tempi lunghi) negli ambienti domestici,
dove il radon arriva dal suolo o dai materiali usati per la costruzione. La misurazione domestica va
necessariamente effettuata casa per casa e deve essere integrata su tempi lunghi (mesi). I livelli
possono essere limitati isolando gli ambienti con opportuni accorgimenti edilizi. I limiti indoor
raccomandati (EU) sono <300 Bq/m³. In Italia i livelli indoor sono nel range 20-120 Bq/m³.
RADIAZIONE SOLARE E UV
Hanno effetto sulla cancerogenesi
anche la luce visibile e
l’ultravioletto. Questo è sempre
uno spettro continuo, ma che
viene convenzionalmente diviso in
3 fasce, UVA, UVB e UVC: gli UVC
sono quelli a maggiore energia e i
più pericolosi, visto che il DNA ha
un picco d’assorbimento proprio
132
Oncologia
negli ultravioletti. Che il DNA assorba l’ultravioletto è una caratteristica ben nota: in laboratorio si
usa spesso la spettrometria a ultravioletto per misurare quanto DNA c’è in una soluzione rispetto
all’RNA o misurare la contaminazione da proteine ecc.
Se esponiamo a lungo il DNA agli UV si forma
tipicamente un legame tra due pirimidine
adiacenti. Questo legame (in figura colorato di
rosso) è chimicamente un ciclobutile e la
presenza di questo legame tra due pirimidine
adiacenti fa sì (come si vede nello schema
sotto) che la polimerasi veda questa base
deformata come una base diversa. Questa
sequenza G-C diventa dunque una sequenza A-
T, introducendo una mutazione, che è
dimensionalmente molto piccola se
paragonata a quella delle radiazioni ionizzanti,
le quali tagliano il doppio filamento, “buttano
fuori” una base di DNA ecc.
Per quanto riguarda il sistema di riparazione di
questi danni, esso è dato dal sistema NER
(Nucleotide Excision Repair).
Quando andiamo al mare, la nostra pelle è piena di dimeri di pirimidine, ma il nostro sistema di
riparazione NER è molto efficiente e le ripara quasi tutte.
L’importanza del sistema NER è data soprattutto dal fatto che persone con mutazioni agli enzimi del
sistema NER hanno una patologia chiamata xeroderma pigmentoso, la quale è caratterizzata da
progressive lesioni cutanee, con almeno un 50% di pazienti che sviluppa tumori della cute.
Ovviamente è anche possibile disporre del sistema NER funzionante, ma assorbire così tante
radiazioni che il sistema NER non riesce a riparare tutti i vari danni.
133
Oncologia
• altitudine: in montagna ad alta quota ci sono più UV che a livello del mare;
• periodo dell’anno: d’estate ci sono più UV che in inverno;
• ora del giorno: a mezzogiorno ci sono più UV che al mattino/alla sera;
• condizioni atmosferiche: quando è nuvoloso ci sono meno UV.
Ci sono però due importanti variabili che sono individuali e indipendenti da queste condizioni
(riguardano essenzialmente il perché si è esposti agli UV): si parla di esposizioni intenzionali e di
esposizioni non intenzionali. “Intenzionali” vuol dire essenzialmente abbronzarsi.
Esposizioni intenzionali
A inizio ‘900, quelli abbronzati erano i contadini e i marinai, mentre le signore della nobiltà andavano
in giro con l’ombrellino da sole (essere abbronzati era indice dei lavori più umili e sempre esposti al
sole come i lavori dei campi). La moda era dunque quella di non esporsi al sole e di avere la pelle
bianchissima. Negli anni ‘20 del 900’, invece, uscirono fuori molti discorsi sulle vitamine e sul
rachitismo (patologia di chi non rimane mai esposto al sole giacché provoca una carenza di vitamina
D) e quindi via via si iniziò ad avere l’idea che abbronzarsi facesse bene (in realtà solo entro certi
limiti fa bene). Da lì partì la tendenza delle persone a esporsi al sole e abbronzarsi, in controtendenza
all’esposizione lavorativa:
marinai e contadini iniziarono a
proteggersi dal sole.
Un’altra variabile importante è
data dal fototipo. Le differenze
del fototipo non sono solo dal
punto di vista del colore, ma in
base al fototipo si ha anche una
tendenza diversa alla scottatura
solare: ci sono dei fototipi che si
scottano molto frequentemente,
mentre i fototipi più scuri non
corrono questo rischio.
La scottatura è un fattore di
rischio indipendente, perché fa
partire una risposta di danno infiammatorio all’epitelio (l’infiammazione è cancerogena).
La mappa in figura indica l’incidenza del melanoma. Il fototipo umano è di per sé adatto al tipo
d’esposizione solare: gli svedesi vedono poco il sole e sono bianchissimi, coloro che abitano nella
zona mediterranea sono un po' più scuri, in Africa abbiamo fototipi molto più scuri. Le migrazioni
umane hanno sconvolto quest’equilibrio: le zone con maggior incidenza del melanoma sono il Sud
Africa e l’Australia, ovviamente tra le popolazioni bianche. In Australia, dove ci sono i discendenti
dei galeotti inglesi, il melanoma è così presente da esser chiamato “il tumore nazionale”. In Sud
Africa la popolazione bianca è di derivazione boera (nord Europa): anche qui abbiamo un fototipo
molto chiaro.
134
Oncologia
UV e rischio di cancro
Gli UV non vanno al di là della cute,
quindi, i principali problemi sono a
livello della cute (soprattutto) e
dell’occhio. La cute, che è di fatto un
epitelio pluristratificato, è fatta di tanti
tipi cellulari diversi.
I tumori della cute vengono classificati
dall’anatomopatologo a seconda della
loro morfologia. Se il tumore ricorda
morfologicamente di più gli strati
basali, indipendentemente dalla
cellula che lo ha generato, sarà
chiamato carcinoma baso-cellulare.
Se ricorda di più la parte
alta/cheratinizzata, sarà chiamato carcinoma squamo-cellulare.
Essendo essi dei carcinomi, tecnicamente sono tumori maligni, ma in realtà, hanno una scarsissima
tendenza metastatica: sono tumori che il chirurgo asporta e al massimo possono dare qualche
recidiva locale. L’altro tumore che può originare nella cute è il melanoma, un pessimo tumore che
origina da un melanocita. Inizialmente il melanoma si sviluppa orizzontalmente, quindi non è molto
invasivo. In seguito, però, il melanoma crescerà anche verticalmente: un melanoma che ha invaso
per 4 mm il derma è sostanzialmente un tumore estremamente metastatico.
I melanociti tipicamente sono cellule che non proliferano. Tuttavia, essi sono cellule estremamente
invasive, e dunque, una volta fornita loro la possibilità della “proliferazione”, mutano velocemente
in cellule metastatiche (come i linfociti e i fibroblasti).
Fattori di rischio
Parlando di radiazioni ionizzanti, abbiamo citato anche l’importanza della dose delle radiazioni.
Questo discorso vale anche per gli epiteliomi: coloro che sono esposti tutta la vita ai raggi UV hanno
un alto rischio di sviluppare un epitelioma.
Il melanoma invece ha fattori di rischio diversi. Il principale fattore di rischio del melanoma è la
scottatura (soprattutto in giovane età). Il rischio del melanoma non aumenta tanto con alti dosaggi
di esposizione agli UV, ma aumenta con l’aumentare della quantità di scottature: per il melanoma
è importante anche la parte infiammatoria oltre a quella dell’ultravioletto.
Dunque, un melanoma è associato principalmente a condizioni intenzionali, mentre un carcinoma a
condizioni non intenzionali.
N.B. Gli epiteliomi sono talmente tanti (la gente tipicamente non se ne accorge) da non esser contati
nell’epidemiologia: quando si guardano le statistiche dei tumori, tipicamente viene precisato
proprio il fatto che non vengono considerati i “melanoma skin cancers”. Sono ritenuti di scarsa
importanza e talmente tanti che sballerebbero le statistiche.
Prevenzione
La prevenzione a questo genere di tumori si effettua con le creme solari ad alta esposizione. Il
problema delle creme solari è che creano un effetto paradossale che si ha anche col fumo di
sigaretta. Le creme solari servono soprattutto ai bambini che vanno in spiaggia non per abbronzarsi,
ma per giocare. Gli adulti spesso invece vogliono abbronzarsi e a causa della crema solare, ai fini
d’ottenere un’abbronzatura, stanno più ore sotto al sole, aumentando l’esposizione (stessa cosa
avviene con le sigarette a bassa nicotina: i fumatori ne fumano di più).
135
Oncologia
Le lampade abbronzanti
La radiazione solare e gli UV sono
classificati come gruppo 1-IARC. Sono
gruppo 1-IARC anche sorgenti artificiali
come le lampade abbronzanti. Ci sono
paesi (Brasile, Australia), dove le lampade
abbronzanti sono illegali.
A lato abbiamo una metanalisi, che ci fa
vedere come il rischio di sviluppo di un
melanoma cutaneo raddoppî usando le
lampade abbronzanti.
Negli USA, le lampade abbronzanti non
sono vietate, ma c’è la tanning tax, una
tassa su tutto ciò che riguarda
l’abbronzatura artificiale: ha lo scopo di
disincentivare questo comportamento.
136
Oncologia
Anche l’aspetto legato alle tecnologie è complesso: importante a proposito è uno studio americano
molto dettagliato del National Toxicology Program sul rischio di cancerogenesi dei telefonini di
seconda generazione, che ormai rappresenta la vecchia generazione. Questo problema si avrà
sempre, a causa dei lunghi periodi di tempo richiesti per gli studî: ci si mette due anni per lo studio
della cancerogenesi sui topi, oltre a un ulteriore anno per gli studi anatomopatologici e al tempo
richiesto per le varie conferme ecc. In breve, i telefonini si evolvono molto più velocemente di
quanto non li si riesca a studiare [prima d’avere dati sul 5G, passeranno anche 5/6 anni].
Recall bias
Un aspetto invece interessante dal punto di vista
medico è che la malattia modifica la percezione
dell’esposizione: noi telefoniamo tipicamente
sempre usando la stessa mano, quindi un signore
che presenta un tumore dal lato destro e che
telefona sempre dal lato destro, alla domanda
“Da che parte telefona?”, risponderà “Dal lato
del tumore”. Questo fenomeno è detto recall
bias e lo troviamo in ogni sistema in cui facciamo
uno studio caso-controllo. Il fatto stesso di avere
la patologia può modificare inconsciamente il
ricordo dell’esposizione nel paziente.
Dunque, i dati non solo sono di scarsa energia (non avvengono grandi alterazioni nelle cellule in
genere), ma in più abbiamo anche il recall bias.
137
Oncologia
138
Oncologia
CANCEROGENESI CHIMICA
Alle molecole cancerogene sono esposte poche persone e tipicamente a causa di motivi lavorativi.
Tutti, invece, siamo esposti a miscele chimiche complesse nella vita quotidiana, sempre con effetto
cancerogeno.
ADDOTTI IN CANCEROGENESI
Non esiste una classificazione dei cancerogeni
chimici: troviamo cancerogeni chimici in diversi
gruppi molecolari.
Un concetto da tenere a mente quando si parla di
cancerogeni chimici è quello di “addotto”, ovvero
una molecola risultante dall’unione di altre due
molecole: ad esempio, il ciclobutile dei raggi UV è
un fotoaddotto.
Gli addotti (specie molecolari con una durata
brevissima, di femtosecondi) si formano
chiaramente prima delle mutazioni e sono
importanti in medicina, nel caso in cui si debbano
fare degli studî sull’esposizione (spesso questi
addotti si legano al DNA).
CANCEROGENI INORGANICI
Secondo lo IARC, i principali cancerogeni
inorganici sono:
• arsenico e composti arsenicali:
sono dei temuti inquinanti delle
falde acquifere;
• berillio, cadmio, cromo, nichel,
sali di metalli pesanti:
s’incontrano soprattutto a causa di
esposizioni tipicamente lavorative
(non ci sono grossi problemi per la
popolazione);
• asbesto (amianto): è il
cancerogeno inorganico più
problematico.
Asbesto
L’asbesto, detto anche amianto, è un minerale fibroso, cosa che è visibile anche a livello
microscopico. È talmente fibroso che l’asbesto si può tessere: lo sapevano già gli antichi cinesi che,
come testimoniato da “Il Milione” di Marco Polo, avevano fabbricato per il loro Khan un vestito
resistente al fuoco (probabilmente fabbricato con le stesse fibre di asbesto con cui si fanno oggi le
divise pei vigili del fuoco). Il problema, però, è che l’asbesto è stato utilizzato enormemente per le
sue proprietà non solo ignifughe, ma anche perché è un materiale coibente (isola termicamente),
che isola elettricamente e con notevoli doti chimiche. È stato quindi utilizzato soprattutto
139
Oncologia
Cancerogenicità dell’asbesto
Negli anni ‘60-‘70 si è arrivati alla
conclusione che l’asbesto fosse
cancerogeno. Tuttavia, guardando il
grafico, si può notare come ci sia
stato un forte incremento
dell’utilizzo dell’asbesto fino a circa
gli anni ‘80, per poi calare, ma senza
arrivare mai a 0. Infatti, l’asbesto
continua a essere prodotto: nel 2000
era prevalentemente prodotto dai
paesi in via di sviluppo (Kazakistan,
Brasile, Cina), ma anche dal Canada
(in Canada l’asbesto era proibito, ma
lo vendevano ai paesi del terzo mondo; ultimamente hanno smesso anche loro).
Nell’istogramma sono evidenziati i principali utilizzatori di asbesto: Russia, Cina e Giappone.
Di fatto, l’asbesto, quando è intatto, non è molto pericoloso: in una tettoia di eternit, l’asbesto è
legato al cemento e non dà fastidio. Il problema si ha dopo degli anni, quando la tettoia inizia a
sbriciolarsi, formando una polverina bianco-grigia: la componente grigia è data dal cemento, mentre
quella bianca è costituita dall’asbesto.
Quindi, nei paesi occidentali come l’Italia, dove è proibito sia produrre asbesto (c’era una miniera in
Piemonte, nella zona del Balangero, oltre che a numerose fabbriche di eternit) sia utilizzarlo, il
problema ora è chiaramente quello di smaltire tutto l’asbesto residuo usato negli anni passati,
smaltimento che tra l’altro risulta essere anche molto costoso. Ciò ha portato regioni come l’Emilia-
Romagna a offrire degli incentivi per smaltire legalmente l’asbesto.
Nei paesi in via di sviluppo, invece, c’è ancora un problema di utilizzo dell’asbesto, il quale
rappresenta un materiale poco costoso e difficilmente sostituibile (sostituti = molto costosi e
inferiori all’asbesto).
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Oncologia
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Oncologia
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Oncologia
CANCEROGENI ORGANICI
Idrocarburi policiclici aromatici (PAH)
In ambiente domestico si effettua tipicamente una sola reazione di combustione completa (che
porta alla formazione di CO2 e H2O), quella del gas metano, utilizzato per il riscaldamento. In tutti
gli altri casi, come bruciare il tabacco della sigaretta, il gasolio, o la carne, si parla di una combustione
incompleta, a causa di temperature insufficienti, e
questa porta alla formazione di miscele molto
complesse con numerosi composti cancerogeni, tra
cui gl’idrocarburi policiclici aromatici. Questi
presentano tipiche strutture cancerogene, ovvero
anelli benzenici condensati, in numero molto variabile.
Il picco di cancerogenicità si ottiene con un numero di
4-5 anelli condensati. Un’altra caratteristica molto
costante è la Bay Region, fondamentale per favorire il
legame col DNA, che, se presente, indica una tipica
struttura cancerogena.
I PAH sono cancerogeni indiretti, per cui necessitano
di un’attivazione da parte di enzimi in fase 1,
tipicamente la famiglia del citocromo P450. Tra i
metaboliti più frequentemente attivati si parla del
diolo epossido. Da oltre un secolo si è a conoscenza
della loro cancerogenicità, a partire dai primi test
effettuati nel 1918 da Yamagiwa e Ichikawa, i quali,
pennellando le orecchie dei conigli col catrame, riscontrarono la formazione di tumori benigni.
L’esposizione umana a questi composti avviene prevalentemente per inalazione, per esempio
tramite sigarette e inquinanti atmosferici, ma può avvenire anche per ingestione. Possono causare
tumori epiteliali o mesenchimali, così come a livello polmonare. Per poter comparare miscele
diverse di idrocarburi policiclici aromatici si utilizza come molecola di riferimento il benzo(a)pirene
(BaP), grazie alla facilità con cui si può rilevare, tant’è che la cancerogenicità è espressa in
benzo(a)pirene equivalenti.
143
Oncologia
materiale plastico idoneo a tale uso, proprio per evitare il contatto tra l’alimento e il polistirolo
stesso).
Altre molecole con effetti sulla cancerogenesi sono l’estragolo e il metil-eugenolo che si trovano in
diverse verdure.
Ammine aromatiche
Se la combustione incompleta avviene in presenza di azoto, non si ottengono idrocarburi, ma
ammine aromatiche. Il capostipite è l’anilina. Sono spesso utilizzate come coloranti per cuoio, carta
e legno, ma anche in ambito medico, per esempio reazioni immunoenzimatiche usano la
diaminobenzidina. Sono attivate tipicamente da enzimi di Fase 2, localizzati soprattutto a livello
renale e i metaboliti attivi si accumulano nella vescica. L’esposizione umana è soprattutto per via
cutanea e inalatoria. Le ammine aromatiche sono generate anche per combustione del tabacco e
questo spiega una delle tante conseguenze derivanti dal fumo della sigaretta, ovvero il cancro alla
vescica, rappresentando di fatto il principale problema derivante dall’esposizione a questi composti
aromatici.
Ammine alifatiche
Sono N-nitrosocomposti (gruppo N-N=O), si possono
individuare due principali gruppi di molecole:
nitrosammine e nitrosammidi. Le prime, tipicamente
attivate da enzimi della famiglia del citocromo P450,
risultano essere cancerogene pel polmone (come i
PAH), si individuano nel tabacco, ancor prima di
promuovere la sua combustione. La foglia del tabacco
contiene nicotina e durante il processo di concia, dalla
nicotina si formano dei nitrosocomposti, per cui già
nella polvere di tabacco sono presenti le
nitrosammine. Anche negli alimenti è possibile individuare le nitrosammine, questo perché spesso
sono utilizzati dei conservanti, soprattutto nella carne, come nitriti e nitrati. Queste sostanze,
utilizzate per migliorare la conservazione dell’alimento, a contatto coi succhi gastrici portano alla
formazione proprio di nitrosammine, di cui circa il 50% si formano nello stomaco, l’altra metà invece
si forma nel restante tratto del tubo digerente. Quindi, questi conservanti possono dare origine a
derivati di tipo cancerogeno, cofattori della cancerogenesi esofagea e gastrica. Si è osservata una
competizione tra l’attività di formazione delle nitrosamine e antiossidanti, infatti, a livello gastrico
diete con vitamine e composti ad attività antiossidante riducono la cancerogenesi. Importante
ricordare che le nitrosamine non sono direttamente aggiunte negli alimenti, è illegale, ma sono
utilizzati dei conservanti dai quali possono originarsi queste amine alifatiche.
Le nitrosammidi, invece, sono dei farmaci altamente cancerogeni e attivi, per cui l’organismo non
deve attivarle come le nitrosamine, ma si legano direttamente al DNA. Si utilizzano per curare il
cancro. È ammissibile, etico e autorizzato usare questo tipo di farmaci considerando che una nuova
neoplasia causata da questi medicinali potrebbe svilupparsi dopo molti anni. Il problema è che al
paziente si sta aumentando il rischio di cancerogenesi a lungo termine, infatti, alcuni farmaci
citotossici come questi possono generare effetti tossici acuti a brevissimo termine, effetti a medio
termine sulla fertilità ed effetti a lungo termine, ovvero l’insorgenza di secondi tumori, soprattutto
nei bambini curati per esempio per leucemia. Oggi si sta cercando di ridurre il loro utilizzo, così come
la chemioterapia, proprio per contrastare questa problematica a lungo termine.
[All’esame il prof frequentemente chiede la cancerogenesi per organo, perché permette di
riassumere più composti (per esempio se la domanda dovesse essere sul polmone è importante
144
Oncologia
descrivere gli idrocarburi policiclici aromatici e le nitrosammine). Altra domanda frequente può
essere: “Quali sono i cancerogeni di un organo (esempio utilizzato: il polmone)?”. La risposta è: fumo
di sigaretta, inquinamento ambientale, asbesto e radon. Potrebbe chiedere anche quali sono i
componenti del fumo di sigaretta che causano il cancro al polmone, la risposta è: i PAH e le
nitrosammine (non dire le ammine aromatiche perché queste causano il cancro alla vescica).]
Aldeidi
Si parla di due aldeidi principali: la formaldeide e l’acetaldeide. La prima rappresenta uno dei
conservanti maggiormente utilizzati per la conservazione di materiali biologici. È in grado di creare
cross-link tra molecole di DNA o tra DNA e proteine, per questo motivo è cancerogena. L’esposizione
è maggiormente frequente negli addetti all’imbalsamazione dei cadaveri, ma anche in chi lavora con
campioni biologici come l’anatomopatologo. È importante operare con dispositivi di protezione e
aspiratori di fumi perché la formaldeide può causare carcinomi della rinofaringe e leucemie.
Alchilanti
Sono composti in grado di legare gruppi alchilici al
DNA. Alcuni legano questi gruppi a un solo filamento,
creando un ingombro per la polimerasi che a questo
punto può generare delle mutazioni. Altri, come la
ciclofosfamide, possono legare due gruppi alchilici ai
due filamenti del DNA portando alla formazione anche di un cross-link, un legame crociato che
determina un’altra lesione difficile da riparare. La ciclofosfamide è un farmaco antitumorale molto
utilizzato, così come suoi derivati più moderni come la ifosfamide, e deriva da un gas asfissiante
utilizzato nella Prima guerra mondiale. Si è osservato che i soldati esposti a questo gas presentavano
un’importante riduzione di globuli bianchi, e quindi ipotizzarono il suo utilizzo anche per pazienti
con un elevato numero di leucociti, per esempio i soggetti leucemici. Questo approccio rappresenta
un contributo importante per lo sviluppo della chemioterapia moderna.
Organoalogenati
Sono composti scarsamente cancerogeni, ma sono ampiamente utilizzati. Tra questi fanno parte il
DDT (insetticida), il TCDD (tetraclorodibenzo-para-diossina o diossina), che si ottiene per
combustione incompleta, prodotto tipico degli inceneritori di rifiuti o termovalorizzatori, le cui
emissioni sono costantemente monitorate per controllare proprio i livelli di diossina. Si parla anche
del PCB (policloruro bifenilato), polvere sottilissima utilizzata nei toner delle stampanti. Anche il
cloruro di vinile, monomero del PVC (polivinilcloruro), è un organoalogenato. Queste sono tutte
molecole che, oltre a essere debolmente cancerogene, sono anche bioaccumulabili, ovvero sono in
grado di persistere nell’ambiente per molto tempo, quindi inquinanti.
145
Oncologia
Composti dell’azoto
Composti dell’azoto
• Alcune classi di composti dell’azoto comprendono
molecole cancerogene, in particolare:
– Azocomposti (R1–N=N–R2), in particolare
coloranti come ad es il “giallo burro”
– Azossicomposti [R1–N=N+(O–)–R2] 4-dimetilamminoazobenzene
(giallo burro)
4-nitrodifenile
4-nitrodifenile
La terapia sostitutiva ormonale, invece, serve per affrontare gli effetti collaterali della menopausa.
Si può notare come la terapia sia cancerogena per la mammella, aumentando il rischio di sviluppare
cancro di circa il 200%. Vi sono inoltre aumenti molto elevati di rischio anche per il cancro del corpo
dell’utero, fino a 1000%, così come per il carcinoma ovarico, fino al 300%. Il risultato netto è che la
terapia sostitutiva ormonale è cancerogena.
Questo grafico permette di
evidenziare che, grazie alla
pubblicazione di un
importantissimo studio
epidemiologico condotto su
un milione di donne, il
Woman Health Initiative, la
terapia sostitutiva ormonale
sia fortemente cancerogena.
Infatti, in seguito alla sua
divulgazione, le prescrizioni
di questa terapia crollano,
ed essendo essenzialmente
dei promuoventi che, a
differenza degli inizianti,
generano la comparsa di
tumori in modo molto più rapido, si è notato che negli ultimi dieci anni in America stanno calando i
casi di cancro alla mammella. Questo andamento è stato ricondotto proprio alla riduzione dell’uso
di tale terapia.
148
Oncologia
aumentano il rischio di sviluppare cancro alla mammella. Un altro fattore ormonale da considerare
è la gravidanza, che interrompe la vita fertile. Il numero di figli è un fattore protettivo, soprattutto
se avuti in età precoce, viceversa la nulliparità rappresenta un fattore di rischio. Anche
l’allattamento è un altro fattore protettivo molto importante. Il target salutare indicato
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe che circa l’85% delle madri allattasse per almeno
6 mesi.
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Oncologia
ESPOSIZIONI VOLUTTUARIE
Fumo – cancerogeni e tabacco
Il fumo è una miscela complessa che contiene 4000 composti chimici, più di 60 cancerogeni, di cui
10 forti cancerogeni.
150
Oncologia
Le due principali classi di cancerogeni del fumo sono idrocarburi policiclici aromatici, come il
benzo[a]pirene, e ammine, come b-Naftilamina, Nitrosonornicotina (NNN) e Nitrosaminochetone
(NNK). Il 50% della NNN è già presente nel tabacco prima della combustione, quindi anche nel
tabacco da fiuto o da masticazione. Altri cancerogeni del fumo sono benzene, formaldeide, metalli
pesanti e polonio-210. La nicotina non è classificata tra i cancerogeni, tuttavia evidenze sperimentali
dimostrano attività inizianti e promoventi.
Il fumo contiene numerose molecole con attività co-cancerogena o promovente (es. attività irritante
sulla mucosa dell’albero respiratorio con infiammazione cronica). Effetti sinergici o sub-
moltiplicativi sulla cancerogenesi da tabacco sono dati da alcol, asbesto e radon.
151
Oncologia
Fumatori uomini
All’inizio del ‘900 si fumava
molto poco, le sigarette non
erano diffuse e la pipa o i sigari
venivano fumati raramente.
Durante la Prima Guerra Mondiale si ebbe un cambiamento: ai soldati in trincea venivano distribuiti
gratuitamente grappa e sigarette per tenere alto il morale. Coloro che tornarono dalla guerra
divennero fumatori (negli anni ‘20 la percentuale di fumatori aumenta). Lo stesso fenomeno si
ripeté dopo qualche decennio durante la Seconda Guerra Mondiale, successivamente alla quale 2/3
dei maschi risultarono essere fumatori. Soltanto in seguito si affermò l’idea che il fumo potesse
essere dannoso, dunque si ebbe un calo della percentuale di fumatori. Attualmente in Italia i maschi
fumatori sono circa il 20%. Seguendo la seconda curva, rappresentata dai morti, si nota come essa
riproduca esattamente la stessa forma di quella relativa alle percentuali di fumatori, ma slittata in
avanti di circa trent’anni. La mortalità negli ultimi anni sta calando in quanto si stanno rendendo
evidenti i risultati della diminuzione di fumatori.
Fumatrici donne
La curva nel grafico ha una forma diversa: le donne iniziarono a fumare molto più tardi degli uomini,
circa dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma sono delle fumatrici molto più resistenti e smettono di
fumare più tardi. Solo negli ultimi vent’anni si è verificato un calo significativo e attualmente le
fumatrici in Italia sono circa il 20% della popolazione. La mortalità nella popolazione femminile è
ancora in crescita a causa della differenza temporale rispetto agli uomini.
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Oncologia
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Oncologia
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Oncologia
Tumore Rischio Morti USA
fegato (nonostante il rischio relativo di cancro al fegato sia relativo* attribuibili
2,1). Da un punto di vista epidemiologico, significa che il all'alcol**
cancro alla mammella è il tumore più sensibile proprio a causa Orofaringe 5.1 2347
dei numeri molto elevati. Secondo alcuni studî, anche solo un
bicchiere di vino al giorno può aumentare sensibilmente il Laringe 2.7 745
rischio di cancro alla mammella nella popolazione femminile.
Esofago 5.0 2716
Etanolo – Meccanismi di cancerogenesi Fegato 2.1 2699
Il principale cancerogeno delle bevande alcoliche è l’etanolo,
il quale ha anche effetti tossici e psicotropi. L’etanolo viene Intestino 1.4 5467
convertito dall’enzima alcol deidrogenasi (ADH) in
Mammella 1.6 7310
acetaldeide, cancerogena. La caratteristica dell’acetaldeide è
di riuscire a legare il DNA, in particolare la
guanina. L’attività fissativa dell’etanolo è
data anche dal fatto che possono formarsi
dei cross link, cioè dei legami crociati tra le
due eliche.
La maggior parte dei problemi correlati
all’alcol sono dati dall’attività tossica
dell’etanolo e dall’attività mutagena
dell’acetaldeide.
Nonostante nel vino ci siano componenti
benefiche, come il resveratrolo, per poter
effettivamente ottenere dei benefici, si
dovrebbe bere dai sei ai sette litri di vino al
giorno. Gli effetti dannosi dell’etanolo
andrebbero dunque a prevalere.
Studî effettuati sui topi hanno dimostrato che, fornendo ai topi vino rosso de-alcolato, essi
tenderanno a sviluppare meno tumori. Anche numerosi cuochi stellati sostengono che in cucina non
si dovrebbe usare il vino con alcol.
155
Oncologia
Negli Stati Uniti il 70% della popolazione è in sovrappeso/obesa. In Europa la situazione è migliore,
anche se in Italia il 40% è in sovrappeso/obesa.
Sul sito dell’ente americano World Cancer Research Fund si trovano pubblicazioni con dati medici
sul rapporto tra dieta e cancro, validi e aggiornati.
Nel grafico, preso dal sito sopra
citato, le colonne rappresentano i
vari siti anatomici, mentre le righe
sono i costituenti della dieta;
l’azzurro indica che il rischio
diminuisce, il rosa/rosso indica che il
rischio aumenta. Si nota che alcuni
componenti della dieta aumentano
il rischio di insorgenza di un tumore
e altri lo diminuiscono. Quindi la
dieta è molto diversa dagli altri
fattori di rischio perché, modulando
la sua composizione, si può passare
da una dieta pro-cancerogena a una
neutra o addirittura a una preventiva nei confronti dei tumori.
Uno studio epidemiologico condotto in Europa, chiamato EPIC, di
epidemiologia molecolare, ha analizzato cosa la popolazione
europea mangiasse e, successivamente, è stato prelevato del sangue
a circa un milione di individui. Nell’immagine si vede una parte di
EPIC, in questo caso Oxford, unito a un altro studio
sull’alimentazione (sempre di Oxford). Sono stati scelti quattro
gruppi di popolazione, in cui quello a 1.0 rappresenta gli inglesi
carnivori (mangiano carne 5 o più volte a settimana). Sono messi a
confronto con un secondo gruppo, raffigurato coi pallini arancioni,
che mangia carne un paio di volte alla settimana, più simili alle
popolazioni del mediterraneo. Il terzo gruppo, di colore blu, è
rappresentato dai cosiddetti pescetariani, i quali assumono proteine
animali solo se provengono dal pesce (non dalla carne). Infine, in
verde, i vegetariani.
156
Oncologia
Analizzando il rischio di tumore, si osserva che mangiare poca carne non incide più di tanto, tuttavia
non mangiare carne riduce drasticamente il rischio di cancro, sia nel caso si mangi solo pesce, sia
nel caso si mangino solo verdure. Quindi nella dieta si può identificare la carne come cancerogena,
il resto tendenzialmente non lo è.
I dati epidemiologici sono significativi, bisogna sempre partire dal dato epidemiologico e poi
indagare a livello molecolare e cellulare quali sono i motivi, sempre dalla prospettiva di convertire
poi questo in un farmaco da somministrare, ad esempio, a un individuo non vegetariano.
Di seguito vengono esposti i fattori di rischio che correlano la dieta al cancro:
- Il BMI non aumenta tutti i rischi di tumore, ad esempio diminuisce il rischio di carcinoma alla
mammella nel periodo premenopausa. Le spiegazioni molecolari sono da ricercare nel
tessuto adiposo che, essendo un tessuto endocrino, produce estrogeni, anche se molti meno
rispetto alle gonadi. Gli estrogeni sono liposolubili, quindi si sciolgono nel grasso corporeo.
In premenopausa le gonadi producono una grande quantità di estrogeni che, in parte,
vengono riassorbiti dal tessuto adiposo, lasciandone in circolo meno in una donna robusta,
rispetto a una donna magra. Le gonadi poi finiscono di produrre estrogeno, si ha la
menopausa e la produzione di estrogeno da parte della ghiandola surrenale e del tessuto
adiposo che, a questo punto, diventa una fonte rilevante. In post-menopausa vengono
rilasciati più estrogeni da questi tessuti e, di conseguenza, una donna con un BMI alto avrà
più estrogeni in circolo rispetto a una donna magra.
- Con l’aumento dell’altezza, si ha un aumento di rischio di tumori, perché nel corso della vita
i soggetti più alti sono stati esposti a una maggiore quantità di fattori di crescita (IGF) che
stimolano la proliferazione cellulare, collegata al rischio di tumore. Ad esempio, il rischio di
osteosarcoma nei cani è più alto tra gli alani che tra i bassotti.
- L’attività fisica, come dimostrano gli studî, tende a far diminuire il rischio di tumore.
Pertanto, studî interessanti cercano di separare l’attività fisica dal BMI: selezionati due
gruppi di signore americane in carne, metà sono state invitate a fare jogging tutti i giorni,
l’altra metà no; l’alimentazione è stata lasciata libera, dunque le signore che praticavano
sport non variavano di peso, tuttavia è risultato che erano meno soggette a cancro alla
mammella. L’attività antinfiammatoria dell’attività fisica è decisamente un fattore
preventivo e va promosso.
- Frutta e verdura diminuiscono il rischio di tumore.
- Per quanto riguarda la fibra, ad oggi le correlazioni col rischio di cancro sono un po’ incerte.
In passato studî caso-controllo hanno dimostrato che il rischio diminuisce; quando però,
andando avanti, sono stati fatti studî più prolungati, la correlazione si è un po’ persa. Inoltre,
è presente un fattore di confondimento, perché molte statistiche mettono insieme cancro
del colon e cancro del retto, e altrettanti studî indicano la fibra come preventiva sul colon,
perché capta i cancerogeni e rende più veloce il transito, al contrario può aumentare il rischio
a livello del retto perché alcuni tipi di fibra hanno attività irritante.
- Carni rosse, carni lavorate e grassi animali aumentano il rischio di tumori. Lo IARC classifica
le carni lavorate come gruppo 1, sicuramente cancerogene, per contenuto di conservanti,
nitriti, nitrati, ecc. Ad esempio, nel prosciutto di Parma non si aggiungono nitriti e nitrati e
quindi, teoricamente, potrebbe essere meno cancerogeno, però non sono mai stati condotti
degli studî. In Francia, invece, i produttori di sauccisson hanno pagato degli studî di
cancerogenesi dimostrando che il loro sauccisson è meno cancerogeno, ad esempio, del
würstel. Le carni rosse sono nel gruppo 2A: sono rosse perché c’è più eme, dunque più ferro;
hanno un potenziale di stress ossidativo maggiore delle carni bianche. In aggiunta le carni
157
Oncologia
rosse vengono tipicamente cucinate con sistemi che producono idrocarburi policiclici
aromatici (es. barbecue).
- Per quanto riguarda il sale e la salatura degli alimenti, si rientra nel discorso della
conservazione. Nella tabella è riportato un leggero aumento di rischio di tumore allo
stomaco.
- I latticini contengono grassi animali, ma sono anche la principale fonte di calcio che è
anticancerogeno. Quindi l’ideale sarebbe consumare latticini magri, perché si minimizzano i
grassi animali e si massimizza il calcio, diminuendo il rischio di cancro, in particolar modo
all’intestino (perché solo a questo livello sono stati fatti la maggior parte degli studî).
- Caffè: è un infuso vegetale, principale bevanda consumata al mondo. Nella dieta di un
americano medio la principale fonte di antiossidante è il caffè. Dopo varî studî è stato
constatato che questo non fa variare il rischio di cancro a pancreas e rene. Ha una lieve
attività preventiva come fonte di antiossidanti su alcuni tumori e, allo stesso tempo, un lieve
aumento del rischio di tumore alla vescica a causa dei processi di combustione incompleta
dovuti alla tostatura, che possono generare delle ammine aromatiche. In questo caso esiste
un fattore confondente, che è la temperatura: se al momento della deglutizione si sente
bruciare l’esofago, è un male, perché a lungo andare potrebbe portare al tumore. Sia
superalcolici che bevande bollenti aumentano il rischio di cancro all’esofago proprio perché
provocano quella sensazione (danno da temperatura).
- Bevande zuccherate: in generale aumentano il rischio di cancro, es. cancro alla mammella.
Negli Stati Uniti, in seguito a studî che hanno evidenziato un eccessivo consumo di questo
tipo di bevande (soprattutto nelle scuole da parte dei bambini), stanno cercando di sostituire
questi distributori con alcuni di verdura o frutta a fette.
- Integratori alimentari multivitaminici: non riescono a comprendere tutti gli effetti benefici
di una dieta. In un famoso studio svedese, per ridurre il rischio di cancro, hanno
somministrato ad ex fumatori del selenio, non ottenendo effetti, o del b-carotene, caso in
cui si è notato un aumento di cancro ai polmoni. Per altri componenti che si trovano negli
integratori si hanno dati analoghi: la vitamina E sembrerebbe favorire il cancro alla prostata.
Ci sono alcuni omega-3 che hanno come effetto una diminuzione del rischio di cancro al
colon e, tuttavia, un aumento di quello alla prostata.
Le raccomandazioni generali sono racchiuse in dieci consigli semplici che l’uomo dovrebbe osservare
per seguire uno stile di vita anticancro:
1) essere più magri possibile;
2) fare attività fisica tutti i giorni (i dati dicono che l’effetto
anticancerogeno dell’attività fisica non dipende dall’attività
strenua, ma dalla continuità, quindi fare poco tutti i giorni
costantemente);
3) evitare cibi ad alta densità energetica;
4) evitare bevande zuccherate;
5) mangiare prevalentemente cibi di origine vegetale;
6) limitare la carne rossa ed evitare la carne processata;
7) limitare, non abolire, le bevande alcoliche, soprattutto per
l’effetto sul sistema cardiovascolare e non sui tumori;
8) cercare di raggiungere i livelli di nutrienti consigliati senza l’uso di
integratori;
9) l’allattamento giova a madre e figlio;
10) i pazienti oncologici, in inglese cancer survivors, spesso arrivano
alla diagnosi con BMI elevato e dieta completamente sbilanciata.
158
Oncologia
Tra pazienti che hanno questo quadro e pazienti normopeso con una dieta migliore, c’è una
significativa differenza di mortalità, perché i pazienti con BMI alto e dieta sbilanciata
subiscono maggiori effetti tossici dei farmaci e minor beneficio.
Inquinamento ambientale
Inquinamento atmosferico
L’inquinamento atmosferico è la presenza di particelle di cui riusciamo a misurare il diametro e per
questo espresse con PM2.5 o PM10 a seconda della dimensione, che possono contenere sia
cancerogeni inorganici come arsenico e asbesto, sia cancerogeni organici in forma gassosa o in
forma particolata. Per molti anni sono stati portati avanti studî epidemiologici città-campagna che
giungono alla conclusione che la mortalità in campagna è maggiore che in città (presenza di ospedali
e condizioni migliori). In campagna, con l’agricoltura intensiva, sono presenti più contaminanti
chimici rispetto alla città con aria pulita.
Camionisti e ferrovieri americani sono esposti professionalmente al diesel, aumentando del 50% il
rischio di tumore (RR=1.47).
Nello scenario urbano si trovano centraline che monitorano costantemente la qualità dell’aria,
misurando PM2.5 e PM10, prelevano campioni che poi vengono studiati. Si trova un aumento del 10-
30% del rischio di tumore al polmone, in particolare adenocarcinoma, con una quota attribuibile del
3-4%, che significa che il 30-40% del cancro ai polmoni di un non fumatore è collegato
all’inquinamento dell’aria. Al giorno d’oggi le condizioni in alcune città come Londra, Milano e
Bologna sono migliorate, mentre invece la situazione è ancora grave nei paesi in via di sviluppo.
Inquinamento dell’acqua
Tipicamente l’acqua è migliore nelle città grandi rispetto a quelle piccole, perché sono presenti più
fonti molto controllate. In un paesino si ha un’unica fonte di acqua che può avere due livelli di
contaminazione: uno antropico (dal greco ἄνϑρωπος, uomo), cioè il contadino che a monte scarica
i pesticidi nella falda acquifera, e un inquinamento naturale, ad esempio in montagna l’acqua può
essere filtrata da rocce che contengono sali arsenicali; in questo modo l’acqua viene contaminata di
arsenico e ciò è associato a un aumento dei tumori al polmone, vescica, rene e cute. Questo
problema è più evidente in paesi in cui è difficile trovare acqua potabile e quindi c’è
approvvigionamento dai pozzi (es. in India). Ma anche in Italia, in alcuni comuni dell’alto Lazio, in
cui d’inverno nelle falde acquifere c’è molta acqua e i livelli di arsenico sono abbastanza bassi,
d’estate la situazione si ribalta perché la falda si abbassa, l’arsenico si concentra e i livelli salgono al
di sopra di quelli consentiti dalla legge. Negli ultimi anni sono stati costruiti impianti di
dearsenificazione dell’acqua potabile che si possono inserire nel depuratore dell’acqua, in modo da
avere un’acqua pulita.
Studiare
Lo studio riduce il rischio di morte per
tumore. Chi studia di più avrà un reddito più
alto e potrà permettersi in futuro un livello
sanitario migliore. Inoltre, le conoscenze
acquisite portano a una maggiore
consapevolezza dei rischi e dei
comportamenti da evitare.
159
Oncologia
Domanda: Che differenza c’è per il rischio di cancro al polmone per i fumatori che fumano tutti i
giorni e un individuo che fuma una sigaretta a settimana?
Risposta: Secondo alcune statistiche, le persone che fumano pochissimo possono addirittura avere
dei benefici, dunque possono sviluppare il cancro al polmone con minore frequenza dei non fumatori.
Non ci sono dati reali, ma negli ultimi anni ci si chiede se è effettivamente possibile che fumare di
rado porti dei benefici paragonabili ad assumere alcol con moderazione. È anche possibile che questi
casi siano persone con una serie di meccanismi di resistenza intrinseci.
Domanda: Riguardo al peperoncino, che causa altresì bruciore, c’è rischio che sia cancerogeno?
Risposta: È una spezia, costituente minore della dieta e, essendo difficile trovare una popolazione
che si nutra solo di questo, i dati non risultano convincenti.
Domanda: È vero che negli Stati Uniti c’è un controllo meno stringente sui componenti delle sigarette
elettroniche?
Risposta: No, il controllo è più stringente perché è stato proposto di far passare le sigarette
elettroniche come medicinali. Quindi se diventassero medicinali, cioè dispositivi di somministrazione
di un principio bioattivo, ci sarebbe un controllo assai stringente, cosa temutissima dai produttori,
perché occorrerebbe una licenza come per i medicinali e così diventerebbero inutilizzabili. In Europa
vengono controllati meno.
Domanda: Perché gli estrogeni sono protettivi per il cancro alla mammella ma potenzialmente
negativi per altri distretti?
Risposta: Perché la risposta trascrizionale dei vari tessuti è diversa. L’estrogeno si lega al proprio
recettore nel nucleo. Questo è un fattore trascrizionale che a sua volta si lega ad altri fattori
trascrizionali, che trascrivono geni diversi nei vari tessuti. Nella mammella gli estrogeni tipicamente
aumentano la proliferazione, mentre in altri la rallentano o hanno direttamente un’attività
antiproliferativa.
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Oncologia
161
Oncologia
Si stima che il 16% (1 su 6) dei tumori umani sia causato da agenti infettivi, quindi si tratta di una
percentuale rilevante.
I principali agenti sono tre:
• i due virus dell’epatite B e C che causano carcinoma del fegato;
• i Papillomavirus che causano i tumori della cervice uterina e altri tumori di origine epiteliale;
• Helicobacter pylori che è causa di cancro allo stomaco.
Solo queste tre cause insieme costituiscono il 15% dell’insorgenza di nuovi tumori.
Degno di nota è anche il virus di Epstein-Barr, responsabile dell’1% dei tumori a livello mondiale.
Queste percentuali sono variabili nelle diverse parti del mondo. In generale i tumori di tipo infettivo
sono più frequenti dove i livelli igienici sono inferiori, quindi sono più frequenti nel sud del mondo:
in paesi del Sud America o dell’Africa, la percentuale di tumori causati da infezione, da un 16% arriva
anche a superare il 20%; al contrario, in paesi occidentali (Europa, Stati Uniti) questa percentuale è
largamente inferiore al 10%.
CANCEROGENESI VIRALE
Dal punto di vista oncologico si possono suddividere i virus in tre grandi gruppi:
[questa suddivisione non è da usare in ambito microbiologico, in quanto grossolana]
• Retrovirus
Sono molto importanti in oncologia, in quanto hanno portato alla scoperta degli oncogèni;
hanno però una scarsissima rilevanza nella cancerogenesi umana: ci sono pochissimi tumori
dovuti a Retrovirus.
• Virus dell’epatite B e dell’epatite C
Sono virus a metà tra il “mondo a DNA” e il “mondo a RNA”.
• Virus a DNA
162
Oncologia
I meccanismi specifici con cui agiscono i virus sono quelli già conosciuti. Non possedendo un
macchinario replicativo proprio, essi dipendono dalla cellula ospite e, se quest’ultima si trova in uno
stato di quiete mitotica, molti virus tenteranno di indurre in essa proliferazione, con conseguente
replicazione del DNA. Ciò può portare alla trasformazione neoplastica.
Tra i meccanismi d’azione dei virus ci sono quelli sopracitati: mutagenesi inserzionale, trasduzione
di oncogèni. Il continuo integrarsi e deintegrarsi del genoma virale nel genoma umano, porta a
instabilità cromosomica, rotture cromosomiche e anche aneuploidìe.
La cellula possiede dei meccanismi di difesa (come Toll-like receptors) che rilevano la presenza di
DNA (in alcuni casi anche RNA) nel citoplasma. Nel caso in cui effettivamente trovino del DNA a
livello citoplasmatico, ciò può significare o che si è rotto il nucleo o è che entrato un virus a DNA,
perciò essi si attivano e inducono una risposta di riparo dei danni al DNA con blocco proliferativo.
Questo blocco si scontra con le esigenze replicative dei virus, i quali per “controbattere” si sono
evoluti acquisendo la capacità di bloccare i meccanismi di difesa della cellula. Inibiscono i geni
oncosoppressori p53, Rb e bloccano i meccanismi dell’apoptosi.
Retrovirus
Esiste un solo Retrovirus cancerogeno per gli esseri umani: HTLV-1 (Human T-cell leukemia virus),
“parente” dell’HIV.
Non è endemico in Italia, è molto più probabile incontrarlo nel sud-est del Giappone o nelle zone
dei Caraibi, dove, in una piccola percentuale delle persone infette per molti anni, si può sviluppare
una patologia che può prendere sia forme leucemiche che rimanere in forma linfomatosa chiamata
leucemia/linfoma a cellule T per adulto.
HTLV-1 provoca meno dello 0,1% di tutti i tumori umani.
Il virus HTLV-1 ha un genoma complesso, infatti oltre ai tre geni classici (gag, pol, env) possiede due
sequenze: tax e rex.
Tax è “parente” di una sequenza dell’HIV che si chiama tat. Entrambi sono fattori di trascrizione che
in alcuni casi hanno anche ruoli extra-cellulari (sono proteine multifattoriali) e si ritiene che la
cancerogenesi da HTLV-1 sia proprio dovuta a effetti della proteina tax.
Epatite B
Il virus dell’epatite B appartiene agli Hepadnavirus e come il nome stesso della famiglia dice, si tratta
di un virus a DNA. Nonostante questo, esso non è un virus a DNA classico, ma possiede una
163
Oncologia
particolarità, ovvero possiede una trascrittasi inversa, enzima in grado di retrotrascrivere l’RNA in
DNA e che infatti è tipico dei virus a RNA.
Il meccanismo d’azione di questo virus consiste nel sintetizzare un intermedio a RNA appena entrato
nella cellula. Questo intermedio a RNA poi viene retrotrascritto a DNA proprio grazie alla trascrittasi
inversa e il cDNA risultante sarà in grado di integrarsi al genoma cellulare. Si osserva quindi, come
meccanismo di cancerogenesi, l’integrazione nel genoma cellulare.
Una caratteristica frequente dei virus dell’epatite è la diversificazione degli aspetti epidemiologi
delle infezioni nelle varie parti del mondo e ciò dipende, ancora una volta, dai differenti livelli
d’igiene. In Asia e in Africa l’infezione avviene tendenzialmente a livello neonatale per scambî
materno-infantili; mentre nei paesi occidentali l’infezione è più rara e avviene per scambio di
materiale biologico infetto. Ciò comporta pattern di infezione molto diversi, età molto diverse e di
conseguenza anche la cancerogenesi colpisce aspetti diversi.
Esiste un vaccino, ad oggi somministrato a tutti i neonati. Il pattern standard di vaccinazione di una
popolazione consiste nell’iniziare a vaccinare una certa generazione e da quella generazione in poi
tutti gl’individui della popolazione stessa saranno vaccinati. In questo caso, essendo il vaccino
entrato in uso nei paesi occidentali negli anni ’80, tutte le generazioni nate dopo gli anni ’80 sono
vaccinate, quelle nate prima invece non lo sono (escludendo il personale sanitario che è vaccinato
indifferentemente dall’età, per il rischio di contatto con materiale biologico infetto).
Per questo motivo in molti paesi c’è una popolazione “divisa in due”: classi più anziane non vaccinate
e i più giovani vaccinati.
Epatite C
Il virus dell’epatite C è molto diverso. È un virus a RNA, della famiglia dei Flavivirus, con genoma
piccolo, di 10k basi.
Non possiede una trascrittasi inversa, quindi non è in grado di integrarsi nel genoma cellulare.
L’infezione avviene tipicamente per scambio di materiale biologico infetto, ma in questo caso non
esiste un vaccino (da alcuni anni sono entrati nell’uso clinico alcuni farmaci efficaci, ma non c’è
vaccino). Per varî motivi probabilmente non ci sarà un vaccino ancora per molti anni.
164
Oncologia
caso si parla di infezione subclinica (rilevabile solamente con l’analisi del sangue); essi guariscono
tutti.
Il 20/25% degli infetti svilupperà un’epatite acuta, quindi sintomatica, ma comunque il 99% di
quest’ultimi guarisce.
Solo il 4% degli infetti sviluppa un’infezione persistente, alcuni di questi guariscono, ma altri (in
percentuali che variano da 1 su 10 a 1 su 3)
sviluppano un’epatite cronica (condizione
non solo di infezione cronica, ma anche di
infiammazione cronica) che potrà evolvere
in cirrosi.
Nell’immagine di microscopia è mostrato
un fegato con infiammazione pre-cirrotica.
Ciò si deduce dall’osservazione di molti
leucociti (pallini neri) che normalmente, in
una situazione non infiammatoria non
dovrebbero essere presenti.
Secondo la classificazione di Bizzozero gli
epatociti sono cellule stabili, ovvero cellule
non proliferanti, ma che a seguito di un
danno (in parte causato dal virus, in parte
causato dal sistema immunitario stesso) possono ricominciare a proliferare. In caso di danno, quindi,
si crea una situazione di rigenerazione del fegato che però non può proseguire all’infinito; man mano
si formano aree dove gli epatociti non sono più in grado di rigenerare e pertanto vengono sostituiti
dal mesenchima. Tale situazione conduce però alla fibrosi.
Epatite C
In questo caso l’epatite cronica si sviluppa nell’80% degli individui infettati (l’epatite C cronicizza
con una percentuale 20 volte maggiore rispetto a quella dell’epatite B). Tra tutti quelli che
sviluppano l’epatite cronica, l’80% riesce a entrare in una condizione bilanciata (esito dipendente
dalle condizioni iniziali del fegato, dalla capacità individuale di rigenerazione). Il 20% invece sviluppa
165
Oncologia
una cirrosi, e di questi ultimi il 50% ci convive stabilmente, mentre per la restante percentuale può
essere letale. La cirrosi può portare alla morte o per insufficienza epatica o per insorgenza del cancro
del fegato. Sia per l’epatite B che per l’epatite C il cancro insorge sulla cirrosi.
166
Oncologia
Virus a DNA
Dal punto di vista oncologico i virus a DNA sono divisi in virus a genoma piccolo e virus a genoma
grande.
Papillomavirus
Il Papillomavirus (HPV) è un virus con genoma circolare, piccolo, circa 8 kbp.
Viene bloccato da p53, perciò cerca di evitare che la cellula attivi quel meccanismo, il quale di solito
prelude alla riparazione del danno al DNA. In questo caso però non essendoci alcun danno al DNA
da riparare, p53 rimane attivato per molto tempo e ciò induce l’apoptosi. Ciò è ovviamente
sfavorevole per la sopravvivenza del virus. Inoltre, da parte della cellula si ha l’attivazione dei
checkpoint mitotici, quindi l’attivazione dell’oncosoppressore Rb, che porta a un blocco della
crescita cellulare. Appena l’HPV entra nella cellula, inizia a trascrivere una serie di geni che, per
questo motivo, vengono chiamati geni early, con sigla E (E1, E2, E4, E5, E6, E7). Solo
successivamente incomincia la trascrizione dei geni più tardivi, che vengono appunto chiamati geni
late, i quali sintetizzano le proteine necessarie alla formazione del capside virale. Sia i geni early che
i geni late sono di interesse medico. I geni early comprendono gli oncogèni; mentre i geni late (L1,
L2) sono utilizzati per lo sviluppo dei vaccini. Tutti i vaccini per prevenire l’infezione da
Papillomavirus sono basati sui geni late.
HPV ha un trofismo assoluto per le cellule epiteliali (l’infezione da HPV, infatti, riguarderà questo
tipo cellulare) e vi entra tramite una lesione dell’epitelio pluristratificato, per poi posizionarsi nelle
cellule dello strato basale (ottimali per il virus poiché proliferanti).
167
Oncologia
Epidemiologia
L’infezione da HPV è trasmessa per via sessuale, quindi il primo picco di infezione comincia subito
dopo l’inizio dell’attività sessuale, intorno ai 20 anni.
Il grafico rappresenta il rischio nei varî paesi europei in percentuali che sono riferite alle femmine,
e come si può osservare esistono grosse
differenze geografiche che dipendono sia
dalla diversa quantità di virus circolante nel
paese stesso, sia da differenze nei costumi
sessuali. In Danimarca, ad esempio, il 50%
delle ragazze di 20 anni sono infette, in
Spagna la percentuale è del 5%. A livello di
infezione acuta non si hanno particolari segni
clinici e si guarisce grazie all’attività del
proprio sistema immunitario (non è corretto
infatti affermare che si guarisce
“spontaneamente”, lo si fa grazie al sistema
immunitario).
Progredendo con l’età, la percentuale di donne infette da HPV cala e si arriva a un 10% di media (la
curva del grafico si appiattisce). Donne che all’età di 30 anni sono già infettate da circa una decina
di anni, con molta probabilità hanno sviluppato un’infezione cronica, quindi si può affermare che
circa il 10% delle donne nella popolazione europea sviluppa un’infezione cronica, e questa stessa
percentuale è quindi anche quella delle donne a rischio di sviluppare un tumore, in quanto i tumori
si sviluppano proprio per infezioni croniche.
Al momento non esiste nessun farmaco efficace contro Papillomavirus, quindi le infezioni croniche,
ora come ora, non possono essere curate.
Patologie da HPV
Il Papillomavirus è un virus oncogeno e provoca sia lesioni benigne, come verruche, sia lesioni
maligne la cui espressione più tipica è il carcinoma della cervice uterina.
168
Oncologia
Genotipi di Papillomavirus
I virus come il Papillomavirus sono stati studiati già nell’epoca del DNA, quindi non conosciamo dei
sierotipi (come invece abbiamo in altri virus), ma dei genotipi, caratterizzati sulla base della
sequenza genomica. Esistono centinaia di genotipi diversi che differiscono l’uno dall’altro nella
sequenza degli oncogèni, dei geni strutturali, ecc. e quindi sono tutti leggermente diversi. La
diversità genomica si riflette anche sul rischio di cancerogenesi e, a seconda del rischio di neoplasia
maligna, i varî genotipi vengono raggruppati in tipi “high risk” o “low risk”.
Per la prima volta lo IARC (International Agency for Research on Cancer) ha iniziato a classificare
anche i virus, attività precedentemente non svolta, e ha suddiviso i genotipi 16, 18, 31, 33 (numeri
da ricordare) come cancerogeni di gruppo 1; mentre altri genotipi (5, 6, 8, 11 non da ricordare) sono
classificati come gruppo 2B e sono associati a neoplasie più benigne, come i condilomi acuminati.
In generale il virus produce le prime fasi della produzione neoplastica, successivamente c’è una
progressione, come già visto per il cancro del colon e altri tipi di tumore.
Oncogèni di HPV
Il virus possiede tre geni fondamentali: E6, E7 ed E5.
E6 si lega a una proteina cellulare chiamata E6AP
(anche chiamata UBE3A) che è un’ubiquitina ligasi.
Il complesso E6/E6AP si lega a p53, richiama
ubiquitina e p53 viene degradato. (Questo è un
ulteriore meccanismo per il quale si può avere una
cellula col gene di p53 perfettamente normale, ma
la concentrazione della proteina nulla, in quanto
c’è un sistema virale che la degrada).
Il complesso E6/E6AP non è strettamente specifico
per p53, ma può degradare anche altre proteine di
minor rilevanza, come PDZ, NFX1 (non importanti)
e quindi si parla di “funzioni indipendenti da p53”
per E6, che può contribuire per esempio
all’attivazione della telomerasi. UBE3A è un gene
responsabile anche della sindrome di Angelman, ma in essa svolge un ruolo diverso.
169
Oncologia
E7 svolge funzioni analoghe a quelle di E6, ma nei confronti di Rb. In questo caso dopo il legame
E7/Rb, è richiamata una proteasi cellulare chiamata calpaina e il proteosoma in grado di degradare
Rb.
Il Papillomavirus, quindi, con due geni è in grado di bloccare il principale oncosoppressore di tipo
caretaker e il principale oncosoppressore di tipo gatekeeper.
Nelle fasi iniziali è fondamentale anche un terzo gene virale: E5.
E5 attiva i recettori dei fattori di crescita. Come detto, nel proseguimento dell’infezione il virus tende
a integrarsi nel genoma umano. Il Papillomavirus, però, ha un genoma circolare, mentre i nostri
cromosomi sono lineari, quindi affinché il genoma virale si integri a quello cellulare, dev’essere
tagliato. Tipicamente il genoma virale viene tagliato proprio a livello di E5, quindi il virus integrato
non possiede più il gene E5 intatto. La cellula rimane comunque tumorale, il che indica che E5 non
sia necessario per il mantenimento della trasformazione neoplastica: può essere un gene accessorio
nelle fasi inziali di essa, ma una volta che il virus si integra, la proteina E5 non viene più prodotta.
Cofattori
Anche in questo caso c’è un andamento a imbuto, e questo indica come per la cancerogenesi ci sia
bisogno di cofattori.
I varî cofattori sono:
• Progressione tumorale
Ciò che trasforma un’iniziale infezione da HPV in un carcinoma della cervice uterina viene definita
progressione neoplastica. Il carcinoma della cervice è quindi l’ultima tappa di un’attività
trasformante del virus, che passa attraverso lesioni preneoplastiche e neoplastiche precoci che nel
caso della cervice uterina sono chiamati CIN (Neoplasie Cervicali Intraepiteliali) e sono
contraddistinti da tre livelli di progressione. Il primo è CIN+, poi si passa a CIN2+ e infine si arriva a
CIN3+. CIN3+ è lo stadio immediatamente precedente al carcinoma in situ, per poi passare al
carcinoma invasivo (schema di progressione simile al cancro del colon). In questo caso conosciamo
il primo evento, ovvero l’infezione virale.
Il virus di per sé non è in grado di indurre il carcinoma, è solo un primo passo; progressivamente
entrano in gioco oncogèni come RAS, MYC, HER2 e oncosoppressori come PTEN, che sono
fondamentali in quanto nel carcinoma li troviamo attivati.
• Risposta immunitaria
Anche la risposta immunitaria ha un ruolo fondamentale nell’insorgenza del tumore.
Infatti, si è visto come i tumori causati da Papillomavirus siano abbastanza frequenti nei trapiantati
(seguono regimi immunosoppressivi basati su ciclosporine) o nei pazienti con AIDS.
La risposta immunitaria è fondamentale per controllare, non solo la trasformazione, ma anche la
progressione tumorale, infatti, molti studî dimostrano come anche tra persone senza una patologica
immunodeficienza, ci sia comunque una variabilità di risposta immunitaria determinata dai varî alleli
di HLA e dagli alleli posseduti per alcune citochine
• Cancerogeni
Si ritiene che una parte dei cancerogeni del fumo di tabacco arrivi a sciogliersi nel muco della
cervice. Le donne che quindi fumano e sono HPV+ hanno un maggior rischio di sviluppare carcinomi
della cervice uterina. Anche l’assunzione della pillola anticoncezionale comporta un aumento del
rischio dello sviluppo del tumore (più di due volte maggiore).
L’esposizione solare non aumenta il rischio di tumori alla cervice uterina. Aumenta il rischio di
neoplasie cutanee, come per esempio condilomi acuminati causati da infezione di genotipi di HPV a
basso rischio.
170
Oncologia
Prevenzione
Aver definito il ruolo causale di HPV ha completamente rivoluzionato il management del carcinoma
della cervice uterina. In passato c’era una prevenzione secondaria basata su una diagnosi precoce
del carcinoma, con utilizzo di Pap-test (test citologico).
Oggi grazie all’esistenza del vaccino, si previene l’infezione, quindi si ha una prevenzione primaria.
Non si diagnostica precocemente il tumore, ma si previene l’infezione.
Infine, sapere che tutti i tumori della cervice sono causati da HPV ha spostato tutte le metodiche
diagnostiche da metodiche di tipo citologico a metodiche di tipo molecolare. Già da qualche anno
in Italia, per la prevenzione secondaria, non si utilizza più il Pap-test, bensì si effettua un test
molecolare in cui, tramite PCR, si rileva la presenza di genoma virale a livello di cervice.
Non maligne
• Mononucleosi infettiva: l’infezione acuta da EBV è tipicamente caratterizzata da questa
condizione. Il termine “mononucleare” in immunologia ed ematologia fa riferimento ai
linfociti, infatti la mononucleosi infettiva è caratterizzata da una linfocitosi acuta, dovuta
171
Oncologia
all’infezione da parte del virus dei linfociti. In genere, soprattutto nei paesi occidentali, ci si
arresta a questo livello. [È chiamata così perché nel sangue si trovano molti linfociti. Ha un
quadro sintomatologico simil-influenzale e per questo molto spesso sfugge alla diagnosi. Si
stima che in tutto il mondo la sieropositività del virus sia superiore al 90%, quasi tutti perciò
possediamo qualche linfocita immortale con le caratteristiche di cui sopra.
• Leucoplachia villosa orale in pazienti immunodepressi].
Maligne
Le patologie maligne associate a EBV hanno dei fortissimi endemismi geografici. Se alla classica
alterazione causata dal virus (immortalizzazione) si sommano cofattori di rischio, i quali sono
geograficamente diversificati, i linfociti B posso essere stimolati a proliferare e si possono verificare
i seguenti sviluppi:
• Linfoma di Burkitt: si ha qualche caso anche in Europa, ma è prevalentemente diffuso in
Africa. Esiste un sottotipo definito endemico che è attribuito per il 100% al virus di Epstein-
Barr. Tipicamente colpisce popolazioni linfocitarie del capo, associate alle vie aeree, e si
formano masse ad esempio a livello mandibolare. [Si hanno tre varianti del linfoma di
Burkitt].
• Carcinoma naso-faringeo: è caratteristico del Sud-est asiatico e la sua variante non-
cheratinizzante è attribuita al 100% a EBV.
• Linfoma di Hodgkin: è presente in più paesi del mondo, compresi Europa e Stati Uniti. È un
tumore la cui origine è riconducibile a infezione da EBV.
• Linfomi B in immunodeficit: negli individui con immunodepressione (per trapianti o AIDS) c’è
un enorme aumento di linfomi B, causati da EBV. [Vista la frequenza della sieropositività a
EBV, quasi tutta la popolazione ha linfociti B immortali. Tuttavia, finché il sistema
immunitario è efficiente i linfociti B immortali e potenzialmente cancerosi sono contrastati e
tenuti a bada; se invece si sviluppa una sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) o se
si è soggetti a un trapianto e poi trattati con immunosoppressori, il sistema immunitario
viene depresso e queste cellule sono
maggiormente libere di incorrere in eventi che
portano alla genesi di un linfoma.]
• Carcinoma gastrico: tipicamente causato da
Helicobacter pylori, recentemente si è
osservato un contributo di EBV, il quale, in
particolare, causa circa il 5-10% dei carcinomi
allo stomaco. Gli studiosi sostengono che,
essendo il carcinoma allo stomaco ancora
molto diffuso nella popolazione, la bassa
percentuale comprenda un numero di casi di
carcinoma allo stomaco molto maggiore di
quelli che si verificano per le patologie
(carcinomi/linfomi) viste in precedenza.
Quindi sostengono che si starebbe
sottostimando il peso oncologico dell’EBV
perché si starebbe sottostimando il rischio di
carcinoma gastrico.
172
Oncologia
I dati molecolari che si hanno attualmente a disposizione si devono prevalentemente a studî sul
linfoma di Burkitt. In questa patologia l’EBV, che è un virus con un grande genoma (180 kbp) e
dunque con numerosi geni a disposizione, entra in una fase di latenza. Questo significa che il virus
è in forma episomica e che le cellule infette non producono il virus; se poi le cellule passano, grazie
ad alcuni meccanismi, alla fase litica, potranno invece iniziare a produrre il virus, infine moriranno.
Per la gran parte delle cellule, tuttavia, questo non accade: esse rimangono nella fase di infezione
latente, durante la quale sono presenti delle proteine virali nel nucleo chiamate Epstein-Barr virus
nuclear antigen (EBNA) e di cui esistono vari tipi (EBNA1, EBNA2, EBNA3C, EBNA-LP, eccetera...). A
queste si aggiungono delle proteine localizzate sulla membrana cellulare, tipiche della latenza virale,
infatti si chiamano Latent membran proteins (LMP), anch’esse di più tipi (LMP1, LMP2A, eccetera…).
Alcuni esempî dell’azione delle proteine della fase latente:
• EBNA1 inibisce l’apoptosi.
Solitamente in vitro i linfociti
muoiono molto rapidamente. In
questo modo invece sono resi
immortali, non vanno incontro ad
apoptosi. Ovviamente questo non è
un vantaggio pel soggetto perché
normalmente, una volta debellata
un’infezione, i linfociti dovrebbero
essere eliminati per apoptosi (tranne
quelli che danno origine alle cellule di
memoria). In questo caso invece le
cellule infettate da EBV non muoiono
più.
• LMP1 è una proteina virale che mima
la funzione cellulare di CD40.
Sappiamo che il linfocita B non è
indipendente, per molti dei suoi
processi dipende dal T helper e che
l’aiuto del T passa anche attraverso la
coppia CD40/CD40L. Questo virus ha
imparato a effettuare un signalling di
tipo CD40, pertanto un linfocita B
infettato da EBV crede di star
ricevendo continuamente un aiuto
da parte del linfocita T helper e si
comporterà di conseguenza.
173
Oncologia
Possiamo a questo punto ricostruire tutta la storia naturale del linfoma di Burkitt, caratterizzata da
due eventi consecutivi:
1. infezione da EBV che rende immortali i linfociti B. In condizioni normali, avere qualche
linfocita B immortale non causa particolari problemi, ma in zone dell’Africa dove c’è una
cronica stimolazione da parte di parassiti come quello della malaria, la situazione diventa
più complessa perché si passa al secondo evento;
2. attivazione degli oncogèni: miliardi di linfociti B di un soggetto che vive in un territorio
malarico, infatti, sono continuamente stimolati a proliferare e durante il loro
differenziamento eseguono un riarrangiamento cromosomico, che è a tutti gli effetti una
traslocazione intracromosomica, per cui non saranno presi correttamente i segmenti V, D e
J, ma ad esempio l’oncogene Myc. Al posto di una traslocazione intercromosomica ne
eseguono una intracromosomica, che va a traslocare l’oncogene Myc vicino al promotore
delle immunoglobuline.
Si hanno invece meno dati a disposizione del carcinoma naso-faringeo. Sembra possa esserci una
correlazione con la dieta, in particolare con gli antiossidanti e con il wok (un tipo di padella
tipicamente usata in Asia). Relativamente a quest’ultimo, il problema principale è che esso produce
molto fumo, quindi se c’è poca ventilazione (come in cucine asiatiche), inevitabilmente se ne
respirano grandi quantità e questo può portare ad una cancerogenesi per inalazione.
174
Oncologia
CANCEROGENESI DA BATTERÎ
L’unico batterio cancerogeno effettivamente verificato è Helicobacter pylori.
Helicobacter pylori
Il batterio Helicobacter pylori è responsabile di carcinomi gastrici e di linfomi MALT gastrici.
[Nello stomaco, infatti, si trova una cospicua componente di tessuto linfatico sotto forma di MALT e
si è osservata la capacità del batterio di causare carcinomi non solo a livello epiteliale nello stomaco,
ma anche linfomi a livello di MALT.]
H. pylori è un batterio che preferisce un pH neutro, molto distante dal pH acido che caratterizza lo
stomaco umano. La conseguenza è che questo batterio instaura con lo stomaco una continua
competizione per modificare il pH: H. pylori produce una base forte (l’urea) per tentare di
neutralizzare il pH, lo stomaco tenta di riportarlo verso valori più bassi.
175
Oncologia
176
Oncologia
177
Oncologia
L’Helicobacter pylori può essere associato anche a un altro tumore, il linfoma MALT gastrico.
Questo è l’unico esempio di tumore umano che può essere curato con antibiotici e ciò è possibile
perché nei 2/3 dei pazienti esso è formato da linfociti B così poco “trasformati” in senso neoplastico,
che per proliferare necessitano dell’antigene. Quindi, eradicando l’H. pylori con gli antibiotici, il
linfoma regredisce (nel 70% dei casi). Rimane l’1/3 di pazienti in cui i linfociti B sono già autonomi e
anche eliminando l’antigene, il linfoma non viene curato: questa terapia non ha effetto. Si tratta
comunque di un linfoma con una malignità molto bassa se paragonato al cancro dello stomaco, che
invece è un tumore molto maligno e ancora oggi poco curabile.
Microbiota intestinale
Utilizzando le moderne tecniche di sequenziamento del DNA è possibile determinare la
composizione della flora batterica intestinale di un soggetto, il microbioma.
Esistono molti studî che tentano di correlare il microbioma con varie patologie, anche
apparentemente scollegate; ad esempio, a Bologna ci sono studî sulla correlazione “trapianto di
midollo osseo in età pediatrica” – “microbioma”. Ci sono inoltre studi importanti (con dati
abbastanza solidi) relativi al rapporto del microbioma col cancro del colon e pare che effettivamente
esista una correlazione tra esso e la composizione della flora batterica: alcune specie batteriche
sono maggiormente collegate alla sua incidenza.
Ciò potrebbe implicare applicazioni pratiche in futuro:
• diagnosi precoce: se ad esempio si riuscisse a scoprire che 5 anni prima di sviluppare un
cancro del colon si ha un’alterazione dell’equilibrio nella flora batterica, sarebbe possibile
fare diagnosi molto più precoci e addirittura prevenire in alcuni casi l’insorgenza del tumore;
• terapia: una volta scoperto quali sono i batterî correlati alla cancerogenesi e quali alla non
cancerogenesi, si può cercare di intervenire dall’esterno inserendo i batterî anti-
cancerogenici nel paziente.
CANCEROGENESI DA PARASSITI
Alcuni parassiti sono collegati all’insorgenza dei tumori della vescica e delle vie biliari, ma non hanno
178
Oncologia
grande rilevanza, soprattutto in Italia. Sono causa di meno dello 0,1% del totale dei tumori e sono
in genere dovuti a contatto con acqua dolce o alcuni tipi di pesci (sul corso del Nilo).
Esistono anche tumori trasmissibili di varî molluschi, ma non sono molto importanti.
179
Oncologia
A livello umano invece si hanno due condizioni documentate in medicina di trapianto di tumori:
1. Passaggio materno-fetale: condizione molto rara in cui un
bambino sviluppa un tumore (anche in età discretamente avanzata)
che è della madre, come si può osservare studiando il genoma.
(Recentemente, ad esempio, è stato reso noto il caso di un bambino
di tre anni che ha sviluppato un tumore che era della madre). Il motivo
alla base di questo fenomeno è che le cellule della madre rimangono
nel figlio anche per decenni, perciò se alcune di queste sono tumorali,
si può avere lo sviluppo di tumori nel figlio. [Ci sono stati casi per
quanto riguarda le leucemie.]
2. Trapianti di organi da donatore con tumore occulto: in genere chi
ha un tumore non può donare organi, ma ci sono alcuni casi, seppur
rari, in cui il tumore è occulto e dunque si procede alla donazione. A
questo proposito si cita il caso di una donna donatrice che aveva un
carcinoma occulto alla mammella (deceduta per altre cause, non le
era stato diagnosticato il tumore): tutte le donne riceventi i suoi
organi espiantati (tra cui polmone, rene, fegato) hanno sviluppato lo stesso carcinoma della
mammella e sono morte; l’unico sopravvissuto è stato un ricevente di sesso maschile perché ci sono
differenze antigeniche tra uomo e donna e dunque ci sono maggiori barriere al trapianto. In
quest’ultimo paziente comunque è stato indotto il rigetto dell’organo trapiantato tramite
sospensione della terapia immunosoppressiva, con conseguente espulsione anche delle cellule
tumorali della donatrice.
Domanda: Esistono altre ipotesi che potrebbero spiegare la bassa incidenza del tumore allo stomaco
in Africa?
Risposta: Non molte. Ci potrebbero essere spiegazioni anche di tipo genetico, ma sono ancora da
dimostrare.
180
Oncologia
181
Oncologia
Studî epidemiologici
Si possono effettuare tre tipi di studio:
• di coorte: esposizione → malattia
Si parte dall’esposizione per studiare la malattia. La popolazione viene classificata in base
all’esposizione e si osserva la comparsa di patologie. Possono essere di tipo prospettivo o
retrospettivo, a seconda che la classificazione sia effettuata prima o dopo il verificarsi della
patologia. Questo tipo di studio fornisce eccellenti informazioni, con notevole precisione,
ma ha lo svantaggio di richiedere un arco di tempo molto lungo.
Un esempio: vi è il sospetto che il fumo faccia venire il cancro, dunque si seleziona un gruppo
di fumatori di vent’anni e si studia se, nei trenta o quarant’anni successivi, essi si ammalano
di cancro.
• caso-controllo: malattia → esposizione
Si seleziona un gruppo di casi di patologia e un gruppo di controllo privo della patologia, e si
ottengono informazioni sulle esposizioni. Gli studî caso-controllo sono più veloci ed
economici degli studî di coorte, ma più soggetti a bias.
Un esempio: vi è il sospetto che il fumo faccia venire il cancro al polmone, allora viene chiesto
a un certo numero di malati di cancro al polmone se e quanto hanno fumato in passato. Il
problema di questo studio è la scelta del gruppo di controllo. Si possono scegliere, ad
esempio, individui giovani e sani (tuttavia i malati di cancro al polmone sono
prevalentemente individui anziani), individui con un’altra malattia ai polmoni (potrebbe non
trattarsi di cancro e avere delle cause diverse), individui con cancro ad altre strutture
anatomiche (potrebbe essere, o meno, influenzato dal fattore che ha causato il cancro al
polmone). Lo studio caso-controllo è dunque intrinsecamente esposto a errore.
Per sottolineare la mancanza di precisione degli studî caso-controllo, si può far riferimento
ai primi studî caso-controllo, pubblicati su alcuni casi di cancerogenesi umana, che hanno
fornito una serie di risultati. Solo dopo alcuni anni, grazie alla pubblicazione di studî di coorte,
i risultati precedentemente ottenuti furono completamente ribaltati. In generale, dunque,
lo studio caso-controllo tende a esaltare le differenze fra i casi di patologia e il gruppo di
controllo formato da individui sani.
• Metanalisi: analisi combinata di più studî indipendenti sullo stesso argomento.
Vengono effettuati studî in differenti parti del mondo, spesso senza ottenere concordanza
dei risultati. Per ovviare a questo problema si utilizza la metanalisi.
Il grafico ottenuto da questo tipo di studî è detto forest plot.
Caratteristiche del grafico:
182
Oncologia
Misure di associazione
Nella popolazione sono presenti degli individui malati e sani, degli
esposti e dei non esposti. In un caso perfetto, che non esiste nella Malati Sani
realtà, tutti gli esposti si ammalano e nessuno dei non esposti si
ammala; si avranno, pertanto, a e d con un certo valore, b=0, c=0. Esposti a b
Nella realtà questo è irrealizzabile, ci sarà sempre qualche individuo
sano che è stato esposto e qualche malato che non è stato esposto. Non esposti c d
Si riportano di seguito le informazioni contenute nella slide di
riferimento a cui il professore ha solo accennato velocemente.
• Incidenza di malattia
- Tra gli esposti (IE) = Malati/Esposti = a (a + b)
- Tra i non esposti (IN) = Malati/Non esposti = c / (c + d)
- Nell’intera popolazione (IP) = (a + c) / (a +b +c +d)
• Rischio Relativo, RR (studî di coorte)
183
Oncologia
- Rapporto delle incidenze di malattia fra gli esposti e i non esposti = IE/IN
• Rischio attribuibile, relativo alla popolazione (PAR)
- Riduzione di incidenza che si avrebbe nella popolazione se non ci fosse l’esposizione =
IP-IN
- Relativamente ai soli esposti (AR) = IE-IN
• Odds Ratio, OR (studi caso-controllo)
- Rapporto fra Odds di esposizione nei malati (a/c) e nei sani (b/d) = ad/bc
Se la malattia è rara, a + b → b, c + d→ d, quindi OR approssima RR.
Probabilità e Odds: se un evento ha probabilità p di verificarsi e q di non verificarsi (p + q = 1), gli
Odds a favore dell’evento sono p/q.
Incidenza e mortalità
Incidenza:
– Principali determinanti:
• Eventi cancerogeni (endogeni ed esogeni);
• Diagnosi;
– Rilevata da registri tumori di area;
– È la misura più rilevante per valutare l’eziologia.
Mortalità:
– Principali determinanti:
• Eventi cancerogeni (esogeni ed endogeni);
• Diagnosi;
• Decorso: malignità, curabilità, terapie.
– Rilevata a livello nazionale in tutti i paesi;
– Utilizzata come surrogato dell’incidenza;
– Approssima l’incidenza se:
• la patologia è spesso fatale;
• l’intervallo diagnosi-morte è breve.
Anni
1900 1910 1920 1930 1940 1950 1960 1970 1980 1990 2000
500
Mortalità per 100.000 abitanti
400
(normalizzata per età)
300
200
100
Le principali cause di morte - Italia Tratta da De Flora et al., FASEB J., 19: 892.
185
Oncologia
Dalla fine
dell'Ottocento
la vita media
degli italiani è
raddoppiata
La vita media
degli italiani è
ora fra le più
lunghe al mondo
Fonte: OECD
Età e tumori
Morti per tumore, Italia 2006 (ISTAT)
100 000
50 000
10 000
Morti
40 000
1 000
Morti
30 000 100
10-14
15-19
20-24
25-29
30-34
35-39
40-44
45-49
50-54
55-59
60-64
65-69
70-74
75-79
80+
Età
20 000
10 000
0
0-4
05-09
10-14
15-19
20-24
25-29
30-34
35-39
40-44
45-49
50-54
55-59
60-64
65-69
70-74
75-79
80+
Età
186
Oncologia
187
Oncologia
188
Oncologia
PREVENZIONE PRIMARIA
Per parlare di interventi di prevenzione primaria è importante conoscere i principali agenti
cancerogeni e le frazioni attribuibili a ognuno di essi (da non confondere con la quota di tumori
effettivamente prevenibili).
Occorre anzitutto distinguere le esposizioni voluttuarie da quelle non voluttuarie.
189
Oncologia
Le esposizioni voluttuarie (tipicamente il fumo e l’alcol) o lavorative (ad es. asbesto) possono
essere completamente evitate, e perciò la quota di tumori attribuibili a esse coincide con la quota
di tumori prevenibili. Se si considera il fumo, è noto come a questo agente si possano attribuire il
90% dei carcinomi polmonari. Quindi, evitando l’esposizione al fumo, i cancri del polmone si
possono eliminare quasi completamente.
Non è così per tutta una serie di altre esposizioni che sono miste (voluttuarie e non): in questo caso
la quota di tumori prevenibili è sempre un sottoinsieme di quella attribuibile. Per esempio, la dieta
è responsabile del 35% dei tumori umani, ma soltanto una frazione di essi si può di fatto prevenire.
In definitiva, per tutte le esposizioni miste, cioè quelle solo parzialmente voluttuarie oppure
totalmente non voluttuarie, le quote prevenibili saranno sempre dei sottoinsiemi delle quote
attribuibili.
Esposizioni lavorative
Le esposizioni lavorative sono state un enorme problema per buona parte del secolo scorso, poiché
nei luoghi di lavoro si trovavano molti agenti cancerogeni. Oggi l’atteggiamento della società è
completamente cambiato, per cui si può facilmente prevenire la cancerogenesi sui luoghi di lavoro
mediante l’attuazione di leggi e regolamenti; il caso migliore si ha infatti quando è possibile vietare
per legge una certa sostanza cancerogena (ad esempio, se una certa lavorazione implica l’uso di un
cancerogeno, essa viene proibita).
Non sempre è possibile attuare un bando assoluto: in tal caso è necessario, sulla base di una
valutazione del rischio, fissare dei rigorosi limiti di esposizione. Tutto ciò è subordinato a una stima
quantitativa del rischio, senza la quale si può ricadere in comportamenti irrazionali, come
l’applicazione del “principio di precauzione” (che implica il proibire qualche cosa se non si conosce
o non si è in grado di determinare il grado di rischio).
È un regolamento che si applica a tutti i prodotti chimici che entrano in Europa in quantità superiori
a una tonnellata all'anno (corrispondente a qualche milligrammo a persona), esclusi farmaci e
alimenti, per i quali esistono regole a sé stanti.
Il REACH impone che ognuna di queste sostanze (sia essa un detersivo per i piatti o un componente
di una lavorazione industriale) venga accompagnata da un dossier che comprenda tutti i dati
chimico-fisici, di reattività e di pericolo, compresi i dati di cancerogenesi. Se questi ultimi sono
disponibili, perché sono già stati ottenuti in passato, si inseriranno nel dossier, se invece non sono
disponibili è necessario produrli: senza di essi, in Europa il prodotto non può essere utilizzato.
Questi obblighi sembrano di poco conto, ma in realtà sono stati rivoluzionarî. Hanno infatti cambiato
totalmente il modo di studiare la cancerogenesi: prima dell’entrata in vigore del REACH, solamente
i ricercatori accademici, usando denaro pubblico, fornivano le prove della presenza di sostanze
pericolose; i produttori potevano mettere in commercio dei cancerogeni senza dichiararli o
addirittura occultando le proprietà nocive dei prodotti (questo è accaduto coi produttori di tabacco
e i produttori di asbesto).
190
Oncologia
Il REACH ha invertito completamente questa logica: oggi è l’industria stessa che deve produrre i dati;
chiaramente esiste il rischio che questi siano distorti, ma se il sistema funziona, si assicurano luoghi
di lavoro “puliti” per quanto riguarda gli agenti cancerogeni e la garanzia che in futuro non ne siano
introdotti di nuovi.
In questi ultimi otto anni, mentre l’Europa ha fatto importanti passi in avanti, gli Stati Uniti sono
tornati indietro, ma ci si aspetta che riprendano il ritmo. Di fatto, grazie a questa legislazione, i luoghi
di lavoro europei risultano i più monitorati, e quindi i più liberi da cancerogeni che esistano al
mondo.
Un termine che si ritrova in questi regolamenti è quello di substances of very high concern (SVHC),
ovvero “sostanze molto preoccupanti”, che comprende non solo i cancerogeni, ma anche sostanze
ecologicamente preoccupanti, bioaccumulabili. In alcuni casi, cancerogenicità e persistenza
nell’ambiente coincidono: per esempio, gli organoalogenati sono cancerogeni e bioaccumulabili.
Da qualche anno è attiva l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (ECHA), deputata alla
valutazione di tutti questi dossier; se non sono riscontrati pericoli, la sostanza può essere
liberamente messa in commercio, se invece si tratta di una substance of very high concern, si fissano
delle restrizioni, che vanno dal divieto di vendita della sostanza alle
limitazioni dell’uso (ad esempio, impiego in presenza di aspiratori,
guanti, maschere, respiratori…).
L’esposizione a cancerogeni sul luogo di lavoro era un punto durissimo su cui nel secolo scorso si è
combattuto aspramente. Oggi invece, l’analisi della cancerogenicità delle sostanze e la limitazione
del loro utilizzo è diventato il sistema più semplice di fare prevenzione primaria sui luoghi di lavoro;
finché la società rimarrà di questo orientamento, per fare prevenzione nei luoghi di lavoro sarà
sufficiente emanare leggi che proibiscono gli agenti cancerogeni.
Stili di vita
L’esposizione a cancerogeni legata agli stili di vita è molto più
difficile da contrastare.
• Al fumo viene attribuito il 30% di tutti i tumori: tumori del
polmone nell'uomo e nella donna, tumori della vescica,
tumori del cavo orale… (molti dei quali ad alta incidenza e
poco curabili). Il fumo di sigaretta è totalmente voluttuario,
quindi teoricamente i tumori attribuibili a esso sono
totalmente prevenibili.
• L’alcol è sicuramente una causa di minore peso (causa il 4%
di tutti tumori, tra cui il tumore del fegato e dell’esofago, in
entrambi i sessi), però anche in questo caso l’esposizione al
cancerogeno è completamente voluttuaria; i tumori attribuibili all’alcol in linea di principio
sono quindi totalmente prevenibili.
• Riguardo alla dieta e a tutti i fattori di rischio connessi, solo una frazione dell’ampia
percentuale dei tumori a essa attribuibili (35%) risulta in realtà prevenibile; questa frazione
comprende un 3% di tutti i tumori, attribuibili al basso consumo di frutta e verdura, un 3% a
sovrappeso e obesità e un 2% alla scarsa attività fisica. In totale, la quota di tumori prevenibili
con interventi sulla dieta e fattori correlati è dell’8%.
• L'inquinamento dell'aria è una causa minore di cancerogenesi, ma non va dimenticata; a essa
è attribuito l'1% di tutti i tumori umani, con un pattern di organi interessati simile a quello del
191
Oncologia
fumo, poiché gran parte dei cancerogeni sono gli stessi. Quindi, anche se si tratta di una causa
minore, è importante monitorare la qualità dell’aria ed eventualmente fermare il traffico
(anche se non è la causa principale dell’inquinamento dell’aria).
Sommando le quote di tumori prevenibili relative a ciascun fattore cancerogeno, si ottiene un valore
attorno al 40%, pari alla percentuale dei tumori umani evitabili lavorando sullo stile di vita.
Interventi di prevenzione
Innanzitutto, è necessaria una politica di disincentivi. Ad esempio, per scoraggiare il fumo, nei
luoghi pubblici è proibito fumare; questo divieto è stato applicato sulla base del fatto che il fumo
indiretto sia cancerogeno, ma, con la scusa di proteggere i non fumatori, in realtà si disincentivano
i fumatori.
Un altro metodo può essere quello di tassare maggiormente i prodotti
di cui si vuole disincentivare il consumo, come accade con tabacco e
alcol (le tasse su questi prodotti tecnicamente si chiamano accise).
Questo secondo strumento presenta però dei limiti, evidenziati da
diversi studî: non si possono aumentare le accise all'infinito e, come
mostra la curva di Lasser, se si aumentano troppo le tasse, aumenta il
rischio di evasione fiscale (che ovviamente riduce il gettito fiscale).
Esiste quindi un optimum (puramente teorico) a cui l'aliquota fiscale
porta il massimo introito (poiché tutti la pagano); aumentando le tasse
oltre questo valore, la gente inizia a percepire l’ingiustizia ed è
probabile che aumenti anche l’evasione fiscale e il contrabbando.
Negli Stati Uniti, ad esempio, le tasse sulle sigarette non sono federali, ma statali: quindi, se a New
York un pacchetto di sigarette costa 20 $, in uno stato produttore di tabacco quale il Kentucky può
costarne meno di 5; ciò da luogo un commercio di contrabbando, per cui sul mercato nero il prezzo
del tabacco risulta di 5-10 $.
Usi creativi della tassazione possono andare oltre le classiche accise: gli Stati Uniti, ad esempio,
hanno introdotto una tanning tax, cioè una tassa sugli apparecchi ultravioletti per abbronzatura
indoor. È una tassa moderata, del 10%, e dalle analisi risulta una significativa riduzione dell'uso
dell'abbronzatura artificiale, probabilmente come risultato delle tasse.
Inoltre, si possono condurre delle campagne informative che, alla stregua del resto della ricerca
scientifica, necessitano una verifica quantitativa dell'impatto sui consumatori. Per esempio, si può
studiare l'effetto delle campagne di informazione su ragazzi in età scolare: in una serie di classi si fa
un intervento informativo contro il fumo e in altre non lo si fa; si studia quindi nel tempo quanti
divengono fumatori in ogni gruppo classe. Gli studî dimostrano che tendenzialmente queste
192
Oncologia
campagne, nel caso del tabacco, funzionano bene su chi non è ancora fumatore, come appunto i
ragazzi di medie ed elementari.
Sui fumatori queste campagne sortiscono un effetto limitato. Sino a qualche anno fa i pacchetti di
sigarette riportavano scritte del tipo “nuoce gravemente alla salute”, “può causare il cancro”, ecc.
Oggi sulle confezioni sono stampate foto che ritraggono autopsie di fumatori, persone a letto in
coma e altre immagini analoghe. Tuttavia, da quello che si vede, queste campagne d’informazione
hanno un impatto molto limitato sui fumatori. Infatti, molti di essi comprano le sigarette, le
trasferiscono in un porta sigarette e buttano il pacchetto, che è effettivamente poco presentabile
in società.
Un ruolo rilevante è rappresentato dai modelli di comportamento (role model). L’impatto del fumo
nei media può essere valutato quantitativamente: ad esempio, alcuni studî americani mostrano una
buona correlazione tra il numero di sigarette che compaiono nei programmi televisivi in una data
settimana e il numero di pacchetti venduti dalle tabaccherie nelle settimane successive. Questo
significa che più il consumatore vede nei media l’uso di tabacco, più è invogliato a usarlo.
Fortunatamente, negli ultimi anni si è assistito a un'inversione di tendenza per quanto riguarda la
rappresentazione del fumo nei media; così, se nei film degli anni ’40 si vedevano Humphrey Bogart
e John Wayne fumare, oggi tipicamente nelle serie tv o nei film il personaggio che fuma è il cattivo
(e molto spesso muore prima della fine), mentre il buono solitamente non fuma. Ma la
rappresentazione del fumo non è diminuita solo nei film: infatti, negli studî televisivi è proibito
fumare e in alcuni paesi come l'Italia sono addirittura proibite le pubblicità sulle sigarette (ciò
obbliga le vetture di F1 impegnate nel gran premio di Monza a coprire le sponsorizzazioni di
tabacco).
I dati di correlazione di questi studî sono molto buoni; quindi, i modelli di ruolo che vengono proposti
dai media, sia social media sia media convenzionali, hanno un forte impatto anche sui fumatori
(forse più forte rispetto al pacchetto di sigarette con immagini dissuasive).
Può essere altrettanto importante fornire un servizio di supporto psicologico e terapie
farmacologiche. Questi interventi sono però molto asimmetrici a seconda del tipo di
tossicodipendenza: se per gli alcolisti esistono gruppi di supporto psicologico e interventi di vario
tipo, per il fumo vi sono molte meno iniziative (nonostante rappresenti una causa di tumore
prevalente). In ogni caso, il supporto psicologico può essere associato all'uso di terapia
farmacologica (nel caso del fumo si può considerare anche la sigaretta elettronica).
La scoperta di polimorfismi genetici legati alla forza di dipendenza dalla nicotina suggerisce che in
futuro si potranno perfezionare interventi di supporto personalizzati, analizzando quali persone
possiedono polimorfismi genetici sfavorevoli (ovvero avranno più problemi a smettere di fumare)
così da fornire loro un supporto maggiore, e quali invece hanno una serie di polimorfismi favorevoli,
proponendo loro un intervento più leggero, che magari non preveda supporto farmacologico.
In tutti questi interventi sugli stili di vita si evidenziano ancora grossi problemi e l’incidenza di questo
tipo di prevenzione rimane, al momento, limitata.
Ad oggi, in Italia il 20% della popolazione è costituito da fumatori di sigarette (dato in linea con molti
paesi occidentali); questa percentuale è sicuramente migliore del 60% che si registrava negli anni
‘50 del secolo scorso, ma corrisponde comunque a un numero di persone piuttosto consistente
(nell’ordine di grandezza dei milioni, su una popolazione di 60 milioni di persone).
Immunoprevenzione
Da un punto di vista formale, l’immunoprevenzione è una branca della chemioprevenzione, cioè
della prevenzione con farmaci (dato che i vaccini sono dei farmaci a tutti gli effetti, anche da un
punto di vista legislativo).
193
Oncologia
194
Oncologia
195
Oncologia
High grade cervical, vulvar Osservando i grafici è chiaro che, man mano che si aggiungono
and vaginal disease
30 genotipi, il ritorno in prevenzione è sempre meno rilevante,
perché si è già molto vicini al massimo.
Cases/1000 persons-yr
25 22,1 23,1
4,2
sono verificati 4 casi per 1000 persone all’anno con il vaccino
5 2,4
tetravalente, contro 2,4 casi per 1000 persone all’anno con
0
l’ennavalente.
x
x
x
va
va
va
va
9v
v
v
,4
,9
e,
e,
ed
ed
iv
iv
ct
at
at
fe
fe
eg
eg
- in
- in
-n
-n
PV
PV
PV
PV
H
Ci si può chiedere allora se si possano sviluppare vaccini anti-HPV con più di 9 genotipi virali; da un
punto di vista immunogenico, non ci sono impedimenti nell’aggiungere genotipi, tant’è vero che ci
sono vaccini antibatterici che usano ben 23 ceppi. Tuttavia, col vaccino 9v si è già abbastanza vicini
al 100% di prevenzione; perciò, se si aggiungessero genotipi virali, l’efficacia dei nuovi vaccini
diventerebbe difficile da verificare in uno studio, perché si dovrebbe prendere un campione di
100.000 persone. Al momento, si può affermare di aver raggiunto una formula ottimale, e
probabilmente non si svilupperanno ulteriori vaccini (a patto di non considerare la concorrenza
industriale, che potrebbe portare alla creazione di nuovi vaccini, per esempio decavalenti).
196
Oncologia
07
08
09
10
11
12
13
14
20
20
20
20
20
20
20
20
Start of national vaccination program esso mostra come nel 2014 si siano registrati tassi
di positività del 2%.
Si può quindi affermare che il vaccino stia funzionando molto bene, tant'è vero che gli epidemiologi
australiani stanno già facendo delle proiezioni riguardo alla futura scomparsa del cancro della
cervice in Australia.
197
Oncologia
100
In Emilia-Romagna, regione virtuosa, la percentuale di ragazze
90
vaccinate è dell'80%, un numero comunque molto basso, se si 80
pensa che, ad esempio, l’immunità di gruppo per il morbillo è
% ragazze vaccinate
70
fissata al 95%. Vi sono regioni che stanno registrando valori 60
Dati incompleti
50
ancor più bassi, per esempio la Sardegna, dove appena il 50% 40
Emilia
Italia
delle ragazze risultano vaccinate. 30
Sardegna
In conclusione, esiste la concreta possibilità di far scomparire 20
10
il carcinoma della cervice uterina, ma solo se la popolazione si 0
Dati Ministero della Salute al 31/12/2015
sottopone alla vaccinazione. 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
Anno di inizio vaccinazione della coorte
198
Oncologia
tutta la popolazione, e da un paio d'anni in quasi tutti i paesi è consentito vaccinare sia maschi
che femmine. Non vi sono ancora dati sulla compliance per i maschi, ma è prevedibile siano
inferiori a quelli femminili.
• Proseguire o meno con le campagne di screening: sulla base degli studî condotti (compreso
quello australiano), è risultato fondamentale non interrompere queste campagne almeno fino
a quando tutta la popolazione non sarà vaccinata.
In conclusione, i vaccini contro i virus oncògeni (HBV, HPV) prevengono efficacemente i tumori che
rappresentano circa il 10% di tutti i tumori umani. Se consideriamo tutta la prevenzione primaria
tramite immunoprevenzione, prevenzione sui luoghi di lavoro e relativa allo stile di vita e che essa
venga attuata nel modo corretto si può arrivare a evitare oltre il 50% dei tumori.
Non sono ancora disponibili interventi di immunoprevenzione contro l’Helicobacter pylori e l’epatite
C. Tuttavia, sono disponibili antibiotici molto efficaci per l’H. pylori e, solo da alcuni anni, farmaci
antivirali in grado di eradicare l'epatite C. I costi di quest’ultimi ammontano però a circa 50.000 € a
paziente, tant’è che il servizio sanitario italiano fatica a sostenere la spesa. Fino a qualche anno fa
l’indicazione era di somministrare questi farmaci solo ai pazienti sintomatici, nonostante alcuni studî
dimostrino che c’è una buona percentuale di pazienti che hanno un’epatite cronica stabile e che
però sono a rischio di sbilanciarsi. Quindi, se le linee guida fossero su base scientifica, e non
economica, sarebbe più consigliato di trattare tutti i pazienti.
Se questi trattamenti farmacologici proseguissero nel modo corretto, andandosi a integrare con le
vaccinazioni, si otterrebbe una prevenzione del 15% dei tumori umani, arrivando così con la
prevenzione primaria largamente oltre il 50%.
Chemioprevenzione
Finora sono stati trattati fattori cancerogeni esogeni, sui quali si può applicare la prevenzione
primaria, evitando l’esposizione.
Tuttavia, esistono anche molti fattori cancerogeni endogeni (ormoni, fattori di crescita, ecc…) su
cui non si può intervenire in termini di prevenzione dell'esposizione e si agisce dunque con dei
farmaci. Si tratta di una pratica medica già di grande successo, per esempio in campo cardiologico
dove si fa chemioprevenzione degli accidenti cardiovascolari (grazie alla “pillola per la pressione”,
che non “cura”, perché la pressione alta non è una patologia, ma è un fattore di rischio).
199
Oncologia
Classi di chemiopreventivi
La prima classe di chemiopreventivi, introdotta con grossi trial clinici, anche italiani, è quella degli
antiestrogenici: tra essi vi sono inibitori della biosintesi (inibitori delle aromatasi) o dei recettori
(SERM, selective estrogen receptor modulators, il cui capostipite è il tamoxifen); questi ultimi sono
stati testati su un campione di 40-50 mila donne. Si è osservato che tali farmaci riducono del 50% il
rischio di cancro della mammella, ma al contempo comportano diversi effetti collaterali, taluni
positivi, quali la riduzione dell’osteoporosi, altri pericolosi, come l’aumento dell’incidenza dei
carcinomi dell’endometrio e di eventi tromboembolici. Mentre un paziente affetto da tumore alla
mammella accetta di assumere il farmaco, pur con tutti i suoi rischi, un soggetto sano è prevedibile
non lo faccia. In definitiva, gli antiestrogenici sono utilizzabili da persone ad alto rischio e non dalla
popolazione generale.
La terza classe di chemiopreventivi dimostratasi efficace (anche in studi italiani) è quella dei
retinoidi: in particolare il fenretinide è stato utilizzato per prevenire il cancro della mammella, con
buoni risultati. Tuttavia, trattandosi di un retinoide, presenta effetti collaterali sulla visione e alcune
delle donne che lo hanno assunto hanno sviluppato cecità. Si tratta dunque di un altro caso in cui il
profilo tossicologico rende il farmaco non utilizzabile per la popolazione generale.
In conclusione, è possibile prevenire i tumori con dei farmaci, ma quelli attualmente disponibili sono
utilizzabili solo su gruppi specifici, e non sulla popolazione generale. Ad esempio, ai pazienti con
sindrome di Lynch, ovvero con un elevato rischio genetico di cancro del colon (penetranza vicina al
100%) viene somministrato un FANS (Sulindac), efficace nel prevenire il tumore.
200
Oncologia
Nuovi farmaci
Negli ultimi tempi sono stati individuati diversi antiossidanti, soprattutto nella dieta: dal tè verde,
ad esempio, viene estratta una sostanza chiamata epigallocatechingallato, che è un antiossidante;
anche dal cioccolato è possibile ricavare antiossidanti, mentre dal vino rosso si ottiene il
resveratrolo. Diverse di queste sostanze sono allo studio per cercare di sviluppare una nuova
generazione di farmaci chemiopreventivi per i tumori.
In questo tipo di ricerca si procede molto lentamente e con estrema cautela; in passato tentativi,
quali l’impiego del β-carotene, hanno prodotto il risultato opposto a quello sperato, ovvero un
aumento di tumori. Da qui la necessità di svolgere ricerche molto approfondite anche di tipo clinico,
prima di poter affermare che una certa sostanza sia efficace e priva di effetti collaterali. Occorre
prestare molta attenzione anche all’eventualità che a una riduzione dell’incidenza di un certo
tumore corrisponda l’aumento di un altro. A tal proposito, studî sugli acidi grassi ω-3 hanno
mostrato come questi riducano il rischio di cancro al colon, ma aumentino quello di cancro alla
prostata.
Si tratta dunque di un settore in cui la ricerca è ancora allo stadio sperimentale e necessita
inevitabilmente di un riscontro clinico.
PREVENZIONE SECONDARIA
La prevenzione secondaria è finalizzata a limitare la
e
ne
Diagnosi convenzionale
io
re
201
Oncologia
Le due situazioni appena descritte rappresentano gli estremi tra cui ci si ritrova a operare con un
programma di diagnosi precoce.
202
Oncologia
Il limite degli attuali sistemi di diagnosi precoce è l’incapacità di fornire predizioni circa la
progressione o meno del tumore; rilevano un tumore maligno, presentante le tipiche caratteristiche
istologiche, ma non sono in grado di stabilire quale sia il suo destino.
400
400
Incidence per 100'000 women
Total
300
227 227 350 Large tumors
Total
200 Small tumors
Hypothetical 145 Large tumors
173 300
OVERDIAGNOSIS
100 Small tumors
Incidence per 100'000 women
82 54 250
0
Before (1975-79) After (2008-2012) 200
PREVENTION
300
227 244 100
Total
Actual 200
145 Large tumors
(NEJM 375: 1438) 115 50
100 Small tumors
82 0
0 Before (1975-79) After (2008-2012)
Before (1975-79) After (2008-2012)
Diagnosi precoce
Due condizioni possono rendere inutile o dannoso un programma di diagnosi precoce:
1. l’inefficacia delle cure disponibili: è un problema che ci si è posti rispetto al carcinoma
polmonare, per alcuni istotipi ancora poco curabile, anche se diagnosticato precocemente:
una diagnosi precoce non influisce sulla mortalità, allunga unicamente il periodo di malattia;
2. la sovradiagnosi: si diagnosticano molte lesioni che sarebbero poi regredite, o non sarebbero
mai progredite e si sottopongono questi pazienti a terapie (ed effetti collaterali) inutili.
L’implementazione nella popolazione generale di un programma di diagnosi precoce (screening di
massa) ha come ragion d’essere la riduzione della mortalità (totale, non per singolo tumore). D’altro
canto, oltre a essere estremamente onerosa, la diagnosi precoce distorce molte, se non tutte, le
misure epidemiologiche che quindi cambiano di significato in presenza di screening in atto:
1. le diagnosi aumentano, quindi anche l’incidenza tende ad aumentare (aumenta
inevitabilmente anche la percezione delle persone);
203
Oncologia
2. i tempi di sopravvivenza si allungano, in maniera talora artificiale: si parla di lead time bias. In
ambito non oncologico, si ha un esempio di questo tipo di distorsione nella diagnosi di malattie
ereditarie quali la corea di Huntington: se si effettua la diagnosi a 50 anni e il paziente muore
a 60, la sopravvivenza risulta di 10 anni; implementando un sistema di diagnosi molecolare
neonatale (a 0 anni) il paziente muore sempre a 60 anni, ma la sopravvivenza risulta ora di 60
anni. Si tratta di un incremento di sopravvivenza soltanto apparente, effetto solo
dell’anticipazione diagnostica e non di un equivalente posticipo della morte;
3. le proporzioni dei varî sottotipi di neoplasia (es. stadî, grado, in situ/invasivo) si modificano.
Ad esempio, studiando i sottotipi istologici del carcinoma della cervice uterina, è noto a priori
come un CIN2+ abbia una sopravvivenza molto maggiore di un carcinoma metastatico
invasivo; diagnosticando CIN2+ piuttosto che carcinomi invasivi, nel lungo termine (10 anni) si
assisterà ad una riduzione della mortalità.
Di seguito sono riportate le quantità utilizzate per confrontare le varie metodiche di screening:
Sensibilità = veri positivi/malati
Specificità = veri negativi/sani
Potere predittivo positivo = veri positivi/postivi
Potere predittivo negativo = veri negativi/negativi.
N.B. La sovradiagnosi non ha nulla che fare coi falsi positivi: le neoplasie diagnosticate con
sovradiagnosi sono veri positivi, potenzialmente maligni, che però non lo sarebbero diventati.
Negli screening di massa la caratteristica più critica è la specificità: i falsi positivi possono essere
eliminati soltanto con diagnostica costosa e spesso invasiva.
204
Oncologia
Rischio Relativo
1.5
Con questo esame è tuttavia elevata la
probabilità di sovradiagnosi (30/40%): si riduce
in misura modesta la mortalità, aumenta molto 1.0
l’incidenza.
In realtà non sono molti gli studî quantitativi 0.5
0 1-9 1-11 1-13
sulla sovradiagnosi; il migliore è probabilmente Screening PSA - Anni di follow-up
quello il cui grafico è riportato a lato:
l’implementazione, anche a lunga distanza, del dosaggio del PSA ha portato a una riduzione della
mortalità di appena il 20% e a quasi un raddoppio delle diagnosi. Questi dati hanno condotto a un
ripensamento delle linee guida, che sino a 10 anni fa prescrivevano a tutti gli uomini over 50 un
esame gratuito. Attualmente si adotta un sistema personalizzato che assegna la decisione se
effettuare o meno il test al confronto col proprio medico curante; l’obiettivo è valutare il rischio
individuale del paziente, nonché il suo stato psicologico, dal momento che la terapia disposta in caso
di positività prevede trattamenti chirurgici o ormonali. In questo modo si riduce l’impatto della
sovradiagnosi.
206
Oncologia
Sviluppi tecnologici nello screening del cancro colorettale potrebbero derivare dalla sostituzione
dell’emoglobina nell’esame del sangue occulto con marcatori molecolari più specifici per il cancro,
come una sequenza genica connessa all’evoluzione del cancro del colon (es. le lesioni iniziali hanno
alterazioni dell’oncosoppressore APC).
Screening per cancro allo stomaco, all’endometrio, alla cavità orale, melanomi
Soprattutto nei paesi asiatici, data l’elevata incidenza, si effettuano screening per il cancro allo
stomaco tramite gastroscopia.
I tentavi di sfruttare il Pap-test per una diagnosi precoce del cancro all’endometrio si sono rivelati
infruttuosi. L’unico esame funzionante è l’eco transvaginale, non applicabile a livello di popolazione,
ma soltanto a donne che hanno avuto lesioni o per cui si sospetta un rischio effettivo.
I tumori del cavo orale, causati da fumo, alcool o HPV, sono normalmente preceduti da una lunga
serie di lesioni orali visibili; un’idea originale è l’implementazione di una prevenzione opportunistica,
istruendo i dentisti a individuare, nel corso della visita odontoiatrica, eventuali lesioni neoplastiche
e preneoplastiche precoci, quali leucoplachie, lesioni biancastre o altre alterazioni.
Per quanto riguarda il melanoma è raccomandato l’autoesame e l’esame dermatologico. Al
momento non ci sono raccomandazioni per uno screening di massa.
I grafici sotto riportati (fig. 6) propongono un confronto tra l’impatto della prevenzione
cardiovascolare e quella oncologica: il risultato è alquanto impietoso. Nell'ultimo mezzo secolo, i
tassi di mortalità per malattie cardiovascolari negli americani di età inferiore agli 85 anni si sono
207
Oncologia
ridotti di 2/3, divenendo di fatto inferiori a quelli per cancro, i quali nello stesso periodo hanno
subito prima un piccolo aumento, poi una piccola diminuzione. Le malattie cardiovascolari
rimangono la prima causa di morte sopra gli 85 anni, ma, anche in questa popolazione ad alto
rischio, i relativi tassi di mortalità hanno subito una forte diminuzione, mentre i tassi di mortalità
per cancro sono rimasti stabili.
Un’analisi incentrata sui decessi per cancro nella stessa popolazione (fig. 7), dagli anni ‘90 ad oggi,
mostra che la piccola diminuzione di mortalità per cancro (rispetto a quella per patologie
cardiovascolari) corrisponde in realtà a un gran numero di decessi evitati: più di mezzo milione nella
popolazione maschile e 200.000 in quella femminile. La causa probabile di tale differenza risiede
nelle diverse tendenze all’abbandono del fumo di sigaretta tra uomini e donne, il che a sua volta
suggerisce come la prevenzione primaria sia il principale fattore determinante della tendenza al
ribasso osservata.
208
Oncologia
pazienti con GIST utilizzando lo stesso farmaco. Questa non specificità e tossicità off-target,
quindi, è stata utilizzata per curare due tumori con un unico farmaco. In molti casi, però, gli
inibitori di tirosina chinasi avranno delle tossicità sia perché inibiscono il loro bersaglio, ma
inibiscono anche una serie di tirosina chinasi che sono necessarie a qualche cellula normale
per funzionare correttamente.
210
Oncologia
Studî preclinici
Per prima cosa si effettuano gli studî preclinici. Si tratta di studî in cui, coltivando in vitro cellule
tumorali e cellule normali, e applicando a queste il farmaco (che si suppone essere in grado di
uccidere le cellule tumorali), si può valutare con che efficienza e/o concentrazione il farmaco sia in
grado esercitare il suo effetto. Successivamente, se questo funziona, si passa a studî su modelli
murini. Ci sono varî modelli: quello tradizionale è un topo con tumore di topo. In questo modo è
possibile valutare se col farmaco è possibile curare tumori murini. Oggi c’è anche la possibilità di
utilizzare topi immunodeficienti con tumori umani di interesse, di qualsiasi tipo. Nei modelli murini
si può anche effettuare la terapia delle metastasi, in modo tale da mettere in atto anche studî
finalizzati a colpire le metastasi piuttosto che i tumori primitivi.
211
Oncologia
l’autorizzazione dei farmaci si possono ampliare nel tempo o viceversa restringersi nel tempo. Un
farmaco, il bevacizumab, inizialmente approvato per il tumore del colon e della mammella, ad oggi
viene ancora utilizzato nel trattamento del tumore al colon, ma non più in quello del tumore alla
mammella poiché si è visto che non era sufficientemente efficace.
212
Oncologia
TERAPIE ANTITUMORALI
Parlando di prevenzione, si potrebbe pensare che se un soggetto ha la mattia, allora dovrà essere
curato con una specifica terapia, mentre se non lo è, allora non ne avrà bisogno: in oncologia NON
è così. Infatti, ci sono pazienti che presentano biomarcatori estremamente negativi che fanno
prevedere che abbia delle metastasi, non si è certi che le abbia, ma è molto probabile che sia così.
Se la probabilità di avere metastasi a distanza in un gruppo di pazienti è dell’80%, nella maggior
parte dei casi si decide di procedere con una terapia, proposta a tutti i soggetti, detta terapia
adiuvante. Si tratta di una terapia non somministrata su base deterministica, ma su base
probabilistica, in cui il paziente ha un’alta probabilità di avere metastasi, ma senza mai avere una
certezza assoluta di questo fatto. Il paziente è libero di accettare o meno la terapia: accettando,
potrebbe fare una terapia utile se rientra in quell’80% di casi, ma anche potenzialmente molto
tossica, in quanto c’è un 20% di probabilità che il paziente non abbia metastasi e quindi si
sottoponga a un trattamento per una malattia che non ha. I preventivologi classificano questa
terapia come prevenzione terziaria.
La terapia adiuvante fu
proposta negli anni ‘70, prima
per il trattamento del tumore
alla mammella e poi anche di
molti altri.
C’è anche un’altra modalità
terapeutica detta terapia neo-
adiuvante, preoperatoria o
primaria. Si tratta di un
trattamento in cui prima si
effettua una terapia
farmacologia, tipicamente con
farmaci citotossici, necessarî
per ridurre la massa tumorale,
e poi, dopo qualche mese, si
procede con l’intervento chirurgico conservativo. Lo scopo è permettere un intervento meno
demolitivo e invasivo e portare a una prognosi migliore. Questa terapia viene eseguita per varî tipi
di tumori.
213
Oncologia
CHIRURGIA IN ONCOLOGIA
Circa un 1/3 dei pazienti con tumori maligni, al momento della diagnosi, non hanno metastasi: in
questo caso il chirurgo può guarire il paziente asportando il tumore primitivo. Il problema può
insorgere per alcuni tumori sulla base della loro localizzazione anatomica o della loro estensione
(encefalo o distretto cervico-facciale). Il glioblastoma multiforme, altamente invasivo, può dare
diffusioni metastatiche a livello del lobo frontale, zona non accessibile chirurgicamente e quindi in
cui non si può fare l’exeresi chirurgica. Se ci si trova su strutture extra-cerebrali, invece, ci può essere
un problema nell’essere radicali, come spesso accade per le masse localizzate nel distretto cervico-
facciale. Al di là di questi rari casi, l’exeresi chirurgica radicale risolve in modo definitivo la maggior
parte dei tumori primitivi. Nel 98% dei casi il chirurgo cura i pazienti privi di metastasi. Però i dati
dimostrano che i 2/3 dei pazienti con tumori maligni hanno metastasi conclamate o hanno micro-
metastasi, quindi il chirurgo può fare il primo passo, ma poi è necessario affiancare una terapia
sistemica, tipicamente radiante o farmacologica.
In chirurgia, le tendenze sono verso tecniche sempre più conservative. Questo si scontra con
l’aumentare del rischio di recidive, prevenibili con terapie localizzate come la radioterapia.
Inizialmente, nella chirurgia del tumore della mammella, si procedeva con asportazioni molto
invasive. Ad oggi, invece, il trattamento chirurgico è molto più raffinato e conservativo. L’utilizzo di
tecniche sempre più conservative si scontra con l’invasività, che è una caratteristica fondamentale
del tumore. Una ferita chirurgica rappresenta il terreno ideale per la crescita di cellule tumorali e la
comparsa di recidive locali. Ecco che si adotta un’altra tecnica, associata a quella chirurgica, detta
radioterapia profilattica, poco invasiva e somministrata su base probabilistica.
Le valenze oncologiche della chirurgia si estendono anche alla chirurgia profilattica, utile nel caso
di tumori ereditarî. I chirurghi ritengono che sia estremamente difficile rimuovere in modo
conservativo tutto il tessuto che potrebbe essere interessato dal tumore, quindi la prevenzione sarà
proporzionale alla quantità di tessuto rimosso. Un esempio di questo tipo può essere nella
prevenzione di tumori ereditarî.
Un altro tipo di approccio chirurgico è l’analisi dei linfonodi ascellari nel tumore alla mammella. Si
tratta di una diagnosi che non ha una valenza terapeutica, ma di stadiazione chirurgica.
Infine, abbiamo studiato varî modelli di disseminazione metastatica, come quello del cancro al
colon. Il paziente sviluppa metastasi epatiche dopo qualche anno (2 o 3), e dopo 4 o 5 anni,
metastasi polmonari. Ma, esse sono partite tutte assieme (sono sincrone) o quelle presenti nel
polmone sono partite dal fegato (ad es.)? I dati dimostrano che il modello di riferimento sia quello
metacrono, quindi il tumore primitivo da metastasi epatiche da cui si sviluppano quelle che si
localizzate a livello polmonare. Chirurgicamente (si parla di chirurgia delle metastasi) è possibile
procedere con la rimozione delle metastasi a livello epatico, in modo tale da evitare la
disseminazione terziaria a livello polmonare.
214
Oncologia
La maggior parte dei danni derivanti dalle radiazioni ionizzanti sono dovuti alla formazione di
cascate di radicali dell’ossigeno. Quindi uno dei requisiti affinché questa tecnica funzioni è la
presenza di O2 nel microambiente. Un tumore poco ossigenato è quindi intrinsecamente resistente
alla radioterapia.
I progressi nell’ambito della radioterapia sono principalmente dovuti all’utilizzo di macchinarî
implementati negli ultimi decenni (acceleratori lineari, terapia conformazionale 3D, modulazione
dell’intensità, ecc.), ma anche dall’utilizzo dell’informatica. Oggi i macchinarî hanno fonti di raggi
che ruotano attorno al tumore e, spostandosi, fanno sì che le radiazioni arrivino a tessuti sani
sempre diversi, avendo effetti meno tossici sul singolo tessuto. Davanti al generatore di fasci vi sono
poi degli otturatori di piombo formati da lamelle che sono comandati dal computer e danno una
forma al fascio su immagine del tumore. Il risultato netto è la terapia conformazionale 3D.
Le macchine utilizzate sono molto costose, ma si usano per moltissimi pazienti, rendendo la
radioterapia meno costosa della chirurgia o della chemioterapia.
CHEMIOTERAPIA FARMACOLOGICA
Qualunque terapia farmacologica si chiama chemioterapia. Normalmente però, quando si parla di
chemioterapia, si fa riferimento alla chemioterapia citotossica.
I primi farmaci di questo tipo sono gli antiblastici, ovvero farmaci che uccidono le cellule in attiva
proliferazione. Questi farmaci non agiscono esclusivamente sulle cellule tumorali e quindi, prima di
uccidere le cellule tumorali, uccideranno molte cellule normali (es. precursori delle cellule
emopoietiche, cellule staminali delle mucose, ecc.). Sono quindi farmaci estremamente tossici.
Paragonando questi farmaci a un antibiotico, si osserva come l’indice terapeutico, differenza tra
dose efficace e dose tollerata dal paziente, sia molto ampio per l’antibiotico e sia minimo per i
farmaci tumorali citotossici.
Inoltre, alcune cellule tumorali sfuggono al farmaco, ad es. cellule tumorali poco proliferanti, cellule
resistenti.
In alcuni casi, dopo la terapia, possono emergere delle varianti resistenti a uno o più farmaci. Il
tumore acquisisce quindi il fenotipo multidrug resistant. Queste cellule tumorali presentano delle
pompe di efflusso che prelevano le molecole del farmaco e le espellono dalla cellula. In particolare,
vi è la P glicoprotein che
è in grado di espellere 7-
8 classi diverse di
farmaci. Infine, il gene
codificante queste
pompe può andare
incontro ad
amplificazione.
215
Oncologia
TERAPIA MIRATA
La terapia mirata (targeted therapy) consiste nello studiare le differenze molecolari tra cellule
normali e cellule tumorali, individuare le molecole su cui si può agire e da cui dipende la
sopravvivenza delle cellule tumorali e stabilire quali di queste possono essere bersaglio di strategie
terapeutiche, produrre farmaci che colpiscono selettivamente le cellule tumorali che esprimono il
bersaglio terapeutico e trattare solo i pazienti che hanno tumori che esprimono il bersaglio.
216
Oncologia
Terapia ormonale
Questa è la prima terapia a
bersaglio molecolare.
Nell’immagine vi sono sia il
tumore alla prostata che quello al
seno dato che la logica è la stessa.
217
Oncologia
Questo è uno schema classico dei varî bersagli molecolari. Tutti i box indicano i varî farmaci che
agiscono a diversi livelli per bloccare il segnale mitogenico nella cellula tumorale.
All’esterno della cellula potremo agire su diversi recettori mediante anticorpi monoclonali (hanno
desinenza -mab).
All’interno potremo agire su diversi bersagli come Ras per cui, fino a due anni fa, non esisteva nessun
tipo di inibitore. Da un paio di anni esiste un inibitore mutazione-specifico che agisce su una specifica
mutazione del codone 12 e inibisce una specifica forma di Ras.
Esistono diversi farmaci invece per Raf, tra cui il migliore è vemurafenib, farmaco mutazione-
specifico per una mutazione della posizione 600.
Esistono poi farmaci anti-MEK specifici, oppure anti-MEK/anti-Raf.
Vi sono bersagli che non presentano ancora nessun farmaco specifico, come per esempio IGF-1/IR
(insulin-like growth factor receptor), per cui sono stati messi a punto degli anticorpi monoclonali che
hanno fallito la fase 3. Oggi viene considerato un bersaglio defunto, nonostante sia espresso da
diversi tumori.
218
Oncologia
L’apoptosi è un altro bersaglio molto comune. Si è lavorato molto con farmaci anti-Bcl2 come il
venetoclax.
Le cellule tumorali producono molte proteine malfoldate che, accumulandosi, possono
determinarne la morte. Presentano per questo molte HSP, mediante le quali provano a rifoldare
queste proteine, e un proteosoma funzionante, mediante il quale degradare le proteine malfoldate.
Quindi due classi non scontate di farmaci antitumorali sono i farmaci inibitori del proteosoma e gli
inibitori delle HSP, che hanno valenza principalmente ematologica (leucemie, linfomi).
Letalità sintetica
Se mutano gli oncogeni, abbiamo dei bersagli da colpire con farmaci appositi. Lo stesso non vale per
un oncosoppressore deleto. Per risolvere questo inconveniente si sta sviluppando una terapia che
si basa sul concetto della letalità sintetica, secondo il quale se ci sono due pathway paralleli e la
cellula dipende sul fatto di avere l’uno o l’altro, se rimuoviamo entrambi inneschiamo la morte
cellulare.
Pensiamo alla riparazione dei double strand break (rotture a doppio filamento). Per questo processo
abbiamo due pathway: l’homologous recombination (HR) e il non-homologous DNA end joining
(NHEJ). Se la cellula ha una mutazione a carico di BRCA 1/2, viene meno HR e la cellula rimane molto
fragile perché per riparare i double strand break gli rimane solo il non-homologous DNA end joining.
È stata quindi individuata una proteina, PARP, implicata in NHEJ per cui sono stati messi a punto dei
farmaci inibitori che bloccano il processo in cui è implicata PARP e la cellula sarà così privata dei due
pathway per riparare i double strand break e andrà incontro a morte.
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SITUAZIONE ATTUALE
Il grafico rappresenta un esempio clinico di melanoma metastatico. Si può osservare come con la
chemioterapia, a distanza di due o tre anni, l’80% dei pazienti muore. È apprezzabile un sensibile
miglioramento dei dati nelle terapie su base dei nuovi farmaci mirati come gli inibitori di BRAF, quelli
di PD-1 e altri.
223
Oncologia
tipo sono molto pochi dagli anni 50’ agli anni 80’. Con la scoperta poi dei primi farmaci a bersaglio
molecolare efficaci iniziarono molti studî che determinarono un’impennata nel numero di farmaci
approvati specifici per determinati bersagli molecolari. Vi sono ancora tumori che presentano dei
bersagli verso i quali non sono ancora stati individuati dei farmaci, però gli ultimi risultati riguardanti
Ras (un tempo detto “bersaglio undrugable”, non bersagliabile dai farmaci) fanno sperare il meglio.
I farmaci citotossici tradizionali si stanno esaurendo e sono ormai poco utilizzati.
Nuove molecole possono venire da approcci high-throughput e nanotecnologie applicate a specifici
modelli biologici che possono permetterci di ottenere nuovi vettori mediante i quali veicolare i
farmaci.
L’approccio oggi più utilizzato è la terapia a bersaglio molecolare che ha portato in clinica già diversi
farmaci efficaci. Molti nuovi farmaci di questo tipo, specifici per un determinato bersaglio, sono in
continua produzione per colpire in modo specifico determinate forme tumorali sempre diverse.
L’idea è che, continuando su questa strada, si arriverà a ottenere terapie che miglioreranno
gradualmente le percentuali di sopravvivenza per tutti i varî tipi di tumore.
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Oncologia
226
PARTE II
PATOLOGIA
GENETICA
Patologia Genetica
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
nella popolazione. Esempî di malattie legate all’X sono l’emofilia e la distrofia muscolare di
Duchenne.
PENETRANZA ED ESPRESSIVITÀ
L’espressività di un tratto si riferisce alla gravità e alla natura del fenotipo: la stessa mutazione, in
soggetti diversi, può provocare fenotipi molto diversi.
La penetranza di un tratto si riferisce alla percentuale di individui portatori della mutazione che
manifestano il fenotipo patologico. Per ragioni solo parzialmente note, è possibile che tra cento
individui, che hanno una particolare mutazione per un gene, solo novanta sviluppino la malattia.
Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici: nel caso di una malattia autosomica dominante,
l’allele sano potrebbe essere comunque in grado di moderare la gravità del quadro clinico, oppure
il prodotto di altri loci genici potrebbe compensare la mancanza di metà del prodotto genico.
MALATTIE MULTIFATTORIALI
Generalmente in patologia si considerano i tratti multifattoriali come patologici, ma ovviamente
esistono numerosissimi tratti multifattoriali non patologici, in primis l’intelligenza, la quale è stata
ampiamente studiata per cercare di capire quale sia il contribuito dei geni e quale quello culturale.
Per capire quale sia il contributo
ambientale e quale il contributo del
genoma nello sviluppo di un
particolare tratto, patologico o meno,
bisogna studiare i gemelli, munendosi
di una numerosa coorte di gemelli sia
monozigoti che dizigoti. I gemelli
monozigoti condividono il 100% del
genoma, i gemelli dizigoti circa il 50%.
Consideriamo il labbro leporino,
malattia congenita controllata da numerosi geni, che non segue le leggi dell’ereditarietà mendeliana
(per quanto in alcune famiglie sia più comune che in altre).
Si ricerchino 200 individui con labbro leporino (una coorte più numerosa dà, in linea di principio,
risultati più precisi): 100 di questi devono avere un gemello monozigotico e i restanti 100 devono
avere un gemello dizigotico. A questo punto bisogna stabilire quanti di questi gemelli abbiano il
labbro leporino.
In quaranta coppie di gemelli monozigotici, entrambi i gemelli hanno il labbro leporino, quindi la
concordanza è del 40%, mentre la stessa valutazione, sui gemelli dizigotici, conduce a una
concordanza del 4%.
Come vanno interpretati questi risultati? È indubbia la presenza di una forte componente ereditaria,
ma i geni non possono spiegare interamente il carattere “labbro leporino”. Se il tratto fosse solo
genetico, la concordanza nei gemelli monozigotici dovrebbe essere del 100%.
Nei caratteri multifattoriali influisce l’ambiente, ma anche il caso: il labbro leporino è un carattere
congenito, e i gemelli monozigotici condividono l’ambiente intrauterino. Però, per via di complessi
fenomeni morfogenetici riconducibili al caso, solo uno dei gemelli potrebbe aver sviluppato il
carattere, mentre l’altro gemello potrebbe essere più fortunato.
231
Patologia Genetica
MALATTIE MITOCONDRIALI
Le malattie mitocondriali sono dovute all’alterazione dei geni contenuti nel DNA mitocondriale.
I prodotti dei geni mitocondriali sono coinvolti nella
fosforilazione ossidativa: sono essenzialmente proteine
della catena respiratoria, e ovviamente RNA non
codificanti (rRNA e tRNA). Queste malattie si
trasmettono per via matrilineare a tutti i figli, sia maschi
che femmine, ma è possibile che si manifestino con
intensità e sintomi diversi nei figli.
Nell’albero genealogico i soggetti vengono valutati per
quattro segni clinici, che possono essere gravi (indicati
con il colore nero) oppure lievi (indicati con il colore
rosso).
La madre soffre di miopatia mitocondriale e sordità
gravi, di epilessia mioclonica ed EEG anormale lieve, ma
non soffre di demenza.
Tutte e tre le sue figlie femmine soffrono di forme gravi
della malattia della madre, mentre il figlio maschio
mostra forme lievi di sordità e di miopatia
mitocondriale.
La progenie della donna 1 ha tutti i segni clinici in forma grave. La progenie della donna 3 ha segni
clinici molto lievi. La progenie del maschio 4 è perfettamente sana, essendo l’eredità mitocondriale
matrilineare.
A cosa si deve questa grande variabilità? Non tutti i mitocondrî materni contengono DNA con
alterazioni funzionali: una proprietà dei mitocondrî è l’eteroplasmia, cioè la presenza di più tipi di
genoma mitocondriale nella stessa cellula. Verosimilmente, gli ovociti, da cui hanno avuto origine i
quattro figli, avevano un corredo genomico mitocondriale diverso; inoltre, durante le divisioni
cellulari dello zigote, i mitocondrî si sono diffusi in maniera peculiare per ogni figlio, terminando in
diversi distretti del corpo. Se le cellule che danno origine ai muscoli scheletrici provengono da
precursori caratterizzati da genoma mitocondriale malato, l’individuo sarà affetto dalla miopatia
mitocondriale, ma, se invece dovessero provenire da precursori sani, la malattia non si
svilupperebbe. Tipicamente la malattia insorge una volta superata una certa soglia di materiale
genetico disfunzionale.
Le malattie mitocondriali colpiscono principalmente i tessuti a grande richiesta energetica (il
nervoso e il muscolare). Anche gli organi di senso sono frequentemente colpiti.
232
Patologia Genetica
Mutazione di senso
La mutazione “di senso”, o “missense”,
altera un codone codificante e può portare
alla sostituzione di un amminoacido con
un altro. In questo caso si parte da un gene
contenente la tripletta TTA codificante per
una leucina che, a seguito della
mutazione, vede sostituita una T da una C
così da ottenere una nuova tripletta TCA
codificante per una serina. La proteina che
viene fuori dal gene che ha subito una
mutazione missenso è normale per tutti gli
amminoacidi, eccetto uno, motivo per cui
spesso si parla di sostituzione
amminoacidica.
Mutazione nonsenso
La mutazione “non senso”, o “nonsense”, consiste nella sostituzione di una base con un’altra e ha
come effetto la comparsa di un codone di stop prematuro. Nell’esempio preso in considerazione, il
secondo nucleotide della tripletta TTA viene sostituito da una G in modo tale da ottenere TGA,
codone non codificante per un amminoacido, che causa lo stop della traduzione. In questo caso la
sintesi proteica dà origine a una proteina tronca.
Mutazione frameshift
La mutazione “frameshift”, letteralmente, fa riferimento a uno slittamento del quadro di lettura e
consiste in delezioni o inserzioni nella sequenza nucleotidica di un numero di nucleotidi variabile,
mai multiplo di tre. Nell’esempio, a partire dalla sequenza TCA, si ha la scomparsa per delezione
della C. Durante il processo di traduzione, si avrà la codifica della tripletta TAC e un conseguente
slittamento nella lettura di tutte le triplette che seguono quella mutata. La diretta conseguenza è
che la proteina neoformata vede una sostituzione di tutti gli amminoacidi a partire dal punto in cui
è avvenuta la mutazione in poi.
NB. Quando si ha delezione o inserzione di un numero di nucleotidi multiplo di tre, avviene comunque
una mutazione che causa rispettivamente la scomparsa o l’aggiunta di una serie di amminoacidi,
tuttavia non comporta lo slittamento del quadro di lettura indietro o in avanti.
Mutazione silente
In questo caso si considera sempre la tripletta TTA codificante per una leucina in cui la A viene
sostituita da una G. Si ottiene TTG, anch’essa una tripletta codificante per la leucina. La mutazione
silente è ininfluente e la proteina che si ottiene è identica a quella di partenza.
Espansione di sequenza
L’espansione di sequenza porta alla formazione di una sequenza amminoacidica più lunga ripetuta.
Nel caso in esame si prende in considerazione l’espansione di una tripletta: dopo il codone di inizio
ATG la sequenza CAG si ripete un numero variabile di volte in base alle circostanze.
233
Patologia Genetica
DNA ED RNA
Attenzione a non confondere inizio e fine della trascrizione con inizio e fine della traduzione. È
sbagliato pensare che tutto l’mRNA presente nel citoplasma venga tradotto in proteina.
Considerato un tratto di DNA genomico, si prenda in esame un gene costituito da 8 esoni denominati
da E1 a E8. Il promotore si trova a monte dell’esone E1; esso fa riferimento a una sequenza che è
situata prima del sito d’inizio della trascrizione. Sul promotore si lega l’RNA-polimerasi II e tutti i
fattori di trascrizione, proteine in grado di legare sequenze di DNA, necessarî all’espressione del
gene. Da questo punto in poi ha inizio la trascrizione che terminerà nel momento in cui giunge un
segnale di poliadenilazione. Con la trascrizione termina, quindi, la formazione dell’mRNA, il quale
andrà incontro a splicing, processo che rimuove gli introni e salda insieme tra loro gli esoni.
La sintesi della proteina può iniziare anche dentro la sequenza in questione, quindi può esserci una
regione in 5’ che non farà parte della proteina sintetizzata: la sintesi inizia a partire da una tripletta
AUG. La traduzione va avanti finché non incontra la sequenza TGA, corrispondente a un codone di
stop. Osservando l’immagine, solo la porzione colorata in grigio prende parte alla formazione della
proteina. Tutto ciò che nell’mRNA si trova a monte di questa sequenza prende il nome di 5’UTR
(regione non tradotta al 5’); tutto quello che si trova dopo la sequenza di stop viene indicato come
3’UTR (regione non tradotta al 3’) e, a differenza della 5’UTR, può essere molto lunga, persino più
lunga della sequenza codificante. Sia 3’UTR che 5’UTR sono importanti sequenze di regolazione
genica. Da ciò ne deriva che non tutti gli esoni sono codificanti: nell’esempio E1 non lo è.
234
Patologia Genetica
Cause di mutazioni
• Agenti fisici: radiazioni eccitanti (UV e luce visibile) e ionizzanti (raggi α, β e γ).
• Agenti chimici: sostanze chimiche (idrocarburi aromatici e altri cancerogeni).
• Errori nei processi mitotici e meiotici.
• Errori della DNA-polimerasi.
Qui di seguito è riportato uno schema rappresentativo degli errori che la DNA-polimerasi compie
durante la replicazione del DNA. I numeri riportati rendono l’idea di quanto siano frequenti le
mutazioni all’interno del genoma umano.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
I monoaddotti provocano grosse distorsioni della doppia elica che reclutano e attivano delle
proteine XP codificate da geni presenti nello xeroderma
pigmentosum*. Una volta rilevato il danno, si ha,
dunque, il reclutamento del complesso di riparazione
formato dalle XP, a cui segue l’azione dell’elicasi, e poi di
un’endonucleasi, per la rimozione di un segmento di
circa 30 nucleotidi contenente la mutazione; si ottiene
un filamento singolo che servirà da stampo per la
neosintesi del filamento complementare: il processo
termina con la ligazione del filamento neoformato. In
questo caso p53 è importante sia per il NER che per
l’apoptosi da esso indotta.
*Lo xeroderma pigmentosum è una malattia autosomica
recessiva dovuta all’inattivazione di entrambe le copie di
un gene XP (es. sono mutati entrambi gli alleli per XP-A).
La malattia non si manifesta se si ha un’alterazione
eterozigote di due geni XP (es. è mutato un allele per XP-
A e un allele per XP-B). I sintomi consistono in una
gravissima intolleranza alle radiazioni solari che causano
lesioni gravi sulla cute e una forte predisposizione a sviluppare tumori cutanei.
237
Patologia Genetica
Ku70 e Ku86 sono le molecole che legano le estremità cromosomiche e richiamano la DNA-
dipendente protein chinasi (DNA-PK) che compie l’attacco aspecifico. Quando invece la DNA-PK
fosforila la p53, induce l’apoptosi.
Una variante del NHEJ sfrutta micro-omologie di 2,6 basi e, per questo, è chiamata
“microhomology-mediated end joining” (MMEJ). L’MMEJ può talvolta causare microdelezioni.
238
Patologia Genetica
Una volta formatosi il 3’ overhangs, potrebbe agire anche Rad51 che attacca l’estremità sporgente
e media l’invasione da parte della sequenza del cromatidio fratello (situazione simile a quella del
crossing-over in cui un cromatidio invade l’altro a cui si sostituisce).
Questi due meccanismi sono in competizione tra loro: benché la MMEJ sia più precisa dell’NHEJ,
questa si può verificare solo se il DNA è già stato replicato, mentre NHEJ può agire sempre.
Domanda: Una domanda sul concetto di “penetranza”. Quando si parla di individui portatori della
mutazione si parla di portatori anche in eterozigosi, giusto? Per cui solo una malattia autosomica
dominante (e non una recessiva) potrebbe avere una penetranza pari al 100%?
Risposta: Si può anche avere una malattia autosomica recessiva in cui si verifica una situazione per
cui sul piano strettamente genetico l’individuo dovrebbe “essere malato” ma non lo è, perché si ha
il contributo di altri loci genici che possono vicariare la funzione dei geni mutati.
Domanda: BER è lo stesso che ripara la rimozione degli uracili generati da AID e poi rimossi
nell’ipermutazione somatica?
Risposta: Sì, esatto.
239
Patologia Genetica
ABERRAZIONI CROMOSOMICHE
Le aberrazioni cromosomiche sono delle alterazioni grossolane del numero e della forma dei
cromosomi.
La più comune è la trisomia 21, sindrome di Down.
Prima di chiamarla sindrome da delezione del 22q11.2, era usato un altro termine per indicare
questa condizione: CATCH22. Questo acronimo, però, da diversi anni, è caduto in disuso, poiché
considerato “politicamente scorretto”: “Catch 22” è il titolo di una serie TV umoristica degli anni
‘50-‘60 basata sulla vita militare di americani durante la Seconda Guerra Mondiale, ed è considerato
inadeguato accostare il nome di una serie TV ad una malattia così grave. Malgrado ciò, questa sigla
risulta comunque utile poiché consente, come spiegato di seguito, di ricordarne i segni clinici
caratteristici:
• Cardic defect: difetti cardiaci;
• Abnormal facies: dismorfismi facciali;
• Thymic hypoplasia: ipoplasia timica;
240
Patologia Genetica
Nel disegno del cromosoma 22 ci sono delle regioni rosse, che presentano un’estesa omologia tra
di loro, e queste sono la causa principale della formazione della lesione cromosomica. Infatti, si
tratta di problemi che concernono il crossing over (appaiamento degli omologhi nella meiosi)
ineguale durante la meiosi.
241
Patologia Genetica
Nella figura si possono vedere due cromosomi, ognuno composto da sequenze 1-2-3 che presentano
notevoli omologie tra di loro (queste sequenze sono una schematizzazione delle sequenze rosse
della figura precedente): 1 è simile a 2 che è a sua volta simile a 3.
Questo può creare problemi nel momento dell’appaiamento perché si può verificare, anche se con
frequenza limitata, un appaiamento scorretto: nell’esempio riportato in figura, 1 si appaia con 2, 2
si appaia con 3 e 3 non è appaiato con niente.
Questo fenomeno è simile a quello che accade quando ci si abbottona la camicia senza prestare
attenzione e si infila un bottone in un’asola non corrispondente.
Se all’interno di questa regione avviene il crossing over (DNA tagliato tra 2 e 3 e tra 1 e 2 come da
figura), quello che segue sono due nuovi cromosomi: uno formato da 1-2-2-3 (questo cromosoma
subirà una duplicazione, ricordiamo inoltre che nella regione fra 1, 2 e 3 sono presenti altri geni,
anch’essi subiscono lo stesso destino) e un altro formato da 1-3 (delezione).
Ecco perché quindi le regioni tipicamente delete [vedi immagine precedente] sono quelle che
stanno tra due di queste zone (sono delimitate da regioni a elevata omologia).
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Patologia Genetica
meno tutti i segni classici della delezione del 22q11.2 (non solo il fenotipo cardiaco), quindi i 5 segni
caratteristici che precedentemente elencati (compresa ipoplasia timica e ipocalcemia).
TBX1 è un fattore di trascrizione particolarmente espresso durante lo sviluppo embrionale a livello
della terza e quarta tasca faringea.
Quello che si vede nell’immagine è come tutti e tre i foglietti embrionali siano coinvolti nella
formazione di questi organi.
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Patologia Genetica
[Dalle lezioni del prof. Strippoli]: «…il gene più grande non è più considerato quello per la distrofina
[…], ma è un gene lungo circa due milioni e mezzo di coppie di basi (2,47 Mbp), RBFOX1 …»
La madre, per accertarsi di non essere portatrice sana della distrofia, può rivolgersi a un consultorio
per analisi genetica. In questo modo può sottoporsi a un’analisi non invasiva prelevando un
campione di DNA dalla mucosa della bocca. Se non è portatrice, non ci sarà nessuna cellula con
cromosoma X mutato.
La madre portatrice della mutazione in tutte le cellule somatiche non manifesta la malattia. Tuttavia,
non è detto che non siano evidenziabili delle alterazioni rispetto alla norma.
Per esempio, queste donne di solito hanno un aumento della creatina chinasi nel plasma (che si può
rilevare facilmente con un test biochimico sul sangue e non con sequenziamento genico), che è un
classico enzima del muscolo. Questo significa che hanno quindi un danno muscolare sub-clinico (non
così importante da dare origine a una malattia), ma sono comunque sane. La presenza di cellule
muscolari che presentano l’alterazione può essere dovuta in parte alla lyonizzazione (questo
termine deriva dal fatto che tale meccanismo fu studiato originariamente dalla biologa britannica
Mary Lyon), fenomeno che porta all’inattivazione casuale di uno dei due cromosomi X nella
femmina. In questo caso, sarà presente un X portatore di gene DMD normale e l’altro X portatore
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Patologia Genetica
di una forma mutata del gene DMD. L’inattivazione dell’X è un fenomeno che riguarda aree di
cellule, quindi zone di corpo (in alcune zone del corpo è inattivato un cromosoma X, in altre è
inattivato l’altro cromosoma X).
Bisogna quindi vedere in quella particolare donna in quale percentuale delle cellule muscolari
scheletriche è inattivato il cromosoma X con DMD funzionante e in quale percentuale è inattivato il
cromosoma X mutato. Se viene inattivata per lyonizzazione la copia dell’X con DMD funzionante,
sarà una condizione peggiore, perché questo fa sì che la copia attiva sarà quella mutata.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
diverso, in una condizione che viene definita “mosaico” (il mosaicismo può avvenire ad
esempio nella sindrome di Down, per cui un soggetto ha parte delle proprie cellule che sono
correttamente con 46 cromosomi e parte delle proprie cellule che ne hanno 47, quindi
hanno 3 copie del cromosoma 21). Qui invece il mosaicismo riguarda il corpo di uno dei due
genitori, poiché durante lo sviluppo embrionale di uno dei due genitori si è verificata una
mutazione in una singola cellula a carico del gene COL1A e questa mutuazione è stata
ereditata da tutte le cellule figlie, quindi il soggetto (padre o madre) ha una parte delle cellule
che hanno genotipo normale e una parte che hanno invece la mutazione del gene COL1A.
Può essere che l’area del corpo colpita dalla mutazione non dia origine al tessuto osseo
(quindi è fenotipicamente normale), mentre se l’area mutata comprende le gonadi, allora i
gameti saranno per metà portatori della mutazione. Quel padre o quella madre avranno
quindi probabilità del 50% di dare origine a bambini con la OI di tipo 2.
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Patologia Genetica
La fibrosi cistica si associa a una maggiore salinità del sudore, tanto che una storia vuole che nel
passato, soprattutto le madri del nord Europa, quando sentivano con le loro labbra che il sudore del
figlio era particolarmente salato, sapevano che quel bambino non sarebbe sopravvissuto.
Il test del sudore viene ancora usato per fare diagnosi di fibrosi cistica e prevede la misurazione della
conducibilità elettrica e quindi indirettamente del grado di salinità del sudore.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
Nella tabella sottostante (non è da imparare a memoria, serve solo per dare un’idea della
numerosità e diversità) si ha un elenco delle diverse tesaurismosi e si può notare una caratteristica
comune di accumulo di glicoconiugati. Nella glicogenosi (malattia di Pompe) si ha un accumulo di
glicogeno per il deficit di una glucosidasi lisosomiale; vi è una serie di sfingolipidosi, tra cui la
malattia di Tay-Sachs, in cui vengono accumulati dei glicolipidi; nelle solfatidosi con accumulo di
solfatidi; vi sono poi le malattie di Hurler e di Hunter date dall’accumulo di glicosamminoglicani
(GAG).
Vi sono poi anche tesaurismosi che non hanno a che fare con gli zuccheri: la malattia di Wolman,
causata dalla carenza di una lipasi acida che provoca un accumulo di trigliceridi, e una malattia da
mancanza di fosfatasi acida.
252
Patologia Genetica
Malattia di Tay-Sachs
È una malattia che ha forte base etnica, infatti la frequenza allelica di questi geni mutati è
particolarmente elevata nel gruppo etnico degli ebrei aschenaziti, di discendenza europea centrale,
settentrionale e orientale (ebrei russi, tedeschi, polacchi …).
Il meccanismo alterato in questa malattia è quello della degradazione del ganglioside GM2. Il
ganglioside è un glicolipide costituito da ceramide inserito nella membrana e da una catena
glucidica formata da quattro zuccheri (glucosio, galattosio, N-acetilgalattosammina e acido sialico
[NANA]).
All’interno dei lisosomi N-acetilgalattosammina deve essere staccata per permettere la
degradazione di questo ganglioside. Il processo avviene ad opera di un complesso enzimatico ad
attività esosamminidasica, formato da una catena α, una catena β e una proteina attivatrice.
Nella malattia di Tay-Sachs propriamente detta (variante classica) è difettiva la catena α. In una
variante, detta malattia di Sandhoff, è difettiva la catena β. In un’altra variante vi è deficit della
proteina attivatrice. Siamo in un caso di eterogeneità di locus: ci sono almeno tre loci genici che
producono la stessa malattia.
È una malattia estremamente grave che porta alla morte il bambino nel giro di 2-3 anni. I gangliosidi
sono molto prodotti a livello del SNC e il loro accumulo intracellulare nei neuroni è incompatibile
con la vita delle cellule.
Domanda: Riguardo alla correlazione tra il mosaicismo gonadico e l’insorgenza della malattia: se le
gonadi di un genitore sono mutate allora significa che lo saranno anche i gameti?
Risposta: Può succedere che durante lo sviluppo embrionale di uno dei due genitori, una mutazione
colpisca casualmente il gene COL1A di una cellula. A questo punto tutte le figlie di questa cellula
avranno la mutazione e quindi ci sarà un’intera area del corpo del genitore che presenterà questa
mutazione. Se l’area è per esempio il basso ventre e comprende quindi anche le gonadi, allora metà
dei gameti avrà la mutazione (perché si tratta di una mutazione che colpisce solo uno dei due alleli)
253
Patologia Genetica
e l’altra metà no. Per quella coppia quindi ci sarà la stessa probabilità di avere un figlio malato con
osteogenesi imperfetta di tipo 2 e un figlio sano.
Le persone con mosaicismo gonadico sono perfettamente sane.
Domanda: Gli effetti delle mutazioni a carico del gene per CFTR che ha mostrato si riscontrano
esclusivamente nelle cellule dei dotti ghiandolari o ci sono effetti anche negli adenomeri?
Risposta: Le mutazioni sono presenti in tutte le cellule dell’organismo, però il fenomeno di accumulo
del muco è più spiccato nei dotti. Si ha un effetto tanto maggiore quanto più quel distretto produce
muco.
254
Patologia Genetica
1
Regione genomica che precede l’inizio della trascrizione a cui si attacca la RNA polimerasi II e un set di fattori di
trascrizione che consentono la trascrizione di quel gene.
255
Patologia Genetica
La metilazione del DNA consiste nell’aggiunta di gruppi metilici alle citosine che precedono le
guanine nelle CpG islands2, che sono zone classicamente posizionate nel promotore del gene nelle
quali la frequenza di nucleotidi C e G è particolarmente alta.
Esistono anche zone ai margini di queste “isole” in cui la densità del dinucleotide CpG è più bassa:
per analogia col concetto di isola, si parla di CpG shores, regioni di confine tra le open sea CpG,
molto rare, e le CpG islands (alta densità del dinucleotide). Le CpG shores vengono distinte in:
• Northern shores, se si trovano a monte dell’isola CpG;
• Southern shores, se si trovano a valle dell’isola CpG e sono seguite dall’inizio della regione
codificante del gene che viene trascritta.
Inoltre, esistono siti di metilazione localizzati in punti lontani dal promotore (esempio nelle
sequenze introniche) detti siti open sea.
Al Professore ultimamente è capitato di studiare la metilazione attraverso data base pubblici. Le
tecnologie (dette “high throughput”) oggi consentono di analizzare una quantità enorme di
campioni ottenendo una quantità gigantesca di dati in maniera relativamente semplice: si usano
strumentazioni sofisticatissime che sono in grado, ad esempio, di mostrare come sono metilati tutti
i geni in centinaia di pazienti affetti da una determinata patologia. Il Professore, che studia i tumori
del colon, ha potuto scaricare da siti pubblici dei dati (a cui non è semplice accedere, ma sono a
disposizione di tutti): ha potuto quindi sapere quanto un gene di suo interesse fosse metilato e dove
lo fosse in centinaia di pazienti. Il Professore ha così scoperto cose inaspettate: per esempio, alcuni
siti che sembrano marginali, anche in “mare” aperto, sono molto importanti per la regolazione di
quel gene. Comunque, oggi esistono tecnologie in grado di analizzare tantissimi campioni ottenendo
una quantità enorme di informazioni, che fortunatamente vengono messe in database pubblici:
quindi, i ricercatori hanno a disposizione una quantità di dati impossibile da ottenere eseguendo
studi localmente.
Un ulteriore livello di controllo dell’espressione genica è ottenuto modificando gli istoni: la
metilazione e/o acetilazione di queste proteine regola l’accessibilità trascrizionale del DNA. In
particolare:
2
La lettera “p” indica il legame fosfodiesterico.
256
Patologia Genetica
• l’acetilazione, una modificazione che avviene a livello delle code istoniche, attiva la trascrizione
rendendo la cromatina più aperta (eucromatina);
• la metilazione e la deacetilazione rendono trascrizionalmente inattivo quel gene o quel gruppo
di geni (eterocromatina).
257
Patologia Genetica
258
Patologia Genetica
Per il funzionamento degli enhancers è fondamentale il processo di ripiegamento del DNA, che è a
sua volta regolato: infatti, il ripiegamento è mediato da proteine, le CTCF, che si legano a sequenze
di DNA ricche di citosina3 (CCCTC).
Queste proteine, quando si legano a CCCTC, fungono da isolatori, impedendo al DNA di ripiegarsi e
di portare l’enhancer in prossimità del promotore. Il legame tra CTCF e CCCTC è regolato dalla
metilazione dei residui di citosina: CTCF lega le sequenze CCCTC solo se le citosine non sono
metilate.
In questo caso, quindi, la metilazione di alcune citosine non inibisce la trascrizione genica, ma la
stimola.
Questo meccanismo può essere all’origine di un’attivazione inappropriata di oncogeni (esempio
dell’immagine sottostante).
Le anse sono delimitate dagli isolatori
(CTCF). Se è presente un’ipermetilazione
di CCCTC, allora CTCF non si lega più a
questa regione: il promotore è quindi
libero di interagire con l’enhancer e
l’oncogene è trascritto eccessivamente.
Territorî cromosomici
La tecnica utilizzata per ottenere queste immagini è la FISH (Fluorescent In Situ Hybridization), che
consiste nell’utilizzo di sonde marcate con una sostanza fluorescente (fluorocromo) specifiche per
ogni cromosoma.
Il DNA in un nucleo interfasico4 non è un groviglio confuso e indistinto: i cromosomi sono situati in
precise regioni del nucleo e ciò è fondamentale per la loro funzione e per la regolazione della loro
attività. Dalle immagini si può anche osservare che i cromosomi si dispongono ordinatamente come
gomitoli.
Le porzioni del cromosoma che si trovano più profondamente sono quelle trascrizionalmente più
attive, mentre quelle più vicine alla membrana nucleare sono tendenzialmente meno attive.
3
Da non confondere con promotori e isole CpG!
4
La cellula non si sta dividendo (è in normale fase operativa), dunque il DNA non è condensato.
259
Patologia Genetica
5
Condizioni di stress estremo come, ad esempio, una guerra (violenze e incertezze vissute sia dai soldati sia dai cittadini).
260
Patologia Genetica
Questi meccanismi sono stati e tuttora sono studiati nei topi, nei quali è facile riprodurre una
condizione di stress negativo (distress) perpetuo; ad esempio, si possono mettere due topi maschi,
uno magro e debole e l’altro grosso e aggressivo, nella stessa gabbia: il topo magro subisce
continuamente la prepotenza e le angherie del topo più grosso senza poterci fare nulla6; questa
condizione porta a un’alterazione dei pattern epigenetici di svariati geni attivi nel SNC.
Negli ultimi anni è emerso che questi pattern possono essere trasmessi alla progenie: sono quindi
in una certa misura ereditabili. L’eredità di questi pattern quindi avviene:
• Per via “culturale”
È evidente anche in famiglie umane che i genitori stressati, comportandosi da tali, inducono lo
stesso temperamento nei figli.
• Per via biochimica
I pattern epigenetici sono presenti anche nei gameti, permettendo quindi una trasmissione al
figlio delle basi molecolari dello stress del genitore.
Nei topi, una scarsa qualità delle cure materne induce una maggiore metilazione genica nel SNC e
un temperamento passivo e “depresso” nei figli. Questi figli passivi e “depressi” indurranno un
analogo temperamento nei loro figli.
6
Questa è la tipica condizione di distress, ovvero lo “stress cattivo” che porta a sentirsi depressi.
7
Il celeberrimo esempio della sua teoria è quello della giraffa: il mammifero aveva il collo corto, ma doveva allungarsi
per brucare le foglie sempre più in alto e così il collo si allungava di generazione in generazione.
261
Patologia Genetica
Uno studio relativamente recente [del 2019] evidenzia dei possibili meccanismi di compensazione
nel caso in cui uno dei due alleli di un determinato gene non sia funzionante.
Vengono ripresi i concetti di penetranza ed espressività, conseguenze dei quali possono essere la
manifestazione o meno di una malattia, pur essendo presente la stessa mutazione genica nei diversi
soggetti. Le cause possibili di questo fenomeno sono molteplici (es. meccanismo di compensazione
per mutazioni non senso).
In presenza di mutazioni non-senso, l’RNA viene degradato dal meccanismo “non-sense-mediated
decay”. I frammenti che si originano possono essere utilizzati da un sistema multi-enzimatico che si
serve, come mostra l’immagine, di molecole come Upf3a e COMPASS. Questi hanno la funzione di
utilizzare un frammento di RNA per cercare sul genoma un gene simile, che potrebbe essere proprio
l’allele wild type (l’allele corretto). Agendo dunque sulla metilazione e acetilazione degli istoni, gli
enzimi attivano la trascrizione di geni compensatori o dell’allele wild type, laddove esistano.
In tal modo si viene ad attivare una compensazione che può sopperire alla mutazione non-senso
presente sull’altro allele.
262
Patologia Genetica
263
Patologia Genetica
® Il tool legge la sequenza anche sul filamento opposto, sempre da 5’ a 3’, ma sul filamento
complementare al precedente. Tuttavia, anche in questo caso i risultati presentano
numerose sequenze di stop, confermandoci quindi che il modulo di lettura corretto è il terzo
trovato dal tool.
Tornando a Xist, esso dà degli output senza modulo di lettura aperto, comunque lo si analizzi. Perciò
i ricercatori conclusero che Xist non avesse un ORF (open reading frame) e che quindi doveva
svolgere la propria funzione biologica come tale, come RNA non messaggero.
Ad oggi, ciò che si sa di Xist è che esso entra a far parte di un complesso ribonucleoproteico che va
a regolare la metilazione e l’acetilazione di svariati geni (in particolare dei geni che trova attivi e che
spegne, deacetilandoli e metilandoli). Il complesso si attiva e progressivamente rende
completamente eterocromatinico uno dei due cromosomi, che diventerà corpo di Barr.
A regolare l’attività di Xist è preposto l’antisenso di Xist: Tsix (equivale a Xist letto al contrario,
infatti). Esso è un trascritto che viene prodotto a partire dal cromosoma X che rimarrà attivo.
Riepilogando:
- cromosoma che non verrà inattivato: non si attiva Xist ma si attiva Tsix;
- cromosoma che verrà inattivato: si attiva Xist e non si attiva Tsix.
264
Patologia Genetica
Snord 116
SNORD 116 è un RNA con regioni di autocomplementarietà, che
formano dei loop. Questi SNOR sono caratterizzati dalla
presenza del box D, situato in prossimità del terminale 3’. Le
regioni al 5’ e al 3’ sono complementari e consentono la
formazione di una struttura “stem” (freccia grande). La molecola
snoRNA contiene un elemento antisenso (un tratto di 10-20
nucleotidi precedente al box D), complementare alla sequenza
posta attorno alla singola base destinata alla modifica nella
molecola pre-RNA target, con la quale formerà un duplex.
Gli snoRNA sono una componente delle small nucleolar
ribonucleoprotein (piccole ribonucleoproteine nucleolari o
snoRNP), composte appunto di snoRNA e di proteine.
Tipicamente, lo snoRNA conduce l'intero complesso snoRNP presso l'esatto sito di modificazione
del pre-RNA bersaglio, appaiandosi a esso. In seguito, la componente proteica catalizza la modifica
della base di RNA bersaglio (in questo caso metilandola).
Dunque, l’attività dei piccoli RNA nucleolari, che metilano altri RNA, interferisce sull’elaborazione
del prodotto proteico, e non direttamente sulla trascrizione.
IMPRINTING PARENTALE
Si definisce gene imprinted un gene “bloccato” da meccanismi epigenetici di varia natura.
L’inattivazione è regolata da “imprinting centers”, e coinvolge di solito la metilazione sul
cromosoma materno, e la formazione di lunghi trascritti non codificanti (lncRNA) su quello di origine
paterna.
Il caso dell’imprinting parentale è dunque un fenomeno di regolazione genica che comporta
l’attivazione di geni su uno dei due cromosomi su base sesso-specifica.
265
Patologia Genetica
Abbiamo l’esempio di geni attivi sul cromosoma paterno e inattivi su quello materno, e ovviamente
viceversa: a presentare questo particolare tipo di regolazione sono almeno qualche decina di geni.
L’imprinting parentale è definibile come meccanismo messo a punto dall’evoluzione per evitare il
sovradosaggio o sottodosaggio di un determinato prodotto genico.
Si è presa coscienza del fenomeno dell’imprinting parentale umano con la scoperta di due malattie
molto diverse clinicamente, che sono la sindrome di Angelman e la sindrome di Prader-Willi.
Si tratta di due malattie causate da alterazioni nel SNC: tuttavia, esse sono molto diverse tra loro,
anzitutto per gravità (la Prader-Willi è molto meno grave della Angelman).
266
Patologia Genetica
Sindrome di Prader-Willi
La situazione è più complicata, poiché non è causata dalla mancata espressione di un singolo gene,
bensì di un gruppo di geni.
In questo caso i geni specifici che normalmente espressi non fanno venire la Prader-Willi, sono
presenti sul cromosoma di origine paterna, mentre quelli del cromosoma materno sono bloccati da
imprinting.
Se la microdelezione provoca quindi una perdita dei geni sul cromosoma di origine paterna, il
bambino manifesterà la malattia.
Queste situazioni sono spesso provocate da una microdelezione nel braccio lungo del cromosoma
15, ma è da tenere presente anche il caso, raro ma possibile, di disomia uniparentale: può
succedere che, durante lo sviluppo embrionale, vi sia un errore durante la mitosi tale da far sì che
in una delle cellule figlie si verifichi trisomia, mentre nell’altra si verifichi monosomia.
La cellula monosomica non sopravvive. Se la cellula trisomica andasse invece in contro a un’ulteriore
divisione per cui espelle uno dei tre cromosomi, si potrebbe verificare la compresenza di due
cromosomi provenienti dallo stesso genitore.
La condizione che predisporrà il soggetto alla Prader-Willi avviene quando una cellula trisomica per
il cromosoma 15, formata da due cromosomi materni e un solo cromosoma paterno, va incontro a
una nuova divisione cellulare, ed espelle l’unico cromosoma paterno funzionante. In questo modo
si otterranno solamente due cromosomi 15 materni silenziati nei geni specifici da imprinting, che
comporteranno inevitabilmente l’insorgenza della malattia.
N.B. Nel caso di questa sindrome, è il cromosoma 15 materno a essere presente in duplice copia, mentre se si avesse
una duplice copia del cromosoma 15 paterno, allora si avrebbe la sindrome di Angelman.
267
Patologia Genetica
Lettura dell’immagine:
® Gli imprinting centers, che regolano l’imprinting dei geni a loro sottoposti, sono indicati con
circoli;
® le frecce verdi indicano segnali di attivazione, le frecce nere indicano la direzione di
trascrizione;
® i geni materni sono rappresentati con il colore rosso, mentre quelli paterni in blu;
® i geni colorati sono quelli trascritti mentre i geni non colorati non lo sono.
Cromosoma 15 paterno
- A partire dall’imprinting center viene trascritto un lungo RNA non codificante per proteine
che codifica per una snRNP (piccola proteina ribonucleare), poi una lunga sequenza di tanti
snoRNA, infine un antisenso di UBE3A. Questo lungo trascritto di RNA è dunque
multifunzionale.
- Tra gli snoRNA va menzionato SNORD 116, necessario per la sintesi di un recettore ad alta
affinità per la serotonina.
Ecco dunque che, dopo la microdelezione sul cromosoma 15 paterno, non si ha più la
capacità di produrre SNORD 116, e si assiste al deficit del recettore per la serotonina: si
ritiene che tale mancanza recettoriale dia una spiegazione sul perché i bambini con la Prader-
Willi non abbiano mai sufficiente gratificazione dal cibo (carenza di risposta alla serotonina).
Questa plausibile spiegazione può costituire un legame tra genotipo (mancanza recettoriale)
e fenotipo (obesità).
- La porzione terminale del lncRNA è complementare a UBE3A e ha come funzione la
soppressione del gene UBE3A paterno. In questo modo UBE3A paterno non potrà sopperire
alla mancanza di UBE3A materno (non espresso per via di una microdelezione sul
cromosoma 15 materno ad esempio) e si potrà manifestare la sindrome di Angelman.
Cromosoma 15 materno
Essendo il promotore dello stesso lncRNA metilato, tale trascritto non può essere prodotto,
avendo come conseguenze la mancata inattivazione di UBE3A, e la mancanza di SNORD 116.
Ad esempio, una microdelezione sul cromosoma 15 materno, quindi, comporta la perdita
268
Patologia Genetica
dell’unico gene UBE3A funzionante, facendo insorgere i tipici sintomi della sindrome di
Angelman. Una microdelezione invece sul cromosoma 15 paterno comporterà invece una
mancanza di SNORD 116, dato che il cromosoma materno non riuscirà a controbilanciare
questa perdita, generando i tipici sintomi della sindrome di Prader-Willi.
Riepilogando:
® Se UBE3A manca o è difettosa = sindrome di Angelman
® Se c’è troppa UBE3A = Autismo
269
Patologia Genetica
Introduzione
Circa una ventina di anni fa, è stato completato il Progetto Genoma. Fu lanciato nella seconda metà
degli anni ‘90 per iniziativa in buona parte del professor Renato Dulbecco, premio Nobel italiano,
che ritenne fosse giunto il tempo di sequenziare completamente il genoma dell’essere umano.
Utilizzando le tecnologie disponibili allora, che erano molto rudimentali rispetto a quelle di oggi,
sono stati impiegati anni e miliardi di finanziamenti. Quest’opera di sequenziamento ha richiesto gli
sforzi di molti laboratorî, sia pubblici che privati, ed è stata finalmente completata con successo
intorno al 2000-2001.
Ciò che è risultato evidente fin da una prima analisi dei dati ottenuti, è stato il numero relativamente
esiguo di geni codificanti proteine, in totale circa 25.000, quindi, solo una porzione minima del
nostro genoma codifica proteine (anche se era noto già da tempo). Si è pensato per molti anni che
la restante parte di DNA (che non codifica per proteine) non servisse a nulla. Col Progetto Genoma
ci si è resi conto che il numero di geni codificanti proteine stimato in precedenza era addirittura
eccessivo. Per il genoma che sembrava non avere utilità alcuna, erano state coniate alcune
definizioni del tipo selfish-DNA (DNA egoista), che “pensava” soltanto alla propria replicazione e non
svolgeva nessuna funzione utile, o junk-DNA (DNA spazzatura). Queste concezioni sono state in auge
più o meno fino a quegli anni, poi ci si è cominciati a rendere conto che in realtà in quel DNA,
apparentemente “spazzatura”, trovavano posto gli elementi di regolazione fine dell’espressione
genica. In altre parole, vi sono contenute le sequenze di DNA che consentono quell’espressione
genica rigorosamente controllata nel tempo e nello spazio, che è alla base della costruzione di un
organismo estremamente complesso come l’essere umano o, in generale, un mammifero. Basti
pensare che in un organismo molto semplice come il Caenorhabditis elegans, un verme costituito
da 959 cellule, il numero di geni codificanti proteine non è molto distante da Homo sapiens. Ciò che
invece differisce molto è la quantità di quel DNA che per tanti anni è stato definito “spazzatura”,
perché è proprio all’interno di questo DNA spazzatura che ci sono le sequenze geniche che
consentono la regolazione fine dell’espressione genica; ciò risulta fondamentale in particolare per
la costruzione di un organismo complesso, molto di più di quanto sia necessario per la costruzione
di un organismo semplice come il C. elegans. Si è visto che circa il 5% del genoma umano codifica
per quelli che sono noti come microRNA.
270
Patologia Genetica
271
Patologia Genetica
Viene mostrato un breve filmato, datato, perché risale più o meno al 2005-2006, quindi oggi in rete
si trovano materiali molto più complessi e aggiornati, e anche più gradevoli graficamente. Tuttavia,
il prof ha scelto deliberatamente questo filmato vecchio perché qui è presente l’essenziale [invisibile
agli occhi] e quindi risulta più adeguato a capire i meccanismi fondamentali di questo processo. Fa
notare inoltre che il video non parla tanto dei miRNA, ma parla piuttosto di un inserimento nella
cellula, a scopo sperimentale, di un duplex di RNA come quello cerchiato in viola nell’immagine
sovrastante. Questi duplex di RNA vengono chiamati siRNA (small interference RNA). Vengono
riportate e commentate alcune delle immagini salienti.
Dicer RISC
Taglio dell’RNA
272
Patologia Genetica
- Gene che codifica per un oncogène, come ad esempio Myc oppure Ras: come tutti gli altri
trascritti presenti nella cellula, i trascritti di oncogèni hanno dei miRNA che li regolano, che
sono quindi capaci di legarvisi e bloccarli. Se in una cellula, a causa di mutazioni o di una
regolazione anomala, si ritrova una ridotta espressione di questo miRNA che va a inibire
l’RNA messaggero dell’oncogène, il trascritto di quell’oncogène non viene più inibito. Se ne
accumula dunque nella cellula in quantità maggiore di quanto dovrebbe, e quindi sarà
presente una oncoproteina che viene sovraespressa. Questa è una possibile ragione di
trasformazione neoplastica.
273
Patologia Genetica
- L’esatto contrario può avvenire con l’RNA di una proteina oncosoppressiva, per esempio
p53 o Rb. Infatti, anche gli mRNA di oncosoppressori vengono regolati da numerosi miRNA.
Se questi miRNA vengono sovraespressi, si avrà una eccessiva inibizione di questi
oncosoppressori, e il risultato sarà una ridotta quantità di proteine oncosoppressive
Quindi indirettamente i miRNA si possono comportare come oncogeni od oncosoppressori, e
dunque sono di grande importanza nella clinica, ulteriormente accentuata dal fatto che possono
fungere da marcatori tumorali. Fin dalle primissime fasi della sua crescita, un tumore rilascia nella
circolazione dei miRNA alcuni dei quali possono essere dosati dal plasma. In studi effettuati su forti
fumatori, quindi soggetti ad alto rischio di sviluppare un carcinoma del polmone, si è visto che
possono predire lo sviluppo del tumore al polmone. Questi soggetti sono stati monitorati prima che
si sviluppasse il tumore: sono stati sottoposti a TAC e alla ricerca di miRNA nel sangue, e si è visto
che alcuni miRNA sono in grado di predire lo sviluppo del tumore prima ancora che sia visibile
addirittura alla TAC. Sono quindi dei marcatori tumorali sensibilissimi.
274
Patologia Genetica
CDG-Ia
È una malattia causata dal deficit di un enzima chiamato fosfomannomutasi 2, che è legato proprio
all’origine della biosintesi delle catene N-linked. Se la fosfomannomutasi 2 non funziona affatto, le
catene N-linked non si formano proprio, perché questa mancanza colpisce le fasi iniziali della
biosintesi. Ci sono tante varianti alleliche nella popolazione che inattivano in misura totale o parziale
la fosfomannomutasi 2. Si tratta di malattie recessive,
quindi il malato ha entrambe le copie della
fosfomannomutasi 2 in qualche modo mutate. Tra le tante
varianti alleliche della fosfomannomutasi 2 presenti nella
popolazione, ce n’è una che comporta una totale perdita di
funzione dell’enzima. È un allele con una mutazione molto
grave, molto frequente nella popolazione. Ha addirittura
una frequenza allelica nella popolazione generale di 1 su 70,
quindi una persona su 70 è eterozigote per questo allele.
Tuttavia, non è mai stato identificato un paziente
omozigote per questa forma allelica di fosfomannomutasi 2
con totale perdita di funzione, perché con ogni probabilità
è letale in utero. In altre parole, i bambini affetti da CDG-Ia
hanno due copie mutate, perché si tratta di una malattia
recessiva, ma le due copie mutate possiedono un minimo di
attività fosfomannomutasica, per cui, pur con un quadro
alterato, il bambino nasce e vive. Se invece un soggetto si
ritrova ad aver ereditato due copie della fosfomannomutasi
276
Patologia Genetica
2 con totale perdita di funzione, allora evidentemente non è in grado proprio di svilupparsi. Tutto
ciò è volto a sottolineare l’importanza di questa condizione.
Gli aspetti più salienti del deficit di fosfomannomutasi 2, cioè delle CDG-Ia sono:
- strabismo interno (il bambino ha gli occhi che guardano verso l’interno);
- distribuzione anomala del grasso sottocutaneo;
- capezzoli invertiti [introflessi], cioè orientati verso l’interno.
Ovviamente, a questo si somma un grave ritardo psicomotorio e le condizioni esposte
precedentemente, ma questi sono i segni più caratteristici della CDG-Ia.
CDG-IIc
È nota anche come Leukocyte adhesion deficiency di tipo II (LAD-II). La LAD di tipo I è causata da
un deficit delle integrine, la LAD di tipo II è invece causata da un deficit di un trasportatore del
fucosio, uno zucchero che va a costituire un tetrasaccaride chiamato Sialil-Lewis-X. Quest’ultimo
viene riconosciuto dalle molecole di adesione della classe delle selectine e non viene sintetizzato
nei bambini che hanno il deficit del trasportatore del fucosio. Questo provoca un quadro
immunologico difettoso, perché i leucociti non riescono a ricircolare e uscire dai vasi, per cui si ha
una conta leucocitaria molto alta (20-30.000 leucociti). Tuttavia, oltre a questi aspetti riconducibili
a un deficit di Sialil-Lewis-X, questi bambini hanno anche delle conseguenze più gravi: dismorfismi
facciali, arti corti, e tutta una serie di altri problemi non riconducibili alla mancanza di Sialil-Lewis-X,
ma che potrebbero dipendere dai NOX receptors. Questi sono recettori importanti, implicati anche
nello sviluppo embrionale e hanno un tipo di glicosilazione particolare, con un fucosio attaccato
direttamente alla proteina. Questo fucosio è fondamentale per il ruolo dei NOX receptors. Quindi, i
bambini che hanno un deficit nel trasportatore del fucosio, hanno anche un deficit nella
fucosilazione dei NOX receptor e questo comporta tutta una serie di problemi, al di là della
leucocitosi e della mancanza dl Sialil-Lewis X.
Queste malattie sono sempre state ritenute rare. Tuttavia, ora che viene applicato anche in clinica
il sequenziamento massivo, di fronte a un bambino che presenta un quadro poco specifico (come il
ritardo psicomotorio e tutta una serie di altri segni) si sequenzia l’intero genoma. Attraverso questo
sistema è stato possibile identificare diversi casi di bambini che avevano deficit di diverse
glicosiltransferasi, gli enzimi che attaccano queste catene di zuccheri. Quando c’è un deficit di una
di queste glicosiltransferasi, un certo zucchero non viene montato e questa catena spesso rimane
tronca o addirittura non viene proprio prodotta. Si è quindi scoperto che ci sono molti più casi di
quanto non si potrebbe pensare.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
Domanda: Esistono delle strategie terapeutiche per riportare le modificazioni epigenetiche alla
situazione originale?
Risposta: Il Professore non sa se ci si stia lavorando, ma comunque non c’è nulla di chiaro, definito o
di uso clinico.
Il Professore, approfittando di questa domanda, racconta una curiosità che ha letto.
Ci sono studî che affermano che per evitare o limitare la condizione di stress post-traumatico (tipico
dei reduci di guerra: meccanismi sopra descritti o anche solo paura) bisogna intervenire in tempi
rapidi con propranololo: è un β-bloccante, cioè un farmaco che inibisce l’azione dell’adrenalina usato
per la terapia dell’ipertensione. Questi farmaci sono considerati promettenti per evitare nei soggetti
delle condizioni di stress post-traumatico, ma non è ancora un approccio di uso diffuso.
Domanda: Ma quindi la differenza tra islands, shores e open sea consiste nella densità di CpG?
Risposta: Sì, la differenza tra islands, shores e open sea consiste proprio nella densità di CpG.
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Patologia Genetica
SITI FRAGILI
Alcuni siti fragili (come quello dell’X fragile) sono presenti solo in alcuni individui.
Una delle caratteristiche della malattia dell’X fragile è che i cromosomi metafasici di cellule cresciute
in particolari condizioni, presentano una irregolarità nella colorazione che fa sembrare il cromosoma
rotto. In questa malattia è presente, infatti, un sito fragile particolare. Tutti, però, possediamo siti
fragili nel nostro genoma, (in tutto sono circa 80) che si manifestano quando la cellula si trova in
condizione di difficoltà replicativa. Se rendiamo difficoltosa la replicazione del DNA, ad esempio
facendo crescere le cellule in terreni poveri di folati, è possibile far emergere i siti fragili. Questi sono
punti privilegiati per l’inserimento di genomi virali e DNA estraneo, e rimangono per più tempo a
singolo filamento, essendo ritardata la replicazione del DNA. Infatti, in corrispondenza di questi siti
la sintesi di DNA avviene in ritardo, come conseguenza del fatto che si trovano solitamente vicino a
geni di grandi dimensioni (maggiori di 800 kb), e quindi la sintesi dell’RNA di questi geni può durare
più di un ciclo replicativo, interferendo con la replicazione del DNA. Nella malattia dell’X fragile,
infatti, vicino al sito fragile vi è un gene mutato con una sequenza molto espansa, il cui tentativo di
trascrizione va probabilmente ad interferire con l’azione della DNA polimerasi.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
Osservando un albero genealogico classico di questa malattia, si può notare che si manifesta
soprattutto nei maschi, ma che il rapporto maschi malati/femmine malate si discosta molto dal
rapporto tradizionale relativo a questo tipo di mutazioni.
Nella distrofia muscolare di Duchenne (classica malattia legata all’X), infatti, a 1/x maschi malati (es.
1/1000) si rapportano si rapportano 1/x2 (1/1.000.000) femmine malate.
Nel caso della genetica legata all’X fragile, invece, il rapporto è molto meno sbilanciato. Per ogni 2
o 3 maschi malati, vi sarà una femmina malata.
Nell’immagine vi è all’inizio un Carrier Male, maschio portatore o che trasmette la malattia, il quale
possiede premutazione (numero di ripetizioni comprese tra 50 e 200) sull’unico cromosoma X che
possiede. Se avrà dei figli con una femmina normale, considerando una prole di due maschi e due
femmine, statisticamente i due maschi saranno sani per definizione e non trasmetteranno più la
malattia (questi ereditano dal padre il cromosoma Y e non l’X). Le femmine, invece, avranno
ereditato tutte un cromosoma X dal padre, che sarà ancora nello stato di premutazione. Una delle
caratteristiche di questa malattia è che l’espansione della sequenza che permette di passare da pre-
mutazione e mutazione completa può avvenire solo in ovogenesi e non in spermatogenesi, dato che
gli spermatozoi che portano l’allele così espanso muoiono e quindi non possono trasmettere la
malattia.
Nelle figlie femmine si troverà quindi all’incirca lo stesso livello di mutazione presente nel padre.
Se una di queste femmine pre-mutate avrà a sua volta 4 figli (due maschi e due femmine), concepiti
assieme a un uomo normale, si potranno avere scenarî differenti:
• nella situazione più favorevole, si avranno un maschio e una femmina che hanno ereditato
dal padre e dalla madre l’X sano e saranno quindi sani;
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Patologia Genetica
• il maschio o la femmina che ereditano l’X malato dalla madre potranno presentare un X con
la mutazione completa (nell’ultima generazione rappresentata nell’albero genealogico,
infatti, la porzione di X segnata in rosso è amplificata rispetto alla generazione precedente).
Il maschio sarà malato, mentre la condizione della femmina può variare. Potrà oscillare da
una apparente normalità (a livello fenotipico) fino ad una condizione via via più grave (ma
pur sempre in condizione meno grave rispetto al fratello). Ciò è dovuto al fenomeno della
lyonizzazione: metà delle cellule della donna ha l’X mutato inattivato, mentre l’altra metà ha
inattivato l’X buono. Considerando che i tratti fenotipici di questa malattia riguardano
principalmente condizioni neurologiche, la gravità della malattia dipende da quale
percentuale di cellule con l’X mutato attivo si trova nel SNC.
Un altro concetto importante relativo a questa malattia è il cosiddetto paradosso di Sherman,
secondo il quale nella famiglia di un maschio pre-mutato è più facile trovare un soggetto malato tra
i nipoti, anziché tra i fratelli. Ci sono 9 probabilità su 100 che il fratello del Carrier Male sia malato;
le probabilità che uno dei nipoti sia malato salgono invece al 40%. Questa situazione è paradossale
in quanto due fratelli condividono il 50% del patrimonio genetico, mentre nel secondo caso, nonno
e nipote condividono solo il 25% del genoma. Questo paradosso può essere spiegato proprio a
ragione del fatto che si tratta di una mutazione dinamica.
SOUTHERN BLOT
Il Southern Blot (dal nome dell’inventore di questa metodologia) è un metodo di analisi che si
applica al DNA. (Dopo di questo furono inventati il Northern Blot per l’analisi di RNA, il Western
Blot per l’analisi delle proteine e l’Eastern Blot per quella dei lipidi [quest’ultima ebbe poco
successo]).
Prendendo il DNA genomico e
digerendolo con enzimi di
restrizione, che riconoscono una
breve sequenza di DNA e la
tagliano tutte le volte che la
riconoscono, viene generato un
numero estremamente grande di
frammenti chiamati frammenti di
restrizione. Questi frammenti
possono essere separati,
mediante elettroforesi, su un gel
di agarosio sulla base del peso
molecolare. A questo punto si fa
un trasferimento (che nel
Western Blot è un trasferimento
elettrico).
La procedura consiste nel costruire un sistema artigianale: su della carta assorbente, a contatto con
una soluzione fisiologica contenuta in un serbatoio, viene posizionato il gel coi frammenti separati,
il blot (filtro di nitrocellulosa), e infine dei tamponi di carta assorbente. Questa tecnica in laboratorio
veniva solitamente eseguita al termine della giornata. Sulla sommità della struttura realizzata si
andava a posizionare un libro molto pesante che pressasse il tutto. La mattina dopo i frammenti di
DNA si trovavano separati e attaccati alla nitrocellulosa, pronti per l’analisi successiva.
283
Patologia Genetica
[Si prepara una soluzione acquosa fisiologica adeguata chiamata buffer e sopra questa si pone una
spugna assorbente che serve a farla salire verso il gel elettroforetico. Sopra al gel, si mette il blot, la
nitrocellulosa (o negli ultimi anni un particolare tipo di nylon), un polisaccaride con molte cariche
positive che lega molto bene il DNA che ha carica negativa, sul quale per capillarità salirà il gel. In
ultimo si posizionano dei tamponi di carta assorbente. Si aggiunge poi un peso che aumentando la
pressione favorisce ulteriormente l’adesione del DNA alla nitrocellulosa. Risalendo per capillarità
attraverso i diversi strati del blotting la soluzione tampone trascina le bande di DNA e le trasferisce
su un filtro di nitrocellulosa.]
A questo punto per il Western Blot venivano utilizzati degli anticorpi, in questo caso invece dovendo
mettere in evidenza, ad esempio, quanto è espansa la tripletta CGG nei diversi soggetti di una
famiglia con l’X fragile ci si procura un frammento della sequenza del gene FMR1 (della misura di
qualche centinaio di nucleotidi) che sia complementare alla sequenza che abbiamo ottenuto,
attaccata sul foglio di nitrocellulosa. Questa sequenza complementare viene chiamata sonda o
probe, che viene resa radioattiva con P32. Lasciando la sequenza a contatto con il Blot (filtro di
nitrocellulosa), questa va a legarsi dove trova delle sequenze (frammenti corrispondenti del gene
FMR1) che le sono complementari. Tutto questo viene poi messo a contatto con una lastra sensibile
alle radiazioni per qualche ora. A questo punto la lastra che si sviluppa presenterà il segno della
radioattività dove la sonda si è legata.
Ipotizzando di avere proprio il gene FMR1 nella condizione normale, pre-mutata e mutata, si
sottopone questo gene a digestione con enzimi di restrizione. Le sequenze di restrizione sulle quali
agiscono questi enzimi sono indicate nell’immagine con delle frecce.
La distanza fra un sito di restrizione e l’altro aumenta progressivamente nel gene normale, pre-
mutato e mutato. Le sequenze che ne derivano avranno quindi peso diverso e saranno quindi
separabili con elettroforesi. Verrà utilizzata una sonda (sempre la stessa) che nelle tre situazioni
andrà a legarsi a frammenti di peso molecolare molto diverso.
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Patologia Genetica
• Tramite un Southern Blot viene messo in evidenza che due sorelle hanno un frammento pre-
mutato (dovuto al cromosoma X pre-mutato) e uno normale (dovuto al cromosoma X normale).
Nell’X pre-mutato sono presenti nelle due sorelle 94 ed 86 ripetizioni, mentre ve ne sono 25
nell’X normale.
• Il nipote maschio malato di una delle due sorelle (in rosso) ha ricevuto un cromosoma pre-
mutato dalla madre che non può essere analizzata in quanto deceduta. Durante l’ovogenesi
della madre, infatti, la tripletta si è espansa oltre le 500 volte, dando origine alla mutazione
completa che è stata trasmessa al figlio.
• Il fratello maschio, avendo un solo cromosoma X, presenta un unico segnale. Questo è pre-
mutato, con un livello di mutazione paragonabile a quello delle due sorelle.
• Questo soggetto ha una figlia, che eredita dal padre il cromosoma pre-mutato. Durante la
spermatogenesi la mutazione si è leggermente espansa, ma senza raggiungere il livello di
mutazione completa. Il secondo cromosoma X della figlia è normale.
• Avendo la mutazione in forma eterozigote, il figlio di questa donna (quindi il nipote del soggetto
maschio premutato della prima generazione) eredita il cromosoma sano dalla madre e non
sviluppa la condizione di pre-mutazione: risulta pertanto sano.
• La terza sorella ha un cromosoma X normale e un cromosoma X pre-mutato come le altre due
sorelle. Questa ha una prole di tre figli maschi che hanno ereditato tutti il cromosoma X pre-
mutato, ma nessuno di essi ha subito un’espansione così significativa da portare alla condizione
di mutazione completa e quindi alla malattia. Nessuno è malato, ma tutti sono portatori.
Proteina FMRP
Ruoli della proteina FMRP, codificata dal gene FMR1, nei neuroni:
1. trasporta mRNA dal nucleo alle terminazioni sinaptiche, nei dendriti, consentendo quindi la
traduzione;
2. inibisce la traduzione di mRNA in risposta alla stimolazione di recettori pel glutammato.
La mancanza di questa proteina, come si osserva nei soggetti affetti dalla malattia, provoca
alterazioni evidenti al tessuto nervoso.
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Patologia Genetica
CÒREA DI HUNTINGTON
La malattia deve il nome al fatto che i soggetti che ne sono affetti presentano movimenti coreiformi.
Si tratta infatti di una grave forma di incoordinazione motoria che porta ad avere movenze simili a
quelle di un danzatore (popolarmente chiamata “ballo di san Vito”).
È una malattia neurologica letale che prevede incoordinazione motoria e perdita progressiva delle
funzioni cerebrali superiori, fino alla morte. Spesso il sintomo di esordio è un cambio di personalità,
ad esempio il manifestarsi di un comportamento aggressivo che il soggetto non aveva mai avuto in
precedenza.
Essa è autosomica dominante ed esordisce nella maturità, intorno ai 25-30/40-50 anni. Non c’è
alcuna sintomatologia nell’infanzia e alla nascita, ed è per questo che il portatore della mutazione
di solito non ne viene a conoscenza fino a quando non sviluppa la malattia stessa (in genere una
volta avuti già dei figli).
Il gene responsabile della corea di Huntington è quello codificante per la proteina “huntingtina”;
esso contiene nella sua sequenza codificante (diversamente da ciò osservato nella sindrome dell’X
fragile) una tripletta CAG normalmente ripetuta fino a 35 volte → la proteina che ne deriva
(huntingtina normale) presenterà circa fino a 35 glutammine.
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Patologia Genetica
Nella mutazione, che in questo caso è dinamica (tende a peggiorare con le generazioni), la tripletta
arriva a ripetersi da 36 fino a 250 volte → l’huntingtina diventa tossica, forma aggregati all’interno
dei neuroni portandoli a
morte. La proteina in
questione, se mutata,
acquisisce quindi una nuova
funzione, ossia l’essere
tossica (gain of function).
L’accumulo di una proteina
tossica sarà alla base della
patogenesi di tante altre
malattie, soprattutto
neurologiche.
Oltre alla funzione tossica, la
proteina alterata presenta
anche una perdita di funzione
(loss of function) che ha a che
fare con la sua capacità di
stimolare la trascrizione di un
fondamentale fattore neurotrofico cerebrale (BDNF), una molecola strettamente legata alla
sopravvivenza dei neuroni. L’huntingtina mutata quindi ha sia un effetto diretto, esplicato
attraverso l’accumulo, sia uno indiretto poiché viene meno il suo ruolo nella stimolazione della
sintesi del BDNF.
Un’importante differenza tra corea di Huntington e la sindrome dell’X fragile è che in quest’ultima
l’espansione della tripletta porta alla mancata espressione della proteina; qui la proteina è
sintetizzata, ma risulta tossica o disfunzionale.
Un fattore da considerare quando si parla di Corea di Huntington è che la malattia si presenta tanto
prima quanto più la sequenza di poli-glutammina è espansa. L’espansione della sequenza avviene
durante la spermatogenesi (nell’X fragile durante l’oogenesi). Si potrebbe avere la situazione in cui
un uomo fa un figlio a 35 anni, non sapendo ancora di avere il gene mutato, di lì a pochi anni la
malattia si manifesterà. Il figlio avrà il 50% delle probabilità di essere portatore del gene mutato
(malattia autosomica dominante). Durante la spermatogenesi, inoltre, la mutazione può essersi
espansa, quindi può succedere che il figlio che ha ereditato il gene mutato sviluppi la malattia
precocemente rispetto al padre. Questo fenomeno prende il nome di anticipazione.
LOCUS C9orf72
Il locus C9orf72 codifica per una proteina, ma non ha ancora un nome proprio, poiché ancora non
si conosce a pieno la sua funzione. Il locus è localizzato sul cromosoma 9 (C9), mentre la sigla “orf”
sta per “open reading frame”, ossia un mRNA che codifica una proteina. Oggi sappiamo che la
proteina in questione si trova nel cervello e regola il processo di autofagia, un meccanismo
fondamentale della cellula che permette di rigenerare i propri componenti citoplasmatici, permette
la difesa e il ringiovanimento cellulare. Se esso è alterato, i danni sono gravi.
Nella regione non codificante del gene è presente un esanucleotide (GGGGCC) ripetuto
normalmente 30 volte. Sono state trovate espansioni di questa sequenza in casi di SLA (sclerosi
amiotrofica laterale à perdita progressiva dell’attività dei motoneuroni con conseguente paralisi
totale che risparmia solamente i muscoli oculari) e di demenza frontotemporale.
287
Patologia Genetica
L’espansione di questa
sequenza porta ad alterazioni
sia della trascrizione che della
traduzione attraverso la
formazione di strutture
secondarie aberranti (nell’X
fragile la proteina cattura e
inibisce gli mRNA col quartetto
G; qui il quartetto G lo si trova
in un contesto patologico, a
livello di DNA).
Quando il locus C9orf72 si
accorge dell’espansione
dell’esanucleotide oltre un
certo limite, si vengono a
formare strutture a quartetto
G, praticamente identiche a quelle osservate nell’X fragile. Una parte del DNA assume questa
struttura ad ansa, il filamento complementare forma una struttura secondaria non normale. Tutto
questo tende a far abortire la trascrizione: essa avviene ma vengono prodotti RNA troncati che si
accumulano danneggiando la cellula, gli RNA stessi poi fungono da ostacolo alla traduzione.
La struttura secondaria mutata degli acidi nucleici, DNA ma soprattutto RNA, rappresenta un
meccanismo generale di malattia, ci sono interi gruppi di malattie causate da queste alterazioni.
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Patologia Genetica
Si può immaginare il doppio filamento di DNA come due rette parallele. I segmenti A e B
rappresentano i primer, ovvero gli inneschi della reazione di polimerasi. La sintesi del DNA comporta
sempre l’allungamento di un primer, cioè un segmento di acido nucleico preesistente legato a una
sequenza complementare che verrà allungato dalla DNA polimerasi.
A e B sono quindi oligonucleotidi (25 nucleotidi) complementari a una specifica sequenza del DNA
che conosciamo (essi possono essere ordinati e acquistati via internet, sono molto economici).
La reazione avviene in una provetta, in cui si trovano desossinucleotidi trifosfati (dATP, dCTP, dTTP,
dGTP), con cui verrà costruito il nuovo DNA, e la DNA polimerasi. Siccome la reazione consta di 3
cicli, alcuni dei quali avverranno ad alta temperatura (fino a 90°C), la DNA polimerasi utilizzata non
potrà essere umana poiché verrebbe denaturata, bensì sarà appartenente al batterio Thermus
aquaticus, un batterio che vive nelle acque termali e quindi resistente ad alte temperature. Viene
sequenziato il gene codificante per la polimerasi batterica e quindi prodotta in laboratorio e
venduta. Essa prende il nome di Taq polimerasi.
Una volta aggiunti i desossinucleotidi, la polimerasi e i primer (questi ultimi sono i responsabili della
specificità, ossia permettono di scegliere quale porzione di DNA da amplificare) si può dare inizio
alla reazione, che avverrà dentro uno strumento in grado di alternare 3 fasi:
289
Patologia Genetica
1. denaturazione: a 94°C, con la quale tutti i legami tra sequenze di DNA si aprono (senza
rotture);
2. annealing: a 50-70°C, la temperatura deve essere scelta in modo adeguato attraverso
algoritmi che prendono in considerazione la lunghezza degli oligonucleotidi e la quantità di
guanina e citosina. In questa fase i primer devono attaccarsi alla sequenza di DNA a cui sono
complementari. Se la temperatura dovesse essere troppo alta, essi non riuscirebbero ad
attaccarsi e la reazione non avviene; se viceversa la temperatura è troppo bassa, tendono
ad attaccarsi anche dove non dovrebbero e a dare prodotti non specifici;
3. extension: circa 72°C; se abbiamo lavorato bene, la polimerasi procede all’allungamento dei
primer in un senso e nell’altro. I due filamenti neoformati sono paragonabili a due semirette.
Alla fine del primo ciclo la sequenza da amplificare è stata raddoppiata.
Si continua poi con altri cicli (circa 30), in cui si alterneranno sempre queste fasi; ogni volta gli
oligonucleotidi si attaccheranno non solo alle eliche iniziali, ma anche alle neoformate, le quali
diventeranno anch’esse stampo per i nuovi filamenti. Quando i prodotti neoformati diventeranno
predominanti rispetto al DNA di partenza, l’amplificazione riguarderà soltanto un segmento preciso
che va dal primo nucleotide del primer A fino all’ultimo del primer B.
Con questa reazione siamo in grado quindi di amplificare esponenzialmente anche una quantità
infinitesima di DNA, purché conosciamo le sequenze fiancheggianti quella che si vuole amplificare,
in modo tale da poter disegnare primer complementari a esse che danno il via alla reazione. Ciò
significa che anche nel caso in cui non si fosse a conoscenza della sequenza di DNA da amplificare,
sarebbe comunque possibile usare questa tecnica sapendo quali sono le sequenze che stanno ai lati
di essa. La quantità di materiale di partenza può essere molto scarsa, il DNA può essere anche
degradato.
Nota storica: nel 1992 la mafia fece saltare con dell’esplosivo la vettura del giudice Falcone in
autostrada all’altezza di Capaci, Sicilia. All’epoca questa tecnologia esisteva già, ma era ancora poco
nota. I mafiosi che dovevano far saltare la bomba sedevano su una collinetta aspettando di vedere
passare la macchina e nel frattempo fumavano nervosamente buttando i mozziconi a terra, in
seguito raccolti e tenuti da parte dalla polizia. Anni dopo, quando la PCR iniziava a essere più diffusa,
è stato possibile estrarre il DNA presente sulle tracce di saliva dei mozziconi e amplificarlo, riuscendo
a stabilire l’identità dei malfattori.
Stessa cosa può essere fatta in ambito archeologico, riuscendo a stabilire il grado di parentela tra
mummie sepolte nello stesso posto.
In ambito medico la reazione è utilizzata per i tamponi molecolari, si possono cercare RNA virali o
anche le traslocazioni cromosomiche: nella leucemia mieloide cronica c’è una traslocazione
caratteristica (9:22); si viene a formare un cromosoma originato dalla fusione di cromosomi diversi.
Se si pone un primer su un cromosoma e uno su un altro, vicino alla regione di rottura e di fusione,
la PCR funziona solo se esiste il cromosoma con la traslocazione. Se i cromosomi fossero normali,
essa non avverrebbe poiché non ci sarebbe contiguità tra le due sequenze. Con questo sistema si
riesce a capire se nel midollo di un soggetto affetto da leucemia sono ancora presenti cellule
leucemiche (con la traslocazione) o no, determinando se è avvenuta una guarigione o se si
presenteranno recidive. Ciò è possibile grazie all’estrema sensibilità di questa tecnica.
290
Patologia Genetica
Real-time PCR
Per rendere quantitativa la PCR viene eseguita la “real-time PCR” che richiede un macchinario molto
più costoso: rispetto alla tecnica classica viene incorporato immediatamente un reagente nel
prodotto di PCR, e non solo nel momento di trasferirlo su gel, come avviene nella tecnica classica.
In questo modo nel momento in cui il substrato viene incorporato dalla polimerasi rende il prodotto
fluorescente. La macchina, attraverso un laser, misura ciclo dopo ciclo la comparsa della
fluorescenza e la rileva; quello che otteniamo sono curve sigmoidali corrispondenti per esempio a
diversi pazienti, trattati nello stesso modo.
In questo esempio, per un certo numero di cicli non succede nulla, poi dopo il 15° ciclo, nel caso
della curva gialla, oppure dopo più cicli
in altri casi, inizia a comparire materiale
fluorescente. Mentre per i primi
campioni il materiale fluorescente
compariva intorno ai 14/15 cicli, per il
campione grigio ne necessitano circa
24. La crescita è esponenziale, ma si
raggiunge un plateau: si ottengono dei
sigmoidi che indicano sia se nel
materiale di partenza c’è il DNA
d’interesse, sia quanto ce n’è. Si può
stabilire una soglia arbitraria (qui 0,3) e
capire per ognuno dei campioni quando
esso raggiunge una fluorescenza tale da
intercettare la soglia: nel nostro caso il
campione giallo raggiunge la soglia dopo 18 cicli, il campione grigio la intercetta a 30 cicli. Ciò
significa che il materiale di partenza nel campione grigio era molto minore rispetto a quello giallo;
considerando che la reazione è esponenziale su base 2 (2, 4 ,8, 16, 32, 64, …) e il numero differente
di cicli, si calcola che la differenza della quantità di partenza dei due campioni sia di 4000 volte. Nel
giallo quindi il materiale è superiore di 4000 volte rispetto al grigio.
291
Patologia Genetica
Approfondimento: Può essere considerato ugualmente positivo un paziente che mostra la presenza
del campione virale solo a un numero di cicli così elevato? E cosa cambia nella pratica tra due
pazienti, uno in cui la soglia viene raggiunta subito e l'altro in cui viene raggiunta dopo molti cicli?
Prendiamo un esempio attuale: supponiamo che il grafico si riferisca a tamponi in grado di rilevare
l’infezione da SARS-CoV-2, effettuati su diversi pazienti.
Occorre precisare che con questa tecnica, basata sull’amplificazione esponenziale, oltre un certo
numero di cicli, ognuno rischia di risultare positivo: questo potrebbe essere il caso di quei pazienti
che non riescono a negativizzarsi dopo diversi mesi dall’infezione.
Inoltre, le rilevazioni basate su PCR possono essere facilmente compromesse da contaminazioni,
che possono avvenire anche via aerosol.
Infine, rifacendoci al grafico in questione, ci aspettiamo che il paziente giallo abbia una carica virale
molto più elevata del paziente grigio. Ciò è probabilmente vero, ma non si deve trascurare il fatto
che la modalità con cui l’operatore (infermiere, medico, ecc.) effettua il tampone possa influenzare
il risultato: se effettuato approssimativamente, un tampone può rilevare una carica virale molto più
bassa di quella reale. L’utilizzo della PCR dà, dunque, indicazioni quantitative certe nella misura in
cui si è in grado di controllare il materiale di partenza.
Sono tutti aspetti che stiamo imparando a conoscere col progredire dell’epidemia da SARS-CoV-2.
Sintesi di cDNA
La PCR per definizione lavora sul DNA, ma è possibile utilizzare RNA come materiale di partenza: è
questo il caso dei tamponi che vanno a ricercare il genoma del virus SARS-CoV-2, un genoma a RNA.
Per effettuare la PCR partendo da RNA è necessario anzitutto ottenere un cDNA, sottoponendo
l’RNA (totale o messaggero) all’azione
della trascrittasi inversa: si tratta di un
enzima di origine virale (è caratteristico
di Retrovirus) e acquistabile in kit.
Perché si possa formare il filamento di
DNA complementare all’RNA di
partenza è necessario un primer che
può essere ottenuto in due modi:
1. si prepara un oligo-dT
(polimero di timine), sfruttando
il fatto che gli mRNA abbiano
una coda di Poli-A a cui l’oligo-
dT andrà ad appaiarsi;
2. si utilizzano random primers che si uniscono a sequenze casuali dell’RNA.
292
Patologia Genetica
ma ciò non toglie che nel corso dell’evoluzione biologica si siano create grosse differenze tra gli
individui nel numero di ripetizioni di una data sequenza in un determinato punto del genoma.
La differenza non si riscontra esclusivamente tra individui diversi, ma anche tra i due cromosomi
omologhi di uno stesso individuo nel caso di autosomi: si sono venute a definire diverse forme
alleliche di una stessa sequenza, in cui a variare è il numero di ripetizioni. Questo concetto vale per
tutti i cromosomi che presentino regioni costellate da microsatelliti.
Il fatto che il numero di ripetizioni di una qualsiasi sequenza sia potenzialmente differente tra l’allele
paterno e quello materno e che i siti costellati di microsatelliti siano facilmente studiabili con PCR è
alla base della possibilità di identificazione del materiale genetico: si può stabilire se il DNA trovato
sulla scena del crimine corrisponde a quello di un imputato, quali siano rapporti di parentela tra le
persone (es. sono stati elaborati alberi genealogici di mummie egizie: essendo il DNA molto stabile,
è possibile analizzarlo anche a distanza di migliaia di anni).
(Immagine originale presa dal Robbins e modificata dal professor Dall’Olio: le frecce, disposte dal
Prof. come nell’immagine modificata qui sopra, mettono in evidenza che un oligonucleotide si trova
su un filamento e l’altro su quello complementare, in modo che la DNA Polimerasi agisca su
entrambi.)
Il polimorfismo di una sequenza microsatellite viene usato anche per effettuare indagini di paternità
o maternità. L’indagine si basa su una reazione con la PCR: si disegna una coppia di primer
(nell’immagine indicata con le due frecce color ocra) che si allineano non con la sequenza ripetuta,
ma con una sequenza della regione adiacente. Visto che questa sequenza esterna alle copie del
microsatellite è uguale in tutti gli alleli, con la stessa coppia di primer si possono amplificare prodotti
che si rivelano di lunghezza diversa, cioè alleli diversi. Ricordiamo che il prodotto della PCR avrà una
dimensione pari alla distanza tra il primo nucleotide del primo primer e l’ultimo nucleotide del
secondo primer.
Prendendo ad esempio la famiglia dell’immagine, abbiamo 3 alleli diversi:
• allele A: sequenza CA ripetuta 6 volte;
• allele B: sequenza CA ripetuta 10 volte;
• allele C: sequenza CA ripetuta 12 volte.
Il padre presenta: allele A e allele B; la madre presenta: allele B e allele C.
Dato che ciascun figlio della coppia erediterà un allele materno e uno paterno, si avranno 4
combinazioni possibili: una delle combinazioni vede un figlio BB omozigote per questo polimorfismo
(si noti la banda più intensa nell’immagine), le altre 3 vedono figli eterozigoti.
Dalla coppia in questione non potrà mai risultare un figlio omozigote CC: un allele C verrebbe fornito
dalla madre, l’altro allele C dovrebbe essere fornito necessariamente da un uomo diverso dal
consorte, in quanto egli presenta esclusivamente un allele A e un allele B.
Quando si devono fare identificazioni ovviamente non ci si basa su un singolo polimorfismo, ma su
almeno 4/5 di essi, in regioni diverse del genoma. Quello che ne risulta è un’impronta digitale
molecolare che contraddistingue ognuno di noi e sulla base della quale possono essere ricostruiti i
rapporti di parentela.
293
Patologia Genetica
La perdita di eterozigosi
La LOH (“Loss Of Heterozygosity”) fu fondamentale negli anni ‘90 perché portò alla scoperta di
numerosissimi oncosoppressori: ad oggi quel decennio viene considerato “il decennio degli
oncosoppressori”, così come gli anni ‘80 “il decennio degli oncogeni”.
Sul Robbins viene presentata la sequenza di eventi molecolari che porta allo sviluppo del carcinoma
del colon poliposico, causato anzitutto da una mutazione del gene APC. Tra gli eventi rientra la LOH
in una certa regione del cromosoma 18.
Situazione normale: abbiamo due cromosomi omologhi: uno materno (rosa) e uno paterno
(azzurro); in una certa regione della coppia di cromosomi in questione c’è polimorfismo di un
microsatellite:
• nel cromosoma di origine paterna è ripetuto 11 volte;
• nel cromosoma di origine materna è ripetuto 12 volte.
Metodologicamente questa differenza si può evidenziare con una reazione di PCR non real-time. Il
prodotto della PCR viene fatto correre su un capillare elettroforetico anziché su gel e si vedono 2
picchi, a evidenziare i due prodotti di PCR: uno da 11, l’altro da 12 ripetizioni dello stesso
microsatellite. È possibile che questo polimorfismo si trovi vicino un gene oncosoppressore
(indicato con la barretta rossa nell’immagine), non al suo interno.
PRIMO HIT: un primo evento mutazionale, come una mutazione puntiforme, rende funzionalmente
inattiva una delle due copie dell’oncosoppressore (nell’esempio, la copia materna).
Normalmente, affinché la mancanza dell’oncosoppressore provochi il tumore, è necessario che
entrambe le copie siano inattivate. In questo stadio, quindi, la cellula è ancora normale e se
analizzassimo il polimorfismo dei microsatelliti riscontreremmo la stessa situazione di un tessuto
sano: 2 picchi da 11 e 12 copie.
Se analizzassimo un tessuto tumorale, troveremmo invece un solo allele, quello da 12 copie,
nell’esempio in questione.
294
Patologia Genetica
Storicamente, negli anni ‘90, è stato possibile identificare molti oncosoppressori grazie al fenomeno
della perdita di eterozigosi. Si procedeva prelevando sia il DNA normale che il DNA tumorale di un
campione di 100 pazienti affetti, ad esempio, da tumore al colon. Dopodiché si andava ad
amplificare con PCR quei polimorfismi sparsi in tutto genoma sia del tessuto sano che tumorale. Se
in una percentuale significativa del campione veniva riscontrata una situazione per cui:
o nel tessuto normale c’era eterozigosi per quel particolare polimorfismo;
o nel tessuto tumorale c’era stata perdita di eterozigosi per quel polimorfismo,
si procedeva ricercando un gene nelle immediate vicinanze probabilmente importante per la
progressione del tumore e messo fuori gioco dalla LOH.
MICROARRAY DI ESPRESSIONE
Tecnologie avanzate, come la real-time PCR, permettono di studiare un singolo gene d’interesse,
ma non molti geni contemporaneamente.
295
Patologia Genetica
Oggi però siamo nell’era delle scienze “-omiche”: un insieme di tecnologie molto diverse tra loro,
accomunate dal fatto di produrre simultaneamente un’enorme quantità di dati.
La tecnica del Microarray, ad esempio, consente di delineare l’intero profilo di espressione genica
di un tessuto o una cellula con una singola analisi.
Si parte da una coltura di cellule da cui viene isolato tutto l’mRNA presente (fondamentale per
studiare l’espressione genica) che viene retrotrascritto a cDNA e contestualmente reso anche
fluorescente. Quindi si avrà tutto il cDNA marcato in fluorescente verde.
A questo punto si utilizzerà il microarray precedentemente acquistato presso aziende
biotecnologiche dedicate: in esso sono stati sistemati in schiera oligonucleotidi complementari a
tutti i geni presenti in un tessuto (circa 25000).
Si ibridizza quindi il cDNA fluorescente con le sonde sul microarray: più materiale (cDNA) di un
particolare gene è presente nella miscela, più se ne attaccherà dando vita a un segnale più o meno
intenso. Ognuno dei segnali luminosi corrisponde a
un gene (es. RAS, albumina, ecc.).
296
Patologia Genetica
Nella colonna a sinistra sono indicati i nomi dei geni (all’incirca 20 mila) disposti in ordine alfabetico,
mentre il numero che affianca il nome indica il tipo di sonda utilizzata. Di questi geni in realtà, molti
sono dei long non-coding RNA, indicati con una sigla che comincia con le lettere LOC.
297
Patologia Genetica
Osservando questa tabella possiamo comprendere quanto il trascrittoma sia influenzato dalla
presenza di questi trascritti non codificanti lunghi. I numeri che vediamo nelle colonne adiacenti
sono numeri arbitrarî, che però riflettono in maniera oggettiva il livello di espressione di quel
particolare trascritto (più è alto il numero, più trascritto sarà presente).
Ognuna di queste colonne rappresenta un paziente, al quale viene attribuita una sigla (es. il primo
è TCGA-3L-AA1B-01). In tutto sono 626, il che fornisce un’idea sulla portata del lavoro in questione.
Si può notare come alcuni geni abbiano un livello di espressione pari a zero, mentre altri siano
espressi maggiormente. Considerando che di questi pazienti sono note anche la storia clinica, le
mutazioni nei geni più importanti, i livelli di espressione dei miRNA e molto altro, è possibile intuire
l’utilità di questi dati.
298
Patologia Genetica
MICROARRAY GENOMICO
Oltre al microarray di espressione, esiste un altro tipo di microarray molto importante, il microarray
genomico, che permette di stabilire le alterazioni genomiche presenti in un determinato tessuto. In
questo tipo di microarray non si parte da un mRNA o dall’insieme di questi, ma dal DNA genomico.
La procedura prevede di lavorare per coppie di campioni, ad esempio utilizzando un tessuto sano e
il tessuto tumorale di un paziente. In questo caso il DNA dei due tipi di tessuto viene marcato con
dei fluorocromi diversi: un fluorocromo verde per il tessuto normale e uno rosso per quello
tumorale (figura A).
A questo punto i due preparati, che devono contenere la stessa quantità di DNA, vengono mescolati.
In questo modo si ottiene un unico campione, il quale viene poi fatto ibridizzare con un microarray.
Questo microarray però è diverso da quello utilizzato per il microarray di espressione: qui ci sono
delle sequenze rappresentative non solo dei geni codificanti, ma di tutto il DNA. Si tratta dunque di
sequenze che si ibridizzano anche con introni, sequenze intergeniche e in generale tutto quel DNA
definito “spazzatura”.
Le sequenze genomiche immobilizzate sul microarray sono distanziate di circa 200-500 Kb. Il DNA è
frammentato e in seguito alla somministrazione di questo si ottengono tre tipi di segnale. L’assenza
di segnale invece indica una mancata ibridazione.
In particolare, i segnali ottenuti sono:
● un segnale giallo (nella maggior parte dei casi);
● un segnale verde;
● un segnale rosso.
Se il DNA del tessuto tumorale e quello del tessuto sano fossero uguali, ogni filamento di DNA
dovrebbe essere rappresentato due volte in ciascun campione. Di conseguenza, in un certo punto
dell’array dovrebbero essere attaccati lo stesso numero di campioni verdi e di campioni rossi, dalla
cui somma si otterrebbe un segnale di colore giallo, come in effetti avviene nella maggior parte dei
casi. Ciò indica che la regione genomica in questione è presente in egual numero di copie nei due
campioni.
299
Patologia Genetica
Oltre a segnali gialli però, si rilevano degli spot con segnale verde. Questi ultimi indicheranno delle
regioni del genoma presenti in maggior numero nel tessuto normale rispetto al tumorale.
Verosimilmente, nel tumorale queste regioni sono andate perdute in seguito a una delezione.
L’ultimo tipo di segnale, quello di colore rosso, rappresenterà invece una condizione opposta:
regioni genomiche più rappresentate nel tessuto tumorale rispetto a quello normale (è importante
sottolineare che si tratta di regioni maggiormente rappresentate e non necessariamente espresse,
ovvero trascritte in RNA). Questo può essere conseguenza di un’amplificazione genica, avvenuta
durante la progressione tumorale.
Questo sistema permette di rilevare delle aneuploidie, cioè delle deviazioni dalla normale diploidia
del genoma, che possono riguardare un solo tratto di DNA oppure un intero cromosoma.
Chiaramente però, non vengono rilevate delle piccole alterazioni.
Nella sindrome da delezione del 22q11.2, ad esempio, ci sono delle delezioni dell’ordine di 3 milioni
di paia di basi, che di conseguenza possono essere rilevate utilizzando la tecnica del microarray
genomico. Confrontando il genoma di un soggetto normale (colorandolo in verde) con quello di uno
affetto da questa sindrome (rosso), tutte le sonde che rappresentano quella particolare porzione
del cromosoma 22 saranno di colore verde. Infatti, quella regione cromosomica è presente due volte
nel normale e una sola nel soggetto con delezione.
La sindrome da delezione di del 22q11.2 è definita anche sindrome di DiGeorge ed è una malattia
rara caratterizzata da sintomi come problemi cardiaci, immunodeficienza T e ipocalcemia, inoltre
può essere associata all’insorgenza di patologie autoimmuni e a un aumentato rischio di sviluppare
patologie psichiatriche.
Al contrario invece, considerando la fibrosi cistica, si ha una delezione di tre paia di basi che con
questo sistema non può essere rilevata.
La fibrosi cistica è causata da una mutazione del gene CF del cromosoma 7 che porta all’escrezione
di un muco molto viscoso e denso che scorre con difficoltà e causa, ad esempio, delle frequenti
infezioni polmonari.
Questa tecnica permette dunque di determinare se due campioni hanno tutte le regioni genomiche
rappresentate lo stesso numero di volte e, quando si analizza un tessuto tumorale, solitamente non
è così. Il genoma del tessuto tumorale, infatti, presenta spesso delle grosse aneuploidie, come
conseguenza dell’instabilità cromosomica delle cellule tumorali. Ci possono essere delezioni,
amplificazioni o altro.
300
Patologia Genetica
Utilizzando il microarray genomico è stato possibile, per esempio, evidenziare una delezione di
20000 bp in alcuni soggetti apparentemente normali. Questa delezione è associata a un aumentato
rischio di sviluppare il morbo di Crohn; si tratta di una delezione a monte del gene IRGM, il cui
prodotto ha a che fare con l’autofagia.
Tutto ciò permette di mettere in evidenza un fenomeno che in realtà è generale: quello delle copy
number variations, cioè delle alterazioni del numero di copie di piccole regioni di DNA.
Si è già parlato dei polimorfismi dei geni per MHC. Gli altri geni invece non presentano un elevato
tasso di polimorfismo: l’albumina di un individuo, per esempio, non è particolarmente diversa da
quella di un altro. Tuttavia, il genoma di diversi soggetti si differenzia per due fattori principali:
● gli SNPs, ovvero i polimorfismi di un singolo nucleotide: sequenziando il genoma di persone
diverse si rileveranno, non necessariamente a livello di DNA codificante, dei singoli nucleotidi
che differiscono nei vari individui. In alcuni casi questi sono associati alla predisposizione a
sviluppare delle malattie, in altri sono del tutto ininfluenti;
● le CNV: nessuno possiede tutta la sequenza del proprio DNA in duplice copia, ci sono delle
sequenze che possono anche essere presenti in singola o in triplice copia. Queste ultime non
sono necessariamente associate a malattie (possono essere invece associate ad un maggior
rischio di avere delle patologie), ma rappresentano un’altra differenza molto importante tra
i varî individui.
301
Patologia Genetica
Per poter comprendere questa tecnica, è però necessario conoscere il funzionamento del
sequenziamento classico. Prima del next generation sequencing, infatti, si utilizzava il
sequenziamento di Sanger, di cui verrà descritta l’ultima versione in ordine cronologico.
Il sequenziamento di Sanger
In questo tipo di tecnica si parte dal DNA da sequenziare (il template) e da un primer, coi quali si
realizza una sintesi di DNA in provetta (non una PCR): il primer viene posto a monte della sequenza
che si vuole analizzare e il tutto viene inserito in una provetta assieme a una DNA polimerasi, dei
deossinucleotidi trifosfati e a varî tamponi. All’interno della provetta, inoltre, per ognuno dei
deossinucleotidi trifosfati (dATP, dGTP, dCTP, dTTP), si inserisce una piccola percentuale (5%) di una
versione modificata del deossinucleotide.
Più nel dettaglio, questi nucleotidi sono modificati in due modi: innanzitutto, vengono resi
fluorescenti con un fluorocromo, il quale sarà diverso in base al tipo di nucleotide (nell’esempio:
rosso per T, blu per C, verde per A e rosa per G). Inoltre, questi deossinucleotidi sono modificati
anche chimicamente, venendo privati di un gruppo ossidrilico (diventano così dideossinucleotidi).
Questo fa sì che nel momento in cui vengono incorporati nella catena, ne possano bloccare
l’allungamento.
Si otterranno così dei frammenti di DNA fluorescenti: ogni frammento presenterà come molecola
fluorescente il dideossinucleotide che ha posto fine alla sua sintesi.
A questo punto si ottiene una miscela di frammenti di DNA più o meno lunghi, ognuno terminante
con una molecola fluorescente. Questa miscela viene poi separata tramite un’elettroforesi
capillare, la quale dà dei picchi colorati che possono essere letti da uno scanner.
302
Patologia Genetica
Lo scanner vede una serie di bande di colori diversi, una successione di picchi colorati: nell’immagine
adenina in verde, guanina in giallo, citosina in blu e timina in rosso.
In questo caso il primo frammento è verde, dunque termina con un’adenina, mentre il frammento
appena più lungo termina con una timina. Di conseguenza, nella sequenza di DNA in questione,
dopo la prima adenina c’è una timina.
Il picco successivo è di colore giallo, quindi il terzo frammento più lungo termina con una guanina.
In questo modo si può risalire alla sequenza del DNA analizzato.
Tale procedura veniva usata nei laboratorî fino agli anni Novanta. Oggi invece, con il next generation
sequencing, c’è stato un importante avanzamento tecnologico. Nel sequenziamento di Sanger la
possibilità di sequenziare anche i nucleotidi non terminali (che non presentano fluorescenza) è data
dal fatto che i nucleotidi colorati e modificati sono solo una piccola percentuale del totale e la sintesi
si ferma su quel frammento che viene letto, ma prosegue sugli altri. A loro volta anche questi, ad un
certo punto, incorporeranno un nucleotide colorato e si fermeranno. La lettura dell'intera
popolazione fornisce la sequenza.
303
Patologia Genetica
La fase successiva consiste in un sequenziamento parallelo e massivo. Si considera che ognuno dei
filamenti in figura A rappresenti una colonia: se si trattasse di un solo filamento, infatti, questo
darebbe un segnale troppo debole, che dunque non potrebbe essere rilevato. Questa fase di
amplificazione avviene su migliaia o milioni di identici filamenti paralleli.
In figura il sequenziamento procede dall’alto verso il basso. La procedura è simile a quella vista per
il sequenziamento di Sanger:
1. Vengono utilizzati quattro tipi di nucleotidi: i quattro nucleotidi sono colorati con
fluorocromi diversi (un fluorocromo è una molecola diventata fluorescente dopo aver
assorbito dei fotoni di una determinata lunghezza d’onda) e contengono un gruppo
bloccante che non consente l’ulteriore allungamento. In un primo ciclo questi vengono
incorporati dalle colonie e la macchina legge i colori delle diverse colonie. Nell’esempio
abbiamo una citosina in una colonia, una guanina nella seconda e una timina nella terza.
304
Patologia Genetica
CRISPR-Cas9
L’ultima tecnica analizzata riguarda un altro argomento molto importante nella biomedicina odierna
ed è la tecnica nota come CRISPR-Cas9. Le sue scopritrici sono due ricercatrici, l’americana Jennifer
Doudna e la francese Emmanuelle Charpentier, che sono state insignite del premio Nobel per la
chimica proprio per la scoperta di questo sistema. Questo è un metodo che consente di modificare
i genomi con una efficienza e una precisione, forse anche con un risparmio economico, superiore a
tutte le tecnologie presenti utilizzate in precedenza.
305
Patologia Genetica
Inoltre, la relativa facilità di utilizzo spinse, negli anni passati, alcuni ricercatori a scrivere una lettera
alle autorità americane per metterle in guardia
dai possibili usi di questa tecnologia, perché
secondo questi scienziati poteva consentire
praticamente a chiunque di modificare il
genoma delle cellule negli organismi, anche
delle cellule embrionali e delle cellule germinali.
In realtà l’utilizzo di questa tecnica non è poi così
semplice, però comunque si tratta di un sistema
straordinariamente efficiente. Le applicazioni
biotecnologiche di questo metodo sono derivate
da un sistema normalmente presente nei
batterî. I batterî possiedono una sorta di sistema
immunitario ancestrale, che presenta sostanziali
differenze con quello che viene considerato un
sistema immunitario (il tracrRNA è stato
osservato nello Streptococcus pyogenes, un
batterio Gram positivo, dove interviene nel sistema CRISPR-Cas che ha la funzione di proteggere il
batterio stesso da virus e da plasmidi che potrebbero danneggiarlo). I batterî hanno la possibilità di
conservare una memoria molecolare delle infezioni che hanno subito da parte dei fagi (i fagi sono
un gruppo di virus capaci di infettare i batteri) e ciò è funzionale all’attuazione di sistemi di difesa
dai fagi. Il sistema CRISPR-Cas 9 consente proprio ai batteri di mantenere l'informazione del genoma
del fago che li ha infettati e mettere in atto una strategia che porta alla degradazione del DNA del
fago. In pratica è un sistema batterico di difesa contro i fagi. Al momento dell’infezione, il batterio
incorpora una copia del genoma del fago nella zona che viene chiamata CRISPR (Clustered Regularly
Interspaced Short Palindromic Repeats) nel proprio cromosoma. In pratica il batterio crea una copia
del genoma virale e lo incorpora nel cromosoma batterico (DNA batterico). La sequenza incorporata,
che quindi è complementare a quella di quel ceppo di virus, viene trascritta dal batterio in una
successiva infezione ad opera dello stesso fago. Quindi il batterio trascrive quella sequenza, la unisce
ad un altro RNA che viene chiamato RNA Tracr, poi la sequenza, che è complementare a quella del
DNA virale, insieme alla sequenza Tracr, viene associata a un enzima, che è una endonucleasi che si
chiama Cas9. Questo RNA associato alla nucleasi Cas-9 taglierà il DNA batterico nella posizione a
esso complementare, quindi taglia il genoma virale inattivandolo. Questo sistema si riattiva a ogni
infezione con lo stesso virus e ovviamente, quando il batterio si replica, trasmette quest’immunità
anche a tutti i batterî figli. Ogni batterio, infatti, conserva un proprio archivio dei genomi.
[Questo argomento è stato trattato da un numero della rivista le Scienze pubblicato nel 2016.]
306
Patologia Genetica
L’utilizzo più semplice di questa tecnica è quello di usarla per inattivare un gene, ciò è realizzabile
sia in cellule in coltura sia in una cellula uovo e anche in un embrione. In pratica si costruisce o ci si
fa sintetizzare un RNA che sia specifico per la sequenza del gene che si vuole inattivare e poi lo si
unisce con un RNA di tracciamento Tracr (che è sempre lo stesso): tutto questo viene abbinato
all’enzima che viene chiamato Cas9 (endonucleasi). Questo sistema ribonucleoproteico sul genoma
cerca la sequenza complementare a quella dell'RNA guida, cioè dell’RNA specifico per il nostro DNA
bersaglio. Dopo di che interviene Cas9 che è pratica un taglio nel doppio filamento del DNA che è in
grado di inattivare il gene. Normalmente un taglio della doppia elica può essere riparato in maniera
“semplice” e poco specifica dal meccanismo noto come non-homologous end joining che
ricongiunge le estremità del DNA che sono state tagliate. Facendo ciò però introduce delle
mutazioni, quindi ci sono dei nucleotidi
che vanno perduti, e si assiste spesso a
un frameshift, quindi una disattivazione
del gene.
Se invece si vuole riparare un gene che
sia mutato, oppure si vuole introdurre,
nel sito di taglio del genoma, un
frammento di una sequenza estranea,
allora si può fornire una sequenza di
DNA che funge da donatore per il
sistema specifico, cioè l’Homology
Directed Repair (HDR).
Quindi le applicazioni tecnologiche sono
notevoli e gli esempi citati prima sono
soltanto una minima parte di quello che
si può fare con questo sistema. Oggi con questa tecnologia si riesce addirittura ad attivare dei geni
307
Patologia Genetica
sfruttando il sistema dell’RNA guida. Se si è in possesso di un RNA guida che riesca a legare una
sequenza di particolare interesse sul genoma, si può associare a quell’RNA guida non soltanto
l’enzima Cas9, che è una nucleasi che può solamente tagliare, ma anche degli enzimi molto più
complessi, per esempio degli enzimi che possono reclutare dei fattori di trascrizione. Quindi in
questo modo non si va a inattivare un gene, ma lo si attiva grazie a dei fattori di trascrizione specifici.
Inoltre, con questa tecnica si possono trattare più geni allo stesso tempo. Le potenzialità di questo
sistema sono enormi perché si può ipotizzare di riuscire a curare dei geni mutati, ci sono molte
possibili applicazioni però ovviamente ci sono anche tantissimi pericoli.
È stato anche citato un episodio verificatosi in Cina, dove dei ricercatori cinesi, contravvenendo
anche le regole del loro Paese, hanno modificato il DNA di una bambina sana (o di una coppia di
gemelle sane): hanno cioè inattivato un gene che consente al virus HIV di entrare nelle cellule, quindi
praticamente hanno voluto rendere una persona resistente all'HIV inattivando un corecettore. Da
ciò si capisce che con questo sistema si può veramente modificare gli esseri umani addirittura prima
dell'impianto in utero, quindi questo apre ovviamente a un’importante serie di interrogativi etici e
funzionali.
È stato descritto un episodio di utilizzo di un kit per inattivare un gene di interesse, in tale occasione
sono stati riscontrati alcuni problemi, ad esempio per inattivare un gene bisogna riuscire a inattivare
entrambe le copie perché una delle possibilità è che questo sistema vada a inattivare uno dei due
alleli, ma l'altro resti intatto. Inoltre, esiste la possibilità di ottenere effetti Off-targets: cioè che
l’RNA guida vada ad appaiarsi non alla sequenza complementare giusta, ma, per una serie di
motivazioni, a sequenze non complementari. In questo modo verrebbe provocata una serie di
mutazioni nella cellula che rendono poi la situazione completamente ingestibile, perché dopo non
è più possibile capire se gli effetti che vediamo sono dovuti alla delezione o all'inattivazione del
nostro gene o ad altre mutazioni provocate casualmente.
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
genere RB che codifica per un fattore di trascrizione, il fattore E2F e ha a che fare con il
retinoblastoma e l’osteosarcoma, oppure il fattore APC e altri…
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Patologia Genetica
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Patologia Genetica
È importante ricapitolare come viene controllato il ciclo cellulare, caratterizzato da diverse fasi: G1,
S, G2 e M. Le fasi di passaggio sono mediate dall'azione dei complessi ciclina/CDK. Le cicline vengono
prodotte, come dice il loro nome, ciclicamente durante le diverse fasi del ciclo e quando le cicline si
legano alle CDK formano dei complessi dotati di attività chinasica, che fosforilano diversi substrati,
consentendo la sintesi di nuovo DNA e la progressione del ciclo cellulare. Il complesso ciclina
D/CDK4 regola la transizione tra fase G1 e fase S, successivamente c’è il contributo del complesso
ciclina E/CDK2. Il complesso ciclina A/CDK2 è attivo nella fase S, mentre il complesso ciclina B/CDK1
regola il passaggio dalla fase G2 alla fase M.
Il complesso ciclina/CDK 4 ha tra i proprî substrati anche la fosfoproteina Rb, che esiste in due forme:
una iperfosforilata, con tanti gruppi fosfato legati l’uno all’altro, e una ipofosforilata con pochi
gruppi fosfato. Uno dei ruoli principali della proteina Rb è quella di sequestrare un fattore di
trascrizione che si chiama E2F, fondamentale per consentire la trascrizione di geni importanti per la
replicazione del DNA. Quindi attraverso questo meccanismo, che si basa sulla fosforilazione di RB e
che a sua volta è sotto il controllo della
ciclina CDK4/6 e della ciclina D, ma anche
della ciclina E e della CDK2, viene deciso se
E2F dev’essere sequestrato e reso
funzionalmente inattivo dalla forma
ipofosforilata di RB oppure se dev’essere
libero di trascrivere sul DNA i geni della
fase S.
L'attivazione delle cicline e delle CDK viene
regolata dai fattori di crescita come EGF,
PDGF e viene inibita dagli inibitori delle
cicline e dagli inibitori della crescita. Nella
forma ipofosforilata Rb sequestra l’istone
deacetilasi sul DNA, quindi l’enzima che
inattiva gli istoni, e l’istone metil-
transferasi ciò comporta un blocco
trascrizionale dei geni a cui è associata.
312
Patologia Genetica
E2F
E2F è un fattore di trascrizione cruciale per la fase S del ciclo cellulare e la sintesi del DNA.
Il fattore E2F è responsabile della trascrizione di geni per:
• timidilato chinasi;
• diidrofolato reduttasi;
• DNA polimerasi.
Questi geni producono proteine fondamentali per la fase S del ciclo cellulare e la replicazione del
DNA: è un passaggio chiave. Oltre a esser più o meno libero di interagire col promotore (tutti questi
geni hanno, nella regione dei loro promotori, dei siti di legame per E2F, dunque, sono leggibili da
parte di E2F), un ulteriore aspetto legato al controllo della proliferazione cellulare da parte di E2F è
epigenetico. Nella forma ipofosforilata, Rb trattiene in loco (sul DNA del gene a cui E2F è legato,
risultando impossibilitato a muoversi) due enzimi chiave pel controllo epigenetico:
• istone metiltransferasi;
• istone deacetilasi.
Nel controllo epigenetico operato dagli istoni, l’acetilazione promuove il rilassamento della
cromatina, quindi la trascrizione genica; la deacetilazione la inibisce (istone deacetilasi, quindi,
inibirà la trascrizione).
La metilazione degl’istoni (non soltanto delle isole CpG nel c DNA) ha, invece, un effetto inibitorio
sulla trascrizione: rende la cromatina più compatta e meno trascrizionalmente leggibile (istone
metiltransferasi, quindi, inibirà la trascrizione).
Quindi, l’ipofosforilazione di Rb provoca un blocco nella trascrizione per almeno tre motivi:
1. impossibilità del fattore di trascrizione di aderire adeguatamente alla regione del promotore
e muoversi (lo immobilizza);
2. reclutamento di un enzima che deacetila gl’istoni;
3. reclutamento di un enzima che metila gl’istoni.
Il blocco è completo. Il passaggio chiave per comprendere come la cellula possa passare da una fase
non replicativa a una fase replicativa è la fosforilazione di Rb.
313
Patologia Genetica
La fosforilazione è mediata dai complessi ciclina/CDK, in particolare dal complesso ciclina D/CDK4 e
CDK6 e dal complesso Ciclina E/CDK2. I complessi ciclina/CDK regolano la transizione da forma
ipofosforilata a forma ipofosforilata.
L'attività di questi complessi è regolata a livello della sintesi e della degradazione delle cicline
(componente regolatore dei complessi, in quanto la CDK è una chinasi – dunque, monta gruppi
fosfato – mentre la ciclina è il partner indispensabile – che, come suggerisce il nome, è prodotto
ciclicamente durante il ciclo cellulare). Quindi:
1. il gene delle cicline viene trascritto;
2. si attiva il complesso ciclina/CDK e opera la sua fosforilazione;
3. il complesso fosforila Rb;
4. la ciclina viene degradata dalla ubiquitinazione e dal complesso del proteosoma.
Le cicline hanno, per definizione, un andamento ciclico.
La produzione delle cicline è provocata da fattori input che provengono dall’esterno, a livello di
fattori di crescita, molecole che vengono prodotte e rilasciate nell’ambiente (come Epidermal
Growth Factor, il fattore di crescita epidermico o Platelet-Derived Growth Factor, il fattore di crescita
derivato dalle piastrine) e captate dai recettori dei fattori di crescita situati sulla membrana
cellulare. I processi di signaling intracellulare (come la via di Ras o degli inositolofosfati) attivano,
attraverso cascate di segnalazione, la sintesi delle cicline.
Inoltre, intervengono anche fattori solubili, come il Transforming Growth Factor beta (TGF-β) che
è un inibitore della crescita cellulare.
TGF-β
Il TGF-β è una molecola molto interessante e versatile. È stata studiata nel corso di immunologia
come una delle poche citochine antinfiammatorie e antiproliferative; inoltre, svolge un importante
ruolo nel differenziamento dei linfociti T regolatori.
314
Patologia Genetica
In un contesto oncologico, TGF-β ha una doppia faccia e ha un ruolo importante nel cancro del colon.
Nel tessuto del colon il TGF-β è un inibitore della transizione da cellula normale a cellula tumorale
ben differenziata. Su un epitelio normale, il TGF-β ha un’azione antitumorale.
Tuttavia, quando il tumore è già iniziato (alle prime fasi) o ben differenziato (ma che ancora può
progredire verso un'ulteriore malignità), il TGF-β cambia ruolo: è strettamente legato al processo di
produzione di matrice extracellulare (TGF-β è una molecola che stimola la produzione di matrice).
Quindi, se all’inizio del processo di trasformazione il TGF-β è una molecola “buona” e protettiva,
nelle fasi più avanzate della trasformazione neoplastica può diventare una molecola che aiuta la
crescita del tumore. I tumori crescono grazie alla crescita contemporanea di stroma: si nota, infatti,
che nella maggior parte dei casi, soprattutto pei tumori epiteliali solidi, la crescita del tumore è quasi
sempre accompagnata da una concomitante crescita di tessuto connettivo che serve da supporto.
p53
P53 è un fattore di trascrizione in forma di omotetramero, una molecola che funziona come
complesso di 4 subunità uguali assemblate, trascritte a partire dal gene tp53. p53 è probabilmente
la molecola più frequentemente coinvolta nel cancro, in particolare nei tumori solidi. Si può dire che
un tumore non si sviluppa fin tanto che p53 non è messa fuori gioco. Finché ci sarà p53 il tumore o
non si sviluppa, o si sviluppa poco e male. Quindi, è fondamentale per la progressione tumorale che
in un modo o in un altro p53 venga inattivata. La funzione di p53 fu scoperta circa 30 anni fa e gli fu
conferito il soprannome di “guardiano del genoma”.
315
Patologia Genetica
316
Patologia Genetica
La seconda cellula (con espressione delusa) presenta una mutazione inattivante a carico di p53 (con
perdita di funzione di p53): ulteriori danni a carico di oncogeni e oncosoppressori (eventi mutamenti
e cancerogeni) non provocano il blocco della proliferazione cellulare, per cui la cellula continua a
replicarsi. I danni non vengono riparati e questo porterà a una replicazione clonale e con formazione
di una massa di cellule tumorali (l'espressione della cellula è diabolica).
Per l'espansione clonale della cellula tumorale è necessario che p53 sia fuori gioco.
Nella parte destra dell’immagine, vediamo un’ulteriore azione di p53: la trascrizione di mir-34 che,
in presenza di danno al DNA, inibisce la traduzione di MYC, di CDK4 e di geni antiapoptotici come
BCL-2 (partner di BAX con funzione antiapoptotica).
p53 è un omotetramero ed è sufficiente che una delle due copie del gene sia mutata (alterata, quindi
disfunzionale, non semplicemente non espressa) per variare la funzionalità dell’intera molecola.
Si assume come esempio l’osteogenesi imperfetta di tipo 2, malattia genetica che porta ad
anomalie nella sintesi del collagene. In questa patologia, uno dei due alleli è mutato (viene tradotto
un altro amminoacido al posto della glicina). La molecola di collagene è composta da due catene α1
e una catena α2, quindi 3 molecole di collagene su 4 presentano almeno una catena α1 mutata: 3
su 4 sono disfunzionali (si è giunti a tal conclusione mediante un semplice calcio combinatorio).
Lo stesso ragionamento si applica anche a un tetramero: analizzando tutte le possibili combinazioni,
in un soggetto presentante una copia del gene mutato (per esempio una mutazione di senso, con la
traduzione di un amminoacido sbagliato), circa 16 catene dei tetrameri di p53 su 17 (90%) saranno
disfunzionali perché contengono almeno una molecola di p53 anomala.
L'omotetramero si forma dalla combinazione casuale dei due fattori: la metà delle molecole è
disfunzionale, ma ragionando in termini di funzionalità o disfunzionalità dell'intero omotetramero,
16 molecole di omotetrameri su 17 contengono almeno una copia di p53 mutata. Questo fenomeno
è noto come dominanza negativa, ovvero una perdita di funzione che si impone sulla parte
funzionale delle molecole.
Nel caso in cui un ematopatologo volesse utilizzare anticorpi monoclonali per misurare il numero di
molecole di p53 all'interno di cellule tumorali, dove p53 è inattivato e non più funzionante, ne
osserverebbe in gran numero. Gli anticorpi monoclonali, infatti, non sono in grado di distinguere
p53 funzionale da p53 anomalo e le copie mutate di p53 hanno una stabilità molto maggiore e una
vita più lunga rispetto alla sua forma normale, che ha invece turnover elevato e viene prodotta, ma
rapidamente degradata. Nel tumore sarà quindi presente molto p53, ma nella sua forma non
funzionante. Spesso, accade che nei tumori spontanei ci sia una copia inattivata e una copia mutata:
uno degli alleli non è proprio espresso, l’altro è espresso, ma in forma mutata.
317
Patologia Genetica
Locus CDKN2A
CDKN2A, detto anche INK4a/ARF, è un locus non convenzionale. La sua peculiarità è di essere uno
dei pochi geni di mammifero con due open reading frames sovrapposti. Normalmente, tutti i nostri
geni hanno un solo modulo di lettura con significato (uno porta alla produzione di una proteina, gli
altri portano a una serie di stop codons); questa è un’eccezione perché attraverso l’uso di due open
reading frames diversi e lo splicing alternativo, questo gene può dare origine a due proteine
completamente diverse. Questi due prodotti condividono in parte una finalità, hanno uno scopo
comune. L’avere due letture diverse dello stesso gene è un evento che avviene frequentemente nei
genomi virali, ma molto raramente nei genomi degli organismi superiori. Questo avviene in maniera
molto complicata perché sono presenti esoni diversi.
Osservando l’immagine notiamo l’esone E1β, poi un esone E1α, un esone E2 e un esone E3.
I due prodotti della trascrizione sono diversi tra loro (uno giallo e viola, l’altro giallo e azzurro).
Il primo mRNA maturo è dato:
• dall’esone E1β;
• parte di E2.
• parte di E3.
Il secondo mRNA che può essere prodotto è:
• E1α;
• buona parte di E2 in comune (ma letto con un modulo di lettura diverso, quindi viene
codificata una proteina completamente diversa);
• parte di E3 (anche in questo caso, letto con un frame diverso rispetto alla prima proteina
trascritta).
L'uso di frame sovrapposti e splicing alternativi produce due proteine molto importanti:
• p16: che inibisce i complessi ciclina CDK;
• p19 ARF nel topo o p14 ARF nell’uomo (omologa): un inibitore di MDM2.
MDM2 è una molecola che provoca la degradazione di p53.
MDM2 blocca quindi p53; p19 è inibitore MDM2, quindi attivatore di p53.
Quando questo locus si attiva, la cellula si blocca nella proliferazione cellulare perché:
1. viene prodotto p16, che inibisce i complessi ciclina/CDK;
2. si attiva p53 perché avviene inibizione del suo inibitore.
318
Patologia Genetica
Come si è visto, E2F trascrive numerosi geni, tutti necessarî per la proliferazione cellulare e sintesi
di DNA; tuttavia, esiste un meccanismo di controllo: nel caso di eccesso di funzionalità e attività di
E2F (ad esempio, nel caso di perdita di funzione di Rb), esso stesso trascrive il locus CDKN2A, che
blocca la proliferazione cellulare e attiva p53. Questo significa che, quando una cellula riceve input
che la rendono neoplastica, molto spesso, questi input non conducono alla proliferazione cellulare
e alla trasformazione neoplastica, ma al blocco proliferativo o alla morte cellulare.
Il fenomeno, noto come senescenza indotta da oncogèni, può sembrare un ossimoro (gli oncogeni
sono responsabili della trasformazione neoplastica della cellula); occorre allora ricordare che il
percorso verso la trasformazione neoplastica non è univoco e, anche in presenza di mutazioni che
si sommano a carico di oncogèni e oncosoppressori, la cellula possiede meccanismi di sicurezza, che
possono attivarsi e indurre la cellula verso il blocco proliferativo e la morte cellulare programmata.
Gli anni ‘80 sono stati il decennio della scoperta dei principali oncogèni. Un gruppo di ricerca aveva
raccolto in quegli anni risultati del tutto inattesi: dopo aver prelevato fibroblasti di topo normali
(non tumorali) e trasferito in questi Ras mutato (di provenienza tumorale), si è osservato, con
grande sorpresa, che le cellule diventavano senescenti e tendevano a perdere capacità replicativa
(più ovvio sarebbe stato, invece, ottenere cellule tumorali). A quel tempo, il fenomeno rimase
incompreso.
Il locus CDKN2A produce due proteine,
accomunate dalla capacità di bloccare la
proliferazione cellulare. Sorprendente è
che il locus possa essere attivato da un
eccesso di attività di E2F.
Fattori esterni, come growth factors e
integrine (molecole di adesione), inviano
segnali di proliferazione e sopravvivenza
alla cellula. L'attivazione di oncogeni come
Ras e myc attraverso vie di trasduzione
porta all'aumento della produzione della
ciclina D, che insieme alla CDK4 forma il
complesso attivo, promuovendo la fosforilazione di Rb. La liberazione di E2F porta all'espressione
delle cicline E e A e della DNA polimerasi. Tutto questo sostiene il passaggio da una fase all'altra del
ciclo cellulare. Questa serie di eventi può essere inibita da p16, così come da p21 (prodotto di p53).
p53 può essere attivato da due tipi di stimoli:
stress cellulare o danno al DNA (via vista nel
meccanismo di riparazione omologa: ATM si
attiva, attivando p53) o mediante MDM2;
quando presente, MDM2 inibisce p53, ma
tutto ciò che riduce l'attività di MDM2 porta
inevitabilmente all'attivazione di p53. E2F
attivo porta all'attivazione del gene p14ARF e
del locus CDKN2A.
Il retinoblastoma è causato dall’alterazione di
questo fondamentale meccanismo di controllo
della proliferazione cellulare. Ereditare una
copia non funzionante di RB da uno dei genitori
319
Patologia Genetica
320
Patologia Genetica
POLIPOSI FAMILIARE
Si tratta di una sindrome neoplastica ereditaria che
comporta lo sviluppo di un numero, in alcuni casi
straordinariamente elevato, di polipi (tumori benigni,
che in notevole numero possono evolvere, nel corso
degli anni, in carcinoma). Il gene coinvolto nella
poliposi familiare è il gene APC (alla base anche di
molte altre malattie neoplastiche del colon).
321
Patologia Genetica
Il recettore di membrana Frizzled (che attraversa la membrana più volte) è stimolato dal ligando
extracellulare solubile WNT (questa è nota complessivamente come la via di WNT, proprio dal nome
del fattore solubile). In condizioni normali, WNT è assente e la cellula del tessuto (in questo caso,
del colon) non è stimolata. La proteina APC è presente e legata alla molecola β-catenina, fattore di
trascrizione. In una cellula quiescente la β-catenina è sequestrata dalla APC nel citoplasma (non può
agire nel nucleo). La β-catenina è anche legata
alla E-caderina, una molecola di adesione dei
tessuti epiteliali che media un legame
omotipico: una molecola di caderina su una
cellula lega una caderina sulla cellula adiacente.
Quando la cellula viene stimolata tramite WNT
si attivano dei meccanismi di segnalazione che
portano alla degradazione di APC e alla
liberazione della β-catenina, la quale può così
migrare nel nucleo; nel nucleo, entra a far parte
di un complesso di trascrizione (il cui membro
fondamentale è TCF) che produce elementi
necessarî alla proliferazione. Il verificarsi di mutazioni può determinare l’assenza di APC, oppure la
sua presenza in forma inattiva, non in grado di sequestrare la β-catenina; la β-catenina, non
sequestrata dalla APC, può quindi migrare nel nucleo stimolando continuamente la trascrizione
anche in assenza di stimoli provenienti
dall'esterno.
Fattori di trasferitasi come TCF mediano la
trascrizione di geni come myc e ciclina D1.
L'immagine illustra la relazione tra l’acquisizione
di precisi eventi molecolari con precise
caratteristiche morfologiche e funzionali del
tessuto. Mutazioni a carico del gene APC possono
essere ereditate da uno dei due genitori
(concettualmente simile al caso della
predisposizione al retinoblastoma ereditario: si
eredita da uno dei due genitori una copia
mutante di oncosoppressore, versione
presentata in tutte le cellule dell'organismo).
N.B. Pur essendo la versione mutata presente in tutti i tessuti, è da ricordare che gli oncosoppressori
hanno un ruolo tessuto-specifico, motivo per cui l’inattivazione di APC ha un effetto potente nel
colon, ma non in altri distretti (nonostante l’allele mutato ereditato da uno dei due genitori sia
presente per definizione in tutte le cellule dell'organismo).
Se un secondo evento mutazionale colpisce l’allele funzionante di APC in una singola cellula, quella
cellula avvia una proliferazione benigna. Classicamente, il secondo evento mutazionale è a carico
dell’oncogene RAS, uno dei più potenti oncogeni. Le mutazioni che colpiscono RAS nei tumori
provocano una sua attivazione continua e incontrollata. Quindi, l’inattivazione funzionale di APC e
l’attivazione di RAS provocano la formazione di adenomi (tumori benigni predisposti alla malignità).
Su queste cellule, si accumulano altri eventi mutazionali, tali da far perdere loro la condizione di
322
Patologia Genetica
eterozigosi; avviene una perdita di materiale genetico (ancora non definita completamente) nel
cromosoma 18 braccio lungo, banda 2, sottobanda 1: SMAD2, SMAD4, geni importanti per la
proliferazione cellulare. Per l'alterazione di uno o più oncosoppressori, si osserva il fenomeno della
perdita di eterozigosi in alcuni punti del genoma. p53 interviene in queste fasi o nelle successive.
Da sottolineare è la sovraespressione di COX2 (una cicloossigenasi che produce prostaglandine,
molecole proinfiammatorie), che indica che al processo di cancerogenesi è associato il processo
proinfiammatorio, con attivazione anche dei meccanismi dell’infiammazione (anticipazione del
programma che verrà trattato nel corso di patologia generale). Ulteriori mutazioni possono
riguardare la telomerasi, enzima che prolunga la vita della cellula tumorale. Sommandosi alle
mutazioni precedenti, provoca la formazione di un carcinoma localmente invasivo, in grado di
invadere sia sottomucosa che muscularis mucosae propria.
323
Patologia Genetica
La sua scoperta prende le mosse da una malattia rara: la sindrome di Von Hippel-Lindau,
caratterizzata dalla predisposizione a sviluppare carcinomi del rene e del surrene ed
emangioblastomi (formazioni neoplastiche del tessuto vascolare), soprattutto a livello del
cervelletto. Il gene responsabile in questa patologia (gene VHL) è implicato nel meccanismo di
rilevazione dell’ipossia. Aver capito le basi molecolari della suddetta sindrome ha consentito di
comprendere un fenomeno che non solo avviene nelle cellule dell’organismo, ma ha anche una
fondamentale importanza nei tumori solidi. Si tratta, quindi, di un meccanismo che riguarda le
malattie neoplastiche ereditarie, nello specifico la sindrome di Von Hippel-Lindau, ma ha una
valenza più ampia.
Nelle cellule è presente il fattore di trascrizione HIF (Hypoxia Inducible Factor, cioè fattore inducibile
dall’ipossia) costituito da una subunità α e una subunità β che, normalmente, sono situate nel
citoplasma e funzionalmente inattive.
L’immagine a lato è un ingrandimento della subunità α in cui si può
notare che lungo la sequenza amminoacidica sono presenti degli
amminoacidi prolina, che possono essere idrossilati (aggiunta di un
gruppo ossidrile -OH). L’enzima che catalizza questa idrossilazione è
una prolil-idrossilasi (PH) che richiede ossigeno e ioni ferro come
cofattori.
In condizione di normossia, cioè in presenza di un’adeguata quantità di
ossigeno, la prolina viene idrossilata ed è riconosciuta da pVHL
(proteina di Von Hippel-Lindau, definita così poiché quando questa
proteina è difettosa si manifesta la sindrome), che media la
ubiquitinazione della subunità α.
In presenza di ossigeno quindi, la subunità α viene continuamente
idrossilata a livello di una prolina, in seguito riconosciuta dalla pVHL che
recluta una ubiquitin-ligasi. A questo punto, la subunità α ubiquitinata viene veicolata al
proteosoma per la distruzione.
In condizioni di ipossia l’equilibrio si sposta perché la prolina comincia a non essere più idrossilata e
il sistema di degradazione basato sul proteasoma funziona meno o non funziona più. La subunità α
sopravvive, si accumula e si appaia alla subunità β. Questo complesso si sposta nel nucleo e media
la trascrizione di moltissimi geni. Questi, attraverso diverse modalità, consentono alla cellula di
rispondere meglio alla carenza di ossigeno. Di conseguenza il tessuto e l’intero organismo si
adattano per far fronte a questa condizione.
I geni che sono regolati da questo sistema sono decine – se non centinaia – e possono essere
raggruppati in diverse categorie funzionali. Sin da subito è stato compreso che tra questi c’era il
gene dell’eritropoietina, EPO, che è prodotta dal rene e ha come bersaglio le cellule del midollo. In
situazioni di ipossia cronica, come per le popolazioni che vivono ad alta quota (ad esempio, sulle
Ande o sull’Himalaya) questo sistema è continuamente stimolato e quindi viene indotto a
proliferare un numero maggiore di eritrociti rispetto a chi vive a quote più basse. Un altro gene
controllato da questo sistema è il gene del VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor) che interviene
nel processo dell’angiogenesi.
Questo meccanismo è anche molto importante perché, al di là della Von Hippel-Lindau (malattia
rara), ha anche un ruolo centrale nella biologia di tutti i tumori solidi, nei quali troviamo l’attivazione
continua della risposta all’ipossia (HIF è permanentemente attivato).
Curiosità sull’eritropoietina
L’eritropoietina è una sostanza dopante che viene assunta da alcuni professionisti e anche da
dilettanti soprattutto negli sport aerobici come il ciclismo, lo sci di fondo e la maratona. Gli atleti
324
Patologia Genetica
risentono di un grande incremento delle capacità fisiche perché aumenta il numero di eritrociti nel
sangue. Tuttavia, l’assunzione di questa sostanza crea danni gravi soprattutto a livello vascolare,
quindi mette a rischio la salute dell’atleta stesso.
325
Patologia Genetica
GLUT-1 e GLUT-3: utilizzati per aumentare l’uptake di glucosio come visto precedentemente;
ALDA; ENOI; HK1; HK2; LDHA; MXI-1; PDK1; PFKL; PGK1.
2. Geni che hanno a che fare con la neoangiogenesi poiché un tessuto ipossico stimola la creazione
di una rete vascolare che gli porti più ossigeno: questi geni sono attivati da HIF sia in un tessuto
sano che in un tumore, quindi intervengono anche nell’angiogenesi tumorale. Essi sono:
VEGF; VEGF receptor (non presente nell’immagine ma viene trascritto da HIF anch’esso); PDGF-
β: fattore di crescita derivato dalle piastrine; MMP-2 e MMP-9: metalloproteasi della matrice,
degradano la matrice per consentire la formazione di nuovi vasi; Angiopoietina 1 e 2; FLK-1;
FLT-1; PAI-1; TIE-2.
3. Geni che favoriscono la proliferazione cellulare:
CCND1: ciclina D-1, una delle più importanti; IGF2: Insulin Growth Factor, stimola la
proliferazione cellulare; EPO: eritropoietina; IGF-BP2; TGF-α.
4. Geni che hanno a che fare con invasione e metastasi, in particolare con il fenomeno della
motilità cellulare:
C-Met; CXCR4; E- CADERINA; LOX; PAI-1; SDF-1; UPAR.
(n.d.s. quelli in corsivo non sono stati citati dal professore)
C- Met
È il recettore del fattore di crescita HGF (Hepatocyte Growth Factor) che a differenza di altri fattori
non promuove solo la crescita, ma anche la
migrazione cellulare. Grazie alla sua azione le
cellule diventano capaci di muoversi. C-met è
stato scoperto dal ricercatore italiano Paolo
Comoglio. Durante un seminario tenutosi al
Rizzoli fece notare la differenza tra cellule in
coltura con il fattore EGF (Endothelial Growth
Factor) e altre in coltura con HGF. Nel primo caso
le cellule proliferavano formando dei gruppi,
mentre nel secondo caso non solo crescevano, ma
si spostavano all’interno della piastra.
Se in un ambiente chiuso mancasse ossigeno, la
gente cercherebbe un’uscita per spostarsi
all’esterno. Allo stesso modo agiscono le cellule
cioè si spostano se stimolate dall’HGF grazie alla
presenza del recettore C-met. Si attiva un meccanismo prometastatico perché si favorisce una
proprietà di base della cellula metastatica: la motilità. L’HGF veniva chiamato anche Scatter Factor
(SH), cioè fattore di dispersione.
CXCR4
È il recettore dello Stromal Cell Derived Factor-1, ed è una molecola importante nel processo di
metastatizzazione.
326
Patologia Genetica
predispongono al cancro allo stomaco perché in carenza di questa caderina, la β-catenina è libera
di promuovere la proliferazione cellulare. Da questo punto di vista la E-caderina si comporta come
un oncosoppressore e buona parte del suo ruolo è svolto sequestrando la β-catenina.
Si prenda in esame un soggetto eterozigote per la mutazione inattivante del gene CDH1 della E-
caderina in tutte le cellule dell’organismo. Se dovesse essere presente una mutazione a carico
dell’allele normale nell’epitelio dello stomaco, oppure se si verificasse un blocco epigenetico che
impedisce all’allele sano di funzionare, avrebbe origine un processo tumorale all’inizio lento che col
manifestarsi di ulteriori eventi mutazionali diventerebbe un tumore allo stomaco invasivo e letale.
Questo processo può essere causato dalla dieta, da sostanze cancerogene o da gastriti.
In A è mostrata l’organizzazione
della E-caderina nelle giunzioni
intercellulari.
In B è mostrata la progressione
tumorale nella mucosa gastrica in
un soggetto eterozigote per la
mutazione del gene CDH che
codifica la E- caderina.
che favorisce fortemente lo sviluppo di neoplasie cutanee, soprattutto con esposizione a luce solare.
È noto un caso di sindrome neoplastica ereditaria dovuta a una mutazione di una glicosilasi che è il
prodotto del gene MUTYH che causa forme attenuate e recessive di poliposi del colon. Non ha a che
vedere con la poliposi adenomatosa familiare, FAP, provocata da una mutazione del gene APC. Forse
è l’unico esempio di mutazione di un gene implicato nel BER, infatti, la maggior parte riguarda geni
che intervengono nella ricombinazione omologa.
328
Patologia Genetica
colon sia “microsatellite instable” o “microsatellite stable”, cioè se sia instabile o stabile. Si tratta di
una fondamentale diversificazione dei casi di cancro del colon.
Infatti, considerando solo i casi sporadici (ossia quelli non ereditari) di cancro del colon:
- l’85% segue la via legata a APC, β catenina, RAS…;
- il 15% segue invece la via dell’instabilità dei microsatelliti.
In conseguenza della perdita del meccanismo MMR, i microsatelliti diventano instabili, e questo
apre la strada ad altre mutazioni. In particolare, il responsabile della proliferazione neoplastica è il
fatto che in diversi geni che controllano la proliferazione cellulare vi sono, nella regione codificante,
delle sequenze microsatelliti.
I microsatelliti non sono solo all’interno di sequenze intergeniche e introni, ma possono trovarsi
anche nella sequenza codificante. In quest’ultimo si possono verificare dei frameshift, per cui la
proteina non è funzionante e viene degradata.
In HNPCC viene ereditata una mutazione di un gene del MMR in eterozigosi. L’inattivazione somatica
del secondo gene avviene per mutazione o metilazione, portando a instabilità dei microsatelliti.
Questo provoca alterazioni in geni che, come TGF-βR2 e BAX, contengono al loro interno sequenze
microsatelliti.
Il TGF-β (trasforming growth factor β), di cui TGFβRII è il recettore, nel cancro del colon ha effetti
diversi in momenti distinti dello sviluppo neoplastico. All’inizio, nel processo che riguarda il
passaggio da epitelio normale a tumore, il TGF-β ha effetto inibitorio della crescita tumorale. Nelle
fasi successive può avere un effetto opposto, promuovendo la crescita tumorale. Nella sequenza
del gene che codifica per il recettore TGFβR2 c’è una sequenza di 10 adenine nella regione
codificante. Se il MMR non funziona correttamente, il numero delle adenine varia e se vengono
aggiunte (o tolte) un numero di basi non multiplo di tre, si altera il quadro di lettura. La proteina
risultante sarà perduta perché riconosciuta dai sistemi di degradazione della cellula che la
eliminano.
Come già detto, la sindrome di Lynch, che è di due tipi, è associata ad alterazioni dei geni del
mismatch repair (MMR), in particolare:
- nel 60% dei casi sono mutati i geni MSH2 o MLH1;
- nel restante 40% la mutazione è a carico di altri geni coinvolti nel MMR.
Ciò è associato ad instabilità dei microsatelliti che porta al cosiddetto fenotipo mutatore e questo
ha come conseguenza la mutazione dei geni fondamentali per il controllo della proliferazione
cellulare.
Questa malattia segue il paradigma di Knudson: un soggetto eredita una copia mutata di un allele
(ad esempio di MLH1) da uno dei due genitori, poi, nel corso della vita, all’interno di una cellula si
329
Patologia Genetica
modifica anche l’altro allele portando al fenotipo mutatore. Da qui tutte le cellule figlie avranno
l’instabilità dei microsatelliti.
Parlando sempre di cancro del colon, in alternativa all’instabilità dei microsatelliti, le cellule
presentano instabilità cromosomica, ossia la tendenza alla aneuploidia, a segregare male i
cromosomi, delezioni e traslocazioni. Si parla di instabilità dei cromosomi e instabilità dei
microsatelliti come due percorsi alternativi.
Nei casi con mutazione di APC si verifica instabilità cromosomica perché il gene APC è coinvolto nella
segregazione dei cromosomi, oltre che nel controllo della β-catenina.
Molti dati sperimentali riferiscono che i tumori caratterizzati da instabilità dei microsatelliti tendono
a evocare una risposta immunitaria, soprattutto cellulo-mediata, un po’ più forte. Questo è
probabilmente una conseguenza del fatto che quando i microsatelliti sono instabili vengono
prodotte molte proteine con la sequenza mutata. Questa particolarità può essere la base di una
migliore risposta antitumorale.
330
Patologia Genetica
BRCA1 e BRCA2 fanno parte del complesso BASC e, per così dire, a valle di ATM.
ATASSIA-TELEANGECTASIA
L’atassia-teleangectasia è una malattia autosomica recessiva causata da mutazione inattivante di
ATM. ATM, che prende il nome proprio da questa patologia, è il sistema che funge da regolatore
principale del sistema BASC: si tratta di una chinasi che svolge il ruolo di sensore di danno al DNA.
Nell’atassia-telangectasia il quadro clinico è piuttosto grave ed è caratterizzato da incoordinazione
motoria (atassia), da malformazioni vascolari (telangectasie), deficit neurologici, immunodeficienza
e predisposizione a sviluppare qualsiasi tipo di tumori.
I soggetti che hanno la mutazione di ATM in eterozigosi non presentano la malattia atassia-
telangectasia, ma hanno comunque un’altissima predisposizione allo sviluppo di tumori nel corso
della vita. Si tratta pertanto di soggetti fenotipicamente sani, ma con un’enorme tendenza a
sviluppare neoplasie data l’importanza del gene come vertice del meccanismo BASC nella
ricombinazione omologa.
331
Patologia Genetica
Riassumendo:
- Nelle MEN 2A la dimerizzazione è necessaria, ma è costitutiva, aberrante e provocata dalla
formazione del ponte disolfuro intermolecolare.
- Nelle MEN 2B la dimerizzazione non è necessaria.
332
Patologia Genetica
MALATTIA DI ALZHEIMER
È una malattia che comporta una progressiva perdita delle funzioni cerebrali superiori, sia quelle
che riguardano la sfera affettiva che quelle che riguardano la sfera razionale.
Queste persone lentamente si riducono a uno stato puramente vegetativo.
Basi molecolari
Questa malattia è caratterizzata a livello patologico da due tipi di lesioni che si verificano nella
corteccia cerebrale:
• placche senili: depositi extracellulari;
• ammassi neurofibrillari: depositi intracellulari.
Le placche senili sono depositi extracellulari di sostanza amiloide. L’amiloide è un deposito di
materiale proteico, che può avere diversa origine, ma che presenta sempre come denominatore
comune una struttura molecolare di base: un frammento proteico ripiegato a un β-foglietto.
Quando un organo viene investito da questo ammasso, si ha morte delle cellule e sostituzione del
parenchima con materiale inerte che ne impedisce la corretta funzionalità.
333
Patologia Genetica
Questa proteina è localizzata sui neuroni. La sua funzione non è molto chiara, però quello che si sa
è che la proteina APP può essere tagliata da tre enzimi diversi che sono: α-secretasi, β-secretasi e
γ-secretasi. Questi enzimi lavorano a coppie agendo in punti diversi della proteina.
334
Patologia Genetica
Possiamo apprezzare il punto di taglio della α-secretasi che è in posizione 687, seguito dal taglio
della γ-secretasi in posizione 711 o 713 (questo non è un dettaglio, ma un punto molto rilevante, a
detta del Prof.). si forma un frammento chiamato P3 che non crea alcun problema.
Il problema può nascere dal taglio della β-secretasi, in posizione 671, seguito dal taglio della γ-
secretasi, sempre in posizione 711 o 713. Quindi si avranno frammenti da 40 se la γ-secretasi avrà
tagliato in posizione 711 o 42 amminoacidi se la γ-secretasi avrà tagliato in posizione 713.
Entrambi sono amiloidogenici, ma il 42 lo è molto di più.
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Patologia Genetica
Ci sono altri 2 loci genici, chiamati Presenilina 1 e Presenilina 2, che provocano altra due forme di
Alzheimer decisamente precoci (40-50 anni) in cui abbiamo una forma di A-β a 42 amminoacidi.
Infine, abbiamo un polimorfismo del gene ApoE, di cui si parlerà in seguito.
Nella patogenesi dell’Alzheimer abbiamo un’eccesiva produzione di frammenti A-β che tenderanno
a formare in prima battuta degli oligomeri a 12 unità, i quali potrebbero essere ancora più pericolosi
delle placche senili nel determinare alcuni disturbi cognitivi, dal momento che sono in grado di
alterare l’attività sinaptica: da tutto questo si può facilmente capire perché uno dei primi sintomi di
questa malattia sia la perdita di memoria.
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Patologia Genetica
Questo materiale, oltre a provocare alterazioni nella trasmissione sinaptica, porta anche ad
alterazioni negli scambî tra i vasi e l’interstizio e all’attivazione delle cellule della microglia con
risposta infiammatoria dovuta al rilascio di citochine.
Dopodiché questi oligomeri, una volta che si trovano all’esterno dalla cellula, formano dei grandi
aggregati che sono proprio quelle che vengono definite placche senili.
Nell’immagine precedente troviamo anche altri protagonisti, tra cui gli enzimi che degradano il
peptide A-β che fanno il “lavoro di pulizia” citato in precedenza.
Viene anche mostrata la proteina TAU. L’altra lesione caratteristica oltre alle placche senili sono gli
ammassi neurofibrillari. Questi sono dei depositi intracellulari causati dall’accumulo di una forma
iperfosforilata della proteina TAU, proteina associata al citoscheletro.
Locus ApoE
L’ultimo locus genico coinvolto è ApoE, presente in 3 forme alleliche nella popolazione: ApoE2,
ApoE3, ApoE4. Abbiamo delle differenze di sequenza amminoacidica da questi 3 polimorfismi:
• ApoE2 ha Cys in posizione 112 e 158;
• ApoE3 ha Cys in posizione 112 e Arg in posizione 158;
• ApoE4 ha Arg in posizione 112 e 158.
Per quanto riguarda la frequenza dei varî alleli nella popolazione generale e in quella affetta di
Alzheimer è evidente uno sbilanciamento:
• ApoE2 si può definire protettivo;
• ApoE3 che è il più frequente sembra essere neutro o lievemente protettivo;
• ApoE4 invece ha una frequenza tre volte maggiore nei soggetti con l’Alzheimer. Quindi
questo allele ha un forte influsso nel predisporre la malattia.
Se poi andiamo a considerare le condizioni di omozigosi, eterozigosi o di non portatore, solo per
quanto riguarda ApoE4, vediamo che i soggetti non portatori hanno una frequenza tra i malati di
337
Patologia Genetica
Alzheimer del 20%, gli eterozigoti del 47% e gli omozigoti del 91% (avere l’allele ApoE4 in omozigosi
conferisce una predisposizione molto forte all’Alzheimer).
Significativa è anche l’età media di esordio. Quindi in omozigosi (e in eterozigosi) non soltanto
aumenta la probabilità di ammalarsi, ma diminuisce anche l’età media in cui si manifesta la malattia.
Questo schema ci dice che la malattia di Alzheimer è una malattia infiammatoria in cui appunto
l’infiammazione può essere causata da una serie di processi dovuti a mutazioni in uno dei varî punti
che abbiamo esaminato. Abbiamo per esempio attivazione della microglia, rilascio di citochine,
accumulo di cellule, tra cui astrociti, e rilascio di proteine di fase acuta, che sfocia poi in un
progressivo danno neuronale. Questo danno provoca poi un’alterazione degli equilibrî ionici
all’interno dei neuroni, in particolare un aumento del calcio citosolico che attiva le chinasi che vanno
a iperfosforilare la proteina TAU che è alla base del fenomeno della comparsa degli ammassi
neurofibrillari.
Da questo dobbiamo ricavare dei concetti fondamentali:
1. la malattia di Alzheimer è una malattia infiammatoria sia locale che sistemica;
2. la proteina TAU è coinvolta nel trasporto assonale e quando è iperfosforilata la sua attività
è compromessa.
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Patologia Genetica
MALATTIE PRIONICHE
Le malattie prioniche hanno rappresentato una grande sfida per la medicina.
Si tratta di malattie che possono colpire animali e uomini. Sono rare per quanto riguarda l’uomo,
ma abbastanza frequenti per quanto riguarda gli animali.
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Patologia Genetica
Il tipo di analisi condotto è un’analisi Western Blot, che consiste in un’elettroforesi su gel di proteine,
in questo caso sono proteine del cervello: ponendole sulla piastra, facendo sì che si separino in base
al loro peso molecolare, successivamente queste proteine vengono trasferite su un foglio di nylon
oppure di nitrocellulosa, infine si usa un anticorpo marcato specifico per la proteina.
Nel grafico su a sinistra è presente la proteina prionica di un cervello sano, in cui sono messe in
evidenza alcune bande di quest’ultima: questa eterogeneità è dovuta alla diversa glicosilazione.
Se questo materiale proteico prima di caricarlo sulla piastra viene trattato con una proteasi
demolitiva, la proteasi K, sulla piastra non risulterà nulla.
Se lo stesso esame viene effettuato su proteine prioniche estratte da un soggetto che è morto di
Creutzfeldt-Jakob si può vedere che un trattamento con proteasi K non disintegra completamente
la proteina, cala soltanto il suo peso molecolare. Da ciò si deduce che nei soggetti malati le proteine
prioniche si accumulano, poiché sono resistenti alle proteasi.
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Se vi sono mutazioni amminoacidiche e quindi mutazioni della sequenza primaria della proteina, ne
consegue che vi siano alterazioni della struttura secondaria, nel caso specifico delle proteine
prioniche in caso di mutazioni amminoacidiche viene favorito il ripiegamento a β-foglietto più di
quanto esso non lo sia in condizioni non patologiche, ed è proprio questa conformazione a foglietto
β a conferire maggiore resistenza alle proteasi.
Si passa poi all’analisi di un caso particolare, ovvero il caso di trapianto di strutture nervose infette,
come ad esempio il trapianto di cornea infetta da affetto da malattia di Creutzfeldt-Jakob. Questo
trapianto induce un mal ripiegamento delle proteine prioniche del ricevente, il che porta a un
accumulo di queste ultime. Nel ricevente, quindi, la malattia non è determinata dalla quantità
infinitesimale di prioni presente nella cornea infetta, ma è determinata da un accumulo di
proteine prioniche mal ripiegate del ricevente dovuto a sua volta dalla presenza del prione della
cornea infetta.
Tutto questo fu dimostrato dal professor Stanley B. Prusiner, che affermò che il prione patogeno nei
confronti della proteina prionica del ricevente funge da chaperon, ma da chaperon malfunzionante,
in questo caso il prione assiste il ripiegamento delle proteine prioniche nascenti inducendole a
ripiegarsi male.
Questo meccanismo ci dice che una singola proteina anche senza acido nucleico può dettare una
forma patologica trasmissibile, come nel caso della proteina prionica che presenta la quantità di
informazione necessaria a riprodurre se stessa a scapito della proteina prionica normale, basta
contaminarsi con poche centinaia di migliaia di molecole di prione per innescare questo processo
autocatalitico.
Quali sono le basi molecolari nella forma sporadica che portano all’accumulo di prioni?
Si ipotizzano due meccanismi:
• Uno di questi ci dice che la proteina prionica è in un equilibrio tra una forma corretta e una
forma mal ripiegata: in condizioni normali l’equilibrio è spostato verso la forma corretta,
anche se una minoranza sarà comunque costituita da una piccola quantità di proteine
prioniche mal ripiegate. In questo caso possono esservi soggetti che essendo predisposti
all’insorgenza di una malattia prionica possono più facilmente subire uno sbilanciamento
dell’equilibrio, favorendo la forma della proteina mal ripiegata e favorire un accumulo.
• L’altro meccanismo ipotizza che in un singolo neurone vi sia una mutazione del gene della
proteina prionica, per cui in quella singola cellula la metà delle proteine nasce già come
prione, il che porta successivamente all’autocatalisi e all’esplodere della malattia.
È stato visto che se viene inattivato il gene della proteina prionica in un topo e successivamente
viene infettato con un prione di una qualsiasi malattia prionica questo non sviluppa malattia, il che
conferma la teoria di Prusiner.
Nei casi di malattia autosomica dominante, come nel caso di un bambino che nasce con un allele
mutato che produce il prione e un allele normale, ci aspetteremmo che l’insorgenza della malattia
sia precoce, nell’infanzia, ma questo non avviene perché l’insorgenza della malattia richiede
decenni, questo è un caso che non è stato ancora risolto.
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Quest’ultima fece la comparsa tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90: in quegli anni in Gran
Bretagna si usava utilizzare gli scarti della macellazione delle pecore per addizionarli al foraggio delle
mucche (gli scarti venivano trattati con solventi organici) per nutrire le mucche. Successivamente i
protocolli vennero cambiati e anziché utilizzare i solventi organici, veniva utilizzato il calore per
sterilizzare gli scarti della macellazione. Il risultato fu che nel giro di qualche mese tra le mucche si
sviluppò un’epidemia di BSE (encefalopatia spongiforme bovina detto anche “morbo della mucca
pazza”). Da ciò si capì che lo scrapie (encefalopatia spongiforme degli ovini e dei caprini) era passato
per via alimentare dalle pecore alle mucche causando un’epidemia di BSE. Nei primi anni ’90
comparve un numero esiguo di soggetti che presentavano la Creutzfeldt-Jakob in maniera ambigua,
infatti l’età di insorgenza era intorno ai 20 anni, avevano lesioni encefaliche più simili alla BSE che
alla CJD e infine i malati erano stati forti mangiatori di carne, in particolare di hamburger.
Per questo al giorno d’oggi l’uso di farine animali (scarti elaborati e trattati per essere addizionati)
è severamente vietato.
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