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a Carlo Gallavotti

in memoriam.

INTRODUZIONE

Proprietà letteraria riservata 1. IL QUADRO CULTURALE


© 1993 RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano
© 1995 R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A., Milano Teocrito appartenne a quella generazione di poeti e
© 1999 RCS Libri S.p.A., Milano uomini di cultura che, nel mutato quadro politico e
ISBN 88-17-16926-9
sociale che si era venuto configurando a seguito della
storica impresa di Alessandro Magno, contribuirono a
ridisegnare in modo radicale le linee portanti della civiltà
Titolo originale dell’opera: letteraria greca. Alessandro aveva tentato l’impossibile:
EIAYAAIA
ENITPAMMATA
unire l’oriente e l’occidente in una realtà politica e cultu-
rale profondamente nuova. Quel sogno grandioso, che
era lontano anni luce dagli insegnamenti del suo maestro
prima edizione: settembre 1993 Aristotele, svanì con la sua morte, ma dopo quell’esal-
terza edizione: novembre 1999
tante esperienza niente fu come prima. Sulle macerie
dell’impero conquistato con le armi da Alessandro si
formarono i grandi regni ellenistici, caratterizzati da un
forte potere centrale e da una burocrazia vigile ed effi-
ciente; in essi la cultura della polis, per sua natura
incentrata su un rapporto stretto e vitale tra l’individuo e
la comunità, non aveva più ragione di esistere; al suo
posto nasceva una nuova civiltà letteraria, profondas-
mente diversa da quella che l’aveva preceduta.
Un ruolo di grandissimo rilievo nel passaggio dal vec-
chio al nuovo fu assunto dai monarchi ellenistici, i quali
mirarono a fare delle capitali dei loro regni dei centri di
cultura, che potessero in qualche modo raccogliere l’ere-
dità di Atene; in particolare i Tolemei, in Egitto, attua-
rono una lungimirante politica di promozione delle arti e
5
AVVERTENZA

Il testo greco è fondato sull’edizione di C.


Gallavotti, Theocri-
tuusquique feruntur bucolici graeci, Romae 1955°. Per
del lettore elenco qui i comodità
punti in cui me ne sono distaccata,
premettendo il testo da me scelto a quello di Gallavotti.

I 46
Avpvaialg Tlvovaiaig
Il 70
Oevpapida tWbuapida
III 32
oLohoyeîoa noLohoyetoL
IV 8 Biav Binv
IV 11 TtOL
xa
VI10
Eùndea evudpa
V 119
Eùué&pas è&xd&0npe eÙuapéwsg tx&Bnpa
VII 120 uahazioio uàGX* èxlolo
VIII 18 èy0 Exw
X 58 dpBpevoiog
XIII 49
dB pelovta
àoyeio “Aopyeip
XIV 34 tijvog TUUOS
XIV 35
dvelotoag dé È nénhwc àveLptooag dé È xénho
XIV 46 sg. xéxagnai / olde: Atroc rÉéxapguai: /à dè
XV 13 Atxo
Zonvupiovy Zorbpiov
XV 128 TÀvV
uèv TtÒv uèv
NVIL 19
alohonitpag aloAonitons
\VII 70 loov do0ov
XXI 8
xoltw to{XwW
NNII 170 sg.
lacuna tra v. 170 e v. 171
“XII 175 Kàé&otwp AvyxeUsg
XXIII 43 *oihavov 6 KOîAGY Ti, 16
pp 1,2 EtuxE EtuxXeg

31
VII

LICIDA O LE TALISIE

[AYKIAAX H GAAYZIA]
stesso: Licida sarebbe una figura dalle caratteristiche divine, e il
dono del bastone rappresenterebbe l’investitura di Teocrito a
poeta bucolico, così come l’offerta a Esiodo del ramo d’alloro da
parte delle Muse aveva rappresentato la sua consacrazione a poeta
(episodio narrato nel proemio della Teogonia). In realtà su questo
confronto si è troppo insistito, a mio parere; senza contare che un
approccio così fortemente idealizzante non fa cogliere quell’atmo-
sfera di sorniona e divertita ironia, che sembra essere la nota
dominante dell’episodio.

Il più celebre degli idilli teocritei è anche il più enigmatico: benché


negli ultimi decenni vi si sia addensata una fitta bibliografia, non
pochi aspetti rimangono oscuri o problematici. Un motivo d’inte-
resse deriva dal fatto che qui Teocrito, in maniera per lui incon-
sueta, entra in quel dibattito sulla poesia che si sviluppò nell’Alecn»
sandria del III sec., e che vide campeggiare Callimaco come
indiscusso protagonista. Ma il problema teorico è rivissuto lirica
mente, e i giudizi su poeti antichi e contemporanei appaiono
incastonati in una cornice agreste, nel racconto di una scampagnuta
in occasione di una festa della mietitura.
È Simichida (che verosimilmente rappresenta Teocrito stesso) #
raccontare, in prima persona, un episodio accadutogli temjmi
addietro. Mentre si recava con alcuni amici in campagna per
partecipare a una festa in onore di Demetra, s'imbatte nel capralo
Licida. Tra i due s’intreccia subito un vivace dialogo, non privo di
una certa ironia da parte di Licida, in cui s'inseriscono ripetuti
accenni a questioni letterarie. Su proposta di Simichida, entrambi
eseguono un canto; infine, il dono del bastone da parte di Licida al
suo occasionale compagno suggella l’incontro. Simichida e i suol
amici riprendono la strada per la fattoria dove sono diretti, e qui Il
componimento si conclude con la descrizione lussureggiante di una
natura ricca di odori e di colori.
L’identificazione di Simichida con Teocrito, già prospettata dal
commentatori antichi, porta con sé la necessità di intendere Il
componimento come un’opera a chiave. Una volta tramontalA
l’idea della «mascherata bucolica» prospettata da Reitzenatela
(Epigramm und Skolion, Giessen 1893), si è fatta strada una
tendenza all’interpretazione simbolica dei personaggi e dell’evonto

152
"Hs xpévos &viK’ è&ywv Te Kal EUKpiTOs Es TO "Ahevta Un giorno io ed Eucrito stavamo andando dalla città
elpTroes È TréoAtos, oUv Kal Tpitos &uuIv *AnuUvTtas. verso Alente, e terzo con noi era Aminta.
Tà Anol yàp Eteuxe SoAUoia Kcal Mpacibapos Celebravano le Talisie per Deò Frasidamo
K&vTI1YyÉEvNS, 8Uo TéKva Aukwtréos, ei Ti Trep t&o9Adv e Antigene,? i due figli di Licopeo, quanto c’è di meglio
5 Kay Tv ErdvwSev darò KAutias TE Kal atté tra i nobili di antica razza, discendenti di Clizia 5

AXdAKWVOS, Boupivav ès Èk Tro80s &vue Kpdvav e di Calcone, quello che col piede fece zampillare la
EÙ Evepeio &uevos Trétpa yédvu* Tal È Trap’ aùtàv fonte Burina,?
aiyeipoi Trtehtoni Te EUoKIov &Aoos Ugaivovy puntando con forza il ginocchio sulla roccia; e pioppi
XAwpoloiv TretdAoi0i Katnpegtes Kopédwoal.
ceolmi, vicino alla fonte, intrecciavano un ombroso
10 KotUtrw TÀv pecd&tav S8dv &vunes, oU8è TÒ cana boschetto,
duiv TòÒ Bpaciha Kategalveto, Kcal Tòv èditamv formando una volta con le loro verdi fronde.
toAòv cuv Moicaioi Kudwvikòv esUpones &vèpa, Non avevamo ancora compiuto metà del cammino, né
in vista eravamo giunti 10
del sepolcro di Brasila, quand’ecco che incontrammo,
per il favore delle Muse, un nobile viandante, un uomo
!
L’incipit narrativo serve a collocare l’episodio nel tempo e nello spazio, di Cidonia,
L’«io-narrante» è Simichida, come apprendiamo al v. 21, e tutto induce a
ritenere che in quel personaggio Teocrito abbia inteso rappresentare no
stesso. Se Simichida è uno pseudonimo, ci sfugge la ragione della scelta;
forse è da collegare con l’aggettivo otuu6g (camuso)? In tal caso potrebbe
essere autoironico, o scherzoso, perché altrove (XII 24) Teocrito dice che ll
in

Frasidamo e Antigene, nel cui poderesi celebra la festa per la mietitura
onore di Demetra (qui chiamata Deò), appartengono all’aristocrazia di
suo naso è àpaiég (sottile), ma naturalmente anche in quell’idillio non è
detto che il personaggio che parla in prima persona si debba identificare Cos; Teocrito li fa discendere dagli antichi re dell’isola.
tout court con il poeta. Nel corso del componimento alcuni personaggi sono
'
C’è effettivamente a Cos una fonte Vourina, a pochi chilometri dalla
citati con il loro vero nome (Arato, Filita); invece Asclepiade è citato con il «ittà, ma è possibile che il nome sia un semplice revival archeologico, e che
nome di Sicelida, con il quale appare indicato anche da altre fonti. Nell’uno
di nomi e soprannomi, forse Teocrito continua l’antica tradizione «del
la fonte a cui accenna Teocrito sia invece nel podere di Frasidamo e

Antigene (vd. da ultimo G. Zanker, Simichidas’ Walk and the Locality of


giambografi arcaici e dei commediografi attici; ma va anche detto che | Nourina in Theocritus, Id. 7, «Class. Quart.» n.s. 30, 1980, pp. 373 sgg.). La
poeti non di rado erano conosciuti con un doppio nome (Callimaco/ 1a1ppresentazione plastica di Calcone che fa zampillare la fonte sembra
Battiade, Mimnermo/Ligyastades, Simonide/Melicerte, Tisia/Stesicoro). ti{lettere un’opera di scultura.

154 155
oUvona ptv Auxcidav, 1#js 8
altréAos, oUSdE Ki Tis uv di nome Licida;‘ era un capraio, e nessuno a vederlo
&yvoinosv Î8wv, ttrel altréAw EEox Edel. si sarebbe sbagliato, perché di un capraio aveva tutto
tx piv yàp Aacioto $aoutpixos elxe Tp&yolo l’aspetto.
KvoKxòv dépp’ dyoioi véas Tanicolio 1rotTbob0ov, Sulle spalle la fulva pelle di un villoso
dui 8 oi otjSe001 YyEpwy togiyysto Trémràos irsuto caprone, odorosa di caglio fresco,
TrAarepés, poiwkàv 8° Exev &ypisaiw
CwoTtfjp! e intorno al petto una vecchia tunica, stretta
SeElTep&Kopuvav. Kai &tpÉnas eltre csgapus da una cintura intrecciata; nella mano destra aveva
SLuaTI pel8i6wWvTI, YEAwS SÉ oi eiXeto XeiAeus ° un ricurvo bastone di oleastro. E appena appena
« 2i1iXi8a, trà E) TÙ pecaptpiov 1TroBas EAKEIS, aprendo la bocca mi disse,
dvika 8î) Koi calpos tv aluaoialoi KaS$sUbe1, con una luce negli occhi, mentre un riso gli stava
oU8° èmmitTunBI8101 KopubaAXM8es #AiAcivovti; sulle labbra:5
î) uetà SaiîT’ &KAnTtos Ètrelyeon 1] Tivos GoTtTév «Simichida, dove dirigi i tuoi passi nel meriggio,
Aavòv Emi SpwoKeis; @s Toi Trocì vicgonivolo quando anche la lucertola dorme nei muriccioli,
Tr&ca AMSos 1Trtaloica TroT’ dpBudideooiv delbel ». e neppure le allodole crestate‘ vanno girovagando?
TtÒv È &yco duelgInv *
« Auxida pihe, pavti TU TIGVTES Ti affretti forse a un banchetto, senza invito, o corri
elpev ovupiktTàv nÉy’ Ureipoyxov Ev Te voneUoivy al frantoio di qualcuno dei paesani? Mentre cammini,

i
Ev 1’ duoatijpeooi. TÒ 81 udAa Sunòv iaivet ogni pietra canta, urtando contro i calzari».
duttepov, Kaî To: Kart’ tunòv védov loogapiobev lo gli risposi: «Licida caro, tutti dicono
E Tropon. & 8° 865 dae SaAuoiés* 1] yàap Étaipol che tu sei di gran lunga il miglior suonatore di
&vtpes eUtrémmAcw Aap&rtepi Salta TeAeUvTI
zampogna tra i pastori
EABw drrapydpevor* péAa ydp oqioi Triovi pETPW c i mietitori; questo allieta molto
il nostro
cuore; e tuttavia penso di poterti eguagliare.
Questo mio cammino è per le Talisie; uomini che sono
miei amici
offrono un banchetto per Demetra dal bel peplo,
dando le primizie del ricco raccolto, perché in
abbondante misura
+
La figura di Licida costituisce la chiave di volta dell’intero componi-
mento. Chi è Licida? Un personaggio reale, evidentemente un pocla, vio atteggiamento da poeta che dibatte con disinvoltura questioni lettera-
travestito da capraio, oppure un simbolo della poesia bucolica? Una figura 1ie, non tiene nel debito conto il fatto che tale scarto è la norma nella
divina, forse Apollo in persona, o un vero capraio di Cos con attitudini
uppresentazione teocritea dei pastori; qui è solo più accentuato.
poetiche? Il campo delle ipotesi formulate fin qui dalla critica modernn è C’è un singolare accumulo di espressioni indicanti il sorriso. Ad alcuni
straordinariamente ampio, e corrisponde alle mille sfaccettature nella {l'uelma, Serrao) questo sorriso è parso un sorriso divino, alla maniera
valutazione dell’episodio nel suo complesso, per il quale si va dall'ap
mincrica; a me pare piuttosto un sorriso arguto, in linea con il tono divertito
proccio simbolista di J.-H. Kiihn («Hermes» 86, 1958, pp. 40-79), che la ilelle prime battute che Licida pronunzia (vd. B. M. Palumbo Stracca,
avuto larghissimo seguito, all’interpretazione umoristica di G. Giangrande *Itoll. Class. Lincei» 27, 1979, pp. 69-78).
(«Ant. Class.» 37, 1968, pp. 491-533), il quale vede nel dono del bastone da "
L’epiteto ènutupBidLo, si riferisce alla credenza che l’allodola seppel-
parte di Licida una investitura per burla. Certo, chi sottolinea lo scarto che lisse il padre nella propria cresta. Vi allude anche Aristofane negli Uccelli
sussiste tra la rappresentazione fortemente realistica del personaggio e Il (vv. 473 sgg.).

156 157
& Saipwv elKpiSov dverrAtjpwoev dAwdvy. la dea ha colmato di orzo la loro aia.
SAN &ye 61), Euvà yà&p 686s, Euvà EE Kcal ds, Ma suvvia, comune è la strada, comune è il giorno;
BoukoMao8wpeoSa* T&X dbTtepos E&AIov $vaveîi. cantiamo canti pastorali: così l’uno gioverà all’altro.
Kcal yàp &yw Moio&v Koamtupòy oténa, Kijbè AtyovTti Sono anch’io una sonora bocca delle Muse; anche di me
1r&vTtES Goi8dv &piotov* èyd 8É 115 oÙ TayuTTEIS1)S, dicono tutti che sono un cantore eccellente; ma io non
où Aà&v*' où yà&p Trw Kart’ Ehòv véov oUTtE TOvV to9Adv sono facile a credere,
2icehibomv viknui Tòv è
2dpw0 otte MiAftTav per null’affatto; a parer mio non vinco ancora nel canto
deldwv, B&tpayxos 8
1rot’ &xpibas ws Tis tpiabw ». né il nobile Sicelida di Samo,’ né Filita,®
ds Epuuov Eritabes* è È altròAos Gèù ysAdogas ma con loro contendo come una rana con i grilli».
«TÀv Tol, Épa, Kopuvav Ewputtopai, obvekev todi Così dissi di proposito, e il capraio, ridendo
r&v È’ àhaSeia remiaonévov E A1òs Epvos. dolcemente,
ds uO1 Kai dierréySetai, SoTtis Epeuvij
TÉKTwVY npÉy’ «Il mio bastone» disse «voglio donarti, perché sei
loov 6peus Kopup& TeMfoai 86pov ’QpontBovTtos, un virgulto di Zeus tutto forgiato sulla verità.
Kaì Moic&v épvixes, Sco: Trotì Xiov doi86v A me è fortemente odioso l’architetto che si sforzi di
&vTtia KokckKUlovtes E£tTwo1a poySiTovt. costruire
CAN &ye PBouroMkàs Togtws dpEdpeS” do1886, una casa alta come la cima dell’Oromedonte,
2iviX{8a-* Kijyd uév, dpn giAos, el Toi &ptoxei e i pollastri delle Muse, quanti di fronte all’aedo di Chio
ToUY’ 6 11 Trpdv è&v pei TÒ pehUSpiov EEerròvaoa. schiamazzando si affannano invano.’
Suvvia, diamo subito inizio al canto pastorale,
“Ecoetai ’Ayed&vowt1 È MutIAjvom,
Kahòs TrAdos Simichida; quanto a me, vedi, caro, se ti piace
XWTav Ep’ totrepiois Epigois vétos Uypà S10Kn questa canzoncina che ho composto poco fa sul monte.!
KUjaTtTa, Xwpiwy ST È’ Keo Trobas ioxel,
LICIDA
Per Ageanatte felice sarà la navigazione per Mitilene,
anche quando, con i Capretti al tramonto, il noto
insegua le umide
onde, e quando Orione poggia i piedi sull’oceano,"


Il canto di Licida è propriamente un xponeumtix6v, cioè un canto di
7 È il poeta Asclepiade (IV/III sec. a.C.), fine compositore di epigrammi augurio per un viaggio felice, ma assume presto una valenza erotica:
€ autore di poesie liriche (che non ci sono pervenute). Ageanatte avrà una buona navigazione, solo se corrisponderà all’amore di
®
Filita di Cos fu poeta e grammatico tra i più celebri nell’età ellenistica. licida. Con rapido trapasso, l’augurio diviene subito certezza, e Licida
Visse alla corte dei Tolemei ad Alessandria. immagina di festeggiare il felice approdo dell’amato, bevendo buon vino e
°
Alla ‘provocazione’ di Simichida («così dissi di proposito»), Licida ascoltando le canzoni di due valenti pastori.
risponde con espressioni che riflettono il credo della poetica alessandrina. l1
C'è un certo compiacimento nell’allineare notazioni astronomiche. La
L’aedo di Chio è Omero, «l’inimitabile», secondo i canoni formulati da posizione delle due costellazioni indica un periodo autunnale, poco adatto
Callimaco e dalla sua cerchia. alla navigazione.

158 159
55 ai Ka Tòv Auxcidav ÒtrteULevov EE ’Agpoditas se vorrà salvare Licida dal fuoco 55
puonTtan Sepuòs Yyàp Epws atTtà pe KcataiSe.
*
di Afrodite: perché un caldo amore per lui mi brucia.
X&MKUÒVES OTOpECEUVTI TÀ KUpata Tdv TE S&Aagcoav Le alcioni placheranno le onde del mare
Tév TE
d&AKcuòves,
véTtov TOv 1° elpov, ds
Nnpnioi Tai te udAMoTtA
YyAouKoîs
Eoyata qukia Kiveî, e il Noto e l’Euro, che sommuove le
alghe più profonde,
le alcioni che alle glauche Nereidi sopra tutti gli uccelli
Soois TÉ Trep È GAOS &ypa.
dpvixwv tpiAnSev son care, e a quanti la preda traggono dal mare.
°Ayed&vokxti TrAdov Silnuivwo E MutiArjvav Ad Ageanatte che desidera navigare alla volta di
pia Trévta YyÉvoirto, Kai eUTrA 005 Spuov ÎkolTto. Mitilene
Kcîijy® Tîjvo Kat’ dpap &vijtTivov fì pobdevta ogni cosa sia propizia, e giunga in porto dopo una felice
fl xaì Aeurofwv oTtEgavov T1repì Kpatì quAdkogwWv navigazione.
Ttòv TrteAecoTIKÒV olvov dtrò *patfjpos
Gut E io quel giorno, tenendo attorno al capo una
TTÀp TrUpÌ KeKM|évos, KUapov 115 8 è
Tmupì pputet, ghirlanda
x& oTtipàs toveitoi Trerukaoptva ÉoT’ Eri Trayuv d’aneto, o'-di rose, o di bianche viole,
KvUla TT’
dopob8tAw TE TToOAUyvGLTITÀO TE cEXMvO, attingerò dalla coppa il vino pteleatico, 65
Kcal 1riopoi uaAoK6s LEuvALEvos *Ayed&voxTtos sdraiato accanto al fuoco; e qualcuno mi abbrustolirà le
70 attaioiv KuAKego1 Kal Ès TpUya Xeihos Epeldwv. fave nel fuoco.
avAnoeGvTtI SÉ poi Evo Troiméves, els pèv ’"AyXapvels, Avrò anche un giaciglio, alto fino a un cubito,
els 8
Aukcwrteitas è &è Titupos &yyUSev doti,
*
rivestito di enula, asfodelo e apio ricciuto.
cs TroKa TàÀsHi\p&ooato Adkgvis © Boutas,
z=evéas E mollemente berrò, ricordandomi di Ageanatte
X65 Epos dugerovelto, Kal ds 8pues avtòv ESpijveuv, in mezzo alle coppe, e premendo il labbro fino alla
75 “lupa aîte quovti Trap’ è&xSatoiv Trotayolo, feccia. 70
€EUTE XiCOV CS TIS KaTeTdKETO paKpòv Ugg’ Alpov Suoneranno l’aulo per me due pastori, uno di Acarne,
l’altro di Licope; e Titiro, standomi vicino,
canterà come una volta di Xenea s’innamorò Dagfni il
bovaro,"
e come il monte si doleva per lui, e lo piangevano le
querce
che crescono lungo le rive dell’Imera, 75

allorquando si disfaceva, come neve alle pendici del


grande Emo,

12
Era credenza, ripresa da numerosi poeti, che le alcioni per alcuni 3 Il canto di Titiro ha
per tema l’infelice destino del mitico bovaro Dafni
giorni, durante il periodo invernale, costruissero il loro nido, e che in tale (vd. c. I), qui innamorato di Xenea. La scena è ora trasferita sulla costa
periodo il mare rimanesse calmo («i giorni delle alcioni»). settentrionale della Sicilia.
160 161
a
îì "AS fì ‘“PoSstrav fì Kalkagov toxatéwvTtea. o dell’Athos, o del Rodope, o del Caucaso ai confini del
dog È ds TroK’ Edekto TÒv altréhov esUpta AdpvaE mondo.
Cwòv tdvtTa Kakcaîoiv &taoSahiotoiv &vaKTtos, Canterà poi come una volta una capace cassa accolse il
ds TÉ viv ai oiual AestucwovdSe pipBov Îoîgai capraio
ès àbesiav uaAaKoîs &vSecoi uÉAlova,
KÉéB6pov
ancora vivo,! per la malvagia empietà del padrone,
oUvek& ol yAuKÙ Moîoa Katà oTénatos Xte vékTtap. € come le api camuse, dal prato giungendo al cedro
© paKapiotè Kop&ta, TU Snv TASe TepTIVà TretrévSEIs,
fragrante, lo nutrirono con fiori delicati,
Kal TÙ KatekAdoSns È Adpvaxa, Kal TÙ g8y nec perché a lui dolce nettare la Musa versava sulla bocca.
knpia pepBébevos Etos cpiov tEerrdvavas. Beatissimo Comata, tu patisti questo dolce destino:
aid’ Et1 pol lwoîs EvapiSpios CWPEAES Huev *
tu fosti rinchiuso nella cassa, e tu nutrendoti
ds Eycov Evdpevov dv’ dipea TÀS KaAàs alyas
Tool dei favi delle api, compisti la tua prova nel tempo della
Qwvas sloaîwv, TU 8° urtò Spuolv Utrò TreUkais f primavera.
GESU
peo 8 LEvOS KOATEKÉKA100, Sele Kop&Tta ». Oh, fossi tu ancora per me nel novero dei viventi!
Xè uèv tT600’eltròv &Tretralvoato Tòv 8è pnéT* atidis
*
lo per te pascolerei sui monti le belle capre,
kijydv Tol’ &pdlav - « Aurida gihe, TToARà pv dARa
Nunpoai xcijpèSidatoay dv’ dpea BoukoMovta
e
ascoltando la tua voce, tu sotto le querce e sotto i pini
rimarresti sdraiato a cantare soavemente, o divino
EOSAG, TÀ Trou Kal Znvòs Erri Spévoy &yays
QUO, Comata».
GAM T6Y° Ex Travtwy uEy” Ureipoyov, @ TU Yysepaipev A questo punto tacque; e io a mia volta
95 dGpEeUL” GANN
tirdakoucov, Etre gihos ErTiso Moicans. gli dicevo così: «Licida caro, molti altri canti
*

hanno insegnato anche a me le Ninfe, mentre pascolavo


(Zin.) Ziu1xi8a uèv “Epewortes Erémrapov* # Yàp è Sei1\hés sui monti,
canti eccellenti, e la fama li ha portati fino al trono di
Zeus",
ma questo fra tutti è di gran lunga il migliore, e per
onorarti
ora lo canterò; ascolta dunque, perché caro tu sei alle
Muse."

SIMICHIDA
4 Il secondo tema del canto di Titiro è costituito dalla vicenda di Comata, Per Simichida gli Amori starnutirono: poiché il
il pastore-poeta devoto alle Muse, che, imprigionato in una cesta dal suo
padrone, fu nutrito dalle api, e salvato. poverino
15
È possibile che l’espressione alluda all’apprezzamento dell’opera poe-
tica di Teocrito da parte di Tolemeo Filadelfo.
16
La canzone di Simichida, dai toni più scherzosi e popolareggianti,
tranquillità dell’animo: un concetto di alta valenza filosofica, che però
sviluppa il motivo di vari intrecci d’amore: Simichida ama Mirtò, che lo viene sottoposto al consueto trattamento riduttivo di marca alessandrina,
ricambia; il suo amico Arato è innamorato vanamente del bel Filino. Il nella rappresentazione della vecchia che, con le sue pratiche scaramanti-
canto si chiude con l’augurio che a entrambi sia concessa l’àovyia, la
che, dovrà assicurare la buona sorte.
162
T600ov Epà Muprtoîs, Scov eiapos alyes Epavti. tanto è innamorato di Mirtò, quanto lo sono le capre
’Apartos 8° è TÀ Trà&vta qiAcitatos dvépi Tivw in primavera.
1Tai86s Utrò oTrA&y Xvo101v Exel TréSov. oldev “Apiotis, Ma Arato, che a Simichida è caro oltremodo,
100 EoSAÒs dvijp, uéy’ &piotos, òv ovbt Kev autòs delbev nutre in fondo al cuore desiderio di un ragazzo. Sa
Moifos otpdpuiyy1 Trapà Tpiròb$eco1 peyaipol, Aristi,
WS ÈK Traoi8òs
Ttév poi,
“"Apartos
Tl&v, “OndAas
trEpatòv
dotiov alert’
dote AtoyXaS,
Tré8ov
EpwTI. uomo valente, di gran lunga il migliore, a cui neppure
Febo in persona
&KAntov xeivoio giAas è
yeîpas tpeloas, potrebbe impedire di cantare con la cetra presso i
105 eiT’lor’ &pa MGiXAivos è paASaKòs gite TIS GAXMOS. tripodi,"”
Kel uv TaUT’ Epbo1s, di TTàv
pie, pit! TU Traibes come Arato arda fin nelle ossa per l’amore di un
°Aprab8ikcoì oxiAAaioiv Utò
TrAeupds Te Kcal dh poUS ragazzo.
Tovika paoTtiToiev, Ste Kpta TUTSàÀ Trapeln *
O Pan, tu che hai avuto in sorte l’amabile piana
gl È &AAS veUoais, Kkatà pv xXpda TrévT’ OvUxXe001 dell’Omola,'
110 EoKvdpevos Kvdoato Kcal Ev Kvi$aioi KaSeUb801s, spingilo, non chiamato, nelle care braccia di
eins 8
°H&wvév pv &v dpeoi xefpormi pÉoow quest’uomo,
sia egli il delicato Filino, sia pure un altro. 105

ti
“EBpov Tràp Trotandòv Terpannévos EyyUSev &pkKTtOW,
tv &è Stpei Trup&toi01 Trap’ AlSiétregoi vopelo1s Se fai questo, o Pan caro, non flagellino più
Trétpa Uro BAepuwv, SSev otcét1 Neos épartés. i ragazzi d’Arcadia con le scille lungo i fianchi
115 Unues 8
‘Yeri8os cai BupAib8os &EÙù Ammrovtes e le spalle, quando ricevono poca carne.”
vàpa Kal OikoUvTta, EavSas E805 alttù Aiwvas, Ma se altrimenti accenni, possa tu grattarti
con le unghie straziato in tutto il corpo, e dormire tra le
ortiche, 110

e possa tu stare tra le montagne degli Edoni nel cuore


dell’inverno,
lungo il fiume Ebro, vicino all’Orsa,
e in estate pascolare le tue greggi presso gli ultimi
FEtiopìi,
sotto la rupe dei Blemii, da dove non si vede più il
Nilo.”
E voi, lasciando la dolce corrente di Ietide e di Biblide,* 115

ed Ecunte,” l’alta sede della bionda Dione,”


17
È evidente l’intento, da parte del poeta, di rivolgere un complimento
ad Aristi (personaggio per noi totalmente sconosciuto).
18
Nella Tessaglia settentrionale.
19
Affiora qui il caratteristico interesse alessandrino per i culti locali. 2 Fonti di Mileto.
® La ‘maledizione’ 2 Città della Caria, sede di un tempio dedicato ad Afrodite.
a Pan assume il paradossale aspetto di una sorta di
transumanza a rovescio. 2 Madre di Afrodite.

164
® u&AOICIV “Epwrtes EpeuSonLtvoioiv polo, o Amori simili a pomi rosseggianti,
AGAAeTE po! TOtoioi Tòv ipepdevta MiAIvor, colpitemi con frecce il seducente Filino,
BOAAeT”, ETrel Tòv Esivov 6 SUopopos ovkK ÈAeeî Leu, colpitelo, perché il malvagio non ha pietà del mio
Kcal 87) uoAatrioio Tretraitepos, ai 8è
yuvaikes amico.
alaî, qavti, QiAive TO ToO1 KaAòv &vSos &troppeî. Ecco che è già più maturo di un pomo,” e le donne 120
unxéTt! Toi Qpoupéwnes ttrì TrpoSupoioiv, “Apoarte, “Ahimè” dicono “Filino, il tuo bel fiore svanisce” .®
un8è ròodas TpiBwpes* è È” SpSpios SAlov SAEKTWOP Non montiamo più la guardia alla sua porta, Arato,
KoKKUlwv &viapaioi 81801n,
vd&pKcaioiv e non consumiamoci più i piedi; e che il gallo al mattino,
È &trò Tàobe,
els qipiaote, MoAwy &yyolto Trahatotpas. facendo chicchirichì, renda un altro preda di dolorosi
&uuiv È douxla Te ptAor ypaia Te Trapein, torpori;
&ti5 EmipSuloica TÀ uî) KaAù véogiv Epuxoi ». e soltanto Molone, carissimo, sia soffocato da una tale
Téoo” &p&nav - è 8E poi TÒò AcywpBdAov, GEÙ yeA&ooas palestra.” 125

ds Trdpos, Èk Moic&v Eeivijiov dtravev elpev. A noi stia a cuore la tranquillità, e una vecchia ci
X® pv dmrokAivas Et’ àapiotepà TÀv Eri TIvEas . assista,
elpo’ è86v, atrtàp Eywv Te Kai Etcpitos Ès Mpaoi8diw che sputando allontani da noi le cose non belle».
OTPAGSEvTES XX KAahòs "ApUvtTIXos Ev Te BaSeicas Così dissi; e quello, allora, il suo bastone, sorridendo
dàbeias oyoilvoio Xapeuvioiv EkAivSnues placidamente
Ev Te veoTtTu&TOIO1 YyeyaSdtes olvaptoloi, come prima, mi diede, dono ospitale da parte delle
TroAAcÌì È” Guniv UtrepSe KaTtà Kpatòs Sovtovto Muse.
aiyelpoi TrtTeAÉar Tte* TÒ È’ èyyUSev iepòv Udwp Poi, piegando verso sinistra, prese la strada
Nupg&v EE &vtpoto KateiBdpevov KeAdpule. per Pixa; io ed Eucrito, assieme al bell’Amintino, ci
Toì 8 Trotì oxiapaiîs dpobayvioiw alSaXiwves volgemmo
alla fattoria di Frasidamo, e lieti
ci sdraiammo su alti giacigli di giunco
soave, e su pampini di vite appena colti.
In gran numero a noi sul capo stormivano
pioppi e olmi; e da presso risuonava
la sacra acqua sgorgante dall’antro delle Ninfe.
Sui rami ombrosi le cicale bruciate dal sole

4 La lezione uahazioto è stata felicemente recuperata da P. Maas sulla


base dell’ametrico u&X° àmioiwo dei due rami primari della tradizione %
L’épwnevog che in breve tempo perde le attrattive che sono proprie
teocritea K e La. MnA&ziov è il frutto che in italiano viene chiamato «mela della fanciullezza è un motivo ricorrente nella poesia epigrammatica.
appia», o «appiola» (vd. C. Gallavotti in «Boll. Class. Lincei», serie terza, %
La metafora è tratta dalla pratica agonistica della lotta. Molone è un
7, 1986, pp. 18 sgg.). rivale di Arato.
166 167

i
Il

TéttTiyeS AchaoyeUvtes Exov Trovov à& &° 6AoMuycwv


*

frinivano senza riposo, e l’usignolo”


140 TnAGSev Ev TruKivolîoi Bd&twv TpUleoKev dKd&vSas.
gorgheggiava lontano, nei fitti spini dei rovi. 140
&esidov Képubo! Kcal dKcavS{8es, Eoteve Tpuy WMV,
Cantavano le allodole e i cardellini, gemeva la tortora,
TrwWTWVTO EouSal Trepì Tribakas dugi picca. volteggiavano intorno alle fonti le bionde api.
Tr&vT’ dhobev Sépeos udàAa Triovos, dode 8° dtropos. Dappertutto un profumo di pingue raccolto,
èxXvoi pv Tràp Troovi, Trapà Trieupaioi 8 cada dappertutto un profumo di frutti.
145
Says BpaBihowoi
div EKUMyvEeTtO, TOì È’ ÈkÉXUvTO
KataBpiSovtes Epatle
Pere ai nostri piedi, ai nostri fianchi mele
Eprtroaxes in grande quantità rotolavano, e si piegavano
*
145
TteTpheves SÈ TriSwov Kpatòs ÈAeigap.
GtreMVetTO
i rami carichi di susine fino a terra;
Nuugponi KaotaAMbes Tlapy&oiov altros EXo1ca, dalla testa degli orci fu tolto il suggello di quattro anni.
&p& YyÉ
tra Ttoidv8e MdA Katà Aduvov &vtTpov Ninfe Castalidi” che abitate i gioghi del Parnaso,
150 Kpatfip” “HpoxAîji Yyépwv totàcato Xipuwv; fu una coppa come questa che il vecchio Chirone
&p& yÉ tra Ttfjvov TÒv Troiuéva TOv TroT’ ’Avdtro, apprestò
TÒv Kpotepòv TToAUganov, ès dpeoi vaas EBaRe, per Eracle nell’antro roccioso di Folo? 150
Tolov vixtap ETreice cat” avMa 1Trocoì yXopeUoal, E quel famoso pastore, quello dell’Anapo,”
olov 8îì TéKa Trépa Stekpavd&oate Nupgai il possente Polifemo, che con le rupi tentava di colpire
155
PBwn& mràp Aduoatpos dAwidos; &s cwp@ tl le navi,
aÙTtIS
ty
Trdtaimi péya trtUov, & yeAdoca
Ep&ynuata Kcal ludKwvas Ev dugotipaioiv Exoiga.
8 fu persuaso a danzare nell’antro da un tal nettare,
quale è la bevanda che allora temperaste, o Ninfe,
presso l’altare di Demetra protettrice dell’aia?” Sul suo
mucchio 155

possa io piantare di nuovo la grande pala, ed ella


sorrida
tenendo nelle mani spighe e papaveri.

77
Il significato di èhoAuywv (= animale dal grido acuto) è incerto. ” Fiume della Sicilia.
Che indichi l’usignolo è stato dimostrato con buoni argomenti da H. % 1]
vino che Simichida gustò nella fattoria dei suoi amiei è pari a quello
White, Studies in Theocritus and other Hellenistic Poets, Amsterdam che Chirone offerse a Eracle, e Odisseo a Polifemo. Il vino non veniva
1979, pp. 9-16.
2 Dette così dalla fonte Castalia, che scorreva a Delfi, ai piedi del monte servito puro, ma era temperato con acqua (di qui l’accenno alle Ninfe delle
Parnaso. fonti), secondo proporzioni nettamente definite.
3!
Rappresentazione plastica di Demetra con i suoi attributi tradizionali.
168 169

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