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Una vocazione, una formazione, una missione

Il cammino discepolare del presbitero nel 50 anniversario


della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis

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AULA MAGNA DELLA PONTIFICIA UNIVERSIT URBANIANA
GIOVED 19 NOVEMBRE ORE 9,30

S.E. Mons. Jol Mercier

Introduzione
La formazione la risposta delluomo, della Chiesa al dono di Dio, quel dono che
Dio le fa tramite le vocazioni, ha ricordato Papa Francesco alla Plenaria della
Congregazione per il Clero (3 ottobre 2014); essa viene distinta in formazione
iniziale e formazione permanente, che, ha specificato il Santo Padre, sono distinte
perch richiedono modalit e tempi diversi, ma costituiscono le due met di una sola
realt, la vita del discepolo chierico.
Come vedete, il tema della formazione ritorna e si pone come la sfida principale di
oggi riguardo allidentit e al ministero dei sacerdoti, Questo un elemento decisivo
attorno al quale ruota il lavoro della Congregazione. Siamo sempre pi convinti che
occorre formarsi al Cuore di Cristo per essere preti, ma occorre allo stesso tempo
continuare a formarsi per restare pastori e servi secondo le modalit del Vangelo.
Intendo sviluppare la seconda parte di questa Relazione attraverso tre passaggi; nel
primo prender in esame il concetto di formazione permanente, come proposto
dal Magistero della Chiesa, per poi concentrarmi sulla disposizione interiore del
presbitero, come condizione essenziale per la riuscita del cammino di formazione
permanente; infine, presenter alcuni strumenti particolarmente idonei a sostenere
questa fase della formazione e della vita di un sacerdote.

I. Di primo acchito, lespressione formazione permanente sembra rimandare


immediatamente allacquisizione di un sapere; si tratta tuttavia di un sapere
speciale, che non riguarda solo conoscenze intellettuali, ma che per i sacerdoti
piuttosto legato alla configurazione a Cristo, Capo e Pastore (PDV, n. 23). Quando
parliamo di una tale formazione, pertanto, ricordiamo che non solo il sacerdote
impara a conoscere Cristo, ma soprattutto si pone in un processo di graduale e
continua configurazione a Lui.
La formazione permanente del chierico affonda le sue radici nella vocazione al
ministero ordinato. La chiamata di Cristo a seguirlo fa diventare chi risponde un
discepolo del Signore, condizione che non verr mai meno e che costituir la base e
il fondamento di qualsiasi sviluppo successivo. Possiamo essere diaconi, preti o
vescovi, ma mai possiamo smettere di essere e di sentirci discepoli del Signore,
discepoli in cammino con il Maestro e dietro il Maestro, non seduti sulla vetta di
una formazione, raggiunta una volta per tutte. Potremmo dire allora che formazione
permanente un sinonimo di cammino discepolare, di vita da discepolo; proprio
perch tale formazione vita da vivere essa non pu venire meno e, soprattutto,
deve riguardare tutti gli ambiti della vita del chierico.
Nonostante le diverse accentuazioni che la nozione di formazione permanente ha
ricevuto dal Concilio ad oggi, la sua intima natura stata ben compresa ed esposta
nel Magistero della Santa Sede sin dallIstruzione della Congregazione per il Clero
Inter ea, del 4 novembre 1969. Poi, attraverso altri documenti, in special modo
Pastores dabo vobis, sino ad oggi, sino al pi recente Direttorio per il ministero e la
vita dei presbiteri (11 febbraio 2013) e, ovviamente, al Magistero e allesempio di
Papa Francesco, la Chiesa stata chiara nel richiedere ai sacerdoti di ravvivare il
dono ricevuto con lordinazione, vivendo una formazione organica, che deve
comprendere ed armonizzare tutte le dimensioni della formazione sacerdotaledeve
essere completa: umana, spirituale, intellettuale, pastorale, sistematica e
personalizzata (Direttorio, n. 92).
In sintesi, la formazione permanente non una questione di nuove cose da fare, in
aggiunta agli altri impegni del ministero; essa richiede piuttosto nel sacerdote una
disposizione di fondo a sentirsi sempre in cammino, come discepolo missionario
del Signore. Laggettivo fondamentale; ogni sacerdote per ci stesso missionario,
perch viene inviato, da Dio, attraverso la Chiesa, a compiere una missione
evangelizzatrice sempre nuova, sempre diversa, sempre bisognosa di una speciale
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cura. Tale atteggiamento di fondo dovr essere creato durante gli anni della
formazione in Seminario, per potersi concretizzare nel corso di tutta la vita
sacerdotale.
II. Lesperienza ci insegna che anche i migliori progetti di formazione permanente
finiscono per infrangersi contro il muro del fallimento, quando i destinatari non
manifestano consapevolezza e disponibilit verso la formazione permanente, perch
non hanno sviluppato una serie di attitudini profonde, che provo a sintetizzare con
alcune immagini:
a) da io sono cos allo sviluppo della libert. Quanto cambia la nostra vita
sacerdotale quando, accantonato ogni fatalismo, impariamo a credere nella nostra
possibilit di crescere e utilizziamo la libert che Dio ci ha donato! Possiamo
ricordare al riguardo le parole del teologo medievale Pico della Mirandola: Non ti
ho fatto, o Adamo, n celeste n terreno, n mortale n immortale, perch di te stesso
quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti
prescelto (De hominis dignitate, a c. di E. Garin, Vallecchi, 1942);
b) da io posso tutto al primato della Grazia. A volte, noi sacerdoti viviamo e ci
comportiamo come se tutto dipendesse da noi, come se lincontro con Dio, la
fraternit sacerdotale e la formazione intellettuale ci sottraessero tempo nel lavoro per
il Regno. Tuttavia, noi non siamo pi che strumenti nelle mani del Signore. Con le
parole di S.Giovanni Paolo II, necessario, pertanto, impegnarci con maggior
fiducia, nella programmazione che ci attende, ad una pastorale che dia tutto il suo
spazio alla preghiera, personale e comunitaria, per rispettare un principio essenziale
della visione cristiana della vita: il primato della graziaguai a dimenticare che
senza Cristo non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5) (Lett. Ap. Novo millennio
ineunte, 6 gennaio 2001);
c) da questo non mi serve alla valorizzazione degli strumenti semplici. Secondo
la logica dellincarnazione, la Grazia di Dio ci conduce attraverso povere mediazioni
in molte situazioni perfettibili: ritiri ed esercizi spirituali, riunioni sacerdotali, con
laici e religiosi; libri e conferenze sulla spiritualit, la teologia o la pastorale;
lesercizio del ministero nella celebrazione dei sacramenti, linsegnamento della
Parola di Dio e la guida della comunit. Valorizzare, praticare e apprezzare questi
strumenti, di fatto, presume laccoglimento della parola dellApostolo Paolo: la
potenza di Dio infatti si manifesta pienamente nella debolezza (2Cor 12,9). Quante
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volte, stando in confessionale o durante un incontro pastorale, ho dovuto consigliare


ad altri ci che Dio voleva suggerire a me!;
d) da lo so gi al cammino discepolare. Papa Francesco non smette di ricordare
che tutti nella Chiesa siamo discepoli, e lo siamo sempre, per tutta la vita; e tutti
siamo missionari, ciascuno nel posto che il Signore gli ha assegnato. Tutti: il pi
piccolo anche missionario; e quello che sembra pi grande discepoloAnche i
Vescovi e il Papa devono essere discepoli, perch se non sono discepoli non fanno il
bene, non possono essere missionari, non possono trasmettere la fede. Tutti noi
siamo discepoli e missionari (Udienza Generale, 15 gennaio 2014). Essere discepoli
significa condividere la giornata con il Maestro e con coloro che lo seguono; significa
imparare ogni giorno da Lui e da loro.
III. Dal momento che la vocazione sempre per una missione, essa costituisce anche
una rassicurazione da parte di Dio, io sar con te, come si scorge lungo tutta la
Scrittura. La Chiesa a sua volta si impegna ad accompagnare per tutta la vita coloro
che il Signore chiama e invia in missione; come ho sin qui esposto, ci avviene nel
quadro della formazione permanente, a proposito della quale desidero soffermarmi su
quattro aspetti di speciale importanza:
1) Laccompagnamento dei giovani preti. Sappiamo tutti che i primi anni di ministero
sono i pi delicati. Dopo gli anni passati in Seminario, il giovane prete si trova in un
contesto e in una vita nuova. I tempi di tirocinio pastorale lhanno in certo modo
preparato al cambiamento, ma ora egli prete e deve porsi in una maniera diversa.
Gli sono affidate responsabilit pastorali, come vicario parrocchiale o da subito come
parroco, e deve collaborare con i laici, prendendo iniziative per levangelizzazione.
Dal punto di vista della collaborazione, viveva in Seminario, in un contesto
essenzialmente maschile; in parrocchia, si ritrova circondato da una popolazione per
lo pi femminile. Quanto alla vita spirituale, la struttura del Seminario gli offriva una
regolarit per la preghiera. In parrocchia, invece, le attivit ministeriali e le richieste
pastorali si susseguono senza poter essere previste; occorre allora trovare un ritmo di
preghiera, che dipender molto dalla sua ferma decisione di restargli fedele. Bisogna
allora fronteggiare ogni esigenza, anche in circostanze nuove. Le esperienze negative
in questi primi anni possono avere conseguenze preoccupanti. Alcuni, in seguito alla
disillusione, perdono il loro zelo apostolico, altri possono arrivare ad abbandonare il
ministero. Laccompagnamento personale dei preti giovani deve essere una priorit
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per i Vescovi e i sacerdoti incaricati di tale ambito. Ci richiede una grande cura, da
parte degli uni, e umilt da parte degli altri;
2) La formazione permanente si concretizza in un secondo aspetto, la missione. Il
mondo cambia, le persone si spostano, le giovani generazioni evolvono con rapidit.
La pastorale richiede un adattamento permanente. S.Giovanni Paolo II invocava una
nuova evangelizzazione capace di nuovi metodi e di nuove forme di
espressione. Ci interessa la formazione permanente sul versante intellettuale, ma
non solo; anche necessario che i preti si aprano, per conoscere ci che fanno i loro
confratelli, al di fuori della loro parrocchia, della diocesi o anche del loro Paese. Non
si tratta di fare lo stesso che altrove, ma di comprendere le domande che gli altri si
sono posti e le vie pastorali attraverso cui sono giunti alle risposte. Lo scambio di
esperienza un arricchimento per tutti, al fine di evitare la routine pastorale.
3) Il Concilio Vaticano II, unitamente ad altri testi del Magistero, ha sottolineato che
la fraternit sacramentale, fondata sul sacramento dellOrdine, deve manifestarsi
concretamente nella vita e nel ministero dei preti. Essa pu prendere forme diverse, in
base alle circostanze specifiche: incontri di approfondimento spirituale, biblico,
teologico o pastorale; tempi di riposo; pasti in comune, occasionalmente o
stabilmente; vita comune; associazioni sacerdotali. Queste forme di fraternit
sacerdotale costituiscono un sostegno imprescindibile per la vita e il ministero di chi
ne beneficia. Esse offrono anche una testimonianza di unit, che rende pi feconda la
vita pastorale, secondo le parole del Signore: tutti siano una sola cosaperch il
mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17, 21). Occorre poi tenere conto che la
vita fraterna costituisce anche una forte testimonianza per le vocazioni al sacerdozio.
Essa una dimensione della formazione permanente, perch la vita fraterna obbliga a
crescere nella carit. Pastores dabo vobis ci ricorda che il principio interiore che
anima e guida la vita spirituale del prete la carit pastorale (n. 23), che non
separabile dalla carit fraterna.
4) Infine, vorrei sottolineare il grande sostegno che ai preti deriva dalla direzione
spirituale. Il cammino verso la santit richiede laiuto di un direttore spirituale, con il
quale discernere i punti principali per continuare a crescere nellunione con Cristo,
sotto lazione dello Spirito. Incontrare regolarmente un direttore spirituale mantiene
vivo lardore spirituale, cos necessario per il ministero. La direzione spirituale
anche una grazia per i periodi di difficolt o di crisi che un prete incontra. In quei
momenti, nel direttore spirituale il prete trova un fratello, che lo aiuta a discernere le
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cause del disagio e a attuare adeguate contromisure. Un prete abbandonato a s stesso


perde obiettivit per affrontare le circostanze difficili che lo coinvolgono, soprattutto
se questo lo mettono in discussione.
Dalla vocazione accolta prende avvio un unico cammino discepolare, che, attraverso
fasi e momenti diversi, prosegue per tutta la vita; tale cammino finalizzato alla
missione che il Signore affida a coloro che chiama, perch non esiste chiamata che
non sia in s stessa per una missione. Cristo ci chiama tutti a essere suoi discepoli,
attivi nellannuncio del Regno. Permettetemi di concludere con unimmagine; la
vocazione un seme che Dio getta in quel terreno che ognuno di noi; la formazione
inziale quella che permette al seme di divenire una pianta il seminarista che
diviene sacerdote la formazione permanente quella che attraverso piccole cure
quotidiane e costanti consente alla pianta di non seccarsi e di portare frutto. Sin dal
seme, la pianta la stessa, diverse e costanti sono le cure di cui ha bisogno per
portare frutto ad ogni stagione.