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La vita dell'uomo la visione di Dio

La gloria di Dio l'uomo vivente, ma la vita delluomo la visione di Dio1: per chi legge il lungo
capitolo nel quale Ireneo ha collocato la famosa affermazione, essa appare come conclusiva di una
indagine biblica sul tema della manifestazione di Dio. Ma la parola visione non indica solo la
manifestazione breve e inattesa, ha anche significati pi ampi. La prenderemo come punto di
partenza per comprendere il pensiero di Ireneo. Da qui ci muoveremo per cercare di cogliere il
valore dellintera affermazione che, a buon diritto, ritenuta tra le pi espressive della sua teologia.
Vedere Dio: filosofia e sacra Scrittura
Per i filosofi platonici, Dio si fa conoscere mediante il suo logos, che come la faccia di Dio rivolta
verso il mondo. Il logos fa appello ai sensi - lo si vede nel mondo - e alla ragione. Ma Dio non si
pu conoscere con la sola ragione: necessaria una speciale illuminazione che viene da Lui e che si
ottiene conducendo una vita degna del dono divino. Per Platone quindi si conosce Dio con Dio. Egli
non intende con questo parlare di un Dio personale: per lui Dio una idea, la suprema idea del
Bene. E non ha molto senso dire che Dio conosce o vuole. Dio non ama, poich amare significa
mancare di qualcosa: e il Bene supremo non manca di nulla. Pu invece essere amato dagli uomini,
anzi da tutti cercato e solo amandolo si pu trovare la vera vita. Vedere Dio , secondo Platone, lo
scopo stesso della filosofia.
Filone, il giudeo alessandrino che tanta parte ha nella formazione della prima teologia cristiana, non
ha lo stesso concetto di Dio, ma segue questa impostazione quando parla delle vie per conoscerlo.
Egli distingue la conoscenza dei sensi da quella interiore, propria delle anime. Non ha accesso a Dio
se non chi lascia la vita esteriore e si d a quella spirituale mediante lascesi. Emblematico il suo
commento allepisodio della lotta di Giacobbe con il misterioso personaggio che lo sfida nella
notte2. Ci sono come due fasi della vita spirituale: la lotta contro i vizi, corrispondente al tempo in
cui Giacobbe combatte con Dio, e il riposo nella contemplazione, quando Dio viene visto. Allora
anche il nome di Giacobbe viene cambiato in quello di Israele, che da Filone interpretato come
colui che vede Dio3.
I primi Padri apologisti dovettero entrare in campo proprio su questo punto, quando si sentivano
chiedere dai pagani: Chi il vostro Dio? e Com possibile conoscerlo?. In parte gli apologisti
potevano far ricorso per una risposta alle nozioni pi note della filosofia antica, in particolare del
platonismo. Ma altre e pi essenziali risposte dovevano trovarle ex novo.
Le trovavano anzitutto nella Scrittura, ad esempio nellaffermazione di Dio a Mos sul Sinai:
Nessun uomo pu vedermi e restare vivo4. Le visioni dei patriarchi e dei profeti erano attribuite
non al Padre, ma al logos inteso platonicamente come il volto visibile di Dio, ma ormai identificato
con Ges Cristo. Laffermazione del prologo del vangelo di Giovanni: Dio nessuno lha mai visto.
Il Figlio unigenito, che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato5 valeva infatti gi prima
Adversus Haereses IV, 20,7. Il testo greco per il termine visione di Dio ha horasin theou, cfr. SC 100 /2, 649. Il
testo latino pi noto e lo riporto per intero: gloria enim Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei. Per lAdversus
Haereses, lopera maggiore di Ireneo, ci atteniamo alla versione italiana: Ireneo di Lione. Contro le eresie e gli altri
scritti, a cura di E.Bellini e G.Maschio, Jaca Book, Milano 19972.
2
Gn 32, 25 ss.
3
Si legga in proposito uno studio di M. Sheridan, in Spiteris Y.-Gianesin B. cur., Vedere Dio. Incontro tra oriente e
occidente. EDB, Bologna 1994, 256 ss.
4
Es 33, 20. Anche Filone, nella sua esegesi di questo passo, insegnava che si pu vedere solo il logos e il mondo (Spec.
I, 43; Fuga 161-165; Leg. alleg. III, 96-101).
5
Gv 1, 18.
1

dellincarnazione. Ma dopo, con Ges di Nazaret, il vedere Dio divenuta una precisa esperienza
degli apostoli, che si fa anche attraverso i sensi corporei. Lo dice ancora Giovanni nella sua prima
Lettera: Ci che noi abbiamo udito, ci che abbiamo veduto con i nostri occhi 6. La
testimonianza di una visione sensibile sta anzi al cuore della fede primitiva. La Chiesa nasce proprio
attorno a una testimonianza oculare delle apparizioni del Risorto. In seguito crescer nel mondo
anche senza aver veduto, ma credendo comunque allannuncio degli apostoli.
Gli apologisti, pur prendendo le debite distanze, utilizzeranno ancora la filosofia di Platone per
parlare della visione interiore che nasce dalla fede. Giustino dedica i primi capitoli del suo Dialogo
a discuterne7. Locchio dell'anima, quando puro, pu vedere Dio che lessere al di sopra di ogni
sostanza, il bene unico. Ci che sempre uguale a se stesso ed causa di esistenza per tutte le altre
realt: questo Dio8. Scopo della filosofia conoscerlo: non vedendolo con gli occhi corporei, ma
con quelli della mente9.
Giustino trattiene anche la dottrina della conoscenza per affinit. Dio non fa parte di quelle realt
che si possono raggiungere tramite la discussione e il ragionamento, ma di quelle che vengono dal
vedere10. Le anime lo vedono per laffinit che con esso si stabilisce, a partire dal desiderio di
contemplarlo e conducendo una vita retta11. Quanto a vederlo, mentre nel corpo umano, l'anima
pu riuscire a vedere Dio grazie alla mente, ma soprattutto dopo che ha lasciato il corpo e si trova
sola che consegue ci che ha sempre desiderato12. Nelle teofanie dellantico Testamento, era il
logos che si manifestava ai patriarchi e ai profeti, non Dio Padre13.
Teofilo di Antiochia percorre la stessa via, scrivendo al pagano Autolico: Se tu mi dici: Mostrami
il tuo Dio, io ti risponderei: Mostrami tu luomo che c in te ed io ti mostrer il mio Dio. Voglio
dire: mostrami nella tua anima occhi che vedano, e nel tuo cuore orecchi che ascoltino. () Perch
Dio visto da quelli che sono capaci di guardarlo, se per hanno aperti gli occhi dell'anima14. Gli
occhi interiori devono essere aperti anzitutto sulla creazione, nella quale possono cogliere la
sapiente provvidenza di Dio. Perch come lanima delluomo non visibile, sottraendosi alla vista
umana, ma viene percepita osservando i movimenti del corpo, cos neppure Dio pu essere visto
con gli occhi umani, ma lo si scorge e lo si comprende attraverso la sua provvidenza e le sue opere.
Teofilo delinea con precisione i tempi e i modi della visione, che prende inizio dalla fede:
Se comprendi queste cose, o uomo, e vivi in purezza e santit e giustizia, puoi vedere Dio.
Anzitutto, per, entrino nel tuo cuore la fede e il timore di Dio: allora comprenderai queste
cose. E quando avrai deposta la mortalit e ti sarai rivestito dimmortalit, a seconda dei tuoi
meriti, vedrai finalmente Dio. Egli, infatti, insieme allanima, risveglia la tua carne
immortale: divenuto immortale, vedrai lImmortale, se avrai creduto in lui. Allora ti
accorgerai anche di aver parlato contro di lui a torto15.
Clemente e Origene proseguiranno su questa traccia. Anche per loro conoscenza e visione sono
molto vicine quanto al significato16. Il Dio trascendente non visto n pu essere visto da nessuno;
1 Gv 1, 1 ss.
Dialogo con Trifone, 2 ss.
8
Ibidem 3,5.
9
Ibidem 3,7.
10
Ibidem 3,6.
11
Ibidem 4,1.
12
Ibidem 4,5.
13
Ibidem 56,11.
14
Ad Autolico I, 2.
15
Ibidem I, 5-7
16
Cfr. Origene. Dizionario, 83 (articolo: Conoscenza, cur. F. Cocchini).
6
7

il suo Verbo s, poich si reso visibile ed era proprio lui che appariva ad Abramo, Giacobbe, Mos
nellantico Testamento. Ma diverr pi chiaro che, nella sua natura, neanche il Verbo visibile.
Vedere Dio: gnostici e Ireneo
Anche tra gli gnostici che la Chiesa deve combattere nel II secolo si ritrova generalmente il
postulato della inconoscibilit di Dio in se stesso. Nella gnosi valentiniana, quella ritenuta pi
pericolosa e meglio esposta da Ireneo17, il Dio che Spirito purissimo presenta in s due attitudini:
il Silenzio e la Grazia. La prima lo chiude in se stesso, nella trascendenza invalicabile; la seconda
indica gi una propensione ad uscire per essere conosciuto. Questa seconda attitudine la lontana
origine di ci che sar chiamato la economia, lordine di tutto ci che si situa fuori di Dio.
Leconomia non nasce quindi da necessit, ma da una totale libert di Dio18.
Ma Dio potr davvero essere conosciuto? Valentino rispondeva negativamente alla prima questione:
solo il suo Pensiero (divinit femminile, in greco Ennoia) lo pu. Ma per sua natura Ennoia non
comunica nulla. Nella sua decisione di farsi conoscere Dio limita la possibilit al solo Figlio, che
nasce dal Pensiero ed chiamato mente o Unigenito. Da questo nasceranno tutte le cose, divine e
umane, ma non potranno conoscere la loro Origine allo stesso modo. A tutti gli eoni divini del
pleroma19 impossibile vedere Dio, ed essi devono anzi riconoscere il limite loro assegnato.
Sophia, lultimo di essi, colpevole proprio di voler trasgredire quel limite e vedere chi non pu
essere visto in nessun caso. Il Demiurgo poi, e gli uomini da lui creati appartengono a un ordine di
natura segnato da cecit e ignoranza circa il Dio spirituale. Sono il mondo della psych, della
razionalit e dellinteresse, non sanno nulla dello spirito. Solo pochi recano in s un seme dello
spirito e lo dovranno scoprire attraverso la gnosis: si salveranno cos dallottenebramento della
conoscenza sensibile e ritorneranno alla loro vera natura.
Per questi intellettuali, che operavano allinterno della Chiesa, fede e visione non sono pi due
tappe del cammino, ma due distinti modi di salvezza per condizioni umane totalmente diverse. Sono
due nature e due diversi spiriti: il servizio proprio del Demiurgo, la libert propria dei figli. Ora,
per conoscere Dio, non c confronto tra la potenza dello spirito libero e puro, maschile, e quello
del servo ancora dentro la legge, debole e femminile: c la stessa differenza che intercorre tra
l'uomo spirituale e l'uomo psichico20. La differenza rimarr tale anche alla fine, oltre lesistenza
terrena: perch la fede contraddistinguer sempre i giusti, confinati fuori dal pleroma; e la
conoscenza nella visione sar solo per gli spirituali, ritornati partecipi del mondo divino.
Le testimonianze di visioni non sono rare negli scritti gnostici a noi noti. Ireneo e Ippolito ne
riferiscono, Tertulliano pure. Gli spirituali possono in via di principio avere visioni, come le hanno
avute gli apostoli al loro tempo e anche maggiori21. possibile che questo appellarsi alle visioni
fosse cos frequente da mettere in guardia la grande Chiesa e indurla a parlare sullargomento
facendo le dovute precisazioni.

Cfr. soprattutto Adv. Haereses I, 1,1; I, 12,1.


La emanazione per necessit sar invece la soluzione data al problema da Plotino.
19
Il plroma linsieme degli eoni, che si possono chiamare anche idee o archetipi emanati da Dio, i quali esprimono in
pienezza le potenzialit del mondo divino.
20
Cfr. Orbe, La teologia dei secoli II e III. Il confronto della Grande Chiesa con lo gnosticismo, vol. I, PiemmeEd.Pont.Gregoriana, Casale Monferrato-Roma 1995, 495.
21
Valentino vede il logos in forma di bambino neonato, mentre Marco vede la tetrade originaria sotto laspetto di una
donna: Ippolito, Philos. VI, 43; Ireneo, Adv. Haereses I, 14,1. Tertulliano in De anima, 9, riferisce di una sorella della
comunit dotata di revelationum charismata.
17
18

Ireneo ritiene che questa mitologia, con tutto il fascino che esercita sui fedeli della Chiesa, sia in
molte cose assai prossima al vero, ma utilizzando parole della Scrittura per rivestire concetti propri.
In sostanza un non vedere la verit: gli eretici non la vedono, sono resi ciechi dal loro
orgoglio22. Luomo semplice, ma religioso, li supera e vede per mezzo dello Spirito attinto dalla
Chiesa23. Anche Ireneo assume il dato di partenza che Dio, lessere invisibile per natura, si fa
conoscere di sua libera volont. Ed anche lui prende questo dato non dalla filosofia, ma dalla
recensione accurata dei libri della Scrittura. Si tratta di un Dio personale, del quale si pu dire che
in se stesso inaccessibile ad ogni creatura, ma si voluto far conoscere per il suo amore.
Senza mettere in questione la trascendenza, la Scrittura parla ripetutamente della visione di Dio gi
nellantico Testamento, da parte di patriarchi e profeti. Come era possibile? Gli eretici risolvevano
il problema semplicemente negando che ad essere veduto fosse il Dio trascendente, il Padre: era
invece un altro, il Demiurgo, che non era neppure degno del nome di Dio. Il dualismo per essi non
sollevava alcun problema. Javeh, creatura visibile egli stesso, si mostrava agli uomini per chiamarli
al suo servizio. I profeti dellantico Testamento erano quindi confinati dentro il mondo psichico,
non dei misteri svelati nel nuovo Testamento. Mai essi avevano annunciato questi misteri, perch li
ignoravano. Molto pi sottile invece la riflessione nella quale ci introduce Ireneo.
Patriarchi e profeti non vedevano propriamente Dio, neppure quando come Mos potevano parlargli
faccia a faccia. Vedevano tuttavia quello che di s Dio intendeva manifestare, attraverso il suo
Verbo. Neppure il Verbo era in se stesso visibile, ma si rendeva tale attraverso le economie,
disposte da Dio precisamente perch gli uomini abbiano in qualche modo conoscenza di lui.
Economie, in latino dispositiones, significa che se Dio vuol rendersi accessibile deve farlo
attraverso delle mediazioni e dei mediatori, che salvaguardano la sua trascendenza. Le economie
possono essere costituite da azioni, parole, anche da visioni che Dio suscita o invia a singoli
personaggi per manifestarsi. Docili al suo Spirito, essi avevano il compito di annunciare in diversi
modi al popolo la venuta visibile del Verbo nella carne umana. Quanto sapevano e dicevano di lui
era interamente orientato a preparare la futura incarnazione.
Di preparare gli animi a questa visione cera bisogno: riassumendo tutta la tradizione profetica,
Ges stesso aveva affermato che solo i puri di cuore vedranno Dio24. Rimaneva comunque ben
fermo quello che aveva udito Mos: Nessuno vedr Dio e vivr, poich il Padre
incomprensibile - commenta Ireneo25. Ma i profeti compresero veramente leconomia divina, cos
come veniva loro mostrata da Dio. Non erano uomini dallo spirito grossolano e interessato, indegno
del nuovo Testamento. Nel loro annuncio si sentiva gi la voce dello Spirito di verit, che
conduceva le cose nel senso inteso da Dio. Non era il volto stesso di Dio che vedevano
apertamente i profeti, ma le economie e i misteri con i quali l'uomo avrebbe dovuto vedere Dio26.
Dio infatti si fa vedere dagli uomini che egli stesso sceglie, ma lo fa quando vuole e come vuole.
Per farsi vedere li riempie del suo Spirito, realizzando progressivamente in loro la purezza del
cuore. Confida loro quindi quella parte del suo disegno che ha stabilito di rivelare. Egli ha tutto
disposto con tempo, ritmo, armonia. Per prima cosa ha stabilito il tempo della visione profetica,
nella quale suscitare lattesa della venuta del Figlio nel mondo. Venuto il Figlio, iniziava il tempo
Adv. Haereses V, 19,2 - 20,2; IV, 6,5-6; Dimostrazione della predicazione apostolica, 1: per quelli che vedono, c
una sola strada: in salita, ma illuminata dallalto.
23
Adv. Haereses V, 20,2.
24
Mt 5, 8.
25
Queste premesse il vescovo le sviluppa poco prima del passo in cui sta laffermazione di cui ci stiamo occupando, in
Adv. Haereses IV, 20,5.
26
Ibidem IV, 20,10.
22

della visione di Dio nella carne e della nostra adozione a figli: la visione che Ireneo chiama
adottiva.
Quando Ireneo parla della visione non intende sempre la apparizione, quella improvvisa o saltuaria
che i santi potevano avere. Visione pu essere anche questo, ma in senso proprio qualcosa di
molto pi coinvolgente, qualcosa che unisce profondamente colui che vede e colui che visto.
Implica il superamento della barriera che li separa, come se lo sguardo rendesse nota tutta la realt
interiore dellaltro e realizzasse uguaglianza di animo e di vita. Coloro che vedono Dio sono in
Dio27: sono in qualche modo Dio stesso, anche se per pura grazia. Sta proprio in questo la finalit
del disegno, che risulta proteso alla manifestazione progressiva, sorprendente e compiuta di Dio.
Incomprensibile inafferrabile invisibile, egli vuole essere compreso afferrato e visto per questo solo
motivo: dare la vita, la sua propria vita per rendere gli uomini simili a s28.
Dio per la vita stessa, gli uomini ne hanno una corruttibile che svanisce. Ad essi non
sconosciuto in assoluto il vivere, ma ignorano un vivere che non sia segnato dalla corruzione
dellintegrit fisica, dalla morte. Questo la carne umana, dopo il peccato. Il vedere Dio dovr
quindi sostanzialmente trasformare gli uomini nella natura stessa, fin nella carne e non senza di
essa. Con questa tesi, Ireneo ha messo in contatto intimo Dio e l'uomo e si appropriato dei termini
fondamentali della mitologia eretica - vita, natura, visione, unione -, ricollocandoli nel loro
significato biblico.
Vita dell'uomo la visione di Dio
Qui possiamo leggere il testo che fa da cornice immediata alla affermazione che stiamo studiando:
La vita delluomo la visione di Dio29. Si tratta del capitolo 20,7 del quarto libro dellAdversus
Haereses, del quale vale la pena di commentare le singole affermazioni. Dice Ireneo:
Il Verbo divenne dispensatore della grazia paterna a vantaggio degli uomini, per i quali ha
stabilito cos grandi economie, mostrando Dio agli uomini e presentando luomo a Dio:
salvaguardando linvisibilit del Padre affinch l'uomo non divenisse disprezzatore di Dio e
avesse sempre un punto verso il quale progredire, ma nello stesso tempo mostrando Dio
visibile agli uomini per mezzo delle molte economie, affinch luomo privo totalmente di
Dio non cessasse di esistere. Infatti la gloria di Dio luomo vivente e la vita delluomo la
visione di Dio. Ora, se la manifestazione di Dio nella creazione d la vita a tutti gli esseri
viventi sulla terra, molto pi la manifestazione del Padre mediante il Verbo d la vita a
quelli che vedono Dio30.
La grazia paterna a vantaggio degli uomini: una parola attorno alla quale ruota tutta la
rivelazione cristiana ed esprime il fondamentale raccordo tra Dio e l'uomo. Il Dio di Valentino e del
suo discepolo Tolomeo non solo inaccessibile ad ogni creatura, ma anche estraneo a qualsiasi idea
di creare o beneficare chicchessia. il Bythos o abisso inarrivabile, il Silenzio che nulla dice di s.
Ibidem IV, 20,5.
Ibidem .
29
Abbiamo a suo tempo cercato di spiegare in quale senso vada intesa la prima parte dellaffermazione: La gloria di
Dio l'uomo vivente. Cfr. Parola Spirito e Vita 45 (2002), 157-172. Segnalo due studi inerenti ora al nostro tema:
quello di E. Lanne, La vision de Dieu dans luvre de Saint Irne, Irnikon 33 (1960) 311-320, che prende le mosse
precisamente dal testo in esame; e quello pi ampio di R. Tremblay, La manifestation et la vision de Dieu selon saint
Irne de Lyon, Mnster 1978.
30
Adv. Haereses IV, 20,7. Prendo il testo dalla edizione italiana: Ireneo di Lione. Contro le eresie e gli altri scritti, cit.,
349. Una analisi penetrante del testo, che qui terremo presente, si trova in Orbe A., Gloria Dei vivens homo (Analisis de
Ireneo, Adv. Haer. IV,20,1-7), Greg. 73 (1992) 205-268.
27
28

Per lui il Pensiero coincide con il contemplarsi, nellassenza di ogni desiderio e volont
necessitante. Nessuno degli eoni divini potr mai conoscerlo come desidera: non stanno sul
medesimo suo livello di essere. Quanto poi alla creazione materiale corporea, essa proviene da un
peccato di orgoglio ed un orrore per il mondo divino, una prigione dove regnano ignoranza e
servit. E il Demiurgo, creatore e padrone di questo mondo visibile, non mira ad alcun vantaggio
per gli uomini: pensa esclusivamente a s.
Ireneo riconosce nella mitologia valentiniana lossatura della rivelazione cristiana, in particolare
della dottrina trinitaria. Ma vede anche la negazione del suo nucleo pi vitale: che cio il Padre si
sia tutto manifestato al suo Verbo e proprio a vantaggio degli uomini. E non di alcuni, ma di tutti
senza distinzione. La grazia di cui si parla qui la comunione con Dio la quale, come vedremo,
operata dallo Spirito santo.
Il Verbo dispensatore: da sempre il Verbo ha portato la grazia del Padre agli uomini. Non poteva
infatti il Padre invisibile rendersi visibile ai loro occhi, non lo consente la differenza delle nature.
Eppure egli non rimane ugualmente sconosciuto, poich quello che non accessibile in se stesso si
rende accessibile mediante amore e provvidenza. In questo consiste lopera della creazione: il
Creatore non sacrifica la sua trascendenza modellando il mondo e l'uomo nel mondo, ma neppure lo
fa direttamente. Se sceglie degli intermediari, questi non sono degli angeli, suoi subalterni e
servitori, ma proprio le sue due mani: il Verbo e la Sapienza. Per Ireneo, cos salvata la dottrina
trinitaria della Chiesa, dato che la Sapienza coincide per lui con lo Spirito santo personale. L'uomo
fatto da Dio con ci che ha di pi grande: con tutto il suo amore e tutta la sua sapienza. Ed
persona, che nasce gi come abbracciata da un amore personale.
Nella plasmazione dell'uomo il Verbo imprime infatti limmagine di se stesso, che la Sapienza
dovr poi condurre alla somiglianza perfetta. L'uomo sar quindi in s il capolavoro della creazione,
portando in s limpronta o paradigma del Figlio di Dio e la spinta interiore che lo condurr a
realizzare lunione piena con lui, nel corso di un processo temporale liberamente accolto. Tutto
questo fa dire ad Ireneo che Dio inaccessibile s, ma sconosciuto in nessun modo31.
Le economie sono cos grandi per numero e per qualit, come si pu vedere da tutto lantico
Testamento. Sono necessarie all'uomo - dir subito dopo - poich se egli non potesse avere accesso
a Dio in alcun modo, cadrebbe nel nulla.
Dio viene mostrato agli uomini e l'uomo viene presentato a Dio. Questa lopera del Verbo,
perch attraverso lui il Padre che viene mostrato. Riprendendo le parole di Ges a Filippo, Ireneo
nota che chi vedeva il Figlio vedeva anche il Padre: perch il Padre linvisibile del Figlio e il
Figlio il visibile del Padre32. Se nellantico Testamento egli mostrava Dio in modo profetico,
dopo che ha assunto la carne umana lo mostra in modo nuovo, adottivo. Gli uomini possono dire
di vedere Dio con gli occhi del corpo. Ma sia il Padre che il Figlio sono per se stessi invisibili.
La mediazione del Verbo si rendeva necessaria, perch l'uomo deve sempre essere messo in grado
di vedere Dio: non pronto senza una preparazione. Se non fosse mantenuta questa distanza tra Dio
e l'uomo, certamente questultimo si farebbe disprezzatore di Dio, credendosi in grado di
conoscerlo e di essere in qualche modo pari a lui. Cos pensavano gli eretici, che disprezzavano il
Demiurgo per essersi reso visibile a Mos e ai profeti e aver parlato con loro. Ma daltra parte,
Ireneo non abbassa il traguardo finale: l'uomo ha effettivamente come sua meta il vedere Dio,
perch Dio colui che deve esser visto33.
Adv. Haereses IV, 20,6.
Ibidem IV, 6,6. Il testo fa riferimento a Gv 14, 9: Chi ha visto me ha visto il Padre.
33
Ibidem IV, 38,3.
31
32

Un continuo progredire: questo caratterizza la posizione umana quando si tratta della conoscenza
di Dio. L'uomo non pu mai dirsi giunto, finch si trova in questo mondo. Lantico Testamento, ad
esempio, ancora solo un predisporre gli uomini richiedendo la sottomissione a Dio e la
gratitudine. Il nuovo Testamento segner una tappa decisiva, anche se non ancora quella definitiva.
Per gli eretici al contrario, la condizione di natura fissa anche le possibilit di vicinanza con Dio.
Chi appartiene alla natura superiore non ha pi alcun progresso da compiere. E chi non le
appartiene, con nessun progresso la potr mai raggiungere. Una visione del mondo che non sfugge a
una paralizzante staticit.
Perch l'uomo, privo totalmente di Dio, non cessasse di esistere: da questa espressione ci
rendiamo conto di come nel linguaggio di Ireneo manifestazione e portare ad essere o dar
vita sono la stessa cosa. Poco sotto dir infatti che la manifestazione di Dio nella creazione d la
vita a tutti gli esseri viventi sulla terra. questa una prima manifestazione di Dio - anchessa
avvenuta mediante il Verbo - la quale d vita a tutto il cosmo, ivi compreso l'uomo. Grazie a questa
manifestazione, l'uomo tratto dalla terra e fatto dalle mani di Dio, riceve il soffio divino per divenire
un essere vivente. il livello dell'uomo naturale o psichico, non ancora completo come
creatura. Dio gli riserva una nuova manifestazione di s, quella mediante lo Spirito che lo render
uomo vivente, portatore dello Spirito.
Gloria di Dio l'uomo vivente, ma vita dell'uomo la visione di Dio. Si potrebbe intendere
questa affermazione nel senso che l'uomo rende gloria a Dio quando attua le sue potenzialit in ogni
campo, quando mostra tutta la sua vitalit. Ma non questo che intende dire Ireneo, se si guarda al
contesto. La gloria di Dio quella gloria che Dio intende donare all'uomo: lo ha creato infatti
non perch avesse bisogno dell'uomo, ma per avere uno nel quale deporre i suoi benefici34.
Diversi passaggi dellopera ritornano su questo tema: ne ricordiamo soltanto uno, nel quale, in
polemica con la dottrina eretica del Demiurgo che trae vantaggio dagli uomini, si afferma
allopposto che: Dio non ha bisogno del servizio degli uomini, ma procura a quelli che lo servono
e lo seguono la vita, lincorruttibilit e la gloria eterna () l'uomo ad aver bisogno della
comunione con Dio e la gloria dell'uomo perseverare nel servizio di Dio35. Non dunque l'uomo
a glorificare Dio, ma al contrario: l'uomo da Dio glorificato seguendolo e servendolo. Quello che
Dio vuol dare all'uomo la sua vita incorruttibile, vita qualitativamente identica alla propria.
Uomo vivente deve infatti essere inteso in senso forte: non semplicemente vivente della sua vita
naturale, animale, ma della vita infusa in lui dallo Spirito di Dio. Anche qui altri passi di Ireneo
consentono di completare laffermazione potente e sintetica: si tratta specialmente di alcuni passi
del quinto libro, nei quali egli espone pi apertamente la sua antropologia. Il semplice uomo
costituito di corpo e anima, vegetativa e razionale, non ancora l'uomo vivente. Deve ricevere lo
Spirito con un atto della sua libera volont:
Quanti lo temono e credono nella venuta del Figlio suo e per mezzo della fede fanno abitare
nei loro cuori lo Spirito di Dio, giustamente saranno chiamati puri, spirituali e viventi per
Dio, perch hanno lo Spirito del Padre che purifica l'uomo e lo eleva alla vita di Dio36.
L'uomo si dice vivente quindi per la partecipazione dello Spirito santo nella sua carne, lo Spirito che
egli stesso Dio ed quindi per sua natura vivificante. In tal modo egli vedr Dio, crescendo nella
Ibidem IV, 14,1.
Ibidem. Altri passi si incontrano ad esempio in III, 20,2, dove Dio paragonato al medico che trova la sua gloria nel
guarire il malato.
36
Ibidem V, 9,2.
34
35

visione ad ogni nuova tappa nella somiglianza con lui. La beatitudine dei puri di cuore si realizzer
quando raggiungeranno la meta, quando vedranno il Padre stesso e non un altro, essi che hanno
accolto il Figlio suo e non un altro e il suo Spirito che li ha resi figli adottivi37. La gloria di Dio
la sua vita incorruttibile, vita che le creature sono chiamate a ricevere seguendo le vie stabilite da
Dio stesso. Sono ordine, ritmi, movimento con i quali l'uomo creato e plasmato diviene ad
immagine e somiglianza di Dio increato38. Quando saranno compiuti, egli non sar pi carne
corruttibile e potr vedere il suo Signore.
Ci quindi chiaro perch Ireneo dica che vedere qualche cosa di Dio, anche se attraverso
mediazioni, significa per l'uomo vivere. Se non potesse stabilire questo rapporto in assoluto, egli
semplicemente si priverebbe della fonte del suo esistere e non ci sarebbe pi l'uomo fatto ad
immagine e somiglianza di Dio. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere39.
Qualche nota conclusiva
La visione di Dio non dunque qualcosa di facoltativo per gli uomini, ma necessaria. E se Dio
non la avesse resa possibile, scegliendo le vie adatte, l'uomo semplicemente non sarebbe. Ireneo
traccia con la sua teologia un quadro nel quale la condiscendenza di Dio, prima ancora di ogni
percezione soggettiva, un dato costitutivo per ogni uomo e per ogni essere creato. Inaccessibile
per natura, Dio si lascia vedere per amore e dispone egli stesso le vie della visione, nelle diverse
economie. In esse non si vede il Padre, ma il Verbo; ed anche il Verbo non in se stesso, ma
dapprima solo nel velame della profezia - profeticamente -, poi finalmente nella carne umana. In
Ges Cristo gli uomini hanno visto il Figlio di Dio fatto uomo: ed era ancora uno stadio del
cammino, un vederlo adottivamente. Ma Ges doner alla fine ai suoi, nella condizione gloriosa
della risurrezione, quanto ha di pi grande: il Padre stesso.
Questo lo statuto dell'uomo: fatto per divenire uomo vivente, nel quale Dio ripone la propria
gloria e trasfonde la propria vita. Ci significa che, per vivere, l'uomo deve uscire da s - dalla
corruttibilit - e raggiungere la somiglianza con Dio. Il suo un destino, per cos dire, fuori misura.
Limmagine di Dio impressa in lui da Ges Cristo ed indelebile: in essa si pu gi in qualche
modo vedere Dio. La somiglianza per costruita dallo Spirito santo e richiede la sua libera
adesione. Solo lasciandosi condurre dallo Spirito egli potr finalmente vedere Dio cos com ed
essere per sempre uomo vivente.
Il fondamento del vedere non dunque principalmente nel soggetto, ma in Colui che si d a vedere
e conoscere. Il soggetto viene preparato, lasciato anzi libero di accogliere e vedere o meno. C una
precisa affermazione della necessit dellazione umana, contro le dottrine gnostiche di un vedere
per connaturalit. Ma il conoscere e vedere Dio rimane sostanzialmente un ricevere. Sar la grande
opera dello Spirito che si rivolge all'uomo intero, corpo e anima.
Ireneo si interessa meno allazione Spirito-anima che a quella Spirito-carne. Non la salus animae,
ma la salus carnis per lui vitale poich la carne allorigine dellimpurit e del peccato, che
seduce poi anche la mente. Per questo al centro del problema della visione sta lincarnazione del
Figlio di Dio.
Non potevamo conoscere i misteri di Dio se il nostro maestro, che il Verbo, non si fosse
fatto uomo () Non potevamo conoscerlo altrimenti se non vedendo il nostro maestro e
Ibidem IV, 9,2.
Ibidem IV, 38,3.
39
Ibidem IV, 20,6.
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percependo la sua voce con il nostro orecchio, affinch divenendo imitatori delle sue opere
ed esecutori delle sue parole, avessimo la comunione con lui40.
Lo Spirito prende possesso in modo crescente dei vari sensi, vista udito olfatto e degli atti corporei.
Vedere Dio con i sensi corporei il punto di arrivo di questa azione, contro tutta la linea
platonizzante, ed tutta opera che non viene dal basso, ma dallo Spirito. La divina condiscendenza
non si manifestata tanto nel rivolgersi alle anime, osserva Ireneo, ma alla carne umana ferita dal
peccato. Questa la condizione reale e da questa viene la debolezza degli uomini. La vittoria non
sarebbe reale n piena se non cancellando ogni traccia di quella ferita e di quella debolezza, ma
cancellandola nella carne.
Un uomo che torni a guardare Dio nella sua carne glorificata: ecco la definitiva sconfitta del peccato
e dei suoi segni. Il vescovo di Lione ha saputo mostrare questuomo nel Figlio di Dio divenuto
agnello, ucciso e dissanguato, che lapostolo Giovanni vedeva come il solo in grado di aprire il libro
dei misteri divini41. Egli ha veramente mostrato Dio agli uomini, perch non vero che il servizio
sia meno della libert: al contrario, la libert divina si mostrata nel servire e il servire ha meritato
la gloria. Una gloria che dallagnello, ritto davanti al trono di Dio, si riverbera continuamente anche
sulla terra, poich sulla sua carne irrompe la luce del Padre e, brillando a partire dalla sua carne,
viene su di noi42.
don Giorgio Maschio
Piazza Vittorio Emanuele II, 2
31040 Portobuffol (TV)

Ibidem V, 1,1.
Ap 5, 3-7, citato in Adv. Haereses IV, 20,2.
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Ibidem. Segnalo uno studio su questi temi da me appena pubblicato: Un destino fuori misura. Leffusione dello
Spirito santo nella teologia di Ireneo. Marcianum Press, Venezia 2008.
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