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Ritiro di Avvento.

Settore Est
Meditazione di padre Marco Ivan Rupnik
21/11/2018

Sant’Ignazio scrive il principio e fondamento degli esercizi spirituali verso la fine: solo dopo la
conversione infatti ha capito di non capire, ha compreso la sua verità davanti a Dio. Il
principio e fondamento è il criterio operativo, quello che fa capire in ogni momento se sto
vivendo bene, se sto sbagliando, se sto peccando, se sto morendo e via dicendo. Si tratta perciò
di una visione organica, che abbraccia tutta la comprensione della nostra fede. Solo in
quest’ottica si dischiude il senso di ogni atto, di ogni tempo e di ogni cosa che si vive; è la
chiave di lettura di ciò che succede nella nostra vita.

I testi biblici che avete scelto per accompagnare questa meditazione mi sembrano
estremamente azzeccati. Il primo è Es 3. Lì troviamo l’esperienza di Mosè davanti al roveto
ardente. Stefano, nel suo discorso in cui fa la sintesi della storia di Israele e dell’alleanza (cf. At
7), scandisce la vita di Mosè in fasi di 40 anni. Così, quando ha avuto 40 anni ha sentito il
desiderio di visitare il suo popolo. Anche i rabbini dicono che ha vissuto 40 anni in Egitto, 40 a
Madian e poi 40 nel deserto, tre volte 40: il numero 40, molto simbolico, indica nella Scrittura
il tempo necessario per imparare qualcosa. 40 anni o anche 40 giorni, come si vede anche
nella vita di Gesù. I vangeli rispettano questo tempo pedagogico: così i 40 giorni di Gesù nel
deserto e i 40 giorni di apparizioni dopo la sua risurrezione, per insegnare agli apostoli la vita
dell’umanità nuova.

Mosè ha vissuto dunque 40 anni nel deserto da Ietro, creandosi una vita, sposandosi e facendo
figli fino all’episodio del roveto ardente. Cosa rappresenta dunque l’esperienza del roveto
nella vita di Mosè? Anzitutto bisogna dire una cosa interessante: quando Mosè visita il suo
popolo e riconosce apertamente le sue origini, vede una situazione drammatica. Nel testo
viene detto che si è guardato intorno e “non vedendo uomo” (cf. Es 2,12) è intervenuto
colpendo a morte un egiziano. Ma il testo ebraico ammette due interpretazioni. Una è questa:
non vedendo uomo si sente coperto e può dunque uccidere l’egiziano. È l’interpretazione
solita. Ma l’esegesi ebraica preferisce l’altra interpretazione, che dice che la frase andrebbe
intesa così: “non c’è uomo che possa intervenire se non io”. Perché si sentiva l’unico cosciente
della situazione, che aveva ricevuto l’educazione necessaria, preparato nell’arte della guerra,
formato dal faraone, insomma, l’unico in grado di intervenire. E allora interviene. Questo però,
come avrete già intuito, è una trappola spirituale. Quella dell’uomo che si assume una
responsabilità più grande di quella che può sostenere nella sua condizione, quella di mettere
se stessi come un epicentro che non si può reggere poi. Oggi siamo all’epilogo di un’epoca
tutta pompata sull’uomo, sull’individuo, e la realtà ci sta sfuggendo di mano da tutte le parti:
non c’è più un fiume sano, un bosco sano… Spesso l’uomo non riesce a non pensare di essere
indispensabile, di dover per forza intervenire, per forza fare.

Una volta un provinciale dei gesuiti mi mandò un ragazzo in discernimento: quando mi ha


detto “io devo farmi gesuita” ho colto subito un segno chiaro che non avesse la vocazione! Un
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monaco serbo mi diceva che nella Filocalia non si trova un solo passo in cui lo Spirito santo
adoperi il termine “dovere”, “devi”. Infatti se questa fosse la parola attraverso la quale agisce
lo Spirito santo allora Maria all’annunciazione avrebbe risposto così: “certo, io devo essere la
madre di Dio, altrimenti il mondo non si salverebbe” e invece è l’esatto opposto. Questa
trappola è molto forte, perché uno si sente investito di una responsabilità esagerata; è una
cosa molto delicata.

Mosè interviene uccidendo l’egiziano e poi prova a implicarsi negli affari dei suoi
connazionali, volendo giudicarli. Lui pensa così di dover intervenire, facendo giustizia, ma gli
risponderanno “chi sei tu? Cosa ti sei messo in testa? Chi ti ha costituito giudice su di noi?”.
Allora Mosè inizia a entrare in una riflessione: ciò che lui vede è giusto, ciò che va fatto è più
che giusto, il popolo va liberato, la giustizia va realizzata, ma Dio non accetta questa sua
versione e dovrà fuggire.

Dopo 40 anni si ritrova così davanti al roveto dove gli appare il Signore: qui abbiamo la sintesi
di tutto l’esodo. Dio gli dice “tu pensi di essere l’unico che ha visto come è messo il popolo, ma
io ho visto prima di te, il suo gemito è già giunto ai miei orecchi, ho già deciso di intervenire, e
adesso sono io che ti manda a liberarlo. Dirai che io sono il Dio dei padri, Colui che ti manda”.
È interessante: “Io sono” non ha il significato che abbiamo imparato in filosofia (l’essere
secondo i greci e tutta la metafisica di cui ci ha riempito la testa la scolastica, che più astratto
di così non si può!). In ebraico significa “essere-con”: non un essere astratto dunque ma
relazionale. Dio non dice di essere qualche “essere assoluto” ma il Dio dei padri, il Dio della
storia; è infatti nella storia dove si incontra Dio, più che contemplando l’universo. Allora
guardate la differenza: prima Mosè avrebbe compiuto una liberazione che l’avrebbe reso un
eroe nazionale. E invece da inviato dovrà fare in modo di far vedere che lui è una guida
guidata, e il popolo non dovrà conoscere e amare lui ma Colui che lo guida. Mosè dovrà far
conoscere Dio, e non se stesso, come Signore e liberatore del popolo. Ma ciò non sarà facile: si
vedrà nell’episodio del vitello d’oro di Es 32, dove si legge come, avendo confuso Mosè con
Dio, hanno fatto il vitello per sostituirlo. Dicono infatti “non sappiamo cosa sia successo
all’uomo che ci ha guidato, facciamoci un dio”. E ancora la stessa idea ritroviamo ai tempi di
Cristo. Gli diranno i Giudei: “Mosè ci ha dato da mangiare la manna”. “Non Mosè ma il Padre”
risponderà invece Cristo (cf. Gv 6,31s). È molto difficile fare le cose in modo tale che traspaia
l’opera di Dio e non la nostra.

Se Mosè fosse vissuto oggi nella chiesa avrebbe fatto un programma pastorale, un progetto
per arrivare massimo in due mesi nella terra promessa. Ci vorrebbero anche solo 20 giorni,
ma mettiamo due mesi, visto che camminano con donne e bambini. Potrebbero essere arrivati
anche per sbaglio nella terra promessa. E invece si sono ritrovati per 40 anni a girare su un
fazzoletto di terra, chissà quante volte sono ripassati per gli stessi sentieri… e ciò perché
doveva morire un’intera generazione affinché nascesse una nuova in grado di conoscere il Dio
della storia, il Dio liberatore. Senza voler essere troppo autocritici, che non giova, ma con uno
sguardo evangelico su di noi che ci vuole sempre, chiediamoci: sembra molto efficace fare
progetti pastorali ben preparati, con mezzi adatti e poi realizzarli, ma cosa si trasmette, cosa si
manifesta così, cosa il popolo veramente conosce? Quale incontro salvifico avviene? Si realizza
solo un progetto o avviene una conoscenza salvifica di Dio, che cambia la persona umana e la
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rigenera? San Paolo nelle lettere ai Romani e ai Corinzi ha una visione dell’evangelizzazione
come una rigenerazione dell’uomo proprio tramite l’annuncio: è il vangelo che fa nascere
l’uomo nuovo; l’annuncio è una rinascita, una rigenerazione.

Ecco un importante spunto per la preghiera: cosa manifesta la mia umanità sacerdotale? Cosa
manifesta la chiesa nel mondo oggi? Quanta gente a causa del nostro modo di essere comincia
a lodare il Padre che è nei cieli (cf. Mt 5,16)? Mi ricordo un colloquio con Giovanni Paolo II
(ancora lo vedo appoggiando la testa sulla mano) dove mi diceva: “i cattolici siamo quasi
esausti del bene che facciamo, facciamo tanto volontariato, tanta carità, eppure qualcosa non
va, perché il mondo, vedendo tutto ciò, non glorifica il Padre che è nei cieli”. Sul nostro
operato pesa un grande interrogativo. E non sono critico ma semplicemente realista. Pensate:
con tutti i convegni ecclesiali italiani, con tutte le cose che abbiamo fatto, con tutti i progetti
pastorali, catechetici… che cosa ha prodotto la chiesa con tutto il suo apparato pastorale?
Guardate gli uomini che ci governano adesso e che ci hanno governato negli ultimi anni, tutti
provenienti dal cattolicesimo, di una bassezza intellettuale, culturale, morale e spirituale di cui
è meglio non parlare, è semplicemente vergognoso! Di fronte a un Lazzati, La Pira, De Gasperis
e altri, cosa abbiamo prodotto? Si dice che il popolo ha il governo che si merita… questi sono
tutti prodotti nostri! Quando davo esercizi ai vescovi spagnoli mi diceva uno a un colloquio:
“noi siamo abituati a brontolare e a indicare col dito qualcuno che sta fuori a darci fastidio, e
invece dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo adesso è prodotto nostro (era il
tempo di Zapatero). Prima tutta la Spagna era cattolica, tutte le parrocchie hanno avuto scuole
e asili, tutto è passato per le nostre mani e questo abbiamo prodotto…” Dove c’è un uomo che,
volendo essere cristiano, si possa alzare e dare un visione che non sia in pieno dissenso con il
vangelo? Per questo si preferisce oggi avere uno che dica apertamente “io del cristianesimo
me ne infischio”, almeno così si sa che non mischia le cose… Il peccato è il vangelo
apertamente mischiato in un unico brodo, non è molto igienico! Sul nostro operato pesa su un
interrogativo molto pesante: cosa si sta manifestando?

C’è un punto qui che chiarisce cosa è saltata: Mosè non aveva più una memoria. Che cosa ha
scordato Mosè? Com’è nato. Perché c’era un comando tirannico del faraone, eppure un
bambino (lui!) è scappato, perché due donne hanno amato più la vita del comando del
faraone… e una terza che era persino la figlia del faraone, ha amato anche la vita più del
comando del padre! Mosè ha scordato che su di lui fin dall’inizio c’era la mano di Dio, che ha
avuto un’esperienza di salvezza già alla nascita. Purtroppo partecipo a tanti convegni teologici
e ancora discutiamo, dopo decenni, in che cosa consista la salvezza… E questo di cosa è indice?
Del fatto che non abbiamo esperienza della salvezza. Apertamente. Perché chiunque è stato
salvato da qualcosa sa molto bene cosa sia la salvezza, e non deve fare un convegno sulla
salvezza! Noi l’abbiamo confusa con lo standard economico, con la giustizia, con le devozioni e
tante altre cose… Ma alla salvezza dal peccato e dalla morte non ci crede praticamente più
nessuno, eppure è quella di cui parla la Scrittura. Uno si confessa di aver rubato 500 euro, di
aver parlato male del vicino o del vescovo e dice poi un Avemaria e un Gloria, ma nessuno ha
fatto esperienza così di essere passato dalla morte alla vita. Semplicemente ha fatto
esperienza di un’imperfezione dentro la propria perfezione, sperando che Dio l’assista ora che
sarà un po’ migliore…

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Che cosa è successo che abbiamo dimenticato il battesimo, la salvezza? Per notare come il
battesimo non sia più la salvezza, basta vedere dove si battezza oggi a mezzo metro
dall’altare… beh, se uno arriva fin lì non serve più il battesimo! Quando una volta si battezzava
in Europa (andate a vedere, l’Italia poi ne è piena di dimostrazioni), dove si trovavano i
battisteri e come erano? Quando il battesimo era ancora un passaggio dalla morte alla vita,
dall’isolamento alla comunione, dalle tenebre alla luce, era una meraviglia di Dio, una forza!
Anche se si adoperavano solo due volte l’anno i battisteri erano a volte quasi più grandi della
chiesa stessa, artisticamente molto ricchi. Come mai sono cadute queste cose?

Mosè viene mandato affinché il popolo possa conoscere Dio, non perché si innamori di Mosè.
Guidare le comunità cristiane è un compito molto delicato. A volte quando viene spostato un
parroco partono i pullman verso l’episcopio per chiedere al vescovo di non farlo. È facile
legare, diventare troppo importanti, essere troppo al centro. Mentre Paolo diceva che “a noi
apostoli è stato assegnato l’ultimo posto, come condannati a morte” (cf. 1Cor 4,9). Il rettore di
un seminario italiano importante disse… pensate che la Rai voleva fare una trasmissione sui
seminari e mi chiama una giornalista chiedendomi un colloquio, mi racconta che aveva fatto
delle interviste a diversi rettori e formatori, ma che ciò che le avevano detto non se la sentiva
di mandarlo in onda, eppure non era molto credente! Abbiamo visto l’intervista, dove la
domanda era “come vede lei la vocazione in un ragazzo, quali sono le caratteristiche che lei
cerca, in base alle quali si può discernere la vocazione? La risposta testuale è stata: il
narcisismo! Il narcisismo, diceva, è molto importante perché il prete deve essere al centro,
davanti a tutti, con tutti gli occhi puntati su di lui, e lui deve godere di questa posizione. Se non
si sente così a suo agio non sarà un buon prete. Straordinario, incredibile! Questa donna, come
le levatrici in Egitto, con la mente sana di un contadino ha pensato “ma questo è matto!
Neanche per la scuole degli ufficiali dell’esercito si potrebbe dire una roba del genere,
figuriamoci per un prete! Questo sta proprio fuori!”

Il rischio c’è, non c’è dubbio, ma la visione che ha ricevuto Mosè al roveto ardente è che il
fenomeno non è sotto il suo controllo, e questo è molto bello. Il roveto che brucia ma non si
consuma fa sì che Mosè impari a tener conto dell’Altro e non solo delle proprie idee. È
l’opposto del nostro cammino. È interessante vedere anche che Mosè, secondo il racconto di
Dt 34, non entra nella terra promessa. Come sapete ci sono a riguardo indovinelli a non finire,
molti si sono chiesti perché non è entrato, quale male abbia fatto. Per di più non c’è la sua
tomba. È Dio stesso che lo ha seppellito e fino ad oggi non si sa dove. Ci sono tante storielle su
questo. Ma il testo biblico lascia poco spazio alle interpretazioni: Mosè muore non per
vecchiaia né per malattia, ma perché ha compiuto la sua missione, quella di portare il popolo
sulla soglia. Come nel passaggio da una tenda all’altra che una volta l’anno compiva il sommo
sacerdote, ha preparato così la comprensione di Cristo, perché colui che entra nella terra
promessa è Cristo. Mosè si è fermato sulla soglia. Quando Dio chiama una persona gli dà gli
anni necessari per compiere la parola. Ho incontrato anni fa una signora moribonda che mi
disse “padre, nessuno muore di malattia, io ho il tumore, sì, ma non muoio di tumore, mi
chiama il Signore quando ho compiuto la mia missione”. Che fede! “Ho compiuto”: è il parto
alla vita nuova.

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In questa visione del roveto si compie tutto ciò che sarà la storia di Mosè, ma il passaggio
principale è dal “fai da te”, dal “sei tu colui che deve fare” all’essere mandati per manifestare
Colui che ci ha mandato. La chiesa è una manifestazione. Quando Ireneo scriveva “il nostro
pensiero è eucaristico e l’eucaristia, a sua volta, conferma il nostro pensare”, aveva in mente
precisamente l’anafora con cui pregava. Perché nelle anafore antiche (che vengono poi
sigillate in quelle di Crisostomo e di Basilio) si diceva: “Padre, manda il tuo Spirito santo su
questo pane ché manifesti il corpo del tuo Figlio e Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo.
Manda il tuo Spirito santo su questo vino ché manifesti (anadexai in greco) il sangue del tuo
Figlio e Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo”. L’eucaristia è la manifestazione, perché il
grano è stato fatto per mezzo del Verbo; nel grano c’è già il Logos, ma c’è anche il lavoro
dell’uomo, perché non si mangia dal grano, ma la pagnotta che fa l’uomo. Allora con la discesa
dello Spirito sulla nostra offerta, il nostro lavoro insieme alla terra manifesta il corpo e la vita
di Cristo. La chiesa è fondamentalmente eucaristica, perché è la manifestazione di un’umanità
vissuta da figli di Dio, una manifestazione nella storia di questa umanità nuova, perché noi
siamo innestati in questa vita fin dal battesimo.

Prendiamo ora qualche spunto dall’altro brano che avete scelto che è 1Cor 1–2. Paolo
comincia con molta forza, e nel versetto 9 dice “fedele è comunque Dio, dal quale siete stati
chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro”. La chiamata è per Paolo il
fondamento di tutto. Purtroppo noi abbiamo distrutto questa visione della vocazione, ma ora
la storia ci sta liberando da alcune nostre fissazioni. Perché noi abbiamo ridotto la vocazione
all’essere preti, frati e suore e poi, accorgendoci dello sbaglio, abbiamo provato a recuperare
aggiungendo la vocazione matrimoniale… boh! Ma non è stato mai scritto nulla riguardo alla
vocazione di preti, frati e suore: la vocazione nel vangelo, nel Nuovo Testamento, è alla
comunione del Figlio suo; la vocazione è essere chiamati figli di Dio, partecipare alla vita del
Figlio con il Padre. Poi in questo corpo di Cristo ognuno deve fare qualcosa e quindi ci sono
ministeri, che sono servizi, e tra questi il sacerdozio, che è appunto ministeriale, un servizio. E
non c’è nessun prete, nessun sacerdote nel NT se non il solo Cristo, e noi partecipiamo al suo
sacerdozio. La vocazione è davvero molto più profonda e riguarda l’ontologia dell’essere
umano, cioè cos’è l’uomo veramente: uno chiamato alla comunione con Dio. Perché la vita
divina non è un essere metafisico bensì la comunione delle persone. I Padri greci hanno
impiegato tre secoli per far vedere che la vita di Dio, fondamento dell’esistenza, è la
comunione e non l’essere. Ecco il fondamento dell’esistenza: la relazione tra le persone libere,
la comunione.

E allora Paolo si chiede: “come mai, se siamo chiamati alla comunione del Figlio, sento che ci
sono divisioni?” “Io sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa”. Alcuni pensano addirittura di essere
direttamente di Cristo, cioè un’élite! Come mai? Il primo punto della 1Cor è precisamente
questo: “non avete inteso bene il battesimo”. E aggiunge “meno male che non ho battezzato
nessuno (se non due quasi per incidente), perché lo avete capito male”! Perché così sembra la
via della setta, del gruppo che ha un guru che ha battezzato, e invece il nostro battesimo è
innesto nel corpo di Cristo, come precisa in altre lettere. Siamo la vita di Cristo. Nel terzo
capitolo ne parla quando parla dei neofiti. Siamo incorporati in Cristo Gesù. Com’è possibile
che ci siano divisioni allora? Cristo è diviso? Come mai fate così? E non è solo una questione di

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orari: lunedì si radunano quelli di Cefa, martedì quelli di Apollo e giovedì quelli di Paolo. Come
succede nelle nostre parrocchie: lunedì i focolarini, martedì i neocatecumenali, mercoledì
quelli di CL e i gesuiti giovedì. Questo non c’entra niente con la chiesa! Mi ricordo un parroco
che ebbe l’infelice idea di inventarsi “il mese della comunione”. Un mese, vabbè! Così lunedì
quelli del primo movimento dovevano presentare le loro virtù e doni spirituali al resto della
parrocchia, martedì quelli del secondo movimento e così via. Che è successo? Che lunedì sono
venuti solo quelli del primo movimento, martedì solo quelli del secondo e mercoledì solo
quelli del terzo. La comunione ecclesiale se n’è andata a friggere da mo’… da quando il
battesimo è passato al sedicesimo posto! Abbiamo troppe cose prioritarie rispetto al
battesimo. Paolo dice che questo non va, e sarà molto duro. Leggetelo e rimarrete sorpresi
anche voi. Poi dice “io però non ho battezzato, ma sono venuto ad annunciarvi il vangelo, e
non da laureato in retorica per conquistarvi e affascinarvi, ma con la sapienza della croce”.

E così incomincia, già da 1Cor 1,17, a smantellare l’uomo religioso. Dice a quelli d’ispirazione
greca che si stanno perdendo dietro alle filosofie astratte, e a quelli di origine ebraica che
stanno cercando miracoli. Ma né l’una né l’altra cosa c’entrano con la fede in Cristo. Perché
Cristo è venuto come un dono e noi l’abbiamo ucciso sulla croce. Il crocifisso è l’unica sapienza
e l’unico dono. Lui propone la mentalità della croce. L’evangelizzazione si fa tramite la
stoltezza (per il mondo) che distrugge l’intelligenza degli intelligenti. E invece si cerca di
essere così preparati tecnicamente, così abili come se dovessimo convincere noi! Ma state
attenti, dice san Paolo, non è così: Dio sceglie infatti ciò che non vale niente per confondere i
potenti di questo mondo. È un passo a cui non crede più nessuno da cinque secoli ma è così!
Che cosa dà fastidio a noi di questo? Proprio il fatto che san Paolo smonti totalmente l’uomo
della religione. Per Paolo c’è una netta distinzione tra la religione, che lui chiama “l’altro
vangelo”, e la fede in Cristo. La fede è la manifestazione di Cristo che inabita i nostri cuori. La
religione è pensare che se ho imparato ciò che Dio dice, e faccio ciò che Dio chiede, io ho
comprato o conquistato la sua benevolenza, e non mi mancherà il suo aiuto nel momento
opportuno. Ho un rapporto giusto con Lui e quindi Dio mi salverà.

Paolo cita poi Is 29, che è un passo terrificante che annuncia l’assalto degli assiri a
Gerusalemme. I Giudei erano convinti di essere talmente forti intellettualmente e
militarmente, talmente abili, che avrebbero resistito agli assiri, mentre Isaia dice che Dio
distruggerà tutto. Noi siamo molto vulnerabili nell’autodifesa, anche se ci creiamo tutte le
metodologie possibili e immaginabili per salvarci. Ma come dice l’esegesi paolina, nella 1Cor
Paolo fa vedere che il demonio non attacca subito e direttamente i contenuti della fede; fa
sposare prima i suoi metodi: una metodologia che non è spirituale. E così si corromperanno
anche i contenuti.

Il vero metodo è invece la crocifissione, è perdere davanti al mondo, manifestando Cristo nella
nostra carne, come dice anche ai Galati: “in mezzo a voi si è manifestato Cristo nella carne, e
questi crocifisso”, e pensa a se stesso in mezzo a loro (cf. Gal 3,1). Sono molto acute queste
considerazioni della 1Cor nei suoi primi due capitoli: “affinché nessuno si possa gloriare
davanti a Dio”. E infatti questi nostri metodi lasciano spesso il tempo che trovano. La gente
viene e fa certe cose ma non succede niente di forte. Si rischia di fondarci sulle nostre
metodologie, sui criteri di frequenza o non frequenza, di adesione o partecipazione a quello
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che organizziamo. Ma non si spiega che le cose stiano crollando così velocemente come stanno
crollando ora se fossero basate sulla potenza di Dio…

Nel secondo capitolo Paolo dice così: “Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore
e trepidazione. E la mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di
sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non
fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. Per lui è molto chiaro che non
possiamo prepararci solo in base alle laure in teologia pastorale o catechetica o altre
metodologie varie. Questo funziona quando il cristianesimo è una religione parastatale,
quando tutti quelli che appartengono ad un’etnia sono automaticamente cattolici. È il modulo
costantiniano-teodosiano, quando siamo la religione di uno stato, di un’etnia, di una nazione:
nasci in una nazione e allora sei automaticamente cattolico, sei battezzato, fai la prima
comunione, ti confessi, ti sposi in chiesa e fai il funerale in chiesa. E allora lì il prete è un
funzionario parastatale che ha il suo ruolo, e tutto funziona apparentemente, anche se non
sappiamo quanti siano cattolici veramente. Ma Cristo probabilmente non ha mai avuto in
mente che tutta l’umanità o tutta un’etnia dovesse diventare cattolica battezzata. Non ci sono
passi in merito. Abbiamo invece l’immagine della pagnotta, con il lievito e il sale. Se
paragoniamo una nazione a due chili di pane, e in questa pagnotta un chilo e mezzo è sale
nessuno se la mangia!

Noi stiamo vivendo veramente una grazia di Dio che è lo smantellamento di un’impostazione
non di fede ma di religione. È un tempo ricchissimo questo, e noi siamo chiamati non a voler
mantenere lo status quo che ci fa tornare indietro, ma a camminare. Ci sono meno parroci? Va
bene, ognuno avrà quattro parrocchie. Ho trovato una volta un parroco che aveva 48
parrocchie! Dobbiamo diventare così pazzi? No, bisogna fare un ripensamento radicale, che
non è stringersi e correre come pazzi. Altrimenti non si salverà nessuno, e tanto meno le
persone.

Il trucco sta sempre nel metodo. Paolo lo dice: per comprendere il dono che abbiamo ricevuto,
per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato ci vuole lo Spirito santo. “Di queste cose noi
parliamo non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito,
esprimendo cose spirituali in termini spirituali”. Così viene tradotto, ma non è facile rendere
pneumatikois pneumatika. Pneumatikois sarebbe “agli spirituali”, “agli uomini spirituali” (ma
anche “in modo spirituale”, “con termini spirituali”) mentre pneumatika sono le “cose
spirituali”. Quello che si evince chiaramente è che le cose spirituali le capiscono gli spirituali, e
si possono trasmettere solo secondo la natura spirituale: non posso usare un mezzo che è in
dissenso con ciò che si propone; il linguaggio non si può discostare dal contenuto. Se io facessi
una conferenza sui mali causati dal fumo e fumassi durante tutta la conferenza mi sto
contraddicendo. Non si può discostare il linguaggio dal contenuto, infatti il modo è già
espressione del contenuto.

Perché gli antichi cristiani hanno preferito la paternità spirituale? Proprio perché essa è già
come metodo la manifestazione del contenuto: la relazione libera, d’amore, ecc. Tutto questo
ci sta indicando che il cammino davanti a noi è molto più semplice di come lo stiamo
rendendo. Il sacerdote forse non è chiamato a essere tutta questa macchina potente, e

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l’evangelizzazione è forse molto più semplice anche se molto più esigente. Dovremmo riuscire
ad aiutare le persone a vivere la vita battesimale, a essere libere da se stesse, a essere
veramente dei vivi tornati dai morti, veramente risuscitati dai morti. Allora l’amore per Dio
sarà la spontanea risposta. Perché sapete che quando uno viene salvato dalla morte è grato
tutta la vita a colui che lo ha salvato, e non parlerà mai male di lui, anzi cercherà sempre di
rispondergli perché lo ha salvato: io vivo per grazia e allora voglio vivere per chi mi ha dato
questo, voglio essere suo. Se avessimo dedicato le nostre forze a liberare le persone da se
stesse, a farli vivere da battezzati, sapendo che ciò che lavorano durante la settimana nella
domenica diventa il corpo di Cristo, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, che ci porta
davanti al Padre, forse sarebbe bastato. Che altro vogliamo? Se abbiamo liberato le persone da
se stesse, e ora nascono in Cristo, non vivendo più per se stesse ma per Colui che li ha redenti,
avremo fatto tutto. Ma questo non si fa con le strutture, ma da persona a persona, in un
rapporto libero, di amicizia. Come diceva Woytiła “l’amicizia è la via della chiesa”.

L’ultima cosa: quando Elia (cf. 1Re 18) si trova di fronte a una maggioranza schiacciante
mentre lui è una minoranza perduta che cosa fa? Non ha fatto vedere i muscoli, ma ha detto
“non sono in gioco io, caro Signore, ma Tu. Io ti preparo un altare, un’offerta e poi, quando gli
altri falliranno, riempirò tutto di acqua e farò anche un canale intorno per l’acqua. Ma dopo mi
siedo e tocca a Te. Perché il mondo deve conoscere Te e non Elia. Adesso accendi l’offerta, ora
tocca a Te”. Noi siamo affinché il mondo conosca lo Sposo e non la sposa, che certe volte
sembra pure una vedova! Deve conoscere lo Sposo!

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Mi è stato chiesto di dire ora qualcosa di più esplicito sul principio e fondamento come modo
spirituale di procedere. Bisogna però stare attenti (torno su questo), perché la nostra cultura
è prevalentemente razionalistica da secoli, e quindi si rischia, anche sul principio e
fondamento, di partire sempre da principi astratti, teorici, di dire “ecco, così è” e appoggiarsi
di nuovo su una visione teorica. Se prendiamo sant’Ignazio testualmente dice: “l’uomo è
creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare in questo modo la propria
anima; le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al
raggiungimento del fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto
quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo”.
Come vedete una cosa così molto facilmente può venir presa come una teoria o una dottrina
su cos’è l’uomo, qual è il suo senso, ecc. E invece al principio e fondamento della vita spirituale
si arriva attraverso l’esperienza. Solo chi ha tanto curato la propria vita spirituale sa fare una
sintesi esperienziale sul senso dell’esistenza, su quale sia la chiamata a partecipare nella vita
del Figlio e in che cosa si specifica. Questo non si scopre a priori ma a partire da una
riflessione sull’esperienza; si tratta di un succo sapienziale che viene dall’esperienza. È
importante non partire dalle astrazioni ma avere un occhio riflessivo su ciò che si vive, e
bisogna sempre partire da ciò che è il dono di Dio. Riprendiamo la frase “l’uomo è creato per
lodare e servire Dio": se questo non si colloca nell’esperienza dell’uomo nuovo non si può
assolutamente realizzare. Se tu sei ancora l’uomo vecchio, basato su te stesso, sui tuoi buoni
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propositi, sulle tue buone idee, sui tuoi buoni desideri e le tue buone teorie, basta che uno ti
punge un pochino e tu vai in tilt… ma come mai si va in tilt? Perché se l’unica sensibilità è
quella di se stessi lasciamo perdere…

Se le cose non sono collocate nel posto giusto vengono immediatamente fraintese: la giusta
visione di ciò che è il principio e fondamento della vita spirituale è quella che vale per l’uomo
nuovo, per l’uomo di Cristo, per l’uomo che vive la vita di Dio. Altrimenti di nuovo
incominciamo con la teoria, ma noi siamo già malati di questo. Tutti abbiamo studiato la
teologia: è quasi impossibile pensare a una cosa più astratta degli studi teologici, dopo due
anni di astrattismo puro che è la filosofia. Mi ricordo un mio amico che doveva fare uno di
questi esami che c’erano per i parroci (forse ora sono aboliti), e mi racconta che dopo sei o
sette preti era entrato uno dicendo “prima di fare l’esame volevo chiederti una cosa: ma
perché insisti così tanto sulla Trinità? Che c’entra la Trinità con la pastorale?” Questa è la
conclusione migliore degli studi teologici! Io lo vedo quando do gli esercizi ai seminaristi: mi
dicono che dopo aver studiato tutto il pomeriggio, per sentirsi a posto recitano il rosario, così
pregano un po’. Ma che studiano a fare allora? È assurdo, se io studio la Santissima Trinità
dalle 15 alle 19 il rosario che recito non mi fa neanche il solletico, perché il rosario è il rosario,
ma la Trinità è la Trinità, con tutto il rispetto per il rosario! Ma siccome la trinitaria è
un’aritmetica filosofica che non c’entra assolutamente con la vita allora si creano i concetti.
Notate questa cosa interessante: la religione crea concetti, idee e precetti proprio, perché
manca l’esperienza della vita.

L’immagine delle due tende di Mosè che riprende la Lettera agli Ebrei stanno a significare
l’umanità e il vero santuario di Dio che è oltre il velo. Se però non abbiamo esperienza di quel
secondo spazio noi allora lo pensiamo, ce lo immaginiamo e metafisicamente lo elaboriamo.
Ma chiunque ci ascolterà, avendo esperienza di quello spazio, ci dirà “ma cosa stai dicendo”?
Macario l’Egiziano dice che ci sono certe persone che provano a spiegare la dolcezza del miele,
e invece le persone che lo mangiano dicono “ma cosa sta dicendo questo? Non ha mai
assaggiato il miele e cerca di spiegarcelo”. Conclude Macario: “così sono tanti nostri discorsi
sulla vita spirituale; senza viverla vogliamo insegnarla”. Ma questo non è possibile, è una cosa
ovvia. Come vedete aumentano i concetti e le idee proprio quanto manca la fede, perché la
fede si esprime in immagini, con un linguaggio poetico, perché è esperienziale. Andate a
vedere i vangeli: quanti discorsi astratti ha detto Cristo che sono lì registrati? Ti chiarisci
subito. Aumentano i concetti quando manca la vita, perché la vita si esprime sempre nelle
immagini, che sono legate appunto alle scene della vita. Allora stiamo attenti a non
ricominciare di nuovo dallo stesso sbaglio, dicendo che la vita cristiana è una specie di ideale,
no! Lasciamo perdere gli ideali ci hanno già fregato sufficientemente (non è un termine
teologico ma rende bene l’idea). Il cristianesimo non è un’ideale, ma un modo di esistere che ci
viene donato e che si realizza nella storia. È Cristo che vive nella storia e noi siamo il suo
corpo, la sua umanità.

Sarebbe bello se noi riuscissimo a riflettere e magari dopo 10, 15 o 30 anni di sacerdozio
potessimo dire “cosa lo Spirito santo mi ha insegnato?”. Perché la memoria è lo Spirito santo.
Ci è stato mandato proprio per la memoria. “Egli vi ricorderà”, dice Cristo (Gv 14,26). “Cosa
rimane della mia esperienza, cosa veramente vale, cosa vorrei raccontare prima di morire,
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cosa vale la pena nella vita, qual è il senso di tutto ciò che ho fatto e vissuto? È
importantissimo che voi arriviate a una vostra comprensione di che cos’è il vostro principio e
fondamento!

Quando Ruini era ancora a Roma non so per quale incidente mi ha scelto per fare un corso
sulla confessione ai giovani preti. Ogni mese andavamo a questo corso: lui voleva venire
sempre in macchina con me, si metteva poi in prima fila e ascoltava tutto e al ritorno in
macchina commentava. Una volta mi dice “padre Rupnik, è molto interessante quello che lei
dice sulla confessione, ma non riesco a capire quali sono le sue fonti” (lui è un teologo
moralista!). Io gli rispondo “Eminenza, io ho paura che la sua teologia non arrivi a questi
livelli… Perché l’ho imparata da alcuni anziani padri gesuiti sloveni”. Un giorno avevo capito
(io ero un rivoluzionario da giovane) che stavano morendo e io non avevo raccolto la staffetta
del miele migliore che essi avevano prodotto. E quindi ho preso il treno, sono partito da Roma
in Slovenia (con un registratore Grundig di quel tempo, ancora mi ricordo) da questi padri,
per sentire questa loro esperienza purificata, distillata bene: la sapienza della loro vita. Ora
porto scritto questo che non trovi in nessun libro di teologia moderna. Ascoltarli era come
ascoltare Basilio il Grande, Gregorio di Nissa e Crisostomo, perché era la vita. Un prete se non
fa questo diventa facilmente un funzionario, mentre noi siamo chiamati a manifestare Cristo.

Ora voi nel programma pastorale farete per qualche mese memoria della diocesi di Roma.
Cose belle, non discuto, ma se si riduce solo a “una volta celebravamo messa in un capannone
e ora abbiamo la chiesa” è di dubbio valore, secondo me. Gli antichi cristiani hanno fatto
l’esatto opposto: hanno lodato Dio per l’opera che ha fatto, non per la casa che hanno
cambiato… Sarebbe bello sfruttare invece la memoria spirituale della diocesi di Roma.
Chiedersi, visto che siamo parte di questo corpo, come questo corpo in diverse epoche
culturali e storiche ha distillato le cose vere. E chiedersi anchee “ed io, nella mia vita concreta,
come mi sono mosso, che cosa rimarrà, cosa è vero e cosa invece sparirà e i vermi
mangeranno. Si tratta del recupero della memoria di una chiesa forte com’è quella di Roma; e
non bisogna risalire fino a Pietro e Paolo. Pensate anche a san Filippo Neri, che era un
furbacchione di prima classe che seppe venire incontro al popolo, che stuzzicava
continuamente, non lasciando in pace nessuno…

Il principio e fondamento deve sorgere da una memoria della redenzione, altrimenti sarà
un’astrazione e non serve la teoria. Serve invece una visione della vita nuova, che ha
un’“intelligenza nuova”, come diceva Basilio. L’intelligenza nuova fa pensare in un modo
nuovo. Perciò vi ho stuzzicato prima sulle varie scienze pastorali, che sono cose utili, non
discuto, ma certamente secondarie, ausiliari… Perché non è il metodo che imparo su come
fare le cose la forza principale. Io faccio sempre un esempio scandaloso ma vero: c’era un
gesuita sloveno nei tempi duri del comunismo (anni ’50, quando Tito si era staccato
dall’Unione Sovietica e doveva dimostrare ai comunisti di essere più duro dei sovietici), che
balbettava così tanto che non riusciva neanche a presentarsi, neanche a dire il suo nome senza
balbettare… la sua predica era un martirio per chi ascoltava, perché non riusciva a dire in 15
minuti più di una paginetta scritta a mano… Chi andava in chiesa poi sapeva che rischiava il
posto di lavoro (il lavoro era solo statale), eppure, si riuniva talmente tanta gente da stare
addirittura fuori della chiesa esposta agli sguardi degli osservanti comunisti che venivano a
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vedere chi c’era! Oggi uno così sarebbe scartato già nell’esame per entrare in seminario; lo
psicologo lo scarterebbe subito perché parla male… Ma non è così: se uno è incinto partorisce,
altrimenti è inutile preparare il lettuccio. E, come ben sapete, la gente annusa subito se uno
parla per sentito dire, perché ha imparato, oppure perché ha masticato e la parola si è fatta
carne.

Questo principio e fondamento deve venire fuori dalla memoria che è tua ma che è agganciata
alla chiesa. Non esiste “il mio Gesù”: questa è una fissazione modernista, devozionistica. “Io e il
mio Gesù”. “Fammelo vedere il tuo Gesù”, ti dico. Mi dirai “nell’eucaristia”. “Eh no, hai
sbagliato, l’eucaristia non è il tuo Gesù ma Cristo che è la chiesa. Fino a prova contraria il
corpo di Cristo siamo noi, la chiesa. Allora se sto davanti al Santissimo non posso pregare
Cristo senza tenere conto del suo corpo, perché senza il suo corpo Gesù non esiste. Allora la
mia esperienza, dalla quale tiro fuori una memoria purificata, che elabora la visione del senso
di ciò che vivo e sono chiamato a testimoniare, è cucita sulla memoria della chiesa, cioè sulla
comprensione sapienziale che la chiesa ha. E non si tratta di grandi storie astratte, ma di
poche parole che riassumono ciò che ha senso. E poi una grande sapienza. Ciò che entra in
questo mi interessa, il resto non interessa affatto.

Bisogna essere molto acuti nel selezionare, bisogna diventare molto selettivi. Io non sono
esempio di niente, ma mio padre, di beata memoria, che aveva una sapienza e una pedagogia
unica che non ho mai trovato in un gesuita, mi ha insegnato a essere molto selettivo. Molto. Il
budget di tempo che ho per la lettura è molto limitato, non posso andare a leggere il giornale,
sarei pazzo! Vado a leggere quello che giova a ciò che sono chiamato a fare, a essere. E non vivi
fuori dal mondo, perché per essere informato ci vogliono tre minuti al giorno. Basta scorrere
un portale, senza leggere gli articoli, perché sono tutte opinioni, uno la pensa così, l’altro
diversamente. A me interessa solo quello che è successo. Poi ogni parroco serio ha un amico
giornalista. Se sei paterno, prima o poi ogni laico serio ti chiederà cosa può fare per te. E tu al
giornalista chiederai “potresti informarmi velocemente ogni settimana su quello che sta
succedendo? O mi mandi un messaggino ogni volta che succede una cosa importante?” E
vedrai che ti ringrazierà di avergli dato quell’opportunità. Una volta in aereo mi è capitato di
parlare per ore con due signori a tale profondità, che a un certo punto mi è sembrato essere
arrivato il momento di dire che ero prete, perché mancava un passo perché si confessassero.
Ho fatto questo passo e si sono confessati. Erano due grandi giornalisti, non dico i nomi
perché sono super conosciuti in Italia. Dopo qualche settimana sono venuti da me e mi hanno
chiesto se potevamo farmi un regalo, fare qualcosa per me. Io ho detto “non sono uomo da
regali ma una cosa potete fare per me: informatemi”. Essi sono super felici e io sono super
informato. Ma perché devo perdere tempo se una persona con tanta gioia mi tiene informato
con un messaggino del tipo “Marco, domani cadrà il governo”, e l’indomani cade… Una volta
ho dato esercizi ai vescovi di una regione d’Italia e ho detto “tra sei mesi, più o meno, Mario
Monti sarà il primo ministro”. È venuto un vescovo da me, dicendomi “è vero che sei un
artista, però non esageriamo”. Poi mi ha scritto una lettera dicendomi “era vero, è diventato
primo ministro, come lo sapevi?” E allora gli ho detto che avevo due persone che mi
informavano per non dover perdere tempo inutilmente.

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Bisogna essere selettivi: cosa leggi, chi è il tuo maestro, chi segui, chi ascolti per elaborare
qualcosa cosa che sia utile? La televisione, internet? Puoi fare tante propositi ma vincerà
sempre la tv o internet! Io scommetto la Ford del centro Aletti che vincerà sempre internet. E
se casomai vinci tu, diventi talmente orgoglioso di essere riuscito a controllarti che è molto
peggio che se cedevi a internet! Solo l’uomo nuovo, solo chi ha la vita spirituale può gestire
queste cose, l’uomo vecchio non può. Allora bisogna spostarsi radicalmente nella zona
dell’uomo nuovo e vivere lì. Una volta un vescovo mi chiese dopo gli esercizi “l’ho sentita
parlare, padre, di questa vita nuova, ma che cos’è?” Al che ho risposto: “Eccellenza, Lei me lo
chiede? Ma come ha fatto ad arrivare alla prima comunione, alla cresima, perfino in seminario
e hanno sbagliato talmente tanto con lei che l’hanno fatto pure vescovo!”

Questo perché siamo partiti dai principi astratti, dal tipo “l’uomo partecipa alla vita divina”. E
cos’è la vita divina? Dice il Catechismo di Pio X: la perfezione. E la perfezione che cos’è? Che io
mi debba comportare così, fare così, pensare questo, non pensare questo, non sentire questo.
Ma così si diventa asciutti, secchi. Devo chiedermi che è la vita nuova, in cosa consiste, quale è
il dono di Dio ricevuto? Qual è la morte che ho passato, a cosa sono morto, che cosa veramente
ho lasciato alle spalle, quale vita? Cosa significa per me l’espressione di san Paolo “offrite voi
stessi a Dio come vivi tornati dai morti (Rom 6,12)”? Qual è la mia tomba lasciata alle spalle?
Allora quello che nutre questa vita nuova io lo prendo, mentre ciò che mi distrae o mi porta
altrove lo lascio. È una questione molto facile se uno conosce il cibo buono. Se stai mangiando
una bistecca fiorentina, anche se vedi una pubblicità molto bella di una carne in scatola non la
mangerai mai, la lascerai perdere, perché sai qual è la carne buona. Ma se non stai mangiando
la carne buona è difficile resistere. Ogni tentazione ha molta forza su di noi fin quando non
mandiamo dentro qualcosa. Come dicevano i Padri: si digiuna dopo che si è sazi del gusto di
Dio. Altrimenti è difficile.

Il principio è fondamento è dunque una regola importantissima, ma viene dalla vita e la si


elabora piano piano cucita sulla chiesa, sull’insegnamento patristico e del magistero, dove io
sono appoggiato, intessuto in un organismo, non sono da solo. Solo così uno riesce a imparare
pian piano la parrocchia, la comunità, e i cristiani imparano a elaborare personalmente una
visione, se no, rimaniamo sempre il gregge che segue qua e là certe indicazioni.
Personalmente si deve arrivare a una maturità. Oggi i laici sono esposti a una vita difficile,
cominciano a essere presi in giro nelle nostre democrazie molto fortemente. Oggi un laico che
lavora in un ufficio postale, per esempio, sapete quante frecciate riceve ogni giorno? Una
donna incinta, quante frecciate? Sono esposti, e allora bisogna aiutarli affinché quello che
vivono sia la loro vita, la loro verità, e non un vestito che indossano; allora possono cambiare i
tempi, le correnti del vento, ma loro restano fermi, perché sono appoggiati sulla salvezza, sulla
roccia. Il senso del principio e fondamento è proprio elaborare la memoria della roccia sulla
quale io esisto, e poi essere fedeli a questa visione. Noi purtroppo abbiamo un concetto di
fedeltà spesso orientato all’indietro: essere fedeli a ciò che si era. La fedeltà cristiana è invece
escatologica: essere fedeli a ciò che siamo chiamati a diventare, al futuro, alla chiamata, al
senso di questa chiamata. Perché solo se sono fedele a ciò che sono chiamato a diventare, avrò
i criteri del discernimento e saprò riconoscere quello che mi disturba.

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All’inizio dico sempre agli artisti che fanno quattro anni di scuola da noi al centro Aletti:
“dovete essere molto selettivi se guardate la tv o internet, perché sarebbe bello piano piano
congedarsi”. Rimangono scioccati… Ma se vogliamo fare le immagini spirituali le interferenze
fanno molto male. Quando lavoravo con la gioventù, quanti giovani non mi hanno detto “mi
sono innamorato, volevo baciare la mia ragazza, e mi sono venute tante interferenze dalle
immagini che guardavo, che non riuscivo a baciarla come volevo”. Certo se uno mette dentro il
sacco tutto ciò che vede questo diventa un disturbo enorme… La persona all’inizio non capisce
perché, ma quando incomincia a mangiare le cose forti, il cibo buono e vero, allora inizia da
sola a dire no, questo non entra, questo mi disturba, perché devo fare questo? E così inizia
piano piano a prendere una strada.

State sempre attenti a non partire solo dal presupposto razionale, intellettuale, senza
esperienza. Perché non è nella natura delle idee o dei concetti trasmettere né la fede, né la vita
né l’amore. Esse si trasmettono attraverso le relazioni tra le persone, attraverso la comunione.
E cos’è la comunione? È la vita di Dio che riceviamo nel battesimo. E non si tratta ora di
realizzare noi la comunione, ma lasciare che questa vita si realizzi. Perché è costituita così,
questa vita si realizza così. È la croce, come abbiamo visto prima nella meditazione, è il dono, e
chi vive così il Padre lo risuscita. Ma questo è inutile dirlo a priori. Bisogna che si dia pian
piano attraverso un cammino reale, altrimenti tutte queste cose rimangono astratte. Ed è
molto meglio perdere tempo con le persone, anche tralasciando un sacco di opere che
avevamo promesso di fare, ma cominciare a tessere le relazioni, perché questo sarà il tessuto
delle chiesa. Lasciate perdere tante cose, non vi preoccupate, a mio modesto parere. Parlo
liberamente, così non sarò più invitato… Non vi preoccupate se avete già dei programmi
operativi, è meglio riuscire a stare con le famiglie, andare nei palazzi, raccogliere cinque
famiglie a casa di uno, e lì perdere un po’ di tempo, fermarsi un’ora con la parola di Dio, con i
bambini che sono là, organizzando magari una cena semplice, e la volta successiva in un altro
palazzetto, e vedrai come sarà la parrocchia dopo alcuni anni! Bisogna andare nel territorio e
stare con le persone!

A me dispiace molto che dopo il comunismo l’est europeo è tornato indietro, come se non
avesse mente né memoria. Perché sotto il comunismo siamo stati costretti a cambiare, e lo
Spirito santo ci ha dato idee continuamente nuove. Ora, finito il comunismo, si dice “facciamo
come si faceva negli anni ’30”. Prima il parroco diceva la messa domenica in chiesa, ma dopo
aver detto messa ogni giorno di nascosto nelle famiglie: si è creato un tessuto fortissimo!
Perché la gente si è conosciuta, hanno vissuto insieme, hanno condiviso tutto, i bambini hanno
imparato il catechismo non nelle aule scolastiche ma negli ambienti della vita, e hanno capito
subito così che il catechismo non era teoria ma era la sapienza della vita. Erano doni che Dio
aveva dato alla chiesa affinché tutta la chiesa potesse cambiare. Giovanni Paolo II aveva
questa idea, e convocò il secondo sinodo europeo proprio per questo motivo, affinché si
facesse un passo. Ma l’est non ha parlato e non è successo niente. Ci aiuterebbe molto uscire
dalle strutture, che siamo così abituati ad avere, e cominciare a fare piccoli passi ma fecondi,
di uomini e donne che desiderano, che hanno veramente fame e sete di Dio.

Questo penso sia il principio e fondamento: un’esperienza sapienziale tessuta nella chiesa e
non un concetto ideale.
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