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OTTAVO LIBRO

La presenza della letteratura ellenisitica nell’Eneide è fondamentale. Nell’ottavo libro vi sono aspetti correlati alla storia
di Roma, alla visione che Virgilio ha della storia di Roma, al messaggio che egli affida a questi versi. Dà una
prospettiva singolare della storia romana, quella del passato mitico: guardare con la distanza del mito la storia passata e
recente è un atteggiamento suggestivo, che poi qualificherà Livio in senso positivo e negativo agli occhi dei successori;
basti pensare alla diversa presenza della storia nel poema di Lucano o nel poema di Sillio Italico. È possibile stabilire
dunque un confronto tra Virgilio e Livio: è interessante vedere come i due si giudichino e parlino i due autori augustei;
Livio fa dimenticare che è un autore augusteo ( è un aspetto singolare, oggetto di discussione: alcuni dicono che agli
occhi di Livio Augusto non esista per nulla, altri dicono che è una realtà così pervasiva da innervare in modo sottile,
talora tendenzioso tutta la narrazione liviana).
Della visione della storia si possono avere diverse interpretazioni nell’età augustea: nella storia antica si cercano varie
risposte a determinate domande. Virgilio riesce a essere poeta di formazione ellenistica anche davanti alla tematica
fortemente romana del rapporto tra storia e poesia.
L’VIII libro s’inserisce nella II esade, che è di impianto diadico; è il libro in cui è centrale il concetto di storia e di
divenire storico, cioè quello che dalla prospettiva di Enea è passato, presente e futuro dell’Italia e di Roma. Nel libro ci
sono due sezioni di argometni specificatamente storici: la storia di Eracle (= inizi di Roma) e l’ἒκϕρασις dello scudo di
Enea, conclusa con il riferimento alla battaglia di Azio. L’VIII libro è accoppiato al II libro: nel II viene raccontata da
Enea la distruzione di troia, da cui fugge con Anchise e i Penati, simbolo della continuità della stirpe, invece nell’VIII
viene prefigurata nell’ἒκϕρασις dello scudo di Enea il futuro di Roma, dunque la città che si sviluppa a partire dalla
stirpe di Enea.

CONTENUTO
Inizia con i preparativi per la guerra di cui Virgilio aveva accennato alla fine del libro VII, quindi quella tra i Latini e i
Troiani. La guerra si sviluppa a partire dalla rottura dell’alleanza tra Latino ed Enea, dopo l’intervento di Giunone, che
invia la Furia Aletto, che agisce su Amata (= moglie di Latino) e Turno, per fomentare la guerra. Enea riceve
l’apparizione della divinità Tiberinus, che gli appare in sogno e gli consiglia di risalire il fiume, giungere al sito della
futura roma e stringere accordi con i Greci alla foce del fiume.
- Tiberinus, divinità fluviale, ha uno statuto indeterminato e ambiguo: compare come divinità antropomorfa, ma allo
stesso tempo parla di sé come realtà naturale; infatti invita Enea a risalire se stesso, con uno statuto morfologico
oscillante.
Qui incontra un suo alleato importantissimo, Evandro, a capo di una comunità di Arcadi greci. Evandro e la sua
comunità vengono colti mentre celebrano un sacrificio ad Ercole, volto a commemorare l’uccisione del mostro Caco da
parte di Eracle, perché gli aveva rubato i capi di bestiame. Il risultato dell’uccisione è la fondazione dell’ara maxima: il
riferimento all’ara maxima e il racconto di Evandro dell’uccisione del mostro rappresentano un aition, un elemento per
narrare la storia d’origine dell’ara maxima (alessandrino) [v. 314].
Successivamente Evandro racconta a Enea una versione del passato del Lazio, soffermandosi sull’età dell’oro,
governata da Saturno, e sul successivo declino. Poi conduce fisicamente Enea in un “tour” del futuro sito di Roma: è
interessante la prospettiva attuale (cfr. scena dello scudo) e come lo stesso Evandro narri la storia e descriva il sito di
Roma. Da tale descrizione emerge il contrasto tra l’opulenza della Roma del tempo e la povertà, presentata da Evandro
(un greco conduce Enea a fare un percorso archeologico, a vedere le vestigia del passato  lo spettatore/lettore
contemporaneo augusteo vede con quella che per lui è l’archeologia dell’archeologia, cioè il passato più remoto, dei
luoghi che oggi rappresentano dei triumpha del potere dell’ideologia augustea  è tutto all’insegna del vedere e del
descrivere, che è la struttura della parte dedicata allo scudo; dunque è suggello del libro che è tutto all’insegna del
guardare e perlustrare con lo sguardo, attraverso cui fare memoria di un passato, che in realtà è costruzione sul futuro,
poiché ciò che vede Enea è il luogo del suo futuro). In questo contrasto emerge un elemento spiccatamente moralistico,
che caratterizza la produzione romana e soprattutto quella storiografica (cfr. scena dello scudo: riferimento all’episodio
di Orazio Coclide e della stessa Clelia, che incarnano il paradigma di esemplarità su cui Livio si sofferma nella
preparte).
Il focus poi passa all’elemento divino: c’è l’incontro tra Venere e Vulcano, in cui la dea chiede al marito di forgiare
nuove armi per il figlio Enea. Vulcano e i Ciclopi iniziano a forgiare le nuove armi: c’è una similitudine, in cui Vulcano
è paragonato a una madre, a una donna di casa nell’atto di compiere le attività a supporto della famiglia; è un’immagine
sorprendente se si pensa a una divinità maschile paragonata alla donna romana della casa.
Successivamente [v. 453] Evandro dice a Enea che a causa di un oracolo l’esercito Etrusco è in collera a causa
dell’esilio di Mezenzio e che attendeva un condottiero straniero e lo avverte della guerra che si sta prospettando.
Evandro dà supporto a Enea con le truppe arcadi e il figlio Pallante. Vengono narrati prodigi nefasti, che si prospettano
nel cielo e che spaventano tutti tranne Enea, poiché per lui è segno dell’intervento divino della madre. Segue il discorso
di addio di Evandro al figlio e la partenza dei due personaggi, Enea e Pallante.
- Mezenzio: è l’eroe nero, è un capo non solo vizioso, ma anche estremamente crudele; la sua crudeltà non è etica,
non è quella applicata in guerra. In questo sta il punto di fuga in cui Virgilio prepara già la conclusione anche sul
piano narrativo. In virtù di questo rapporto tra Pallante e Mezenzio si creano le premesse narrative per la vendetta di
Enea per la morte di Pallante su Turno.
Venere appare a Enea e gli dona le armi. La scena dello scudo [vv. 626 – 728] è una selezione di scene della storia di
Roma, vista in una duplice prospettiva, quella di Enea, per cui si parla della storia della futura Roma, e del poeta-
narratore e del lettore, per i quali è la storia remota. Se vista dal punto di vista di Enea, rappresenta anche una profezia
(cfr. I libro: profezia di Giove a Venere, in cui si prospetta il destino di gloria del figlio e della sua discendenza; VI
libro: profezia negli inferi di Anchise che presenta le anime dei discendenti della stirpe di Enea). La storia presentata
come profezia è atteggiamento tipicamente di Virgilio: ciò che è accaduto e ciò che il romano augusteo vive viene
sancito come un compimento di un piano provvidenziale. Presentare ciò che per il romano è storia come profezia
significa dare valore ideologico, ovvero vuol dire che ciò che si è vissuto fino a qui è frutto di un piano provvidenziale,
di un destino buono, voluto dagli dei ( va visto sotto una prospettiva augustea).

SCUDO di ENEA
Lo scudo è una molteplicità di scene, articolate attorno al tema unico e originale della storia di roma.
Il modello è quello spiccatamente greco ed ellenistico dell’ἒκϕρασις delle opere d’arte ( consolidato da Callimaco,
Teocrito e Apollonio Rodio [ nelle Argonautiche inserisce l’ἒκϕρασις: il riferimento più immediato è quella del
mantello di Giasone (I libro, vv. 721 - 768)]). Alla fine della scena della donazione delle armi c’è la descrizione, un
elenco delle armi e dell’armatura date al figlio: per ultimo è presentato lo scudo, detto inenarrabile, indescrivibile, anche
se poi Virgilio passa subito a descriverlo.
Il modello principale è lo scudo di Achille, descritto nel libro XVIII (vv. 468 -607) dell’Iliade; il rapporto con il
modello omerico è complesso. Efesto forgia lo scudo per Achille e la scena si apre con il rifermento al cosmo, dunque
alla terra, al cielo, alla luna e alle stelle; poi vi è il riferimento a due città, una in pace, dove vi è una vita felice e con
matrimoni ufficiali ( è un riferimento che torna diversamente nello scudo di Enea nell’episodio del ratto delle Sabine,
rapite dai Romani per creare una discendenza  è uno degli episodi ideologicamente imbarazzanti all’origine della
fondazione di Roma; l’altro episodio, ancor più ingombrante, è l’assassinio di Remo da parte di Romolo: è un
argomento su cui reticenze e marginalizzazioni narrative o maliziose evocazioni di Ovidio operano. Sullo scudo di Enea
è rappresentato come prima scena l’episodio di Romolo e Remo, ma non è presentata l’uccisione e la lotta fra i due
gemelli, ma la stirpe discendente da Romolo viene citata poi da Virgilio, senza citare la lotta dei sue gemelli) e una in
guerra. Seguono 5 scene di vita agreste, con uomini e donne in pace che danzano fra loro; si chiude con il riferimento al
dio Oceano. La differenza maggiore tra i due scudi è che quello di Achille è presentato come un’opera in fieri ( 
Vulcano è colto nell’atto di fabbricare lo scudo, non ancora ultimato), mentre quello di Enea è finito ed è visto come
un’opera d’arte ( c’è simultaneità dell’opera d’arte). Inoltre, lo scudo di Achille presenta una prospettica acronica,
quello di Enea è diacronica: gli elementi figurativi presenti sullo scudo di Achille sono sullo stesso piano temporale,
quindi si possono abbracciare con il solo sguardo dell’theoria greca. I due passi sono esemplari di una mentalità
completamente diversa, una di tipo contemplativo e l’altra di tipo narrativo. Sono presenti altre descrizioni, ἒκϕρασις di
opere d’arte: tempio di Cartagine (I libro), storia del mantello di Ganimede (V libro), storia del Minotauro, scolpita sulle
porte del tempio di Cuma (VI libro), metamorfosi di Io effigiata sullo scudo di Turno (VII libro), assassinio delle
Danaidi sul balteo di Pallante (XII libro).
Le armi sono un motivo simbolico nell’epica: alle simbologie connesse alle armi sono legati molti significati, che sono
documento della mentalità omerica e dell’idea del valore individuale; quando il guerriero viene a duello, tra le armi
dello sconfitto e quelle del vincitore si crea una serie giochi di responsione (cfr. la morte di Pallante e l’asportazione
delle armi da parte Turno ne decideranno la fine, poiché Turno è il superbus, che si è arrogato il diritto di indossare le
armi di un guerriero più giovane, quindi meno forte  l’idea della violazione nell’attività dell’ethos, connessa a una
scorretta manipolazione delle armi del vinto, coinvolge tutto un sistema di valori romani, il rapporto tra quietas e
clementia. L’ethos omerico è diverso da quello virgiliano: per Omero l’ἀρητή, il valore, la gloria e la morte sono le tre
punte della stella che brilla sul guerriero; la morte in sé è ininfluente: è importante come si muore e il tipo di
acquisizione che attraverso la morte il soldato fa della propria gloria. Per quanto riguarda l’ethos virgiliano il guerriero
laos, che muore anzi tempo, se ne va con un sospiro di indignazione per la sofferenza e l’ingiustizia che viene
commessa. Attraverso lo studio delle armi si ottiene un’idea precisa della visione antropologica dell’uomo, messa in
gioco in modo primario nella dimensione bellica. L’ideale della guerra emerge a più riprese anche in Livio: si parla
dell’ideale dell’unus vir, dell’uomo che combatte non per sé stesso, ma per la collettività; il concetto del combattere
anonimamente per una collettività si vede in Plauto nel Canticum di Sosia, quando Sosia rievoca la battaglia: non può
non far trasparire la visione del guerriero romano, che lotta per una collettività, come se il suo fosse un agire sociale,
che non lascia spazio all’identificazione individuale dell’eroe.
Altri modelli sono quelli latini: Ennio ( stando a quanto dice Servio, commentatore di Virgilio, è l’ipotesto (= testo
che sta sotto) dell’episodio del ratto delle Sabine; inoltre, sembra essere stata mutuata da lui la scena della lupa e dei
due fratelli), Livio ( per la prima parte dell’ἒκϕρασις, che riguarda la storia pre - aziaca, ovvero quella prima della
battaglia di Azio, c’è il testo parallelo tratto dall’Ab urbe condita di Livio: in particolare il I libro di Livio e il V libro
per l’episodio di Porsenna. In questo caso il problema è la diffusione dell’opera liviana, perché probabilmente la I
decade era già stata diffusa ed era accessibile dunque a Virgilio, che quindi ne riprende degli episodi. La complessità
della scena dello scudo apre altri problemi più ampi sulla diffusione dell’Ab urbe condita [ la prima pentade,
precedente all’Eneide, doveva già essere visibile e diffusa]) e le opere d’arte, visibili all’autore ( c’è il senso della
verosimiglianza artistica; spesso Virgilio usa il termine similem. Se si confrontano bassorilievi con scene storiche, che
ci giungono, si può notare una verosimiglianza (cfr. Colonna traina, in cui c’è l’idea della progressione storica; Corazza
di Augusto di Prima Porta, statua dedicata ad Augusto, rappresentato in armatura e nella cui corazza vi sono delle scene,
tra cui la battaglia di Azio); quindi si possono vedere modelli di tipo letterario e modelli di tipo artistico.
NOTE TESTUALI
Traduzione
Ma la dea Venere tra i limpidi nidi dell’etere, portando doni s’avvicinava; e come vide a distanza in una valle appartata
il figlio, separato dalla gelata corrente con tali parole gli si rivolse e si manifestò in attesa: “Ecco qui il regalo promesso
compiuto dall’arte di mio marito, che tu all’occorrenza non esiti, figlio, a sfidare alla lotta o gli orgogliosi Laurenti o
l’arrogante Turno”. Disse e cercò Citerea il braccio del figlio, le armi raggianti pose sotto una quercia di fronte a lui.
Esaltato dal dono della dea e da così gran segno d’onore, non può saziarsi e su ogni dettaglio volge gli occhi e guarda
ammirato; e rigira tra le mani e le braccia il tremendo cimiero e minaccioso di lampi e la spada con destino di morte, la
rigida corazza bronzea, dai riflessi rosso sangue, imponente, come quando una cerula nuvola divampa ai raggi del sole e
rifulge in lontananza; poi gli schinieri di ambra e oro duro, l’asta e la struttura non esprimibile a parole dello scudo.

EPIFANIA di VENERE: la dea porta lo scudo forgiato da Vulcano al figlio; Enea si meraviglia davanti a quel dono e
all’affetto che la madre gli rivolge.
v. 609: in valle reducta: è una iunctura → la valle appartata è il luogo dell’epifania, l’incontro con il divino, con una
dimensione sacrale o una dimensione paradisiaca; è il luogo in cui avviene l’incontro tra la divinità materna e il figlio: è
un momento epifanico, rivelativo, in cui la vera identità della persona emerge anche nel suo spessore affettivo.
- handout 1: in Orazio (Carm. 1, 17 – 18) la valle è il locus languidus, cioè la valle in cui si ritrova sé stesso, la
dimensione più autentica
vv. 609 - 610: secretum è correlato a reducta, perché riprendono l’idea di qualcosa di appartato, nascosto.
v. 610: egelido: in Virgilio indica propriamente qualcosa di gelido, in Catullo invece indica qualcosa che è uscito dal
gelo, che è tiepido.
v. 609: dona ferens: è una iunctura (cfr. I libro, v. 679: è espressione usata in occasione dei doni offerti da Didone in
occasione del banchetto; XI libro: è espressione usata a proposito delle suppliche di Minerva dopo la notizia della
ripresa delle operazioni militari).
v. 609: aderat: è un verbo che ritorna a proposito delle apparizioni divine.

L’elemento della guerra torna in primo piano.


v. 612: en: particella deittica molto forte, usato spesso anche per le manifestazioni sovrannaturali (cfr. libro VII, v. 452:
usato per l’apparizione di Alletto a Turno).
v. 612 mei: il pronome personale è enfatizzato dall’inserimento tra perfecta e promissa, che sono tra loro allitteranti.
vv. 615 – 616: suggestioni di tipo visivo e coloristico (es. radiantia)
v. 615: dixit e petivit: sono posti agli estremi del verso e sono poi ripresi nel verso successivo da posuit
v. 615: giustapposizione tra nati e cytherea, ripresa da ille deae donis (v. 617)
v. 616: arma in apertura di verso con forte iperbato insieme a radantia
v. 616: quercu: albero di quercia è l’albero di Giove, dà quasi un sottile riferimento all’approvazione di Giove ne
confronti dei doni fatti dalla dea.
- handout 2:
 Apollonio Rodio (3, 145 – 150) richiama la scena dell’abbraccio della dea, perché viene presentata Afrodite che
cerca l’appoggio del figlio per scatenare l’amore tra Medea e Giasone; in questo caso il riferimento a Cipride che
prende il figlio per le guance e lo bacia tirandolo a sé e gli rivolge con dolce parole sorridente, riprende
l’abbraccio tra Venere ed Enea.
 Venere non è mai stata così affettuosa: (Verg. Aen. 1, 408) Enea infatti si lamenta del comportamento duro della
madre; indica per contrasto questo comportamento e spiega il motivo per cui Enea è così sorpreso da
comportamento materno.
v. 618: oculos: enfatizza l’elemento visivo – coloristico → Enea non può soddisfare inizialmente la sua voglia di
toccare le armi e quindi continua a girarsi per soddisfare tale bisogno.
v. 618: volvit → Traina, Enciclopedia Virgiliana
v. 619: si apre con l’elemento visivo, miratur, e si chiude con il soddisfacimento del desiderio, versat.
v. 620: minantem: lectio difficilior del Codice Parigino, preferita dai moderni a fronte di vomentem, presente nei Codici
Mediceo e Romano e trasmessa da Macrobio nei Saturnalia, in cui cita questo luogo virgiliano (V, 13, 36) →
vomentem flammas è topico e più traducibile come “vomitare fiamme”, invece minantem flammas è difficile; in questo
caso il criterio della lectio difficilior è stringente.
v. 621: fatiferum ensem… loricam rigentem: articolazione chiastica
v. 621: fatiferum: è termine di conio virgiliano che si trova in due luoghi, cioè come aggettivo di lancia e in attribuzione
all’arco di Ascanio → nell’epos ci sono tantissimi composti in fer e ger: servono per dare un’impronta omerica al testo;
sono calchi greci che aiutano a usa quegli epiteti tipicamente omerici, tali da accreditare alla tradizione omerica il testo
stesso. La spada si riferisce sia alla morte sia al destino: è la spada con cui Enea uccide Turno, dunque porta morte, ma
contemporaneamente sancisce il destino di Enea. (Amores, Ovidio: fatiferum compare riferito alla spada di Marte; Sillio
Italico: fatiferum torna in riferimento alle mani)
v. 622: sanguineam: elemento coloristico; il termine torna nuovamente nell’Eneide in riferimento ai serpenti di Minerva
mandati per uccidere Laocoonte (libro II, vv. 206 – 207) e agli occhi di Didone prima del suicidio (libro IV, v.643).
v. 622: caerula: elemento coloristico; non è un colore definito con precisione, ma somiglia a un blu grigiastro
vv. 622 - 623: c’è la similitudine in cui la lorica viene paragonata alla nube cerulea che riflette la luce del sole e si vede
da lontano.
- Verg. Aen. 8, 22ss.: i pensieri preoccupati di Enea vengono paragonati all’acqua che viene contenuta in un vaso di
bronzo e riflette i raggi del sole.
v. 624: recocto: fa riferimento alla lega tra oro e argento usata per le armi
v. 625: clipei: termine usato più spesso da Virgilio per lo scudo
v. 625: textum: è termine mutuato dalla tessitura per esprime la struttura compatta dello scudo; tuttavia il termine
s’identifica anche nel significato di “testo scritto”: è un’ambiguità voluta, perché di fatto è una trama fitta che poi
appare sotto gli occhi del lettore. → in questo ambito si può riscontrare un tratto tipicamente alessandrino: la plus
valenza semantica (= un termine significa anche qualcosa che ha a che fare con la poetica; è autocoscienza del poeta
che sa cosa sta facendo dal punto di vista letterario); la sfida del riprodurre poeticamente la bellezza dell’opera
figurativa e l’esperienza emotiva che si vive davanti all’opera (cfr. Cat. Carm 64: è il primo a riprodurre poeticamente
la bellezza artistica di un’opera). Prima lo scudo viene caratterizzato “dalla struttura non descrivibile a parole”, poi però
ne segue l’ἒκϕρασις, la narrazione e spiegazione dell’arma.
- handout 3: riguardo la contentezza di Enea ci sono due riferimenti alla letteratura greca:
 Hom. Il. 19, 18: Achille si rallegra dell’opera che gli è stata donata, lo scudo.
 Apoll. Rhod. 4, 167 – 171: Giasone si rallegra davanti al mantello.
v. 625: enarrabile: è un termine di conio virgiliano, che torna poi nella produzione prosaica di età imperiale (Seneca,
Plinio il Giovane, Quintiliano).
v. 624: auro: vi è un eco di Apollonio Rodio nella descrizione del vello
- handout 4: Apollonio Rodio (4, 174 – 177) descrive il vello come tutto d’oro; è una dimostrazione dei forti influssi
alessandrini nell’opera.
La descrizione dello scudo è imperniata su una semantica visiva – coloristica, che si nota già nell’elenco delle armi,
precedente all’ἒκϕρασις.

Revue des etudes latines, 62 (1984) – J. Romeuf


Struttura generale dell’ἒκϕρασις dello scudo di Enea (Aen. VIII, 630 – 728)
a. PRIMA PARTE: corona dello scudo (v. 630 – 670) → viene presentata la storia pre – aziaca, quindi dalle origini
fino al 46 a.C.
- Introduzione (626 – 634): vengono esposti le questioni italiane e i trionfi dei Romani; successivamente si passa
alla leggenda della lupa e i due gemelli.
- Storia romana (635 – 651):
1. Ratto delle Sabine (635 – 639) → guerra tra Romani e Sabini con i discendenti di Romolo che si scontrano
con Tito Tazio, re dei Sabini → trattato di pace che si conclude con un dumvirato romano – sabino.
2. Episodio di Mezio Fofezio (642 – 645): aveva organizzato lo scontro tra Orazi e Curiazi in funzione anti –
etrusca; colpevole di non aver aiutato i Romani nella guerra contro gli Etruschi, viene ucciso in modo
violento da Tullo Ostilio: il corpo vien smembrato da 2 quadrighe, lanciate in direzioni opposte.
3. Episodio di Porsenna (646 – 651): il re etrusco Porsenna aveva accolto Tarquinio Prisco, a cui si erano
opposti, e aveva cinto poi d’assedio Roma; a Porsenna si opposero oltre alla resistenza militare dei romani
anche Orazio Coclite e Clelia. (FINE DEL PERIODO MONARCHICO)
4. Sacco gallico (652 – 666): si passa alla STORIA REPUBBLICANA con il sacco gallico avvenuto per mano
di Brenno nel 390 a.C., le oche del Campidoglio e l’atto d’eroismo di Manlio Capitolino.
5. Breve transizione (662 – 666): si fa riferimento ad atti e cerimonie religiose, come si vede dalla menzione
dei Sali, dei Luperci.
6. (666 – 670): vengono presentati agli Inferi Catilina e Catone

b. TRANSIZIONE: è presentato un riferimento al mare e ai delfini (671 – 674).

c. SECONDA PARTE: centro dello scudo (v. 675 – 728) → viene presentata la battaglia di Azio e gli sviluppi
successivi (31 a.C. – 28 a.C.)
- Introduzione (675 – 677): battaglia di Azio
- La battaglia di Azio (678 – 703): sono riferite le due parti in lotta, Ottaviano e Antonio, a seguire la vera e
propria lotta.
- Trasferimento in Egitto di Antonio (704 – 713) [cfr. ode di Orazio relativa a Cleopatra]
- Vittoria di Ottaviano e conferimento del titolo di Augustus (714 – 728)

Virgilio scandisce i passaggi tra le varie scene attraverso degli elementi linguistici, che sono deittici, cioè vere e proprie
spie/marche linguistiche:
a. Nec procul hinc: ratto delle Sabine
b. Haud procul inde: episodio di Mezio Fofezio
c. Nec non: episodio di Porsenna
d. In summo: sacco gallico → può essere visto come un riferimento sia al Campidoglio sia alla parte alta dello scudo.
e. Hic: cerimonie religiose
f. Hinc procul: Catilina e Catone agli Inferi
g. Haec inter: il mare e i delfini
h. In medio: introduzione alla battaglia di Azio
i. Hinc + parte alia: le forze di Ottaviano
j. Hinc: le forze di Antonio
k. Una: la lotta con uomini e dei
l. Contra: il Nilo e la fuga in Egitto

vv. 626 – 628: argomento italico e poi romano (→ in una visione apertamente romano centrica le gesta italiche si
identificano con quelle romane e viene reso a livello narrativo dalla giustapposizione “res Italas Romanorunmque
tiumphos”).
v. 626: res Italas Romanorunmque tiumphos: giustapposizione chiastica, ma in variatio, perché è presentato il GEN del
popolo; si individuano allitterazioni, quali Illic… Italas & res Romanorum.
vv. 627 – 628: viene menzionato Vulcano anche se non direttamente ma attraverso la qualificazione di Ignipotens; è
associato all’idea della conoscenza e della comprensione del futuro, perché ci si trova nella TERZA PROFEZIA (→ se
per Enea la storia futura non può essere compresa in toto, per Vulcano che l’ha effigiata e terminata e tutto molto
chiaro; l’opera ha un senso compiuto, ma per Enea non comprensibile pienamente).
v. 628: Ignipotens: è la lezione dei manoscritti maggiori, però il cod. Med. presenta la lectio facilior “onnipotens”; i
commentatori a partire da Servio hanno preferito la prima, anche se in un certo numero di manoscritti è attestata la
seconda.
vv. 628 – 629: discendenza di Ascanio, quindi di Enea + argomento bellico → l’accostamento della discendenza e della
guerra è evidenziato dal posizionamento agli estremi di stirpis e bella.
vv. 628 – 629: genus… stirpis: il riferimento rimanda alle maledizioni di Didone (IV, 622 – 623) e alle parole di
Anchise, con cui prefigura il futuro sella propria stirpe (V, 735 – 737).
v. 629: in ordine: può far riferimento all’organizzazione del materiale nello scudo (= progressione delle vicende
secondo un ordine diacronico) o alla tradizione annalistica che si occupava di tali vicende (→ la produzione annalistica
era organizzata ab anno e in modo continuo, cioè a partire dalla narrazione degli eventi principali in base agli anni
consolari).

Viene seguito un focus dal generale al particolare  ELEMENTO ITALICO → ROMA → ENEA
v. 630: fecerat: elemento linguistico ripetuto in apertura di verso (cfr. v. 628) per segnalare la correlazione e il cambio
di scena →viene presentata la LEGGENDA della LUPA e di ROMOLO e REMO (cfr. Liv. I, 4; Dionisio di
Alicarnasso, 1, 79).
v. 630: Mavortis: da pugnata in ordine bella si passa direttamente al riferimento a Marte, menzionato in riferimento a
un’immagine di pace, che qualifica i gemelli, colti nell’atto di succhiare il latte dalla madre.
v. 630: fetam: aggettivo allitterante con fecerat; può essere un riferimento o a una donna che non ha mai avuto figli o a
una donna che ha già partorito. La stirpe discendente da Ascanio conduce direttamente alla lupa che ha appena
partorito.
v. 630: antro (cfr. riferimento al lupercale: Dionigi di Alicarnasso 1, 79.8)
v. 631: ubera circum: anastrofe
v. 631: geminos: il riferimento ai gemelli richiama ad Anfione e Zeto, raffigurati nel mantello di Giasone (Apoll. Rhod.
1, 735 – 741).
v. 632: ludere pendentis pueros et lambere matrem: l’immagine di pace è resa dalla sequenza di allitterazione di liquide
e labiali.
v. 632: lambere: ricorre anche in riferimento alla fiamma che gioca sulla testa del giovane Iulo (II, 684).
v. 634: alternos: è evidente l’elemento cinematico/ dinamico nello scudo; attraverso il termine rende la vividezza che
caratterizza l’opera.
vv. 635 – 641: RATTO delle SABINE → le Sabine sono rapite per fini dinastici e durante la celebrazione di questi
giochi Circensi (cfr. libri magni, istituiti sotto Anco Marzio, quando venne fondato il Circo Massimo; ne dà notizia
Livio, I, 35, 8 – 9. Livio I, 9, 6 dà notizia del ratto delle donne durante i Consualia, giochi istituiti da Romolo, che si
tenevano in agosto e dicembre in onore di Nettuno Equestre → fraintendimento di Virgilio).
v. 635: sine more: è enfatizzato dalla chiusura tra raptas e Sabinas.
v. 636: consessu caveae… Circensibus: l’allitterazione sottolinea la ritualità da cui vengono sottratte le donne
v. 636: magnis Circensibus actis: ablativo assoluto (cfr. Liv. I, 9 – 13; Dionigi di Alicarnasso, II, 30.5; Plut. Vita di
Romolo, 14 – 15).
v. 637: novom: indica la novità non della battaglia in sé ma della sua presenza sullo scudo; lo scontro si svolge tra i
discendenti di Romolo, l’anziano Tazio e gli austeri Curi.
v. 638: Romulidis: è un patronimico molto raro che si trova solo in questo luogo di Virgilio ed è un’eco di Lucrezio
(Lucr. IV, 683).
v. 637: severis: è aggettivo raro in epica e indica la severitas proverbiale dei Sabini, ritorna solo in riferimento allo Stige
in epica (Verg. Aen. VI, 374)
v. 637: consurgere bellum: è una iunctura tipicamente liviana.
vv. 639 – 641: il trattato di pace tra Romani e Sabini è sancito dal sacrificio di una scrofa e in seguito i Romani
prendono il nome di Quirites, da Cures, città di nascita di Tito Tazio (cfr. Liv. I, 13). La diarchia tra Romolo e Tito
Tazio è usata poi dai Romani per regolamentare l’istituzione del diumvirato. Virgilio sembra aver frainteso il passo di
Livio su tale trattato: infatti Livio riferisce di un analogo trattato in cui si sacrifica un porcus, il trattato tra Albani e
Romani (Liv. I, 24.8). [Quint. Inst. 8, 3, 19: il sacrificio del porcus era visto come un elemento poco appropriato,
diversamente da quello della scrofa, inteso come qualcosa di elegante – Varr. Rust. 2, 4, 9: il sacrificio di maiali veniva
eseguito per rettificare trattati].

La femminilizzazione dell’epos è d’influenza orientale.


v. 691: credas: è appello al lettore/spettatore → coinvolge l’ascoltatore nell’apprezzamento della verosimiglianza; è una
visione, cioè quanto di più concreto una persona possa cogliere, ma è incredibile. Sfugge ai dettami della
verosimiglianza, quale dovrebbe essere una rappresentazione epica, quasi a essere un’auto giustificazione, anche se
pretenziosa.
Lo scontro viene rappresentato attraverso elementi naturali: è un aspetto della proiezione dello scontro reale in una
prospettiva altra

v. 707: ipsa: è in posizione forte; c’è un iperbato ancor più calcato dall’allitterazione di videbatur ventis.
Si assiste alla theomachia, cioè allo scontro tra divinità mitiche e divinità antropomorfe; questa è posta al termine dello
scudo, come si evince dalla natura di omnis (vv. 705 – 706) e dalla processione delle donne per la vittoria riportata (v.
718).
v. 704: Actius… arcum… Apollo: allitterazione
v. 704: Apollo: la figura di Apollo che tende l’arco è una figura letteraria molto frequente; torna in Ennio, Seneca,
Valerio Flacco e Sillo Italico. È presentato anche da Apollonio Rodio nell’appello di Giasone, dove Apollo viene
raffigurato come un giovanetto, saettatore, nell’atto di colpire il gigantesco Tizio.
v. 705: terrore: è un termine raro che figura solo 8 volte nell’Eneide, sempre all’interno della seconda esade.
vv. 705 – 706: i popoli menzionati riprendono l’immagine precedente di Antonio, che si portava sempre verso l’Oriente;
si tratta di popoli non effettivamente presenti durante lo scontro di Azio.
vv. 705 – 706: il tricolon di omnis sottolinea ed enfatizza la drammaticità della sconfitta e il ruolo di Apollo e dunque la
vittoria di Augusto.
v. 708: iam iamque: è una iunctura, che ritorna a più riprese nella produzione latina.
vv. 707: ventis regina vocatis: la regina Cleopatra, sempre anonima, viene rappresentata tra i venti, che vengono
invocati per proteggerla.
v. 710: Ignipotens: riprende in modo circolare l’epiclesi attribuita a Vulcano all’inizio dell’ἒκϕρασις.
v. 711:contra: indica un cambio di scena.
v. 713: latebrosa: è interpretata da Servio come un riferimento all’origine del Nilo e alla fonte; si tratta di un termine
attestato già nella produzione teatrale, come Plauto, le Bacchides (v. 56).
v. 711: Nilum: c’è una ripresa del “fiume” con cui si era aperto il libro, il fiume Tevere; la divinità Tiberinus aveva
consigliato a Enea di risalire il fiume per congiungersi con gli alleati Arcadi, guidati da Evandro. Ora in chiusura del
libro è presentata la figura del fiume a creare una certa circolarità.
v. : caeruleum: è termine usato già nell’VIII libro in riferimento al mare indiano dove nuotano i delfiini; pure
all’interno di uno scudo di bronzo si vede la verosimiglianza a cui Virgilio mira. Anche nella descrizione di Porsenna
ricorre spesso il termine similis, a indicare una ricerca di somiglianza con la realtà.
vv. 714 – 728: questa sezione è incentrata interamente sulla celebrazione della vittoria, che è descritta in 2 scene:
 714 – 716: è presentato il TRIPLICE di OTTAVIANO, che viene celebrato nelle giornate del 13 –
14 – 15 agosto del 29 a.C. in onore delle vittorie in Dalmazia, ad Azio e ad Alessandria (cfr. Svet.
Aug. 22). Queste date vennero scelte affinché i trionfi venissero celebrati in concomitanza delle
festività di Ercole Victor.
 717 – 728: viene rappresentato Ottaviano seduto sulla soglia del tempio Palatino, mentre assiste alla
sfilata dei popoli sottomessi, con chiara corrispondenza sia ai popoli che si davano alla fuga dopo
l’intervento in battaglia di Apollo aziaco sia ai popoli reclutati nel’ope barbarica da Antonio.
v. 724: Mulciber: è appellativo di Vulcano
v. 721: attolens: Enea aveva sollevato sulle spalle anche il padre; è un’immagine che suggella il libro.
v. 730: miratur: l’elemento visivo caratterizza proprio l’VIII libro; la semantica è centrale.
v. 730: ignarus: c’è sempre un doppio binario tra il poeta – lettore che conoscono la vicenda e il protagonista.
v. 714 – 715: descivenro il triplice trionfo torna sempre in modo circolare all’inizio dell’ἒκϕρασις, dove si parlava di
res Italas Romanorumque tirumphos; in questo caso si parla delle mura di Roma, che garantiscono sicurezza alla città.
v. 716: trecentum delubra: in realtà non sono 300 i templi, ma 94, di cui 82 vengono restaurati da Augusto, gli altri 12
invece sono di nuova fondazione; questo dato si evince dal documento Res gestae di Augusto, in cui si fa riferimento
del testamento di Augusto in cui si fa menzione dei templi restaurati e fondati.
vv. 715 – 719: l’immagine della città immersa nelle festività e nella gioia emerge anche nello scudo di Achille, dove si
fa riferimento a banchetti e nozze (cfr. Hom. Il. 18, 490-496) e in Livio (30, 38, 11-12).
v. 717: ludis: i giochi a cui si fa riferimento non sono stati identificati con certezza, ma si pensa fossero il Lusus Troiae,
celebrato il 18 agosto del 29 a.C.

Virgilio sembra separare e allo stesso tempo giustapporre le due funzioni, quella del mostrarsi competente per quanto
riguarda la tecnica alessandrina dell’ἒκϕρασις, ma nello stesso tempo la utilizzasse per un elemento necessario per la
sua trattazione, ovvero la prospezione storico – politica.

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