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Anatomia

Il corpo umano è costituito da unità funzionali, chiamate cellule, che si connettono fra loro a
formare strutture bidimensionali, i tessuti. Esistono 4 tessuti principali:
1. Il tessuto epiteliale, che ha funzione di rivestimento, di secrezione, di trasporto e di
assorbimento. Riveste sia la superficie corporea che alcune cavità interne del corpo,
tipo le cavità interne dello stomaco. Le cellule epiteliali, inoltre, come già detto,
secernono sostanze, sia all’esterno del corpo, come il sudore, sia all’interno, come gli
enzimi digestivi nello stomaco. Le sostanze digerite vengono poi assorbite e
trasportate nel sangue.
Le cellule epiteliali hanno forma regolare (cubiche o cilindriche) e sono tutte unite le
une alle altre, prive quindi di matrice extracellulare tra cellula e cellula. Gli epiteli
NON sono vascolarizzati. Importante poi ricordare come tutte le cellule che secernono
la stessa sostanza si raggruppino a formare una ghiandola. Essa è costituita quindi da
tessuto epiteliale. Esistono ghiandole unicellulari e ghiandole pluricellulari. Le prime
secernono muco, che serve a lubrificare l’organo. Le ghiandole pluricellulari si
dividono invece in esocrine e endocrine. Le prime secernono il loro secreto sulla
superficie corporea o in una cavità interna attraverso un dotto escretore. La ghiandola
esocrina si trova sempre in vicinanza dell’organo bersaglio, proprio a causa della
ridotta lunghezza del dotto. Le ghiandole endocrine, invece, producono ormoni e li
riversano nel circolo sanguigno: per questo motivo possono raggiungere luoghi del
corpo anche molto lontani dalla loro posizione.
2. Il tessuto connettivo, che a sua volta si divide in tessuto connettivo propriamente detto
e tessuto connettivo specializzato. Il primo connette gli altri tessuti fra loro. Nel
connettivo è possibile trovare moltissimi vasi sanguigni. L’epitelio riceve il sangue e
il sostenimento proprio dal connettivo. Inoltre, esso ha funzione strutturale e
protettiva. E’ costituito da cellule disperse in una matrice extracellulare: le cellule
sono quindi staccate le une dalle altre (differenza col tessuto epiteliale).
Generalmente, il propriamente detto è diviso in forme lasse e forme dense. La prima è
men robusta della seconda poiché possiede meno fibre.
Il tessuto connettivo specializzato, invece, possiede fibre modificate per le funzione
che dovrà svolgere. Per esempio nel tessuto adiposo le fibre vengono a mancare quasi
totalmente e il tutto è costituito da grasso. Il cartilagineo e l’osseo sono invece molto
simili fra loro, poiché rispondono entrambi ad un bisogno prettamente strutturale.
Tuttavia, mentre il cartilagineo possiede ancora un po’ di matrice extracellulare,
l’osseo no. All’interno dell’osso troviamo il midollo osseo, dove scorre il sangue,
anch’esso un tessuto connettivo. E’ costituito da una parte liquida (plasma) e una
parte figurata (eritrociti, leucociti e trombociti). In realtà è bene chiamare gli eritrociti
col nome di globuli rossi o emazie e i trombociti col nome di piastrine.
3. Il tessuto muscolare è diviso in tessuto liscio e involontario e tessuto striato e
volontario. Le cellule di questo tessuto sono chiamate fibre muscolari.
Un’eccezione è il muscolo cardiaco che, nonostante sia striato, è involontario. Per
questo, esso viene chiamato tessuto striato cardiaco e quello normale tessuto strato
scheletrico.
4. Il tessuto nervoso è costituito da neuroni, che lavorano assieme alle cellule della Glia
per ricevere stimoli, elaborarli ed emettere le giuste risposte. Tutto ciò avviene grazie
alla capacità di queste cellule di trasmettere impulsi elettrici.
La parete del corpo umano
La parete del corpo umano è fatta a strati. Partendo dalla superficie, troviamo la cute,
costituita da uno strato esterno, l’epidermide e da uno interno, il derma. Subito sotto troviamo
uno strato di connettivo adiposo, l’ipoderma. Sotto a questo incontriamo la muscolatura,
costituita da più strati sovrapposti. Ciascuno strato è diviso dagli altri da tessuto connettivo,
chiamato fasce: abbiamo una fascia superficiale che ricopre la muscolatura superficiale e che
si è a contatto con l’adiposo, poi una fascia intermedia ed, infine, una fascia profonda.

La struttura degli organi


I tessuti si organizzano in complessi tridimensionali, gli organi. Si distinguono organi cavi e
organi pieni. I primi sono costituiti da un’UNICA cavità interna (per esempio lo stomaco).
Attenzione! Il polmone potrebbe sembrare un organo cavo, ma in realtà esso è costituito da
moltissimi alveoli polmonari e, quindi, da una moltitudine di cavità: è, dunque, un organo
pieno.

Anatomia di un organo cavo (Esempio: Stomaco): Centralmente troviamo la cavità


dell’organo, chiamata lume. Gli altri tessuti che lo compongono si dispongono attorno
secondo degli strati, che prendono il nome di tonache. La prima che incontriamo a partire dal
lume si chiama tonaca mucosa. Qui, ghiandole unicellulari producono muco, il quale si
stratifica sulla superficie della tonaca, lubrificandola (per esempio, nello stomaco il muco
aiuta le sostanze ingerite a muoversi con maggiore facilità). Sotto incontriamo la tonaca
sottomucosa. In seguito è presente uno strato di muscolatura, chiamata tonaca muscolare.
Questa sarà ovviamente più o meno spessa a seconda delle funzioni che l’organo andrà a
compiere. L’ultima tonaca normalmente è così sottile da essere invisibile e solo a volte è
possibile osservarla ad occhio nudo: per questo motivo è chiamata tonaca avventizia.

TONACA MUCOSA  Composta da epitelio di rivestimento, poggiato su uno strato di


connettivo, chiamato membrana basale o lamina basale.
TONACA SOTTOMUCOSA  Composta da connettivo lasso.
TONACA MUSCOLARE  Si tratta di muscolatura liscia.
TONACA AVVENTIZIA  Costituita da connettivo denso, che ha una funzione di
protezione struttura dell’intero organo.
A volte, alcuni organi cavi presentano un’ulteriore strato, direttamente attaccato alla tonaca
avventizia, che prende il nome di tonaca sierosa, formata da mesotelio.

Anatomia dei vasi sanguigni: Come in qualunque altro organo cavo, la struttura di base resta
anche in questo caso. Tuttavia, le varie tonache possiedono qui uno spessore estremamente
ridotto rispetto, per esempio, allo stomaco. La prima tonaca, quella più interna, viene
chiamata tonaca intima. Questa NON è costituita da epitelio, ma da endotelio, sottilissimo
(l’endotelio normalmente è un connettivo, ma in questo caso funge da epitelio). Anche in
questo caso l’endotelio poggia direttamente su una membrana basale. Poi troviamo la tonaca
media, costituita sia da connettivo lasso che da muscolare liscio. Infine abbiamo la tonaca
avventizia, formata da connettivo denso.
Anatomia di un organo pieno (Esempio: Linfonodo): All’esterno troviamo tessuto connettivo
denso, che riveste interamente l’organo e che prende il nome di capsula. Questa si introflette
nella parte interna dell’organo e va a costruire
una specie di impalcatura dell’organo. Questo
tessuto connettivo, da molto denso quale è in
superficie, diviene pian piano più sottile, fino a
diventare tessuto connettivo lasso.
L’impalcatura di connettivo prende il nome di
stroma. Il tessuto che va a riempire le maglie
dello stroma si chiama parenchima, il quale
muta istologicamente parlando, a seconda
dell’organo considerato (se è un muscolo, sarà
tessuto muscolare, altrimenti epitelio o tessuto
nervoso, ecc…). Importante differenza dagli organi cavi riguarda i vasi sanguigni: mentre in
quest’ultimi essi arrivavano in tutti i punti dell’organo, negli organi pieni esiste un unico
luogo in cui entrano ed escono i vasi, che prende il nome di ilo. Infine, anche alcuni organi
pieni sono costituiti da tonaca sierosa.
Questa è sottilissima e formata da due strati, che non sono però indipendenti l’uno dall’altro.
In altre parole, la tonaca tende a chiudersi e, nel punto di chiusura, si ribalta su sé stessa,
formando lo strato più esterno. Esistono quindi due strati, che tuttavia fanno parte dello stesso
tessuto ribaltato. Lo strato più esterno prende il nome di foglietto parietale, mentre quello più
interno di foglietto viscerale. Tra i 2 strati esiste uno spazio sieroso, ricco di liquido sieroso,
che viene continuamente prodotto dai due foglietti. In realtà, la tonaca sierosa è estremamente
sottile e quasi sempre invisibile ad occhio nudo. Questo significa che tra i due foglietti lo
spazio presente è infinitesimo e il liquido estremamente poco. Per questo motivo, lo spazio
sieroso viene chiamato anche virtuale. In casi patologici può capitare, se c’è un’infezione, che
aumenti il liquido sieroso e lo spazio diviene, a questo punto, visibile.
Le tonache sierose principali del corpo umano sono 3:
1. Il pericardio, che riveste il cuore. Si parlerà quindi di spazio pericardico e di liquido
pericardico;
2. La pleura, che riveste il polmone. Parliamo dunque di spazio pleurico e di liquido
pleurico;
3. Il peritoneo, nella cavità addominale (avvolge solo alcuni organi della cavità
addominale). Si parla quindi di spazio peritoneale e di liquido peritoneale.

I sistemi e gli apparati


Gli organi si organizzano a formare i sistemi. Gli organi vengono, infatti, raggruppato in base
alla struttura e alla derivazione embrionale. In generale, però, si è soliti raggrupparli per
apparati, nei quali troviamo tutti gli organi che effettuano la stessa funzione.
I principali apparati sono:
1. Apparato locomotore
2. Apparato respiratorio
3. Apparato digerente
4. Apparato circolatorio
5. Apparato tegumentario
6. Apparato uro-genitale
Gli ultimi 2 apparati, che comprendono però organi costituiti dallo stesso tessuto, si chiamano
sistemi:
1. Sistema endocrino
2. Sistema nervoso
Esistono, poi, altri apparati:
1. Apparato della vista
2. Apparato dell’olfatto
3. Apparato del gusto
4. Apparato dell’udito e dell’equilibrio

La posizione anatomica
Consideriamo un soggetto, in posizione eretta, con
gli arti lunghi i fianchi e i palmi delle mani avanti.
Il piano verticale si chiama piano frontale o
coronale. Il piano orizzontale prende il nome di
piano trasversale. Il piano Z, ossia quello dello
spessore, si chiama piano sagittale.
Il piano frontale divide il corpo in una parte
anteriore o ventrale (perché guarda il ventre) e in
una parte posteriore o dorsale.
Il piano trasversale divide il corpo in una faccia
superiore o craniale e in una faccia inferiore o
caudale. Infine, il piano sagittale può esistere in più
modi. Se suddivide il corpo umano esattamente a
metà, allora prende il nome di piano sagittale
mediano e divide il corpo in una parte destra e in
una parte sinistra. Tuttavia, esistono infiniti piani
paralleli al
sagittale
mediano, che prendono il nome di piani sagittali
paramediani, i quali suddividono il corpo in parti
diseguali. In questo caso, la parte che si trova più
vicina al sagittale mediano si chiama faccia mediale,
mentre quella più lontana prende il nome di faccia
laterale. Nel caso degli arti, la faccia mediale viene
chiamata faccia prossimale, mentre quella laterale
viene chiamata faccia distale.
Secondo questi piani è possibile effettuare alcuni
movimenti:
1. Secondo il piano frontale si effettua la
torsione. Nel caso degli arti si chiama prono-
supinazione.
2. Secondo il piano trasversale si effettuano
movimenti di flesso-estensione.
3. Secondo il piano sagittale si eseguono
movimenti laterali. Per gli arti si parla di abduzione
(allontanamento), adduzione (avvicinamento).
L’abduzione massima è l’opposizione del pollice.
Apparato Locomotore
Il corpo umano è suddiviso in varie regioni:
1. Testa
2. Collo
3. Tronco
4. Arti Superiori
5. Arti Inferiori
Il tronco è diviso da diaframma in due parti non equivalenti, chiamate rispettivamente torace
e addome.
Gli organi che costituiscono l’apparato locomotore sono:
1. Lo scheletro
2. I dispositivi giunzionali: le articolazioni
3. La muscolatura scheletrica

Lo scheletro:
Gli organi dello scheletro sono le ossa. Queste:
1. Hanno funzione statica
2. Consentono la locomozione
3. Proteggono gli organi
4. Fungono da deposito di Sali minerali, che rendono il tessuto molto attivo. Questi,
infatti, soprattutto calcio, vengono continuamente rinnovati, cosicché l’osso si trova
costantemente ricostruito.
5. Contengono il midollo osseo (tessuto connettivo).
Durante la fase embrionale e nelle prime fasi della vita, il midollo osseo ha la funzione di
costituire la parte figurata del sangue: questo processo si chiama emopoiesi. Il midollo, in
queste fasi, ha una colorazione rossastra e, per questo motivo, viene chiamato midollo rosso.
Col passare del tempo, il midollo perde la sua funzione emopoietica e comincia a riempirsi di
adipociti, ingiallendosi: si parlerà, quindi, di midollo giallo.
Solamente alcune zone del corpo umano restano midollo rosso anche in età adulta e sono
quelle zone dalle quali oggi è possibile prelevare midollo per la donazione.

Classificazione delle ossa:


1. Ossa lunghe: Nelle ossa lunghe è possibile distinguere 3 regioni: 2 estremità (epifisi
prossimale ed epifisi distale) e una porzione centrale (diafisi).
2. Ossa brevi: Presenti soprattutto nelle mani e nei piedi (per esempio il calcagno).
3. Ossa piatte: Per esempio lo sterno.

Classificazione delle articolazioni:


Le articolazioni sono dei dispositivi che connettono due o più ossa. A seconda della forma
che hanno i capi articolari, l’articolazione avrà più o meno gradi di libertà.
Quando 2 ossa vengono messe in congiunzione, nel punto di giunzione non è presente tessuto
osseo, ma cartilagineo: i capi articolari sono infatti tutti rivestiti di cartilagine. Oltre a questa,
nelle articolazioni troviamo anche i legamenti, dispositivi giunzionali aggiuntivi fra le 2 ossa;
i tendini, attaccati direttamente ai capi delle ossa. Infine, troviamo, per esempio sotto la
rotula, il cuscinetto adiposo e le borse.
Le articolazioni si classificano in base al loro grado di libertà:
1. Immobili – Sinartrosi (articolazioni per continuità)
2. Mobili – Diartrosi (articolazioni per contiguità)
Sinartrosi: Si distinguono in base al tessuto che, nella vita embrionale, si interponeva fra i 2
capi articolari. Troviamo le sincondrosi, le sindesmosi e le sinfisi.
La prima è un’articolazione immobile, dove il tessuto fra i 2 capi è cartilagine ialina.
Nell’adulto la cartilagine ossifica e diventa, quindi, una sinostosi (giuntura tra due ossa, o tra
due parti di uno stesso osso, che si saldano completamente fra loro).
Le seconde, tra i capi articolari hanno tessuto fibroso denso. Un esempio può essere la calotta
cranica. Nel neonato, il cranio presenta un foro, ricco di connettivo fibroso (fontanella), che
col tempo si ossifica e forma le suture. Un tipo particolare di sindesmosi è l’articolazione che
si stabilisce fra i denti e il loro alveolo dentale: viene chiamata gonfosi.
Infine, le sinfisi presentano cartilagine fibrosa fra i capi articolari (es.: sinfisi vertebrale,
sinfisi pubica).

Diartrosi: Si distinguono in base alla forma. In queste articolazioni, fra i 2 capi articolari
esiste uno spazio, chiamato capsula articolare, una sorta di cappuccio che racchiude i 2 capi
articolari. La membrana della capsula si chiama membrana sinoviale. Il tessuto epiteliale
della membrana secerne un liquido, chiamato liquido sinoviale, che la funzione di fungere da
cuscinetto all’interno dell’articolazione. Tutte le diartrosi possiedono questa capsula.
Le diartrosi meno mobili sono:
1. Le artrodìe, dove i capi articolari sono pianeggianti: per questo motivo sono limitate a
soli movimenti di scivolamento.
2. Le articolazioni a sella, biassiali, sono per una parte convesse e per una parte concave.
Effettuano movimenti angolari su un solo piano.
Le diartrosi più mobili sono:
1. Le enartrosi, dove i capi articolari sono emisferici. Un emisfero pieno va ad
incastrarsi in un emisfero cavo. L’emisfero pieno viene chiamato testa, mentre
l’emisfero cavo si chiama glenoidea. Queste articolazioni permettono movimenti su
tutti i piani. (Es.: femore, omero).
2. Le condilartrosi sono uguali all’enartrosi, ma al posto di una sfera si ha un’ellisse
cava e un’ellisse piena. La prima si chiama condilo, mentre la seconda glenoidea.
3. I gìnglimi, dove i 2 capi articolari sono cilindrici. Nel caso che i 2 cilindri siano
disposti con l’asse maggiore parallela, il gìnglimo si chiama trocoide e permette
movimenti rotatori. Se i 2 capi articolari hanno, invece, l’asse maggiore
perpendicolare fra loro, il gìnglimo si chiama troclea e permette movimenti angolari.

Generalità sui muscoli


I muscoli sono organi. Indipendentemente dalla forma che hanno, sono tutti composti da una
parte carnosa, chiamata ventre muscolare. Il dispositivo che attacca il ventre all’osso è il
tendine, costituito da tessuto connettivo denso e molto robusto. Tutti i muscoli sono rivestiti
da un connettivo, che li avvolge completamente e che prende il nome di fascia. Il muscolo,
per muovere le ossa alle quali è legato, può unicamente accorciarsi. E’ infatti costituito da
proteine accorcianti.
Il tendine che fa punto fisso viene chiamato tendine di origine, mentre quello mobile si
chiama tendine di inserzione. I muscoli si possono classificare in base alla forma:
1. Muscoli lunghi
2. Muscoli brevi
3. Muscoli orbicolari (per esempio quello dell’occhio)
In base al numero di capi articolari:
1. Bicipite
2. Digastrico
3. Poligastrico, ossia a più ventri (tipico muscolo dell’addome)
In base al movimento:
1. Flessore ed estensori
2. Adduttori ed abduttori
3. Pronatori e supinatori
4. Intrarotatori ed extrarotatori

I muscoli che effettuano lo stesso movimento, sempre in riferimento ad un particolare


segmento corporeo, vengono chiamati agonisti. Se, invece, effettuano movimenti opposti, si
chiamano antagonisti. Inoltre, i muscoli intrinseci partono da una pare corporea e si limitano
a quella parte. Gli estrinseci, invece, partono da una parte corporea e si estendono anche ad
altre.

La testa
Lo scheletro della testa viene chiamato cranio o scatola cranica.
Suddividiamolo in base agli organi che esso contiene. Esso è costituito da una porzione
superiore e posteriore, contenente
l’encefalo, chiamata neurocranio, e
da una porzione inferiore e
anteriore, contenente i visceri della
faccia (globuli oculari, mucose
olfattive e lingua), chiamata
splancnocranio. Tutte le varie ossa
sono legate fra loro tramite
sinartrosi (suture) e un’unica
articolazione mobile (diartrosi),
ossia quella fra mandibola ed osso
temporale.

Il neurocranio: Sezionando il neurocranio con un piano frontale e procedendo in senso


anteroposteriore, troviamo l’osso frontale, l’etmoide, il parietale e, infine, l’occipitale.
Sezionandolo, invece, con un piano sagittale, trovo lateralmente l’osso temporale e lo
sfenoide. Infine, sezionando il neurocranio con un piano trasversale, all’altezza della linea
temporale superiore, troviamo una sezione superiore detta volta o callotta e una porzione
inferiore, chiamata base. La faccia esterna della volta (quella in cui stanno i capelli) è detta
faccia esocranica. Qui troviamo l’osso frontale che, tramite suture, si articola con l’osso
parietale, un osso pari (col termine “pari” si indicano quelle ossa presenti o a coppie o a
multipli di due, mai singolarmente). Posteriormente, le 2 suture dell’osso parietale si
articolano con l’osso occipitale, un osso ìmpari. La sutura che divide il parietale in 2 sezioni è
esattamente il punto in cui passa il piano sagittale mediano. La faccia della volta a contatto
con l’encefalo (la faccia interna della volta) viene chiamata endocranica. Questa è ricca di
solchi, dati dai vasi che vascolarizzano l’encefalo. Inoltre, è possibile notare una serie di
“scodelline”, chiamate fossette granulari. Esse contengono alcune strutture, capaci di
assorbire il liquido cefalo-rachidiano, sostanza nutritiva del sistema nervoso.
Analizziamo, adesso, la base, prendendo in esame la faccia endocranica. Procediamo in senso
anteroposteriore. Prima di tutto troviamo l’osso frontale. Questo costituisce la parte anteriore
della calotta. Comprende 2 facce orbitarie, separate dal setto nasale. Poi troviamo le arcate
sopraccigliari (dove ci sono le sopracciglia). Sopra il setto nasale troviamo, infine, la
glabella.
Sezioniamo adesso l’osso frontale con un piano frontale. Nei pressi delle cavità nasali l’osso
è scavato: queste fossette prendono il nome di seni frontali. Qui stanno le mucose e sono le
ghiandole che producono il muco da
riversare nel naso. Nel cranio, oltre ai seni
nasali, troviamo i seni etmoidali, i seni
mascellari e i seni sfenoidali.
Nell’incisura etmoidale del frontale troviamo
l’etmoide. Sezionando il cranio con un piano
sagittale paramediano, possiamo notare una
parte sporgente, chiamata crista galli. Questa
parte è circondata da una lamina ossea sottile
ricca di fori, detta lamina cribrosa.
Esattamente sotto la crista galli c’è una
struttura laminare, che si chiama lamina
perpendicolare dell’etmoide, che costituisce
il setto nasale. Spostati ai lati della lamina
cribrosa ci sono sezioni di tessuto osseo,
dette masse laterali. Queste, in realtà, non sono rigide, ma sono estroflesse verso la cavità
nasale. Queste strutture prendono il nome di cornetti nasali: abbiamo il cornetto nasale
superiore e il cornetto nasale medio. In realtà esiste anche un terzo cornetto, chiamato
cornetto nasale inferiore, che però non fa parte dell’etmoide. Tutti i cornetti racchiudono
cavità chiamate cellule etmoidali. Il setto nasale, però, non è costituito unicamente
dall’etmoide, ma questo si unisce al vomere, che a sua volta raggiunge il palato.

Lo sfenoide: impari e mediano


Dall’etmoide, muovendosi in senso anteroposteriore, troviamo lo sfenoide. “Sfen” significa
“cuneo”: quest’osso, infatti, si
incastra fra le varie ossa craniche,
posteriormente all’etmoide.
Osserviamolo posteriormente.
Presenta una tipica forma a farfalla,
con le ali aperte. Individuiamo una
regione centrale, che non si vede in
posizione frontale, perché coperto
dall’etmoide, chiamata corpo. In
posizione latero-posteriore,
troviamo le piccole ali dello
sfenoide e le grandi ali dello
sfenoide. Quest’ultime sono collocate ancor più posteriormente delle piccole. La parte
inferiore dell’osso presenta due specie di gambe, i cosiddetti processi pterigoidei, che si
biforcano alla base. Osserviamolo anteriormente. La faccia anteriore del corpo sfenoidale
presenta una sporgenza, precisamente sul piano mediano, chiamata rostro. La grande ala,
anteriormente, si estrinseca in due piani. Fra la piccola e la grande ala si apre una fessura
orbitaria superiore.
Il corpo sfenoidale non è un osso pieno, ma presenta una cavità, chiamata seno sfenoidale,
che comunica con la cavità nasale. La porzione superiore del corpo centrale presenta una
depressione, chiamata sella turcica, nella quale è contenuta l’ipofisi. Il rostro sfenoideo si
articola con la lamina perpendicolare dell’etmoide: in altre parole, il rostro costituisce la parte
posteriore del setto nasale. Questo è, dunque, formato da etmoide, vomere e rostro.
Osso temporale (unico osso pari della base cranica)

E’ l’unico osso pari della base cranica. E’ situato anteriormente all’occipitale, posteriormente
alle grandi ali dello sfenoide e inferiormente all’osso parietale. Osservandolo superiormente,
notiamo una protuberanza sporgente sulla base, chiamata piramide dell’osso temporale o
rocca petrosa. Questa è cava e contiene la coclea, a forma di chiocciola, e il labirinto
(costituito da 3 canali semicircolari, orientati nelle 3 direzioni dello spazio), due componenti
dell’organo dell’udito e dell’equilibrio. Osservato lateralmente, l’osso assume la tipica forma
di squama di pesce. Dalla superficie esocranica della squama si distacca un processo
orizzontale, il processo zigomatico, che con il suo apice dentellato si articola con il processo
temporale dell’osso zigomatico per formare l’arcata zigomatica. Procedendo in direzione
posteriore si osserva sulla faccia esocranica del temporale il processo mastoideo, un rilievo
tozzo di forma conica tronca.

Osso occipitale: impari e mediano


L’osso occipitale, impari e mediano, rappresenta la base del neurocranio. La faccia
esocranica di quest’osso rappresenta la nuca. Sulla base endocranica presenta un grande foro,
chiamato foro occipitale o forame occipitale, attraverso cui passa il midollo spinale. Il punto
in cui l’occipitale si articola con lo sfenoide si chiama clivus, che significa “discesa”: questo
spazio è, infatti, in discesa. Qui passa un’arteria importantissima, detta arteria basilare. Se
osservato inferiormente, il clivus viene chiamato parte basilare: l’osso, in questo punto,
presenta una piccola estroflessione, detta tubercolo faringeo (punto in cui si attacca la
faringe). L’osso occipitale, poi, è ricco di sporgenze, le linee nucali e, lateralmente al foro
occipitale, presenta 2 lamine piatte, chiamate condili, coi quali si articolare la prima vertebra
(atlante).

Lo Splancnocranio
Lo scheletro della faccia viene chiamato anche massiccio facciale. Partendo inferiormente,
con visione frontale, troviamo la mandibola, con gli alveoli dentari dell’arcata inferiore. Poi
troviamo l’osso mascellare (un osso pari), con gli alveoli dentari dell’arcata superiore. L’osso
mascellare forma il tetto della cavità orale, il pavimento della cavità nasale, la parte
anterolaterale della cavità nasale, un margine inferomediale della cavità orbitaria e il
pavimento della cavità orbitaria.
Le cavità nasali sono chiuse superiormente dalle laminette nasali. Infine, abbiamo l’ultimo
osso pari, l’osso lacrimale, che forma la parete mediale della cavità orbitaria.

Cavità orbitaria:
Tetto: Osso frontale
Parete laterale:
1. Grande ala dello sfenoide (faccia esocranica orbitaria). Insieme alla piccola ala dello
sfenoide forma la fessura orbitaria superiore (nella piccola ala c’è il foro ottico);
insieme all’osso mascellare forma la fessura orbitaria inferiore (la grande ala sta
dietro e il mascellare davanti).
2. Osso zigomatico, che forma la il margine inferolaterale.
Parete mediale: Osso lacrimale.
Pavimento:
1. Osso mascellare.

La mandibola e l’osso ioide


La mandibola, se osservata lateralmente, presenta
2 porzioni principali, uno orizzontale (corpo
mandibolare) e uno verticale (ramo
mandibolare). Quest’ultimo si divide in 2
processi, uno più affilato e più anteriore, il
processo coronoideo; l’altro, più ellittico e
posteriore, detto condilo della mandibola. Questo
va ad articolarsi con la cavità glenoidea.
Subito sotto la mandibola è presente un osso
impari, l’osso ioide, la cui origine embrionale è la
stessa delle ossa craniche. Se osservato superiormente, presenta una tipica forma a ferro di
cavallo, con convessità anteriore. E’ munito di processi, 2 anteriori (piccole corna) e 2
posteriori (grandi corna). A quest’osso si legano alcuni muscoli, che vanno a formare il
perimetro della cavità orale.

Muscoli intriseci della testa:


I muscoli intrinseci della testa si dividono in:
1. Muscoli mimici, attaccati ai piani cutanei della testa e non direttamente sullo
scheletro, nonostante siano muscoli volontari e quindi scheletrici.
2. Muscoli masticatori (tutti pari): muscoli temporali, muscoli masseteri e muscoli
pterigoidei esterni e pterigoidei interni.
Muscolo temporale: Ricopre interamente l’osso temporale e va ad attaccarsi al processo
coronoideo. Esso è responsabile del movimento della mandibola.
Muscolo buccinatore: E’ in realtà è un muscolo mimico, ma aiuta la masticazione.
Muscolo massetere: Determina la giunzione della bocca.

Muscoli estrinseci della testa:


Questi muscoli, in realtà, fanno parte del collo. Distinguiamo una regione anteriore, una
regione posteriore e due regioni laterali.
Partiamo dai muscoli laterali. Qui troviamo muscoli pari (quindi per ogni tipo di muscolo ne
troviamo 2). Troviamo il platisma, che ha la funzione di tendere la cute del collo. E’ di fatto
un muscolo mimico, perché si inserisce non sullo scheletro, ma sui piani cutanei. Se
asportiamo il platisma, troviamo un muscolo chiamato sternocleidomastoideo (si inserisce
sullo sterno, sulla clavicola e sul processo mastoideo, uno dei processi dell’osso temporale).
Al di sotto troviamo altri muscoli laterali del collo, chiamati muscoli scaleni (anteriori, medi
e posteriori). Anteriormente, poi, troviamo il lungo della testa, il retto anteriore della testa e
il lungo del collo.
Troviamo, poi, tutti quei muscoli con attacco sull’osso ioide. Alcuni di questi si estrinsecano
verso l’alto, attaccandosi sulla faccia interna della mandibola (muscoli sovraioidei). Altri,
invece, vanno ad attaccarsi in basso, normalmente sullo sterno (muscoli sottoioidei).
Nel collo abbiamo anche la laringe, collegata attraverso una membrana con l’osso ioide.
Infatti, tutte le volte che si sposta l’osso ioide, si sposta anche la laringe.

La colonna vertebrale
La colonna vertebrale in proiezione frontale si presenta come una serie di segmenti ossei,
articolati l’uno con l’altro (33 o 34).
Se la guardiamo, invece, in proiezione sagittale, notiamo che questa presenta una serie di
curvature: la prima e la terza hanno convessità anteriore, mentre le altre convessità posteriore.
Le curve a convessità anteriore prendono il nome di lordosi, mentre quelle a convessità
posteriore prendono il nome di cifosi. Tutte le altre curvature che troviamo sul piano frontale
sono patologiche e sono dette scoliosi.
La colonna vertebrale viene suddivisa in tratti: avremo il tratto che corrisponde al collo e
prende il nome di tratto cervicale (composto da 7 vertebre, indicate con la “C” di “Cervicale”
e i numeri); poi troviamo il tratto toracico (composto da 12 vertebre, indicate con “T1”,
ecc.); poi abbiamo il tratto lombare (composto da 5 vertebre, indicate con “L1”, ecc.); dopo
abbiamo il tratto sacrococcigeo (9 o 10 vertebre), diviso in tratto sacrale (5 vertebre, indicate
con “S1”, ecc.) e tratto coccigeo (4 o 5 vertebre, indicate con “CO1”, ecc.).

Anatomia di una vertebra “tipo”


Distinguiamo una porzione anteriore e una porzione posteriore. La porzione anteriore della
vertebra viene chiamata corpo vertebrale. Attaccata al corpo c’è una struttura, detta arco
vertebrale, cavo all’interno. Fra il
corpo e l’arco c’è, infatti, un foro, che
prende il nome di foro vertebrale. I
vari fori costituiscono il canale
vertebrale, che contiene il midollo
spinale.
Dall’arco si dipartono una serie di
processi, importati per l’articolazione
fra le vertebre. I processi verticali, che
servono per l’articolazione di vertebre
contigue, sono detti processi
articolari. Questi si distinguono in un
processo superiore e in un processo
inferiore: questi, però, sono la stessa lamina ossea: solo che uno si articola con la vertebra
superiore e l’altro con quella inferiore.
Abbiamo poi alcuni processi laterali, detti processi trasversi. Questi, nel segmento toracico,
danno attacco alle coste. Infine, abbiamo un processo spinoso, unica parte della vertebra
palpabile dalla cute.
Il corpo e l’arco si articolano indipendentemente l’uno dall’altro (gli archi fra di loro e i corpi
fra di loro). L’articolazione fra gli archi è mobile (diartrosi) e fa parte delle artrodìe: permette
movimenti di scivolamento. I corpi si articolano mediante sinartrosi (immobile). In realtà,
questa non è immobile, ma si tratta di una sinfisi, in cui il tessuto interposto è connettivo
fibroso, il quale nell’adulto si trasforma in cartilagine. Questi prendono il nome di dischi
intervertebrali. La parte esterna del disco è fibrosa, mentre la parte interna è molliccia. Può
capitare che, se effettuo un movimento brusco, la parte fibrosa si rompa: si dice, in questo
caso, che il disco ernia.
Tra il corpo e i processi articolari è rimane un pezzettino di arco, chiamato peduncolo.
Questo è incavato. Quindi, i peduncoli della vertebra superiore hanno un’incavatura in un
certo verso, mentre quello inferiore ha l’incavatura nel verso opposto: queste concavità, dalla
giustapposizione dei peduncoli, formano un foro circolare, chiamato foro intervertebrale.
Questo è il punto dal quale escono i nervi spinali.

Vertebre cervicali: atlante e epistrofeo


La prima vertebra è chiamata atlante. Questa non possiede un corpo e presenta una tipica
forma ad anello. Si distingue un arco anteriore e un arco posteriore. Nell’arco posteriore è
presente una lieve protuberanza, che corrisponderebbe al processo spinoso, detta tubercolo
posteriore. La faccia interna della parte
anteriore presenta un’infossatura chiamata
fossetta del dente. I due processi trasversi
presentano un foro, il foro trasversario.
Nella faccia superiore ci sono le cavità
glenoidee, che si articolano con i condili
dell’osso occipitale.
Guardandolo, invece, inferiormente,
possiamo vedere i 2 processi articolari
inferiori, che si articolano, mediante
artrodìe, con la seconda vertebra,
l’epistrofeo.
Questo è dotato di un processo verticale
(dente dell’epistrofeo) che si articola con la fossetta del dente. Quest’articolazione viene
detta ginglimo trocoide e permette la rotazione della testa.

Vertebre C3-C7
Presentano tutte caratteristiche comuni. Hanno, infatti, tutte la presenza del foro trasversario,
che da passaggio ad un’arteria importantissima, chiamata arteria vertebrale. Questa, insieme
alla carotide, vascolarizza l’encefalo. Il processo spinoso, qui, è chiamato processo spinoso
bifido, ossia suddiviso in due parti.

Vertebre toraciche
Le vertebre toraciche sono caratterizzate da alcune particolarità, dovute al fatto che si
articolano con le coste. Ogni costa, in realtà, si articolare tra 2 vertebre contigue. Ciascun
processo trasverso si articola con la costa corrispondente. Riguardo, invece, al corpo
vertebrale, ogni costa si articola con questo grazie all’unione di 2 emifaccette. Ciascuna di
esse, infatti, ha la tipica forma di metà circonferenza. Quando due vertebre si uniscono, le
emifaccette costituiscono un foro circolare, nel quale si articolare la costa.
La prima costa si articola tutta con la prima vertebra toracica. Stessa cosa accade per
l’undicesima e la dodicesima costa, che si articolano solamente con l’undicesima e la
dodicesima vertebra.
Vertebre lombari
Sono le vertebre più grosse, a parte il sacro, perché devono sopportare una notevole quantità
di peso.

Osso sacro
Formato da 5 vertebre, che nell’adulto si fondono completamente fra loro, formando un osso
unico. Anteriormente si vedono i corpi delle vertebre, con i loro originali dischi
intervertebrali. Importante ricordare il punto in cui la L5 si articola con la S1. Qui, infatti, dal
momento che il tratto lombare ha una lordosi e il tratto sacrale una cifosi, l’articolazione
sporge molto in avanti. Questo punto viene chiamato promontorio.
Posteriormente notiamo, invece,
un processo molto pronunciato,
dato dalla fusione dei processi
spinosi. Le parti laterali,
ugualmente, saranno date dalla
fusione dei processi trasversi e
dai peduncoli.
Nell’osso sacro i fori
intervertebrali, dai quali escono i
nervi spinali, che normalmente
sono formati dalla
giustapposizione di due vertebre,
qui diventano veri e propri fori.
Troviamo 4 fori anteriori e, staccati, 4 fori posteriori. Il nervo spinale, quando esce dalla
colonna vertebrale, si biforca in nervo anteriore e nervo posteriore. Nel caso del sacro, però
il nervo si divide all’interno dell’osso e i nervi anteriori fuoriusciranno dai fori anteriori,
mentre quelli posteriori dai fori posteriori.
La porzione supero-laterale dell’osso è slargata e si apre quasi a ventaglio e viene detta ala.
Nella porzione laterale il sacro si va ad articolare con l’osso dell’anca, un osso pari, insieme
al quale va a costituire il bacino. La porzione dell’osso dell’anca, che si articola col sacro, è
l’ileo: l’articolazione prende il nome di articolazione sacro-iliaca. E’ una sincondrosi, che
permette solo un movimento minimo di oscillazione, utile alle donne per il passaggio del feto.

I muscoli della colonna vertebrale


I muscoli che prendono inserzione sulla colonna vertebrale vengono chiamati muscoli del
dorso. Questi sono organizzati su piani sovrapposti. Abbiamo un:
1. Strato profondo, dove troviamo muscoli che si attaccano esclusivamente sulla
colonna vertebrale e che prendono origine su una vertebra, estricandosi sulla vertebra
sottostante o sovrastante. Poi ci sono i muscoli leggermente più lunghi, che prendono
origine su una vertebra e si estrinsecano fino a 2 o 3 vertebre sottostanti o sovrastanti.
Tutti questi muscoli del piano profondo prendono il nome di muscoli erettori della
colonna.
2. Strato intermedio. L’estensione di questi muscoli aumenta, perché vanno dalle prime
vertebre fino al sacro o al coccige. Nel loro insieme servono anche per la flessione e
l’estensione della colonna. Insieme a questi ci sono alcuni muscoli, come il dentato
posteriore, che prendono origine sulla colonna vertebrale, ma che vanno ad inserirsi
su altri punti scheletrici e sono, quindi, estrinseci.
3. Strato superficiale. E’ composto essenzialmente da due muscoli: uno superiore, il
trapezio, e uno inferiore, il grande dorsale; anche questi sono estrinseci, perché
vanno ad estrinsecarsi su altri parti scheletriche.
La gabbia toracica
La gabbia toracica è costituita da 12 paia di coste, da un osso impari mediale piano, lo sterno
e dalle vertebre toraciche. Questa scatola racchiude una cavità, chiamata cavità toracica.
Le coste sono ossa piatte, le cui dimensioni aumentano dalla prima alla decima, ridiminuendo
all’undicesima e alla dodicesima. Ogni costa
si va ad articolare con le vertebre attraverso
due punti. Questa porzione della costa viene
chiamata estremità vertebrale ed è costituita
da una testa, che va ad articolare con le
emifaccette del corpo della vertebre, e da un
tubercolo, che si articola con il processo
trasverso della vertebra. E’ importante
ricordare che, mentre l’articolazione col
corpo avviene fra 2 vertebre contigue (eccetto
la prima, l’undicesima e la dodicesima costa),
il tubercolo si va ad articolare con il processo
trasverso della vertebra corrispondente.
L’altra estremità della costa è chiamata
estremità sternale. Qui, l’articolazione
avviene per interposizione di un segmento
cartilagineo, la quale diventa di lunghezza
maggiore dalla prima alla decima costa. Dalla prima alla settima costa, l’articolazione è
diretta (ogni costa, tramite il proprio segmento cartilagineo, va ad attaccarsi direttamente allo
sterno): queste coste vengono chiamate coste vere. Le cartilagini dell’ottava, della nona e
della decima, invece, essendo più lontane dallo sterno, non riescono a raggiungerlo
direttamente, ma vanno a fondersi sulla cartilagine sovrastante: vengono chiamate coste false.
Infine, le ultime due coste, molto corte, non prendono nessun tipo di rapporto con lo sterno.
Non essendo vincolate a quest’ultimo, hanno maggiore libertà di movimento e vengono
chiamate coste fluttuanti.
Osserviamo lo sterno in senso cranio-caudale. Troviamo una parte superiore, il manubrio,
che presenta varie incisure, prima fra tutte l’incisura giugulare, mediana superiore, palpabile
dalla cute. Lateralmente a questa, troviamo altre 2 incisure, che servono per l’articolazione
con la clavicola, per questo dette incisure clavicolari. Sui lati del manubrio, infine, troviamo
le prime incisure costali, per l’articolazione con la prima costa. La seconda incisura costale si
trova, invece, fra il manubrio e il corpo dello sterno. Sui lati del corpo, poi, troviamo le
restanti incisure per le varie coste. Infine, sotto il corpo, è presente il processo xifoideo, che
non sempre c’è. Le ultime cartilagini costali vanno a creare un arco, detto arco costale.

I muscoli della gabbia toracica


Nella gabbia toracica sono presenti una serie di muscoli intrinseci, che si originano e si
estrinsecano sulle coste. Troviamo i muscoli intercostali, tesi fra una costa e quella o
sottostante o quella sovrastante. Sono organizzati in piani sovrapposti; si distinguono in
intercostali interni, a contatto con i visceri della cavità toracica, e intercostali esterni. Gli
esterni si originano all’altezza della cartilagine costale, circoscrivono la cavità toracica,
passando posteriormente e si attaccano alle vertebre toraciche. Gli interni, invece, si
originano sullo sterno, circoscrivono la gabbia toracica e si interrompono prima. Inoltre,
l’orientamento delle fibre dei due tipi di muscoli è contrario: gli esterni fanno punto fisso
sulle coste e, contraendosi, sollevano la gabbia toracica (muscoli inspiratori); viceversa, gli
interni, quando si contraggono provocano l’abbassamento del torace (muscoli espiratori).
Infine, abbiamo il diaframma. Questo è un muscolo estrinseco, che si origina sia dalla faccia
posteriore della parte inferiore dello sterno sia dalle coste inferiori e si estrinseca fino allo
sterno. Posteriormente, ossia in corrispondenza della colonna vertebrale, invece di attaccarsi
sulle vertebre toraciche, va ad attaccarsi sulle prime vertebre lombari (per questo è
estrinseco). Tutte le fibre vanno ad inserirsi le une sulle altre e, i vari tendi di inserzione di
ogni fibra, vanno ad unirsi in un unico tendine, detto centro tendineo del diaframma: su
questa regione riposa il cuore. Il diaframma, però, non è simmetrico, ma nella parte destra è
più alto rispetto a quella sinistra: questo per gli organi che si trovano al di sotto del
diaframma, ossia quegli organi che sono all’interno della cavità addominale (il fegato a destra
e lo stomaco a sinistra). E’ importante, poi, ricordare come il diaframma non sia esattamente
centrale, dietro allo sterno, ma sia reclinato all’indietro, proprio perché si aggancia sulle
vertebre lombari, che lo tirano verso il basso.
Il diaframma occupa tutta la cavità toracica; tuttavia, questo muscolo presenta dei fori, per
consentire l’attraversamento di alcune strutture. Procedendo in senso cranio-caudale, il primo
foro, detto orifizio o iato diaframmatico della vena cava inferiore si trova all’altezza di T8;
troviamo poi l’orifizio o iato esofageo, all’altezza di T10; infine, è presente l’orifizio o iato
aortico, all’altezza di T12. Tutti questi orifizi si trovano tutti nella parte posteriore del
diaframma.

Gli arti superiori


L’arto superiore viene suddiviso in porzioni che, in senso prossimo-distale, sono costituite
dalla spalla, dal braccio, dall’avambraccio e dalla mano. La spalla è formata da clavicola e
scapola, che si articolano fra loro a formare la cintura toracica o cingolo scapolare. Questa
serve come punto di attacco dell’arto superiore al tronco. Procedendo distalmente, troviamo il
braccio, costituito da 2 ossa, poste parallelamente: il radio, in posizione laterale, e l’ulna, in
posizione mediale. Lo scheletro della mano è costituito da un insieme di ossa: in posizione
prossimo-distale troviamo il carpo, poi il metacarpo e, infine, le falangi.

La cintura toracica: Scapola e clavicola si dispongono a chiudere la gabbia toracica (la


clavicola è posta anteriormente). La clavicola ha una forma a S sdraiata. Si distinguono 2
estremità, una prossimale, che si articola con lo sterno, detta estremità sternale, e
un’estremità distale, che si articola con una porzione della scapola, l’acromion, chiamata
estremità acromiale. Quest’articolazione acromio-clavicolare è un artrodìa. L’articolazione
sterno-clavicolare è, invece, a sella (più mobile).
La scapola ha una porzione inferiore detta squama, che poggia sulle coste. La parte
posteriore è divisa in 2 porzioni asimmetriche da un processo trasversale, chiamato spina
della scapola, che termina anteriormente nell’acromion. Il margine laterale della scapola
presenta la cavità glenoidea, per l’articolazione con la testa dell’omero. In realtà, la testa
dell’omero non si incastra con la cavità glenoidea, ma ci si appoggia solamente. In questi
casi, l’articolazione viene detta incongrua. L’omero si articola, quindi, grazie ad un aumento
del volume della cartilagine della cavità glenoidea, che avvolge la testa dell’omero. Questo
bordo aggiuntivo di cartilagine prende il nome di cercine glenoideo.

Scheletro del braccio: E’ costituito dall’omero, osso lungo, dotato quindi di due epifisi e una
diafisi. Consideriamo l’epifisi prossimale. Questa possiede una forma a emisfero, la testa
dell’omero, alla quale fa seguito una porzione ristretta, detta collo anatomico. Subito
posteriormente troviamo due protuberanze, che danno attacco a dei muscoli, che prendono il
nome di grande e piccola tuberosità. Al di sotto delle tuberosità troviamo un altro
restringimento, che segna il confine fra l’epifisi e la diafisi, detto collo chirurgico. L’epifisi
prossimale è quella che entra in articolazione con la scapola. Qui troviamo la cavità glenoidea
per la testa dell’omero, che è aumentata di dimensione dal cercine glenoideo, per rendere più
congrua l’articolazione. Si tratta di un’enartrosi ed è molto libera. Viene tenuta insieme, oltre
che dal cercine, anche da legamenti, tendini e da una capsula articolare robusta. Quando la
testa dell’omero esce dalla sede articolare, si parla di lussazione.
L’epifisi distale dell’omero si articola separatamente sia con l’ulna (articolazione omero-
ulnare) che con il radio (articolazione omero-radiale). Il radio e l’ulna, nelle loro epifisi
prossimali, si pongono in articolazione anche fra loro (articolazione radio-ulnare prossimale):
l’insieme di queste tre articolazioni costituisce l’articolazione del gomito. Al livello
dell’omero, in sede mediale (quindi con l’ulna), l’articolazione è un ginglimo e avviene
attraverso la troclea, mentre in sede laterale (con il radio), l’articolazione è un condilartrosi e
avviene attraverso il condilo. L’epifisi distale dell’omero, sia in sede anteriore che posteriore,
non è liscia, ma presenta delle fossette: la fossa che sovrasta la troclea è detta fossa
coronoidea, mentre quella che sovrasta il condilo è detta fossetta radiale.
In sede posteriore c’è, invece, un’unica fossa, che sovrasta la troclea e basta (il condilo si
vede solo anteriormente), detta fossa olecranica.

Ulna e Radio: L’epifisi prossimale dell’Ulna ha la tipica forma a bocca di pappagallo,


costituita da 2 processi: quello inferiore è il processo coronoideo; quello superiore è
l’olecrano. La parte compresa fra i due processi è quella che va ad articolarsi con la troclea
omerale. Finché l’arto sta a 90°, non c’è nessun problema. Se non esistesse la fossetta
coronoidea, non sarebbe possibile flettere completamente l’avambraccio sul braccio. Allo
stesso modo, se non esistesse la fossa olecranica, non sarebbe possibile estendere
completamene l’avambraccio e formare, quindi, un angolo di 180° col gomito.
L’epifisi prossimale del Radio prende il nome di capitello, che si va ad articolare con la
cavità glenoidea presente sull’omero. Anche qui, accade la stessa cosa che con l’Ulna. Il
capitello, per permettere una flessione completa dell’avambraccio, va ad inserirsi nella
fossetta radiale dell’omero.
La sede articolare per il radio la troviamo a livello dell’ulna e viene detta incisura radiale. E’
un ginglimo trocoide, che permette movimenti di prono-supinazione. Radio e Ulna sono poi
uniti anche da una membrana connettivale, chiamata membrana interossea, tesa fra le 2
diafisi.
L’epifisi distale del radio e dell’ulna si pongono in articolazione con le ossa del carpo,
andando a costituire l’articolazione del polso. Entrambe le epifisi presentano lateralmente un
processo, detto processo stiloideo. L’epifisi distale del radio è circa il doppio di quella
dell’ulna. L’articolazione, per questo motivo, avviene solamente fra carpo e radio. In sede
laterale, l’epifisi del radio si articolare con lo scafoide e, centralmente, con il semilunare.
L’ulna si articola al carpo solo mediante cartilagine.

Mano: In direzione prossimo-distale troviamo 8 ossa che formano il


carpo, organizzate in 2 file da 4 ossa ciascuna. Troviamo, quindi, una
fila prossimale e una distale. Quest’ultima si pone in articolazione con
il secondo gruppo di ossa, dette ossa metacarpali (5 ossa, chiamate,
prima, seconda, terza, quarta e quinta ossa metacarpale). Poi troviamo
le falangi, 3 per ogni tipo, eccetto il pollice, che ne possiede soltanto
due. Le falangi prendono il nome falange prossimale, media e
distale. Tutte le articolazioni della mano sono condilartrosi, eccetto
quella tra lo scafoide e il primo osso metacarpale, che è
un’articolazione a sella, che serve per l’opposizione del pollice.
Muscoli del torace e degli arti superiori: I muscoli posteriori del torace si sono già analizzati.
Guardiamo, adesso, i muscoli anteriori. Il muscolo più importante è il grande pettorale, che
si origina nel punto mediale della clavicola, dallo sterno e da qualche cartilagine costale e,
restringendosi, va ad inserirsi sull’omero.
Nella loggia anteriore dell’arto superiore troviamo solo muscoli flessori, quindi agonisti fra
loro. Nella porzione posteriore troviamo, invece, i muscoli estensori, agonisti fra loro ma
antagonisti ai flessori. Quando viene eseguito un movimento, viene immediatamente inibito il
movimento contrario. Il muscolo della spalla è il deltoide, molto ampio: va a costituire quasi
tutta la spalla; si origina su tutto il cingolo scapolare e si va ad inserire sull’omero. Nel
braccio troviamo 2 muscoli importanti: in sede anteriore, il muscolo flessore più importante è
il bicipite brachiale (bicipite perché ha 2 capi di origine), che va ad inserirsi sul radio; in sede
posteriore, invece, abbiamo il tricipite brachiale (ha 3 capi di origine), che va ad inserirsi
sull’ulna.

L’arto inferiore
E’ costituito da un dispositivo di attacco, il bacino. Questo ha uno scheletro composto dalla
cintura pelvica, formata dall’osso sacro e dall’osso dell’anca (osso pari).
L’arto inferiore, in senso prossimo-distale, è formato dalla coscia, alla quale segue la gamba,
alla quale segue il piede. Lo scheletro della coscia è formata dal femore; lo scheletro della
gamba è formato dalla tibia, in sede mediale, e dalla fibula o peròne, in sede laterale; lo
scheletro del piede è formato da un insieme di ossa, che formano il tarso, il metatarso e le
falangi.
Tutte queste ossa sono articolate da dei dispositivi, rappresentati dall’articolazione dell’anca
(o cocso-femorale), dal ginocchio e dalla caviglia.

La cintura pelvica
Le due ossa dell’anca, posteriormente si pongono in articolazione con l’osso sacro, mentre
anteriormente si pongono in articolazione mediante una sinfisi: fra le due ossa rimane un
disco cartilagineo, formando la sinfisi pubica. La cavità circoscritta dal bacino è detta pelvi.
Prendiamo in considerazione uno delle
due ossa dell’anca. Questa deriva, a livello
embrionale, da 3 differenti ossa. La parte
superiore più aperta, che nella faccia
mediale interna è incavata, è l’ileo; la
parte inferiore è costituita dal pube, che si
articola col pube controlaterale attraverso
la sinfisi pubica, e posteriormente
dall’ischio. Il pube e l’ischio sembrano
due “C” che, unendosi, formano il foro
otturatorio. Questo foro è chiuso da una
membrana connettivale, sulla quale si
vanno ad attaccare diversi muscoli.
Nell’adulto queste ossa non esistono più, però ciascuna struttura che ritroviamo sull’osso
mantiene il nome originale: per esempio, la cavità presente sull’ileo si chiama fossa iliaca
(qui sta l’intestino cieco). La parte superiore dell’ileo, molto sporgente, prende il nome di
cresta iliaca. Su questa cresta ci sono varie sporgenze: la più importante è quella anteriore,
detta spina iliaca antero-superiore: è il punto più sporgente in avanti del bacino.
Sulla faccia laterale dell’osso dell’anca è presente la cavità glenoidea per la testa del femore,
che prende il nome di acetabolo o cavità acetabolare (enartrosi).
Come già detto, il bacino individua una cavità, la pelvi, che viene suddivisa in 2 parti, perché
contiene organi differenti. Questa divisione viene effettuata tracciando una linea curva
partendo, posteriormente, dal promontorio, seguendo delle linee presenti sull’osso e passando
dalla parte superiore della sinfisi pubica: si viene così a creare una linea ideale, che suddivide
il bacino in una parte superiore e una parte inferiore. Questa linea prende il nome di stretto
superiore, che divide la pelvi in una grande pelvi, superiore (comprende la fossa iliaca), e in
una piccola pelvi, inferiore (formata dal pube e dall’ischio). La grande pelvi appartiene alla
cavità addominale. Gli organi che troviamo nella piccola pelvi sono l’intestino retto, gli
organi dell’apparato urinario e dell’apparato genitale. La forma dello stretto superiore ha
forma differente nei due sessi: nel maschio, dove il bacino non ha bisogno di contenere un
feto, ha una forma a cuore; nella femmina ha un aspetto più ovalare. Gli organi della piccola
pelvi, inferiormente, sono tenuti insieme da alcuni muscoli, a livello dello stretto inferiore.
Questi muscoli si originano dal bacino, si dirigono sulla linea mediana e, come nel
diaframma, si incastrano gli uni sugli altri. Le fibre muscolari, come nel diaframma, vanno a
formare una specie di conca. Tutti questi muscoli, nell’insieme, formano il cosiddetto
diaframma pelvico. Al livello di questo complesso muscolare troviamo alcune aperture:
l’orifizio anale (uguale nel maschio e nella femmina), l’orifizio uretrale esterno (che nei
maschi non è visibile, perché coperto dal pene) e l’orifizio vaginale (presente solo nella
femmina), compreso fra gli altri due.
La regione cutanea (quindi esterna), che corrisponde al diaframma pelvico, prende il nome di
perineo. Tra l’orifizio anale e la radice dello scroto è presente una sorta di piega, data dalla
giunzione dei muscoli che costituiscono il diaframma pelvico, detta rafe perineale.
Nella femmina, il perineo viene suddiviso in 2 regione: una regione posteriore, caratterizzata
dall’orifizio anale, e una regione anteriore, chiamata regione uro-genitale, dove si trovano
l’orifizio uretrale esterno e l’orifizio vaginale. Il tutto, nella femmina, è contornato da una
serie di strutture, che prendono il nome di genitali esterni. Questi sono presenti anche nel
maschio, rappresentati dallo scroto e dall’asta.

Muscoli della parete addominale: I muscoli che circoscrivono la cavità addominale si


dividono in:
1. Muscoli della parete anterolaterale della cavità addominale (tutti muscoli pari). Le
fibre muscolari, anche in questo caso, sulla linea mediana,
vanno ad incastrarsi le une sulle altre, formando un rafe,
detta linea alba. Questa linea è continua e si estrinseca
dal processo xifoideo e, seguendo la linea mediana, si va
ad agganciare sulla sinfisi pubica. I tendini di inserzione
di questi muscoli sono molto lunghi e ampi: in questo
caso, non si parla di tendini, ma di aponevrosi. Il muscolo
più superficiale è il muscolo obliquo esterno. A livello
del bacino, questo muscolo percorre tutta la cresta iliaca,
arriva sulla spina iliaca anteriore-superiore e lancia un
tendine a ponte fra la spina iliaca e la sinfisi pubica.
Questo tendine rimane a ponte fra questi due punti
scheletrici e prende il nome di legamento inguinale, a
livello della cosiddetta piega inguinale. Questa
rappresenta un confine convenzionale fra la cavità addominale e gli arti inferiori. Nel
maschio, vicino al legamento inguinale, c’è un foro (foro inguinale sottocutaneo),
che rappresenta l’apertura esterna di un canale, che arriva all’interno della cavità
addominale, attraverso il foro inguinale addominale. Questo canale è quel tunnel nel
quale passano i testicoli quando, dall’addome, si portano all’interno della borsa
scrotale. Il testicolo, spostandosi all’interno di questo canale, si trascina dietro il
funicolo spermatico, che nell’adulto occupa il canale.
Sotto il muscolo obliquo esterno, troviamo il muscolo obliquo interno, che presenta
le stesse caratteristiche dell’esterno. Sullo stesso piano dell’obliquo interno ed
esterno, ma parallelamente alla linea alba, troviamo il muscolo retto dell’addome,
muscolo longitudinale, che si aggancia superiormente allo sterno e alle coste e
inferiormente sulla sinfisi pubica. Questo muscolo è poligastrico (a più ventri), dove i
tendini di inserzione dei fasci superiori del muscolo diventano i tendini di origine del
muscolo sottostante: il retto è, infatti, diviso in quadranti; per questo motivo non si
parla qui di tendini, ma di inscrizione tendinea. Nell’ultimo strato, sotto il retto e
l’obliquo interno, troviamo il muscolo trasverso dell’addome. Anche questo ha
un’ampia aponévrosi, che si incastra con la controlaterale, creando la linea alba.
2. Muscoli della parete posteriore della cavità addominale. Sulla parete addominale
posteriore troviamo, lateralmente, le fibre del trasverso; poi, sotto il grande dorsale, se
osservato posteriormente, troviamo il muscolo quadrato dei lombi; procedendo in
direzione della colonna vertebrale troviamo un muscolo detto grande psoas. Questo,
quando raggiunge la grande pelvi, nella fossa iliaca, si fonde con i fasci del muscolo
iliaco e forma un unico muscolo, detto ileopsoas. Questo passa sotto al legamento
inguinale e arriva fino al femore.

Arto inferiore
In senso cranio-caudale troviamo il femore. L’epifisi prossimale del femore è detta testa, che
si articola con l’acetabolo, attraverso un’articolazione congrua (a differenza dell’omero con la
cavità glenoidea della cintura scapolare). Tuttavia, nonostante l’articolazione sia congrua,
anche qui è presente un cercine glenoideo, meno spesso, detto
labbro glenoideo, e un legamento, detto legamento della testa
del femore. Se tracciamo l’asse maggiore della testa del
femore e l’asse maggiore della diafisi, queste vanno a formare
un angolo, che deve essere per forza compreso fra 120° e 14°.
Se quest’angolo risulta troppo ampio, si parla di varismo; se
risulta troppo acuto, si parla di valgismo.
L’epifisi distale del femore si articola unicamente con la tibia,
senza toccare il peròne. Nel ginocchio è presente anche la
rotula, la quale si articola, anche questa, solo col femore.
Se osserviamo il femore anteriormente, sull’epifisi è possibile
notare la superficie patellare, che
si va ad articolare con la rotula;
posteriormente, invece, si
possono osservare i 2 condili, che si vanno ad articolare con le
cavità glenoidee dell’epifisi prossima della tibia.
Quest’articolazione non è congrua, ma rivestita da una cercine
glenoidea, che qui è chiamata menisco: esiste un menisco
mediale o interno e un menisco laterale o esterno. Quello
esterno è a forma di “O”, mentre quello interno è a forma di “C”
(per ricordarlo, basta pensare alla parola “OECI”).
I legamenti sono 4 per ogni ginocchio. Abbiamo un legamento
fra il femore e la tibia e uno fra il femore e il peròne. Il primo è chiamato legamento
collaterale tibiale o mediale o interno; il secondo è detto legamento collaterale fibulare o
laterale o esterno. Gli altri 2 legami, il legamento crociato anteriore e il legamento crociato
posteriore, sono interni all’articolazione e si incrociano fra loro. Il primo evita un eccesso di
flessione dell’articolazione, mentre il secondo evita un eccesso di estensione
dell’articolazione.
La rotula (o patella) fa parte di una serie di ossa, dette sesamoidi (ricordano i semi di
sesamo), le quali nascono e si trovano nello spessore dei
legamenti o dei tendini. Nel nostro
organismo ci sono tantissime ossa
sesamoidi. L’unico osso sesamoide
costante in tutti gli individui è la patella,
la quale si articola con la faccia anteriore
dell’epifisi distale del femore, attraverso
un’articolazione a sella.
L’epifisi distale della tibia si
articola col tarso, attraverso la
caviglia. Sia la tibia che la
fibula presentano due
processi, che prendono il
nome di malleoli.
L’articolazione con il tarso si
realizza solo fra un osso del tarso (astragalo) e la tibia, attraverso una
troclea. Le ossa del tarso sono formate da 8 ossa (4 della fila prossimale e 4
di quella distale). La fila prossimale, invece di essere organizzata in 4 ossa
parallele fra loro, è un po’ peculiare: le prime due ossa, infatti, stanno una sopra all’altra;
l’astragalo superiormente e l’altro osso del tarso, che forma il calcagno, inferiormente. Le
ossa della fila distale si vanno ad articolare, tramite condili, alle ossa metacarpali: anche qui
si distinguono un primo, un secondo, un terzo, un quarto e un quinto osso metacarpale.
Ciascuna di queste si pone in articolazione, tramite condilartrosi, con la falange prossimale di
ogni dito del piede.
Le dita del piede vengono o numerate oppure dette Alluce, Melluce, Trillice, Pondulo,
Mellino.

Muscoli dell’anca e della coscia: Partiamo dalla cintura pelvica. I muscoli dell’anca si
dividono in muscoli esterni e muscoli interni. Questi ultimi, in realtà, sono rappresentati solo
dall’ileo-psoas. Il muscolo più esterno è, invece, il grande gluteo. Per fare un intramuscolo
nel gluteo, è necessario dividere il muscolo in 4 quadranti: l’intramuscolo si effettua nel
quadrante supero-laterale.
Poi abbiamo i muscoli della coscia. Mentre nell’arto superiore i muscoli flessori stanno tutti
anteriormente e gli estensori posteriormente, nell’arto inferiore è il contrario. Quindi,
posteriormente, sotto il gluteo, troviamo il muscolo flessore più grande della coscia, detto
bicipite femorale. Anteriormente, invece, come muscolo estensore, troviamo il quadricipite
femorale, costituito da 4 capi, riuniti tutti in un unico tendine, il quale va a racchiudere la
rotula. Sempre nella porzione anteriore della coscia troviamo il sartorio.

Muscoli della gamba: Il muscolo più importante della gamba, che si trova in sede posteriore,
costituisce il polpaccio: è un tricipite, chiamato tricipite della sura. E’ composto da 2 ventri
superficiali e da un ventre profondo. I due ventri superficiali prendono il nome di gemello
mediale e gemello laterale che, nell’insieme, costituiscono il muscolo gastrocnemio. Se
togliamo i due gemelli, possiamo apprezzare il terzo capo, detto sòleo. I 3 capi muscolari si
riuniscono in un unico tendine, che va ad inserirsi sulla faccia posteriore del calcagno
(tendine di Achille).
Apparato Circolatorio
L’apparato circolatorio è costituito da 2 grandi settori: l’apparato circolatorio sanguifero e
l’apparato circolatorio linfatico.
Nel sanguifero, come organi troviamo il cuore e i vasi sanguiferi (arterie, vene e capillari).
Nel linfatico, invece, troviamo i vasi linfatici e gli organi linfoidi.
L’apparato circolatorio sanguifero ha diverse funzioni:
1. Trasporto e apporto di O2 e nutrienti a tutti i tessuti
2. Allontanamento di CO2 e cataboliti (prodotti di scarto) dai
tessuti
3. Termoregolazione
4. Funzione di difesa
5. Regolazione dei fluidi corporei
6. Mantenimento dell’equilibrio acido-base (pH 7,35-7,45)
7. Mantenimento dell’equilibrio idro-salino
Il sangue ha la capacità di svolgere tutte queste funzione, perché
entra in contatto con i tessuti periferici. Ma questo è possibile solo
attraverso quei vasi che presentano una parete molto sottile, non
quindi nelle arterie o nelle vene. Quindi, da vasi grossi, col solo
scopo di veicolare il sangue, si passa a vasi sempre più piccoli,
che presentano caratteristiche tali da permettere al sangue di
interagire con i tessuti periferici.
Parliamo di arterie quando ci riferiamo a vasi di grosso calibro,
che non scambia materiale con l’esterno. Questo ha una
localizzazione ben precisa nel corpo ed è possibile seguirlo fino al suo organo di
destinazione. Una volta raggiunto l’organo, l’arteria si divide in varie arteriole (vasi di minor
calibro), ancora troppo spesse per gli scambi. Queste si diramano ulteriormente, creando i
capillari, che consentono gli scambi. Nel capillare il diametro è tale che i globuli rossi
passano in fila indiana. Questi cedono O2
al tessuto e, contemporaneamente,
prendono la CO2. I capillari, dunque, non
sono né arteriosi né venosi, ma misti.
Questi capillari, una volta ricci di anidride
carbonica, confluiscono gli uni negli altri,
formando le venule, con pareti più spesse
(siamo sempre dentro l’organo), le quali si
uniscono fra loro a costituire le vene.
Ci sono delle grandi differenze strutturali
fra le vene e le arterie, dovute alla loro
funzione e alla direzione nella quale si
trovano a dover veicolare il sangue. Le
arterie sopportano la pressione del cuore: devono, quindi, avere una parete molto elastica.
Inoltre, mentre le arterie, tranne quelle che vanno alla testa, per portare il sangue in tutto il
corpo, lavoro con la forza di gravità, le vene lavorano contro la forza di gravità: sono munite,
infatti, di valvole, formate dalla parete stessa: l’endotelio si ripiega a costituire le varie
valvole, definite “a nido di rondine”, la quale è formata da 3 lembi. Nel momento in cui il
sangue scorre, preme contro i lembi, che si schiacciano alla parete, aprendo la valvola e
permettendo al sangue di passare. Il sangue avanza per inerzia, la quale, ad un certo punto,
finisce; pertanto, in un dato istante, il sangue comincia a rifluire, andando a chiudere la
valvola. La forza di propulsione del sangue venoso è la muscolatura scheletrica: la forza di
contrazione del muscolo comprime la vena e provoca una forza propulsiva del sangue.
L’obiettivo principale del circolo sanguigno è quello di incamerare l’ossigeno, trasportarlo ai
tessuti, prendere l’anidride carbonica, e buttarla fuori. L’organo che incamera ossigeno e
espelle anidride carbonica è il polmone: per questo motivo si viene a creare uno stretto
contatto (una via bidirezionale) fra il cuore e il polmone, la piccola circolazione. Tutto il
resto è detta grande circolazione. Le vene che partono dai tessuti periferici, non si dirigono,
dunque, direttamente al polmone, ma ripassano dal cuore. Tutto questo perché il cuore è
l’unico organo che può dare la forza al sangue di muoversi verso il polmone: senza ripassare
dal cuore, non ci sarebbe la pressione sufficiente per raggiungere il polmone.
Si definiscono, quindi, arterie tutti i vasi in partenza dal cuore e vene tutti i vasi che tornano
al cuore.

La grande e piccola circolazione


Partiamo dal cuore. Da questo parte un’arteria, ricca di ossigeno,
detta aorta. Essa si dirama in tutto l’organismo, in altre arterie (arteria
gastrica, arteria epatica, arteria mesenterica, ecc.). Ciascuna di queste
arterie entra nell’organo relativo, si ramifica in arteriole, le quali si
dividono in capillari. L’ossigeno viene ceduto e viene assunta
anidride carbonica. I capillari si riuniscono nuovamente a formare le
venule, che si uniscono a dare le vene. Dall’organo escono le vene
(vena epatica, vena gastrica, vena mesenterica). Tutte le vene si
riuniscono in due sole grosse vene, che tornano al cuore: la vena cava
superiore e la vena cava inferiore. Qui ci sarà il tronco polmonare,
diretto verso il polmone, che si divide immediatamente nell’arteria
polmonare destra (per raggiungere il polmone destro) e nell’arteria
polmonare sinistra (per raggiungere il polmone sinistro). Nel
polmone, il tronco ormai diviso in capillari, scambia l’anidride
carbonica con l’ossigeno e torna al cuore, attraverso le vene
polmonari, 4 in totale, due per ogni polmone.

Il cuore
Il cuore si trova all’interno della cavità toracica. Tuttavia, questa è molto ampia e contiene
anche altri organi. Definiamo, allora, una zona centrale, detta mediàstino, una specie di
corridoio stretto, delimitato lateralmente dai polmoni, anteriormente dalla faccia posteriore
dello sterno, posteriormente dalla faccia anteriore
del rachide toracico e inferiormente dal diaframma.
Superiormente è aperto e comunica col collo. Il
mediastino viene suddiviso in una porzione
anteriore e in una porzione posteriore, attraverso un
piano passante per la porzione anteriore della
trachea (la trachea, dunque, sta nel mediastino
posteriore). Il cuore occupa il mediastino anteriore.
Tra il cuore e lo sterno c’è uno spazio, detto spazio
pericardico. Il cuore presenta una tipica forma a
cono rovesciato. L’asse maggiore, però, non è diretta perpendicolarmente, ma dall’alto verso
il basso, da destra verso sinistra e da dietro in avanti: la base è più posteriore rispetto
all’apice. Stando appoggiato sul diaframma, segue gli atti respiratori: durante l’espirazione si
abbassa e durante l’inspirazione di alza. A causa di tutti questi movimenti, derivanti dal suo
pompaggio e dalla respirazione, il cuore necessita un forte ancoraggio. E’, infatti, interamente
rivestito da un tessuto connettivo fibroso, molto resistente, che lo avvolge e lo attacca sia al
diaframma che allo sterno, detto pericardio fibroso. Togliendo il pericardio fibroso, troviamo
un altro rivestimento, detto pericardio sieroso, costituito da un foglietto viscerale, che
aderisce al cuore, e da un foglietto parietale. Fra i 2 si trova lo spazio pericardico, nel quale
si trova il liquido pericardico, secreto dai 2 foglietti. Il foglietto sieroso viscerale è detto
epicardio. Il cuore, come costituzione, è molto simile ad un vaso. La tonaca intima del cuore
è costituita dall’endotelio, chiamato endocardio. Poi troviamo una tonaca media, costituita
sia da tessuto connettivo che da muscolare (ovviamente il muscolare è molto più spesso del
connettivo), detto miocardio. Più superficialmente, al posto della tonaca avventizia troviamo
il pericardio, diviso in sieroso e fibroso.

Conformazione esterna del cuore: Alla base del cuore, procedendo da destra verso sinistra, si
vede la vena cava superiore, che entra nel cuore, poi l’aorta, che esce dal cuore, e poi il
tronco polmonare, il quale si biforca subito nelle due arterie polmonari.
La porzione destra del cuore viene
detta auricola destra, mentre quella
piccola a sinistra viene detta auricola
sinistra. Poi si vede una parte più
estesa, il ventricolo destro, e una
meno estesa, ossia il ventricolo
sinistro. In realtà, i due ventricoli sono
perfettamente uguali: la differenza sta
solo nel fatto che stiamo osservando il
cuore nella sua faccia sterno-costale.
Superiormente ai ventricolo troviamo
gli atri: le auricole, infatti, non sono
altro che porzioni di atrio. Le 4 cavità
del cuore sono separate da alcuni setti:
il solco che divide i due ventricoli è
detto solco interventricolare anteriore;
il solco che divide gli atri dai ventricoli
è detto solco atrio-ventricolare o solco
coronario (perché è attraversato dalle
vene e dalle arterie coronarie). La punta
del cuore, interamente di pertinenza del
ventricolo sinistro, è detta apice.
Nella faccia diaframmatica, ossia la
porzione che, in realtà, sta appoggiata al
diaframma, osserviamo il ventricolo
sinistro, che questa volta è molto più
ampio del destro, e il ventricolo destro.
Questi due sono, ovviamente, separati
dal solco interventricolare posteriore,
proseguimento dell’anteriore. Al di sopra troveremo i due atri, molto grandi, separati dal
solco coronario. L’atrio sinistro prende rapporto con le 4 vene polmonari. Mentre l’atrio
destro vede l’ingresso della vena cava inferiore e della vena cava superiore.
Conformazione interna del cuore: Internamente è diviso in 4 cavità. Le due cavità antero-
superiori (atrio destro e atrio sinistro) sono separate da un setto interatriale, completamente
chiuso solamente nell’adulto. Gli atri sono la regione del cuore dove arrivano i vasi (vene):
all’atrio destro arrivano le due vene
cave, che portano il sangue povero di
ossigeno, arrivante dai tessuti
periferici. All’atrio sinistro arrivano le
4 vene polmonari, che portano sangue
ricco di ossigeno proveniente dal
polmone. Al di sotto degli atri
troviamo i 2 ventricoli, separati dal
setto interventricolare. I ventricoli
rappresentano le zone dalle quali
partono i vasi. Dal ventricolo destro
parte il tronco polmonare, che si
divide subito nelle due arterie
polmonari, le quali portano sangue povero di ossigeno ai polmoni; dal ventricolo sinistro
parte l’aorta, che porta sangue ossigenato a tutti i tessuti periferici. Il cuore, quindi, lo
possiamo immaginare come diviso in due compartimenti, da un punto di vista funzionale: il
cuore destro, povero di ossigeno, e il cuore sinistro, ricco di ossigeno. I due atri e i due
ventricoli, infatti, non possono comunicare fra loro, mentre ogni atrio comunica col proprio
ventricolo, tramite un foro atrio-ventricolare (destro e sinistro).
L’atrio sinistro si riempie di sangue e, una volta pieno, si contrae (sistole); il sangue passa
dall’atrio al ventricolo. Mentre succede questo, l’atrio comincia a rilassarsi (diastole) e,
contemporaneamente, il ventricolo si riempie. Una volta riempito, entra in sistole il
ventricolo, che butta il sangue nell’aorta, la quale raggiunge i tessuti periferici. Da questi si
formano le vene cave, le quali arrivano all’atrio destro, che si riempie di sangue. Questo entra
in sistole e butta il sangue povero di ossigeno nel ventricolo destro. Una volta riempito,
questo va in sistole e butta il sangue povero di ossigeno nel tronco polmonare. Il tronco porta
il sangue al polmone, rilascia l’anidride carbonica, assume l’ossigeno e torna al cuore con le
4 vene polmonari, nell’atrio sinistro.
Come è possibile notare dalla figura a lato, si vede una
differenza morfologica abissale fra le due regioni
dell’atrio: la parte trabecolata è l’auricola, ossia quella
parte dell’atrio destinata alla contrazione; le porzioni
lisce sono quelle dove arrivano i vasi.
I due ventricoli non hanno la parete dello stesso
spessore: la parete del destro è più sottile di quella del
sinistro; questo perché dal destro parte il tronco
polmonare, che non necessita di una grande pressione
per raggiungere i 2 polmoni. Dal sinistro, invece, parte
l’aorta, che deve raggiungere i tessuti periferici. La parete dei 2 ventricoli, poi, non è liscia,
ma tutta trabecolata. Queste trabecole, che dal pavimento del ventricolo, si portano verso
l’atrio (come stalagmiti) sono dette muscoli papillari: nel ventricolo destro ve ne sono 3,
mentre in quello sinistro solo 2. Questi muscoli sono il sistema muscolare delle valvole. Nei
fori atrioventricolari, infatti, ci sono delle valvole, che servono proprio per impedire il
reflusso del sangue dal ventricolo verso l’atrio, durante la sistole ventricolare. Queste valvole
sono fatte a lembi (di tessuto connettivo), triangolari. Quando l’atrio va in sistole, il sangue
tende a spostarsi, aprendo i lembi della valvola, e riempiendo il ventricolo. Tuttavia, il sangue
tende, una volta entrato nel ventricolo, a tornare anche nell’atrio: questo reflusso gli è
impedito dal fatto che la faccia ventricolare della valvola è ancorata, tramite delle corde di
tessuto connettivo, al muscolo papillare. I lembi valvolari vengono anche chiamati cuspidi;
per cui, il foro atrio-ventricolare di destra, che possiede una valvola formata da 3 cuspidi,
viene detto tricuspidi; il foro atrio-ventricolare sinistro, che ha solo 2 cuspidi, è detta
bicuspide o mitrale. Ecco perché il ventricolo destro ha 3 muscoli papillari, mentre quello
sinistro solo due: un muscolo papillare per ogni lembo della valvola.
Il muscolo cardiaco è striato; quindi deve attaccarsi da qualche parte. Ci sono 4 anelli
connettivali, che reggono i lembi connettivali; questi anelli, però, non solo sono attacco per i
lembi, ma anche delle fibre miocardiche.
Il miocardio che serve alla contrazione del cuore, viene detto miocardio comune. Esiste,
però, un altro miocardio, chiamato miocardio specifico, costituito sempre da fibrocellule
muscolari cardiache, ma che sono modificate nella loro funzione, perché fungono da cellule
nervose: sono le responsabili del battito
cardiaco, che è infatti slegato dal nostro sistema
nervoso. Il primo punto, dal quale parte
l’impulso, è localizzato in atrio destro, vicino
all’ingresso della vena cava superiore, e viene
detto nodo seno atriale o pacemaker. Ogni
poco, queste cellule danno una scarica elettrica,
che si distribuisce a tutti e due gli atri,
attraverso i fasci internodali. Questi trasportano
il potenziale d’azione fino al nodo atrio
ventricolare. A questo punto, dal questo nodo
parte un fascio singolo, detto fascio di His, che
entra nel setto interventricolare e si biforca in due branche, una destra e una sinistra: ciascuna
branca andrà a finire nel ventricolo corrispondente e l’impulso raggiungerà, quindi, i
ventricoli, che entreranno in sistole.

Sistematica delle arterie


Le arterie, come già detto, sono vasi robusti, con una tonaca media spessa e ricca di fibre
muscolari. Per questa ragione sono sempre pervie, ossia le pareti non collabiscono mai. Se
uno si recide un’arteria, questa rimane aperta; cosa che non succede nelle vene: qui le pareti,
essendo più morbide, tendono a collabire.
Inoltre, le arterie, quasi tutte, sono
localizzate in profondità, ossia sotto la
fascia che riveste i muscoli superficiali
del corpo. Infine, le arterie non formano
circoli anastomotici: le arterie destinate ad
un territorio non si fondono con arterie
che vascolarizzano un territorio vicino.
Partendo dal cuore troviamo l’aorta.
Questa nasce anteriormente dal ventricolo
sinistro del cuore e, in un primo tratto
molto breve, tende a risalire (aorta
ascendente). Subito dopo, si porta
posteriormente, effettuando un arco e
appoggiandosi alla colonna vertebrale
(arco aortico). Poi comincia il tratto più lungo dell’aorta, che è discendente: percorre tutta la
cavità toracica (aorta discendente toracica); all’altezza della dodicesima vertebra toracica
perfora il diaframma ed entra in cavità addominale (aorta discendente addominale); percorre
tutto l’addome, sempre addossata alla colonna vertebrale, fino all’altezza della quarta
vertebra lombare. Qui l’aorta emette i suoi rami terminali: l’arteria iliaca comune destra e
l’arteria iliaca comune sinistra. Durante questo tragitto, l’aorta emetti anche dei rami
collaterali: questi sono delle diramazioni del vaso, ma il vaso continua ad esistere (diverso
dai rami terminali, dove l’aorta smette di esistere).
Il calibro dell’aorta decresce via via che si scende: l’aorta ascendente è 3cm; nel tratto
toracico è 2,5cm e nel tratto addominale, fino al termine, oscilla fra 1,8cm e 2cm.

Aorta ascendente: I rami collaterali dell’aorta ascendente sono dei rami pari, adibiti a
vascolarizzare il cuore: queste 2 arterie sono le arterie coronarie, che ricevono il sangue
dall’aorta ascendente e lo trasportano a tutto il muscolo cardiaco.

Arco aortico: I rami collaterali dell’arco


aortico sono 3, destinati alla vascolarizzazione
dell’arto superiore e della testa. Il primo ramo
che emerge, quello più anteriore, prende il
nome di arteria brachiocefalica; questa, dopo
aver percorso un brevissimo tragitto, si biforca
in arteria succlavia destra (destinata all’arto
superiore destro) e arteria carotide comune
destra (destinata alla testa). Proseguendo
nell’arto aortico, troviamo altri due rami:
l’arteria carotide comune sinistra (destinata
alla testa) e l’arteria succlavia sinistra
(destinata all’arto superiore sinistro); queste
due si originano una indipendentemente
dall’altra direttamente sull’arco aortico (a differenza delle altre due, che si originavano da un
unico vaso, ossia l’arteria brachiocefalica).
L’arteria carotide comune, destra e sinistra, si origina quindi alla base del collo e risale nella
parte laterale del collo. Giunta all’altezza della laringe, si divide in due rami, l’arteria
carotide esterna (destinata alla cute della testa e al massiccio facciale) e l’arteria carotide
interna (destinata alla vascolarizzazione
endocranica, ossia dell’encefalo).
L’arteria carotide interna risale fino ad
arrivare ad una zona antistante il padiglione
auricolare, dove entra nel foro carotideo; qui
scava un percorso dell’osso temporale, lo
percorre tutto e sbuca all’interno della base
cranica. Qui emette alcuni rami, tra cui
l’arteria corioidea (destinata a
vascolarizzare i plessi corioidei). La carotide, poi, è collegata ad un altro sistema di arterie,
che non sono rami della carotide interna, ma di un’altra arteria, che vanno poi a chiudersi e a
confluire in una grande arteria, detta arteria o tronco basilare. L’intero complesso arterioso
prende il nome di Poligono di Willis e ha un’importanza fondamentale per assicurare
costantemente l’apporto di sangue a livello encefalico, regolando la pressione sanguigna e gli
sbalzi pressori. Questi continui sbalzi (che ognuno di noi ha costantemente nell’arco di una
giornata, magari per forti emozioni) non devono intaccare il cervello, poiché
provocherebbero gravi danni a livello neuronale. Questo sistema vascolare evita gli sbalzi
pressori a livello encefalico, grazie al fatto di essere un circolo anastomotico arterioso,
costituito dalla carotide interna e dall’arteria vertebrale, un ramo della succlavia.
L’arteria vertebrale è un ramo della succlavia. Abbiamo una succlavia destra e una succlavia
sinistra (destinate all’arto superiore). Queste due arterie seguono, come direzione, la
clavicola, ma poi emettono due rami, che sono le arterie vertebrali (una a destra e una a
sinistra), che si portano al tratto cervicale della
colonna vertebrale. Qui, percorrono in senso
ascendente tutte le vertebre cervicali, passando
all’interno dei fori trasversari dei processi trasversi,
e arrivano in prossimità del foro occipitale.
Penetrano all’interno della base cranica, si fondono
a formare il tronco basilare. Questo emette tutti i
vari rami e chiude il poligono di Willis.
Importante notare come l’arteria vertebrale sia una
collaterale della succlavia, mentre l’arteria che
irrora l’arto superiore è sempre il solito vaso che,
cambiando distretto anatomico, cambia nome. Infatti, la succlavia passa sotto la clavicola e si
porta nel cavo ascellare (arteria ascellare); prosegue all’interno dell’arto superiore (arteria
omerale o brachiale), percorre tutto il braccio e, sulla faccia anteriore del braccio, raggiunge
la fossa cubitale. In questa sede si dirama in arteria radiale e arteria ulnare. Giunti
all’altezza del polso, le due arterie entrano nel palmo della mano, formando un arco
anastomotico, detto arcata arteriosa palmare. All’altezza del polso, queste arterie sono
superficiali, e quindi sono utilizzabili per prendere il polso (polso radiale).

Aorta discendente: Nella cavità toracica, l’aorta emette dei rami destinati alla parete del
torace, che sono tutti in numero pari e richiamano il numero dei muscoli intercostali: sono 10
paia e sono dette arterie intercostali. Queste percorrono gli spazi intercostali in senso
posteroanteriore, fino allo sterno. Accanto ai rami intercostali troviamo gli altri rami
dell’aorta, destinati ai visceri della cavità toracica: questi prendono il nome dalla struttura che
vanno a irrorare (arterie esofagee, arterie tracheali, arterie bronchiali). La piccola
circolazione non è quella utilizzata dal polmone per sostentarsi: è, infatti, una circolazione di
tipo funzionale, ossia non serve al nutrimento dell’organo in questione. La circolazione che
serve al nutrimento prende il nome di nutritizia o efficace. I vasi destinati alla nutrizione del
polmone sono le arterie bronchiali: il polmone in sé, infatti, non esiste, ma è formato da un
complesso di ramificazioni bronchiali.
Passando il diaframma, entriamo nell’addome. Da T12 a L4 abbiamo un tratto di aorta
addominale, che emette varie collaterali, destinate ai visceri dell’addome (anche in questo
caso i rami prenderanno i nomi dagli organi che irrorano), e le pareti dell’addome (rami
parietali). I rami parietali si staccano a varie altezze dall’aorta addominale e, procedendo in
senso posteroanteriore, vascolarizzano tutta la parete (sono 4 per lato). Tra i rami parietali, ci
sono 2 arterie, dette arterie freniche inferiori, che vanno a vascolarizzare il diaframma.
Riguardo i rami viscerali, viene fatta una suddivisione fra rami pari (che si portano
lateralmente) e rami impari (che si portano anteriormente). Il primo ramo che si trova è una
grossa arteria, che si divide in 3, detta arteria o tripode o tronco celiaco. Sotto troviamo
l’arteria mesenterica superiore (destinata alla porzione prossimale dell’intestino, ossia al
tenue). Infine, più sotto, si stacca l’arteria mesenterica inferiore (vascolarizza la porzione
distale dell’intestino, ossia il crasso).
I rami pari sono destinati agli organi pari della cavità addominale: le arterie surrenali, le
arterie renali, le arterie genitali (ovariche nella femmina e testicolari nel maschio). Le
arterie genitali si trovano a quest’altezza perché, in fase embrionale, i genitali si trovano in
sede addominale. Il tripode celiaco dà origine a 3 arterie, che irrorano il fegato (arteria
epatica), lo stomaco (arteria gastrica), la milza (arteria lienale o splenica). Il pancreas
riceve irrorazione dall’anastomosi di queste tre arterie.
All’altezza di L4 l’aorta termina nei suoi due rami terminali: l’arteria iliaca comune sinistra
e l’arteria iliaca comune destra. Ciascuna arteria iliaca comune si biforca, poi, in un’arteria
iliaca esterna e in un’arteria iliaca interna. L’interna si porta sulla parete della piccola pelvi
e si dirama in una serie di vasi, destinati agli organi della piccola pelvi (arteria uterina,
arteria vaginale nella femmina; arteria prostatica nell’uomo). L’esterna è destinata
all’irrorazione dell’arto inferiore e si comporta come la succlavia per l’arto superiore. Entra
all’interno dell’arto inferiore, passando al di sotto del legamento inguinale. In questo punto,
l’arteria è molto superficiale: può essere utilizzata per prendere i battiti. Entrando nell’arto
inferiore, cambia nome e si chiama arteria femorale. Nel decorrere all’interno della coscia,
l’arteria si fa nuovamente profonda, portandosi in prossimità del femore. Arriva in prossimità
del ginocchio, dove passa posteriormente, precisamente nel cavo popliteo (arteria poplitea).
In questa sede, l’arteria poplitea si biforca a formare due arterie, chiamate arteria tibiale
posteriore e arteria tibiale anteriore. Le arterie tibiali decorrono lungo tutta la gamba,
inizialmente profonde e poi sempre più superficiali: anche all’altezza del malleolo, le due
arterie possono essere utilizzate per prende i battiti. Come succede nella mano, anche nel
piede queste arterie si anastomizzano fra loro.

Sistematico delle vene


Le vene hanno una parete più sottile delle arterie e, essendo più molli, quando vengono
recise, le pareti tendono a collabire. Importante ricordare, poi, come per ogni arteria, minimo
ci sono due vene di ritorno. Le vene, inoltre, hanno una circolazione profonda, che
accompagna le arterie, e una circolazione superficiale. Questo circolo superficiale, poi, va ad
unirsi a quello profondo. Infine, le vene formano vasti
circoli anastomotici.
Cominciando dal cuore, troviamo le vene cardiache (la
controparte venosa delle arterie coronarie): queste
confluiscono tutte fra loro, gettandosi in un’unica vena,
detta seno coronario, che occupa quasi tutto il solco
atrioventricolare della faccia diaframmatica del cuore. Il
seno coronario si getta direttamente in atrio destro, dove
arrivano anche le due vene cave.
Nella testa, non esiste la controparte venosa del poligono di
Willis, ma ci sono dei vasi venosi, che non hanno una parete propria, ma si trovano scavati
nell’ambito delle meningi (per esempio, nella Dura Madre): questi vasi vengono chiamati
seni venosi della Dura Madre e sono essenzialmente la controparte venosa della carotide
interna. Tutti questi seni venosi, confluendo gli uni negli altri, arrivano a formare una vena,
che esce dalla scatola cranica, e viene detta vena giugulare interna (questa vena può, quindi,
essere considerata la controparte venosa della carotide interna). La controparte della carotide
esterna è, invece, la vena giugulare esterna. Sia la giugulare interna che quella esterna
decorrono in senso superoinferiore nel collo, arrivando in corrispondenza della clavicola,
dove troveranno la circolazione reflua dall’arto superiore, assicurata dalla vena succlavia.
Dalla fusione della vena succlavia con le 2 giugulari, si forma la vena brachiocefalica.

Arto superiore – Strato profondo: Comincia a livello della mano, dove originano le vene
dell’avambraccio: le vene ulnari e le vene radiali. Queste, dal polso, risalgono lungo
l’avambraccio, portandosi alla fossa cubitale, dove si uniscono a formare le vene brachiali.
Queste confluiscono tutte in un unico vaso, ossia la vena ascellare, che passa sotto la
clavicola e diventa vena succlavia. Quest’ultima si unisce alla vena giugulare esterna e alla
vena giugulare interna per formare la vena brachiocefalica.

Arto superiore – Strato superficiale: In generale, ci sono 2 vene del circolo superficiale: una
che origina dal primo dito (vena cefalica) e una dal quinto dito (vena basilica). Queste due
risalgono in superficie e, nella fossa cubitale, si anastomizzano, formando una vena a ponte,
detta vena mediana o cubitale: è da questa che, normalmente, si effettuano i prelievi. La
basilica e la cefalica, poi, proseguono nel braccio e arrivano in corrispondenza del cavo
ascellare: la basilica si butta nell’ascellare e la cefalica si butta nella succlavia.

Vena cava superiore (2cm): Le due vene brachiocefaliche si fondono fra loro e formano la
vena cava superiore, che si getta in atrio destro.

Vene del torace: Troviamo, ovviamente, la controparte venosa di tutte le arterie toraciche.
Abbiamo, quindi, le 10 paia di vene intercostali, che si gettano tutte nella vena azygos
(azygos significa impari); nella vena azygos confluiscono anche tutte le vene viscerali del
torace (vene esofagee, vene brachiali, vene tracheali, ecc.). La vena azygos si getta, poi,
nella vena cava superiore.
Quando una vena si getta in un’altra si dice “tributaria”: la vena azygos è l’unica tributaria
della vena cava superiore.

Arto inferiore – Strato profondo: Nel circolo profondo avremo le vene tibiali anteriori e
posteriori, la vena poplitea, la quale diventerà vena femorale. Questa, passando sotto il
legamento inguinale, esce dall’arto inferiore, entra nella piccola pelvi e cambia nome (vena
iliaca esterna).

Arto inferiore – Strato superficiale: Abbiamo 2 vene, che originano una dall’alluce (vena
grande safena) e una dal mellino (vena piccola safena). La grande safena si muove nella
porzione anterolaterale dell’arto inferiore, risale tutto l’arto e si getta nella vena femorale. La
piccola safena, invece, si muove lungo la faccia
posteriore dell’arto inferiore e si getta nella vena
femorale. Questa passa sotto il legamento
inguinale e diventa vena iliaca esterna.
Nel frattempo, nella parte addominale ci sarà
tutta la circolazione reflua della piccola pelvi
(vena uterina, vena vaginale, ecc.): queste vene
confluiscono tutte a formare la vena iliaca
interna. L’interna e l’esterna confluiscono fra
loro a formare la vena iliaca comune. Le due
vene iliache comuni confluiscono, all’altezza di
L4, nella vena cava inferiore.
Questa risale tutto l’addome, addossata alla colonna vertebrale (quindi parallela all’aorta
addominale), perfora il diaframma ed entra in cavità toracica, gettandosi nell’atrio destro.
Nel tragitto che compie, la vena cava inferiore riceve una serie di vene tributarie: le vene
lombari, le vene genitali, le vene renali, le vene surrenali e le vene epatiche, che sono 3.
Durante la digestione, le varie sostanze vengono demolite a molecole capaci di muoversi nel
circolo sanguigno. Tuttavia, i grassi, le proteine, gli zuccheri vengono prima di tutto
indirizzati al fegato, che li distribuisce nel resto dell’organismo (i grassi agli adipociti, le
proteine ai muscoli, gli zuccheri al sistema nervoso, ecc.). Questo significa che tutto il sangue
refluo dall’apparato gastro-intestinale non deve entrare nella circolazione generale, ma al
fegato. Ecco perché esiste un’unica vena, la vena porta, che raccoglie tutte le vene reflue
dall’apparato gastro-intestinale (vene mesenteriche) e che entra nel fegato. Anche il sangue
refluo dalla milza, che contiene emoglobina, va a finire direttamente nel fegato, tramite la
vena splenica o lienale, che è quindi tributaria della vena porta. Per cui, riassumendo, il
sangue refluo dall’apparato gastro-intestinale e dalla milza, non è tributario diretto della vena
cava inferiore, ma passa dalle vene mesenteriche e dalla vena lienale, che si uniscono fra loro
nella vena porta, la quale entra nel fegato. La vena porta ha, come circolazione reflua, le 3
vene epatiche, che si gettano in cava inferiore.

Il sistema linfatico
E’ un sistema di vasi e organi linfoidi, che viaggia parallelamente ai vasi sanguigni.
All’interno dei vasi linfatici circola un liquido, chiamato linfa. Questa è costituita da acqua,
nella quale sono disciolti elettroliti, proteine, grassi e linfociti.
La linfa ha 2 funzioni fondamentali:
1. Drenare l’acqua dai fluidi interstiziali;
2. Sorveglianza immunitaria.
Anche nel linfatico troviamo dei vasi, i vasi linfatici (di grosso, medio e piccolo calibro) e
alcuni organi, dove la linfa viene fermata ed analizzata, per controllare l’ipotetica presenza di
antigeni. Il sistema linfatico non è presente
nel tessuto nervoso, nella cartilagine e a
livello della cornea.
Il liquido presente negli interstizi è detto
essudato (un eccesso di essudato è detto
èdema), che viene assorbito dai vasi linfatici,
che originano proprio nei tessuti.
I vasi linfatici (che si formano a livello
periferico), come nel sistema sanguigno,
vengono detti capillari, che si riuniscono a
formare i collettori linfatici, i quali si
uniscono a dare i tronchi o dotti. Questi vasi
linfatici vanno, infine, a rigettarsi nel
torrente circolatorio, ossia nelle vene. I vasi
linfatici accompagnano, dunque, nel loro decorso, le arterie e le vene. Esiste una circolazione
sottodiaframmatica e una circolazione sopradiaframmatica. Quella sottodiaframmatica
drena la linfa dagli arti inferiori, dalla pelvi e dall’addome, mentre quella sopradiaframmatica
drena la linfa dalla testa, dall’arto superiore e dal torace.
Cominciamo dalla porzione sottodiaframmatica. Come è possibile vedere dalla figura, ad
accompagnare la vena cava inferiore, troviamo due grossi linfatici, detti tronco lombare
destro e tronco lombare sinistro, che drenano la linfa proveniente sia dall’arto inferiore che
dalla pelvi. Questi risalgono e confluiscono in un tronco, particolarmente ampio, che viene
chiamato cisterna del chilo, alla quale confluiscono tutti i linfatici che provengono
dall’apparato gastrointestinale. Da questa cisterna nasce il dotto linfatico più grande
dell’organismo, chiamato dotto toracico. Questo attraversa il diaframma, utilizzando come
orifizio diaframmatico lo stesso orifizio della cava inferiore, risalendo lungo tutto il torace.
Durante questa risalita, il dotto toracico riceve una serie di affluenti, che sono tutti linfatici
della cavità toracica. Quindi, risale verso l’alto e va a gettarsi nel punto in cui la vena
giugulare interna sinistra confluisce con la vena succlavia sinistra, rigettandosi nel circolo
venoso. I tronchi che, invece, drenano la linfa dalla testa e dall’arto superiore, sono 2: il
tronco giugulare (dalla testa), che troviamo sia a destra che a sinistra, e il tronco succlavio
(dall’arto superiore), anche questo sia a destra che a sinistra. Il tronco giugulare e il tronco
succlavio confluiscono fra loro, andando a gettarsi nello stesso punto in cui si getta il dotto
toracico.
Il sistema linfatico, oltre ai vasi linfatici, è costituito anche da una serie di organi dove la linfa
stazione per un certo periodo di tempo; questo perché lo scopo dell’apparato l’linfatico, oltre
a quello di drenare l’essudato, è anche quello di difendere l’organismo dagli antigeni.
Gli organi adibiti a questa funzione, vengono chiamati organi linfoidi e vengono distinti in 2
grandi categorie:
1. Organi primari, che formano i linfociti (timo e midollo osseo);
2. Organi secondari, ai quali i linfociti arrivano successivamente e proliferano,
differenziandosi (milza, linfonodi, *tessuto linfoide associato alle mucose o MALT).
*Nello spessore degli organi cavi, sulle mucose, si ritrovano tutti questi agglomerati
di tessuto linfoide.

I linfonodi
Sono degli organi linfoidi secondari, delle dimensioni di un chicco di riso, che si trovano
dislocati lungo i vasi linfatici. Esistono delle regioni dell’organismo, in cui i linfonodi sono
estremamente concentrati. Gli addensamenti più importanti sono rappresentati dal:
1. Linfocentro laterocervicale (i linfonodi del collo);
2. Linfocentro ascellare;
3. Linfocentro inguinale.

Il timo
E’ un organo linfoide primario, impari e mediano, che si trova nel mediastino anteriore e
poggia sul cuore. Ha un significato molto importante nei primi anni di vita, nella formazione
dei linfociti T. Quando questi si sono ormai formati, la funzione del timo perde importanza e
questo comincia così a degenerare e, al suo posto, resta una massa adiposa, che prende il
nome di corpo adiposo retrosternale.

La milza
Si trova nella cavità addominale e prende rapporto con molti organi. La cavità addominale è
suddivisa in quadranti: il quadrante dove si trova la milza si chiama ipocondrio sinistro.
Normalmente, la milza non è palpabile dall’esterno, perché coperta dalle coste: diviene
palpabile in casi patologici. La milza contrae rapporti con lo stomaco, con il pancreas e con il
rene sinistro. Oltre alla sorveglianza immunitaria, la milza ha anche il compito di distruggere
i globuli rossi invecchiati, attraverso un processo detto eritrocateresi.

Apparato respiratorio
Lo troviamo nella testa, nel collo e nel torace.
Le funzioni dell’apparato respiratorio sono molteplici:
1. Assunzione dell’ossigeno e eliminazione dell’anidride carbonica
2. Pulizia e protezione degli organi
3. Percezione degli odori (olfatto)
4. Emissione dei suoni (fonazione). Viene svolta dalla laringe.
L’apparato respiratorio è organizzato in una serie di organi cavi, adibiti al passaggio di aria
nei 2 sensi, chiamati vie aeree. Queste si dividono in:
1. Vie aeree superiori (naso, cavità paranasali e rinofaringe)
2. Vie aeree inferiori (laringe, trachea e bronchi)
La funzione delle vie aeree è solo quella di trasportare l’aria. L’organo adibito agli scambi
gassosi, invece, è il polmone, che effettua il cosiddetto processi di ematosi.
Le cavità nasali le ritroviamo sulla porzione anteriore
del massiccio facciale, sotto forma di un’apertura,
chiamata apertura piriforme. Su questa apertura si
vanno ad articolare una serie di cartilagini che formano
una struttura piramidale, detta piramide nasale. Queste
cartilagini sono molte, tra le quali troviamo la
cartilagine del setto (il setto nasale, infatti, era formato
nella porzione posteriore da ossa, ma nella porzione
anteriore da cartilagine), e la cartilagine alare. Sulla
base della piramide nasale troviamo due grandi fori, che
prendono il nome di narici. Nella faccia interna della
narice si trovano dei robusti peli, che fungono da primo filtro per l’aria, e che vengono
chiamati vibrisse.
Tutte le strutture ossee della cavità nasale sono rivestite da una mucosa, detta mucosa
respiratoria. Questa è costituita da cellule munite di ciglia, che hanno il compito di spostare
il particolato inalato verso l’esterno. La mucosa respiratoria è
anche formata dalle cellule caliciformi mucipare, che
producono muco, il quale serve ad imbrigliare il particolato:
ecco che, così, si forma il muco. Nelle cavità nasali, oltre alla
mucosa respiratoria, troviamo anche la mucosa olfattiva,
ossia adibita alla percezione degli odori.
Quindi, cosa succede all’aria? Questa entra nelle narici,
attraversa le cavità nasali e prosegue posteriormente,
attraversando un confine ideale fra il naso e la rinofaringe.
Ora, se osserviamo il confine da dietro, possiamo notare la
parte posteriore del setto (parte ossea, quindi) e i due cornetti
della cavità nasale. Queste sue aperture posteriori delle
cavità nasali vengono chiamate coane. La rinofaringe è una
parte della faringe. Questa si origina alla base del cranio; lo
spazio poi si restringe, prosegue in basso, passando dietro ad
una cartilagine (l’epiglottide, che fa parte della
laringe), prosegue e, ad un certo punto, si biforca in
tubo largo davanti (laringe) e in un tubo stretto dietro
(esofago). La faringe, quindi, è un organo a comune
fra l’apparato respiratorio e quello digerente. Essa
viene suddivisa in 3 porzioni:
1. La Rinofaringe, che sta dietro alle cavità
nasali;
2. L’Orofaringe, che sta dietro la cavità orale;
3. La Laringofaringe, che sta dietro l’epiglottide.
L’aria, quindi, attraversa la rinofaringe, l’orofaringe, la
laringofaringe e entra in laringe.
La faringe, costituita da muscolatura scheletrica, nella
parte posteriore del collo, prende attacco sulla parte basilare dell’osso occipitale e sul
tubercolo faringeo. Anteriormente, i fasci muscolari della faringe vanno ad attaccarsi
sull’osso ioide. Posteriormente, poi, questi fasci si incastrano gli uni sugli altri, formando un
rafe faringeo.
Nella rinofaringe, poiché è la prima struttura che l’aria incontra appena inspirata, troviamo
struttura adibite alla difesa dell’organismo, come le tonsille. A seconda di dove sono
localizzate, esse prendono nomi diversi: nella rinofaringe troviamo una tonsilla impari, che si
trova sul tetto della faringe, chiamata tonsilla faringea o adenoidi. Troviamo, poi, altre 2
tonsille, in prossimità dello sbocco della tuba di Eustachio (una via di collegamento fra la
rinofaringe e l’orecchio medio), che prendono il nome di tonsille tubariche.

Le vie aeree inferiori


Le vie aeree, poiché devono permettere il passaggio dell’aria, non sono costituite da una
parete muscolare, ma da una parete costituita da
cartilagine ialina.
Il primo tratto delle vie aeree inferiore è
costituito dalla laringe. Questa è un organo
cavo, che si trova nella regione anteriore del
collo. Oltre ad essere una via aerea, contiene
anche le corde vocali e, dunque, funge da
organo della fonazione. Per questa ragione, le
cartilagini che costituiscono la laringe, sono
organizzate in maniera particolare.
Se osservata anteriormente, presenta 2 cartilagini, una superiore e una inferiore. Quella
superiore, più ampia e a forma di scudo, si chiama cartilagine tiroidea. Questa cartilagine ha
la caratteristica di essere costituita da due lamine, che si saldano anteriormente sull’asse
mediano, a formare un angolo, particolarmente pronunciato nel maschio, che prende il nome
di pomo di Adamo. Posteriormente alla cartilagine tiroidea, e presente un’apertura, nella
quale si va ad impiantare un’altra cartilagine della laringe, che è l’epiglottide. Questa ha una
tipica forma a foglia, il cui picciolo si articola con la cartilagine tiroidea.
L’osso ioide è strettamente collegato alla cartilagine tiroidea, attraverso una membrana
connettivale. Sotto alla cartilagine tiroidea troviamo la cartilagine cricoidea. Nella faccia
anteriore ha un aspetto ad anello, mentre posteriormente questo anello è molto più ampio: per
questo si dice che la cartilagine cricoidea presenta un aspetto ad anello con castone.
Posteriormente, al di sopra di essa, vi sono altre 2 piccole cartilagini, chiamate cartilagini
aritenoidee. Inserite su queste cartilagini, da un lato, e sulla cartilagine tiroidea, dall’altro,
stanno le 2 corde vocali, costituite da legamenti di tessuto connettivo. In realtà, però, al di
sopra di queste 2 corde vocali, ce ne sono altre 2: in totale, quindi, sono presenti 4 corde
vocali. Tuttavia, nell’uomo, quelle superiore non vengono mai utilizzare per la fonazione
(corde vocali false), mentre le altre due, che invece utilizziamo, sono le corde vocali vere.
L’ingresso alla laringe viene definito adito laringeo; questo, normalmente, è aperto, mentre,
durante la deglutizione, grazie ai movimenti della lingua, l’epiglottide viene abbassata a
chiude l’adito laringeo.
Nonostante si parli di corde, i legamenti vocali non sono uno strumento a corda; questo
perché, in realtà, la tonalità del suono si ottiene grazie ad un movimento di allontanamento o
avvicinamento delle corde fra loro; è, quindi, uno strumento a fiato.

Una piccola parentesi: la tiroide


La laringe entra in stretto contatto con una ghiandola endocrina, la
tiroide. Anche questa, quindi, si trova nella regione anteriore del collo e
risulta addossa sia alla cartilagine tiroidea che alla cricoidea. In
generale, si riconoscono due lobi grandi laterali e una parte centrale,
disposta a ponte, chiamata istmo. Nella faccia posteriore dei due lobi,
troviamo altre ghiandole endocrine importanti, che sono incastrate nel
parenchima tiroideo, dette paratiroidi (esattamente 4, due destre e due
sinistre). La tiroide secerne due ormoni, detti Triiodiotironina (T3) e Tetraiodiotironina
(T4): questi regolano il metabolismo basale. In realtà, quando si va a dosare la quantità di
questi due ormoni nel sangue, non si dosa il T3 e il T4, poiché questi rappresentano la forma
ormonale legata alla proteina trasportatrice, che risulta quindi inefficace: si dosano, invece,
l’FT3 e l’FT4, dove “F” sta per “Free”, ossia “forma libera”.
Un altro ormone tiroideo è la calcitonina, che ha un effetto sul metabolismo osseo: questo,
infatti, induce la deposizione di matrice ossea, sottraendo calcio al sangue (abbassa la
calcemia). Le paratiroidi secernono il PTH o ormone paratiroideo, che invece stimola gli
osteoclasti e, quindi, la degradazione di matrice ossea, con conseguente innalzamento della
calcemia.

Altre vie aeree inferiori


Sotto alla cartilagine cricoidea, comincia la trachea.
Questa è un organo cavo impari, che si trova nel
torace, dove occupa il mediastino posteriore (il
confine fra anteriore e posteriore, nel mediastino,
viene preso proprio tramite un piano che passa per
la faccia anteriore della trachea: questa è, quindi, il
primo organo del mediastino posteriore); ha una
lunghezza di circa 12cm ed è formata da una
ventina di semianelli cartilaginei, che sono collegati
da una membrana connettivale. Ma perché
semianelli? Perché, posteriormente, sono
incompleti: qui, infatti, la trachea è costituita solo
da una membrana connettivale, che si chiama parte
membranacea della trachea. La necessità di inserire questa membrana nasce dal fatto che,
posteriormente, addossata a questa trachea, è presente l’esofago, che
deve dilatarsi, al passaggio del bolo. Arrivati all’altezza di T4, la
trachea si biforca nei due bronchi principali: uno destro e uno
sinistro, ciascuno destinato al polmone omolaterale. Ognuno dei due,
quindi, penetrerà all’interno del polmone. I due bronchi, però, non
sono uguali, sia come calibro (il destro è maggiore del sinistro), sia
come lunghezza (il destro è più corto del sinistro): questo dipende dal
fatto che il polmone destro è più grande del sinistro, a causa del fatto
che una parte dello spazio del sinistro viene occupata dal cuore.
Una volta entrati all’interno del polmone, i bronchi cominciano a
ramificarsi, dando luogo a rami sempre più assottigliati. Questo
perché, per scambiare i gas, è necessario sia diminuire lo spessore
parietale dei bronchi, sia eliminare la cartilagine che li riveste.
Quindi, via via che il bronco si dirama e diviene più piccolo, la
cartilagine comincia a rarefarsi, diviene sotto forma di placche e, infine, sparisce
completamente. A questo punto, non si parla più di bronco, ma di bronchiolo. I bronchioli
continuano sempre a ramificarsi, fino al momento in cui queste ramificazioni perdono
l’aspetto a ramo, ma si slargano a formare delle sferette, chiamate alveoli. Da ogni bronchiolo
originano da 60 a 120 alveoli; questa unità bronchiolo-alveoli prende il nome di acino. La
cartilagine che sparisce, viene sostituita, da un lato, da alcune fibre muscolari, che servono a
dilatare il bronchiolo nel momento dell’inspirazione e a stringerlo, durante l’espirazione;
dall’altro lato, invece, la cartilagine viene sostituita da fibre elastiche connettivale, che hanno
la funzione di impedire il collasso degli alveoli. Il catrame delle sigarette va a distruggere
l’enzima che degrada a sintetizza queste fibre elastiche. Per cui, una volta degradate, non
possono essere più ricostruite: il polmone perde di elasticità e si ha un enfisema polmonare,
che è una situazione irreversibile.
Attorno all’alveolo troviamo un groviglio di capillari, che provengono dall’arteria polmonare.
Questa nasce dal ventricolo destro, porta sangue povero di ossigeno, arriva agli alveoli, dove
scambio l’anidride carbonica con l’ossigeno e si formano le vene polmonari che, invece,
portano sangue ricco di ossigeno, tornando al cuore in atrio sinistro. Accanto a questa
circolazione funzionale del polmone, abbiamo l’arteria bronchiale e la vena bronchiale, che si
occupano di nutrire il polmone.
Gli alveoli formano delle sferette cave, nella cui cavità è presente l’aria. L’ossigeno, quindi,
deve attraversare le cellule che costituiscono gli alveoli, detti pneumociti, entrare all’interno
del capillare, penetrare nei globuli rossi e legarsi all’emoglobina. Nello stesso tempo,
l’anidride carbonica esegue il percorso esattamente opposto, entrando nel lume dell’alveolo.
Questo processo di ossigenazione del sangue è detto ematosi. Accanto a questi pneumociti,
esistono gli pneumociti di II tipo, che hanno la funzione di secernere il surfactante, il quale
abbassa la pressione superficiale all’interno dell’alveolo, in maniera che questo resti sempre
aperto. Poi troviamo un terzo tipo cellulare, che sono dei macrofagi, col compito
fondamentale di inglobare il particolato che non sia stato già bloccato nelle vie aeree
superiori.
I polmoni sono formati, quindi, dalle diramazioni bronchiali (bronchioli e alveoli) e da tutti i
vasi che accompagnano gli alveoli. Il polmone è un organo pieno, pari, che si trova nella
cavità toracica, dove occupa una posizione laterale, precisamente la cosiddetta loggia pleuro-
polmonare. I polmoni hanno una forma conica, con l’apice in alto e la base in basso.
Quest’ultima poggia sul diaframma e presenta, dunque, una forma che si adatta alla forma del
diaframma. L’apice si trova all’altezza della clavicola, tanto è vero che, nella respirazione
profonda, l’apice sale, sporgendo sopra la clavicola. Poiché è un organo pieno, avremo quindi
un ilo del polmone (l’ilo di un organo pieno è il punto in cui entrano ed escono le varie
strutture), che si trova sulla faccia mediale: qui entrano i bronchi e i vari vasi (entrano
l’arteria bronchiale e l’arteria polmonare ed escono le vene bronchiali e le vene polmonari).
La superficie del polmone non è liscia ma, in particolare, si notano due solchi, per il polmone
destro, e un solco, nel polmone sinistro, che prendono il nome di scissure. Queste dividono il
polmone in lobi: il polmone destro abbiamo 3 lobi (superiore, medio e inferiore), mentre nel
sinistro 2 lobi (superiore e inferiori).
I polmoni, all’interno della cavità toracica, sono avvolti da una membrana sierosa, che prende
il nome di pleura. Quindi, abbiamo un foglietto parietale, che aderisce alla parete toracica e
un foglietto viscerale che, invece, aderisce al polmone. In mezzo ai due foglietti troviamo la
cavità pleurica, ripieno di liquido pleurico.
La pleura parietale viene distinta in varie porzioni: troviamo una pleura diaframmatica, che
riveste la faccia superiore del diaframma, una pleura mediastinica, che aderisce agli organi
mediastinici (cuore, trachea, esofago, ecc.), una cupola pleurica, che riveste l’apice del
polmone ed, infine, una pleura costale, che aderisce alle coste.
Nello spazio pleurico è presente una pressione negativa, grazie alla quale, durante
l’inspirazione l’aria entra nel polmone. Se questa pressione viene meno, ossia si avvicina a
valori positivi, uguagliandosi a quella esterna, il polmone collassa su se stesso. Questa
situazione si chiama pneumotorace.
La pleura viscerale e parietale non possono essere adese in maniera stretta alla superficie
polmonare, poiché il polmone deve avere la possibilità di dilatarsi. Quindi, la dimensione
della pleura deve essere superiore alla dimensione del polmone: questa differenza di
lunghezza si chiama recesso.
Apparato digerente
L'apparato digerente ha diverse funzioni:
1. Assunzione e masticazione del cibo (testa)
2. Digestione (stomaco e duodeno)
3. Assorbimento (intestino tenue)
4. Espulsione delle feci (intestino crasso)

L'apparato digerente è formato da una serie di organi cavi, chiamato canale alimentare, al
quale sono annesse delle ghiandole.
Il canale alimentare è costituito, in senso cranio-caudale, dalla cavità orale, dall'orofaringe,
dall’esofago, dallo stomaco e dall'intestino.
Le ghiandole annesse sono costituite dalle ghiandole salivari, che gettano il secreto a livello
della cavità orale, dal fegato e dal pancreas, i quali riversano il loro secreto nel duodeno.

L'intestino è lungo, in media, circa 8m. Per questa ragione è suddiviso in:
1. Una porzione prossimale, ossia l'intestino tenue (6m). Questo, a sua volta, si suddivide in
duodeno (30cm) e tenue mesenteriale. La porzione mesenteriale è completamente avvolta da
una seriosa, chiamato mesentere. Quest'ultimo si divide poi in digiuno (2,5m) e ileo (2-4m).
L'ileo ha il compito di assorbire ciò che non è stato assorbito nel digiuno e, via via che il
materiale scorre all'interno dell'ileo, questo materiale diviene sempre più simile alle feci.
2. All'ileo segue il crasso (1,8m). Questo è diviso in una porzione prossimale, chiamato cieco
(6-7cm). Al cieco segue il colon (1,5m), in cui si verifica l'assorbimento dell’acqua. Al
termine del colon troviamo già feci compatte e definitive. Il colon viene suddiviso in altre 3
porzioni: colon ascendente, in cui il materiale sale verso l'alto; colon trasverso, in cui il
materiale viaggia orizzontalmente; colon discendente, in cui il materiale scende verso il
basso.
3. Dopo il colon troviamo l'intestino retto. Fra il colon discendente e il retto si trova il sigma.

La cavità orale
Si apre a livello del massiccio facciale e possiede un'apertura delimitata esternamente da due
pieghe mucose, le labbra (superiore e inferiore).
La porzione della cavità orale, chiamata vestibolo della cavità orale, è formata anteriormente
dalle labbra, posteriormente dalle arcate dentarie e, lateralmente, dalle guance.
Dietro ad ogni labbro, è presente una piega mucosa, chiamata frenulo, che serve ad ancorare
il labbro alla gengiva.
Riguardo ai denti, troviamo una prima dentizione, costituita da 20 denti, alla quale segue la
seconda dentizione, quella definitiva, di 32 denti (16 superiori e 16 inferiori). I 20 denti della
prima dentizione sono detti decidui.
Consideriamo un'emi arcata: in senso anteriore-posteriore troviamo l'incisivo, l'incisivo
laterale, il canino, il premolare, il molare e il dente del giudizio.
Le pareti della cavità orale cambiano a seconda che i denti siano serrati o aperti. A denti
serrati, infatti, la parete antero-laterale della cavità orale è costituita dalle arcate dentarie; a
denti aperti, la parete anteriore, invece, manca completamente e la parete laterale è serrata
dalle guance.
Il pavimento della cavità orale è costituito da una serie di muscoli (che si agganciano sulla
mandibola e sull'osso ioide). Su questo pavimento poggia la lingua (organo adibito al gusto e
all'articolazione del linguaggio). Il tetto della cavità orale è composto anteriormente da una
lamina ossea convessa, chiamata palato duro, formata anteriormente dall'osso mascellare e
posteriormente dall'osso palatino. A questa porzione di palato duro, segue una porzione che
non possiede uno scheletro osseo, ma muscolare, chiamato, quindi, palato molle o velo
palatino.
La parete posteriore della cavità orale non esiste, poiché questa prosegue, senza soluzione di
continuità, nell'orofaringe.
La cavità orale ha la funzione di introdurre il cibo, triturarlo (ridurlo in frammenti più
piccoli), impastarlo con la saliva (lo rende scivoloso, facilitandone lo spostamento nel canale
buccale, e lo comincia già a digerire). Questo materiale elaborato dalla cavità orale, prende il
nome di bolo.
A livello delle guance si trova l'orifizio di sbocco della parotide (una delle ghiandole
salivari), all'altezza del secondo molare superiore (sia a destra che a sinistra).
Il palato molle, sull'asse mediano, termina con una struttura che si porta in basso, chiamata
ugola. Questa si trova proprio a livello dell'apertura posteriore della cavità orale.
Sul pavimento della cavità orale poggia la lingua. E' un organo impari, costituito da
muscolatura scheletrica: i muscoli della lingua rendono l'organo estremamente mobile. La
superficie della lingua è ricoperta da una mucosa, a livello della quale troviamo i calici
gustativi.
Nella lingua, si distinguono varie porzioni: una porzione posteriore, non visibile dal cavo
orale, chiamata radice. La superficie della radice è costituita da una serie di aggregati
linfonodali, che nell'insieme costituiscono la tonsilla linguale. Alla radice segue il corpo
della lingua, che termina anteriormente con una parte assottigliata, detta apice linguale. Nel
corpo si distinguono il dorso e il margine laterale. Sia a livello del dorso che al livello del
margine, troviamo i calici gustativi, i quali sono organizzati in maniera tale da sporgere in
superficie in strutture rotondeggianti, chiamate comunemente papille. La "V linguale" segna
il confine fra il corpo della lingua e la radice.
Il gusto amaro viene percepito al livello di papille dislocate nella parte posteriore della
lingua.
Il gusto agro alla stessa altezza dell'amaro.
Il gusto salato più anteriormente.
Il gusto dolce è percepito nella parte più anteriore della lingua.
Le papille vallate (quelle della V) si è scoperto essere adibite alla percezione dell'umami, un
sapore forte, tipico del brodo cinese.
La faccia inferiore della lingua è caratterizzata da una struttura analoga a quella dell'atrio
superiore, che ancora la lingua al pavimento, chiamata frenulo linguale. Alla base del frenulo
troviamo due forellini, che sono gli orifizi di sbocco della ghiandola sottomandibolare.
Lateralmente a questi sbocchi, precisamente nel punto detto caruncola sottolinguale, si
trovano due pieghe orizzontali, dette pliche sottolinguali, al livello delle quali sboccano altre
due ghiandole salivari, che sono le ghiandole sottolinguali.

Le ghiandole salivari maggiori


La parotide è una ghiandola pari, esocrina, che si trova davanti al padiglione auricolare.
Produce un secreto esclusivamente serioso: la saliva, quindi, è molto acquosa.
Le ghiandole sottomandibolari e sottolinguali (pari) si trovano, rispettivamente, sotto la
mandibola e sotto il pavimento della cavità orale. Il tipo di saliva prodotto da queste è misto:
sia sieroso che mucoso. La percentuale di muco varia in base alla ghiandola: la sottolinguale
è più mucosa rispetto alla sottolinguale.
Normalmente, il 98% della saliva è composto da acqua. Poi troviamo muco e una serie di
enzimi: le amilasi e le lipasi (nel cavo orale comincia la digestione degli amidi e dei lipidi) e
il lisozima (azione battericida).
La parotide è sede di un agente infettivo, che causa la parotite, ossia gli orecchioni.
Istmo delle fauci
L'apertura posteriore della cavità orale prende il nome di Istmo delle Fauci. Il bolo,
attraverso la deglutizione, viene spinto posteriormente attraverso, l'istmo delle fauci,
nell'orofaringe. A livello dell'istmo, ci sono altre strutture linfatiche: queste sono costituite
dall'ugola e da due tonsille (tonsille palatine), localizzate lateralmente all'istmo, chiuse
all'interno di due pieghe della mucosa, chiamate arco palatoglosso (glosso significa lingua)
quello anteriore, e arco palatofaringeo quello posteriore. In caso di infezione batterica,
presentano delle zone biancastre, dovute alla presenza di batteri.

Faringe e adito esofageo


Il bolo attraversa l'istmo delle fauci, entra nell'orofaringe e, attraverso la deglutizione, viene
inviato verso l'esofago. Durante la deglutizione, la contrazione dei muscoli linguali abbassa
l'epiglottide, che va a chiudere l'adito laringeo.
Il palato molle, sempre durante la deglutizione, viene sollevato, in modo da chiudere
l'accesso del bolo alla rinofaringe: il bolo non entra nella cavità nasale.
Il bolo, poi, continua ad essere spinto verso il basso attraverso dei movimenti peristaltici
dell'esofago.

Esofago (30cm)
Siamo alla base del collo. L'esofago è un organo cavo, impari, che comincia all'altezza di C6
e attraverso tutta la cavità toracica, fino alla decima vertebra toracica, dove incontra il
diaframma, lo perfora (orifizio esofageo) e penetra in cavità addominale. Qui, incontra quasi
subito lo stomaco, all'interno del quale si getta. Nella cavità toracica, l'esofago occupa il
mediastino posteriore: inizialmente poggia sulla colonna vertebrale; successivamente trova
l'aorta discendente toracica (l'aorta gli si pone dietro). La funzione dell'esofago è quella di
trasportare il bolo verso lo stomaco: ha una parete liscia che, attraverso i movimenti
peristaltici, trascina il bolo. La mucosa esofagea è predisposta per un'azione meccanica
protettiva: è infatti caratterizzato da un epitelio pluristratificato pavimentoso.

Regioni della parete addominale anteriore (importante per test)


Entriamo nella cavità addominale. Questa è suddivisa in varie zone ideali, sulla base del
rapporto che gli organi dell'addome hanno col peritoneo (seriosa della cavità addominale).
Nella cavità addominale ci sono degli organi
completamente avvolti dal peritoneo (come il cuore o il
polmone), chiamati organi intraperitoneali. Questi
organi si trovano tutti in sede anteriore della cavità
addominale. Quindi, se palpiamo l'addome dall’esterno,
si possono percepire bene. Poi, invece, ci sono degli
organi ricoperti dal peritoneo, ma solo nella faccia
anteriore, oppure organi che non toccano per nulla il
peritoneo: sono tutti organi retroperitoneali ed occupano
la faccia posteriore della cavità addominale, in
prossimità della colonna vertebrale.
Per gli organi anteriori non è possibile prendere, come
punto di repere, il numero di una vertebra. L'unico modo
è quello di suddividere, quindi, la porzione
ANTERIORE della cavità addominale in quadranti (9). Prendiamo dei punti di riferimento
scheletrici: la prima linea si costruisce partendo dal punto di mezzo della clavicola, arrivando
fino alla sinfisi pubica (linea pari, ossia abbiamo 2 di queste linee). Poi traccio 3 linee
orizzontali: quella superiore, che passa per la base dello sterno (punto in cui il corpo si
articola col processo xifoideo); la seconda, più in basso, viene presa dall'arco costale (linea
tangente all'arco costale); la terza, inferiore, è quella che unisce le due spine iliache anteriori
superiori (quelle che sono la sede che unisce i due legamenti inguinali). Grazie a queste linee,
si vengono a creare 9 quadranti. I 2 quadranti superiori laterali, si chiamano ipocondri
(ipocondrio dx e sx); il quadrante mediano, compreso fra i due ipocondri, si chiama
epigastrio. Nella cavità addominale, quindi, avremo organi che si trovano anteriormente, che
occupano queste 3 regioni.
Poi troviamo i 3 quadranti centrali: il fianco DX e SX. La parte centrale, fra i due fianchi,
viene chiamata mesogastrio (in cui è presente l'ombelico).
Infine, i 3 quadranti finali si trovano compresi all'interno della grande pelvi: tutto ciò che sta
sotto a questi quadranti appartiene alla piccola pelvi. I 2 quadranti laterali sono chiamati
regioni inguinoaddominali DX e SX o fossa iliaca DX e SX; la regione centrale prende il
nome di ipogastrio.
Quindi, ricapitolando, questi quadranti servono per localizzare SOLO gli organi che si
trovano in sede anteriore; per quelli posteriori si utilizzano le vertebre.

Il peritoneo
Facciamo una sezione trasversale
dell'addome; il peritoneo aderisce
strettamente sviluppandosi lungo
tutta la parete dell'addome.
Tuttavia, sulla parete della cavità
addominale, sono presenti varie
strutture. Come possiamo vedere
dalla figura, il peritoneo circonda i
vari organi che incontra, in maniera
peculiare. Il peritoneo, come le altre
membrane sierose, consta di una
sottile lamina continua. A seconda
della sua posizione nel cavo
addominale si distingue in:
1. Peritoneo parietale, lo strato più esterno;
2. Peritoneo viscerale, lo strato più interno, che ricopre la maggior parte dei visceri
contenuti all'interno del cavo addominale.
Fra i due è presente uno spazio peritoneale, nel quale è presente il liquido peritoneale, che ha
la funzione di facilitare lo spostamento relativo degli organi fra di loro.
Fra organo e organo, il peritoneo crea delle sorta di legamenti che, a seconda dello spessore,
vengono chiamati: legamenti, se sono sottili; mesi, se sono slargati. Gli organi
intraperitoneali della cavità addominale sono il fegato, lo stomaco e il colon trasverso,
mentre il pancreas e il duodeno sono retroperitoneali. Dietro lo stomaco è presente uno
spazio (virtuale), chiamato borsa omentale, che ha un'importanza enorme dal punto di vista
clinico.
Gli organi della piccola pelvi, poi, sono ricoperti dal peritoneo solo superiormente: sono,
quindi, organi sottoperitoneali (anche la vescica e l'utero).

Lo stomaco
L'esofago, nella cavità addominale, si trova a livello dell'ipocondrio sinistro (quindi è
anteriore nella cavità addominale: questo significa che, durante il suo tragitto, l'esofago si
porta anteriormente), e si getta nello stomaco. Questo è un organo impari cavo, che occupa
quasi tutto l'ipocondrio sinistro e parte dell'epigastrio. Per apprezzare la forma dello stomaco
è necessario fare due cose: sollevare il fegato (poiché lo stomaco ne è coperto) e riempirlo,
poiché la sua struttura varia ampiamente il base allo stato di riempimento.
Lo stomaco, in fase di digiuno, tende a schiacciarsi all'interno dell'addome; quand'è pieno,
assume, invece, la forma di un otre.
Si distingue una parte superiore, che si chiama fondo:
questo è a contatto con la cupola diaframmatica e ha,
per questo, una forma convessa. Il fondo è sempre
occupato da una bolla d'aria. Al di sotto del fondo,
troviamo la parte principale, chiamata corpo. La parte
superiore del corpo riceve l'esofago: qui è presente
una valvola, chiamata cardias, che impedisce il
reflusso del materiale dallo stomaco verso l'esofago.
Il nome deriva dal fatto che, sopra la valvola, per
interposizione del diaframma, lo stomaco è a contatto col cuore. Il corpo dello stomaco è
concavo verso destra: per questo motivo si distinguono una piccola curvatura (quella
mediale) e una grande curvatura (laterale). Al termine del corpo, troviamo una regione, dove
non viene più svolta la digestione, che rappresenta un punto di passaggio fra lo stomaco e il
duodeno: è detta canale pilorico. Al termine di questo troviamo un'altra valvola, chiamata
piloro, che impedisce il reflusso dal duodeno verso lo stomaco. Il piloro è sede preferenziale
di annidamento di un batterio, chiamato Helicobacter pylori, che lascia sempre pervia la
valvola.
Lo stomaco è interamente intraperitoneale, ma dà luogo a legamenti e mesi. Dalla piccola
curvatura dello stomaco nasce un legamento, che si porta al fegato, chiamato legamento
gastroepatico. Questo legamento è praticamente fuso con un altro legamento, che collega il
duodeno al fegato, detto legamento epatoduodenale: si forma, così, un legamento unico,
chiamato piccolo omento. Dalla piccola curvatura, il peritoneo si sdoppia, avvolge lo
stomaco, e si porta in basso a formare il grande omento; alla fine del grande omento, il
peritoneo torna indietro, ossia si riporta in alto; quindi, il grande omento è formato da 4
foglietti.
Sollevando il grande omento, è possibile apprezzare le anse intestinali. Il grande omento è
farcito di tessuto adiposo: è questo che, alla fine, si ingrossa nei pazienti obesi.
La mucosa dello stomaco, essendo un organo soggetto a dilatazione, appare ricca di pieghe,
che si distendono all'ingresso del bolo. Queste pieghe non hanno,
però, tutte lo stesso orientamento; dal cardias al piloro, ossia lungo la
piccola curvatura, le pieghe sono orientate longitudinalmente. Il bolo
quindi, qualora non fosse in eccesso, soggiorna solo in una piccola
parte dello stomaco, viene digerito, diventa chimo e va nel piloro.
Questa via preferenziale, grazie alle pieghe longitudinali, viene detta
via del cibo.
L'altra parte dello stomaco viene occupata dal bolo solo se esso viene
ingerito in eccesso.
Nello stomaco viene secreto acido cloridrico; per questo, nella mucosa dello stomaco si
trovano molte cellule caliciformi mucipare, che secernono un muco protettivo. Dopodiché,
abbiamo cellule adibite alla digestione, le quali secernono enzimi digestivi, come la pepsina,
assieme ad un fattore fondamentale per l'assorbimento della vitamina B12.
Accanto a queste cellule, troviamo anche le cellule che secernono acido cloridrico. L'acido
non serve per la digestione, ma ha la sola funzione di portare il pH a livello in cui la pepsina
possa agire. Infine, abbiamo una serie di cellule neuroendocrine (fondamentali), che fanno
parte di un sistema chiamato APUD: queste secernono ormoni, che vanno ad agire su altri
organi del digerente; servono, quindi, per regolare tutta la funzione dell'apparato gastro-
intestinale.

Duodeno
E' la prima porzione dell'intestino tenue ed è lungo circa 30cm. E' un organo impari mediano
e ha una tipica forma a "C". Nella cavità formata da questa C, si trova la testa del pancreas.
Nella cavità addominale il duodeno occupa una posizione retroperitoneale (rivestito dal
peritoneo solo nella sua parte anteriore). Per questa ragione, al fine di localizzarlo nella cavità
addominale, non si usano i quadranti, ma il numero delle vertebre
(altezza di T12, L1).
E' costituito da varie porzioni: una prima porzione, detta parte
superiore del duodeno; poi abbiamo una porzione discendente del
duodeno; poi la parte orizzontale e, infine, la parte ascendente del
duodeno, che termina nel digiuno.
La prima porzione del duodeno, però, è intraperitoneale. Questa C,
infatti, non è solo su un piano frontale, ma parte anteriormente, si porta posteriormente,
assume la forma a C, rimane posteriore e si rabbocca al digiuno risalendo e portandosi
anteriormente.
La parete del duodeno non è liscia, ma costituita da pieghe, che si distendono quando l'organo
è pieno di chimo (il bolo diviene chimo, nel momento in cui entra nello stomaco e comincia
ad essere digerito).
Il duodeno effettua la digestione dei grassi, grazie ad enzimi prodotti dal pancreas. Da questo
parte un dotto, chiamato dotto pancreatico principale, che riversa gli enzimi (lipasi)
all'interno della parte discendente del duodeno. Inoltre, sempre nella parte discendente,
sbocca un altro dotto, il coledoco, proveniente dalla cistifellea, dove si accumula la bile,
prodotta dal fegato. Il duodeno, quindi, non solo digerisce i grassi, ma comincia
l'assorbimento. Questo assorbimento continuerò nel digiuno e nell'ileo.
Per facilitare l'assorbimento, viene aumentata la superficie assorbente: tutta la parete
intestinale, si flette a formare i villi intestinali (diversi dai microvilli, che invece sono le
introflessioni a livello cellulare).
Questi villi hanno una forma a dito: essi hanno un'asse centrale, che è un vaso linfatico,
chiamato chilifero (portatore del chilo). Infatti, il chimo diventa chilo appena viene elaborato
dal duodeno; il chilo, quindi, è ricco di grassi. Questi grassi vengono, poi, riversati nel vaso
chilifero.

Intestino tenue mesenteriale


E' la parte più lunga di tutto l'intestino e risulta completamente coperto dal grande omento.
Per poter stare all'interno della cavità addominale, si ripiega, formando la matassa intestinale.
Nel digiuno, i villi sono molto più numerosi che nell'ileo: nel
digiuno vengono, infatti, assorbiti tutti i materiali. Nell'ileo,
invece, viene assorbito ciò che è rimasto, si ha un assorbimento
degli acidi biliari e, soprattutto, della vitamina B12. Questa, per
poter essere assorbita, deve essere unita ad un fattore intrinseco.
Un'altra caratteristica sia del digiuno che dell'ileo sono gli
aggregati linfoidi: a questo livello, infatti, c'è un'alta
concentrazione di linfonodi, che diventano particolarmente fitti a
livello dell'ileo; in alcuni punti formano delle vere e proprie
tonsille, dette placche di Peyer.
L'intestino tenue mesenteriale è completamente avvolto dal peritoneo (intraperitoneale). Il
peritoneo che riveste le anse intestinali prende il nome di mesentere.
L’intestino tenue mesenteriale è vascolarizzato dall’arteria mesenterica superiore, un ramo
dell’aorta. Siccome questo intestino è molto lungo, l’arteria mesenterica si ramifica in varie
arterie. Il peritoneo, quindi, circonda la parete, riveste l’aorta, trova l’arteria mesenterica e la
riveste, poi trova le varie diramazioni, quindi le segue; le diramazioni, però, vanno al tubo:
una volta trovato il tubo, lo riveste. Tuttavia, il tubo non è dritto, ma ripiegato: il peritoneo,
qui, assume infatti la forma di un ventaglio. Il manico del ventaglio viene chiamato radice del
mesentere (costituito dall’arteria mesenterica e dalla corrispettiva vena di ritorno).

Intestino crasso
In questa regione troviamo le pre-feci. L'intestino cieco è intraperitoneale e rappresenta la
prima porzione dell'intestino crasso.
Il cieco è caratterizzato da una struttura vermiforme, che si trova nella parte inferiore
dell'intestino, detta appendice. Questa è un organo cavo, che comunica con l'apertura del
cieco.
Dalla fossa iliaca destra, dal cieco parte il colon, seconda regione del crasso. Questo è
formato da:
1. Una parte ascendente, che è retroperitoneale. Essa sale tutto il fianco destro per
giungere in prossimità del fegato, nell'ipocondrio destro. A questo livello, il colon
fa una curvatura, che prende il nome di flessura colica destra o flessura epatica
del colon.
2. Una parte trasversa. A livello della milza, il colon trasverso compie una nuova
curvatura detta flessura colica sinistra o splenica del colon. Qui si porta in basso.
3. Una parte discendente, che decorre lungo il fianco sinistro, sempre in posizione
retroperitoneale, per terminare in fossa iliaca sinistra.
Mentre il colon ascendente e quello discendente sono retroperitoneali, il colon trasverso è
intraperitoneale: questo significa che il tratto trasversale è più anteriore.
In corrispondenza dell'osso sacro comincia l'intestino retto, che decorre lungo il sacro e, nel
pavimento pelvico, si apre con l'orifizio anale.
Nel punto in cui l'ileo si butta nel cieco, è
presente una valvola. Il cieco è intraperitoneale
e munito di un’appendice residua dello
sviluppo, detta appendice vermiforme.
L'appendice è totalmente avvolta dal peritoneo;
il tratto di peritoneo che unisce, poi, l'ileo con
l'appendice, è detto ventricolo appendicolare.
All'interno del cieco troviamo un orifizio, che
dà accesso alla cavità appendicolare: può
capitare che il materiale fecale del cieco si
incunei all'interno dell'appendice. Una volta
dentro, il materiale non può riuscire, perché
nell'appendice non ci sono movimenti
peristaltici: si forma, così, l'appendicite. L'infezione, inoltre, può espandersi anche al
peritoneo di tutta la cavità addominale, dando la peritonite.
La superficie esterna del colon è tutta pieghettata; questo perché la tonaca muscolare del
colon, invece di avvolgerlo interamente, si distribuisce a formare 3 nastri, che vengono
chiamate tenie coliche. Queste tenie servono per diminuire la superficie di estensione del
colon. Nel colon, i batteri producono gas (soprattutto metano): per questo, il colon ha una
capacità di espansione notevole, per contenere i gas.
Mesocolon trasverso
Il mesocolon trasverso è una piega di peritoneo tesa fra il colon trasverso e il pancreas, ossia
l'organo che sta subito dietro, che è retroperitoneale. Questo legamento peritoneale divide
l'addome in due parte, una superiore e una inferiore. Lo stomaco, il fegato, per esempio si
trovano sopra il mesocolon trasverso, mentre il duodeno sotto.

Intestino crasso: conformazione interna


I villi, a livello del crasso, spariscono completamente: la parete dell'intestino crasso non è
liscia, ma sollevata in pieghe, che non sono tuttavia villi. Troviamo, poi, le cellule principali,
adibite all'assorbimento dell'acqua; cellule neuroendocrine, che fanno parte del sistema
APUD; ci sono, inoltre, cellule caliciformi mucipare, che lubrificano la parete del colon, per
facilitare la progressione del materiale fecale.

Il colon sigmoideo
A livello del sigma, le feci sono completamente compatte (il riassorbimento dell'acqua è già
avvenuto, infatti).
La lunghezza del sigma è molto varia e muta da individuo a individuo. Questo significa che
la sua posizione cambia da soggetto a soggetto. Il sigma, inoltre, è spesso soggetto a
neoplasie, che potranno andare a influenzare zone diverse, a seconda dell'individuo.

L'intestino retto
E' la parte dell'intestino adibito a contenere le feci e ad espellerle attraverso l'ano.
E' un organo impari, mediano, che si trova nella piccola pelvi, addossato all'osso sacro, dove
si adatta nella cavità. E' lungo circa 15cm. Se andiamo a vedere la conformazione interna, si
nota come, rispetto al sigma, la parete del retto sia completamente liscia: questo perché
facilita l'espulsione delle feci. All'interno di questi 15cm si distinguono diverse porzioni.
Abbiamo l'ampolla rettale, dove si accumulano le feci, che si restringe a formare un canale, il
canale anale. Questo attraversa tutto il pavimento pelvico e si apre all'esterno attraverso
l'orifizio anale o ano.
Il retto, essendo un organo cavo, presenta una tonaca muscolare. Questa, a livello del canale
anale, forma una sorta di sfintere. Quando il retto ha raggiunto una certa quantità di feci, lo
sfintere si apre automaticamente; tuttavia, i muscoli del pavimento pelvico, attorno all'orifizio
anale, formano un altro sfintere, lo sfintere dell'ano, che è controllabile dalla volontà.
A livello del canale anale, la parete non è liscia, ma presenta delle cosiddette colonne rettali.
Sotto queste colonne, infatti, sono presenti delle vene: queste sono tutte anastomizzate fra
loro a formare un plesso, detto plesso emorroidale. In realtà, esiste un plesso interno e uno
esterno. Questi plessi possono andare incontro a varicosità, provocando le emorroidi.

Il fegato
E' un organo impari, che si trova nella cavità addominale, dove occupa tutto l'ipocondrio
destro, parte dell'epigastrio e parte dell'ipocondrio sinistro. E' uno degli organi più voluminosi
dell'organismo e pesa circa 2kg, perché è ricco di sangue. Possiede una posizione
intraperitoneale, anche se parziale. Esiste, infatti, un punto del fegato non ricoperto dal
peritoneo. Il fegato è quasi completamente coperto dalle coste: pertanto, non è palpabile dalla
cute. E' in rapporto, attraverso il diaframma, con i polmoni e con le pleure.
Il fegato ha la forma di un ovoide tagliato secondo un piano obliquo; per poter apprezzare tale
spiegazione, dobbiamo osservare il fegato ruotato sul piano orizzontale.
Posso distinguerne a questo punto due facce:
1. Faccia diaframmatica antero superiore, stondata, adattata alla cupola diaframmatica.
2. Faccia viscerale, postero-inferiore, a contatto con i visceri.
La faccia viscerale presenta delle infossature, che derivano dagli organi posti sotto.
Poi possiamo distinguere un margine anteriore, chiamato
anche margine acuto del fegato, perché assottigliato. Da
questo sporge la cistifellea. Poi troviamo il margine opposto,
chiamato margine posteriore, il quale viene anche detto faccia
posteriore, perché è molto esteso. Questo è completamente a
contatto col diaframma.
Il peritoneo riveste la faccia diaframmatica, batte contro il
diaframma e si ribalta su di esso. Lo stesso accade con la
faccia viscerale: il peritoneo batte al diaframma e non copre la
faccia posteriore. La faccia posteriore, quindi, non risulta
coperta dal peritoneo e, pertanto, è chiamata faccia nuda del
fegato.
Dall'ombelico al fegato è presente un legamento, chiamato
legamento rotondo, che nel feto era una vena che legava
l'ombelico al fegato. Nell'adulto, poi, questa vena diventa un
legamento fibroso.
Il peritoneo che riveste la parete anteriore si accolla alla vena,
raggiungendo il fegato e ricoprendo la faccia diaframmatica
del fegato, gettandosi poi a ricoprire il diaframma. L'insieme
del legamento e del peritoneo prende il nome di legamento falciforme (ha una particolare
forma a falce).
La faccia diaframmatica del fegato è caratterizzata dalla presenza di questo legamento, che
divide la faccia stessa in:
1. Lobo destro, particolarmente ampio
2. Lobo sinistro, più piccolo
Anteriormente troviamo la cistifellea o colecisti, che alloggia nel fegato.
Centralmente, a cavallo tra lobo destro e sinistro, troviamo l'ilo del fegato, dove si possono
apprezzare i vasi che entrano ed escono dal fegato e i dotti biliari, che veicolano la bile dal
parenchima epatico fino alla cistifellea.
La presenza del legamento falciforme, della cava, della colecisti e dell'ilo formano una sorta
di H, grazie alla quale vengono individuati altri 2 lobi: un lobo caudato, posteriore, e un lobo
quadrato, anteriore.

Le funzioni del fegato sono:


1. Produzione della bile, per l'emulsione dei grassi
2. Controllo del metabolismo basale (smista le varie sostanze)
Al fegato, infatti, arriva la vena porta, che raccoglie tutto il sangue refluo dall'apparato
gastrointestinale, povero di ossigeno ma ricco di nutrienti. Ovviamente, nel fegato entra
anche l'arteria epatica, che gli porta ossigeno. Nella
compagina del parenchima epatico, i due vasi si
anastomizzano fra loro. Dall'anastomosi nasce un vaso,
che contiene quindi sangue misto. Questo capillare ha
un decorso sinuoso, poiché scorre fra file di cellule
epatiche, ed è chiamato sinusoide. All'interno del
parenchima epatico, quindi, troviamo una serie di
sinusoidi, che attraversano le varie cellule, gli epatociti.
Il lato dell'epatocita a contatto con il sinusoide è detto
polo vascolare, mentre il lato è contatto con l'epatocita
adiacente è chiamato polo biliare.
Dal polo vascolare, l'epatocita assorbe le sostanze nutritive del sinusoide. Questi materiali
vengono utilizzati anche per la produzione di bile. Tra epatociti adiacenti si viene a creare una
sorta di canale, chiamato canalicolo biliare. Via via che i canalicoli confluiscono fra loro si
formano dotti sempre di calibro maggiore, fino a
che, dal fegato, non escono 2 dotti: il dotto epatico
destro e il dotto epatico sinistro.
I due dotti si uniscono a formare il dotto epatico
comune. La bile, da qui, prende il dotto cistico e
finisce nella cistifellea o colecisti. Questo perché
la bile serve solo nel momento della digestione dei
grassi, ma il fegato la produce continuamente. Nel
momento in cui si ingerisce del materiale, le
cellule APUD inviano un segnale alla colecisti, che si spreme e getta la bile nel duodeno. Il
dotto cistico, infatti, si unisce al dotto epatico comune, a
formare il dotto coledoco, il quale sbocca a livello del
duodeno. Giunto a livello del duodeno si unisce al dotto
pancreatico. Nel punto in cui sono presenti questi due
dotti, è presente uno sfintere, detto sfintere di Oddi. Se
per qualche ragione lo sfintere non funziona, oltre ad
avere reflusso di bile, gli enzimi prodotti dal pancreas
possono tornare indietro e digerire il pancreas stesso.
La colecisti è uno degli organi in cui più frequentemente
si formano i calcoli biliari (calcolosi biliare): i calcoli
sono una sorta di sassolini. Questi calcoli possono
andare ad occupare vari tratti delle vie biliari; un calcolo a livello dello sfintere di Oddi
impedisce il deflusso della bile, che tende a tornare indietro.

Il pancreas
Il pancreas è una ghiandola sia endocrina che esocrina (anficrina). Ovviamente, legato
all'apparato digerente, è esocrino. Si trova a livello della cavità addominale, in posizione
retroperitoneale. Presenta una forma a martello disposto orizzontalmente. Si distingue una
testa, ossia la porzione più ampia, accolta all'interno della C duodenale; un corpo, disposto
trasversalmente; una coda, che va a toccare la milza. Questo rapporto stretto con la milza fa sì
che, negli interventi sul pancreas, in cui deve essere trasportata la coda, il chirurgo toglie
anche la milza. L'altezza a cui si trova il pancreas è fra L1 e T12. La parte esocrina del
pancreas produce il succo pancreatico, riversandolo in 2 dotti
principali: un dotto più esteso che attraverso tutta la ghiandola
(dotto principale di Wirsung), e che si unisce al coledoco; e un
secondo dotto, che raccoglie il succo pancreatico soltanto dalla
testa (dotto di Santorini). Questo sbocca nel duodeno per conto
proprio, attraverso un piccolo orifizio, detto papilla duodenale
minore.
La maggior parte del parenchima pancreatico è costituito dalla
parte esocrina, che produce il succo pancreatico, costituito da
acqua e da una serie di enzimi digestivi (lipasi, nucleasi, tripsina, amilasi, bicarbonato di
sodio). Gli enzimi pancreatici lavoro a pH neutro, ma nel coledoco arriva il chimo gastrico,
con pH 2; quindi, perché funzionino gli enzimi pancreatici, il pH deve essere riportato a 7, e
questo accade grazie al bicarbonato (soluzione tampone).
Attorno alla parte esocrina, sono presenti delle parte più chiare, chiamate Isole di
Langerhans, che rappresentano la parte endocrina del pancreas. In queste isole si possono
riconoscere vari tipi cellulari; quelli più importanti sono le cellule beta (che producono
insulina) e le cellule alfa (che producono glucagone), che agiscono sulla glicemia. L’insulina
è ipoglicemizzante, mentre il glucagone è iperglicemizzante; l'insulina, quindi, agisce subito
dopo il pasto, mentre il glucagone agisce in fase di digiuno.

Apparato urinario
L'apparato urinario è dislocato sia nella cavità addominale, che nella piccola pelvi. Ci sono
delle differenze di struttura legate al sesso; mentre nella femmina è adibito alla produzione e
al trasporto dell'urina, nel maschio, l’ultima parte veicola non solo l'urina, ma anche lo
sperma (apparato uro-genitale).
E' composto da due organi pieni o parenchimatosi, i reni, la cui funzione è quella di filtrare il
sangue. Da questo filtraggio si ottiene un liquido, chiamato urina. Una volta prodotta l'urina,
viene inviata in una serie di organi cavi, che la trasportano all'esterno: le vie urinarie. Quelle
che ricevono per primi l’urina si trovano all'interno del rene stesso: i calici renali (minori e
maggiori) e la pelvi renale, che si trova per una parte all'interno del rene e per una parte
all'esterno. Dalla pelvi originano le vie urinarie extrarenali, rappresentate dagli ureteri (uno
per ciascun rene), dalla vescica e dall'uretra (che sono invece impari).
Funzioni del rene:
1. Elimina le scorie del metabolismo, per esempio l'urea, dalla degradazione degli
aminoacidi.
2. Regola le concentrazioni ioniche dell'organismo (sodio, potassio, cloro e calcio).
3. Regola il pH del sangue.
4. Regola la pressione sanguigna.
5. Regola l'eliminazione di acqua dell'organismo e, quindi, la tonicità dell'urina. Da questo
deriva anche la regolazione della volemia, ossia il volume del sangue, che è strettamente
correlata alla quantità d'acqua.
6. Produce due ormoni: l'eritropoietina (che stimola la sintesi dei globuli rossi) e la vitamina
D3.
I 2 reni si trovano nella cavità addominale, in posizione retroperitoneale: sono addossati alla
parete addominale posteriore; si trovano adiacenti alla colonna vertebrale. Si estendono dalla
undicesima costa alla seconda-terza vertebra lombare. Si trovano, quindi, subito sotto al
diaframma: sono, dunque, in rapporto, per interposizione del diaframma, con i polmoni e le
due pleure. Il rene sinistro è più alto del rene destro, perché questo risente del rapporto col
fegato. Mentre i rapporti posteriori sono uguali per i due reni, quelli anteriori cambiano
moltissimo (DEVI SAPERLI DESUMERE I RAPPORTI!).
Ma come sta in sede il rene? Questo non possiede nemmeno il peritoneo. A rivestire il rene,
però, è presente una sorta di membrana che, da un punto di vista embrionale, deriva sempre
dal peritoneo. Questa si chiama fascia renale. La fascia renale si origina dalla porzione
laterale dalla parete, senza un punto specificato e si porta fino al rene. In corrispondenza del
rene si sdoppia in due foglietti: un foglietto anteriore (anterorenale) e uno posteriore
(retrorenale). Quello posteriore circoscrivere il rene nella faccia posteriore e va ad attaccarsi
al rachide, mentre quello anteriore prosegue e si fonde con quello anteriore del lato
controlaterale. I due foglietti, infine, si portano in alto, ricoprono la ghiandola surrenale e si
collegano direttamente al diaframma.
Questo significa che la ghiandola surrenale è assicurata al diaframma, mentre il rene,
superiormente, non presenta punti di ancoraggio. La fascia, quindi, non basta a tenere il rene
in sede: questo è, infatti, completamente circondato da tessuto adiposo bruno. Inoltre, il rene
è tenuto in sede anche grazie alla pressione endoaddominale. Lo scivolamento del rene, per
effetto della gravità, è chiamato ptosi renale (ptosi è proprio lo scivolamento).
Oltre alla ptosi renale, troviamo le ectopie renali, che riguardano la formazione del rene in
sede anomala. A volte troviamo anche delle agenesie, nelle quali uno dei due reni non si
forma. Sono tutte patologie asintomatiche, queste ultime due.
Il rene ha una forma a fagiolo. Si distinguono una faccia anteriore e una posteriore, un
margine laterale e un margine mediale, che contiene l'ilo del rene. Nell'ilo entra l'arteria
renale e esce la vena renale. Poi troviamo due poli, uno superiore e uno inferiore. Quello
superiore è sormontato dalla ghiandola surrenale. Il fatto che la fascia renale circoscriva la
ghiandola e la ancori al diaframma, fa sì che, nella ptosi renale, la ghiandola resti in sede,
perché collegata al diaframma. La surrene è, infatti, solamente adagiata al polo superiore del
rene e, quindi, abbiamo un distacco fra ghiandola surrenale e rene, in caso di ptosi. In 24h, il
rene filtra circa 180litri di sangue: per ogni sistole, il 22% di sangue va a finire nel rene.
Questo possiede un peso specifico piuttosto alto, circa 3 etti.
Parliamo un attimo della ghiandola surrenale. E' una
ghiandola endocrina, formata da 2 porzioni, che hanno
significato funzionale completamente diverso. Si distingue
una zona corticale, che produce ormoni (endocrina) e una
zona centrale, chiamata midollare, che produce
neurotrasmettitori (soprattutto adrenalina e noradrenalina):
si può dire che questa appartiene al sistema nervoso.
Nella corticale si distinguono 3 regioni:
1. Una regione più esterna, detta zona glomerulare. Questa
secerna i mineralcorticoidi (il cui capostipite è l'aldosterone).
L'organo bersaglio di questi ormoni è proprio il rene.
L'aldosterone, per esempio, stimola il riassorbimento di acqua.
2. Una regione intermedia, detta zona fascicolata. Questa
secerne i glicocorticoidi (il cui capostipite è il cortisolo). Questo abbassa le risposte
infiammatorie e immunitarie.
3. Una regione a contatto con la midollare, detta zona reticolare, che secerne androgeni (il
cui capostipite è il testosterone). Questi, normalmente, sono sostanze anabolizzanti, ossia
accelerano il metabolismo.
Torniamo al rene.
Il rene ha un aspetto translucido, dato dalla capsula del rene, che è estremamente sottile. Ma
com'è fatto dentro un rene?
All'interno presenta una zona in cui non c'è parenchima, ossia in cui è cavo: questa zona è
detta seno renale. Qui si ritrovano le prime vie urinarie. Il seno renale contiene i calici renali
(maggiori e minori) e la pelvi renale. Il tutto è immerso nel tessuto adiposo, che continua
anche fuori dal rene.
Riguardo al parenchima, troviamo una zona più esterna e più chiara, detta zona corticale del
rene, e una zona più interna e più scura, detta zona midollare del rene. In realtà, queste due
zone non sono disposti a strati, ma la midollare è organizzata a formare delle strutture
piramidali, il cui apice è rivolto verso il seno renale; l'apice, infatti, è proprio abbracciato da
un calice minore. Le piramidi prendono il nome di piramidi renali, mentre l'apice prende il
nome di papilla renale. Il numero delle piramidi è circa tra 18 e 22. I calici minori si
riuniscono fra loro a formare i calici maggiori, che solitamente sono 3. Questi confluiscono
fra loro a formare la pelvi renale. Fra una piramide e l'altra è sempre presente una zona di
corticale che le va a separare, detta colonna renale.
Ma cos'è che compie la filtrazione?
L'unità morfologico-funzionale del rene è il nefrone.
Nella corticale esistono, infatti, alcune strutture sferoidali, che costituiscono una parte del
nefrone, chiamate corpuscoli renali. I corpuscoli si trovano solo nella corticale. A partire dal
corpuscolo comincia una struttura cava, detta tubulo renale. Il tubulo inizia a livello della
corticale, ma una parte va a trovarsi anche all'interno della midollare: questa è, quindi, fatta
da porzioni di tubuli.
Il corpuscolo è costituito da un intreccio di capillari, che formano una specie di gomitolo,
detto glomerulo. Questo è avvolto da una struttura chiamata Capsula di Bowman. Per quanto
riguarda il tubulo, è distinto in due parti: una parte convoluta, che prende il nome di tubulo
contorto, e una parte rettilinea, chiamata ansa di Henle. I tubuli contorti sono 2, uno quello
che parte dal corpuscolo (tubulo contorto prossimale); l'altro viene definito distale. Il tubulo
contorto distale prosegue in un dotto, dove confluiscono altri tubuli contorti distali: i tubuli
contorti distali di più nefroni confluiscono fra loro a formare, così, il dotto collettore. I dotti
collettori, a loro volta, si riuniscono fra loro a formare il dotto papillare, che si apre all'apice
della papilla renale.
Il glomerulo è formato da capillari particolari (contengono sangue arterioso, invece che
misto, derivante dall'arteria renale). Il sangue circolante all'interno del glomerulo viene
filtrato e il prodotto del filtraggio (pre-urina), vene riversato all'interno della capsula di
Bowman. La pre-urina si incanala nel sistema dei tubuli. Nel tubulo contorto prossimale
comincia il riassorbimento, che riguarda molecole solide. Attraversando l'ansa di Henle e il
tubulo contorto distale, vengono riassorbiti ioni e acqua, in base allo stato di idratazione
dell'organismo. Nel dotto collettore avviene l'ultima
fase della produzione di urina, che è il
riassorbimento di sola acqua; a livello del dotto
papillare troviamo urina definitiva. Questi
riassorbimenti sono tutti sotto il controllo ormonale
(ormoni prodotti dalla surrene e dall'ipofisi).
L'arteriola penetra all'interno della capsula di
Bowman ed è chiamata arteriola afferente.
All'interno della capsula, l’arteriola si dirama nei
capillari, i quali si intrecciano fra loro e si uniscono,
dando luogo ad un'altra arteriola, che esce dalla
capsula di Bowman (arteriola efferente): ma
l'arteriola afferente ed efferente sono sempre lo
stesso vaso, di fatto. Nell'arteriola afferente, la
pressione è molto più alta che nella arteriola
efferente: questo dislivello pressorio consente il
filtraggio. Esiste un meccanismo per il controllo
della pressione, che coinvolge tutti i vasi
dell'organismo (ha un'azione sistemica). Ma qual è questo meccanismo? Nella tonaca media
dell’arteriola afferente sono presenti delle cellule recettori per la pressione, chiamate cellule
iuxtaglomerulari. Questi pressocettori, in caso che la pressione diminuisca, producono un
ormone, la renina. Questa ha il compito di far contrarre la tonaca media dei vasi, aumentando
quindi la pressione. Ovviamente, la renina agisce a livello sistemico, non solo in loco. Nei
pressi di queste cellule iuxtaglomerulari, sono presenti altre cellule, che si trovano nel tubulo
contorto distale: queste percepiscono la diminuzione di ioni sodio nell'urina che circola nel
tubulo stesso. Se sono presenti pochi ioni sodio dell'urina, significa che la pressione è bassa,
per cui queste cellule stimolano le iuxtaglomerulari alla produzione di renina. Importante,
poi, ricordare come questo sangue che circola nel glomerulo non serve alla nutrizione del
rene, ma è la sola circolazione funzionale. L'ossigeno al rene arriva dall'arteriola efferente:
una volta uscita, si occupa della circolazione nutritizia del rene.
Nei capillari, che hanno un endotelio fenestrato, sono presenti delle cellule chiamate podociti,
che fungono da filtro a ciò che può entrare e uscire dai vari capillari.
L'urina, dall'apice della papilla, viene riversata nei calici minori, poi in quelli maggiori e poi
nella pelvi renale. Dalla pelvi origina un dotto pari, che ha il compito di veicolare l'urina
all'interno della vescica, dove l'urina viene accumulata: l'uretere. Nasce dalla pelvi renale e
finisce nella parete posteriore della vescica. La pelvi renale è localizzata all'altezza dell'ilo
renale (T12), mentre la vescica si trova nella piccola pelvi, dietro la sinfisi pubica. Ogni
uretere, quindi, è lungo circa 30cm (è una domanda del test: ricorda!!!).
L'uretere ha 2 particolarità:
1. Nella sua discesa verso la vescica viene in avanti
2. Non possiede un calibro costante, ma presenta 3
restringimenti. Il primo, procedendo in senso cranio-caudale,
si trova proprio all'origine dell'uretere (restringimento
pielico). Fra il primo e il secondo restringimento abbiamo un
segmento dell'uretere, detto segmento addominale. Il secondo
restringimento è detto marginale e si crea perché, in questo
punto, l'uretere effettua una vera e propria flessione (flessura
marginale), dovuta al fatto che, scendendo lungo la parete
addominale posteriore, incontra, nel punto di flessione, i vasi
iliaci (sia arterie che vene). Dal restringimento marginale, fino
alla vescica, comincia il segmento pelvico, in cui l'uretere ha
un decorso discendente, ma anche postero-anteriore. Alla fine
del segmento pelvico si ha l'ultimo restringimento, detto
restringimento vescicale, attraverso il quale l'uretere si butta nella vescica, attraverso
l'orifizio vescicale. Il restringimento vescicale è anche detto porzione intramurale
dell'uretere.

La vescica
La vescica è un organo impari, mediano, localizzato nella piccola pelvi, dietro la sinfisi
pubica. Ha la funzione di raccogliere l'urina ed espellerla all'esterno attraverso l'uretra. Pur
avendo una conformazione simile nell'uomo e nella donna, i rapporti con gli altri organi
cambiano moltissimo nei due sessi. La massima capacità dell'urina è di 2L, ma normalmente,
lo stimolo nervoso parte a 250ml.
La porzione anteriore è l'apice. Attaccato a questo è presente un cordone connettivale, che
arriva all'ombelico, chiamato ùraco: ha funzione nella fase embrionale e poi diventa tessuto
fibroso, che tiene in sede la vescica. L'altra porzione della vescica è quella opposta all'apice,
detta base o fondo vescicale. Quello che aumenta, quando la vescica è piena, è il corpo della
vescica, non l'apice o la base. Quando è vuota, la vescica sta dietro la sinfisi pubica, mentre
quando è piena, la sovrasta enormemente e diventa palpabile dalla cute. Inoltre, la vescica è
sottoperitoneale, ossia è rivestita dal peritoneo soltanto nella sua parte superiore. Il peritoneo
che riveste la vescica viene dalla parete addominale anteriore: fra la parete e la vescica c'è
una sorta di incavo, detto cavo prevescicale. Questo è poco profondo, se la vescica è vuota,
me diventa molto grande se la vescica si riempie.
Ma qual è la conformazione interna della vescica?
Essendo un organo oggetto a dilatazione, possiede delle pieghe, che tendono a distendersi col
riempimento dell'organo. E' presente un punto, però, in cui queste pieghe mancano
completamente; corrisponde al punto in cui l'urina, dalla vescica, viene incanalata nell'uretra:
per evitare ristagni, ovviamente, è presente questa parete liscia, che funga da scivolo per
l'urina. Questa regione liscia ha una forma triangolare, i cui vertici superiori sono i due orifizi
ureterali, e il vertice inferiore è l'orifizio uretrale interno. Questo triangolo si chiama trigono
vescicale.
All'interno della vescica, fra i due orifizi ureterali, la mucosa forma una vera e propria piega
o, meglio, uno scalino o affossamento, chiamato fossa ureterica. Nel maschio, sotto la
vescica è presenta la prostata. Nel caso di ipertrofia prostatica (se la prostata aumenta di
volume), la regione più interessata è proprio quella vicina alla piega: in questo modo, la fossa
ureterica aumenta; in questo caso, l'urina ristagna nella fossa e il soggetto ha un frequente
stimolo alla minzione.
Quali rapporti ha la vescica con gli altri organi? (IMPORTANTI)
Nel maschio, sotto la vescica è presente la prostata. Posteriormente, è in rapporto con le
vescichette seminali, che stanno proprio attaccate. Dietro alle vescichette seminali, troviamo
il retto, ossia quella parte di retto sottoperitoneale. A questo livello, fra la vescica e il retto, il
peritoneo si trova a rivestire un'altra fossa, chiamata cavo retto-vescicolare o cavo di
Douglas. Ha lo stesso significato funzionale del cavo prevescicale.
Nella femmina, la vescica, posteriormente, è a contatto con l'utero e con la vagina (l'utero è
appoggiato sopra la vescica). Uno stato edematoso dell'utero, poggiando sopra la vescica,
provoca una diminuzione di capacità contenitiva da parte della vescica. Ma cosa succede al
peritoneo? Si hanno 3 cavi peritoneali: il cavo prevescicale, il cavo di Douglas e un terzo
cavo, che si viene a creare fra l'utero e la vescica, chiamato cavo vescico-uterino o utero-
vescicale.
I vari muscoli vescicali formano, nell'insieme, il muscolo detrusore della vescica. Nel punto
in cui comincia l'uretra, si organizza circolarmente a formare uno sfintere, lo sfintere interno
dell'uretra (muscolo liscio), involontario. Lo sfintere esterno, invece, è volontario.

L'uretra
Nella femmina, l'uretra (che veicola solo l'urina), è un condotto impari di soli 4cm di
lunghezza, con un calibro costante.
Questa si apre all'esterno nel perineo anteriore, con un orifizio, chiamato orifizio uretrale
esterno. Questo orifizio si trova in una regione, compresa fra le piccole labbra, chiamata
vestibolo della vagina.
Nel maschio, invece, la situazione è molto più complessa. Per un tratto, dalla vescicola al
pavimento pelvico, la lunghezza è la solita che nella femmina (4cm). In questo tragitto, però,
l'uretra passa nel mezzo alla prostata. Ad un certo punto, l'uretra deve entrare nell'asta. L'asta
ha una lunghezza media di 10-15 cm. Quindi, in tutto, l'uretra ha una lunghezza di circa 15-
20cm. L'uretra, nel maschio, non è diritta come nella femmina, ma subisce delle curvature.
Per questo si identificano vari parti: uretra prostatica, uretra membranosa e uretra
cavernosa. In base alla mobilità dell’uretra, invece, si distinguono: un'uretra fissa e una
mobile. L'uretra attraversa tutta l'asta e si apre nella regione del glande. Qui troviamo
l'orifizio uretrale esterno, che ha una forma ovalare, con l'asse maggiore disposto
sagittalmente. Le curvature dell'uretra maschile rendono il cateterismo molto difficile e
doloroso.

Apparato genitale maschile


E' localizzato in due punti fondamentali: nella piccola pelvi e all'esterno del corpo, nella
cosiddetta regione perineale.
Funzioni:
1. Produrre i gameti maschili, ossia gli spermatozoi
2. Produrre ormoni sessuali maschili, ossia gli androgeni, il cui capostipite è il testosterone.
Gli androgeni sono anabolizzanti, cioè stimolano il metabolismo basale e aumentano la massa
muscolare. Inoltre, gli androgeni contribuiscono a depositare matrice ossea. Un calo del tasso
di androgeni quindi, provoca l'osteoporosi.
Gli ormoni sessuali sono, poi, responsabili della formazione dei cosiddetti caratteri secondari:
la distribuzione dei peli sulla superficie corporea, per esempio. L'aumento dei peli comincia
nella pubertà e continua fino all'età adulta (30 anni circa). Tuttavia, gli androgeni
contribuiscono anche alla distribuzione del tessuto adiposo sottocutaneo. L'altro carattere
determinante è la voce: la cartilagine tiroidea della laringe si modifica e le corde vocali,
legate alla cartilagine tiroidea, cambiano conformazione.

Organizzazione
Abbiamo le gonadi, che prendono il nome di testicoli o didimi. Questi sono la sede della
produzione dei gameti. Una volta prodotti, questi vengono riversati all’interno di tutta una
serie di organi cavi, adibiti al trasporto degli spermatozoi verso l'esterno. Questi organi cavi,
nell'insieme, perdono il nome di vie spermatiche. Comincia all'interno del testicolo, con i
tubuli retti e la rete testis. All'esterno del testicolo troviamo, invece, l'epididimo, il dotto
deferente, i dotti eiaculatori e, infine, l'uretra. Gli spermatozoi, però, non vengono eiaculati
come tali, ma insieme ad una sostanza liquida, chiamata liquido spermatico. Questo risulta
dalla mescolanza del liquido seminale e del liquido prostatico. Questi due liquidi sono
prodotti da due ghiandole esocrine: le vescichette seminali (liquido seminale) e dalla prostata
(liquido prostatico). Il dotto escretore di queste ghiandole sbocca all'interno delle vie
spermatiche. Quindi, mentre gli spermatozoi passano nelle vie spermatiche, ricevono i secreti
di queste ghiandole e si viene a formare, alla fine, lo sperma, che risulta, quindi, dalla
mescolanza fra spermatozoi e liquido spermatico.
Oltre alla prostata e alle vescichette seminali ci sono altre 2 ghiandole, che hanno la funzione
di lubrificare l'asta, durante la copula: sono le ghiandole bulbo uretrali o ghiandole di
Cowper. Infine, troviamo delle strutture che costituiscono i genitali esterni, che sono: la borsa
scrotale o scroto e il pene.

Le gonadi
Gli spermatozoi vivono ad una temperatura di circa 36° C. Per questo, visto che all'interno
del corpo ci sono 37°, gli spermatozoi stanno all'esterno del corpo, nei testicoli.
La borsa scrotale è una borsa cutanea, che si trova nel perineo anteriore, alla radice delle
cosce, sotto la sinfisi pubica. Nella borsa scrotale si riconoscono 2 parti: il fondo e la radice.
Quest'ultima si trova localizzata alla radice delle cosce. La cute che riveste la borsa scrotale è
particolare: nell'adulto è più tonica, mentre nell'anziano tende a perdere di tonicità; inoltre è
rivestita di pieghe. Qui, inoltre, troviamo dei peli, chiamati pubes. Se la osserviamo
dall'esterno, si nota un rafe sagittale, ossia una piega sagittale. Le pieghe spariscono
completamente quando il tessuto è completamente calato verso il basso (abdotto). Ma perché
si abduce? Perché deve mantenere una temperatura costante: se, per esempio, il soggetto ha la
febbre, la borsa scortale si abduce e si allontana dal corpo. Al contrario, se fa freddo, si ritrae.
La borsa scrotale è suddivisa in due concamerazioni separate dal setto scrotale, che in
superficie corrisponde al rafe scrotale.
Ma perché la borsa scrotale può fare tutti questi movimenti?
Sezioniamo i vari strati. Dall'esterno all'interno troviamo, prima di tutto, la cute. Sotto la cute
troviamo il derma, chiamato dartos, che ha la caratteristica di essere infarcita di muscolatura
liscia, responsabile di tutti questi movimenti dello scroto. Più sotto troviamo un altro
muscolo, stavolta scheletrico, detto cremastere. Ma perché scheletrico? In realtà questo
muscolo fa parte del muscolo obliquo esterno: da questo, infatti, si staccano dei fasci, che
raggiungono lo scroto. Il fatto che sia scheletrico, non significa che l'uomo possa controllarlo
con la volontà. Tutti i muscoli sono, però, costituiti da fasce: ci sarà, quindi, la fascia esterna,
chiamata fascia spermatica esterna (o cremasterica), e una fascia interna, detta fascia
spermatica interna o tonaca vaginale comune. Più sotto al muscolo cremastere, inoltre,
troviamo una seriosa (il testicolo, infatti, nasce in cavità addominale): il testicolo è, infatti, un
organo intraperitoneale. Qui la seriosa non si chiama peritoneo, ma tonaca vaginale (esiste,
ovviamente, una tonaca vaginale parietale e una viscerale): fra i due foglietti, ovviamente,
troviamo lo spazio vaginale con liquido vaginale. Questa tonaca vaginale ha anche la
funzione di proteggere il testicolo, fungendo da cuscinetto. Anche la tonaca vaginale, come il
peritoneo, si può infiammare e riempirsi di liquido: si ha la cosiddetta idrocele.
L'ultimo strato che troviamo, che non fa più parte dello scroto, ma che è a ridosso del
testicolo, è la capsula che avvolge il testicolo. Questa è particolarmente spessa di connettivo
fibroso molto denso e viene chiamata tonaca albuginea (perché è bianca).
La discesa del testicolo, dalla cavità addominale fino alla borsa scrotale, viene chiamata
descensus scrotalis e deve necessariamente essere terminata all'ottavo mese di gravidanza. E'
frequentissimo che, uno o entrambi i testicoli, non riescano a raggiungere la borsa scrotale. In
questo caso si parla di criptorchidismo. A volte può capitare che il testicolo non solo non
scenda nella borsa, ma scenda in posizioni anomale, come nella coscia o nell'asta: si parla di
ectopia.

Struttura del testicolo


E' un organo pieno, rivestito dalla tonaca albuginea, la quale invia dei setti a livello del
parenchima testicolare, suddividendolo in lobi. All'interno di questi lobi, troviamo l'unità
morfologico-funzionale del testicolo, chiamato tubulo seminifero. In ogni tubulo, i gameti si
formano. Si parte da uno spermatogone (cellula indifferenziata), che si divide per mitosi,
dando luogo a 2 spermatogoni. Di questi due, uno rimane quiescente, mentre l'altro va
incontro alla meiosi, attraversa varie fasi e, alla fine, si ottengono delle cellule chiamate
spermatidi. A questo punto si
innesca una fase in cui lo spermatide cambia morfologia e diventa spermatozoo maturo.
Questo viene rilasciato dalla parete del tubulo e entra nel lume del tubulo. In questa fase,
nonostante sia presente il flagello, lo spermatozoo non si muove attraverso il flagello, ma per
movimenti peristaltici delle vie spermatiche.
Tutto questo processo si chiama
spermatogenesi ed è controllato, a livello
ormonale, dalle cellule di Leydig: queste
producono testosterone, che stimola la
spermatogenesi. La produzione di testosterone
da parte di queste cellule è controllata, a sua
volta, dall'ormone LH prodotto dall'ipofisi.
Lo spermatozoo, quindi, viaggia nei tubuli
seminiferi e raggiunge i tubuli retti. Questi
confluiscono fra loro a formare la rete testis.
Dalla rete testis nascono una serie di dotti, che
escono dal testicolo, chiamati condottini
efferenti. Questi confluiscono gli uni negli altri, a formare un dotto unico, chiamato dotto
dell'epididimo. Questo dotto arriva, sempre in modo estremamente tortuoso, fino al polo
inferiore del testicolo ed effettua una curva, risalendo in alto. Nella risalita, questo cambia:
diviene liscio e più grande di calibro. Nell'insieme, questo dotto costituisce l'epididimo
stesso. L'epididimo, quindi, non è altro che la prima via spermatica, all'esterno del testicolo: è
un dotto che si srotola lungo il testicolo, partendo dal polo superiore del testicolo e raggiunge
il polo inferiore. Data questa organizzazione, nell'epididimo si distinguono una testa, un
corpo ed una coda. Quando la coda compie la punta e ricomincia a risalire, si chiama dotto
deferente.
Il deferente risale la borsa scrotale, entra in cavità addominale, decorre lungo la parete
laterale della vescica, fino a terminare sulla faccia posteriore della vescica. Nel decorso verso
la vescica, questo deferente è accompagnato da una serie di strutture. Innanzitutto, troviamo i
vasi destinati al testicolo (arteria testicolare e plesso pampiniforme, ossia una serie di vene
anastomizzate fra loro). Il tutto è rivestito anche dal muscolo cremastere.
Il dotto deferente (ossia deferente, vasi e muscolo cremastere) perfora, poi, la parete
addominale, formando il funicolo spermatico. Questo percorso occupato dal funicolo si
chiama canale inguinale (non c'entra nulla col legamento inguinale).
Il dotto deferente, quindi, incontra la vescichetta seminale. Il liquido seminale viene secreto
attraverso il dotto escretore, che si fonde col dotto
deferente, formando il dotto eiaculatore. Soltanto
a livello del dotto eiaculatore, quindi, si ha
l'unione fra spermatozoo e liquido seminale. Il
dotto eiaculatore, poi, trova la prostata, dove
penetra, attraversandola a tutto spessore, fino a
che non va a gettarsi nell'uretra, originata dalla
vescica (nel maschio, l'uretra attraversa la
prostata). A livello dell'uretra prostatica, gli
spermatozoi uniti al liquido seminale, si
mescolano al liquido prostatico. L'uretra, con lo
sperma, attraversa il pavimento pelvico ed entra
nell'asta. Un'asta è lunga dai 10 ai 15cm. E' caratterizzata dai cosiddetti corpi cavernosi,
costituiti da tessuto connettivo: questi hanno la funzione di erigere l'asta. Anche l'uretra è
avvolta, nell'asta, da un suo corpo cavernoso, chiamato corpo spongioso dell'uretra. I corpi
cavernosi sono attaccati alle ossa dell'anca, dove si articolano il pube e l'ischio: sono chiamati
rami ischio-pubici. Questi due corpi cavernosi si accollano, lasciando una nicchia, in cui si
va a posizionare il corpo spongioso dell'uretra. Il tutto viene, infine, letteralmente
incappucciato dal corpo spongioso dell'uretra, a formare il glande, che ricopre anche i corpi
cavernosi del pene.

Il pene
Nei corpi cavernosi troviamo delle arterie, dette arterie cavernose, fondamentali per
l'erezione. I corpi cavernosi e il corpo spongioso sono totalmente avvolti da tonaca albuginea.
Sotto stimolazione nervosa, durante l'eccitazione, l'arteria manda molto più sangue.
Il glande, normalmente, è ricoperto da cute, chiamata prepuzio. Il prepuzio è vincolato
all'asta da una piega, chiamata frenulo. Infine, fra il glande e il resto dell'asta, è presente un
solco, detto solco balano-prepuziale.

Apparato genitale femminile


E’ localizzato a livello della piccola pelvi. Le funzioni sono molti simili a quelli del maschile:
1. Produzione dei gameti (oociti)
2. Produzione degli ormoni sessuali femminili (estrogeni). Questi hanno soprattutto la
funzione di favorire la fecondazione. Ma servono anche a fissare il calcio nell’osso e
hanno un’ampia funzione nella memoria del sistema nervoso.
Gli estrogeni sono anche responsabili della voce melodiosa rispetto a quella del
maschio e determinano la crescita delle mammelle.
3. E’ la sede della copula e della gestazione
4. Serve a dare passaggio al feto durante il parto
L’organizzazione è più complessa di quello maschile: abbiamo le gonadi (ovaie), dove
vengono prodotti gli oociti. Poi abbiamo una serie di organi cavi, che cambiano la funzione a
seconda del tratto, adibiti al trasporto dei gameti (maschili e femminili) e del feto: sono le
tube uterine, l’utero e la vagina. Inoltre, troviamo anche una serie di organi, che si
localizzano nel perineo inferiore, e sono definiti genitali esterni (monte di venere, grandi
labbra, piccole labbra, vestibolo della vagina). Tutti questi sono raggruppati nella struttura
detta vulva. Oltre a questa troviamo l’imene, il clitoride e le ghiandole vestibolari.

Ovaie, tube e utero


Le ovaie si trovano, più o meno, all’altezza dell’articolazione sacro-iliaca; sono abbracciate
dalle tube, che connettono l’ovaio all’utero. L’ovaio si trova in un piano superiore rispetto
all’utero.
Il peritoneo riveste sia le tube che l’ovaio, in un modo estremamente particolare: mentre la
tuba diventa un organo intraperitoneale, l’ovaio si trova in una situazione peculiare, poiché di
fatto è intraperitoneale, ma non perché avviene avvolto dal peritoneo, ma perché il peritoneo
lo circonda completamente, senza toccarlo. Per questo, l’ovaio è dentro la cavità peritoneale,
senza essere però raggiunto realmente dal peritoneo.
L’ovaio è un organo pari, pieno, a forma di mandorla. Questa è posizionata di taglio: se la
guardiamo da davanti, vediamo uno solo dei due margini.
Nell’ovaio si distingue una regione corticale, dove alloggiano i gameti, e una regione
midollare.
Durante la vita embrionale, nella corticale si sviluppano gli oogoni (cellule indifferenziate).
Questi si dividono per mitosi e formano tanti oogoni. Tutti questi oogoni entrano nella meiosi
e si fermano alla prima divisione meiotica
(sono, quindi, ancora cellule diploidi).
Cominciano a circondarsi di cellule, dette
cellule follicolari. Alla nascita, dunque,
troviamo un ovaio con dentro cellule
ferme alla meiosi I, circondate da cellule
follicolari, che prendono il nome di
follicoli (circa 2 milioni). Di questi 2
milioni, alla pubertà ne rimangono solo
500mila. Ogni 28 giorni, una serie di
questi cercano di andare incontro a
maturazione: molti muoiono e arriva a
maturazione solo uno. Dei 500mila,
quindi, soltanto 500 arrivano a
maturazione. Finiti questi, la donna va in menopausa.
Dietro l’ormone follicolo-stimolante (FSH), ogni 28 giorni, l’oocita fermo alla meiosi I entra
nella meiosi II, bloccandosi leggermente prima del termine della meiosi II, per aspettare lo
spermatozoo. Intanto, le cellule follicolari cominciano a svilupparsi, proliferando (sempre
sotto stimolo dell’FSH) e formano una sorta di vasca dove galleggia l’oocita. Ad un certo
punto, poiché le cellule follicolari continuano a produrre liquido, il follicolo scoppia e getta
fuori l’oocita, che arriva fuori dall’ovaio.
Ogni volta, l’organismo prepara l’utero perché possa ospitare lo zigote. Ciò avviene sotto la
secrezione di un ormone, prodotto dai rimasugli del follicolo scoppiato nell’ovaio: il
progesterone. Il follicolo, infatti, sotto l’azione dell’LH (ormone luteinizzante), si organizza
a formare una ghiandola endocrina temporanea (corpo luteo), il quale secerne progesterone.
Se c’è stata fecondazione, il corpo luteo continua a secernere progesterone fino al terzo mese
di gravidanza; altrimenti, il corpo luteo degenera, trasformandosi in un tessuto cicatrizzale,
detto corpus albicans.
Tube di Falloppio
Compito della tuba è quello di catturare l’oocita al suo interno. Questa presenta 2 estremità:
una ovarica e una uterina. La porzione ovarica della tuba ha delle frange, dette fimbrie, una
delle quali è più lunga. Questa aggancia l’oocita e lo butta all’interno della tuba. L’oocita,
quindi, entra nella tuba e comincia a risalirla: attraversa l’infundibolo, una prima porzione
ascendente della tuba, grazie ad alcune ciglia, che lo spostano verso l’alto; successivamente,
entra in una porzione della tuba molto estesa (ampolla) e, a circa metà, si ferma, poiché trova
un battito cigliare contrario: l’oocita resta nell’ampolla ad aspettare lo spermatozoo.
Quest’ultimo risale tutto l’utero, entra nella tuba e, aiutato dal battito cigliare, raggiunge
l’oocita nell’ampolla. Lo zigote, quindi, si forma nell’ampolla, non nell’utero. Questo zigote,
poi, attraversa l’istmo della tuba e arriva nel lume dell’utero. Qui, si aggancia alla parete e
comincia a formare tutte le strutture tipiche della gravidanza (placenta, sacco, ecc).

Posizione di tube e ovaio, rispetto al peritoneo


La tuba è intraperitoneale: il peritoneo, infatti, avvolge la tuba e forma un cosiddetto
mesosalpinge, in cui i foglietti peritoneale si accollano gli uni agli altri. La mesosalpinge, ad
un certo punto, trova l’ovaio: qui, il peritoneo gli si accolla solo per un pezzo; quindi, l’ovaio
è rivestito dal peritoneo solo per una parte minima: questo tratto di mesosalpinge che tocca
l’ovaio viene detto mesovario.

Utero
Ha una tipica caratteristica a pera rovesciata. La parte superiore, che prende rapporto con le
tube, è adagiata in avanti e in contatto con la vescica. Questa parte adagiata sulla vescica
prende il nome di fondo dell’utero (anche se è la parte più alta dell’utero). La parte sotto il
fondo dell’utero, prende il nome di
corpo dell’utero. Proseguendo verso il
basso, troviamo una porzione ristretta
dell’utero, detta collo o cervice
uterina.
Com’è costituita la parete dell’utero?
La tonaca mucosa viene chiamata
endometrio: questa è sottile prima
dell’ovulazione e diviene spessa subito
dopo. Poi troviamo uno strato,
corrispondente alla tonaca muscolare
dell’organo, detto miometrio: è molto
spesso e costituito da fibre muscolari
intrecciate. All’esterno, infine, troviamo il perimetrio, che corrisponde alla tonaca avventizia
più la seriosa, poiché anche l’utero è intraperitoneale.
La cervice uterina è quasi tutta inglobata all’interno della vagina: la parte superiore di questa,
infatti, va proprio ad abbracciare la cervice. Il lume dell’utero e il lume della vagina sono in
continuità fra loro; tuttavia, si può individuare un orifizio, che segna il confine fra il lume
uterino e quello vaginale, detto orifizio vaginale interno. Questo è sempre aperto, tranne nel
caso di gravidanza (potrebbe, altrimenti, consentire la fuoriuscita del feto): si crea un tappo di
muco, che impedisce la continuità. La parte anteriore della cervice prende il nome di tinca ed
è la parte della cervice uterina, che aggetta nel lume vaginale. Tutta la mucosa che si trova
intorno alla tinca, è una delle zone più frequentemente colpita dalle neoplasie.
Se tracciamo l’asse maggiore del corpo dell’utero e andiamo ad incrociarlo con l’asse
maggiore della cervice dell’utero e poi tracciamo l’asse maggiore della vagina, si vengono a
formare due angoli: l’angolo fra l’asse del corpo e l’asse della cervice prende il nome di
angolo di antiflessione ed è quello che determina la posizione normale dell’utero (ossia
adagiato sulla vescica); l’altro angolo, quello fra l’asse maggiore della cervice e l’asse della
vagina, è detto angolo di antiversione e determina l’orientamento in avanti dell’utero rispetto
alla vagina: l’utero, infatti, deve essere antiflesso e antiverso. Ci sono casi in cui l’utero non
possiede la posizione normale: dal punto di vista della gravidanza, questo fatto non ha
conseguenza, ma in condizioni di non gravidanza, l’utero va a premere contro il retto e, di
conseguenza, il soggetto risulta essere stitico.
Ma come sta l’utero, rispetto al peritoneo? E’ un organo sottoperitoneale: è, quindi, avvolto
dal peritoneo solo nella sua parte superiore (la cervice non è avvolta dal peritoneo).
Il legamento largo si accolla alla parete corporea, andando a rivestire tutta la piccola pelvi.
Per questo motivo, esso rappresenta un aggancio dell’utero sulla parete corporea. Esiste, poi,
un legamento connettivale, che si trova alla base dell’utero, detto legamento rotondo, il quale
è il corrispondente del funicolo spermatico del maschio: questo legamento attraverso il canale
inguinale e va a disperdere nelle grandi labbra.
Fondamentalmente, ciò che regge e da tono all’utero, è il pavimento pelvico. Con l’età, questi
muscoli perdono di tonicità e si hanno, di conseguenza, prolassi. Se scende l’utero, questo si
incunea nella vagina e, grazie al fatto che questa è un canale muscolare estremamente
dilatatorio, esce all’esterno.

La vagina
E’ un organo cavo, con una lunghezza di circa 8cm. E’ all’incirca parallela all’uretra. La
vagina non presenta ghiandole: le perdite che si hanno fra i vari flussi mestruali, sono dovute
all’utero. Nel punto in cui la vagina abbraccia il collo dell’utero, si formano due recessi, detti
fornici vaginali. In questi si annida l’eiaculato: qui, gli spermatozoi hanno la possibilità di
adattarsi all’ambiente vaginale, che è acido; questo adattamento è detto capacitazione.
L’insieme dei genitali esterni prende il nome di vulva o pudendo muliebre. I peli, come nel
maschio, prendono il nome di pubes. Al di sotto della cute troviamo un cuscinetto adiposo.
Il monte di Venere, nel perineo anteriore,
si sdoppia a formare due pieghe,
chiamate grandi labbra. All’interno di
queste troviamo 2 pieghe più sottili, che
hanno una cute sottilissima e priva di
peli, dette piccole labbra. Queste due
pieghe si uniscono fra loro anteriormente,
a formare la connessura labiale
anteriore, e posteriormente a formare la
connessura labiale posteriore. Fra le due
pieghe è presente uno spazio, detto
vestibolo della vagina.
Qui, troviamo una struttura analoga all’asta, che è il clitoride. Il rivestimento del clitoride
prende il nome di prepuzio del clitoride.
Nel vestibolo della vagina, troviamo due orifizi: uno anteriore, che è l’orifizio uretrale
esterno, e uno posteriore, che è l’orifizio vaginale esterno.
Lateralmente all’orifizio laterale esterno, troviamo gli orifizi di sbocco delle ghiandole di
Bartolino. L’orifizio esterno è munito di una membrana sierosa, che prende il nome di
imene, il quale può presentare varie forme: l’imene viene rotta al momento della prima
copula.
L’ovulazione
Nella donna esistono: un ciclo ovarico e un ciclo uterino. Il primo viene calcolato con la
durata di circa 14 giorni. AL termine di questo ciclo si ha la cosiddetta ovulazione. Questo
periodo è caratterizzato dalla presenza di un ormone ipofisario (FSH), i quale induce la
maturazione dell’ovocita e del follicolo. I 14 giorni vengono calcolati a partire dal primo
giorno di mestruazione. Una volta che l’oocita è stato eiettato dall’ovaio, rotola nella cavità
peritoneale dove si trova l’ovaio, viene agganciato dalla tuba e portato all’interno del lume
della tuba. Qui, il ruolo dell’FSH è terminato: si ha un brusco calo di questo ormone e
comincia la secrezione, invece, dell’LH. Questo ha il compito di modificare il follicolo rotto
nell’ovaio, e formare una ghiandola endocrina temporanea: il corpo luteo. Questa secerne il
progesterone, che ha il compito di modificare la parete uterina per accogliere lo zigote.
Se c’è stata un’eiaculazione, gli spermatozoi vengono eiaculati al livello dei fornici vaginali,
dove restano qualche ora, per adattarsi all’ambiente vaginale (capacitazione) e il flagello
assume mobilità: gli spermatozoi cominciano a risalire. In questo cammino, sono facilitati dal
fatto che, sia l’epitelio uterino che quello della tuba, sono cigliati. La maggior parte di questi
spermatozoi sbagliano tuba o si piantano nella parete dell’utero, morendo. Solo alcuni
raggiungono l’oocita e cominciano ad attaccarne la membrana, grazie all’utilizzo di specifici
enzimi litici, contenuti nella testa dello spermatozoo. Appena perforata la membrana, entra
nell’oocita e la membrana si richiude su se stessa, impedendo che altri spermatozoi possano
penetrare la membrana e fecondare l’oocita. Si forma, così, lo zigote, che andrà in utero e
cercherà di impiantarsi.
Tramite ecografia è possibile monitorare la crescita del feto nelle varie settimane di
gravidanza (in totale 41).

Apparato tegumentario
E’ una membrana impermeabile, che protegge l’organismo dall’esterno. Questo, tuttavia, non
è impermeabile all’ambiente esterno, ma scambia continuamente materiale con questo.
Attraverso la cute, per esempio, espelle gli oggetti di scarto.
Le funzioni:
1. Protezione dagli insulti meccanici, chimici, termici e dalle radiazioni
2. Regolazione degli scambi termici con l’ambiente
3. Regolazione dell’equilibrio idrosaline per prevenire la disidratazione … SLIDE
Com’è organizzato?
Da una parte troviamo la cute e dall’altra una serie di annessi cutanei. Lo spessore della cute
varia molto a seconda della regione corporea: va da 0,5mm a livello delle palpebre, fino a
4mm nella pianta del piede. Ha un estensione di 2m2 e ha un peso del 17% del peso corporea.
Per quanto riguarda gli annessi cutanei abbiamo i peli, le unghie, le ghiandole sebacee e le
ghiandole sudoripare. La cute non è liscia, ma presenta tutta una serie di solchi (rughe),
dovute al fatto che sotto alla cute sono presenti alcune strutture che creano queste pieghe
(come i muscoli mimici). Le pieghe più grandi sono quelle a livello dei polpastrelli delle
mani: i dermatoglifi, che costituiscono le impronte digitali.
Le unghie sono delle lamine cheratinizzate, che rivestono la superficie dorsale delle falangi
distali di dita delle mani e piedi. L’unghia poggia su una superficie, detta letto ungueale, al
quale l’unghia è ben adesa. Alla base del letto ungueale, è presente un epitelio in attiva
divisione, che costituisce la matrice dell’unghia: l’unghia si accresce a partire da questa. La
porzione di unghia circoscritta dalla matrice, viene detta matrice dell’unghia. Questa è meno
pigmentata rispetto al resto dell’unghia (ha un colore biancastro), è in parte coperta da cute
(vallo ungueale) e in parte visibile dalla superficie ungueale (lunula). Fra la lunula e il vallo
ungueale è presente una porzione più sottile, chiamata cuticola, la quale è estremamente
importante, poiché senza questa, i germi penetrerebbero molto bene nella matrice ed infettare
l’unghia. Lateralmente, infine, possiamo notare due solchi, detti solchi ungueali. Infine, la
parte più anteriore dell’unghia, quella biancastra, è detta estremità libera.
Le unghie sono uno dei primi sintomi di malessere: la forma e il colore dell’unghia va
osservato.

I peli
I peli sono molto variabili, soprattutto per quanto riguarda la lunghezza e lo spessore. Sono
all’incirca 5milioni, di cui 1 milione sulla testa. Non si presentano sempre in modo uguale,
durante lo sviluppo: alla nascita, la peluria che presentano i neonati non sono veri e propri
peli, ma sono detti lanugine. A questa fa seguito un pelo (non definitivo), chiamato pelo
folletto, che è molto esile, destinato a cadere, per essere sostituito dal pelo terminale
(definitivo), le cui caratteristiche cambiano a seconda del sesso.
I peli presentano una parte infissa nella cute, detta bulbo pilifero, dove è presente un epitelio
germinativo, responsabile della ricrescita. La parte che si distacca dal bulbo, viene chiamata
prima radice, che si assottiglia sempre di più, divenendo fusto del pelo. Fuori dalla cute,
invece, troviamo la parte di fusto esposto. Molto importanti sono due strutture, che
accompagnano tutti i peli: le ghiandole sebacee, il cui dotto escretore va a gettarsi al livello
del fusto e raggiunge tutta la superficie cutanea; il muscolo erettore del pelo, il quale è
responsabile della pelle d’oca: questo tende il pelo, per proteggere meglio la cute. Il sebo del
pelo ha un pH abbastanza acido, e impermeabile, fungicida e battericida.
I peli del naso prendono il nome di fibrisse; quelli del canale uditivo esterno sono chiamati
tragi; quelli ascellari sono detti hirci.

Le ghiandole sudoripare
Sono responsabili della perspiratio sensibilis: durante l’arco della giornata, emettiamo una
grande quantità di sudore, attraverso il quale manteniamo la temperatura corporea intorno ai
37°. E’ costituito da acqua, ioni (Na, K e Cl), urea, acidi grassi e colesterolo e, nel caso di
attività sportiva, anche acido lattico. Le ghiandole sudoripare si trovano a livello del derma e
presentano un lungo dotto escretore, che sbocca sulla superficie cutanea.
Esistono 2 tipi di ghiandole sudoripare, che si distinguono in base al tipo di secrezione: la
maggior parte sono di tipo eccrino, con sudore inodore. Poi troviamo una serie di ghiandole
limitate ad alcune regioni del corpo (regione ascellare, intorno all’areola mammaria, nella
regione genitale, nella regione anale e a livello delle palpebre), con secrezione di tipo
apocrino: questo sudore emette un odore caratteristico.
Alcune ghiandole sudoripare particolari sono le ghiandole ceruminose: si trovano nello
spessore della mucosa, che riveste il canale uditivo esterno e producono il cerume,
giallognolo e colloso; ha la funzione di proteggere l’apparato uditivo da agenti esterni. Il
cerume è tipico delle “razze”.
Un’altra ghiandola sudoripara modificata, è la ghiandola mammaria: è il parenchima della
mammella, un organo pieno. Questa è un rilievo cutaneo, che si trova sulla parete anteriore
del torace, all’incirca fra la quarta e la settima costa. All’interno della mammella troviamo la
ghiandola, costituita da uno stroma particolarmente ricco di tessuto adiposo. Caratteristiche
della mammella sono delle formazioni superficiali, note per l’iperpigmentazione: si nota un
areola mammaria, dove la cute forma diverse pieghe ed è pigmentata; qui sono presenti dei
rilievi puntiformi, che sono lo sbocco delle ghiandole sudoripare apocrine. Al centro di
questa areola c’è un rilievo, che prende il nome di capezzolo.
All’interno della mammella, la ghiandola mammaria è costituita da una serie di alveoli,
raggruppati a formare dei lobi. Gli alveoli presentano un dotto che, confluendo con gli altri
dotti alveolari, formano dei dotti di maggior calibro, detti dotti lobulari. Questi si uniscono a
formare un unico dotto, chiamato seno galattoforo, il quale si apre subito all’apice del
capezzolo. La funzione di questa ghiandola è quella di produrre il latte, sotto il controllo della
prolattina (PRL), di tipo ipofisario. Quest’ormone viene prodotto durante la gravidanza;
tuttavia, a volte capita che una modesta produzione di lattina si abbia anche durante il ciclo
mestruale. Nel momento del parto, si ha un’increzione abnorme di prolattina, per cui la
ghiandola mammaria produce moltissimo latte (montata lattea).
Le mammelle non sono mai uguali di dimensioni; tuttavia, esistono delle patologie, in cui si
ha l’accrescimento selettivo di una mammella rispetto all’altra (anisomastie). Esistono casi,
poi, in cui le mammelle si formano anche nel maschio (per esempio, dei soggetti che fanno
terapie ormonali per neoplasie).
Le gemme mammarie, ossia i punti in cui potenzialmente possono nascere le mammelle, sono
in realtà dislocate in varie parti del corpo, lungo le cosiddette linee mammarie.

Sistema Nervoso
Nel sistema nervoso esistono 2 tipi cellulari: i neuroni, che trasportano le cariche elettriche, e
le cellule di supporto ai neuroni, dette Glia. Le cellule della glia sono gli astrociti, la
microglia, gli oligodendrociti, le cellule ependimali, le cellule di Schwann e le cellule
satelliti. Questi tipi cellulari si differenziano per la loro localizzazione: le cellule di Schwann
e le satelliti si trovano solo nel SNP. Tutte le altre si trovano nel SNC. Le cellule ependimali
hanno le funzioni di una cellule epiteliale, quindi rivestono le cavità interne al tessuto
nervoso: il sistema nervoso è, dunque, un organo cavo.
Queste cavità rivestite da ependima, contengono un liquido, detto liquido cefalorachidiano
liquor. Poi troviamo gli oligodendrociti, che servono per formare la guaina mielinica: sono
l’analogo delle cellule di Schwann, che troviamo a livello del SNP. Poi abbiamo la microglia
e gli astrociti, che rappresentano le cellule immunitarie del sistema nervoso. L’analogo degli
astrociti e della microglia, nel SNP, sono le cellule satelliti, le quali si trovano localizzate in
strutture particolari del SNP, dette gangli.

SNC
Il SN è suddiviso in SNC e SNP. In realtà, esiste una terza componente, detto SNA, o
vegetativo o simpatico. In realtà, questo non è slegato dagli altri due.
Il SNC sta nella teca cranica e nello speco vertebrale o canale vertebrale. La porzione della
teca cranica è detta encefalo, mentre quella dello speco vertebrale è il midollo spinale.
Nonostante la differenza di localizzazione e di struttura, i due sono un continuum l’una
dell’altra: il confine convenzionale che li separa si pone a livello del grande foro occipitale.
Il SNP, invece, è dislocato in tutto il resto dell’organismo. Le strutture che costituiscono il
SNP vengono detto nervi. Siccome alcuni prendono contatto con il midollo spinale (quindi
escono dal midollo spinale), prendono il nome di nervi spinali; altri escono dall’encefalo e
vengono, dunque, detti nervi encefalici. Questi vanno a dislocarsi nelle regioni della testa e
del collo, mentre quelli spinali in tutto il resto dell’organismo.
Se osserviamo lo sviluppo del midollo spinale nel suo insieme, possiamo vedere come questo
sembra accorciarsi: in realtà il midollo non si è retratto, ma sono le vertebre che sono
aumentate di numero, rispetto al midollo; sotto L1, quindi, non si trova più midollo spinale.
Il midollo spinale si trova dentro la colonna vertebrale: i nervi che originano all’interno della
colonna, quindi, escono attraverso i fori intervertebrali. Per ciascun tratto di nervo, prima
della retrazione, i nervi escono dai fori intervertebrali: sotto L1, i nervi tendono a stirarsi e
formano una struttura detta coda equina.
Osserviamo la modalità con la quale il nervo contatta i midollo spinale. Il nervo si biforca in
prossimità del midollo spinale, in due strutture dette radici, di cui una si trova anteriormente
(in corrispondenza del corpo vertebrale) e l’altra posteriormente. Funzionalmente, queste due
radici sono estremamente diverse fra loro e questa diversità è presente anche a livello del
midollo spinale corrispondente: per questo, si dice che il midollo spinale ha un assetto
postero-anteriore. Il nervo, quindi, possiede tutte le funzioni, sia quelle della radice anteriore
che quella posteriore, poiché questo si divide nelle due radici.
Lungo la radice posteriore è presente un rigonfiamento, detto ganglio. Quando si parla di
radici e ganglio, ci si riferisce già al SNP: il SNC
si limita al midollo spinale.
Il midollo spinale, così come le radici e il
ganglio, sono rivestiti da delle tonache
connettivali: le meningi. Queste sono organizzate
in 3 strati:
1. Lo strato interno, che sta a ridosso del
midollo spinale, detto pia madre,
esilissimo;
2. Lo strato intermedio, detto aracnoide, che
ha un aspetto trabecolato, che ricorda la
tela di un ragno
3. La meninge esterna, molto robusta, detta
dura madre, la quale sta a contatto con l’osso.
Le meningi, rivestendo tutto il midollo spinale, rivestono anche le radici e il ganglio. Quando
le radici si fondono a formare il nervo spinale, la duramadre diventa epinevrio, l’aracnoide
diventa il perinevrio e, infine, la piamadre diviene endonevrio.

Dal midollo spinale, l’encefalo viene suddiviso in: bulbo o midollo allungato, ponte e
mesencefalo. Questi, nel loro insieme, formano il tronco encefalico.
Posteriormente al bulbo e al ponte, troviamo il cervelletto. Procedendo verso l’alto, troviamo
il diencefalo (sopra al mesencefalo) e, superiormente, il telencefalo, che rappresenta la parte
più sviluppata. Diencefalo e telencefalo formano, nel loro insieme, il cervello.
A livello del telencefalo troviamo 2 cavità, dette ventricoli laterali o primo e secondo
ventricolo, i quali fanno parte del
telencefalo. Anche nel diencefalo
troviamo un’altra cavità, questa volta
impari, detto ventricolo diencefalico,
anche detto terzo ventricolo. I due
ventricoli telencefalici sono collegati
a quello diencefalico tramite i
cosiddetti fori di Monro.
A questo punto, dal diencefalo si
entra nel mesencefalo. Qui non
troviamo un ventricolo (ossia un
lume slargato), ma un lume tubulare, che attraversa il mesencefalo a tutto spessore: prende,
per questo, il nome di acquedotto mesencefalico. Scendendo ulteriormente, l’acquedotto
mesencefalico prosegue in basso e resta racchiusa fra il ponte e il bulbo (anteriormente) e il
cervelletto (posteriormente): viene, in questo punto, chiamato quarto ventricolo. Da qui,
senza soluzione di continuità, passiamo al cosiddetto canale mesenchimale. In
corrispondenza di tutti i ventricoli troviamo il liquor.
Il liquor non è altro che un ultrafiltrato del sangue, che porta nutrimento, ma non contiene
tossine o batteri. Ma quali sono i vasi che vengono ultrafiltrati per produrre il liquor?
L’arteria carotide interna, quando entra all’interno del cranio, emette un collaterale, detto
arteria corioidea. Questa emette una serie di diramazioni, diventando un gruppo di capillari
anastomizzati, detti plessi corioidei. Questi ultimi vanno a posizionarsi sulla parete dei
ventricoli. Questi plessi, però, non li troviamo su tutti i ventricoli, ma ne troviamo uno su
ogni ventricolo laterale, un terzo sul terzo ventricolo e un quarto sul quarto ventricolo:
l’acquedotto mesencefalico e il canale mesenchimale non hanno plessi corioidei.
Il capillare viene completamente
accolto dai prolungamenti degli
astrociti; a questi, infatti,
dobbiamo l’ultrafiltrazione e
impediscono il passaggio di
materiale indesiderato,
formando la barriera
ematoencefalica. Il liquor è
presente in quantità modeste:
circa 150ml totali. Ha una
funzione di nutrimento, ma
anche di protezione meccanica
dagli urti. Inoltre, ha una
funzione di tenere le strutture
nervose distese e in sede. La
produzione del liquido, nei plessi corioidei, è continua, ma anche il suo assorbimento deve
essere continuo.
Dal primo ventricolo il liquor viene prodotto e, attraverso i fori di Monro, va nel terzo
ventricolo. Poi attraversa l’acquedotto mesencefalico e raggiunge il quarto ventricolo. Qui, si
unisce al liquor prodotto dal plesso corioideo del quarto ventricolo. Una quantità esigua entra,
poi, nel canale ependimale; in questa sede, provvedono al riassorbimento del liquor le cellule
ependimali, dotate di microvilli. La maggior parte del liquor, in realtà, nel quarto ventricolo
fa un’altra cosa. Qui, infatti, ci sono 3 fori, di cui uno impari (foro di majendie) e uno pari
(fori di luschka), dai quali il liquor fuoriesce. All’esterno della massa nervosa, ovviamente,
incontra le meningi; il liquor, quindi, va a circolare fra le meningi, in uno spazio adibito,
detto spazio subaracnoideo.
Ma come sono fatte le meningi? All’esterno troviamo la duramadre, spessa e di connettivo
fibroso denso. Tra la duramadre e l’osso resta uno spazio, chiamato spazio epidurale.
Attaccata alla meninge più esterna, troviamo la meninge intermedia, detta aracnoide. Fra la
duramadre e l’aracnoide c’è uno spazio, detto spazio subdurale. La presenza di questo spazio
fa sì che le due meningi siano scollabili fra di loro. Dall’aracnoide partono dei tralci di
connettivo, che vanno ad agganciarsi alla meninge più interna (piamadre); fra l’aracnoide e la
piamadre è presente, quindi, uno spazio, detto spazio subaracnoideo, in cui circola il liquor.
Questa circolazione è fondamentale, poiché l’aracnoide è la responsabile del riassorbimento
del liquor: non tutta ‘aracnoide (cerebrale e spinale), ma soltanto l’aracnoide che si trova in
corrispondenza delle ossa parietali del cranio. Qui, infatti, l’aracnoide emette delle strutture
rotondeggianti, dette granulazioni aracnoidee, le quali creano nell’osso delle fossette, le
fossette granulari. Queste riassorbono il liquor e lo gettano nel sangue venoso, che circola
all’interno dei seni venosi.
Il fatto che il liquido circoli anche fuori dal sistema nervoso, è utilizzato in alcune pratiche
cliniche, per esempio nella rachicentesi o puntura lombare, che consiste nel prelievo del
liquor a scopo diagnostico. Si preleva dallo spazio subaracnoideo, al di sotto di L1, ossia
dove il midollo spinale finisce. Altro caso in cui si può sfruttare il fatto che il liquor si trova
al di fuori del sistema nervoso, è per l’anestesia.
Sostanza grigia e sostanza bianca
Sezioniamo il sistema nervoso. Per il midollo spinale eseguiamo una sezione trasversale,
mentre per l’encefalo una sezione frontale. Possiamo notare subito la presenza di una
sostanza grigia e una sostanza bianca. Però, mentre nel midollo spinale la sostanza grigia si
trova centralmente (intorno al canale ependimale) e la sostanza bianca all’esterno,
nell’encefalo non si ha un ordine ben preciso fra le due sostanze; tuttavia, però, la sostanza
grigia si dispone sempre all’esterno dell’encefalo: per questo motivo, viene chiamata
corteccia. La sostanza grigia non è rivestita da mielina: qui troveremo, quindi, i corpi dei
neuroni, i dendriti e gli assoni non mielinizzati. La sostanza bianca, invece, è costituita da
assoni mielinizzati. Ma perché ci sono assoni non mielinizzati e alcuni mielinizzati? C’è
bisogno di mielina quando l’assone è molto lungo e il messaggio deve raggiungere punti
molto distanti. Nella sostanza grigia, le connessioni sono molto vicine; nella sostanza bianca,
invece, le connessioni saranno fra strutture nervose molto distanti.
La sostanza grigia, nel midollo spinale, ha una forma ad “H”. Nella parte trasversale è
presente il canale ependimale. Se sezioniamo verticalmente il midollo spinale, ci accorgiamo
come esso sia costituito da due parti esattamente simmetriche: queste due parti sono dette
antimeri. Distinguiamo una gambina della H, che si porta posteriormente (che va verso il
processo spinoso della vertebra), detto corno posteriore; l’altra gambina, invece, è chiamata
corno anteriore. La sostanza grigia, quindi, è formata da due corna, uno anteriore e uno
posteriore. In certi tratti del midollo spinale, troviamo un terzo corno, meno evidente, detto
corno laterale. I due antimeri sono connessi da una massa grigia (massa intermedia), la
quale risulta divisa dal canale ependimale, in una commessura grigia anteriore e in una
commessura grigia posteriore. Dai corni, inoltre, si vedono partire le radici nervose,
anteriore e posteriore che, uscite dal canale vertebrale, formeranno il nervo spinale.
Attorno alla sostanza grigia troviamo la sostanza bianca. Anche questa è suddivisa in 2
antimeri, da alcuni solchi; troviamo un solco mediano posteriore e uno anteriore, detto
scissura mediana anteriore. La presenza di questi solchi, suddivide ciascun antimero in 3
zone, dette cordoni: avremo un cordone posteriore, un cordone laterale e un cordone
anteriore.
Osserviamo, adesso, l’encefalo. Qui, lo spazio disponibile è molto di più, quindi la massa
nervosa appena vista non fa altro che aprirsi: le strutture anteriori divengono mediali, le
strutture posteriori diventano laterali; l’assetto antero-posteriore del midollo spinale diviene
medio-laterale. A causa di questo fatto, è ovvio che la sostanza bianca risulti sparsa un po’
dappertutto e alcune zolle in cui è immersa la sostanza grigia: queste zolle vengono chiamate
nuclei. La sostanza grigia, quindi, è organizzata in nuclei, a livello dell’encefalo. Inoltre,
però, la sostanza grigia va a dislocarsi anche all’esterno della sostanza bianca, formando la
corteccia cerebrale. Questa, però, non è l’unica corteccia esistente; un’altra corteccia, per
esempio, è presente a livello del cervelletto, detta corteccia cereberrale. Ma anche il
mesencefalo ha una corteccia, chiamata corteccia mesencefalica o tetto del mesencefalo.

Le funzioni del sistema nervoso


Il sistema nervoso funziona come un computer: riceve degli input, che elabora, emettendo
delle risposte (output). Questa capacità viene chiamata irritabilità. La capacità di recepire gli
stimoli esterni viene detta sensibilità. I neuroni che hanno la funzione di percepire gli stimoli
si chiamano neuroni sensitivi e vengono sempre rappresentati in blu o in verde, poiché
dipendono dal tipo di stimolo che veicolano. Le risposte di output, invece, consistono, in
generale, nel movimento, inteso in senso lato. I neuroni preposti al movimento scheletrico si
chiamano motoneuroni (indicati in rosso), mentre quelli che vanno ai visceri vengono detti
viscero effettori e sono rappresentati in verde. Per quanto riguarda i neuroni sensitivi, questi
vanno a raccogliersi in strutture complesse, dette recettori di senso. Questi possiedono una
dislocazione diversa nell’organismo; alcuni si trovano in luoghi ben specifici, per esempio i
recettori tipici dei 5 sensi (sensibilità specifica). Viceversa, esistono tutta una serie di
recettori di senso, che si trovano dislocati su tutta la superficie corporea: questi veicolano una
sensibilità generale. I recettori olfattivi si trovano nella mucosa olfattiva della cavità nasale; i
recettori gustativi si trovano sulla lingua; i recettori dell’equilibrio sono nell’orecchio interno,
nella piramide dell’osso temporale; i recettori uditivi sono localizzati insieme a quelli
dell’equilibrio, a costituire la coclea; infine, i recettori visivi si trovano a livello del globo
oculare. Per quanto riguarda la sensibilità generale, abbiamo soprattutto i corpuscoli di
Pacini, adibiti a recepire sensibilità tattile, termica e dolorifica.
In realtà, però, esistono vari modi per classificare la sensibilità:
IN RIFERIMENTO ALLA REGIONE DI ORIGINE:
1. Sensibilità esterocettiva o somatica
2. Sensibilità internocettiva o viscerale
SENSIBILITA’ PROVENIENTE DAL NOSTRO APPARATO MUSCOLO-
SCHELETRICO: Sulla muscolatura scheletrica ci sono dei recettori, che inviano
informazioni sullo stato della contrazione del muscolo; questi ci permettono di capire la
nostra posizione nello spazio. E’ la sensibilità propriocettiva.
I neuroni esterocettivi e propriocettivi vengono detti neuroni somatosensitivi (SS),
rappresentati in blu. I neuroni internocettivi o viscerali, vengono chiamati neuroni
viscerosensitivi (VS) e vengono rappresentati in verde: si rifanno, quindi, al SNA.
Accanto a questa suddivisione, ne esiste un’altra, che riguarda il connotato emozionale della
sensazione. Le sensazioni possono essere o nette, precise, distinte, razionali (epicritica) o
sensazioni derivanti da sentimenti (protopatica): le sensazioni epicritiche sono sempre
coscienti, mentre quelle protopatiche possono sia esserlo che non esserlo. Le vie nervose
della prima sono molto diverse da quelle dell’altra.
I neuroni somatomotori si abbreviano con SM (rossi), mentre quelli visceroeffettori sono
detti VE (verdi).
Il nostro sistema nervoso presenta neuroni sensitivi (che percepiscono lo stimolo), neuroni
effettori (che eseguono la risposta) e milioni di neuroni intermedi o interneuroni, che
permettono l’elaborazione ad alti livelli delle varie informazioni. Fra i vari neuroni, però,
sono presenti altri neuroni, detti neuroni associativi intersegmentari, che associano segmenti
vicini e che permettono ad ogni neurone di conoscere ciò che accade dei neuroni vicini. Il
punto in cui si raccolgono tutti questi neuroni viene detto centro: è il SNC. In periferia
restano i prolungamenti dei neuroni sensitivi e dei neuroni effettori, che costituiscono il SNP.
Il neurone sensitivo trasporta l’informazione dalla periferia al centro, quindi in maniera
centripeta (i prolungamenti sono, dunque, dei dendriti), mentre il neurone effettore trasporta
l’informazione dal corpo alla periferia, quindi in maniera centrifuga (il prolungamento è,
dunque, un assone).
I primi neuroni sensitivi non sono multipolari, ma neuroni a T o pseudo-unipolari, in cui il
dendrite prende il nome di fibra periferica, mentre l’assone, invece, prende il nome di fibra
centrale.
In realtà, il neurone sensitivo non si trova nel centro, ma nel SNP: nel SNC, quindi, troviamo
l’interneurone, il neurone effettore e i neuroni associativi intersegmentari, mentre nel
periferico troviamo il neurone sensitivo e l’assone dell’effettore; gli ammassi di questi
neuroni sensitivi vengono detti gangli sensitivi.
Questo neurone sensitivo passa l’informazione all’interneurone, che la capta; quindi, è come
se fosse un neurone sensitivo anch’esso, poiché non fa altro che prendere l’informazione dal
sensitivo e trasferirla al neurone effettore: viene, per questo motivo, chiamato anche secondo
neurone sensitivo. Tutta questa organizzazione finora analizzata è detta organizzazione
metamerica: anche nell’uomo è così; più precisamente, nel nostro midollo spinale questo è
ben evidente: esso è costituito da tutta una serie di
neuromeri, ognuno dei quali controlla un metamero.
Se viene lesionato, quindi, un neuromero, viene
completamente bloccato il rispettivo metamero. Più
alta è la lesione sul midollo spinale, più grave è il
danno.
I neuroni sensitivi e i neuroni effettori non stanno a
caso nella sostanza grigia del midollo spinale, ma si
localizzano ordinatamente, secondo un criterio
antero-posteriore. Nelle corna anteriori della
sostanza grigia del midollo spinale, troviamo i
neuroni effettori (i più anteriori sono i neuroni
somato-motori, mentre più posteriormente troviamo
i viscero-effettori); nelle corna posteriori troviamo i
neuroni sensitivi (più posteriormente i somato-
sensitivi, mentre più anteriormente i viscero-
sensitivi). Da questo emerge un concetto
fondamentale: se andiamo a vedere che tipi
funzionali di legamenti contiene un nervo spinale, mi accorgo che ci sono tutte e 4 queste
componenti. Quindi, se lesioniamo un nervo spinale, lesioniamo le afferenti e le efferenti di
tutte e 4 le componenti. Viceversa, le radici sono costituite soltanto dalla componente
sensitiva (nel caso della radice posteriore), e dalla componente effettrice (nel caso della
radice anteriore). Per questa ragione, il nervo spinale viene definito misto.

Organizzazione somatotopica
Prendiamo i neuroni somato-motori, quindi destinati ai muscoli scheletrici. Prendiamo, per
esempio, l’arto superiore. Qui, abbiamo muscoli estensori e muscoli flessori. Tutti i neuroni
che controllano i muscoli estensori si dispongono
tutti insieme, in una porzione del midollo spinale,
mentre quelli che controllano i muscoli flessori si
dispongono tutti insieme, ma in un’altra porzione del
midollo spinale. Questo è importantissimo, poiché se
abbiamo una particolare lesione in un punto, non si
ha un blocco completo di più tipi di muscoli, ma di
un solo tipo. Inoltre, i neuroni si organizzano anche
per distretti corporei: in una porzione troviamo i
neuroni della mano, in un’altra quelli
dell’avambraccio, in una terza quelli del braccio, ecc.
Questa organizzazione ha un nome (come se nel midollo spinale ci fosse una sorta di mappa
del nostro corpo): è detta organizzazione somatotopica.
Funzionalità del midollo spinale e centro soprasegmentario
Abbiamo uno stimolo, per esempio un dolore provocato da uno spillo. Questo dolore viene
recepito da un recettore periferico che, attraverso la fibra periferica del neurone a T,
raggiunge il ganglio sensitivo. Tramite il ganglio, con la fibra centrale, lo stimolo arriva sul
secondo neurone sensitivo. Questo passa l’informazione al motoneurone (neurone effettore,
che si trova nel corno anteriore). Il motoneurone, attraverso il suo assone, va a scaricare sui
muscoli del braccio e il risultato è
l’allontanamento della mano dallo
spillo. Questa organizzazione è
detta arcoriflesso orizzontale.
Nasce la necessità di creare un
centro che organizzi tutti i
neuromeri, poiché gli stimoli in
ingresso sono svariati; nasce
questa struttura nervosa, chiamata
centro soprasegmentario (ossia,
che sta, come importanza, al di
sopra dei segmenti). Questo centro
deve ricevere tutte le informazioni
in ingresso: da ciascun neuromero devono partire informazioni dirette a questo centro, il
quale le analizza e decide cosa fare, inviando i comandi ai neuroni effettori dei neuromeri.
L’interneurone sensitivo o secondo neurone sensitivo, oltre a mandare il segnale al neurone
effettore, lo manda al centro soprasegmentario, il quale elabora la risposta e la invia al
neurone effettore. Questo, quindi, riceve due input contemporaneamente; tuttavia, il neurone
effettore si comporta solo in seguito a ciò che ordina il centro soprasegmentario. Tuttavia,
mentre l’arcoriflesso orizzontale descrive una risposta attivante, immediata, perché deriva
direttamente dallo stimolo dell’interneurone sull’effettore, quando si mette in mezzo anche il
centro soprasegmentario, si hanno risposte elaborate, ragionate e, soprattutto, inibitorie (per
esempio, quando si decide di non togliere la mano dallo spillo).
In realtà, fra l’interneurone e il centro soprasegmentario è presente un neurone, il neurone
associativo soprasegmentario, che elabora le informazioni dell’interneurone, prima di
portarle al centro soprasegmentario. Gli assoni dei neuroni associativi soprasegmentari
vengono detti vie proiettive ascendenti (ovviamente sono di tipo sensitivo, poiché parliamo
di informazioni in ingresso); al contrario, tutti gli assoni che, dal centro, vanno verso l’ultimo
neurone effettore, costituiscono le vie proiettive discendenti (con funzione motrice,
effettrice).
Non sempre gli assoni ce la fanno ad arrivare alla corteccia, dal midollo spinale, o viceversa,
a causa della grande distanza; per questo, gli assoni si fermano ogni tanto a fare delle tappe,
dette nuclei propri, intercalati sulle vie proiettive. I nuclei propri hanno una valenza di centro
soprasegmentario, poiché se questo viene eliminato, vengono eliminati anche tutti i segmenti
a lui collegati.
Nel midollo spinale si trovano solo neuroni a significato segmentario, mentre nell’encefalo
troviamo sia neuroni a significato segmentario (nel tronco encefalico, che infatti rappresenta
la proiezione del midollo spinale) sia nuclei propri, ossia a significato soprasegmentario. Nel
cervelletto e nel cervello troviamo solo nuclei propri, che contengono dunque solo strutture
soprasegmentarie.
Di solito, i neuroni segmentari occupano una porzione più posteriore: questa parte viene
chiamata callotta (avremo, quindi, una callotta del bulbo, una del ponte e una del
mesencefalo). I neuroni dei nuclei propri vanno, invece, ad occupare la porzione ventrale del
tronco encefalico, che prende il nome di piede.
L’elaborazione degli stimoli da parte dei centri soprasegmentari, uniti ai neuroni segmentari,
viene detta arcoriflesso verticale, soprattutto di tipo inibitorio.

Il SNA (Sistema Nervoso Autonomo) o vegetativo o simpatico


I neuroni, nel SNA, si comportano in maniera un po’ diversa dai motoneuroni. Cosa succede,
infatti? Abbiamo il primo neurone viscerosensitivo che, grazie alla sua fibra centrale, entra
nell’ambito del midollo spinale, dove trova il suo secondo neurone viscerosensitivo. Da qui
parte un assone, che scarica sul
neurone visceroeffettore, dal
quale parte l’assone, che
costituisce la radice anteriore
ed entra nella compagine del
nervo spinale. Qui, questo
assone fa una tappa: esegue un
tratto all’interno del nervo
spinale ed entra in un ganglio,
dove si unisce ad un neurone
diverso. Questo nuovo neurone
rientra nella compagine del
nervo spinale.
Il ganglio viene chiamata
ganglio autonomo o simpatico. Avremo, quindi, una fibra che sta prima del ganglio (fibra
pregangliare) e una che sta dopo il ganglio (fibra postgangliare). Questi gangli, ovviamente,
fanno parte del SNP. Alcuni di questi gangli, però, stanno molto vicini al midollo spinale,
proprio lungo la colonna vertebrale. Quindi, in questi casi, la fibra pregangliare sarà molto
breve, mentre quella postgangliare sarà molto lunga: il sistema nervoso simpatico con gangli
molto vicini alla colonna vertebrale, si chiama sistema nervoso ortosimpatico. Il ganglio,
inoltre, può stare vicino all’organo bersaglio: la fibra pregangliare è, quindi, molto lunga,
mentre la postgangliare è cortissima: è il sistema nervoso parasimpatico.
Quando la pregangliare percorre la parte prima del ganglio, è mielinizzata: per questo prende
il nome di ramo comunicante bianco; la postgangliare, invece, poiché si è appena formata,
non è dotata ancora della guaina mielinica e prende, infatti, il nome di ramo comunicante
grigio.
L’ortosimpatico e il parasimpatico hanno diverse funzioni: il primo, solitamente, è attivante
(stimola la contrazione del viscere), mentre il secondo è inibente.
Dal neurone visceroeffettore spinale al ganglio, sia nell’orto che nel para, viene sempre
utilizzato come neurotrasmettitore l’acetilcolina. La differenza, invece, sta nel tratto fra il
ganglio e l’organo bersaglio: la fibra postgangliare del sistema ortosimpatico, infatti, quando
scarica sull’organo bersaglio, utilizza noradrenalina, mentre il sistema parasimpatico utilizza
sempre l’acetilcolina. Tutti i visceri, comunque, ricevono sempre sia l’innervazione orto che
para.
Questi due sistemi differiscono anche nella loro localizzazione nel SNC. Il sistema
ortosimpatico ha i propri neuroni solo nel midollo spinale, mentre manca completamente al
livello del tronco encefalico. Viceversa, la componente parasimpatica, si trova solo nel tronco
encefalico, manca completamente in tutto il midollo spinale, eccetto che negli ultimi
neuromeri (in quelli che innervano i visceri della piccola pelvi). Per questo motivo, esiste un
solo nervo che, dal tronco encefalico, raggiunge i vari organi, detto nervo vago.
I nervi spinali
I nervi spinali sono 33 paia: 8 cervicali, 12 toracici, 5 lombari, 5 sacrali e 3 coccigei. I nervi
spinali si comportano tutti allo stesso modo. La prima cosa che fa, quando esce dal midollo
spinale, è quella di biforcarsi: un ramo, detto ramo dorsale, si porta alle strutture posteriori,
mentre un ramo ventrale si porta alle strutture anteriori. I rami dorsali si mantengono
indipendenti: ognuno si muove verso il metamero corrispondente. Viceversa, i rami ventrali
si fondono (anastomizzano) fra loro: da ciò, originano delle strutture, delle plessi.
Troviamo:
1. Il plesso cervicale (dalle vertebre C1 a C8)
2. Il plesso brachiale (C5 – T1)
3. I rami ventrali dei nervi toracici mantengono la metameria: si parla di nervi toracici,
che vanno da T1 a T12
4. Il plesso lombare (L1 – L5)
5. Il plesso sacrale (S1 – S5)
6. Il plesso coccigeo, che si forma per fusione del plesso sacrale (Co1)

Il plesso cervicale
E’ formato dai rami ventrali dei nervi spinali C1-C5. Innerva i muscoli e la cute del COLLO
e della PORZIONE SUPERIORE DEL TORACE. Il nervo più grosso è il NERVO
FRENICO destinato al DIAFRAMMA.

Il plesso brachiale
Formato dai rami ventrali dei nervi spinali C5-T1. Innerva i muscoli e la cute del CINGOLO
SCAPOLARE e dell’ARTO SUPERIORE. I nervi più importanti sono il NERVO RADIALE
e il NERVO ULNARE.

I nervi intercostali
Formato dai rami ventrali dei nervi spinali T1-T11. Innerva i muscoli e la cute del TORACE
con distribuzione metamerica. I rami ventrali costituiscono i NERVI INTERCOSTALI.

Il plesso lombare
Formato dai rami ventrali dei nervi spinali T12-L4. Innerva i muscoli e la cute del CINGOLO
PELVICO e dell’ARTO INFERIORE anteriormente. Il ramo più importante è il NERVO
FEMORALE.

Il plesso sacro-coccigeo
Formato dai rami ventrali dei nervi spinali L4-S4. Innerva i muscoli e la cute del CINGOLO
PELVICO e dell’ARTO INFERIORE posteriormente. Il ramo più importante è il NERVO
SCIATICO (ISCHIATICO).

I nervi cranici
Sono 12 paia. Si classificano in base alla posizione che hanno nell’encefalo.
Il numero 1 è quello più craniale, ossia quello telencefalico.
Ma quali differenze hanno? I gangli sensitivi, nel midollo spinale, posseggono sia neuroni
somatosensitivi, che viscerosensitivi. Nei nervi cranici, questi gangli si separano: ciascuna
componente ha il suo ganglio. Inoltre, nei nervi cranici manca la componente ortosimpatica,
poiché i neurone effettori del sistema ortosimpatico stanno solo nei midollo spinale. Quindi,
quei nervi cranici che necessitano della componente orto, la prendono dalla parte cervicale
del midollo spinale.
Infine, mentre i nervi spinali sono tutti misti, i nervi cranici non è detto che lo siano: esistono
nervi cranici che hanno più componenti, ma anche nervi cranici che hanno una sola
componente.
Le dodici paia di nervi cranici sono:
O-Olfattivo (1), (SS), che raccoglie la sensibilità specifica dell’OLFATTO dalla mucosa
nasale;
O-Ottico (2), (SS), che raccoglie la sensibilità specifica della VISTA dalla retina;
O-Oculomotore (3), (SM), destinato ai MUSCOLI ESTRINSECI del globo oculare. Ma
anche (VE), destinato al MUSCOLO CILIARE per i riflessi di accomodazione del cristallino
e al MUSCOLO SFINTERE DELLA PUPILLA per i riflessi pupillari (MIOSI);
T-Trocleare (4), (SM), destinato al MUSCOLO OBLIQUO SUPERIORE del globo oculare.
T-Trigemino (5), (SM), destinato ai MUSCOLI MASTICATORI (NERVO
MANDIBOLARE). Ma anche SS (e VS), raccoglie la sensibilità proveniente dalla regione
oculare e dalle arcate dentarie superiori e inferiori (NERVI OFTALMICO, MANDIBOLARE
e MASCELLARE);
A-Abducente (6), (SM), destinato al MUSCOLO RETTO LATERALE del globo oculare.

F-Faciale (7), (SM), destinato ai MUSCOLI MIMICI. Ma anche (VE), destinato alla
GHIANDOLA LACRIMALE. Ma anche (VE), destinato alle GHIANDOLE
SOTTOMANDIBOLARE e SOTTOLINGUALE. Ma anche (SS), che raccoglie la sensibilità
specifica del GUSTO dai 2/3 anteriori della lingua;
A-Acustico (8), (SS), che raccoglie la sensibilità specifica dell’UDITO dall’organo del Corti
e dell’EQUILIBRIO dai canali semicircolari;
G-Glossofaringeo (9), (SM), destinato ai MUSCOLI FARINGEI (DEGLUTIZIONE). Ma
anche (VE), destinato alla GHIANDOLA PAROTIDE. Ma anche (SS), che raccoglie la
SENSIBILITA’ SPECIFICA del gusto dal terzo posteriore della lingua
V-Vago (10), (VE), destinato a tutti i visceri di torace e addome dei quali costituisce la
componente parasimpatica. Ma anche (SM), destinato ai muscoli faringei, laringei ed
esofagei. Ma anche (SS), che veicola la sensibilità proveniente dal padiglione auricolare. Ma
anche (VS), che veicola la sensibilità proveniente dai visceri.
A-Accessorio (11), (SM), destinato ai MUSCOLI STERNO-CLEIDOMASTOIDEO e
TRAPEZIO (riflessi cefalo-oculo-giri);
I-Ipoglosso (12), (SM), destinato ai MUSCOLI LINGUALI e IOIDEI.

Esempi di vie proiettive


Le vie proiettive ascendenti sono sensitive. Tuttavia, ciascuna via proiettiva trasporta
un’informazione ben precisa. Per esempio, avremo una via proiettiva che trasporta
informazioni di sensibilità somato-sensitiva; poi avremo una via della sensibilità
propriocettiva, ecc.
Il nome della via si può dare in due modi:
1. In base alla funzione che svolge, ossia al tipo di informazione che trasporta;
2. In base alle tappe che fa, cioè quali sono i nuclei propri nei quali si ferma.
Importante ricordare come, le vie sensitive sono coscienti se le informazioni in ingresso
arrivano alla corteccia cerebrale. Se, invece, si interrompono prima o raggiungono altre
cortecce, non sono coscienti.
Alcuni esempi di vie proiettive ascendenti:
1. Via proiettiva spino-bulbo-talamo-corticale: una via della sensibilità esterocettiva e
propriocettiva cosciente.
2. Via proiettiva spino-cerebellare: una via della sensibilità propriocettiva incosciente.
Questa via, nonostante parta dal midollo spinale e passi per il bulbo, il ponte, il
mesencefalo, fino ad arrivare al cervelletto, si chiama solamente “spino-cerebellare”
perché le informazioni provenienti dai fusi neuromuscolari fanno tappa nel midollo
spinale e poi terminano nel cervelletto. Anche se per arrivare al cervelletto
attraversano gioco forza altri distretti encefalici, non vi fanno tappa (cioè non trovano
un neurone su cui si interrompono per poi ripartire da questo e raggiungere un altro
distretto) e quindi il nome della via, riferendosi alle tappe che la via compie, è spino
(1° neurone) – cerebellare (2° e ultimo neurone). Per fare un altro esempio: la via
della sensibilità somatica di tipo epicritico cosciente si chiama spino (1° neurone) –
bulbo (nuclei propri del bulbo, 2° neurone) – talamo (nuclei ventroposterolaterali del
talamo, 3° neurone) – corticale (area postcentrale della corteccia telencefalica 4° e
ultimo neurone).
Alcuni esempi di vie proiettive discendenti:
1. Via cortico-spinale o via cortico-nucleare: una via della motilità volontaria. Siccome
origina dai neuroni corticale, che si chiamano piramidi, questa via viene chiamata
anche via piramidale. La differenza fra le vie può dipendere, come abbiamo già detto,
dal numero di tappe che la via fa. In questo caso, non fa nessuna tappa: parte dalla
corteccia e termina o nel midollo spinale (cortico-spinale) o nel tronco encefalico
(cortico-nucleare). Si parla, quindi, di via mononeuronica; questo significa che il
segnale non viene integrato con nessun altro segnale. Negli altri casi si parla di vie
polineuroniche, in cui il segnale viene integrato.
2. Vie extrapiramidali. Sono tutte quelle che vie discendenti polineuroniche che non
sono piramidali.

Il tronco encefalico
E’ sede:
1. Di alcuni nuclei dei nervi encefalici
2. Delle vie proiettive ascendenti e discendenti
3. Di alcuni nuclei propri devoluti al controllo delle seguenti funzioni: riflessi viscerali,
automatismi respiratori, regolazione della temperatura corporea, regolazione della
circolazione sanguigna, regolazione dei meccanismi sonno/veglia.
Il tronco encefalico è connesso al cervelletto mediante 3 paia di peduncoli di sostanza bianca
(i peduncoli cerebellari superiori, medi e inferiori).
Le cavità che vi sono localizzate sono il IV ventricolo,
posto tra bulbo e ponte anteriormente e cervelletto
posteriormente, e l’acquedotto di Silvio o
mesencefalico posto nel mesencefalo.

Il bulbo
La porzione inferiore somiglia molto al midollo
spinale con un canale centrale che proseguendo
cranialmente si slarga nel 4° ventricolo. È’ collegato al cervelletto tramite i peduncoli
cerebellari inferiori.
Vi sono localizzati i seguenti nuclei:
1. Nuclei di origine di alcuni nervi encefalici (dall’8° al 12°)
2. Nuclei propri (NUCLEO GRACILE e CUNEATO) intercalati sulle vie proiettive
ascendenti della sensibilità esterocettiva e propriocettiva cosciente
3. Nuclei propri intercalati sulle vie extrapiramidali (NUCLEO OLIVARE)
4. Nuclei di controllo del battito cardiaco (CENTRO CARDIOVASCOLARE) e della
frequenza respiratoria (CENTRO FRENICO)
5. Nuclei di controllo delle attività viscerali riflesse (SOSTANZA RETICOLARE)
E’ percorso longitudinalmente dalle vie piramidali
che sporgono sulla superficie ventrale a formare le
piramidi sulla cui porzione mediana è visibile la
loro decussazione.

Il ponte
E’ la struttura che collega il bulbo e il midollo
spinale al resto dell’encefalo. Insieme al bulbo
forma il pavimento del 4° ventricolo. E’ collegato al cervelletto tramite i peduncoli cerebellari
medi.
Vi sono localizzati i seguenti nuclei:
1. Nuclei di origine di alcuni nervi encefalici (dal 5° al 8°)
2. Nuclei propri intercalati sulle vie proiettive propriocettive ascendenti destinate al
cervelletto
3. Nuclei propri che regolano i centri del ritmo respiratorio bulbare (CENTRO
APNEUSTICO e CENTRO PNEUMOTASSICO)
4. Nuclei di controllo delle attività viscerali riflesse (FORMAZIONE RETICOLARE).
E’ percorso longitudinalmente dalla VIA PIRAMIDALE e dalla VIA della SENSIBILITÀ
ESTEROCETTIVA E PROPRIOCETTIVA COSCIENTE.

Il cervelletto
E’ un centro di elaborazione dei movimenti automatici e svolge 2 funzioni fondamentali:
CONTROLLO DELLA POSTURA: coordina i movimenti rapidi e automatici effettuati dalla
muscolatura allo scopo di mantenere l’equilibrio. Le modificazioni del tono muscolare e della
posizione si attuano su nuclei SM del tronco encefalico.
PROGRAMMAZIONE E PERFEZIONAMENTO DEI MOVIMENTI: il cervelletto mette in
atto ogni aggiustamento necessario per rendere i movimenti fluidi confrontando impulsi
motori provenienti dalla corteccia cerebrale, dai nuclei propri del telencefalo (nuclei della
base) e dal tronco encefalico con le informazioni propriocettive.
Le formazioni grigie deputate a tali funzioni sono costituite dalla CORTECCIA
CEREBELLARE e dai NUCLEI CEREBELLARI.
La corteccia è fortemente convoluta e suddivisa in 3 lobi: ANTERIORE, POSTERIORE e
FLOCCULONODULARE.
Tale corteccia si presenta uniformemente costituita da 3 strati di cellule, dei quali quello
intermedio è costituito dalle cellule di Purkinje, che rappresentano la via efferente dal
cervelletto. Funzionalmente essa viene suddivisa in tre porzioni: l’archicerebellum, collegato
all’orecchio interno e adibito al controllo dell’equilibrio, il paleocerebellum, collegato alle
vie propriocettive che arrivano dal midollo spinale, e il neocerebellum, collegato alla
corteccia cerebrale per gli schemi motori acquisiti.
I NUCLEI CEREBELLARI sono immersi nella sostanza bianca cerebellare che si presenta
molto ramificata. In sezione essa ha l’aspetto di un albero e viene chiamata ALBERO
DELLA VITA.
Il mesencefalo
E’ la struttura che collega il tronco encefalico al cervello mediante i PEDUNCOLI
CEREBRALI ed è collegato al cervelletto tramite i PEDUNCOLI CEREBELLARI
SUPERIORI. E’ percorso dall’ACQUEDOTTO DI SILVIO.
La sostanza bianca è rappresentata dai PEDUNCOLI CEREBRALI costituiti da vie
proiettive motrici e sensitive.
La sostanza grigia, invece, è abbondante ed è rappresentata da:
1. Nuclei di origine di alcuni nervi encefalici (3° e 4°) localizzati intorno all’acquedotto
di Silvio.
2. TUBERCOLI SUPERIORI, nuclei propri intercalati sulle VIE OTTICHE.
3. TUBERCOLI INFERIORI, nuclei propri intercalati sulle VIE ACUSTICHE.
4. NUCLEI ROSSI, nuclei propri intercalati sulle vie extrapiramidali per il controllo
inconscio della posizione degli arti superiori e del tono muscolare. Influenza la posizione e il
tono muscolare degli arti superiori.
5. SOSTANZA NERA, ossia
nuclei propri che regolano
l’attività dei nuclei propri del
telencefalo (nuclei della base).
6. FORMAZIONE
RETICOLARE, cioè l’insieme
di nuclei propri che elabora
automaticamente informazioni
sensitive in ingresso e stimoli
motori in uscita; innesca alcune
risposte involontarie a
determinati stimoli; aiuta a mantenere lo stato di coscienza.

Il diencefalo
Gioca un ruolo importante nell’integrazione delle sensazioni consce ed inconsce con le
risposte motorie. E’ caratterizzato dal 3° ventricolo che comunica con i ventricoli laterali
mediante due fori (fori di Monro).
La sostanza grigia del diencefalo ha valenza soprasegmentaria ed è costituita da tre nuclei
propri: l’epitalamo, il talamo e l’ipotalamo.
L’epitalamo costituisce il tetto del 3° ventricolo; la sua porzione anteriore è munita di un
plesso corioideo, mentre quella posteriore contiene l’epifisi (melatonina).
Il talamo è una struttura pari, che forma le pareti laterali del 3° ventricolo. All’interno di
quest’ultimo è presente uno strato di materia grigia che connette i due talami, detta aderenza
intertalamica. Il talamo costituisce la via finale comune per tutti gli impulsi sensitivi destinati
alla corteccia sensitiva primaria. La sua funzione è quella di agire da filtro, lasciando passare
solo una piccola parte delle informazioni che gli giungono. Ciascun talamo consta di svariati
nuclei, ciascuno dei quali risulta connesso con aree cerebrali specifiche.
Infine, l’ipotalamo costituisce il pavimento del 3° ventricolo ed è connesso all’ipofisi
mediante uno stretto canale che prende il nome di infundibolo.
La sostanza grigia ipotalamica costituisce importanti centri di controllo e di integrazione
svolgendo le seguenti funzioni:
1. Controllo incosciente della contrazione muscolare scheletrica in relazione ad alcuni
stati d’animo (collera, piacere, dolore)
2. Controllo del battito cardiaco e della frequenza respiratoria agendo sui centri bulbari e
pontini
3. Coordinazione dell’attività del sistema nervoso e di quello endocrino mediante
rilascio di ormoni regolatori
4. Secrezione ormonale (ADH e ossitocina)
5. Produzione di emozioni e impulsi comportamentali (CENTRI DELLA FAME e
DELLA SETE)
6. Coordinazione tra funzioni volontarie e automatiche (per esempio le reazioni che si
estrinsecano in conseguenza di una situazione di stress)
7. Regolazione della temperatura corporea mediante vasocostrizione/vasodilatazione
8. Regolazione dei ritmi circadiani e quindi delle attività legate al ciclo giorno/notte

Ipofisi - Diencefalo
L’ipofisi è suddivisa in neuroipofisi e adenoipofisi.
La neuroipofisi secerne:
1. ORMONE ANTIDIURETICO (ADH) o VASOPRESSINA, che agisce sui dotti
collettori renali, dove stimola il riassorbimento di acqua;
2. OSSITOCINA, che stimola la contrazione uterina al momento del parto, interviene
nel piacere sessuale, aumentando il volume dello eiaculato

L’adenoipofisi, invece, secerne:


1. ORMONE SOMATOTROPO (GH), che stimola l’accrescimento corporeo
2. PROLATTINA (PRL), che stimola la produzione di latte da parte della ghiandola
mammaria
3. ORMONE ADRENOCORTICOTROPO (ACTH), il quale stimola alla secrezione la
zona corticale della ghiandola surrenale
4. ORMONE TIREOTROPO (TSH), che stimola alla secrezione la tiroide
5. ORMONE FOLLICOLOSTIMOLANTE (FSH), il quale stimola la maturazione di
oociti e spermatozoi
6. ORMONE LUTEINIZZANTE (LH), che stimola la produzione del corpo luteo e le
cellule interstiziali del testicolo a produrre testosterone

Il telencefalo
E’ la porzione più ampia dell’encefalo e gestisce la maggior parte delle informazioni sensitive
e dei comandi motori. Inoltre i pensieri coscienti e tutte le funzioni intellettive si originano
dagli emisferi cerebrali. E’ munito di due cavità, che prendono il nome di ventricoli laterali o
primo e secondo ventricolo.
La sostanza grigia è costituita da nuclei propri, che sono formati dalla corteccia cerebrale e
dai nuclei della base.
La corteccia cerebrale ricopre completamente gli emisferi cerebrali ed è fortemente
pieghettata, allo scopo di aumentarne la superficie. I due emisferi sono quasi completamente
separati dalla scissura interemisferica e rimangono uniti soltanto mediante una spessa
striscia di sostanza bianca, chiamata corpo calloso.
Ogni emisfero può essere suddiviso in lobi, che prendono il nome dall’osso sovrastante.
Ogni lobo contiene regioni funzionali connesse alle vie di senso o a quelle di moto. E’
importante ricordare 3 punti:
1) Ogni emisfero riceve vie sensitive dalla porzione del corpo controlaterale e invia comandi
motori alla porzione del corpo controlaterale.
2) I due emisferi hanno funzioni diverse.
3) Le aree corticali si sovrappongono e quindi non è possibile assegnare una funzione
specifica ad ogni area. Ogni individuo utilizza tutte le regioni corticali.
Le fibre che compongono la sostanza bianca, invece, vengono classificate in:
1. Fibre associative, connettono aree diverse della corteccia nell’ambito dello stesso
emisfero.
2. Fibre commissurali, consentono la comunicazione tra i due emisferi (per esempio il corpo
calloso).
3. Fibre proiettive, che collegano il telencefalo a tutte le altre porzioni encefaliche.
Infine, i nuclei della base alloggiano profondamente a ciascun emisfero e si trovano immersi
nella sostanza bianca del telencefalo. Sono coinvolti nel controllo inconscio del tono
muscolare e di schemi motori acquisiti. In condizioni normali non innescano vie motorie, ma
controllano il ritmo e lo schema generale di movimenti in atto. Le informazioni in ingresso
arrivano ai nuclei della base provenendo da aree sensitive, motorie e associative. Tali nuclei
elaborano le informazioni e le inviano al talamo che, a sua volta, le rimanda alla corteccia.
I nuclei alla base, per esempio, controllano i movimenti alterni di braccia e gambe, che si
innescano nel momento stesso in cui si decide di iniziare a camminare fino a che non
decidiamo di fermarci. Inoltre, al momento di attuare un movimento, i nuclei della base
controllano il tono muscolare allo scopo di aggiustare la posizione del corpo.
Per esempio: volendo agguantare una penna posta su un tavolo, avambraccio, polso e mano
vengono mossi volontariamente, mentre i nuclei della base, inconsciamente, muovono le
spalle e stabilizzano il braccio per lo stesso fine.
Questi nuclei vengono normalmente inibiti dalla sostanza nera. Se quest’ultima viene
danneggiata, infatti, i nuclei della base diventano molto più attivi e si ha un graduale e
generalizzato aumento dell’attività muscolare (morbo di Parkinson).