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Seneca: vita e opere

Lucio Anneo Seneca (Cordova, 5/1 a.C. - Roma, 65 d.C.) nacque in


Spagna, a Cordova, da una famiglia che aveva il nome gentilizio appunto
di Anneo. Fu il secondo di tre figli. Il padre, che si chiamava pure Anneo
Seneca, era un ricco possidente, di rango equestre, grande amante e
cultore delloratoria. Fu un uomo di severi costumi e molto amato dai
figli. La madre Elvia, di ricca famiglia, era molto pi giovane del marito.
Per volont del padre, Seneca e i suoi fratelli ricevettero in Roma
unaccurata educazione sotto la guida del neopitagorico Sozione e degli
stoici Papirio e Attalo. Seneca ebbe una salute molto cagionevole. In
particolare, ebbe affezioni ai bronchi e alle vie respiratorie. Per curarsi,
soggiorn alcuni anni in Egitto, il cui clima sembra che gli abbia molto
giovato. Intraprese quindi la carriera forense e nel giro di pochi anni
divent senatore. I successi forensi e oratori gli procurarono fama e
ammirazione nel gran mondo della capitale, ma furono anche causa delle
prime disgrazie. Nel 41 d.C., coinvolto in una accusa di adulterio a causa
di Giulia Livilla, sorella di Caligola, venne relegato dallimperatore Claudio
in Corsica. In realt, promotrice dellaccusa e del processo fu Messalina,
consorte di Claudio, perch riteneva Giulia Livilla, sorella di Caligola e
moglie di Vinicio, donna troppo bella e intraprendente, e quindi
pericolosa al punto da ritenere opportuno di eliminarla. Laccusa mossale
fu appunto quella di adulterio (Giulia si recava molto spesso da Claudio e
restava sola con lui), e nellaccusa venne coinvolto lo stesso Seneca, il
quale avrebbe, in un certo senso, favorito la relazione. Comunque il
forzato distacco dalla societ romana gli pes tanto che si abbass a
meschine adulazioni per ottenere il ritorno. Ma soltanto dopo otto anni
(49 d.C.) pot rientrare a Roma, quando Agrippina, la nuova moglie di
Claudio, lo fece richiamare per affidargli leducazione del figlio Domizio
Nerone. Quando poi Nerone divenne imperatore (nel 54 d.C. a soli sedici
anni!), Seneca gli rimase accanto in qualit di consigliere. Per la
crescente pretesa di Agrippina di intervenire nella direzione del governo
e il risentimento del figlio crearono una situazione insostenibile, che si
risolse nel matricidio. Seneca vi ebbe forse la sua parte, anche se non si
sa bene quale. Ci nonostante la sua posizione presso Nerone si indebol
sempre pi, ed egli si trasse in disparte dedicandosi alla filosofia per
alcuni anni (62-65 d.C., durante i quali compose le Questioni naturali, La
provvidenza, le Lettere a Lucilio). Accusato per di aver partecipato alla
congiura contro Nerone capeggiata da Calpurnio Pisone (probabilmente
Seneca non fu neppure un attivo cospiratore della congiura ma ne fu solo
informato) gli fu ordinato di uccidersi dallo stesso imperatore (a Nerone
bast la denuncia di un traditore che rivel i nomi dei complici e fra
questi cit anche Seneca) e Seneca si tolse la vita nel 65.d.C. Con lui
voleva togliersi la vita anche la moglie Paolina ma, informato di questo,
Nerone volle che Paolina si salvasse, per le evidenti conseguenze

negative che questo avrebbe provocato nellopinione pubblica. Tacito


negli Annali ci ha lasciato una celebre pagina che descrive la morte di
Seneca (cfr. XV, 62-64). Della sua molteplice attivit letteraria, ci sono
rimaste soprattutto le opere filosofiche, drammatiche e scientifiche. I
Dialoghi; le tre Consolazioni (a Marcia, Polibio, Elvia); le Lettere a
Lucilio; le Questioni naturali, alcune tragedie ecc.
Seneca: il pensiero
Luniverso
Nelle Questioni naturali Seneca rivela una originalit notevole rispetto al
pensiero stoico, nel quale in genere lo si inquadra. Le Questioni naturali
non sono neppure prive di qualche intuizione geniale (Seneca ad es.
indovina che le comete potrebbero essere astri dotati di orbite regolari
come quelle dei pianeti, cfr. VII, 22-23) ma quello che notevole il
quadro cosmologico ormai lontano dallimmagine delluniverso stoico
tradizionale. ammesso un Dio trascendente che compare a momenti
oltre luniverso fisico, dominato tuttavia ancora da una prevalenza
dellordine, mentre il mondo umano appare completamente in balia del
disordine e della irrazionalit. In questo universo non vi pi la
provvidenza stoica e a volte nemmeno lordine naturale pi una
certezza: nelle pagine dedicate al diluvio, la natura, che gi non era pi il
divino agente provvidente degli stoici, non nemmeno il regno
dellordine e della regolarit, pur sempre ispirati dal governo divino;
diventa la natura matrigna e nemica degli epicurei e di Lucrezio.
La morale
Il pensiero stoico permane invece sullo sfondo delle idee di Seneca. Il
punto focale del pensiero morale di Seneca consiste nella precisa
determinazione concettuale di ci che bene e di ci che male secondo
i canoni della Stoa. Bene ci che conserva e incrementa il nostro
essere, male ci che lo danneggia. Dunque la filosofia si impone come
terapia dei mali dellanima, Senza la filosofia lanimo malato. Solo la
filosofia pu svegliarci, dice Seneca, essa soltanto pu riscuoterci dal
nostro sonno profondo: consacrati tutto a lei (Lettere, 53,8). Questo
modo di filosofare che mirava allessenzialit e alla chiarezza, implica una
precisa presa di posizione contro due tendenze: in primo luogo contro
ogni forma di indagine mirante alla pura erudizione, alla mera ricerca di
dati e nozioni; in secondo luogo, contro i problemi teorici sempre pi
sottili cui si dedicavano non pochi professori di filosofia. La verit,
secondo Seneca, pu e deve essere espressa con chiarezza e semplicit.
Ora, poich l'uomo si distingue dagli altri esseri per la natura razionale
del suo animo, si dovr distinguere ci che in lui conserva e incrementa il
suo essere animale e ci che invece conserva e incrementa il suo essere
razionale, il suo logos. Dunque i veri beni sono solo i beni morali, quelli

che fanno buono l'uomo e che lo rendono virtuoso. Bene per l'uomo
solo la virt, male il vizio. In breve, la virt di ciascuna cosa consiste
nell'essere perfetta in ci che ontologicamente la caratterizza. Va lodato
colui che possiede l'unico vero bene dell'uomo,che la virt morale, e
non chi possiede ricchezza o nobilt di nascita o potere. Fra i beni e i
mali, ossia fra la virt e il vizio, stanno molteplici cose. Tutte le cose che
riguardano
il corpo e la vita fisica e ci che ad essi connesso (vita, salute, piacere,
bellezza, forza, infermit, povert, bruttezza ecc.) non giovano n
nuocciono all'anima razionale e per questo vengono considerate
moralmente indifferenti. Ma evidente che alcune cose moralmente
indifferenti saranno preferibili e altre non preferibili. Il vero bene, ossia la
virt, riguarda ci che sei (la tua essenza di uomo), i preferibili
riguardano invece ci che tu hai(le cose che ti appartengono e chi ti
riguardano solo dal di fuori). Tutti i mali, le angosce e le lotte degli
uomini rientrano sempre e solo nella sfera dei preferibili e mai nella sfera
della virt: ai primi si riferiscono tutte le illusioni di felicit, e quindi
l'infelicit; alla seconda la vera e autentica felicit. I grandi mali non
stanno tanto nelle cose quanto nella valutazione sbagliata che noi diamo
di esse.
Esiste per l'uomo la felicit? S, vivere felici equivale a vivere secondo
natura e vivere secondo natura vivere secondo la verit che la ragione
coglie, e quindi vivere nella dimensione del Logos. La felicit armonia
interiore, armonia dell'uomo con s,con le cose del mondo e col divino.
La felicit non ci che consegue alla virt, ma la virt in s e per s. La
virt autosufficiente in tutti i sensi. L'uomo felice artefice della
propria vita, in quanto non si lascia mai vincere n condizionare dalle
cose esteriori, perch punta su se stesso e sulle proprie capacit, pronto
ad accettare tutti i risultati che conseguono dalle sue azioni. La vera
libert del saggio consiste nell'uniformare i propri voleri con quelli del
Destino, ossia nel volere ci che vuole il Destino stesso. E se il Destino
lo stesso Logos divino, volere ci che vuole la ragione. Tutto come
deve essere e come bene che sia. Tutto ci che esiste, esiste nel
migliore dei modi; in questo senso, il Fato viene a coincidere con la
Provvidenza. Noi non possiamo cambiare la quasi totalit delle cose che
ci circondano; per possiamo cambiare il nostro animo: se noi volessimo,
potremmo sopportare con coraggio tutto ci che ci capita, e questo
significherebbe mettersi in armonia con la natura. "Il fato guida chi
segue, trascina chi recalcitra" (Lettere, 107,8-11).
L'analisi psicologica porta Seneca a dare un rilievo al concetto di
coscienza che non si riscontra in nessuno dei filosofi a lui precedenti, n
greci n romani. L'animo deve essere chiamato quotidianamente a
rendere conto di ci che si fatto nel corso della giornata; cos facendo,
dovendosi presentare tutti i giorni davanti ad un severo giudice, i vizi, se
non cesseranno, per lo meno si modereranno. Dopo che l'animo ha

approvato o ammonito se stesso, pu dormire, cos liberatosi, sonni


tranquilli. La coscienza l'interiore consapevolezza del bene e del male,
che una connotazione essenziale dell'uomo in quanto uomo. Pertanto il
malvagio, anche se pu sfuggire alle punizioni della legge, non pu
sfuggire alla sua coscienza che gli infligge la pena del rimorso e della
paura. Questo concetto cos ben delineato della coscienza come
sentimento interiore del bene e del male e giudice dell'agire morale
dell'uomo rientra nel quadro categoriale del Medioplatonismo. Il
Medioplatonismo ha influssi ancora pi marcati nella concezione che
Seneca presenta della natura delluomo, come anima e corpo fra loro non
solo differenti ma, per certi aspetti, in vera e propria antitesi. Il corpo
un albergo in cui lanima soggiorna per poco; un peso e una pena per
lanimo.
Se la virt la perfetta attuazione della ragione, poich la perfetta
attuazione della ragione non pu avere luogo se non mediante la
conoscenza, la virt verr a identificarsi con la conoscenza. E' stato
Seneca a rompere lo schema dell'intellettualismo ellenico introducendo il
concetto di voluntas. Il termine latino voluntas non ha un corrispettivo
nella lingua greca,ma esprime un'esperienza etica nuova e di differente
calibratura. La volont non un fatto dell'intelletto. La volont del bene
prorompe dalle profondit dell'anima e occorre un assiduo lavoro perch
essa pervenga ad una chiara visione del fine e si tramuti in buona
intenzione. N da sola basta; soltanto con la scienza del bene diviene
possibile, nella sua forma pi elevata e pi pura, la volont. Mentre
l'antica Stoa divideva gli uomini fra saggi e stolti, Seneca li divide nella
nuova ottica della volont, ossia quelli che hanno buona volont e
quelli che hanno cattiva volont. La volont posta all'origine dello
sforzo di perfezionamento morale e del cammino verso la virt. che
cosa ti occorre per essere buono? Volere (cfr. Epistole, 80,4).
Un altro pensiero che differenzia Seneca dalla Stoa, e in larga misura da
tutto il pensiero greco, consiste nella convinzione che non esiste uomo
senza peccato,senza colpa. L'uomo , proprio in quanto tale, un
peccatore. "Nessuno di noi senza colpa!" (L'ira,II 28,1-4; cfr., anche La
clemenza, III 4, 1-4). Questa forte concezione dell'uomo peccatore
strettamente connessa al concetto di voluntas. Solo se si fa dipendere il
peccato dalla volont, e se si concepisce il peccato non pi come un
semplice errore di conoscenza, ma qualcosa di molto pi complesso, si
pu spiegare come, pur conoscendo il bene, l'uomo possa peccare,
appunto perch la volont risponde a sollecitazioni che non sono
solamente quelle della conoscenza.
Seneca stato, fra gli Stoici, il pi accanito avversario dell'istituzione
della schiavit. Non ha fondamenti oggettivi la distinzione sociale fra
nobili e non nobili: il vero nobile solamente colui che reso tale dalla
saggezza e dalla virt. Ma la virt a disposizione di tutti. Infatti la
nobilt e la schiavit sociali dipendono dalla fortuna. All'origine tutti gli

uomini erano uguali.


L'elevato concetto di Dio (Seneca ha una concezione oscillante tra il
panteismo delle Lettere e una divinit trascendente nelle Questioni
naturali) e dell'uomo e altri spunti (il peccato o colpa, l'uguaglianza tra
gli uomini) hanno fatto sorgere la leggenda dei rapporti tra san Paolo e
Seneca e, in proposito, stato fatto circolare addirittura un epistolario
apocrifo fra i due. Ma come da tempo stato rilevato, fra il messaggio di
Seneca e quello cristiano c' una differenza di fondo: per il cristiano
Dio che salva l'uomo mentre per Seneca resta ancora luomo che salva
se stesso. A questo punto bisogna comprendere nella giusta maniera la
ripetuta affermazione di Seneca di indipendenza dalla Stoa e dal vincolo
dei maestri. Certo, serve seguire la strada aperta dai maestri ma se,
procedendo, se ne trova nuova, bisogna cercare di spianarla, per arrivare
a quella verit che resta sempre aperta (Lettere, 33,10-11). Dunque ci
che Seneca mette in atto una rottura delle chiusure di Scuola,
un'evidenziazione di quei beni comuni che chi ricerca la verit ha a
disposizione, da qualsiasi parte provengano, perch, mentre la scuola
per vari aspetti chiusa, la verit aperta a tutti coloro che la cercano.
Anzi il messaggio conclusivo di Seneca : va desiderato e cercato solo ci
che importante e va invece lasciato da parte tutto ci che agli uomini
appare importante ma non lo .
Bibliografia
Seneca, Tutti gli scritti filosofici, Rusconi
Seneca, Le tragedie, I millenni Einaudi