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L’Europa moderna.

Storia di un’identità
Prefazione

Il volume di Paolo Viola tratta della civiltà europea, di come questa sia riuscita a stabilire la propria
egemonia nel mondo e a costruire la propria identità. In confronto ai predecessori romani o ai competitori
ottomani, gli europei sono stati meno soggetti ai processi di declino (Gibbon, storico scozzese del
Settecento). Una civiltà vincente in grado di dare e ricevere. Gli europei hanno elaborato sistemi politici più
flessibili e una cultura più aperta all’incontro con la diversità. Mentre gli antichi avevamo piazzato le
colonne d’Ercole allo stretto di Gibilterra come confine, poiché al di là c’era il male (di cui furono vittime
Ulisse e i suoi compagni), per gli europei dell’età moderna superarle voleva dire trovare ricchezza,
progresso e libertà. L’Altro era attraente (Marina Warner, scrittrice inglese). La modernità degli europei è
stata l’epoca in cui si è creduto alla costruzione della libertà, del progresso e del benessere nel viaggio verso
l’Altro, mentre oggi l’Europa cerca la sua identità e la sua unità.
Viola ha cercato di raccontare l’epoca in cui l’Europa ha creduto che la conquista costruisse ricchezza e
progresso. E forse in questa convinzione si è formata la sua identità. L’idea di Età moderna dell’autore è
quella in cui tutto il pianeta è stato conquistato dagli europei, i quali lo hanno poi perso, ma non prima di
averlo trasformato e di avergli trasmesso alcuni dei loro caratteri originali, come il capitalismo, le istituzioni
complesse o il pluralismo giuridico e culturale.

L’Età moderna è la prima che riguarda il mondo intero, si può parlare di un’Europa che si confronta con il
mondo. L’inizio è rappresentato dalla scoperta dell’America (1492), per poi culminare alla fine
dell’Ottocento, nell’età dell’imperialismo. Il suicidio avverrà con lo scoppio della Prima Guerra
Mondiale (1914).

Questo è un libro scritto dalla prospettiva dell’Occidente. L’autore non sarebbe riuscito a scriverne uno
sull’Oriente, invenzione dell’Europa per giustificare le proprie conquiste. Egli scarta inoltre la definizione di
storia contemporanea, poiché secondo lui sarebbe più corretto parlare di post-modernismo. Il suo può
sembrare un punto di vista un po’ nostalgico ed eurocentrico, ma non esiste una periodizzazione neutra,
poiché questa è funzionale all’idea che si vuole trasmettere.

Capitolo I: Le risorse sociali degli europei.

1. Gli europei, contro gli altri.

Dal V al XV secolo i Paesi che si trovavano a nord del Mediterraneo sono stati minacciati da invasioni
provenienti da terre desolate del Medio Oriente desertico o del Grande Nord, luoghi inospitali che non
potevano più nutrire la popolazione in eccesso. Lo stesso problema sarebbe poi toccato agli europei, ma la
loro era una terra ospitale che non volevano abbandonare. Dal XVI al XIX secolo l’identità europea si è
costruita sulla certezza di essere superiori agli altri, di avere armi e modelli di vita che li destinavano a
“civilizzare” e a conquistare il mondo. Il Medioevo, l’età di mezzo, è stata considerata l’epoca buia fra due
grandi luci: quelle dell’Occidente che aveva brillato con i romani e successivamente con gli europei.
L’avvenimento che è stato scelto come simbolo dell’inizio dell’espansione europea è la scoperta
dell’America nel 1492. Dal Cinquecento all’Ottocento gli europei sono diventati i padroni della Terra: sono
riusciti ad integrare i cinque continenti nella loro rete di dominazione e di organizzazione dello spazio, e a
eliminare o a sottomettere quasi tutto i popoli del mondo. Erano diventati 1/3 degli abitanti del globo ed
erano i dominatori assoluti. Avevano enormi imperi coloniali, prendevano le decisioni politiche ed
economiche riguardanti tutto il mondo.

Le 3 grandi armi dell’Europa con cui gli europei hanno conquistato il mondo, si sono rivelate efficaci
e potenti da imporsi a tutti gli altri:
1) Capitalismo - capacità di produrre ricchezza;

2) i poteri statali - capacità di creare istituzioni complesse e flessibili;

3) la capacità di confronto e di integrazione culturale - capacità di conoscere gli altri per governarli.

Nel Cinquecento gli europei hanno cominciato a sottomettere gli altri poli delle civiltà umane cominciando
dal più fragile: l’America. Nell’Ottocento avevano ultimato la loro avventura sottomettendo anche l’Asia.

Capitalismo
Nei secoli precedenti gli europei avevano prodotto beni e servizi per rispondere alla domanda in ambito
locale e per soddisfare i bisogni alimentari. Il commercio internazionale era sempre esistito: olio, vino, sale,
tessuti erano stati venduti ai Paesi che non li producevano (o non abbastanza). I prodotti di lusso avevano
attraversato il deserto, come le sete d’Oriente e le spezie. Si era prodotto per consumare o per scambiare. Poi
però le cose cambiarono. I potenti iniziarono a voler accumulare terre (perché queste al contrario del denaro
rimangono) e dominare il territorio e i suoi abitanti. Questi beni fondamentali spesso si conquistavano o si
ricevevano in dono, ma l’aspetto più importante è che essi entravano a far parte dell’eredità. Il dominio sul
territorio produce rango e gerarchia.
Il capitalismo nasce con l’età moderna, il denaro passa dall’essere un mezzo a essere il fine: da merce -
denaro - merce a denaro - merce - denaro.
Gli europei hanno imparato a dare un prezzo ai beni e l’arricchimento è diventato lo strumento per
acquistare rango e potere. Hanno sviluppato le potenzialità del mercato, le capacità produttive e hanno
creato le condizioni più favorevoli allo sviluppo.
Poteri statali

Lo Stato moderno era costituito da tre tipi di strutture istituzionali:


1) l’Impero (come l’Impero romano d’Occidente) costituito da diversi poteri locali (come le città stato
autonome, i principati e i ducati governati da principi o vescovi) al di sopra dei quali regna l’imperatore
eletto a partire dalla metà del Trecento, con la Bolla d’oro, da 7 elettori;
2) le Repubbliche (come Genova e Venezia) che non hanno un monarca ma un governo oligarchico (le
grandi famiglie si alternano al potere);
3) le Monarchie.
Il termine Stato moderno è in realtà un anacronismo poiché sono tutte realtà monastiche che appartengono
ad una dinastia in tre modi:
- per eredità;
- per matrimonio;
- per conquista.
Sono monarchie patrimonialistiche, composite, ovvero costituite da diversi regni, in cui spesso non si parla
la stessa lingua, non ci sono le stesse istituzioni o tradizioni, ma sono tenute insieme dal re e dalla religione
cattolica. È come se il monarca avesse tante corone quanti sono gli Stati. Questi sono sempre più complessi.
Il sovrano ha bisogno di creare un apparato amministrativo (dalla tavola rotonda di re Artù, in cui il sovrano
è riconosciuto e approvato da suoi pari, alla tavola sollevata di Luigi XIV, la cui corte mangia solo con il suo
permesso). L’apparato amministrativo è dato dalla necessità di avere un proprio esercito, un apparato
diplomatico, la propria burocrazia e soprattutto il denaro per fare tutto ciò. Il sovrano crea la sua
giurisdizione ma deve anche tenere conto delle altre. La costante della società moderna sono i ceti:
1) ecclesiastico, gli oratores, suddivisi in clero regolare e secolare;
2) nobili, di spada e di toga;
3) borghesia, i laboratores, il Terzo Stato.
L’appartenenza ai ceti si traduce in identità sociale. I tre ceti sono giurisdizioni, una realtà che ha il potere di
fare le leggi. L’ancien regime è una società di privilegi (leggi private, che vengono stipulate da un accordo
tra ceto e sovrano). I ceti hanno i proprio tribunali (ecclesiastici, di nobiltà e urbani), i propri eserciti
(Inquisizione, ronde) e la propria finanza (diritti feudali, decime e gabelle cittadine). Il sovrano era la
giurisdizione superiore a tutte le altre. Tutta l’Età moderna si regge su questo, è caratterizzata dal conflitto e
dall’equilibrio tra queste realtà. I ceti avevano i loro organi rappresentanti:
1) Stati Generali (Francia e Olanda);
2) Parlamento (Sicilia - secondo in Europa dopo quello inglese, le sue richieste possono diventare leggi se
il sovrano le accetta in cambio del donativo, istituito nel 1282 con i Vespri siciliani; e Inghilterra - Camera
dei Lord e Camera dei Comuni, istituito nel 1215 con la Magna Carta);
3) Cortes, aragonesi e castigliane (Spagna);
4) Dieta (Germania).
Il sovrano convocava gli organi rappresentanti per:
- auxilium, motivo finanziario (contrattazione tra ceti e sovrano);
- consilium, per motivi di guerra o come nel caso di Enrico VIII per lo scisma anglicano.
Leggi diverse per tutti, il sovrano necessita del consenso dei ceti. Un apparato complesso che svilupperà
nuovi modi di governare egemoni, che l’Europa utilizzerà per conquistare i nuovi regni.

Nello Stato moderno:

- Prima valeva il principio dell’unicità della sovranità, di origine divina e corrispondente all’ordine naturale,
sul modello padre-figli. C’era un’unica autorità che aveva poteri in ogni campo: dalla difesa del territorio e
dal mantenimento dell’ordine dell’armonia e del benessere, alla giustizia e al prelievo di risorse.

- Poco per volta con l’aumento della complessità questo principio si rivelò insufficiente o addirittura
sbagliato. Si è riconosciuta la necessità di ricorrere a persone specializzate capaci di assicurare i migliori
risultati nei diversi campi: militare, giudiziario, amministrativo. Quindi è stata elaborata e complicata
l’organizzazione dei diversi poteri: non c’era più solo quello civile e religioso, ma quello amministrativo,
politico, militare, giudiziario.

Capacità di confronto

Entrare in rapporto con le nuove culture e assimilarle, partendo da una forte consapevolezza della propria
identità. Del resto gli europei nascevano dall’incontro originario e dalla fusione di due diverse culture:
romani e germani. Le civiltà devono saper dare, ricevere e assimilare. Per essere tali devono avere la
capacità di scegliere cosa dare e cosa ricevere, per essere delle strutture e non soccombere.

Gli europei, per lanciarsi alla conquista del mondo, hanno dovuto:

- Imparare a valutare gli altri sistemi del mondo con cui entravano in contatto.

- Trovare le strade per sottometterli, per convertirli, per studiarli, per risolvere a proprio vantaggio un
confronto competitivo.

Parallelamente, o di conseguenza, hanno creato conflitto e diversità culturale al proprio interno.


Capacità che è sfociata in quello che gli europei hanno definito 3 concetti importantissimi:

- Tolleranza, intendendo non soltanto che la diversità sia ammessa a sopravvivere, ma che sia integrata a
tutti gli effetti nelle prerogative della cittadinanza e addirittura considerata una risorsa da cui attingere forza
nel governo della complessità.
- Modificarono il concetto di Libertà (capacità dei signori e delle comunità di difendere le proprie
prerogative)
- Inventarono il concetto di Democrazia (il governo diretto del popolo nell’assemblea cittadina).
2. Caratteri originali: nobiltà, chiese e città.

Prima di dotarsi delle armi che l’avrebbero portata a conquistare il mondo, l’Europa disponeva già di alcune
importanti risorse, di caratteri originali che cominciavano a fornire un’identità agli europei. Durante il
Medioevo i paesi a nord del Mediterraneo non si chiamavano ancora Europa. Gradualmente avevano iniziato
ad assumere questa identità. Avevano la stessa lingua di riferimento, il latino, e una sola religione, il
Cristianesimo romano.
I caratteri originali erano:
1) Nobiltà
2) Chiesa cattolica
3) Città

Nobiltà

Ceto militare di origine medievale, caratterizzato da relazioni di dipendenze e protezioni che si


trasmettevano di padre in figlio. Durante l’età moderna questa classe si trasforma poiché i sovrani tendono
ad imporre il loro potere alla nobiltà, bisogna dunque emanciparsi dalla dipendenza (per il sovrano era
importante non dipendere dalla propria nobiltà perché altrimenti sarebbe stato facilmente ricattabile). Era
una classe dirigente fondata sulla proprietà terriera familiare. Il feudo era un modo per ricompensare il
feudatario: la proprietà era sempre del sovrano ma la titolarità andava al feudatario e di conseguenza alla sua
famiglia. In Sicilia ad esempio, il feudo era ereditario fino al sesto grado di parentela e potevano trasmetterlo
anche le donne (concessione data dagli aragonesi durante i Vespri siciliani del 1282). Questo ceto si
suddivideva in nobiltà:
1) di spada - di origine medievale;
2) di toga - la nuova nobiltà legata agli uffici, che aveva acquistato il feudo (il sovrano poteva metterlo in
vendita), un esempio sono i mercanti genovesi.
La nobiltà, non più militare, diventa cortigiana o ricopre cariche importanti come dirigere l’esercito o
svolgere attività da funzionari.

Chiesa
Esce forte dalle crisi medievali, è l’unica istituzione dopo la caduta dell’Impero romano, ha la sua continuità
nella figura del Papa e garantisce la continuità di elementi importanti come l’assistenza nei conventi,
l’istruzione, l’assistenza ai poveri (ad esempio con la distribuzione del grano). Una Chiesa ben centralizzata
e organizzata, forse il più potente dei caratteri originali, privo di rivali che voleva e sapeva governare la
politica.
Con la Peste nera (1348), proveniente da Oriente e di tipo pneumonico (metà della popolazione europea
muore), la Chiesa esce fortificata per il prestigio dovuto al voler salvare la propria anima (nel 1274 al
Concilio di Lione era stata sancita l’esistenza del purgatorio).
Quando, nel V secolo, l’Impero romano d’Occidente era caduto, la Chiesa era diventata così prestigiosa da
poter costruire la propria rete di arcivescovati, diocesi e parrocchie che coprivano l’intero territorio europeo.
Il ceto ecclesiastico era suddiviso in clero:
1) regolare - i frati che seguivano la regola (come i francescani);
2) secolare - come parroci e vescovi.
Mentre in altri continenti, come l’Asia, coesistevano diverse religioni, tutto l’Occidente era diventato
cristiano cattolico. A differenza di altri sistemi istituzionali in cui il nemico per eccellenza era quello del
sovrano, in Europa era l’eretico o l’apostata. Gli unici verso sui era rivolto un minimo di tolleranza erano gli
ebrei, poiché erano stati il popolo eletto dell’Antico Testamento, non erano liberi ma considerati servi alle
dipendenze del sovrano, potevano essere allontanati dalle città o costretti a portare un distintivo.
La Chiesa aveva il potere spirituale, ma anche quello di essere uno Stato. È una presenza forte nell’Età
moderna perché necessitava di un’identità religiosa, che causò intolleranza e controllo delle coscienze, come
testimoniano i Tribunali dell’Inquisizione:
1) romano - il capo veniva scelto dal Papa;
2) spagnolo - il capo veniva scelto dal sovrano.
Inizia la lotta contro l’Islam, la cacciata degli ebrei dalla Spagna e dai vari regni (1492). Nell’epoca della
Controriforma furono istituiti i ghetti, dove gli ebrei avevano l’obbligo di risiedere. Tranne questa
eccezione, qualsiasi dissenso religioso era stato stroncato con la violenza.

Città

Nel corso dell’età moderna diventano sempre più importanti per le loro multiformi competenze culturali,
mercantili, amministrative, giuridiche, finanziarie. A partire dal Cinquecento la crescita delle città,
demaniali, è dovuta ad una maggiore libertà (manca il controllo del feudatario). Crescono le città:
1) commerciali - grazie alla loro vicinanza al mare, e l’intensificazione dei commerci dopo la scoperta
dell’America, o ai fiumi, in città portuali come Londra o Amsterdam, la rete di canali interni permetteva che
le merci si spostassero più velocemente;
2) capitali - crescono perché la monarchia vi fissa la propria residenza, in cui si forma la corte con tutti i
suoi uffici amministrativi. Le corti diventano sempre più ricche e fisse, mentre prima il sovrano aveva più
residenze tra le quali si spostava continuamente, come Carlo V che viaggiava tra Bruxelles, Granada,
Alhambra (dove tentò di costruire la sua residenza rinascimentale, ma restò incompiuta), Napoli. Sarà il
figlio, Filippo II, a creare la nuova capitale, Madrid. Anche i re di Francia si spostavano nei castelli (per la
caccia), sarà Luigi XIV a creare la reggia di Versailles (strumento politico). La città è un’altra giurisdizione,
come nobiltà e clero. Ha i suoi tribunali, il suo esercito e le proprie tasse, le gabelle comunali. Le imposte
possono essere:
- indirette, sui beni di consumo;
- dirette, sulla persona (come il patrimonio).
Anche il sovrano poteva imporre le proprie (gabelle regie).
Importante il lavoro urbano, che si caratterizza di mercanti, i quali hanno la possibilità di avere il denaro
liquido (il problema della liquidità verrò risolto con le carte di cambio), notai e mestieri, controllati dalle
corporazioni. Il lavoro poteva essere:
1) corporato - di origine alto-medievale, la corporazione era retta da un consiglio di maestri e da un priore
(eletto dall’assemblea dei maestri). Fissava la remunerazione, il numero dei maestri nelle botteghe, il tipo di
strumentazione da utilizzare, la qualità del prodotto. Nel Medioevo facevano parte del governo (come a
Firenze) e avevano un’importante funzione sociale (luoghi al maschile). Erano giurisdizioni, con i proprio
tribunali (per i conflitti di lavoro). Dal Cinquecento si afferma il putting-out, il lavoro a domicilio, con il
quale gli ex maestri fanno lavorare i prodotti in campagna, sfuggendo al controllo delle corporazioni e dando
lavoro alle famiglie contadine, soprattutto di tipo tessile: il mercante imprenditore compra la materia prima,
la porta nelle case dei contadini, che di solito possedevano i telai, li retribuiva pagando il minimo e
commerciava poi nei mercati più lontani.
Il putting-out creò il tessuto produttivo importante per la Rivoluzione industriale; si sviluppa dove c’è
un’agricoltura più povera, si crea capitale e una più ampia rete commerciale (da merce- capitale- merce a
capitale- merce- capitale);
2) libero - non rientra nell’autorità delle corporazioni. Esistono sistemi di lavoro accentrato, come gli
arsenali (lavoro organizzato per assemblaggio) e le miniere (dove i contratti erano simili a quelli delle
corporazioni).

Durante le carestie, dalle campagne ci si sposta verso la città, per ricevere una maggiore assistenza ma dove
erano presenti le epidemie, come la Peste nera, dopo la quale, tra Quattrocento e Cinquecento, si avrà un
aumento della popolazione, secondo Malthus ciò avviene perché c’erano più risorse e meno persone,
soprattutto giovani che sopravvivevano e procreavano. Dopo la Peste nera non ci saranno epidemie così
tragiche. Il XVII secolo sarà un periodo di stagnazione a causa della Peste (1635), della Guerra dei
Trent’anni e delle carestie. La peste scomparirà dall’Europa dopo quella del 1743 poiché si cominciano a
bruciare i cadaveri e scompare il ratto nero.

3. La famiglia. Le donne e gli uomini.

La famiglia europea ha caratteristiche diverse rispetto al resto del mondo. Può essere di tre tipi:
1) nucleare - padre, madre e figli;
2) allargata - nucleare più altri componenti; si può allargare verticalmente (con i genitori) o orizzontalmente
(con i fratelli), spesso è un allargamento temporaneo;
3) ceppo - strutturalmente allargata, man mano che i figli si sposano restano sotto lo stesso tetto dei genitori.
L’impostazione della famiglia europea è di tipo patriarcale:
il valore della famiglia in Età moderna era di tipo produttivo, un luogo dove la specie si riproduceva e
costituiva il primo nucleo lavorativo, il valore affettivo era secondario. Tutti i componenti dovevano avere
una funzione lavorativa.
Le famiglie dell’Europa cristiana erano bilaterali, ogni europeo apparteneva sia alla famiglia del padre che a
quella della madre. Uomini e donne non sono pari ma concorrono entrambi al patrimonio familiare. Il
nucleo poteva essere:
- cognatizio, famiglia della sposa;
- agnatizio, famiglia dello sposo.
Con la dote le donne entrano nella nuova famiglia con il loro patrimonio (dal telaio della povera famiglia
contadina al feudo della famiglia nobile). La dote veniva gestita dal marito (perché le donne non avevano
autorità giuridica), ma se questi moriva, veniva restituita alla moglie; le donne più potenti e autonome erano
le vedove che potevano amministrare il patrimonio per i figli. Le donne ricche avevano la controdote, data
ad esse se il marito moriva ma che perdevano se si risposavano. I doveri della donna in qualità di co-
fondatrice della famiglia bilaterale erano molteplici: da nubile doveva lavorare per accrescere la propria dote
nella prospettiva di un matrimonio socialmente migliore; da sposata, oltre al compito fondamentale della
riproduzione, si pretendeva il suo apporto lavorativo nella famiglia-azienda e sempre in posizione
subalterna. Nel caso in cui la nuova coppia rimaneva nella casa dei genitori dello sposo, le donne dovevano
in quel caso sottostare non solo all’autorità del marito ma anche dei suoceri. Il matrimonio fondava una
nuova alleanza, con negoziazione degli interessi reciproci, della proprietà. Non si pagava per la sposa, era lei
che con la dote tutelava se stessa e contribuiva alla fondazione di una nuova famiglia col marito. Dove
esisteva la piccola azienda familiare, la famiglia restava unita alla terra, i giovani avevano maggiori
difficoltà a mettere su casa e rinviavano il matrimonio (circa 25 anni di età), cominciavano tardi ad avere
figli e di conseguenza ne facevano meno. Per questo motivo l’Europa ha avuto un’età media del matrimonio
elevata e una bassa natalità.
In Oriente non esisteva la dote ma il prezzo della sposa, la donna era merce di scambio: il marito paga la
famiglia per avere la mano della donna, il distacco con la famiglia d’origine è più netto e la donna, con i suoi
doveri, deve riscattare il prezzo del matrimonio. Se la donna viene ripudiata, ad esempio perché è sterile,
ritorna alla famiglia d’origine in modo disonorevole. La poligamia consisteva nell’avere più mogli, trattate e
mantenute alla stessa maniera. Le donne sole venivano considerate pericolose, un peso per la famiglia
d’origine e per la società (punto in comune tra Oriente ed Occidente).

4. La differenza di genere. Le streghe.

La differenza storicamente rilevante tra femmine e maschi non è tanto biologica: il corpo, gli organi
riproduttivi, una prevalenza muscolare del maschio, è piuttosto una costruzione sociale e culturale di ruoli
diversi e determinati in casa e fuori, si preferisce parlare di genere, un termine che attiene all’organizzazione
sociale anziché di sesso. Il canone della femminilità della donna cristiana era dato da una figura di suprema
santità, la Vergine Maria, che esaltava il ruolo materno. Il valore stesso della sposa era legato alla sua
verginità, essenziale per il controllo della sposa. L’immagine della santità di Maria esaltava la castità come
regola di rapporto privilegiato col marito, la sessualità era giustificata solo dalla finalità riproduttiva, ma
ritenuta comunque peccaminosa. Il lavoro dava una forte identità sociale, per questo motivo anche se molte
donne lavoravano, non firmavano documenti e il loro lavoro non veniva riconosciuto. Il loro ruolo
identificativo era la famiglia. La donna era rimasta nei secoli una brutta copia dell’uomo, una peccatrice, una
figura votata al silenzio, inferiore. Non aveva capacità giuridica, doveva essere accompagnata dal padre, dal
marito o dal figlio. Per gli uomini il lavoro era un’esperienza collettiva con visibilità sociale, mentre per le
donne era un’esperienza individuale che aveva senso solo se legata alla famiglia. I loro salari erano inferiori
a quelli degli uomini perché il loro lavoro non veniva riconosciuto o era considerato secondario. Sarà la
Rivoluzione industriale a permettere alle donne di lavorare, perché costavano meno. La donna era anche una
figura socialmente fragile perché esposta al rischio di perdere l’onore (connesso alla castità). Lo stupro era
un reato grave che veniva punito solo con una pena pecuniaria, un reato frequente. Le donne che avevano
perduto l’onore venivano recluse in istituti per “donne perdute” (intitolate a Maria Maddalena).

Tra il Quattrocento e il Seicento avviene la “caccia alla streghe”, si credeva che il Diavolo prendesse
possesso degli esseri più deboli, le donne (se venivano accusati uomini era dovuto a conflitti di potere). La
stregoneria fu assimilata all’eresia, divenne competenza di tribunali ecclesiastici, l’Inquisizione. Le donne
che vengono accusate sono spesso sapienti, come le allevatrici che avevano il grande potere sulla vita e sulla
morte dei bambini (aborti o infanticidi di bambini malati o indesiderati), conoscono la medicina e gli
interessi delle famiglie.
Bisognò attendere la fine dell’Età moderna, il Novecento, perché il problema della piena uguaglianza di
diritti fra i due sessi fosse rivendicato nella società occidentale. Le donne mancavano, secondo l’opinione
europea, di giudizio, maturità e autonomia, garanzie che permettevano ai cittadini di esercitare la propria
parte di sovranità.

5. In campagna e in città.

Il settore economico primario era l’agricoltura (quasi il 90% del lavoro). Nell’Ancien regime la natura della
proprietà era triplice:
1) proprietà feudale - veniva assegnata dal sovrano; una volta diventati signori, i proprietari ottenevano i
diritti feudali. Il feudatario utilizza diversi contratti agrari: servi della gleba, enfiteusi, mezzadria
(poderata o bracciantato) lunga (16 anni) o breve (3 anni). Il feudatario poteva assegnare metà della terra
al contadino e affittare l’altra metà ai gabelloti (chiamati così perché ogni anno dovevano pagare un affitto
chiamato gabella);
2) terre demaniali - i contadini avevano contratti agrari;
3) terre comuni - il sovrano le dava in concessione alle comunità e venivano amministrate dal villaggio.
Potevano essere boschi o terre, e si poteva decidere come utilizzarle (per il pascolo, la legna o per la caccia).
Erano un elemento di sopravvivenza soprattutto per i più poveri.
Il beneficio ecclesiastico era un patrimonio urbano o rurale appartenente alla Chiesa, che veniva assegnato
alle varie categorie ecclesiastiche, sia regolari che secolari. Quando veniva eletto, ad esempio, un vescovo o
un abate, gli veniva concesso tale beneficio.
Il prodotto principale dell’Europa era il grano, sul quale si struttura il prezzo di tutti gli altri prodotti: se il
prezzo del grano sale, aumentano anche gli altri. La Sicilia conserverà la sua vocazione granaria fino al
Settecento.
A lavorare la terra erano le piccole aziende familiari contadine. Coltivato a grano il suolo si impoverisce,
dopo pochi anni non produce più niente, deve essere dunque lasciato riposare a lungo o concimato (l’unico
concime era il letame animale, che non bastava mai). Così la terra veniva sottoposta ad un sistema di
rotazioni biennali o triennali:
biennale - si lasciava riposare per un anno, poi si concimava e si continuava a frumento per un altro anno;
triennale - si aggiungeva un terzo anno in cui, dopo l’inverno, si seminavano grani “primaverili” (orzo o
avena).
In un villaggio che praticava la rotazione triennale, ogni famiglia contadina doveva avere due o tre campi: il
primo anno una zona era seminata a frumento, un’altra a orzo o avena e la terza era lasciata a maggese (a
riposo) per far crescere l’erba spontanea per gli animali. Il secondo anno si seminava il frumento sui terreni
che l’anno prima aveva riposato, l’avena o l’orzo su quelli che avevano prodotto il frumento e a maggese
andavano quelli che erano stati in produzione per due anni. E il terzo anno si ruotava ancora per poi
ricominciare.
Per la maggior parte del tempo i campi erano aperti all’uso comune. Nessuno poteva vendere o comprare i
terreni comuni (demaniali). Sui terreni destinati alla coltura si doveva seminare quello che la rotazione
imponeva e non si potevano recintare terreni propri per sottrarli agli usi comuni. Tranne gli allodii (orti,
vigneti, giardini intorno alle case), la terra aveva un signore, spesso nobile o ecclesiastico. Il signore aveva
una proprietà eminente per la quale riscuoteva una tassa in denaro o in natura, il censo, in cambio di
protezione e ordine. Il signore possedeva mulino, frantoio e per usarli bisognava pagare. Era lui stesso il
giudice o lo nominava (e incassava un diritto per ogni processo). Anche la Chiesa riscuoteva una tassa, la
decima, che corrispondeva a un decimo del prodotto, prelevato in natura. Sempre più spesso anche il re
esigeva il pagamento di tasse (in denaro).
In città le risorse economiche e politiche non erano soggette al sistema signorile, non c’era legge privata
(privilegio) di un solo signore ma di una pluralità di istituti. I principali sistemi istituzionali del mondo del
lavoro urbano erano le corporazioni. Il primo compito del governo urbano era assicurare la farina in città.
Le campagne e le città europee hanno elaborato modelli diversi, sociali e politici:
in campagna - uguaglianza e terra (necessaria per ogni famiglia);
in città - libertà, proprietà, possibilità di crescere e di competere.

6. La vita contro la morte.

Si viveva in un equilibrio precario fra uomo e ambiente con una quantità di cibo di solito appena sufficiente
per nutrire la popolazione. Molti erano poveri in una condizione costante di malnutrizione, sempre
indebitati, assistiti dalle parrocchie o dai conventi; anche solo per un’annata fredda e piovosa potevano
morire o comunque sprofondare nell’indigenza e nella fame, essere costretti al vagabondaggio e alla
mendicità. Con la carestia la popolazione europea era più esposta alle epidemie che provocavano crisi
demografiche anche drammatiche e quindi riducevano la popolazione di risorse alimentari. Una variazione
climatica verso il caldo le permetteva di crescere, una verso il freddo provocava invece un declino
demografico. Perciò il primo compito della politica era prevenire se possibile le carestie, attrezzarsi a
fronteggiare le emergenze con scorte alimentari create nelle annate buone, essere capace di garantire
la sopravvivenza. L’incidenza delle morti da parto era elevata, e in generale la mortalità delle donne e degli
uomini, ancora giovani, in piena età fertile. Infine solo poco più della metà dei bambini che venivano
concepiti diventavano adulti, perché la mortalità perinatale ne portava via un quarto e la mortalità infantile o
nell’adolescenza quasi altrettanto. Tutto questo senza tenere conto delle epidemie e delle carestie più gravi o
delle guerre. La popolazione europea quindi cresceva con estrema difficoltà e a volte crollava brutalmente.
Alla fine del duecento gli abitanti dell’Europa erano arrivati a poco meno di cento milioni per lo più
concentrati nella parte occidentale e meridionale del continente, più fertile e dal clima più mite. Nel trecento
cominciarono a manifestarsi segnali che l’equilibrio tra la popolazione e le risorse era stato raggiunto ma nel
1348 una spaventosa tragedia biologica si abbatté sul continente: tornò la peste che non si vedeva da secoli e
che in pochi anni portò via un terzo della popolazione: la peste veniva trasmessa all’uomo tramite la pulce
del topo nero e aggrediva il sistema linfatico con una mortalità altissima divenne la malattia epidemica per
eccellenza in particolar modo ogni qualvolta le risorse alimentari venivano a mancare per annate di cattive
rese agricole, e la gente era stremata dalla denutrizione e accalcata nelle città con la speranza di trovare
qualche cosa da mangiare, e in campagna l’agricoltura devastata dai fatti d’arme o dal contagio mancava di
braccia per i raccolti. Con la caduta della produzione agricola i prezzi del pane si impennavano e
costringevano le città a rinegoziare i rapporti di potere e a scambiare risorse politiche sottraendo energie
dallo sviluppo economico per dedicarle alla sopravvivenza. Divenne ancora più forte per quanto fosse stata
nel medioevo l’intimità con una morte, che colpiva gli uomini non più come l’inesorabile evento naturale
che pone fine alla vita, ma come flagello divino inviato a punizione dei peccati. La vita apparve come
drammaticamente precaria e la speranza nella lontana vita eterna ora sempre più spesso messa in relazione
con le responsabilità individuali. Per il primo millennio del cristianesimo, secondo i chierici, i morti si erano
addormentati nel grembo di Abramo in un sonno calmo e profondo nell’attesa che Cristo tornasse a
giudicare i vivi e i morti. Più drammaticamente secondo il sentire comune si aggiravano fantasmi intorno ai
vivi: nei cimiteri, nei focolari dei caminetti, nei luoghi solitari. Potevano essere fastidiosi, aggressivi,
bisognosi di preghiere, almeno per tutto il tempo in cui il cadavere non era decomposto. Non avevano pace
se non erano andati con i conforti della Chiesa, se non venivano dette delle messe per loro. Nel 1274, al
Concilio di Lione, era stata sancita l’esistenza di un luogo, diverso dall’inferno e dal paradiso dove le anime
attendevano il giudizio finale e intanto pagavano una per una i loro peccati secondo le proprie responsabilità
individuali nell’attesa del giudizio collettivo della fine dei tempi : il purgatorio che rispondeva anche alla
cultura popolare con la rassicurazione che i morti erano custoditi in un luogo dal quale non erano in grado di
tornare ad interferire con l’esistenza dei vivi e dove ricevevano le preghiere di suffragio ma senza poterle
pretendere. La buona morte fu allora un momento a cui si pensava tutta la vita. Era il passaggio
fondamentale dell’esistenza del cristiano, un momento atteso. Benché ideologicamente sistemata e
ritualizzata non per questo la morte fu totalmente addomesticata. Faceva paura e ancora di più se
improvvisa: portata dalla peste che uccideva in 3 giorni o dalla guerra. Faceva soprattutto paura se era un
ecatombe collettiva, un castigo divino che non lasciava scampo.

Capitolo II: I sistemi politici.

7. L’impero e la Chiesa.

Impero
L’Impero europeo della fine del Quattrocento si estendeva dalle pianure polacche e ungheresi al cuore della
Francia, dal mare del Nord al Baltico, fino ad affacciarsi sull’Adriatico (con l’esclusione di Venezia che era
autonoma). L’Impero era una grande frammentazione di stati (non era né una nazione, né uno Stato). Non
aveva un governo, una capitale, un esercito permanente, un’amministrazione unificata. Non era un’unica
comunità linguistica, giuridica, istituzionale. Ben presto non sarebbe stato più neanche una comunità
religiosa perché si sarebbe diviso tra cattolici e protestanti.
Era una sorta di confederazione di città e paesi diversi tra loro, accomunati dalla credenza che l’Impero
corrispondesse a un ordine divino. Le diverse giurisdizioni e i poteri temporali erano esercitati sulla base di
libertà concesse dall’imperatore in cambio di fedeltà. Alla base c’era un’idea religiosa di comunità cristiana,
un’idea di gerarchia e di politica feudale, fondata sull’affidamento di una giurisdizione su un territorio
(immunitas) e del relativo reddito (beneficium). Il signore era a sua volta strettamente legato all’imperatore.
Questi legami di affidamento potevano essere oggetto di negoziazione e di contestazione.
Politicamente si traducevano in:
- Auxilium (prelievo) che le comunità soggette dovevano al potere centrale. Decidevano loro come
ripartirlo e riscuoterlo;
- Consilium (consenso) a cui le classi dirigenti erano tenute.

Progressivamente le varie unità territoriali avevano cercato di rendersi sempre più autonome, molte erano
diventati Stati patrimoniali, somme di beni posseduti dai signori, cumulabili per unioni matrimoniali o per
via ereditaria. Il modo migliore per creare accordi politici e alleanze internazionali erano i matrimoni: le
spose portavano in dote territori che si sommavano ai possedimenti dei mariti, per incrementare i patrimoni.
Il problema della continuità territoriale o dell’uniformità era secondario, così che gli Stati patrimoniali
potevano avere dei buchi o anche essere divisi in pezzi distanti l’uno dall’altro. Tranne che sul piano
religioso, ogni comunità poteva transitare da una fede all’altra ma doveva mantenere la questione
dell’identità di un paese (idiomi, leggi, confini, abitanti, appartenenza ad una tradizione politica e civile)
dentro le mura cittadine.
Nell’Impero c’erano diversi principati e territori ecclesiastici (vescovati, arcivescovati), che avevano
giurisdizioni feudali; aristocratiche repubbliche cittadine, le città libere imperiali, in mano alle famiglie dei
patriziati urbani, ognuna con i suoi statuti e privilegi.
L’assemblea rappresentativa di tutto l’Impero, la Dieta, metteva in scena questo sistema gerarchico di
relazioni politiche e personali, di fedeltà, privilegi e protezioni. La Dieta aveva una camera dei feudatari e
una delle città. La Dieta era composta da 7 elettori (eleggevano l’imperatore), 4 laici (di Boemia, Sassonia,
Brandeburgo e Palatinato) e 3 ecclesiastici (arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri). Da un paio di secoli
l’Impero era in crisi politica e ideale, in competizione con la più importante monarchia rivale: la Francia.

Politica patrimoniale austriaca


1) Nel 1459 l’imperatore Massimiliano I sposò Maria di Borgogna, figlia del duca Carlo il Temerario, da
cui ereditò i Paesi Bassi (attuali Belgio e Olanda). Trasformò la rivalità con il re di Francia in una guerra
politica e culturale.
Rimasto vedovo cercò di sposare la duchessa Anna di Bretagna e ripiegò poi sulla nipote del duca di
Milano, Ludovico il Moro.
2) Organizzò il matrimonio di suo figlio, Filippo il Bello, con l’ereditiera della corona di Spagna, Giovanna
la Pazza, dalla cui unione nacque Carlo, re di Spagna e successivamente imperatore (Carlo V). L’intento
era quello di unire Spagna, Italia, Germania in un unico patrimonio, un unico super impero universale
capace di circondare e soffocare la Francia, ma l’impresa si sarebbe rivelata troppo grande.
3) Furono organizzati con le case regnanti di Boemia e Ungheria. Così, Ferdinando (fratello minore di
Carlo V) diventò più tardi re di quei paesi, un progetto che avrebbe avuto un successo durevole e posto le
basi del futuro Impero austro-ungarico.
Chiesa

Massimiliano I era il capo della cristianità, l’Impero aveva una capitale ideale, Roma. Infatti si chiamava
Sacro Romano Impero. Tuttavia gli imperatori non erano riusciti a insediarsi stabilmente e la città eterna
rimase oltre i confini meridionali dell’Impero, quindi non era soggetta al suo dominio, anzi, lo considerava
soggetto a lei.

Roma era il centro del più importante Stato ecclesiastico e possedimento eterno della Chiesa cattolica. Non
molto esteso, non tanto forte militarmente ma molto politicamente, in grado di capeggiare grandi sistemi di
alleanze e di tener testa all’imperatore.

Il Capo della Chiesa, il Papa, era vescovo di Roma. Non aveva eredi legittimi poiché tenuto al celibato
pertanto era sovrano temporale di uno Stato simile agli altri Stati patrimoniali che era patrimonio di San
Pietro, non suo né della sua famiglia. Era Capo religioso della cristianità occidentale prima che sovrano
temporale. Aveva ambizioni spirituali e universalistiche ancora più elevate dell’imperatore.
Il Papa a partire dall’XI secolo nominava i vescovi, che gli dovevano una quota delle diocesi, e a sua volta
era nominato dal Collegio cardinalizio. Anche la Chiesa viveva uno stato di crisi a causa dello scisma a cui
era riuscita a porre fine nel 1417. Si sosteneva che i Concili (assemblee di vescovi e rappresentanti dei
popoli cristiani) dovessero prevalere sul papato. Addirittura si sostenne l’idea che ogni paese europeo avesse
diritto ad avere la sua Chiesa.
La Boemia si era di fatto distaccata dalla Chiesa e avvicinata all’eresia di Jan Hus, che riduceva il ruolo dei
sacerdoti, dato che dava il sacramento della comunione a tutti i fedeli sotto le due specie: pane e vino. Nella
Chiesa romana, invece, i fedeli ricevono solo l’ostia, mentre i preti ostia e vino per il loro ruolo di
intermediari tra uomo e Dio. Jan Hus fu condotto al rogo per insubordinazione alla Chiesa romana, la
Boemia era stata investita militarmente per essere ricondotta all’obbedienza. Ma aveva resistito. Anche in
Inghilterra c’era una forte tendenza ad andare dal punto di vista religioso per la propria strada.
La particolarità storica dell’Europa occidentale era la separazione dei poteri:
temporale-politico, apparteneva al re o all’imperatore;
spirituale-religioso, apparteneva al Papa.

La Chiesa aveva il potere spirituale di amministrazione dei sacramenti e altre tre funzioni importanti:
1) ruolo di comunicazione pubblica, poiché era l’unica istituzione che possedesse i canali per parlare con
tutti;
2) aveva il monopolio di assistenza (poveri e malati);
3) era l’unica ragione di legittimazione del potere, perché se questo viene da Dio, la Chiesa è l’unica a poter
indicare chi ha il diritto di governare.

8. Monarchie occidentali e controllo del territorio.

Ad ovest dell’Impero e dei domini della Chiesa si rafforzavano alcune monarchie. Nazione voleva dire
allora comunità a cui si appartiene per nascita. La competizione per la sicurezza e il controllo del territorio è
stata definita il processo di costruzione dello Stato moderno, in cui Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo
erano più avanti.

Portogallo

Nonostante fosse ridotto come dimensione e popolazione, era pieno di risorse. Si confrontava con
l’egemonia spagnola, era indipendente e si stava lanciando nelle esplorazioni oceaniche. Nel 1497 il
portoghese Vasco da Gama fu il primo europeo a raggiungere l’India per mare, circumnavigando l’Africa
e ponendo le basi di un grande impero commerciale portoghese. Nel 1580 la Spagna sarebbe riuscita ad
occupare il Portogallo con un pretesto patrimoniale. Tuttavia l’unione delle 2 corone Spagna-Portogallo durò
solo 60 anni.

Spagna

All’inizio del Cinquecento non aveva ancora una capitale. Il regno di Castiglia, con la regina Isabella, si era
unito nel 1479 al regno di Aragona, con Ferdinando II (appartenente ad una dinastia castigliana). Nel 1492
i due re cattolici occuparono il regno musulmano di Granada, sottomettendo la popolazione. Il
pluralismo culturale e religioso è dato dalla copresenza di cattolicesimo, islam ed ebraismo. La Spagna era
una paese in piena e irresistibile ascesa dal punto di vista politico, militare, religioso.
Nello stesso anno 1492 dell’occupazione di Granada, fornì i mezzi a Colombo per realizzare il suo progetto
di circumnavigazione del globo.

Francia

La grande potenza, il paese più ricco e popoloso, la culla culturale e politica delle cose più importanti che
l’Europa medievale aveva prodotto, e cioè l’aristocrazia dei signori, il dualismo fra potere politico e
religioso, l’arte romanica e gotica, la filosofia scolastica.

1453 - la Francia aveva cacciato gli inglesi dal proprio territorio, dopo la guerra dei Cento anni.
1477 - aveva conquistato una parte del ducato di Borgogna (con la sconfitta di Carlo il Temerario).
1480 - aveva acquisito i territori della dinastia Angiò.
1532- aveva imposto alla duchessa Anna di Bretagna un matrimonio francese.
Luigi XI aveva accresciuto il patrimonio della corona e lo fece coincidere con il territorio.
Inghilterra

Durante la Guerra dei Cento anni (1337-1453) aveva cercato di impossessarsi della Francia, obiettivo
quasi raggiunto con la battaglia di Azincourt (1415) con un ottimo esercito di arcieri che aveva sbaragliato
la potente cavalleria feudale francese. In campo francese era apparsa Giovanna D’Arco, la pulzella
d’Orléans, che aveva saputo tirare fuori un sorprendente movimento di riscossa nazionale.
Fu catturata dai borgognoni e ceduta agli inglesi, condannata a morte come eretica e bruciata al rogo nel
1431. Ma un ventennio più tardi la guerra dei cent’anni per gli inglesi era persa.

Il motivo per cui l’Inghilterra voleva impadronirsi del territorio francese era dovuto alla dinastia britannica
dei Plantageneti, di origine francese.
Poi il conflitto si trasformò in una guerra civile, definita Guerra delle due rose, tra i due rami della dinastia
dei Plantageneti: i Lancaster (Rosa Rossa) e gli York (Rosa bianca), che si contesero il trono di Londra
(1455-1485).
Fece finire questa guerra Enrico VII Tudor, plantageneto per parte di madre, nel 1485.
Padrona dell’Irlanda dalla fine del XII secolo, la sottomise effettivamente nel XV e le tolse ogni autonomia
nel 1494.
Pochi decenni dopo, quando l’Inghilterra aderì alla Riforma protestante, gli irlandesi si attaccarono ancora
di più al cattolicesimo, allora furono progressivamente privati della libertà, della loro classe dirigente, della
loro cultura, della proprietà terriera.
Verso nord (Regno di Scozia) Enrico VII escogitò un’alleanza matrimoniale: una sua figlia con il re di
Scozia, un’alleanza che 100 anni dopo avrebbe unificato le due corone.
Anche l’Irlanda e la Scozia vennero trasformate in periferie. Ebbero due destini diversi:
- L’Irlanda cattolica venne completamente schiacciata e colonizzata;
- La Scozia protestante fu più rispettata e valorizzata.

9. La competizione per la giustizia e le assemblee di Stati.

Nell’Europa occidentale si affermava l’idea che dovesse essere la monarchia, dal centro, a proteggere i
sudditi, garantendone la sicurezza, amministrando la giustizia, controllando il territorio, sistemando le
relazioni fra centro e periferia, creando un’identità comune. Questo ruolo delle monarchie richiedeva risorse
(per sostenere i conflitti con aristocrazia, Chiesa e città), che i sovrani ricavavano da:
- i loro beni patrimoniali (le terre della corona);
- dai contributi che ricevevano dalla Chiesa, dall’aristocrazia e dalle città (concordati con i loro
rappresentanti).

Il prelievo diretto di risorse da parte del re era il maggiore ostacolo al rafforzamento politico della
monarchia.
In tutti i regni europei erano, infatti, presenti assemblee rappresentative, come in Germania, la Dieta.

Lo scopo delle assemblee era quello di dare voce alle tre grandi risorse delle società medievali: la Chiesa
(clero), la nobiltà (era l’aristocrazia) e la città (persone comuni, non privilegiate).
Le assemblee erano spesso ordini tricamerali, assemblee distinte e separate di: vescovi, nobili, procuratori
delle oligarchie urbane, ognuna delle quali discuteva e deliberava per conto suo. In alcuni casi discutevano
le scelte politiche e, nei momenti di maggiore forza, prendevano assieme al re decisioni che potevano avere
forza di legge.
- C’erano conflitti tra queste assemblee e i monarchi.
- Discutevano sulle prerogative feudali e signorili, gli statuti cittadini, i diversi diritti, gli immensi privilegi
della Chiesa.
- A sedere in queste assemblee rappresentative erano comunque la parte migliore di ogni ceto. Prendevano
parola i vescovi per il clero, I Grandi per l’aristocrazia, i patrizi più titolati.
- Le assemblee rappresentative caratterizzavano le monarchie feudali solo da un paio di secoli: le Cortes in
Spagna, gli Stati generali in Francia, il Parlamento in Inghilterra, la Dieta in Germania.
Inghilterra

Il Parlamento era bicamerale perché i vescovi e i Grandi sedevano assieme nella camera alta dei Lord, ed è
stata l’assemblea che più delle altre 3 ha saputo difendere il proprio ruolo.
Seriamente minacciato solo una ventina d’anni nella prima metà del ‘600 ma avrebbe poi trionfalmente
vinto la sua partita, mantenendo sempre il ruolo di assemblea politica in cui si svolgeva la discussione e si
negoziava, in molti casi si determinava assieme al re l’orientamento complessivo del governo del paese.

Francia

A metà del ‘300 c’era stato un momento di conflitto acuto tra monarchia e Stati generali. Questi ultimi
erano quasi riusciti ad imporre al re regole permanenti di controllo politico, ma poi le campagne
precipitarono nel disordine sociale che spaventò i ceti dirigenti e così vinse la monarchia.
L’ordine pubblico, l’offerta di sicurezza erano infatti le grandi armi dei re.

Gli Stati generali rimasero vivi fino all’inizio del ‘600, quando sarebbero stati liquidati da una monarchia
ormai consolidata e non avrebbero saputo opporre resistenza, a differenza del Parlamento inglese.
La Competizione per la sicurezza e la protezione fra monarchie e oligarchie tradizionali era essenzialmente
una questione di giustizia e di tribunali e di capacità di farne rispettare le sentenze.
Spesso per ogni reato o contenzioso c’era una diversa aula di giustizia e tutte insistevano sullo stesso
territorio, ciascuna con una sua forza pubblica, spesso in competizione. E quella corte che riusciva a farsi
rispettare poteva dire di aver vinto una partita decisiva. La monarchia doveva quindi prevalere nella
competizione per la giustizia, erodere le altre giurisdizioni, riservarsi almeno in appello la facoltà della
decisione ultima.

Ovunque nacquero supremi tribunali del re. In Francia si chiamavano Parlamenti. Da non confondere con
il Parlamento inglese (assemblea rappresentativa) che in Francia corrispondeva agli Stati Generali. In
Inghilterra la suprema corte regia si chiamava “Camera stellata”, in Spagna Audencia regia.

Spagna

Nel 1479 nacque l’Inquisizione, strumento politico e giudiziario, creato dai re cattolici, per rafforzare
l’unità del paese e le istituzioni statali. Aveva il compito di difendere l’ortodossia religiosa. A chi si era
allontanato dall’ortodossia, gli veniva richiesto di abiurare. I suoi interrogatori erano accompagnati da
torture. Da allora il malcapitato rimaneva un sorvegliato speciale e se ricadeva nell’eresia doveva subire
terribili conseguenze per la sua pervicacia.
La novità dell’Inquisizione spagnola, rispetto alla Santa Inquisizione, era che pur essendo affidata a giudici
ecclesiastici, al vertice dipendeva dalla Corona. In Spagna l’uniformità delle coscienze era un problema più
grave, a causa della presenza di musulmani ed ebrei, molti dei quali si convertivano al cristianesimo. Nel
1492, lo stesso anno della conquista di Granada e della cacciata della classe dirigente musulmana, furono
espulsi anche gli ebrei, ricchi e colti, che avevano la possibilità di convertirsi o abbandonare il paese. Nel
primo caso restarono per decenni sotto il controllo dell’Inquisizione, mentre nel secondo, andarono verso
Oriente e furono accolti dall’Impero Ottomano.
L’Inquisizione fu uno strumento politico di controllo sulla formazione dell’identità collettiva, si tratta anche
del più importante esempio del modo in cui la monarchia spagnola cominciava a centralizzare il controllo
politico con novità istituzionali. Il re nominava il grande inquisitore che era a capo del Consiglio della
Suprema e Generale Inquisizione, e questa a sua volta nominava gli inquisitori dei diversi regni di cui si
componeva la corona spagnola. L’Inquisizione doveva difendere gli spagnoli dal pericolo dello sbandamento
delle coscienze o della divisione del paese. Il primo inquisitore spagnolo fu il domenicano Tomas de
Torquemada che stabilì i codici e le procedure. Caratteristica dell’Inquisizione fu non soltanto l’aspetto
sanguinario, ma anche la grande amministrazione, in grado di produrre cultura e identità collettiva. Stroncò
la diversità, cercò di educare gli spagnoli al conformismo e all’intolleranza.
10. Il Mediterraneo orientale e i turchi.

Il bacino orientale del Mediterraneo era un mosaico di popoli, lingue, culture e prestigiose città. A
Costantinopoli la Chiesa non pretendeva di controllare la politica, al contrario era l’imperatore ad intervenire
nella sfera teologica (interferenza chiamata cesaropapismo).

A partire dal VII secolo il cristianesimo orientale era stato aggredito dall’Islam, che è un monoteismo
assolutamente radicale, diversamente dal cristianesimo, non c’è altro Dio che Dio. Non ci son Santi, né la
Madonna. Non ci son preti mediatori tra uomo e Dio, anche il Profeta Maometto non è che un uomo e non
può essere oggetto di preghiere.

La Sovranità suprema era del Califfo, successore del profeta. Non c’era divisione del potere politico da
quello religioso. Gli altri (i non musulmani), potevano continuare ad esistere e anche a governarsi secondo le
loro leggi, ma solo per concessione del Califfo, e purché si sottomettessero all’Islam.

Il cristianesimo orientale e l’Islam, malgrado le enormi differenze avevano anche un importante analogia:
che la politica dominava la gerarchia ecclesiastica e se ne serviva come strumento diretto di dominazione.

In Oriente, contrariamente all’Occidente:


- non c’era distinzione tra i due poteri (temporale e spirituale);
- la legge coincideva con la volontà del sovrano; Il sapere giuridico era un’espressione della volontà del re,
ancor più del sapere religioso (Un solo Dio in cielo, un solo re in Terra, una sola religione, una sola
giustizia).
- non esistevano forme di contrattazione, la fedeltà delle diverse tribù al sultano non si rivelò affidabile.

Nel XII secolo in Anatolia si installarono i turchi, nomadi combattenti, organizzati in una sorta di
democrazia militare tribale. Avevano aderito all’Islam. Una delle tribù turche, gli ottomani, costituì uno
Stato molto forte nell’Anatolia occidentale (di fronte Costantinopoli).

Nel XIV secolo i turchi ottomani conquistarono gran parte della penisola balcanica. All’Impero d’Oriente
era rimasta Costantinopoli, che nel 1453 fu assediata dal ventenne sultano Maometto II il Conquistatore.
Nel 1517 conquistò l’Egitto (da allora il sultano diventa Califfo e di conseguenza successore del Profeta). I
sultani lasciarono che i cristiani sopravvivessero come comunità, così come gli ebrei, a condizione che
pagassero le tasse e riconoscessero il governo turco (le comunità nazionali venivano chiamate Millet). Negli
stessi anni in cui la Spagna espelleva gli ebrei, i turchi creavano un sistema amministrativo che permetta alle
minoranze di sopravvivere.

Scopo della politica in Oriente era l’uso della forza. Con la forza si impone la giustizia, a protezione dei
deboli, la quale assicura prosperità, che a sua volta fornisce alla politica le risorse per mettere in campo la
forza, quindi un modo di pensare incompatibile con la contrattazione;

Tutto l’Oriente musulmano era acquirente di schiavi, i quali erano diventati ceto militare e politico dirigente
in Egitto, mentre a Istanbul (nuovo nome di Costantinopoli) le schiave straniere erano le mogli dei sultani.
Gli stessi sultani turchi erano spesso turchi per parte del padre e le madri erano schiave straniere.
Le province erano governate dai Visir, al capo del governo c’era il Gran Visir, e il nucleo più potente della
forza armata era composto dai giannizzeri.

11. Ai confini orientali dell’Europa.

Nel XVI secolo i turchi divennero minacciosi per l’Europa. Sottomisero la penisola balcanica cristiano-
ortodossa ed entrarono in conflitto con la cristianità cattolica occidentale, fino a minacciare Vienna e
Venezia. L’unico stato cristiano che sopravvisse all’impatto fu il principato slavo della Moscovia.
Il principe Ivan III (che aveva respinto l’invito papale a essere nominato imperatore d’Oriente) si impadronì
di Novgorod e poi di Mosca.
I russi della Moscovia erano impegnati nella loro riconquista cristiana contro la potenza turco-mongola
dell’Orda d’Oro. Questa sorta di Reconquista russa aveva ben poco in comune con quella spagnola.
Avveniva su spazi vuoti, quasi privi di tessuto urbano, inospitali e poveri.

La nobiltà russa dei boiari era un’oligarchia di grandi proprietari terrieri, non di guerrieri, che si ritenevano
sganciati dalla fedeltà verso il potere centrale, realtà che durò fino alla salita al trono di Ivan IV il Terribile,
il quale eliminò i boiari come ceto dirigente.
La Chiesa ortodossa era la massima proprietaria terriera in Russia.
Con la caduta dell’Impero d’Oriente, Mosca diventò il nuovo centro della cristianità orientale greco-
ortodossa, la “terza Roma”, dopo Costantinopoli.

Nel 1503 Ivan III convocò un concilio per discutere il problema del rapporto tra i poteri spirituale e
temporale, dal quale né uscì fuori una soluzione in linea con la tradizione orientale: alla Chiesa rimasero le
ricchezze in cambio di un suo appoggio attivo alla politica del principe autocrate.
Ivan III cominciò a fregiarsi del titolo di zar (imperatore) di Russia, senza riconoscimento della Chiesa.
Sia l’Impero ottomano che quello russo avevano in comune l’idea di un potere supremo senza pluralismi
giuridici: un sistema monocratico e dispotico (imponeva su tutto la propria autorità).

In Russia non c’era un’assemblea rappresentativa dei ceti (una Dieta o di un Parlamento). Il potere dello zar
era incontrastato. Ci furono sporadicamente delle riunioni eccezionali, dei “consigli della terra”, dove boiari,
clero e popolo di Mosca potevano alzare voce laddove quella dello zar taceva ma non avevano comunque il
peso istituzionale, la stabilità, il prestigio per contrastare il dispotismo autocratico.

La prima linea della cristianità occidentale a fronteggiare i turchi era costituita da due monarchie: Polonia e
Ungheria, dove erano presenti diete oligarchiche, ma erano poco dispotiche; ad entrambe le Corone
mancava la capacità di contrastare le aristocrazie terriere.
La Polonia si era unita alla Lituania in uno Stato enorme ma squilibrato. Per evitare una crescita dei salari
agricoli fu introdotta la servitù della gleba (i contadini dovevano stare alle dipendenze del nobile
proprietario e non potevano cercare lavoro altrove); la stessa cosa avvenne in Russia. Nel 1590 un Ukaz, un
decreto dello zar con forza di legge, avrebbe abolito la mobilità e fissato i contadini sulla terra.
Il Mediterraneo era un grande consumatore di schiavi: le pianure cerealicole dell’Europa orientale divennero
popolate da servi, la popolazione agricola era scarsa.

L’aristocrazia polacca si rafforzò diventando un’oligarchia di magnati. Tutto ciò si verificò negli stessi anni
in cui Ivan il Terribile sottometteva i boiardi russi al fine di spogliarli delle loro ricchezze e finanziare un
esercito permanente.
Nel 1505 la Dieta polacca ottenne il potere legislativo e divenne un istituto elettivo nel 1572. Da questo
momento in poi i re di Polonia sarebbero stati costretti, per essere eletti, a fare sempre nuove concessioni
all’oligarchia, fino ad arrivare al liberum veto, cioè l’obbligo dell’unanimità in tutte le decisioni della Dieta,
che portò la Polonia alla paralisi politica e al disastro.

In Ungheria i magnati erano altrettanto potenti, fin dal 1222 avevano ottenuto il carattere elettivo della
monarchia. Preferivano indebolire le istituzioni statali centrali (quando stavano per essere investiti dalla
superpotenza ottomana) per non far diventare l’Ungheria una monarchia prima patrimoniale e poi nazionale,
capace di contrastare i privilegi aristocratici. Il momento di maggior forza dell’Ungheria fu durante il regno
di Mattia Corvino che riuscì a respingere sia i turchi che gli imperiali, ma si indebolì di nuovo nei
trent’anni successivi: per metà fu invaso dai turchi e per l’altra metà dai domini asburgici.
Capitolo III: La scoperta della complessità: scoperta dell’America (complessità geografica) –riforma
protestante (complessità religiosa), evoluzione dei prezzi/demografica (complessità sociale)

12. Le esplorazioni geografiche e la scoperta dell’America.

Il Portogallo del Quattrocento era uno Stato scomodo, tra mare e montagne, una terra di marinai e pescatori,
un paese povero che viveva di pastorizia, con la presenza di una nobiltà agguerrita e ostile vero il mondo
islamico. In pochi decenni mise in piedi un impero che andava dal Brasile all’Indonesia con basi
commerciali in Africa e in Asia. La sua risorsa più originale era il fatto di essere uno Stato dotato di un
governo più svincolato dai condizionamenti nobiliari.

Il Portogallo era alla ricerca di tre merci: oro, schiavi e spezie.


1) oro - in Europa scarseggiava e l’unica quantità che vi arrivava proveniva dal Sudan, trasportato dalle
carovane attraverso il deserto;
2) schiavi - le stesse carovane portavano donne e uomini neri, che non essendo cristiani potevano essere
venduti come schiavi. Questi erano richiesti soprattutto nelle penisole italiana ed iberica per l’agricoltura, il
servizio domestico e al remo della marina da guerra;
3) spezie - anche queste arrivavano attraverso le carovane sahariane, ma soprattutto dall’Oriente (di cui
egiziani e veneziani tenevano il monopolio). Sarebbe stato conveniente per i portoghesi evitare
l’intermediazione araba e andare a prendere le spezie all’origine.

La spinta all’espansione venne dal principe Enrico il “Navigatore”, alla cui corte si riunirono piloti,
astronomi, matematici, i quali realizzarono progressi tecnici come la caravella (una piccola nave veloce e
facile da manovrare). Nel Quattrocento, con bussola e astrolabio, i portoghesi riuscirono a calcolare le rotte
in direzione sud/nord. Le esplorazioni avvennero prevalentemente lungo la costa africana. Nel Trecento
erano già state raggiunte le Canarie, Madera e le Azzorre, e a metà del Quattrocento Capo Verde. Per non
usare le rotte commerciali monopolizzate, cercano una nuova rotta che circumnavigasse l’Africa
(utilizzando la tecnica del cabotaggio). Nel 1415 sbarcarono a Ceuta, seguendo la costa africana avevano
scoperto nuovi approdi, non si spingono all’interno ma fondano porti commerciali nelle coste, già conosciute
dagli arabi. Non vi trovano spezie ma oro e schiavi (la Casa d’Avigna gestiva il commercio di oro, spezie e
schiavi che da lì venivano smerciate in tutto il mondo). Era più difficile addentrarsi nel Golfo di Guinea
dove gli alisei orientali costringevano a una rotta contro vento, impresa che fu realizzata negli anni Settanta.

Ormai si cercava era la rotta per l’India.


Bartolomeo Díaz decise di abbandonare le coste e affrontare l’oceano aperto; nel 1487 da Capo Verde
puntò a Sud e passò al largo del Capo di Buona Speranza, certo di aver aperto la via delle Indie.
Vasco da Gama nel 1497 portò a termine l’impresa di Díaz raggiungendo nell’Oceano Indiano la rete di
rotte, note ai piloti arabi, tra Africa e India. Sbarcò a Calicut dove si impossessò delle spezie e fece un
massacro dei marinai musulmani che cercavano di contrastarlo.
Pedro Alvares Cabral nel 1500 si imbatté nella costa occidentale del Brasile.
In poco tempo i piloti portoghesi erano riusciti a trovare una via sicura per l’India.

Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America

Negli anni Settanta Cristoforo Colombo, pilota genovese trasferitosi in Portogallo, aveva un’altra idea sulla
rotta più conveniente per arrivare in India. Riteneva che fosse più breve fare il giro di tutta la Terra, che era
ancora rappresentata come piatta (si pensava che il mondo finisse nelle colonne d’Ercole). Non essendo
riuscito a farsi ascoltare dai portoghesi, riuscì a farsi ricevere dalla regina Isabella di Castiglia (i genovesi
durante questo periodo erano presenti in vari porti del Mediterraneo ed erano spesso al servizio dei sovrani
della penisola iberica) a farsi finanziare il viaggio e promettere il 10% sui redditi delle scoperte. Le propose
una crociata straordinaria verso Oriente per evangelizzare i popoli e impossessarsi delle ricchezze per
finanziare una crociata a Gerusalemme. Colombo partì da un equivoco, utilizzava le conoscenze arabe e con
la sua presunzione linguistica, riteneva che le miglia arabe corrispondessero a quelle spagnole. Per questa
spedizione di servi di tre strumenti:
- caravelle - navi più capienti e con più autonomia (gli olandesi furono i più grandi maestri);
- bussola;
- sestante.
Fece leva sulle Azzorre con due caravelle e una nave d’appoggio, la Santa Maria; successivamente si diresse
verso ovest fino a quando non toccò terra, credendo di aver raggiunto il Giappone. Esplorò le prime isole. La
terra che aveva scoperto per caso aveva salvato la vita a lui e ai suoi uomini (le scorte di bordo erano
terminate). La chiamarono San Salvador (connotazione religiosa).

Colombo fece altri tre viaggi esplorando isole e costa dell’America centrale, cercando un passaggio verso
ovest.
Quando morì nel 1506 era ancora convinto di essere arrivato in Asia.
Tre anni prima era stata pubblicata una lettera dell’italiano Amerigo Vespucci in cui si dava l’annuncio
della scoperta di un nuovo mondo, che in suo onore si sarebbe poi chiamato America. Da Colombo,
Vespucci, Cabral la costa americana fu rapidamente esplorata, finché nel 1518 il passaggio verso occidente
fu trovato dal portoghese Ferdinando Magellano e fu realizzata la prima circumnavigazione del globo.

Gli europei ritenevano che alle spalle del mondo musulmano ci fossero regni cristiani sconosciuti, ai quali
bisognava dare aiuto e con cui riorganizzare l’alleanza contro l’Islam (le navi portoghesi avevano sempre
dei frati a bordo, incaricati di predicare il Vangelo). L’oro e la religione spingevano gli europei
all’avventura. Si capì presto che i popoli del Nuovo Mondo non erano cristiani e toccava dunque agli
europei il compito di portare la parola di Dio. In America erano presenti vere e proprie civiltà che furono
annientate. Erano civiltà prive di alcune scoperte fondamentali come la ruota, il ferro, l’uso corrente della
scrittura.

Uno di questi popoli, gli Aztechi del Messico era uno di quei popoli che compiva migliaia di sacrifici per
tenere in vita i propri dei, che in cambio garantivano l’ordine sociale e permettevano la sopravvivenza degli
uomini. Gli spagnoli erano sconvolti da questi sacrifici aztechi che estraevano per esempio il cuore ancora
palpitante delle vittime per farlo salire in cielo a danzare nel sole. Gli europei in genere gettavano nel fuoco
chi era pericoloso per l’ordine divino.

Il nuovo mondo era ricco di oro, argento e materie prime importanti. Avviene uno scambio con l’Occidente:
l’Europa vi portò cavalli, animali da cortile e grano, mentre dall’America esportarono pomodori, zucche, ma
soprattutto mais (dal centro America, dove le zone erano più calde) e patate (dal Sud, dove le zone erano più
fredde). Il mais aveva una resa molto più ampia del grano, la patata venne vista con riluttanza, era un cibo
destinato agli animali (saranno poi gli irlandesi a mangiarla per la carestia del ‘600).

13. La distruzione e la colonizzazione dell’America.

Spagna

Colombo rimase sorpreso dall’aspetto e dal carattere dei nativi americani, la schiavitù per lui era un destino
migliore della loro disumana libertà.
Schiavi ed oro erano gli incentivi dell’esplorazione. In pochi decenni i conquistadores, seguiti dai coloni,
occuparono un intero continente, distruggendo imperi di milioni di abitanti.
1455 - i portoghesi avevano ottenuto dal Papa Niccolò V una Bolla che li autorizzava a impadronirsi delle
terre che avrebbero scoperto e a trarre in schiavitù gli abitanti delle coste africane, per propagare la vera
fede;
1479 - Spagna e Portogallo firmarono il Trattato di Alcáçovas, che pose fine alla guerra di successione
castigliana e venivano cedute le Canarie agli spagnoli.
1493 - gli spagnoli ottennero la Bolla Inter Coetera da Papa Alessandro VI per sottomettere i popoli
dell’America scoperta da Colombo.
1494 - spagnoli e portoghesi firmarono il Trattato di Tordesillas per dividere il mondo lungo un meridiano
(est ai portoghesi, ovest agli spagnoli) chiamato raya.
Portoghesi e spagnoli sbarcavano, piantavano una croce e proclamavano agli indigeni, che non ne capivano
nulla, la sovranità iberica.
I portoghesi lasciavano sulle coste solo un presidio militare mentre gli spagnoli si insediavano, costruivano
città e strutture amministrative.
Le moralità del dominio iberico furono contestate dai domenicani, che seguendo San Tommaso, ritenevano
il potere politico un ordinamento naturale, motivo per cui i regni pagani avevano lo stesso diritto a governare
di quelli cristiani, la loro libertà era legittima. Il più famoso di questi domenicano fu Bartolomé de Las
Casas.

I nativi americani furono costretti a servire i bianchi lavorando in miniera e nei campi e morirono a milioni,
soprattutto di vaiolo. Erano affidati dalla corona ai coloni, che potevano sfruttarli ma in teoria avrebbero
dovuto prendersi cura di loro (encomienda).
Impressionata dal crollo demografico, la corona spagnola autorizzò la tratta dei neri dall’Africa (asiento de
negros), ma nemmeno questi sopravvivevano alla vita di lavoro forzato. Il governo spagnolo volle
mantenere il controllo sul territorio, affidò attraverso l’encomienda territori e i rispettivi abitanti per lo
sfruttamento delle risorse e l’evangelizzazione.
Venne istituita nel 1503 a Siviglia la Casa de Contratación, una grande amministrazione che dava le
autorizzazioni a emigrare, assegnava concessioni, sorvegliava il flusso delle ricchezze in arrivo.
Nei vent’anni successivi alla scoperta, gli spagnoli toccarono le varie isole, tra cui Haiti e Cuba, esplorarono
la costa dello Yucatán, dove incontrarono i maya.

1519 - il militare spagnolo Hernán Cortés sbarcò sulla costa messicana, dove fondò Veracruz. Aveva con
sé 400 militari e il suo scopo era distruggere gli avversari, gli aztechi, e annientare l’imperatore
Montezuma, mentre lo scopo del capo azteco era capire se le profezie si stessero avverando. Cortés si alleò
con una delle tribù sottomesse dagli aztechi, rese prigioniero Montezuma in un palazzo dove alcuni
spagnoli erano tenuti prigionieri. Nel 1521 il capo azteco fu assassinato e Tenochtitlán incendiata e
distrutta. Cortés fu però destituito perché la monarchia spagnola non intendeva delegare a nessuno le
funzioni di governo.

Si venne a sapere che a sud c’era l’impero peruviano degli incas, dotato di un’efficiente amministrazione ma
privo di scrittura.
1531 - l’Impero Inca fu investito dal soldato spagnolo Francisco Pizarro. L’inca Atahualpa, figlio del sole,
non seppe opporre altro che il suo sapere magico agli europei, che considerava degli déi. La capitale Cuzco
fu espugnata e distrutta nel 1533. Al posto dell’impero fu fondato il vice regno del Perù, successivamente la
Nuova Granada nella parte settentrionale del Sudamerica e la Plata nell’attuale Argentina.

Portogallo

I portoghesi si insediarono in Brasile (concesso dal Trattato di Tordesillas); la nuova colonizzazione fu


lasciata all’iniziativa privata, a compagnie che ricevevano il governo di porzioni di territorio, finanziavano
l’impresa e ne ricavavano profitti.
Gli europei hanno fondato la loro personalità sociale e culturale sulla scoperta di un’alterità e sulla sua
distruzione. La scoperta dell’America cambia tutto, soprattutto per la percezione di un mondo più grande.
Europa

Gli indiani dell’America settentrionale e del Brasile, ancora all’età della pietra, più inermi degli inca, degli
aztechi e dei maya, fecero una fine altrettanto tragica. Gli europei in America nel complesso hanno fondato
la loro personalità sociale e culturale sulla scoperta di un’alterità radicale, sulla sua distruzione e
ricostruzione ex novo di un continente.

14. La riforma di Lutero.

Viola dà molta importanza alla religione, era agnostico ma veniva da una famiglia protestante; coglieva bene
l’importanza delle alterità nelle religioni.

Molti filosofi e intellettuali auspicavano a una profonda azione di riforma della Chiesa, non solo eretici ma
anche Erasmo da Rotterdam, grande maestro del pensiero umanistico. La Chiesa era un luogo di
corruzione poiché gli interessi economici e politici invadevano la sfera del sacro. La Riforma si inquadra in
una considerazione diversa dal rapporto tra Dio e l’uomo. La Chiesa Cattolica era l’unica istituzione che
dava continuità (dopo la caduta dell’Impero romano): molti conventi avevano magazzini in cui tenevano il
grano che distribuivano durante le carestie. Le grandi catastrofi naturali provocarono una perdita di identità
che la Chiesa garantiva poiché dava sicurezza. Con la Donatio Costantini il Papa diventa non solo un
monarca spirituale ma anche un’autorità (basti pensare alla Bolla papale). Già alla fine del Quattrocento
molti avevano tentato di riformare la Chiesa (Valla con l’analisi filologica dimostra che la Donatio
Costantini era un testo latino medievale e non rinascimentale).

La Chiesa univa il rapporto tra umano e divino con l’amministrazione delle cose terrene. Questa era la sua
forza ma lì si annidava anche un potente fattore di corruzione, perché gli interessi economici e politici
invadevano in maniera ineliminabile la sfera del sacro.
I preti erano ordinati dai vescovi; i vescovi ordinati dal papa, eventualmente liberati dall’obbligo di risiedere
nella loro diocesi. In cambio del suo ufficio il vescovo ricavava un beneficio. Alla base c’erano due
problemi:
1) La Chiesa non era né povera, né limpida, non stava con i poveri ma con i potenti.
2) Riguardava la verità della fede e la natura della salvezza: il cattolicesimo aveva aggiunto molte cose in
cui credere, a quelle che Gesù aveva insegnato. Esempio: il culto della Madonna e dei santi, il monopolio
dogmatico della Chiesa, il ruolo dei preti come intermediari tra Dio e gli uomini, il ruolo del papa come
vicario di Cristo, i sette sacramenti.
Questo è il problema più grave per i protestanti.
Qui stava il centro del ruolo che la teologia cattolica riservava alla sola Chiesa: si viene salvati, dopo la
morte, attraverso i sacramenti: principalmente la confessione con cui il prete (e solo lui lo può fare) assolve
gli uomini dai peccati.
Il peccatore deve fare sforzi per migliorarsi, compiere opere di bene. Tutto sempre sotto la guida spirituale
della Chiesa.
Poiché solo il prete ha un ruolo imprescindibile sulla via della salvezza, di ineliminabile mediatore. Non
c’era salvezza per l’uomo se non attraverso la Chiesa cattolica.

Lutero

Martin Lutero era un monaco tedesco e agostiniano, professore dell’università di Wittenberg. L’incontro
con il pensiero agostiniano fu per lui determinante.
Sant’Agostino vive subito dopo la caduta dell’impero romano, entra in una delle diatribe del tempo, quella
sul libero arbitrio: l’uomo in realtà non è libero poiché Dio ha già deciso tutto per lui (San Tommaso era
contrario a questa ipotesi); aveva una forte concezione del peccato, ovvero una macchia indelebile
nell’uomo.
In Germania all’inizio del Cinquecento c’è una forte ripresa, viene introdotta la stampa a caratteri mobili
(quella precedente era una lastra di piombo incisa, con l’inchiostro, che poi stampava sulla carta), metodo
più veloce ed economico.
La Germania era un principato, il principe laico Federico aveva concorso con Francesco I (Francia) e
Carlo V (Spagna) al titolo di imperatore.
Lutero vive in un contesto con forti spinte centrifughe: Carlo V, cattolico, vuole ripristinare l’impero
cristiano di Carlo Magno, mentre i principi tedeschi tendono ad affermare la propria autonomia (tante
monarchie avrebbero dovuto indebolire il potere temporale e quello della Chiesa).
Lutero era un umanista, abituato a leggere in lingua originale le Sacra Scritture, che non si ferma a leggere
ma a capire.

Lutero attaccò la Chiesa (la prostituta di Babilonia) nella pratica della vendita delle indulgenze. La Chiesa
di Roma bandiva campagne di indulgenza mandando in giro predicatori che in cambio di denaro
garantivano la riduzione del periodo in purgatorio delle anime dei loro cari defunti. I preti, soprattutto
domenicani, erano specializzati in questa campagna
Era stato Alberto di Hohenzollern, arcivescovo di Magdeburgo, fratello dell’elettore di Brandeburgo, a
chiedere al Papa Leone X l’esclusiva della commercializzazione dell’indulgenza “leonina” perché aveva
bisogno di denaro per diventare primate della Germania ed elettore dell’Impero (quando Carlo V non era
ancora stato eletto); Lutero si reca anche a Roma e si rende conto che il Papa manda questa campagna con
l’intento di dividere metà del ricavato con Hohenzollern e che l’altra metà l’avrebbe utilizzata per costruire
la cupola di San Pietro (offrì l’indulgenza plenaria a tutti coloro che pagavano dopo essersi confessati).
Lutero, leggendo San Paolo, si rende conto che non esiste la figura del Papa, era ben diversa la Chiesa di
Cristo descritta nel Vangelo. Non c’è bisogno dell’intermediazione tra Dio e l’uomo. Mette in
contraddizione tutti i sacramenti tranne:
- Battesimo: serve ad entrare nella comunità dei fedeli ma non toglie il peccato originale, l’uomo è
peccatore;
- Eucarestia: non crede alla transustanziazione. E’ un modo per ricordare il sacrificio di Gesù.

Lutero aveva attraversato in quegli anni un profondo dramma religioso personale. Era convinto che non si
sarebbe mai potuto liberare di tutte le sue colpe nella confessione e che non avrebbe mai saputo offrire a Dio
la sua penitenza in maniera confrontabile alla gravità e all’irrimediabilità del peccato.
La sua angoscia continua finché non intuisce che:
1) Solo la religione interiore può salvare l’uomo: Sola Grazia.
2) Per lui mai e in nessun modo gli uomini potevano fare qualcosa per salvarsi dai loro peccati. Nessun
opera, nessun prete lo potrà aiutare. Solo Dio può salvarli se credono in lui: Sola Fides; il Bene si deve fare
non per l’interesse di essere salvato ma perché è Bene in sé. Anche Kant affermava che la legge morale
risiede dentro l’uomo, nella sua coscienza.
3) Attraverso la lettura di San Paolo, Lutero scopre che Dio parla con l’uomo attraverso le scritture. Il
peccatore può solo ascoltare e interpretare personalmente le Sacre Scritture. Solo qui è contenuta la parola
di Dio: Sola Scriptura;
4) La Chiesa non ha nessun potere, nessun ruolo. E’ solo una povera istituzione terrena che può insegnare e
consolare, ma non mediare tra l’uomo e Dio, legittimare o assolvere e che deve stare fuori dalla politica e
ubbidire al sovrano.
5) Tutti i credenti sono uguali ai preti: in tal modo aboliva il ruolo di intermediazione del clero: sacerdozio
universale.
6) L’uomo religioso non dev’essere per forza celibe: non è scritto nelle Sacre Scritture. Esempio: i pastori
possono avere figli.
7) Non ci sono Santi, l’unica iconoclastia è la Croce (simbolo del sacrificio di Cristo).
Così Lutero risolveva i due problemi maggiori: il monopolio ecclesiastico e la corruzione della gerarchia.
Nel 1517 fece conoscere il suo pensiero in un documento articolato nelle sue 95 tesi, affiggendole nella
Chiesa di Wittenberg (non si sa se sia vero, però era prassi comune). La recente invenzione della stampa a
caratteri mobili favoriva e divulgava il pensiero di Lutero. D’altra parte anche i sovrani tedeschi trovarono
conveniente adottare la nuova dottrina sia per impadronirsi dei beni della chiesa, sia per sottolineare
l’autonomia dell’imperatore.
La predicazione luterana era violenta contro la Chiesa romana e le sue dottrine furono condannate a Roma
nella Bolla exsurge Domine (1520), della quale Lutero bruciò il testo sulla piazza di Wittenberg.
Il Primo principe che si convertì alla Riforma fu l’elettore di Sassonia, di cui Lutero era suddito che
coglieva occasione per sottolineare la propria autonomia.
Anche gli altri principi erano piuttosto interessati a proteggere un tedesco dalle minacce del papa romano e
dal nuovo imperatore.
Si crearono due partiti: uno a favore della Chiesa e di Carlo V, l’altro a favore della Riforma protestante.

Carlo V era impegnato in una difficile partita internazionale contro i francesi e i turchi e voleva la pace in
Germania.
Nel 1521 convocò Lutero alla Dieta di Worms, nella quale si seguiva una prassi conciliarista. I
rappresentanti politici e religiosi dell’Impero cristiano erano chiamati a pronunciarsi in materia di fede. Fu
chiesto a Lutero di abiurare, ma lui non accettò. Gli era stato rilasciato un salvacondotto e riuscì a ripartire.
Allora l’elettore di Sassonia lo fece rapire e lo nascose per un anno, durante il quale scrisse così i suoi
trattati più importanti e cominciò la traduzione in volgare della Bibbia.

Guerra dei contadini (1524-1425)

La predicazione di Lutero accese molte speranze: il suo amico Thomas Müntzer, anche lui agostiniano,
iniziò a radicalizzare le sue idee, non un semplice riscatto spirituale ma anche temporale, una Chiesa
millenaristica in cui sono tutti uguali, una comunità di Santi. Le leghe di contadini e povera gente erano
guidate da pastori anabattisti (i ribattezzatori) che dopo aver spazzato la Germania, il Tirolo, la Svizzera si
rifugiarono poi a Münster, dove rovesciarono il vescovo e fondarono una sorta di anarchia comunista,
schiacciata da una repressione nel 1535. Lutero aveva completamente sconfessato questi suoi discepoli
rivoluzionari e intolleranti ed era convinto che questa rivoluzione fosse opera del diavolo per far fallire la
sua riforma, la quale doveva riguardare solo il messaggio religioso del cristianesimo. La Riforma di Lutero
rifiutava la via dell’eresia e prendeva un canale politico coinvolgendo buona parte dei principi tedeschi, che
cominciarono a negoziare e a ottenere ben presto i diritti per la libertà religiosa.
Quando questi diritti furono minacciati, si unirono per firmare una protesta, già nel 1529. Perciò furono
chiamati protestanti.

1520-1530 - la Germania è attraversata da forti rivolte contadine a causa dell’aumento del prezzo del grano,
dovuto all’aumento dell’offerta. Nella parte alta del Reno, ad occidente, i braccianti venivano pagati con
denaro o con la ripartizione dei beni; nella parte orientale, gli junker, i grandi proprietari feudali, aumentano
le corvèe (giornate di lavoro non pagate) e si ha una seconda servitù della gleba, avvengono così le rivolte
contadine e i saccheggi ai castelli dei propri signori. Lutero condanna tutto ciò, la sua dottrina vale solo per
la religione.

15. La diffusione della Riforma e della Controriforma.

Le idee di riforma, così, iniziarono a prendere piede anche fuori dal territorio tedesco. L’Italia era preda
della guerra fra i diversi stati. Nel 1527 Roma fu conquistata dalle truppe imperiali (Sacco di Roma), ciò
fece risuonare l’allarme e le idee riformatrici cominciarono a essere prese sul serio negli anni Trenta. Gli
eretici italiani rimasero piccoli gruppi di individui che non ebbero grande appoggio. A metà degli anni
Trenta, col pontificato di Paolo III Farnese i consigli di Riforma furono presi in considerazione; uno di
questi consigli, de emendanda ecclesia (1537), diventò famoso perché per la prima volta un documento
ufficiale riconosceva gli abusi della concessione di benefici.

Calvinismo

La Riforma fece un passo in avanti grazie alla diffusione di un altro teologo riformatore: Giovanni Calvino.
Scacciato da Parigi da Enrico II, fu accolto a Ginevra, dove riuscì a fondare una repubblica cittadina
riformata (una città teocratica, una comunità religiosa e sociale con una Chiesa orizzontale: sono le
Assemblee a reggere la Chiesa sia dal punto di vista religioso che sociale, nei concistori risiedevano i
presbiteri, dottori ma senza gerarchia ecclesiastica). Diede una nuova energia al protestantesimo e nuove
capacità di penetrazione fuori dal mondo tedesco.
Fra il pensiero di Calvino e quello di Lutero ci sono due differenze:
1) La predestinazione: se Dio dona all’uomo la fede che lo salva, senza alcun suo merito, vuol dire che
tutto è già deciso prima. Alcuni uomini, perciò nascono destinati alla vita eterna e altri alla perdizione, il che
diminuirebbe l’angoscia e la solitudine luterana e tedesca dinanzi al peccato, poiché chi crede in Dio ha la
sicurezza e la forza della propria predestinazione;
2) La natura della Chiesa e nei suoi rapporti col mondo: l’uomo non può sforzarsi di meritare la salvezza.
Ma se ha ricevuto la grazia della fede, la sua vita ne porterà segni manifesti, nei suoi comportamenti, nei
doni che riceve da Dio. Sarà produttivo, non vivrà nel lusso, rispetterà la morale, dimostrerà la santità del
proprio essere. Una concezione molto terrena.
Mentre la Chiesa luterana era un istituzione debole, segnata dal peccato, la Chiesa calvinista era forte,
capace di condizionare la politica, perché era l’orgogliosa comunità dei predestinati alla salvezza. Ma non
era gerarchica, in quanto il sacerdozio universale imponeva l’uguaglianza e l’elezione dei pastori da parte
dei fedeli; quindi era più riparata dalla corruzione.
In Francia anche la nobiltà si divide in calvinisti e cattolici.
Gesuiti e Controriforma

Il militare spagnolo Ignazio di Loyola, si consacrò alla vita religiosa dopo una ferita in guerra. Agli inizi
degli anni Trenta studiava all’università parigina della Sorbona, e pensò di dedicarsi alla conversione degli
infedeli in Palestina fondando la Compagnia di Gesù, un ordine religioso quasi militare. Non ammetteva di
essere schiacciato dal peccato (Lutero) o di essere predestinato (Calvino), ma che il gesuita dovesse rendersi
padrone di se stesso e degno della grazia divina attraverso gli esercizi spirituali. I gesuiti diventarono
potentissimi grazie ai loro collegi e diventarono anche un ordine missionario in America latina (soprattutto
nel Paraguay). I gesuiti di Sant’Ignazio ricevettero l’approvazione papale nel 1540.

Nel 1542 fu fondato il tribunale dell’Inquisizione romana, o Congregazione del Sant’Uffizio, sul modello
spagnolo. I Papi Paolo IV, Pio V e Sisto V condannarono ogni forma di dialogo con luterani e calvinisti,
organizzarono la Controrifoma: il Sant’Uffizio fu l’arma della repressione mentre i gesuiti furono l’arma
della conquista, attraverso l’educazione delle classi dirigenti, la cultura, la predicazione.

1542 - Concilio di Trento, che si concluse nel ’63, doveva risolvere la questione dell’intermediazione della
Chiesa tra Dio e l’uomo, dei sacramenti, della formazione del clero. Il risultato fu che l’uomo veniva salvato
da fede e opere, che le sacre scritture non dovevano essere tradotte in volgare, che veniva ristabilito il
celibato ai sacerdoti e che questi dovevano seguire dei seminari per la loro formazione teologica, il controllo
del territorio (l’obbligo di tenere registri su battesimi, matrimoni e sepolture, di tenere ogni anno un
censimento delle “anime”). Il papato aveva vinto e aveva ristabilito la propria centralità.

16. L’inflazione. Lo sviluppo demografico ed economico.

A partire dalla fine del Quattrocento i prezzi crebbero in tutta Europa. Tra Otto e Novecento si è parlato di
“rivoluzione dei prezzi” e se ne dava una spiegazione monetaristica: affluiva metallo prezioso
dall’America, circolava più moneta e di conseguenza i prezzi salivano.
Nella prima metà del Cinquecento arrivava soprattutto oro; la seconda metà fu l’epoca dell’argento;
l’argento veniva scaricato a Siviglia dove crescevano i prezzi delle derrate più richieste: grano, olio, vino (e
di conseguenza tutti gli altri prezzi).
Oggi la spiegazione monetaristica non convince più, la moneta corrente faceva da base per tutti i conti e
determinava la salita dei prezzi; l’inflazione era dovuta all’aumento di domanda. La popolazione cresceva
più della produzione, quindi la domanda più dell’offerta. Con l’aumento della popolazione aumentava
soprattutto la domanda di grano (che regnava sull’economia). Si introduceva qualche produzione nuova per
sfamare la gente nei momenti più critici: mais, patate, fagioli provenienti dall’America, il riso dall’Asia.
Erano in atto tutti i processi per la costruzione dello Stato moderno, eserciti, artiglierie, navi, corti e palazzi.
La guerra costava molto, gli Stati si indebitavano, i banchieri concedevano prestiti a tassi elevati. Le
comunità feudali dovevano pagare tasse al re. L’aumento dei prezzi è stato l’indice di uno sviluppo generale,
cresceva tutto: popolazione, domanda, mercato. L’aumento dei prezzi ha fatto arricchire chi faceva fruttare il
denaro (produttori di grano, mercanti, proprietari terrieri) e ha impoverito i ceti a reddito fisso (salariati,
braccianti) e la grande nobiltà terriera che dava la terra in affitto, ma non investiva sui terreni e di
conseguenza aveva sempre meno da guadagnare. I contadini polacchi diventavano servi della gleba,
vincolati a una terra che dovevano coltivare senza salario. I contadini inglesi venivano espulsi dalla terra per
far posto alle pecore. La politica si mescolava agli affari: i genovesi furono nel Cinquecento i finanziatori
degli spagnoli, erano una repubblica oligarchica di banchieri e mercanti. Gli olandesi diventarono nel primo
Seicento gli assicuratori più competitivi del commercio marittimo, un’altra repubblica oligarchica di
banchieri e mercanti, legati allo sviluppo della rete commerciale.

La corsa al grano sarà dannosa perché si tende ad oscurare il bestiame, meno concime ed eccessivo
sfruttamento del terreno che porta ad una resa inferiore della terra, quindi meno produzione di grano e
aumento dei prezzi (più è raro un bene, più alto è il suo prezzo). Questa crisi si rifletterà anche nel XVII
secolo, periodo di stagnazione: si interrompe la crescita demografica, gravano le guerre e la pestilenza (la
peste descritta da Manzoni).

17. Credito, speculazione e governo del tempo.

Il cambio e il credito venivano praticati da secoli. Senza questi l’economia non avrebbe potuto girare. Ma
erano ancora guardati con sospetto per la convinzione che il tempo è dono di Dio e che pertanto non si può
vendere; lo concede solo Dio. Nulla è più incerto della morte e del momento in cui arriverà.
A speculare sul tempo che è di Dio e sul denaro che è di Satana si incorreva nel crimine di usura.
Il mercato finanziario risentiva di questi principi condivisi, era pertanto ristretto all’ambiente limitato delle
famiglie-aziende di banchieri e di grandi mercanti che si scambiavano moneta grossa e lettere di cambio,
ovvero impegni a pagare una determinata somma ad una certa data, in una piazza indicata e nella relativa
valuta. Circolavano in forma privata, garantite da fiducia reciproca e passavano di mano in mano. Venivano
negoziate e chiunque poteva presentarsi a saldarle al momento e nel luogo pattuito. Comportavano il calcolo
di un tasso di interesse, erano allo stesso tempo speculazioni sui corsi delle monete di conto, teoriche e
virtuali, erano parametri per fissare il valore del circolante, la moneta piccola.
Il tempo era amministrato dalla Chiesa, era suo perché dono di Dio e nessuna altra autorità poteva
manometterlo e riorganizzarlo. Era la Chiesa che collocava i santi nei giorni della settimana, comunicava il
momento per pregare e per andare a messa, interrompeva il ritmo di lavoro con il riposo della domenica:
giorno del Signore, ecc.
Ogni cosa avveniva o si faceva in un determinato giorno, diverso dagli altri perché dedicato al suo santo: i
contratti, le fiere, i lavori. E frequentemente i bambini prendevano il nome del santo sotto il quale
nascevano. Anche il ritmo della giornata veniva dato dalla Chiesa, che lo scandiva con le campane. Fino alla
prima metà del Cinquecento non comparivano i numeri dei giorni ma solo i nomi dei santi. I calendari
dovevano valere per tutti gli anni affinché accompagnassero gli uomini nel periodico ritorno del dono del
tempo.

Capitolo IV: guerre, fazioni e politica.

18. La fragilità politica dell’Italia.

In Italia risultava difficile rafforzare le istituzioni politiche a causa delle ribellioni (di feudatari e signorotti
locali) e della difficoltà di rafforzare il dominio patrimoniale e ingrandirlo (con alleanze matrimoniali o con
la guerra). L’Italia era il paese più colto e raffinato d’Europa ma anche facile preda dei vicini (fin dalla fine
del Quattrocento): Francia, Austria e Spagna. Di questa fragilità fu testimone Niccolò Machiavelli.
Erano 5 le potenze regionali principali: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli.
Nella parte centro-nord erano presenti città sovrane e le altre loro suddite. Non c’erano veri eserciti
permanenti ma compagnie di ventura, fedeli solo a chi le pagava. Anche le politiche si facevano di volta in
volta, poiché mancavano solidità dinastiche e gli interessi cambiavano.
Venezia, Roma e Firenze escludevano alleanze matrimoniali durevoli e legittime, essendo repubbliche, così
si lasciava il campo libero soltanto all’opzione militare.
- Venezia: era una repubblica oligarchica;
- Firenze: la famiglia de Medici aveva avviato la trasformazione in principato, controllava il potere, i
meccanismi elettorali e le leve della finanza;
- Milano: era più avanti nella costruzione dello Stato principesco; era uno Stato ricco in cui il potere era
detenuto dagli Sforza, famiglia di ex militari di ventura. Di fatto comandava un membro della famiglia:
Ludovico il Moro.
- Regno di Napoli: vi si dovette reprimere la “congiura dei baroni” (1486) appoggiata dal Papa, il quale
avrebbe preferito che si insediasse una dinastia francese al posto degli aragonesi.
- Stato della Chiesa: l’ostacolo all’unificazione della penisola, intendeva rafforzarsi come dominio
territoriale italiano. Il dominio dello Stato italiano avrebbe potuto imporre il dominio universalistico sulla
cristianità. I papi erano eletti in tarda età e regnavano quindi per poco tempo, cercando di nominare loro
stessi i successori: papa Alessandro VI Borgia nominò il figlio Cesare e gli fece concedere un feudo di
Valentinois dal re di Francia (per il quale veniva chiamato “il Valentino”). La famiglia del papa di Roma
mirava a consolidare quell’insieme di dominazioni politiche (che poi si è chiamato lo Stato moderno).
Il Valentino infatti spazzò via con la violenza e con l’astuzia svariati tirannelli dell’Italia centrale, e uccise
persino suo fratello. In Romagna il duca Valentino diede il potere a un uomo crudele che commise ogni sorta
di eccessi contro i signori locali. Poi, giudicando non più necessario far durare a lungo quel livello di
violenza, lo fece uccidere. Far uccidere, a seguito di un processo, o con una sentenza sommaria e spedita era
il segno visibile e distintivo della sovranità.
Se qualcuno riusciva in un territorio ad eliminare i nemici della propria famiglia, quel territorio entrava in
suo possesso. La famosa costruzione dello Stato moderno è avvenuta aggregando fazioni che facevano capo
a parentele aristocratiche ed erano in grado di occupare centri di potere. In Italia si contavano decine di
giurisdizioni territoriali. Spesso le diverse giurisdizioni convivevano negli stessi territori; ogni comunità era
di chi riusciva a fare valere le proprie regole.

19. Carlo V e le guerre d’Italia.

La prima metà del Cinquecento è occupata dalle guerre d’Italia fra Spagna e Francia (le prime monarchie
della prima età moderna). Fu quest’ultima a cominciare nel 1494, il suo obiettivo era il possesso dell’Italia
ed in particolare di Milano.

1494 - Ludovico il Moro, desiderando eliminare il re di Napoli, suo maggior rivale, fece appello al re di
Francia, Carlo VIII, al quale suggerì di far valere le pretese su Napoli della casa francese d’Angiò.
Dovunque lo accoglievano fazioni politiche convinte di utilizzarlo contro le altre fazioni.

A Firenze Piero de Medici spalancò le porte a Carlo VIII, sentendosi insicuro in città, da dove infatti fu
cacciato per aver consegnato la Repubblica ai Francesi. Per 4 anni Firenze fu governata dalla fazione del
domenicano Girolamo Savonarola. L’eccessivo rigore della politica di Savonarola suscitò contro di lui una
variegata opposizione. Fu così che dopo la scomunica comminatagli nel 1497 da papa Alessandro VI
Borgia la politica di Savonarola si indebolì sempre più. Nel 1498, Piero de Medici, che era stato cacciato,
rientrò a Firenze e fece impiccare e bruciare al rogo Savonarola.

L’esercito francese giunse a Napoli nel 1495 e in meno di sei mesi Carlo VIII mise in crisi tutto l’assetto
politico della politica italiana. Ludovico il Moro, timoroso di un eccessivo rinvigorimento del ruolo della
Francia, promosse una lega antifrancese (lega di Venezia) cui aderirono la Spagna (Ferdinando II
d’Aragona), lo Stato pontificio, Venezia, Milano e l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Carlo VIII fu
obbligato così a tornare sui suoi passi dopo essere stato sconfitto a Fornovo.

Vista la fragile resistenza incontrata dal predecessore, il nuovo re francese, Luigi XII riprese la sua politica
espansionistica. Scese a patti con la Spagna per la spartizione del Regno di Napoli.
Il re di Napoli, Federico III d’Aragona, indignato per essere stato tradito dalla sua stessa famiglia, abdicò
in favore del re di Francia. Spagna e Francia entrarono in guerra. Con l’armistizio di Lione (1504) si giunse
ad un accordo che riconobbe stabilmente (per i successivi 2 secoli) allo stato iberico il regno di Napoli.

Da questa situazione di costante conflitto era uscita indenne, anzi addirittura rafforzata la Repubblica di
Venezia che puntava all’espansione sulla terraferma, riuscendo a divenire la più temibile potenza italiana. Si
formò nel 1508 una nuova coalizione contro Venezia (da Francia, Spagna e Impero), la lega di Cambrai,
promossa dal papa Giulio II Della Rovere: Venezia fu sconfitta nella battaglia di Agnadello (1509) ma
non annientata. Papa Giulio II capeggiò poi una Lega Santa (1511) con Venezia e la Spagna contro i
francesi e riuscì a bloccare le ambizioni sullo stato di Milano (Luigi XII successore di Carlo VIII era
discendente, da parte di madre, della famiglia milanese dei Visconti). Nel 1513 all’anziano papa Giulio II
subentrò il meno battagliero Leone X, a Luigi XII succedette il cugino Francesco I.

Al momento in cui fu firmata la pace di Noyon (1516), che assegnò Napoli alla Spagna e Milano alla
Francia, i patrimoni spagnolo e tedesco stavano per confluire nella persona del giovane Carlo, che era
succeduto ai nonni materni Ferdinando e Isabella sul trono di Spagna, e fu eletto dopo il nonno paterno,
Massimiliano I, sul trono imperiale. Carlo regnò per 40 anni. Nel 1516 morì Ferdinando d’Aragona,
l’erede era la figlia, Giovanna la pazza, che nel 1506 aveva perso il marito, Filippo il Bello; Giovanna finì
in un convento e il figlio sedicenne Carlo, venne proclamato re di Spagna col nome Carlo I. Ma molte
comunità urbane chiedevano che Carlo rimanesse solo reggente e non re, in quanto forte era l’ostilità per un
sovrano straniero che non era venuto ad amministrare i propri possedimenti. Si ribellavano in difesa dei loro
privilegi. Peggiorò ulteriormente le cose perché i cortigiani che aveva portato con sé assunsero le più
importanti cariche del regno, destando l’ira della nobiltà spagnola. Carlo era nato e cresciuto nei Paesi Bassi,
ereditati dalla nonna paterna Maria di Borgogna; estraneo ai sistemi di fedeltà spagnoli, in cinque anni riuscì
a pacificare il regno, a salvarne l’unità e a trovare la via d’uscita politica dalla crisi, assistito dal consigliere
Adriano di Utrecht (papa Adriano VI).

Nel 1519 muore il nonno e imperatore Massimiliano, si aprì una sorta di campagna elettorale presso i 7
grandi elettori. Carlo si candidò per subentrare al nonno nel titolo e nella funzione imperiale. Quanti
temevano un eccessivo accrescimento della potenza spagnola gli contrapposero la candidatura di Francesco
I di Francia che si era valorosamente distinto nella guerra d’Italia. A decidere le sorti dell’elezione furono
le maggiori risorse economiche che Carlo poté impiegare nella competizione. Nel giugno del 1519 Carlo
d’Asburgo venne proclamato imperatore con il nome di Carlo V.

L’ostacolo maggiore per la politica di Carlo V fu rappresentato dalla Francia. Milano era lo snodo centrale
delle comunicazioni tra Spagna e Impero, così riprese la guerra con la Francia. Francesco I fu sconfitto e
fatto prigioniero a Pavia nel 1525. Tutti si allearono contro il vincitore mentre era nella massima difficoltà
per difendere la cristianità dal conflitto religioso e dai turchi.

Il re di Francia trovò un inatteso alleato in Clemente VII de Medici, che aderì alla Lega di Cognac
(Seconda Lega Santa) che coinvolse anche Firenze, Venezia, Milano, Genova e persino l’Inghilterra, tutte
contrarie a un eccessivo consolidamento dell’Impero. I soldati imperiali, i lanzichenecchi, giunsero in Italia
e vi trovarono le bande nere, una compagnia di ventura, capeggiata da un altro de Medici, che fu ucciso in
battaglia. Molti dei soldati tedeschi erano luterani, nel 1527 si abbatterono su Roma e la saccheggiarono.
Clemente VII accettò di incoronare a Bologna Carlo V imperatore d’Italia.

1556 - Carlo V abdica e divide Germania e Spagna: al fratello Ferdinando I restavano i possedimenti
austriaci, a cui si aggiungevano Boemia e Ungheria; al figlio Filippo II restò la Spagna col dominio
dell’Italia, dei Paesi Bassi e con il nuovo impero coloniale.
La Francia perse nella grande battaglia di San Quintino nel 1557 e con la pace di Cateau-Cambrésis nel
1559 (Milano, Napoli e la Sicilia restavano dominate dalla Spagna), ma almeno ottenne di non essere
interamente circondata dal proprio nemico.

Carlo aveva fronteggiato nemici forti, la Francia e i turchi; la prima sconfitta a Pavia nel 1525; nel 1526 i
turchi avevano battuto l’Ungheria nella battaglia di Mohàcs. Soprattutto l’Imperatore aveva dovuto tener
testa in Germania a una frattura fra le diverse comunità, molto grave perché fondata su una completa e
profonda riforma religiosa, la Riforma protestante. Quando Carlo V abdicò lo fece perché dovette rinunciare
al sogno che aveva ispirato la sua missione politica: quello di tenere insieme la comunità cristiana e
assicurarle la pace.

20. Le guerre di religione e le prime prove di pacificazione.

Per più di un secolo l’Europa fu lacerata in maniera insanabile in un conflitto che a più riprese diventò
guerra civile e per decenni non sembrò possibile l’accettazione dell’esistenza dell’altro. Si pensò solo a
convertirlo, a sottometterlo o ad annientarlo.

Eppure le forme di pacificazione arrivarono, determinando una crescita decisiva della cultura politica
europea. Fu perciò necessario finire col tollerare in qualche modo l’esistenza dell’altro, imparare a
convivere, a condividere gli stessi spazi, trovare linguaggi comuni. Ma ci volle molto tempo.

Si sperimentarono tre modelli di pacificazione:


1) tedesco - il principe decide per i suoi sudditi (Pace di Augusta);
2) inglese - lo Stato, il re, cambia religione (Anglicanesimo);
3) francese - convivenza, tolleranza (Editto di Nantes).

Germania (La Riforma dei principi)

Negli anni ‘20 la Riforma aveva provocato prima di tutto un grande rivoluzione sociale con la guerra dei
contadini (1524-25).
Ma Lutero si schierò dalla parte dei signori, per la difesa dell’ordine e questa scelta fu determinante per il
futuro, perché la Riforma cessò, salvo eccezioni, di essere una risorsa per il conflitto sociale e rassicurò le
classi dirigenti.
Numerosi principi tedeschi si convertirono alla Riforma e alla nuova fede, compreso Alberto di
Hohenzollern.

La Riforma si diffondeva rapidamente favorita dalla stampa e divenne la “Riforma dei principi”, alcuni dei
quali si accinsero a consolidare la loro posizione nell’Impero e all’interno dei loro territori attraverso
un’alleanza difensiva contro l’imperatore. La minoranza evangelica, definita “protestante” rifiutò di
sottomettersi all’imperatore, impegnato in quegli anni nelle guerre italiane. Il fratello di Carlo V,
Ferdinando (vicario per la Germania e futuro imperatore) concesse già nel 1526 la libertà di adottare la
Riforma ai principi e alle città tedesche. Ma tre anni dopo revocò questa sua decisione, considerando un
obiettivo politico primario la riconciliazione religiosa dei suoi sudditi e suscitando la protesta dei membri
luterani della Dieta. Così nell’Impero si formarono due partiti religiosi:
cattolico - a favore di Carlo V;
protestante - organizzato nella Lega di Smalcalda (1531).
Gli scontri militari che seguirono si conclusero nel 1547 nella battaglia di Muhlberg, in cui i protestanti
erano sostenuti dalla Francia. Benché sconfitti, riuscirono a tener testa all’imperatore.

1555 - Pace di Augusta: si discussero le soluzioni per una convivenza tra i due partiti religiosi; venne
riconosciuto il diritto di esistere ai protestanti, per il principio del cuius regio, eius religio, per cui erano i
ceti imperiali a stabilire la religione dei propri sudditi. La compattezza religiosa dei singoli territori tedeschi
divenne una condizione determinante, favorendo un modello federativo. Gli Stati che attuarono la Riforma
ne fecero il cardine della propria politica ecclesiastica. Questo non avvenne solo in molti Stati tedeschi
(Sassonia, Brandeburgo, Brunswick) e città imperiali, ma anche nei Paesi scandinavi: Svezia, Danimarca,
Norvegia, Islanda.

Francia

Nei decenni in cui in Germania si sperimentava la pace di Augusta e la separazione territoriale, in Francia
scoppiava la guerra civile, una violentissima guerra di religione interna tra cattolici e protestanti.

1559 - venne arrestato il magistrato protestante Anne Du Bourg, consigliere del Parlamento di Parigi; il
calvinismo si era diffuso. Si formò allora un partito cattolico, armato e guidato dal duca di Guisa,
imparentati con il re Enrico II. I Borbone, principi di sangue, eredi legittimi del trono di Francia, si
dichiararono protestanti e intorno a loro si raccolse il partito ugonotto.
La guerra dei tre Enrichi

La morte accidentale di Enrico II (durante un torneo, ucciso per sbaglio dal capo della sua guardia) portò
sul trono di Francia tre fanciulli, Francesco II, morto dopo un anno di regno, Carlo IX, che aveva dieci
anni al momento della successione, e Enrico III, tutti e 3 senza eredi e minorenni sotto il controllo politico
della madre Caterina de Medici.

L’indebolimento dell’autorità monarchica risvegliò nei principi di sangue e nei grandi feudatari tendenze a
imporre un governo di tipo aristocratico attraverso il controllo del Consiglio del re e degli Stati generali. Il
tutto in un difficile clima economico (crescita dei prezzi, carestie) che aveva creato malcontenti dei
contadini.

Francesco II sotto l’influenza degli zii della moglie Maria Stuart, Francesco di Guisa e Carlo, cardinale
di Lorena, membri di una delle casate più potenti, inasprì le persecuzioni verso gli ugonotti (i calvinisti
francesi). Convinta che la monarchia dovesse mantenersi al di sopra dei partiti, quando assunse la reggenza
per il figlio minore Carlo IX, Caterina de Medici (figlia di Lorenzo il Magnifico) tentò invano una
mediazione tra i due partiti, quello cattolico e quello degli ugonotti (come si chiamavano i calvinisti
francesi) che concesse nel 1562 una limitata libertà di culto: concesse loro infatti il diritto di poter esercitare
il loro culto nelle case private e pubblicamente solo in alcune città.
Ma nessuna delle due parti accettò, le concessioni di Caterina de Medici segnarono l’inizio delle ostilità
che portarono a 30 anni di massacri, insanguinarono il paese arrivando anche a minacciarne l’unità.
Sia la grande nobiltà protestante che quella cattolica usarono la questione religiosa per cercare di rinegoziare
l’intero processo di costruzione dello Stato e si organizzarono delle “leghe”, forme di autogoverno quasi
repubblicano per difendere il cattolicesimo e per contestare il potere dei re e dei Grandi.

Nel 1562 i cattolici guidati dai Guisa massacrarono un gruppo di ugonotti a Wassy (prima fase delle guerre
di religione). Gli ugonotti si erano organizzati militarmente sotto la guida dei Borbone;

L’ episodio più cruento avvenne la notte di S. Bartolomeo (23-24 agosto 1572), massacro notturno degli
ugonotti da parte della monarchia cattolica francese, con quasi 3000 morti in una sola notte.
Caterina favorì il matrimonio della figlia Margherita con l’ugonotto Enrico di Borbone, re di Navarra,
fiduciosa che l’alleanza dinastica potesse consolidare la pace tra i due schieramenti. I nobili ugonotti erano
giunti in Francia per festeggiare le nozze, Gli ugonotti convenuti a Parigi furono massacrati per ordine di
Caterina, con l’assenso di Carlo IX e l’approvazione del papa San Pio V.

La frattura divenne sempre più insanabile e la Francia finì con l’essere lacerata da una guerra civile
generalizzata, chiamata dei 3 Enrichi per il nome dei suoi protagonisti:

- Ugonotti, guidati da Enrico di Borbone, re di Navarra;


- Cattolici, che obbedivano al duca Enrico di Guisa;
- Re della monarchia, Enrico III, che succedeva al fratello Carlo IX morto improvvisamente
Nel lungo conflitto il Guisa ed Enrico III persero la vita.

Come unico erede al trono rimase Enrico Borbone di Navarra, assunto con il nome di Enrico IV, che
dovette però promettere al re morente di abbandonare la fede protestante. Capo della fazione calvinista, ci
mise cinque anni per conquistare e pacificare il suo regno con: armi, politica, elargizioni di denaro,
riconoscimenti di privilegi e, soprattutto, convertendosi al cattolicesimo. Governando con equilibrio un
paese stremato, si costruì la fama di buon re per i suoi sudditi. Eppure, anche lui fu assassinato da un
cattolico fanatico.

La convivenza religiosa fu ufficializzata nel 1598 con l’Editto di Nantes: concesse ai protestanti la libertà
di coscienza e quella di culto in molte città, tranne Parigi. Ai protestanti furono riconosciuti i diritti giuridici,
ai loro pastori gli stessi privilegi del clero cattolico.

Il calvinismo si diffuse anche nei Paesi Bassi e in Inghilterra, e come in Francia, si intrecciò la lotta contro
i sovrani:
- contro Filippo II nei Paesi Bassi (indipendenza delle Province Unite, Repubblica di Olanda);
- contro Carlo I Stuart durante la rivoluzione inglese.

Inghilterra (Anglicanesimo)

Terminata la guerra delle due rose, Enrico VII Tudor, designa come successore Enrico VIII.
La rottura di Enrico VIII con Roma avvenne per motivi politici e dinastici, poiché il papa Clemente VII
non voleva concedergli il divorzio da Caterina D’Aragona (il papa non voleva fare un torto all’imperatore),
zia dell’imperatore Carlo V, che non gli aveva dato un erede maschio, ma Maria Tudor, per sposare Anna
Bolena, cortigiana e luterana. Enrico VIII fu rivale di Carlo V all’elezione imperiale, poi suo alleato contro
la Francia, ma dopo la battaglia di Pavia (1525), era passato all’alleanza francese contro un imperatore
troppo potente. Enrico VIII celebrò comunque le sue nuove nozze.

Tra il 1532 e il 1534 il Parlamento approvò una serie di atti che tagliarono i legami della Chiesa
d’Inghilterra con Roma. Con l’atto (la legge) di supremazia, approvato nel 1534 dal Parlamento, la
Chiesa d’Inghilterra fu separata da quella di Roma, e sottoposta al re, senza che questo comportasse una
definizione teologica diversa dalla religione cattolica. Nacque così la Chiesa anglicana scismatica, per il
momento non ancora ereticale, non ancora cattolica, né protestante.
I poteri papali sul clero inglese vennero trasferiti all’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, e il re
venne dichiarato capo supremo della Chiesa. La separazione da Roma era avvenuta in funzione di un
rafforzamento, anche dal punto di vista finanziario, del potere del sovrano, impegnato nelle guerre contro la
Francia. La vendita dei beni (a poco prezzo) dei conventi favorì la formazione di un ceto nobiliare di piccoli
e medi proprietari terrieri, la gentry.
Ad Enrico VIII succedettero i suoi tre figli di 3 diverse mogli:
- Edoardo VI - orientamento calvinista;
- Maria Tudor - orientamento cattolico;
- Elisabetta I - anglicanesimo.

La morte di Enrico VIII e il breve regno di Edoardo VI segnarono l’inizio della Riforma anglicana. La
morte di Edoardo VI e l’ascesa al trono della sorella Maria, figlia di Caterina d’Aragona, cattolica e che
sposò il re di Spagna Filippo II, bloccarono al Riforma. Ci fu una violenta ondata di persecuzioni che le
attribuirono il soprannome di “Maria la sanguinaria”.
21. Inghilterra e Francia.

Inghilterra

Dopo la morte di Maria salì al trono la sorellastra Elisabetta, figlia di Anna Bolena, che salì al trono nel
1558 (Elisabetta I). Il suo regno vide una progressiva erosione del rango e del potere della grandissima
aristocrazia dei Pari: soltanto 60 famiglie i cui capi costituivano, insieme ai vescovi, l’aristocratica camera
dei Lord (la camera alta del Parlamento). Le famiglie si estinguono, se mancano eredi maschi, ed Elisabetta
tendeva a non creare nuovi Lord. Alcune di queste famiglie, nel Nord, ai confini della Scozia erano rimaste
cattoliche.
Elisabetta, mentre combatteva le grandi famiglie, favoriva l’ascesa delle gentry, termine misto tra
gentiluomini e di campagna (country): cioè la piccola aristocrazia, le cui file erano incrementate da facoltosi
proprietari non nobili che acquistavano un maniero e un titolo. I suoi esponenti assumevano compiti
giudiziari, amministrativi-fiscali, politici, di mantenimento dell’ordine pubblico.
Elisabetta aveva l’appoggio del Parlamento, mentre altri volevano la cugina, Maria Stuart, regina di
Scozia, che aveva sposato Francesco II di Francia. Maria Stuart era ben vista dai cattolici, ma prevalsero
le forze anglicane del Parlamento. Elisabetta imporrà alcune regole sulla Chiesa anglicana (es. preti più
istruiti), il suo regno durerà quasi 50 anni e si farà strada durante il periodo di guerre religiose in tutta
Europa.
Durante il proprio governo comprese quanto fosse importante l’espansione economica e l’apertura inglese al
mondo. Per questo motivo ella mirò a potenziare la flotta ed i traffici commerciali ed a rafforzare la
borghesia, in qualità di ceto affaristico intraprendente capace di cogliere le opportunità d’arricchimento
offerte dai traffici d’oltremare. Si incrementarono i traffici marittimi grazie alla costruzione di una potente
flotta navale e all’attivismo delle compagnie mercantili private, che crearono le basi dell’impero coloniale
inglese.
Conflitto tra Spagna e Inghilterra
Una delle conseguenze del rafforzamento dell’Inghilterra fu la rottura con la Spagna di Filippo II. I due
regni avevano interessi contrastanti:
- Inghilterra: era protestante, con una economia che stava sperimentando nuovi strumenti di produzione ed
era proiettata verso il Nuovo Mondo e il mare;
- Spagna: viveva le contraddizioni della propria politica e difendeva il cattolicesimo.
I motivi che portarono alla guerra furono molteplici:
1) Alla base ci fu l’ingerenza inglese nella rivolta dei Paesi Bassi;
2) Le persecuzioni che in Inghilterra subivano i missionari cattolici, soprattutto i gesuiti;
3) La Spagna voleva restaurare il cattolicesimo in Inghilterra. Con questo obiettivo Filippo II si era
avvicinato a Maria Stuart. La regina di Scozia viene accusata di alleanza con la Spagna, non si sa se fosse
davvero coinvolta nella congiura, ma Elisabetta sotto consiglio del Parlamento le farà tagliare la testa nel
1587. Per evitare che il piccolo Stato rischi di essere assorbito, la Regina decide di non sposarsi e designa
come successore il figlio di Maria Stuart, che viene allevato e istruito come protestante.
4) L’ascesa dell’Inghilterra: la supremazia navale inglese sui mari venne agevolata anche dall’attività dei
corsari, capitani o marinai di navi private che venivano autorizzati segretamente dalla regina Elisabetta,
tramite le cosiddette lettere di corsa, a condurre le guerre di corsa, ovvero operazioni di guerra navale
contro il traffico mercantile nemico. Tra i corsari si distinse Francis Drake che si impossessò della
California, dando inizio all’attività colonizzatrice inglese dell’America del Nord. I corsari saccheggiavano i
galeoni spagnoli per la regina, che incrementerà la flotta, attuerà una tassazione leggera, incrementa
l’agricoltura e concede i primi permessi per privatizzare le terre comuni (enclosures): i proprietari terrieri le
comprano, diventano più ricchi e producono più grano. Esse minacciavano l’equilibrio della società rurale e
determinavano l’espulsione dei contadini dalle campagne, poiché la pastorizia richiedeva molta meno
manodopera dell’agricoltura. Elisabetta sarà inoltre la prima Regina a fare leggi per i poveri (poor laws),
la comunità verrà tassata per aiutarli (assistenza era sempre stata in mano alla Chiesa, con lei invece diventa
un atto laico). Il povero, a differenza dei vagabondi, era colui che veniva colto dalla disgrazia (la prima
definizione di “povero”).
Si giunse, quindi, alla spedizione dell’Invincibile Armada, un’imponente flotta allestita dal re spagnolo
contro l’Inghilterra e guidata da Alessandro Farnese. Lo scontro decisivo si ebbe nel 1588 quando i galeoni
spagnoli, troppo lenti e pesanti, subirono un’amara sconfitta da parte delle agili navi inglesi, appoggiate
dalla flotta olandese. Infine una violenta tempesta segnò la fine della spedizione e, con essa, il declino della
potenza navale spagnola, mentre invece fornì all’Inghilterra l’energia per poter raggiungere una posizione di
primo piano sul mare.
Conseguenze della sconfitta furono: l’avanguardia della flotta inglese, il mito dell’imbattibilità spagnola
infranto, il declino della Spagna. L’Inghilterra mirava al raggiungimento dell’egemonia marittima.
Francia
Paradossalmente sembra che 60 anni di guerra contro la Spagna alla fine persa e poi 30 anni di atroce guerra
civile abbiamo fatto bene alla Francia, o almeno che non l’abbiamo particolarmente danneggiata.
Negli anni ’80 del Cinquecento la Francia era stata alle prese con la distruzione, eppure aveva superato la
prova.
La monarchia, la Chiesa e l’unità in Francia si erano salvate nonostante la distruzione degli anni ’80. La
società si era scoperta vitale e prospera.

Una pratica originale venne introdotta, la cosiddetta “Venalità degli uffici”. La monarchia, sempre più
bisognosa di denaro, aveva cominciato a vendere, prima sottobanco poi legalmente, delle cariche di
giustizia. E permise perfino che gli uffici fossero trasmissibili in eredità e che diventassero dunque a tutti gli
effetti delle proprietà private. Una pratica che favorì la mobilita sociale verso l’alto e incluse nuovi strati
sociali.

La monarchia dall’inizio del Seicento introdusse la paulette: tassa sulla facoltà di trasmettere l’ufficio agli
eredi, pari a un sessantesimo del suo valore che prese il nome dal suo inventore, Charles Paulet.
La monarchia vendeva le maggiori cariche di giustizia, quelle dei magistrati dei Parlamenti, i grandi
tribunali d’appello, ma anche le più piccole. Naturalmente più importanti erano, più costavano.
Le più importanti rendevano subito nobili gli acquirenti, altre solo se detenute dalla famiglia per più
generazioni. Così diventavano nobili di toga magari disprezzati dalle vecchie famiglie perché nobilitati
troppo di recente ma fieri della loro appartenenza a un ceto ricco, colto e potente.
Introdotta nel piano della politica interna di Enrico IV permise di raggiungere un duplice risultato: da una
parte fece entrare subito ingenti quantità di denaro nelle casse statali, dall’altra creò una nuova classe
sociale, la nobiltà di toga, formata appunto dai nuovi pubblici ufficiali dello Stato.

La vecchia istituzione rappresentativa, gli Stati Generali, fu varie volte riunita durante le guerre di religione
e un ultima volta quattro anni dopo l’assassinio di Enrico IV, poi non venne più riconvocata per quasi due
secoli fino alla rivoluzione.
Era composta dai rappresentanti dei tre stati: il clero, la nobiltà, e il terzo stato (formato indistintamente da
tutti gli altri, cioè prevalentemente da uomini di legge).
Dalla seconda metà del ‘600 la conflittualità fra ceti dirigenti, borghesi e nobili si andò regolando e la
monarchia si rafforzò costruendo attorno a sé quello che poi sarebbe stato chiamato l’antico regime, ossia
una piramide di istituzioni, di uffici e di gerarchie, di gradi, di nobiltà.
22. Filippo II e l’indipendenza delle Province Unite.
La figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, Giovanna la Pazza, sposò nel 1496 Filippo il
Bello, figlio di Massimiliano I, erede dei domini che comprendevano il ducato d’Austria, altri territori in
Germania, il ducato di Borgogna, di cui facevano parte le Fiandre, una delle regioni più ricche e sviluppate
d’Europa. Carlo V si ritrovò a possedere i possedimenti paterni, il dominio aragonese in Italia, la penisola
iberica (tranne il Portogallo) e le colonie castigliane nel Nuovo Mondo.
1519 - Carlo V venne eletto imperatore del Sacro Romano Impero. La natura composita dei suoi
possedimenti gli impediva di ricevere finanziamenti certi e continui dalle varie componenti della monarchia.
Lo spostamento del baricentro della regalità nelle Fiandre (risiedeva spesso a Bruxelles ma era itinerante) e
in una corte multinazionale e poliglotta, aveva prodotto un’opposizione in Valencia e soprattutto in Castiglia
(per l’assenza del sovrano e della corte).
1556 - Carlo V abdica e divide i suoi possedimenti tra il figlio, Filippo II, a cui toccheranno tutti i
possedimenti spagnoli, di eredità materna, più le Fiandre, ed il fratello, Ferdinando, a cui vengono dati i
possedimenti della casa d’Asburgo.

Al contrario del padre, Filippo II sarà un sovrano che risiederà in Castiglia, la città prescelta come residenza
della corte è Madrid, la grande capitale, si afferma così con Filippo II una monarchia composita ma che
fa leva su una nazione dominante, la Castiglia. A Madrid, centro della vecchia Castiglia e delle grandi
pianure di allevamento, farà costruire una regia in un vecchio convento, l’Escorial, con i consigli (territoriali
e di settore) riuscirà a controllare le province.
Conseyos:
formati dai rappresentanti dei diversi regni, quando il sovrano decideva qualcosa li convocava e questi
divulgavano. Il Sistema andava dal centro alla periferia. Filippo II viene denominate il re papeliero, perché
era sempre pieno di carte e documenti. La Castiglia, con l’aiuto delle rimesse monetarie americane, avrà il
peso della maggior parte del carico fiscale.
Il re Filippo II doveva affrontare 3 grandi sfide:
1) La prima sfida produsse il prototipo di quel che noi oggi chiamiamo monarchia assoluta. L’Inquisizione
divenne un mezzo per una spietata caccia non solo agli eretici e agli infedeli ma anche ai dissidenti politici.
Promuoveva l’intolleranza, che si riversò soprattutto contro i moriscos, spagnoli musulmani presenti in gran
numero in Aragona e nella regione di Granada. I moriscos in particolare furono colpiti con una serie di
divieti (di parlare arabo, di fare il bagno, di indossare il costume tradizionale). Si ribellarono, resistendo per
molti mesi agli eserciti del re, finché furono sconfitti e i superstiti definitivamente espulsi quarant’anni anni
dopo.
2) Il fronte più difficile per il sovrano sono le 17 province del regno borgognone, molto diverse le une dalle
altre, che parlano lingue diverse, e hanno differenti realtà economiche, culturali e sociali:
Belgio - grano, miniere, cattolici;
Olanda - terre a un livello più basso del mare, ci sono problemi di inondazione, protetti da un sistema di
dighe, tre fiumi navigabili che sono risorse importanti (come se fossero autostrade), navigazione e
commercio, sviluppano un sistema agricolo, chiudono i terreni con dighe, dragano il mare con i mulini a
vento, coltivano in modo intensivo (l’agricoltura olandese è avanzata, avendo poca terra sperimentano vari
metodi per renderla fertile, come la rotazione quadriennale che non prevede mai il riposo del terreno, il
maggese, ma si divide il terreno in quattro parti: grano o segale, pascolo, legumi che non impoveriscono il
terreno); lo stesso sistema verrà poi ripreso in Inghilterra, con la rivoluzione agricola che darà maggiori
produttività e fertilità. Qui penetra proprio la religione calvinista. Il Calvinismo è una religiosa più rigorosa
ma più calata nella realtà olandese (dimostrare di essere eletto attraverso una vita produttiva, volta alla
famiglia e alla comunità) che rafforza la propria autonomia (da Spagna e Chiesa); questa ideologia si
sposava benissimo con il loro stile di vita (i primi paesi capitalistici avanzati sono quelli calvinisti: austerità,
investire i propri soldi e non sperperarli, aumentare la propria produttività).
Filippo II commise degli errori:
Non tenne conto del senso di autonomia del regno borgognone (non gli perdoneranno mai di aver spostato la
capitale da Bruxelles a Madrid; non accettano la riforma cattolica che tenta di fare il sovrano; il duca d’Alba
bruciò gran parte della città di Anversa, in cui nascono la banca di cambio e la borsa delle merci, era la città
più ricca d’Europa).
Alla partenza dai Paesi Bassi (1559), Filippo aveva nominato reggente la sorellastra Margherita,
affiancandole nel Consiglio di Stato uomini di sua fiducia, con lo scopo di indebolire gli Stati Generali e la
grande nobiltà, che nonostante fosse cattolica, voleva l’abolizione dell’Inquisizione. A quest’ultima
richiesta Filippo II si oppose, il popolo delle Fiandre insorse e assalì il palazzo reale. Filippo II per
ristabilire l’ordine e imporre uniformità religiosa inviò l’esercito, con al comando il duca d’Alba, giunto nei
Paesi Bassi nel 1567. Dopo una prima vittoria spagnola, la rivolta calvinista e nazionale ricominciò nel
1572. Guglielmo d’Orange rappresentava la nobiltà cattolica. La nobiltà percepisce il sovrano come tiranno
cattolico.
Guglielmo d’Orange, con l’aiuto dei principi protestanti tedeschi, invase le province orientali. Si estende
l’insurrezione delle popolazioni a causa del duca d’Alba e dell’imposizione di nuove tasse per l’esercito.
Nobili cattolici e calvinisti si impegnano a cacciare le truppe spagnole e a riconoscere gli Stati Generali
come organo centrale di governo. I Paesi Bassi ricevevano aiuti dagli ugonotti francesi e dall’Inghilterra
1581 - gli Stati generali con “l’atto di abiura” deposero Filippo II, sancendo la nascita delle Province Unite e
la loro indipendenza dalla Spagna. I Paesi Bassi ricevevano aiuti dagli ugonotti francesi e dall’Inghilterra.
1598 - la Guerra per l’indipendenza dei Paesi Bassi provvisoriamente terminò (dopo 30 anni) con la
divisione del paese:
Olanda: fondava le province unite repubblicane e calviniste; Belgio: più ricco. Rimase spagnolo e cattolico.
3) La Terza sfida per Filippo II era la guerra contro i turchi, un duello tra le superpotenze del Mediterraneo,
nel quale rimase schiacciata la Repubblica di Venezia (aveva la supremazia del mediterraneo nel ‘400).
Venezia fu privata della facoltà di dominare l’Italia dopo la battaglia di Agnadello ma comunque le
rimanevano numerosi possedimenti nel Mediterraneo orientale che la rendevano forte. Inoltre le restava la
tradizione del buon governo.
Dopo aver annientato l’impero bizantino nel 1453 e conquistato nel 1517 l’Egitto, i turchi si espandevano
nei Balcani e nel Mediterraneo;
Avevano ora un grande sovrano: Solimano “il Magnifico”. Sotto di lui l’impero ottomano trovò il suo
assetto istituzionale: un sistema equilibrato, efficiente e tollerante, in cui l’ordine era garantito meglio che
altrove, il gettito fiscale era più abbondante che in Spagna e le comunità religiose si auto-amministravano
convivendo in maniera più armoniosa che in Occidente.
Istanbul era un immensa metropoli, più grande di Parigi, affollata di orientali e occidentali, pacificamente
mescolati. Le tre grandi religioni monoteiste coabitavano nel quadro istituzionale dei millet (nazioni). Ma
erano senza basi territoriali, né etniche, né linguistiche bensì solo religiose e giuridiche. Qualunque lingua
parlassero, e dovunque abitassero nell’enorme impero, i sudditi del sultano appartenevano a uno dei tre
millet amministrati dalle loro autorità religiose e regolati dai loro codici. I musulmani (non più del 60% a
Istanbul) erano turchi e portavano il turbante bianco, i cristiani il turbante blu, gli ebrei di dovunque fossero
originari, si distinguevano dal turbante giallo. Ma il potere del sultano non era bilanciato da nessuna
istituzione: non c’era Chiesa, non c’era una nobiltà, non si trasmetteva per via ereditaria nessuna forma di
potere.
Quando nel 1570 i turchi occuparono l’isola di Cipro, per lungo tempo base veneziana, sembrò giunto il
momento di dare vita a quella lega antiturca, la lega tra i paesi cattolici che papa Pio V considerava
prioritaria per sconfiggere protestanti e musulmani.
Si giunse così alla costituzione della Sacra Lega, formata da Spagna, dallo Stato della Chiesa, da Venezia e
da numerosi stati minori italiani. L’alleanza armò una poderosa flotta, che incontrò quella turca nelle acque
di Lepanto (Battaglia di Lepanto) e la distrusse nel 1571 annientando i turchi. L’eco che tale vittoria
ottenne in Europa fu enorme: essa rappresentava la dimostrazione che la flotta ottomana non era invincibile.
Il vincitore della battaglia di Lepanto, il papa, era a difesa della fede cattolica contro i turchi e il
protestantesimo.
23. La Guerra dei Trent’anni.
Mentre l’Europa conosceva i peggiori momenti dell’intolleranza e della guerra civile, gli Asburgo d’Austria
mantenevano l’equilibrio trovato nella pace di Augusta fra cattolici e protestanti, ma anche un ritardo nella
costruzione dei sistemi istituzionali moderni.
Il Governo imperiale restava paternalista e all’antica.
All’imperatore Ferdinando I successero il figlio Massimiliano II (segretamente protestante ma cattolico di
facciata) e il nipote Rodolfo II (sinceramente cattolico) ma indifferente al progetto di utilizzare la politica
per rendere i suoi sudditi tutti uguali, ubbidienti e conformi.
Rodolfo scelse Praga come capitale del Regno di Boemia, la cui nobiltà era quasi tutta calvinista di
tradizione hussita, e le garantì la libertà religiosa con la Lettera di Maestà, andando al di là del cuius regio,
eius religio.

A Rodolfo II successe il fratello anziano Mattia, che essendo privo di figli designò il cugino Ferdinando II
al trono di Boemia e Ungheria, che educato dai gesuiti alla più rigida fede cattolica, revocò ai protestanti
boemi il diritto concesso da Rodolfo di professare pubblicamente la propria religione.

Per questo motivo il 23 maggio del 1618 iniziò la Guerra dei 30 anni, così definita per la sua durata e
sfociato con l’episodio noto come “la defenestrazione di Praga”: una delegazione di riformati boemi gettò
dalla finestra di un castello costruito sopra la città di Praga due funzionari regi con il loro segretario, ritenuti
responsabili della politica di Mattia. La guerra devastò la Germania, dimezzandone la sua popolazione, non
riuscì a trasformarla in una monarchia assoluta ma fece crescere il rango internazionale degli Asburgo
d’Austria.
Occasionato dalla rivolta di Praga, il conflitto vide successivamente coinvolti i maggiori Stati europei
dando origine a una lunga e complessa guerra che gli storici suddividono in quattro periodi:

• Fase boema-palatina (1618-1625): i ribelli boemi sostituiscono al trono il cattolico Ferdinando con il
calvinista Federico V, incoronato il 4 novembre 1619. Questa scelta trasformò la rivolta boema in una
guerra europea. Grazie all’appoggio dell’Unione evangelica, alleanza difensiva contro l’avanzata del
cattolicesimo, Federico V si unì ai rivoltosi boemi contro gli imperiali di Ferdinando II, eletto imperatore
nell’agosto 1619. Ma le sue forze erano inferiori a quelle della Lega cattolica, costituita nel 1609, e
appoggiata anche da Polonia, Spagna e papa Paolo V. Quest’ultimi vincono la battaglia della Montagna
Bianca (1620) presso Praga. La Boemia viene sottoposta a una violenta azione repressiva, viene riportato il
cattolicesimo. Ferdinando voleva trasformare la Germania in una monarchia assoluta cattolica.
• Fase danese (1625-1629) Il re di Danimarca Cristiano IV interviene nel conflitto. Si susseguono diverse
sconfitte danesi, alle quali seguì la Pace di Lubecca (1629), con cui alla Danimarca vengono restituiti i
territori perduti, e sancisce l’uscita di questa dal conflitto. Contemporaneamente Ferdinando II promulgò
l’editto di restituzione, che obbligava i protestanti a restituire alla Chiesa cattolica i beni ecclesiastici
confiscati dopo il 1552.
• Fase svedese (1629-1635) Entra in guerra il re protestante di Svezia, Gustavo II Adolfo.
Negli anni 1631-1632 le sorti dei luterani furono risollevate dagli svedesi; Gustavo mise in campo un forte
esercito nazionale tutto svedese e luterano. Il capo delle truppe imperiali fu l’unico che riuscì a fermare gli
svedesi, Albrecht von Wallerstein, aristocratico boemo convertito al cattolicesimo che ottenne il comando
politico e militare, ma finì poi con negoziare con gli svedesi, di conseguenza destituito e assassinato (da due
colonnelli imperiali). Gli svedesi avevano un nuovo modo di fare la guerra: aumentavano la potenza di
fuoco e cercavano la battaglia aperta per distruggere il nemico. Gli svedesi scacciarono gli imperiali dalla
Boemia, ma nella battaglia di Lützen (1632) persero Gustavo Adolfo. Gli Asburgo poterono comunque
volgere a proprio favore la guerra quando l’esercito imperiale prevalse su quello svedese a Nordlingen
(1634). Ai principi protestanti non rimase che firmare la pace di Praga (1635) con Ferdinando II,
ottenendo la revoca dell’Editto di restituzione in cambio della loro rinuncia a proseguire il conflitto.
• Fase francese (1635-1648) A questo punto la Francia preoccupata dai successi imperiali e determinata a
voler distruggere il crescente potere degli Asburgo e della Spagna, sostenuta da Olanda, Svezia, Savoia,
Mantova e Parma, entra direttamente in guerra ottenendo l’importante ma non decisiva vittoria di Rocroi
(1643) sugli spagnoli. Questa guerra religiosa si concluse nel 1648 con la Pace di Westfalia, firmata da tutti
i paesi belligeranti e riportò la spartizione religiosa alla situazione dell’anteguerra.
La guerra non fu vinta né dagli imperiali né dai protestanti. Si rivelò solo una devastazione per la Germania
e un ritardo nella costruzione di una politica moderna; e vedrà la fine dell’egemonia spagnola (le periferie
della monarchia composita spagnola si rivoltano contro la corona). I danni provocati dalla guerra erano stati
gravissimi. Le popolazioni erano sottoposte a saccheggi e violenze e dovettero subire le conseguenze di
diffuse epidemie e di gravi carestie.
Comunque il conflitto europeo non finì. La Francia di Luigi XIII e la Spagna di Filippo IV proseguirono
la guerra per l’egemonia europea fino alla pace dei Pirenei del 1659.

24. Una politica barocca. Il centro, la periferia, la rivolta. Il Ministro favorito.

La Francia di Luigi XIII e la Spagna di Filippo IV inaugurarono una novità della politica seicentesca,
affidarono il governo a un principale ministro o “favorito” del re (in Spagna si chiamava il valido):

A Parigi - il cardinale di Richelieu; A Madrid - il conte-duca d’Olivares.

Questi ministri:
- si assumevano la responsabilità di governo;
- coprivano la monarchia dai pericoli di fallimento politico;
- attiravano su di sé la lotta delle fazioni (che erano l’incubo della politica, illegittime, poiché laceravano le
membra di un organismo che doveva essere considerato unitario, il favorito al contrario le organizzava).

È uno strumento che useranno tutte le corti europee; serviva a salvaguardare l’autorità regia. In genere erano
persone capaci e perspicaci. Questo genera anche la formazione di partiti all’interno delle corti perché il
ministro favorito aveva grande potere personale (si creavano così squilibri all’interno della corte). In Francia
la forma politica che si stava delineando era quella della monarchia assoluta, cioè sciolta dalle leggi,
perché era lei a farle. Non andavano più in scena le assemblee di ceti ma premevano lo stesso con tutti i
mezzi possibili.
Una politica che comincia ad affidare le carriere, le fortune, non più sempre e solo al re ma alle relazioni di
dipendenza dal suo favorito. Si può parlare di politica barocca con allusione ai complessi rituali di corte, alle
etichette, alle simbologie. Tutte queste pratiche erano barocche, come il cattolicesimo, perché interponevano
fra il suddito e il suo re, come fra il cristiano e il suo Dio, una complessa macchina molto forte fondata
sull’immagine e le forme, capace di indurre all’obbedienza, di disciplinare e di dettare regole.

Olivares - allontanato dal potere nel 1643, aveva portato la Spagna alla guerra dei Trent’anni, contro le
Province Unite e poi contro la Francia, ma senza buoni successi; promosse “l’unione delle armi”, una tassa
che ogni periferia doveva pagare alla corona all’anno (questo spegneva il gioco della contrattazione col
potere regio), i ceti si sentivano dunque scavalcati e vedevano diminuire i loro privilegi; aveva combattuto la
corruzione e cercato di riaffermare la supremazia spagnola.

Richelieu - lasciò come erede il suo allievo politico Mazzarino che avrebbe salvaguardato la monarchia
durante l’infanzia di Luigi XIV. Richelieu e Mazzarino risollevarono di molto il prestigio internazionale
della Francia.
Nel 1628, con una breve guerra, Mazzarino riaprì e concluse i conflitti religiosi in due modi:
- nella rivolta contro gli ugonotti distruggendo tutte le loro roccaforti, anche La Rochelle considerata
inespugnabile.
- sopprimendo la clausola militare dell’Editto di Nantes (che ammetteva l’esistenza di una struttura militare
protestante autonoma: una sovranità calvinista dentro lo Stato cattolico). Le fazioni politiche, pro o contro il
favorito, esistevano sia a corte, sia in periferia e non si confrontavano solo sulle grandi questioni di governo.
Capitolo V: Monarchie, repubbliche e politiche riformatrici.

Crisi del Seicento

É un secolo stretto tra due secoli di espansione, periodo di recessione, capovolgimento delle egemonie
politiche (ribalta di Olanda e Inghilterra; Francia dal punto di vista politico), gli storici non parlano di crisi
in generale, ma di momenti di crisi e ribalte. Hobsbawm, storico inglese, ha coniato il termine di “crisi del
‘600”, con lo scopo di far risaltare la crescita dell’Inghilterra.
Il Seicento è un secolo di chiaroscuri, complicato, di crisi economica e demografica, di conflitti (che
rendono difficile il governo di terra, mentre quelli a lunga distanza con le Americhe si intensificano sempre
di più). È anche il secolo del Barocco che si sviluppa nei Paesi in crisi; nasce il melodramma; in Spagna è il
secolo d’oro della letteratura mentre il governo è in crisi: spesso l’arte è un modo di riaffermare la
rappresentazione delle corti.

Barocco
Idea dell’effimero dietro cui c’è una coscienza politica concreta, contraddizione che si manifesta soprattutto
nella scienza (Galileo, Cartesio che si ribellano alla concezione divina, la Bibbia veniva presa in
considerazione anche nella scienza, seguono una direzione laica).

Ugo Grozio, olandese e calvinista - legge sul mare: il mare è aperto e chiunque lo può solcare (res di tutti);
è un territorio internazionale e tutte le nazioni sono libere di commerciare attraverso rotte marittime. Un
principio laico che introduce il giusnaturalismo - Corrente filosofico-giuridica fondata su due principi:
l’esistenza di un diritto naturale (conforme, cioè, alla natura dell’uomo e quindi intrinsecamente giusto) e la
sua superiorità sul diritto positivo (il diritto prodotto dagli uomini).

Secolo dell’assolutismo

Si cerca di rafforzare l’autorità regia, di darle un valore sempre più assoluto (absoluto= sciolto dalle leggi); il
re è sciolto dalle leggi dell’uomo perché è lui che le fa, rende conto solo di quelle divine perché il suo ruolo
è divino, scelto da Dio. È più un’aspirazione che una realtà.

Rivoluzione scientifica

La scienza è un fatto naturale, come afferma Galileo, che non è retta dalle leggi spirituali ma da quelle della
natura, che bisogna scoprire attraverso il metodo della sperimentazione.
Cogito ergo sum - ragionamento alla base della scienza, osservazione-sperimentazione: base della scienza
moderna e dell’illuminismo.

25. Conflitti in Francia e nelle Provincie Unite.

Francia

Dopo la guerra dei tre Enrichi e l’editto di Nantes, salirà al trono Luigi XIII, figlio di Maria de Medici, il
quale utilizza i favoriti e cercherà di centralizzare le periferie: nominerà l’intendente, funzionario regio che
constata la situazione nelle periferie, soprattutto per quel che riguarda il sistema delle tasse.
Salirà poi al trono Luigi XIV, e vista la sua minore età il potere sarà detenuto dalla madre, Anna d’Austria,
figlia di Filippo III re di Spagna, e dal ministro favorito Mazzarino.
In Francia negli anni ’30 e ‘40 la pressione militare fece crescere il prelievo fiscale. Ovunque dilagarono
rivolte di tipo antifeudale e antifiscale, da parte dei contadini, che non volevano rivoltarsi completamente
contro il re, ma protestavano contro le crescenti tasse (Viva il re senza gabelle).
Contro la corte e Richelieu si moltiplicarono le congiure, poiché l’aristocrazia di spada non sopportava la
crescita di potere del ministro favorito. Spiccava in queste congiure il fratello di Luigi XIII, Gastone Duca
D’Orleans e il cugino, Luigi principe di Condé che sarebbe più tardi passato al servizio degli spagnoli
combattendo contro il suo stesso Paese durante la guerra dei trent’anni.
Dopo la morte di Luigi XIII (1643), la regina Anna D’Austria fu affiancata dal cardinale Giulio
Mazzarino, successore di Richelieu.

Il vertice dell’aristocrazia togata era la più importante delle corti sovrane, ed era costituito dai giudici del
Parlamento di Parigi. Il vertice della nobiltà di spada era costituito dai grandi generali e i parenti prossimi
del re.

I Parlamenti non erano rappresentanti eletti (come in Inghilterra o in Francia sarebbero stati i deputati
agli Stati Generali), ma magistrati proprietari dell’ufficio che quindi non potevano esserne privati.
Altrimenti sarebbero stati espropriati di ciò che era loro e la monarchia assoluta si sarebbe trasformata in
dispotismo.

A Mazzarino si opposero i giudici del Parlamento di Parigi i quali avevano anche un ruolo politico, oltre
che di giustizia: registravano gli editti del re. Verificavano che fossero conformi al patrimonio legislativo del
paese, in caso contrario ricorrevano al diritto di rimostranza, li restituivano al mittente perché fossero
corretti. Il sovrano poteva decidere di promulgare comunque le sue leggi attraverso una cerimonia chiamata
lit de justice.
Nel 1648 i parlamentari si opposero all’ennesimo prelievo fiscale e chiesero che le corti sovrane
diventassero, accanto al re, fonte legittima della politica nazionale. Mazzarino fece arrestare tre
parlamentari capi della spedizione. Il popolo di Parigi insorse nella giornata delle barricate per proteggere la
magistratura. Cominciarono così 5 anni di rivolte, fino al ’53 che presero il nome di Fronda, forse dalla
fionda con cui i ragazzini tiravano i sassi. Mazzarino si allontanò da Parigi e riuscì a tenere separati la
fronda parlamentare dalla fronda dei principi e dal popolo turbolento.
- Fronda parlamentare - i magistrati si ribellano per la tassa con la quale la carica diventava ereditaria
(paulette); volevano poter imporre il diritto di veto al re;
- Fronda dei principi - tentativo di colpo di Stato da parte del cugino di Luigi XIV; l’esercito vinse sui
congiurati.

Paesi Bassi

Nel Nord dei Paesi Bassi, liberatosi dagli spagnoli, erano nate le Province Unite, formate da 7 repubbliche
(che si erano distaccate dalle 10 del sud) tra cui l’Olanda con Amsterdam, la più ricca e popolosa. Erano
tutte dotate delle stesse istituzioni. Avevano stati provinciali di nobiltà, città e contadini che designavano il
reggente dello Stato, staathouder. Nominavano anche un funzionario per dirigere l’amministrazione e la
politica, il pensionario. Lo staathouder d’Olanda diventò ereditario nella famiglia degli Orange. Lo
staathouder era il primo nobile del paese, quasi un re, appoggiato dalla chiesa Calvinista. Il pensionario era
invece un politico cittadino sostenuto dal patriziato repubblicano. I repubblicani erano seguaci di Arminius,
pastore di Amsterdam che non credeva nella predestinazione e perciò gli arminiani furono associati ai
papisti spagnoli. Di contro si diffuse la dottrina di Cornelis Jansen il quale credeva nella predestinazione
assoluta. Nei decenni seguenti il giansenismo sarebbe diventata la bandiera ideologica dei parlamentari
francesi in lotta contro l’assolutismo. L’arminianesimo in Olanda venne assunto dai repubblicani contro gli
orangisti.
La lotta tra orangisti e repubblicani fu drammatica. Nel 1650 venne stipulata la pace definitiva con la
Spagna. In quel momento non c’era nessun membro adulto degli Orange: Guglielmo II era prematuramente
morto, e suo figlio, Guglielmo III, appena nato. Così la carica di staathouder fu abolita e, per due decenni le
Province Unite furono governate dal pensionario Jan de Witt e da suo fratello Cornelis. Le Province Unite
erano molto ricche, furono attaccate da Francia e Inghilterra. Invase dalle truppe di Luigi XIV nel 1672,
tornarono allo stathouderato dopo che i fratelli de Witt furono assassinati.
26. La rivoluzione inglese.

Elisabetta I aveva trasformato l’Inghilterra in una potenza competitiva, una grande produttrice ed
esportatrice di grano; la regina richiede le prime recinzioni delle terre comuni, si usa sempre più il lavoro
salariato, prende sempre più forza ma non ha eredi. Dopo la morte (1603) senza figli di Elisabetta I, sale al
trono Giacomo I, figlio di Maria Stuart, che Elisabetta stessa aveva designato come suo successore. Si
professò anglicano: condizione per poter regnare a Londra e riunire le due corone (Inghilterra e Scozia).
Giacomo è un sovrano diverso, la Scozia era una terra più tradizionalista rispetto all’Inghilterra, una società
più chiusa con una nobiltà molto orgogliosa della propria tradizione. Giacomo è un ammiratore di Francia e
Spagna, i modelli di assolutismo, designerà infatti il suo ministro favorito. A differenza di Elisabetta
convocò pochissimo il Parlamento, e contrastò la Camera dei Comuni; era un sostenitore della monarchia
di diritto divino (i re possono dare vita e morte).

Diede tutto il potere al suo favorito, il duca di Buckingham che rimaneggiò la fiscalità, si arricchì in
maniera scandalosa e finì assassinato. Giacomo ha l’idea di una monarchia assoluta, vende cariche
pubbliche e titoli pubblici, cresce infatti il peso della Camera dei Lord. Quella di Giacomo è una corte
barocca, in cui si spende molto e non maschera nemmeno la sua omosessualità (mentre le corte di Elisabetta
era semplice ed austera).

Nel 1605 ci fu un fallito complotto progettato da un gruppo di cattolici inglesi a danno del re (Congiura
delle polveri). Il piano dei congiurati era quello di far esplodere la Camera dei Lord e di uccidere così il re
ed il suo governo durante la cerimonia di apertura del Parlamento inglese, lo State Opening, e di rapire i
suoi figli nel caso in cui questi non fossero stati presenti alla cerimonia.

A Giacomo I successe il figlio, Carlo I, che conferì tutti i poteri al duca di Strafford. Usò vecchie tasse
per non convocare il Parlamento (infatti nella battaglia per modernizzare la monarchia in senso assolutista,
la mossa decisiva era abolire il Parlamento. Per farlo era necessario sottrarre alle camere dei Lord e dei
comuni il controllo del prelievo), come la ship money, una tassa che pagavano tutte le città, anche quelle
che non erano sul mare. La tassa, impopolare, servì a riorganizzare la potenza navale inglese e ridiede
risorse alle casse di stato.

Nel 1628 gli inglesi intervennero per sostenere gli ugonotti francesi di La Rochelle, dunque Carlo I
convocò il Parlamento. I parlamentari però, invece di chiedere sussidi al Re, gli chiesero di firmare la
Petition of Rights, con la quale si decretava che ogni imposizione fiscale dovesse essere approvata dal
Parlamento, mentre altre pratiche, come gli arresti immotivati (contro l’habeas corpus della Magna Carta)
venivano dichiarate illegali. Per questo motivo il re sciolse il Parlamento.

Nel 1633 fu nominato arcivescovo di Canterbury William Laud che si decise a imporre l’uniformità
religiosa a tutti i sudditi, anche scozzesi, passo decisivo per rafforzare l’autorità monarchica. Gli scozzesi
erano presbiteriani e si ribellarono.

Carlo I si trovò costretto a convocare il Parlamento (1640) perché aveva bisogno di soldi per reprimere i
puritani scozzesi (Carlo vuole i beni dei calvinisti scozzesi, ma la Camera dei Comuni non glielo concede;
diversa sarà la situazione contro l’Irlanda, già annessa dal 1494, perché il cattolicesimo spaventa vista
l’esperienza con Maria la Sanguinaria).
Parlamento Corto, per chiedere l’approvazione di ulteriori tasse necessarie a formare un nuovo esercito da
mandare contro gli insorti ma a causa delle proteste dei parlamentari, il monarca si trovò costretto a
sciogliere l’assemblea. Quest’ultima era piena di deputati puritani, oppositori molto più radicali dei
presbiteriani scozzesi.
Il re indisse nuove elezioni ma il secondo, Parlamento Lungo, si alleò con gli scozzesi contro il re;
condannò a morte per alto tradimento prima Strafford, poi Laud e nel 1649, a seguito di una guerra civile
tra parlamentari e monarchici, lo stesso Carlo I. Alla testa della fazione radicale del Parlamento c’era un
membro della gentry puritana, Oliver Cromwell, eletto nel Parlamento nel 1628 e poi leader nel corto e
nel lungo Parlamento nel 1640.

Si era al culmine di una crisi politica violentissima, una grande ribellione. Fu la prima volta in cui un
popolo, attraverso i suoi legali rappresentanti, arrivò a giudicare e condannare a morte il suo re: non fu un
semplice tirannicidio, ma una rivoluzione.

Per Giacomo I il re aveva il diritto divino di dare la morte, di abbassare i superbi. Carlo I era stato, invece,
condannato dal suo popolo. Era il popolo che aveva la potestas (idea già affermata dal radicalismo religioso,
dai più estremisti fra gli ussiti boemi).

Il Radicalismo politico e religioso apriva la porta al contrattualismo politico, all’idea che anziché ubbidire
e basta, bisognasse concordare le regole della politica, poiché si è tutti uguali davanti a Dio, e allora anche
davanti alla legge, e che solo così si è liberi. Si mescolavano la rivolta dei poveri e la ribellione dei ricchi: i
deboli avevano bisogno di aiuto ed erano schiacciati dal disordine delle tasse ed i potenti volevano tornare a
contare. Gli uni e gli altri volevano tornare all’antico a quando le tasse non erano così forti e a quando le
libertà erano salvaguardate, la rivolta ribellione guardava avanti pensando indietro, immaginando un epoca
futura-passata, ecco perché la parola rivoluzione andava bene.

Durante la guerra civile l’esercito dei parlamentari sconfisse i nobili ufficiali, era un esercito nuovo: un New
Model Army, formato da stipendiati e volontari. Nel 1649, quello che restava del Lungo Parlamento, ormai
epurato da Cromwell (Rump Parliament), votò la Repubblica, in inglese Commonwealth, di cui
Cromwell si autoproclamò Lord protettore nel 1651.
Cromwell sarà una sorta di dittatore, eliminò gli estremismi religiosi: la religione ha un ruolo importante
nella rivoluzione inglese, perché è uno scontro politico, religioso e ideologico (parte buona contro la parte
corrotta: la corte).
Ancora anni di guerra civile devastarono l’Inghilterra. A Drogheda, nell’Irlanda cattolica, Cromwell fece
un massacro. La Scozia riconobbe come re il figlio di Carlo I (Carlo II) e mandò le proprie forze contro
Londra per cercare di ripristinare la monarchia mentre il Parlamento tronco protestava contro la dittatura
dell’esercito. Si crearono diverse fazioni:

 Indipendenti – coloro che volevano ancora il re;


 Presbiteriani;
 Zappatori – coloro che volevano assegnare la terra a chi la lavorava;
 Livellatori – coloro che volevano assegnare la terra agli affittuari.

Cromwell eliminò anche i livellatori, li emarginò (spesso vanno in America); la sua è un’altra forma di
mercantilismo, opposta a quella di Colbert; il governo di Cromwell difendeva gli interessi commerciali del
Paese. Con una legge sulla navigazione, Navigation Act, chiuse i porti britannici ai mercantili che
trasportavano merci di paesi terzi e così entrò in conflitto con gli olandesi (l’atto di navigazione serviva ad
escluderli perché avevano un’importante marineria; le guerre commerciali con l’Olanda si trasferiscono
anche nell’America del nord - l’Olanda cede New York all’Inghilterra):
tutte le merci importate/esportate dall’Inghilterra dovevano essere su navi con bandiera inglese (le colonie
erano dipendenti da Londra - l’Inghilterra aveva attuato la colonizzazione degli USA attraverso le
compagnie di commercio). Fece una guerra contro gli olandesi costringendoli ad abolire lo staathoudarato e
per colpire gli Orange, vicini agli Stuart.
Nel 1653 Cromwell sciolse il Parlamento tronco, venne istituito un consiglio che approvò lo Strumento di
Governo, una sorta di costituzione borghese, dando a ogni provincia una rappresentanza politica
proporzionale all’ammontare del contributo fiscale. Cromwell si fece nominare Lord protettore, col titolo di
Altezza e facoltà di designare il proprio successore. Designò suo figlio Richard che però non fu in grado di
portare avanti la politica del padre e il suo governo venne rovesciato dal generale George Monck che riaprì
la strada agli Stuart con Carlo II. L’Inghilterra tornava monarchica.

27. Luigi XIV e l’assolutismo. Il mercantilismo.

Nel 1661 muore Mazzarino e Luigi XIV all’età di 16 anni prende il potere, decide di non avere più ministri
favoriti, ma ne sceglie due fondamentali:
- Finanze e interni - Jean-Baptiste Colbert; prima di lui Nicolas Fouquet, che venne arrestato grazie ad un
dossier raccolto su di lui da Colbert.
- Esercito ed esteri - Michel Le Tellier;
che rispondono a lui per qualsiasi azione; li sceglie non nobili, figli di borghesi, come Colbert, mercantilista
(teoria secondo cui la corona, lo Stato, deve intervenire nei processi economici), monetarista, convinto che
la forza della corona stia nella quantità di oro e argento che possiede:
la Francia deve produrre il più possibile da sé, non comprare fuori; le barriere doganali severe erano
soprattutto per beni primari e merci finite, per scoraggiare la vendita delle materie prime, perché se il grano
si manteneva a prezzo basso anche i salari lo erano.

Le Tellier rafforzò la potenza militare francese, le città di frontiera furono fortificate. Colbert fu l’artefice
della politica economica mercantilista, che in Francia si è chiamata colbertista: una dottrina che
corrispondeva agli sforzi di centralizzazione dello Stato e che si sposava bene con l’assolutismo.

Luigi XIV costruisce una grande monarchia assoluta: limita le giurisdizioni, tiene molto conto delle
fronde, toglie il diritto di rimostranza alla nobiltà di toga, mentre di contro a quella di spada crea la Reggia
di Versailles, fuori da Parigi; crea un cerimoniale, un equilibrio per cui i nobili devono recarsi lì se vogliono
stare con lui, li impegna tutta la giornata attorno a lui (compito di svegliarlo, vestirlo, ecc.), e questo crea
delle grandi spese; un modo fittizio ma che ha un impatto politico rilevantissimo. Nella Chiesa istituisce di
nuovo il gallicanesimo (dottrina politico religiosa che ha per oggetto l'organizzazione della Chiesa cattolica
in Francia, la Chiesa gallicana, largamente autonoma dal papa), revoca l’editto di Nantes: niente tolleranza,
chi è calvinista deve andare via dalla Francia, emana le quattro ordinanze ecclesiastiche.

Si doveva pensare a una politica estera aggressiva e mettere sempre in conto l’eventualità della guerra;
approfittò della crisi di Spagna - a Filippo IV succede Carlo II (malato, e che non può avere figli); si apre
un problema di successione e Luigi XIV sposa l’infanta (principessa che non ha diritto di parlare) di
Spagna.
Bisognava aumentare le entrate fiscali, perseguire la ragion di Stato finalizzata al benessere dei sudditi,
favorire uno sviluppo competitivo nei confronti dei Paesi esteri.
Luigi XIV crea inoltre le manifatture regie: convince artigiani a trasferirsi a Parigi dove hanno case e
istituti, convincendoli a costruire lì delle fabbriche; un esempio sono gli artigiani veneziani che una volta
andati a Parigi non possono tornare a Venezia perché sarebbero condannati per spionaggio industriale (non
potevano divulgare i loro segreti).
Bisognava aumentare le esportazioni e diminuire le importazioni, per incrementare la quantità di moneta
circolante; monopolizzare i traffici coloniali, espandersi fuori dall’Europa.
Nascono le Compagnie delle Indie Orientali (Inglese 1600, Olandese 1602 e Francese 1664) e per le Indie
Occidentali.1 Furono create delle vere e proprie fabbriche di proprietà statale: le manufactures royales. La
più famosa fu quella dei Gobelins a Parigi (1662), che cominciò a produrre arazzi capaci di rivaleggiare con
quelli fiamminghi. Emanò le Quattro Ordinanze che regolavano la giustizia civile, penale, i commerci di
terra e i commerci marittimi. Il re si trasferì nella sontuosa Reggia di Versailles dove si celebrava quasi il
culto dello stesso Luigi: il Re Sole. Nel 1685, con l’editto di Fontainebleu, Luigi abolì l’editto di Nantes e
migliaia di ugonotti lasciarono il Paese portando con sé ricchezze ed entrate fiscali. Al momento del suo
massimo fulgore, Luigi XIV imprimeva alla politica interna una direzione negativa, in rapporto allo sforzo
di sviluppare le risorse del paese.
Il suo regime era sempre più oppressivo, influenzato dal partito devoto dei gesuiti e ostile ai giansenisti.

L’Idea assolutista della monarchia francese era che tutte le iniziative (legislative, giudiziarie,
amministrative) venissero prese dal monarca. Accentrò tutti i poteri nelle sue mani e ai parlamenti venne
sospeso il diritto di rimostranza. A seguito delle guerre contro Spagna e Olanda, la Francia aveva ingrandito
il proprio territorio con l’acquisizione di Strasburgo e dell’Alsazia. L’impero, sentendosi minacciato, reagì
con un’alleanza tra Stati tedeschi e Spagna: la lega di Augusta (1688). La guerra si concluse con un nulla di
fatto ma riprese pochi anni dopo per la successione al trono di Spagna.

Con la morte di Luigi XIV l’economia francese vive una situazione drastica:
John Law, banchiere scozzese, capisce che c’è bisogno di liquidità, si rivolge così alle compagnie di
commercio, che a differenza degli altri Paesi, in Francia sono regie. Law fa una campagna per vendere le
azioni della Louisiana e fonda una banca che crea carta moneta. Le azioni però superano di molto il valore
rispetto alla moneta, è un gioco di rialzo, la gente inizia a vendere le azioni sul mercato e tornano a chiedere
oro/argento al posto della carta moneta.

Viola è specialista del Settecento. Il Seicento è un secolo di guerre, mentre il Settecento è quello delle
rivoluzioni (industriale, americana francese). Le guerre del ‘600 hanno un motivo religioso; quelle del ‘700 -
hanno motivazioni dinastiche, commerciali, economiche, coinvolgono tanti Stati europei; cambiano
continuamente gli equilibri.

Guerra di successione spagnola

Dopo Filippo IV salirà al trono Carlo II, era morto senza figli e aveva nominato suo erede il nipote
francese, Filippo duca d’Angiò (Filippo V), a condizione che rinunciasse al trono parigino. Ad opporsi è
Carlo d’Asburgo, il quale aveva sposato l’infanta di Spagna e riteneva dunque giusto che la corona
spagnola passasse al ramo asburgico. Filippo V s’insediò dunque a Madrid. Ma l’imperatore Leopoldo I,
essendo stato marito di una sorella di Carlo II, rivendica il trono spagnolo e avanza le proprie pretese per il
suo secondogenito Carlo (mentre il primogenito sarebbe diventato imperatore come Giuseppe I). L’Austria
si allea con Inghilterra e Olanda contro la Francia; nel 1702 scoppia la guerra di successione spagnola.
Per qualche tempo ci furono due re in Spagna:

 Filippo V a Madrid
 Carlo III d’Asburgo a Barcellona
La Francia non riusciva più a tenere testa. Gli inglesi si alleano coi portoghesi e presero Gibilterra. A Luigi
XIV furono imposte dure condizioni: addirittura capeggiare una coalizione per spodestare suo nipote Filippo
da Madrid ma si rifiuta.

1
Società per azioni a responsabilità limitata. Si rivalgono solo sulla parte di patrimonio che è stato versato. Quelle olandesi e
inglesi sono private e ricevono l’autorizzazione della corona. Quelle francesi sono statali. È un nuovo sistema di penetrazione
coloniale.
Nel 1711 Carlo III viene incoronato imperatore col nome di Carlo VI e minacciava di ricreare l’unità tra
Spagna e Impero. Alla fine con le paci di Utrecht2 tra Francia, Inghilterra e Province Unite (1713), e di
Rastadt (1714) tra Francia e Impero, la Spagna resta ai Borbone, purché Filippo V rinunciasse al trono
francese. Inoltre perdeva Milano, la Sardegna e i Paesi Bassi. Gli inglesi ottenevano Gibilterra, Minorca,
Terranova in America e l’asientos de negros.

1713 - la Sicilia passa ai piemontesi con la pace di Utrecht, il primo titolo regio dei Savoia (dinastia
autoctona, conti di Torino che man mano si espandono); nel ‘600 i conti savoiardi e soprattutto Madama
Cristina puntano al commercio della seta; furono i secondi in Italia ad avere i filatoi di seta (i primi erano i
bolognesi), puntarono molto sull’esercito e lo spionaggio (come i veneziani), molto presto i Savoia si
legarono agli inglesi, che li proteggevano dai francesi. Con la pace di Utrecht sono gli inglesi a volere che
il regno di Sicilia passi ai Savoia, perché gli servono alleati nel Mediterraneo. I Savoia capiscono che la
Sicilia è un posto ricco e cercano di riscuotere tasse, la presenza piemontese dura fino al 1720, poi il regno
di Sicilia passerà nelle mani degli austriaci (che erano già nel regno di Napoli) e ai Savoia toccherà la
Sardegna. Filippo V pone Don Carlos (che diventerà Carlo III) come sovrano dei regni di Napoli e Sicilia,
sarà molto attento a costruire una monarchia legislativa, con istituzioni nuove come il tribunale
commerciale; tenta di dare meno potere a clero e nobiltà ma in Sicilia gli verrà difficile perché la nobiltà è
molto forte (nella seconda metà del Settecento avverrà un altro aumento dei prezzi del grano).
Dopo Carlo succede Ferdinando, sotto la tutela di Tannucci:
re e corte staranno a Napoli, mentre in Sicilia i viceré della dinastia Borbone (i viceré non erano mai
siciliani, la loro carica durava tre anni e poi veniva rinnovata).
La guerra di successione spagnola si conclude nel 1734.

28. Vienna, Berlino, Mosca.

L’Austria, la Russia e la Prussia divennero tre potenze in un certo senso nuove. Dopo la guerra dei
Trent’anni all’Austria vennero annesse la Boemia e l’Ungheria. Leopoldo I e suo padre Ferdinando III
centralizzarono l’amministrazione, crearono un esercito permanente, riscossero regolarmente le tasse. Il
maggior successo politico austriaco fu quello di spezzare la potenza turca. Il trattato di Carlowitz del 1699
sanciva un vero tracollo dei turchi.

Il declino turco si fece inarrestabile, fonte di frustrazione per tutto il mondo islamico ed esempio di come
una grande potenza possa crollare improvvisamente. Cause del crollo improvviso: incapacità competitiva,
culturale e politica di affrontare la complessità delle sfide.
Il buon governo di Solimano il Magnifico era finito.
Il dispotismo orientale, ovvero l’assenza di regole e carenza di diritto dava ormai frutti distruttivi e perdita
di lucidità. Non assomigliava alla monarchia assoluta, non costruiva, ma distruggeva, anzi lasciava che il
sistema politico si disgregasse. Vacillava tra le lotte di potere. Il divano, ossia il governo, diventò un luogo
di incontro protocollare senza significato. L’harem si trasformò in una vera arena di conflitto, tra mogli che
speravano di diventare madri, che i loro figli venissero lasciati in vita, che un giorno regnassero. La gabbia,
un’ala del palazzo imperiale fu creata per chiudere i fratelli cadetti esclusi dalla successione, ora che non
venivano più soppressi.
Il gran visir Kara Mustafà fu strangolato e la sua testa esposta alla porta del Divano.

Contemporaneamente alla Guerra di Successione spagnola venne combattuta la Seconda Guerra del Nord
che determinò l’ascesa della Russia, il collasso della Polonia e l’arretramento della Svezia, che perse il
monopolio del Baltico. La prima parte del conflitto fu favorevole agli svedesi ma il loro avversario più
temibile fu lo zar Pietro I il Grande. La guerra fu vinta dalla Russia che ottenne la riva orientale del
2
Con questa pace la Sicilia passa ai piemontesi (i Savoia). Molto presto i Savoia si legano agli inglesi che li proteggono in
funzione anti-francese. Sono gli inglesi a volere i Savoia in Sicilia per avere un appoggio anche sul Mediterraneo. La presenza
piemontese in Sicilia si avrà fino al ’20, poi con la pace dell’Aia andrà all’Austria.
Baltico. Pietro il Grande modernizzò il paese: fece costruire San Pietroburgo e attrezzò un porto moderno,
impose il controllo sulla Chiesa ortodossa, aprì manifatture regie, trasformò la nobiltà in un ceto politico-
militare di servizio. Chi serviva lo stato acquisiva grandi privilegi: esenzione fiscale, dominio sulla terra e
sui contadini servi della gleba. Ma aveva anche dei doveri: 7 anni nell’esercito, 10 nella pubblica
amministrazione ecc.

La Svezia uscì dal novero delle più grandi potenze. Si formarono due fazioni: Berretti e Cappelli. In Polonia
vigeva un regime oligarchico e il liberum veto, ossia l’obbligo all’unanimità e i nobili avevano il diritto di
prendere le armi contro lo stato se le loro libertà fossero state violate.

La Prussia era uno stato territorialmente discontinuo ma tutto tedesco e luterano. Federico Guglielmo il
“grande elettore” e il figlio Federico I, primo re di Prussia rafforzarono lo Stato sottraendo alle assemblee
provinciali il consenso delle imposte, rafforzando l’amministrazione affidandola ad appositi funzionari del
governo. Crearono un potente esercito, fu imposto un lungo servizio militare. Gli ufficiali nobili si
chiamavano Junker. Dopo Federico I venne il figlio Federico Guglielmo I e in seguito Federico II, grande
modello di monarca assoluto.

Guerra di successione polacca

Nel 1733 morì il re di Polonia Augusto II che gli Svedesi avevano cacciato durante la prima fase della
guerra del Nord e l’avevano sostituito col magnate polacco Stanislao che si era rifugiato in Francia. Forte
dell’aiuto francese, venne rieletto ma la Russia e l’Austria gli contrapposero il figlio di Augusto II, Augusto
III. Scoppiò la guerra di successione polacca, combattuta per 5 anni contro la Francia. La pace del 1738
diede alla Russia e all’Austria il controllo della Polonia, con la conferma di Augusto III. Stanislao
diventava duca di Lorena con la promessa che, alla sua morte, il ducato sarebbe andato alla Francia. Veniva
così scacciato dalla Lorena Francesco Stefano, genero di Carlo VI, che divenne granduca di Toscana.

Guerra di successione austriaca

Si apre il problema della successione austriaca nel 1740 con la morte dell’imperatore Carlo VI. Federico II
di Prussia approva la candidatura dell’elettore di Baviera ma non la nomina di Maria Teresa, figlia di
Carlo, che per testamento ne aveva disposto la successione, moglie di Francesco Stefano di Toscana.
Volevano fare dell’Adriatico il grande mare commerciale, la Sicilia doveva collegarsi a Trieste e questa
all’Austria (saltando la repubblica autonoma di Venezia). Maria Teresa radicalizza il pensiero del padre e
suo figlio Giuseppe II darà vita al “giuseppismo”. La maggior parte della nobiltà rifiutava la successione
femminile. Federico II di Prussia ne approfittò per occupare la Slesia Austriaca, sostenendo la successione
imperiale dell’elettore di Baviera. Francia, Spagna e Prussia si unirono contro Austria, Olanda e Inghilterra.
Si giunse alla pace di Aquisgrana con la quale il marito di Maria Teresa veniva riconosciuto imperatore col
titolo di Francesco I. La Prussia otteneva la Slesia. I Borboni di Spagna ricevevano di nuovo il Ducato di
Parma e Piacenza.
Maria Teresa farà sposare la figlia Maria Carolina a Ferdinando di Napoli e Maria Antonietta a Luigi
XVI di Francia).

29. La tratta degli schiavi, la devastazione dell’Africa. La guerra dei 7 anni.

Con il Trattato di Utrecht del 1713, l’Inghilterra aveva ottenuto l’asientos de negros: il monopolio
dell’importazione degli schiavi nell’America spagnola (l’Inghilterra eserciterà questo commercio per più di
un secolo). Dalla cattura, per mano di mercanti locali che rapivano giovani uomini e donne, devastavano
villaggi, e i portoghesi li portavano in tutto il mondo, soprattutto in America latina; ciò portò alla
devastazione dell’Africa e allo sviluppo futuro dell’America perché grazie al sistema schiavistico si avrà il
sistema delle piantagioni che distruggevano le produzioni autoctone; sistema schiavistico-latifondo
monoculturale delle piantagioni che porterà al divario tra Nord e Sud America.

Si sviluppò quello che venne definito commercio triangolare: le navi negriere salpavano da Liverpool,
Nantes, Bordeaux e Lisbona cariche di prodotti di industria, si dirigevano soprattutto verso il Golfo di
Guinea, dove questi prodotti venivano scambiati con gli schiavi. Da lì vendevano gli schiavi in America e
ritornavano con i prodotti di piantagione, soprattutto lo zucchero. Il commercio africano di esseri umani era
stato autorizzato in precedenza da papa Niccolò V per i portoghesi come vera e propria tratta. Gli schiavi
venivano trasportati insieme ad altre due derrate richieste dagli europei: oro e avorio. Il “Legno d’ebano”
era un eufemismo per indicare gli schiavi che venivano venduti a “pezzi d’India”.

Giunto in America il legno d’ebano veniva venduto al mercato domenicale, al miglior offerente.
Al primo tentativo di fuga lo schiavo veniva punito con frustate; al secondo tentativo subiva il taglio dei
tendini del polpaccio. I nati da una schiava, anche se figli del padrone erano schiavi. Gli afroamericani dalla
pelle più chiara discendono dagli stupri delle donne schiave.
L’Africa fu culturalmente e moralmente devastata dalla secolare deportazione.
La distruzione della popolazione e di cultura e di identità collettiva fu meno rapida e definitiva che due
secoli prima in America.
Nell’America tropicale (dai Carabi al Brasile) nel ‘700 si sviluppava sempre più l’economia di piantagione:
zucchero, caffè.
Nelle colonie britanniche più meridionali invece tabacco, cotone.
Le piantagioni non erano autosufficienti, a differenza delle grandi aziende agricole tradizionali della vecchia
Europa o alle encomiendas dell’America spagnola.
Erano congeniali all’economia mercantilistica attenta al problema della bilancia dei pagamenti. Infatti i
preziosi generi coloniali arrivavano in Europa senza alcun esborso di denaro, grazie al commercio
triangolare.
Progressivamente, il centro degli interessi economici europei si sarebbe spostato dal commercio
internazionale alla nascente industria, e lo schiavismo avrebbe cominciato a perdere la sua importanza
mondiale.
I grandi profitti arrivavano lavorando il cotone nelle fabbriche, non più importando lo zucchero. La schiavitù
pian piano divenne insopportabile.
Nacquero associazioni religiose protestanti per la sua abolizione.

Nella prima metà dell‘800 l’Inghilterra aveva praticato lo schiavismo più di chiunque altro, ma poi
cominciò ad esercitare il controllo dei mari e a fermare le navi negriere.
Le piantagioni americane assicuravano grandi profitti ma richiedevano grandi investimenti.
Ovviamente il lavoro forzato è di cattiva qualità, e richiede oneri all’acquisto e oneri di sorveglianza.
L’economia di piantagione sopravvisse poi con gli operai agricoli salariati. I profitti erano un po’calati ma
anche i costi. Gli operai lavoravano di più e non richiedevano il capitale dell’acquisto.

La guerra dei sette anni

La guerra dei sette anni fu un conflitto che si svolse tra 1756 e 1763 e coinvolse le principali potenze
europee dell’epoca.
La guerra venne combattuta su tre mari: Mediterraneo, Atlantico e Indiano.
Non fu un conflitto dinastico ma un conflitto moderno finalizzato sia alle conquiste territoriali per ottenere
l’egemonia in Europa, sia al dominio commerciale, garantito dal controllo sui traffici marittimi al quale
miravano Gran Bretagna e Francia. Si può dire che alla base del conflitto ci sia l’inasprimento della rivalità
coloniale tra Francia e Inghilterra. I francesi avevano un ruolo importante nel traffico delle merci coloniali
grazie allo zucchero delle loro colonie nelle Antille ed erano da tempo interessati al commercio con l’India
dove iniziava a competere con olandesi ed inglesi nel commercio della cannella e delle cotonine indiane.
Questo successo francese provocò un allarme in Inghilterra. Maria Teresa voleva riappropriarsi della Slesia
(in mano alla Prussia), dunque ci fu un rovesciamento delle alleanze: Francia, Austria e Russia contro
Inghilterra e Prussia. Con la pace di Parigi, Giorgio III riuscì ad estromettere la Francia dall’America
settentrionale, sottraendole il Canada. L’Inghilterra si impadronì di tutta l’India. La Francia mantenne le
isole dello zucchero: Martinica, Guadalupa e Haiti e un diritto sui banchi di pesce di Terranova. La Prussia
mantenne la Slesia. L’Inghilterra dovette cedere alla Francia il Senegal, Santa Lucia e Tobago, e alla
Spagna la Florida, Minorca e le Province Unite; l’Inghilterra mantenne il dominio su Canada, Antille e
buona parte dell’India.

30. Il modello politico britannico.

Con la restaurazione del 1660 il Parlamento riafferma una nuova centralità. Secondo la teoria del
contrattualismo la forma del potere non era di origine divina ma naturale.

John Locke - I due trattati sul governo civile: la sovranità non deriva da Dio, non è assolutista , il
principio del potere è naturale; naturalmente gli uomini devono darsi delle leggi civili per necessità naturale
di convivere, e scelgono uno tra di loro perché le faccia rispettare (protezione dagli attacchi esterni e rispetto
delle leggi interne).
Per Thomas Hobbes il sovrano deve essere forte per porre la pace, mentre Locke introduce il concetto del
corpo intermedio tra sovrani e cittadini, il Parlamento.
Era costituito dai whigs, il cui punto di forza era la Camera dei Comuni; e dai tories, fautori dell’autorità
regia. Il Parlamento rafforzava il proprio ruolo: approvava le leggi ed era sovrano alla pari col monarca.

Secondo i whigs, il monarca poteva regnare soltanto a partire da un ideale contratto stipulato con i sudditi, i
quali concorrono all’equilibrio e alla pace tra le parti. Dal punto di vista tory solo il re rappresentava l’unità
del Paese; il Parlamento esisteva per permettere ai loro rappresentanti di dialogare con il sovrano e non per
governare al suo posto. Non avrebbe senso definire i whigs e i tories rispettivamente di sinistra e di destra.
Questa distinzione verrà fatta solo dopo la Rivoluzione Francese. La city di Londra era prevalentemente
whig, filo parlamentare. La Chiesa e l’aristocrazia erano tory, anglicani e conformisti. I tories erano il
partito di corte, court party, mentre i loro avversari country party. Ma con la Gloriosa Rivoluzione le
cose si capovolgeranno.

Seconda rivoluzione inglese

Alla morte di Carlo II sale al trono Giacomo II Stuart che si era convertito al papismo. Tardivamente gli
era nato un figlio maschio, battezzato cattolico, Giacomo Edoardo, il che rappresentava una minaccia per il
futuro equilibrio del regno.

Nel 1688 il Parlamento whig chiamò al trono Guglielmo d’Orange, incoronato come Guglielmo III, il
quale accettò il Bill of Rights: una dichiarazione dei diritti costituzionali degli inglesi, che ratificava il ruolo
sovrano del Parlamento. Da allora i whigs occuparono il governo diventando il court party, mentre i tories
diventarono il country. L’idea fondamentale whig era che la libertà è una prerogativa inglese, antica,
consolidata, un’espressione naturale dei rapporti sociali di quel paese. I tories erano più pessimisti sulla
capacità della società civile di autoregolarsi e pensavano che la libertà dovesse essere garantita dal re, che
incarnava i sani valori dell’Inghilterra rurale.

In seguito salì al trono Giorgio I di Hannover (non sapeva parlare inglese e si esprimeva in latino) che
lasciò la cura del governo al primo ministro Robert Walpole. I tories vennero esclusi dal potere e i più
estremisti tra loro furono detti “giacobiti” perché avevano appoggiato il pretendente Giacomo Edoardo. Il
Governo prese la forma del Consiglio dei ministri presieduto da un premier che aveva la fiducia delle
Camere. Sia whigs che tories dicevano che l’aristocrazia non aveva altra legittimazione a governare, se non
il consenso che riusciva ad ottenere. Vi erano alcuni centri elettorali imputriditi, cioè svuotati di
popolazione, i rotten boroughs (aboliti nel 1832 in seguito alla riforma elettorale), in cui un deputato
poteva essere eletto addirittura con un solo voto.
Quando salì al trono Giorgio III (1738) richiamò al governo i tories e i whigs furono relegati
all’opposizione. La figura centrale dell’amministrazione inglese era il giudice di pace: si occupava di
mantenere l’ordine pubblico, di raccogliere le imposte. Era un servitore della legge, esponente della gentry.
Non si riteneva un servitore dello stato ma della legge. Era il difensore dell’elemento più importante della
libertà inglese: l’autogoverno delle comunità. Era spesso dei tory ma anche se whig anteponeva il suo onore
di giudice e di gentiluomo alla fedeltà nei confronti del governo.

Con la gloriosa rivoluzione, l’Inghilterra sarà la prima monarchia parlamentare:


Camera dei Lord - per diritto;
Camera dei Comuni - per elezione (potevano essere eletti o eleggere solo gli uomini liberi, quelli che
avevano un reddito, elezione per censo);
Giudice di pace - figura centrale del governo inglese, servitore della Common Law.

31. L’Illuminismo e le riforme.

L’Illuminismo fu un ampio movimento culturale, filosofico, politico e sociale sviluppatosi nel ‘700 in
Europa, la sua culla fu Parigi. Emblema di questo movimento fu la pubblicazione dell’Encyclopedie (1751-
65) superando gli ostacoli della censura. Fu diretta da Diderot e D’Alembert e vi collaborarono i nomi più
illustri: Montesquieu, Voltaire, Rousseau. L’Enciclopedia era la prova della centralità francese
dell’illuminismo; l’uomo mette la sua ragione al centro del mondo, non si rivolge più al passato (tranne per
gli insegnamenti) ma al futuro; essere nani sulle spalle dei giganti, andare oltre gli insegnamenti degli
antichi. Doveva servire a diffondere il sapere e migliorare l’umanità. Figura centrale era il filosofo che si
ergeva contro il fanatismo e le superstizioni delle religioni. Agiva in nome della ragione, del razionalismo.

Il partito dei Lumi ebbe un rapporto ambivalente con le monarchie assolute. Le appoggiò nelle loro azioni
riformatrici, ma le contrastò sulla libertà. La loro bandiera era la ragione, con la libertà, la felicità e la
tolleranza. La libertà era il diritto di ogni persona di manifestare il suo pensiero e di essere tutelata dalle
leggi. La ricerca della felicità diventava lo scopo della vita. La tolleranza era la capacità di accettare le
opinioni degli altri. È il secolo dell’archeologia, dell’apertura, dei viaggi, della massoneria (Chiesa laica
parallela che pone una rete di comunicazione del pensiero laico in tutto Europa). Quasi tutti gli illuministi
francesi sono massoni: il rituale iniziatico rafforzava il senso di appartenenza. La politica del riformismo
assolutista settecentesco prende il nome di dispotismo illuminato. Le monarchie pensano al benessere dei
loro sudditi. Si comincia a riflettere sulla pratica della tortura e sulla pena di morte. Cesare Beccaria (Dei
delitti e delle pene) fu il primo a far notare che la capacità di resistere alla tortura aveva a che fare con la
forza fisica e non con l’innocenza. Il primo Paese ad abolire la tortura fu la Prussia con Federico II. Il
primo governo ad abolire la pena di morte fu la Toscana nel 1786.
John Law, banchiere scozzese, è il primo a battere carta moneta, crea una banca apposita all’inizio del
Settecento.

In Francia la nobiltà riprende forza con Luigi XV: si riunisce nell’assemblea dei notabili.
Con Luigi XVI la fisiocrazia acquista uno spazio importante. A corte c’è una forte opposizione contro
illuministi ed Encyclopedié, questo farà avere un atteggiamento “ondeggiante” al sovrano.

Corporazioni: tecniche segrete, principio del monopolio (era infatti diffuso lo spionaggio industriale).
L’Encyclopedié è rivoluzionaria anche perché pubblica non solo teorie, filosofia ma anche le tecniche; la
conoscenza rende liberi, risolve l’essere umano e tutti devono poter partecipare alla scienza. Con
l’Illuminismo la libertà diventa privilegio e possibilità di conoscere.

Montesquieu: la nobiltà deve giocare il ruolo di intermediario tra sovrano e cittadini; non deve essere
cortigiana ma basata sul modello inglese.
Voltaire: per superare l’Ancien regime c’è bisogno di un sovrano forte che deve fare il bene dei cittadini
seguendo le nuove idee. Interviene nel costruire la figura di Luigi XIV, in cui lo esalta perché è stato capace
di ridurre il potere della nobiltà, l’autonomia della Chiesa. Fu molto attivo dal punto di vista politico,
consigliere personale di Federico II di Prussia per il quale la funzione militare era un modello, una
funzione strategica; la grande nobiltà tedesca ha ruoli militari; introduce riforme importanti come la
tolleranza agli ebrei e l’istruzione.

Rousseau: riprende l’idea dello Stato di natura come ideale, è controcorrente, non è la razionalità quanto la
natura ad essere al centro.

Dispotismo illuminato

L’Illuminismo è attento sia alla ragione che al corpo, l’uomo non è solo intelletto, bisogna vederlo nella sua
interezza. La tortura era un metodo condiviso, Cesare Beccaria e tutte le teorie giusnaturaliste insistono
sul fatto che la punizione è giusta ma non deve mai essere debilitante e umiliante per il corpo. Legato a ciò
c’è l’idea di tolleranza e cultura del diverso, una nuova percezione dell’individuo (sarà Giuseppe II a
incarnare questi principi).

Austria

Le monarchie riformatrici fecero una battaglia giurisdizionalista per riappropriarsi della sfera pubblica. In
Austria si parla di “giuseppinismo”, dall’imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa3 che continua la
politica della madre. Era un massone contro il potere della Chiesa, requisisce i beni dei conventi e chiude
quelli di clausura, ordina l’istruzione obbligatoria per tutti, riprende il catasto che la madre aveva istituito nel
Ducato di Milano (austriaco):
Catasto - istituzione in cui vengono registrate tutte le proprietà immobiliari (rurali e urbane), importante
perché introduce una tassa di retta proporzionale al reddito, ciò segna la fine dei privilegi di nobiltà e Chiesa.
Emanò un editto di tolleranza(1781) che concedeva libertà religiosa e cittadinanza alle minoranze. Poco
dopo soppresse gli ordini contemplativi perché considerati improduttivi e i monasteri furono trasformati in
fabbriche. I seminari divennero statali.

Russia

Caterina II aveva fatto eleggere una commissione per la riforma delle leggi, tentando di riformare la
giustizia, la politica. Ma nel 1773 una sollevazione di servi guidata da Pugacev minacciò la monarchia.
Pugacev si spacciava per lo zar Pietro III, marito di Caterina che era stato strangolato in carcere ma alla
fine venne sconfitto e ucciso.

Gesuiti

In Portogallo nel 1759 il marchese di Pombal decise l’espulsione dei gesuiti. In Sudamerica la
Compagnia di Gesù gestiva delle riduzioni, quasi uno stato autonomo dove si evangelizzavano e si
proteggevano gli indiani. Le riduzioni contrastavano gli interessi dei piantatori del Brasile. Anche in Francia
avevano molta autonomia. I Borboni li espulsero dai loro regni e nel 1773 la Compagnia venne sciolta da
Roma: erano molto potenti, ordine nato dopo il Concilio di Trento come ordine militante in maniera
propositiva e non difensiva, la Chiesa deve essere missionaria (indicativa la loro presenza in America
latina), dovevano essere istruiti; i collegi gesuiti servivano per l’istruzione delle classi nobili. Luigi XIV ha
come tutori dei gesuiti. Sono propugnatori del teatro come mezzo di istruzione.

32. La rivoluzione americana e il dispotismo inglese


3
Il nome di Maria Teresa è legato al catasto teresiano introdotto in Lombardia. È una tassa di tipo diretto e proporzionale che
segna la fine del privilegio.
L’America del Nord non era popolata come quella del Sud a causa del tipo di territorio montuoso e freddo,
non esistevano gli imperi. Ad occuparla sono le compagnie di commercio inglesi, olandesi e francesi. A
metà ‘600 ci fu una grande migrazione irlandese a causa della carestia: si iniziarono a mangiare le patate,
che prima si davano solo agli animali, e ci fu una forte migrazione verso l’America del Nord.

Le 13 colonie americane hanno un’organizzazione particolare: una realtà senza ceti, dove le differenze sono
appiattite; c’è una gerarchia della ricchezza, dell’ascesa sociale che è facile perché non ci sono barriere. È
una situazione inedita per gli europei e una prospettiva piena di interessi. Le 13 colonie hanno diverse
ondate migratorie:
- Nord: ha come porto Boston (le ricchezze sono legate alle foreste, alla caccia e alle miniere; la loro
ricchezza veniva dal commercio e dalle manifatture: esportavano pellicce, navi per la flotta inglese
sfruttando il legname delle grandi foreste) - sono i mondi anglosassone e tedesco ad insediarsi, tutti
protestanti; il New England è la fascia più moderna degli Stati Uniti, la città più moderna è New York, una
zona temperata in cui si può fare agricoltura e dove la cantieristica è sviluppata; coesistono diversi popoli
(olandesi, francesi, tedeschi, inglesi) e più religioni (calvinisti, luterani, cattolici), tante lingue; una realtà più
vivace e tollerante; Erano società ideologicamente chiuse ma socialmente aperte: fortemente ugualitarie e
repubblicane, di contadini e pescatori, marinai, artigiani, mercanti, imprenditori. Erano prive di
un’oligarchia terriera.

- Sud: (Louisiana, Virginia, Mississippi ecc.) - è la zona più europea, si tende a riprodurre la
stratificazione sociale (giustificata dalla presenza delle piantagioni e dello schiavismo) più europea, si parla
il francese. Esportatrici di tabacco e riso, poi di cotone. Erano anglicane e blandamente aristocratiche.

Il rapporto con la madrepatria per le colonie inglesi

La prima colonia inglese in America fu la Virginia, fondata nel 1607. In seguito ci saranno nuove spedizioni
come quella dei padri pellegrini col Mayflower; questi sbarcheranno in Massachusetts dove fondarono la
colonia di Plymouth nel 1620. Un secondo gruppo fondò la colonia della baia del Massachusetts nel 1629,
erano i puritani che desideravano riformare la Chiesa d’Inghilterra. Gli inglesi riusciranno a sottrarre
territori anche agli olandesi dopo il 1630.
L’Inghilterra fino a qualche anno prima della guerra dei sette anni aveva deciso di non intervenire in
maniera diretta; c’erano assemblee autonome, un governatore e un piccolo esercito inglese, veniva lasciato
molto spazio al potere locale, la presenza inglese era determinante nel commercio (con il Navigation Act
Londra diventa il punto principale del commercio).
La tassazione in America era leggera (come in Inghilterra grazie al Navigation Act che garantiva molti
introiti).
La guerra dei sette anni è un punto di svolta perché è la prima guerra commerciale a livello internazionale:
Inghilterra + Prussia VS Francia + Austria; è una guerra su tre mari: Mediterraneo, Atlantico, Indiano.
Da questa ne esce vincitrice l’Inghilterra, ma è una guerra molto costosa e impegnativa; l’Inghilterra,
prima di Giorgio III aveva avuto il governo whig (poca tassazione), Giorgio invece si appoggia ai tories e
grava molto sulle colonie (avrà anche le colonie francesi come il Canada e la Louisiana che erano cattoliche;
Giorgio III prova a fare degli editti di tolleranza, si crea squilibrio soprattutto per le tasse). Il governo tory
decide di far gravare le tasse sulle colonie anche perché in Inghilterra stava decollando la rivoluzione
industriale; si rischiava di fare scoppiare la rivolta sociale (inoltre i proprietari terrieri erano protetti dai
tories).

Con lo Stamp Act (1765), imposta di bollo su tutti gli atti pubblici. Divenne celebre lo slogan no taxation
without representation: i coloni volevano poter discutere delle tasse ed essere rappresentati in Parlamento.
entra in crisi la Compagnia delle Indie Orientali. Questa era un formidabile centro di potere e di
corruzione. Aveva ottenuto l’esclusiva del mercato americano. I commercianti americani non sopportano il
commercio inglese del tè perché si sentono cittadini di serie B; non hanno voce in capitolo perché non hanno
rappresentanti nel Parlamento inglese, si sentono lesi sia dal punto di vista economico che politico.
Cominciarono le violenze e nacquero organizzazioni di autodifesa come i “figli della libertà”.

Nel 1770 a Boston le truppe inglesi aprirono il fuoco uccidendo 5 persone, l’episodio passò alla storia come
“massacro di Boston”. Ci furono due livelli della ribellione:
1) economico - Boston Tea Party - nel 1773 nel porto di Boston un commando di militanti indipendentisti
salì a bordo di un mercantile della Compagnia delle Indie Orientali, che aveva il monopolio del tè in
America, erano travestiti da indiani e buttarono il tè a mare. Ciò segnò l’inizio della rivoluzione;
2) politico - Giorgio III reagì con la violenza al Boston Tea Party sciogliendo le autorità autonome e
inviando l’esercito.

I rappresentanti delle 13 colonie si riunirono in un primo congresso a Philadelphia (1774) – proclamò


nuove direttive legislative e organizzò il boicottaggio economico contro l’Inghilterra. Il sovrano inglese
continuò a non ascoltare le richieste dei coloni e reagì nuovamente inviando l’esercito; scoppierà così la
guerra civile. Si formerà l’esercito del Congresso con George Washington a capo, che nel 1775 vincerà a
Lexington e il 4 Luglio 1776 il Congresso di Philadelphia votò la Dichiarazione d’indipendenza redatta
da Thomas Jefferson:
- ricerca della felicità - concetto giusnaturalista;
- il popolo può richiedere nuove forme di governo.

Le colonie americane ricevono aiuto da spagnoli e francesi, guidati da La Fayette (che voleva rifarsi dalla
sconfitta della guerra dei sette anni). I successi definitivi furono raggiunti da Washington a Saratoga nel
1777 e a Yorktown nel 1781. Nel 1783, con la Pace di Parigi, l’Inghilterra riconobbe l’indipendenza alle
colonie.
Nel 1787 venne redatta la Costituzione americana, che ha una nascita travagliata. Ci sono due modelli:
- federalista - Stati indipendenti;
- confederalista (quella che prevale) - accanto agli organi di ogni Stato ci sarà un governo centrale forte e
le due Camere, Senato (due rappresentanti per ogni Stato) e Camera dei Rappresentanti (sistema
proporzionale: più grande è lo Stato, più sono i rappresentanti).

Il potere viene diviso tra Presidente (eletto dal popolo, nominava i ministri) e Camere. Due livelli
giudiziari - locale e centrale garantito dalla Corte Suprema (nominata dal Presidente su proposta del
Congresso). Il Governo non dipende dal Congresso ma dal Presidente.

La democrazia americana aveva due anime (si ripropone il bilateralismo inglese oltreoceano):
- moderata- costituzione federalista (tory, di destra), determinata a rafforzare il potere centrale;
- liberale - Dichiarazione d’indipendenza - repubblicana (whig, di sinistra), partito di Jefferson, difensore
dell’autogoverno delle comunità.
L’ancien regime è attaccato dall’alto (no privilegi a nobili e clero) e dal basso (non privilegiato e che vuole
più spazio).
Il primo presidente degli Stati Uniti fu George Washington, eletto per due mandati (1789-93), seguito da
Adams, Jefferson e Madison.

In Inghilterra Giorgio III cercò di far riprendere un ruolo centrale nel sistema politico inglese alla
monarchia (in senso tory) ma non ci riuscì.
Il potere poi passò a William Pitt il giovane che riuscì anche a ridimensionare uno dei grandi centri di
potere e di corruzione del sistema politico e commerciale inglese: la Compagnia delle Indie Orientali.
Lo sviluppo del radicalismo fu bloccato (perché assomigliava troppo al nemico francese giacobino).

Capitolo VI: La flessibilità delle armi europee.


33. Prove di globalizzazione.

L’arma più potente con cui gli europei hanno conquistato il mondo è stata la capacità di inserire tutto il
pianeta in un unico mercato, il che si traduceva in un’estensione del loro dominio territoriale e nella
creazione di una vasta rete di relazioni commerciali. Nel ‘300 nelle città italiane famiglie di mercanti e
banchieri avevano assunto il controllo dei capitali circolanti. Si scambiavano i pagamenti con lettere di
cambio, che li impegnavano a versare una determinata somma di denaro in una certa data stabilita e in un
certo luogo. Lo scambio doveva avvenire nella valuta del luogo prescelto e questo non sempre era
vantaggioso perché la quantità d’argento nelle monete variava da luogo in luogo, quindi era possibile anche
ricevere moneta svalutata.
Le quattro città italiane (Venezia, Milano, Firenze e Genova) erano le più forti nel controllo delle reti
commerciali ed estendevano la loro dominazione ai contadi: territori circostanti da cui dipendevano per i
rifornimenti alimentari.
All’inizio dell’età moderna il Mediterraneo e l’Europa costituivano un’unica economia-mondo. In seguito
si allargano i domini commerciali, si va alla ricerca di nuove rotte e di nuove merci e il commercio si allarga
su scala mondiale. Alcune isole come la Scozia, la Corsica o l’Irlanda erano rivolte al loro interno anziché al
mare e questo è stato un freno per lo sviluppo della loro economia. Per tutto il Quattrocento la città più
importante fu Venezia che aveva esteso la propria rete di scali commerciali a tutto il mediterraneo orientale
e possedeva numerose basi greche e in terra musulmana, e particolarmente il commercio con Alessandria.
Nel Cinquecento il baricentro si sposta a Genova, con basi commerciali ovunque e costruì un rapporto
privilegiato con la Spagna. Come Venezia era una repubblica oligarchica. Qui nacque la prima banca
centrale europea: La Casa di San Giorgio.
Nel 1580 Filippo II di Spagna invase il Portogallo e si assicurava così tutto il dominio sulla penisola iberica
più un vastissimo impero coloniale. Mantenne il dominio su Lisbona fino al 1640.
Gli olandesi istituirono la Compagnia delle Indie Orientali con la quale riuscirono a controllare la maggior
parte del commercio mondiale e, mentre la spagna era in conflitto con le Province Unite ne approfittarono
per occupare buona parte delle basi coloniali portoghesi, arrivando quasi a mettere le mani sul Brasile. Ma
l’Olanda era destinata a soccombere nel confronto con l’Inghilterra che estese vertiginosamente i propri
domini.

34. Il pluralismo delle istituzioni. Foro interno ed esterno.

In età moderna lo Stato veniva visto come un’istituzione unitaria.


Oggi non si pensa più allo stato come macchina unica, bensì pluralista, sia per le sue diverse funzioni, sia
per un dualismo fondamentale dell’identità europea, fra politica e religione: foro esterno e foro interno.
Complessa è stata la formazione della giustizia. Non sempre era il tribunale a regolare le varie questioni, ad
esempio, il suolo non era sottoposto a giustizia statale, bensì a regolamentazioni collettive, sui passaggi di
attribuzione. La pratica locale prevaleva sul potere centrale.
Altrettanto avveniva con la giustizia penale. I diversi modi di garantire l’ordine erano soggetti a forme di
fedeltà gerarchiche e a riconoscimenti di autorevolezza.
Il condizionamento culturale che le società europee ricevevano era duale: l’autorità morale della Chiesa e il
potere politico. Entrambi producevano norme e istituzioni: la giustizia di Dio e la giustizia del re. Spesso le
due leggi non coincidevano, se un’azione era giusto per il re poteva non esserlo per la Chiesa e viceversa.

35. Rappresentare.

Il sovrano non era il solo ad occupare la ribalta, era circondato dai suoi familiari, dalla corte, dai suoi
dignitari, dai suoi ufficiali. A contendergli lo spazio c’erano anche la Chiesa, la nobiltà militare e la città.
Questa rappresentazione dei ranghi non avveniva solo nelle monarchie ma anche nelle repubbliche: le
principali famiglie sedevano nel consiglio civico a nome di tutti gli altri. Essi rappresentavano la sanior
pars delle comunità, cioè la parte migliore.
Fra XIII e XIV secolo nacquero delle assemblee istituzionalizzate: il Parlamento inglese, gli Stati generali
francesi e varie Diete nel Centroeuropa. Non avevano però funzione legislativa, né l’iniziativa di governo. Il
loro era un importante ruolo istituzionale di un consenso ascoltato dal re o dall’imperatore senza poter essere
ridotto al silenzio. Erano intermittenti, convocate a piacimento del sovrano.
In Inghilterra durante la Rivoluzione Inglese di Cromwell si cominciò a ragionare in termini di
rappresentanza effettiva attraverso lo Strumento di Governo, secondo il quale il Parlamento era costituito da
deputati delle contee in numero proporzionale alla rispettiva capacità contributiva.
La Restaurazione del 1660 riportò in auge la rappresentanza virtuale. Il Parlamento acquisì il potere
legislativo e dopo la Rivoluzione Gloriosa divenne capo effettivo del paese.

36. Un patto per la stabilità psicologica.

Gli europei sentivano la necessità di convivere con l’altro, col diverso. Questa fu la loro terza grande arma di
conquista: l’arma culturale di saper integrare le diversità nel proprio ordine mentale.
Si viveva in un mondo dominato dalla paura di ciò che era nuovo e inusuale. La Chiesa era la principale
garante del sistema. Facevano paura: la natura, il buio della notte, le tempeste e i morti. Terrorizzava la peste
associata agli altri due flagelli di Dio, la guerra e la fame. Dopo la peste nera del 1348 l’insicurezza
collettiva crebbe. Vi era indifferenza verso il prossimo, bisognava stare attenti.
La morte era percepita come il momento più solenne dell’esistenza, rendeva tutti uguali. Ci si occupava
molto di più della salvezza dell’anima. La Chiesa era il maggior fattore di regolazione psicologica. L’uomo
era tenuto ad accontentarsi di sapere che le cose stavano come la Chiesa le insegnava. Però l’uomo dell’Età
moderna con la sua razionalità, attraverso la rivoluzione scientifica, ha portato al crollo di quel patto di
stabilità garantito dalla religione. Un esempio di questa battaglia tra ragione e fede è rappresentato dalle
scoperte scientifiche di Galileo Galilei, il quale scoprì che era la terra a girare intorno al sole e non viceversa
come si scriveva nella Bibbia. Egli scoprì anche i satelliti di Giove grazie al con occhiale che lui stesso
aveva perfezionato. Fu sottoposto a processo e costretto ad abiurare.

37. Si separano la politica e la società.

Prima del Settecento l’Europa non conosceva la distinzione tra Stato e società. In Età moderna l’uomo
riceveva dalla comunità un inserimento in una struttura di scambi, in un sistema gerarchico. Separandosi
dalla propria comunità avrebbe perso una protezione senza la quale sarebbe stato difficile vivere.
L’individuo non esisteva, esisteva la comunità. Un esempio di commistione tra società e politica è quello
della corporazione. Controllavano il mercato del lavoro e la produzione, amministravano la giustizia per
tutto ciò che riguardava il contenzioso sul lavoro, versavano cospicui tributi al governo, avevano loro
confraternite e festività.
Col tempo le associazioni cominciarono a perdere potere. Indebolita di poteri e privilegi la società civile
cominciò a esprimere suoi luoghi nei quali produrre cultura, lo sviluppo economico e in cui esprimere
l’opinione pubblica. Lo strumento più originale di questa nuova forma di aggregazione estranea alle
comunità tradizionali era quello dei giornali.
Si moltiplicavano i salotti in cui settimanalmente ci si riuniva per conversare e scambiarsi opinioni su temi
di attualità e vedevano la partecipazione attiva delle donne. Il borghese e l’aristocratico che leggevano gli
stessi giornali, non costituivano più una comunità in senso tradizionale, erano invece degli individui isolati
che guardavano alla politica da posizioni esterne e critiche.
La società fu vista come la sede della legittimamente egoistica azione dell’individuo, della sua aspirazione
alla felicità e all’arricchimento. La politica divenne un’attività specialistica, finalizzata al controllo dello
stato.

38. La tolleranza e la democrazia dei moderni.

Dallo spostamento dell’attività commerciale dal mediterraneo all’Atlantico e dalla conseguente espansione
delle potenze europee è scaturito il valore della Tolleranza. Dalla tolleranza settecentesca si è passati
all’inclusione degli esclusi nel sistema politico e all’ammissione di sempre nuove diversità e pluralità.
Queste regole di integrazione hanno preso poi il nome di democrazia, a partire dalla Rivoluzione Francese.
La ricerca filosofica e scientifica contribuì al cammino della tolleranza, combattuto dall’Inquisizione.

Capitolo VII: La rivoluzione e la controrivoluzione.

39. Regimi assoluti della metà del Settecento in crisi.

L'Inghilterra riscontra delle difficoltà politiche e di instabilità del paese. Nel 1760 sale al trono Giorgio III
che attua una politica assolutistica. Nel 1789 George Gordon, un deputato scozzese scatenò una rivolta
contro cattolici, stranieri e ricchi a Londra (metropoli con 800.000 abitanti e gravi problemi sociali).

Parigi con 600.000 abitanti aveva molta polizia e si sentiva, imprudentemente, al sicuro.

Nel 1772 Gustavo III di Svezia realizzò un colpo di stato eliminando la Costituzione aristocratica e due
partiti (Cappelli e Berretti). Regnò in maniera assolutistica per una trentina di anni.

La Danimarca divenne uno dei laboratori del dispotismo illuminato. Il ministro Johann Friedrich
Struensee realizzò in un solo anno riforme:

- ristrutturazione del bilancio statale;

- abolizione della tortura, della prigione per i debiti, della servitù della gleba-

Polonia: Il nuovo re Stanislao II Poniatowsky cerca di limitare il liberum veto e rafforzare il governo. Gli
oligarchi conservatori si uniscono in confederazione chiedendo l'intervento della Russia.
La Polonia fu occupata da Russia-Prussia-Austria. Inoltre la Polonia è il primo paese a dotarsi di un
Ministero della Pubblica Istruzione e ad avere una Costituzione scritta, la prima in Europa.

Olanda: Instabilità delle Province Unite. Lo Staathouder (luogotenente del principe) diventa: ereditario,
filobritannico, filoprussiano. Si scatena la Rivoluzione di Velluto detta “Giacobina”. Nasce la Repubblica
Batava.

Belgio: Giuseppe II attua riforme anticlericali che causano una rivoluzione patriottica conservatrice. Nel
1789 un piccolo esercito di patrioti belgi sconfigge gli austriaci e proclama l'indipendenza del paese.
Leopoldo II, fratello di Giuseppe II, sconfigge la rivoluzione conservatrice di Bruxelles. I belgi diventano
per opposizione filofrancesi e poi giacobini.

Francia: fu il paese dove avvenne il più clamoroso crollo del regime politico, che poi dalla rivoluzione fu
subito definito antico, cioè separato dal presente da una distanza incolmabile di tempo. Il problema più
urgente era di avere un vero e proprio bilancio dello Stato, e poi di farlo quadrare: diminuire le uscite,
aumentare le entrate, trovare ulteriori prestiti. I giudici dei parlamenti intanto non potevano fare altro di
valersi del diritto di rimostranza: rispedire al mittente i progetti di riforma fiscale, sostenendo
l’incompatibilità con le leggi del paese. Luigi XV era riuscito a tenere a bada le proteste, ad accontentare gli
uni e gli altri con misure varie: espulsione dei gesuiti, liberalizzazione del prezzo del grano. Ma sentiva
arrivare il disastro.

40. La rivoluzione francese.

Il termine “rivoluzione”, che ispirandosi al percorso orbitale degli astri, designava il ritorno a una perduta
condizione originaria anziché un mutamento, assunse nel 1789 il suo significato di radicale e violenta
trasformazione di un intero assetto politico e sociale. La Rivoluzione francese costituisce un evento capitale
della storia. Essa inferse un colpo mortale al feudalesimo, realizzando una società fondata sui principi della
libertà e dell'uguaglianza. Scoppiata in Francia ebbe ripercussioni in tutti gli Stati Europei che decisero di
stroncare una rivoluzione sovversiva che proponeva un modello politico alternativo a quello tradizionale.
Alla fine del Settecento con più di 28 milioni di abitanti, un esercito permanente tra i più forti e un
imponente apparato burocratico, la Francia occupava un posto di primo piano in Europa. Fino alla metà
degli anni settanta il paese aveva attraversato una fase di crescita.
L’ascesa al trono di Luigi XVI (1774) coincise con l’inizio di una fase di ristagno. Il continuo sforzo bellico
non aveva procurato grandi vantaggi e la guerra dei Sette anni era costata la perdita quasi totale delle colonie
americane. Le riforme fiscali incontravano la resistenza dei ceti privilegiati, le riforme economiche
sollevavano l’opposizione delle masse popolari.

Da quando gli Stati Generali non erano più stati convocati (1614) avevano assunto un importante ruolo
politico i Parlamenti (16 provinciali + quello di Parigi). Attraverso le rimostranze i Parlamenti esercitavano
un forte potere di condizionamento sulla corona, e non solo in campo fiscale.

1788-89 - una nuova violenta crisi economica rese esplosiva la situazione; il brusco aumento dei prezzi dei
cereali provocò sommosse in molte province e città.

Le cause della Rivoluzione

Cause economiche:

- Grave crisi finanziaria dovuta a deficit del bilancio a causa delle troppe guerre condotte da Luigi XIV e
della politica della corte. La riforma fiscale, come diceva Quesnay, era un’imposta diretta sulla proprietà,
una quota fissa proporzionale al reddito;
- Questa riforma fiscale crea scompiglio perché per la nobiltà voleva dire fine dei privilegi mentre per le
classi più deboli un ulteriore impoverimento;
- Aumento dei prezzi.

Cause sociali:

- La società divisa in “ordini” non garantiva a tutti gli stessi diritti:


- La nobiltà si rifiutava di pagare le tasse e voleva riacquistare il ruolo politico perso al tempo di Luigi XIV;
- I contadini si sollevavano in frequenti rivolte (Jacqueries).

Cause politiche:

Lo Stato assoluto: Ancien Regime (con tale espressione si intende un tipo di società che caratterizzò
l'Europa dal XIV al XIX sec.). Essa venne coniata dai rivoluzionari francesi con riferimento al sistema che
essi volevano abbattere, l'antico regime. Il paese non era del tutto unito. Nelle varie regioni persistevano
antiche consuetudini, leggi diverse, pesi, misure e sistemi di monetazione vari.

Cause culturali:

Il clima ideologico dell'Illuminismo con la difesa della libertà, uguaglianza e della fratellanza costituì la
base teorica della Rivoluzione Francese. I nuovi ideali rivoluzionari e borghesi si espressero anche
nell'Arte. Tra il 1780 e il 1800 si affermò il Neo-Classicismo che divenne “la vera arte della rivoluzione”.
Esso espresse “l'ideale repubblicano della borghesia progressista”, nella rievocazione del mondo greco-
romano ricco di forza morale, teso ad esaltare la dignità della persona. Espressione nel campo pittorico fu il
“Giuramento degli Orazi” di J. Louis David.

Le classi sociali in Francia alla vigilia della Rivoluzione


Alla fine del 1700, l'economia francese era ancora essenzialmente agricola. La società presentava una
struttura piramidale: Re, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, Quarto Stato.

- Il Re aveva realizzato lo Stato assoluto comprimendo il potere della nobiltà che pur conservando i
privilegi economici aveva perduto i diritti politici.
- La Nobiltà era divisa in nobiltà di toga e nobiltà di spada;
- Il Clero era diviso in: Alto clero (vescovi, abati e canonici e godeva di grandi privilegi, aveva terre e
disponeva delle decime (il decimo del raccolto) versate obbligatoriamente dai contadini. Aveva anche il
monopolio della cultura: Basso clero (parroci di campagna che vivevano miseramente)
- Terzo Stato formato da: Grande e media borghesia (mercanti, banchieri, azionisti, notai) e Piccola
borghesia (contadini, artigiani, commercianti, bottegai)
- Quarto Stato formato da braccianti, vagabondi, garzoni di bottega, disoccupati.
Dai gradi inferiori del Terzo Stato ma anche del Quarto uscirono nuove figure sociali: i Sanculotti
organizzati nelle 48 sezioni parigine. Erano di orientamento radicale e rivoluzionario. Indossavano
pantaloni lunghi a strisce, giacca corta e berretto rosso (Berretto Frigio: antico copricapo degli schiavi
affrancati dai Romani)

La Rivolta Nobiliare

Non fu la borghesia a prendere l'iniziativa della rivoluzione ma i ceti nobiliari che, approfittando della
debolezza del re Luigi XVI, decisero di riprendere il potere politico, favoriti anche da una grave crisi
finanziaria. Per risolvere la situazione economica i Ministri delle Finanze Turgot, Necker e Colonne,
proposero di imporre il pagamento delle tasse anche ai nobili e al clero che ovviamente si ribellarono e
costrinsero il re a convocare gli Stati Generali (l'assemblea che rappresentava il clero, la nobiltà e il Terzo
Stato) che non venivano convocati dal 1614 (l'ultima a convocarli fu Maria dei Medici). Gli Stati Generali
erano i soli che potevano imporre nuove tasse.

La Convocazione degli Stati Generali

Il Parlamento di Parigi vuole la convocazione degli Stati Generali (non volevano la riforma fiscale e i ceti
privilegiati avrebbero avuto la meglio poiché si votava per ceto). Il 5 Maggio 1789 Luigi XVI convocò gli
Stati Generali. La prima questione che si dovette affrontare riguardò il sistema di votazione. Avevano
diritto al voto tutti gli uomini che pagavano le tasse e avessero compiuto 25 anni e che avevano un certo
reddito. I nobili e il clero volevano che si votasse “per ordine” in quanto votando insieme avrebbero
ottenuto la maggioranza. Il Terzo Stato chiedeva invece di votare “per testa” cioè un voto a ogni singolo
deputato. Di fronte al rifiuto di votare “per testa”, il Terzo Stato, in quanto rappresentante della
maggioranza dei francesi si proclamò unico rappresentante della Nazione e si definì “Assemblea
Nazionale”. Luigi XVI reagì facendo chiudere la sala delle riunioni. Il 20 Maggio l'Assemblea si trasferì
nella Sala della Pallacorda e giurò di rimanervi fin quando non avesse dato alla Francia una Costituzione.
Di fronte a tale situazione il clero e la nobiltà accettarono di unirsi all'odiata borghesia. Gli Stati Generali
scomparvero sostituiti dall'Assemblea Nazionale Costituente.

I fase Monarchico-Costituzionale (1789-92) a prevalenza borghese

Il re non accettò la nascita dell'Assemblea Nazionale e tentò di riprendere in mano la situazione


concentrando le truppe intorno a Versailles.

Il 14 luglio 1789 il popolo parigino, esasperato da un brusco rialzo del prezzo del pane, si mise a cercare
armi per la propria difesa e circondò la grande fortezza della Bastiglia che dominava i popolari quartieri
orientali della capitale e serviva da prigione per oppositori rinchiusi senza processo. Nelle settimane seguenti
però, il sangue continuò ad essere versato e la rivolta dilagò in tutte le città; le campagne furono attraversate
dal panico e i castelli di nobili furono dati alle fiamme. Dopo tale atto a Parigi si formò:
- un consiglio municipale: la Comune, un consiglio rivoluzionario che assunse il governo della città,
sostituì i vecchi amministratori aristocratici con altri di origine borghese
- si creò una milizia cittadina, la Guardia Nazionale con a capo La Fayette, un aristocratico passato alla
Rivoluzione.
La rivoluzione si estese poi a tutta la Francia costringendo il re ad accettare il nuovo corso.

La rivoluzione contadina (Jacquerie)

La rivoluzione ben presto si propagò dalle città alle campagne dove in contadini assalirono i castelli signorili
distruggendo gli archivi nobiliari che contenevano i documenti riguardanti il loro stato civile. La rivolta
passò alla storia con il nome di “Grande paura” e si placò quando l'Assemblea Costituente proclamò il 4
agosto 1789 l'abolizione dei diritti signorili (corvée, pedaggi, decime...)

L’Assemblea costituente intanto approvò una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26
agosto 1789) secondo gli ideali illuministici.

Essa prevedeva:

- libertà politica (l’uomo vale per sé e non perché appartiene ad un ceto; il valore della proprietà privata,
concetto fisiocratico, segna la fine dell’identità cetuale);
- uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e al fisco (non più fori separati ma un unico Tribunale regio)
- sovranità della nazione;
- abolizione della schiavitù;
- divisione dei poteri.

Il concetto di fratellanza nascerà dopo, è il più illuminista - la cittadinanza è universale.

Luigi XVI rifiutò di firmare le decisioni deliberate dall’Assemblea Costituente. Ad ottobre la folla guidata
dalla Guardia nazionale costrinse con la violenza il re a trasferirsi da Versailles a Parigi.

Viola distingue tre fasi della rivoluzione francese:

- liberale (Costituzione) - 1789-92; era soprattutto dei ceti benestanti e colti che chiedevano spazio per i
talenti e la tutela per le proprietà. Ma nel breve tempo questa rivoluzione fu sconfitta.
- dei giacobini - 1792-94; era del popolo di campagna (i contadini) e di città (i sanculotti chiamati così
perché portavano le culottes: i calzoni dei ceti dirigenti chiusi sotto il ginocchio). Essi volevano terra per
tutti, odiavano sia la ricchezza che la miseria, e chiedevano il diritto di sopravvivere. Fu appoggiata dai
giacobini e da Marat.
- nazionale - 1794-99; sopravvisse alle altre due, era la rivoluzione del cittadini in armi che celebravano
“feste di federazione” in cui giuravano di appartenere alla stessa comunità e di difendere la loro identità.
L’idea era che non bastano l’uguaglianza e la libertà, senza la dedizione collettiva del popolo nel praticare e
difendere il vincolo sociale.

La rivoluzione nazionale comunque non bastò a sopravvivere alle lacerazioni prodotte dalle altre due
rivoluzioni e a tenere unito il paese, e la sostanziale unanimità dell’89 si perse nei tre anni successivi,
attraverso 3 rotture che allontanarono prima i clericali, poi i monarchici e infine i generali più moderati.

1) 1790: Alcune scelte iniziano a dividere l’Assemblea, se concedere al monarca il diritto di veto sulle leggi
votate dall’Assemblea sui provvedimenti per risolvere la situazione finanziaria con la confisca dei beni
ecclesiastici. Vennero approvate riforme come: la soppressione dei Parlamenti, la separazione dei poteri
(legislativo, esecutivo e giudiziario), la suddivisione del Paese in 83 dipartimenti, la costituzione civile del
clero - la Chiesa francese diventava autonoma dal papato; i suoi membri diventano funzionari stipendiati
dello Stato (i refrattari sono i religiosi che decidono di non prestare tale giuramento ed emigrano).
2) 1791: Luigi XVI fugge da Parigi ma la carrozza viene intercettata a Varennes e il sovrano viene
ricondotto a Parigi.
Settembre 1791 - l’Assemblea proclama la Costituzione; la Francia diventa una monarchia costituzionale:
al sovrano spetta il potere esecutivo (nomina i ministri);
il potere legislativo va ad una Camera eletta con sistema elettorale a doppio livello - gli aventi diritto al voto
passivo (maschi che pagano imposte pari a 3 giornate di lavoro) eleggono speciali elettori tra coloro che
godono del voto attivo (imposte pari al salario di 10 giornate lavorative) i quali a loro volta designano i
deputati della nuova Assemblea legislativa.

Il sovrano chiede l’aiuto delle potenze straniere per rimediare alla diminuzione del proprio potere. I nobili
emigrati tentano di coinvolgere il sovrano di Prussia, Federico Guglielmo II, in una coalizione militare per
soffocare la rivoluzione e restaurare l’antico regime.

L’Assemblea legislativa è dominata dal club dei giacobini che assumono posizioni più rigide (es.
emarginazione del duca d’Orleans e di La Fayette); ci sono gruppi di giacobini con posizioni più
repubblicane (es. quello dei cordiglieri).

3) 1792 - l’Assemblea dichiara guerra al nuovo imperatore Francesco II d’Asburgo:


gli eserciti imperiale e prussiano invadono il suolo francese; la folla di Parigi assale il palazzo reale e
costringe l’Assemblea legislativa a ordinare l’arresto di Luigi XVI con l’accusa tradimento della patria.
Viene formato un comitato esecutivo provvisorio e stabilita l’elezione a suffragio universale maschile di una
nuova assemblea costituente chiamata Convenzione, che doveva dare una nuova Costituzione repubblicana.
I nuovi rivoluzionari non sono più nobili ma esercitano professioni liberali, il leader dei giacobini,
Robespierre, è un avvocato. Il nuovo gruppo dirigente riorganizza l’esercito, confisca i beni degli emigrati,
si istituiscono tribunali straordinari per processare coloro che tramano contro la rivoluzione.

22 settembre 1792 - la Convenzione proclama la prima repubblica francese.


21 gennaio 1793- Luigi XVI viene condannato a morte dopo essere stato processato.

1793 - la Convenzione approva la Costituzione detta dell’anno I che però non entra in vigore.

Il terrore

Le forze della coalizione antifrancese invadono il Paese. Il Comitato di Salute pubblica, presieduto da
Robespierre, assume il potere e decide l’eliminazione di tutti gli avversari politici (fase del Terrore). La
dittatura del gruppo dirigente della Convenzione diventò spietata: gli oppositori finivano davanti al tribunale
rivoluzionario; preti, nobili, generali furono sconfitti. I nemici dei giacobini furono decapitati. Il
Cristianesimo fu abolito e il calendario riformato: ora il tempo si contava dal settembre 1792, fondazione
della repubblica, con cui i nomi dei 12 mesi alludevano alle stagioni o alla vita agricola. La situazione
economica viene arginata con misure di controllo della produzione. La Convenzione organizza un colpo di
Stato: viene arrestato Robespierre, il Comitato viene sciolto, abrogate le leggi dei tribunali rivoluzionari. Il
9 termidoro dell’anno II (luglio 1794) Robespierre fu messo in minoranza dalla Convenzione e fu
ghigliottinato.

22 agosto 1795 - la Convenzione vara la Costituzione (dell’anno III) che ha norme che limitano la libertà
di stampa; voto per ceto; Parlamento bicamerale (Consiglio dei 500 che formula le leggi e Consiglio degli
anziani che approva o respinge, 2/3 dei membri devono essere eletti tra i membri della Convenzione). Il
potere esecutivo è assegnato a un Direttorio composto da 5 membri (formato da repubblicani).
La rivoluzione francese ha mostrato un altro modo di vivere. Importante è il ruolo della massoneria, setta e
nuovo modo di percepire la realtà, di organizzare le reti di informazione (in Italia la carboneria penetrerà
nell’esercito).

41. Napoleone Bonaparte.

Nei primi del 1795 si conclusero le paci con:


Prussia - riconobbe l’occupazione sinistra della riva sinistra del Reno;
Province Unite - trasformate in repubblica Batava;
Spagna - che cedette la parte orientale di Santo Domingo.

1795 - il governo mandò l’esercito a sparare su un corteo di guardie nazionali, il generale a cui fu affidato il
compito fu Bonaparte, che fece una strage di monarchici. Un anno dopo ebbe il comando di un esercito sul
terreno operativo della guerra contro la coalizione: l’armata d’Italia. Ebbe allora l’occasione di dar prova
del suo enorme talento militare, organizzativo e politico. Entrò nella penisola dalla costa ligure, sfidando la
flotta inglese, passò dagli Appennini, prese Torino, poi Milano, trasformò un esercito giù di morale in una
macchina da guerra perfetta e sbaragliò gli austriaci. Praticamente tutta l’Italia cadeva sotto il dominio
francese con 3 repubbliche sorelle: cisalpina, romana e partenopea, in cambio di Venezia che perdeva la sua
millenaria libertà e veniva ceduta all’Austria.

Crolla il potere dello Stato pontificio e nasce la repubblica romana. I francesi occupano il Regno di Napoli
e nasce la repubblica partenopea.

1798- Spedizione militare in Egitto: guidata da Napoleone e decisa dal Direttorio per contrastare i
commerci britannici con l’India e l’Estremo Oriente. Egli attraversò il Mediterraneo con una flotta che
sfuggì al controllo inglese e conquistò il paese e intraprese la sua modernizzazione. Sconfitta degli egiziani
nella battaglia delle Piramidi (1798), ma la flotta francese viene annientata da quella inglese (che era
guidata da Nelson). Napoleone decide quindi di tornare in patria.
I monarchici vincono le elezioni nel 1797 ma il Direttorio con un colpo di Stato annulla i risultati delle
elezioni. Nell’aprile del 1798 sono i giacobini a vincere le elezioni, annullate sempre dal Direttorio.
1799 - l’abate Seyes e Napoleone attuano un colpo di Stato militare: viene sciolto il Direttorio; Bonaparte,
Seyes e Ducos si autoproclamano consoli e assumono il potere. Napoleone fu primo console.
1799 - Costituzione dell’anno VIII;
Si forma una seconda coalizione antifrancese: Gran Bretagna, Russia, Impero, Prussia, Svezia, Regno di
Napoli.
In Italia vengono abbattute le repubbliche, Napoleone varca le Alpi e ottiene alcuni successi.
1801- pace con l’Impero a Luneville e nel 1802 pace di Amiens con la Gran Bretagna.
1801 - concordato con la Santa Sede: il papato riconosce la repubblica francese ma vuole il controllo sulla
Chiesa francese, Napoleone emana così gli “articoli organici” che limitano gli effetti del concordato e
dispongono l’uguaglianza dei culti in Francia.
1802 - Napoleone si fa proclamare primo console a vita.
1804 - Costituzione dell’anno XII - trasforma la carica di console a imperatore (ereditaria) dei francesi. Si
fece incoronare direttamente dal papa.
La Francia passava da repubblica ad impero.
Nuovi titoli nobiliari assegnati a militari e funzionari fedeli all’imperatore. Riordina finanze pubbliche con
la coniazione del franco d’argento e del sistema giudiziario; promulga il codice civile (libertà individuale e
uguaglianza dei cittadini). La donna veniva di nuovo in parte subordinata all’uomo, il dipendente al datore di
lavoro. Ma i figli maschi e femmine, erano tutti uguali in rapporto all’eredità. Nuovo apparato di polizia che
tutela l’ordine pubblico.
Per i francesi Napoleone rappresenta la fine dei contrasti. In ogni dipartimento ci sono prefetti che
controllano gli aspetti della vita collettiva. Da un lato migliorano le condizioni sanitarie, amministrative,
l’istruzione, dall’altro la società è sottomessa (stretti vincoli dell’attività individuale). Formazione di
personale addestrato a lavorare nelle strutture pubbliche, retribuito con salario (rappresentare e servire lo
Stato).

Monarchia amministrativa: nasce la concezione di una monarchia incentrata sull’amministrazione


pubblica. I burocrati ne sono i protagonisti, creano modelli di gestione della cosa pubblica. Talento e non
privilegio: chi ha talento può aspirare a una carriera al servizio dello Stato.

La Gran Bretagna riprende la guerra contro la Francia, si forma una terza coalizione antifrancese (impero
austriaco, Russia, Svezia e Regno di Napoli). La flotta britannica con Nelson, sconfigge quella francese
nelle acque di Trafalgar, ma la Francia sconfigge l’esercito austro-russo ad Austerliz.

La Prussia anima una quarta coalizione antifrancese, ma Napoleone la sconfigge e la dimezza creando di
regno di Westfalia e il granducato di Varsavia. Nel 1806 decreta in Francia e nei paesi satelliti il “blocco
continentale” con cui vieta i traffici con la Gran Bretagna (vuole distruggere i suoi commerci perché sa di
non poterla sconfiggere a causa della sua superiorità navale). Far rispettare il blocco significava controllare
tutti i porti, tutti gli uffici, tutte le banche, tutti i funzionari, sottomettere tutti i paesi europei.

1807- il blocco viene esteso alle altre potenze europee ma il contrabbando britannico assume enormi
proporzioni e l’economia francese non riesce a sostituire la produzione britannica.

1809 - Quinta coalizione antifrancese - l’esercito austriaco viene sconfitto dai francesi che occupano
Vienna.
1810 - Napoleone sposa Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore; l’anno seguente nasce Napoleone
Francesco, re di Roma. Germania e Spagna sono contro l’egemonia francese, si attuano così guerriglie per
sabotare le truppe di occupazione.
La Russia, alleata della Francia, decide di porre fine al blocco e riprende i commerci con la Gran Bretagna,
Napoleone invade la Russia nel 1812, occupa Mosca che è stata abbandonata e incendiata dai russi.
Quest’ultimi applicavano la strategia della terra bruciata che costringe Napoleone a ritirarsi. L’armata
francese al suo ritorno conta molte perdite di uomini a causa del gelo, delle epidemie e della fame.
1813 - Sesta coalizione antifrancese. In Spagna ritornano sul trono i Borbone. Napoleone viene battuto a
Lipsia (battaglia delle nazioni) dalle forze alleate che occupano Parigi (1814). Napoleone è costretto ad
abdicare, viene così restaurata la monarchia dei Borbone con a capo il fratello di Luigi XVI che diventa
Luigi XVIII.
Trattato di Parigi (1814) - i territori assoggettati dalla Francia tornano alle precedenti dinastie. Napoleone
viene esiliato sull’isola d’Elba, assegnatagli come possedimento. Luigi XVIII vuole ripristinare l’antico
regime: la perdita dell’egemonia francese e l’affermazione della potenza commerciale inglese provocano
una nuova crisi economica. Napoleone sbarca in Francia nel 1815 ed entra a Parigi (accolto con entusiasmo
dal popolo e dall’esercito) - governo del 100 giorni. Luigi XVIII è costretto a fuggire; Si forma la settima
coalizione antifrancese, che sconfigge Napoleone nella battaglia di Waterloo, in Belgio (1815). Luigi
XVIII rientra a Parigi e Napoleone viene esiliato nell’isola di Sant’Elena, possedimento britannico
sperduto nell’Oceano Atlantico, dove morirà il 5 maggio 1821.

Napoleone fu l’eroe del nazionalismo rivoluzionario imperialista, il realizzatore del grande impero che nel
1811, all’apice del successo, avrebbe annesso alla Francia Belgio, Germania del nord, Piemonte, Toscana,
Croazia, e dominato in gran parte dell’Europa. Era il generale che portava con le armi libertà e uguaglianza,
e allo stesso tempo garantiva ordine e gerarchia. Fu poi anche il modello, pienamente romantico, dell’uomo
artefice della propria grandezza, il quale partito dal nulla conquista il mondo.

42. La restaurazione e i nazionalismi liberali.


Le potenze vincitrici si erano riunite in Congresso a Vienna, con l’intenzione di riportare l’Europa alla
condizione di prima della rivoluzione. Fecero valere il principio della legittimità, per il quale ogni popolo
tornava al suo stato precedente. Con due eccezioni: la serenissima repubblica di Venezia che non veniva
ripristinata, rimanendo degli austriaci e nemmeno il Sacro Romano Impero.

Nasceva invece una debole Confederazione germanica presieduta in tandem da Austria e Prussia. Non
veniva ricostituita la Polonia che passava alla Russia. Il Belgio non veniva restituito agli austriaci, perché ci
fosse un paese forte ai confini francesi. Per la stessa ragione la piccola superba Genova passava al Regno di
Sardegna.

L’ideologia della legittimità faceva riferimento ad un principio: il potere ordinato da Dio, che la Provvidenza
vuole per il benessere dei popoli. I polacchi erano stati spartiti tra Austria, Prussia, e Russia.
Ora si diceva ancora che i popoli dovevano obbedire al sovrano perché ordinato da Dio. Il settecento
illuminista era riuscito a fare poche riforme sul riordino della fiscalità e della giustizia.

Russia, Austria e Prussia si fecero paladine della legittimità divina con riferimento alla loro natura
religiosa di tre grandi monarchie assolute cristiane: ortodossa, cattolica e protestante. Diedero vita alla Santa
alleanza (in nome della santissima e invisibile trinità): un grande schieramento difensivo contro le
perniciose idee rivoluzionarie. La novità era che questo schieramento si arrogava un diritto di ingerenza
negli affari interni dei paesi europei: costituì una prima organizzazione internazionale, con congressi
periodici, in grado di ordinare l’intervento armato a salvaguardia dell’ordine e della pace.

L’altro principio che governava le relazioni internazionali era infatti l’equilibrio. C’erano state 5 grandi
potenze nel ‘700: la Francia, l’Inghilterra, l’Austria, la Prussia e la Russia e dovevano ritornare ad essere le
stesse 5 dimenticando tutto ciò che era successo.
La Francia fu restituita al suo legittimo sovrano che non aveva colpa della rivoluzione.
L’Italia era tornata sotto l’influenza austriaca ed era divisa in 7 stati: Ducati di Parma e Modena, il
Lombardo-Veneto, la Toscana, lo Stato pontificio, i Regni di Sardegna e delle Due Sicilie.

Nel frattempo la lucidità politica degli europei sarebbe stata offuscata da grandi novità sociali e ideali: il
nazionalismo soprattutto. Il nazionalismo però era il convitato assente dal Congresso di Vienna e la sua
sottovalutazione fu il grande errore dei ministri riuniti a Vienna.
La Rivoluzione francese aveva dato un nuovo significato, passionale, coinvolgente, identitario ai termini di
nazione e patria. Aveva definito la nazione come popolo che giura di combattere per la propria libertà. Le
potenze avevano fatto leva su questo inaspettato alleato, per sconfiggere Napoleone. Ora le potenze
vincitrici chiedevano ai popoli di dimenticare tutto ciò, di sottomettersi ai legittimi sovrani senza discutere.
Ma un’intera generazione era cresciuta in tutt’altra cultura politica, militare, amministrativa: della
partecipazione, del riconoscimento del valore individuale, delle carriere indipendenti dalla nascita oltre che
di passione patriottica. Fra i giovani senza un futuro, soprattutto studenti e militari, le rivendicazioni liberali
si radicarono. Fra queste organizzazioni segrete spiccava la massoneria: una sorta di congregazione per una
religione laica della virtù e delle libertà. In Italia si diffuse la carboneria.
Questo movimento, che chiedeva libertà ed indipendenza per i popoli, diventò progressivamente un
sentimento condiviso, per il quale combattere e morire, negli anni in cui la Spagna era occupata dai francesi,
i viceregni d’America si erano separati di fatto dalla madrepatria e si erano messi sotto tutela britannica. In
un quindicennio di guerre si riuscì a far nascere gli Stati dell’America latina indipendenti dalla Spagna. Non
si riuscì però a creare sistemi politici stabili e in pace.

43. La I Rivoluzione Industriale.

In Inghilterra, la politica degli interessi era rinvigorita da un preciso confronto sociale: industriali contro
agrari. Questi punti di vista contrapposti trovavano un sistema politico già strutturato in due parti: i whigs,
liberali d’ora in poi, pronti a rappresentare gli industriali, e i tories, conservatori, attaccati agli interessi
terrieri.
I whigs volevano abbandonare la tradizionale legislazione che teneva alti i prezzi del grano, e obbligava le
parrocchie ad aiutare i poveri, affinché questi fossero immessi senza protezione sul mercato del lavoro;
chiedevano di estendere i diritti politici, modernizzare la pubblica amministrazione e in generale il sistema
di governo cancellando tra l’altro i borghi putridi per favorire un ricambio di classe dirigente. Inoltre
volevano una politica estera imperiale che aiutasse il paese a crescere.

I tories volevano che non si cambiasse nulla in politica interna e uno splendido isolamento in politica estera.
Inoltre il grano caro, ben remunerato alla produzione, i poveri sottomessi e protetti, i maleducati nuovi ricchi
imprenditori tenuti al loro posto e costretti a pagare le tasse.

La Rivoluzione Industriale è legata all’identità dell’Inghilterra (tutti gli Stati hanno dei miti fondativi).
Nel corso del Settecento in diverse parti dell’Inghilterra, e anche in altri Paesi europei, si assiste a una
diversificazione del lavoro e delle produzioni a causa dell’introduzione delle macchine. Fondamentali
furono le fonti di energia, all’inizio umane (le grandi ruote girate dagli uomini) e poi acqua, vento (mulini)
ma quello che trasformerà tutto sarà la macchina a vapore inventata da James Watt a partire dal 1763:
efficace, sempre continua, fornisce l’energia necessaria per l’applicazione delle nuove scoperte. In
Inghilterra c’era il carbon coke, che brucia a lungo e ha più calorie. In Olanda invece si usava la torba
(carbone vegetale). La macchina a vapore aveva grandi dimensioni; si crea l’organizzazione in fabbrica e ciò
sconvolge il mondo del lavoro. Da artigiani diventano operai, un lavoro meccanico e non più creativo. Sono
i vecchi artigiani a fare resistenza perché vogliono difendere la loro professionalità. La fasce lavorative più
disponibili sono quelle formate da donne e bambini (avranno salario più basso), prima di allora non avevano
un’identità lavorativa.

Rivoluzione delle manifatture: il cotone diventa il prodotto più economico ed utilizzato, proviene
dall’India, che aveva una grande industria di cotonine, diventate molto richieste in Europa. L’Inghilterra
vieta all’India di produrre manufatti, le materie prime dovevano essere spedite alla madrepatria. La
macchina a vapore alimenta le pompe per alimentare le miniere. Molti non vogliono usare il termine
rivoluzione perché è un processo lento, non spazza via gli altri modi di produrre manufatti ma queste
convivevano con la fabbrica. Le zone in cui era più presente il putting-out sono state quelle in cui ha preso
piede la manifattura industriale (Liverpool, Manchester, tutta la periferia londinese). Si creano serie
questioni di ordine pubblico e anche familiare, si sconvolge tutto (a lavorare sono le donne e spesso gli
uomini sono disoccupati). La forma iniziale di lotta operaia prese il nome di luddismo, da un presunto Ned
Ludd: la distruzione collettiva di macchine nel 1822 provocò un’ondata di saccheggi duramente repressi.
Solo più tardi cominciarono a nascere i primi sindacati, le trade unions, unioni di mestieri, che gestirono le
prime lotte per il salario. Molto più tardi, verso la fine del XIX sec, avrebbero saputo conquistare il sostegno
di una parte dell’opinione pubblica e far nascere il socialismo britannico chiamato laburismo.

L’altra grande novità industriale, oltre al cotone, era la coppia carbone-acciaio. L’Inghilterra aveva la
fortuna di avere molto carbone e le miniere si moltiplicarono. Improvvisamente ci fu tanto ferro da colare in
stampi: 600 mila tonnellate all’anno con cui costruire le macchine delle fabbriche, le macchine a vapore che
furono poi montate su ruote e poste su binari anch’essi di ferro, e diventarono locomotive e perfino sulle
navi.

C’erano stati grandi progressi nelle rotazioni agricole. Quello che è stato considerato il principale
prerequisito della rivoluzione industriale è stata una specie di rivoluzione agronomica che aveva preceduto e
reso possibile il decollo. Invece della solita alternanza di cerealicoltura e maggese, si erano inserite nella
rotazione agraria le coltivazioni di foraggi che non impoverivano la terra e fornivano però cibo alle bestie,
quindi letame all’agricoltura. I proprietari si erano scambiati informazioni preziose sulle nuove tecniche di
rotazione, attraverso le accademie di agricoltura e le riviste specializzate che si diffondevano in tutto il
paese. Cosi la terra produceva molto di più, nutriva molta più popolazione urbana e tutti i limiti naturali
dell’incremento demografico erano stati travolti. Senza questa nuova e enorme disponibilità di forza lavoro
nessun decollo industriale sarebbe stato possibile.

Gli storici usano il termine “Rivoluzione” per indicare i profondi mutamenti che tale fenomeno produsse
nelle strutture economiche e sociali. In ambito economico: l'industria sostituisce l'agricoltura e si crea il
“sistema di Fabbrica”. In campo sociale: si creano 2 classi contrapposte: capitalisti e proletari. Si passa
così da una società divisa in “ordini” o “ceti” ad una società di “classi”, cioè ad una società in cui gruppi
sociali si distinguono non per la loro posizione giuridica (Nobili, clero...) ma per la loro posizione
economica e produttiva. Per comprendere perché tale fenomeno si verificò in Inghilterra bisogna tener
conto di una serie di fattori.

Premesse

- Etica protestante (Calvinista);


- Sviluppo di una forte e intraprendente borghesia;
- Sistema politico liberale affermatosi con la “Gloriosa Rivoluzione” del 1688 che aveva posto fine
all'assolutismo con la creazione di una Monarchia Costituzionale;
- Rivoluzione agricola: la chiusura (enclosures) degli Open Fields (campi aperti) aveva determinato la fine
dell'agricoltura feudale e la nascita dell'azienda agraria capitalista, gestita da imprenditori che
impiegavano operai salariati, avevano introdotto nuove colture, mezzi meccanici per accelerare il lavoro,
uso di fertilizzanti chimici e l'allevamento intensivo delle pecore e dei montoni;
- Risorse minerarie come il Carbon Coke (carbone fossile) prodotto dalla spontanea decomposizione dei
vegetali accumulati negli strati inferiori della superficie terrestre.;
- Aumento demografico: maggiore natalità e minore mortalità.

Contributi alla trasformazione

- Espansione coloniale e uso di materie prime;


- Sviluppo di industrie tessili, manifatturiere e siderurgiche;
- Sviluppo di trasporti e di una rete di canali artificiali navigabili. La prima ferrovia fu la Liverpool-
Manchester. In Italia fu la Napoli-Portici;
- Sostituzione del lavoro umano con le macchine;
- Nuove scoperte scientifiche e tecnologiche come la locomotiva a vapore;
- Nuovi telai meccanici che sostituivano quelli a mano come la spoletta volante;
- Passaggio dal Domestic System al Factory System (sistema di fabbrica);
- Divisione del lavoro;
- Libero scambio.

Conseguenze

Positive:

- Diffusione dell'istruzione;
- Aumento della produttività;
- Stimoli agli investimenti. Capitale finanziario (contributo dello Stato che incentiva l'industrializzazione);
- Ruolo delle banche;
Negative

- Sfruttamento coloniale;
- Sfruttamento delle donne e dei bambini ;
- Crisi cicliche di sovrapproduzione determinate dalla sovrabbondanza di merci che non venivano assorbite
dal mercato con conseguente disoccupazione degli operai;
- Assenza di leggi in difesa dei lavoratori. In seguito verranno approvate nel 1831 legge sui minori di 7
anni e nel 1847 la riduzione della giornata lavorativa a 10 ore;
- Diffusione dell'alcolismo, prostituzione e malcostume;
- Divario tra centro e periferie (Slums) cittadine;
- Insediamenti industriali;
- Divisione del lavoro;
- Alienazione.

44. I liberali e i democratici. Il ‘48.

Francia

La rivoluzione era stata rimossa.


La restaurazione oltre a non restituire la libertà, aveva fatto tornare la nascita e la proprietà terriera come
unico criterio di distinzione sociale e politica, e come unica possibilità di affermazione personale, a scapito
del valore individuale.
Della rivoluzione così non restava più altro che un generale rafforzamento dell’amministrazione, la
soppressione dei diritti feudali e la redistribuzione della proprietà terriera provocata dalla vendita dei beni
nazionali. Nulla dei valori ideali, della dichiarazione dei diritti, della libertà politica, della costituzione, della
mobilitazione nazionale, e della fraternità democratica.
Fra i giovani che l’avevano vissuta ne rinacque il primo mito liberale: rifare l’89, senza il ’93; la libertà
senza giacobinismo e terrore.
L’idea liberale era che lo Stato debba governare il meno possibile e lasciare la società civile, che non tutti
hanno la capacità di esprimere la propria personalità e sovranità, ma solo chi ha un minimo di mezzi
materiali e culturali per non dipendere da nessuno, e che i poveri dovrebbero accedere alla cittadinanza solo
con il lavoro e l’istruzione, quindi monarchia costituzionale e suffragio censitario.
L’idea democratica era l’universalità naturale e immediata della cittadinanza. E la necessità di strumenti
che portino tutti a partecipare ed esprimere la propria idea di sovranità. Quindi la repubblica ed il suffragio
universale maschile.
Erano due idee contrastanti:
▪ la prima a vantaggio dei ceti colti e abbienti (per i giovani liberali, l’idea liberale era l’unica per non
ricadere nell’orrore);
▪ la seconda inclusiva di tutto il popolo.
Per altri 50 anni però il sogno rivoluzionario liberale in Francia non fu possibile e ogni volta che si giocò la
carta della libertà si rischiò il terrore: nel 1830, nel ’48 e nel ’71.

Nel 1830 il re Carlo X tentò il colpo di forza, sopprimendo la libertà di stampa e chiudendo ancora
l’elettorato. La gioventù liberale reagì con l’insurrezione, che in tre sanguinose “gloriose” giornate di
luglio costrinse Carlo X all’abdicazione. Salì al trono Luigi Filippo di Orlèans, cugino del re, e proprio
contro il suo regno, nel ’48, ripartì da Parigi la rivoluzione democratica.

Belgio

Paese ricco e borghese, furono ottenuti brillanti successi, internazionalmente riconosciuti. Gli olandesi si
ritirarono ed una nuova casa regnante tedesca fu istituita sulla base di una costituzione fondata su un
parlamento bicamerale.

Polonia

La rivoluzione fu repressa dalle truppe russe. Molti polacchi emigrarono a Parigi e diedero vita ad uno dei
movimenti liberali e romantici culturalmente più vitali d’Europa.

Italia
Non si mosse quasi nulla, intanto emerse la personalità più interessante del pensiero democratico
ottocentesco europeo: Giuseppe Mazzini .

Per lui la libertà solo per i ricchi era solo una bestemmia, e dall’altra parte la democrazia non poteva
fondarsi sulla sovranità degli individui, i cittadini isolati uno per uno. I soggetti della rivoluzione
democratica e repubblicana dovevano essere invece i popoli, concrete incarnazioni di Dio. La Rivoluzione
francese aveva fallito proprio per questo: perché fondata su cittadini teoricamente liberi, teoricamente uguali
ma poco fratelli. Egli sognava una rivoluzione europea di popoli fratelli.
Nel 1831 fondò la Giovine Italia che avrebbe dovuto superare le chiusure cospirative dei carbonari
coinvolgendo più a fondo l’opinione pubblica patriottica.
Tre anni dopo diede vita alla Giovine Europa con patrioti polacchi e tedeschi.
L’impatto pratico del mazzinianesimo fu modesto (nessuna azione vittoriosa, nessuna insurrezione riuscita).

Intorno all’ideologo italiano cresceva un forte consenso di opinione pubblica.


Durante la Rivoluzione del ‘48 Mazzini e Garibaldi ebbero un ruolo grandissimo, riuscendo a imprimere a
tutti gli avvenimenti italiani un carattere molto democratico e liberale. I liberali in Italia pensavano ad una
federazione degli Stati della penisola, anziché a uno stato unitario, e confidavano o sul papa Pio IX o sul re
di Sardegna Carlo Alberto. L’uno o l’altro avrebbero potuto guidare una confederazione italiana, come
capo spirituale o come paese leader.

Tuttavia né il papa né il re di Sardegna avevano l’intenzione di mettersi alla testa di una rivoluzione italiana
che fra l’altro non aveva la forza militare necessaria ad affrontare l’Austria.
Milano insorse in marzo e si liberò dall’Austria, chiedendo aiuto al regno di Sardegna.
Poi la rivoluzione si estese a tutti i paesi italiani e assunse un carattere democratico, tendente a coinvolgere
subito tutti i cittadini.
Mazzini fu al governo della democratica Repubblica romana, che aveva scacciato il papa. Garibaldi
combatté alla testa di una colonna di volontari nella breve guerra combattuta fra Regno di Sardegna e
Impero Austriaco, ricordata come la prima guerra di indipendenza del risorgimento italiano.

Europa

La rivoluzione europea scoppiò a Parigi alla fine di febbraio. Il re Filippo fu rovesciato e istituita la
repubblica, la seconda dopo quella del 1792, una repubblica democratica a suffragio universale maschile.
Fra i ministri repubblicani c’era il socialista Louis Blanc, che volle la creazione degli atelier nazionali,
grandi cantieri di lavoro socialmente utile, pagati dallo Stato, per dare lavoro ai disoccupati. Già nel giugno
gli atelier furono sciolti. Da allora la repubblica diventò sempre più conservatrice.

Nel dicembre le elezioni furono vinte da Luigi Napoleone Bonaparte, figlio del fratello dell’Imperatore,
che capeggiava una reazione antirivoluzionaria cattolica e contadina in nome della difesa della proprietà. Per
tre anni in principe cominciò a lavorare contro la repubblica, stabilendo un rapporto diretto col popolo,
finché il colpo di stato del 1851 aprì la strada al potere personale: al Secondo Impero di Napoleone III.

La rivoluzione del ’48 finiva però in un fallimento, in Francia già in dicembre, in Germania e in Italia nella
primavera successiva.

45. Le nazioni italiana, francese e tedesca.

Italia

L’unica città ad essere cambiata in Italia era Torino. La costituzione, lo Statuto Albertino, era stata
confermata dal nuovo re Vittorio Emanuele II. C’era libertà di stampa, e la polizia lasciava abbastanza in
pace i democratici. Gli esuli di tutta Italia trovavano rifugio e riorganizzavano la loro azione politica.
Garibaldi, Giuseppe la Farina e Daniele Manin intanto fondarono nel 1857 la Società nazionale: un
partito di ex mazziniani pronto ad accettare la leadership sabauda pur di realizzare l’unità del paese.
Dalla rivoluzione del ’48, la repubblica democratica era uscita sconfitta, mentre la monarchia, riusciva a
garantire l’ordine.

Nella Francia di Napoleone III si era dimostrata una cosa in più, che il suffragio universale favoriva il
potere delle classi dirigenti più conservatrici. Gli ex mazziniani della Società nazionali si preparavano
dunque ad accettare la leadership del re di Sardegna. Lo slogan con cui Garibaldi avrebbe conquistato il
Regno delle Due Sicilie sarebbe stato: “Italia e Vittorio Emanuele”.

Anche Francesco Crispi, uno dei massimi dirigenti del mazzinianesimo siciliano, si rendeva conto della
necessità tattica dell’adesione al programma monarchico. E si sarebbe preparato a diventare il leader della
sinistra parlamentare, nonché il primo non settentrionale, presidente del consiglio dell’Italia unita.
Alla testa del governo piemontese salì poi Camillo Benso di Cavour.

Il regno di Sardegna entrò in guerra contro la Russia. A seguito di tale impegno bellico, Cavour strinse con
Napoleone III gli accordi di Plombieres che imponevano alla Francia di intervenire in caso di guerra con
l’Austria, in cambio della cessione della Savoia e di Nizza, patria di Garibaldi.

La guerra contro l’Austria fu provocata da Cavour nel 1859: la seconda guerra di indipendenza, con
la quale il Regno di Sardegna si proponeva di annettersi l’intera Italia settentrionale.
L’offensiva franco-piemontese conquistò la Lombardia, e rilanciò la rivoluzione nazionale e democratica in
tutto il paese.
Per questo Napoleone III però si affrettò ad uscire dall’alleanza piemontese e l’offensiva franco-piemontese
si fermò prima di aver liberato il Veneto. Per i patrioti italiani fu un nuovo tradimento francese. Napoleone
aveva fatto come lo zio, aveva promesso la libertà dell’Italia e poi si era accordato con gli austriaci.

Ora però c’è in Italia una monarchia capace di unificare tutti il paese, un re, Vittorio Emanuele II.
Garibaldi e Crispi organizzarono una spedizione per la quale avevano reclutato un migliaio di volontari,
che si imbarcarono da Genova e arrivarono a Marsala nel maggio 1860. Il re e Cavour sapevano. Il re
segretamente approvava, perché voleva essere il capo della rivoluzione nazionale. Cercava un rapporto
diretto con quello che considerava il suo popolo.
Il ministro invece non approvava affatto, ma si preparava a cercare di estromettere i democratici garibaldini
dalla rivoluzione nazionale delle due Sicilie, se per caso avessero vinto.
I mille si incontrarono con le truppe borboniche, e appoggiati dagli insorti siciliani investirono e liberarono
Palermo, poi tutta la Sicilia, poi passarono nel mezzogiorno continentale e arrivarono a liberare Napoli.
Occuparono inoltre le Marche e l’Umbria sottraendole allo stato pontificio. Garibaldi si incontrò con
Vittorio Emanuele a Teano, per cedergli il regno delle due Sicilie appena conquistato.
Il sud aveva un livello economico e industriale più arretrato e si aspettava dall’unità italiana sviluppo e
progresso.
Era un serbatoio politico garibaldino e mal sopportava il dominio politico del Nord liberale moderato. C’era
soprattutto una grande distanza sociale tra le classi dirigenti agrarie e le plebi che in Sicilia avevano fatto la
rivoluzione e nel Mezzogiorno continentale non l’avevano contrastata, ma ne erano rimaste completamente
fuori.
Un’insurrezione scoppiò in Calabria, Basilicata e Campania, che in maniera molto riduttiva fu chiamata
brigantaggio, ma che tenne impegnato per anni l’esercito italiano, tra atrocità di ogni genere.
Alla fine l’insurrezione delle campagne meridionali fu sconfitta, ma per molti decenni le diverse Italie non si
fusero in una nazione unitaria, e il sistema politico liberale si allargò progressivamente fino ad arrivare ad
una cinquantina di anni al suffragio universale maschile, senza riuscire però a risolvere ed armonizzare i
contrasti geografici e sociali.
Il Veneto fu conquistato nel 1866 con la terza guerra di indipendenza e Roma invece nel 1870.

In generale il maggior problema nell’Europa del secondo ottocento fu la costruzione delle nazioni: la
trasformazione dei contadini dei diversi stati italiani o tedeschi, delle diverse regioni francesi in leali
cittadini di quei paesi. Non fu però un processo semplice e rapido. Comportò le diffusione delle lingue
nazionali, dell’istruzione elementare, delle festività nazionali, del servizio militare obbligatorio, si diffuse il
concetto di appartenenza ad un popolo legato da vincoli di sangue a una terra definita come sacro suolo della
nazione, a una comunità individuata da una memoria comune, da una storia, da una catena di eventi che si
conveniva di ricordare, da altri che ci si accordava per dimenticare.
Questi processi di Nation building coinvolsero la maggior parte dei paesi europei e gli Stati uniti, con la
diffusione del culti della bandiera e degli inni nazionali.

Stati tedeschi

Negli stati tedeschi questo processo di costruzione della nazione fu indotto a partire dalla battaglia “dei
popoli” di Lipsia, con la diffusione di associazioni popolari per la ginnastica e lo sport, l’istituzione di feste
patriottiche, l’erezione di monumenti che ricordavano la storia nazionale.
La costruzione dello stato unitario tedesco partiva dall’alto, senza una mobilitazione dei ceti popolari.

Il nuovo cancelliere prussiano, cioè primo ministro, era Otto von Bismarck, che nel 1866 si alleò con
l’Italia contro gli austriaci per espellerla dal teatro politico tedesco. Il conflitto che per l’esercito e la flotta
italiana fu disastroso, ma al regno di Italia regalò il Veneto, per i prussiani fu rapido e vittorioso, e a nord del
fiume Meno l’Austria perse ogni influenza politica.

Quattro anni dopo Bismarck creò l’occasione di guerra contro la Francia di Napoleone III, che fu
annientata con la rapidissima battaglia di Sedan. Napoleone abdicò e la Francia diventò di nuovo
repubblica, la terza. Nella Reggia Versailles occupata, il re di Prussia ricevette la corona di imperatore
tedesco. Il nazionalismo germanico otteneva il suo coronamento; finalmente l’unificazione politica: un solo
stato per un solo popolo.
Il nuovo impero toglieva alla Francia l’Alsazia e la Lorena le due province storicamente tedesche che la
Francia aveva conquistato con Luigi XV e XVI.
Il nuovo impero germanico si avviò a diventare la principale potenza europea.
Si scontrò con la Chiesa cattolica in un grande confronto giurisdizionale, politico e ideologico che prese il
nome di Kulturkampf: una battaglia per la cultura che aveva lo scopo di rafforzare politicamente ed
idealmente l’identità tedesca. Sperimentò un sistema politico oligarchico, ma anche aperto all’innovazione
economica, sociale e al confronto.

Francia

Era invece umiliata la potenza francese che aveva cercato la grandezza imperiale sotto Napoleone III. Si
compì allora la più grande tragedia della storia recente della Francia. L’epilogo sanguinoso della
rivoluzione. Nel marzo 1871 la Guardia nazionale di Parigi istituì un comitato centrale eletto: la Comune,
che decise di non ubbidire più al governo ora diretto da Thiers, sospettato di voler ripristinare la monarchia.
Si rifiutò di consegnare le armi e i cannoni e si preparò a resistere all’assedio dell’esercito francese. I
comunardi combatterono per strada lasciando sul terreno almeno 20 mila morti, fra cui donne e bambini.
Malgrado tutto, nella terza repubblica prevalsero le forze liberali e costituzionali, e lentamente il
nazionalismo francese prese la veste del radicalismo.
I nazionalismi prendevano un aspetto aggressivo e perfino razzista, come se ogni popolo rivendicasse un
principio di superiorità rispetto agli altri, un diritto aggressivo a competere per lo spazio vitale.

Capitolo VIII: Lo strapotere degli occidentali.

46. La liberal-democrazia degli anglo-sassoni.

Il ‘48 europeo si era concluso con un successo della monarchia autoritaria, con un completo smacco dei
progetti democratici, incapaci di gestire i conflitti (con eccezione del Belgio, del Piemonte sabaudo, poi del
regno d’Italia a cui veniva esteso lo Statuto albertino e dal 1847 la Svizzera). Il resto dell’Europa non usciva
dai sistemi autoritari che la caratterizzavano, o che venivano riesumati come nella Francia di Napoleone III.
La Prussia, poi l’impero tedesco, la Russia, l’Austria, la Spagna si chiudevano nelle loro tradizioni
repressive.

In controtendenza crescevano a partire dagli anni ‘30 il sistema politico liberale in Inghilterra e quello
democratico negli Stati Uniti.

Il liberalismo inglese e la democrazia americana non nascevano principalmente da scelte etiche o da progetti
politici di miglioramenti sociale, ma dall’emergere di interessi materiali alla guida dei rispettivi paesi. Erano
cioè un liberalismo ed una democrazia pragmatica.

In Inghilterra emergevano i gruppi dirigenti della rivoluzione industriale; in America forze sociali e
territoriali interamente nuove che venivano dall’Ovest e portavano una ventata innovativa di uguaglianza
politica, limitata alla comunità dei bianchi.

Inghilterra

Il problema fondamentale era costituito dal rinnovamento del ceto politico e la riforma del mercato del
lavoro. Si trattava di rivedere la legislazione sui poveri, insieme repressiva e protettiva: una legislazione che
vietava alle organizzazioni operaie ma garantiva un’assistenza minima a carico delle parrocchie.
Fin dall’Inghilterra Tudor erano attive le Poor Laws che costringevano i disoccupati a lavorare negli
appositi cantieri di interesse pubblico. Poi di solito questo lavoro socialmente utile dei poveri non veniva
affatto organizzato, e la popolazione bisognosa restava comunque a carico della comunità. Una recente
normativa, aveva agganciato al prezzo del pane il sussidio dovuto dalle parrocchie alle famiglie povere e
così il sistema delle Poor Laws si integrava con quello Corn Laws. Più il reddito degli agrari era tutelato
dai prezzi elevati del grano, più il costo del mantenimento dei poveri era gravoso e veniva scaricato sulla
pubblica assistenza e subordinato al controllo dell’aristocrazia terriera. La sopravvivenza dei poveri era
comunque garantita, il che diminuiva la necessità di trovare lavoro, e una qualunque forma di contrattazione
collettiva sul salario non poteva nemmeno essere immaginata.

Nel 1832 si arrivò ad una svolta costituzionale importante: una riforma elettorale che portava l’elettorato ad
un milione di elettori, aboliva i borghi putridi e apriva il ceto politico all’alternanza.
Negli stessi anni, una vera e propria offensiva politica democratica dei lavoratori in favore del suffragio
universale fu fermata e si risolse in un insuccesso politico dando vita a un movimento che non ebbe futuro: il
cartismo (dalla Carta dei diritti). Una petizione cartista in favore del suffragio universale riuscì a raccogliere
3 milioni di firme nel 1842 ma il Parlamento inglese la rigettò.

Il liberalismo inglese prendeva così una strada non democratica, ostile a qualunque inclusione collettiva
delle organizzazioni operaia nel sistema politico, e la Gran Bretagna restava un paese dominato da distanze
sociali piuttosto rigide e da una struttura aristocratica.

Dal 1832 si susseguirono governi liberali che consolidarono la relativa apertura al sistema politico.
Le leggi sul grano erano legate dallo stesso destino: se il pane restava caro, la protezione dei poveri
rimaneva artificialmente costosa e indispensabile.
Negli anni trenta i poveri furono privati delle strutture protettive a ci era legata la loro identità e gettati sul
mercato del lavoro, a cavarsela come potevano, in un clima ideologico di adesione totale al credo liberale
dell’intervento statale minimo.
America

Il ceto politico americano evolveva in senso democratico, della piena cittadinanza concessa a tutti i maschi
di razza bianca.

Nel 1829 vinse le elezioni il generale Andrew Jackson. La sua vittoria era stata resa possibile dalla
modifica dei sistemi elettorali degli Stati dell’Ovest, che ora votavano col suffragio universale dei maschi
bianchi.
Il maggior cambiamento fu rappresentato dalla nascita del partito di massa. Da quel momento in poi
nacquero grandi organizzazioni territoriali gestite da militanti professionisti che non rappresentavano più
l’élite ma la totalità della società bianca. Associazioni che facevano uscire la politica dai ristretti
aristocratici, per consegnarla ai militanti che si battono per la vittoria e dichiarano apertamente l’intenzione
di goderne i frutti.
Non vedono niente da ridire nella regola che al vincitore appartengono le spoglie del nemico. Questa regola
della spartizione del bottino istituzionale e politico si chiamò spoil system. Chi vinceva le elezioni si
accaparrava le cariche, rese così facili e semplici che qualunque persona può imparare senza difficoltà a
svolgerle.

Settant’anni dopo quando lo spoils system fu mandato in pensione dalla Civil Service Reform secondo il
quale i funzionari vengono scelti grazie ad un concorso.
La più importante struttura territoriale del partito democratico di New York era Tammary Hall, che per
decenni aveva gestito il potere municipale e le elezioni (difendeva il sistema clientelare dei partiti di massa).

Jackson rappresentava il successo dei gruppi di professione del sud e dell’ovest, schiavisti e localisti, di
grandi proprietari che esportavano il cotone in Europa. Esautorò in parte le strutture del governo federale,
dimostrando una totale fiducia nelle capacità di autoregolazione del mercato e altrettanto fece con la banca
degli Stati Uniti a cui tolse il rango di banca centrale, difendendo i diritti degli stati contro il potere federale.
Fronteggiò il primo tentativo di secessione di uno stato del Sud: il South Carolina.

Si svilupparono le corporations, unione di capitali pubblici e privati.


La rivoluzione democratica americana si fondava sulle virtù di una società fluida, nella quale il denaro era
un grande mito come fonte di uguaglianza contro i privilegi della nascita e della parentela, fatta di un ceto
operoso e benestante self-made, fatto da sé, orgoglioso dei risultati economici del suo lavoro. In realtà le
disuguaglianze aumentavano e si consolidavano, e i ricchi erano sempre più spesso discendenti di famiglie
eminenti. Tanto più al sud, dove la metà della popolazione era formata da schiavi neri, e una piccola casta di
proprietari schiavisti si stava rinsaldando come classe dirigente locale.

Trent’anni dopo lo stesso South Caroline avrebbe capeggiato la drammatica secessione del Sud: il più
importane tentativo di fondare un’altra nazione americana, basata sulla libertà dei bianchi e sulla schiavitù
degli esclusi. Questa seconda nazione non nacque mai, stroncata dalla sconfitta nella guerra civile nel 1860-
64 contro gli stati del Nord, guidati dal presidente Abraham Lincoln, e il risultato fui l’abolizione della
schiavitù negli Stati Uniti.

47. Il capitalismo.

Il mondo occidentale era ormai diventato un’immensa accumulazione di merci come scrive Karl Marx, il
teorico del socialismo scientifico, in apertura del suo più importante libro: Il Capitale (1867).

I tre requisiti che permettono di avviare il processo di produzione della ricchezza sono: la terra, il lavoro e
il capitale. Avevano un normale prezzo di vendita o di uso, erano diventati beni privati.

La terra era ormai ovunque in vendita, con un suo prezzo; la si recintava e si destinava alla produzione per
il mercato. La privatizzazione della terra restava la più importante trasformazione sociale e culturale mai
realizzata: una trasformazione che induceva i contadini ad accedere a loro volta nel mercato, a comprare e a
vendere, a uscire dall’autoconsumo e dall’economia del baratto. E perché i contadini accedessero al mercato,
erano sorti ceti intermediari: prestatori, collettori di rendite, mercanti, ufficiali, gente di giustizia signorile o
regia.

In Europa solo le terre allodiali erano state normalmente in vendita: le terre in piena proprietà come i
vigneti, orti, frutteti, terreni edificabili. Chiunque comprasse una terra feudale continuava a doverci pagare i
relativi canoni. Era gravata inoltre da usi collettivi per tutti i periodi in cui non era seminata ma era aperta al
pascolo delle greggi e delle mandrie comunali. Il proprietario non poteva recintarla, né sottrarla agli usi
civici, neppure poteva variare la destinazione d’uso o alterare la rotazione agricola.
Avevano cominciato i proprietari inglesi fin dalla fine del ‘400 a recintare i campi, aperti e destinarli
all’allevamento ovino. Erano stati appoggiati dal Parlamento e osteggiati dalla corona che aveva a cuore la
sussistenza dei poveri.
Le enclosures si erano nel frattempo moltiplicate e anziché alla pastorizia, erano state finalizzate alla
sperimentazione agricola. Nel ‘700 avevano reso possibile la rivoluzione agronomica che aveva cambiato
la rotazione dei suoli e aumentavano la produttività della terra.

Intere regioni avevano finito con lo specializzarsi dal punto di vista produttivo e avevano perso la varietà
alimentare, in Europa e non solo: soltanto il grano come in parte della Sicilia e della Polonia, solo
allevamento, burro e formaggi in Danimarca. Solo cotone in vaste zone della valle del Nilo, dell’America
tropicale e tè e oppio in India.
La piantagione americana produceva lo zucchero con cui si faceva il rhum per il mercato mondiale o il
cotone per l’industria.

I contadini vendevano e compravano: il lavoro, i prodotti del loro lavoro, le derrate di cui avevano bisogno.
Cominciavano a ragionare in termini di profitto, di valori di scambio. Ora diventavano salariati deboli che
ricevevano una modesta paga per l’ora di lavoro, non più sufficiente per sopperire ai bisogni della vita. Il
loro lavoro era sul mercato.
La messa sul mercato della terra e del lavoro, inoltre la disponibilità dei capitali sul mercato costituiscono in
alcuni casi indicatori dell’avvento del capitalismo nei diversi paesi. Solo quando la terra si è potuta
comprare e vendere, recintare, si è potuto investire per una produzione per il mercato. Solo quando il lavoro
ha avuto un normale valore di scambio retribuito dal salario, è stato possibile reinserirlo nel calcolo dei
costi. E quando i capitali hanno iniziato a circolare liberamente è diventato possibile spostarli da un’esigenza
all’altra della produzione. Ma questa messa sul mercato è stata una fase lunga e laboriosa. Nel tempo ha
favorito la differenziazione sociale, la nascita di ceti intermedi di specialisti di questi meccanismi di
privatizzazione, di esazione fiscale. Questi ceti si possono definire ceti intermedi, borghesie.

Marx spiega che nel ‘500 e nel ‘600 i mercanti si arricchivano restando sempre all’interno dello stesso
commercio. L’attività economica corrispondeva allo schema M-D-M: merce, denaro, merce. Il denaro, il cui
costo e valore era difficile da calcolare, era solo l’intermediario di un processo di accumulazione della
merce, di cui lo sbocco era il rifornimento dei mercati. Con l’avvento del capitalismo maturo la merce
diventa l’intermediario nell’accumulazione del capitale: D-M-D. Il borghese imprenditore compra e vende al
solo fine di accrescere un capitale che può spostare da un’attività economica all’altra.
Le leggi di mercato, dell’equilibrio di domanda e offerta, cominciano a funzionare quando il denaro assume
il suo ruolo centrale. Allora il mercante compra e vende, e l’industriale agrario produce in abbondanza
quello che il mercato richiede.

Secondo David Ricardo si importano cereali in periodo di carestia, non perché la nazione ha fame, ma
perché così il mercante si arricchisce. Le sue forniture sono garantite ed il prezzo imposto.
L’immensa merce accumulata che caratterizzava il capitalismo rischiava però di essere invenduta. Dalla
metà dell’800 in poi, le crisi economiche sono di sovrapproduzione, di abbondanza. Solo le possibilità
espansive del mercato: nuova domanda, nuovo spazio, nuova terra, nuovi capitali, nuova popolazione,
permettevano di superare le crisi di sovrapproduzione.

48. I conservatori e i socialisti. Una società di massa.

Gli altri paesi europei, non liberali né tanto meno democratici, reagirono in maniera molto diversa dalla
mobilità sociale che la crescita capitalista comportava, e non permisero in generale che le leggi di mercato,
della domanda e dell’offerta, si affermassero sul tradizionale ruolo della politica. Essi cercavano in generale
un rapporto diretto fra l’alto e il basso: fra le proprie politiche, anche innovative e una società sempre più
uniforme. Si formarono schiere di operai dequalificati che lavoravano nelle grandi fabbriche metallurgiche e
chimiche della cosiddetta seconda rivoluzione industriale. Ai posti di comando, nelle fabbriche e nella
politica, c’erano sempre gli stessi nomi di una ristretta casta imparentata. Perciò da un punto di vista sociale,
il rapporto diretto tra potere e masse popolari aveva effetti conservatori.

Germania

Il primo paese europeo ad introdurre il suffragio universale maschile era stata la Francia del ’48. Anche la
Germania di Bismarck ebbe un Parlamento eletto a suffragio universale maschile, con una solida
maggioranza di destra sostenuta dalla fedeltà degli elettori contadini.
In generale il suffragio universale popolare rurale, influenzato dall’aristocrazia e dal clero, andava a
vantaggio dei conservatori, che disponevano di una vera base di consenso.

Quello conservatore era un progetto politico molto aggressivo, ma anche promettente, che mirava a
rispondere al bisogno di identità collettiva dei popoli europei, mirava anche a governare le enormi
trasformazioni sociali e culturali. Per circa un secolo la società europea sarebbe stata caratterizzata dalla
grande industria capace di inquadrare masse di operai.

Il baratro ideale che si apriva sotto i piedi dei conservatori era il razzismo, che comportava l’espulsione
dalla comunità nazionale di chi, non condividendo la terra e il sangue era reputato straniero.
L’antisemitismo non fece che rafforzarsi negli ultimi decenni dell’Ottocento. Oltre al razzismo la
xenofobia: i tedeschi per i francesi, i francesi per i tedeschi, gli austriaci per gli italiani, ecc.

Lo stato sociale di Bismarck si accompagna ad una legislazione antisocialista che limitava le libertà di
stampa e associazione. Il partito socialista era il più forte di tutta Europa.
Il capitalismo creava spontaneamente come suo antagonista il proletariato, ed esasperava la lotta di classe, il
cui esito inesorabile sarebbe stato la rivoluzione, che avrebbe creato per la prima volta nella storia una
società senza classi e senza conflitti.

Quello che i socialisti potevano fare in attesa della rivoluzione era rafforzare se stessi come partito. I
socialisti puntavano all’inclusione collettiva delle masse del sistema politico. Condividevano la centralità
dello stato, che intendevano conquistare con la rivoluzione: uno stato capace di modificare gli assetti sociali.
Nel 1864 Marx ed Engels diedero vita all’associazione internazionale dei lavoratori detta Prima
internazionale, al cui interno c’erano anche i democratici mazziniani, i neogiacobini francesi, come Louis
Auguste Blanqui.

Al contrario dei marxisti e dei blanquisti gli anarchici libertari ripudiavano la centralità dello stato.
La prima internazionale non poteva però reggere di fronte alle lacerazioni politiche, e si sciolse poco dopo la
Comune di Parigi. Nel 1889 nacque invece la Seconda internazionale, un coordinamento politico tutto di
orientamento marxista, di sindacati operai e partiti socialisti. Fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 tutti i
paesi europei ebbero un loro partito socialista.

49. L’assoggettamento dell’Asia.

Con la guerra dei sette anni del 1756-63 l’Inghilterra aveva scacciato la Francia dall’India. Da quella data
il subcontinente fu dato in gestione alla Compagnia delle Indie Orientali, la compagnia commerciale
privata fondata nel 1600, che ottenne immense responsabilità pubbliche di governo di un vastissimo e
complesso territorio.
La Compagnia esercitava un potere definito superiore, Paramount power, lasciando che a governare i pezzi
del territorio indiano fossero i principi sottomessi.

La Compagnia delle Indie riscuoteva le tasse in India e le usava per le proprie spese di gestione e
commerciali. In particolare per acquistare le cotonate artigianali: i tessuti leggeri di cotone stampato,
divenuti di moda in Europa, che gli abili tessitori indiani producevano per un mercato divenuto mondiale
grazie alla compagnia. Il tessitore pagava le tasse agli intermediari indiani degli inglesi, che con quel denaro
gli compravano la produzione. Gli intermediari indiani si trasformavano così in creditori e si arricchivano
comprando terre che destinavano alla coltura del cotone o del tè per il mercato anglosassone. Diventavano
una borghesia non imprenditoriale ma ricca, la cui funzione era l’intermediazione commerciale per il
mercato internazionale, e l’introduzione della società rurale indiana nelle relazioni commerciali. I portoghesi
chiamavano questi intermediari compradores. Una borghesia parassitaria tipica del sottosviluppo, presente
in gran parte del mondo.

Verso il 1820 l’industria inglese era ormai in grado di competere, per qualità e prezzo, con le cotonate
artigianali indiane e così, centinaia di migliaia di artigiani tessitori si trovarono senza lavoro.
L’India sprofondò in una profonda crisi e nel disordine. Nel 1857 scoppiò una vasta insurrezione delle
truppe locali che fu schiacciata nel sangue dai britannici, che giustiziarono migliaia di militari indiani e
devastarono intere regioni.
Ma la Compagnia delle Indie orientali era diventata sempre più incompatibile con l’evoluzione liberale del
sistema politico britannico, e l’opinione pubblica mal sopportava abusi e arbitri di cui quei funzionari da
tempo si macchiavano.
L’anno seguente la Compagnia fu sciolta, e l’India passò alle dipendenze dirette della corona. Fu creato un
corpo poco numeroso e molto ben remunerato di funzionari, i quali, dopo alcuni anni nell’India Civil
Service venivano di solito assunti per incarichi di alto profilo in patria. Queste persone avevano imparato ad
appoggiarsi sulle minoranze, ad assecondare le diversità, a studiare le realtà locali, le lingue, le culture, le
religioni. In cambio portavano una presunta certezza del diritto europeo, tribunali garantisti, una forma di
rappresentanza politica, un’amministrazione moderna.

La bilancia commerciale del cotone indiano divenuta passiva nel 1820 e il conseguente sviluppo della
coltura dell’oppio, portò all’avvio di un nuovo commercio triangolare fondato sul narcotraffico, che mise
in ginocchio la Cina.
La Compagnia delle Indie cercava da decenni un solido contatto commerciale con la zona di Canton, la più
ricca e dinamica. Con le sue seterie e manifatture di porcellana, la Cina meridionale era lontana,
politicamente e culturalmente da Pechino dominata dalla dinastia Qing, di origine mongola, estranea agli
interessi commerciali e chiusa in un rigore confuciano.

Il governo cinese guardava con preoccupazione alle sue vitali regioni meridionali, in troppo violenta crescita
demografica nel corso del ‘700, a base di emigrazione verso tutta l’Asia sudorientale.
Gli inglesi trovavano inconcepibile che la Cina privasse il mercato mondiale dei suoi prodotti, e che il
confucianesimo al potere non volesse introdurre nessuna merce straniera, nessun contatto commerciale nel
paese.
Il nuovo traffico triangolare funzionava così: gli inglesi vendevano cotonate industriali in India; in cambio
acquistavano oppio indiano e lo rifornirono di contrabbando in quantità sempre crescenti ai compradores
cinesi. Col ricavato importavano lussuose porcellane e sete cinesi per il mercato mondiale.
Più tardi la penetrazione della terribile droga aumentò.
I mercanti cinesi favorivano il contrabbando e il consumo della droga, aprendo fumerie di oppio in tutta la
Cina meridionale.

Nel 1839 il governo tuttavia reagì con il sequestro e la distruzione di un’enorme partita di droga, a cui gli
inglesi risposero con la guerra, che nel 1843 si concluse con il trattato di Nanchino. Tale accordo
imponeva ai cinesi la cessione agli inglesi di Hong Kong, l’apertura di porti franchi, tariffe doganali
favorevoli agli occidentali.
Il colpo subito dalla Cina restava dopo tutto limitato, in rapporto all’estensione territoriale ed alle sue
ricchezze, ma il segnale di perdita di sovranità per il celeste impero fu gravissimo. Le concessioni agli
stranieri non fecero che aumentare nel corso della seconda metà del secolo, trasformando la Cina in un paese
coloniale.

Di conseguenza crebbe l’immigrazione verso l’Asia sudorientale e le isole del Pacifico, inoltre la diffusione
di sette segrete e illegali.
Una di queste sette prese il nome di Regno celeste e diede vita a partire dal 1850 a un’assai vasta
rivoluzione di contadini, e del sud contro il nord. Ma essa fu schiacciata con enormi distruzioni, che
portarono forse 20 milioni di morti e innescarono un processo di impoverimento da cui il paese non riuscì a
riprendersi.
Negli ultimi decenni dell’800 il paese culturalmente e istituzionalmente più antico del mondo e in apparenza
il più solido e inattaccabile, si trasformò in una serie di colonie occidentali.
Il decadimento investì il dibattito culturale e il ceto di governo, portando ad una linea politica che fu definita
l’autorafforzamento, che rafforzò il centralismo autoritario e statalista dell’amministrazione mandarina.
Furono create industrie pubbliche di armamenti che produssero armi e navi che non ressero all’impatto con
il Giappone, l’unico paese asiatico ad aver saputo imitare produttivamente il modello occidentale.

Il Giappone aggredì la Cina invadendo la Manciuria nel 1894 e in pochi giorni di guerra distrusse la
produzione bellica di venti anni, ottenendo l’isola cinese di Taiwan e occupando la Corea.
Il modello giapponese era passato attraverso qualcosa di molto più profondo dall’autorafforzamento cinese.
Erano state costruite l’amministrazione statale, la pubblica istruzione, le forze armate. Era stata concessa una
costituzione, erano nati partiti notabili. Era stato avviato un processo di nation building.
Dopo soli 30 anni il Giappone era diventato una potenza regionale di grande importanza in grado di umiliare
la Cina.
Dopo soli 40 anni, nel 1904-05, fu in grado di sconfiggere la Russia e di segnare il primo punto decisivo
nella riscossa del mondo extra europeo contro i dominatori.

La Cina poi arrivò al disastro finale della rivolta con un’altra setta segreta, detta del Pugno della giustizia e
della concordia, con riferimento alle antiche arti marziali, tradotta alla svelta in inglese come i boxer. I
pugili colpivano missionari e convertiti al cristianesimo, nel 1900 inquadrarono la folla della capitale
nell’attacco alle concessioni e ai quartieri stranieri, uccidendo l’ambasciatore tedesco. Scoppiò una guerra
che condusse alla trasformazione definitiva della Cina in un paese coloniale.

Le potenze coloniali parteciparono compatte alla guerra contro la Cina.


I francesi intanto occuparono e conquistarono il Vietnam, la Birmania; gli olandesi l’Indonesia; i russi
premevano a sud del Caucaso e in Asia contrale sulla Persia. Inoltre si espandevano verso il pacifico, la
corea, la Manciuria e la Mongolia e cercarono di strappare territori tributari della Cina. Così facendo si
urtava contro il Giappone, con quale, infatti, scoppiò la guerra qualche anno più tardi.

50. Padroni del mondo.

Alla fine di quattro secoli di conquista, il dominio europeo sul mondo era totale.
Da decenni l’America era stata persa ma gli usa all’inizio del XX secolo erano ancora un paese di cultura e
appartenenza europea.
Anni prima della guerra russo-giapponese, le potenze europee, prima la Francia, poi la Spagna, avevano
subito le prime sconfitte da un avversario come gli Stati Uniti.

Gli altri continenti erano saldamente controllati. I francesi ottennero anche l’Algeria, l’Africa occidentale, il
Madagascar e l’Indocina; gli inglesi avevano creato l’impero coloniale il più vasto: Canada, Nuova Zelanda,
Australia, India, Egitto. Per il dominio di quest’ultimo ci fu un momento di attrito con i francesi, ma nel
1877 la regina inglese Vittoria fu proclamata imperatrice delle Indie, cioè capo di una rete di territori
dominati propriamente mondiale.

Dalla proclamazione dell’impero britannico delle Indie, si parla di imperialismo, e non solo di colonialismo
britannico ed europeo: non soltanto colonie, ma una rete di supremazia economica e potere politico che
sottometteva i popoli del mondo all’occidente europeo.
Il sistema di dominazione inglese era il più complesso, fatto di basi militari, colonie di popolamento,
riconoscimenti di autogoverno.
Le altre potenze erano rimaste indietro. Tuttavia i russi occupavano l’Asia centrale e settentrionale.
L’Italia cercò di riservarsi l’estremità orientale dell’Africa, ma fu sconfitta dalle armate etiopiche, nella
battaglia di Adua del 1896. Fu la prima sconfitta importante subita da un esercito europeo ad opera di uno
extraeuropeo. L’Etiopia sarebbe poi stata conquistata durante il regime fascista.
I tedeschi arrivarono tardi alla spartizione coloniale, si erano ritagliati possedimenti nell’Africa
centromeridionale. L’intenzione era molto ambiziosa. Speravano di rimettere in equilibrio le ambizioni delle
diverse diplomazie, e ricostruire il concerto delle potenze dopo la lacerazione della guerra franco-tedesca.

Due ordini di motivi spingevano gli europei a completare e a mantenere la loro conquista del mondo.

1) politico e di prestigio, caro ai politici e ancor di più ai militari: il confronto competitivo con le altre
potenze, la prova di forza, la risposta imperiale e razzista alla domanda di identità collettiva e di senso, che
emergeva con forza dalla società massificata. L’opinione pubblica dei paesi europei in qualche modo
chiedeva uno sbocco di conquista, di accrescimento dello spazio vitale. Nacquero gravi problemi nelle
colonie dovuti al sovraffollamento di popolazione. I colonizzati erano esposti a ogni sorta di maltrattamento
e allo stesso tempo vivevano un rapporto di amore e odio con gli occidentali. Frequentemente sviluppavano
disturbi mentali e forme depressive dovute alla differenze sociali e razziali.

2) economico: Lo scambio ineguale tra materie prime coloniali e prodotti dell'industria europea. Il tutto era
volto alla costruzione di infrastrutture, opere finanziate da capitali europei realizzate a poco prezzo
attraverso sfruttamento dei coloni.

Dopo la Prima Guerra mondiale la conquista del mondo sarebbe stata completata. Ma
contemporaneamente erano iniziate le prime rivoluzioni nazionaliste che avrebbero portato alla
decolonizzazione: in Cina, in India, in Messico e in Turchia. Gli europei, portatori in teoria di valori di
progresso, sarebbero in realtà arrivati con quell’enorme massacro al massimo della distruzione e
dell’autodistruzione.