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BONIFACIO VIII

Enciclopedia dei Papi (2000)


di Eugenio Dupr Theseider
Bonifacio VIII
Non si conosce la data di nascita di Benedetto Caetani, il futuro B.: forse da situare nel quarto
decennio del Duecento (1235?). Nacque quasi certamente in Anagni, da una famiglia della piccola
nobilt della Campagna: il padre Roffredo e la madre Emilia dei signori di Guarcino (detti anche "di
Patrasso"), imparentata con i conti di Segni, ebbero vari figli dopo il primogenito Roffredo:
Benedetto era forse tra i pi giovani.
Di lui non abbiamo notizia prima del 1260, quando Alessandro IV gli permise di assumere un
canonicato nella cattedrale di Todi (un altro ne aveva gi in Anagni), dove Benedetto deve essersi
portato allorch (1252) suo zio paterno Pietro Caetani ne divenne vescovo. Ebbe allora inizio una
sua lunga e affettuosa consuetudine con quella citt umbra, di cui il fratello Roffredo (1283-1284) e
quindi egli stesso (1297) vennero eletti podest. Presso Todi gli appartenne il piccolo castello di
Sismano, forse lasciatogli dallo zio vescovo. Pu darsi che in Todi abbia iniziato privatamente lo
studio del diritto, continuandolo a Spoleto e Perugia. Ipotesi abbastanza plausibile che vi si
dedicasse in modo pi profondo e sistematico all'Universit di Bologna, dove fu certamente, ma in
data non precisabile. Assai dubbio invece che abbia frequentato anche lo Studio di Parigi.
Comunque, la sua eccezionale cultura giuridica, particolarmente nel campo del diritto canonico,
dovette completarsi negli anni in cui fu alla Curia romana, impareggiabile scuola, che lo form
anche come diplomatico e statista, durante un trentennio di attivit, in cui ebbe spesso incarichi di
fiducia.
Le sue grandi missioni in Francia e in Inghilterra gli permisero di formarsi una vasta esperienza e lo
fecero apprezzare da parte dei capimissione e futuri papi; non un caso se durante i loro pontificati
percorse rapidamente la carriera curiale, come avvocato concistoriale, notaio, cancelliere e infine
cardinale.
Nel 1264 andava a Parigi, come segretario del cardinale legato Simon de Brie (poi Martino IV). Di
l, nell'anno successivo, e fino al 1268, accompagnava in Inghilterra un altro cardinale legato,
Ottobono Fieschi (il futuro Adriano V). Benedetto ricorder, pi tardi, di esser stato assediato allora
nella torre di Londra e liberato dal futuro Edoardo I. Da quel tempo ebbe sempre simpatia per quel
re, e ne pu esser derivato, di riflesso, un certo pregiudizio verso il re di Francia, Filippo IV il Bello.
Durante il suo brevissimo pontificato (1276) Adriano V lo inviava in Francia per sopraintendere alla
raccolta delle decime della crociata, e fu anche questa una utile esperienza nel campo finanziario.
Insieme col cardinale Matteo Rosso Orsini e per incarico di Niccol III condusse nel 1280 le
trattative fra Rodolfo d'Asburgo e Carlo I d'Angi.
Martino IV lo faceva cardinale diacono di S. Nicola in Carcere (12 aprile 1281), autorizzandolo a
conservare i molti benefici di cui godeva (diciassette, dei quali otto in Francia). Una missione di
scarso rilievo (presso Carlo d'Angi, per dissuaderlo dal duello con Pietro III d'Aragona) lo metteva
a contatto con il grave problema delle conseguenze del Vespro siciliano, questione destinata a
influire profondamente su tutto il suo pontificato. Fin da allora dovette simpatizzare con l'Angioino,

tanto che (come pi tardi ricorder) lo rimproveravano di essere "gallicus", cio filofrancese e
antiromano. Di positivo c' che protesse ed aiut sempre casa d'Angi. Nel 1289, essendo papa
Niccol IV, suo grande protettore, unitamente al cardinale Latino Malabranca ed altri cardinali si
occupava di una intricata questione giurisdizionale fra il re di Portogallo e quella Chiesa, a
proposito di appropriazioni ed ingerenze indebite da parte dell'autorit laica, affrontando nella
relazione conclusiva, forse opera sua, il problema dei rapporti fra i due poteri: un precedente
d'indubbia importanza per gli altri pi gravi conflitti che impegneranno poi Benedetto da pontefice.
Ebbe subito dopo a occuparsi del problema siciliano. Essendo Carlo II d'Angi assediato in Gaeta
da Giacomo II d'Aragona, da Roma partivano in legazione i cardinali Gerardo di Sabina e
Benedetto Caetani. Ma Carlo non volle neppure riceverli, finendo invece per accettare la
mediazione inglese per una tregua. Pi tardi Caetani, da papa, gli rimproverer questo passo, troppo
affrettato e non autorizzato dalla Chiesa.
Speciale interesse presenta la grande legazione in Francia dei medesimi cardinali (primavera del
1290). Fu l'occasione in cui Benedetto si afferm veramente come abile negoziatore, ma anche
come battagliero assertore del punto di vista della Curia romana. Varie e delicate erano le questioni
da trattare, sia sul piano internazionale sia interno della Francia. Tra queste, e non riguardava solo la
Francia, v'era il grosso dissidio fra clero secolare e clero regolare, provocato dalla bolla di Niccol
III (Exiit qui seminat) a favore degli Ordini mendicanti. Nel novembre del 1290 si adunava per
dirimere tale questione, in Parigi, un sinodo, nel quale Caetani, dimostrando una perfetta
conoscenza e padronanza del problema, assunse una netta posizione, destinata a suscitare nel
mondo francese vive ostilit e antipatie, che si sarebbero protratte assai a lungo. In quell'occasione
Benedetto apparve per la prima volta nella sua piena personalit di duro polemista, beffardo, anzi
mordace parlatore, altero formulatore di ordini. Durante tutto il 1290 i legati restarono in Francia,
per condurre in porto due importanti accordi internazionali, tra Francia ed Aragona, e fra Aragonesi
e Angioini (convegno di Tarascona, febbraio 1291).
Al suo ritorno a Roma, Caetani venne promosso cardinale prete di S. Martino ai Monti (22
settembre 1291), anche questa volta senza perdere gli altri canonicati e prebende. Cos, grazie
all'ascendente che aveva e che veniva consolidando sempre pi, pot favorire la fortuna della
propria famiglia. Il fratello Roffredo diveniva senatore di Roma per il 1291-1292. Alla sua morte
l'affetto del cardinale (e poi del papa) si concentr tutto sui nipoti, specie su Pietro, che egli fece
marchese di Ancona. L'ingente capitale accumulato con i redditi delle sue varie prebende gli
permise di accarezzare e poi tradurre in atto, valendosi senza scrupoli della sua alta posizione
ufficiale, un vasto e organico piano di azione, inteso a costituire per la sua famiglia un solido
patrimonio fondiario. Non soltanto gli premeva di mettere i Caetani in grado di reggere al confronto
con le grandi casate dell'aristocrazia baronale romana, gi illustri per aver fornito alla Chiesa papi e
cardinali, ma voleva anche costituirsi in tal modo una sicura piattaforma di potenza.
Per tali acquisti patrimoniali Benedetto procedeva in modo sistematico, in genere preferendo
localit che avessero valore di chiave o di capisaldi per ulteriori acquisizioni, s da accerchiare e
costringere poi alla cessione un numero sempre maggiore di altri proprietari. Dopo i primi sporadici
inizi (in Anagni, 1278), i suoi acquisti divenivano considerevoli con la compera del castello di
Selvamolle presso Ferentino e si allargarono rapidamente nella zona fra Anagni, Alatri e Ferentino.
stato assai bene rilevato da G. Falco (Sulla formazione e la costituzione della signoria dei
Caetani) che, fin dall'inizio di tali acquisti, si manifest una sorda rivalit fra Caetani e i Colonna.
Da principio ci avvenne in clima di accordo: insieme, Giacomo Colonna e Benedetto condussero
le trattative di pace fra Roma e Viterbo (1291) ed a questa citt fecero un cospicuo prestito; nel
1293 Benedetto aiutava Pietro Colonna a comprare il dominio feudale su Nepi. Allo scontro palese
fra Colonna e Caetani si giunse per due localit della Marittima, dove stava disgregandosi il
patrimonio degli Annibaldi: Norma e Ninfa. Sembra che Caetani arrivasse per primo ad acquistare

Norma (per 26.500 fiorini, nel 1292), al che i Colonna rispondevano con l'acquisto di Ninfa, che
per nel 1297, dopo la loro rovina, sarebbe passata ai Caetani. In due altre zone Benedetto, prima da
cardinale poi da papa, provvedeva ad acquistare terre e titoli feudali per i propri parenti: in Terra di
Lavoro, dove s'avvalse del favore di Carlo II per ottenere al nipote Roffredo (II) l'investitura delle
localit di Vairano e di Calvi, e poi (27 febbraio 1295) della Contea di Caserta; e nel Patrimonio di
S. Pietro in Tuscia, dove per qualche tempo procur a un suo nipote la grande Contea
aldobrandesca, attraverso un matrimonio veramente mal assortito e anche poco duraturo. Un altro
sposalizio, ma con durevoli e positive conseguenze patrimoniali, assicur ai Caetani la Contea di
Fondi. Da notare che, dove pot, Caetani fu attento a che le varie acquisizioni avvenissero in
modo giuridicamente ineccepibile e fossero garantite da validi titoli di propriet o di possesso: tale,
la bolla di investitura feudale che rilasci nel 1300 al nipote Pietro Caetani per tutti i suoi acquisti.
In questo modo, alla sua morte la fortuna territoriale di casa Caetani era assicurata perch fondata
su un complesso omogeneo di terre e di localit, anche se andr perduto quello che proveniva dal
favore del re angioino. L'accusa dei Colonna, che Caetani per questo scopo avesse attinto senza
scrupoli alle casse della Chiesa, probabilmente infondata. Piuttosto resta dubbia la correttezza del
suo agire. I papi precedenti (Martino IV e Niccol IV) avevano vietato che si alienassero a baroni
romani le terre della Campagna e della Marittima, ma Caetani giustific l'infrazione commessa,
allegando la particolare devozione che la sua famiglia aveva ed avrebbe sempre avuto per la Chiesa.
Il lungo conclave del 1292-1293, succeduto alla morte di Niccol IV, doveva vedere i cardinali
discordi, e poi in fuga da Roma e dai calori estivi. Caetani si ridusse alla sua Anagni e poi al castello
di Sismano, sempre solo e facente parte per se stesso, non essendo legato ad alcuno dei due
schieramenti contrapposti dei Colonna e degli Orsini. Era in buoni rapporti con ambedue le
famiglie, anzi imparentato con loro alla lontana: caso mai, li aveva migliori con i Colonna. Si seppe
comportare a ogni modo con molta abilit (s che fu allora giudicato "quasi dominus Curie").
Quando, alla ripresa del conclave (Perugia, 1294), dai cardinali, non senza la pressione di Carlo II,
venne scelto l'eremita Pietro del Morrone, papa Celestino V, Benedetto gli diede senza esitazione il
suo voto.
L'abdicazione o rinuncia del papa, tanto discussa allora ed ancor oggi, va strettamente unita alla
leggenda, "su piano di novellistica" (A. Frugoni), della parte che Caetani vi avrebbe avuto
nell'indurre con subdola abilit e nel proprio interesse Celestino V alla grave decisione. La cosa va
esclusa, essendo invece assai probabile che l'idea del "gran rifiuto" sia sorta e cresciuta nell'animo
stesso di Celestino V, e pu darsi benissimo che Caetani, ormai noto e stimato come una vera
autorit nel campo del diritto canonico, sia stato interpellato dal papa circa l'ammissibilit e validit
della rinuncia; ed da credere che il suo parere, dato per in piena scienza e coscienza, sia stato
determinante. Pu infine darsi che egli stesso abbia redatto il testo dell'atto di abdicazione che
Celestino lesse in Concistoro.
Brevissimo, in Napoli, il nuovo conclave; il 24 dicembre 1294 i cardinali, al terzo scrutinio,
elessero Benedetto Caetani pontefice, non proprio unanimi; ma poi i dissenzienti "accedettero"
all'elezione. Erano questi probabilmente i cardinali francesi e non i Colonna, i quali dovettero
comprendere, non meno dei loro rivali Orsini, che occorreva sfuggire all'oppressiva tutela del re
Carlo II. E sembra che anche questi rimanesse contento della scelta. Tutto quel che Benedetto aveva
fatto sino allora per casa d'Angi deponeva a suo favore.
Dell'energia del nuovo pontefice, che prese per s il nome di Bonifacio, si ebbe subito la prova.
Come egli stesso afferma nella bolla Olim Celestinus (8 aprile 1295), il suo predecessore in
persona, rendendosi conto del caos che lasciava in tutti i campi della amministrazione curiale, lo
aveva pregato di rimediarvi; fatto sta che egli in parte abol, in parte sottopose a sospensiva i
provvedimenti presi da Celestino V, tutti sospetti di esser stati estorti alla sua "sancta simplicitas".

Fu riconosciuta valida soltanto la sua creazione di dodici cardinali, e sarebbe stato impossibile (oltre
che imprudente) revocarla in dubbio. Queste disposizioni del nuovo papa, non arbitrarie, ma prese
per necessit di governo, e comunque indizio di un dinamismo inconsueto, non poterono mancar di
suscitare i primi malumori fra gli interessati e negli ambienti di Curia. Sembra che si diffondessero
anche tra il popolo napoletano: si dice che qualche tempo appresso, essendosi sparsa la voce della
morte subitanea in Roma di B., a Napoli si esultasse pubblicamente. Assai malcontento dovette
essere anche il re, allorquando il papa decideva di abbandonare Napoli per portarsi a Roma.
Partiva il 1 o il 2 gennaio 1295, e nel suo seguito era, sotto stretta sorveglianza, l'ex papa, che poco
prima aveva tentato di fuggire ma era stato catturato dai militi angioini e consegnato a B., il quale
fin per rinchiuderlo nella rocca di Fumone (la leggenda che lo facesse uccidere non merita credito).
Il 17 gennaio entrava trionfalmente in Roma. Veniva consacrato in S. Pietro e incoronato in
Laterano il 23 gennaio.
L'avvenuta intronizzazione veniva da B. annunciata alla cristianit con l'enciclica Gloriosus et
mirabilis (25 gennaio 1295), in cui, con linguaggio fortemente retorico, si svolge il tema dell'unit
della Chiesa. Non appena pontefice, B. continuava a mostrare il suo "stile", togliendo di mezzo altri
abusi che, oltre ad essere dannosi e disdicevoli per la Chiesa, offendevano la sua sensibilit di
giurista. Cos come aveva fatto con i provvedimenti di papa Celestino, annullava (aprile 1295) tutte
le "aspettative", purch non ancora perfezionate, che erano state concesse da Onorio IV e da
Niccol IV. Parimenti indicativa fu la radicale sostituzione di tutto il personale della Curia e della
Cancelleria con persone a lui devote, in quasi tutti i posti e gradi. In tal modo spezzava tutte le
antiche clientele, e preparava naturalmente la propria.
Cos dunque, nell'aprile del 1295, egli dava inizio a una prodigiosa attivit di governo, che non
avrebbe avuto mai sosta, se non a causa di malattia; e per vero da questo punto di vista il papa fu
duramente provato: soffriva di gravi disturbi del ricambio, specie di gotta e di calcoli renali.
Unico giovamento era il consumo dell'acqua di Anticoli (odierna Fiuggi), che gli veniva portata
espressamente a Roma con carovane di muli. Solo qualche anno pi tardi il papa doveva trovare nel
medico catalano Arnaldo da Villanova colui che seppe alleviare i suoi mali.
Il riacquisto dell'isola di Sicilia all'obbedienza della Chiesa ed a favore degli Angioini fu il
problema che occup quasi interamente il pontificato di B., il quale vi si dedic sempre di persona,
con un incessante impegno, valendosi della sua arte diplomatica e dispiegandovi una tenacia, una
pazienza che in lui erano veramente insolite. Eppure dovette finire per rassegnarsi alla vittoria
aragonese.
Non risulta che, da cardinale, avesse avuto parte negli accordi di Figueras (1293), con i quali Carlo
II e Giacomo II si erano intesi circa un cambio fra la Sicilia e la Sardegna, da conquistare questa
con le forze congiunte dei due re. Fu per la soluzione che poi B. doveva far sua. Ve n'era poi
un'altra, anch'essa avviata prima ch'egli divenisse papa: indurre il luogotenente e fratello di
Giacomo, Federico, a rinunciare all'isola. Quando, gi nel febbraio 1295, i Siciliani gli inviarono
una propria ambasceria d'omaggio, B. rispose che avrebbe trattato direttamente con il luogotenente,
in presenza tuttavia di rappresentanti dell'isola muniti di pieni poteri. L'Aragonese accett
d'incontrarsi con il papa a Velletri, nel giugno 1295. Allora questi, per meglio convincere Federico,
gli propose, sempre in cambio della rinuncia alla Sicilia, di procurargli la mano di Caterina di
Courtenay, nipote dell'ultimo titolare dell'Impero latino d'Oriente e ambitissima erede di quella
Corona; gli promise anche un cospicuo sussidio in denaro per la conquista di quel trono. Poich
Federico non si mostr a priori contrario a tale prospettiva, B. pot illudersi di aver gi risolto il
problema siciliano, tanto pi che contemporaneamente aveva mandato avanti le trattative anche con

Giacomo II. Vi fu una serie di accordi che si usa raggruppare sotto il titolo di "pace d'Anagni" (20
giugno 1295). Lieto com'era del suo primo successo in politica estera, B. lo celebr in due bolle,
Splendor glorie e Dilecta pax. Ma s'ingannava. Federico aveva posto come precisa condizione che
la Courtenay accettasse entro una data scadenza; quanto a Giacomo II, non si era impegnato
formalmente alla restituzione dell'isola. Il papa si adoper instancabilmente per tradurre in atto le
sue speranze. Sapendo del loro ascendente su Federico, volle rendersi favorevoli i due maggiori
esponenti della popolazione isolana e fedeli suoi consiglieri: Giovanni da Procida (al quale fece
restituire da Carlo II certe terre che gli erano state confiscate) e Ruggero di Lauria, cui concesse in
feudo le isole di Gerba e di Cherchen nella Grande Sirte. Cercava inoltre di procurarsi simpatie fra
gli stessi Siciliani: offriva loro il passaggio dell'isola sotto il diretto dominio della Chiesa e la
facolt di scegliere da soli un cardinale che li avesse a governare; e, poich gli isolani affermavano
che "non volebant esse francigenas dominos suos", ecco il papa prometter loro che non avrebbe
inviato a reggerli "gallicos sive provinciales sive ultramontanos", bens "regnicolas seu alios italicos
vel etiam de ipsa insula oriundos".
Quali che fossero, i progetti e le speranze del papa furono resi vani, dapprima dal rifiuto opposto da
Caterina al matrimonio con Federico (che pertanto restava libero dal suo impegno), e poi soprattutto
dall'iniziativa dei Siciliani, che in un loro parlamento a Palermo dichiaravano Federico "signore"
dell'isola (11 dicembre 1295); poi, il 15 gennaio 1296, un altro parlamento a Catania lo acclamava
"re di Sicilia", col nome di Federico III. Naturalmente il pontefice dichiarava nulla questa iniziativa
e abusivo il titolo regio di Federico, al quale ingiungeva di presentarsi subito a Roma. Vi invitava
anche Giacomo II, che vi giunse ai primi del 1297, ma non ottenne di convincere il fratello. Allora
B. si decideva per l'azione di conquista militare della Sicilia, che volle affidare per l'appunto a
Giacomo II.
Con la bolla Redemptor mundi (20 gennaio 1297) instaurava con lui nuovi e interessanti rapporti,
collegati in modo tipico sia con la questione siciliana sia con il proposito di riconquista della
Terrasanta. Gli conferiva le cariche di gonfaloniere, capitano e ammiraglio generale delle forze della
Chiesa, titolo quest'ultimo del tutto nuovo, e che si accompagnava al proposito di formare una flotta
papale di sessanta triremi, che effettivamente si incominci subito a costruire nei cantieri catalani,
con enorme spesa per Bonifacio VIII. probabile che l'idea di far sventolare nel Mediterraneo lo
stendardo papale su una flotta della Chiesa sia venuta in mente a lui stesso; e rispondeva ai suoi
propositi di magnificenza. Ma la flotta non venne mai in essere, e del resto assai pi positivo era
l'impegno, che Giacomo II si assumeva, di porre la potente marineria del Regno aragonese a
disposizione della Chiesa per combatterne i "rebelles atque inobedientes".
Cos Giacomo II veniva a Roma, dove si trovavano gi, su invito o meglio ingiunzione del papa, la
madre Costanza e la sorella Violante, promessa sposa a Roberto d'Angi. Poi, con la bolla Super
reges et regna (4 aprile 1297), B. gli conferiva il titolo di re di Sardegna e Corsica, e il 5 gliene
imponeva la corona di propria mano.
Non sappiamo fino a qual punto il papa contasse effettivamente sulla efficienza militare del re
d'Aragona, o sulla sua buona volont di combattere veramente contro il proprio fratello. Allo
scontro armato poi si venne in effetti, con la battaglia navale di Capo d'Orlando (4 luglio 1299), in
cui Federico venne nettamente sconfitto, ma riusc a salvarsi, bench ferito, e Giacomo non sfrutt
la vittoria ma, subito dopo, se ne torn in Aragona, accampando come ragione o pretesto la
mancanza di sussidi da parte del papa, il quale se ne dolse assai e lo accus apertamente di aver
tradito la Chiesa.
Oltre a questa sequela di eventi ve ne furono in quel tempo altri, che procedettero in parallelo fra
loro ma si influenzarono anche reciprocamente, e condizionarono tutto il comportamento e le

decisioni del papa. Vi anzitutto da considerare la rottura fra lui ed i due cardinali Colonna,
Giacomo e Pietro (nipote del primo), strana e penosa vicenda, che, pur essendo in s limitata al
mondo curiale e romano, ben presto pass sul piano internazionale.
Confluirono in essa vari motivi: quello familiare e locale, che si collegava alle reazioni determinate
dal delinearsi della nuova potenza di casa Caetani; un motivo politico connesso con lo stretto
rapporto che vi era fra i Colonna e gli Aragonesi; e infine un motivo religioso, in quanto i due
cardinali erano molto legati all'ambiente celestiniano e degli Spirituali, saturo di aspettazioni
gioachimitiche, portato a condannare come corrotta la Chiesa del tempo ed a giudicare B. papa
illegittimo. Quest'ultimo motivo si cambi assai per tempo in un problema di natura ecclesiologica,
di vasta portata e molto pericoloso: quello dei rapporti fra il papa e il Collegio cardinalizio, che
ormai da decenni era avvezzo ad un'assai ampia autonomia ed ora si trovava di fronte a una
personalit estremamente autoritaria, con la quale non erano possibili che la sottomissione o
l'opposizione radicale. Quanto al comportamento del pontefice, senza alcun dubbio vi ebbe molta
parte la sua naturale e intollerante volont di imperio, ma si ha l'impressione che vi entrasse anche
una sorta di paradossale complesso di inferiorit di fronte all'accusa di illegittima successione, onde
la rigidezza e ostinazione, a volte addirittura inumana, della sua condotta.
La questione della legittimit venne discussa fin dal primo anno di pontificato, quando sembra che i
Colonna, d'accordo con altri cardinali, la sottoponessero al giudizio dei professori della Sorbona.
Ma apparentemente i rapporti col papa restarono corretti. Poi si ebbe un episodio clamoroso: il 3
maggio 1297 uno di casa Colonna, probabilmente Stefano, con un colpo di mano che non si
comprende a che mirasse (e si penserebbe anche a una sorta di beffa), s'impadroniva di un ingente
tesoro, sembra di 200.000 fiorini, appartenente a B., che Pietro Caetani trasportava a Roma da
Anagni e che era forse destinato all'acquisto di Ninfa. Profondamente irritato, il giorno dopo B.
ingiungeva ai due cardinali di presentarsi a lui immediatamente. Subito dopo il tesoro veniva
restituito, ma i due cardinali rifiutarono la consegna del colpevole e quella - richiesta a titolo di
garanzia - dei castelli di Palestrina, Zagarolo e Colonna.
Da quel momento la lotta divenne aperta e fu condotta senza alcun scrupolo o riguardo. Per B., oltre
ai risentimenti personali e familiari, era in giuoco la sua stessa dignit di pontefice e, attraverso
l'accusa di illegittimit, appariva minacciata anche l'unit della Chiesa, ch vi era il pericolo di uno
scisma. Sapeva assai bene a chi erano legati i Colonna: non senza significato che il 7 maggio 1297
egli incaricasse l'inquisitore dell'Umbria di perseguitare i "bizochi" (cio i Celestini e gli Spirituali).
Subito dopo, il 9, teneva in un'adunanza pubblica, davanti a S. Pietro, un forte discorso contro i
Colonna. "Come possiamo presumere [vi diceva fra l'altro] di giudicare re e principi della terra se
non osassimo nemmeno di eliminare un simile vermiciattolo? Periscano dunque [i Colonna] nei
secoli dei secoli, s che conoscano che il nome del romano pontefice noto per ogni dove e che egli
il solo che siede altissimo sopra tutti".
Convocava poi un Concistoro per il 10 maggio. Poich i Colonna sapevano quel che vi si sarebbe
discusso, vollero battere il papa in velocit, redigendo, mentre si trovavano rifugiati nel castello di
Lunghezza presso Palestrina, un documento o manifesto (firmato anche da Iacopone da Todi), nel
quale si elencavano le prove dell'illegittimit del papa e si faceva appello a un concilio che avesse a
giudicarne. Nel Concistoro (al quale naturalmente i due Colonna non si presentarono) B. faceva dar
lettura della bolla Preteritorum temporum, nella quale faceva nuovamente la storia di tutti i misfatti
e torti di casa Colonna, e specificamente dei due porporati verso i loro parenti, li dichiarava
decaduti dalla loro dignit e sopprimeva inoltre tutti i benefici goduti dagli ecclesiastici della
famiglia, che cos era posta virtualmente al bando come pericolosa. Senza dubbio anche la mossa
dei due cardinali lo era e costituiva una formidabile minaccia contro tutto l'organismo monarchico e
assoluto della Chiesa, quale B. la concepiva. Ma non tutti i torti erano dalla parte dei cardinali, e

tanto meno era giusto coinvolgere nella condanna l'intera famiglia. Era la prima volta che B.
scatenava da papa la sua scintillante e furibonda vena polemica. La sviluppava subito appresso nella
bolla In excelso throno (10 maggio 1297), in cui veniva ufficialmente sancita la deposizione dei due
cardinali, assai grave provvedimento, non pi preso da molto tempo. La (seconda) risposta dei
Colonna (11 e 16 maggio), che ribadiva le accuse gi fatte, provocava la bolla Lapis abscisus (23
maggio), con la quale i cardinali vennero scomunicati e i loro beni confiscati. Non manc la replica
colonnese ("terzo manifesto": 15 giugno), che - fatto nuovo e importante - venne inviata anche alla
Sorbona e divulgata ovunque. Conteneva nuove e anche pi dure accuse: di assolutismo, di
tirannico comportamento verso il Sacro Collegio, di esoso fiscalismo verso tutto il mondo.
In questo punto la vicenda colonnese si innest su quella dei rapporti fra il papa e i re di Francia e
d'Inghilterra. Fra i molti e gravi problemi di politica internazionale che aveva ereditati, B. ebbe in
modo particolare a cuore la pacificazione tra quei due re e la sistemazione del problema siciliano.
Nel suo proposito avrebbero poi - terzo scopo - dovuto render possibile, una volta che fossero stati
risolti, la riconquista della Terrasanta, effettivamente impensabile senza il concorde volere delle due
maggiori potenze europee. Assai scarsa importanza invece dovette dare, in questo giuoco di rapporti
e di sviluppi politici, all'Impero, che era anche malamente rappresentato dalla scialba figura del re
dei Romani Adolfo di Nassau, candidato dal 1292 alla Corona imperiale. B. non aveva mancato, a
ogni modo, di partecipare anche a lui il suo avvento al trono di Pietro, ma Adolfo non gli invi la
tradizionale ambasceria di omaggio, onde nel maggio 1295 gli giunse dal papa una vera e propria
reprimenda, nella quale gli si rimproverava - era vero - di essersi messo al soldo del re d'Inghilterra
come semplice cavaliere di ventura e lo si ammoniva a non combattere contro il re di Francia. Nel
medesimo tempo il papa invitava uno dei principali elettori (e con lui gli altri) a far del tutto per
evitare lo scoppio delle ostilit; se non fosse stato possibile, gli ordinava di rifiutare ad Adolfo il suo
aiuto (23 maggio 1295).
stata fatta la plausibile ipotesi (Otto) che fin dal 1296 il papa meditasse di togliergli la dignit di
re trasferendola a un principe francese: il 18 agosto invitava il re di Francia a mandargli a Roma (e
in forma non ufficiale, anzi segreta) il fratello Carlo di Valois perch potesse comunicargli un suo
progetto, "ad promovendam persone tue exaltacionem honoris et regni tui stabile fulcimentum" (e
rinnov tale invito, anzi in forma urgente, nel dicembre 1298 e nel dicembre 1300). Doveva aver
pensato a una particolare sistemazione per Carlo, e pu darsi che intendesse "di farlo imperadore de'
Romani" (G. Villani VIII, 43). Una nuova "translatio imperii" dunque (non a caso questa tipica
formula della "translatio" ricorre spesso nelle lettere del papa), la quale per, pi che intesa a
favorire la casa di Francia, avrebbe dovuto soprattutto esaltare la pienezza del potere papale.
Comunque, B. non dovette stimare granch il Nassau: un cronista inglese afferma che nel 1297 egli
invit gli elettori a contrastarlo. Fatto sta che, quando poi essi deposero Adolfo (23 giugno 1298), il
papa non protest affatto contro tale iniziativa, in s arbitraria. Proprio al tempo dei suoi primi
contatti con Adolfo, il papa ebbe anche l'occasione di intromettersi negli affari interni di Firenze e
quindi della Toscana: possibile che pensasse alla attuazione di un progetto che era gi stato
accarezzato da Innocenzo III, una sorta di "recuperazione" di quella regione, in nome dei diritti che
vi accampava la Sede apostolica. Gliene offr il destro l'episodio di Giano della Bella.
Prima ancora che questi venisse posto al bando (marzo 1295), i magnati fiorentini si erano rivolti,
per cacciarlo da Firenze, a un cavaliere borgognone, Giovanni di Chlon, al quale Adolfo di Nassau
affidava anche il vicariato generale dell'Impero in Toscana e il compito di rivendicare i diritti
imperiali usurpati da quei Comuni. Questi fecero lega e si tassarono per liberarsene; la cospicua
somma che misero insieme venne affidata al papa, il quale per, invece di versarla allo Chlon,
decise, con indubbia disinvoltura, di tenersela, in quanto, essendo vacante l'Impero, era lui e non
quel cavaliere che lo rappresentava. Quando poi una parte del popolo fiorentino tram per

richiamare Giano della Bella, B., d'accordo con i magnati e le sfere dell'alta banca, scrisse (gennaio
1296) una lettera per ammonire il Comune perch, sotto pena d'interdetto, vietasse all'ex tribuno il
ritorno in citt o nel contado. A tale intervento nelle questioni fiorentine fece seguire altre iniziative:
si offr a Prato come arbitro di pace e volle ricondurvi i fuorusciti (e fu motivo di allarme per
Firenze); e in Firenze stessa attese abilmente a crearsi un ambiente favorevole, mediante
concessioni a diverse importanti famiglie della citt e del contado. Si preparava cos all'acquisto
della Toscana attraverso l'invio di Carlo di Valois.
Se B. aveva cos poca considerazione per Adolfo di Nassau, molta ne doveva ai due pi potenti
sovrani di allora, Edoardo I d'Inghilterra e Filippo IV il Bello di Francia. Questi erano in urto, a
causa soprattutto di quel singolare rapporto feudale che li univa. Nel 1294 a Edoardo I era stato
tolto il Ducato di Guienna dal re Filippo, che per di pi lo aveva citato davanti alla propria Curia,
come vassallo inadempiente. Il papa ne era preoccupato, perch la loro discordia rendeva
impossibile la crociata in Oriente. Ancora stando in Napoli e continuando una iniziativa del suo
predecessore, si era adoperato per rappacificarli ed evitare un conflitto, al quale del resto nessuno
dei due teneva molto. Perci accettarono la tregua che, nel maggio 1295, il papa impose attraverso
l'invio di due cardinali legati. Ma intanto quei re continuavano a preparare la guerra, e, avendo
bisogno ambedue di denaro, si misero a tassare i loro sudditi e non ebbero ritegno di farlo anche con
gli ecclesiastici. Orbene, proprio la considerazione finanziaria, strettamente collegata ad essenziali
questioni di principio, cio all'esercizio della "sovranit fiscale" ed all'osservanza o meno della
corrispondente immunit ecclesiastica, doveva portare il papa ad urtarsi, anche se non di proposito,
con quei due sovrani. Con Edoardo I i rapporti erano stati inizialmente buoni; si guastarono per
quando l'arcivescovo di Canterbury, Robert Winchelsea, apertamente neg al re il diritto di tassare il
clero e protest presso il papa. Poich anche dalla Francia giungevano analoghe lagnanze di
ecclesiastici, B. ne colse l'occasione per emanare, il 24 febbraio 1296, l'enciclica Clericis laicos.
Questa prende le mosse dalla constatazione che, se fin da antichi tempi i laici sono stati infesti ai
chierici, oggi, non contenti di stare entro i propri limiti, vogliono invadere un campo a loro vietato e
non considerano che ad essi interdetta ogni potest sugli ecclesiastici, e che le contribuzioni che
vengono loro imposte non sono altro che un modo per ridurli in servit. Purtroppo per molti dei
chierici finiscono per rassegnarsi e subire tali abusive tassazioni. Ora il papa, non volendo che passi
sotto silenzio "tam horrendum secularium potestatum abusum", vieta a tutti gli ecclesiastici di
pagare tali imposte, a qualsiasi titolo, senza l'autorizzazione della Sede apostolica; ed a qualsiasi
autorit civile di imporle, o di confiscare o detenere beni della Chiesa; commina scomuniche,
interdetti o deposizioni a tutti i contravvenenti. La presa di posizione nel campo dell'immunit
fiscale del clero non era una cosa nuova. Era gi stata fatta da papi precedenti e del resto tale
immunit non era granch rispettata in Italia (per es. non a Pisa ed a Firenze). B. poteva ben dire,
come poi disse, di essersi limitato a riprendere e rafforzare le sanzioni gi esistenti contro ogni
attacco al tradizionale privilegio ecclesiastico. anche probabile che non volesse affatto mettersi in
urto con i reggitori degli Stati europei. Non si rendeva per conto delle inevitabili conseguenze
della sua iniziativa. Poich la tassazione del clero non veniva da lui categoricamente vietata, ma
solo si chiedeva che, volta per volta, se ne ottenesse l'autorizzazione, era chiaro che in questo modo
egli si arrogava il diritto di sindacare la legittimit e anche la necessit della tassazione stessa, e con
ci veniva a ledere i diritti sovrani in campo fiscale.
La bolla venne applicata senza particolari difficolt nella maggior parte dei paesi europei, ma dest
scalpore e recriminazioni in Francia e in Inghilterra. In questo Regno si ebbe la prima opposizione
alla Clericis laicos da parte del re, che venne scomunicato dal Winchelsea (luglio 1297). Assai pi
energica fu la reazione francese. Il re, con un'ordinanza del 17 agosto 1296, poneva, motivandolo
come indispensabile "ad statum prosperum et defensionem necessariam regno nostri", il blocco
sulla esportazione dal Regno di tutta una serie di prodotti e valori. Poich vi si aggiungeva il divieto

agli stranieri di vivere e commerciare in Francia, veniva ad esserne colpito e paralizzato tutto il
sistema delle esazioni e dei trasferimenti di denaro dalle chiese di Francia alla Sede apostolica
attraverso le grandi case bancarie toscane, che non mancarono di esprimere il loro pi vivo allarme
al papa. E questi non tardava a prender posizione, emanando la bolla Ineffabilis amoris (20
settembre 1296), il primo dei suoi grandi scritti polemici nei riguardi della Francia.
Poich ogni attacco contro la libert della Chiesa, specialissima sua prerogativa, rappresenta
un'offesa a Dio, un insano agire codesto del re, di stendere temerariamente la mano su cose sulle
quali non ha alcun potere. B. osserva ancora di non aver formulato alcun divieto assoluto a
proposito della tassazione del clero, ma chiesto che si ricercasse in precedenza il benestare della
Chiesa. Consideri il re che non gli conviene suscitare l'ira di essa, in quanto la Francia circondata
da Stati che le sono ostili a causa delle sue arbitrarie iniziative (all'Impero ha strappato citt e
territori, come la Contea di Borgogna; al re inglese ha tolto il feudo di Guienna). Fiera e dignitosa la
chiusa: per difendere la propriet ecclesiastica il papa disposto a sostenere non solo "damna rerum
et exilia, sed et corporalem mortem". stato osservato (T.S.R. Boase) che, nel difendere il proprio
agire, il papa non si fondava su un motivo tecnico-pratico (la protesta per il provvedimento di
blocco), ma chiamava in causa un principio giuridico (il privilegio ecclesiastico) e preannunciava il
grande tema della "plenitudo potestatis". Ma pure da ritenersi giustificata la presa di posizione dei
due re quando reclamavano la pienezza della giurisdizione entro il proprio Regno, dal che derivava
il diritto di tassare anche gli ecclesiastici cos come lo era ogni altro ordine di sudditi.
Ignoriamo se il papa abbia saputo degli scritti che allora furono redatti in Francia per rispondere alle
sue prese di posizione (la Antequam essent clerici e la Disputatio inter clericum et militem). Ma gli
pervenne il testo autentico dell'ordinanza reale, e allora reag, scrivendo a Filippo IV la lettera De
temporum spatiis (7 febbraio 1297), in cui ebbe a giudicare tali misure eccessive e di rischioso
impiego, soprattutto se applicate non ai nemici, ma alle Chiese. Nel medesimo giorno gli inviava la
Romana Mater Ecclesia, una sorta di interpretazione autentica e in senso attenuativo della Clericis
laicos, che, a suo dire, era stata male e falsamente interpretata. Nel complesso B. continu insomma
a mostrarsi conciliante. Per parte sua Filippo non volle nemmeno lui spinger le cose all'estremo, e
lasci inapplicato il suo editto. Ma non rinunci ad esprimere in vario modo il proprio malcontento.
Vista l'ostinazione del re, considerato che vi erano ancora da risolvere la questione siciliana, la
colonnese, il problema degli Spirituali e dei Fraticelli, e constatato che i vescovi francesi dopo
qualche esitazione si venivano schierando col re, B. fin col cedere.
La via da seguire, se non voleva del tutto perdere il suo prestigio, era di continuare nell'attenuazione
progressiva della portata della famosa bolla. Lo desideravano anche altri: ad esempio Giacomo II
d'Aragona chiedeva esplicitamente che essa gli venisse "dichiarata e interpretata, come lo fu per il
re di Francia". E cos B. nel luglio 1297 emanava due altre declaratorie (la Etsi de statu e la Ab olim
ante), con le quali lasciava il re di Francia padrone di decidere se una tassa potesse o no esser
imposta, anche senza informarne il papa. Tuttavia, l'anno appresso, 1298, inseriva la Clericis laicos
nel Liber sextus delle Decretali, e con ci la ribadiva e confermava, sul piano delle affermazioni di
principio, come uno strumento che un giorno avrebbe potuto riuscir utile per controllare nel modo
pi efficace l'operato dei sovrani. Cos si chiudeva il primo e meno aspro dissidio tra il re di Francia
e il pontefice. Ma si trattava di una pausa soltanto, in un lungo e faticoso discutere, e, senza il serio
intralcio della questione colonnese in pieno sviluppo (e di quella siciliana, che non accennava a
concludersi), B. non avrebbe forse ceduto, o almeno non cos presto. Con tutto l'irrisolto conflitto
con Filippo il Bello, B. non esit a intervenire di nuovo nella lotta tra Inghilterra e Francia, offrendo
nel 1297 il proprio arbitrato per la pace, con un linguaggio molto conciliante, che pare prendere
spunto dalla definizione che Innocenzo IV aveva dato del papa, come "iudex omnium", giudice
ordinario di tutti i re e principi.

La sua iniziativa venne accolta favorevolmente. Edoardo I aveva tutto l'interesse ad accettarla, date
le sue difficolt interne ed esterne. Nelle istruzioni che diede ai suoi ambasciatori presso il papa che dal giugno 1297 si trovava in Orvieto - si dichiarava pronto ad accettare quel che avesse deciso
il "sovrano pontefice di Roma e della Chiesa universale". Invece gli inviati di Filippo IV, con a capo
il suo cancelliere Pietro Flote, dichiararono che arbitrato e lodo li avrebbero accettati, ma come
emessi non dal papa in quanto tale, bens dalla "privata persona" di Benedetto Caetani. Con questa
tipica distinzione legalistica possibile che si volesse evitare di riconoscere ufficialmente B. come
papa legittimo, oppure si contasse sulla sua morte a breve scadenza e non ci si volesse impegnare
con il suo successore. Anche il conte di Fiandra, Guido di Dampierre, in difficile situazione tra
Francia e Inghilterra, avrebbe voluto esser compreso nel lodo. I suoi inviati per si rimisero del tutto
al volere del papa, che venne da loro esaltato addirittura come sovrano del re di Francia, sia nel
temporale sia nello spirituale. Per certo non autorevole riconoscimento, questo, ma tale da far
piacere a B. che, per il resto, non dovette esser molto contento della formula adottata dai Francesi
per designarlo, anche se dovette accettarla: pu esserne un indizio il non aver egli incluso il lodo nel
registro delle lettere curiali, e cio fra i documenti ufficiali della Sede apostolica. Per tenne a farne
leggere il testo nel Concistoro del 27 giugno 1298 e alla presenza dei cardinali: era pur sempre lui,
il papa, che si era imposto. Cos si giunse alla "pace perpetua" del 30 giugno, nettamente favorevole
alla Francia. Ma il re d'Inghilterra riebbe in feudo il Ducato di Guienna. Il riavvicinamento fra il
papa e il re di Francia venne coronato dalla cerimonia di canonizzazione di Luigi IX (11 agosto
1297).
Poco tempo dopo, sempre stando in Orvieto, B. decideva di affrontare i Colonna sul terreno
militare. Invano il romano Pandolfo Savelli tentava di placarlo. Nel settembre venivano assaliti e
presi, l'uno dopo l'altro, i fortilizi colonnesi, iniziando da Nepi, l'acquisto pi recente dei Colonna
ed il pi lontano dalla Campagna, dove era il centro della loro potenza. Nepi si trovava anche nel
settore per il quale fu facile al papa di trovare truppe, fornitegli dalle citt toscane ma anche da
Orvieto. tramandato che i Colonna, disperando di tener Nepi, la donassero al Comune di Roma.
Sta di fatto che i Romani chiesero al papa che riaccogliesse i Colonna in grazia e ritornasse a Roma.
Ma B. rispose (con la lettera Romanum populum, indirizzata al Savelli, 29 settembre 1297) che
prima voleva avere prove concrete della devozione dei Romani. Quanto ai Colonna, rifiutarono loro
stessi di sottomettersi senza condizioni.
Rientrato in Roma ai primi di novembre, B. volle dare un nuovo impulso alla guerra, presentandola
in altro e per noi, oggi, inconcepibile modo: come crociata (ma anche Dante espresse la sua
indignazione, certamente condivisa da molti) e trov per essa un fervido banditore in Matteo
d'Acquasparta, a lui fedelissimo. La relativa bolla venne pubblicata il 14 dicembre, con annesse
indulgenze e imposizioni di decime; e un esercito crociato, con provenienza da luoghi anche lontani
(come da Bologna), riusc a mettersi insieme. L'estrema resistenza si concentr in Palestrina, che
infine fu presa, e non a forza ma per trattative (ma ormai non si ritiene pi che vi contribuisse il
"consiglio frodolento" di Guido da Montefeltro). Fra le persone che vi furono trovate era Iacopone
da Todi, che venne gettato in prigione e non ne sarebbe uscito che dopo la morte del papa. B. si
concedette poi la soddisfazione di metter su in Rieti (settembre 1298) una piuttosto teatrale
cerimonia conclusiva, nella quale i due cardinali, insieme ai loro congiunti Agapito e Sciarra, si
dovettero umiliare a chiedergli perdono. Vennero riassunti nella loro dignit, ma mandati al confino
in Tivoli. Nel luglio del 1299 per ne fuggirono, per andare a finire poi, dopo altre vicende, in
Francia. Il papa si vendic distruggendo Palestrina; volle cancellarne perfino il nome, creando nella
pianura sottostante la nuova ma effimera Citt Papale e trasferendovi il titolo vescovile e
cardinalizio. Procedette poi alla liquidazione dei beni colonnesi: ebbe per la saggezza o prudenza
di non assegnarli alla propria famiglia, ma di cederli, in parte all'altro ramo dei Colonna, in parte
agli Orsini.

L'accennata sentenza arbitrale di "Benedetto Caetani" tra Francia e Inghilterra doveva per esser
messa in esecuzione. Si sugger al papa di portarsi a questo scopo in Francia; ma egli se ne scus
con l'et avanzata, i connessi incomodi e le conseguenze d'una sua infermit (novembre 1299).
Allora re Edoardo invi suoi ambasciatori a incontrarsi con lui alla Sgurgola presso Anagni (aprile
1300). Dovevano anche parlare della questione della Scozia.
Gi nel giugno 1299 Edoardo, rivendicando i suoi diritti su quel Regno, lo aveva assalito in armi,
nonostante il monito di B. (che "ab antiquis temporibus regnum Scotie pieno iure pertinuit et adhuc
pertinere dinoscitur" alla Sede apostolica); si era anche interessato perch fosse liberato il re
scozzese John Baliol, caduto prigioniero in battaglia. Per loro conto anche gli Scozzesi inviarono
una ambasceria al papa, affermando che il Regno di Scozia "in temporalibus immediate sit
subditum Romane Ecclesie"; e che, mentre l'Inghilterra aveva un tempo pagato tributo a Roma, la
Scozia era stata invece sempre "precipuum et peculiare allodium" della Chiesa. Contro queste
affermazioni il re sostenne che la Scozia gli apparteneva di pieno diritto ed a duplice titolo, sia
come "proprietas" sia come "possessio", e B. fin per accedere alla sua tesi.
In quell'incontro alla Sgurgola B. ebbe a dire agli inviati inglesi, con finezza di giurista (ma
ripetendo il gi detto nella Ineffabilis), che Edoardo avrebbe dovuto denunciare a lui il re di Francia,
per essersi ripreso ingiustamente il feudo di Guienna. vero che il papa non pu costringere quel re
ad applicare il lodo, e neppure gli lecito entrare nelle questioni di diritto connesse con i feudi laici,
ma pu sempre giudicare "ratione peccati" su una ingiustizia o un torto fatto o ricevuto.
Allora si lasci anche andare ad affermazioni nettamente ierocratiche: riprendendo una nota
immagine della Apocalisse, egli afferm che disponeva di una spada dal doppio taglio, e identific
il potere spirituale nell'autorit apostolica e il potere temporale nella sua qualit di giudice e arbitro.
N all'uno n all'altro intendeva rinunciare: anzi, assicur, a suo tempo e luogo ne avrebbe fatto uso.
Nella sua tempestosa e tormentata vita il giubileo del 1300 rappresent una breve ma felice
parentesi di pace ed un motivo, per lui, di altissima soddisfazione. Capitando esso dopo il buon
esito dell'arbitrato tra Francia e Inghilterra e dopo il trionfo sui Colonna, pot sembrargli che
consolidasse definitivamente la sua posizione di arbitro ideale dell'Europa cristiana. Il giubileo
senza dubbio il suo pi bel titolo di merito, come pontefice e guidatore di anime; ma se ne travisa il
carattere, quando lo si considera prevalentemente (o addirittura in modo esclusivo) come una
astutamente predisposta affermazione di potenza, o, peggio, come una geniale operazione
finanziaria, anch'essa pi o meno prevista nei suoi risultati. Queste ipotesi, troppo semplificanti,
cadono se si tien conto del fatto, ampiamente accertato, che la prima idea del "grande perdono" non
nacque (o non soltanto) nella pur fertile mente del pontefice, ma gli fu suggerita da una vera e
propria "ondata di fondo" della devozione popolare.
Sul finire del 1299 e sul limitare del nuovo secolo erano venuti a Roma, particolarmente numerosi, i
pellegrini, e tra essi dominava uno stato d'animo escatologico, saturo di aspettazione, indeterminata
ma pur viva, che si polarizzava appunto sul trapasso secolare dal quale si attendevano miracolose
grazie. B. - anche se, a quanto pare, era personalmente alieno da simili stati d'animo - si rese conto
immediatamente della portata religiosa e spirituale di quella attesa, e la appag incentrandola su
Roma, citt santa, con quel sincero senso della grandezza di essa che lo accompagn sempre. Seppe
anche nel medesimo tempo instradare tale indistinto stato d'animo sui binari della ortodossia.
Poich era fama pubblica che ad ogni capodanno secolare si usasse proclamare una specialissima
indulgenza, B. aveva fatto indagare, anche prima di quel particolare momento, circa l'efficacia
assolutrice dell'"anno centesimo": ricerca dei "precedenti", tipica per il papa giurista, la quale si
condens nella bolla Antiquorum habet (22 febbraio 1300), con cui era proclamata l'indulgenza
giubilare, resa per retroattiva al 25 dicembre 1299 (e con durata al 24 dicembre 1300); essa si

estendeva altres a coloro che s'erano messi in cammino per lucrarla, ma erano "mortui in via", e
pare che, cos, sia stata anche la prima indulgenza per i defunti, e cio un'innovazione
"teologicamente rivoluzionaria" (A. Frugoni). Ma contemporaneamente il papa ne escludeva sia
coloro che trafficavano con i Saraceni, sia Federico III e i Siciliani, sia infine i Colonnesi e tutti
coloro che li ospitavano.
Una volta avviato il giubileo, non sembra che B. se ne occupasse pi che tanto, forse perch la sua
cattiva salute lo costrinse a starsene in Anagni per la maggior parte di quell'anno.
Non occorre parlare del modo in cui si svolse l'anno giubilare e delle sue imponenti ripercussioni
sulla vita cittadina di Roma, dal lato sia demico sia economico. Non ne vanno peraltro esagerati gli
aspetti finanziari, che pur ebbero qualche rilevanza: afferma lo Stefaneschi che il giubileo abbia
fruttato in tutto circa 50.000 fiorini, somma non proprio iperbolica (le sole spese annue della
Camera apostolica fra il 1299 e il 1300 superarono i 100.000 fiorini). Piuttosto va rilevata
l'oculatezza, caratteristica di B., con cui quel denaro venne poi investito, soprattutto in acquisti di
beni immobili e fondi rustici, a favore del Capitolo della basilica di S. Pietro. Ancora nel corso
dell'anno giubilare il papa fece costruire, sul fronte settentrionale del palazzo apostolico al Laterano,
un grande avancorpo, la loggia "della benedizione", dalla quale ragionevole supporre che qualche
volta abbia benedetto la folla. Il giubileo signific per B. anche una tangibile e apparentemente
unanime conferma della sua pienezza di potere. Proprio alla fine dell'anno 1299, in un
"memorandum" degli inviati fiamminghi, detto a chiare note che il papa "iudex est omnium, tam
in spiritualibus quam in temporalibus", ed ha la giurisdizione universale, in quanto gli conferita la
"piena vicaria" da Cristo onnipotente. Ed il 6 gennaio 1300, predicando in S. Giovanni in Laterano,
Matteo d'Acquasparta affermava (ne abbiamo soltanto notizia da quei medesimi Fiamminghi) "che
solo il papa sovrano temporale e spirituale, al di sopra di chiunque si sia, in luogo di Dio".
All'incirca in quel tempo si present a B. l'unica - ma assai vaga - possibilit di attuare anche il suo
proposito di crociata. Salito al soglio pontificio a s breve distanza di tempo dalla caduta di San
Giovanni d'Acri (1291) e della totale perdita della Terrasanta, egli dovette portarne il cruccio per
tutto il suo pontificato. Era un dovere, quello della crociata di riconquista, al quale sentiva di non
potersi sottrarre. Ma come attuarla? Ne parl continuamente, ma dovette sempre subordinarla a
scopi pi urgenti, il raggiungimento dei quali era in effetti anche il presupposto della spedizione
Oltremare: la pacificazione in Europa e anche in Italia (fra Genova e Venezia), la risoluzione del
problema siciliano, la sistemazione della questione dell'Impero. Ma l'orizzonte internazionale non si
schiar mai del tutto e cos l'andata in Oriente venne ripetutamente rinviata a tempi migliori.
Alieno da mistiche esaltazioni e fantasticherie, B. non pot che prestare un distratto ascolto alle
enfatiche proposte di Raimondo Lullo, che nel 1296 venne a presentargli la sua idea di risolvere
pacificamente la questione della Terrasanta mediante la conversione dei Saraceni. Pi che alla
crociata, il papa pu aver pensato allora alla necessit di portare aiuto ai Regni cristiani d'Oriente,
dai quali (specie dalla Piccola Armenia) gli giungevano accorati appelli, che non poteva ignorare.
Cos, nel 1298, in clima di distensione internazionale, scriveva ai due re, inglese e francese, che
occorreva aiutare quel Regno, tanto pi che esso, "a quanto si dice", si trova nelle vicinanze della
Terrasanta e potr costituire un buon punto d'appoggio per la riconquista.
Questa gli dovette apparire possibile quando, in felice coincidenza col giubileo, gli giunsero
insperate notizie. Il sovrano tartaro della Persia, Ghzn (Cassano, nelle fonti del tempo), avendo
battuto il sultano d'Egitto, mandava a dire al papa che, se si fosse presentato un esercito cristiano,
gli avrebbe ceduto la Palestina. Era un inatteso "rilancio" delle possibilit di crociata, e B. non volle
trascurarlo. Partono cos le sue esortazioni alla santa impresa. Ma n i due maggiori re (nemmeno

Edoardo, direttamente esortato nel 1301) n altri si muovono e poco appresso il khan tartaro subisce
dei rovesci e se ne riv.
Da rilevare, in questa connessione, il particolare e pi personale interessamento che B. sembra
aver avuto per l'azione missionaria, invero di pi facile attuazione. Sappiamo di vari frati, sia
francescani sia soprattutto domenicani, che da lui ricevono istruzioni per la missione in Oriente; si
conservato uno scritto, di data incerta, i Capitula fidei christiane, che il trattatista Egidio Romano
avrebbe composto ed inviato "de mandato domini pape Bonifacii octavi ad Tartarum maiorem,
volentem christianam colere fidem": un tentativo di evangelizzazione che all'incirca riprendeva le
idee del Lullo.
Tra il 1297-1298 e il 1301, fra i due veri protagonisti del primo contrasto, B. e Filippo il Bello, vi fu
dunque una specie di tregua, durante la quale il papa, pur non rinunciando alle sue convinzioni, si
mostr assai condiscendente e disposto a venir incontro al re. Fu per anche costretto a passar sopra
ad una serie di irritanti atteggiamenti di Filippo e di sue iniziative, nel campo ecclesiastico,
perlomeno poco riguardose. In genere si limit ad esortazioni e rimproveri pi o meno energici, e
che di rado sortirono effetto. Il re sfidava il papa anche nel campo politico, accogliendo a corte i
Colonna (luglio 1299), e poi (dicembre) concludendo a Vaucouleurs (l'incontro va anche sotto il
nome della vicina localit di Quatrevaux) un accordo col nuovo re dei Romani, Alberto d'Austria,
nonostante che B. lo avesse pregato di non farlo. Come indiretta conseguenza dell'accordo,
l'ambasceria d'omaggio che Alberto invi al papa venne accompagnata da alcuni Francesi, mandati
da Filippo il Bello, tra i quali erano un legista del Consiglio reale, Guglielmo di Nogaret, gi
professore di diritto a Montpellier, e un intrigante banchiere fiorentino, Musciatto de' Franzesi.
Questi dovevano proporre al papa che si facesse finalmente la crociata e che il fratello del re, Carlo
di Valois, ne fosse il capo. B., che, come abbiamo visto, aveva gi una volta pensato di ricorrere a
quel principe, tra i pi brillanti cavalieri francesi, deve essersi allora deciso, invece, di servirsene
per la spedizione militare in Sicilia (ove la guerra veniva mandata avanti fiaccamente da Roberto
duca di Calabria), e anche per difendere lo Stato della Chiesa da una possibile calata in forze
dell'Asburgo in Italia.
Nel ricevere l'ambasceria di Alberto, non nascose il suo malumore per l'accordo da lui stretto con la
Francia, e, in cambio del suo riconoscimento a re dei Romani, pretese la cessione della Toscana, con
la motivazione, molto significativa, che tutti i beni e diritti dell'Impero derivavano da concessione
papale, e che la Chiesa poteva riprendersi quelle terre, se malgovernate. Agli ambasciatori di
Alberto B. consegnava addirittura una bozza dell'atto di cessione della Toscana: non ottenne per
nulla, ch quelli fecero presente di non aver avuto istruzioni al riguardo. Il fatto che, a parte
l'interesse che il papa poteva avere nel non coprire ancora la sede imperiale (continu a chiamare
Alberto "duca d'Austria" e non re dei Romani), non vedeva di buon occhio l'Asburgo, perch questi
appoggiava in Ungheria un pretendente a quella Corona a lui non gradito e perseguitava
l'arcivescovo di Salisburgo.
Altri motivi di irritazione e di preoccupazione vi erano per il papa: dalla Fiandra giungevano notizie
di continui soprusi di Filippo il Bello; dalla Francia lagnanze di ecclesiastici, specie dei Cisterciensi,
perch le continue esazioni regie li conducevano alla rovina.
Due lettere inviate dal papa, proprio quando Alberto si adoperava per essere riconosciuto, offrono
molto interesse in quanto ne documentano le intenzioni nettamente ierocratiche. Una diretta per
l'appunto ai principi elettori (Apostolica sedes, 13 maggio 1300). Vi si afferma che la Sede
apostolica stabilita da Dio stesso sopra i re ed i Regni e deve avere la preminenza ed il dominio su
tutta la terra e su ogni anima. Quanto all'Impero, la Sede apostolica lo ha trasferito a suo tempo dai
Greci nei Germani ed ha concesso ai principi elettori il diritto di scegliere il futuro imperatore. Ma

ogni onore, preminenza e dignit dell'Impero derivano sempre e soltanto dalla grazia e dalla
benigna concessione del papa. Significativa anche una lettera, la Perlata pridem (15 maggio
1300), che il papa indirizzava al vescovo ed all'inquisitore di Firenze, anticipando in alcune
espressioni la Unam sanctam.
Siccome Alberto non reag alla richiesta cessione della Toscana, B. si schier con i principi elettori,
che intanto si erano ribellati anche all'Asburgo e pensavano di deporlo. Con la bolla Romano
pontifici (13 aprile 1301) lo accus di ribellione contro il suo legittimo sovrano (Adolfo di Nassau),
di crimine di lesa maest (per aver combattuto contro di lui, che era anche il suo superiore feudale)
e di persecuzione contro la Chiesa. Lo invitava a presentarsi a Roma, entro sei mesi, altrimenti
avrebbe sciolto elettori e sudditi dal giuramento di fedelt; provvedeva anche in altro modo a
creargli ostacoli, facendo vescovi persone che gli erano ostili. Ma il fronte degli elettori venne
spezzato da Alberto con le armi.
Intanto si era svolta quella che pu dirsi l'avventura italiana di Carlo di Valois, chiamato dal papa
"con oscuri disegni e magnifiche promesse" (G. Falco), una delle quali fu subito attuata: la
concessione della dispensa per sposare Caterina di Courtenay (1 febbraio 1301) e assicurarsene le
pretese sul trono di Costantinopoli. Venuto il principe in Italia, si ebbe in Anagni, in pubblico
Concistoro (5 settembre), la sua presentazione ufficiale. Il papa stesso ne tess iperboliche lodi e gli
confer un cumulo di titoli: di rettore della Romagna, della Marca e del Ducato (tentativo d'unificare
il governo di quelle province?) e la qualifica di capitano generale "su tutte le terre della Chiesa". In
pi gliene diede con apposita bolla un'altra, di particolare significato, quella di "paciaro" in Toscana.
Da rilevare tale ripresa della qualifica che a suo tempo era stata conferita a Carlo I d'Angi e che in
certo modo equivaleva alla funzione di vicario secolare del papa, in quanto rappresentante in terra
di Ges Cristo, "rex pacificus"; B. escluse invece espressamente che Carlo assumesse le funzioni e
il titolo di vicario imperiale. Probabilmente prefer non ricorrere a quel titolo perch non era troppo
convinto della sua validit. Dunque Carlo di Valois avrebbe dovuto fungere da spada temporale del
papa, sia contro i ribelli alla Chiesa (i Siciliani), sia per rimetter ordine nella Toscana, e, possiamo
aggiungerlo, per prepararne l'annessione allo Stato della Chiesa. Il clamoroso episodio poi dei tre
fiorentini residenti alla corte del papa, che erano stati accusati di aver tramato contro la libert della
patria e di cui B. prese risolutamente le difese, signific una presa di posizione inequivocabile in
una delicata questione giurisdizionale.
Di l a poco si aveva il diretto intervento papale in Firenze, motivato, e non era solo un pretesto, dal
dissidio fra Bianchi e Neri, pericoloso per il guelfismo fiorentino (ma anche vero che lo stesso B.
favoriva questa scissione, appoggiando i magnati contro i popolari ed i Donati contro i Cerchi). Gli
era stato detto (almeno stando a Dino Compagni) che era imminente il ritorno dei ghibellini nella
citt, e inoltre - sottile ed abile insinuazione - che cos essa sarebbe divenuta "ritegno" (rifugio) dei
Colonnesi. Si ebbero poi i disordini del Calendimaggio 1300 e la messa al bando di Corso Donati, il
quale venne per subito aiutato dal papa e in maniera palese: dapprima facendolo chiamare come
suo successore nella carica di podest di Orvieto, e poi creandolo rettore della Massa Trabaria.

Alla fine del maggio 1300 il papa inviava a Firenze, con amplissimi poteri e affinch intensificasse
l'iniziata politica di penetrazione in quella citt, il cardinale Matteo d'Acquasparta, il quale per non
concluse molto e poi, fatto segno ad un attentato, se ne partiva (29 settembre 1300), lanciando la
scomunica sulle persone al governo e su vari cittadini, e l'interdetto sulla citt. Allarmati, i Bianchi
cercarono di ammansire B. mediante un'ambasceria (11 novembre 1300), ed incerto se ne abbia
fatto parte Dante Alighieri. Il papa effettivamente sospendeva l'interdetto, ma poco pi tardi inviava
a Firenze Carlo di Valois, che vi entrava il 1 novembre 1301, e anche, un mese dopo, Matteo

d'Acquasparta, come esperto e fidato consigliere. Carlo ne aveva bisogno, perch stava rapidamente
rendendosi inviso, e forse B. temeva anche che, in mano sua, la citt potesse divenire un punto
d'appoggio francese. Breve fu il soggiorno fiorentino del Valois e bast a dimostrare il fallimento
della sua "missione di pace"; il papa dovette rinunciare alla sua tanto accarezzata idea di annettersi
la Toscana.
Mandava poi Carlo in Sicilia, per attuare la seconda parte del proprio programma. Ormai si era
deciso per la maniera forte. Alla evidente cattiva volont dell'Aragonese corrispondeva per
l'inettitudine del Valois come comandante e forse anche la sua poca intenzione di combattere.
Dall'altra parte Federico si dimostr pi bravo del previsto e fu efficacemente aiutato dai Genovesi,
nonostante lo sdegno del papa. Forse Federico avrebbe potuto esser vinto, se la situazione
internazionale non si fosse bruscamente modificata con la sconfitta francese di Courtrai (11 luglio
1302). Carlo di Valois, desideroso di ritornare in Francia, inizi trattative con Federico. Si ebbero i
preliminari di Castelnuovo (10 agosto 1302) e poi la pace di Caltabellotta (31 agosto), ambedue
discussi e firmati all'insaputa del pontefice.
Nell'ottobre gli inviati di Federico vennero accolti piuttosto malamente da B., scontento per la
soluzione inattesa. Ma non gli restava che accettarla, dato che intanto si era acuito il dissidio con
Filippo il Bello, che indubbiamente lo preoccupava assai di pi. Tenne soltanto a introdurre alcune
modifiche e clausole, a salvaguardia dei diritti della Chiesa. L'Aragonese, che veniva assolto da
ogni censura ecclesiastica, accettava la Sicilia in feudo dalla Chiesa e si sarebbe chiamato "rex
Trinacrie". Ma restava inteso che nessun diritto, oltre al semplice possesso ("preter tenutam"),
gliene sarebbe venuto sull'isola restando lo "honor" del titolo "de toto regno Sicilie" presso il re
Carlo II, al quale tutto sarebbe ritornato alla morte di Federico. Avendo questi accettato tali
condizioni, veniva con la bolla Rex pacificus (21 maggio 1303) riconosciuto come re. Poich poco
appresso B. sarebbe morto, Federico aveva vinto la partita su tutta la linea.
Quella specie di tregua che divise il primo dal secondo dissidio stava per chiudersi. Ancora nel
settembre 1301 vi chi scrive da Roma che i desideri del re di Francia sono ordini per il papa. Ma
poco dopo si ha la nuova e definitiva rottura, sul piano della pi intransigente affermazione di
principi e dall'una e dall'altra parte. L'occasione per il nuovo urto fu offerta dal caso di Bernardo
Saisset, l'abate di un monastero di Pamiers (Arige), del quale cenobio, a suo tempo e ancora da
cardinale, B. era stato fatto protettore da Niccol IV. Aveva allora preso a stimare quel monaco,
forse anche per una certa affinit di carattere, e lo aveva aiutato nei suoi continui attriti con il conte
di Foix, signore del luogo.
Per rafforzarne la posizione, il papa, senza intendersi prima n con il vescovo di Tolosa, n con il re
(e del resto attuando un proposito di Clemente IV), elevava Pamiers al grado di sede diocesana, e il
Saisset ne fu nominato il primo vescovo. Ma insieme conferiva a quel centro la qualifica di citt,
stabilendo anche, con un provvedimento tipico per lui, uomo di molta cultura, che vi sorgesse uno
Studio generale. Per qualche tempo non accadde nulla, ma poi il re fece arrestare il Saisset e ne
confisc il patrimonio. Allora B. perdeva la pazienza e mandava al re un'energica lettera, con una
recisa presa di posizione (la Secundum divina, del 5 dicembre 1301), nella quale, ricordatogli che i
laici non avevano potest sugli ecclesiastici, lo esortava a liberare immediatamente il vescovo e a
restituirgli i beni confiscati, per non offendere "maiestatem divinam nec sedis apostolice
dignitatem".
In quel medesimo giorno il papa formulava un intero programma d'azione. E precisamente: a) nella
Nuper ex rationalibus causis (la quale ne riporta inclusa un'altra, la Salvator mundi del 4 dicembre),
comunica di avere, in forza della pienezza di potere della Sede apostolica, sospeso, ma tuttavia non
con effetto immediato, i privilegi che, in deroga della Clericis laicos, aveva accordati per la guerra

contro l'Inghilterra; b) con la Ante promotionem nostram convoca a Roma per il 10 novembre 1302
tutti i vescovi di Francia, i rappresentanti dei Capitoli, i grandi abati e molti dottori in teologia e in
diritto canonico, e prevede anche la presenza di inviati del re. Scopo: la tutela della libert
ecclesiastica, la riforma "del re e del Regno", la correzione degli eccessi trascorsi e in genere "ci
che pu giovare al buon governo del Regno". Insomma, un autentico piano di intervento nelle pi
gelose questioni interne della monarchia francese; ed da notare anche la manifesta e irregolare
novit di questo vero e proprio sinodo nazionale francese, convocato per a Roma; c) nella
Ausculta fili, innegabile requisitoria, dal tono cortese e senza personalismi ma fermissimo, richiama
il re ai suoi doveri di principe cristiano, cos come il papa li intendeva.
Da sottolineare ancora alcuni punti. Nella Ausculta fili si ricorda al re che, a suo tempo, pot entrare
nell'arca di No, "extra quam nemo salvatur, catholicam scilicet Ecclesiam, unam columbam,
immaculatam unici Christi sponsam, in qua Christi vicarius Petrique successor primatum noscitur
obtinere" (espressioni che ritorneranno nella Unam sanctam); si dice poi: "constituit nos Deus super
reges et regna [...] quare, fili carissime, nemo tibi suadeat quod superiorem non habeas et non subsis
summo ierarche ecclesiastice ierarchie". manifesto, e si legge nel diritto, che, nel conferire le
cariche ecclesiastiche, il papa "summam et potiorem obtinet dignitatem", e perci il re non pu
farne la collazione, n gli lecito porre le mani sui beni ecclesiastici. La lettera chiude con l'invito
perentorio a venire a Roma di persona o a mandare a udire ci che Dio dir attraverso la bocca del
papa, e con l'annuncio della decisa convocazione dei prelati francesi a Roma.
Ormai ci si trovava nel pieno della seconda fase del contrasto. In una assemblea appositamente
convocata, in presenza del re, a Senlis (ottobre 1301), il guardasigilli Flote accusava il Saisset di
eresia, tradimento e ingiurie verso il re. Di tali accuse (non per documentate) Filippo IV dava
comunicazione al papa, pregandolo di provvedere a degradare il vescovo perch potesse esser
punito. L'autorizzazione a procedere contro il vescovo venne naturalmente negata. Deciso allora a
crearsi un'opinione pubblica favorevole a s e contraria al papa, Filippo IV procedette con indubbia
abilit, ma certamente seguendo i consigli del Flote e di altri. La Ausculta fili, nota a poche persone
perch portata chiusa da un inviato papale, il romano Iacopo de Normannis, era troppo lunga perch
fosse utilizzabile a scopo propagandistico. L'originale fu, a quanto pare, bruciato, ma non in
pubblico; venne invece messa in circolazione una specie di riassunto di essa, la Scire te volumus,
ammirevole per brevit ed efficacia, che conteneva le proposizioni pi importanti della bolla, ma
tendenziosamente adattate, come ad esempio l'affermazione "quod in spiritualibus et in
temporalibus nobis subes", che non c'era nella bolla. Presentata al pubblico come lettera autentica
del papa, dest vasta indignazione, venne studiata e commentata da teologi e giuristi dell'Universit
di Parigi e dal pubblicista Pierre Dubois, mentre probabilmente veniva diffusa anche un'insolente
risposta attribuita al re e fatta passare, ma solo in Francia, come lettera effettivamente inviata al
papa: "sappia la tua grandissima stoltezza che nelle cose temporali non siamo soggetti ad alcuno".
Con questi due falsi, che sintetizzavano la viva essenza della questione, il re ed i suoi abili
consiglieri riuscirono a eccitare in senso nazionale l'opinione pubblica. Il Saisset venne liberato e
affidato all'inviato papale, e furono invitati ambedue a lasciare subito il Regno. Il re vietava a tutti
di ricevere, anche privatamente, bolle o lettere papali, e ai posti di frontiera venne dato l'ordine di
non farle passare.
Seguirono altri intelligenti provvedimenti, che fecero epoca nella storia istituzionale della Francia:
la convocazione, nei giardini del Louvre (12 marzo 1302), di un certo numero di alti prelati e di
nobili, in presenza dei quali il vicecancelliere del re, Guglielmo di Nogaret, accus il papa di eresia
ed auspic un concilio che avesse a giudicarlo; e poi, in Notre-Dame di Parigi, la prima riunione
degli Stati generali (10 aprile 1302), nella quale i baroni espressero la loro piena devozione al re ed
i vescovi francesi manifestarono il loro dissenso dal papa.

Ma questi non poteva e non voleva pi ritornare indietro. Lo dimostr in un Concistoro pubblico
(25 giugno 1302), nel quale anzitutto Matteo d'Acquasparta giustific il comportamento del papa e
fin con l'esaltarne la "plena, immo plenissima potestas" e la posizione unica al mondo (altra
anticipazione della Unam sanctam). Prese poi la parola lo stesso B., con uno spiccato tono di
acrimonia personale, accusando soprattutto il Flote di aver falsato la bolla Ausculta fili.
"Sono quaranta anni [disse il papa] che siamo nel diritto, e sappiamo che due sono le potest
ordinate da Dio; non intendiamo usurpare la giurisdizione regia, ma si ricordi il re che, al pari di
ogni altro fedele, a noi soggetto ratione peccati". Poich altri papi per ben tre volte hanno deposto
un re di Francia, B., se costretto, deporr Filippo IV. Il concilio non rinviato: si terr, e chi non
verr sar deposto.
A indurre Filippo il Bello a pi miti consigli valse la gi citata, avvilente sconfitta di Courtrai (vi
moriva il Flote). Il re tent ancora di ottenere il rinvio del concilio romano, poi vi si adatt, se non
altro per guadagnar tempo e lasci che i prelati francesi vi intervenissero, in limitato numero. In
questo concilio, di cui peraltro non abbiamo notizie certe e precise, venne forse letta e discussa la
bolla Unam sanctam, promulgata il 18 novembre 1302.
un testo piuttosto insolito nella sua struttura e presentazione, e per nulla affatto "originale"
(secondo i nostri criteri odierni), in quanto i singoli argomenti svoltivi appartengono al tradizionale
armamentario di "auctoritates", familiare a tutto il pensiero ierocratico e frequentemente usato da B.
stesso. Certamente vi contribuirono, pi o meno direttamente, Matteo d'Acquasparta e il trattatista
Egidio Romano. La bolla rispecchia per in sintesi felice e con grandioso linguaggio il pensiero del
papa. Consta di una prima parte, ecclesiologica, circa la costituzione e natura della Chiesa, della
quale si afferma insistentemente la fondamentale unit e unicit; e di una seconda parte, in cui si
analizzano i poteri che ne derivano al papa, al quale si attribuisce in modo categorico la "plenitudo
potestatis", espressione della superiorit gerarchica dello spirituale sul temporale. Riappare
naturalmente il simbolo delle due spade (quella materiale da impugnare dai laici, ma "pro Ecclesia"
e "ad nutum et patientiam sacerdotis"). Alla potest spirituale spetta di "instituere et iudicare" quella
terrena, ma il papa non pu esser giudicato che dal solo Dio. Non due sono i principi ma uno solo, e
"de necessitate salutis" ogni creatura deve sottostare al papa.
La Unam sanctam venne recapitata al re dal cardinale Giovanni Monaco o Lemoine, francese e
giurista, uno dei migliori collaboratori del papa, ma che allora e poi fece, a quanto pare, il doppio
giuoco fra i due contendenti. In una lettera-istruzione a lui diretta B. riassumeva in dodici punti, con
un tono fra il perentorio e l'amichevole, tutto ci ch'era in sospeso fra la Sede apostolica e il Regno
di Francia. A sua volta il re, nel gennaio 1303, mandava al papa una serie di "responsiones" sui
punti in questione e si mostrava anche disposto a discuterne, ma lo faceva nuovamente per
guadagnar tempo. B. dovette cercare di procurarsi un appoggio sicuro. Era ovvio che pensasse al
candidato all'Impero, Alberto d'Austria, con il quale aveva in comune gli interessi nella politica
verso la Boemia e l'Ungheria. Alberto continuava a insistere per un accordo: il 30 aprile 1303 si
presentava a Roma una sua solenne ambasceria, che il papa ricevette non meno onorevolmente in
Concistoro, nel quale pronunci egli stesso un discorso, finendo per approvare e confermare
l'elezione dell'Asburgo a re dei Romani, e cogliendo l'occasione per dichiarare che il re di Francia
era soggetto "in temporalibus" all'Impero. Gli ambasciatori di Alberto gli prestarono a suo nome un
giuramento, sulla portata del quale gli storici hanno molto discusso.
La bolla Patris eterni filius (30 aprile 1303) sanzionava il definitivo accostamento fra il papa e
l'Asburgo. Ma a un apparente trionfo del primo (che s'illudeva fors'anche di essersi assicurato l'aiuto
di un condottiero contro il re di Francia) corrispondeva, per l'altro, un assai pi concreto risultato

sul piano politico. Era chiaro che ormai il papato, staccatosi dalla Francia, non avrebbe avuto altra
scelta che l'accostamento all'Impero; e Alberto se ne riprometteva molti vantaggi.
opportuno accennare in questo punto alla politica svolta da B. in un settore che era strettamente
congiunto agli interessi dell'Impero: il Regno d'Ungheria. Egli ebbe ad occuparsene in varie riprese
e a vantaggio dell'espansionismo degli Angioini di Napoli. Ma v'era anche direttamente interessato,
in quanto si trattava di un Regno considerato vassallo della Chiesa.
Si tratta di una vicenda piuttosto complicata, che aveva avuto inizio quando, morto Andrea II della
dinastia degli rpd (1290), era riuscito ad affermarsi in Ungheria un illegittimo, Andrea "il
veneziano". Ma la sorella del defunto, Maria, che aveva sposato Carlo II di Sicilia, faceva
proclamare re il figlio Carlo Martello. Morto questi nel 1295, qualche tempo appresso B. attribuiva
il diritto di successione al minorenne figlio di lui Caroberto, non riconoscendo Andrea come re, ma
solo come amministratore del Regno. Defunto anche Andrea nel 1301, una parte degli Ungheresi
offr la Corona al re Venceslao II di Boemia, il quale l'accett per il figlio, che venne in Ungheria e
fu incoronato come re Ladislao V.
Allora B. inviava come legato il cardinale Niccol da Treviso (il futuro Benedetto XI) e gli
indirizzava la Romanus pontifex (16 ottobre 1301), in cui sosteneva che la Corona di quel Regno
dipendeva dalla Sede apostolica, perch a suo tempo il re Stefano gliel'aveva offerta "cum omni
eius iure ac potestate"; vietava che Ladislao si dicesse re di Boemia e di Polonia, perch anche
questo ultimo Regno era di pertinenza della Santa Sede. Poich nel 1303 la situazione non si era
mutata, citava a Roma i due contendenti "de regnandi iure" e, siccome il Boemo non si presentava,
con la bolla Spectator omnium (31 maggio 1303) riconosceva a Maria il diritto di primogenitura
nella successione, decidendo che tanto ella quanto Caroberto fossero re d'Ungheria.
B. tenne ad affermare la sua funzione di arbitro di Regni e di Corone anche nei rapporti con la
Polonia, dove nel 1295 appoggi la candidatura di Przemyslaw, duca di Posnania, e gli invi anche
la corona; e con il re Erik VIII di Danimarca (1286-1319), che aveva imprigionato l'arcivescovo di
Lund, metropolitano di Danimarca e Svezia. Nel medesimo programma di controllo e riordinamento
del mondo politico dal punto di vista papale rientra anche il definitivo riconoscimento di Federico
III d'Aragona a re di Trinacria (21 maggio 1303), e vanno almeno menzionate certe misteriose
trattative che vi sarebbero state in quel torno di tempo fra B. e l'Aragonese. Anzi, da parte francese
si denunci a chiare note che il papa aveva cercato d'indurre Federico a rompere la pace di
Caltabellotta e ad attaccare Carlo II d'Angi.
Si riapriva intanto l'offensiva francese, che avrebbe assunto due diversi aspetti: anzitutto
l'intensificarsi della campagna di opinione pubblica, magistralmente manipolata dai consiglieri del
re, dal fiorentino Musciatto, e, dopo la morte del Flote, che non li aveva mai appoggiati, con la
collaborazione dei Colonna, stabilitisi ormai in Francia e molto legati al Nogaret; dall'altro lato,
l'audace iniziativa di quest'ultimo, di procedere direttamente contro la persona del papa. Il re deve
essersi reso conto immediatamente della minaccia implicita nella cerimonia romana per il
riconoscimento dell'Asburgo. Rest poi irritato per un episodio: in Francia era stato intercettato un
messo del papa, latore di nuove istruzioni al cardinale Monaco e di due bolle di scomunica per il re
ed i prelati renitenti alla convocazione. Allora, sotto l'influsso dei suoi consiglieri, Guglielmo di
Nogaret e Guglielmo de Plaisian, convocava nuovamente (13-14 giugno 1303) un'assemblea al
Louvre.
Riapparvero, ma pi accuratamente documentate e svolte, le accuse contro il papa, ed pi che
probabile che in esse, specie l dove assumono un tono personale o si riferiscono a minuziosi
particolari locali, siano stati elaborati i suggerimenti colonnesi. Le accuse erano condensate in

ventinove punti (il papa non crede alla resurrezione dei corpi e alla vita eterna; afferma che il
commercio sessuale non peccato; si compiace di mangiar carne nei giorni di digiuno; ama farsi
effigiare in statue, che vengono venerate come idoli). Fra ridicole e futili e odiose, le accuse di
eresia investivano anche il piano politico, a condanna di atti o propositi del papa; per es. l'aver
intralciato in tutti i modi la pace franco-inglese; l'aver tentato di far fallire la pace di Caltabellotta,
merito di Carlo di Valois; l'aver sobillato Alberto contro la "superbia gallicana"; l'aver dissipato in
guerre tra cristiani e nell'interesse dei suoi parenti il denaro che avrebbe dovuto servire alla
Terrasanta, ormai perduta senza rimedio. B. aveva inoltre fatto morire Celestino V, avvilito la
dignit dei cardinali, perseguitato i Frati Mendicanti e li aveva pi volte vituperati. Tutto questo,
secondo il Plaisian, che presiedeva l'assemblea, era sufficiente "ad probandum ipsum perfectum
hereticum". Ne derivava la conclusione che ormai la Chiesa dovesse considerarsi vacante e si
formulava nuovamente l'appello ad un concilio generale (che gi era stato fatto dai Colonna, e
questo precedente non senza importanza), a un nuovo papa e alla Chiesa in genere, contro ogni
iniziativa che B. fosse per prendere. Ci che venne detto in quel convegno, e soprattutto quelle tali
pseudoaffermazioni attribuite al papa, fu largamente diffuso, per una sempre migliore
orchestrazione dell'opinione pubblica e si giunse a una nuova convocazione popolare nel giardino
del Louvre, il 24 giugno, che ebbe un puro carattere propagandistico. Appositi messaggeri portarono
queste conturbanti notizie in Italia, dove il Nogaret gi si trovava in missione non specificata. R.
Fawtier ritiene che egli avesse solo l'incombenza di notificare al papa in persona la convocazione
del concilio e l'invito a comparirvi per essere giudicato. Altri, con pi verisimiglianza forse, pensa
che s'intendesse forzarlo ad emanare l'ordine di convocazione del concilio, ci che soltanto il papa
poteva fare. L'ipotesi meno probabile che si volesse catturarlo e condurlo in Francia; non
nemmeno escluso che il Nogaret fosse lasciato libero di agire come meglio credeva.
Quando B. seppe della nuova adunanza di Parigi e di ci che sul suo conto era stato detto, reag
indignato, con la Nuper ad audientiam (15 agosto 1303), respingendo sdegnoso ogni accusa di
eresia, e appellandosi ai precedenti offerti dalla storia della Chiesa per minacciare di agire contro il
re, nel caso che si volesse tenere il concilio generale: avrebbe dato un esempio tale che nessun re o
altro potente avrebbe mai pi osato ingiuriare il sommo pontefice. Nel medesimo giorno (che
l'ultimo in cui lo vediamo ancora in piena attivit) emana ben quattro altri documenti ufficiali, il che
prova anche che non aveva alcun sospetto di ci che gli sovrastava n si sentiva ormai vinto. Tra
essi, un'altra bolla, la Super Petri solio, che intendeva pubblicare l'8 settembre.
Essa non manca d'una certa grandiosit. Il papa parla severo, dall'alto del soglio di Pietro, ai grandi
della terra. Elenca le colpe del re di Francia, per cui questi - sempre irretito dai cattivi consiglieri,
dalle "sirene" - incorso automaticamente nella scomunica: fra le quali colpe, gravissima, quella
d'aver accolto a corte Stefano Colonna. Per questo motivo ha perduto ogni facolt di concedere
benefici, e il papa lo avverte che scioglier i sudditi dal giuramento di fedelt e annuller tutte le
alleanze che il re avr stretto.
La bolla avrebbe dovuto esser affissa sulla porta della cattedrale di Anagni. Nogaret, non appena ne
ebbe notizia, il 2 settembre, si mise in moto verso quel luogo. Cos la grande contesa veniva
riducendosi dalle misure europee all'angusto orizzonte della citt del papa, dove questi soggiornava
con pochissimo seguito.
All'episodio finale concorsero due distinte iniziative, che non detto fossero state previste e
coordinate, almeno non a lunga scadenza. Da un lato dunque l'iniziativa francese: Guglielmo di
Nogaret veniva senza forze armate a compiere la sua missione quale che essa fosse. Dall'altro lato
vi era un'azione di carattere prettamente locale, tipica da guerra privata fra signorotti di contado, che
si fuse con quella francese e, con il suo andamento violento, la snatur totalmente: un vero colpo di
mano, organizzato e diretto da Sciarra Colonna ed ispirato naturalmente a sentimenti di rancore e

odio. E quelli che erano con lui, piccola nobilt del territorio, non pensavano ad altro: si trattava in
maggior parte di famiglie che il papa aveva danneggiato con i suoi acquisti di terre e castelli.
Il 7 settembre "fu per tutti i nemici il giorno della vendetta" (G. Falco). Il Nogaret ed il Colonna
(questo con un piccolo esercito), che si erano incontrati e accordati a poca distanza da Anagni, vi
entravano senza trovare resistenza nella popolazione. Si combatt attorno al palazzo papale.
Durante una tregua, Sciarra fece sapere al papa le sue condizioni: la consegna del tesoro papale ai
cardinali presenti in Anagni; la reintegrazione dei due cardinali Colonna nella loro dignit; la
rinuncia di B. alla tiara papale e il suo arresto. Nel tumultuoso assalto finale, mentre altri mettevano
le mani sul tesoro, Sciarra penetrava nella sala dove il papa sedeva, solo, in trono, nella maest del
pieno ornato pontificale, e lo minacci di morte se non abdicava subito. Al che B., con coraggiosa
dignit, non avrebbe risposto (in volgare) altro che "ec le col, ec le cape" (ecco il collo, ecco il
capo): si dichiar insomma pronto a morire, come un giorno aveva promesso, per la sua fede. Non
sembra che Sciarra passasse a vie di fatto (il famoso "schiaffo"), e del resto il Nogaret intervenne
energicamente e prese il papa sotto la propria custodia. Finiva cos il tumulto, e il terzo giorno la
popolazione anagnina finalmente si mosse, cacci gli assalitori, liber il papa. B. si trattenne l
ancora qualche giorno per riprender le forze, poi venne accompagnato sotto buona scorta fino a
Roma (18 settembre), e, dopo breve sosta al Laterano, passava in Vaticano, dove si sentiva pi
sicuro, perch era la zona controllata dagli Orsini. Non attendibile l'affermazione del cronista
Ferreto, che questi lo tenessero addirittura prigioniero. Ormai crollato, fisicamente e moralmente, B.
moriva l'11 ottobre 1303 e veniva seppellito nella tomba che s'era preparato in S. Pietro. Tre secoli
dopo (11 ottobre 1605) il sepolcro venne aperto e il cadavere apparve ben conservato, s che si pot
misurarne l'altezza (m 1,70 circa) e individuare anche le fattezze del papa.
Come pontefice e capo della cristianit B. ebbe un altissimo concetto di s e sent la missione di
affermare, senza alcuna incertezza, la "plenitudo potestatis" come il fondamentale, essenziale
connotato della sovranit pontificia sul mondo. La condusse fino alla pi superba, "totale"
espressione, e nel suo dramma personale ne present il rapido crollo. Il suo modo grandioso ed
altero di comportarsi non manc di destare opposizioni e resistenze entro la Curia stessa e diede
ricco alimento a narrazioni romanzesche e ad accese critiche nel mondo laicale. B. ebbe pochissimi
veri amici fra i cardinali: tra essi, Matteo Rosso Orsini e Matteo d'Acquasparta. Certo, era troppo
esperto nel diritto canonico per non tener conto della consuetudine per cui i cardinali dovevano
esser considerati dal pontefice come suoi "fratres". Difatti, quando sospese le nomine fatte da
Celestino V, lo fece con la motivazione che erano avvenute "sine consilio fratrum" e non
regolarmente in Concistoro. Ai suoi cardinali per riserbava soltanto una posizione subordinata:
disse una volta che erano "membra capitis nostri", ma senza avere il suo "status eminens", n stare
al suo livello. Formalmente li rispettava (e non sempre), e Matteo d'Acquasparta pot tracciare un
quadro idillico dei loro rapporti con il papa. Ma la realt era un'altra, fatta di palesi e frequenti urti,
nei quali il papa non seppe tutte le volte frenare la sua lingua mordace, suscitando tenaci rancori e
segrete opposizioni.
Possiamo chiederci come B. abbia governato la Chiesa, della quale si sentiva il "pontifex proprius",
il "pontifex summus, omnibus aliis pontificibus superior [...] pater summus et papa sine
determinacione loci". La serie ben ricca delle sue lettere, costituzioni e bolle ci dimostra l'attenzione
con la quale, pur fra le incessanti complicazioni politiche, egli teneva appresso ai pi minuti come
ai pi importanti aspetti della vita della Chiesa. Quel che con inesauribile spirito combattivo fece
per la difesa della libert ecclesiastica non ha, per vero, bisogno di esser ulteriormente documentato,
ed i suoi interventi in questo senso si hanno non solo nei paesi d'Oltralpe, ma anche in Italia (Lucca,
Pisa, Orvieto). Importante questione fu per lui quella dei rapporti fra il clero secolare e quello
regolare. Ne abbiamo visto gli inizi nell'episodio parigino del 1290. Ma se allora difese i privilegi
dei Mendicanti, poi mut parere, assumendo una posizione accentratrice, quindi contraria a tali

privilegi, e che corrispondeva in pieno al suo assolutismo. Alla questione diede poi una
sistemazione definitiva nella bolla Super cathedram (18 febbraio 1300), frutto non solo di una
attenta considerazione della cosa, ma anche di consulti tenuti con i cardinali e soprattutto con quei
due suoi fidi, il minorita Matteo d'Acquasparta e Matteo Rosso Orsini, protettore del medesimo
Ordine.
Con quella costituzione si stabiliscono norme precise circa i tre punti pi importanti sui quali
verteva il dissidio fra secolari e regolari: cio sui limiti entro i quali i Mendicanti potevano ricevere
le confessioni, predicare e celebrare funerali. I pi danneggiati furono i Minoriti, avvezzi da tempo
a una libert quasi illimitata, ma a nulla valsero le loro proteste, di fronte alla energia del papa. A
parte questa disposizione restrittiva, B. prese vari provvedimenti ad essi favorevoli, disponendo che
non si potesse da altri Ordini passare nel loro senza espressa licenza dei superiori, e che altri
conventi non potessero esser costruiti se non a una certa distanza dalle dimore dei Minoriti. Viet
poi che questi si stabilissero in nuovi luoghi senza la sua autorizzazione. Fu altres favorevole ai
Domenicani, anche perch lo avevano fedelmente sostenuto contro gli attacchi degli Spirituali;
favor inoltre due altri Ordini mendicanti, di pi limitata importanza, i Carmelitani e gli Eremitani.
Dalle loro file provengono tre dei pi vigorosi assertori del centralismo papale: Egidio Romano (che
B. fece vescovo di Bourges, ma volle tener sempre presso di s), Giacomo da Viterbo, Agostino
Trionfo. Non trascur di occuparsi anche degli Ordini pi antichi: se Celestino V aveva scacciato da
Montecassino i Benedettini perch non volevano adottare la sua Regola, B. li restitu alla loro
secolare sede. Contro le disposizioni di Gregorio X, avverse alla fondazione di nuovi Ordini,
approv quello dei Frati o Canonici di S. Antonio, sorto in Provenza. Fu contrario ai Francescani
estremisti (Bizzochi, Poveri eremiti, Spirituali, Fraticelli), specialmente perch si diceva di loro che
negassero ogni legittimit alla Chiesa ed al papa (e proprio su questo punto B. non poteva
transigere). Sembra che nel 1298 li abbia esplicitamente condannati (ma la relativa bolla
scomparsa).
B. non manc di occuparsi anche della lotta contro le eresie, sia in Italia, sia in Francia, sia in
Ungheria e specie in Schiavonia. Ma non fece molto, n prese decisioni notevoli. Vero che i
grandi tempi della eresia medievale erano passati, con la quasi totale estinzione del catarismo; e le
nuove eresie dei Valdesi e degli Apostolici non apparivano particolarmente pericolose, almeno al
suo tempo.
Meritano breve menzione alcune disposizioni da lui prese circa singoli punti della vita ecclesiastica.
Nel 1295 istituiva feste "doppie", e cio solenni, in onore degli apostoli, degli evangelisti e dei
quattro dottori della Chiesa (e nel decreto istitutivo B. si sofferma specialmente a celebrare i meriti
di questi). Nel 1299 emetteva la decretale Detestande feritatis abusum, con la quale venne proibita
l'usanza, veramente orrenda, di bollire i cadaveri per ricavarne le ossa per il seppellimento. Nel
1301 rivendicava alla Chiesa di Roma (che "super alias ordinarie potestatis obtinet principatum a
Deo") il diritto a provvedere ai quattro patriarcati orientali. Vietava inoltre che da autorit minori,
quali i rettori provinciali ed i loro ufficiali, venissero irrogate pene canoniche, soprattutto la
scomunica, e tanto meno per motivi fiscali (morosit di contribuenti).
Un cenno particolare merita (sulla traccia della ricerca di S. Gagner) l'attivit di B. come legislatore,
creatore e interprete della legge, tutore della giustizia; e ci si accompagna e coordina con quello
che il suo scopo principe, l'affermazione della pienezza di potere. Nel pubblicare la propria
raccolta di decretali, il famoso Liber sextus, lo introduce con la bolla Sacrosancte (3 marzo 1298),
nella quale esprime la sua dottrina circa la creazione del diritto. Di fronte alla natura umana, sempre
disposta a trovare nuovi motivi di contesa, il legislatore, che da un lato raduna vecchie disposizioni,
dall'altro ne crea delle nuove, ha per scopo sia la "correctio morum" e l'eliminazione degli scandali,
sia la tutela della "subditorum quies". Tipico il modo con cui B. si valse delle decretali dei

predecessori, modificandole, correggendole, accorciandole o aggiungendovi altre disposizioni,


"prout expedire vidimus": in sostanza, gli servirono come pretesto per formulare leggi in astratto. Il
Liber sextus venne inviato a varie universit, come si usava fare, e parimenti tradizionale la
disposizione che avesse a servire "in iudiciis et in scholis".
Il momento giuridico domina evidente anche nella maggior parte dei testi cui il papa affida
l'espressione della sua volont. Egli si comporta sempre come "iudex omnium", secondo la formula
di Innocenzo IV. Nella Ineffabilis dice di se stesso che "in summo militantis Ecclesie iustitie solio
presidens"; analogamente nella Apostolica sedes afferma che soltanto grazie alla Santa Sede
"principes imperant et potentes decernunt iustitiam ac reges regnant et legum conditores iusta
decernunt", e presenta s come quegli che "sedens in solio iudicii cum tranquillitate iudicat".
Importanti affermazioni troviamo, inattesamente, in una lettera di dispensa matrimoniale (Sancta
Romana Ecclesia, 11 ottobre 1298): la Sede romana "mater est fidei, sola auctoritatem, ab ipsis
exceptam, prestat conciliis, iura statuit et omnibus legem ponit". E definisce se stesso come "ille
solus summus pontifex, qui canones condere potest, quive legibus est solutus, cuiusque auctoritas in
ipsis semper intelligitur exceptata". Si pu anche citare una sua curiosa ma espressiva affermazione:
in una certa occasione avrebbe detto "se uni abbatisse [!] caput solummodo inclinare, hoc est
iustitie". Va considerata qui anche una meditata presa di posizione di G. Le Bras, che vorrebbe
corretto il tradizionale ritratto del papa come persona violenta e implacabile, e propugna una
interpretazione di lui come un "sinfonista e moderatore": portato dunque piuttosto ad alleviare le
durezze della legge, accordandone fra loro le norme e moderandone l'applicazione; ad usare
indulgenza (e sia pure con le note contraddizioni); a presentarsi, offrirsi, imporsi come arbitro. un
punto di vista sostenuto con fiducia manifestamente eccessiva, ma che ha del buono: si veda infatti
come B. prende le difese del "fedele qualsiasi" contro gli arbitri di rettori e inquisitori; come rende
obbligatoria la pubblicit dei nomi sia dei testimoni sia degli accusatori nel processo contro gli ebrei
in Roma; come molto umanamente dispone che le donne siano esentate dall'obbligo di presentarsi
di persona davanti al tribunale, o che, in genere, non si possa esser convenuti in giudizio fuori della
propria diocesi e comunque non oltre i due giorni di viaggio ( per disposizione di Gregorio IX).
Ad ogni modo si tratta di particolari significativi, che completano in modo positivo il ritratto del
papa giurista.
B. tenne a far valere la sua pienezza di poteri anche nel settore della cultura universitaria,
continuando e assodando un diritto d'intervento papale che aveva gi precedenti. Gi si visto come
la modesta localit di Pamiers venisse beneficiata dalla concessione di uno Studio generale (che
per non entr mai in funzione). La tradizione che altrettanto abbia fatto per Fermo non ha alcuna
consistenza (in quanto lo Studio vi fu creato da Bonifacio IX, nel 1398). Fu B. per realmente il
fondatore dello Studio generale di Roma (In supreme preheminentia, 20 aprile 1303) - a favore del
quale concesse parecchi privilegi - e il riordinatore di quello di Avignone (Conditoris omnium, 1
luglio 1303), che sottopose all'autorit papale.
Sempre in quel tempo (Sedes apostolica, 15 agosto 1303), il papa, considerato che Filippo il Bello
cerca di trascinare nella sua ribellione anche i maestri, dottori, baccellieri e scolari dello Studio
parigino, per evitare che in tale occasione gente non idonea possa "cathedram ascendere
magistralem", sospende "omnes de regno potestatem habentes dandi licentiam regendi seu docendi
ac approbandi", sia nella facolt teologica sia in quella di diritto, e ci fino a che il re non ritorni
all'obbedienza.
Data la sua solida preparazione giuridica, la consumata esperienza del fatto politico, la pratica
visione dei problemi di governo e il suo senso della giustizia, B. avrebbe potuto essere un esemplare
reggitore dello Stato della Chiesa, all'amministrazione del quale avrebbe potuto dare un assetto
ragionato e durevole. Purtroppo per, nel proposito di affermare sempre e dovunque le sue

convinzioni ierocratiche, fu attirato senza rimedio dalla grande politica internazionale; d'altra parte,
con singolare contrasto, si impigli volutamente - e ingloriosamente - nella pi angusta politica
familiare, limitandosi cos ai ristretti orizzonti romano-municipali e "campanini". Ci spiega come
il suo pontificato, che nei riguardi dello Stato avrebbe potuto essere, pur nella sua brevit,
costruttivo, non possa giudicarsi quasi altro che come un'occasione mancata. Vediamone ad ogni
modo gli aspetti positivi. Sono essenzialmente affidati alle tre costituzioni che egli emise per la
Campagna e Marittima (Romana mater, 28 settembre 1295), per la Tuscia romana (Licet merum, 20
gennaio 1300), per la Marca (Celestis patrisfamilias, 6 settembre 1303), tutte ispirate al criterio di
difendere le comunit contro ogni possibile arbitrio o abuso degli ufficiali pontifici (rettori,
tesorieri, giudici). Nell'ultima dispose addirittura che quei funzionari, in ogni loro grado, allo
scadere dell'ufficio dovessero esser posti sotto sindacato (ed facile comprendere che tale
disposizione non venne applicata se non fintanto che visse il papa). Le tre costituzioni danno chiara
testimonianza della saggezza del loro autore, e sono ricche di intelligenti disposizioni, relative
all'autogoverno comunale, alla facolt di darsi statuti, alla responsabilit per delitti o reati, alle
imposte; toccano specialmente questioni di procedura (lentezza nei processi, eccessivit di
ammende, arresti senza motivazioni, pressioni contro chi volesse appellare a una istanza superiore).
Costante linea di condotta di B. fu quella d'instaurare diretti e pi rapidi rapporti con i sudditi (cos,
gi nel 1296 convoc a Roma i signori e i rappresentanti delle comunit di Romagna, per esser
informato sulle loro necessit), a discapito, inevitabilmente, dell'autorit degli organi di governo
periferici, le rettorie provinciali: contrario dunque al decentramento, persegu un programma di
accentramento mirante a ridurre tutto nelle mani sue o di poche persone di sua fiducia, inviate in
legazioni o missioni speciali. Governo personalistico in alto grado, che si esplicava attraverso il
clientelismo, e non poteva non portare a un indebolimento dell'organizzazione statale. Non mancava
per di una sua giustificazione: B. seguiva con preoccupata attenzione il diffondersi del fenomeno
della signoria nelle terre ecclesiastiche e riteneva, non senza ragione, che il governo rettorale non
fosse il pi adatto per frenarlo, ma che meglio convenisse rafforzare il sistema democratico
comunale mediante concessioni dell'esercizio dei poteri giudiziari, spesso a titolo di premio per la
fedelt di questo o quel centro urbano. Se prima di lui era stato disposto che i Comuni non potessero
valersi dei loro Statuti ove in precedenza non li avesse approvati il rettore, ora B. rende facoltativo
tale controllo. Nelle questioni interne delle citt comunali dispone che il rettore non abbia il diritto
di intromettersi; quando vi sia un conflitto di giurisdizione fra la curia (tribunale) del Comune e
quella del rettore, deve entrare in funzione l'istituto della "praeventio", per il quale, quello dei due
che abbia per primo preso cognizione del reato acquista anche l'esclusivo diritto di giudicarlo.
B. abbond, sempre a titolo di speciale concessione, nel dare ai Comuni il permesso di scegliersi il
podest da soli. Ma faceva divieto che lo chiamassero dal di fuori: contrariamente alla prassi
generalmente invalsa in Italia, doveva essere uno del luogo. Ci sempre per evitare l'instaurazione
di un dominio signorile. Nel medesimo ordine di idee rientra ovviamente anche la consuetudine
(non iniziata con lui, ma da lui favorita su larga scala) di affidare al papa stesso la carica di podest
o di capitano del popolo e del Comune: B. venne in tutta forma chiamato a queste cariche, ora a
tempo, ora a vita, da Orvieto (in pi riprese), Corneto (Tarquinia), Velletri, Toscanella, Terracina,
Veroli. Si deve spiegare con la grande fama che B. aveva conseguita, se nel 1296 anche Pisa gli
affid tale carica, e il papa la fece esercitare in suo nome dal conte della Valdelsa. Ma se, fin dal
primo momento, Roma gli confer la dignit di senatore, ci rientrava invece in una prassi ormai
assodata. Per completare il quadro, va fatto un rapido accenno all'aspetto fiscale
dell'amministrazione dello Stato. B. perfezion il sistema della esazione dei tributi, non ricorrendo
pi ad appositi legati apostolici, ma affidandola ai vescovi locali, indubbiamente pi a contatto con
il mondo locale e meglio esperti delle sue reali possibilit. Quanto alla collettoria delle decime,
venne da lui affidata con maggiore sistematicit ai banchieri toscani, che ne perfezionarono il
meccanismo con la loro esperienza professionale.

La personalit di B. indubbiamente fra le pi rilevanti nella storia del papato medievale. Come suo
connotato predominante possiamo forse individuare la "magnanimit", nel senso del "veder
grande", pi che come generosit nel perdono. Figura di sanguigna umanit, ebbe meriti e demeriti
ugualmente spiccati, e fu ricco di contraddizioni. Fra i lati positivi da rilevare l'incrollabile fede
nella Chiesa, nella fondazione divina e la santit di essa, e la profonda convinzione che essa si
impersoni nel papa e che al papa spetti nel mondo una posizione unica e preminente. Da tale fermo
convincimento derivano quelle sue prese di posizione, estremamente recise e sostenute con
eccezionale coerenza e costanza, cui ci siamo spesso riferiti. Come sovrano e capo di Stato, lo
distingue una visione essenzialmente "politica" del mondo e una pronta decisione nell'affrontarne i
problemi, accompagnata a molta dignit di comportamento e sostenuta da una intelligenza fuori del
comune. Valuteremo positivamente anche il suo evidentissimo amor di gloria: con Arnaldo da
Villanova ebbe un giorno a vantarsi che, avendo accresciuto la gloria della Chiesa romana, anche la
sua personale memoria sarebbe restata gloriosa "nel secolo del secolo". Tale amor di gloria si
esplica in modo che potremmo definire "prerinascimentale", attraverso una spiccata predilezione
per i segni esteriori di essa: non gli si pu far piacere pi grande che innalzandogli statue (ve ne
sono ad Orvieto, Bologna, Anagni, Roma; discussa l'identificazione della statua di Firenze; a
Padova si decise di dedicargliene una), ed egli stesso cur in modo particolare tutto ci che poteva
dar risalto alla sua magnificenza, come paramenti, arredi preziosi e soprattutto la tiara pontificale.
Contrassegn con il proprio stemma familiare gli edifici e perfino oggetti e ornamenti di cui si
circondava; fu forse il primo papa a valersi di esso come stemma e insegna della Chiesa.
Passando agli aspetti meno simpatici della sua personalit, ne rileveremo il carattere assai difficile:
altero fino alla superbia, imperioso, duro e intollerante di critiche o anche di consigli; il
temperamento collerico lo portava a scatti violenti e incontrollati, nei quali affiorava anche la sua
origine dalla Campagna. Aveva un suo modo assai sarcastico di giudicare le persone, colpendole
senza piet n riguardi nei loro lati negativi o ridicoli. La sua abilit di uomo d'affari torn
certamente anche a vantaggio della Chiesa. Ma era altres avidit di denaro, giustificabile per, data
la continua necessit di introiti sempre crescenti, dovuta ai molteplici e ambiziosi fini che persegu.
F. Baethgen fa notare che il suo pontificato signific per la Chiesa un carico finanziario che
difficilmente era stato raggiunto in precedenza, e che resta eccezionale anche se paragonato alle
spese dei successivi papi avignonesi. Osserva inoltre che l'odiosit che accompagn B. da vivo e da
morto si spiega in massima parte proprio con la sua politica finanziaria.
Nonostante tutte le accuse e insinuazioni che gli vennero rivolte, anche lui vivente, e con intenti
nettamente polemici e denigratori, la sua ortodossia appare fuori di discussione. Non da fargli
addebito se gli manc la sensibilit per il momento mistico-escatologico che caratterizzava gli
aspetti pi vivi della religiosit del suo tempo: evidentemente non rispondeva alla sua "forma
mentis" religiosa. Ma nemmeno da parte dei pochi e poco convinti suoi difensori ci viene fornita
alcuna prova di autentica "pietas", di vero afflato religioso: da questo punto di vista B. scade
alquanto nei riguardi di altri grandi papi. Dovette per esser ben fondato in teologia, come
dimostrano le sue grandi bolle (che sono probabilmente per la massima parte scritte da lui stesso).
Arnaldo da Villanova ricorda come, cercando egli di convincere il papa con le sue elucubrazioni
escatologiche, questi gli dicesse rudemente che si occupasse di medicina e non di teologia; e si vale
anche di una bella immagine: nel campo della teologia B. voleva trovarsi solo "cum gigantibus",
assieme con i grandi del pensiero teologico.
Certamente la maggior parte delle "eresie" che gli vengono attribuite sono frutto di malevola
invenzione, come le favole circa il suo commercio con i demoni; altre, pi verisimili sue
affermazioni derivano in sostanza da una retta interpretazione di fatti naturali, come quando, nel
terremoto di Rieti del 1298, a chi, terrorizzato, esclamava che era la fine del mondo, rispose,
probabilmente in tono beffardo, che il mondo sempre stato e sempre sar, e che non finisce se non

per chi muore. Vera battuta da "spirito forte", come B. pu esser qualificato; ma non da
meravigliarsi che i suoi contemporanei se ne adontassero e formulassero su di lui strane e pesanti
accuse, e soprattutto i molti che lo odiarono.
Ci piace chiudere con un giudizio di G. Falco: "fu di grande animo, avido, ambizioso, superbo, tutto
versato nell'azione: fra coloro che lo avvicinarono non distinse che amici o nemici, con gli uni
nepotisticamente generoso, con gli altri inesorabile. In un mondo mutato fece l'ultimo esperimento
di un'inflessibile teocrazia papale: i suoi stessi errori, le sue stesse energie valsero a precipitare la
crisi ed a promuovere la nuova coscienza europea".