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FRAN CESCO COGNASSO

IL PIEMONTE
NELL'ETÀ SVEVA

DEPUTAZIONE SUBALPINA DI STORIA PATRIA


TORINO - PALAZZO CARIGNANO
1968
C APITOLO VIII

FEDERICO BARBAROSSA ED I PROBLEMI POLITICI


DELL'ITALIA OCCIDENTALE

1. Il comune di Novara e i conti di Biandrate. - 2. Le que-


stioni politiche della valle del Tanaro. - 3. In Val di
Scrivia. - 4. Federico Barbarossa in Piemonte. - 5. La dieta
di Roncagli» del 1158. - 6. Federico Barbarossa fra due
papi. - 7. L'antipapa Vittore IV a San Pietro di Savigliano.
8. Dopo la distruzione di Milano. - 9. L'incoronazione impe-
riale di Torino. - 10. Federico Barbarossa ed I Genovesi.
11. La spedizione di Roma.

1. Il comune di Novara ed i conti di Biandrate

La politica degli Staufer aa. Federico I a Federico II ebbe


quasi costantemente come centro ai. gravità l'Italia occidentale, l'at-
tuale Piemonte. L'anti-imperialisrno stentò sempre a radkarvisi, così
per la prima come per la seconda Lega Lombarda.
Le marche dove spesso gli imperatori avevano trovato resi-
stenza erano scomparse: ora vi erano numerose dinastie di marchesi,
di conti, la cui autorità era legata ad un diploma imperiale. In Pie-
monte la lista delle corti regie del servizio della mensa imperiale
comprendeva ventotto corti: Settimo, Torino, Susa, Avigliana, Pios-
sasco, Chieri, Testona, Revello, Saluzzo, Albenga, Savona, Torcello,
Villa del Foro, Gamondo, Casale, Odalengo, Pecetto, Marengo, Sez-
zè, Retorto, Ponti (o Belmome?), Basaluzzo, Vinchio, Tromello,
Lomello, Montiglio, Curana. L'elenco, che è della metà del secolo X,
comprende corti che nel secolo XII erano diventate feudi e centri
importanti feudali o comunali, ma le tradizioni imperiali non erano
cadute e gli obblighi vivi.
Quando Federico Barbarcssa comparve in Italia nel 1154, egli
sapeva di poter contare in Piemonte sopra l'appoggio sicuro di tutta
la feudalità maggiori; eò anche delle città, dove i vescovi apparivano,
per la loro posizione feudale, devoti all'impero e dove anche i nuclei
comunali che raccoglievano le forze della piccola feudalità non erano
ostili all'impero che aveva approvato le loro consuetudìni, i loro
buoni usi, le loro libertà. Vi erano però nella regione pedemontana
àeQe. controversie giuridico-cconoiniche che dovevano attirare l'atten-
zione del nuovo Cesare e metterlo anche nll'ìmbarazzo.
Fra Sesia e Ticino vi era la questione novarese. Attraverso ad
avvenimenti die non conosciamo, Novara era passata fin dal prin-
cipio del secolo XII sotto l'influsso di Milano. Così, anche ì conti
di Biandrate che conservavano tutti i loro possessi di "Valsesia e
dell'Ossola e non parevano aver del tutto rinunciato ai loro vecchi
comitati di Pombia e di Bulgaria. Come già si è accennato, all'assedio
di Comò del 1119 i milanesi avevano rimorchiato vercellesi, asti-
giani, novaresi e persine la vedova dì Alberto conte di Biandrate
che era venuta all'esercito col figlioletto Guido:
V.I coruhissa suura gettando brachio natura,
Spente sua tota cum gente Novaria venit.
Proprio « sponte »? Nel 1127 di nuovo i novaresi ed il conte
Guido di Biandrate, certo non più in braccio, ma accompagnato dalla
madre, questa volta, ritornarono alla richiesta dei milanesi per un
nuovo assedio di Comò. Ci dice Ottone di Frisinga che Guido di,
Biandrate — alla metà del secolo XII — possedeva il territorio
novarese « Mediolanensium... aucioritate »; altrove dice che il contes
di Biandrate era « naturalis in Medioiano civis » sì che « curiae carus
et civibus suis non esset suspiciostis ». È da pensare che il conte
di Biandrate avesse dovuto, per salvaguardarsi dai milanesi ed averLi
alleati contto i novaresi legati al vescovo, giurare il cittadinatìco dii
Milano. E se i milanesi prima del 1154 avevano costrutto òeiì»e
fortificazioni -A Ticino per avere il possesso del ponte ed aveva?»*?
nelle mani alcuni castelli come Morno, Galliate, Trecate, Mosezzco,
Farà, in modo da dominare la regione novarese, si può supporrle
die Milano intromettendosi nelle controversie locali cercasse di uro-
porsi ed al comune novarese ed ai Biandrate.
Guido di Biandrate non poteva non ricorrere però ail'autoritrta
imperiale pel averne protezione, contro questa azione awolgitrioce
da parte di Milano.
21 2 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

Già nel 1140, poco dopo l'elezione di Corrado III, il coate di


Biandrate si, recò in Germania, insieme con Raineri di Bulgaro,
forse per la dieta di Worms: è dubbio se allora ottenne da Cor-
rado III un diploma. Ma dodici anni dopo, quando Federico Bar-
barossa fu proclamato, Guido di Biandrate si affrettò a ritornare
in Germania e nella dieta di Wùrzburg dell'ottobre del 1152 ottenne
dall'imperatore un privilegio di conferma di tutti i suoi domini nei
territori di No vara e di Chieri: nel diploma nessun accenno invece
si faceva al comitato di Pombia. La questione era dunque chiusa?

2. Le questioni politiche della valle del Tartaro

Più grave problema era offerto dalla situazione politica nella


valle inferiore del Tanaro, per i contrasti gravi tra il comune d'Asti
ed H marchese di Monferrato. La politica di ingrandimento del co-
mune mercé accordi pacifici con i piccoli feudatari limitrofi aveva
presto urtato contro le aspirazioni dei marchesi. Un cronista poste-
riore che può avere attinto a qualche fonte fede degna, Guglielmo
Ventura, afferma che tra astigiani ed il marchese Raineri vi fu bat-
taglia il 4 luglio 1123 e che i primi furono sconfitti. Ignoriamo
in che cosa consistesse il dissidio. Nel 1135 il violento contrasto
scoppiato, come già accennammo, tra il nuovo marchese, Guglielmo
il Vecchio, ed i suoi cugini del ramo di Felizzano, diede nuova esca
al conflitto con Asti, In quell'anno Ardizzone II in odio al cugino
Guglielmo si gettò tra le braccia oegli astigiani ed acconsentì a tenere
da essi in feudo la sua parte deKcastello di Felizzano, il castello
di Calliano e quello di Tonengo, i qoali due però erano nelle mani
del nemico; anzi si impegnò a tenere "in feudo da Asti quel che
potesse riconquistare dei suoi domini in Monferrato, tra Po e Ta-
naro ed a non venire ad accordi con" il cugino Guglielmo senza intesa
con Asti.
Del conflitto tra i due marchesi non abbiamo notizie precise.
Si può pensare che Ardizzone I ed Ardizzone II volessero trasfor-
mare in signoria autonoma i loro possessi come stavano pure cer-
cando di fare i cugini marchesi di Occimiano. Veramente nel 1126
i tre marchesi Raineri, Ardizzone e Bernardo di Enrico Balbo erano
concordi nella fondazione del monastero di Lucedio e nel 1135 tro-
viamo ancora concordi Raineri ed Ardizzone in un'altra donazione
a Lucedio. Ardizzone I aveva cercato di costituire la signoria di
IN VAL DI SCRIVIA 213

Felizzano trattando con Bonifacio del Vasto per reciproche rinunce


e concessioni, ma Raineri compartecipe del possesso di Felizzano
pare si opponesse ottenendo da Enrico V la conferma di detti domini
contestati. Una nuova conferma ottenne poi da Corrado III il mar-
chese Guglielmo V, La rottura tra Ardizzone II e Guglielmo V
diventò in seguito dell'intervento di Asti completa ed insanabile.
Anche i figli di Ardizzone II, i marchesi Enrico e Bernardo, nel
1149 rinnovarono i buoni rapporti con gli Astigiani cedendo loro,
per riaverlo in feudo, il castello di Vignale.
Ad aggravare la situazione politica sul Tanaro contribuì ancora
nel 1149 un altro acquisto di Asti. Uno dei figli di Bonifacio del
Vasto, il marchese Ottone il Bovaro, cedette ad Asti metà del comi-
tato di Loreto, riavendolo in feudo. Anche il marchese Ottone era
in contrasto con Guglielmo V di Monferrato, evidentemente per
contestazioni patrimoniali, forse appunto per Loreto, ed intendeva
assicurarsi l'aiuto degli astigiani. Sappiamo che alla vigilia della
discesa in Italia di Federico Barbarossa, sul Tanaro si combatteva:
il 2 settembre 1154 Guglielmo V venne sconfitto dagli astigiani.

3. In Val ài Scrivici

Anche in Val di Scrivia le questioni relative alle strade com-


merciali tra il Po ed il mare ed ai pedaggi avevano reso difficili i
rapporti tra i vari comuni: Genova, Gamondio, Tortona, Pavia,
Milano. I genovesi nella necessità di assicurarsi sicuri e tranquilli
i commerci portuari avevano creato una rete di accordi con i comuni
padani. Cosi nel 1130 si erano accordati con i pavesi per dieci anni:
alleanza, rispetto reciproco di uomini e di merci, riconoscimento di
una lìnea di demarcazione (Castello d'Orba, Parodi, Carosio, Mon-
taldo, Stazzano, Sarazzano, Vogherà, Castelnuovo, Sala, Rovoreto, Ga-
mondio, Sezzè) accordi contro i marchesi di Gavi, contro il comune
di Tortona. Ma nel 1140, prima di rinnovare per un altro decennio
gli accordi con- i pavesi, credettero opportuno accordarsi con i torto-
Resi con un patto pure decennale, che permise loro di fare delle
riserve esplicite negli accordi con i pavesi. Poi nel 1144 i genovesi,
preoccupati di tenere la pace in Val di Scrivia, rifecero accordi con
i pavesi e con i tortonesi, ma questi due comuni, sebbene costretti
a pace dal comune alleato, non riuscirono ad intendersi mai. E sap-
piamo che Tortona era in lotta con Pavia già nel 1107! Invece i
214 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

tortonesi riuscirono ad accordarsi con i milanesi contro i pavesi.


Così nel 1146 i genovesi si accordarono con i gamondiesi esen-
tandoli dal pedaggio di Voltaggio ed avendone in cambio promessa
di protezione per i castelli loro di Voltaggio, FLaccone, Aimero, Mon-
taldo: l'accordo era diretto contro i marchesi di Gavi e di Parodi
e contro il loro alleato e congiunto Guglielmo V di Monferrato che
aveva vecchie questioni con Genova. Conseguenza fu che Alberto
di Parodi fu fatto prigioniero dagli abitanti di Castelletto d'Orba
a lui ribellatisi. La consorte Matilde di Monferrato, sorella appunto
di Guglielmo V, per liberare il marito si rivolse ai genovesi impe-
gnandosi a cedere loro per prezzo il castello stesso di Parodi ed
a prendere la cittadinanza genovese. Nel 1150 il marchese di Mon-
ferrato giurò il cittadinatico di Genova promettendo di intervenire
ai parlamenti e di aiutare con le armi e con i consigli il comune;
e così anche si impegnarono i marchesi di Gavi.
Avrebbe saputo Federico Barbarossa regolare le varie contro-
versie locali senza provocare reazioni? Nel 1154 egli era ancora
giovane, impulsivo, convinto che l'autorità imperiale dovesse risol-
vere tutte le difficoltà. Occorreva solo comandare.
Federico Barbarossa entrò in Lombardia per la valle dell'Adige:
il 26 ottobre 1154 era a Povegliano (Villafranca), dal 19 al 22 no-
vembre fu presso Brescia, poi venne presso Cremona: attraversò
l'Adda sul ponte dei Cremonesi fra San Vito e Castiglione ed il
30 novembre si accampò a Roncaglia dove comunità, arcivescovi,
abati, baroni dovevano convenire..

4. Federico Barbarossa in Piemonte \

Dopo avere esaminate le varievvertenze nella dieta di Roncaglia,


sul principio del dicembre del 1154 Federico Barbarossa fece una
breve incursione nel territorio di Milano, ma senza una vera ten-
denza ostile. Voleva recarsi in « superiores Italiae partes » cioè in
Piemonte. Nell'attraversare il territorio milanese nacquero contrasti
tra Federico ed i rappresentanti di Milano; Federico per rappresaglia
bruciò Rosate; alcuni cavalieri tedeschi furono feriti; i milanesi die-
dero la colpa al loro console Gerardo Negri e per punirlo ne
distrassero la casa.
Federico Barbarossa intanto attraversava il Ticino a Turbigo il
15 dicembre e si recava a Biandrate, ospite del conte Guido. Awen-
FKBERIOO BÀRBAROSSA IN PIEMONTE 215

nero in questo momento delle trattative con Milano, ma senza esito:


l'imperatore perciò distrasse le fortificazioni milanesi al ponte sul
Ticino, poi i castelli novaresi presidiati da Milano, Momo, Galliate,
Trecate. Sotto le mura di Trecate appunto festeggiò Federico il
Natale: di quei giorni certo è la decisione di confermare al vescovo
di Novara tutti i suoi possessi e domini feudali comprendendovi
Novara ed i comitati di Pombia e d'Ossola. Il diploma fu sigillato
poi a Casale il 3 gennaio seguente: era presente il conte di Biandrate
che pure sapeva di avere ottenuto il comitato d'Ossola nel diploma
di due anni prima. Voleva Federico I togliere il vescovo di Novara
dall'influsso di Milano?
Dopo avere adunque visitato Vercelli e Casale, l'imperatore
risalì nel nord ed attraversò il Canavese. A Rivarolo il 13 gennaio
Federico ricevette l'omaggio feudale di un grande signore del regno
d'Arles, Guido V conte d'Albon: gli concedette la conferma di tutti
i suoi privilegi e possessi, in più la concessione di una miniera
d'argento a Rama ed il diritto di aprire una zecca a Cesana che
doveva rivaleggiare con quella sabauda di Susa. Anche Bertoldo di
Zahringen, rettore della Borgogna, che accompagnava Federico I,
fece notevoli concessioni al conte d'Albon per il possesso di Vienne
promettendogli aiuto contro il conte di Macon. Invece Umberto III
di Savoia, • sebbene Federico attraversasse una regione così impor-
tante per i suoi interessi, era assente.
Dal Canavese Federico Barbarossa raggiunse Torino, dove fu
ospite del vescovo Carlo ed ora attraversò il Po al ponte di Testona
per raggiungere la valle del Tanaro. Dalla dieta di Roncaglia aveva
inviato solenni intimazioni ai milites di Chieri, gli « oppidani Kairae »
ed ai cittadini di Asti « astenses cives » di soddisfare alle giuste
esigenze del marchese di Monferrato. A Roncaglia, il vescovo d'Asti
Anselmo aveva unito le sue proteste a quelle di Guglielmo V: il
comune astigiano evidentemente si disinteressava e dei diritti comi-
tali del vescovo e dei diritti non meglio precisati del marchese di
Monferrato. Guglielmo V pretendeva forse che Asti fosse di spet-
tanza della vecchia, primitiva marca aleramica? o si considerava erede
della contessa Adelaide? Naturalmente né chieresi né astigiani cedet-
tero alle intimazioni imperiali. Federico Barbarossa li dichiarò ribelli
e mise gli uni e gli altri al bando dell'impero.
I primi ad essere colpiti furono quei di Chieri. Corte regia
in origine, Chieri figura già nelle donazioni imperiali all'episcopio
di Torino dal secolo X; il vescovo Landolfo vi costruì un castello
216 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

ed una torre. Altri beni il vescovo torinese vi acquistò alla fine


del secolo XI, operando permute con l'abazia di Cavour.
Molti beni nella regione possedevano però i conti di Biandrate
per il noto scambio di terre fatto nel 1034 con l'abazia di Nonantola;
terre staccate forse dalle corti regie, fin dall'età langobardica o caro-
lingia. Appunto nel 1152 con il diploma di Wùrzburg, Guido di
Biandrate aveva ottenuto da Federico I la conferma per Cesoie, Riva
(di Chieri), Porcile, Val di Masio « cum omni comitatu et districto »
ed inoltre per i beni di Monteu (Roero), castello e corte che il
conte Guido aveva ereditato da un vassallo dell'episcopio astense,
Rodolfo di Monteu, morto senza eredi diretti, essendogli premorta
la figlia Berta che aveva sposata un Oddone di Biandrate.
A Chieri vi erano dunque dei vassalli del vescovo di Torino
e del conte di Biandrate, forse anche del marchese di Monferrato.
Non si ha traccia ancora di organizzazione comunale. All'arrivo di
Federico I, gli « oppidani » abbandonarono la loro « maximam et
munitissimam villani » e si rifugiarono nei castelli sulle vicine col-
line; i tedeschi vi si fermarono qualche giorno, poi andandosene
diedero fuoco al castello ed alle torri.
Anche Asti si vuotò della popolazione all'arrivo di Federico
Barbarossa: il rifugio dei capi fu il castello di Annone. Così l'impe-
ratore potè senza difficoltà occupare la città e partendosene (1° feb-
braio 1155), consegnarla al marchese di Monferrato. Proseguendo
la sua marcia, Federico si portò, a Gamondio, poi a Bosco presso
quei marchesi che lo spinsero coltro Tortona. Ottone di Frisinga
ci dice che Federico intimò ai tortosesi di lasciare l'alleanza di Mi-
lano e di allearsi con Pavia; però le intimazioni urtarono contro un
assoluto rifiuto e fu necessario ricorrere ài}a forza. La città fu stret-
tamente assediata, battuta con macchine, incendiata nei borghi. Ma
poiché i milanesi e gli stessi marchési Malaspina aiutarono gli asse-
diati, Tortona resistette eroicamente per più cii due mesi (14 feb-
braio- 18 aprile); poi Federico abbandonò la città, arresasi per fame,
all'odio dei pavesi che in otto giorni distrassero castello, mura, case.
Ora Federico Barbarossa giudicò che l'Italia occidentale fosse tran-
quilla e si recò a Pavia a festeggiare le vittorie su Chieri, Asti e
Tortona. Quindi proseguì per Roma: l'incoronazione imperiale, la
questione di Arnaldo da Brescia lo occuparono assai.
Nel luglio del 1155 Federico già riprese la via della Germania.
Da Roma sari a Spoleto dove gli fu necessario combattere aspra-
mente con la popolazione insorta contro i tedeschi; quindi si portò
LA DIETA DI RONCAGLIA DEL 1158 217

ad Ancona e sciolse l'esercito. Egli risalì la valle dell'Adige ed attra-


versò il Brennero; altri principi invece ripresero la via del Piemonte
e si recarono ai valichi del Cenisio e del San Bemardo.

5. La dieta di Roncarla del 1158

Ma nell'Italia occidentale la pace non si era ristabilita. Appena


i tedeschi si erano allontanati verso Roma, i milanesi erano accorsi
alle mine di Tortona e si erano messi a ricostruire mura e case.
Per ricordare la riedificazione della città, i Consoli di Milano invia-
rono ai Tortonesi una lettera con tre simboli che rappresentassero
la loro devozione: una tromba di bronzo che servisse a chiamare i
cittadini alla battaglia, un vessillo bianco con la croce rossa, un
sigillo che rappresentasse le due città unite in perpetuo. Di qui
nacque una lunga guerra tra Milano e Pavia, prima attorno alle
ruine di Tortona, poi in Lomellina, e poi sotto Lodi, e sotto Cre-
mona. I milanesi si preoccuparono di allargare la sfera delle loro
alleanze, in modo da isolare i comuni nemici, Lodi, Pavia, Cremona:
trattati conchiusero con Tortona, Vercelli, Asti, Genova, Piacenza,
Brescia. Il 19 luglio del 1156 promisero ai piacentini che li avreb-
bero aiutati contro i cremonesi ed i pavesi; riservavano i cremaschi,
i genovesi, i giuramenti fatti agli astigiani, ai vercellesi, ai tortonesi.
Nel 1156 le miHzie milanesi ricomparvero pure nel Novarese,
dove assediarono il castello di Cerano, che era del conte di Biandrate
ed ora si trovava nelle mani dei novaresi e dei loro alleati i pavesi.
Il conte Guido si trovava allora in Germania, alla corte imperiale.
Per lui, e per sé, i milanesi occuparono successivamente non pochi
castelli: Cerano, Sozzago, Morghengo, Momo, Mosezzo, Farà; poi
rifecero il ponte sul Ticino e Io presidiarono. Quando Guido di
Biandrate ritornò, assunse egli stesso il comando supremo delle forze
alleate milanesi (contro Pavia; nel 1157 ditesse appunto le operazioni
per la presa di' Vigevano.
Così il conte di Biandrate continuava nella sua amicizia con
Milano — ignoriamo quando avesse prestato il giuramento di citta-
dinatico a Milano — pur essendo in ottimi rapporti con Federico
Barbar ossa. Questi alla dieta di Francoforte (1" febbraio 1156) aveva
concesso al conte un importante diploma: lo assumeva sotto la sua
speciale protezione, gli riconfermava possessi e privilegi in perpetuo,
lo dichiarava dipendente solamente dall'autorità imperiale, gli ricon-
218 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

fermava la giurisdizione per tutto il comitato ed il vescovado di


Novara, eoa il diritto per i suoi sudditi di commerciare liberamente
nei tre vescovadi di Novara, Vercelli, Ivrea.
Era senza dubbio una notevole affermazione di prestigio e di
autorità in tutta la regione compresa tra la Dora Baltea ed il Ticino;
la politica ambigua di Guido pareva essere per ora vittoriosa. Ancora
nel 1157, appunto dopo aver combattuto con Milano contro Pavia,
insieme con il cognato Guglielmo di Monfemto riprese la via di
Germania. A Wurzburg alla Pentecoste assistettero alle nozze del-
l'imperatore con Beatrice di Borgogna; alla dieta di Besangon (otto-
bre 1157), Federico discusse della prossima discesa in Italia.
La resistenza di Milano ai suoi voleri faceva capire all'impe-
ratore ch'egli non avrebbe potuto dominare in Italia se non avesse
piegato prima i milanesi « i quali superbamente ribelli al romano
impero, minacciavano di sovvertire e soggiogare tutta l'Italia ». Così
scriveva Ottone di Frisinga interpretando il pensiero del nipote
imperatore.
Federico aveva già deciso di portare in Italia un poderoso
esercito e mandò avanti il cancelliere Rainaldo di Dassel ed il conte
palatino Ottone ad intimare alle città il giuramento di fedeltà ed
il pagamento del fodro.
Infatti nella primavera del 1158, Federico Barbarossa dal campo
di Augusta diresse le operazioni delle diverse colonne che per i vari
valichi alpini dovevano sbucare nella pianura padana. Così il duca
di Zahringen con le sue gentiMi Borgogna attraversò il Gran San
Bernardo; Svevi e Franconi passarono per Chiavenna, il duca di
Carinzia per il passo di Pontebba, rbnperatore scese per il Brennero
e Val d'Adige. L'adunata si fece a Bifescia e qeusta città, presa di
sorpresa quasi, dovette rassegnarsi e sottomettersi.
Anche i vassalli ed i comuni^italiani avevano avuto ordine di
convenire al campo di Brescia: dall'Italia occidentale vi si recarono
il conte di Biandrate, il marchese di Monferrato, i vari marchesi
aleramici di Savona e gli Obertenghi, le milizie comunali di Novara,
di Asti, di Vercelli, di Gamondio, di Bergoglio, di Marengo, di
Biandrate. Mancava anche questa volta e tra le schiere borgognone e
tra le schiere italiane il Conte di Savoia, Umberto III.
Vi era invece il vescovo di Torino, Carlo, fiero nemico delle
ambizioni sabaude sulla sua città e desideroso di assicurarsi la pro-
tezione imperiale. Ed appunto sotto questo punto di vista è impor-
tante un diploma concesso da Federico Barbarossa al conte di Bian-
LA DIETA DI SONCAGLIA DEL 1158 21 9

drate nell'agosto del 1158 a Bolgiano sul LambroJ appunto mentre


attendeva a costruire Lodi Nuova. Alla presenza dell'imperatore, il
vescovo Carlo concedette in feudo a Guido di Biandrate la corte
ed il castello di Chieri; Federico poi approvò la infeudazione ed
in più concesse al conte le regalie del luogo, il fodro, l'albergaria,
il distretto, il teioneo, l'arimannia e dichiarò il conte di Biandrate
obbligato alla fedeltà soltanto verso l'imperatore. Sostanzialmente
il vescovo abbandonava Chieri a Guido di Biandrate: evidentemente
aveva speranza di avere maggiori compensi e forse già la promessa.
Da Brescia, l'imperatore scese su Lodi e si accampò sotto Mi-
lano. Assedio selvaggio a base di distruzione di alberi, di messi,
di case. Dopo un mese d'assedio, Milano chiese pace (7 settembre
1158) e l'ebbe a condizioni umilianti. Federico trionfava.
L'11 novembre del 1158 l'imperatore tenne nella pianura di
Roncaglia la famosa dieta in cui riaffermò i diritti dell'impero su
feudatari e su comuni, avocando a sé tutte le regalie ed il governo
e la giustizia nelle città1. Le importanti decisioni proclamate aper-
tamente erano prima state prese in privati colloquii di Federico con
i pochi vescovi e feudatari. Così le città del Piemonte furono sacri-
ficate dai loro vescovi: Alba, Torino, Ivrea, Asti, Novara, Vercelli,
Tortona, sebbene tutte fossero desiderose di rimanere ossequienti
all'impero. Furono contenti i consoli di questi comuni, quando, nella
seduta pubblica, l'imperatore proclamò le decisioni prese?
Apparentemente si trattava di un'affermazione di diritto che
non toccava la situazione di fatto. « L'arcivescovo di Milano ed i
consoli di Milano e tutti i vescovi, conti, marchesi, duchi e tutti
i principi d'Italia ed i consoli delle città di Lombardia, nelle mani
dell'imperatore consegnarono tutti quei diritti regali che i giudici
presenti avevano elencato » (1).

11 catalogo delel regalie nei Libri Teudorum è:


1. Regalia sunt haec: Arimannie, vie publice, flumina navigabilk et ex
quibus fiunt cavìgabilia, portus, ripatica, vectigalia que vulgo dicuntur thelonea,
monete, mulctarum penarumque compendia, bona vacantia et que indignis legi-
bus auferuntur, nisi que specialiter quibusdam conceduntur et bona contxahen-
tium incestas nuptias, et dampnatorum et proscriptorum secundum quod in
novis constitutionibus cavetur, angariarutn et parangariarum et plaustrorum et
navium praestationes, et extraordinaria coOatio ad felicissimam regalis numinis
expeditionem, potestas constituendorum magistratuum ad iustitiam expedien-
dam, argentarle et palatia in civitatìbus consuetis, piscationum redditus et
salinarum et bona committentiuta crimen maiestatis et dimidìtun thesauri
inventi in loco Cesaris, vel loco religioso; si data opera, totum ad eum pertineat
{Constitutiònes, I, n. 175).
220 T PROBLEMI POLITICI DKLL'lTALIA OCCIDENTALE

Ma vescovi e marchesi e conti potevano pensare che si trattava


solo di avere la riconferma mediante diplomi per i quali la cancel-
leria imperiale avrebbe presentato il conto, ma che era nell'interesse
e nella necessità del governo di concedere come pegno delia fedeltà
e del servizio. Tutto questo era implicito che non poteva Federico
distruggere quello che voleva rinsaldare.
I legati imperiali, tra i quali il conte di Biandrate, incomin
ciarono a girare per le città, portando ordini e disposizioni per il
nuovo ordine di cose. Intanto Federico Barbarossa si avviava verso
il Piemonte. Per la valle del Tanaro si spinse sino ad Alba dove
festeggiò il Natale, poi si diresse verso Torino e vi entrò il 12 gen
naio 1159. Fu un'entrata trionfale. Non aveva dianzi a Roncaglia
restaurata la dignità dell'impero romano? Il vescovo, il clero, tutta
la popolazione accolsero alle porte della città il Cesare romano; l'abate
di San Solutore l'accolse nella sua chiesa « hymnis et canticis spiri-
tualibus » e gli donò parte delle reliquie preziose dei santi protettori
Solutore, Avventore, Ottavio, ed altre reliquie di San Benedetto.
Non veniva Federico in Torino « ad honorem Dei et imperii ordi-
nandum »? Da Torino l'imperatore si spinse sino a Rivoli: voleva
vedere rimboccatura della sabauda e vietata valle di Susa? Conces
sioni di diplomi furono fatte alla abazia di San Solutore, alla pre-
vostura di Vezzolano, all'abazia di Staflarda, a quella di. Lucedio.
E con il vescovo Carlo l'imperatore decise sull'ordinamento di To
rino: il diploma relativo fu sigStkto poco dopo, il 26 gennaio, nel
castello di Occkniano. ■
Ora veramente la situazione <fr Torino fu sistemata imperial-
mente. L'imperatore se dichiarava di voler confermare alla sede epi-
scopale tutte le donazioni e le concessioni ìatte dai suoi predecessori,
in pratica concedeva ben di più. ^.e corti dell'episcopio, anzitutto,
cioè la « sedes » e la « domus » della città con tutte le pertinenze,
il distretto, le « case pubbliche », il muro della città, il fisco, il te-
loneo ed ogni diritto nel raggio di dieci origlia. Poi le corti in gran
numero, sì da abbracciare quasi tutto il territorio dei comitati di
Torino e di Auriate. Quindi tutti i diritti fiscali, pubblici, comitali,
vicecomitali nel raggio pure di dieci miglia, i diritti di tenere placiti
e giudizi; ed era interdetto a qualsiasi duca, marchese, conte, vi-
sconie, gastaldo, di inquietare in qualsiasi modo il vescovo di Torino.
Così sotto la protezione imperiale, si veniva a costituire una signoria
episcopale in Torino, anche senza il titolo comitale: le ambizioni
del Conte di Savoia erano respinte; le velleità comunali, subordinate
LA DIETA DI RONCAGUA DEL 1158 221

al vescovo. Federico Barbarossa ripetutamente fu negli anni seguenti


a Torino, mostrando una certa simpatia per la città.
Una nuova solenne dieta aveva arinunziato Federico per la Puri-
ficazione del 1159 al castello di Occirniano. Già aveva convocato
vescovi e baroni. Intendeva ricevere con la maggiore magnificenza
gli ambasciatori dell'imperatore bizantino Manuele Commeno, del re
di Francia Luigi VII, del re d'Inghilterra, Enrico II. A Federico
Barbarossa piacevano queste solenni parate e dimostrazioni di
potenza.
Ma in quegli ultimi giorni di gennaio, i suoi nunzi andati a
Crema furono costretti a fuggirsene per le minacce e peggiore fu
l'accoglienza che il conte palatino ed il cancelliere ebbero a Milano.
Solo il conte dì Biandrate ambiguo sempre li salvò.
Ad Ocdmiano nella riunione dei principi del 2 febbraio, Fede-
rico ebbe parole terribili per i milanesi: violazione dei patti, per-
fidia, spergiuro. Il vescovo di Piacenza applaudì ed inveì contro la
nuova Babilonia. Occorreva colpirla.
Da Occimiano, l'imperatore passò alla vecchia corte regia di
Marengo e vi si stabilì qualche giorno. Queste corti regie erano state
le prime ad essere rivendicate al fisco: l'autonomia comunale che
vi si era sviluppata, ora venne soppressa. Da Marengo Federico
concedette un nuovo diploma al conte di Biandrate: vi riconosceva
l'autorità comitale lasciata al conte Guido dal padre e dall'avo; si
annullavano le alienazioni di terra fatte, si dichiaravano irriti i diritti
di prescrizione; si affidavano al conte tutti i diritti regali così nel suo
comitato come nell'episcopato dì Novara. .
A Marengo fu regolata pure la situazione di Asti. La media-
zione del marchese di Monferrato fu utile agli astigiani; i loro rap-
presentanti prestarono all'imperatore questo giuramento: « Io giuro
che d'ora innanzi sarò fedele al signor Federico, imperatore romano,
così come devo giustamente essere al signor imperatore; lo aiuterò
in buona fede a conservare l'impero e la corona imperiale contro
tutti gli uomini, specie in Italia, nella città di Asti ed in tutto il
suo comitato ed episcopato; non mi impadronirò dei diritti regali,
né in tutto né in parte, anzi aiuterò l'imperatore a ricuperarli ed
a conservarli. Non prenderò parte ad azioni e consigli contro la vita
dell'imperatore; adempirò tutti gli ordini che egli mi darà diretta-
mente od indirettamente; farò pace e guerra a chi mi dirà. Tutto
questo osserverò lealmente e Dio mi aiuti ».
222 1 PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

II diploma imperiale per regolare la situazione di Asti fu sigil-


lato adunque a Marengo il 15 febbraio 1159. Federico Barbarossa
prendeva la città nella sua giurisdizione e speciale podestà; ordi-
nandovi con ogni liberalità « l'onore ed il servizio » vi stabiliva a
suo arbitrio tre rettori o podestà, ai quali era affidata la cura, la
difesa ed li reggimento delle città per quanto riguardava i diritti
regali ed inoltre il distretto su tutte ie ville che gli astigiani posse-
devano, riservando per sé il fodro regale ed un tributo annuo di
150 marche d'argento. L'autorità dei tre rettori era illimitata « quam-
diu maiestati nostre in ipsis bene cornplacuerit ». L'imperatore affi-
dava inoltre ai tre magistrati il castello di Annone, per 50 marche
d'argento all'anno. li diploma precisava quali ville appartenessero
allora ad Asti e che cosa si dovesse intendere per diritti regali:
moneta, via pubblica, le acque correnti, i pubblici mulini, forni,
pedaggi, pesca, placiti... ecc.
Tale diploma ha grande importanza. Concesso mentre stava per
iniziarsi la lotta contro Milano, esso rappresenta quell'ordinamento
che avrebbe voluto dare Federico Barbarossa alle città italiane sulla
base delle recenti disposizioni di Roncaglia: una commissione pode-
starile per il governo, eletta dall'imperatore, pagamento di un tri-
buto, amministrazione cittadina dei diritti regali, fissazione stabile
del territorio cittadino, esclusione di ogni autorità episcopale o feu-
dale. Così le città sarebbero diventate membri rigidi della organiz-
zazione statale; ogni autonomia comunale, ogni attività politica, ogni
sviluppo sarebbe stato impedite»»
Sarebbero rimasti soddisfatti gli astigiani? Se ne può dubitare.
Infatti già nel febbraio del 1160 in Asti vi erano di nuovo i consoli
che conchiudevano con i feudatari di Monbercelli una alleanza contro
il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate. In quel torno,
finito il lacrimoso assedio di Crema, l'imperatore era in Val di
Tanaro, a Gamondio, a Marengo: come vi erano i consoli in Asti?
Era venuto Federico a concessioni? o vi era stata rottura? Non troppo
contento dovette certo essere il vescovo* di Asti che vedeva sfug-
girgli, a beneficio dell'impero, il dominio della città. Negli anni pre-
cedenti il vescovo Anselmo si era premunito contro le pretese del
comune, con tre bolle pontificie di conferma di tutti i possessi e
diritti della sua chiesa: dì Eugenio III en 11153, di Anastasio IV
nel 1154, di Adriano IV nel 1156; in essi si. parla del « comitatus
civitatis et totius episcopatus ». Ora il comune trovava un nuovo
padrone: l'imperatore.
FEDERICO BARBAROSSA FRA DUE PAPI 223

Non pochi documenti mostrano in questi armi la potenza del


vescovo di Asti che riafferma la sua signoria sopra famiglie signorili
in base alle proclamazioni di Roncaglia.
A contrasti tra il comune di Asti ed il conte di Biandrate ci
riporta un documento del 1161: il vescovo d'Asti pretendeva dal
conte la restituzione di due castelli, di San Michele e della Torre,
che il conte aveva avuto da Rodolfo di Monteu. 11 conte si rassegnò
a cedere. Ma Federico Barbarossa indennizzò Guido di Biandrate:
nel gennaio del 1162 infatti diede al fratello Corrado di Svevia
la valle di Canale con il vecchio ed il nuovo castello ed il principe
tedesco a sua volta cedette il tutto in feudo al conte di Biandrate.
Così questi dispose di terre che da Porcile e Riva dì Chieri arri-
vavano fino a poca distanza da Asti.
Nelle vicende di quegli anni l'imperatore ci compare sempre
circondato dai grandi feudatari del Piemonte: il marchese di Mon-
ferrato, i fratelli del Vasto di Savona, Obizzo Malaspina, Guido di
Biandrate. Così alle operazioni militari di Lombardia presero parte
ripetutamente le milizie dei comuni pedemontani, specie Novata e
Vercelli con i loro podestà imperiali.
Prima di attaccare Milano, Federico volle procedere sgìi atri
legali. La violenza si ammantava delle forme esteriori delia giustizia.
Ma la sentenza era già prestabilita. I milanesi furono citati una,
due, tre, quattro volte. Da Bologna poi l'imperatore lanciò il 16 aprile
una terribile sentenza contro i ribelli: contumaci, traditori, avreb-
bero avuto le case distrutte, le persone fatte schiave.
In agosto Crema venne assediata. Resistette sei mesi: il 27 gen-
naio 1160 cedette e fu distrutta. Milano fu già bloccata nell'agosto
del 1160, assediata strettamente nella primavera del 1161, nel marzo
del 1.161 si arrese e fu distrutta.
Ora il terrore dominò in tutto il paese: tutte le città attesta-
rono la loro sottomissione.

6. Federico Barbarossa fra due papi

Le teorie gelasiane che la chiesa di Roma rigidamente conser-


vava e difendeva vennero ad urtare con la concezione solennemente
proclamata da Federico Baxbarossa deìì'Honor imperii superiore a
rutto ed a tutti perché l'autorità dell'imperatore discende da Dio
224 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

e solo a Dio deve rispondere l'imperatore e non ad altra autorità


terreno.
Difficili quindi sin dall'inizio dovevano essere i rapporti fra
l'imperatore Federico ed i papi ch'egli si trovò dinanzi nella sua
azione in Italia. Se comunque fu possibile conchiudere quel Concor-
dato di Costanza che doveva permettere l'incoronazione imperiale
a Roma e se dopo l'incidente di Sutri per Vofìcium slraiora rifiu-
tato da Federico e poi concesso di malavoglia, avvenne l'incorona-
zione del 18 giugno 1155, l'atteggiamento dell'imperatore iti Italia
in tutte le questioni che avevano dei riflessi ecclesiastici,, doveva
non tardare a produrre un urto insanabile.
Questo parve aversi alla dieta di Besancon dell'ottobre 1157.
Due cardinali portarono all'imperatore una lettera di Àdriano IV
che lamentando la prigionia in Germania dell'arcivescovo di Lund ed
altre cose contrapponeva la costante osservanza da parte papale del
Concordato di Costanza; lieto si diceva il papa « si malora beneficia
Excellentia tua de marni nostra suscepisset ». La lettera destò scan-
dalo alla dieta dove il cancelliere dell'impero tradusse « beneficia »
con il termine « feudi ». Il conte palatino sguainò la spada e sì
lanciò contro i cardinali uno dei quali, si riferiva poi da parte impe-
riale, aveva creduto di spiegare: non è dal papa che l'imperatore
riceve I'« imperium »?
L'incidente pare essere stato provocato ad arte perché Federico
non avesse da discutere con i Legati sulle lagnanze gravi del papa.
Se è vero che « beneficìum » poteva indicare nel linguaggio tecnico
feudale « feudo », non è certo da ritrovare tale significato nella frase
di Àdriano IV in quella lettera ed in quella circostanza.
I rapporti fra imperatore e papa lurono dopo l'incidente di
Besancon freddi, difficili, nonostante tutti i tentativi per medicarli.
A Federico sopratutto spiaceva che Àdriano IV stringendo la pace
di Benevento con Guglielmo di Sicilia e riconoscendone il titolo
regio si fosse messo nella possibilità di sfuggire alla protezione
pesante e costosa dell'impero per le questioni romane.
Un altro incidente si ebbe nel 1158. Essendo morto Anselmo
di Havelberg arcivescovo di Ravenna (12 agosto 1158) che appunto
Federico Barbarossa aveva di propria autorità portato a quella sede
ottenendo il consenso di Eugenio III, ora credette l'imperatore di
poter nominare un altro suo favorito e scelse Guido di Biandrate
suddiacono della chiesa di Roma. L'intenzione era di far cosa gradita
al conte di Biandrate suo devoto ed assiduo consigliere nelle que-
FEDERICO BARBAROSSA FRA DUE PAPI 22'J

stioni di Lombardia portando un suo figlio & quella cattedra che


sarebbe quindi stata ben custodita negli interessi imperiali. Abil-
mente mandò a Ravenna un prelato di corte Ermanno vescovo dì
Verden e persine un cardinale Giacinto di Santa Maria in Cosmedin
di passaggio per la Lombardia, perché inducessero quei canonici ad
accettare il candidato imperiale. A Ravenna riuscì, ma quando chiese
ad Addano IV il suo consenso, trovò un energico rifiuto.
L'imperatore irritatissimo spedi a Roma il vescovo di Vercelli
Uguccione, poi di nuovo il vescovo di Verden e quindi egli stesso
scrisse ad Addano IV una lettera solenne, rna in tono imperatorio
e durissimo. La risposta del papa fu un nuovo rifiuto: i canoni
della chiesa non permettevano tale trasferimento; era sicuro che
l'imperatore avrebbe aderito a tale punto di vista.
L'imperatore ora tacque, non seppe come reagire né col garbo
né con la violenza. Ma l'acredine passò nella trattativa di cose più
gravi ed importanti.
Egli però mandò Guido di Biandrate a Ravenna e Io installò
come vescovo eletto e come amministratore dandogli ufficialmente
l'ufficio ed il Biandrate vi rimase sino alla morte nel 1169.
Dopo la dieta di Roncaglia si incominciò a svolgere il grande
programma di sfruttare le rivendicazioni giuridiche colà proclamate,
traendo il maggior profitto possibile nel campo finanziario. La parola
ora eia al fodro. Incominciarono le esazioni e queste colpirono
anche i domini papali.
E qui presto si ebbero le proteste papali, il patrimonio di
San Pietro non poteva essere toccato, Adriano IV nel principio del
1159 ammonì l'imperatore: non poteva permettere procedimenti che
violassero il Concordato di Costanza del 1153. Ribattè Federico
aspramente minacciando dì abbandonare la tradizionale reverenda
beati Petri e di ricorrere a nuovi sistemi.
Trattative per riallacciare i buoni rapporti e risolvere i pro-
blemi durarono diversi mesi. Due cardinali andarono persino ad
assistere alla dieta di Bologna in cui Federico lanciò il bando contro
Milano. Da parte papale si prepararono certi capitala che riguar-
davano le violazioni delle libertà ecclesiastiche di Federico. Adria-
no IV pareva incline ad accettare una revisione del Concordato
di Costanza, ma respinse la proposta dell'imperatore di rimettere
ia controversia ad una commissione arbitrale paritetica.
Federico seppe della ripulsa papale al campo sotto Crema al
principio del luglio. Molto abilmente, seguendo un sistema già usato,
226 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

convocò nel campo una specie di dieta — baroni, vescovi italiani


e tedeschi — espose le pretese papali, contrappose le sue che erano
naturalmente eque e giuste ed ebbe il consenso generale.
Trattative forse avrebbero ancora potuto essere riprese, ma
improvvisamente arrivò la notizia della morte di Àdriano IV ad
Anagni dove si era portato da qualche mese (31 agosto 1159).
Portata la salma a Roma, i cardinali convennero in San Pietro
per l'elezione del nuovo papa. Si diceva che papa Adriano prima
di morire avesse indicato come suo successore il cardinale Bernardo
vescovo di Porto e Santa Rufìna. Questa candidatura fu sostenuta
dal cancelliere Rolando ma presto fu abbandonata ed i cardinali si
divisero fra le candidature del cardinale Rolando e del cardinale
Ottaviano. A Roma vi erano in questo momento a rappresentare
l'imperatore il conte di Biandrate ed il conte Palatino Ottone ed
altri agenti. Questi presero a svolgere una viva azione in favore
del cardinale Ottaviano che venne ad apparire come il candidato
imperiale.
Ad un certo momento i partigiani del cancelliere si sentirono
in maggioranza e senz'altro proclamarono papa Alessandro III. Subito
dopo gli awersarì si raccolsero attorno al cardinale Ottaviano e
proclamarono Vittore IV.
Due papi ora vi furono e ciascun pretese di essere il legittimo,
il vero papa. Era la situazione quasi di trent'anni prima, fra Inno-
cenzo II ed Ànacleto II. A risolvere allora il conflitto sì erano pro-
vati i principi d'Europa a favore dell'uno o dell'altro; molto aveva
giovato a far pesare la bilancia dalla parte di Innocenze) II l'influsso
di Bernardo di Clairvaux. Ora fu Federico Barbarossa che si provò.
Ma aveva egli previsto la morte di Adriano IV? di questa possi-
bilità e delle sue conseguenze si era parlato nei colloqui ch'egli
aveva avuto con il cardinale Ottaviano andato a lui per incarico del
papa? Ma che gli ambasciatori di Federico a Roma abbiano sostenuto
la candidatura del cardinale Ottaviano setto la loro personale re-
sponsabilità è difficile da ammettere.
Senza dubbio l'imperatore si astenne da principio dal pren-
dere posizione fra i due contendenti. Ma lasciò che si svolgesse
dai suoi uomini tutta una campagna contro il cardinale Rolando:
ad Anagni nel mese di agosto si era tramata una vera congiura fra
i cardinali, il re di Sicilia, i milanesi col progetto di fare scomu-
nicare l'imperatore, con l'impegno di portare al papato solo uno
dei cardinali congiurati.
L'ANTIPAPA VITTORE IV A SAN PIETRO DI SAVIGLIANO 227

Si può anche pensare ch'egli non fosse soddisfatto della doppia


elezione nel senso però ch'egli doveva aver desiderato che vi fosse
un papa a lui devoto, che la candidatura del cancelliere Rolando gli
doveva essere fin dai tempi della dieta di Besancon del tutto invisa.
Assai presto pensò che la soluzione del conflitto poteva essere
affidata ad una commissione di viri religiosi, l'idea che già aveva
lanciato mesi prima per il suo conflitto con Adriano IV. Prese quindi
l'iniziativa di un concilio che doveva esaminare canonicamente le
due elezioni, II concilio si riunì a Pavia dal 5 all'I 1 febbraio 1160.
Nel pensiero dell'imperatore vi era che esso dovesse riconoscere
come papa solo Vittore IV. Questi solo con i suoi cardinali vi
intervenne; Alessandro III negò al Concilio la capacità di giudicare.
Al concilio si cercò di sceverare quale fosse stata nella ele-
zione la maior et sanior pars; si constatò che per il cardinale Ro-
lando vi era stata la maior pars, per Ottaviano la pars sanior e
ch'esso doveva essere considerato come unico papa.
Federico Barbarossa approvò. A lui importava di avere un papa
devoto agli interessi dell'impero, non della chiesa. Così Federico
suscitò lo scisma che doveva dilaniare la chiesa.

7. L'antipapa Vittore IV a San Pietro di Savigliano

Ottaviano come è sbrigativamente chiamato nei nostri docu-


menti fu a Savigliano. all'abazia di San Pietro certamente nel 1161
e 1162 quando doveva seguire Federico Barbarossa in Borgogna per
quel convegno con il re di Francia in cui si doveva fave il confronto
fra i due papi. Già nel gennaio del 1161 era a Torino e di qua
diramava lettere ai vescovi per invitarli al concilio che preparava
a Tortona,
A Savigliano venne chiamato da una lite fra l'abate Aldo ed
i suoi monaci. Alessandro III forse da Genova nel febbraio o marzo
di quel 1162 aveva incaricato Stefano abate della Chiusa di andare
a mettere la quiete in quel ricco monastero. Stefano vi andò e si
condusse seco l'abate di Fruttuaria, RufEno. Però non erano riusciti
a nulla, anzi sapendo che l'imperatore era arrivato o doveva arrivare
a Torino (siamo nel luglio), si erano accontentati di mettere fuori
del convento e l'abate ed i suoi avversati, affidando l'abazia a due
monaci sicuri di Fruttuaria che governassero in nome delle due
abazie.
228 I PROBLEMI POLITICI DF.LI..ÌTAUA OCCIDENTALE

Qualche monaco malcontento portò poco dopo a Savigliano


papa Vittore IV. Questi fece atto di autorità e mise come abate
un suo fidato. Ora fuggirono i monaci che erano dell'altra obbe-
dienza, poi ritornarono, fecero concardia e tutto parve tranquillo.
Passò qualche anno, poi l'abate Raimondo che teneva d'occhio
l'andamento delle cose credette opportuno mettersi d'accordo con
l'abate della Chiusa che ora era definitivamente diventato alessan-
drino, dopo di avere giocato di equilibrio.
L'abate Stefano però si rivolse, non al vescovo di Torino, ma
al capo della gerarchla subalpina, l'arcivescovo di Milano Galdino.
Siamo dunque dopo il 1170. A Milano l'abate della Chiusa condusse
con sé dei rappresentanti dei Signori di Sarmatorio che erano i pa-
troni dell'abazia.
Si discusse adunque con i saviglianesi. L'abazia era in cattive
condizioni; « destructio imtninebat ». Una scia soluzione vi era: affi-
darla all'abate della Chiusa. E l'arcivescovo così conchiuse, in attesa
che il papa altrimenti deliberasse.
E dell'abate scismatico che cosa fare? chiese l'abate Stefano.
Od imporgli l'obbedienza, o dargli un cavallo e del denaro che se
ne vada al suo monastero.
Però per agire a Savigliano era necessaria la forza e se ne
incaricarono i signori di Sarmatorio ai quali l'abate della Chiusa
versò 80 lire che andarono divise fra i vari consorti secondo l'entità
della loro sorte. E qui si entrava nella simonia vera.
L'abate Raimondo convocato ebbe l'intimazione di consegnare
le chiavi del monastero e di andarsene. La cosa non fu semplice:
i monaci suoi fedeli protestarono in virtù dei privilegi della casa,
ma furono costretti a cedere. L'abate della Chiusa invitò i monaci
rimasti a riunirsi in capitolo e ad eleggere quella persona che gli
pareva adatta. Ma l'abate Guglielrho ora si trovò a dover pensare
ad una amministrazione rovinata e tu costretto a far debiti dando
in pegno la suppellettile della chiesa.
La questione ancora si trascinò e si chiuse solo quando nel
1180 Alessandro III prosciolse l'abazia di Savigliano da ogni legame
con la Chiusa.
UOPO LA DISTRUZIONE DI MUANO 2 29

8. Dopo la distruzione di Milano

- Dopo di avere dettate le sue decisioni sulla sorte dei milanesi,


l'imperatore si portò da Monza a Pavia dove celebrò il trionfo sulla
città nemica vinta e schiacciata. Solennemente assunse la corona in
segno di dominazione. I suoi diplomi ora portarono pet vari mesi
nella datazione l'indicazione « post destructionem Mediolani ».
In una dieta proclamò poi la nuova meta delia sua azione
guerresca: l'assedio e la distruzione di Piacenza.
.Anche Bresda sentì avvicinarsi il pericolo e rapidamente offrì
la sua sottomissione senza condizioni. L'imperatore acconsentì a rice
verli nella sua grazia ma fece loro patti assai duri: demolire le
mura, le torri, spianar le fosse, accettare il podestà ch'egli avrebbe
destinato, consegnare i castelli della diocesi, giurare obbedienaa,
inviare armati ai suoi eserciti, pagare un alto tributo di guerra.
Ora Piacenza si trovò completamente sola, isolata ed anch'essa
si rassegnò a sottomettersi. La concardia con cui dovevano entrare
nella grazia dell'imperatore stabiliva lo spianamento del fossato,
l'abbattimento del muro e delle torri; avrebbero restituiti tutti i.
regali ed in città e nell'episcopato; tutti t cittadini dai 15 ai 70 anni
avrebbero giurato fedeltà; consegnerebbero tutti i castelli; avrebbero
fatto guerra al vescovo della città se non si fosse sottomesso; l'impe-
ratore l'avrebbe fatto condurre od a Venezia o a Genova o nel
regno di Francia. Il vescovo di Piacenza adunque si era mantenuto
fedele ad Alessandro ILI. I piacentini avrebbero pagato all'impe-
ratore ed alla imperatrice 6000 marchi d'argento in tre rate. Avreb-
bero accettato il podestà che l'imperatore loro mandasse o teuto-
nico o lombardo. L'imperatore avrebbe scelto 500 ostaggi e li avreb-
be poi tenuti a gruppi di 70 per tre mesi sino a che le mura fossero
state del tutto distrutte e fosse pagato tutto il denaro...
La sottomissione di Brescia e di Piacenza costrinse pure altre
città a sottomettersi: Bologna, Faenza, Imola, ecc.
Così i lombardi « qui inter alias nationes libertatis singularitate
gaudebant: » seguirono Milano nella schiavitù.
Dovunque ora andarono vicari e podestà a governare le città,
ad esigere i fodri e tutti i tributi che occorrevano per il tesoro del
tiranno.
Federico decise di completare l'impresa gloriosa della sottomis-
sione di Piacenza e di Brescia con un intervento militare nell'Emilia.
250 1 PROBLEMI POLITICI DELLÌTAUA OCCIDENTALE

Bologna non sì era ancora sottomessa chiaramente all'autorità im-


periale.
Fu una spedizione solenne. Federico partì da Pavia alla testa di
tutte le sue genti, lo accompagnavano ciuchi, marchesi, conti, vescovi.
Il 24 giugno era sotto Modena, nei giorni seguenti si presentò
davanti Bologna, I magistrati si affrettarono a sottomettersi alle im-
posizioni imperiali. Federico si spinse sino ad Imola ed a Faenza.
Tutta la Romagna parve sottomessa ed obbediente.

9. L'incoronazione imperiale di Torino


La distruzione di Milano segnò per Federico Barbarossa il fastì-
gio della sua potenza ed in Italia e nell'impero. Anche la questione
della chiesa si poteva oramai considerare come risolta: dovunque
ora avrebbe potuto imporre le sue volontà; dovunque egli avrebbe
imposta l'obbedienza al papa esecutore dei suoi desideri, la chiesa
sarebbe stata ossequente aìì'honor imperii. La Francia sola non si
era ancora piegata. Ma non dubitava di riuscirvi. Per questo appunto
da Pavia aveva trattato con il re Luigi VII ed aveva ottenuto il
suo consenso per un colloquio in cui avrebbero dovtuo esaminare
il problema dei due papi: tutti e due questi avrebbero dovuto pre-
sentarsi; Federico intendeva riuscire od alla abdicazione od alla
rimozione di Alessandro III.
Fu fissato il convegno a Saint-Jean-de-Losne, al confine franco-
borgognone il 29 agosto.
L'imperatore dopo la rapida spedizione nelle Romagne, seguito
da rutto il suo corteo di vescovi e di principi lasciò Pavia per por-
tarsi a Torino, insieme con l'imperatrice.. Calcolava di trascorrere a
Torino qualche settimana. Aveva stabilito di farsi incoronare con
Beatrice nella cattedrale di Torino alla Madonna di Agosto, Per
questo Federico aveva convocato a Torino vescovi e feudatari del
regno di Arles. Dai vescovi intendeva ottenere — dai più reni -
tenti — la sottomissione a papa Vittore; con i baroni voleva
risolvere la questione politica, la dichiarazione di fedeltà assoluta.
Per questo egli aveva convocato il conte di Provenza, Raimondo
Berengario di Barcellona che si conservava fedele ad Alessandro III.
Vi erano altri principi che erano pronti ad accettare la contea pro-
venzale; i conti di Baux che erano fedeli all'imperatore ed a Vit-
tore IV, vi era il conte di Toiosa Raimondo di Saint-GiHes. Era una
questione da tirare in chiaro.
L ' INCORONAZIONE IMPERIALE DI T ORINO 231

A Torino aveva anche convocato gli ambasciatori di Genova


e di Pisa per risolvere infine le lunghe vertenze delle due repub-
bliche. Il soggiorno torinese si annunziava pieno di discussioni e
o'i buoni risultati.
Giunse la corte imperiale a Torino verso la line del luglio:
già vi erano i Genovesi ed i Pisani pronti per le loro difese ed
accuse.
iMa improvvisamente gli arrivò la notizia che il conte Raimondo
Berengario si era arrestato a San Dalmaz20 di Tenda per un grave
malore e si temeva per la vita. L'imperatore partì da Torino e si
precipitò a San Dalmazzo, facendosi accompagnare dagli ambascia-
tori genovesi, forse come guide.
In realtà il conte di Provenza morì l'8 agosto. La sua salma
pani per Barcellona, ma Federico condusse con sé 3 Torino il nipote
del defunto, giovanetto, ed il suo tutore, il fratello del defunto.
Fu così facilmente risolta la questione della Provenza. II nuovo
conte ed il suo tutore accettarono un trattato che consacrava i legami
feudali della Provenza con l'impero, accettando tutti gli obblighi
del vassallaggio, fu preso l'impegno di riconoscere come vero papa
Vittore IV, di considerare Alessandro III come nemico e nemici
tutti i suoi aderenti. Il giovane conte acconsenti a ricevere in moglie
Ricliilde nipote dell'imperatore, matrimonio che avrebbe assicurata
la dipendenza delia Provenza in modo sicuro. Nel trattato Federico
dichiarava di abbandonare ì conti di Baux e contro di questi avrebbe
potuto il conte di Provenza procedere per omicidio, spergiuro ed
altri delitti.
In conseguenza di questo trattato Raimondo Berengario fu
investito della contea il 18 agosto posi destruetionem Mediolani.
Era presente il vescovo di Die.
Secondo quanto aveva deciso, Federico celebrò la solenne inco-
ronazione, poi fattosi promettere da Genovesi e Pisani che nulla
avrebbero innovato, ma che avrebbero atteso le sue decisioni al
ritorno, partì con Beatrice e tutto il corteo fastoso che voleva con-
durre al re di Francia.
Risalì adunque la valle di Susa e traversò il Cenisio. Si trovò
ora nei domìni di Umberto III di Savoia. Venne questi a fare atto
di omaggio?
Prima di accingersi al viaggio di Borgogna, Federico Barbarossa
aveva affidato ad altri auspici il passaggio delle Alpi con la conces-
sione all'abate della Chiusa, Stefano, di un diploma che era un sostan-
232 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

ziale riconoscimento dei domini dell'abazia nella valle. Sant'Ambro-


gio caposaldo dei domini abbaziali doveva diventare per il diploma
poco meno che un caposaldo dell'autorità imperiale. L'influsso del
conte di Savoia era fieramenet intaccato; Federico Barbarossa gli
metteva contro l'abate del Pirchiriano (.31 dicembre 1161).
Giunse puntualmente a Saint-Jean-de-Losne il 29 agosto, ma
non trovò nessuno. Non il re di Francia, non il papa Alessandro III.
Questi aveva soggiornato nel febbraio-marzo a Genova, poi si era
imbarcato per la Francia ed era andato a sbarcare a Maguelonne.
accolto con riverenza dal conte di 'foiosa.
Luigi VII aveva attraversato un lungo periodo di indecisione,
poi si era risolto a non recarsi al convegno. L'imperatore attese
alcuni giorni, sdegnatissimo per il contegno di Luigi VII. Egli aveva
scritto all'arcivescovo di Lione e ad altri vescovi di Borgogna perché
si trovassero a quella data a Saint-Jean-de-Losne dove intendeva
presentarsi al re di Francia ed a rutta la Francia nel pieno della
sua potenza. Ed in realtà aveva fatto impressione in Europa l'an-
nunzio di questo convegno che doveva chiudere il conflitto della
chiesa. Ora invece fece grande impressione l'annunzio che il con-
vegno non era avvenuto, che il re di Francia aveva rifiutato di
raggiungere l'imperatore. Molti lasciarono Vittore IV e ritornarono
ad Alessandro III.
Da Saint-Jean-de-Losne Federico raggiunse Besancon dove tenne
una solenne dieta a cui intervennero tutti i vescovi e principi di
Borgogna. Alla presenza di tutti-attaccò fieramente il re di Francia
e pronunziò delle minacce.
A Besangon forse solo di tutti i principi di Borgogna il conte
di Savoia non intervenne. Per favorire il suo grande seguace il
vescovo di Ginevra, l'imperatore tolse a Bertoldo di Zàhringen i'av-
vocazia per quella chiesa (7 settembre 1162); da questo momento
gli Zàhringer passarono all'opposizione concordando con Umber
to III di Savoia. *
La spedizione imperiale di Borgogna e Francia era così fallita.
Alessandro III nel maggio del 1163 tenne un concilio a Tours;
vennero vescovi da tutte le provincie di Francia e di Borgogna.
I più zelanti partigiani del papa erano Antelmo abate della Grande
Certosa che fu subito dopo fatto vescovo di Belley e Pietro abate
cistercense che fu poi arcivescovo di Tarentasia. Erano anche i più
devoti del conte di Savoia.
FEDERICO BARBAROSSA ED I GENOVESI 23}

10. Federico Barbarossa ed i Genovesi


Da Genova si era seguito con grande interesse e preoccupazioni
quanto l'imperatore era venuto operando in Lombardia nelle sue
diverse discese.
Ripetuti inviti erano venuti perché avessero a rendere omaggio
a Federico.
Nel 1154 andarono alla dieta di Roncaglia lo storico famoso
Caiiaro con Ugone della Volta. Avevano evidentemente solo l'inca-
rico di prendere contatto con l'imperatore evitando qualsìasi im-
pegno. Federico li ricevette, scrive il Caflaro, onorevolmente e ma-
nifestò loro quei che lo storico dice « secreta consilia de honore
regni ». Promise che avrebbe onorato Genova sopra a tutte le altre
città italiane e li autorizzò a partirsene, per poi ritornare e fare
accordi. Cafìaro ed il suo collega si accontentarono di promettere:
ritornati in patria esposero ai nuovi consoli i « secreta consilia ».
Ottone di Frisinga completa quanto sappiamo di questi primi
contatti fra Genova e l'imperatore dicendo che gli ambasciatori por-
tarono in omaggio a Federico, leoni, struzzi, pappagalli ed altre cose
rare del bottino fatto in Spagna.
Alla seconda dieta di Roncaglia i Genovesi dovettero inviare
una più solenne ambasceria. Federico aveva un grande esercito e
voleva colpire quanti si ribellavano alla sua autorità e sollecitati
a più riprese (multi vicibm litteris et eius principibus et curidibus)
si dovette inviare una nuova e più solenne ambasceria. Ebbero inti-
mazione di consegnare ostaggi e versare denaro.
1 Genovesi con grande abilità e flemma cercarono di mostrare
all'imperatore la situazione speciale in cui si trovava la loro città.
Per il passato gli imperatori non avevano mai colpito la loro città
con esazioni: la loro repubblica rappresentava la difesa della vita
dell'impero contro i barbari.
I Genovesi respingevano « barbarorum impetus et insultus »
che sempre minacciavano la costa e per la loro fatica avveniva che
« quisque securus dormiat et quiescat sub ficu et vite sua ». Noi,
dicevano, non siamo come gli altri popoli d'Italia: « de terra impe-
rii » non abbiamo di che possiamo vivere, al contrario noi portiamo
da altri paesi di che vivere e conservare l'onore dell'impero. Conclu-
sione: noi all'impero dobbiamo solo la fedeltà e nuli'altro.
Risposta molto abile che metteva Genova fuori di qualsiasi
obbligo verso Federico. Questi mandò a Genova a trattare il can-
234 I PROBLEMI POLITICI D£IX'ITALIA OCCIDENTALE

celliere Rainaldo di Dassel ed il conte Guido di Biandrate per rice


vere il giuramento che a nome di rutti i genovesi prestarono 40 cit-
tadini cospicui.
Però in silenzio, poco fidandosi dell'imperatore si iniziò una
energica opera di preparazione. In silenzio si vennero armando i
castelli, portandovi armi, uomini e viveri.
Una nuova ambasceria si dovette inviare a Federico per con-
durre a termine la trattativa circa la richiesta di inviare armati
all'esercito imperiale e per la fissazione del tributo: Federico voleva
denaro. Gli si promisero 1200 marchi d'argento come dono.
Uomini e donne però lavoravano giorno e notte a portar pietre
e calce per completare le mura cittadine.
Il giuramento prestato stabiliva che non vi fosse l'obbligo di
partecipare a guerre, di dare tributi; vi era la promessa di abban-
donare i regalia che fossero di sua spettanza.
Che di Federico vi fosse poco da fidare, risultò presto quando
si seppe che aveva inviato ambasciatori a Savona ed a tutte le altre
città della Riviera a chiedere giuramento di obbedienza e tributo.
A Savona il marchese Enrico Guercio si adoprò per ottenere il
consenso; a Ventimiglia la popolazione trasse motivo per assalire
il castello e distruggerlo.
Genova ospitò Alessandro III dal 21 gennaio al 25 marzo
1162, sino a che cioè si imbarcò per la Provenza.
Dopo la caduta e la distruzione di Milano, i Genovesi impau-
riti mandarono di nuovo ambasciatori all'imperatore.
Federico li ricevette con grande solennità e concesse loro un
grande diploma con cui abbracciava nel suo impero la repubblica
genovese; in compenso degli impegni presi « de servitio imperii et
retributione servicii » egli « cuncta regalia civitatis et possessiones
quas tenebant et multa alia concedendo per privilegium aureo sigillo
signatura in perpetuum confermavit » (5-9 giugno 1162). Durante
la sua assenza venne in Italia ad esaminare la situazione politica
Farcicancelliere arcivescovo di Colonia Rainaldo di Dassel che andò
sino a Roma, poi venne il vescovo di Verden, Hermann per veri-
ficare i procedimenti giudiziari.
L'imperatore ricomparve in Lombardia solo nel novembre del
1163, insieme con l'imperatrice. Stabilitosi a Pavia diede ordine che
si distruggessero di nuovo le mura di Tortona che i milanesi alcuni
anni prima avevano ricostruito « in dedecus » dell'imperatore. Al
principio del dicembre Federico Barbarossa si recò a Monza dove
FEDERICO BARBAROSSA F.0 I GENOVESI 235

intendeva costruire una grande città che sostituisse Milano e co-


minciò col costruire il suo palazzo. Poi si recò in ?,emagna e quindi
nella marca d'Ancona. Il 1" aprile 1164 ritornò a'Lodi ed a Pavia.
Quivi seppe die Verona, Vicenza, Treviso e Padova avevano stretta
una lega, aiutate da Venezia. Cercò di calmare la ribellione man-
dando come ambasciatori cittadini di Pavia, Cremona, Lodi: dove-
vano dire di non fare sciocchezze; egli era pronto ad accettare un
lodo dei Lombardi. Accettarono, vennero a Pavia, si discusse e
ripartirono.
Federico fece allora una spedizione verso Verona, ma non aveva
forze sufficienti per attaccare. Decise quindi di ritornare in Germania
e radunare un grande esercito.
Ma un problema che meriterebbe di essere ancora approfon-
dito è quello delle relazioni fra l'imperatore e quelli che erano i
bastioni del partito imperiale in Italia, cioè i principi. A questi egli
chiedeva il servizio feudale, ma si rimane perplessi circa quello che
l'imperatore dava ad essi oltre la gloria militare.
Una lettera di Guglielmo di Monferrato a Luigi VII di Francia
accenna ai gravissimi affari dell'imperatore nei quali, la Dio mercé,
« noi gli rendemmo servizio più o meglio di ogni altro dei suoi prin-
cipi ». Lettera scritta quando nell'estate del 1164 Federico e Beatrice
erano partiti lasciando in custodia al marchese il figlio neonato. A
Luigi VII poi il marchese si rivolgeva mandandogli l'abate di Lucedio
perché si occupasse della pace della chiesa. Ed alla questione della
chiesa rivolgeva la sua attenzione il marchese in onta alle tendenze
scismatiche di Federico, trattando con il re Enrico II di Inghilterra:
nel 1166 gli chiedeva ia mano di una figlia per uno dei figli suoi e
prometteva in questo caso di procurargli la deposizione di Thomas
Becket dalla sede di Canterbury. Aveva dunque Guglielmo relazioni
segrete con Alessandro III.
Ritornato dalla Borgogna in Italia nel 1163, Federico continuò
ad avere come usuali compagni il conce di Biandrate ed il marchese
di Monferrato. Non erano stati anch'essi scomunicati da Alessan-
dro III al pari del loro signore?
Solo nell'ottobre del 1164 Federico Barbarossa lasciò la Lom-
bardia: il suo trionfo, era stato, e rimaneva la distruzione di Milano.
Prima di partire ricompensò i suoi fedeli con non pochi diplomi e
concessioni. L'8 agosto confermò a Pavia i suoi privilegi, le regalie
su Vigevano ed altre terre. Il marchese di Monferrato ebbe il 5 otto-
bre 1164 dalla corte regia di Belforte (Varese) due diplomi per la
2 36 I PROBLEMI POLITICI DELL'ITALIA OCCIDENTALE

conferma di tutti i suoi possessi e feudi. Forse della stessa epoca


sono altri due diplomi a favore di Asti; il primo autorizzava quel
comune a riscuotere tributi in sei ville del loro territorio (Calliano,
Solbrito, Montanaro, Loreto, Montemale) con esclusione di qual-
siasi altra autorità; il secondo condonava ad Asti cento marche del
tributo loro di quell'anno e concedeva inoltre al comune il diritto
di battere moneta. Evidentemente l'imperatore sentiva il bisogno di
farsi o procurarsi degli amici.
La generosità di Federico Barbarossa era però calcolata ed
aveva dei limiti come presentava anche dei mutamenti improvvisi
nei Criteri.
Che nel Monferrato occupasse brutalmente i castelli di Verrua,
di Serralunga ed altri e li armasse « sapienter » per avere delle
sicure basi non doveva piacere al marchese. E poco doveva piacere
ai baroni italiani che creasse dei grandi feudi per i suoi cavalieri
tedeschi, come per Rainaldo di Dassel, per Arnaldo di Dornstadt,
o che occupasse terre per farne un dominio per l'imperatrice e per
il conte palatino Corrado.
Alle volte i suoi provvedimenti erano contradditori: nel di-
ploma per il marchese di Monferrato del 1164 vi sono molte terre
che figurano nel diploma per il vescovo di Torino del 1159. Erano
ad esempio le terre fra Dora Riparia e Stura di Lanzo che erano
nelle mani dei Visconti di Baratonia. Erano sorti questi nell'età di
Adelaide e nel secolo XII avevano creato un vero staterello nelle
valli di Lanzo e di Val della Torre. A Torino avevano il palazzo
e la curia in cui amministravano la giustizia; il castello di Baratonia
presso Varisella era il loro centro; di là dominavano a Lanzo, a
Mathi, a Piano, a Noie, a San Gilìio,\a Druent e persino in Val
di Susa a Villarfocchiardo. Ramificazioni famigliari, groviglio di in-
feudazioni, di omaggi per feudi che spesso erano frazioni proble-
matiche.
Federico dominava su rutto serenamente, convinto di poter
tenere comunque l'Italia, La sua autorità doveva essere presente
dovunque. Non per nulla la legge di Roncaglia sui palazzi imperiali
nella pristina lezione -rintracciata dal Colorni diceva: « Palacia et
pretoria habere debet princeps in his locis in quibus ei placuerit ».
Cioè dappertutto. E questo era lo spirito vero di Roncaglia,
Intanto nel cielo imperiale sì addensavano le nubi. L'errore
grave di Federico era stato e continuava ad essere quello di non
accorgersi che l'amministrazione imperiale quale egli aveva creato
FKDERJCO EARBAROSSA ED 1 GENOVESI 237

dopo la dieta di Roncaglia {ormava un peso insostenibile per le


popolazioni, tanto più che i suoi rappresentanti ubbriaca» dal trionfo
di Milano appesantivano il pugno sulla doma — cosi credevano —
Italia.
Il momento critico fu quello del ritorno di Federico. Discese
nell'autunno del 1166 per la vai Camonica. A Lodi riunì tutti i
governatori delle città; udì i lagni delle popolazioni: nulla fece
per ripararvi.

11. La spedizione di Roma

Partì 3'11 gennaio da Lodi diretto a Roma. Però si arrestò a


Bologna, poi a Faenza ospitato dai Manfredi. L'imperatrice era pros-
sima al parto e Federico rallentò il viaggio. Nel febbraio passò a
Modigliana presso il conte Guido Guerra che aveva sposato una
figlia del marchese di Monferrato, e qui Beatrice partorì il suo ter-
zogenito Corrado. Solo nel giugno Federico con l'imperatrice pro-
seguì per Roma,
Egli era deciso a risolvere la questione papale, ad impadronirsi
di Alessandro III, costringerlo ad abbandonare le sue pretese ed
installare solennemente il suo papa, Pasquale 111, che era ritornato
da Aquisgrana dove era stato a canonizzare Carlomagno secondo le
imposizioni dell'imperatore.
Il 24 luglio pose l'assedio a Roma e combattendo con i romani,
occupò San Pietro. Pasquale III fu installato sulla cattedra di Pietro
ed il V agosto incoronò Federico e Beatrice. Papa Alessandro III
dal Laterano si era rifugiato nella fortezza dei Frangipane al Colosseo.
Vi furono ora delle trattative fra le due parti. Federico si disse
pronto a far abdicare il suo papa, se anche Alessandro avesse abdi
cato, così si sarebbe eletto d'accordo un nuovo papa chiudendo lo
scisma. Quando Alessandro III si accorse che i romani non erano
disposti a sostenerlo ad oltranza, su galee di re Guglielmo di Sicilia
venute su per il Tevere, partì per Gaeta e di là si recò a Benevento.
Federico già parlava dì scendere nel Regno, quando il suo
esercito incominciò ad essere colpito da una pestilenza. Morirono
in pochi giorni anche i principali capi delle forze tedesche e Federico
fu costretto ad abbandonare Roma per salvare possibilmente le
sue genti.
CAPITOLO IX

DA ALESSANDRIA A LEGNANO

1. La Lega lombarda e la fuga di Federico. ■ 2. La fon-


dazione di Alessandria. - 3. Il marchese dì Monferrato ed
i comuni. - 4. - L'atteggiamento di Umberto III dì Savoia.
5. L'assedio di Alessandria, - 6. A Legnano. - 7, Corrado
di Monferrato e l'arcivescovo di Magonza.

I. La Lega lombarda e la fuga dì Federico

Per la Toscana e la marca dei Malaspina, i resti dell'esercito


imperiale arrivarono il 12 settembre a Pavia, La Lombardia era in
aperta sollevazione e pareva decisa a scuotere il giogo tedesco.
Avevano dato l'esempio §n dal 1163 Verona, Padova, Vicenda
e Treviso stringendo un accordo segreto con Venezia.
L'8 marzo del 1167, mentre: Federico era a Roma, Cremona,
Bergamo, Brescìa, Mantova si accordarono per difendersi a vicenda
e ristabilire l'ordinamento consolare à'u.tonomo. Ancora nel marzo
i quattro comuni si intesero con i milanesi che vivevano pur sempre
dispersi nelle borgate e decisero di ricondurli alia loro diroccata
città. Il patto fu giurato poi il 4 aprile? Dove? La tradizione dice:
al monastero di Pontida. Può essere cjie a Pontida il 7 aprile i
rappresentanti di tutte le città aderenti abbiano ribadito il patto.
Come non credere se la tradizione Io vuole? Il 27 aprile i rappre-
sentanti di Cremona — che aveva assunto la direzione del movi-
mento — di Brescia e di Bergamo consegnarono ai milanesi la città;
le milizie delle varie città accampatevisi attesero che mura e fossa
venissero restaurate. Anche Tortona che nel novembre del 1163
aveva subito una seconda distruzione, perché Federico aveva accon-
sentito ai pavesi di distruggere di nuovo le mura: i pavesi con le
LA LEGA LOMBARDA E LA FUGA DI FEDERICO 239

mura disrrussero anche tutte le case con l'aiuto di Milano rifatte.


Tortona ora per la seconda volta risorse setto 1? protezione della
Lega Lodi nel maggio successivo aderì a sua volta.
A Piacerla la decisione di aderire alla Lega contro l'imperatore
produsse un dissidio grave; nel dicembre tutto un partito uscì dì
città: « qui Placentiam exierunt et ex parte irnpeiatoris sunt »,
E non entrarono più. Si confiscarono i loro beni, le loro donne e
figli ancora nel 1181 avevano proibizione di soggiornare nel terri-
torio piacentino. Troppo aveva pesato l'oppressione fiscale imperiale.
Quando Federico Barbarossa potè considerale ia situazione, in
Pavia, insieme con i suoi fedeli Guglielmo di Monferrato, Obizzo
Malaspina, Guido di Biandrate, giudicò che non tutto fosse perduto.
Occorreva cercar di dividere il blocco nemico, perciò se il 21 set-
tembre proclamò solennemente il bando contro tutte le città ribelli,
gettando in mezzo della corte un guanto a sfida, ebbe cura di eccet-
tuare Lodi e Gremona. E subito con le milizie pavesi, novaresi e
vercellesi accorse alla chiamata ed i suoi baroni aleramici, anscarici,
obertenghi, marciò su Milano devastando il paese. Si spinse sino
ad Abbiategrasso, ma da Lodi dove stavano concentrate in osser-
vazione, le milizie leghiste si avviarono anch'esse a Milano. Rapi-
damente allora Federico invertì la marcia verso sud, sperando di
sorprendere Piacenza, ma a loro volta gli alleati accorsero in soc-
corso. L'imperatore che aveva sperato di giocare strategicamente,
senza affrontare il nemico sì ridusse allora in Pavia di nuovo e passò
l'inverno tra Novara, Vercelli, Monferrato e le corti regie fra Tanaro
e Bormida, per impedire alla Lega di fare proseliti nell'Italia occi-
dentale. Questa era l'unico baluardo dell'impero oramai. Ma a fron-
teggiare il nemico padrone di tutta l'Italia superiore non v'era da
pensare: le sue forze non erano sufficienti. Occorreva riguadagnare
la Germania e riunire nuove genti.
Per eccitare gli spiriti della Germania, da Pavia, con una lettera
solenne, un vero proclama. Federico I annunciò a tutti i principi
la rovina del suo esercito e la ribellione degli Italiani, ribellione
a lui, ribellione alla dominazione della nazione tedesca. Né egli né
l'impero potevano ammettere che l'Italia rivendicasse l'indipendenza.
Federico annunciava la sua intenzione di accettare la sfida e ripren-
dere la lotta al più presto.
Ma erano progetti per l'avvenire. Ora occorreva lasciare l'Italia
prima che, arrivata la primavera, la Lega potesse attaccarlo mentre
era sprovvisto di uomini. La situazione tendeva a peggiorare: Ver-
240 DA ALESSANDRI A LEGNANO

celli e Novara, • sebbene ancora celatarnente, avevano aderito alla


Lega, irritate dal sopravvento che il conte di Biandrate aveva preso
con l'appoggio di Federico. Ma se tutto il paese ad oriente del Ticino
era vietato ai tedeschi, anche i passi delle Alpi Occidentali, il
San Bernardo ed il Cenisio, erano dominaci dal Conte di Savoia,
ostile. Umberto III infatti era irritato perché così in Piemonte come
in Borgogna la politica imperiale lo aveva gravemente colpito nei
suoi interessi e nelle sue aspirazioni ed aveva assunto un atteggia-
mento favorevole alla Lega, bloccando i valichi.
Federico Barbarossa fu costretto ad affidarsi al marchese di
Monferrato perché contrattasse con il Conte di Savoia il passaggio
per i suoi monti. Non sappiamo dove Umberto III allora si trovasse:
nell'agosto precedente era stato in Val di Susa; forse allora aveva
fatto gli accordi con la Lega. Le trattative non furono facili, che
il Conte di Savoia mise le sue condizioni. Con il marchese Gugliel-
mo V agì pure il rettore di Borgogna, il duca di Zahringen che era
cognato di Umberto III: l'imperatore dovette promettere al Conte
« restitutionem ablatorum, montes aureos, et cum honore et gloria
imperii gratiarn sempiternam ».
Ed ora Federico potè passare. Nel principio del marzo, con
l'imperatrice Beatrice che lo aveva seguito in tutte le peripezie della
spedizione, con poche decine di cavalieri ed alcuni ostaggi di città
lombarde, risali la Valle della Dora Riparia: a Sant'Ambrogio il
conte di Biandrate ed il maionese di Monferrato si congedarono
da lui. Ma a Susa, il 9 marzo, arrivò a Federico una grave notizia,
vercellesi e novaresi avevano allè'-sue spalle levata la maschera ed,
unitisi con i Milanesi e gli altri comuni, avevano assalito Biandrate.
La lontananza dell'imperatore aveVa dato coraggio ai novaresi
e li aveva spinti ad abbattere la roccaforte dei loro nemici. I conti
di Biandrate avevano dato assetto alla loro residenza con la ricon-
ferma del patto con i militi e con gli abitatori del 1093 solo pochi
mesi prima: il 12 marzo 1167, i cinqup figli del conte Guido che
ora dirigevano il loro consortile Uberto, Guglielmo, Lanfranco, Ot-
tone, Raineri, si erano trovati con i militi biandratini, con i dodici
consoli della popolazione ed avevano giurato di prestarsi aiuto contro
i nemici. I consoli avevano stabilito le albergarie che avrebbero po-
tuto esigere e così i tributi: nessun fodro salvo il reale. I militi e
gli abitatori avevano riconosciuti i loro obblighi.
Organizzazione compatta e pericolosa. I novaresi se ne erano
di colpo liberati. Furente l'imperatore fece impiccare uno degli ostag-
LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA 241

gi, un nobile bresciano, Gilio Prandi, su un'altura sopra Susa. L'atto


feroce ed ingiustificato irritò terribilmente la popolazione di Susa.
L'aria di libertà e di autonomia delle città italiane era giunta da
molto alla cittadina sabauda che vedeva così spesso passare per la
sua via i mercanti astigiani, piacentini e lombardi in genere. Già
Amedeo III, forse negli anni seguiti al 1130, quando egli era in
lotta con Torino, aveva concesso ai Susini ima carta di franchigia,
così come ad Àvigliana. Nel 1167 poi il conte Umberto III per una
concessione alla chiesa dì Oulx, si rivolgeva non solo ai suoi tnilttes,
ma anche ai suoi burgenses: le autonomie comunali si svolgevano
gradatamente all'ombra della Croce di Savoia.
« Cives et incolae » di Susa, cioè milite* et burgenses insorsero:
si chiusero le porte della città, si liberarono gli altri ostaggi che i
tedeschi volevano condurre in Germania, si vietò a chi non parlasse
italiano di uscire di città. Federico Barbarossa fuggì da Susa di na-
scosto sotto mentite spoglie, guidato dal duca di Zàhringen, lasciando
ad un suo cavaliere che gli rassomigliava, Hartmatni di Siwenheich,
l'ingrato ufficio di fungere da imperatore, sino a che i cittadini,
accortisi dell'inganno, cavalierescamente acconsentirono che l'impe-
ratrice raggiungesse Federico già in salvo a Ginevra.
Intanto le milizie della Lega espugnavano Biandrate e lo di-
struggevano; i cavalieri tedeschi che vi erano di presidio furono
massacrati, meno dieci che furono inviati a Brescia alla vedova di
Gilio Prandi in omaggio alla vittima di Federico.
La Lega Lombarda sì riunì in assemblea il 3 maggio 1168 a
Lodi: vi comparvero i rappresentanti di un nuovo comune aderente,
la città nuova del Tanaro.
Alessandria era sorta allora « in despectum et odimn Friderki
ìmperatoris » come dice il biografo di papa Alessandro III, come in
dispetto ed odio di Federico era stato distratto Biandrate. A Lodi
Oberto di Foro, Rodolfo Nebbia e Aleramo di Marengo furono
ammessi a giurare con gli altri consoli.

2. La fondazione di Alessandria

Come era sorta questa nuova città? Perché? La critica moderna


ha cercato di investigare minuziosamente quanto potesse seivire a
dare una risposta esauriente ai due problemi, poiché non sembrava
più soddisfacente la risposta tradizionale che Alessandria fosse stata
24 2 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

costrutta da!la Lega contro i sostenitori del partito imperiale, Pavia


e Monferrato.
Attualmente abbiamo una conoscenza più precisa delle origini
alessandrine. La città nuova sorse in una zona non deserta, ma
già notevolmente abitata e coltivata. Appunto dove, fra Bormida e
Tanaro, sorse la città, vi era un castelletto dei marchesi del Bosco
appartenente alla diocesi pavese, Rovoreto. A breve distanza vi era
Bergoglio: era sulla riva sinistra del Tanaro ed apparteneva all'arci-
vescovo di Milano; sulla destra delia Bormida vi erano le due ville
regie di Gamondio e di Marengo; tra Tanaro e Bormida vi erano
i villaggi di Foro e di Oviglio, sulla sinistra del Tanaro, Solerò e
Quargnento. La vita comunale si era sviluppata notevolmente, sotto
l'influsso di Asti, di Pavia e di Tortona. Già si vide di Gamondio
come fosse comune fin dal principio del secolo XII e come esso
avesse rapporti commerciali intensi con Genova. Marengo era pure
già comune nel 1135, sebbene fosse, almeno in parte, feudo del-
l'abazia del Salvatore di Pavia. Marengo, così si chiamava, perché
vi arrivava la vecchia via Maringa, la via del commercio fra il mare
e la valle del Po, che portava ad Asti da una parte e dall'altra a
Pavia. Anche Bergoglio aveva nel 1140 i suoi consoli. A Foro ave-
vano feudi i marchesi del Bosco, cosi pure a Rovoreto, in cui però
avevano diritti anche i Malaspina. Anche Rovoreto era comune.
A Foro, a Gamondio, a Marengo pretendevano diritti i marchesi
di Monferrato; nel diploma federiciano del 1164 vi sono inseriti.
La pretesa dei marchesi confermata da Federico dovette agire per
aggravare il malcontento. Nel J15# Gamondio, Marengo, Bergoglio
avevano obbedito all'intimazione imperiale di mandare i loro uomini
all'assedio di Milano.
Gamondio, Marengo, Rovoreto, Foro, Oviglie, Bergoglio tutte
corti regie, erano i resti del grande patrimonio del fisco romano
conservatosi attraverso le dominazioni barbariche. Goffredo di Vi-
terbo dice con precisione di Aiessandria:
Hec nova pianta mancns, fisci drcumdatur agris,
Unde suam propriam Cesar sibi fune reputavi!.
Re ed imperatori avevano sfruttato queste corti e se ne erano
serviti per costituire doti di prindpesse, doari di imperatrici vedove,
spesso le avevano dato a principi, a chiese in godimento, pur non
abbandonando mai i diritti superiori di proprietà. Anche attorno
2l!e corti regie siruate fra Tanaro e Bormida si era formata una fitta
rete di benefici diventati ereditari per la legge di Corrado II; i
LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA 243

decreti di Lotario II e poi di Federico Barbarossa a Roncaglia del


1154 e del 1158 miravano prima che altrove a rimediare alla situa-
zione formatasi fra Tanaro e Bormida dove i benefici divenrati ere-
ditari avevano subito poi spartizioni, vendite sì che i grandi feu-
datari non potevano più servirsene per il servizio militare dell'impero.
Il malcontento delle popolazioni rurali contro le. signorie feu-
dali esisteva in tutta questa regione. Ce lo attesta un vecchio rustico
di Bosco che depone in un processo del 1212: prima che fosse
costruita Alessandria, egli dice, vide che i Marchesi tenevano la villa
di Bosco « cum omni honore et iurisdictione »; si ricorda che allora
nella villa di Bosco « non erant constituti consules » e che gli uomini
di Bosco « rogabant marchiones quod darent eis consules ». E pare
che quel che addolorasse di più i rustici fosse il diritto marchionale
di raccogliere le successioni di chi morisse senza eredi diretti, esclu-
dendo persino i collaterali e così durò la cosa fino a che i) marchese
Enrico di Ponzone concesse ai suoi uomini di Bosco quel che il teste
chiama « usum in successionibus ».
Così i processi del Piacentino degli anni seguiti alla pace mo-
strano quali fossero le sofferenze delle popolazioni rurali sotto 1?
tirannide di Federico Barbarossa e dei suoi ufficiali. Quel che Gof
fredo di Viterbo annunciava come il programma di Roncaglia ora
era diventata una dolorosa realtà per le popolazioni italiane:
Omnis ager plebis dat vecrigalia regi Omne
genus pecorum pub'ica iura fcrunt.
Il soggiorno che Federico Barbarossa fece nella regione nel
1159 e negli anni seguenti fu decisivo per la storia dei piccoli centri.
Egli distrusse le autonomie locali per riaffermare la sua proprietà
nelle cord regie e quella dei marchesi nelle zone feudali. Non solo
il fodro a lui importava, ma l'apporto dei pedaggi sulla \da del
commercio di Genova. Una amministrazione fiscale diretta e pesante
dei suoi ufficiali aggravò il malcontento. Federico vi ritornò nell'in-
verno del 1167-68 e nulla fece neppur qui per correggere gli errori
commessi.
Non furono i rustici delle campagne ad iniziare il movimento
rinnovatore, ma l'elemento feudale, i milites minacciati dalle pretese
imperiali di applicare le costituzioni di Roncaglia circa i feudi. Il pro-
gramma federiciano di restaurazione imperiale significava il ristabi-
limento di un ordinamento terriero che appariva oramai superato.
Non si trattava per i milìles di agitare le masse rurali, ma di
inquadrarle in un ordinamento che le proteggesse: occorreva creare
2 44 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

una città, un centro organizzato che potesse dirigere la vita econo-


mica della regione.
I milites del secolo XII non erano più solo guerrieri: erano
ricchi possidenti di terre che producevano grano e vino; erano mei-
canti che sapevano vendere abilmente i loro prodotti al porto di
Genova.
La città fu costruita nel punto più acconcio per questa funzione
politico-economica, fra Tanaro e Bormida dove la strada che viene
da Genova attraversa i due fiumi: Rovereto e Bergoglio erano le
teste del ponte sul Tanaro, ponte che doveva essere la spina della
città nuova. La regione si chiamava Patta, dal termine italico antico
pai che significa pietra; la regione fra i fiumi, ricca di isole era il
deposito dello sfasciume delle acque in piena.
Così, mentre Federico si allontanava per il Cenisio, mentre no-
varesi e vercellesi si accordavano con i milanesi contro Biandrate,
i milites di Gamondio, di Bergoglio, di Marengo, di Rovoreto trat-
tavano pure con i capi della Lega per la loro adesione. Il nome di
Alessandria fu naturale omaggio al papa Alessandro ILI, combattuto
dall'imperatore, ma per il quale lavoravano in silenzio i fedeli della
chiesa che respingevano papa e vescovi scismatici; la decisione è
certamente dell'aprile 1168, mentre Federico attraversava le Alpi;
tutte le teorie dirette ad antidatare le origini di Alessandria o come
fondazione marchionale od imperiale sono artificiose e insussistenti.
Gli iniziatori e primi fondatori di Alessandria noi li cono-
sciamo: sono quelli che il 3 maggio del 1168 andarono a Lodi al
convegno dei Rettori della Legaci Lombardia, Oberto di Foro,
Aleramo di Marengo, Rodolfo Nebbia. Già si dicevano consoli di
Alessandria, della città che avevano creata, del comune che avevano
organizzato.
Attorno ad Oberto di Foro,, "vassallo del marchese di Monfer-
rato, di famiglia che aveva terre feudali ed allodiali, si erano riuniti
altri milites, mercanti e possidenti. Essi desideravano collocare le
loro famiglie e le loro ricchezze — bestie, grano, vino —- dietro le
mura di una città che avesse amministrazione e giudici.
Ad Alessandria essi andarono con le loro famiglie, con i loro
servi e la città nuova fu costituita dalle domus, dalle casate formate
dalle famiglie che avevano un'origine sola e che continuavano a
vivere consortilmente sotto il capo, l'anziano.
Città adunque nei suoi primi inizi, quasi aristocratica, certo non
popolare: militi, mercanti, possidenti formavano un tutto uniforme.
LA FONDAZIONE DI ALESSANDRIA 245

L'elemento popolare vi fu attratto assai presto. La società alessandrina


rappresentava una base finanziaria che doveva alimentare il lavoro,
la vendita dei prodotti del suolo, a Genova sopratutto, dove il mer-
cato era attivo.
Anche da Quargnento volevano recarvisì, ma il vescovo di Asti
che era il signore del luogo si oppose e venne ad un accordo con
il nuovo comune: tutti gli abitanti di Quargnento avrebbero par-
tecipato ai lavori di costruzione della nuova città, ma solo quaranta
famiglie quargnentesi avrebbero potuto stabilirsi in. Alessandria (25
settembre 1168).
Così lo sviluppo spontaneo della vita comunale nella regione
delle corti regie sotto la spinta della violenza imperiale e della rea-
zione autonomista era sboccata in una costruzione nuova. Purtroppo
non ci è giunto quell'atto che dovette esistere: il giuramento dì
Oberto del Foro e dei suoi colleghi di associarsi ed unirsi in una
nuova realtà.
Quanti diritti lesi dalla fondazione di Alessandria! Diritti del
fisco imperiale, diritti di marchesi, vescovi ed abati; quanti proventi
reali o nominali scomparsi! In questo stava la vera rivoluzione, nel-
l'avere sconvolto l'assetto giurisdizionale e fiscale della regione. Ales-
sandria tuttavia conservò l'assetto sociale e giuridico dei vari centri
originali: vassalli, censuari, affittavo!!, livellari, coloni... dipendenti
regi, marchionali, episcopali, non si confusero nella città, ma conser-
varono come il ricordo del. luogo di provenienza così quello dei
proprii legami giurisdizionali e fiscali. Vi era un punto grave su cui
la Lega Lombarda poteva avare incertezza ed incapacità di precisare:
come riconoscere la legittimità della nuova città? Non era l'imperatore
la sola fons iuris? Non apparteneva Alessandria a quei « conven-
ticula », a quelle « coniurationes » che erano state vietate alla Dieta
di Roncaglia del 1158 « inter civitatem et civitatem, et inter per-
sonam et personam sive inter civitatem et personam »?
Due consoli di Alessandria si recarono nel gennaio del 1169
a Benevento dove allora risiedeva Alessandro III ed alla presenza
di tutti i cardinali lesserò la lor offerta: « a nome di tutti i consoli,
dei militi, mercanti e possidenti di Alessandria, noi ofEriamo al beato
Pietro ed a voi papa Alessandro ed ai vostri successori ed alla santa
romana Chiesa la terra di nostro diritto che si trova dentro la nostra
città, che il popolo di Alessandria comperò appositamente per co-
struire la chiesa ». Giurarono quindi ì consoli fedeltà al papa e gli
prestarono omaggio, mettendo le loro mani « sebbene indegne » tra
246 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

le sacratissime mani del papa. La città avrebbe pagato ogni anno


un tributo a San Martino: tre denari al papa come segno di dipen-
denza feudale avrebbero pagato i militi, i mercanti, i possidenti,
un denaro solo quei del popolo basso. Poi il popolo avrebbe ogni
tre anni giurato fedeltà al papa, quando si radunasse per giurare ai
consoli. Alessandria diventava adunque vassalla della Santa Sede:
simbolo concreto della sua dipendenza sarebbe stata la nuova chiesa
centrale della città, dedicata a San Pietro. Questa che doveva essere
la cattedrale della città fu costruita a spese del nuovo popolo su
terreno allodiale comperato dal popolo e di sua proprietà.
La città esisteva dunque nella libertas papale, ma chiusa nelle
sue mura: non aveva comitato, non dhtrìctus, non suburbi; non
aveva strido ture la possibilità di trarre dalle campagne che la
circondavano nessun vantaggio, perché i prodotti del suolo erano
dei signori delle corti regie, marchesi, abati ecc. E per quanto libera,
Alessandria era schiava dei feudatari e dell'imperatore signore delle
corti regie.
Per riparare a questa strana situazione, i fondatori chiesero al
papa la creazione di una diocesi di Alessandria a rischio di togliere
le pievi alle diocesi circostanti, Pavia, Asti, Acqui, Tortona. Ed Ales-
sandro III promise di dare il vescovo. Il vescovado doveva di-
ventare la giustificazione, la base di un distretto, di un contado.
Ma sconcertati furono i vescovi delle diocesi a cui si toglievano
le pievi date ad Alessandria, Aequi per Gamondio e Foro, Tortona
per Marengo, Pavia per Rovereto, Asti per Oviglie e Quargnenro,
Milano per Bergoglio ed anche i comuni si accorsero del danno
economico che ne veniva loro.
Già alla riunione di Lodi del 3 maggio 1168 i consoli delle
città leghiste avevano riconosciuto.che Alessandria era città di guerra
e che per vivere doveva conquistare e perciò l'avevano esonerata
dall'osservanza di quell'articolo della lega che invitava la città a
non accettare nessun castello di signore appartenente a giurisdizione
di altra città senza il consenso di questa.
La fondazione di Alessandria dovette sconcertare non poco
l'assetto delle forze politiche della regione. I grandi comuni, Ge-
nova, Asti, Tortona, Pavia, Vercelli, i grandi feudatari, i Monfer-
rato, i Bosco, i Malaspina, i Biandrate, tutti dovettero valutare diver-
samente il fatto nuovo.
I genovesi che avevano avuto legami commerciali con Gamon-
dio, non esitarono a riprenderli quando i gamondiesi si portarono
IL MARCHESE DI MGNFERRATO ED I COMUNI 247

a Rovoreto. Alla richiesta di aiuti venuta da Alessandri» i genovesi


risposero non solo con le proteste di vera amicizia, ma versando
mille soldi per l'opera di costruzione cittadina, mille altri promet-
tendo per l'anno dopo.
Gli astigiani già nel 1169 acconsentirono a contrarre alleanza
con « gli alessandrini che abitano sul Tanaro ». Così essi aderirono
alla Lega Lombarda, cercando in essa difesa ed appoggio contro il
marchese Guglielmo V ed il conte di Biandrate. L'accordo di Asti
e di Alessandria tradiva però già l'esistenza di un problema destinato
a diventare grave: impegnandosi d'ambo le parti ad esonerare i
propri cittadini dai pedaggi, telonei, curadie, le due città riconoscevano
che trovandosi ambedue collocate sul Tanaro, sulla grande via com-
merciale di Francia, i loro interessi commerciali venivano ad interdi-
pendere forzatamente. Era un preannuncio di guai futuri: per ora
Asti, Alessandria, Tortona, Vercelli trovavano nella lotta contro un
nemico comune la coincidenza degli interessi. E gli interessi non
erano dimenticati: quasi a farsi pagare per l'alleanza, i vercellesi non
esitarono ad approfittare del momento per ottenere dai milanesi
l'esonero dal pedaggio al ponte del Ticino ed anzi da qualsiasi
pedaggio e curadia in tutto il territorio milanese.

3. Il Marchese di Monferrato ed i comuni

Di fronte alla superiorità militare della Lega dei comuni, i


partigiani di Federico, isolati, lasciati senza direzione e senza ap-
poggi, dovettero cedere. Prima si decise Pavia: nell'estate del 1170
i suoi, rappresentanti si impegnarono verso la Lega a far guerra
all'imperatore, se fosse ritornato in Italia, ed ai suoi partigiani.
Il marchese di Monferrato fu l'ultimo a cedere, ma dovette
rassegnarsi. Come sul Tanaro egli era in lotta con gli astigiani, a
nord del Po egli era in lotta con vercellesi ed eporedìesì. Gugliel-
mo V teneva infatti — non sappiamo da quando — in feudo dal
vescovo di Ivrea non poche terre della zona meridionale dell'episco-
pato eporediese: Castagnetto, Chivasso, San Giorgio, Cuceglio, Ci-
conio, Lusigliè, Verolengo. Altri possessi aveva ancora il marchese
sulla sinistra del Po, tra Dora Bai tea e Sesia, di cui Trino era il
centro principale. Questi possessi monferrini davano noia ai ver-
cellesi che temevano l'avvicinarsi del marchese alla loro zona. La Lega
Lombarda diede ai vercellesi la possibilità di temperare la prepo-
248 DA ALESSANDRI» A LEGNANO

lenza dell'avversario. Con un primo trattato (24 marzo 1170) Gu-


glielmo V esonerò i vercellesi dal pagamento di qualsiasi pedaggio,
curadia od altro tributo in tutti i suoi territori; con un secondo
(7 aprile 1170) acconsentì che Trino e tutte le altre sue terre
comprese tra Sesia, Po e Dora facessero atto di vicinanza con Ver-
celli, come le altre terre dell'episcopato vercellese, per il pagamento
del fodro.
Con Ivrea i rapporti del marchese di Moni:errato, dopo essere
stati buoni, si erano guastati poco prima del 1170. Guglielmo V
aveva costruito il castello di Castrussone sulla via che da Ivrea scende
al Po, dandolo in feudo a suoi fedeli di Valenza con l'incarico di
esigere un pedaggio sulle merci transitanti. Fu un grave danno per
Ivrea i cui cittadini si videro colpiti nel fiorente commercio di mole
da molino che dalla Valle d'Aosta venivano alle città ed agli abitati
della pianura. Ne derivò una guerra aperta e gli eporediesi furono
costretti a cercare aiuto nei vercellesi ed alleanza. Alleanza che sapeva
di dipendenza perché Ivrea dovette dichiararsi vassalla di Vercelli
per i due castelli di Bolengo e di Sant'Urbano, obbligandosi a giu-
rare fedeltà ogni dieci anni. Nel 1171 Ivrea potè conchiudere pace
con il marchese grazie alla mediazione del conte Guido del Canavese,
ottenendo diminuzione del pedaggio per 400 carri di mole, promet-
tendo e ricevendo promessa di sicurezza nel reciproco territorio;
Ivrea però fece le riserve per i giuramenti che la legavano alla
Lega Lombarda. Così Guglielmo V che aveva nell'età precedente
predominato su Ivrea e su Vercelli vide il suo influsso decadere a
nord del Po, sotto gli auspici deHa Lega Lombarda.
Probabilmente gli sforzi del marchese si concentravano in Val
di Tanaro, contro la nemica Asti, che. era la più eccentrica delle
aderenti alla Lega. Ma gli astigiani non erano però isolati. Appunto
nel 1170 strinsero alleanza con .gli albesi con obbligo di aiutarsi
recìprocamente. Gli albesi che nella seconda discesa di Federico erano
parsi devoti all'impero, attorno a questo tempo aderirono anch'essi
alla Lega e così anche Acqui, Oneri, Tortona, le quali due ultime
nel 1170 erano collegate con Asti.
Il comune di Chieri era sorto poco prima. Nel 1168, appresa
la fuga di Federico Baibarossa, i chieresi avevano distrutto il castello
episcopale in cui il conte di Biandrate, il nuovo vassallo del vescovo,
si era installato. I piccoli vassalli e livellari del luogo poterono ora
— se non prima — riunirsi in comune ed il vescovo Carlo medi-
tando sulla mina imperiale che coinvolgeva quella dei fedeli alPim-
fi. MARCHESF. DI MONFERKATO ED I COMUNI 249

pero, si rassegnò a trattare con i suoi vassalli di Cbieri. Il 7 aprile


1168 comparve in Chieri ed accordò loro, con il consenso dei cano-
nici e dei suoi vassalli la concessione di tutti i buoni usi che deve
avere dice il documento una « bona terra » cioè beri comuni, pascoli,
fitti. Alcuni mesi dopo i chieresi d'accordo con il vescovo incastel-
larono Montosolo sulle colline fra Chieri e Torino e pattuirono die
il castello fosse tenuto da! vescovo, il quale vi avrebbe avuto casa
con solaio e con torre, mentre i chieresi vi avrebbero tenuto solo
una casa piana per uso dei consoli loro; se ti vescovo avesse perduto
in guerra il castello, i chieresi avrebbero dato k loro opera per
riconquistarlo; Montosolo però non avrebbe dovuto essere dato in
feudo a nessun conte, marchese od in castellania ad alcun cittadino
se non chierese (24 agosto 1168).
Nel 1171 anche il marchese di Savona, Enrico il Guercio, del
Vasto, una delle colonne dell'imperialismo nell'Italia occidentale, si
rassegnò a giurare un accordo con gli astigiani: li avrebbe aiutati
a conservare i loro possessi ed a ricuperarli se li avessero perduti,
a far valere i loro giusti diritti; avrebbe limitato per gli astigiani
il pedaggio di Savona a soli quattro denari, quello della Croce di
ferro (Cosseria) a soli otto denari; avrebbe partecipato alle guerre
di Asti per un mese ed in caso di guerra avrebbe preso dimora con
dieci vassalli in città per un mese, ed in essa avrebbe comperato
una casa del valore di mille soldi. Naturalmente ne! trattato non si
poteva non parlare dell'impero: si convenne che il marchese Enrico
dovesse aiutare gli astigiani ad ottenere ia grazia dell'imperatore e
solo per espresso ordine imperiale avrebbe cessato dì aiutarli; con
essi, sempre riservando la fedeltà all'impero, avrebbe rinnovato l'al-
leanza ogni cinque anni.
Asti aveva adunque una posizione ambigua: in lotta con Gu-
glielmo V aveva ricercato l'aiuto delia Lega, ma d'altra parte si
teneva in buoni rapporti con gli Aleramici di Savona. Anche gli
albesi erano in cordialità con Enrico il Guercio. Evidentemente asti-
giani ed albesi avevano bisogno degii Aletamici e della Lega per con-
servare libere le vie commerciali delle due parti. Così alla fine il
solo veramente isolato era i! marchese di Moiiferrato e ben se ne
accorse nel 1172 quando cento cavalieri dei comuni della Lega ven-
nero a rincalzo di astigiani e di alessandrini, Guglielmo fu attaccato
sotto il suo castello di Montebello, battuto e cacciato in fuga: « illum-
que cum suis de campo turpiter in fugare verterunt per plus sex
millibus » (19 giugno 1172).
2>Q DA ALESSANDRIA A LEGNANO

Asti potè ora dettare le sue volontà al fiero marchese. Questi


giurò di osservare i patti che avrebbero stabilito i consoli di Cre-
mona, di Milano, di Piacenza. Ed i patti furono: Guglielmo V
avrebbe dovuto consegnare agli astigiani, perché li distruggessero,
i due castelli di Felizzano e di Corte Coinaro, rinunciando ai diritti
datigli sui due luoghi dal diploma imperiale del 1164 in cui erano
compresi, avrebbe restituito tutti i domini conquistati ai figli del
marchese Ardizzone. Risolte queste due questioni fondamentali, il
marchese doveva consegnare entro 15 giorni dalla intimazione fat-
tagli il castello di Castrussone ai rappresentanti della Lega, e questa
avrebbe conservato il castello sino a che fosse passato il pericolo
dell'imperatore (dum timor predicti Frederici transierit); poi glie Io
avrebbe restituito a condizione che vi rendesse giustizia a tutti i
membri della Lega. Guglielmo V avrebbe consegnato come ostaggi
un suo figlio ed i figli di sei suoi vassalli: li avrebbe riavuti entro
Natale se avesse osservato i patti, ma li avrebbe di nuovo consegnati
ad ogni richiesta della Lega, se vi fosse stato il timore dei tedeschi
0 di qualche nemico della Lega stessa.
Guglielmo V si rassegnò e giurò. Ed anche i Biandrate si rasse-
gnarono a iar pace con Asti e Chieri. Fu il conte Liberto, il figlio
maggiore del conte Guido, vecchio ed ammalato forse, che giurò:
non avrebbe sottoposto gli astigiani a nessun pedaggio e curadia tra
Asti e Torino, avrebbe accettato il giudizio del vescovo d'Asti per
le controversie relative ai suoi feudi di Stoerda e Porcile; per Chieri,
il conte accettò di precisare quartto dovesse prelevare per la curadia,
il pedaggio, il barino dei placiti, il, fodro imperiale; avrebbe
difeso
1 chieresi dal marchese di Monferrato e dall'imperatore; avrebbe
loro reso giustizia per le terre che possedessero in Val di Masio;
non avrebbe costruito più il castello in Chieri; i chieresi però gli
avrebbero dovuto giurare fedeltà, sotto garanzia del vescovo di To
rino, Neanche in questo caso la politica della Lega era del tutto
ostile al sistema feudale ed ai legittimi signori: si voleva al più
misurare, sistemare, moderare, toglier gli Sbusi, le prepotenze.
Certo si può dire che nel 1172 le città comunali avessero nel-
l'Italia occidentale raggiunto una potenza nuova, grazie alla crisi cau-
sata dalla politica inavveduta di Federico Barbarossa. In pochi anni
i comuni avevano acquistato quasi il predominio sui grandi baroni
feudali. Forse Ottone di Frisinga avrebbe potuto constatare che
anche il marchese di Monf errato stava per essere sommerso dalla
marea comunale.
L'ATTEGGIAMENTO DI UMBERTO III DI SAVOIA 251

4. L'atteggiamento di Umberto III di Savoia


Di fronte a taJe situazione, come si comportava il Conte di
Savoia? Notizie precise circa l'attuazione delle promesse imperiali
del 1168 non abbiamo. Anche scarse sono le notizie circa la vita
del conte Umberto III in questi anni. Nel settembre del 1170
compare a Susa, nel chiostro di Santa Maria, intento a fare una
donazione alla chiesa di Oulx: iì documento è redatto « consilio
et voluntate civium et aliorum bonorum meorum hominum Secu-
siensium » e porta nella data un'indicazione che non appare nei
documenti precedenti di Umberto III: « Regnante Frederico Ro-
manorum imperatore semper augusto ». Attestazione quindi di rico-
noscimento di Federico come vero imperatore, nonostante Io scisma
e le scomuniche: la stessa indicazione ricompare in un documento
comitale del dicembre dello stesso anno, a favore dell'abazia di
Abbondanza.
Ma sostanzialmente che cosa potè ottenere Umberto III dal-
l'imperatore? Si è imbarazzati a precisare. Nei giugno del 1172 il
Conte di Savoia compariva insieme con il vescovo di Moriana presso
Pinerolo, a Miradolo, e presenti i castellani suoi di Miradolo e di
Avigliana e vari vassalli concedeva una salvaguardia alle abazie di
Staffarda e di Casanova. Nel J175 il Conte si dice — nelle trattative
con Enrico TI re d'Inghilterra — signore di Torino, di Cavoretto,
di Collegno e dell'omaggio dei conti del Canavese. È da credere che
si tratti di quanto avevagli concesso Federico Barbarossa?
La pagina delle relazioni sabaudo-inglesi di questi anni non è
certo troppo chiara. Sappiamo che nel 1171 Umberto III inviò ad
Enrico II l'abate di San Michele della Chiusa, Benedetto: doveva
offrire in sposa per il principe Giovanni — il futuro Senza Terra —
la figlia maggiore del Conte, Alice. Era il momento in cui pare
dall'Italia partissero delle sollecitazioni ad Enrico II perché venisse
a prendervi la corona regia in contrapposizione all'odiato Federico
Barbarossa. Progetto che poteva portare a conseguenze importanti.
Enrico II Plantageneto sposando Alienor di Poitiers ex consorte di
Luigi VII, ripudiata dopo più di dieci anni di matrimonio per la
comoda consanguineità, aveva ai suoi domini uniti quelli della moglie
creando nella Francia meridionale un immenso patrimonio che po-
teva prevalere sul regno di Luigi VII. L'ambizioso re franco-inglese
che aveva un vero predominio in tutta l'Europa occidentale poteva
desiderare di crearsi dei partigiani sulla via dell'Italia. Le trattative
252 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

per tale matrimonio furono lunghe e non le conosciamo bene. L'abate


della Chiusa ben conosceva la corte inglese dove era stato anni prima
per incarico del marchese Guglielmo V, Con lui partì anche il
marchese di Monferrato che si recò con alcuni vassalli sabaudi alla
corte inglese: si potrebbe quasi pensare ad una ventata antitedesca
sotto l'influsso dei trionfi della Lega Lombarda.
Il conte di Savoia per decidere Enrico II offrì molto: alla
figlia Alice avrebbe lasciato tutti i suoi domini; Giovanni Senza Terra
avrebbe così creato una dinastia anglo-angioina sulle Alpi. Il re
d'Inghilterra se pure osservò dapprima che il conte Umberto non
era ricco, apprezzò tutta l'importanza del progetto. L'accerchiamento
della monarchia capetingia cui egli mirava, l'aspirazione alla monar-
chia d'Italia approfittando delle lotte tra il re tedesco e le città ita-
liane avrebbero avuto delle possibilità pratiche inaspettate. Già aveva
collocato le figlie, in Sicilia, in Castiglia, in Sassonia. Nessuna mera-
viglia se egli antepose il matrimonio con la principessa alpina a quello
con la figlia di Manuele Coirmene
Sappiamo che Umberto III chiedeva al re d'Inghilterra aiuto
contro i suoi nemici, Raimondo conte di Tolosa ed il fratello di
costui, Alfonso reggente nella contea di Albon per la giovane con-
tessa Beatrice. Erano dei partigiani di Federico Barbarossa. Nel feb-
braio del 1173 Enrico II si avanzò da Bordeaux sino alFAlvernia
ed a Montferrand accolse Alfonso II d'Aragona, Raimondo V di
Tolosa, Gerardo eonte di Màcon, il conte del Genevese ed Um-
berto III di Savoia, che i cronis^ inglesi dicono avesse con sé la
figlia Alice. Il re fece riconciliare i principi discordi e li condusse
con sé a Limoges.
Il matrimonio tra Alice di Savoia e -Giovanni d'Inghilterra fu
combinato a Limoges e fu redatto l'atto solenne di impegno. Um-
berto III qualora non avesse avuto eredi maschi avrebbe dato alla
figlia ed allo sposo tutti i suoi domini. Se invece la Contea di Savoia
fosse passata ad eredi maschi del Conte, tfuesti avrebbe dovuto dare
ad Alice la seguente dote: la contea di Belley con i due castelli di
Rossillon e di Pierrechatel, la valle della Novaiaise, Chambéry, Aix,
Apremont, la Rochette, Montmajeur, La Chambre, i diritti che aveva
nella contea di Grénoble; in Italia poi Torino, Cavoretto, Collegno,
i diritti feudali dei conti del Canavese, i diritti su Castellamonte nel
Canavese, in Val d'Aosta poi Chàtillon ed i diritti sul visconte
d'Aosta.
L'ATTEGGIAMENTO DI UMBERTO III 01 SAVOIA 253

II re avrebbe versato al conte 5000 marchi d'argento in varie


rate. Ma con tutti questi accordi e con tante minuzie concordate,
in realtà nulla si fece. Alice di Savoia morì verso il 1178, però del
suo matrimonio da vari anni non si parlava più. Quale scopo aveva
avuto Umberto III con tali trattative? Possedeva egli veramente
nel 1173 Torino, Cavoretto, Collegno o pensava solo a procurarsi
i mezzi per fare valere i diritti riconosciutigli dall'imperatore?
Sulla situazione in Torino in questi anni abbiamo poche notizie,
ma forse sufficienti per comprendere l'atteggiamento del Conte di
Savoia. Era avvenuta un'importante mutazione nella sede episcopale
di Torino.
Il vecchio vescovo imperialista Carlo era venuto a monte od
almeno di lui non abbiamo più documenti dopo il febbraio 1169.
Approfittando del rivolgimento politico causato dalla costituzione
della léga, l'arcivescovo di Milano Caldino, che doveva ricostituire
i quadri ortodossi della sua archidiocesi, mandò a Torino come ve-
scovo il suo arciprete Milone di Cardano, uomo energico, con l'inca-
rico di restaurare l'autorità sul clero e sui vassalli. Nel febbraio del
1170 Milone iniziava la sua opera e faceva chiara affermazione di
autorità su Torino trattando con i signori di Reviglwsco per la
custodia del castello di MontosolOj ed agiva circondato da tutti i
consoli torinesi maggiori e minori. Lo stesso anno il vescovo Milone
compariva solennemente a Rivoli e trattava con i signori di Alpi-
gnano per la costruzione di una villa in questo luogo.
Nel 1172 negli accordi con un ramo dei signori di Piobesi,
il vescovo appare in piena potenza, circondato da cospicui signori
e vassalli, come i marchesi di Romagnano, i signori di Piossasco
ed altri. E nel 1175 il vescovo ci compare installato in Torino
« in palatio taurinensi » cioè nel palazzo imperiale datogli da Fede-
rico nel diploma del 1159.
Che cosa aveva adunque ottenuto Umberto III! A qualche
cosa, nel campo del diritto, ci fa pensare quel che leggiamo nel
trattato che il comune di Torino stipulò nel 1176 con i marchesi
ai Romagnano: i torinesi riservavano non solo l'imperatore ed i
suoi messi, ma anche il Conte di Savoia ed i suoi messi. Adunque
in Torino Umberto III era consideralo come autorità pubblica?
Autorità nominale di conte? Certo non di più: che il Conte di
Savoia sia veramente entrato in Torino e vi abbia esercitato autorità
effettiva, è assai dubbio. Quando, come vedremo, nel 1185, il ve-
scovo vorrà ritogliere al Conte di Savoia, tutto quanto aveva ricon-
254 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

quistato, vedremo che si parlerà solo di Pianezza, di Rivalla, di


Carignano, di Torretta, di qualche cosa che possedeva in Torino
— una casa! —, di feudi dati al Conte dal vescovo, ma senza pre-
cisazione. Era riuscito Federico a conciliare il Conte, il vescovo
(il comune... no!) con ti sistema usato a Chieri, dell'infeudazione?
Però, a Torino il Conte, il vescovo, il comune rimasero nella devo-
zione all'impero, mentre tutta l'Italia se ne allontanava.

5- L'assedio di Messaniria
I veri rapporti tra il Conte di Savoia e l'imperatore apparvero
nel 1174 quando, libero delle questioni tedesche, Federico Barba-
rossa potè pensare all'Italia ed alla rivincita sui comuni.
Naturalmente anche ora la sola via accessibile per venire in
Italia era quella della Savoia e del Cenisio. Nel settembre del 1174
attraversò i paesi savoiardi con un esercito di 8.000 uomini, dice
un cronista milanese. Certo non erano tanti. Federico aveva ar-
ruolato però in Borgogna alcune e ompagnie di quei Brabanzoni
e Coterelli che da qualche anno funestavano quella regione al ser-
vizio di signori imperiali per tormentare i partigiani di Alessan-
dro III. II 29 settembre la popolazione di Susa vide ricom -
parire, pronto alla vendetta, quegli che sei anni prima era stato
costretto a non imperiale fuga. La vendetta fu nello stile di Fede
rico: la popolazione susina fu risparmiata, ma espulsa dalla città e
questa fu bruciata. La sola « Dòtnus Cemitis », la residenza sabauda,
fu risparmiata; il cronista che cK.narra tale episodio, Goflredo di
Viterbo, afferma di essere stato, dall'imperatore, messo a guardia
del castello sabaudo contro i saccheggiatori. Un riguardo verso un
temibile alleato adunque. Ma neppure Ora Umberto III accompa-
gnava Federico Barbarossa e non presenziò la rovina della sua
fedele Susa. Aveva fatto qualche tentativo per salvare la sua città?
Dopo l'incendio vendicativo arrivò l'imperatrice:
Tunc regum genitrix venir regina Beatrix,
Lesa prius gratis, nunc sìbi leta satis Gaudia
regine sunt quas videf ipsa ruine: Hec decet
in fine genti dare dona canme.
La distruzione di Susa era un ammonimento per le città italiane.
Si preparavano di nuovo le tragedie di Tortona, di Crema, di Milano?
Per Torino e per Chieri, l'imperatore giunse alla metà dell'ot-
tobre davanti ad Asti. Questa appariva strettamente legata alla Lega:
L'ASSEDIO D'. ALESSANDRI* 25j

da Zviilano e da Brescia erano venuti reparti di milizie per cooperare


alla difesa. Si voleva evidentemente bloccare, nella valle del Tanaro
l'avanzata tedesca. Ma gli astigiani non si sentirono di sostenere
un assedio lungo che poteva terminare magari con una nuova rovina
della città come trent'anni prima. Si affrettarono perciò a trattare,
offrendo quello che a Federico sempre mancava: il denaro. E Fede-
rico accettò ed accolse in grazia quei di Asti: « traditores et. nomine?
modice fidei » li dice sprezzante un cronista piacentino.
Ed ora la vendetta tedesca doveva cadere più grave su Ales-
sandria, la città la cui esistenza era una offesa all'onore dell'impero.
Ai tedeschi giuntivi con Federico verso il 29 ottobre, si unirono
tutti i marchesi e conti imperiali. Venne la fanteria pavese. Secondo
il trattato del 1162, i genovesi dovettero mandare un reparto di
balestrieri e di operai abili.
L'annunzio dell'incendio di Susa dovette secondo dice GoSredo
da Viterbo terrorizzare gli alessandrini. Cercarono di placare l'impe-
ratore (bonum patronum) con una offerta piena:
lolle tuutri poputum, Cesar, propriumque colonum;
Eri tibi subicimus corpora, iura, soluro.
Riconoscevano cioè all'imperatore la piena autorità sui rustici,
la padronanza delle terre ed i diritti.
Goffredo di Viterbo vorrebbe far ricadere sul marchese di
Monferrato e sui principi la ripulsa, ma Federico era venuto in Italia
per distruggere il covo dei ribelli, la dignità imperiale offesa, gii
interessi di Pavia, dei marchesi di Monferrato e degli altri marchesi
lesi, erano un rutto che chiedeva la eliminazione completa della città
nuova usurpatrice. E Federico negava già ufficialmente che Alessandria
esistesse: tutti i documenti emessi dalla curia imperiale durante
l'assedio portano questa indicazione: « in obsidione Roboreti »: l'im-
peratore voleva ristabilire la situazione di diritto precedente, rista-
bilire le popolazioni nelle piccole ville centri delle corti imperiali.
« Debilis est, quinque vel sex capienda diebus ». Così si diceva
attorno a Federico.
Ma la speranza di aver ragione degli alessandrini in pochi giorni,
si dimostrò fallace: passarono cinque mesi e la città resisteva ancora
eroicamente, mentre il campo imperiale si riempiva di malattie e
molti soggiacevano al freddo ed alle privazioni. All'arrivo dell'im-
peratore, da tutte le corti regie i rustici si erano precipitati in
Alessandria con le loro cose e le loro bestie, rafforzando la difesa
25 6 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

e contribuendo al vettovagliamento. Era una nuova popolazione che


in buona parte non abbandonò pili Alessandria.
Fu questo nuovo afflusso di rustici dalle campagne che trasformò
11primitivo carattere aristocratico della nuova città. Ora Alessandria
acquistò quel carattere tipico che doveva conservare per qualche
secolo, la divisione in quartieri corrispondenti ai vici di origine,
Garnondio, Marengo, Rovereto, Bergoglio.
Non conosciamo gli echi dell'assedio di Alessandria nelle città
della lega. Soccorsi non ne vennero, se non 150 fanti condotti da
Piacenza da Anselmo Medici. Occorreva sorvegliare le mosse di Cri-
stiano di Magonza che dopo l'assedio di Ancona era venuto nel
Bolognese e nel febbraio 1175 assediava il castello di San Cassiano.
Qui la difesa era sostenuta da forze della lega.
Solo nel marzo si potè pensare ad Alessandria. L'11 marzo
partirono da Milano militi e fanti con il carroccio- per il raduno
a Piacenza. La lentezza fu necessaria: i Brabanzoni in cerca di viveri
si erano sparsi per le campagne.
L'esercito della lega si riunì a Piacenza ed al principio dell'aprile
si trasportò a Tortona. L'imperatore dopo l'ultimo vano tentativo
di entrare in Alessandria di sorpresa (la notte del sabato santo,
12 aprile), non attese di essere attaccato dalla Lega nel suo campo:
già la notte di Pasqua tolse il campo e marciò su Vogherà per la
via di Sale e di Castelnuovo, come volesse avviarsi a Pavia, ritor
nata all'amicizia tedesca. L'esercito leghista, saputa la marcia di Fe
derico, si affrettò a sua volta a ritirarsi e da Tortona lungo il margine
dell'Appannino si portò a Casteggio, sì da bloccare l'avanzata dei
tedeschi.
Il lunedì di Pasqua, 14 aprile, i due eserciti sì trovavano a
poca distanza, separati da un piccolo corso d'acqua. Nessuno osò
avanzarsi ed attaccare. Già quel "giorno dovettero avviarsi le prime
conversazioni.
Di dove partirono? Probabilmente»dal campo di Federico: si
aveva coscienza dell'impossibilità di venire a battaglia. Non vi era
più il conte di Biandrate, il politico: forse vi pensarono il marchese
di Savona Enrico Guercio ed il conte di Savoia, li martedì 15 aprile
Federico improvvisamente mosse il campo e si avanzò sino a due
miglia dai lombardi che temettero un attacco di sorpresa e corsero
alle armi. Però Federico si convinse che non avrebbe potuto far nulla.
Fra il 1.5 ed il 16 si discusse e si venne ad una intesa, L'ac-
cordo fu stipulato nel campo imperiale di Montebello; si stabilì una
L'ASSEDIO DI ALESSANDRIA 2.57

tregua, durante la quale una commissione avrebbe concordato le ri-


chieste delle parti in un trattato; l'imperatore avrebbe eletto tre arbitri
e tre la lega. Giurarono di osservare i patti le due parti. Per Ales-
sandria si discusse 0 giorno dopo: i consoli di Pavia, il marchese
di Monferrato giurarono di conservare la tregua verso le persone e
le cose degli alessandrini. L'imperatore fece pace « osculo interve-
niente » con i rappresentanti della Lega ed accettò la tregua di Ales-
sandria. Per quanto riguardava Alessandria e per tutta la discordia
fra lombardi e Federico, avrebbero deciso i sei arbitri; per i dissensi
si sarebbe chiesta la decisione ai consoli di Cremona.
La tregua « illius loci queni Paleam vocant » sarebbe durata
sino alla metà del giugno; per l'imperatore qui giurarono il mar-
chese Enrico il Guercio di Savona ed il conte di Savoia Umberto III;
se l'imperatore non avesse mantenuta la tregua i due principi si
sarebbero portati a Vercelli prigionieri della Lega. Giurarono anche
il conte Palatino Ottone ed il cancelliere senza però l'impegno per
l'arresto. Gli arbitri poi si trovarono ed incominciarono per giurare
che si sarebbero adoperati per la pace sulla base delle reciproche
proposte.
La presenza del conte di Savoia al campo dell'imperatore stu-
pisce. Dopo avere bruciato Susa così importante nelle aspirazioni
marchionali del conte, Federico aveva di nuovo fatto atto di imperio
a Torino avviandosi ad Alessandria. E dal campo in obsiiione Ro-
boretì l'imperatore aveva sigillato un diploma a favore del vescovo
di Belley. Antelmo — vecchio partigiano di Alessandro III — a
cui concedeva « omnia regalia, omnem districtum et jurisdictionem
civitatis et suarurn possessionum », salva solo la giustizia imperiale,
questo diploma distruggeva qualsiasi autorità e diritto del conte di
Savoia sul comitato di Belley. Il diploma è del 26 marzo 1175:
Umberto III era già al campo imperiale? Come poteva sopportare
simile affronto? È da pensare che egli fosse venuto, contro sua
voglia, in seguito ad una formale intimazione di comparire per
compiere il suo servizio feudale?
E dovette rassegnarsi. Per quanto riguardava Belley ed il ve-
scovo Antelmo la lotta fu aspra e lunga. Ma ritorniamo alle trat-
tative di Montebello,
Si sarebbe fatta la pace? Lo augurava quel monaco di Santa
Giustina o di Rivalta in quella cantilena piena dì orgoglio per la
vittoria che gli alessandrini avevano riportato sull'assalitore protervo.
Anche l'umile poeta che si è proposto di cantare, per eternarne il
258 DA ALESSANDRI/"» A LEGNANO

ricordo, come la nobile Lombardia difenda dagli stranieri, le sue mura,


le sue terre, il suo onore, si rivolge alla Divinità perché la sua
impresa era audace e temeraria «: prò rei magnitudine et gravitate
nimia » e gli occorreva l'aiuto dall'alto. La Lombardia, dice, è regione
fertile, ricca di ogni genere di prodotti: « dvitates vix triginta, ca-
stella sat contigua », ma la gente che vi abita « virtute atque viribus
repleta est ingenio » non sopporta di essere « sub servili dominio ».
La vogliono sottomettere re astutissimi, di qui quei dei Galli, di là
quei dei Greci,
Lo stile del poeta si aka, acquista solennità, ricordando l'eroi-
smo dei difensori di Alessandria.
Alter leoni similis iam fremit in Liguria Deducens
securo hcmines plusquam vigintimillia Huic Papia
iungitur — et Monferati marchio Et multi capitanei
quos nominare nescio Dicentes Alexandriam die
vincenda tetcio. Castellis atque manganis circumdant
eam propere Nullus exire potutt nec intrare peraiisere.
Sex mensibus sic permanet. nil portiere facere. Sic
oppugnatur civiias quam Papienses Palearn Vocant set
quam inveniunt et senciunt lapideam Quos incepisse
peniter dicentes esse ferream. Viri qui intus valentes
in armis et astutia Concreniaverunt bostium ciim viris
edificia Et deduxerunt pluriraos de ipsis intra moenia.
Set qui pugmibant dcfpris videntes ista fieri Atnissa
gente m»ixima piccai cessere miseri. Quid facietnus?
inquiunt,' ab hinc non sumus liberi. At Lombardia
prepotens istis occurrit obviam Fugato Cajnzellario ut
vindice! 'iiiiuriam Illatam suis sociis qui tenent
Alexandriam.

La resistenza eli Alessandria di sei mesi dava ai diplomatici


della lega l'energia per resistere alle pretese imperiali su una linea
dalla quale non si poteva recedere.
Le proposte leghiste erano semplici: si desiderava la pace e
la grazia dell'imperatore purché questi facesse la pace e la concordia
con la chiesa romana e papa Alessandro; le città erano pronte a fare
per l'imperatore quello che i loro avi avevano fatto per gli imperatori
predecessori di Federico. Ora conservassero tutto ciò che possede-
vano. Così il consolato, fodro e colta more civitatum Restituisse
l'imperatore possessi e diritti a città, vescovadi, abazie; rinunciasse
L'ASSEDIO 01 ALESSAN3R1A 259

alle offese: acconsentisse a che le città avessero e rifacessero castelli;


Alexandria in suo statu perpetuo permanente; restituiti i possessi
di Oberto di Foro e dei suoi convicini; l'imperatore abbia come i
predecessori, il fodro regale, la consueta parata quando va a pren-
dere la corona; abbia quieto e consueto transito e sufficiente mercato.
Delle trattative ini2iate con la concardia fatta a Montebello non
abbiamo molte notizie. Nella concardia si stabiliva che gli arbitri
dovessero procedere « visis litteris nùssis ab imperatore consulibus
Creinone et litteris a consulibus civitatnm datis consulibus Creinone
de pace et concordia ».
Noi conosciamo le proposte della « Societas Lombardie » ma
non quelle dell'imperatore. Il progetto della Lega fu preparato dopo
i contatti verbali avvenuti solo il 16 e 17 aprile. Non certo avevano
potuto prepararlo i Rettori mentre si avanzavano contro Federico
per combatterlo, ed anche la sua preparazione chiese tempo e di-
scussioni fra i Rettori stessi. Quando fu pronto e venne comunicato
agli arbitri, questi avrebbero dovuto secondo il libellato della Con-
cordia confrontarlo con il progetto proposto dall'imperatore, togliere
dall'uno e dall'altro tutta la parte che fosse giudicata « superflua
et incongrua », unificare i due testi, aggiungere tutte quelle cose
che « eis videantur necessaria et magis utilia et congrua ».
Ma l'imperatore se fece preparare un progetto, questo era
certamente basato s>u quelle premesse e su quelle esigenze che ren-
devano impossibile quel lavorìo di scelta e di unificazione a cui
doveva rìdursi in base alla Concardia l'opera degli arbitri. Solo nel
caso in cui vi fosse stato dissenso in aliquo, allora avrebbero dovuto
intervenire collegialmente i consoli di Cremona. La procedura pre-
vedeva per gli arbitri il limite del 15 maggio, per i consoli di Cre-
mona solo quindici giorni, ma così non si oltrepassava il 30 maggio.
Intervennero i Cremonesi? Scaduti i termini, la concordia di Mon-
tebello non prevedeva altro. Così dopo il 30 maggio non si ebbero
più rapporti fra i rappresentanti delle, due parti.
Mentre si apriva questa trattativa fra l'imperatore e la Lega,
un'altra pure si iniziava fra l'imperatore ed il papa Alessandro 111.
Essa era necessaria per dimostrare alla Lega che sì era pronti a
quella pacificazione religiosa messa in testa al programma della Lega.
Federico invitò a venire presso di lui per trattare della pace,
fra chiesa ed impero tre cardinali della corte di Alessandro III i
cardinali vescovi d'Ostia, Ugo, di Porto, Bernardo, del titolo di
260 DA AI.ESSANDRJA A LEGNANO

San Pietro in Vincoli, Guglielmo. I tre cardinali chiesero prima il


consenso del papa, poi partirono per Pavia, però i cardinali Ugo
e Guglielmo passarono prima a Lodi a conferire con i Rettori. I col-
loqui con l'imperatore non approdarono a nulla. Federico espresse
sì il desiderio della pacificazione, ma riaffermò le richieste che ave-
vano già determinato il contrasto con Adriano IV. Egli disponeva
di un antipapa pronto ai suoi desideri, come avrebbe potuto rinun-
ciare a quell'arma? Le trattative erano come quelle con la lega del
tutto fallaci e capziose. Federico Barbarossa aveva tentato di entrare
ne! campo di Alessandro III per cercare di mettergli contro i cardi-
nali ed isolare la lega.
Con abilità, contando sul sentimento di venerazione che si aveva
per la tradizione imperiale, egli era riuscito ad uscire dall'imbarazzo
in cui si era trovato il 13 aprile a Vogherà con l'esercito della lega
schierato sulla sua via. Ora egli aveva riconquistato la libertà delle
sue mosse, la possibilità di provvedere ad armarsi: ia primavera del
1176 avrebbe visto la sua offensiva piena e decisiva.

6. A Legnano

Rotte le trattative si ritornò alle armi. Era da attendersi un


nuovo attacco ad Alessandna; l'amor proprio di Federico lo esigeva;
accenni già vi erano e bisognava prepararsi.
Della fine del 1175 è un giuramento imposto a tutti i rettori
della Lega. Si era decisa una taglia di militi e di fanti per la difesa
di Alessandna ed una taglia di mille lire per ogni città, poi di 120
lire per il podestà di Alessandria Rodolfo di Concesa; si sarebbe
preparata la spedizione a richiesta dei rettori di Milano, Brescia,
Piacenza. Verona, per le spedizioni in su, a richiesta di Cremona,
Bologna, Mantova, Parma, per le spedizioni in giù; e si precisava
il carattere delle spedizioni se di militi o*di fanti o di fanti e militi;
per Alessandria avrebbero dato militi della città e del contado, fanti
solo della città a richiesta di Rodolfo di Concesa entro il 1" marzo
e dopo finché fosse stato necessario.
Il 31 gennaio del 1176 a Piacenza si rinnovò il giuramento
dei Rettori: Alessandria era inserita nell'elenco della Società, con
l'obbligo dell'aiuto; Guidotto di Fontana di Piacenza e Descazato
di Brescia aggiunsero che ciascuno doveva far giurare i suoi soci
A LEG NAN O 261

consoli e la ctedenza a volontà di Rodolfo dì Concesa podestà di


Alessandria.
Per quanto era necessario per la difesa di Aiessaudria se vi
fosse stata discordia fra i rettori, si giurò di essere dalla parte a cui
avrebbe aderito Rodolfo; per la spedizione però si richiedeva che vi
fosse l'accordo di tutti o della maggior parte.
h'animus di Federico decisamente ostile agli alessandrini lo
portò a riconciliarsi invece ceri Tortona dimenticando di averla di-,
strutta due volte; nel marzo del 1176 la riprese in grazia, confer-
mandole i possessi e privilegi, con una sola condizione che non
avrebbe accettato né in città né nel distretto alcuno degli uomini
« qui de octo villis infrascriptis apud Palearn collecti sunt » ; se li
avessero accolti, dovevano espellerli negli otto giorni da che fossero
stati richiesti o dall'imperatore o dal marchese.
Così un privilegio già aveva concesso a Corno ed altri concesse
ad altre città.
Gli occorreva riguadagnare le città della Lega per rifare l'eser-
cito. Le milizie mercenarie raccolte in Borgogna si erano consumate
nell'assedio di Alessandria e Federico si era trovato disarmato di
fronte alle schiere portate in campo dalla Lega
Egli rimase con l'imperatrice a Pavia: raccogliere uomini e
denaro urgeva. Ed a questo scopo cercò risolvere il conflitto fra
Pisa e Genova con l'assegnazione ad ambedue della Sardegna; inter-
venne in varie questioni locali; nei gennaio del 1176 era a Torino
La raccolta delle genti d'arme in Germania era affidata a prin-
cipi fidati. Ora qui fu per Federico un grave colpo l'avvertimento
mandatogli da Enrico il Leone duca di Sassonia ch'egli non sarebbe
venuto in Italia. L'imperatore gli chiese un colloquio, lo fece venire
a Chiavenna per convincerlo a non abbandonarlo: il duca fu reciso.
Dopo la Pasqua (4 aprile) le colonne tedesche si misero in
marcia: le comandavano gli arcivescovi di Colonia, di Magdeburgo,
di Treviri ed altri vescovi. Quanti erano? Un migliaio di cavalieri,
dice sire Raoul.
Scesero in Lombardia per il Lucomagno- forse a Bellinzona
trovarono l'imperatore che ne prese il comando. A Corno unì le
milizie comasche fedeli e continuò la marcia su Pavia per unirsi
alle genti pavesi, cremonesi ed a quelle dei marchesi.
Ma leggiamo la descrizione della battaglia nel libro detto di
sir Raoul.
262 DA ALESSANDRI* A LEGNANO

« II giorno 29 maggio 1176, sabato, i milanesi erano presso


Legnano e con essi vi erano 50 cavalieri di Lodi, circa 300 cavalieri
di Novara e di Vercelli, di Piacenza 200 circa e poi cavalieri di
Brescia, di Verona, della marca; i fanti di Verona e di Brescia erano
ancora in Milano, ma alcuni si erano già messi in marcia per rag-
giungere l'esercito milanese.
Federico con tutti i comaschi e circa mille cavalieri tedeschi
era accampato presso Cariate. Si diceva che erano 2000 che aveva
fatto venire segretamente sì che nessuno in Lombardia lo aveva po-
tuto sapere. Anzi si diceva che erano presso Bellìnzona e pareva
una fola.
E volendo passare ed andare a Pavia nel pensiero che i Pavesi
venissero incontro, i Milanesi gli si opposero con la sopradetta
cavalleria fra Borsano e Busto Arsizio ed incominciò una grande
battaglia. Federico mise in fuga i cavalieri che erano da una parte
presso il carroccio, sì che tutti quasi i Bresciani e parte degli altri
fuggirono verso Milano e così parte dei migliori milanesi. Gli altri
stettero presso il carroccio con la fanteria milanese e virilmente
combatterono. Da ultimo l'imperatore fu messo in fuga; i Comaschi
vennero quasi tutti imprigionati. Dei tedeschi molti furono presi,
uccisi e molti annegarono nel Ticino ».
I consoli di Milano annunziarono a Bologna ed alle altre città
la vittoria riportata:
« Vi sia noto che noi abbiamo riportato un grande trionfo sui
nemici. Degli uccisi, dei catturati, degli annegati il numero è infinito.
Abbiamo lo scudo dell'imperatore, il suo vessillo, la sua croce, la
sua lancia. Abbiamo trovato oro ed argento nei suoi bagagli e le
spoglie che abbiamo preso sui nemici sono incalcolabili. Ma queste
non le reputiamo soltanto nostre, ma comuni con il signor papa e
con gli italiani ».
Della battaglia di Legnano e delle discussioni degli storici sono
piene le storie italiane e tedesche.
Negli storici moderni tedeschi appare insistente l'osservazione
che la vittoria di Legnano fu solo uno sfruttamento da patte italiana
del grande contrasto tra Staufer e Welfen che aveva impedito all'impe-
ratore di portare in campo maggiori forze. E questo può essere vero,
ma a Legnano la Lega Lombarda schierò una piccola parte delle
sue forze e queste non erano certo più numerose di quelle teutoniche.
A Legnano si ebbe una battaglia di incontro in cui non le grandi
masse potevano valere ma il valore e la tecnica della lotta.
A LEGNANO 263

E gli italiani, cavalieri e fanti asserragliati attorno al carroccio,


si dimostrarono superiori al juror teutonicus.
La battaglia di Legnano, anzi di Milano, del 29 maggio 1176
fu un indiscusso trionfo militare della Ixga sull'imperatore, ina non
chiarì la situazione politica. Nelle trattative di Venezia del luglio
1177 Federico potè mostrare quanta parte d'Italia lo seguisse. Nel-
l'Italia occidentale soltanto Novara, Vercelli ed Alessandria erano
rimaste con la Lega: Genova, Tortona, Asti, Alba, Acqui, Torino,
Ivrea, Casale, Ventimiglia, Savona, Albenga, il Conte di Savoia, i
conti di Biandrate, i marchesi di Monferrato, di Savona, i Mala-
spina, i Canavese, i Lomello seguivano Federico Barbarossa. Le
« partes Pedemontis » si conservavano il baluardo imperiale.
Per Alessandria giurò Oberto di Foro, mentre fra i Rettori
della Lega sedeva un altro Rufino di Foro di Alessandria: fratello
0 cugino di Oberto?
Le trattative con il papa, con il re di Sicilia, con Venezia per-
misero all'imperatore di isolare la Lega Lombarda che si ritenne
paga della tregua di sei anni. Federico con la pace aveva superato
1 vincitori di Legnano.
Nell'estate del 1178 Federico Barbarossa ritornò in Germania.
Prima però volle recarsi ad Arles a ricevere solennemente la corona
regia di Borgogna. Era una affermazione di non voler demordere
dalla sua posizione di diritto. Prima, nel giugno e luglio l'imperatore
soggiornò a Torino, nel palazzo imperiale. Appunto a Torino prese
Federico un provvedimento nei riguardi degli astigiani, sì da mo-
strare come egli si sentisse sicuro della situazione italiana. Infatti
tolse al comune di Asti il castello regio di Annone che gli aveva
affidato nel 1159, che gli aveva ritolto nel 1167, ma che poi gli
astigiani avevano rioccupato. Federico installò ad Annone un castel-
lano tedesco e gli astigiani giurarono di non offenderlo, a patto però
che l'imperatore non avrebbe mai dato il castello ad altri se non
al castellano suo. Asti temeva di vedere installarsi ad Annone od
il conte di Biandrate od il marchese di Monferrato. Ad Annone
l'imperatore sottomise non solo tutto il territorio della valle, ma
anche tutto quel territorio che si chiamava in quel tempo comitato
di Serralunga — era questa località presso Baldichieri o presso Ses-
sant? — Refrancore, Cerro, Musanza, Musanzola, Travazzola, Du-
sino e forse anche Quattordio. Un territorio adunque cospicuo tale
da inceppare le libere mosse degli astigiani.
264 DA ALESSANDRI A 1LF.GNA.NO

Romualdo Salernitano ci sa dire che l'imperatore stette a To-


rino —- in partibm Taurini — alquanto a lungo, occupato a discu-
tere con i lombardi, ma che non potè « pacern prò velie suo com-
ponere ». Quale atteggiamento avrà tenuto tra le due parti il inar
chese di Monferrato?
Federico Barbarossa da Torino si avviò alla Val di Susa, ma
anziché salire al Cenìsio, prese la via del Monginevro: scese a
Briancon dove congedò il marchese di Monferrato e per Etnbrun
raggiunse Arles. Due giorni dopo, la domenica 30 luglio, Federico
e Beatrice furono solennemente incoronati dall'arcivescovo di Arles,
ma forse Beatrice fu incoronata a Vienne, subito dopo in quello
stesso viaggio.

7. Corrado di Monferrato e l'arcivescovo dì Magonza

I figli del marchese Guglielmo V e di Giulitta d'x\ustria, Gu-


glielmo, Corrado, Bonifacio, Raineri erano cresciuti nella devozione
verso l'imperatore e da quando erano stati onorati delle armi ed
erano diventati come ora già si diceva milite* avevano secondato
i! padre nelle guerre imperiali, attirandosi anch'essi gii odi delle
popolazioni che li consideravano come istigatori o sfruttatori delle
ambizioni di Federico Barbarossa, Brutta sorpresa era stata per Gu-
glielmo V e per i suoi la comparsa di Alessandria che rompeva
fatalmente i legami fra i domini dell'Acquisana e quelli del Mon-
ferrato. Come si è visto, già nel 1169 Asti ed Alessandria si legano
contro il marchese; si tentano accordi; ma nel 1172 il marchese
è sconfitto a Montebello dai comuni; Asti chiede ostaggi, un membro
della famiglia marchionale; la stessa contessa sì dice, od uno dei
figli o lo stesso marchese. L'imperatore è lontano e le forze dei
comuni — fanteria? —- sono in vantaggio sui cavalieri di Monferrato.
Guglielmo ha come suo alleato il conte di Biandrate, ma anche
questi ha problemi grossi, ha addosso «Novara e Vercelli.
In attesa di poter scendere di persona ad agitare quella davam
Herculìs che ancora è convinto di poter usare, l'imperatore mandò
in Italia l'arckancelìiere Cristiano arcivescovo di Magonza: l'ordine
è di rimettere la pace, di imporsi.
Al fianco di Cristiano troviamo ora Corrado di Monferrato.
Erano due i figli di Guglielmo V, che erano « milites ». Fu il se-
condo Corrado che seguì Cristiano nella spedizione in Tuscia. Lo
CORRAI» DI MONFERRATO E L'ARCIVESCOVO Di MAGONZA 2Ó5

vediamo a Siena nel marzo del 1172 ad un parlamento deU'arcican-


celliere; quando Pisa è messa al bando, Corrado è presente. Quale
funzione avesse non sappiamo: governatore come pensa il Ficker
di qualche zona? o prolegato? Non sappiamo se fu all'assedio di
Ancona del 1174. Non fu certo e non vi fu neanche il padre a
Legnano. Però subito dopo, nelle trattative del 1176 Corrado è
presso l'imperatore che lo incarica di giurare in anima sua per garan-
tire la sicurezza dei legati di Alessandro HI che venivano al campo
di Modena. Il fratello maggiore Guglielmo che doveva i.S sopran-
nome di Lunga Spada a qualche impresa che noi non conosciamo
era nel 1176 già lontano: l'aveva attratto la seduzione della corona
di Gerusalemme: nell'ottobre sposava Sibilla di Angiò e nei primi
mesi del 1177 chiudeva il suo romantico sogno. In Italia Gugliel-
mo V, il marchio maior come era detto, poteva contare su Corrado
ed anche su Bonifacio; troppo giovane, forse non ancora miles era
Raineri.
Corrado ora seguiva l'imperatore. Il 16 marzo 1177 è a Cocco-
rano teste ad un diploma per il vescovo di Vivières; il 1° agosto
è col padre alla conclusione di un trattato con Verceiii, ma poi
riparte per Venezia ed il 17 agosto assiste alla conferma dei trattati
fra l'imperatore e Venezia. Ed appunto a Venezia il 22 agosto con-
chiude un accordo interessante la sua famiglia. La sorella Agnese era
andata sposa anni prima verso il 1167 al conte Guido Guerra IV,
che pare l'avesse ora ripudiata: ora il 22 agosto Guido Guerra
cede all'imperatore il castello di Poggibonsi perché io consegni a
Corrado di Monferrato ed alla sorella e lo stesso giorno Corrado
dichiara di ricevere dall'imperatore l'investitura del castello per conto
della sorella. L'anno segeunte, il 6 maggio 1178 Agnese cedeva il
castello al fratello Raineri a Mombello, e Raineri vendeva il castello
per 4000 lire pavesi al comune di Siena. L'imperatore era dunque
intervenuto a risolvere un conflitto famigliare che poteva portargli
l'odio o dei Monferrato o dei Guerra.
Corrado continuò a rimanere a corte. A Venezia Federico aveva
risolto con il papa il conflitto per il patrimonio papale, ma era
ancora aperto il contrasto per l'eredità maiildina. Per ora l'impe-
ratore incaricò l'arcivescovo Cristiano, che dopo essere stato il pro-
tettore di Vittore IV, ora Io diventava di Alessandro III, di sor-
vegliare sul pacifico ritorno del papa a Roma e di provvedere alla
restituzione del patrimonio.
266 DA ALESSANDRIA A LEGNANO

A Viterbo il legato imperiale trovò gravi guai: la popolazione


si dichiarò favorevole al papa vero, la nobiltà si schierò contro. Vi
era con Cristiano anche il marchese Corrado, e non sappiamo perché.
Ma certo vi furono contrasti assai gravi fra i due e portarono a vera
lotta fra Cristiano e Corrado; questi ad un certo momento fu cattu
rato e messo in ceppi. Può essere che l'arcivescovo abbia scoperto
una cospirazione contro l'imperatore, la cui trama andava da Cor-
rado all'imperatore di Costantìnopoli Manuele Comneno. Agiva nel-
l'intrigo il malcontento della corte di Monferrato per essere stati
delusi — alla conclusione finale — di tutte le speranze che avevano
riposto in Federico Barbarossa? In realtà è il momento in cui fra
i Monferrato e l'imperatore bizantino si discuteva per un progetto
simpatico ed ambizioso: l'andata dell'ultimo dei figli di Guglielmo V
a Costantìnopoli, Raineri, per sposare la figlia di Manuele Comneno.
Dopo la corona di Gerusalemme ora nel Monferrato vi era il sogno
della corona imperiale d'Oriente.
11 conflitto fra Corrado e l'arcivescovo terminò felicemente con
un accordo: Corrado fu liberato, ma versò un riscatto di 12.000 iper-
peri, consegna di ostaggi, giuramenti e non sappiamo che cosa d'altro.
Ed ora naturalmente Corrado pensò alla vendetta. Chiamò in
aiuto dal Monferrato il fratello Bonifacio, altri suoi vassalli, amici
come liberto di Biandrate; intensificò le relazioni con Manuele
Comneno ed il fratello Raineri partì per Costantinopoli. Poi assoldò
a Spoleto e nelle altre città della Marca bande di avventurieri ed
il 29 settembre del 1179 assàìì l'arcivescovo che transitava con poca
gente presso Camerino e lo catturò egli ed i suoi compagni. Ben
legato secondo l'uso dei tempi e "sotto buona scorta Parcicancelliere
dell'imperatore fu portato in Tuscia e chiuso nel castello di San Fla
viano, poi in quello di Acquapendente che forse erano di spettanza
del marchese. Ora Corrado giubilante per la buona preda, la affidò
sii fratello Bonifacio ed egli partì per Costantinopoli,
L'imperatore apprese in Germania, dove era occupato nella lotta
contro Enrico il Leone, l'infortunio ctel suo legato. Mandò a Gu-
glielmo V proteste, suppliche, poi spedì un uomo di fiducia Heinrich
von Diez a trattare. Del resto anche il marchese Guglielmo dovette
pensare che dopo la soddisfazione era prudente non spingere la
cosa ad una situazione pericolosa. Nel gennaio del 1180 si trattò
per un accordo. A sua volta Cristiano dovette pagare Io stesso riscatto
di Corrado: 12.000 iperperì; si impegnò a far restituire a Corrado
ed a tutti i suoi coadiutori la grazia imperiale. Le trattative furono
CORRADO 01 MONFERRATO E L'ARCIVESCOVO M MAGONZA 267

lunghe, dovendosi aspettare gii atti di adesione da parte dei perso-


naggi della corte tedesca.
Entro il 1180 Cristiano potè riprendere la sua attività di legato.
Federico gli conservò la fiducia e nel 1183 Io incaricò di appoggiare
il papa Lucio III nella sua lotta contro i Romani. Corrado ritornò
da Costantinopoli prima della rivoluzione in cui perì Raineri (1182)
e lo troviamo nel 1183 con il fratello Bonifacio alle nozze della
sorella Adelasia con li marchese di Saluzzo.
CAPITOLO X

LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA


NELL'ITALIA OCCIDENTALE

1. Nuovi e vecchi giudizi sulla politica di Federico Barba-


rossa. - 2. La nuova Cesarea. - 3. L'imperatore tra feuda-
tari, vescovi e comuni- 4. La questione di Torino e la rot-
tura dell'imperatore con i! conte dì Savoia. - 5. La politica
federiciana nella regione piemontese. - 6. La fine della inarca
di Enrico il Guercio. - 7. I marchesi di Ponzone e di Bosco.
8. Le prime imprese di Enrico VI. - 9, II dissidio tra papa
ed imperatore e le sue ripercussioni nell'Italia occidentale.
10. La riconciliazione tra Staufer e Savoia.

1. Nuovi e pecchi giudizi sulla politica di Federico Barbarossa

II trattato di Costanza del 25 giugno 1183 rappresenta nella


storia dell'impero e dell'Italia^ tutta un punto di massima impoi-
tanza, poiché fu quasi l'atto fondamentale del Regno italico in cui
l'esistenza del Comune e l'organizzazione feudale dello stato parvero
trovare conciliazione giuridica.
Un noto storico tedesco, il Below, in questi ultimi anni in cui
in x'ari paesi — in Francia, in Germania — si fece la critica ai
principi ed ai governi di epoche lontane circa il modo usato nel-
l'interpretare le aspirazioni e nel secondare le necessità nazionali,
a proposito della pace di Costanza parlò, di un fiasco della politica
federiciana. Si potrebbe discutere circa il giudizio sommario. In ogni
caso il fallimento di Federico Barbarosa riguarda solo la politica
guerresca del periodo precedente, il periodo che si chiude a Legnano,
La pace di Costanza fa già parte dell'opera di ricostruzione, della
ripresa del programma imperiale.
Federico Rarbarossa era uomo troppo tenace per demordere dal
suo proposito di ricondurre tutta la penisola alla dipendenza del
governo imperiale. Ancora gli storici tedeschi discutono se gli impe-
NUOVI E VECCHI GIUDIZI SULLA POLITICA DI FEDERICO SAFBAROSSA 269

ratori da Ottone I in poi abbiano operato saggiamente trascurando


la funzione di civilizzare -— e di germanizzare- — gli slavi orientali,
presi dall'incantesimo del mare caldo, del paese latino; Federico Bar
barossa aveva già, nel secolo XII, coscienza di quanto al gerraane-
skno fosse costato il ricostruire ed il conservare la conquista latina
di Ottone I, il Sacro Romano Impero. Nel proclama ai principi
tedeschi del 1167, già citato, egli scriveva: «Non enirn in nostra!»
solummodo rediindat rebellio personali), quia, iugo dominationis no-
stre proiecto, Teutonicorum imperiimi, quod multo labore rnultisque
dispendiis ac plurimorum principum et illustrium virorum sangmne
emptum et hactenus conservatum est, refutare et exterminare [Itali]
conantur, dicentes: nolumus hunc regnare super nos, nec Teutonici
amplius dominabuntur nostri ». Adunque la ribellione italiana non
colpiva soltanto lui, ma tutta la nazione tedesca e per ciò non era
tollerabile, come non era tollerabile il sentimento antitedesco che
animava le popolazioni italiane. Piuttosto di sopportare la rovina
dell'impero, Federico preferiva la morte in battaglia: « antequara
nostris temporibus imperium destrui patiamur et in posterob nostros
tante confusionis et iacture dispendia transirdttaaius, maluimus ho-
nestam mortem inter hostes ». L'odio contro i tedeschi era in realtà
nei secoli XI e XII diffuso considerevolmente in Italia e non man-
cano le prove.
Ora come poterono gli italiani abbandonare quell'atteggiamento
di netta ostilità all'imperatore ed accettare il trattato di Costanza?
Dopo la battaglia di Legnano non si poteva più parlale di una tra
dizionale devozione verso l'impero. La realtà è che Federico Bar-
barossa riuscì a sgretolare il blocco italiano che l'aveva vinto a Le-
gnano, sebbene soltanto i milanesi e pochi alleati fossero sul campo
di battaglia. Alessandro III non combatteva per i comuni, ma solo
per il riconoscimento della sua legittimità e fu pago quando l'impe-
ratore rinunziò ad ogni idea dì scisma, si che tosto abbandonò i
Lombardi che pure avevano combattuto « prò statu Ecclesie et liber-
tate Italiae ». Il re di Sicilia a sua volta fu soddisfatto e pago del
riconoscimento del regno normanno; e così i comuni rimasero soli
e dovettero essere lieti del trattato di Costanza. La guerra così lunga
e così grave aveva infatti pesato economicamente sulla situazione
finanziaria dei comuni: la continuazione del conflitto sarebbe stata
esiziale.
I preliminari di Piacenza del 30 aprile 1183 innalzati a solenne
diploma concesso dalla maestà imperiale il 25 giugno 1183 alla « tini-
270 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLÌTICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

versitas fidelium imperii » cioè alle « civitatibùs locis et personis


societatis » significavano per Federico Barbarossa il riconoscimento
della suprema autorità imperiale, tua dentro vi si leggeva l'abban-
dono della maggior parte del programma di Koncaglia. La desiderata
amministrazione dei regalia delle città da tenersi da suoi fiduciarì
non v'era più. I comuni avrebbero nominato i loro magistrati, sta-
biliti i loro tributi, fatte le loro leggi, amministrata la giustìzia
secondo le loro consueiudini, conservando solo l'appello al tribunale
imperiale. I comuni avrebbero conservato i loro regalia, restituiti
quelli abusivi. Le popolazioni avrebbero giurato fedeltà all'impera-
tore, i consoli avrebbero avuto l'investitura dall'imperatore o da
un suo messo o vescovo investito dell'ufficio comitale. All'impera-
tore sarebbe spettato il fodro ogni qualvolta fosse disceso in Italia
per l'incoronazione. Gli veniva assicurato un mercato sufficiente,
acconciate le strade.
Ma ora Federico Barbarossa poteva riprendere i suoi progetti
ambiziosi su tutta la penisola. Ed infatti egli senza esitare ricomincia
a tessere la sua rete: discute con Guglielmo II di Sicilia per arrivare
al desiderato matrimonio tra il proprio figlio ed erede Enrico, re dei
Romani e futuro imperatore, e la zia ed erene del re Guglielmo,
Costanza d'Altavilla; tratta con i papi successori di Alessandro III
per l'annosa ed insoluta controversia della eredità della contessa
Matilde; tratta con i comuni per ricuperare di fatto tutto quello
che era ricuperabile per gli accordi di Costanza.
Federico I in realtà non si, era mai trovato di fronte a tutta
l'Italia comunale ed anche a Costanza aveva stabilito accordi soltanto
con un gruppo limitato di comuni, quello della Lega. Per conse-
guenza ora l'impero si trovava in uria. condizione di grande van-
taggio: aveva rapporti ben chiari e precisi con i comuni leghisti,
con altri aveva legami di varia "importanza^ secondo le stipulazioni
fatte in circostanze diverse e di diversa entità. Vi era adunque una
gradazione di rapporti, una differenziazione nell'atteggiamento dei
comuni che poteva essere vantaggiosamente sfruttata dall'imperatore
per un nuovo tentativo di inquadrare i comuni e l'Italia intiera nel
suo sistema politico.
Nei patti di Costanza l'imperatore aveva avuto cura di intro-
durre una clausola importante: l'obbligo per i comuni aderenti alla
Lega di difendere ed anche di aiutare l'autorità imperiale nel ricu-
pero dei diritti patrimoniali che il fìsco aveva o pretendeva di avere
in Italia. I comuni erano adunque stati presi in una grave insidia:
LA NUOVA, CESAREA 271

erano alleati di Federico, erano impegnati ad aiutarlo in una ricerca


che poteva diventare magari lesiva dei loro interessi, sotto pena di
essere dichiarati inadempienti dei patti di Costanza. È veto che la
parte più importante di questi patrimoni imperiali era rappresentata
dalla eredità matildina, ma anche il resto dell'Italia superiore e cen-
trale era costellata da siffatti nuclei importanti, anzittuto, economi-
camente; ora erano destinati ad acquistare una grandissima impor-
tanza politica e militare per i piani segreti di Federico Earbarossa.
E qualora fosse sorto un conflitto, chi avrebbe deciso tra Fede-
rico e la Lega? E la Lega aveva la possibilità di conservarsi a lungo
nella sua compattezza?
Ed i futuri imperatori si sarebbero considerati come legati dalla
parola di Federico I? Enrico VI sì, ma i figli di Enrico VI?
Nel settembre del 1184 Federico Barbarossa verme in Italia
per celebrare le nozze del figlio Enrico con Costanza e per discutere
con il papa la questione matildina. Approfittò dell'occasione per fare
una solenne cavalcata attraverso l'Italia superiore in segno di trion-
fante sovranità: il 19 settembre i milanesi accolsero solennemente
l'imperatore che due decenni prima aveva distrutto la loro città.
Erano scomparse le tracce della rovina? Non ricordavano i milanesi
le giornate di Lodi del marzo 1162? l'abbattimento fragoroso delle
torri, delle mura, dei palazzi?

2. La nuova Cesarea

Sulla questione di Alessandria, Federico Barbarossa aveva len-


tamente ceduto per quanto era sostanza, accontentandosi di una
degna soddisfazione per il suo prestigio e per l'onore dell'impero.
Al programma massimo del 1174 di distruggere Alessandria e
di ristabilire nella regione fra Tanaro e Bormida l'assetto territoriale
anteriore alla ribellione della popolazione, egli aveva rinunciato,
ma conservava l'intenzione di riordinare le cose a suo piacere. La
Lega Lombarda avrebbe desiderato, a sua volta, salvare Alessandria,
ma non intendeva farne una questione capitale. I lombardi avreb-
bero preferito andar d'accordo con il Monferrato. Nel principio del
1176 quando Pavia e Tortona sì accordavano pacificamente, preve-
devano ancora i due comuni che « ilìi. de Palea » dovessero per
ordine dell'imperatore uscire « de Palea » entro la metà della qua-
resima; nell'arbitrato cremonese per la pace tra l'imperatore ed i
272 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

comuni del giugno successivo si stabiliva « Et Alexandria ir» statu


civitatis permaneat ». Negli accordi di Venezia del 1177 la questione
fu passata sotto silenzio, ma erano presenti Oberto e Rufino di Foro.
I comuni parevano disinteressarsi di Alessandria; anche il papa,
dopo la riconciliazione con l'imperatore? La pratica però della dio
cesi di Alessandria, e del vescovo aveva camminato. Era stato neces
sario procurarsi il consenso dell'arcivescovo di Milano, Caldino,
tutto immerso nei fastidi di riorganizzare la sua sede e di descisma-
tizzare le chiese di Lombardia. Poi nel 1176 l'arcivescovo Caldino
morì e vi fu il problema della successione.
Ma il 30 gennaio 1177 ad Anagni Alessandro III faceva bol-
lare il privilegio per Alessanctria: dilectìs filiis clerìcis Alexandrine
ecclesìe. I rappresentanti di Alessandria dovettero palpitare nel leg-
gere quell'indirizzo. Poche parole diceva il papa: per la novità e
per la necessità accadde che presente essendo il nunzio della chiesa
di Milano, non essendovi stata nessuna elezione precedente, abbiamo
provvisto a voi ed alla chiesa di nostra autorità. E perciò perché
non possa esservi per questo a voi ed ai vostri successori pregiu-
dizio, abbiamo giudicato di dover provvedere per l'autorità nostra
apostolica, e questo non vi porti pregiudizio: morendo nell'avvenire
il vescovo che ora è od un suo successore, abbiate libera elezione
dei vescovi come per le altre chiese cattedrali soggette alla chiesa
di Milano.
Così Alessandria ebbe, secondo le promesse di Benevento, dio-
cesi e vescovo.
Toccò al nuovo vescovo eletto Ottone di organizzare la sua
chiesa e ne riferiva poi al papa che il 18 luglio del 1178 dalla Tuscia
gli rispondeva approvando le cariche canonicali, il prevosto, l'arci-
prete, il cantore e le chiese: Gamondio, Marengo, Solerò, Bergoglio,
Ovidio, Rovoreto, Foro.
Nel 1178 gli alessandrini si rivolsero al marchese di Monfer-
rato per conchiudere la pace: probabilmente temevano che la Lega,
regolate le sue vertenze con l'impero* si disinteressasse del caso
spinoso di una città dichiarata in contrasto con l'onore dell'impero.
Anche il marchese di Monferrato Guglielmo V pensò utile condurre
a sé gli alessandrini isolati e bisognosi di aiuto,
II 13 giugno 1178 ad Appiano presso Quargnento i consoli
di Alessandria si trovarono con il marchese Guglielmo; si convenne
che gii alessandrini, provenienti da Gamondio, Marengo, Foro avreb
bero giurato fedeltà al marchese, gli abitanti degli altri quattro
LA NUOVA CESAREA 273

luoghi si riservavano di giurare fedeltà al loro legittimo signore.


In tal modo gli alessandrini regolarizzavano la loro posizione giuri-
dica, come persone, ma non come città. Riguardo poi alla loro orga-
nizzazione cittadina, il marchese acconsentì a conservare pace con
gli alessandrini, a proteggerne le persone e le proprietà, a riconoscrc
l'assetto attuale di Alessandrìa, a cercare in ogni modo che l'impe-
ratore a sua volta tutto ciò approvasse. In cambio gli alessandrini
riconoscevano al marchese tutti i suoi diritti: la sua alta giurisdi-
zione sulla città intera, il pedaggio, la curadia, il diritto ad avere
un palazzo in città, il pedaggio del ponte, l'obbligo di un contin-
gente militare alessandrino per l'esercito del marchese contro tutti
i nemici suoi, esclusi però tre casi: che vi fosse guerra tra l'impe-
ratore ed i Lombardi, che l'imperatore fosse in Lombardia, che nel-
l'esercito monferrino vi fossero dei pavesi; inoltre non avrebbero
stipulato alleanza con sudditi del marchese, senza il suo consenso,
e neppure con Asti, Tortona e Pavia. Se l'imperatore non avesse
riconosciuto la nuova città, gli alessandrini sarebbero rimasti tuttavia
sotto la salvaguardia del marchese, quali suoi sudditi, ed il marchese
come suoi vassalli li avrebbe aiutati.
L'accordo tra Alessandria e Guglielmo V non portò a nessun
risultato, che appunto nel 1178 i rapporti tra il marchese e l'impe-
ratore si guastarono gravemente quando Corrado, uno dei figli di
Guglielmo V, fu catturato dal Legato imperiale Cristiano di Magonza.
Nei patti che Bonifacio di Monferrato impose nel 11.80 all'ar-
civescovo per la liberazione fu inserita una clausola che riguardava
anche Alessandria: il cancelliere s'impegnava ad ottenere dall'impe-
ratore che Alessandria venisse distrutta o che non potesse avere il
favore dell'imperatore o del figlio re Enrico « nisi per parabolani
marchionis Montisferrati Guillelmi aut filiorum eius et quod a pote-
state et dominio eorum non absolvatur ». Bonifacio voleva con
questa clausola ambigua assicurare solo l'interesse della casa: Ales-
sandria o doveva essere distrutta o doveva essere sotto la signoria
marchionale. In pratica la clausola non servi a nulla.
Gli alessandrini non potendo contare sul marchese di Monfer-
rato si rivolsero allora ai marchesi del Bosco, con i quali nel 1180
conchiusero un accordo, riconoscendo tutti i diritti che i marchesi
pretendevano nella regione. Avrebbero infatti riconosciuto ai mar-
chesi del Bosco il possesso delle braide e di tutte le terre dominicali
coltivate che avevano sul luogo prima della costruzione della città,
il possesso del quarto dei fitti; gli alessandrini tutti dai 14 ai 70 anni
274 1.A PACE Di COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NEIXÌTAXIA OCC.

avrebbero giurato fedeltà ai marchesi ed 1 consoli avrebbero ogni


anno rinnovato il giuramento di fedeltà. I marchesi avrebbero con-
cesso in feudo agli alessandrini i castelli e le terre di Ponzano e
di Marenzana, dove però ogni quattro anni avrebbero riscosso il
fodro. Per quanto riguardava i diritti regali in Alessandria i marchesi
non ne facevano donazione agli alessandrini; questi avrebbero con-
tinuato a goderli, ma i marchesi non avrebbero perduto nessun diritto.
Evidentemente era un accordo provvisorio: gli alessandrini promet-
tevano di non fare accordi con Guglielmo di Monfeirato senza con-
senso dei marchesi del Bosco. Così ì marchesi del Bosco aspiravano,
pur riconoscendo l'esistenza di Alessandria, a farne un loro possesso.
Ma neppure gli accordi con i marchesi del Bosco diedero ad
Alessandria la sicurezza. Brutto segno fu la soppressione della sede
episcopale: il vescovo di Acqui rivendicò alla sua circoscrizione
quella zona, sebbene ora vi fosse una città.
Alessandro III dovette intervenire: la tradizione della sede di
Acqui doveva essere rispettata. Si poteva creare però una diocesi
doppia con un solo vescovo e di applicare l'artificio il papa diede
l'incarico spinoso all'arcivescovo di Milano, Algìsio di Pirovano.
Una solenne lettera annunciò agli Alessandrini che la loro città avreb-
be goduto pur sempre della sede episcopale ed avrebbe sempre avuto
un vescovo che si occupasse delle loro anime. L'ordine del papa era
di. trasferire in Alessandria il vescovo di Acqui con la sua sede.
L'arcivescovo ricordava quale amore il papa aveva avuto per Ales-
sandria e quante cure aveva dedicato ad essa. Il vescovo di Acqui
trasferito in Alessandria « Alexandrinus vocetur episcopus ». Però
avrebbe conservato « iura potestatemve aquensis ecclesie » ed avrebbe
continuato a funzionare in essa con piena autorità. Di conseguenza
il vescovo eletto ad Alessandria non doveva più essere riconosciuto.
L'applicazione del decreto di Algisio trovò presto nuove difficoltà.
Per ora gli alessandrini avevano da risolvere il problema più grave,
quello di Federico Barbarossa.
Per avere un appoggio sicuro, nei* marzo del 1181 gli alessan-
drini si rivolsero ai genovesi, ricordando i vecchi accordi dei gamon-
diesi. E Genova acconsentì ad impegnarsi nella difesa di Alessandria
per 29 anni: in caso di guerra Genova avrebbe inviato all'alleata
200 arcieri, 10 balestrieri, 3 maestri di legname ed un fabbro; Ales-
sandria avrebbe, a richiesta, dato a Genova 50 milites e 200 fanti.
Ai genovesi importava di ristabilire i vecchi impegni dei gamondiesi
per i pedaggi.
I.A NUOVA CESAREA 27}

Quando nella primavera del 118.3 si incominciò a preparare


da parte della Lega le proposte da presentare al convegno di Pia-
cenza, i rettori constatarono clic sulla questione di Alcssandria non
era possibile venire ad una intesa. Le pretese imperiali non erano
accettabili, né era possibile ottenere dall'imperatore l'abbandono di
tutta una politica antialessandtina di tre lustri. Che sarebbe successo
se si fosse dovuto discutere a Piacenza? Noi non sappiamo attra-
verso quali trattative la questione dì Alessandria fu trasportata di-
rettamente in corte dell'imperatore. A Norimberga convennero i
rappresentanti della Lega, di Alessandria, e forse anche del papa.
E le discussioni ripresero sotto la sorveglianza dell'imperatore
ostile sempre. Si riprese a discutere. Che sarebbe successo se l'accordo
non fosse stato raggiunto? La rottura delle trattative? È da pensare
che i rappresentanti della Lega fossero molto inquieti: erano pronti
ad abbandonare Alessandria, ma sentivano che non lo dovevano fare.
Era possibile una via di uscita?
Vi fu qualcuno che la trovò. Fu un giurista di quelli che fian-
cheggiavano i Legati della Lega od un ecclesiastico di curia inviato
da Lucio III? Od un cavaliere dell'imperatore? Tralasciare la que-
stione insolubile di Alessandria, creare un'altra città che rappresen-
tasse la devozione all'impero. Scomparisse il nome di Alessandria,
si chiamasse la città nuova Cesarea,
Soluzione fine che comportava una rinuncia dall'una come dal-
l'altra parte. Era sacrificato il punto d'onore su cui tutto aveva
parso incespicare.
Non sappiamo quanto si sia discusso attorno alla proposta che
poteva essere nel comune sacrificio una conciliazione. Era necessaria
per giungere alla pace. Qualsiasi altra soluzione era impossibile.
Federico l'accettò, ma la circondò di tutte quelle salvaguardie
che dovevano far credere che la soluzione fosse per lui un trionfo.
Per la Lega la soluzione voleva dire il solo modo di salvare onore-
volmente Alessandria,
L'accordo fu fatto nel palazzo imperiale di Norimberga.
Federico I il 14 marzo 1183 stabilì le condizioni alle quali
avrebbe ricevuto in grazia gli abitanti della città di Palea: i due
ambasciatori della città le accettarono e furono ammessi a giurare
fedeltà. Le condizioni erano queste.
L'imperatore avrebbe fondato una città, Cesarea,
Gli uomini « de Cesarìa que posita est: super ripara Tanari »
si consegneranno nella podestà del signor imperatore in questo modo.
276 LA PACE Dt COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

Usciranno tutti, dalla città, uomini e donne e rimarranno fuori finché


il nunzio dell'imperatore li ricondurrà in città e consegnerà loro la
città per l'autorità dell'imperatore. L'imperatore fonda questa città
(civitatem) con sette luoghi, Gamondio, Marengo, Bergoglio, Rovo-
reto, Solerò,- Foro, Ovìglie e 40 famiglie di Quargnento. Le da il
nome Cesarea. L'imperatore avrà il teloneo del ponte sul Tanaro,
il pedaggio, la curadia e tutti i diritti regali. Fuori della città avrà
diritti e possessi che ì marchesi giustamente tenevano dall'impero.
Tutti i cittadini maschi dai 14 ai 70 anni giureranno fedeltà... faranno
pace e guerra secondo gli ordini... ogni cinque anni rinnoveranno
il giuramento. L'imperatore da a Cesarea lo stato di città (statum
civitatis) a condizione che non tolga a nessuna città, a nessuna per-
sona il suo diritto. L'imperatore darà ì consoli che giureranno di
conservare la città per l'onore dell'impeto. Essi faranno giustizia e
conserveranno le buone consuetudini e puniranno i misfatti... L'im-
peratore terrà Cesarea ed i suoi abitanti nelle sue mani, nessun mar-
chese avrà podestà o signoria nella città...
I cittadini accoglieranno con onore il nunzio dell'imperatore
che raccoglierà dentro la città i regali ed i diritti dell'imperatore
e tutti i suoi diritti fuori della città. Il nunzio dell'imperatore darà
i salvacondotti per le terre e darà tutori ai pupilli e curerà e pro
teggerà i minori. Alla sua udienza avverranno gli appelli. I duelli
stabiliti avverranno davanti i consoli ed il nunzio. L'imperatore
rimette loro tutte le offese e. rende loro la sua grazia.
Giurarono fedeltà all'imperatore i rappresentanti di Cesarea,
maestro Anselmo di Cornano e Teobaldo Vasco, Per l'imperatore
giurò il camerario Rodolfo; testimoni furono Federico duca di Svevia,
Rodolfo protonotario imperiale, ed altri,. Di parte italiana cioè della
Lega vi erano Filippo di Casale, Gerardo di Novara, Lanfranco di
Corno, Siro Salimbene di Pavia,- Paltrinerio di Ossona, Pietro Biscot,
Male Visca di Brescia, Piccomiglio di Velia.
Quando avvenne la solenne cerimonia della formale creazione
di Cesarea? Certo quasi subito. Sulle rive del Tanaro vi fu ora non
più Alessandria, ma Cesarea, ed il nuovo comune direttamente dipen-
dente dall'impero aveva il vantaggio di non essere più legato alla
grande feudalità della regione.
II camerario imperiale Rodolfo potè ora scendere in Italia ed
annunziare ai rappresentanti della Lega riuniti a Piacenza che la
questione di Alessandria era risolta per decisione dell'imperatore e
che la Lega più non doveva occuparsene.
L'IMPERATORE TRA FEUDATAM, VESCOVI E COMUNI 277

La sua dichiarazione fu che « Alexandria, Dei gratia, miseri-


cordia imperialis benevolentiae civitas rernaneat et statura civitatis
obtineat et ornni privilegio civitatum sodetatis gaudeat intra et
extra, et earam consaetudinibus libere utatur ».
E la convenzione di Piacenza del 30 aprile ne prese atto. Con
l'espressione intra et extra si rispondeva anche alla richiesta che quei
di Alessandria potessero accedere alle terre delle vecchie corti regie,
su cui Federico Barbarossa aveva affermato i suoi diritti.
Nel diploma solenne di Costanza che il 25 giugno 1183 chiuse
il conflitto trentennale, Cesarea figurò fra le città che furono, dice
l'imperatore, « in parte nostra » con Pavia, Crernona, Corno, Tor-
tona, Asti, Genova, Alba. E gli abitanti di Cesarea tralasciarono di
pagate al papa il censo promesso dagli abitanti di Alessandria?
Federico Barbarossa non nascose né allora, né mai, il dispiacere
di non avere potuto distruggere Alessandria se non simbolicamente.
Quando due anni dopo marciò su Cremona deciso a schiacciarla,
uno dei gravi rimproveri era che essi avevano contribuito a fondare
una città sorta, diceva, « contra honorem nostrum et imperii ».

3. L'imperatore Ira feudatari, vescovi e comuni

La ricomparsa di Federico Barbarossa provocò certo qualche


inquietudine nei comuni: stupiva la grande e disinvolta attività del
vecchio imperatore. Si incominciava appena ora a gustare la pace,
il ritorno alle attività agrarie e mercantili senza tema di nuove spedi-
zioni tedesche, di attacchi improvvisi di questo o quel barone devoto
alPitnpero; appena ora sì ritornava ad utilizzare le strade commer-
ciali delle Alpi o verso i porti per i commerci da tanto tempo distur-
bati od interrotti. Ed ora?
Da Verona, dove nell'ottobre del 1184 ebbe lunghe ed infrut-
tuose discussioni con papa Lucio III, il successore del grande Ales-
sandro III, l'imperatore prese provvedimenti tali da rivelare le ten-
denze della sua politica. Al. marchese Obizzo d'Este restituì l'auto-
rità marchionale nella marca di Genova e nella marca di Milano,
come i suoi predecessori della famiglia Obertenga: Obizzo doveva
tenere come feudo imperiale tutto ciò che spettava all'impero. Così
gli Obertenghi venivano rafforzati in tutti i territori in cui si esten-
devano i loro possessi e feudi: grave preoccupazione per i non pochi
comuni che avevano contatti con le due grandi casate principali in
cui gli Obertenghi ora si dividevano, gli Este ed i Malaspina. Non
278 LA PACE Dr COSTANZA E LA NOOVA POLITICA SVEVA NEH'ITALIA OCC

pochi diplomi degli stessi mesi rivelano altre tendenze di Federico


Barbarossa: concessioni a piccoli comuni, conferme di possessi e
diritti a vescovi; è facile pensare che lo spirito di questa attività
fosse l'ostilità, od almeno la diffidenza, verso i grandi comuni: il
pensiero di procurarsi altrove un appoggio che permettesse di sfug-
gire all'obbligo di ricorrere ai comuni della Lega.
Nel gennaio del 1185 l'imperatore fece un soggiorno, che pare
abbia avuto grande importanza, a Piacenza. Infatti in quegli stessi
giorni i rettori della Lega Lombarda convenivano anch'essi in Pia
cenza e rinnovavano la Lega (21 gennaio 1185); dichiaravano che
le città associate erano impegnate per trent'anni e che il giuramento
poteva essere ogni cinque anni rinnovato a richiesta dei rettori. È da
pensare che l'imperatore abbia preso parte alla dieta della Lega?
Si può esitare. Al «colloquiimi» della Lega del 21 gennaio 1185
intervennero i rappresentanti di Brescia, Verona, Bologna, Novara,
Padova, Treviso, Modena, Piacenza, Bergamo, Gravedona, Faenza,
Milano, Parma. Mancavano i comuni occidentali: Vercelli, Ivrea,
Torino, Alba, Asti, Cesarea, Tortona. Acqui; e mancava pure
Cremona. Con questa città le relazioni di Federico stavano per
guastarsi gravemente. Appunto a Borgo San Donnino, negli ultimi
giorni del gennaio 1185 l'imperatore iniziava un procedimento giudi
ziario contro i cremonesi per la questione controversa di Guastalla
e Luzzara. Anni prima, in un momento in cui Federico Barbarossa
si trovava in gravi difficoltà, Cremona aveva ottenuto il riconosci
mento delle sue pretese sui due Juoghi ed inoltre la proibizione della
;
ricostruzione di Crema. ;.
Ora però l'imperatore preferì un accordo con l'antica nemica,
Milano; iì trattato, conchiuso 1*11 febbraio 1185 a Reggio, impose
ai milanesi l'obbligo di aiutare Federico nel conservare e nel ricu-
perare tutti i possessi e diritti dell'impero in Lombardia ed in Ro-
magna contro qualsiasi città o persona; l'imperatore aveva obbligo
di salvaguardare i patti di Costanza e lo statuto della Lega Lom-
barda; se l'imperatore avesse violati i* patti di Costanza, Milano
non aveva obbligo di aiutarlo, doveva aiutarlo invece se la viola-
zione fosse avvenuta per opera di qualche città. Inoltre le due parti
contraenti si impegnavano a non fare alleanza speciale con città o
principe di Ix>mbardia senza reciproco consenso.
In tal modo, con il pretesto di voler difendere la pace del
lì.83, il comune milanese si impegnava assai verso l'imperatore,
abbandonandogli praticamente la piena libertà di agire contro città
LA QUESTIONE 31 TORINO E LA ROTTURA CON II. CONTE DI SAVOIA 279

e feudatari. Se non nella lettera, certo nello spirito, Milano violava


i patti della Lega Lombarda e prima di ogni altra cosa, permetteva
a Federico Barbarossa di attaccare, dopo averla isolata,, la nuova
nemica: Cremona.
Pochi mesi dopo, infatti, sebbene i cremonesi cercassero di
venire ad accordo, l'imperatore decise una grande spedizione mili-
tare contro Cremona, Federico riuscì a formare un esercito con reparti
comunali: Milanesi, Pavesi, Bergamaschi, Bresciani, Veronesi, No-
varesi, Vercellesi, Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Faen-
tini, Imolesi, Tortonesi, Alessandrini; tutta l'Italia comunale quasi
marciò sotto le bandiere dell'impero contro i cremonesi.
Il 7 maggio 1185 Federico si accampò presso le rovine di
Crema e diresse la riedificazione della città che nel 1160 aveva
distratto con tanta crudeltà. L'imperatore rimase a custodire i Savori
per un mese con tutto l'esercito italo-tedesco, sino a che la nuova
Crema fu risorta; a cura di contadini piacentini e milanesi ivi rac-
colti furono rinnovate mura e fossati; Federico concesse ai cremonesi
solenni privilegi e solennemente ne investì i consoli. I comuni lom-
bardi apparvero ossequienti collaboratori ed esecutori degli ordini
di Federico, ma il dissidio con Cremona era l'annuncio di una nuova
crepa tra Italia ed Tmpero.
Dopo la spedizione di Cremona, l'imperatore dovette recarsi
incontro alla sposa del figlio, Costanza d'Altavilla, che stava risa-
lendo Ja penisola con solenne corteo. Ma prima Federico si recò
a visitare l'Italia occidentale: il 30 giugno era a Torino, nel palazzo
imperiale presso le romane Torri Palatine.

4. La questione dì Torino e la rottura dell'imperatore con il Conte


di Savoia
La questione di Torino era infatti aperta ed urgente quando
Federico Barbarcssa nel giugno del 1183 arrivò a Torino. Si trat-
tava di regolarne i rapporti con il Conte di Savoia, Umberto III.
Dopo la pace di Costanza, l'imperatore non aveva più bisogno del-
l'appoggio sabaudo; anzi questo non era più utile. Ora Federico
Barbarossa aveva bisogno di assicurarsi il dominio della regione pede-
montana e le comunicazioni attraverso le Alpi occidentali con il
regno di Borgogna, intendendosi direttamente con le forze politiche
locali, nello spirito dei patti di Costanza e della sua nuova politica
ed italiana e borgognona.
280 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVKVA NELL'ITALIA OCC.

Dopo la violenta punizione inflitta da Federico a Susa — uno


dei centri principali dei domini sabaudi —: nel 1174, come rappre-
saglia della ribellione di alcuni anni prima, il Conte di Savoia se
non ruppe le relazioni con Federico Barbarossa, certo ebbe contatti
molto prudenti. A prudenza pare anche inspirato l'atteggiamento
àel Conte nelle trattative di Montebello fra l'imperatore e la Lega,
A Venezia Umberto III non andò.
A Piacenza nell'atto del 30 aprile 1183 il Conte era stato com-
preso fra quelli che lo dovevano giurare per l'imperatore, ma non
ne abbiamo poi traccia e neppure al trattato di Costanza.
Quando nel 1178 l'imperatore si recò ad Arles per farsi inco-
ronare re di Borgogna, fra i principi borgognoni accorsi a far corona
al nuovo re incoronato non troviamo per nulla Umberto III di
Savoia, E neppure alla solenne dieta del Cristo tenuta da Federico
a Magonza, nella Pentecoste del 1184, il Conte di Savoia si presentò.
Federico Barbarossa seguiva infatti anche in Borgogna la politica
di favorire i vescovi, riallacciandoli direttamente alla corona impe-
riale e svincolandoli dai legami di dipendenza verso ì principi locali
che tendevano a distruggere il potere temporale delle chiese ed a
costruire sulle loro rovine la propria potenza. Era questa infatti la
politica tradizionale dei Conti di Savoia. A Torino la situazione era
imbarazzante. Federico I nel 1168 come abbiamo visto per poter
ottenere il permesso di passare per il Moncenisio, essendogli stati
chiusi dalla Lega Lombarda tutti gli altri passi alpini, aveva dovuto
concedere ad Umberto ITI il riconoscimento dei suoi diritti su una
certa quantità di terre della contea torinese. Ma l'autorità del
Conte in Torino non si conciliava con quella del vescovo e dopo
la pace di Costanza l'imperatore decise di favorire il vescovo a danno
del Conte.
Le avvisaglie della nuova condotta di Federico si ebbero presto.
Già nel marzo del 1184, il vescovo di Torino, Mi'one, uomo attivo,
desideroso di riprendere la tradizione *del suo predecessore Carlo,
si presentò in Milano al Cancelliere dell'impero e Legato imperiale,
Goffredo di Helfenstein, e presentò vive lagnanze contro il Conte
di Savoia perché teneva indebitamente il castello di Pianezza, pro-
prietà della chiesa torinese. Dopo una triplice intimazione al Conte,
il Cancelliere imperiale dichiarò la contumacia di Umberto III e
procedette alla condanna; per suo ordine un giudice della curia impe-
riale Arderico Bonacossa assegnò il castello di Pianezza al vescovo,
.LA QUESTIONE DI TORINO E LA ROTTURA CON IL CONTE DI SAVOIA 281

riservando però al Conte di Savoia U diritto di presentarsi, soddi-


sfare alla giustizia e render tonto entro un anno.
E questo era solo un inizio. Milone trovò presto altri motivi
per lagnai si di Umberto III. Quando Federico Barbarossa scende
in Italia, il vescovo di Torino con quello di Asti ed altri è assiduo
alla corte imperiale. Nell'aprile del 118.5 durante il soggiorno impe-
riale a Pavia, il vescovo Milone ripresentò nuove accuse contro il
Conte di Savoia che pure era presente in corte. Ora pretendeva che
il Conte gli restituisse il castello di A vigliarla, quello di Rivalta, metà
di Carignano, il castello di. Torretta, quanto teneva in Torino e nel
suo territorio ed in più la liquidazione in 700 lire seeusine dei
danni che le genti sabaude avevano recato alla Chiesa di Torino,
in Rivoli ed in Piobesi.
Il colpo era secco ed in tale materia era sempre difficile distin-
guere il diritto dal torto. Le richieste di Milone ci mostrano però
come la penetrazione sabauda nel territorio di Torino ed anche in
città avesse avuto continuità e successo. Umberto III imbarazzato
evidentemente dall'attacco del vescovo, rispose chiedendo un rinvio
della discussione: ora stava, disse, per recarsi a Venezia in pelle-
grinaggio a San Marco; se ne sarebbe parlato al ritorno.
Ma quando il Conte di Savoia ricomparve alla cotte imperiale,
nel maggio, Federico era occupato nella ricostruzione di Crema;
quindi un nuovo rinvio: si sarebbe esaminata la questione quando
la corte imperiale si fosse portata, come era in programma, a Torino,
Alla fine del giugno, quando Federico Barbarossa arrivò a To-
rino, il Conte non comparve, neppure quando gli vennero ripetute
citazioni. Ed allora il Cancelliere imperiale riprese il processo e lo
portò a termine dando ragione, si comprende, al vescovo. Umber-
to III fu spogliato di tutti i feudi e di tutte le terre non di bene -
ficio episcopale che aveva nel Torinese, sino alla somma di 700 lire
seeusine (2 settembre 1185).
Ora il vescovo di Torino, bisognoso di aiuti contro il pericolo
sabaudo, sarebbe stato un fedele, sicuro coadiutore della politica
federiciana. Si ritornava così all'applicazione del diploma che Fede-
rico aveva concesso nel 1159 al vescovo Carlo: il comune torinese
doveva vivacchiare all'ombra del seggio episcopale, forza interna del-
l'episcopio, non rivale, non ribelle. Le pretese dei Savoia erano
risospinte dal. Po alla vallata di Susa, alla regione transalpina, dove
l'imperatore poteva usare altre forze politiche per tenere immobili
questi pericolosi Conti.
282 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

5. La politica federiciana nella regione piemontese

L'atteggiamento dell'imperatore Federico nella vertenza tra il


Conte di Savoia ed il vescovo di Torino è chiarito dai non pochi
diplomi che nel 1185 e nel 1186 Federico concesse a vescovi della
attigua zona borgognona. Così nel novembre del 1185 l'imperatore
diede al vescovo di Ginevra l'investitura per quanto teneva dell'im-
pero e poiché il conte di Ginevra, con cui il vescovo era in contrasto
per diritti feudali, dopo avere giurato di stare ai voleri imperiali,
se ne era fuggito, Federico lo mise al bando dell'impero, prosciolse
i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà e diede i feudi confiscati
al vescovo di Ginevra. Contemporaneamente al vescovo di Gap con-
cedette che nessuno potesse senza il suo consenso acquistare feudi
nella sua diocesi; contro le violenze dei signori del Valentinois
concedette altri diplomi ai vescovi di Die e di Valence; ed all'ar-
civescovo di Tarentasia il 10 maggio 1186 concedette un diploma
in cui Io riconosceva come vassallo immediato dell'impero, distrug-
gendo così senz'altro le pretese del Conte di Savoia di essere il
signore feudale di quell'episcopio. Gli interessi dell'impero coinci-
devano con quelli dell'episcopato: di fronte ai vescovi, i feudatari
passavano qui sistematicamente in seconda linea. Per quali motivi?
Federico voleva forse assicurarsi i punti strategicamente importanti
per le comunicazioni con l'Italia?
Altri diplomi importanti" di Federico Barbarosa troviamo in
riferimento alla regione pedemontana ed alla politica di pacificazione
adottata verso i comuni locali. Giudicando una vertenza tra i mar-
chesi di Gavi ed il comune di Tortoqa relativa alla strada di Va!
Scrivia verso la costa ligure, Federico con diploma da Pavia ordinò
ai feudatari di Gavi di restituire ai tortonesi le merci sequestrate
e di permettere loro il libero transito in attesa di suoi provvedimenti
definitivi. Da Torino il 30 giugno 1185 concedette al comune di
Alba tutti i diritti regali spettanti all'impero in quella città, con il
solo obbligo di pagare ogni anno alla camera imperiale trenta lire
astesi a titolo di fodro. E tosto accordava ai consoli aibesi, secondo
le disposizioni di Costanza, l'investitura « per beretam quam in sua
tenebat manu ». Da Novara il 5 marzo 1186 concedette ai cittadini
di Casale il diritto di reggersi con i consoli ed al nuovo comune
concedette la giurisdizione cittadina. Con altro diploma confermava
da Novara ai signori di Revigliasco i loro feudi, Fxl il 9 giugno 1186
Li» POLITICA FEDERICIANA NELLA REGIONE PIEMONTESE 2 83

da Castelleone presso Cremona concedette al consolato di Asti il


diritto di giurisdizione inferiore a dimostrare la sua soddisfazione
per avere le milizie comunali d'Asti partecipato « tam viriliter quam
fideliter » alla nuova spedizione contro Cremona sotto il comando
dei consoli e dello stesso vescovo.
Federico Barbarossa concedeva con generosità a feudatari, a
monasteri, a comuni, perché la sua autorità in Italia era in questo
momento altissima, indiscussa. La severità della spedizione contro
Cremona, l'energia dei provvedimenti presi in Tusda contro i comuni
che, ad eccezione delle sole devotissime Pisa e Pistoia, si videro
ritirare tutti i diritti regali usurpati nell'epoca precedente, l'essere
riuscito a sposare al figlio Enrico l'erede del regno di Sicilia, tutto
pareva attestare che finalmente la sovranità imperiale aveva trionfato
in Italia, nonostante Legnano, nonostante Costanza. Ma le conces-
sioni fatte ai vari comuni pedemontani mostrano come nell'Italia
occidentale Federico I ritenesse utile appoggiarsi alle nuove organiz-
zazioni cittadine per equilibrare la grande feudalità.
Per quanto riguarda il soggiorno di Federico Barbarossa in Pie-
monte sappiamo che da Torino al principio del luglio 1185 raggiunse
i! suo castello di Annone dove era il 3 ed il 4 luglio e dove sigillò
un diploma a favore dei cittadini di Earga in Garfagnana ai quali
confermò i beni, i diritti, le consuetudini che avevano avuto sin dai
tempi della contessa Madide. Occorreva avere gents fedele nella
Garfagnana importante come passo deU'Appennino; non poteva fi-
darsi Federico del governatore che vi aveva collocato con il titolo
di nunt'ms, il marchese obertengo, Guglielmo di Parodi.
Il 10 luglio 1185 l'imperatore era già a Piacenza avviato in
Tuscia; ricomparve in Piemonte solo nel dicembre, a Gavi, castello
imperiale ora, di dove l'8 dicembre sigillò un diploma a favore
dei conti libertini di Tuscia che dichiarò sottoposti alle sole autorità
imperiali. Poi si recò a Pavia a festeggiare il Natale con il figlio
Enrico allora arrivato dalla Germania e con Costanza d'Altavilla:
questi celebrarono le loro nozze il 27 gennaio del 1186, nella fedele
Milano, con il maggiore sfarzo. Tre incoronazioni videro i milanesi
in quel giorno: per Costanza la corona di Germania, per Enrico VI
la corona d'Italia e Federico si fece incoronare ancora una volta.
Ancora nel gennaio dello stesso anno pare abbia fatto Federico una
gita a Torino: forse lo inquietava la vertenza tra il vescovo Milone
ed Umberto III. Il vescovo di Torino era poi con l'imperatore nel
marzo a Casale e firmava con piacere il diploma contro il conte di
284 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA HOLTTICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

Ginevra, il malvagio anti-episcopaie congiunto del suo nemico sabaudo.


Recatosi poi a Pavia ed a Milano, l'imperatore attese ad orga-
niz2are, nel maggio delio stesso anno, un esercito imperiale, ma
formato di reparti comunali italiani, per assalire Cremona. E caval-
cando a fianco del carroccio milanese comparve davanti all'ostinata
città, che però ora temette per sé quello che altra volta aveva fatto
a Crema ed a Milano e si sottomise. Federico pure, fatto saggio
dalla esperienza, non pensò a distruggere la città vinta come aveva
fatto trent'anni prima, e si accontentò di stabilire un certo equilibrio
tra Milano e Cremona.
L'imperatore aveva ottenuto quanto si era proposto venendo in
Italia: non vi era più nell'Italia superiore nessuna resistenza alia sua
autorità. E finalmente dopo un soggiorno di due anni lasciò l'Italia:
non doveva più rivedere la terra di tante lotte, di tante passioni.
Presto le vicende di Siria lo dovevano spingere alla sua ultima, tra-
gica impresa.

6. Enrico Guercio marchese di Savona

Così lo chiama Federico Barbarossa nel grande diploma che gli


concesse nel 1162 il 10 giugno da Pavìa, posi destructìonem Me-
diolani.
Enrico Guercio è della figliolanza del marchese Bonifacio il
grande (è permesso chiamarlo,così?) quello che spicca maggiormente.
Mentre i fratelli e cugini si allontanano e si fissano in punti eccen-
trici dei domini aleramici, il marchese Enrico pare fedele alla zona
centrale: lo troviamo nella valle della Bormida di Millesimo, nelle
Langhe, a Savona, ad Albenga.
Il servizio feudale porta Enrico, Manfredi, Ugo Magno al
seguito dell'imperatore, ma poi.Enrico è solo.
Governa consortilmente con i nipoti, i figli del marchese An-
selmo, ma poi Guglielmo e Bonifacio ^si stabilirono ad Albenga e
furono marchesi di Albenga, ma poi Albenga divenne sede difficile
ed ecco Guglielmo sorvegliare il mare e la costa da Ceva, ed ecco
sorgere il marchesato di Ceva, Bonifacio risalì più lontano nelle
Langhe a Clavesana. Albenga voleva dire litigare con le tendenze
popolari organizzate in comune.
Che cosa poteva conservare Enrico Guercio? Federico Barba-
rossa nel suo diploma investiva « il diletto figlio nostro Enrico Guer-
cio marchese dì Savona, per la fedeltà che sempre conservava per
ENRICO GUERCIO MARCHESE DI SAVONA 285

l'impero, per i servizi preclari che a lui frequentemente rendeva, di


tutto quello che il marchese Bonifacio suo padre aveva avuto nella
città di Savona, nella marca, nel vescovato ed ir. tutto il distretto
di detta città e della marca e nel castello, in mare, in terra, nei
comuni, miniere, boschi, pascoli, fodri, banni ecc. ed in tutti i castelli
che ora detto marchese ha ed avrà; concediamo piena podestà di
costruire per l'utilità sua e dei suoi eredi, di distruggere il castello
e !a torre che contro ia sua volontà furono fatte in tutta la marca
della città di Savona e nel castello di Quigliano, di Segni, di Noli,
di Pertica, di Pia, di Orca ed in tutte le curie di detti castelli che
il marchese possiede o possederà ed in tutte le altre possessioni che
possono derivare dai possessi del marchese Bonifacio ed ancora tutto
l'onore ed i regali che a noi dovrebbero spettare, e poi tutti i pe-
daggi ed i buoni usi, salvi solo i servizi che si debbono all'impero ».
Alla concessione assistevano numerosi principi e vescovi: così
i vescovi di Asti, di Parma, di Acqui, di Tortona, poi il marchese
di Monferrato, il marchese Makspina Guido di Biandrate e Guido
di San Nazzaro ed altri ancora.
11 marchese era in lotta sulla Riviera con non pochi nemici.
Nei suoi domini vi erano vassalli e borghesi che si agitavano per
rendersi indipendenti. Aspro nemico aveva nel governo di Genova,
desideroso di eliminare conti e marchesi e di dominare da solo tutta
la costa. A Genova si era ostili agli Aleraraidi: il CarTaro esprimeva
l'opinione del suo popolo dicendo che è uso dei marchesi cercar
di rapire anzi che comportarsi giustamente. Ma la stessa opinione
potevano avere gli altri dei Genovesi.
11 marchese Enrico per difendersi, giurò l'abitacolo di Genova
nel 1148. Poi fece alleanza con Genova per combattere i conti di
Ventimiglia che cercavano di sfuggire alla sua sovranità appoggian-
dosi a Genova senza però voler sottostare. L'alleanza del marchese
e di Genova si basò sul principio di dividere le conquiste per metà.
Però nel 1152 i Genovesi si allearono con i Savonesi contro il
marchese. Poi questi ebbe a combattere contro quei di Noli che gli
si erano ribellati. Per pacificare le parti e mettere piede in Noli com-
parvero i Genovesi; nel 1155 si ebbe una spedizione contro Noli
di diversi marchesi.
Enrico fu fedele a Federico Barbarossa e lo sostenne in tutte
le sue imprese: nelle relazioni con i Comuni e con la Lega il mar-
chese fu sempre al fianco dell'imperatore sino al trattato di Co-
stanza. Nel 1175 per la conclusione di un patto col conte di Por-
286 LA PACE DI COSTANZA E LA. NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

calquier, l'imperatore incaricò il marchese di esprimere la sentenza


già deliberata, ed egli si accontentò di approvarla.
Nel 1188 vediamo il marchese Enrico a Noli in compagnia dei
figli Ottone ed Enrico. Nella chiesa di San Paragono il marchese
Enrico che ha insieme la signora contessa sua moglie tratta con i
consoli di Noli: gli uomini della terra avranno piena libertà di fare
« omnia fortia » nel castello, nel borgo, nel paramuro, dove crede-
ranno necessario. Si compongono i contrasti « de pinta, de mer-
cato, de mólendinis »; il marchese li rimette, però il marchese si
riserva il diritto della curadia nel mercato, nella porta, nella riva
come è costume, ed i fitti, nel borgo e fuori ed il fodro ed il bando
come è consuetudine. Ed i due figli approvano.
L'anno dopo padre e figli sono a Genova: il marchese Enrico
giura l'abitacolo di Genova; abiterà a Genova tre mesi ogni anno;
prenderà parte agli eserciti del comune fra Portovenere e Porto
di Monaco. Anche i figli giurano la compagna, di Genova e la pre-
sente e l'entratura e le altre di poi e giurano l'abitacolo « ambo
quamdiu Marcham comunem habebitnus Saone ». Alle guerre di
Genova uno dei due figli interverrà con 25 militi, senza soldo a
spese comuni. Ed i consoli di Genova giurarono che non avrebbero
mai portato via o tolte terre ai due marchesi, che non avrebbero
costruito castelli nella marca di Savona, né mai aiutato nemici dei
marchesi.
Nel 1186 a Noli viene il marchese di Savona Ottone per ven-
dere al comune del luogo: Ottone giura per sé e per i figli. Il
fratello non compare, viene invece nel 1188 a vendere ai consoli
di Noli il fodro che gli uomini di Noli « universaliter dabatur » per
202 lire genovesi.
Nel 1190 Ottone ritorna a Noli per una permuta con la pre-
vostura di Santa Maria di Fornelli. Ottone ora si dice « dominus
Otto de Carreto, marchio Savonae ». All'atto era presente un fratello
del marchese, Bonifacio che era monaco.
Nel 1192 il marchese Enrico figlio del fu marchese Enrico
Guercio ritornò a Noli per vendere al comune di Noli metà del
castello di Spigno e della curia e del distretto e metà di tutte le
terre che sono nella curia di Spigno, eccettuata P« argenteria » di
cui si riservava la quarta parte; inoltre vendette la quarta parte del
pedaggio della porta di Noli ed ancora la quarta parte del diritto
che si raccoglie in Noli « prò sexto boschi sive prò dirito ligna-
I MARCHESI DI PONZONE E DI BOSCO 287

minis » che ivi si porta a vendere e tuttociò per lire 1427 e mezzo
che gli vennero subito pagati.
La decadenza dei marchesi di Savona era consumata. Nel 1190
Ottone fu podestà di Genova col titolo di Marchese Del Carretto.
Ora nel secolo XII la storia avrebbe registrato dei marchesi del
Carretto in servizio presso l'imperatore ed altri principi.

7. I marchesi di "Pontone e di Bosco

Mentre Bonifacio del Vasto si allargava sui territori della marca


arduinida, un altro Aleramico della linea anselmiana, Ugo figlio di
Anselmo III organizzava il governo dei territori nella zona acquense
nelle valli dell'Orba, della Stura, dell'alta Bormida e nella zona oltre
Appennino sul mare da Albisola a Voleri quasi.
Alla sua morte — 1110-1115? — i suoi domin? andarono
spartiti fra i tre figli e si formarono tre dinastie, di Albisola, di
Ponzone, di Bosco. Distinzione assoluta no, che regnò fra i tre rami
il principio della consorteria e del condominio in un certo senso.
Ad Albisola troviamo il figlio Guelfo. Vi domina dal suo
castello la riviera. Ma troppo è vicino a Savona che è in pieno
sviluppo ed esuberante di forze: nel 1122 è costretto a cedere alla
chiesa di Savona il suo castello e terre, pago di riprendere il tutto
in godimento. La cessione rappresentava una protezione.
Morì verso il 1130 lasciando una figlia sola Ferraria affidata
alla madre Tederata. Gli appetiti sono vigili ed insistenti: nel 1137
Ferraria deve giurare ai consoli di Savona che non si sposerà senza
il loro consenso. Ma ora interviene Genova: imposizione a Tederada
di non vendere o cedere il dominio senza il consenso di Genova;
poi Ferraria è costretta ad andarsi a stabilire a Genova: « et ero
perpetua abitatrix urbis Ianue in laude ianuensium consulum ». Né
sappiamo altro di lei. Ma sappiamo quel che avvenne del dominio
di Ferraria: i cugini di Ponzone e di Bosco se ne impadronirono
•sveltamente.
Ma un altro figlio del marchese Ugo aveva messo la sua stanza
nel castello di Ponzone. Nido d'aquila: le sue rovine sono là a
600 m. d'altezza. Dominava la valle della Bormida e del suo affluente
Erro. Controllava la strada dal mare alla valle del Tanaro ed il
pedaggio era redditizio. I mercanti che andavano ad Acqui ed oltre
19
288 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

si lagnavano della esosità degli agenti del marchese: « pedagiuni


importabile auferebant ». Ma erano duri e fieri
Doivent bien faìre par raison Car
ils sont Marquis de Pouzon.
Redditizi erano anche i passaggi della via del mare per Celle
e Varazze. Qui in specie erano in condominio con i cugini di Bosco.
La donazione a Tiglieto del 1131 ci mostra Anseltno ed Àleramo
i due capostipiti a Varazze con la madre Agnese e la moglie di un
altro Alberto.
Poi Anselmo cercherà un'altra residenza, all'estremità orientale
della zona aleramica, a Bosco poco lungi dalla Bormida ma già non
lontano neppure dalla Scrivia.
Ponzone e Bosco erano insidiati da Genova: buon pretesto per
combatterli erano le violenze che loro si attribuivano per i pedaggi.
Nel 1183 Milano e Tortona facendo alleanza intendevano far guerra
ai castellani che rompevano le strade.
Già nel 1135 Aleramo II fu costretto a giurare la compagna
di Genova riconoscendone la supremazia, ma anche Savona aveva
le sue pretese e nel 1186 il marchese fece giurare ai suoi sudditi
di Varazze, Celle, Albisola, Sassello, Ponzone che avrebbero difeso
il comune di Savona.
Morto Aleramo II i suoi beni passano ai figli Ugo, Enrico,
Giacomo, Pietro, I domini rimangono in consignoria. Ma ad Ugo
succedono i figli Ponzio, Guglielmo, Enrico; così a Giacomo I suc-
cede Pietro II ed a Pietro I "succede Giacomo IL Ciascuno tratta,
fa guerre, fa paci, ma in conclusione si ricorre alla garanzia od al
consenso dei consignori se vi ha da cedere o da vendere.
Poiché la vita anche per i marchesi era dura. Nel 1183 il mar-
chese Enrico acquista a credito merci sotto la garanzia di suoi vas-
salli; nel 1184 è Giacomo di-Ponzone che deve dare in pegno il
pedaggio di Cortemiglia e quel che possiede alla Rocchetta.
Nel 1184 è Giacomo di Pietro chje a Genova prende in mutuo
333 lire genovesi e vende la sesta parte del castello di Albisola;
e lo stesso nel 1188 da in pegno delle terre presso Varazze. E le
prove della rovina finanziaria continuano. Nel 1201 è Ponzio mar-
chese che vende la sua parte di Varazze a genovesi che si riservano
di pagare in tre rate. Nel 1203 Enrico II marchese viene citato
davanti al giudice di Genova per un debito che ha verso tale Ursa
di Trucco e questa è autorizzata ad impadronirsi dei beni dell'in-
solvente sino alla cifra.
LE PRIME IMPRESE DI ENRICO VI 289

Anche dal comune di Acqui i Ponzone sono stretti. Nel 1192


: marchesi Enrico e Ponzio dichiarano al Consiglio di Acqui che già
l'avo Aleramo e poi Ugo ed Enrico avevano investito i consoli di
Acqui di tutti i loro beni ed anch'essi fanno la cessione e nel 1236
ad Acqui in pieno consiglio i rappresentanti dei tre rami dei mar-
chesi giurano ai consoli di osservare gli impegni presi dai loro
predecessori.
E già nel 1235 era venuto un messo del comune di Acqui ad
intimare al marchese di presentarsi entro otto giorni davanti al
podestà a fare « suutn sequimentum ».
Non diversamente avveniva nella famiglia marchionale di Bosco.
Anche qui il moltipllcarsi delle linee determinò il frantumarsi dei
domini.
Anselmo ebbe due figli, Guglielmo e Manfredo. A sua volta
Manfredo ebbe due figli, Ottone e Guglielmo. Ad Ottone toccò la
zona più orientale, a destra dell'Orba sino al fossato, si diceva, di
Ruscarolo e di Cogolasco. Guglielmo ebbe le terre attorno a Pareto,
a Belforte e poi la costa, ma a Celle vi era consignoria.
Il marchese Guglielmo ebbe a sua volta quattro figli; Anselmo,
A2zone, Delfino, Ardoino. Spezzettamento disastroso dei domini.
Ardoino del Bosco nel 1184 partì per la crociata. I suoi domini
erano ancora in condominio con il fratello Delfino: fu necessario
procedere al riconoscimento ed alla spartizione. Ma essi già avevano
dato terre in pegno per un loro debito nel 1182 ed altre ne diedero
l'anno dopo. Il marchese Ottone anch'esso per acquistare merci
aveva ricorso alla garanzia di suoi vassalli; poi diedero in feudo
con facoltà di riscatto quanto ancora avevano in Celle.
Il marchese Delfino nel 1198 giurava la compagna di Savona
e faceva omaggio ai consoli del feudo della Stella.
Il patrimonio marchionale era destinato attraverso ai debiti a
passare alle città e sopratutto ai gastaldi dei marchesi che riscatta-
vano abilmente diritti e proprietà.

8. Le prime imprese di Enrico VI

Federico Barbarossa parti per la Germania nel giugno del 1186


e lasciò in Italia a continuare la sua opera ed a rassodare la potenza
imperiale il figlio Enrico. Rimaneva ostile ed impavido in Verona
il nuovo papa, Urbano III, successo nel novembre del 1185 a Lu-
290 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVfìVA NELL'ITALIA OCC.

ciò III. Come dimostrò con il nome papale che assunse, Umberto
Crivelli, arcivescovo di Milano, aveva una grande coscienza della
dignità papale, della sua superiorità su tutte le autorità mondane,
del diritto alla sottomissione dovutagli da tutti i principi: non era
certamente l'uomo adatto a subire la vigorosa politica federiciana
più di quanto avesse acconsentito il suo predecessore, tanto più ora,
di fronte a] realizzarsi del matrimonio di Enrico e eli Costanza,
matrimonio per il quale la situazione politica del papato non poteva
non peggiorare.
Infatti se da prima si dichiarò disposto a trattare per la difficile
questione dei beni matildini, presto le trattative si ruppero per
l'impossibilità di un accordo, e neppure Federico riuscì ad ottenere
da Urbano III il desiderato consenso perché incoronasse il figlio
.suo collega nell'impero, li papa assunse un atteggiamento ostile al-
l'imperatore, anzi vietò ai vescovi italiani di prendere parte alla spe-
dizione federiciana contro Crernona, affermando che l'impero non
aveva nessun diritto di imporre questo obbligo feudale e militare
ai vescovi in Italia dove « nequaquam hactenus fuerit consueturn
hanc servitutem imponete ». Questa azione del papa sui vescovi non
poteva non influire anche sui comuni e presto Urbano III si sentì
accusare di osteggiare la politica imperiale.
È probabile che all'atteggiamento assunto dal papa si colleghino
le nuove agitazioni comunali sorte in Lombardia ed in Toscana.
Così mentre ancora Federico attendeva alla repressione di Cfemona,
il figlio Enrico era in Toscana per combattere contro i ribelli e per
cassare poi nello stato romano per occuparlo come rappresaglia contro
Urbano III. Nel maggio del 1186 fu colpita Lucca, che si vide
togliere privilegi giurisdizionali prima goduti; poi Enrico assediò
Siena, che non trovò appoggio in nessuna città toscana, neppure
in Firenze. I senesi furono costretti ad arrendersi: la città fu privata
di tutti i diritti regali, di tutta la giurisdizione, del diritto di batter
monete, di stabilire e riscuotere pedaggi. Anche Orvieto se resistette
energicamente all'assedio, dovette da ultimo cedere: successivamente
tutte le città del Patrimonio di San Pietro furono occupate da En-
rico VI; dovunque furono messi dei capitani imperiali ed applicate
le disposizioni prese da Federico 1 negli anni precedenti per l'Italia
superiore. Anche le Romagne vennero occupate, e dovunque furono
rafforzate le vecchie forze politiche, feudo ed episcopio.
Urbano III tuttavia non cedeva. Non sappiamo quali progetti
avesse l'energico papa. Intendeva ricorrere all'appoggio dei principi
LE PRIME IMPRESE DI ENRICO VI 291

europei, al re d'Inghilterra, al re di Francia? Patrebbe. Infatti nel-


l'autunno del 1186, il re Enrico cercò di bloccare in Verona il papa
ed i cardinali: le vie alpine furono controllate perché nessuno potesse
accedere alla curia papale; in Verona nessuno più potè entrare e
neppure fu lecito agli ecclesiastici della curia di uscire di città.
Anche i passaggi delle valli di Susa e di Aosta vennero bloccati
mediante certo l'opera dei capitani. A queste misure di sbarramento
si collegano i provvedimenti da Enrico VI presi nell'Italia occiden-
tale, che appariva tutta devota, come si vide, all'autorità imperiale.
Dei funzionari imperiali troviamo in vari punti importanti: a Gavi
vi era come castellano Sigelfredo di Lautem, ad Annone vi era un
castellano tedesco che fu cliiamato Tommaso di Annone; un Drushard
di Kestenburg governava contemporaneamente Chieri ed Ivrea; anche
a Torino vi era un ufficiale tedesco.
Nel 1187 poi Enrico Vi comperò da Manfredi II di Saluzzo
la valle di Stura per 1750 marche di argento e venti marche d'oro:
la valle di Stura era un passaggio importante tia l'Italia ed il regno
d'Arles, e questo spiega perché Enrico VI la volesse comperare, non
spiega invece perché il marchese di Saiuzzo volesse venderla. La
spiegazione è da cercare nella difficoltà in cui il marchese si trovava
di dominare la valle stessa. Già il padre suo Manfredi I aveva trovato
opposizione in alcuni feudatari della valle che dipendevano proba-
bilmente dai signori di Sarmatcrio, cresciuti a potenza ai tempi di
Bonifacio del Vasto: sappiamo che nel 1163 un vassallo del mar-
chese Ardizzone di Roccasparveru aveva tentalo di ribellarsi e di
aderire ai nemici del marchese, i signori di Vinadio, Demonte, Aisonc,
Sambuco, Bersezio che poi nel 1163 si pacificarono anch'essi con
Manfredo I. I conflitti però non cessarono: lo prova il fatto che
ne! 1185 feudatario di Roccasparvera era un vassallo di Manfredi II,
Catalano di Barge, sostituito probabilmente ad Ardizzone ed alla sua
famiglia che aveva persistito nella ribellione. Però anche Catalano
nel 1185 era già a sua volta in contrasto con il marchese e tutti e
due ricorrevano per tentare un accordo a Corrado marchese di Mon-
ferrato. A questa situazione si collega !a cessione della Valle di Stura
ad Enrico VI. Ma fu vendita o pegno?
Ancora era aperto il conflitto di Torino. Il 28 ottobre 1186
si era chiuso il processo contro Umberto III. In ossequio alla sen-
tenza emessa dal cancelliere impeiiale, Markward von Anweiler, un
ministeriale del re, aveva immesso il vescovo di Torino nel possesso
292 LA PACE W COSTANZA E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'rTAL!A OCC.

del castello di Rivalla: tenendolo per mano gli aveva fatto varcare
la porta, alla presenza di tutta la corte vescovile.
Ma il vecchio vassallo Ulrico di Rivaita che parteggiava per
il conte era rientrato nel castello subito dopo! Il vescovo andò a
chiedere ad Enrico VI alla dieta di Borgo San Donnino il suo inter-
vento (aprile 1187).
Ancora nel 1187, nell'autunno, il Re dei Romani decise una
spedizione contro Umberto III di Savoia che evidentemente non
s'era curato troppo della sentenza lanciata nel 1185 contro di lui.
Riunì Enrico VI un esercito tornito al solito dai comuni lombardi;
da Pavia dove avvenne il concentramento —■- e di dove il 17 set-
tembre prendeva sotto la sua protezione il comune d'Alba con tutti
i suoi abitanti ed i suoi beni — per Torino, si avviò verso la Valle
di Susa. Nell'ottobre, pare, pose l'assedio al castello di Avigliana,
lo prese dopo quindici giorni e lo distrasse. Ma non osò risalire la
valle. Infatti il 24 ottobre già era a Torino ed al principio del
novembre a Milano. O prima o dopo la spedizione, Enrico VI lanciò
contro il Conte di Savoia una solenne condanna: Umberto III era
messo al bando dell'impero, dichiarato decaduto di tutti i suoi feudi
e naturalmente i suoi sudditi erano secondo l'uso prosciolti dall'ob-
bligo di fedeltà.
Così l'impero sfruttava in questo momento l'alleanza di Milano
e delia Lega Lombarda; invece Papato e Savoia erano dall'altra parte.

9- 11 dissidio tra papa ed imperatore e le sue ripercussioni nel-


l'Italia occidentale

Urbano III cercò ancora durante il 1187 di uscire dalla difficile


situazione in cui si trovava, rassegnandosi a tentare di riconciliarsi
con l'impero. Ancora una volta le trattative fallirono. Allora il co-
mune di Verona non volle più assumersi l'onere di ospitare la curia
papale e questa si trasportò nel settembre del 1187 a Ferrara, forse
avviata a Venezia. Il papa Urbano III morì appunto in Ferrara
nell'ottobre seguente. I cardinali decisero di accostarsi all'impero,
dando la tiara ad un amico di Federico Barbarossa. il cancelliere
di Santa Chiesa, Alberto, che si chiamò Gregorio Vili.
Questi, sebbene dovesse attraversare il patrimonio matildino
occupato da funzionari e presidi imperiali, da Ferrara si recò, per
Bologna, Modena e Reggio, a Parma di dove si rivolse a Federico I
IL "DISSIDIO TKA PAPA E0 IMPERATORE . 293

e ad Enrico VI in tono cordiale. Gregorio Vili si preoccupava


infatti non tanto della vertenza patrimoniale con l'imperatore, quanto
della rovina del regno di Gerusalemme avvenuta allora appunto, e
della necessità di una nuova crociata. Ora si ebbe il ristabilimento
dei buoni rapporti tra chiesa ed impero ed il papa potè riprendere
la via di Roma. Giunto a Pisa, Gregorio Vili morì nel dicembre
del 1187: al nuovo papa Clemente III toccò di conch.iude.re final-
mente gli accordi con l'imperatore. Federico approvò l'accordo nel
1189 mentre era in procinto di partire per la crociata. Il papa riebbe
il Patrimonio di San Pietro, ma dovette cedere a non poche impo-
sizioni imperiali, sì da apparire sostanzialmente come il vinto.
Il iungo contrasto tra papato ed impero aveva però favorito la
ripresa delle agitazioni nell'Italia superiore, dove il centro del mal-
contento era naturalmente Cremona. Già nella seconda metà del
1186, sotto il governo di un podestà bresciano, Arderico di Saia,
Cremona riuscì a conchiudere un'alleanza con Pavia- i pavesi pro-
mettevano di aiutare i cremonesi se fossero venuti a guerra con i
milanesi o con i piacentini (7 settembre 1186). II patto — in cai
si faceva la riserva per la fedeltà all'impero — aveva valore per
quarantanni. Anche Parma aderì all'accordo delle due vicine ci età
e così si costituì un blocco antimilanese. La Lega Lombarda non
poteva certo avere più alcuna vitalità: i due gruppi dovevano atti-
rare a sé gli amici, gli interessati; il mondo comunale era spartito.
Così Piacenza doveva inevitabilmente aderire a Milano; i marchesi
Maìaspina invece aderirono alla Lega antimilanese. Nell'autunno del
1186 tra Piacenza ed il marchese Obero Maìaspina si combatteva
animatamente: i Maìaspina abbatterono il castello di Trebucco presso
Zavatarello, i piacentini lo ricostrussero e fortificarono; nel dicembre
poi le milizie dei milanesi e piacentini risalirono la Val di Taro sino
a Compiano e bruciarono alcuni villaggi dei Maìaspina.
Nell'aprile del 1187 Enrico VI, die veniva da una breve per-
lustrazione nelle parti del Piemonte, dove aveva ad Asti fatto l'ac-
cordo con Manfredo II di Salurzo per la Val di Stura, ed a Casale
aveva concesso al prevosto d'Asti un diploma contro i sottrattoti
dei feudi della sua chiesa, riunì a Borgo San Donnino una dieta per
risolvere i contrasti tra i vari comuni. I piacentini pretendevano dai
cremonesi Casteluuovo e Bocca d'Arda; i parmigiani chiedevano ai
piacentini il riconoscimento dei loro diritti su Borgo San Donnino.
La discussione davanti ad Enrico VI degenerò in una grande baruffa:
cremonesi e parmigiani assalirono con le armi gli awersari comuni,
sì che il Re dei Romani fu costretto a sua volta
a ricorrere alle armi ed a cacciare di città i
bollenti contendenti.
Un'altra controversia attirò nel 1187
l'attenzione di Enrico VI: il conflìtto tra Milano
e Bergamo. Federico Barbarossa aveva tolto ai
bergamaschi, per darli ai milanesi, la Gera
d'Adda ed il corso della Semola. Ora i
bergamaschi pretendevano la restituzione. Un
conflitto adunque che minacciava l'esistenza
della Lega Lombarda.
I milanesi presentarono la loro prolesta contro
gli avversali durante un soggiorno di Enrico VI
a Lodi nel novembre del 1187. Fu fissato un
convegno delle due parti a Corno, ma i
bergamaschi non intervennero ed in loro
contumacia Enrico VI emise sentenza favore dei
milanesi e solennemente vieta a Brescìa, a
Verona, a Mantova, a Lodi di dare aiuto a
Bergamo, sì che è da pensare che questo gruppo
di città si atteggiasse a coailizione antimilanese,
II re Enrico si comportava ancora
prudentemente tra i comuni per impedire questi
raggruppamenti parziali. Così in Toscana ancora
nei 1187. prima Firenze, poi Pisa e poi altre città
riottennero, almeno in parte, la restituzione dei
diritti loro ritirati nel 1185.
Alla fine del 1187 anche F.nrico VI
attraverso le Alpi e raggiunse l'imperatore: in
Italia rimase a sostituirlo il vicario ì imperiale
Drushard di Kestenburg. Le relazioni reciproche
dei comuni Ioni-bardi andarono peggiorando, sì
che il papa Clemente III preoccupato dì ottenere
in rutta Europa una situazione di tranquillità che
permettesse ai principi ed ai feudatari di
partecipare alla crociata che aveva bandito, si
adoprò per riconciliare anche in Italia i conten-
denti, Due cardinali, Pietro Dianìdi Santa Cecilia
e Soffredo di Santa Maria in Via Lata, furono
incaricati di ristabilire la pace in Lombardia.
Ebbero subito un grande successo, la
riconciliazione tra Genova e Pisa (7 luglio
1188) e poterono attendere con zelo ad altre
vertenze. Anche Gerardo arcivescovo di
Ravenna, nominato legato pontificio per la
crociata, si adoprava allo stesso scopo.
Durante il 1188 la guerra tra Parma e
Piacenza fu grave: al solilo quelli erano
spalìeggiati dai marchesi Malaspina, questi dai
milanesi; Pavia e Cremona erano alleate dei
parmigiani. Sulla Riviera i piacentini avevano un
alleato, il conte di Lavagna nemico dei Malaspina;
anche Pontremoli ostile ai Malaspina era
favorevole a Piacenza. Un tentativo di accordo
era avvenuto nel 1187 per opera dei rettori
della Lega Lombarda, riunitisi a Piacenza nel
settembre per studiare la questione. Erano
convenuti i rappresentanti di Milano, di Brescìa,
Bergamo, Verona, Mantova, Bologna, Treviso,
Vi-
II. DISSIDIO TRA PAPA ED IMPERATORE 295

canza, Modena, Reggio, Novara, Vercelii. Ma durante le trattative,


.Modena e Reggio si allearono con Parma e poi con Piacenza. Si
interposero i due cardinali Legati, ma intanto si combatteva. Nel
luglio del II58 i parmigiani con il marchese Moroello Malaspina
entrarono in Vai di Taro, saccheggiarono e bruciarono i villaggi del
Territorio piacentino. I piacentini li attaccarono e li respinsero, come
narra la cantilena del cronista di Piacenza, Giovarmi Codagnello.
O quantam Jaudem nosfris, qaaarara quoque strigem
Contulil ista dies ParrneuMbus! Undique cives Nostri
letantur, congaudent et venerantur i-'actorem celi, qui
conditor extitit evi: Parmense* vero tristantur cnm
MumelJo.
Nel settembre del 1188 Creinona, Pavia, Reggio, Modena ed
il marchese MoroelJo Malaspina ritornarono ad attaccare i piacentini
che a loro voJra si vendicarono attaccando i parmigiani. Nel gennaio
del 1189 i due cardinali riuscirono a ristabilire finalmente la pace;
le varie parti prestarono giuramento ed i Malaspina vendettero a
Piacenza i loro possessi di Val di Taro per 400 lire piacentine. T due
cardinali si intromisero pure in altri conflitti comunali; tra Verona
e Ferrara, tra Brescia e Pavia, poi nelle lotte dei partiti genovesi.
Cosi il papato approfittava dell'assenza di Federico I e di Enri-
co VI per affermare la sua alta autorità nel mondo dei comuni.
Nelle regioni piemontesi a quanto pare regnava la pace. Il vec-
chio marchese di Monferrato era partito, forse nei 1183, l'anno
della pace, per la Siria, L'Oriente che certo l'aveva affascinato nella
seconda crociata, aveva già portato via due figli a Guglielmo V:
il maggiore, Guglielmo detto Lunga spada, eia diventato cognato del
rr di Gerusalemme Baldovino IV nel 1176 e già l'anno seguente era
morto; il più giovane, Raineri, aveva sposato Maria Commena figlia
dell'imperatore Manueie I e con la sposa era perito nel 1182 nei
torbidi di Costanrinopoli.
Guglielmo V si recò a Gerusalemme non per combattere gli
mfedeli e neppure per pregare forse: intendeva aiutare il figlio po-
stumo del suo primogenito e difenderne i diritti al regno ierosoli-
mitano. Il giovane Baldovino fu infatti nel novembre del 1183 dallo
zio Baldovino IV il Lebbroso proclamato collega nel regno col nome
di Baldo vino V. Questi però morì già nel settembre nel 1186 ad
Acri e gli successe Guido di Lusignano che aveva sposato Sibilla
sorella di Baldovino IV.
296 LA PACE DI COSTANZA E LA NUOVA POI.fTICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

La crisi del regno di Gerusalemme sorprese il marchese di Mon-


ferrato laggiù: anch'egli ccmbatté alla battaglia di Hattin ed an-
ch'esso cadde prigioniero del Saladino. L'anno seguente riebbe la
libertà grazie all'intervento del figlio Corrado che,, partito di casa
solo dopo il marzo 1186, dopo un nuovo breve ed avventuroso
soggiorno a Costantinopoli aveva deciso di portarsi in Palestina.
Corrado giunse in tempo per prendere parte attiva alla difesa delie
ultime mine del regno e la sua difesa di Tiro fu davvero un'impresa
gloriosa, ma anch'egli non doveva più come il padre, come i fratelli,
rivedere la patria.
Il Monferraro rimase così affidato al marchese Bonifacio che
doveva però a sua volta, pochi anni dopo, sentire l'attrazione del-
l'Oriente.

10. La riconciliazione tra Slaufer e Savoia

Umberto III di Savoia, secondo l'obituario di San Giovanni di


Moriana, morì il 4 marzo 1189 e fu sepolto ad Altacomba. Dei suoi
ultimi rapporti con l'impero dopo il bando e la confisca, nulla sap-
piamo. Enrico VI nell'estate del 1188 aveva fatto un giro in Bor-
gogna e si era recato sino a Lìone, ma nulla sappiamo della sua
attività nella regione e se ebbe contatti con il Conte dì Savoia.
Umberto III, che, a quanto pare, aveva così tranquillamente
sfidato i fulmini imperiali, lasciava un erede minorenne, Toramaso.
Quattro mogli aveva avuto Umberto III: Faidiva figlia de! conte
di Tolosa Alfonso Giordano, poi Gertrude di Fiandra, quindi Cle-
menza di Zahringen la moglie ripudiata di Enrico il Leone ed infine
nel 1177 Beatrice figlia di Gerardo conte di Màcon da cui nacque
nel 1178 circa quel figlio Tommaso che nascendo salvò la dinastia
dallo spegnersi e la salvò poi di nuovo con la sua abilità politica.
Poiché Tommaso I era già maggiorenne nell'agosto del 1191
e non lo era ancora nel marzo del 1189, esso deve essere nato dopo
il marzo 1175 e prima dell'agosto 1177. Il nome, probabilmente,
tradisce una devozione speciale a Tommaso Becket arcivescovo di
Canterbury assassinato da un cavaliere del re Enrico II PJantageneto
il 29 dicembre 1170, e ben presto venerato non solo in Inghilterra
ma anche in Francia, subito anzi dopo la morte, per le sue virtù
taumaturgiche.
LA RICONCILIAZIONE TRA STAOTE8 E SAVOIA 297

Come già era successo mezzo secolo prima per Umberto III,
quando il padre suo Amedeo III era morto alla seconda crociata,
anche per il nuovo Conte fu necessario organizzare una tutela e reg-
genza: la composero la madre Beatrice di Màcoli con il vescovo di
San Giovanni di Moriana ed il marchese Bonifacio di Monferrato che
era cugino di Umberto III. Il marchese Bonifacio che nel gennaio ci
compare a VercelH, si recò in Savoia alla morte del Conte: la sua
presenza nel difficile momento, dati i rapporti con l'impero, era più
che utile, era necessaria. Il 16 marzo ad Aiguebelle nella sua qualità
dì tutore assistette ad un atto del giovane Conte a favore dell'ospi-
zio del San Bernardo e vi diede autorità.
Soprattutto per risolvere la grave questione con l'impero, era
necessario ai Savoia l'appoggio di Bonifacio di Monferrato. Fortuna-
tamente, gli Staufer si trovavano in un momento imbarazzante, Fe-
derico Barbarossa nella primavera del 1189 stava facendo gli ultimi
preparativi per la crociata a Regensburg e l'il maggio saliva sulla
nave che doveva portarlo per il Danubio a raggiungere l'esercito già
in marcia. Enrico VI dopo avere assistito alla fine dell'aprile alla
grande dieta in cui il padre gli aveva conferito solennemente il
governo per il tempo della sua assenza, congedatosi da Federico,
si era avviato verso la Borgogna; giunto a Basilea egli vi trovò il
marchese di Monferrato che accompagnato dai due vescovi di San
Giovanni di Moriana e di Aosta veniva ad intercedere per il nuovo
Conte di Savoia.
Il Re dei Romani credette saggio assumere un atteggiamento
prudente. Non abbiamo il diploma solenne che esso emanò per riti-
rare i provvedimenti presi contro i Savoia, ma sappiamo che esso
ricevette Tommaso I in grazia dell'impero e lo reintegrò nei suoi
feudi e diritti. Però approfittò dell'occasione per costringere il Conte
a rinunciare ad ogni diritto sul vescovado di Sfon ed infatti ancora
da Basilea il 7 maggio 1189 Enrico VI investì il vescovo di Sion
di tutti i diritti regali nel suo episcopato che venne a dipendere
direttamente ed unicamente dall'autorità imperiale. Né bastò. Evi-
dentemente per compiacere il vescovo di Aosta ed averlo favorevole,
Tommaso I dovette, poco dopo, forse nel 1191, restituire alla sede
augustana possessi e diritti che il vescovo pretendeva suoi: anche
qui i Savoia erano adunque in ritirata. Così la vertenza con l'impero
si chiudeva per i Savoia in completa perdita: era fallita tutta l'atti-
vità di un secolo per sottomettere i tre vescovadi di Torino, di
Tarentasia, di Sion.
298 LA PACE DI C0STAN2A E LA NUOVA POLITICA SVEVA NELL'ITALIA OCC.

Non abbiamo nessun elemento per ammettere, eome spesso si


è affermato, che Tommaso I accompagnasse il marchese Bonjfacio
a Basilea. Il viaggio era un po' troppo lungo per un ragazzo. Il mar-
chese al principio del giugno era di nuovo alla corte sabauda: il
12 giugno 1189 infatti assisteva « come tutore » ad un atto con cui
il Conte concedeva alla chiesa di San Giovanni di Moriana quanto
il padre suo aveva posseduto su una certa montagna e confermava
le donazioni già fatte dai suoi predecessori.
Un viaggio che la tradizione dinastica imponeva invece al più
presto al nuovo Conte era quello di Piemonte: occorreva riaffermare
i diritti della Famiglia sul comitato e sulla marca di Torino. Tom-
maso I attraversò quindi il Cenisio sotto la protezione del marchese
di Monferrato e scortato da molti suoi vassalli. Il 15 giugno 1189
il conte di Savoia era già a Susa: nel chiostro di San Giusto, circon-
dato da numerosi personaggi ecclesiastici e laici dei domini sabaudi
dei due versanti alpini, l'abate di Breme, l'abate di Pinerolo, l'abate
di Susa, l'abate di San Giusto, sigillò una salvaguardia a favore della
Certosa di Losa, con il consiglio ed il consenso del suo tutore Bo-
nifacto di Monf errato e della sua curia. Nel febbraio dell'anno se-
guente nuovamente ricomparve il giovane principe a Susa e di nuovo
poi nell'agosto del 1191: ora egli compariva munito di piena auto-
rità, senza tutori: certo era uscito poco prima dalla minore età. Pure
nel 1191 fece la solenne entrata nella valle di Aosta, per tenervi
la tradizionale fournée giudiziaria.
Nel luglio del 1190 insieme con il marchese di Monferrato si
recò il Conte di Savoia a Fulda alla corte di Enrico VI. Alla sua
intercessione è da attribuire il diploma con cui il re Enrico il 30 giu-
gno, a Liitzel presso Basilea, riceveva sotto la sua protezione l'abazia
di S, Maria di Pinerolo, sottraendoìa ad ogni secolare podestà. Forse
lo aveva portato il dovere di prestare l'omaggio al nuovo imperatore.
Anche per Tommaso I però si ha l'impressione ch'egli non si sia
mai confuso con gli altri vassalli imperiali nelle diete e nelle corti
bandite da Enrico VI: sopra tutto la sicurezza delle sue valli alpine
gli dava vivo il senso della dignità e della indipendenza.
CAPITOLO XI

COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE


NELL'ETÀ DI ENRICO VI

1. La politica elei nuovo imperatore. - 2. L'espansione del


comune di Asti ed i marchesi aleramici, - 3. La lotta di Asti
con il marchese di Monferrato. - 4. La guerra attorno a
Torino. - 5. Le relazioni di Vercelli e di Novara dopo la
distruzione di Biandrate. - 6. Tortona e le vie commerciali
tra il Po ed il mare.

l . L a politica del nuovo imperatore

La morte di Guglielmo II d'Altavilla avvenuta il 18 novembre


1189 aprì assai presto la questione della successione del regno di
Sicilia. Enrico VI doveva preoccuparsi di difendere i diritti della
sposa sua Costanza, che si considerava come legittima signora del
regno siciLiano.
Ma i grandi signori siciliani, se non avrebbero avuto difficoltà
a riconoscere i diritti di Costanza, la figlia postuma del grande Rog-
gero II, non tardarono a mostrare ripugnanza a sottomettersi al
principe tedesco che sarebbe stato il loro vero padrone. Perciò,
d'accordo con il papa Clemente III, un gruppo numeroso di baroni
elesse re il conte Tancredi di Lecce, figlio naturale di quel duca
Roggero figlio del re Roggero II che era al padre premorto. Il nuovo
re di Sicilia fu incoronato nella cattedrale di Palermo nel gennaio
del 1190.
Che Enrico VI si rassegnasse a rinunciare al regno di Sicilia
tanto desiderato, per cui aveva sposato Costanza più vecchia di lui
di dieci anni, era cosa davvero inconcepibile. L'Italia meridionale
era da tre secoli l'aspirazione degli imperatori del sacro romano
impero, e sassoni e franconi e svevi: come rinunciarvi ora che ave-
300 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

vano davvero dei diritti da far valere? Già nella primavera del 1190
il maresciallo imperiale Enrico di Kalden, dalla Romagna ove si tro-
vava, entrò nel Regno con un piccolo corpo di truppe tedesche; si
spinse sin nelle Puglie, ma nell'estate i calori e le malattie più che
la resistenza armata ebbero ragione dell'invasione tedesca.
Giunse intanto la notizia della tragica morte di Federico I
avvenuta il 10 giugno 1190 nelle acque del Salef in Cilicia. Enrico VI
vide ora ingrandire l'importanza della sua progettata spedizione in
Italia: assumere la corona imperiale in Roma, liberare dall'usurpa-
tore il regno di Sicilia e farsi incoronare in Palermo, formarono ora
un programma unico. L'Italia era destinata a diventare un sicuro
dominio degli Staufer. Legnano era un vago ricordo.
Il 6 gennaio del 1191 il nuovo imperatore scendeva dal Bren-
nero a Bolzano: il 18 dello stesso mese teneva dieta a Lodi. Attorno
ad Enrico VI si radunarono vescovi, feudatari, rappresentanti di
comuni. Dopo tre anni di assenza dall'Italia, aveva ora l'imperatore
da risolvere non poche vertenze, non pochi contrasti di comuni e
di feudi. Dal Piemonte erano accorsi a Lodi il marchese di Monfer-
rato, Bonifacio, il conte di Biandrate, Raineri, i vescovi di Asti e
di Novara: così anche le questioni del Piemonte furono presentate
ad Enrico VI.
Le linee direttive dell'atteggiamento di Enrico VI in tutte que-
ste vertenze dell'Italia superiore non potevano non essere precise:
appoggiare sì i vecchi e sicuri fedeli dell'impero, ma cercare di paci-
ficare le parti, riconciliare i comuni, eliminare le cause di conflitti
armati. In questo modo egli avrebbe potuto assicurarsi la possibilità
di attingere alle forze militari e finanziarie del mondo comunale per
provvedere ai bisogni delle spedizioni a Roma ed in Sicilia; Cle-
mente III e Tancredi non avrebbero potuto sperare di trovare ap-
poggi nell'Italia settentrionale.
Praticamente però, l'azione esercitata da Enrico VI nelle que-
stioni comunali fu tale da mettere a repentaglio l'auspicata pace.
L'imperatore parve prima rimanere fedele al gruppo Milano-Piacen-
za, ma bisognoso, per la spedizione a Roma, di denaro, fu costretto
ad accettare le offerte dei piacentini ed a dar loro in pegno Borgo
San Donnino e Bargone per due mila lire piacentine, e di conse-
guenza dovette sacrificare le aspirazioni dei parmigiani che diventa-
rono freddi, anzi ostili. I rapporti di Enrico con il comune di Pia-
cenza acquistarono il carattere di formale alleanza, stipulata appunto
a Lodi; i piacentini si impegnarono ad aiutarlo nel ricuperare1 tutti
LA POLITICA DEL NUOVO IMPERATORE 301

i diritti e possessi dell'eredità matildina. Anche i comuni di Lodi e


di Corno ottennero in questo momento grandi concessioni da En-
rico VI: il primo comune ebbe confermati tutti i suoi privilegi:
il secondo ottenne la concessione di tutti i diritti regali sull'intero
episcopato comense, compresivi anche Gravedona e Doraaso. Ma
certo tali decisioni provocarono il malcontento di Milano. Si allon-
tanava adunque Enrico VI dalla politica seguita dal padre suo, degli
accordi con Milano? Vi era a temere?
E se ne ebbero prove maggiori, quando da Lodi, iniziando il
viaggio verso Roma, l'imperatore e la consorte Costanza si arresta-
rono a Cremona, proprio la città che aveva pochi anni prima attirato
le ire del Barbarossa.
Già nel 1190 Enrico VI aveva mostrato viva simpatia per i
cremonesi. I suoi rappresentanti in Italia, il maresciallo Heinrich
von Kalden e Drushard von Kestenburg avevano ordinato ai cremo-
nesi di abbandonare la costruzione di un castello e di attenersi alle
prescrizioni anteriori di Federico Barbarossa, perché non fosse la cosa
motivo di contrasto con i vicini comuni rivali. I cremonesi avevano
ricorso in appello ad Enrico VI. Questi accolse con cordialità gli
ambasciatori del comune ed accettò le loro spiegazioni: ritirò il
divieto dei suoi funzionari che avevano agito sapendo che era sua
volontà « totam Lombardiam in bona pace conservare », ma scrisse
ai cremonesi pregandoli affinchè « de intuitu nostri et prò bono
pacis » abbandonassero la costruzione del castello, osservando « Vos
igitur ea que vobis expediunt, in hoc negotio prudenti consilio agere
potestis ». Si ritornava adunque alla prima politica di Federico Bar-
barossa: quella che aveva sacrificato Crema ai cremonesi! Ora nel
suo soggiorno in Cremona, Enrico VI acconsentì alle richieste fat-
tegli per il diritto di battere moneta.
Continuò quindi il viaggio verso Roma; ad ogni tappa comuni
e feudatari chiedevano ed ottenevano concessioni nuove o conferma
delle vecchie. Bologna ebbe il diritto di zecca, Ferrara, il ritiro del
bando in cui era stata messa da Federico Barbarossa, Obizzo d'Este
riebbe la contea di Rovigo, Rambaldo conte di Treviso riebbe la
conferma del suo comitato. E naturalmente le concessioni non erano
gratuite.
Dall'Emilia, per Prato e Lucca, Enrico VI si portò a Pisa,
avendo bisogno di intendersi con questo comune per averne in aiuto
la flotta nella spedizione di Sicilia. Già nel settembre del 1190 aveva
confermato i privilegi del comune pisano e promesso piena franchigia
iiTA DI ENRICO VI

doganale nell'isola; ora (1" marzo 1191) riconfermò il diploma con-


cesso ai pisani nel 1162 da Federigo Barbarosas per la guerra
contro i genovesi e promise loro la terza parte del tesoro dei re
normanni come premio dell'aiuto che da essi si riprometteva: la
flotta pisana però avrebbe preso il mare solo quando l'esercito
imperiale fosse comparso nel Regno. Tali accordi con Pisa non
impedirono che Enrico VI inviasse a Genova ambasciatori a chiedere
anche la loro alleanza ed a promettere « multa maximaque ». Da
Genova non si aderì subito: si accontentarono di inviare a loro volta
ambasciatori che vedessero un po' che cosa promettesse
l'imperatore. Solo alla fine del maggio, quando già era accampato
presso Napoli, Enrico VI sigillò un solenne diploma a favore dei
genovesi: confermava le vecchie consuetudini, i vecchi privilegi, i
diritti sulla marca e sul comitato, inoltre concedeva il possesso di
Monaco, del castello di Gavi ed in Sicilia prometteva Siracusa e la
Val di Noto (30 maggio 1191).
La marcia su Napoli era incominciata felicemente. La incoro-
nazione imperiale era avvenuta il 15 aprile: il nuovo papa Cele-
stino III, successo pochi giorni prima a Clemente III, vi si era
rassegnato, dì malavoglia però. La coppia imperiale si era fermata
pochi giorni a Roma dopo la solenne cerimonia in San Pietro: il
29 aprile già Enrico VI e Costanza con forte nerbo di truppa attra-
versavano il Garigliano. Ma Napoli oppose una vivace resistenza;
la flotta pisana fu sconfitta da quella siciliana; l'esercito tedesco nei
calori estivi si riempi di ammalati ed Enrico VI anch'esso ammalato
dovette togliere l'assedio già il 24 agosto e ritirarsi rapidamente verso
il nord; peggio poi successe a Costanza, che essendosi spostata auda-
cemente sino a Salerno, venne fatta prigioniera dalla popolazione
e consegnata ai re Tancredi. La flotta genovese partita da Genova
solo alla metà dell'agosto, giunse nel golfo di Napoli dopo il disastro
dell'esercito tedesco e riprese allora subito la via del ritorno.
Quando nell'ottobre ricomparve nell'Italia superiore, Enrico VI
trovò il mondo comunale in subbuglio. Treviso era in lotta con
Feltre e Belluno; Faenza con i conti Guerra, Ferrara con Mantova,
Piacenza con Parma, Verceìli con Novara, Brescia con Bergamo,
Milano con Cremona, Asti con il marchese di Monferrato, il vescovo
di Torino con i grandi feudatari della regione.
Infatti, mentre Enrico VI era sotto Napoli, una coalizione di
comuni si era formata contro la fazione milanese: vi erano Cremona,
Parma, Pavia, Lodi, Moderna, Bologna, Ferrara, Reggio, Bergamo.
LA POUTrCA DEL NUOVO IMPERATORE

303

La lotta più aspra si combatte tra Bergamo e Brescia; un esercito


di cremaschi e di altri collegati accorse ad attaccare i bresciani,
mentre milanesi e piacentini si avanzavano a saccheggiare il terri-
torio di Bergamo. I cremonesi il 7 luglio 1191 vennero sconfitti in
grande battaglia a Ponte sull'Oglio; terribili furono le perdite, molti
i prigionieri, molti gli annegati nel fiume. Quella giornata fu per
molto tempo ricordata nella regione: « la giornata della Malamorre ».
Ma al ritorno da Napoli, Enrico VI, anziché insistere in una
politica di prudenza e di pacificazione, diede alla sua condotta un
carattere ancora più accentuato di simpatia per Cremona e per i
comuni che ad essa facevano capo. Proclamò la pace tra Brescia,
Cremona e Bergamo ed impose ai bresciani la liberazione dei cre-
monesi catturati alla « Malamorte ». Poi, segretamente si accordò
a Pavia con i rappresentanti di Cremona: avrebbe loro abbandonato
Crema e la cosidetta « Insula Fulcherii », riservandosi di rendere
pubblicamente nota la concessione appena le condizioni politiche lo
permettessero; allora avrebbe immesso il comune amico nel possesso
di Crema e di tutti i luoghi elencati enll'accordo, dandone solenne
investitura. La pubblicazione dell'accordo doveva avvenire entro due
anni « aut antea si prospera domino imperatori successerint ». Evi-
dentemente occorreva che Enrico VI trionfasse in Sicilia: solo allora
avrebbe potuto imporre la sua volontà ai comuni del gruppo mila-
nese. In compenso di tale concessione Cremona versava al depau-
perato tesoro imperiale tremila lire imperiali; se Enrico VI « morte
praeventus » non avesse potuto fare ia consegna, avrebbe dovuto
versare la somma di lire mille ed intanto dava in pegno ai cremonesi
Guastalla e Luzzara (25 novembre 1191).
Volle però l'imperatore organizzare nell'Italia superiore un
blocco di comuni capace di resistere a Milano ed ai suoi aderenti.
Il 24 settembre il marchese di Monferrato si trovò con i rappre-
sentanti di Pavia, di Cremona e di Bergamo nel castello dì Breme
e combinò un accordo difensivo contro qualsiasi assalitore, ma l'ac-
cenno esplicito a Milano mostra quale fosse il programma dell'ac-
cordo. Al patto avrebbero potuto anche aderire Corno e Lodi prima
della fine dell'anno. Infatti l'accordo definitivo del marchese con i
cinque comuni fu fatto nel dicembre dello stesso anno a Milano,
nei giorni in cui in Milano eravi Enrico VI e certamente sotto la
sua direzione. L'imperatore voleva adunque veramente appoggiare
alla potenza dei grandi feudatari .... (due righe ommesse)
304 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

accordi con Genova, facendo molte promesse; a Milano riconciliava


vercellesi e novaresi; preparava la pace tra bresciani e cremonesi,
rinnovava l'alleanza con Comò, estendendo a quel comune i diritti
dati dalla pace di Costanza ai comuni della Lega, concedeva al co-
mune di Pavia non solo il diritto di eleggere liberamente i consoli,
la giurisdizione inferiore, il libero commercio in tutta Italia, ma anche
le rive del Ticino ed i ponti su questo fiume tra Pombia e Pavia,
ed elencava le 98 terre che dovevano essere sottoposte a Pavia,
comprendendovi Vigevano (7-8 dicembre 1191). E questo aveva ca-
rattere antimilanese: considerava adunque Enrico VI come il suo
peggior nemico quello che era stato per alcuni anni il baluardo del
padre? Come si lega questo fatto con le vicende di Napoli dei mesi
precedenti? Non abbiamo di ciò notizia. Erano presenti gli arci-
vescovi di Milano e dì Ravenna, i vescovi di Vercelli e di Novara,
il conte di Biandrate e tutta la corte.

2, L'espansione del comune di Asti ed i marchesi deramici

La regione pedemontana appariva, come si è visto, all'inizio del


regno di Enrico VI del tutto pacifica ed ossequiente all'autorità
imperiale. Per quanto non sia facile precisare, l'impressione è che
i patti di Costanza venissero interpretati nel modo più rigido. I due
castellani tedeschi di Annone e di Gavi erano i veri dominatori del
Piemonte: pur non disponendo di armati, controllavano, sindaca-
vano, giudicavano nelle vertenze. Ed essi erano coadiuvati energica-
mente dai capi delle grandi famiglie feudali, gli Aleramici, i Mala-
spina; cosi pure a nord del Po il feudalismo si conservava fedele
con i conti di Biandrate, i conti del Canavese, i marchesi di Roma-
gnano. Ma soprattutto energici assertori della sovranità imperiale
erano i vescovi che ci appaiono sempre pronti alle chiamate ed agli
ordini dell'imperatore.
La pace stabilita a Costanza giovò assai alla prosperità ed allo
sviluppo politico ed economico dei comuni subalpini; specialmente
il comune d'Asti, data la posizione geografica in Val di Tanaro all'in-
crocio di notevoli vie commerciali, si trovava nelle condizioni di
trarre grande profitto dalla situazione politica. I mercanti astigiani
nella seconda metà del secolo XII appaiono attivi così nei mercati
e nelle fiere della Francia, come nei porti Liguri, specie a Genova
ed a Savona, La pace imperiale non era però sufficiente a proteggere
L'ESPANSIONE DEL COMUNE DI ASTI ED I MARCHESI ALERAMICI 305

gli interessi del commercio astigiano. Qualunque valle dell'Appen-


nino volessero risalire per giungere al mare, essi urtavano contro
questa o quella stirpe dei marchesi aleramick i domini del vescovo
d'Asti soltanto sino ad un certo punto potevano giovare. Dovun-
que controlli, pedaggi, impedimenti fastidiosi, se non gravi, per il
commercio.
Attorno al 1190 pare che l'attenzione degli astigiani si concen-
trasse soprattutto sopra un dominio aleramico che si avanzava sul
Tanaro, fin quasi alle porte di Asti: il comitato di Loreto, compreso
tra il Tanaro ed il Belbo. Quando compare per la prima volta questo
comitato? Solo nel 1065 la contessa Berta di Torino, consorte del
margravio aleramico Tete, comprese in una donazione alla Chiesa
d'Asti la corte di Loreto e la corte di Castagnole insieme con quelle
di Montaldo e di Rocca di Flesio: tuttavia nelle diverse liste suc-
cessive dei possessi della chiesa d'Asti queste corti non figurano.
Più tardi il castello di Loreto ritornò nelle mani degli aleramici:
in esso abitava Bonifacio del Vasto quando fece testamento nel 1125.
Poi si parla di « comitatus Loreti », così come negli atti episcopali
astigiani del secolo XII si parla di « comitatus qui dicitur Serre-
longe », di « comitatus et receptus Pollenzii », di « Caprile cum suo
comitatu », espressioni circa il cui valore molto vi sarebbe a discutere.
Nel 1149 il comitato di Loreto appare spartito tra i figli di
Bonifacio del Vasto: il marchese Ottone detto il Bovaro possedeva
almeno metà del comitato se appunto in quell'anno, in conseguenza
ad avvenimenti che ignoriamo, forse una guerra come si disse, il
marchese Ottone cedette al comune d'Asti una metà del castello,
della villa e del territorio di Loreto, riprendendo però detta metà
in feudo a determinate condizioni. Ottone del Vasto avrebbe infatti
pagato fodro in Asti per il comitato di Loreto, per venti lire; avrebbe
combattuto con Asti e per Asti con quattro cavalieri per tre mesi;
avrebbe concesso piena franchigia per gli astigiani dai pedaggi di
tutto il suo dominio e la stessa franchigia avrebbe ottenuto dal
fratello suo Enrico marchese di Savona. Per quanto riguardava il
feudo di Loreto, se il marchese Ottone fosse morto senza figlio,
gli sarebbe successo nelle stesse condizioni il fratello Enrico, se no,
Ugo, se no, Guglielmo.
II marchese Ottone aveva anche altri possessi: così aveva ancora
dei possessi in Sezzè, per i quali non aveva obblighi verso Asti; così
lo troviamo negli anni 1140-1155 negli accordi con Genova insieme
con i fratelli Manfredi ed Enrico, con i quali aveva forse anche dei
306 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

beni non divisi. Se Ottone il Bovaro possedesse tutta la contea di


Loreto o no, è cosa da discutere: ma forse è da pensare di no.
Loreto era stato la sede del padre Bonifacio del Vasto e come Ottone
aveva diritti di compartecipazione su altre zone della marca, così
anche i fratelli suoi dovettero avere parte del comitato di Loreto.
È più probabile che in uno di quegli acconciamenti che si dovettero
fare, le due metà del comitato di Loreto siano toccate ad Ottone
il Bovaro ed a Bonifacio di Cortemilia e che alla morte di Bonifacio,
verso il 1188, gli eredi degli altri fratelli Manfredo di Saluzzo,
Anselmo di Ceva, Enrico di Savona, Guglielmo di Busca abbiano
diviso la sua metà, venendo così ad avere un ottavo del comitato.
Come sia andato diviso l'insieme dei domini di Bonifacio di Corte-
milia ignoriamo: tracce però della spartizione avvenutane tra le altre
quattro branche aleramiche esistenti, Saluzzo, Ceva, Savona, Busca,
non mancano.
Bonifacio marchese di Cortemilia aveva però ereditato dal fra-
tello Ottone il Bovaro —-morto verso il 1188 — la sua metà del
comitato di Loreto e per questo non potè non rinnovare con il
comune di Asti gli impegni feudali del fratello. Contrasti con il
comune astigiano per Loreto pare non siano mancati: è da tenere
presente una notizia dataci da Guglielmo Ventura — che dice di
avere attinto « ex antiquis scripturis » di un attacco e della presa
di Castagnole avvenuta li 6 febbraio 1177. Comunque siano andate
le cose, è certo che alla morte di Bonifacio, quella metà del comitato
di Loreto legata dall'obbligo feudale verso Asti, passò per eredità
al nipote di Bonifacio, Manfredi Lancia, del ramo dei marchesi di
Busca. Ed ora la proprietà del comitato di Loreto fu così ripartita:
Manfredi Lancia possedeva 8/16 del comitato, per l'eredità dello
zio Ottone il Bovaro ed 1/16 per l'eredità dello zio di Bonifacio
di Cortemilia; il fratello suo Berengario aveva pure 1/16, Manfredi
di Saluzzo aveva 2/16, i marchesi di Savona, Enrico ed Ottone del
Vasto, avevano 2/16, i marchesi di Ceva pure 2/16, tutte particelle
dell'eredità di Bonifacio di Cortemilia. Di fronte al comune di Asti
il principale rappresentante della stirpe aleramica era adunque il
marchese Manfredi Lancia di Busca, che pare avesse abbandonato
Busca al fratello Berengario ed avesse per sé tenuto la zona di Do-
gliani e delle Langhe.
La figura di Manfredi Lancia ci è ben nota attraverso i famosi
ironici versi scagliatigli contro da un trovatore provenzale, Peire
Vidal. Così, ad un dipresso, gli diceva il poeta:
L'ESPANSIONE DEL COMUNE DI ASTI ED I MARCHESI ALERAMICI 307

Lancia Marchese, povertà e miseria — Vi procurano dolore e mala vita, —


E siete come il cieco che piscia sulla via, — Poiché ha perduto la vergogna
ed il senno; — Più sovente vendete castelli e possessi — Che non venda
una vecchia galline e capponi, — E se anche foste libero, ora siete servo
senza dubbio.
È vero che il marchese Lancia che era abile anche lui a fare
coblas e sirventes e causas, aveva scagliato versi feroci contro il
Vidal, per porre in ridicolo la sua sciocca ambizione e la vanità
ridicola usata nello sposare una greca che sì diceva nipote del basi-
leus, nientedimeno, di Costantinopoli.
E così gli aveva detto:
Imperatore abbiamo di tal maniera — Che non ha senno, né sapere, né
memoria: — Un uomo più briaco non si sedette mai in trono, — Né più vile
non portò scudo e lancia, — Né più fiacco non calzò speroni, — Né più
dappoco non fece versi e canzoni, — Nulla è da meno, non più che pietra, non
lancia, — Una spada voglio che pel capo lo ferisca, — Dardi d'acciaio voglio
che gli buchino la pancia, — Chiodi voglio che gli cavino gli occhi. — Poi
gli darem del vino, invece di onore, — Un vecchio cappello di scarlatto senza
cordoni — E sua lancia sarà un lungo bastone. — Poi potrà andar sicuro
di qua in Francia.
Ma i sarcasmi di Peire Vidal erano forse più amari: colpivano
l'angoscioso decadere di questo feudatario discendente da così illustre
progenie e costretto a vendere i castelli degli avi per pagare i debiti
contratti con i mercanti di Asti e di Alba.
Manfredi di Busca, soprannominato Lancia, non sappiamo per-
ché, forse per differenziarlo dal cugino Manfredi di Saluzzo, già nel
1168 vendeva una terra presso Dogliani, nel cui castello egli abitava,
a certi suoi vassalli di Gorzegno avendone in cambio del buon danaro.
Nel 1180 impegnava, se non vendeva, i suoi diritti sul castello di
Busca a Manfredi marchese di Saluzzo e nel 1187 allo stesso impi-
gnorava per 1150 lire genovesi il castello di Dogliani. Di altri con-
tratti di mutuo fatti da Manfredi Lancia abbiamo traccia: nel 1187
aveva preso a mutuo da alcuni albesi ben 1033 lire genovesi, dando
in pegno i suoi diritti su Loreto; nel 1191 vendeva dei boschi nel
territorio di Cortemilia a lui passati per l'eredità dello zio Bonifacio.
Il morso di Peire Vidal, di vendere castelli più facilmente che
non faccia di polli e di capponi una contadina, era dunque giusti-
ficato. Ma forse Manfredi Lancia era vittima solo di una scarsezza
di redditi per la povertà della parte spettatagli, ed in genere era
un esempio della crisi economica del feudalismo piemontese in questa
fine di secolo, mentre il rialzo dei prezzi causato dallo svilupparsi
308 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETX DI ENRICO VI

della vita commerciale deprezzava i censi fissi delle terre feudali e


costringeva i feudatari ad indebitarsi od a vendere quando mancas-
sero di altri redditi, come stipendi imperiali e rapine di mercanti.
L'assenza dall'Italia di Federico Barbarossa e del figlio Enri-
co VI, poi la scomparsa luttuosa del primo e la disgraziata spedi-
zione di Enrico VI nell'Italia meridionale resero possibile al comune
d'Asti tra il 1190 ed il 1191 una vigorosa affermazione di fronte
alle dinastie aleramiche. Può essere che la spartizione delle terre
del marchese di Cortemilia, Bonifario, poco prima scomparso, abbia
portato a contrasti gravi, a vere guerre, di cui non abbiamo notizie
precise; ma l'entità della vittoria degli astigiani appare dai trattati
che in quegli anni seppero imporre ai loro avversati.
Nel 1190 Guglielmo marchese di Ceva cedette ad Asti i due
castelli di Montezemolo e di Murialdo a lui toccati per la successione
del marchese di Cortemilia, e li riprese in feudo dal comune. Ma in
realtà Asti ed il marchese stringevano una vera alleanza: il marchese
di Ceva prendeva impegno di difendere gli astigiani in tutti i suoi
domini, di esentarli da qualsiasi pedaggio od altro tributo, ottenendo
loro analoga concessione da parte dei suoi consorti; non avrebbe
fatto accordi, per vendita o per cessione, con i suoi consanguinei per
le terre dell'eredità del marchese di Cortemilia senza consenso dei
consoli d'Asti; avrebbe comperato una casa in Asti del valore di
cento lire ed avrebbe pagato fodro per lire trecento; in tempo di
pace avrebbe dovuto abitare in Asti per due mesi all'anno con due
cavalieri, ed in tempi di guerra con dieci cavalieri. Se gli astigiani
avessero radunato l'esercito, il marchese vi avrebbe partecipato con
dieci cavalieri e duecento fanti per un mese a sue spese. A sua
volta gli astigiani avrebbero dovuto aiutarlo contro tutti i suoi ne-
mici, aiutarlo a ricuperate le terre che avesse perso, assistendolo con
venti cavalieri e duecento fanti.
L'anno seguente (12 maggio 1191) fu il marchese di Savona, Enrico
del Vasto, quello che venne ad accordi con Asti. Cedette al
comune e riebbe in feudo tutto quanto aveva avuto dalla successione
di Bonifacio di Cortemilia, ed in Cortemiglìa ed altrove e
specialmente il sedicesimo del comitato di Loreto e di Castagnole
e così pure quello che possedeva in Lequio. Anche Enrico del Vasto
o di Carretto, come ora si incominciava a chiamare, strinse patti di
-- _-.„ ;i «vM-nune astigiano: sarebbe diventato cittadino, com-
L' ESPANSIONE DEL COMUNE m «.. __

mesi ogni anno con due cavalieri e tre arcieri a cavallo. Uguali
obblighi avevano verso di lui gli astigiani, non avrebbero pagato
però tributi e pedaggi nel territorio del marchese, se non 'à vecchio
pedaggio della vecchia via, per Savona si capisce.
Pochi giorni dopo anche il marchese di Saluzzo, Manfredi TI,
venne ad accordi con Asti: cedette al comune tutti i diritti che aveva
in Romanisio (vecchia corte episcopale che sorgeva tra Stura e Grana
a pochi chilometri dal luogo dove poi sorse Fossano) in Castiglione,
in Saluzzo, riavendoli però in feudo, con l'obbligo anche di far giu-
rare il patto dalia consorte sua, la contessa Adelasia, e da tutti i
suoi vassalli e rustici dei tre luoghi, che avrebbero dovuto pagare
ogni anno il fodro al comune d'Asti.
Anche il marchese di Saluzzo stipulò un trattato con Asti: si
obbligò a non imporre ai cittadini e sudditi del comune nessun
pedaggio od altri tributi se non il vecchio e consueto pedaggio;
ad aiutare il comune nelle sue guerre con dieci cavalieri e dieci arcieri
a cavallo, esclusi però i conflitti eventuali con il marchese di Mon-
ferrato. Analoghi impegni prendevano gli astigiani di aiutare Man-
fredi II. Qualche accenno ai motivi di conflitto qui troviamo: il
marchese doveva restituire ad un cittadino di Asti, il prezzo del
riscatto imposto, doveva pagare i suoi debiti verso gli astigiani se-
condo la sentenza dei consoli d'Asti; doveva liberare gli astigiani
imprigionati, doveva consegnare Solere ai consoli perché potessero
mettere d'accordo il Marchese ed i castellani, così doveva restituire
ai castellani di Manzano, di Sarmatorio e di Monfakone tutti i feudi
ed allodi che possedevano un mese prima che incominciasse la guerra.
Si può dunque pensare che Asti ad un tempo si fosse trovata in
lotta con i marchesi di Saluzzo, di Ceva, di Savona. Per quanto
riguardava gli Aleramici di Ceva e di Savona il conflitto concerneva
l'eredità di Bonifacìo di Cortemilìa. Aveva questi stipulato patti con
Asti che noi non conosciamo? Probabilmente sì, e perciò Asti pre-
tendeva di essere indennizzato dai suoi eredi. Ma il conflitto più
grave era, pare, quello con Manfredi II di Saluzzo, e probabilmente
la questione era quella dei signori di Sarmatorio, alleati di Asti, che
avevano combattuto contro il marchese ostacolando le sue aspirazioni
sui Solere, su "Verzuolo ed avevano protetto i vassalli, i signori di
Saluzzo, minacciati dal marchese. Corollari del trattato di maggio
furono due accordi conchiusi il 1° giugno ed il 23 ottobre dello stesso
anno da Manfredi II con i signori di Sarmatorio. In tal modo il
comune astigiano salvò i signori di Sarmatorio e tutti i loro
diritti
310 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

e poteva dire di aver conseguito una notevole vittoria. Le tre dinastie


avevano dovuto subire i suoi patti, acconsentire alla sua alleanza che
sapeva di protezione e di predominio. Ora Asti era riuscita a ren-
derli vassalli per qualche parte dei loro domini e ad esonerare i
propri mercanti dai pedaggi cosi di Val di Stura, verso la Francia,
come di Val Tanaro ed affluenti, verso il mare di Genova,

3. La lotta di Asti con il marchese di Monferrato

Bonifacio di Monferrato non pare essersi intromesso nel con-


flitto di Asti con gli aleramici del Vasto: ma la riserva di Man-
fredo II che escludeva il dover aiutare Asti contro il marchese di
Monferrato ci prova che questi era in rotta con il comune,
II marchese Bonifacio, sebbene il fratello Corrado morisse solo
nel 1192, e non troppo prima anche il padre Guglielmo VI, tutti
e due nella lontana Siria, già dal 1188 era rimasto solo nel governo
del marchesato di Monferrato. Ha probabilità l'ipotesi che forse
nascesse attorno al 1150 ed è probabile anche ch'egli sposasse, prima
del 1179 una figlia di un marchese del Bosco: il figlio Guglielmo
era già maggiorenne nel 1191. Valoroso, abile e generoso lo descrive
più di un trovatore capitato in questi anni nei castelli del Monferrato.
Peire Vidal così elogiava il marchese Bonifacio:
Tanto bene hanno detto del Marchese — Dei giullari vagabondi e chiacchie-
roni, — Ma tutti sono veritieri — Che io non so cosa dirne di più: — Peto
sua è Valenza (suo è il valore) — Dove il buon pregio nasce ed incomincia
— E vi rinnova il valore — E ne fa dire vera lode.

Famosa è l'epistola che Rambaut de Vaquekaz indirizzava in


questi anni al marchese per rammentargli le imprese romanzesche
di gioventù insieme intraprese:
Signor marchese, io non voglio tutte ricordarvi — Le giovanili imprese, che
prima imprendemmo a fare, — Perché temo che ci si potrebbe imputare
male — A noi che gli altri dovremmo ammaestrare; — E tuttavìa i fatti
furono cosi illustri —• Che ad un giovane non potrebbero riuscir meglio; —
Perché il primo punto per un giovane nobile è scegliere — Quel che voglia:
se gran pregio procurarsi o rinunciarvi.
Cosi faceste voi, signore, che voleste tanto alzare — La vostra valentia fin
dal principio — Che voi e me faceste dappertutto elogiare, — Voi come
signore e me come baccelliere.
LA LOTTA DI ASTI CON IL MARCHESE DI MONFERRATO 311

E poiché è duro perdere e respingere — Signore, un amico, che si deve


tener caro, — Voglio raccontarvi l'amicizia nostra e rinfrescare — L'im-
presa che facemmo per Saldina di Mar — Che la togliemmo al marchese, a
cena, — Al Malaspina della più alta loggia; — E poi la deste a Ponset d'An-
guiler — Che moriva nel letto, per amore di lei. — E ricordatevi di Aimo-
netto il giullare —• Quando a Montaldo venne ad annunciare — Che Gia-
comina In volevano condurre — In Sardegna, per maritarla suo malgrado. —
E vo i s te st e u n p o' a s os pi ra re — E vi ri corda st e c om e e ssa vi diede un
bacio, — Congedandosi, quando vi pregò tanto dolcemente — Che dal suo
zio la voleste difendere, — Che le voleva a torto portar via l'eredità. —•
E voi faceste cinque scudieri salire a cavallo — (Fu il meglio che voi sapeste
fare) — E cavalcammo, dopo la cena, nella notte, — Voi, Guidotto ed Ugo-
netto del Far — E Bertaldo, che bene ci seppe guidare; — Ed io stesso, che
non voglio dimenticarmi, — Io la tolsi al porto, mentre l'imbarcavano. —
Ed il grido si levò per terra e per mare, — E ci inseguirono pedoni e cava-
lieri; — Grande fu l'incalzo, e noi ci sforzavam d'andare — E credevamo già di
essere sfuggiti a tanta gente, — Quando quelli di Pisa ci vennero ad assalire.
E quando noi vedemmo davanti a noi passare — Tanti cavalieri, un cavalcar
così serrato — E tanti usberghi e tanti begli elmi splendenti, — Tante
bandiere al vento ondeggiare — Ci nascondemmo, tra Albenga e Finale; —
Di qui udimmo da più parti risuonare — Corni, trombe e tanti segnali gri-
dare: — Se avemmo paura, non occorre chiederci.
Due giorni stemmo senza bere e mangiare; — Quando venne il terzo, che
credemmo di poter andare, — Noi incontrammo, al passo di Bellostare, —
Dodici ladroni che eran 1! per rubare — E non potevam consiglio prendere
né dare, — Perché a cavallo non si poteva attaccare. — Ed io a piedi con
essi m'azzuffai — E fui ferito di lancia al collaretto — Ma io ne ferii tre o
quattro, mi pare — Sì che tutti costrinsi a voltar il dosso; -— E Bertaldo ed
Ugonetto del Far — Mi videro ferito e vennero ad aiutarmi — E poiché
fummo in tre, facemmo il passo sgombro — Dei ladroni, sì che voi poteste
passare — Con sicurezza. E dovreste ricordarvi — Quando noi desinammo
allegramente, senza molto mangiare! — Solo con del pane, senza bere e senza
lavarci.
Alla sera venimmo presso il signor Guercio a Poggio Carreto — Che ci fece
tal festa e tanto ci volle onorare — Che persin la figlia sua donna Aigleta
dal ridente viso — Se aveste voluto, avrebbe messo a letto con voi. — Voi
al mattino, come signore e gran barone — Voleste l'ospite ben guiderdonare
— Che a suo figlio deste da sposare Giacomina — E le faceste ricuperar tutto
il comitato — Di Ventimiglia, che doveva toccare — A Giacomina per la
morte del fratello suo — Malgrado dello zio che aveva pensato sbalzamela.
— Poscia voleste Aigleta maritare — E la deste a Guido da MonteiI Ademar.
E se io volessi tutte dire e contare — Le onorate imprese che vi ho visto
compiere, o signore, — Ci potrebbe ad ambedue venir la noia — A me del
dire, a voi dell'ascoltare. — Più di cento donzelle vi ho visto maritare — A
conti, a marchesi, a baroni d'alto lignaggio — Che disgraziate sarebbero state
312 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

e non avrebbero saputo che fare — Che con nessuna, la giovinezza vi fece
peccare.
Cento cavalieri vi ho visto arricchire — E cento altri distruggere e cacciare,
— I buoni sollevare, i falsi, ì cattivi abbassare. — Nessun lusingatore non
vi piacque mai. — Tante vedove, tanti orfani consigliare —■ E tanti meschini
vi ho visto soccorrere — Che in Paradiso vi dovrebbero condurre, ■— Se
per mercé alcun uomo dove entrarci — Che con mercé voleste sempre reg-
gere, — Che mai a nessun uomo, degno di ottener mercé — Se ve la chiese,
non la sapeste negare — E se alcun vuoi dire e contare il vero -— Alessandro
vi lasciò la sua liberalità — E l'ardire Rolando ed i dodici pari — Ed il prode
Berardo galanterìa ed il genti! parlare. •— Nella vostra corte dominano tutti i
bei portamenti -— Doni e dortneamenti, bel vestire e belle armi — Trombe
e giochi e viole e canti...

Bella figura di cavaliere ci addita nel marchese Bonifacio il suo


non disinteressato cantore: ma Bonifacio di Monferrato per difen-
dere il suo stato dovette essere e fu come prode guerriero così
abile politico.
Il conflitto con Asti pare essere sorto per verità già intorno al
1186 ed essersi imperniato sopra la questione dei marchesi d'Incisa.
Già si è visto come fossero comparsi in Piemonte dopo il 1160 i
due figli del tragico Bonifacio d'Incisa, il primogenito di Bonifacio
del Vasto, e come forse con l'aiuto dell'imperatore riuscissero a
ricuperare i domini paterni: Alberto ed Enrico erano ancora in vita,
il primo verso il 1188, il secondo verso il 1186. Piccolo era il loro
dominio, schiacciato tra Asti ed il più potente marchese di Monferrato.
Alberto d'Incisa tra il 1187 ed il 1188 cedette al marchese
Bonifacio il castello di Montaldo — quello di cui parla Rarnbaldo
di Vaqueiraz? — ed il marchese di Monferrato si affrettò a farsi
riconoscere il nuovo possesso da Enrico VI, ma probabilmente ridiede
il castello in feudo all'Incisa. All'espansione monferrina si oppose
Asti, forse in nome di diritti prima assunti verso di esso dagli Incisa
stessi. II marchese Bonifacio — costretto con le armi? — dovette
comparire in Asti e rinunciare a tutti i diritti che aveva su Montaldo
(26 agosto 1188).
La questione non fini lì. L'anno seguente, Alberto II d'Incisa,
successo al padre Alberto I, catturò « instinctu diabolico » due amba-
sciatori genovesi che andavano Oltremonti, ai re di Francia e d'In-
ghilterra, per l'imminente Crociata e li volle costringere a pagare
il riscatto. Alla notizia, Genova, Asti ed Alessandria prepararono
una spedizione contro l'oltracotante barone che dovette, per evitar
di peggio, restituire i suoi prigionieri. E chi ne trasse profitto fu
LA. LOTTA DI ASTI CON IL MARCHESE 01 MONFERRATO 313

ora Àsti: già nel 1190 Alberto II ed i suoi fratelli Guglielmo,


Manfredo... le sorelle... la madre, la contessa Domicella, come tutrice
dei figli ancora minori, cedevano al comune d'Asti i castelli di Mon-
taldo e della Rocchetta, riavendoli in feudo.
Ma ora toccò al marchese Bonifacio di protestare: si rivolse
ad Enrico VI alla sua venuta in Italia nel 1191 ed accusò gli Incisa
di essere « publici aggressores viarum », di essere incorsi nel delitto
di tradimento per avere violato non sappiamo quali obblighi presi
verso di lui e poiché gli Incisa non si presentarono a discolparsi
davanti l'imperatore, questi da Bologna, 1*11 febbraio 1191 li mise
al bando dell'impero ed assegnò tutti i loro domini, allodiali e feu-
dali, al marchese di Monferrato, ordinando ai vassalli degli Incisa
di giurar fedeltà al nuovo signore entro un mese. La mossa era abile:
il marchese rafforzava sul Belbo le proprie posizioni e veniva ad
impacciare il movimento di espansione di Asti che mirava a ficcarsi
in mezzo tra le dinastie aleramiche di Savona e quelle di Monfer-
rato e di Bosco.
Un'altra vertenza pure era aperta: quella di Montiglio, i cui
signori se nel 1186 avevano giurato assoluta sottomissione al mar-
chese Bonifacio, più tardi avevano subito l'influsso di Asti e ne ave-
vano riconosciuto la sovranità, sperando evidentemente che la signo-
ria del comune fosse più leggera di quella del marchese.
Scoppiato il contrasto per gli Incisa, Bonifacio di Monferrato,
forte dell'appoggio imperiale, occupò per diritto feudale Montiglio.
Gli astigiani intrapresero allora una cavalcata, ma furono sotto il
castello sconfitti e molti furono fatti prigionieri (19 giugno 1191).
Quasi contemporaneamente le genti monferrine attaccavano il luogo
di Malamorte (oggi Belveglio) presso Mombercelli e se ne impa-
dronivano.
Gli astigiani furono costretti a versare 2000 lire per il riscatto
dei loro moki cittadini prigionieri, se pur non erano questi davvero
2000, come dice un cronista posteriore. Fu utile al comune avere
preso come podestà quel marchese di Ceva con cui solo l'anno prima
si era concordato: Guglielmo di Ceva assunse infatti l'incarico di
trattare, si trovò con il marchese di Monferrato a Castellalfero e
combinò una tregua sino a San Martino del 1192; i prigionieri d'Asti
sarebbero stati liberati (25 agosto 1191).
Al fatto d'armi di Montiglio avevano preso parte con gli asti-
giani anche dei rinforzi alessandrini. Vi era dunque già rottura tra
Alessandria ed il marchese Bonifacio: come aveva potuto il comune
314 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

venir meno all'impegno del 1183 di tenere per amici tutti gli amici
dell'impero? E pure ancora nel settembre del 1191 Alessandria appa-
riva in buoni rapporti con Tommaso di Annone, il castellano impe-
riale; questi cedeva al comune di Cesarea — così ufficialmente ancora
si chiamava Alessandria — la metà del pedaggio di Basaluzzo che
teneva per l'impero.
Tra Asti ed Alessandria vi era coincidenza di interessi: l'ac-
cordo per assicurarsi il dominio della vallata del Tanaro, per con-
trastare agli sforzi che il marchese faceva a sud del fiume. Già nel
1190 i due comuni strinsero un convenzione per la questione di
Masio, Vecchia corte dell'episcopato astigiano, posto sul Tanaro ed
importante per il pedaggio che pagavano le navi sul fiume, già alla
metà del secolo XII Masio era organizzato in comune a cui parte-
cipavano milites et pedites, vassalli vescovili, rustici e nel 1152
conchiudeva accordi con il maggior comune di Asti.
Ma se nel 1190 gli astigiani acconsentirono che quei di Masio
stipulassero patti anche con Alessandria, è da pensare che questo
avvenisse per il timore che l'espansione alessandrina portasse a peg-
gio. Così i consoli di Masio promisero che avrebbero aiutato ed Asti
e Cesarea contro qualsiasi nemico, esclusi i signori loro, che avreb-
bero fatto esercito, oste, cavalcata, fossato, così per l'una come per
l'altra città, pagando fodro ed in Asti ed in Alessandria, esentando
gli abitanti dell'uno e dell'altra città del pedaggio deUe navi. E le
due città promettevano di considerare quei di Masio come loro cit-
tadini. Atto importante adunque: in questo modo i due comuni
rendevano difficili le comunicazioni del marchese di Monferrato con
i suoi possessi a sud del Tanaro.
Bonifacio I, dopo la vittoria su Asti volle armarsi anche contro
l'altro comune. Così Enrico VI, per ricompensare il marchese del-
l'aiuto accordato ai comuni lombardi, l'8 dicembre del 1191 gli
concedeva un diploma di riconferma del possesso di Gamondio, di
Marengo, di Foro con tutti i diritti feudali e con tutti i diritti regali,
come già nel 1164 aveva concesso Federico Barbarossa a Gugliel-
mo V. Non era dunque una concessione nuova, ma era l'affermazione
che né imperatore né marchese intendevano abbandonare i loro di-
ritti, era l'affermazione che tutt'attorno ad Alessandria vi era la giu-
risdizione marchionale sulle antiche corti che continuavano a vivere,
libere da Alessandria.
Ma un brutto regalo faceva l'imperatore al Piemonte associando
il Monferrato al blocco antimilanese! Legava infatti le vertenze di
LA GUERRA ATTORNO A TORINO 315

Lombardia a quelle del Piemonte, associava gli interessi di Asti con


quelli di Milano. Anziché verso la pacificazione, si andava verso una
conflagrazione più vasta e più grave.

4. La guerra attorno a Torino

II vescovo di Torino, Milone di Cardano, aveva adunque trion-


fato sul Conte di Savoia, grazie ai bandi ed alle armi imperiali.
Nel 1188 gli successe nella sede di Torino un personaggio canave-
sano e certamente imperialista, Ardoino di Valperga. La situazione
della signoria vescovile pareva ottima: Rivoli, Pianezza erano nelle
sue mani; anche Chieri e Tortona erano sottomesse. Tuttavia quando
Tommaso I di Savoia si fu riconciliato con l'impero ed incominciò
a comparire in Val di Susa ed in Val d'Aosta, quanti mordevano
il freno per la potenza del vescovo, si sentirono incoraggiati ad agi-
tarsi: l'attrazione sabauda si fece di nuovo sentire sino a Torino.
E le conseguenze si ebbero presto: se i vecchi vassalli di Rivoli
erano stati cacciati da Milone di Cardano, il suo successore nel 1190
credette opportuno venire ad un accordo; restituì loro i beni che
avevano avuto il giorno in cui erano usciti di Rivoli, ma con l'im-
pegno che non potessero passare più di una notte in Rivoli, ma solo
potessero venirvi le loro donne con i bifolchi per lavori campestri.
Più tenaci nell'opposizione al vescovo apparivano i signori del con-
sortile di Piossasco che pretendevano diritti su Rivoli e su Piobesi;
ma più grave ancora era il contrasto creato dall'insofferenza della
signoria episcopale che dimostrava ora il comune di Testona.
In Torino invece il vescovo appare in relazioni corrette con
il comune che naturalmente traeva il maggior vantaggio dal conser-
varsi della signoria episcopale e forse i comunella ed i vassalli delle
regioni più che al vescovo, pensavano al peso del comune torinese.
Ardoino di Valperga era in buoni rapporti con l'impero: nel 1191
venne a Torino il castellano di Annone, Tommaso, che si diceva
« totius taurinensis episcopatus Legatus », per riscuotere dal vescovo
Ardoino il fodro per tutta la sua signoria. Secondo i patti, solo a
Chieri i consoli poterono versare direttamente il fodro.
Dopo il fallimento dell'impresa imperiale di Napoli, le agita-
zioni nella regione torinese si fecero vivaci: ad un determinato
momento il vescovo Ardoino cadde prigioniero dei Piossasco. Ma
anche in Torino si ebbe irrequietudine ed insofferenza dell'autorità
episcopale.
316 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

Soltanto nel luglio del 1193 parve ristabilirsi la pace e ne pagò ora
le spese la signoria episcopale. Infatti il vescovo concedette ai
consoli di Torino il diritto di poter usare in guerra dei castelli
episcopali di Testona, di Rivoli, di Montosolo e di tutti gli altri
suoi; esentò tutti i cittadini torinesi dal pagamento dei pedaggi e
di altri tributi a Testona. In compenso il comune di Torino inden-
nizzò i signori della Rovere ed i signori di Piossasco perché rinun-
ciassero a favore del vescovo per i diritti che avevano quelli in Pio-
besi, questi in Testona. Così il comune di Torino riusciva a met-
tere le mani sui castelli del vescovo ed a stabilire delle proprie
basi nel territorio. Dopo questo primo accordo fu possibile un trat-
tato più importante tra il vescovo ed i signori di Piossasco: questi
abbandonarono al vescovo tutti i diritti in Testona, ebbero invece
in cambio come feudo il castello di Piobesi con certe restrizioni e
limiti; inoltre rinunciarono a discutere i loro diritti su Rivoli, rin-
viando la questione di quindici anni. La pacificazione fu fatta alla
presenza di Tommaso di Annone e con la sua approvazione: appa-
rentemente la signoria episcopale torinese era intatta, ma le conces-
sioni fatte alle varie parti erano ben notevoli ed indicavano che la
trasformazione dell'assetto politico locale non era lontano.

5. Le relazioni di Vercelli e di Novara dopo la distruzione di


Biandrate

La distruzione di Biandrate per opera dei vercellesi e dei nova-


resi nel 1168 iniziò una fase nuova nella storia della regione e dei
due comuni. Come si giungesse alla distruzione ignoriamo; era ini-
ziativa vercellese o novarese? Ancora nel 1167 i conti di Biandrate
rinnovavano la carta di costituzione dei comune locale: come questo
si colleghi con l'avvenimento dell'anno seguente ci sfugge. È da
credere che i milanesi fossero costretti ad abbandonare il conte di
Biandrate col quale avevano avuto per tanto tempo rapporti ottimi,
cordialissimi, all'odio dei novaresi e dei vercellesi.
E contro i conti di Biandrate non si combatteva in omaggio
ad ideologie. Essi dovevano avere seminato ampiamente l'odio nelle
popolazioni rustiche delle loro terre. Li stringeva infatti la necessità
del servizio militare per l'imperatore, del tributo, di qui
necessa-«;«mpntp nroveniva la loro durezza. Di Guido conosciamo la
risposta
•• - T7_i:_ A\ Pavia per i
banni di Villanova: poiché un Signore già percepiva la terza pane
dei banni di metà della villa, egli rispose: « è per questo che io
pretendo la terza parte dei banni dell'altra metà ». Peggiori furono
i figli: il maggiore Uberto che era a capo della consorteria, chiamato
per una sua peculiarità fisica « il marchese dal naso d'argento » alla
osservazione che le sue pretese in un processo erano troppe e che
egli aveva torto, rispose: « Lo so, ma mi è più caro aver torto
che ragione ».
Dopo la distruzione, i due comuni vennero a grave lotta per
il possesso del territorio conquistato, Pare che i vercellesi si fossero
stabiliti in Biandrate con grave disappunto dei novaresi. Scomparso
il vecchio ed illustre Guido di Biandrate, i figli suoi Uberto, Gu-
glielmo, Lanfranco, Raineri, Ottone, per non tener conto dell'altro
figlio Guido l'intruso arcivescovo di Ravenna, furono presto spinti
a dividere i possessi aviti. Come sìa avvenuta questa divisione è
quanto ignoriamo: alla tregua di Venezia del 1177 figurano ancora
complessivamente: « Cornites de Biandrate cum omni terra sua quam
tenent ». Nel 1179 Ottone agisce per proprio conto stipulando un
accordo con il comune di Vercelli: avrebbe assunto il cittadinatico
del comune, per sé e per quaranta suoi vassalli, avrebbe pagato fodrc
per dieci mila lire pavesi personalmente e l'avrebbe fatto pagare pure
da tutti i suoi sudditi come cittadini di Vercelli; avrebbe tenuto
come feudo del comune il castello di Mongrando e quello che aveva
in Candelo, in Arborio, in Albano e tutto quello che teneva sulla
destra della Sesia; per i possedimenti di Val Sesia avrebbe parte-
cipato alle guerre del comune e senza consenso dei consoli non avrebbe
fatto conquiste da Romagnano in su in Val Sesia e non vi avrebbe
costruito castelli. Ottone di Biandrate ratificò l'infeudazione di Mon-
grando solo nel 1182; nel 1190 appare ancora legato a Vercelli.
Novara e Vercelli rimasero in aperto contrasto per la questione
di Biandrate dopo la pace di Costanza. Nel 1187 dovette Enrico VI,
da Lodi, imporre una tregua ai due comuni che lottavano aperta-
mente; l'anno dopo la Lega Lombarda cercò di intromettersi: ì ret-
tori si riunirono in Vercelli ed imposero una tregua tra le due parti
sino alla Pasqua del 1189. Enrico VI aveva affidato il giudizio della
controversia ai suoi rappresentanti di Piemonte, i castellani di Gavi
e di Annone. Fu una questione difficile: le due parti si palleggiavano
le responsabilità di aver rotto la tregua. Gli arbitri dopo essersi visti
a Vercelli, a Saluggia, a Breme, a Milano, giudicarono nell'aprile del
1190: dichiararono colpevoli di rottura di tregua ì vercellesi e li
318 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

condannarono a pagare la multa: essi avevano contro la tregua fatto


una scorreria sino a Romagnano devastando le campagne e distrug-
gendo un ponte sulla Sesia, Fu ristabilita la tregua, ma subito rinac-
que il conflitto perché le due parti si contendevano l'omaggio dei
signori di Gattinara. Questa volta la sentenza fu favorevole a Ver-
celli. Nel dicembre del 1191 l'imperatore si rioccupò, a Milano,
della controversia novaro-vercellese: impose che tutti i cittadini delle
città dai 14 ai 70 anni gli giurassero di conservare la pace in per-
petuo, lasciando ai due vescovi locali di decidere in quel che sarebbe
stato loro possibile; le altre questioni sarebbero state deferite al
tribunale imperiale.
Soltanto nel 1194 Vercelli e Novara si misero d'accordo.
Il 25 maggio 1194 i due podestà si trovarono alla chiesa di
Casalino e decisero non solo di far la pace, ma anche di al-
learsi per combattere i comuni nemici; e fu deciso che Bian-
drate dovesse rimanere distrutto, né potesse mai essere rico-
struito né dagli uni né dagli altri; così i conti di Biandrate non
avrebbero potuto essere accettati come cittadini né di Novara né di
Vercelli e neppure gli abitanti di Biandrate, esclusi quelli che già
avessero giurato nel passato il cittadinatico o nell'uno o nell'altro
luogo; i due comuni avrebbero in comune riscosso il fodro e gli
altri tributi delle terre appartenenti alla giurisdizione biandratense;
i novaresi avrebbero avuto per sé Casaleggio e Galgarengo, i ver-
cellesi, Casalvolone; solo di comune accordo avrebbero potuto co-
struire un ponte sulla Sesia. Cosi i due comuni rientravano nella
pace, ma a danno dei conti e della città di Biandrate condannata
a scomparire definitivamente, I due comuni misero nei loro statuti
uno speciale capitolo « De tenendo destructo Biandrate ». La disgre-
gazione dei domini aveva impedito evidentemente ai conti di Bian-
drate di reagire e poi i buoni accordi di Federico Barbarossa con
la Lega e specie con Milano lasciarono disarmati i conti, i quali erano
rappresentati solo da Uberto e da Raineri; questi cercarono ora in
Enrico VI un difensore.
Desideroso di non alienarsi né vercellesi né novaresi, Enrico VI
cercò di indennizzare Uberto e Raineri di Biandrate in qualche modo.
Al secondo concesse l'investitura di una città che era in mano dei
funzionari imperiali: Ivrea. Giuridicamente Pautorità dell'impero su
Ivrea era ben defendibile. Infatti il vescovo di Ivrea non poteva
sostenere di avere mai avuto autorità comitale in città e quindi non
poteva arrogarsi il diritto di investire i consoli del comune, secondo
LE RELAZIONI DI VERCELLI E DI NO VARA

319

l'articolo Vili del trattato di Costanza. Federigo Barbarossa aveva


stabilito in Ivrea come podestà e vicario Drushard di Kestenburg:
a costui toccò ora di investire Raineri di Biandrate del suo nuovo
feudo di Ivrea. Il conte potè bensì installarsi nel castello d'Ivrea,
a San Maurizio, ma si trovò di fronte l'ostilità del vescovo e del
comune, tutti e due desiderosi del vecchio stato di cose: la finta
autorità comitale del vescovo e l'apparente dipendenza del comune
dal vescovo. La città si rifiutò di riconoscere il nuovo signore. Si
venne a guerra tra il conte di Biandrate e gli eporediesi. Il comune
di Vercelli, che fin dal 1170 aveva costretto gli eporediesi a rico-
noscere la sua egemonia, non tardò ad intervenire con lo scopo
evidente di far naufragare la signoria del conte Raineri su Ivrea.
Una tregua fu accettata dalle parti, ma poi gli eporediesi si lamen-
tarono che il conte l'avesse rotta; nel novembre del 1192 i consoli
di Vercelli nuovamente intervennero e rifecero la tregua. Raineri
giurò e così pure il fratello suo con i figli; e dall'altra parte i consoli
ed il vescovo di Ivrea: tutti erano convenuti sulla spianata davanti
al castello di San Maurizio.
Poco prima però i consoli di Ivrea si erano assicurati l'appoggio
di Vercelli giurando l'omaggio per i due castelli di Sant'Urbano e
di Bolengo, secondo gli impegni contratti nel 1169.
Una fase inaspettata della lotta tra eporediesi ed il conte di
Biandrate si ebbe nel 1193: durante l'assenza di Enrico VI dal-
l'Italia, il conte Raineri fece il passo falso di accettare l'intervento
dei giudici imperiali di Pavia a cui l'imperatore aveva affidato la
causa. La sua richiesta era semplice: « chiedo ai consoli ed ai citta-
dini di Ivrea di restituirmi la fedeltà che prima prestavano e dove-
vano prestare all'impero ».
Spiegarono i suoi rappresentanti che per ordine dell'imperatore,
il conte era stato immesso in possesso di Ivrea, del castello, della
giurisdizione e di tutto ciò che l'imperatore possedeva, avendogli
il tutto dato in feudo. Da parte del comune si negò che il conte
avesse tale diritto; l'imperatore non poteva avere fatto detta con-
cessione e se l'avesse fatto, dicevano « concessionem de iure non
valere » perché quella fedeltà gli eporediesi la dovevano all'impe-
ratore « ratione corone et imperii» e del resto prima l'imperatore
aveva concesso il comitato al vescovo di Ivrea al quale prestavano
fedeltà. Ribatterono i procuratori del Biandrate affermando il buon
diritto dell'imperatore di alienare, di trasferire domini, mostrando
che in questo caso l'imperatore ed il conte avevano fatto un cambia
320 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

ecc. Ma sebbene fossero venuti a Pavia per sostenere 3a propria


causa i due fratelli Raineri ed liberto di Biandrate, i giudici assol-
sero gli eporediesi dalle richieste comitali, sebbene non ci sia detto
in base a quale ragionamento. È probabile che Vercelli e Novara i
cui rappresentanti apparvero anche a Pavia in quell'occasione, inter-
venissero attivamente: ma era ben strano che gli eporediesi osassero
parlare di comitato episcopale.
Il conte Raineri rimase però in possesso del castello di Ivrea.
Ma nel 1194, dopo l'accordo dei vercellesi e novaresi per Biandrate,
gli eporediesi colsero l'occasione favorevole per liberarsi del pericolo
che immineva dalla collina di San Maurizio: assalirono il castello
e se ne impadronirono; allora o più tardi poi lo distrassero. E questo
episodio che in qualche modo rappresenta la liberazione di Ivrea
dalla dominazione feudale è verisimile che sia il nucleo fondamentale
della leggenda che visse per secoli nel « Carnevale d'Ivrea ». Raineri
di Biandrate ricorse allora ad Enrico VI e questa volta furono messi
al bando dell'impero i protervi eporediesi. Però già nel luglio del
1195 essi riuscirono a riconciliarsi con l'impero e ad ottenere di
essere tolti dal bando. I Biandrate furono indennizzati non sappiamo
in qual modo, però non rimisero più piede in Ivrea.
L'indipendenza di Ivrea era però assai dubbia. Il predominio
di Vercelli la investiva da ogni parte. Numerosi sono gli atti che
ci rivelano il passaggio dei signori grandi e piccoli della regione al
vassallaggio di Vercelli. Nel 1199 vi sono dei consorti di Montaldo
e di Settimo Vittone che prestano giuramento di assicurare la strada
per i mercanti di Vercelli e di difenderli loro e le loro case; nel
1194 facendo i trattati suddetti con Novara, Vercelli riservò l'ac-
cordo con Ivrea, purché gli eporediesi non assalissero i novaresi...

6. Tor tona e le vie commerciali tra il Po ed il mare

Tortona era risorta contemporaneamente a Milano e già nel


1176, prima ancora di Legnano, Federico Barbarossa aveva accon-
sentito a riprenderla in grazia, come è detto nel solenne diploma
imperiale, « per interpositam personam » cioè per mezzo di un suo
rappresentante: aveva promesso che non l'avrebbe più distrutta, ma
anzi l'avrebbe difesa. Il privilegio del 1176 distruggeva completa-
mente tutte le disposizioni del privilegio che Federico aveva con-
cesso nel 1164 ai pavesi a danno dei tortonesi quando aveva prò-
TORTONA E LE VIE COMMERCIALI TRA IL PO ED IL MARE 321

messo a quelli che non avrebbe in eterno permesso la ricostruzione


della nemica città. Pavia dovette quindi riconciliarsi con Tortona
forse già nel 1176. Dal 1176 il comune tortonese, riconosciuto
solennemente dall'imperatore con il diritto di avere consoli e non
pochi diritti regali, potè ricostruire la sua autorità su tutto il comi-
tato episcopale.
Tuttavia, se i privilegi e le concessioni fatte a danno del comune
e della chiesa terdonense al comune di Pavia, al marchese di Mon-
ferrato, ai marchesi del Bosco e forse ad altri vennero da Federico
annullate, la disgregazione durata un ventennio fu di grave discapito
per la vita del comune stesso. Il feudalismo svìluppossi in questo
frattempo nella regione con grande vivacità ed ora occorreva ridurlo
ai legami non più con il vescovo, ma con il comune.
Fortunatamente per Tortona, i marchesi obertenghi Malaspina
già nel 1174 avevano fatto un'alleanza con il comune, sebbene que-
sto fosse ancora in rotta con l'imperatore. Opizzone Malaspina con
i figli promise di difendere i tortonesi in tutto il loro episcopato
e comitato, e per tutto il proprio dominio; i consoli del comune
promisero di dare al marchese in città un mulino, una casa, un
forno, una vigna; avrebbero difeso il marchese e tutti i sudditi suoi
ed in specie il pedaggio che possedeva nella città e che avrebbe
potuto far esigere se voleva a Serravalle Scrivia; avrebbero sempre
considerato il marchese come un membro della Lega Lombarda.
Con i marchesi di Gavi i tortonesi si accordarono solo nel 1185
e l'accordo, vedremo, fu molto importante per le questioni commer-
ciali. Della riconquista del comitato abbiamo tracce notevoli. Nel
1172 un gruppo di consorti di Volpedo e Montemarsino rimisero
ad Oberto vescovo e conte di Tortona « ac tocius terre preses » ed
ai consoli del comune il Monte della Forca, detto Monlegale, adatto
per un castello e villa e fortificazioni che essi avrebbero costruito
e tenuto in feudo dal vescovo e dal comune. Gli interessi dei due
enti in questo momento si confondevano ancora. Nel 1178 furono
i signori dì Montaldo a chiedere il consenso di costruire un castello
in onore di San Marziano e ad utilità del comune, dal quale lo
avrebbero tenuto in feudo. Più tardi si sottomise Ospinello di Ar-
quata per il casteEo di Montilario, poi i signori di Montemarsino,
poi i signori di Grondona. La città non era tranquilla che due gruppi
famigliari la riempivano dei loro litigi: erano la fazione degli Anfossi
e degli Accattapane e dei Bussetì e quella dei Pastorelli, Corogli e
Pescemasnati. Nel 1184, dopo una battaglia in cui qualcuno fu
322 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

ucciso ed altri feriti, intervenne come paciere il comune di Pavia:


gli Anfossi ed i loro aderenti furono espulsi dalla città e dal terri-
torio con divieto di ritornarvi per sei anni ed altri provvedimenti
furono presi per ristabilire la pace interna.
Se sia durata molto tempo la concordia tra Pavia e Tortona
ignoriamo. La posizione di Tortona sulle comunicazioni tra la Lom-
bardia e la Riviera Ligure metteva i due comuni piuttosto nella
necessità di ritornare a quel contrasto che già abbiamo visto nella
prima metà del secolo XII. Ci fa pensare che così sia di nuovo
avvenuto, osservando che già nel 1185 i consoli di Tortona giura-
vano ai milanesi di proteggere il loro commercio — uomini, bestie,
vetturali — transitante per la strada di Tortona da Ponte Perio a
Crenna o per la strada di-Val Scrivia per tutto il territorio del
comune. Anche negli anni seguenti Tortona continuò ad essere nelle
stesse relazioni politiche: amicizia con Milano, discordia con Pavia e
con l'alleato pavese, il marchese di Monferrato. Ce lo prova l'ac-
cordo tra Novi e Tortona del 1192: i consoli novesi si impegnavano
ad aiutare il comune di Tortona contro qualsiasi nemico, ma dichia-
ravano che non avrebbero partecipato ad attacchi contro il marchese
di Monferrato, come a questo avrebbero impedito di combattere «da
Novi contro Tortona; se però a combattere i tortonesi fossero stati i
vassalli del marchese e questi non avesse partecipato al fatto d'armi, i
novaresi sarebbero intervenuti a favore di Tortona. Da questo
documento appare che i novesi avevano giurato tempo prima l'abi-
tacolo di Tortona, ma che d'altra parte erano legati da obblighi di
vassallaggio verso il marchese di Monferrato. Ora nel 1192 i novesi
furono liberati da questo legame del cktadinatico, ma si impegna-
rono ugualmente a pagare fodro a Tortona, a mandarvi uomini per
la costruzione dei fossati ed a parteciparvi alle cavalcate.
Per quanto riguarda le relazioni di Tortona con Genova solo
nel 1197 troviamo traccia di un nuovo accordo politico-militare per
assicurare d'accordo la pace sulla via da Genova al Po. L'accordo
del 1197 fu conchiuso per ventinove anni; obbligo reciproco di di-
fendere uomini e merci sulla strada, di rendere giustizia ai mercanti
danneggiati, di aiutarsi contro i nemici; i tortonesi si impegnavano
a non imporre nuovi pedaggi sui genovesi, a dar loro piena libertà
di commercio dei grani. Vi erano pare contrasti per certi boschi tra
gli uomini di Serravalle — distretto tortonese — e quelli di Gavi —
distretto genovese; — per questi la decisione sarebbe stata data ad
arbitri. Per altre discordie tra quei di Serravalle e di Precipiano
TORTONA E LE VIE COMMERCIALI TRA IL PO ED IL MARE 323

da una parte e gli uomini di Gavi e di Voltaggio avrebbero deciso


i castellani locali.
La pace non durò che pochi mesi: nel 1198 la questione di
Gavi si presentò gravissima e determinò lo scompiglio in tutta la
regione.
Nel 1191 i genovesi avevano chiesto all'imperatore Enrico VI
che ne sollecitava l'intervento in Sicilia la cessione del castello di
Gavi e l'ottennero. Nel diploma imperiale si dice appunto: « Con-
cedimus eis in feodo castrum Gavii cuoi pertinentiis ». Sappiamo
che Enrico VI aveva in sue mani il castello di Gavi; ma non sap-
piamo come o lui o Federico I lo avessero avuto dai marchesi.
In realtà dai documenti seriori della questione pare che i marchesi
avessero dato all'imperatore solo il torrione (domignonum Gavi).
Ma i genovesi misero tosto le mani su tutto il castello ed anche
sul pedaggio, sul quale nel 1195 appaiono d'accordo con i marchesi
per la divisione. I marchesi di Gavi si divisero: Guglielmo accettò
il fatto compiuto per il castello, anzi donò al comune di Genova
una casa che egli aveva ricevuto in dono dall'imperatore: i fratelli
invece protestarono. Guido mise la sua sede a Tassaria, in un ca-
stello da lui costruito su un monte presso Gavi. Nel 1198, morto
cioè Enrico VI, il marchese Guido cercò di riconquistare Gavi con
una sorpresa notturna. Si procurò a ciò l'aiuto dei marchesi di Pa-
rodi, dei Malaspina e dei tortonesi che intendevano respingere i
genovesi oltre il giogo.
Il tentativo fallì. I genovesi svelti salvarono Gavi e poi anda-
rono al contrattacco: assediarono e distrussero il castello di Tassaria,
poi sconfissero e respinsero l'esercito tortonese di Serravalle. Così
la coalizione antigenovese andò a rotoli.
I marchesi di Parodi furono costretti a cedere il loro castello;
Guglielmo marchese di Gavi abbandonò a sua volta tutti i diritti
che potevano spettargli sui castelli di Gavi, Montemarsino, Gron-
dona, Pozzolo, Gatorba, Montilario ed altri ancora che si trovavano
nel territorio tortonese; i marchesi Malaspina, Alberto di Opizzone
e Guglielmo di Moroello, a loro volta si rassegnarono a venire a pace
con Genova giurando fedeltà, promettendo di prender parte alle
guerre che i genovesi combattessero tra i monti, da Parodi a Gavi,
sino a! mare, con 15 cavalieri e 200 arcieri; per riguardo ai torto-
nesi, se i marchesi come alleati di Genova avessero dovuto com-
battere contro di essi e quindi non avessero più potuto raccogliere
324 COMUNI E FEUDATARI IN PIEMONTE NELL'ETÀ DI ENRICO VI

il loro pedaggio di Tortona, avrebbero potuto esigerlo a Gavi, a


Voltaggio od anche alle porte della stessa Genova.
Anche i tortonesi acconsentirono a venire a pace e se ne fecero
arbitri i pavesi, escludendo però dall'arbitrato i marchesi di Gavi
e di Parodii. La pace fu conchiusa nel marzo del 1199 alle condizioni
già stabilite nel 1197, in più i tortonesi dovettero rinunciare ad
ogni diritto su Gavi e su Parodi e promettere di non aiutare i
marchesi contro Genova, cedere ai genovesi ogni diritto sul castello
di Montaldo e su tutte le ville oltre la Scrivia verso Gavi, ed infine
che non avrebbero costruito o comperato nessun castello oltre la
Scrivia verso Genova. Così l'influsso politico di Genova venne ad
essere rafforzato a settentrione dei Giovi sì da minacciare i comuni
della pianura.
CAPITOLO XII

LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

1. Nuove lotte tra Asti ed i marchesi aleramici, - 2, La


ripresa della politica imperiale in Italia. - 3. La situazione
dopo la conquista sveva in Sicilia. - 4. La reazione antiim-
perìale in Piemonte dopo la motte di Enrico VI.

1. Nuove lotte tra Asti ed i marchesi aleramici

Non sappiamo se la tregua del 1191 tra Asti ed il marchese


di Monferrato sia durata veramente sino all'Ognissanti del 1192 o
se già sia stata violata prima. Certo d'ambo le parti si andavano
cercando alleati ed amici per accrescere le forze in previsione di un
nuovo conflitto. Alessandria si rassicurò l'amicizia dei signori di
Sannazzaro, di Rivalta Bormida, di Rocca d'Orba, di Belmonte e
sopratutto quella di Genova. Naturalmente il trattato con Genova
era il più importante: gli alessandrini ottenevano l'esonero da ogni
pedaggio per l'accesso al porto dì Genova, in cambio promettevano
di difendere i genovesi ed il loro possesso di Gavi.
A sua volta anche Asti ridusse a vassalli i signori di Montarla,
conchiuse un'alleanza con i signori di Bra. Così pure Bonifacio di
Monferrato regolò i suoi rapporti con i marchesi di Busca: il mar-
chese Berengario, il fratello maggiore di Manfredi Lancia cedette
al marchese di Monferrato la sua parte (1/16) del comitato di
Loreto e la metà di Cossano, dichiarandosi suo vassallo. Il comune
astigiano che poco prima, nel 1188, aveva ottenuto dallo stesso mar-
chese Berengario la metà di San Stefano Belbo, si trovava ora ad
urtare sul Belbo con un nuovo possesso di Bonifacio di Monferrato.
Questi si era pure procurato un alleato importante in Alba, la rivale
di Asti nei commerci e nella espansione in Val di Tanaro.
326 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

L'antica amicizia tra Asti ed Alba che abbiamo riscontrato verso


il 1170 si era attenuata con lo sviluppo dei commerci dei due co-
muni. Un esempio tipico dei contrasti tra Asti ed Alba si ebbe nel
1181: una carovana di mercanti albesi provenienti dalla Francia
venne bloccata in Racconigi dagli astigiani. Intervenne allora il mar-
chese di Saluzzo, Manfredo I, che con il pretesto di salvare le mer-
canzie degli albesi dalle unghie astigiane le fece trasportare a Saluzzo
... per riaverle gli albesi dovettero pagare trecento lire e trecento
soldi astesi.
Adunque tra Asti ed Alba vi era già rottura: è vero che d'altra
parte il comune di Alba continuava ad essere nelle migliori relazioni
con il vescovo d'Asti, come dimostrano gli accordi relativi al castello
di Monticelìo del 1187 e del 1190: il castello tolto al vescovo fu
riconquistato dagli albesi e da essi tenuto come feudo episcopale.
Nel 1191 il marchese di Savona stipulando accordi con Asti, avver-
tiva che non intendeva dover combattere contro il comune d'Alba,
alleato del marchese di Monferrato; così nel 1192 trattando con i
signori di Montaldo, gli astigiani dichiaravano loro nemici il mar-
chese di Monferrato, il marchese di Saluzzo, il marchese di Busca,
i conti di Biandrate, il comune d'Alba.
Asti opponeva un blocco considerevole di alleati: il comune
di Alessandria, il comune di Chieri, il vescovo di Torino, Manfredi
Lancia marchese di Busca, i conti di Cocconato, i marchesi d'Incisa,
i signori di Bra e vari altri signori minori. Alleati sicuri. Aìessandria,
per difenderrsi, non poteva non essere con Asti, il vescovo di Torino
trovava in Asti appoggio non tanto contro il marchese di Monfer-
rato, quanto contro il Conte di Savoia, cugino, alleato, protetto dal
marchese; gli Incisa, i Cocconato, i Di Bra trovavano preferibile la
signoria astigiana ai legami verso il marchese di Monferrato.
Nulla sappiamo della guerra, se si svolse e come si svolse: già
nell'aprile del 1193 dopo trattative che dovettero essere lunghe, Asti
ed il marchese Bonifacio conchiudevano un nuovo accordo. Il mar-
chese abbandonava la Rocchetta al comune, disinteressandosene per
sempre; acconsentiva che la sua vertenza con gli Incisa fosse sotto-
posta al giudizio di Moroello Malaspina e di Guglielmo di Parodi;
avrebbe tenuto Felizzano come feudo del comune; avrebbe operato
con Asti la restituzione reciproca di quanto possedevano in Mom-
bercelli ed in Malamorte, avrebbe restituito Cocconato a quel conte,
avrebbe indotti i feudatari di Montiglio e di Murisengo alle dipen-
denze del comune d'Asti; avrebbe restituito quanto aveva avuto per
NUOVE LOTTE TRA ASTI ED I MARCHESI ALERAMICI 327

il riscatto loro dei prigionieri astigiani ed alessandrini, avrebbe pa-


gato i debiti contratti in Asti, abbandonato ad Asti il pedaggio che
prelevava sulla sua strada (forse a Felizzano) sino a liquidazione
completa di tutti questi impegni finanziari, poi il pedaggio sarebbe
stato del marchese per 3/4, di Asti per 1/4. La pace fu pattuita
TU aprile nei campi tra Tonco e Frinco e fu giurata due giorni
dopo ad Annone davanti a quel castellano imperiale.
La pace del tutto sfavorevole dimostra che le sorti delle armi
erano state sfavorevoli al marchese. In nessuna questione Bonifacio
pare riuscire ad imporsi al comune astigiano. E la presenza del
podestà di Alessandria al trattato di Tonco dimostra anche che
Alessandria aveva partecipato alla vittoria delle armi. Da parte asti-
giana troviamo due sole promesse: quella di rimettere tutti i danni
ed ingiurie agli alleati del marchese, Alba, Biandrate, Saluzzo, e
quella di far pagare dai cittadini i debiti verso sudditi del marchese.
Ma non altro. L'esecuzione della pace non fu del resto facile, nac-
quero infatti tali controversie per l'applicazione di non sappiamo
qauli clausole, che fu necessario affidarne lo studio e la decisione
a Tommaso di Annone, quale arbitro.
Quali i motivi della sconfitta? Molto probabilmente il mar-
chese di Monferrato fu costretto a cedere davanti ad Asti dallo
scoppio delle ostilità tra i comuni di Lombardia. I patti che Boni-
facio aveva accettato nel 1191 lo costringevano ad un intervento in
difesa della parte imperiale: le controversie con i comuni del Tanaro
dovevano diminuire di importanza di fronte al bisogno di difendere
gli interessi maggiori, dell'impero. Infatti, nel maggio appunto del
1193, Milano fu contemporaneamente attaccata da milizie pavesi,
lodigiane, cremonesi, mantovane, bergamasche, comasche e tutto il
suo territorio fu desolato. I milanesi però, non tardarono ad avere
rinforzi da Brescia, da Parma, da Novara, da Vercelli sì da poter
fronteggiare gli avversari.
L'esercito della coalizione imperiale si era raccolto presso Lodi
e qui comparve in campo come capo e come rappresentante del-
l'impero, il marchese di Monferrato, I milanesi si avanzarono su
Lodi e costrinsero il nemico a retrocedere, infliggendogli notevoli
perdite al passaggio dell'Adda (30 maggio -1° giugno 1193). Ma
appena due settimane dopo un nuovo attacco si delineò nel Lodi-
giano; nuovamente i milanesi accorsero a respingere il nemico; poi
nell'estate si continuò a combattere e nel settembre milanesi e pia-
centini respinsero pur con gravi perdite un nuovo attacco dei lodigiani.
_ wut COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

La situazione di Milano non era facile, sebbene riuscisse con


le armi a respingere gli attacchi dei nemici. Questi il 26 giugno
avevano rinnovato la loro lega antimilanese, con un altro atto stipu-
lato in Pavia, e con l'intervento del marchese di Monferrato: per
abbattere Milano ora si era deciso di bloccarla economicamente chiu-
dendo ai suoi mercanti tutte le strade; ai milanesi sarebbe stato
vietato di accedere a Genova ed agli altri porti liguri; cosi pure
sarebbe stato loro impedito di comunicare con la Francia attraverso
i valichi alpini. In questo blocco commerciale di Milano, il marchese
di Monferrato aveva una parte importante, ma forse non decisiva.
Tortona poteva tenere aperta ai milanesi la via di Genova; e Novara
e Vercelli facilitavano la via al San Bernardo ed al Cenisio.
Certo tutti questi avvenimenti distolsero l'attenzione del mar-
chese da quanto succedeva in Piemonte. Bonifacio aveva per essi
trascurato i suoi alleati: aveva forse pensato che essi potessero con-
tinuare a lottare contro Asti con le sole loro forze!
Calcolo sbagliato in ogni modo: mentre Bonifacio di Monfer-
rato era in Lombardia, un esercito astigiano sotto il podestà Giacomo
Stretti si avanzava fin sotto Saluzzo ed imponeva la sua volontà al
marchese Manfredi IL Ed infatti questi già il 26 maggio 1193
compariva nel campo degli astigiani, presso Streppo sulla Varaita
(in territorio di Saviglianoj a fare atto di sottomissione. Furono ri-
confermati i patti del 1191; Manfredi II giurò fedeltà perpetua
al comune per Saluzzo, Romanisio e Castiglione e promise che avrebbe
rispettato per le sue vertenze con Asti quanto avessero deciso quattro
arbitri. Il podestà di Asti lo investì solennemente dei tre feudi, ma
ebbe cura di prenderne personalmente possesso, assistendo al formale
innalzamento del vessillo del comune sulla torre di Saluzzo. Anche
Adelasia di Monferrato, consorte del marchese Manfredi, dovette
rassegnarsi a cedere al comune vincitore tutti i diritti che per causa
della dote poteva avere in Saluzzo: il rigido podestà non intendeva
ritirarsi prima di avere stabilito ben bene l'autorità di Asti nella
regione,
L'esercito astigiano infatti rimase a Streppo accampato ed il
21 giugno Manfredi II ritornò « in Astensi exercitu sub papilione
potestatis Astensis prope Varaytam » per prosciogliere i signori di
Romanisio da ogni legame feudale verso di lui e per far loro giurare
fedeltà ad Asti, Intanto gli arbitri avevano regolato le varie vertenze
ancora pendenti: gli astigiani avrebbero aiutato e difeso il marchese
di Saluzzo come proprio cittadino; il marchese in cambio non si
iA RIPRESA DELLA POLITICA IMPERIALE IN ITALIA

329

sarebbe interessato dei signori di Sarmatorio; gli acquisti che o il


marchese o il comune facessero in Bra sarebbero stati proprietà
comune; il marchese avrebbe pagato fodro in Asti per 500 lire.
Anche il comune di Alba cedeva in quel medesimo tempo di
fronte alla potenza di Asti. Infatti nel giugno del 1193 i consoli
d'Alba accettarono un trattato di concordia, unità e perpetua ami-
cizia con Asti: i due popoli sarebbero stati per l'avvenire concitta-
dini ed amici, sicché avrebbero fruito degli stessi diritti, anche com-
merciali, alle stesse condizioni, si sarebbero a vicenda aiutati con
eserciti e cavalcate; avrebbero diviso egualmente le conquiste, sì che
in Val di Tanaro da Govone e da Castagnole verso oriente le con-
quiste fossero di Asti, attorno ad Alba invece per un circuito di
quattro miglia, di Alba; le altre conquiste fossero per un quarto
albesi e per tre quarti" astigiane; gli astigiani non conquistassero terre
del vescovato d'Alba e gli albesi non conquistassero quelle del ve-
scovato di Asti e Puna città non ricevesse i banditi dell'altra città.
Con tale accordo Alba diventava certo non tanto alleata di Asti,
quanto piuttosto sua soggetta e politicamente ed economicamente,
Asti dominava ora veramente a sud del Po, dal Tanaro alle Alpi.

2. La ripresa della politica imperiale in Italia

Rientrato in Germania già alla fine del tragico 1191, per due
anni l'imperatore fu tutto occupato nelle questioni politiche tedesche.
Alle cose d'Italia provvedevano come potevano i suoi vicari; vita
grassa facevano quei suoi capitani e presidi che aveva lasciato in
varie città e castelli dell'Italia meridionale. Enrico VI però rifiutò
energicamente ogni offerta di mediazione che papa Celestino III fece
ed attendeva con impazienza il momento di poter ridiscendere nella
penisola e riprendere l'offensiva. A nulla servi il tentativo di un'in-
tesa che il re Tancredi fece liberando generosamente l'imperatrice
Costanza.
In correlazione con le intenzioni di Enrico VI per l'Italia è
da giudicare il viaggio in Germania di Bonifacio di Monferrato nel-
l'estate del 1193. Probabilmente doveva riferire sulla situazione del-
l'Italia superiore, inevitabile base di qualsiasi operazione militare
contro il regno normanno.
L'imperatore poteva constatare oramai che la sua politica lom
barda di appoggiarsi soltanto al eruDoo mmn™»» ----
330 LE LOTTE COMUNAU IN PIEMONTE DOPO IL 1194

milanese fosse fallita, tuttavia non accennò a mutarla. Così diede a


Bonifacio di Monferrato una prova capitale della sua benevolenza
concedendogli in feudo la sua nemica, la città di Alessandria. II
diploma di infeudazione fu sigillato il 4 dicembre 1193 a Gelnhau-
sen. Cesarea che Federico I aveva dichiarato nel 1183 diretta dipen-
denza dell'impero, ora era qualificata « opidum nostrum » e veniva
ad avere un signore feudale nella persona del marchese nemico:
come ora avrebbero potuto gli alessandrini resistere agli ordini impe-
riali di sottomettersi a chi nella loro città rappresentava l'impero?
Nel dicembre del 1193 i vicari imperiali d'Italia ebbero ordine da
Enrico VI di trattare con i vari comuni di Lombardia per stabilire una
pacificazione. L'imperatore evidentemente considerava ora la sua
discesa in Italia come cosa vkinissiraa. E così nel gennaio del 1194
troviamo Drushard di Kestenburg a Vercelli intento a trattare con i
rappresentanti dei comuni per ottenere la promessa che nelle loro
controversie sarebbero stati agli ordini che Enrico VI, o lo stesso
Drushard in nome dell'imperatore, avrebbe dato: il 12 gennaio
giurarono i rappresentanti di Pavia, di Cremona, di Lodi, di Ber-
gamo, di Corno, di Parma, del marchese di Monferrato, del mar-
chese Monroello Malaspina, di Milano, di Piacenza, Novara, Cesarea
(Alessandria), Brescia, Crema, Asti, Pontremoli, Gravedona, Do-
maso, Chiavenna.
Già il 14 gennaio il Legato imperiale proclamò la tregua tra
i comuni: i mercanti delle varie città potessero viaggiare liberamente
con le loro merci: per i grani rimanessero le disposizioni dei vari
comuni, ma chi volesse trasportare grano da città a città lo facesse
liberamente; si liberassero i prigionieri; grave ammenda colpisse chi
violasse la tregua. Quattro mesi dopo, il 20 aprile, Drushard di
Kestenburg trasformò la tregua in pace definita, Parma ed i marchesi
Monroello ed Alberto Malaspina sfuggirono alla pace e contro di
essi fu lanciata sentenza di bando.
Ma alla tregua ed alla pace aderirono ed il marchese di Mon-
ferrato ed i suoi due comuni nemici Asti ed Alessandria, cosi sulle
rive del Tanaro ora la pace doveva essere sicura.
Nella primavera del 1194, Bonifacio di Monferrato, dopo avere
assistito alle ultime trattative tra Enrico VI ed il suo malcapitato
prigioniero, Riccardo Cuor di Leone, ed alla liberazione di quest'ul-
timo, ritornò in Italia.
Il marchese precedeva di poco lo stesso imperatore che con
l'esercito destinato alla spedizione di Sicilia, per Coirà e lo Spluga
Lk RIPRESA DELLA POLITICA IMPERIALE IN ITALIA 331

scese a Chiavenna, insieme con la imperatrice Costanza ed il


fratello Filippo, ed arrivò a Milano già il 23 maggio. Oramai la
situazione nel regno sicUiano era stata dal destino volta completa-
mente in favore di Costanza d'Altavilla e del suo imperiai consorte.
Infatti il re Tancredi era morto il 20 febbraio precedente mentre
attendeva a respingere un attacco di truppe tedesche discese nel-
l'Abruzzo sotto la guida di Berthold di Kiinsberg. Pochi giorni prima
era pure scomparso il principe ereditario Roggero. Fu ora incoro-
nato re il più giovane figlio di Tancredi, Guglielmo III, per il quale
assunse il governo la madre. Enrico VI avrebbe quindi trovato di
fronte a sé una ben magra resistenza,
Bonifacio di Monferrato si fermò nei suoi stati poche setti-
mane: già il 3 giugno raggiungeva Enrico VI a Piacenza, poi mentre
l'esercito imperiale si metteva in marcia verso il sud, l'imperatore
ed il marchese si recavano a Genova per procurarsi l'appoggio di
quel comune; così pochi giorni dopo iniziavano allo stesso scopo
trattative con Pisa. Quindi Enrico VI raggiunse l'esercito; il mar-
chese Bonifacio invece si imbarcava sulla flotta genovese di cui
assumeva il comando, quale Legato imperiale, insieme con il podestà
Uberto di Olevano.
Sebbene così poco si fosse arrestato il marchese Bonifacio nel
suo Monferrato, pure i preparativi militari che dovette compiere
per l'imminente spedizione e poi più ancora l'annuncio dell'arrivo di
Enrico VI con un esercito formidabile, inquietarono assai i comuni
pedemontani. Questo stato di inquietudine ci è segnalato dai prov-
vedimenti presi dai vari comuni. Il 9 maggio 1194 Asti e Vercelli
si allearono e firmarono un trattato contro il marchese: alleanza
per cinquantanni ; se il marchese avesse rotto il trattato conchiuso
con una delle due città, determinando la guerra, l'altra città avrebbe
dovuto entro quattordici giorni partecipare anch'essa al conflitto; la
guerra sarebbe stata condotta d'accordo, ed i due comuni avrebbero
dovuto raccogliere le loro genti in determinate località; il trattato
sarebbe stato riconfermato ogni dieci anni. Pochi giorni dopo anche
Vercelli e Novara venivano ad accordi: apparentemente il trattato
era diretto contro i conti di Biandrate, ma in realtà mirava anche
il loro protettore, il marchese di Monferrato (25 maggio 1194). Nel
luglio Asti e Chieri si univano in alleanza, prendendo impegno di
non fare pace separata per guerra iniziata di comune accordo. Il
comune di Chieri affermava così praticamente la sua indipendenza
dal vescovo di Torino e dai conti di Biandrate.
332 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

I rapporti tra Asti ed il marchese di Monferrato nel 1194 si


collegavano con la vecchia questione spinosa del comitato di Loreto.
Un documento dell'8 maggio di quell'anno ci presenta la nuova situa-
zione della questione. Tre rappresentanti del comune astigiano si
presentavano in quel giorno a Bonifacio di Monferrato ed a Man-
fredi Lancia marchese di Busca che si trovavano insieme a Casta-
gnole oltre Tanaro ed ai due marchesi presentavano una diffida circa
quanto stavano combinando. Era presente pure il castellano impe-
riale di Annone, Tommaso. Da parte astigiana si avvertiva il mar-
chese Bonifacio che metà del castello e comitato di Loreto appar-
teneva al comune per la cessione fatta da Ottone il Bovaro nel 1149 e
per la riconferma del 1188 del suo erede Bonifacio di Cortemilia; si
guardasse bene dal comperare quindi quello che era già per buon
diritto proprietà del comune. Analoga diffida fu fatta al marchese
Manfredi Lancia: non vendesse, non cedesse quello che egli teneva
solo a titolo di feudo d'Asti. Alla diffida i due marchesi risposero
che non si trattava nei loro accordi di terre appartenenti ad Asti;
Manfredi Lancia affermò che intendeva cedere al marchese Boni-
facio un suo allodio. E probabilmente tra i due si doveva discutere
di quella parte (1/16) che Manfredi Lancia possedeva in proprio
come sua quota della divisione fatta della metà di Loreto che Boni-
facio di Cortemilia aveva lasciato ai nipoti. Ma forse non si trattava
soltanto di quello: non è da escludere che il marchese Bonifacio
utilizzando forse qualche somma di denaro avuta alla corte di En-
rico VI non intendesse trattare con Manfredi Lancia sempre biso-
gnoso di denaro, come ci dice Peire Vidal, per qualche cessione di
Loreto anche in danno del comune d'Asti. Questo però vigilava
per impedire che improvvisamente il marchese di Monferrato diven-
tasse conte di Loreto.
Ad una riorganizzazione delle forze locali antiastigiane ci ripor-
tano alcuni documenti del 1193 e del 1194: così nell'agosto di
quest'ultimo anno, due baroni aleramici, il marchese Guglielmo di
Ceva ed il fratello Bonifacio marchese di Clavesana, stringevano
alleanza con il comune di Alba: infatti si dichiaravano cittadini del
comune, promettevano di comperare casa in città, promettevano e
reciprocamente esigevano l'aiuto di dieci cavalieri e di duecento
fanti, in caso di guerra.
Lo stesso giorno anche Manfredi II di Saluzzo si accordava
con Alba e si dichiarava cittadino del comune, giurando di pagare
LA SITUAZIONE DOPO LA CONQUISTA SVEVA DI SICILIA 33>

i tributi del comune come altro cittadino, per 400 lire astesi e di
avere in Alba una casa per 100 lire; maggiori impegni, e militari,
come i suoi consanguinei di Ceva, non si arrischiava a contrarre,
dati i suoi legami feudali con Asti.
Il passaggio di Enrico VI dava qualche animo ai nemici di
Asti: è vero che l'imperatore cercò di compiere l'opera di pacifica-
zione iniziata da Drushard di Kestenburg nei mesi precedenti: nei
maggio Drushard aveva ottenuto dai cremonesi l'adesione alla pace
di Vercelli, Ora le due parti liberarono i prigionieri per ordine di
Enrico VI; solo Piacenza ed i Malaspina rifiutarono.

3. La situazione dopo la conquista sveva di Sicilia

La spedizione imperiale in Sicilia fu vittoriosa. La flotta geno-


vese si unì davanti a Pisa con quella pisana: ne assunse il comando
supremo Markward di Anweiler. Gaeta si arrese senza resistenza,
poi si arrese anche Napoli (23 agosto). Allora la flotta si avviò sen-
z'altro verso Messina (1° settembre). I messinesi avevano già inviato
ambasciatori a rendere omaggio ad Enrico VI ed ora riconobbero
subito il nuovo re.
Intanto l'imperatore discendeva con l'esercito: nessuna resi-
stenza; dovunque premura per riconoscere il nuovo padrone; tuttavia
per vendicarsi dei guai della precedente spedizione, Enrico VI fece
saccheggiare Nocera e Salerno, ma soprattutto Salerno rea di avere
catturato tre anni prima Costanza d'Altavilla fu crudelmente trat-
tata: i cittadini uccisi o cacciati in carcere od in esilio, i beni degli
abitanti e delle chiese divisi come bottino. Amalfi allora si affrettò
ad abbandonare l'idea di resistere e così tutte le città di tetraferma
si piegarono.
Solo alla fine dell'ottobre Enrico VI potè giungere a Messina
dove la flotta genovese-pisana da quasi due mesi attendeva. Indugio
fastidioso che favorì il prorompere delle lotte tra genovesi e pisani;
tra le due parti si combattè come fra nemici e Bonifacio di Mon-
ferrato vi prese parte insieme con i genovesi e Rambaldo di Va-
queiraz elogiandolo poi gli diceva:
A Messina vi copersi con lo scudo — Nella battaglia a voi venni in quel
momento — Che essi vi scagliavano nel petto e nel volto — Dardi e quadretti,
saette e tronconi di lancia.
334 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

La conquista della Sicilia richiese poche settimane. Già il 20


novembre Enrico VI entrò trionfalmente in Palermo ed il giorno
di Natale si faceva incoronare re nella cattedrale normanna con la
corona di Roggero II. Ad accrescere il trionfo di Enrico VI gli
giunse poco dopo la lieta notizia che la consorte Costanza arrestatasi
perché gravida a lesi, nella marca d'Ancona, ivi aveva partorito il
26 dicembre un figlio maschio. II nuovo virgulto degli Staufer per
ricordare l'avo paterno e l'avo materno insieme fu chiamato Rog-
gero Federico.
Il marchese di Monferrato rimase al fianco dell'imperatore du-
rante tutto il soggiorno di Sicilia. Non sappiamo nulla di preciso
delle sue imprese, essendo molto confuso l'accenno di Rambaldo di
Vaqueiraz:
E quando prendeste Randaccio e Paterno —• Roccella- e Termini, Lentini ed
Aidone — Piazza, Palermo e Caltagirone, — Fui io dei primi, lo videro molti
buoni baroni...

Da Palermo il marchese Bonifacio seguì poi Enrico VI nel suo


viaggio attraverso le provincie continentali: l'imperatore giunse a
Bari, dove a Pasqua (2 aprile 1195) tenne solenne dieta, presente
pure l'imperatrice Costanza, venuta con il figliolino a prendere pos-
sesso del regno normanno che era in verità tutto suo. Poscia, En-
rico VI, lasciato la consorte a reggere in nome suo il regno risalì
nell'Italia superiore. L'imperatore il 1° giugno era a Milano e poi
per Comò ritornava in Germania; il marchese Bonifacio soltanto a
Comò se ne separò.
Prima di lasciare la Lombardia, secondo la promessa fatta anni
prima ai cremonesi, l'imperatore concedette loro — in Corno, pre-
sente il marchese di Monferrato ed i rappresentanti di Pavia, di
Lodi, di Bergamo — l'investitura di Crema e dell'Insula Fulcherii
(6 giugno 1195).
La conquista del regno di Sicilia pareva dare infatti ad Enrico VI
l'assoluta garanzia che ogni ulteriore opposizione al suo dominio in
Italia era oramai vana. Il maggiore storico tedesco di Enrico VI,
il Toeche, esaminando i progetti grandiosi che in questo momento
il grande figlio di Federico Barbarossa veniva meditando, i suoi
piani cioè di sottomettere a sé l'impero bizantino, di riprendere la
Crociata in Siria, di piegare alla sua volontà il papato romano,
osserva che nel 1195 il gruppo dei comuni lombardi che faceva
capo a Milano, nella resistenza al marchese di Monferrato ed a
LA SITUAZIONE DOPO LA CONQUISTA SVEVA DI SICILIA 335

Cremona, apparivano come gli ultimi difensori della libertà italiana.


Ed in realtà nel 1195 la situazione italiana era appunto questa;
Milano ed i pochi comuni che ad esso aderivano erano per Enrico VI
l'ultimo ostacolo da superare per raggiungere la mèta: stabilire l'au-
torità degli Staufer su tutta la penisola. Questo adunque era il pro-
gramma immediato, urgente, della politica imperiale, abbattere Mi-
lano. La caduta di Milano avrebbe costretto gli astigiani a ritor-
nare alla sottomissione, come quattro decenni prima con Federico
Barbarossa.
Vero è che gli astigiani si comportavano verso l'impero con
molta prudenza, cercando di distinguere tra impero e Monferrato.
Il castellano dì Annone e nunzio imperiale, Tommaso, era pur sem-
pre rispettato, se pure con molta diffidenza: nel 1195-1196 lo ve-
diamo esercitare la sua piena autorità a Torino, ad Alba, ad Ivrea.
La tranquillità pare regnare in Piemonte, mentre in Lombardia già
nell'estate del 1195, appena partito Enrico VI, si combatte di nuovo
tra milanesi e cremonesi. Infatti appena i cremonesi furono in pos-
sesso del diploma imperiale, subito cercarono di far valere i loro
diritti di signoria su Crema. Tosto si opposero Milano e Brescia
che portarono aiuti ai cremaschi. II 13 luglio un rappresentante
imperiale lanciava il bando contro le città nemiche. Ma gli echi del
diploma imperiale a favore di Cremona furono più gravi. Milano
e Brescia, anziché accasciarsi, il 30 aprile arditamente riunivano a
Borgo San Donnino i rappresentanti di dodici città e nuovamente
giuravano i patti della Lega Lombarda. La Lega anticremonese di-
ventava così anti-imperiale e lanciava il grido di all'arme in tutta
l'Italia. I cremonesi accettarono la sfida ed arditamente combatte-
rono nel settembre ad Albera, ma furono sconfitti dai milanesi.
Il grido di all'armi! della Lega Lombarda diventava allora poe-
sia patriottica in un sirventese di Pietro de la Caravana.
Poiché così cantava sulla fine del 1195 od il principio del
1196 Pietro de la Caravana:

Di fare un sirventese — È mio proposito, così — Che possa dirlo — Presto


e breve. — II nostro imperatore — Raduna gran gente:
Lombardi ben guardatevi — Che presto non siale — Peggio che schiavi —
Se non state saldi!
Di prendere i suoi doni — Non siate cupidi, — Per farvi contendere —
— Non sarà avaro di mezzi; — Se poi vi fa imprigionare — il suo avere
vi sarà amaro.
336 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

Lombardi ben guardatevi,'


Di Pugik ricordatevi — Dei valenti baroni; — Che essi non hanno nulla
più che loro possa togliere — Fuori che le case; — Badate che non avvenga
— Altrettanto di voi!
Lombardi ben guardatevi/
La gente d'AUemagna — Non vogliate amare, — Ed in loro compagnia —
Non vi piaccia vivere, — Perché il mio cuore si dispiace — Per il loro
modo brutale.
Lombardi ben guardatevi!
Ranocchie sembrano — Quando dicono: broder, guaz; (fratello, lo paga!) —
Latrano, quando s'adunano, — Come cani arrabbiati. — Non vogliate che
vengano! — Da voi allontanateli!
Lombardi ben guardatevi!
Dio protegga la Lombardia, ■— Bologna e Milano — Ed i loro, alleati — Bre-
scia e Mantovani — Che nessun di essi sia servo — Ed i buoni Marchigiani.
Lombardi ben guardatevi!

Sentimenti di nobile fierezza; ammonimenti inspirati a dignità


nazionale.
E Peire Vidal a sua volta ammoniva:
. . .E poiché Milano è alto e sovrano, — Ben vorrei pace tra essi ed i Pavesi
— E che questa Lombardia fosse difesa — Dai vili ribaldi e dai malvagi sche-
rani. — Lombardi, ricordatevi come Puglia fu conquistata, — Come donne
e valenti baroni — Fossero messi nelle mani dei garzoni! — E di voi fanno
fra di sé peggio: divisamente.

La ricostruzione della Lega Lombarda, la sconfitta di Cremona


ristabilirono il prestigio di Milano in tutta l'Italia superiore. Un'al-
leata importante trovò ora subito Milano in Genova piena d'ira per
il rifiuto sdegnoso di Enrico VI di mantenere le promesse fatte
prima della conquista della Sicilia.
Di fronte alla minacciosa situazione si affrettò l'imperatore ad
intervenire in soccorso di Cremona e degli altri comuni fedeli. In
attesa di intervenire personalmente, nell'autunno del 1195 mandò
lettere a tutti i comuni perché rispettassero la tregua che avrebbe
proclamato il suo Legato in Italia: egli alla sua venuta nella penisola
avrebbe regolato la pace. Secondo le sue disposizioni, il vescovo
Corrado di Hildesheim, Cancelliere dell'impero e Legato per tutta ,
l'Italia, il 20 gennaio seguente, stando nella chiesa di Borgo San Don-
LA SITUA2I0NE DOPO LA CONQUISTA SVEVA DI SICILIA 337

nino, alla presenza dell'arcivescovo di Milano e dei vescovi di Ver-


celli, di Parma, di Novara, di Bergamo, di Bobbio, e di vari giudici
e castellani imperiali, tra cui Tommaso di Annone, proclamò una
tregua, intimando ai cremonesi, ai milanesi, ai cremaschi di atte-
nervisi, sino a trenta giorni dopo l'arrivo in Italia dell'imperatore;
qualora un comune violasse la tregua, gli altri comuni non avrebbero
dovuto dare né consiglio né aiuto alla parte violatrice; si liberassero
i prigionieri, le strade fossero sicure; l'imperatore od i suoi rappre-
sentanti avrebbero regolato ogni controversia.
Enrico VI scese in Italia solo nel luglio del 1196. Poiché veniva
dopo aver visitato in Franca Contea il fratello minore Ottone conte
di Borgogna, questa volta attraversò lo stato sabaudo. Vide in tale
occasione il giovane Conte di Savoia?
Il 25 luglio 1196 l'imperatore era a Torino: lo accolse il po-
destà imperiale Tommaso di Annone. Questi aveva nel novembre
precedente impetrato da Enrico VI la concessione della quarta parte
del pedaggio torinese; forse ora ottenne in feudo lo stesso palazzo
imperiale di Torino: miravano questi atti a radicare in Torino il
fido Tommaso di Annone, sì da creare in Torino una dinastia di
feudatari tedeschi, tra vescovo e comune.
Dopo avere da Torino sigillato diplomi a favore degli arcive-
scovi di Tarentasia e di Vienne, che forse lo avevano ossequiato
nel viaggio di Borgogna ed ottenutone promesse, l'imperatore pro-
seguì il suo viaggio. Il 9 agosto era a Milano, il 23 seguente a Pavia.
Quivi infatti il 15 settembre 1196 sigillava un diploma a favore del
vescovo di Torino Ardoino di Valperga: riconfermava le concessioni
già fatte da Federico I al vescovo suo predecessore, Milone, dichia-
rava nulli i contratti di feudi della chiesa torinese, fossero vendite
od impignoramenti, con il diritto di avocare quei feudi alla chiesa
stessa se i legittimi feudatari non avessero provvisto a riscattare i
feudi stessi. Enrico VI intendeva rafforzare il vescovo di Torino
contro tutti quelli che avevano in qualche modo messo le mani sui
feudi episcopali: forse non tanto i Savoia quanto le grandi famiglie
feudali della regione, come i Piossasco, i Biandrate, ecc.
Contemporaneamente l'imperatore a richiesta del vescovo di
Torino, Ardoino, prendeva sotto la sua protezione la nuova certosa
di Losa, sorta in Val di Susa, come si è visto, pochi anni prima,
sotto gli auspici del Conte di Savoia; concedeva ai certosini vari
privilegi ed inviava ordine al comune di Torino di proteggere e
difendere i monaci, liberandoli da ogni pedaggio. E la stessa con-
338 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

cessione faceva il vescovo Ardoino, per quanto riguardava il suo


pedaggio di Rivoli. Si cercava adunque di far risalire l'influsso di
Torino su nella Valle di Susa, servendosi della nuova certosa.
Quale azione abbia esercitato di persona l'imperatore nelle con-
troversie dei comuni lombardi ignoriamo. Evidentemente i comuni
nemici tacquero in sua presenza. La questione di Crema rimase
ancora insoluta. Fu regolata invece, non sappiamo se per influsso
di Enrico VI, ma è probabile, la vertenza di Milano e di Comò per
Gravedona e Domaso che furono assegnate al distretto comasco con
un accordo tra le due città (16 settembre 1196). Se però nell'agosto
del 1196 Enrico VI soggiornò per alcuni giorni in Milano, i rap-
porti suoi con i milanesi non dovevano essere pessimi. Od almeno
i milanesi credettero opportuno essere modesti.
Da Pavia, l'imperatore prese la via dell'Italia meridionale. Il
21 settembre era già a Fornovo ed ora forse lo lasciarono il mar-
chese di Monferrato, il conte di Biandrate, il marchese di Parodi
ed altri feudatari dell'Italia occidentale. Enrico VI continuò lenta-
mente il viaggio verso Palermo: solo nel febbraio attraversava lo
stretto di Messina e nell'isola doveva pochi mesi dopo venire a morte
(28 settembre 1197). Aveva appena 32 anni: lasciava incompiuti i
grandi progetti sognati.

4. La reazione antiimpenale in Piemonte dopo la morte di ìLnrica VI

La notizia della morte dell'imperatore svevo non tardò a dif-


fondersi per tutta la penisola. Sentimenti di dolore e di timore negli
imperiali, sentimenti di sollievo, di gioia anzi negli avversari. Il trono
è vacante, l'erede di Enrico VI è un bambino di tre anni: scom-
parso il pericolo dell'egemonia sveva su tutta la penisola, scomparso
il pericolo dell'umiliazione del papato.
Asti ed Alessandria si misero alla testa del movimento anti-
imperiale.
Appena la notizia della morte di Enrico VI arrivò ad Asti, si
prese una decisione solenne per affermare la propria indipendenza:
la riconquista del castello di Annone. Per Asti non poteva esservi
tranquillità finché ad Annone vi fosse un presidio tedesco. Il 29
novembre il podestà con il consiglio deliberava su questioni cittadine
stando « in obsidione Noni ». Il 4 dicembre Annone si arrese. Il
castellano Tommaso era lontano, forse presso il marchese di Monfer-
LA REAZIONE ANTIIMPERIALE IN PIEMONTE

339

rato; il comune di Annone si affrettò a venire a patti con gli asti-


giani, ottenendo che la castellana Elena potesse liberamente partir-
sene con i figli e soprattutto ottenendo il riconoscimento di tutti gli
usi e libertà del luogo. Pochi giorni dopo il comune d'Asti faceva
solenne decreto di tenere in perpetuo e di non mai alienare il castello
di Annone e tutte le sue dipendenze e tutto il comitato di Serra-
lunga e Musanza, Musanzola, Travezzola, Dusino, Refrancore, Cerro,
Foresto, tutti i possessi cioè che i tedeschi avevano riunito ad Annone,
II baluardo svevo nella Valle del Tanaro era scomparso. Anche
Alessandria proclamò la sua indipendenza abbandonando definitiva-
mente il nome di Cesarea: rivendicava la sua origine anti-imperiale.
Bonifacio di Monferrato fu invece colpito in pieno dalla scom-
parsa dell'imperatore e protettore: ora la lotta con Asti e con Ales-
sandria si presentava difficile, pericolosa.
I diritti che i diplomi imperiali gli avevano dato su di Ales-
sandria minacciavano di rimanere vani, se Bonifacio non fosse riu-
scito a rompere il blocco dei due comuni, anzi per dominare Ales-
sandria occorreva prima abbattere Asti. E con quest'ultimo comune
le relazioni non erano migliorate: la questione del comitato di Loreto
si era inviperita assai di più. I sospetti degli astigiani che il mar-
chese di Monferrato volesse installarsi davvero a Loreto avevano
avuto una grande conferma.
Di ritorno dall'aver accompagnato Enrico VI sino a Fornovo
nel suo ultimo viaggio d'Italia, nell'autunno del 1196, il marchese
Bonifacio si era trovato il 3 novembre di quell'anno a Dogliani
presso Manfredi Lancia e con lui aveva conchiuso un importante
trattato; l'acquisto cioè di tutta la terra che Manfredi Lancia pos-
sedeva in Lombardia: il castello di Dogliani, la metà del comitato
di Loreto e di San Stefano e di Cossano e della Rocchetti e di
Favrie e tutta l'altra terra, escluso Bossolasco, Niella, Recisio, Boves;
il prezzo era fissato in 5000 oncie d'oro. Manfredi Lancia avrebbe
riavuto tutti questi domini in feudo dal marchese di Monferrato,
al quale, alla sua morte, le terre sarebbero ritornate. All'accordo
erano presenti Manfredi marchese di Saluzzo, Ottone marchese del
Carretto come per dare maggiore importanza all'accordo e forse
anche per dare maggiore carattere di ostilità ad Asti.
Aveva veramente Bonifacio versato il denaro od era un acquisto
fittizio ? Molto probabilmente il contratto del 3 novembre 1196 rego-
lava una situazione finanziaria già preesistente. Manfredi Lancia do-
vette introitare assai poco del denaro pattuito, sia che fosse già
340 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO It 1194

debitore del marchese Bonifacio o che questi si impegnasse a rego-


lare debiti di Manfredi Lancia. Ma ora il marchese di Monferrato
appariva come predominante a Loreto: dopo aver acquistato nel
1192 la parte di Berengario di Busca, ne acquistava quella di Man-
fredi Lancia e praticamente si 'avviava ad eliminare i diritti di Asti
sul comitato di Loreto. Manfredi Lancia ora alle proteste astigiane
poteva rispondere di essere vassallo del marchese di Monferrato:
Asti era soppiantata. Morto Manfredi Lancia, unico proprietario
sarebbe stato il marchese. Giustamente lo storico di Manfredi Lancia,
il Merkel, richiamò l'attenzione sopra qualche documento degli anni
precedenti in cui Manfredi Lancia si intitola conte di Loreto, oltreché
marchese di Busca, quasi per affermare solennemente la sua posi-
zione di diritto di fronte ad Asti che voleva trattarlo come un vassallo.
Assai probabilmente però Bonifacio di Monferrato si era assicurato
l'appoggio di Enrico VI, perché quando gli Astigiani protestarono,
ebbero come risposta il rinvio della questione al rappresentante
imperiale in Piemonte, Tommaso di Annone. Fu nominata una
commissione arbitrale: Tommaso di Annone, il prevosto di Asti,
Elemosina (che fa l'impressione di essere un partigiano del marchese
di Monferrato). Manfredi marchese di Saluzzo, e quattro cittadini
d'Alba: amici d'Asti, questi, o del marchese?
Ma la questione di Manfredi Lancia e di Loreto fu solo una delle
tante questioni che gli arbitri dovettero esaminare; il marchese
Bonifacio presentò una cospicua serie di richieste, e gravi. Chiedeva
il riconoscimento dei suoi diritti al possesso della quarta parte di
Asti, cioè i diritti che Berta di Torino, la sorella minore della con-
tessa Adelaide aveva portato agli Aleramici per mezzo del suo ma-
trimonio con il marchese Tete; poi i feudi di Santa Maria che il
comune d'Asti aveva acquistato da individui, che il marchese diceva
suoi vassalli, presso il fiume Versa; chiedeva poi i castelli della
Rocchetta, di Montaldo, di Vigliano, di Corte Comaro, di Malamorte.
A loro volta i consoli d'Asti pretendevano i castelli di Feliz-zano,
di Vignale, le terre degli eredi del marchese Ardizzone sulla destra e
sulla sinistra del Po, la loro parte di Mombercelli, il comitato di
Loreto, le somme che il marchese doveva ai cittadini d'Asti, e poi
quei certi riscatti del 1191 che aveva promesso di restituire, ma
che non aveva restituito.
Gli arbitri emisero un giudizio che sostanzialmente era a favore
del marchese. Certo ordinavano che gli astigiani tenessero e la quarta
parte della loro città che il marchese pretendeva ed i feudi pure
LA REAZIONE ANTIIMPERIALE IN PIEMONTE 341

richiesti, ma queste richieste evidentemente miravano solo a proteg-


gere le vere esigenze di Bonifacio. Infatti per la loro città, come
per la Rocchetta e per Montaldo, gli astigiani dovevano rispettare
i diritti, cioè la « iustitia » del marchese. Per il castello di Vigliano,
gli astigiani dovevano tenerlo in feudo dal marchese; a Malamorte,
Mombercelli, Corte Comaro i diritti di ambedue le parti dovevano
essere rispettati; per Felizzano, invece, il marchese l'avrebbe tenuto
in feudo da Asti; Vignale e le terre del marchese Ardizzone erano
assegnate al marchese Bonifacio, fatta riserva per i diritti feudali di
Àsti; per Loreto, gli astigiani avrebbero dovuto aspettare a far
valere i loro diritti quando quel castello e comitato fossero vera-
mente passati al marchese di Monferrato in proprietà. Ed il lodo
conchiudeva stabilendo che il marchese Bonifacio pagasse le somme
dei riscatti del 1191 con le entrate del pedaggio di Mombaruzzo;
si facesse cittadino di Asti; avesse in città casa e pagasse fodro per
mille lire; tra il marchese ed il comune vi fosse obbligo reciproco
di aiuto (11 febbraio 1197).
Gli astigiani non dovevano essere troppo soddisfatti della solu-
zione: avere il marchese come cittadino, ed aspettare a discutere
la questione dt Loreto, che, morto Manfredo Lancia, il marchese
di Monferrato si installasse come padrone a Loreto! Né poteva gar-
bare l'impegno che, se una parte avesse violato il lodo, dovesse
essere combattuta ed i patti fossero annullati, mentre sino a che
la pace fosse stata conservata, nessuna delle parti potesse muovere
querela all'altra!
Quello stesso giorno, 11 febbraio 1197, la stessa commissione
arbitrale decideva su un'altra questione, quella dei rapporti tra il
marchese di Monferrato ed il comune d'Alba: il marchese sarebbe
diventato cittadino albese; avrebbe avuto in questa città casa, pa-
gando fodro per cinquecento lire; marchese e comune si sarebbero
prestati aiuto e difesa reciproca contro gli aggressori. Ed anche
questo atto come 0 precedente aveva avuto come testimoni Oberto
conte di Biandrate, Manfredo Lancia, Guglielmo marchese del Bosco.
Il trattato tra il marchese ed il comune d'Alba appare pieno
di significato. Alle relazioni con Asti si contrapponevano quelle con
Alba. Evidentemente si voleva sottrarre Alba alla dipendenza verso
Asti in cui l'aveva collocata il trattato del 1194; il marchese di
Monferrato avrebbe potuto disporre di Alba contro Asti e dominare
le due città ad un tempo. Si era adunque in piena politica di aggi-
ramento di Asti.
342 LE LOTTE COMUNALI IN PIEMONTE DOPO IL 1194

Due giorni dopo, proprio il 19 febbraio 1197, compariva in


Alba il marchese di Ceva Anselmo detto il molle, e concedeva l'in-
vestitura della parte del comitato di Loreto a lui toccata per l'eredità
di Bonifacio di Cortemilia, cioè 1/8, per lire 190 astesi a Lan-
franco Niello, cittadino d'Alba. Chi era l'acquirente? Lanfranco Niello
era uno dei membri della commissione arbitrale tra Asti ed il mar-
chese di Monferrato. Cosi ora Manfredi Lancia di Busca e Bonifacio
di Monferrato erano presenti non solo come testimoni, ma anche
come garanti per l'acquirente. Il contratto era quindi destinato ad
, assicurare la posizione del marchese a Loreto.
Né basta: appena un mese dopo, il 19 marzo, il marchese
Manfredi Lancia regolava con lo stesso Lanfranco Niello ed alcuni
altri albesi suoi creditori, i suoi debiti che salivano a 1033 lire
genovesi: prometteva di pagare con le 700 oncie d'oro che l'impe-
ratore Enrico VI gli aveva promesso in dono; uno dei creditori
si sarebbe interessato per introitare dall'imperatore detta somma;
se il denaro non fosse stato introitato, il marchese avrebbe dato
in pegno ai creditori la metà del castello di Castagnole e del comitato
di Loreto, oltre a quella parte che aveva già dato in pegno a Lan-
franco Niello, cioè 1/16.
Ma d'altra parte il povero Manfredo Lancia aveva già dato in
pegno ad altri tre creditori i proventi di Loreto, sì che se egli fosse
riuscito a soddisfare questi primi creditori, Lanfranco Niello ed i
suoi colleghi avrebbero avuto il fodro del comitato di Loreto, metà
per pagamento del debito, metà per godimento del feudo. Che se
i creditori avessero voluto, Manfredi Lancia avrebbe dovuto loro
consegnare i castelli; egli li avrebbe difesi, avrebbe loro fatto pre-
stare fedeltà dagli abitanti e di tutto era garante Bonifacio di Mon-
ferrato. Certo Manfredi Lancia era carico di debiti, ma non v'è
dubbio che il marchese di Monferrato dirigesse tutti questi accordi
per rendere impossibile qualsiasi azione astigiana su Loreto. Così
la tragedia finanziaria del competitore poetico di Peire Vidal diven-
tava campo di contrasti in tutta la Valle del Tanaro.
Ed in piena rovina, Manfredi Lancia il 1" novembre di quello
stesso anno, stando a Pontestura, ospite del marchese di Monferrato,
stabiliva uno statuto per le popolazioni rurali del suo comitato di
Loreto, regolando i censi ed i diritti che si riservava ed in cambio
i contadini gli promettevano di non fare nessuna congiura contro di
lui e di non recarsi ad abitare altrove senza il suo consenso. Ed
LA REAZIONE ANTHMPERIALE IN PIEMONTE 343

anche questa volta Bonifacio di Monferrato, come supremo signore,


garantiva gli impegni delle due parti.
La questione di Loreto rendeva adunque inevitabile un con-
flitto tra Asti ed il marchese Bonifacio. Ed infatti il 30 ottobre 1197,
— non ancora era arrivato l'annuncio della motre di Enrico VI, —
le due repubbliche anti-imperiali del Tanaro riconfermavano la loro
vecchia alleanza del 1169 contro il marchese di Monferrato e contro
il conte di Biandrate.
Asti dichiarava ora suoi alleati gli albesi, i vercellesi, i chieresi,
i tortonesi, il vescovo di Torino, i signori di Rivalta, di Moncucco,
di Cocconato, i comuni di Romanisio, di Savigliano, di Masio, i mar-
chesi di Saluzzo, di Ceva, d'Incisa, i signori di Bra, i genovesi, i
milanesi; Alessandria a sua volta dichiarava i comuni di Masio, di
Cassine, di Gavi, i marchesi del Bosco, di Gavi, d'Incisa, e poi
Genova, Milano.
Morto Enrico VI, la potenza del blocco Asti-Alessandria do-
veva automaticamente apparire maggiore. Avrebbe ora Bonifacio di
Monferrato tentato di spezzare questa cerchia di elementi ostili?
Avrebbe saputo infondere nuova vita in una coalizione dei marchesi
aleramici?
La risposta all'azione offensiva di Asti su Annone, fu un atto
di Bonifazio di un mese dopo. Il 6 dicembre egli era a Cortemilia
con il giovane figlio Guglielmo e concedeva al nipote Bonifazio di
Saluzzo, figlio di quel marchese Manfredi II, come feudo le sue
terre di Val di Stura: Roccasparvera, Gajola, Maiola, Ritana, Val-
loriate, San Benedetto, Deraonte, Aisone, Vinadio, Sambuco, Ponte
Bernardo, Pietraporzia, Bersezio, inoltre i castelli di Vignolo, di Roc-
cavione, di Caraglio ed ancora i suoi allodi Marcenasco e di Dogliani.
La Valle di Stura che nel 1187 era passata dal marchese di
Saluzzo ad Enrico VI, appariva dieci anni dopo proprietà del mar-
chese di Monferrato. Quando l'aveva ottenuta? Era stata una con-
cessione in compenso dell'aiuto dato nella spedizione di Sicilia? Ora
Bonifacio di Monferrato se ne serviva per assicurarsi, evidentemente,
l'amicizia ed i buoni servizi del cognato e del nipote dì Saluzzo.
Non si può essere in dubbio: si pensava a concentrare le forze alera-
miche contro il nemico, contro Asti.
CAPITOLO XIII

HIE WELF! HIE WAIBLING!


1, La situazione nella regioni rodanica alla fine del secolo
XII. - 2. Feudatari e vescovi in Borgogna. - 3. I conti di
Albori ed i conti del Genevese. - 4. L'ascesa dei conti di
Kyburg e dei conti di Habsburg. - 5. Lo scisma impe -
riale in Borgogna. - 6. Tornmaso di Savoia in Val d'Aosta.
-7. Midons de Savoia. - 8. La guerra nel Vaud.

1. La situazione nella regione roàanica alla fine del secolo XII

II figlio e successore di Federico Barbarossa, nel suo breve


periodo di dominio (1190-1197) mostrò tale ambizione di conquiste,
di espansione, che non possiamo credere ch'egli trascurasse e si
disinteressasse del regno di Borgogna. Ma che cosa doveva essere
la Borgogna nei piani di dominio di Enrico VI? Sicuro è che, come
Federico Barbarossa fu costretto dalla travagliata sua polìtica italiana
ad occuparsi solo saltuariamente dei possessi rodanici, così Enrico VI
fu trattenuto dall'imporre energicamente la sua autorità nel vecchio
regno burgundico dalTaffollarsi di grandi progetti nella sua mente;
prima la conquista del regno di Sicilia, poi i progetti di crociata,
di conquista di Costantinopoli.
Uno scrittore inglese della fine del secolo XII, Gervasio di
Tillbury, poco tempo dopo la morte di Enrico VI, osservava con
un senso di stupore come i principi tedeschi non attribuissero alla
questione del regno di Borgogna, o come allora si incominciava a
dire, del regno di Arles, quell'importanza che in realtà aveva: gli
imperatori avrebbero dovuto, prima di ogni altra cosa, rinsaldare la
loro autorità in una regione così ricca e così importante, in una
regione che comandava tante strade d'accesso al regno di Francia
da un lato, al regno d'Italia dall'altro e che tanto facilmente per
LA SITUAZIONE NELLA REGIONE RODANICA ALLA FINE DEL SEC. XII 345

la Saóne ed il Rodano aveva a disposizione porti così atri alle grandi


spedizioni nel Mediterraneo, sì da avvicinarsi senza difficoltà all'Italia
meridionale, alle isole mediterranee, all'Africa, alla Siria. E Gervasio
di Tillbury insisteva sul carattere mite delle popolazioni provenzali,
desiderose di un governo giusto e buono: evidentemente egli faceva
un confronto con le popolazioni italiane, così ostili a quanto sapeva
di tedesco.
Invece la politica degli Staufer aveva continuato, senza penti-
mento) senza indecisione, quella dei Franconi e dei Sassoni: la mèta
di tutti gli sforzi era stata la conquista della penisola, la sottomis-
sione dell'Italia comunale e dell'Italia meridionale, Enrico VI venne
a morte quando il trionfo pareva sicuro, ed il trionfo svaniva. Tanta
attività consumata in Italia aveva invece favorito lo svolgersi delle
autonomie borgognoni e provenzali, aveva permesso che l'influsso
del regno di Francia incominciasse a penetrare nelle valli della Saòne
e del Rodano.
Gli Staufer avevano conquistato in Borgogna una roccaforte
nella così detta Franca Contea; Federico Barbarossa aveva appunto
sposato l'ereditiera di quella Contea. Quando nel 1185 Beatrice,
« la bionda imperatrice », era morta, la Contea di Borgogna era,
per decisione sua o di Federico I, passata ad uno dei figli, Ottone.
Principe irniente fu giudicato, sì che pare Enrico VI non avesse
molta fiducia nel fratello e che non lo secondasse e non lo spingesse
ad una politica di espansione.
Nel 11,93 l'imperatore Enrico VI come è noto abbandonò la
politica paterna di accordi con la Francia e si riconciliò invece con
Riccardo Cuor di Leone d'Inghilterra, liberandolo dalla prigionia
in cui era stato cacciato, al suo ritorno dalla Siria, dal duca d'Austria.
Enrico VI in quell'occasione se lo liberò, si fece pagare un altissimo
riscatto, poi convenne di dargli in feudo l'intero regno di Borgogna.
Astuta .idea: se fosse stata realizzata avrebbe creato un duraturo
dissidio franco-inglese e nello stesso tempo avrebbe messo il re
d'Inghilterra nella necessità di dipendere-strettamente, per la lotta
con la Francia, dall'imperatore tedésco.
Il progetto però svanì subito: Riccardo Cuor di Leone ripartì
per i suoi stati ed Enrico VI ebbe occasione di attraversare la
Borgogna solo nel 1196 venendo in Italia e dovette lasciare che
quei territori continuassero a vivere in autonomia, sì da svolgere
un processo di progressivo allontanamento dall'impero e di accosta-
mento alla Francia.
346 HIE WELF ! HIE WAIBLTNG !

2. Feudatari e vescovi in Borgogna

Nel secolo XII il regno di Borgogna, come già fu detto, venne


ad essere denominato regno di Arles e di Vienne, denominazione
che trascurava del tutto la regione compresa tra il Giura, il corso
il Reno e delPAar, che pure era stata parte cospicua del regno nei
secoli X e XI, quando il re di Borgogna veniva chiamato « Alaman-
norum et Provinciae rex ».
Infatti il regno dei Rodolfingi, alla fine del secolo X, era contenuto
in limiti irregolari: da Basilea, che era il punto più settentrionale,
il confine raggiungeva, attraversando la Porta Burgundica, Belfort e
Vesoul, quindi passava sulla Saòne e la seguiva, tortuosamente
però, sì da lasciare alla contea di Chàlon (Francia regia) un
territorio sulla riva sinistra del fiume, mentre invece a più riprese si
estendeva sulla destra dello Saòne e del Rodano per girare attorno alla
contea di Lione (Borgogna) alla contea del Forez, alla contea di
Viviers per scendere poi al mare lungo il Rodano. A sud il confine era
il mare, ad oriente la linea delle Alpi, deviando però in modo da
comprendere la contea di Aosta e da scendere sulla Dora Baltea sino
a Pont-Saint Martin; quindi ritornato sullo spartiacque, correva sino
al Gottardo, donde saliva al nord lungo l'Aar ed il Reno.
Comprendeva adunque le seguenti regioni: l'attuale Svizzera occi-
dentale, la Franca Contea di Borgogna, il comitato di Ginevra,
il Vallese, il Vaud, il Chablais, il Faucigny, la Savoia e la Bresse,
il Lionese, il Delfinato, il Vivarais, la Provenza, la Valle d'Aosta.
Nel regno di Borgogna apparivano perciò due regioni distinte:
quella con direzione nord-sud, tra la Saòne ed il Giura e poi tra il
Rodano e le Alpi; quella con direzione ovest-est, tra il Giura e le
Alpi Centrali. Nulla dunque di organico era risultato dall'unione tra
la Borgogna Viennese e la Borgogna iurana in seguito all'accordo di
Rodolfo II di Borgogna e di Ugo d'Italia: le popolazioni erano
tedesche, francesi, italiane, senza nessun chiaro e deciso carattere di
nazionalità.
Sotto la dinastia dei Rodolfingi (888-1032) il feudalismo bor-
gognone si era sviluppato vivacemente, portando alla creazione di
vari principati ecclesiastici e di comitati laici: l'unione del regno di
Borgogna al sacro romano impero, sotto Corrado II il Salico, doveva
proteggere sempre più lo sviluppo di questi organismi regionali e
la tendenza alla formazione di veri principati
FEUDATARI E VESCOVI IN BORGOGNA 347

Verso la metà del secolo XI, l'autorità imperiale in Borgogna


parve oscillare in seguito alla inevitabile prolungata lontananza degli
imperatori del regno; all'imperatore Enrico III il cappellano Wip-
pone dava nel Tetralogia chiari ammonimenti: « quando il padrone
è spesso assente, la fedeltà dei nuovi sudditi è esposta ad on-
deggiare ».
Un tentativo di dominare la regione burgundica fu fatto nei
primi tempi del regno di Enrico IV con la creazione del rettorato
di Borgogna, specie di vicereame che comprendeva la regione tra
il Giura e le Alpi. Tenne dapprima il rettorato quel Rodolfo di
Rheinfelden duca di Svevia, che diventò cognato di Enrico IV spo-
sando Adelaide di Savoia, la sorella dell'imperatrice Berta, e figlia
minore di Adelaide di Torino e di Ottone di Savoia.
Poi i due cognati si azzuffarono — sorto il conflitto tra impero
e papato — per il regno di Germania: Rodolfo perì nel 1080 nella
battaglia dell'Elster ed il figlio Bertoldo a sua volta scomparve negli
anni seguenti. L'imperatore trionfante assegnò il ducato di Svevia
agli Staufer, fedeli suoi partigiani, invece i possessi di Rheinfelden
e della Svizzera occidentale passarono, morto Bertoldo di Svevia,
ai parenti, conti di Zahringen.
Verso il 1092 Bertoldo di Zahringen ottenne dal partito antien-
riciano, a cui aderiva, il ducato di Svevia in opposizione agli Staufer,
ma non lo potè conservare e si sostenne soltanto sulla sinistra del
Reno, mentre sulla destra del fiume, nella vera Svevia si rafforza-
vano gli Staufer. Poi Zàhringer e Staufer si riconciliarono: gli
Zàhringer conservarono come possesso Zurigo con il titolo ducale
e si dissero duchi di Zahringen. Vicino ad essi si era formata la
potenza dei conti di Lenzbourg: quando questi scomparvero poi
nella seconda metà del secolo XII, i loro possessi passarono agli
Zahringer.
Gli Zàhringer tendevano evidentemente a creare un vasto stato
tra le Alpi, il Giura ed il Reno, agguantando cioè tutta la Borgogna
rodolfingia primitiva. Nella prima metà del secolo XII, sotto Lota-
rio III, parve che la fortuna li assistesse. Infatti, essendo morto
nel 1127 Guglielmo conte di Borgogna, l'imperatore rifiutò di rico-
noscere come erede il cugino del defunto, Rinaldo, che si era impa-
dronito della contea senza preoccuparsi di chiedere l'investitura e
gli oppose Corrado figlio di Bertoldo di Zahringen, con il titolo di
Rettore delle due Borgogne, cisiurana e transiurana.
Ne nacque un conflitto senza netta decisione: in Borgogna
348 HIE WELF! HIE WAIBLING!

rimase quel conte Rinaldo, in lotta però con un congiunto, Gugliel-


mo conte di Mlcon; gli Zahringer rimasero col solo rettorato della
Borgogna orientale. Appunto la figlia di Rinaldo della Franca Contea
di Borgogna, Beatrice, erede del dominio paterno nel 1148, fu la
sposa di Federico Barbarossa.
II regno di Borgogna formava adunque solo teoricamente nel
secolo XII una unità politica nell'alone del sacro romano impero:
in pratica era completamente disgregato. Ne prendeva atto, con ama-
rezza, Lotario di Supplimburgo nel 1136; scrivendo ai vassalli di
Borgogna perché partecipassero alla sua spedizione in Italia, diceva
di aver più volte reclamato il tributo del loro omaggio e della loro
sottoxnisisone: « voi non avete tenuto conto, indicando così in modo
indegno il vostro disprezzo per la nostra suprema autorità ».
Decadenza completa adunque dell'autorità imperiale così in
Borgogna, come in Italia ed in Germania: la lotta delle investiture,
ben si comprende, aveva avuto grande parte in questo importante
fenomeno storico.
Le tendenze autonomiste della regione burgundo-alpina sono
rappresentate nel secolo XII con prudenza ma con fermezza dalla
politica dei Conti di Savoia.
I Conti di Savoia avevano i loro domini in una zona importante,
ma difficile: nella zona di sutura delle due Borgogne, esposti quindi
alle pressioni che potevano venire dal nord-est e dal sud-ovest. Le-
gati contemporaneamente alla casa imperiale di Franconia ed alla
casa ducale di Svevia-Rheinfelden non avevano i Savoia potuto trarre
— durante la lotta delle investiture — grande profitto dalle paren-
tele, per il dissidio tra Enrico IV e Rodolfo.
Molto probabilmente Amedeo III fu in contrasto con gli impe-
ratori Lotario e Corrado IV e con Federico I, per le questioni bor-
gognoni prima ancora che per il comitato e la marca di Torino:
solo Umberto III si dovette accostare agli Zahringer verso il 1164
sposando Clemenza sorella del duca Bertoldo IV (1152-1186), ripu-
diata poco prima dal suo primo marito Enrico il Leone duca di
Sassonia,
Umberto III di Savoia infatti era stato gravemente danneg-
giato quando Federico Barbarossa, sposata Beatrice di Borgogna ed
accostatosi quindi alla famiglia dei conti di Franca Contea e di
Mdcon, aveva creduto necessario indennizzare gli Zahringer del do-
ver rinunciare definitivamente al rettorato di Borgogna ed ai terri-
tori ad occidente della Giura, cedendo loro l'awocazia dei tre
I CONTI DI ALBON ED I CONTI DEL GENEVESE

349

vescovadi di Losanna, Ginevra, Sion. La posizione di fatto e di


diritto che i Savoia avevano da un secolo e più nel Vallese venne
ad essere danneggiata. Infatti Amedeo III di Savoia nel 1116 si
qualificava « comes et abbas » di San Maurizio ed i signori di Sail-
lon e di Conthey erano già nel secolo XII vassalli di Savoia. Tut-
tavia Bertoldo di Zàhringer non riuscì a conservare se non Pavvo-
cazia del vescovato di Losanna; per Ginevra dovette cedere al conte
locale e per Sion cedette invece ad Umberto III di Savoia, forse
appunto in occasione del matrimonio della sorella Clemenza. In tal
modo il Conte di Savoia potè conservare le sue posizioni nel Val
lese, sebbene fosse sempre in condizione di inferiorità rispetto ai
potenti Zàhringer.

3. I conti di Albon ed i conti del Genevese

Degni di essere esaminati sono i legami dei Savoia con alcune


dinastie feudali della regione.
A sud i Conti di Savoia erano in contatto con i conti d'Albon:
le due famiglie avevano possessi addentellantisi nelle diocesi di
Vienne e di Grenoble. Anche le origini della dinastia d'Albon pre-
sentano dubbi, incertezze come quelle della casa di Savoia. Nell'età
di Umberto I Biancamano la casa d'Albon era rappresentata da un
Guigo conte, nei documenti dopo 0 1029; in un documento del
1050 è detto principe della regione del Graisivaudan. II più
recente ,studioso delle origini di questa dinastia, il De Manteyer,
crede di poter affermare che la famiglia dei Guigoni — poiché tipico
della famiglia è tale nome — fosse nel secolo X la famiglia dei
vicari della dinastia comitale che dominava allora il Viennese, sulla
riva destra del Rodano. Un « domnus Guigo » nel 934 faceva una
donazione all'abazia di Cluny, di terre site nel paese d'Annonay e preci-
samente nella villa di Vion: il De Manteyer lo chiama Guigo di
Vion. La sua famiglia avrebbe acquistato potenza ed influsso nella
regione via via che forniva i vescovi alle sedi di Grenoble, di Vienne, e
persino di Valence.
Solo nella prima metà del secolo XI, Guigo VI (?), quello che
in qualche carta si dice « ego Guigo comes qui nomine vocor Senex »
sarebbe diventato conte di Albon, smembramento del comitato di
Vienne, per opera dell'arcivescovo Burcardo ed altre terre con la
metà di Grenoble avrebbe ricevuto poi dal vescovo Mallein ancora
350 HIE WELF ! HIE WAIBLING !

prima del 1050. Guido VI, il vecchio, il figlio Guigo VII il grasso
(Guigo pinguis) sono ricordati da diversi documenti nella metà del
secolo senza che sia individuata la loro situazione politica; solo
Guigo Vili nel 1079 è detto « oppidi Albionis cornes ». E questo
Guigo Vili nella curiosa ricostruzione — storica? — del De Man-
teyer, avrebbe sposato, grazie all'abilità di Sant'Anselmo d'Aosta
arcivescovo di Canterbury una Mahaut « regina de natione Angliae »
che Io stesso erudito è convinto debba essere stata una figlia di
Edgardo, quel principe anglo-sassone cugino di Edoardo il confes-
sore, re d'Inghilterra prima della conquista di Guglielmo di Nor-
mandia. In questo modo il De Manteyer spiegherebbe come uno dei
■figli di Guigo Vili e di Mahaut oltre al nome famigliare di Guigo
ricevesse anche quello di Delfino per ricordare uno zio materno
forse di Mahaut, Delfino conte di Cumberland.
La sola cosa certa è che Guigo IX — numerando secondo la
cronologia del De Manteyer — ebbe anche il nome di Delfino e che
da lui j conti d'Albon assunsero il secondo nome di Delfino che
più tardi diventò soprannome e poi titolo dei principi ed infine diede
il nome di Delfinato alla regione stessa. Nel secolo XII al titolo di
conte d'Alban spesso venne sostituito in diplomi ufficiali quello di
conte di Grenoble ed anche quello di conte di Vienne,
Non sappiamo quali rapporti abbiano avuto i Conti di Savoia ed i
conti d'Albon al principio del secolo XI e se vi sia stata quell'unità
di interesse di cui parla il De Manteyer. Non sappiamo neppure
l'orìgine dei possedimenti che i conti d'Albon già prima della metà
del secolo XI ebbero in Val di Susa, al di qua del Monginevro. Qualche
cosa di meno vago sappiamo solo per il secolo XII: Amedeo III di
Savoia sposò in seconde nozze Matilde figlia di Guigo Vili, ma nel
1142 Amedeo III ed il cognato Guigo IX Delfino erano in guerra
e l'ultimo moriva appunto in quell'anno in battaglia a La Buissière
presso Mommegliano. Da' questo momento i Savoia e gli Albon
sono in lotta: lotta che divenne più netta, quando i Savoia si
affermarono sul versante italiano delle Alpi.
Il dissidio tra Savoia ed Albon molto probabilmente si collegò
alla metà del secolo XII con quello tra Savoia ed impero Federico
Barbarossa non sposò Beatrice di Borgogna nipote di Clemenza di
Borgogna consorte di Guigo IX Delfino? Certo l'imperatore ebbe
buoni rapporti con i conti d'Albon: già nel 1155 il nipote dell'im-
peratrice Guigo X Delfino venne a Torino a rendere omaggio a
Federico I e ne ottenne la conferma, dal campo di Rivarolo, di tutti
I CONTI DI ALBON ED I CONTI DEL GENEVESE

351

i diritti e privilegi che i suoi predecessori tenevano dall'impero ed


in più ebbe l'autorizzazione di battere moneta a Cesana, in Val di
Susa, a pochi passi dalla zecca sabauda appunto di Susa. Lo stesso
giorno Bertoldo IV di Zahringen gli cedette tutti i diritti che pote-
vano spettargli come rettore di Borgogna sulla città di Vienne, pro-
mettendogli aiuto contro il suo nemico, Guglielmo conte di Màcon.
I rapporti di Umberto III di Savoia con la casa d'Albon non
paiono essere migliorati, quando Guigo X Delfino venne a morte
nel 1162. Egli lasciò solo una figlia Beatrice che fu sposata, ancora
giovanetta, ad Alberico Taillefer di Provenza, figlio di Raimondo V
di foiosa. Raimondo V ne approfittò per chiamarsi egli stesso signore
della contea di Grenoble: Umberto III tentò di sfruttare l'occasione
per raggiungere non sappiamo quali aspirazioni territoriali nel ter
ritorio di Grenoble e ne derivò una guerra fastidiosa che si protrasse
sino al 1173 quando Enrico II d'Inghilterra conciliò le parti nel
colloquio di Montferrand. Così Umberto III s'accordò con il conte
di Màcon di cui era caduto anni prima prigioniero sì da dover pagare
il riscatto per riavere la libertà. Pacificatosi con il conte di Màcon,
il Conte di Savoia ne sposò in quarte nozze la figlia Beatrice, e
diventò in questo modo cugino dell'imperatore Federico Barbarossa.
Con i conti d'Albon vera pace i Savoia non riuscirono a stabi-
lire. Beatrice d'Albon, perduto il primo marito Alberico nel 1183,
sposò subito Ugo III duca di Borgogna che si disse anch'esso conte
d'Albon; morto nel 1192 anche questo secondo marito, Beatrice
d'Albon sposò ora Ugo di Coligny. Dal matrimonio di Beatrice e
di Ugo III era nato un figlio maschio, Andrea Delfino, che doveva
continuare la serie dei conti d'Albon.
Ugualmente importanti furono per i Savoia le relazioni con
un'altra famiglia limitrofa: i conti del Genevese. Mentre i conti
d'Albon rimasero nemici e capitanarono l'opposizione ai Savoia, i
conti del Genevese lentamente entrarono nella sfera d'influenza sa-
bauda e si lasciarono più tardi, nel secolo XIV, assorbire.
II comitato di Ginevra (comitatus Gebennensis) corrispondeva
alla diocesi ginevrina, circa. Si estendeva dall'estremità settentrionale
della Savoia e della diocesi di Grenoble sino a quella di Losanna;
comprendeva H Genevese propriamente detto, 0 Faucigny, il Gex,
il paese degli Equestri (Nyon). Al di là si estendeva il comitato di
Vaud (comitatus Waldensis) che comprendeva parte della diocesi di
Lausanne. I conti di Ginevra erano anche essi, nel secolo X, soltanto
ufficiali comitali; anche per essi il regno di Rodolfo III di Borgogna
23
352 HIE WELF ! HIE WAIBLING !

fu favorevole sì che negli anni seguenti, ancora vivo Corrado di


Salico, compaiono con il titolo comitale. Il conte di Ginevra (nel-
l'uso si dice conte del Genevese) era ad un tempo anche conte del
Vaud, ma la sua autorità comprendeva soltanto il territorio circo-
stante le due città.
In Ginevra ed in Losanna dominavano rispettivamente i due
vescovi che però avevano affidato l'avvocazia della loro chiesa, cioè
la cura e la difesa giuridica del loro potere, al conte. Vi erano
quindi dei legami complessi tra vescovo e conte: se il conte come
avvocato della chiesa era dì questa vassallo, era però per la sua
autorità comitale dipendente direttamente dall'imperatore. Anche per
Ginevra e per Losanna le relazioni di parentela tra vescovi e conti
dovettero essere nel secolo XI strettissime, e questo naturalmente
favorì lo sviluppo della potenza dei conti a danno di quella dei
vescovi. Così al principio del secolo XII Aimone conte del Genevese
ed il vescovo di Ginevra Guido erano fratelli: il primo ottenne dal
secondo l'infeudazione di molti dòmini della chiesa; ne nacque sotto
un vescovo successivo un'aspra contesa che terminò nel 1124 con
una sentenza dell'arcivescovo di Vienne in nome dello stesso papa
Callisto II. Sentenza che però non eliminò la complessità dei rap-
porti feudali: il placito di Seyssel riconobbe al vescovo la signoria
sulla città di Ginevra, ma il conte conservò certi diritti anche in
città e nelle terre ecclesiastiche. Così i signori di Faucigny, di Gex,
di Ternier, di Chaumont erano vassalli del conte, ma tenevano feudi
anche dal vescovo.
Nuove controversie si ebbero alla metà del secolo XII tra il
vescovo Ardizzone ed il conte Amedeo. L'imperatore Federico I
nel 1153 emanò un diploma a favore del vescovo di Ginevra a cui
riconobbe tutti i possessi e tutti i diritti affermati; un nuovo accordo
tra vescovo e conte si ebbe verso il 1156 sulla base del placito di
Seyssel. I vescovi di Losanna si lagnavano anch'essi del conte del
Genevese: non solo a Ginevra dava noia la residenza comitale di
Annecy, a Losanna quella di Moudon, ma i conti non soddisfatti
avevano costruito per i loro diritti di avvocato un castello così in
Ginevra come in Losanna.
Dopo la meta del secolo XII la situazione divenne più difficile
per la comparsa in scena degli Zahringer. Bertoldo IV di Zahringen
nel 1152 ebbe da Federico Barbarossa il rettorato della Borgogna
cis- e transpadano. Dopo il matrimonio di Federico con Beatrice di
Macon dovette lasciare il rettorato ed ottenere da Federico I l'awo-
t'ASCESA DEI CONTI DI KYBURG E DEI CONTI DI HABSBURG 353

cazia imperiale nei tre vescovadi di Losanna, Ginevra, Sion. Nel


1157 fondò la città di Friburgo che fosse la capitale del suo nuovo
stato. Poi dovette cedere l'avvocazia di Sion al Conte di Savoia,
cosi dovette abbandonare quella ginevrina ad Amedeo I conte del
Genevese assistendolo con le armi per imporlo al vescovo. Questi
non ricorse solo al papa ma anche all'imperatore e Federico nel
1162 acconsentì ad annullare così la concessione da lui fatta a Ber-
toldo IV, come la cessione da quest'ultimo fatta al conte Amedeo;
il vescovo fu ristabilito nella sua autorità e nei suoi diritti. Ancora
nel 1162 il vescovo Ardizzone ed il conte Amedeo I vennero ad
un pacifico accordo. Il contrasto rinacque verso il 1180 essendo
conte del Genevese Guglielmo I figlio del conte Amedeo e vescovo
ancora il vecchio Ardizzone. Una sentenza arbitrale nel 1184 fu
favorevole al vescovo, ma non eliminò il conflitto: nel 1186 i reclami
dei due vescovi di Losanna e di Ginevra fecero sì che Federico
Barbarossa condannasse il conte Guglielmo in contumacia, lo met-
tesse al bando dell'impero e lo dichiarasse decaduto da tutti i feudi
(Casale, 1-2 marzo 1186).
La sentenza imperiale però non pare potesse essere applicata,
se il vescovo qualche mese dopo preferì venire ad un accordo con
il conte, rimasto indifferente nel possesso de: due comitati. Soltanto
nel 1190 Guglielmo I, avendo partecipato ad una coalizione di signori
borgognoni contro Bertoldo V di Zàhringen, fu, dopo la sconfitta di
Payerne, spogliato dei feudi dal vincitore: il duca assegnò i due
comitati di Vaud e del Genevese al fratello minore di Guglielmo I,
Amedeo signore di Gex. Però la sfortuna durò poco: nel 1195 Gu-
glielmo I era di nuovo reintegrato nei suoi diritti e feudi che lasciò
poi al figlio primogenito Umberto. Il conte del Genevese lasciò
numerosi figli: oltre ad Umberto, conosciamo Guglielmo, Amedeo,
Aimone e due figlie di cui una (Beatrice) andò sposa a Tommaso I
di Savoia e l'altra Agata — se veramente è esistita — ad Enrico
marchese di Carretto-Savona.

4. L'ascesa dei conti di Kyburg e dei conti di Habsburg

La dinastia degli Zahringer si avviò alla scomparsa solo nel


secondo decennio del secolo XIII. Il duca Bertoldo IV (1152-1186),
nonostante i contrasti momentanei con Federico I, era stato della
politica imperiale vigoroso sostenitore. Nella regione svizzera la sua
354 HIE - WELF ! HIE WAIBLING !

autorità era appoggiata a fortezze importanti come Murten, Yverdon,


Moudon, a nuove costruzioni cittadine come Friburgo e rimase sicura
anche quando gli succedette il figlio Bertoldo V (1186-1218) che
vinse i signorotti della regione pieni di velleità di scuoterne il do-
minio. Nel 1191 il nuovo duca fondò la città di Berna.
Dopo la morte di Enrico VI, alcuni principi tedeschi offrirono a
Bertoldo V la corona di Germania: egli la rifiutò. Non avendo
figli maschi, la sua successione spettava alle due figlie: Agnese sposò
Egone conte di Urach (nella Selva Nera), Anna sposò Ulrico di
Kyburg e quando nel 1218 Bertoldo V morì, il conte di Urach prese
quanto gli Zàhringer possedevano nel Breisgau e nella Selva Nera,
Ulrico III di Kyburg ebbe i feudi ed allodi a sud del Reno, cioè
i territori di Rheinfelden e l'avvocazia nell'episcopato di Losanna.
I Kyburg erano apparsi nella storia della regione renana al
principio del secolo XI. Il primo conosciuto è un Werner che
possedeva il castello di Kyburg tra Zurigo e Sciaffusa; dopo aver
militato con il duca Ernesto di Svevia contro l'imperatore Corrado II,
morendo nel 1030 lasciò i propri beni ad una linea laterale della
famiglia, stabilita presso Oberwinterthur e questa famiglia terminò
verso il 1080 con una donna che sposando un Hartmann di Dil-
lingen gli portò in dote i beni aviti.
Questa seconda dinastia dei Dillìngen conti di Kyburg crebbe
di potenza nella Svizzera nord-orientale; anche per essi la scomparsa
dei Lenzburg, specie il ramo di Baden, nel 1172, fu proficuo, avendo
diviso l'eredità con gli Habsbourg. l Dillingen di Kyburg possede-
vano i cantoni di Zurigo e di Aargau (Kyburg, Baden, Zug, Aarau,
Lenzburg) dove costrussero o ricostrussero non poche città come
Diesenhofen, Winterthur, Frauenfeld, Zug, Aarau. Morto Bertoldo
di Zahringen, Ulrico di Kyburg ebbe una discreta estensione di
territori in zona borgognona.
Parallelamente ai Kyburg erano sorti nella regione svizzera gli
Habsburg. Il loro castello famoso, Habichtsburg o castello dell'av-
voltoio, fu costrutto da un Werner vescovo di Strasburgo verso il
1020 sulla punta più alta di quella cresta del Giura che accompagna
la riva destra dell'Aar da Lenzburg a Windisch. II castello doveva
dominare le strade commerciali che provenendo da Basilea e dalla
Svizzera occidentale si uniscono ad Olten, ribiforcandosi di nuovo
dopo Brugg, verso la Svizzera orientale e verso il lago dei Quattro
Cantoni. La famiglia del vescovo di Werner che da secoli aveva
domini in Alsazta si chiamò ora signori di Habsburg: possedeva
LO SCISMA IMPERIALE IN BORGOGNA 355

__ per motivi matrimoniali — il territorio compreso tra la Reuss


e l'Aar, territorio ancora oggi detto Eigen e che ha forma di trian-
golo, appoggiandosi ai tre castelli di Habsburg, Brunnegg, Wildegg.
Alla metà del secolo XIII un Werner di Habsburg appare come
Landgraf nell'Alta Alsazia; aveva anche l'avvocazia di un grande
monastero alsaziano, Murbach, che possedeva terre nello Zurighese
e nelPAargau: centro di questo dominio immenso —- 16 corti —
era la chiesa di Lucerna. Anche gli Habsburg parteciparono alla
eredità dei Lenzburg, specie nei territori di Schwytz e di Unter-
walden che già sotto i Lenzburg formavano probabilmente una unità
territoriale distinta da quella di Zurigo; poi nel 1218 parteciparono
alla spartizione dei beni degli Zàhringer, almeno per qualche parte.
Così i Savoia dovevano svolgere la loro politica borgognona,
combattendo o gareggiando con dei pericolosi vicini: i conti d'Albon,
i conti del Genevese, i conti di Kyburg, i conti di Habsburg.

5. Lo scisma imperiale in Borgogna

La successione di Enrico VI determinò l'inizio di un grande


conflitto nell'impero. La discendenza diretta del defunto imperatore
era rappresentata dal giovanissimo Ruggero Federico, che nel 1198,
morta la madre sua Costanza, ne ereditava il regno di Sicilia.
Enrico VI aveva fatto proclamare il figlio Re dei Romani già
nel 1196, ma la tenera età impediva a Ruggero Federico di essere
preso in considerazione per la successione al padre nel regno tedesco
e nell'impero. Come rappresentante della casa sveva si affermò invece
il più giovane dei figli di Federico Barbarossa, Filippo di Staufen,
che contava alla morte del fratello appena 21 anni. Filippo aveva
avuto dal fratello imperatore nel 1195 come feudo il ducato di
Tuscia ed i territori matildini; poi nel 1196 era successo nel ducato
di Svevia all'altro fratello Corrado allora venuto a morte. La notizia
della scomparsa di Enrico VI raggiunse Filippo in Italia, a Monte-
fiascone in via per la Sicilia; l'imperatore lo aveva chiamato volendo
inviare sotto la sua protezione il figlio Federico in Germania per
farlo proclamare ed incoronare re. Da Montefiascone tosto Filippo
si decise ad affrettare il ritorno in Germania. Sebbene egli pensasse
di dover tutelare i diritti del giovane nipote Ruggero Federico, il
duca di Svevia dovette, per impedire ai nemici della casa Hohen-
staufen di riuscire nel loro intento, accettare la corona regia: ad
Hagenau, nel Natale ancora del 1197 una assemblea di fedeli alla
356 HIE WELF ! HIE WAIBLING !

casa sveva lo proclamò candidato al trono; venne eletto solenne-


mente a Muhlhausen presso Erfurt l'8 marzo 1198.
Ma intanto gli avversar! degli Staufer si agitavano in Westfalia e
sul basso Reno in cerca di un candidato da opporre a Filippo.
Successivamente rifiutarono la candidatura antisveva il duca di Sas-
sonia Bernardo e Bertoldo duca di Zahringen; nel febbraio del 1198
in una riunione tenuta a Colonia fu messa avanti la candidatura
di Ottone di Brunswick, figlio di Enrico il Leone e nipote di Ric-
cardo Cuot di Leone. Dal re d'Inghilterra il giovane Ottone aveva
ottenuto non pochi feudi; la contea di Jorck, quella di La Marche
e quella di Poitou; ora ebbe un energico appoggio per la designa-
zione regia. Ottone di Brunswick fu eletto a Colonia il 9 giugno
1198 e già il 12 luglio veniva incoronato ad Aquisgrana; invece
Filippo di Svevia fu incoronato a Magonza solo l'8 settembre 1198.
La Germania si divise patteggiando per l'uno o per l'altro principe
ed anche i monarchi europei si divisero: gli uni, come il re
d'Inghilterra ed il conte di Fiandra, tennero per Ottone di Brun-
swick; il re di Francia Filippo Augusto, fedele all'amicizia paterna
per gli Svevi, riconobbe Filippo di Hohenstaufen.
Il partito ghibellino aveva la maggior parte dei suoi adepti nella
Germania meridionale. Anche in Borgogna si ebbe la divisione.
Il fratello di Filippo, Ottone di Svevia, non era mai stato e neppure
ora fu tranquillo nella sua Franca Contea: non pochi feudatari come
Amedeo di Montbéliard, Ulrico di Ferrette gli facevano aspra oppo-
sizione, così pure lo combatteva l'altro ramo della casa comitale di
Borgogna, rappresentato da Stefano d'Auxonne e dai nipoti di que-
sto, Guglielmo di Màcon e Gaucher di Salins. Questi feudatari erano
naturalmente nemici di Filippo e furono per il Guelfo.
Filippo di Svevia tuttavia fu riconosciuto dai grandi prelati di
Borgogna come Amedeo arcivescovo di Besancon ed Aimone arci-
vescovo di Tarentasia; fu appunto quest'ultimo quegli che andò a
Magonza ad incoronare lo svevo. Pare poi che Filippo di Svevia
abbia cercato di assicurarsi la regione burgundica: nel 1198 si ricon-
ciliò con Bertoldo V di Zahringen; nel 1200, essendo morto il fra-
tello Ottone, si recò a,.Besancon, riconfermò la contea di Borgogna
alla vedova del fratello, Margherita di Blois ed alla figlia Beatrice
e fece rappresaglie contro i feudatari che raccoltisi attorno a Stefano
d Auxonne pensavano di spartirsi la Franca Contea.
Tra i due rivali che dimostravano di non avere né l'uno né
1 altro la forza per imporsi, si arrogò abilmente il diritto di decidere
TOMMASO DI SAVOIA IN VAL D'AOSTA 357

della maggiore o minore legittimità e legalità il grande papa, salito


al seggio apostolico nel 1198, Innocenzo III. Questi però mostrò
uno speciale favore per Ottone di Brunswick e per lui si dichiarò
nel 1201. Gli arcivescovi di Tarentasia e di Besanc.on che avevano
secondato l'impresa di Filippo di Svevia ebbero il papale biasimo.
Il conflitto, come è noto, non terminò: anzi, Filippo vide negli
anni seguenti aumentare il numero dei suoi partigiani. Nel 1205
alla sua corte di Spira tra i molti nuovi postulanti comparvero dalla
Borgogna i vescovi di Belley e di Valence, il conte di Màcon; nel
1207 a Filippo oramai trionfante si presentarono a Basilea altri prin-
cipi borgognoni: Stefano d'Auxerre, Riccardo di Montbéliard, Gau-
chier di Salins e Tommaso I di Savoia.
Era questo il primo contatto, pare, del Conte di Savoia con
l'imperatore svevo. D'altra parte, i buoni rapporti che con Filippo
aveva Bonifacio di Monferrato e poi l'atteggiamento del clero borgo-
gnone tutto favorevole a Filippo fanno pensare che Tommaso I di
Savoia se non aveva negli anni precedenti affermato apertamente
sentimenti di devozione alla dinastia Hohenstaufen, non aveva certo
militato in alcun modo nel campo di Ottone di Brunswick. Nulla
però di preciso si può affermare.

6. Tommaso di Savoia in Val d'Aosta

Tommaso I, come già il padre, usa nei suoi documenti il titolo


di Conte di Mauriana: Comes Maurianensis. Di solito però è chia-
mato come il padre il Conte di Savoia; anzi prima che finisca il
regno di Tommaso, il titolo tradizionale di Conte di Moriana viene
abbandonato. Nell'uso comune della fine del secolo XII e poi del
secolo XIII già si usa il termine di Savoia per indicare il complesso
di domini sabaudi. Gelosamente invece viene conservato l'altro ap-
pellativo di Italìae Marchio, che voleva dire, e come poi prevalse,
in Italia Marchio. Già fu detto tutto il valore che la dinastia attri-
buiva al titolo.
Il Conte di Savoia era già stato riconosciuto da Federico I e
da Enrico VI come principe dell'impero: la condanna di bando era
stata inflitta, dice Enrico VI « per iustam principum imperii senten-
tiam et parium suorum ». E non poche sono le testimonianze che
Umberto III era detto ai suoi tempi principe. Così come principe
dell'impero egli dipendeva soltanto dall'imperatore; i legami con
358 HIE WEL , F ! HIE WAIBLING !

vescovi, con altri signori, con comuni sono parziali, locali e non
intaccano la caratteristica indipendenza dei Conti di Savoia. Quali
sono i domini che formano lo stato sabaudo? Quando Tommaso I
saliva al potere essi si dividevano in due gruppi: il gruppo alpino-
burgundìco ed il gruppo italiano.
II gruppo burgundico comprendeva le contee di Savoia, di
Belley, di Moriana, di Tarentasia, del Chiablese vecchio, di Aosta,
ed in più le proprietà nel Sermorens, nel Viennese, nel Lionese, nel
Genevese, nel Chiablese nuovo, nel Vaud.
II gruppo italiano comprendeva la Valle di Susa sino ad Àvi-
gliana, e qualche possesso non bene organizzato tra le Alpi Cozie
ed il corso del Po, come Miradolo, i diritti non bene precisati su
Pinerolo.
La lotta con l'impero aveva infatti voluto dire gravi perdite
per Umberto III: «perduti nel Torinese vari castelli ritornati al
vescovado di Torino, perduti oltre le Alpi i diritti sui vescovadi di
Sion, di Tarentasia, di Beliey. Al nuovo Conte la ripresa del terreno
perduto e l'avanzata.
La fisionomia politica del giovane conte Tommaso non appare
certo perspicua: per moki anni ben scarsi sono i documenti che ci
permettano di seguire Tommaso I di Savoia e di intravederne le
intenzioni, l'attività, la politica.
Sebbene non sia possibile ricostruire le linee della sua azione
politica, è utile seguire Tommaso I attraverso alla documentazione
della sua attività per questi anni.
Così, come già si accennò sopra, il 7 agosto del 1191 il giovane
Conte era a Susa e nel giardino dell'abazia di San Giusto faceva
donazione ai certosini di Santa Maria di Losa di quanto egli pos-
sedeva in questa località, esonerando inoltre i monaci e le loro case
da ogni obbligo di pedaggio. La certosa di Losa era stata fondata
poco prima in una regione sopra Gravere, a circa 1200 m. di altezza,
a poca distanza da Susa; Tommaso I aveva appunto nel 1189 fatto
una donazione ai monaci fondatori: il suo primo atto politico
in Italia.
Pure nel 1191 il Conte di Savoia ci appare a Thonon nel
Nuovo Chiablese: circondato dai vescovi di San Giovanni di Mo-
riana, di Sion, di Aosta, dagli abati di Agauno e di Abbondanza
e da molti vassalli sovrintende alla soluzione di un conflitto di giuxi-
sdmone tra Nantelmo vescovo di Ginevra e Pietro prevosto del
Gran S. Bernardo. Ed ancora nello stesso anno, in compagnia del
TOMMASO DI SAVOIA IN VAL D'AOSTA 359

marchese di Monferrato, il conte Tommaso fu ad Aosta. Per assi-


curarsi la fedeltà del vescovo, si rassegnò a cedere anche qui come
aveva ceduto davanti ad Enrico VI. Anzitutto confermò a favore
del vescovo augustano quelle disposizioni che nel 1147 aveva preso
l'avo suo Amedeo III: l'interdizione a tutti gli ufficiali e dipendenti
di esercitare il tradizionale diritto degli spolia del vescovato alla
morte del vescovo. Ma inoltre U Conte di Savoia restituì al vescovo
d'Aosta quei possessi e quei diritti della chiesa che evidentemente
erano stati avocati a sé dal padre suo Umberto III. Il vescovo Gual-
berto si affrettò allora a rivolgersi al papa Celestino III annuncian-
dogli la restituzione (la terza parte delle taglie, un censo nel borgo
ecc.) e chiedendogli la solenne conferma.
Ad un soggiorno di Tommaso I ad Aosta od a quello o ad
uno del 1191 posteriore solo di qualche anno, non però di troppi, è
da attribuire la concessione di una carta di franchigia ad Aosta. Il
Conte di Savoia « considerando le calamità, le oppressioni, le
violenze apportate », per consiglio del vescovo Gualberto e dei suoi
baroni, metteva « la città di Aosta » in stato di franchigia {libertas), sì
che né lui né i suoi successori avrebbero stabilito taglie od esazioni non
accettate (talias vel exactiones invitas); avrebbe protetto le chiese
e i beni del vescovo e del clero da ogni molestia; donava un
terreno attorno la città, dal ponte romano (pons lapideus) della
Baltea sino al ponte di San Genesio. Se alcuno entro i limiti fissati
avesse usato violenza o ferito o percosso, doveva compensare la
persona lesa a giudizio di un ufficiale del conte e soddisfare il signore
dell'abitante leso; se avesse ucciso, avesse i beni confiscati. Per tale
franchigia, gli abitanti di Aosta promettevano di essere fedeli al
Conte; avrebbero pagato ogni anno al Conte ed al vescovo un tributo
secondo l'ampiezza delle loro case. Altre disposizioni della carta
riguardavano il mercato, i pedaggi, la giustizia, il transito dei pelle-
grini e dei mercanti. Il Conte dichiarava di prendere sotto la sua
protezione le persone e le proprietà degli ecclesiastici, dei cittadini e
dei borghigiani e ne faceva giuramento; e lo stesso giuramento
prestavano i « cives et burgenses ».
La carta di franchigia accordata ad Aosta attesta che oltre
all'autorità del vescovo e dei baroni, l'autorità del Conte si era radi-
cata in città, rivolgendosi direttamente ai cittadini senza preoccu-
parsi dei rapporti feudali. Era evidentemente l'influsso della vita
comunale così attiva a poche decine di chilometri più a sud, ad Ivrea.
360 WELF ! HIE WAIBLING !

Qualche altro documento analogo troveremo presto nella attività di


Tommaso I.
Dopo il 1191 non troviamo traccia del conte Tommaso di Sa-
voia sino al 1194. Il 23 gennaio di quell'anno egli era in Val di
Susa a Sant'Ambrogio, di dove sigillava una catta di franchigia a
favore dell'abazia di Staff arda.
Del 1196 abbiamo un documento importante: l'accordo con
l'abate di Saint Rambert per il castello di Corniilon nella contea
di Belley. L'abate, signore di Corniilon, cedeva il castello in feudo
al Conte che prestava come vassallo giuramento di rispettare i diritti
che l'abate si riservava e di difenderlo, lui e l'abazia. Anzi i vescovi
di Grenoble e di San Giovanni di Moriana presenti all'atto, si impe-
gnarono a colpire d'interdetto il Conte ed i suoi domini se fosse
venuto meno agli obblighi. Documento tipico che mostra come avve-
nisse nella pratica il rovesciamento delle posizioni delle due parti:
se l'abate per diritto era il signore feudale del Conte, nella pratica
ora diventava il protetto del suo vassallo più potente di lui; Pinfeu-
dazione era il riconoscimento di non larvato spodestamene.
Altri atti riguardanti cose religiose probabilmente nascondevano
interessi del Conte. Così se nel 1195 intervenne in un contrasto sorto
tra i canonici di San Giovanni di Moriana ed i suoi ufficiali circa
certe donazioni dai suoi predecessori fatte a quella chiesa, non dovette
certo Tommaso I abbandonare i suoi interessi e così pure la
donazione di certe terre presso il castello di Chillon all'abazia di
Hautcrét fatta pure nel 1195 riaffermava l'obbligo dei monaci di
corrispondergli ogni anno un terzo del vino prodotto in quelle vigne.
Nel maggio 1197 il Conte di Savoia compare in Val di Susa, a
Rivalta, a poca distanza adunque da Torino: concede una carta di
protezione alla casa religiosa del Cenisio, poi un'altra alla prevo-stura
di Lombriasco, a cui concede l'esonero dai suoi pedaggi in
Miradolo, Perosa, Pinerolo. Così anche alla certosa di Losa fece il
Conte una nuova donazione di una valle limitrofa.
Nel gennaio del 1198 il conte Tommaso ricompare di nuovo
a Susa. Questo soggiorno del Conte di Savoia ih Piemonte è con-
trassegnato dalla concessione di due carte di franchigia comunale.
La prima è a favore dì Susa (26 febbraio 1198); la seconda è per
Miradolo (14 marzo).
La concessione per Susa si collegava ad altra concessione fatta
alla preziosa città da Amedeo III che è noto aver concesso pure
carte di franchigia ad altri luoghi di Val Susina, come ad Avigliana
TOMMASO DI SAVOIA IN VAL D'AOSTA 561

nel 1139 ed a Giaveno nel 1146. All'approvazione delle consuetu-


dini locali Tommaso I faceva seguire alcune consuetudini dell'am-
ministrazione comitale: « usus secusiensium talis est; usus noster
talis est ». A qualche concessione imperiale di immunità per i sud-
diti del Conte a noi non giunta si collega certo un importante privi-
legio concesso ai mercanti italiani e ricordato nella Carta susina del
1198 : « Liberalitas nostra est quousque ad mare calabricum nullum
transìtum vel usum reddere debemus; hac de causa fuit omnibus
italicis datum, ut nullum transitum huc veniendo reddant; in re-
deundo mediam partem transitus ». La carta fu giurata solennemente
in Susa nelle mani dell'abate di San Giusto dal Conte, dalla Contessa
e da vari personaggi della corte che nella carta sono detti « consi-
liarii et barones », alla presenza di molti testimoni e del popolo
di Susa; si aveva adunque coscienza dell'importanza di quelle che
sono dette « institutiones et convenciones ».
Altro carattere ha la Carta libertatis che Tommaso I concesse
« cum bona concordia atque conventu » agli uomini di Miradolo,
di cui autorizzava l'aumento « usque ad trescentos focos crescentes »
ed anche di più, ad arbitrio del Conte; stabiliva quanto ciascun fuoco
dovesse pagare: due solidi, un fascio di fieno ed un fascio di paglia,
con divieto di esigere di più e con il condono per chi nulla posse-
desse: «et qui non habuerint, in pace maneant »; seguivano poche
altre norme per il mercato. Gli uomini di Miradolo avevano solo
l'obbligo di giurare fedeltà al castellano per il Conte, promettendo
di aiutarlo e difenderlo secondo le loro capacità. Vi è da supporre
che tale mitezza del Conte verso i rustici di Mirandolo avesse un
significato ed un fine politico.
Sarebbe forse spinto pensare che Tommaso I con le concessioni
statutarie ad Aosta, a Susa, a Miradolo, mirasse a dimostrare alle
città comunali della pianura padana la possibilità di conciliare le
autonomie cittadine con la sua autorità comitale? Certo, che il pro-
blema torinese fosse presente alla mente del Conte di Savoia è
provato dal comparire presso di lui in questi suoi quasi annui viaggi
nella valle della Dora Riparia e sul Po, di personaggi appartenenti
alla vita prettamente torinese, come un Umberto di Romagnano,
come un Ardizzone di Piossasco, un nemico del vescovo torinese
Ardoino.
L'azione politica di Tommaso I in questi anni dovette essere
notevole. Lo prova il fatto che nel 1198 il comune d'Ivrea facendo
accordi con il marchese di Monferrato promise di aiutarlo contro
362 HIE WELF ! HIE WAIBLING !

di tutti, ma escludeva l'imperatore ed il Conte di Savoia. Tommaso I


si era quindi accordato con il comune di Ivrea, con il quale il padre
suo nel 1180 era ancora in lotta. Così, poco dopo, nel 1200, i signori
di Bard, vassalli di Savoia, giurando il cittadinatico d'Ivrea, fecero
riserve per i loro obblighi feudali verso il Conte, loro signore, con
il quale nel 1180 erano invece in rotta. Si ha quindi l'impressio-
ne che Tommaso I si sia imposto energicamente nella Valle della
Dora Baltea.
Certo si tratta di documenti sparsi, di accenni vaghi. Non vi
è la conquista audace, la grande espansione. Ma dovunque si trova
qualche cosa che viene fissata, qualche pietra che viene cementata,
qualche elemento la cui importanza apparirà nei decenni, nei secoli
successivi. Quello che ora sembra vago, non consistente, non impor-
tante, apparirà allora improvvisamente elemento di un tutto, di un
disegno vasto, di una costruzione solida.
La storia della Dinastia Sabauda è intessuta di grandi sforzi e
di lunghe pazienze.

7. Midons de Savoia

Molto si è discusso sul matrimonio e sulla sposa di' Tommaso I


di Savoia. Che il Conte si fosse sposato due volte fu affermato, per
risolvere ogni difficoltà, dal Guichenon, ma dal Wurstemberger in
poi tutti gli storici ammettono che una sola volta si sia sposato il
Conte di Savoia e precisamente con la figlia del conte del Genevese
Guglielmo I. Ma come essa si sia chiamata, se Beatrice se Marghe-
rita, se Nicola, è per molto tempo stato dubbio. Che si chiamasse
Beatrice fu affermato dalla solenne autorità del Pingone, e fu creduto
un errore nato da un equivoco, dall'aver confuso la consorte di
Umberto III con la consorte di Tommaso I.
Alcuni documenti suoi portano la sigla Nos, che fu variamente
svolta, da alcuni in B da altri in Mar; però non è da accettare
1'opinione di chi, basandosi, in verità, sulla cronaca di Alberico delle
Tre Fontane che la chiama Margherita de Fusceneis, vorrebbe fare
della consorte di Tommaso I una figlia del sire di Faucigny.
Le chroniques de Savoie affermano che la consorte di Tommaso I si
chiamava Beatrice ed era la figlia del conte di Ginevra.
Troppo precise sono le prove che la contessa Beatrice apparteneva
alla casa dei conti del Genevese: non solo i documenti che la dicono
"filia comitis Gebennarum", ma una lettera di Gugliel-
« MIDONS DE SAVOIA » 363

mo II del Genevese che dice suo nipote Amedeo IV di Savoia.


E che diremo della romanzesca storia delle chroniques de Sa-
voye? Il re di Francia, Filippo Augusto, intendeva sposare la figlia
del conte del Genevese, ma Tommaso I di Savoia, che amava la
bella Beatrice, non perse tempo e la rapì. In realtà Filippo Au-
gusto era rimasto vedovo nel 1190 di Elisabetta di Hainault; nel
1193 sposò Ingeburga di Danimarca, ma la ripudiò subito dopo nel
1195 e nel giugno del 1196 sposò Agnese figlia del duca di Merania,
grande famiglia principesca tedesca del partito svevo. Ma queste
tarde cronache sabaude risalgono probabilmente ad un cronista in-
glese dell'epoca, Guglielmo di Newburgh: questi raccontando il fatto,
accenna solo che la sposa desiderata dal re di Francia era figlia di
un principe dell'impero che però non nomina. Sarà esatta l'identi-
ficazione dei personaggi di questo romanzetto nel conte Tommaso
di Savoia e nella contessa Baetrice, proposta senza discussione dalle
cbroniques de Savoyeì
È probabile però che Tommaso di Savoia si sia sposato verso
il 1195; il primo documento che ricorda la contessa di Savoia
vicino a Tommaso I è la carta di franchigia accordata a Susa il
25 febbraio 1198.
Un documento importante per la storia di Beatrice sposa di
Tommaso I potrebbe essere ed è il famoso poemetto di Rambaldo di
Vaqueiraz, Le Carros, il carroccio; credo infatti assurda l'idea dì
chi vorrebbe riferire il poemetto alla quarta sposa di Umberto III.
Le Carros: poemetto tutto grazia, tutto gioia, tutto riso. Il
Piemonte guerriero scompare; non si combatte più per i pedaggi,
per le frazioni di castello; non sono più comuni e marchesi che
combattono; si combatte per la bellezza ed è il Piemonte femminino
che giocondamente riduce in scherzo le scene drammatiche delle
guerre dell'epoca.
Perfiida, mala guerra — Qui vogliono incominciare — le donne di questa
terra — E le città contraffare: — In piano od in serra — Pensano di costruire
una città turrita — Perché tanto si innalza l'onore — Di colei che sotterra
'— II loro pregio, ed il proprio tien caro, — Di colei che è il fine — Sopra
tutte le migliori, — Donna Beatrice; perché tanto è loro superiore, — Che
contro a lei faran su tutte le bandiere — E la guerra e fuoco e fumo e polverio.
La città sì prepara —■ E fanno muri e fossati: — Dame, senza appello —
Vi vengon da tutti i lati — Sì che pregio loro costa — E gioventù e beltà.
— E penso che la figlia del Marchese — fae avrà dura giostra — Perché
na conquistato in pace — Ogni bene ed ogni buon costume cortese; — E
364
HIE WELF ! HIE WAIBLING !

poiché è prode e franca e di buona stirpe — Cosi non starà più in pace di
suo padre — Ché è tornato a trar la lancia e di balestra.
Dame di Versiglia - voglion venire nell'oste, - Sebelina e Giuglia — E
donna Enrichetta tosto; - La madre e la figlia - D'Incisa, ad ogni
costo;
- Poi viene da Lenta donna Agnese — E da Ventimiglia donna
Guglielma
di nascosto. - Presto la città sarà sorta, - Dal Canavese viene una gran
compagnia - E pur dalla Toscana, e le dame di Romagna, _ E donna Torna-
sina e la dama di Soragna, - Inglese e Garisenda e Palmiera e donna Aldice
- E donna Adda e donna Berlenda - E donna Agnese e donna Eloisa -
Vogliono che loro renda la giovinezza donna Beatrice; - Se no, le dame di
Ponzone le chiederanno emenda; - E là dalle parti del Moncenisio - La
città
spinge Contessina. - Che ora guerreggi colei che è tanto buona e bella -
e novello.

M a ria d a S a rd a - E la d a d i S a n G io rg io - B e rta e la
B a s ta rd a - M a n d a n o tu tto il lo ro sfo rz o : - C h e n e s su n a
g io v a n e lo m b a rd a - N o n s e n e re s ti,
di qui, ai confini! - Ed io so che a donna Beatrice piace - Perché la
loro retroguardia - Non può essere tanto forte - Da abbattere il
suo pregio verace - Dànno i loro segnali, cavalcano con
grangioia: - Han fatto la città e le hanno dato nome Troia '
Podestà fanno Madonna di Savoia.

La città si vanta di fare oste, nell'arringo; - E


suona la campana ed il vecchio comune viene; -
E dice per millanteria che ciascuno si avanzi; -
Poi dice che la bella Beatrice è sovrana - Di ciò
c h e i l c o m u n e t e n n e s ì c h e n e è tutto vergognato e sconfitto.

Le trombe suonano e la Podestà grida: - "Domandiamole beltà e cortesia, pregio


e gioventù!" - E tutte gridano: "Così sia fatto".

La città si vuota e muovono il lor carrocio; - Il vecchio


comune assale - E gettano sul loro dosso corazze di Troia con
che copron le ossa; - Giubbe,
archi e turcassi hanno - E non temono pioggia o mal tempo
che faccia loro
male. - Oramai vedremo di grandi prove. - Da tutte le parti
cominciano a combattere - Donna Beatrice pensano di abbattere dal pregio,
- Ma a nullavale, anche se fossero, per una, quattro. P e r f e n d e r e i
muri fanno congegni e castelli - E tendere catapulte, cagne e
manganelli - Accendere fuoco greco e far volare quadrella - In giù
spezzare i m u r i c o n a r i e t i ; - N o n p e r t a n t o E s s a v u o l r e n d e r e i l
s u o c o r p o g e n - t i l e e b e l l o, fa t t o di be l l e fa t t e zz e . - T ut t e gri da no:
" A i u t o ! A l la b a r r i c a t a ! " l'una all'altra. - La terza tiene la fionda, e
traggono tutte le macchine all'in-
giro. - Donna Beatrice e salta in sella e va a guarnirsi di pregio, - Né
usbergo né giubba non vuole e va a colpire; - Colei con cui si
affronta è certa di morire — E giunge ed abbatte vicino e lontano; - Ha
fatto molti scon t r i , s ì c h e f a p a r t i r e l ' o s t e . - P o i s p r o n a
tanto che rompe il carroccio,
- Tante ne ha prese ed abbattute ed uccise - Che il
v e c c h i o c o m u n e s i smarrisce e si sconforta, - Sì che a Troia lo
rinchiude, dentro la porta.
LA GUERRA NEL VAUD 365

Donna Beatrice, ben mi piace che siate scampata — Alle vecchie, che il vostro
gentil corpo porta — Pregio e gioventù, ed ha ucciso la vostra prodezza.
Bel cavaliere, LI vostro amore mi conforta, — Mi dona gioia, ed allegria mi
concede. — Quando altra gente si smarrisce e si sconforta.

Giocondo scherzo poetico, ricco di allusioni personali, che a


noi per la maggior parte sfuggono del tutto. Madonna di Savoia
che raduna tutte le gentildonne di Piemonte e di mezza Italia per
contrastare il vanto della giovinezza, della bellezza, della virtù a
Donna Beatrice, la figlia del marchese di Monferrato, è certamente
all'alba del secolo XIII Beatrice la figlia del conte di Ginevra, come
Donna Beatrice è la figlia del marchese Bonifacio. Anche nella poesia
Savoia e Monferrato apparivano già in contrasto.
Una bella corona di figli presto circondò Midons de Savoia.
Dieci figli: Amedeo, Umberto, Aimone, Guglielmo, Tommaso, Pie-
tro, Bonifacio, Filippo, Beatrice, Margherita. Ebbe ancora tempo
« Midons de Savoia » di occuparsi della gaia scienza dei trovatori
e dei complimenti di Rambaldo di Vaqueiraz?

8. La guerra nel Vaud

Anche per i primi anni del secolo XIII ci è appena possibile


mettere in rilievo i pochi documenti a noi giunti dell'attività di
Tommaso I di Savoia: la politica si intravede se pur non chiara-
mente. Analogo all'atto del 1196 per Cornillon è un atto del 1200
con l'abate di Cluny per la « domus » o priorato di Ynirnont nel
comitato di Belley, che l'avo suo Umberto II aveva beneficato con
donazione di terre; ora il Conte l'ebbe dall'abate di Cluny in com-
menda e casa ed abitanti, affinchè « sub eius defensione et tuitione
optatae pacis solatium invenirent ». Ora Tommaso I stabilì il censo
annuo che gli abitanti di Ynimont dovevano pagargli e l'obbligo,
per il priorato, dell'albergarla per il Conte e per i suoi ufficiali; si
impegnò per parte sua a non costruire nel territorio di Ynimont
altro castello senza l'accordo con l'abate, mentre gli abitanti avreb-
bero dovuto giurargli fedeltà. Così l'autorità comitale praticamente
sostituiva a Ynimont quella abaziale ed avrebbe impedito che gli
abitanti del luogo venissero ulteriormente afflitti « malorum vicino-
rum oppressionibus et angustiis ».
È da rilevare pure un documento del 1203: il Conte di Savoia
stando a Thonon dichiarava di riconoscere che la villa di Saint-
Gingolph era proprietà dell'abazia di Abbondanza, ma affermava
366 HIE WEL F ! HIE WAIBLING !

anche di avete diritto alla albergarla per un giorno ed una notte


e per tre uomini ogni anno. Notevole pure l'atto del 1207 con cui
il Conte di Savoia dopo avere confermato all'abazia di Aulps le
donazioni dell'avo Umberto II, si dichiarava « defensor » dell'abazia
stessa. La potenza comitale continuava evidentemente ad appoggiarsi
a quella delle chiese e delle abazie, pur atteggiandosi a protettrice.
Traccia sicura del soggiorno di Tommaso I ad Aosta nell'aprile del
1206 è la concessione a Bosone visconte d'Aosta in aumento del
suo feudo del castello di Villa di Challant alle condizioni feudali
consuetudinarie della valle: in realtà era la concessione di poter
costruire il castello.
Forse del 1206 è uno statuto concesso da Tommaso I ad Aosta e che
nel cartulario del vescovado augustano è intitolato « Scriptum de
libertate civitatis ». La carta non è in realtà datata, ma è probabile
che essa appartenga al soggiorno che il Conte fece ad Aosta nel
1206. Il Conte « ne de cetero status civitatis Auguste revocetur in
dubium » con il consiglio dei suoi baroni, a richiesta dei « mi-ìites
» e dei « probi homines » che si associarono con giuramento « con
i nostri uomini cittadini di Aosta », stabilì che i forinseci militi,
clienti e rustici che giurarono con i cittadini di Aosta fossero
ugualmente come questi sotto la sua protezione e difesa; così pure
stabilì per quelli che in avvenire si fossero uniti ai cittadini e per il
clero regolare e secolare; inoltre il Conte dichiarò le pene che
avrebbero colpito chi avesse ai suddetti portato offesa o leso il
vescovato od i diritti del comitato o quelli che avessero fatto il
suddetto giuramento. Questa nuova franchigia comitale mirava a
proteggere più nettamente la formazione del nucleo borghese augu-
stano contro le violenze della classe feudale: « quicumque miles
contra iuramentum istud venerit, in quingentis solidis condempne-
tur ». Le esigenze della vita non sfuggivano a Tommaso I.
Una data importante nella vita del Conte di Savoia è quella
della sua comparsa alla corte di Filippo di Svevia a Basilea nel 1207.
Egli ottenne dal Re dei Romani la conferma dei feudi aviti, inoltre
per dimostrargli il suo sincero affetto e per dargli « utilitatis et
honoris augmentum » Filippo di Svevia gli concesse in feudo le ville
di Chieri e di Testona in Piemonte ed il castello di Moudon, nel
Vaud (1° giugno 1207). Prescindendo per ora dalla questione di
Chieri e di Testona, ci giova studiare il valore della concessione
feudale di Moudon.
Il diploma di Filippo per Tommaso di Savoia è sottoscritto,
LA GUERRA NEL VAUD 367

in segno dì adesione, da alcuni baroni borgognoni comparsi in quel


momento a Basilea alla corte del Principe svevo che stava per trion-
fare: l'arcivescovo di Besancon, il conte di Màcon, il sire di Salins,
il sire di Montbéliard, il conte di Ferrette, il conte di Habsburg ed
altri baroni tedeschi: non figura invece Bertoldo V di Zahringen che
pure era in quel momento alla corte imperiale, sì che è legittimo
il sospetto che tra il Conte di Savoia ed il duca di Zahringen vi
fossero dissensi, ed appunto per il castello di Moudon.
La crisi imperiale avvenuta dopo la morte di Enrico VI aveva
probabilmente reso possibile a Tommaso I qualche passo avanti
nelle regioni circostanti al lago dì Ginevra. Probabilmente aveva
praticamente ricuperato l'avvocazia sulla chiesa di Sion toltagli da
Enrico VI nel 1189; il matrimonio con una dama del Genevese
gli aveva dato diritti dotali nel comitato di Losanna. Come poteva
altrimenti Tommaso di Savoia avere pretese sul castello di Moudon,
posizione centrale, dominante tutto il paese di Vaud? Per il castello
dì Moudon, nel diploma così si esprime Filippo di Svevia: « Scien-
dum quoque est quod memoratus consanguineus noster Comes Sa-
baudie castrum Melduni a nobis recepit in feudo, et nos fmaliter
promisimus, in ipso castro et in omnibus pertinentiis eius, eum ma-
nutenere et contra omnes homines defensare ». Parrebbe adunque
che Moudon non fosse ancora nelle mani del Conte di Savoia.
Si è cercato di indagare l'origine del nuovo possesso sabaudo:
Tommaso di Savoia nel contrasto tra Filippo di Svevia ed Ottone
di Brunswick avrebbe favorito il contendente guelfo, mentre il duca
di Zahringen avrebbe favorito lo svevo; un'azione militare di Ber-
toldo V come rettore di Borgogna avrebbe avuto la possibilità di
svolgersi contro il Conte di Savoia col pretesto di difendere la causa
sveva; ed ecco la guerra; l'attacco contro Tommaso I, la presa del
castello sabaudo di Blonay, la battaglia tra il duca ed il Conte a
Chillon; la cattura del duca, Pìncoronamento della vittoria sabauda
con la conquista di Moudon.
La ricerca storica moderna nell'indagare questo punto della
storia sabauda ha però subito l'influsso del racconto romanzesco
delle Chroniques de Savoye, poiché il Canard svolgendo un accenno
discreto del Wùrstenberger, ed osservando come le Chroniques erro-
neamente attribuiscono a Pietro II l'impresa del Vaud, credette di
poter riportare a Tommaso I non solo il merito dell'impresa di
Moudon ma anche molti particolari che le Chroniques ci forniscono.
In realtà, sapendo che le Chroniques de Savoye sono fantasiose elu-
368 HIE WELF ! HIE WAIBLING !

cubrazioni e ricami del Cabaret su ed attorno a pochi accenni sicuri


fornitigli dai documenti dell'archivio comitale, pare ingiustificato
attribuire, quanto le Chroniques ci dicono per il Vaud, tanto a
Pietro II quanto a Tommaso I.
Noi abbiamo quindi a nostra disposizione soltanto le scarse
notizie dateci da qualche documento sincrono e non è facile coor-
dinarle e trame un racconto chiaro e sicuro. Sappiamo che un nobile
tedesco morì « in obsidione Blonay »; una lettera di Roggero vescovo
di Losanna è data a Vevey nel 1203 « tempore ilio quo castrum
de Blonay captum fuit »; quello stesso vescovo, dicono certe note
storiche dell'episcopio lausanense, « multas substinuit guerras prò
libertate ecclesie et fecit castrum de Lucens quod tamen per guerram
fuit combustum, et refecit turrem de Ripa quam Thomas comes Sa-
baudie diruerat »: e poi ancora, della rovina di certe terre si dice,
senza precisare quando, che avvenne « per guerram ducis Bertoldi
et Thome comitis de Sabaudia ».
Che il conflitto sia sorto in conseguenza della contesa imperiale
tra Filippo ed Ottone non è provato, anzi vi sono argomenti per
poter affermare che Tommaso era favorevole anch'esso al principe
svevo. Filippo infatti era riconosciuto Re dei Romani ad Aosta nel
1199; a Tommaso I non conveniva mettersi in urto con l'arcivescovo
di Tarentasia partigiano dello svevo; inoltre se la Lega dei comuni
lombardi a cui aderiva l'antisabauda Torino era antisveva e favore-
vole ad Ottone, era inevitabile che il Conte di Savoia fosse favo-
revole a Filippo.
Dai documenti sopra accennati pare risultare che la guerra si
svolse tra il Conte di Savoia da una parte ed il vescovo di Losanna
ed il duca di Zahringen dall'altra. È da ammettere che questi sia
entrato nel conflitto come difensore del vescovo di Losanna. Quale
il motivo del conflitto? Assai probabilmente come già fu accennato,
fu la sposa del Genevese quella che portò a Tommaso di Savoia
dei diritti su Moudon. Infatti nella definitiva pacificazione e solu-
zione della vertenza del 1219 si stabilì che il Conte di Savoia avrebbe
tenuto in feudo dal vescovo di Losanna « quaecumque tenuerant
antea in feudo » dallo stesso vescovo, i conti del Genevese. Poiché
adunque non si può ammettere, dati i' cordiali rapporti di parentela
tra Tommaso di Savoia ed il cognato suo Umberto del Genevese,
che questi diritti feudali siano stati da parte sabauda strappati con
la violenza, è da pensare che solo con il matrimonio Tommaso di
Savoia sia riuscito ad avere pretese nel Vaud, a Moudon.
LA GUERRA NEL VAUD 369

Quali erano i diritti del conte del Genevese a Moudon? Il pos-


sesso di questo castello aveva già determinato lotte gravi durante
il secolo XII tra il vescovo di Losanna ed il conte del Genevese
quale conte pure del Vaud. Sappiamo che negli anni 1150-1155
il conte Amedeo I si era impadronito del castello cacciandone il
vescovo Amedeo (t 1159), sì che questo prelato aveva così riferito
ai fedeli suoi: « abstract!, lesi, dilacerati, castro Milduno exivimus,
anima nostra erepta de laqueo Mildunensium; posteritas tua, Mil-
dune, perpetue obpropria domini maledicto addicta est; fundata es,
munitio diaboli, in iniustitia ». E Moudon continuò — fu detto
bene — ad essere il punto di contrasto dì tutti i pretendenti alla
supremazia del comitato di Vaud. Il vescovo trovò appoggio nel duca
di Zahringen; ora il conte del Genevese trovò, più che un difensore,
un sostituto nel Conte di Savoia. Un accordo però tra vescovo e
conte del Genevese era poi avvenuto: ce lo dice il ricordato accordo
del 1219. Il conte del Genevese era il custode del castello per la
chiesa di Losanna e lo teneva in feudo, prestando omaggio e fedeltà
al vescovo.
Si può comprendere che la sostituzione del Conte di Savoia al
conte del Genevese nella signoria di Moudon abbia provocato le
proteste e l'opposizione del vescovo e l'intervento poi, come protet-
tore del vescovo ed avvocato della chiesa di Losanna, del duca di
Zahringen. Ma questa opposizione aperta da parte del duca Ber-
toldo V mi pare debba essere conseguenza del diploma di Filippo
di Svevia: questi poteva acconsentire alle richieste di Tommaso I
se si trattava solo del riconoscimento di accordi tra il Conte di
Savoia ed il conte del Genevese; non avrebbe acconsentito di fronte
ad un potente, profondo dissenso tra Tommaso I e Bertoldo V.
Solo dopo il 1207 dovette quindi Tommaso di Savoia stabilirsi
a Moudon. Attorno al 1203 egli dovette avere un conflitto con il
vescovo di Losanna per Blonay e per altre terre e forse egli dovette
avere la peggio; dopo il diploma imperiale del 1207 si ebbe l'occu-
pazione sabauda di Moudon e l'azione ostile del duca di Zahringen.
Tra i due principi non vi era più ora il legame rappresentato dalla
comune devozione a Filippo di Svevia.
Infatti, il disgraziato imperatore era scomparso improvvisamen-
te, quando più pareva sicuro il suo trionfo: il 21 giugno 1208, tro-
vandosi nel castello di Bamberga, cadde vittima del pugnale di un
nemico personale, il conte palatino di Baviera, Ottone di Wittelsbach.
370 HIE WELF! HIE WAIBLING!

Delle vicende del Conte di Savoia abbiamo, appunto per il


1208 o per il 1209, una notizia interessante. In un documento a
favore dell'abazia di Aillon (manca però la data!) il conte Tommaso I
dispone perché all'abazia non sia dato danno durante l'assenza che
egli farà « volentes ad Dei servitium apud Albigenses iter incipere
ac perficere », Nel novembre del 1209 per verità, il papa Innocen-
zo III fece appello a molti principi della regione burgundica fra cui
il Conte di Savoia, perché accorressero alla guerra contro gli eretici
di Provenza. Ma già nel luglio del 1208, alla presa di Béziers sap-
piamo che fu presente Guglielmo del Genevese, cognato di Tom-
maso I; perciò è probabile che anche Tommaso di Savoia avesse
deciso di recarsi alla Crociata contro gli eretici insieme con il con-
giunto. Ma poi probabilmente il Conte di Savoia non partì. Perché?
Forse fu la notizia dell'assassinio di Filippo di Svevia quello che lo
trattenne?
Dei conflitti nei paesi borgognoni dopo la morte del principe
svevo abbiamo qualche notizia, non precisa però. Filippo di Svevia,
poco prima di morire, aveva combinato il matrimonio tra la nipote
Beatrice di Borgogna ed Ottone duca di Merania; contro il nuovo
conte di Borgogna ripresero la lotta Stefano conte di Auxonne ed i
suoi alleati. Si collega anche a questo indirizzo degli avvenimenti
borgognoni il conflitto già accennato tra Bertoldo V di Zahringen
ed il Conte di Savoia; forse è un episodio di questa guerra com-
battutasi un po' dovunque nei paesi che circondano il lago di Gi-
nevra la sconfitta che — secondo notizie non troppo sicure però — i
Vallesani avrebbero inflitto al duca Bertoldo V al passo di Grimsel.
Soli dati sicuri sono questi: quasi contemporaneamente si con-
chiusero la pace tra Ottone di Merania e Stefano di Auxonne
(11 ottobre 1211) e quella tra Tommaso di Savoia e Bertoldo di
Zahringen (19 ottobre 1211). È difficile non ammettere un legame
tra i due fatti.
La pace Savoia-Zahringer fu conchiusa all'abazia di Hautcrét,
ma non sappiamo quali siano state le clausole. Certo il Conte di
Savoia conservò il castello di Moudon e vi ebbe ora presidio e
castellano, sì che il Vaud fu d'ora in poi sotto l'influsso dei Conti
di Savoia. Però solo nel 1219 il vescovo di Losanna si rassegnò a
riconoscere il possesso'sabaudo di Moudon: l'anno prima era scom-
parso infatti Bertoldo V di Zahringen ed il vescovo doveva fatal-
mente rivolgersi al Conte di Savoia.
C APITOLO XIV

LA FORMAZIONE DI NUOVE TERRE E


COM UNI I N PIEMONTE

1, Gli echi della questione imperiale nelle vicende politiche


italiane. - 2. L'occupazione astigiana di Loreto e l'origine di
Costigliole. - 3, Le origini di Cuneo. - 4. Lo sviluppo del
comune d'Alba alla fine del secolo XII. - 5. Le origini di
Savigliano. - 6. Le origini di Mondovì o Monteregale. - 7.
Le origini del comune di Pinerolo. - 8. La formazione del
comune di Biella. - 9. Vescovi e comune ad Acqui. - 10.
L'abbadessa di San Felice a Villanova (d'Asti). - 11. Comu-
nità rurali. - 12. Vicinie valsesiane. - 13. I vicini di Cannob-
bio. - 14. La partecipanza dei boschi di Trino. - 15. Ri-
cetti e motte.

1. Gli echi della questione imperiale nelle vicende politiche italiane

La morte di Enrico VI determinò in tutta l'Italia una viva rea-


zione contro la dominazione tedesca. Il ferreo sistema che il defunto
imperatore aveva imposto, il peso dei diritti fiscali e politici avevano
dovunque irritato comuni, vescovi, feudatari.
Già lo stesso Filippo di Svevia quando giunse a Montefiascone
si trovò di fronte ad una regione in piena sollevazione appena si
sparse improvvisa la notizia della morte di Enrico VI. Ci si parla
di uccisioni di suoi seguaci e delle difficoltà trovate nel ritornare in
Germania. Persino l'imperatrice vedova Costanza, tosto che assunse
u governo del regno, secondo le disposizioni testamentarie di En-
rico VI, per sé e per il figlio Roggero Federico, si affrettò a licen-
ziare dalla corte e dagli uffici i tedeschi chiamativi dall'imperatore.
Così appariva essa stessa promotrice del movimento nazionale italiano.
In Toscana 1*11 novembre si firmava l'atto di costituzione della
Lega di San Genesio (San Miniato): Lucca, Firenze, Siena, San Mi-
niato, poi Prato, Poggibonsi, Viterbo, Perugia, Arezzo si collegarono
CAPITOLO XXIII

LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II
IN PIEMONTE

1. La situazione del marchese di Monferrato e le sue relazioni


con i comuni di Vercelli e di Ivrea. - 2. Asti tra feudatari
e comuni. - 3. Il riconoscimento dell'esistenza di Mondovl
e di Cuneo. - 4. L'attività di Genova verso il Piemonte.
-5. La battaglia di Cortenuova. - 6. Trasformazione della
politica di Vercelli. - 7. Federico II a Torino, - 8. I Fratelli
di Savoia a Brescia.

1. La situazione del marchese di Monferrato e le sue relazioni con


i comuni di Vercelli e di Ivrea

Nella primavera del 1232, dopo la vittoria di Chivasso,


di fronte al pericolo di un conflitto aperto con l'imperatore, i mila-
nesi pensarono ad assicurarsi meglio della situazione piemontese,
cercando di intendersi con Bonifacio II di Monferrato, così da tenerlo
stretto a sé ed alla Lega ed impedirgli di riaccostarsi a Federico II.
I milanesi acconsentirono quindi alla restituzione del castello
e della villa di Chivasso, ma a condizioni assai aspre, senza del
resto preoccuparsi dei loro alleati di Vercelli con i quali avevano
spartito, come si è visto, la conquista. Il trattato con Bonifacio II
deve essere della fine dell'aprile del 1232. Il marchese di Monferrato
dovette acconsentire a cedere tutti i suoi domini al comune di Milano
per riaverli poi come feudo del comune di cui sarebbe stato per
l'avvenire un vassallo, legato da giuramento, sotto la minaccia di
essere dichiarato fedifrago, spergiuro, spogliato del feudo, se avesse
voluto ricuperare l'indipendenza. E per tenerlo stretto dalla parte
degli interessi, i milanesi costrinsero H marchese a comperare in
Milano case per il valore di 1000 lire, terre nel territorio milanese,
LA SITUAZIONE DEL MARCHESE DI M ONFERRATO...

6}1

tra Adda e Ticino, per la cospicua somma di lire 10.000. Per fare
tali acquisti Bonifacio II avrebbe dovuto impiegare i proventi del
pedaggio di Chivasso, che sarebbe stato quindi sotto il controllo di
un funzionario milanese sino al compimento della operazione.
La restituzione di Chivasso doveva subire però ancora altre
condizioni: le fortificazioni del luogo sarebbero state abbattute né mai
più avrebbero potuto essere ricostruite; per ogni futuro contrasto
con i comuni vicini — Alessandria, Vercelli, Torino — arbitri sareb-
bero stati i milanesi; questi avrebbero avuto libertà di transito per i
territori marchionali, mentre a richiesta di Milano, il marchese avrebbe
dovuto vietare il passo a chi gli fosse stato indicato, inoltre Bonifacio
dichiarava di rinunciare a qualsiasi pretesa di risarcimento di danni
dai vari comuni che avevano partecipato all'assedio di Chivasso e si
impegnava ad ottenere dal marchese di Saluzzo la liberazione di quei
milanesi od altri leghisti che erano stati catturati nel Cuneese
l'anno prima.
A quale condizione era ridotto Bonifacio II ! Le glorie dei grandi
avi, Guglielmo V, Corrado, Bonifacio I, erano cadute nel fango.
Ma nel 1232 a Bonifacio II non era possibile nessuna altra via:
l'imperatore era lontano e disarmato di fronte alla Lega potentissima;
il partito imperiale nell'Italia occidentale era depresso, II marchese
aveva compiuto l'errore di accettare i legami con la Lega negli anni
precedenti; ora Federico II doveva avere massima diffidenza per quel
marchese aleramico troppo pronto ad accordarsi con i comuni.
Male assai rimasero i vercellesi quando seppero del voltafaccia
di Milano. E lo seppero in maio modo, poiché il 6 maggio di quel-
l'anno 1232 il marchese si presentò alle porte di Chivasso accom-
pagnato da ambasciatori milanesi e da circa 300 armati. I milanesi
comunicarono l'accordo, ma non riuscirono naturalmente a convincere
i vercellesi perché si ritirassero dalla loro conquista. I milanesi ricor-
sero allora alla violenza e ruppero le porte della villa per immettervi
il loro illustre vassallo; il podestà vercellese si ritirò protestando
nel castello e quando venne anche di là espulso non gli restò che
avviarsi con i suoi, mortificato, in patria: « tristis et dolens recessit ».
Le proteste di Vercelli arrivarono a Milano, ma con quale frutto
ormai? Se si fossero per ripicco ritirati dalla Lega avrebbero fatto
il gioco di Bonifacio di Monferrato.
Già la ricomparsa del marchese a Chivasso servì a rinvigorire
tutti i nemici di Vercelli nella regione canavesana e novarese. Il com-
promesso di Padova servì a Milano per giustificare un'energica azione
632 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

per la pace nelle due regioni, imponendosi ai vari comuni contrastanti


perché accettassero il suo arbitrato.
Così il 15 giugno 1232 il podestà di Milano, Sebastiano Vento,
pronunciò il lodo per tutte le controversie tra Vercelli e Novara ed
i loro aderenti comunali e feudali. Furono dichiarati compensati
reciprocamente i danni di guerra e furono restituiti i prigionieri.
Vennero riconfermati i patti del 1223 per i ponti sulla Sesia, per il
luogo di Biandrate, per i conti di Biandrate, per i signori di Castello;
venne però stabilito che i vercellesi non potessero aiutare né i Bian-
drate né i Castello negli eventuali loro -tentativi di sottrarsi agli
impegni verso Novara.
Nuovamente si stabilì che i vercellesi dovessero liberare da ogni
vincolo di cittadinanza il comune di Pallanza e così facessero pure a
loro volta i novaresi per gli Avogadro signori di Casalvolone; in
cambio accordassero i novaresi piena amnistia ai Biandrate ed a
Pallanza come i vercellesi a quei di Casalvolone ed ai castellani del
Canavese. Per questi anzi fu stabilito che i vercellesi non facessero
loro alcun danno e contro di essi non facessero alcuna « federazione
o società » con i rustici del Canavese; ma li dovessero rispettare nei
loro diritti. Così pure Novara non facesse più nell'avvenire alcun
accordo o lega con il comune d'Ivrea, con il conte Pietro di Masino
e con i vari consortili del Canavese, sciogliendo entro un mese i legami
che ora aveva e non dando loro aiuto contro Vercelli. Per quanto
riguardava il commercio, i due comuni dovevano trattarsi nei pedaggi
con la stessa misura; per l'ordinamento delle vie commerciali d'ac-
cesso ai paesi d'Oltremonti avrebbe deciso arbitralmente il comune
di Milano.
Il lodo fu accettato, al momento della pubblicazione, dalle rap-
presentanze dei due comuni. Ma a Vercelli, quando si ebbe sotto gli
occhi il testo, in Credenza incominciarono le proteste: si temeva di
dover abbandonare le posizioni già conquistate nel Canavese e di
dovere lasciare indipendenti gli Avogadro di Casalvolone. Si protestò
a Milano; si rifiutò la restituzione dei prigionieri.
Nell'agosto dello stesso anno vercellesi e novaresi erano di
nuovo in armi, accampati gli uni contro gli altri presso Borgo Vercelli.
Il podestà di Milano si affrettò a studiare i reclami dei vercellesi ed
il 3 agosto portò ai campi dei belligeranti le decisioni della credenza
milanese: si ammetteva che Vercelli potesse aiutare Ivrea contro i
castellani del Canavese per costringerli ad osservare i patti, che
potesse rivendicare contro questi castellani i diritti già acquisiti; per
ASTI TRA FEUDATARI E COMUNI 633

quanto riguardava i signori di Casalvolone, l'amnistia non voleva dire


che essi potessero abitare ed avere autorità in Casalvolone se il
comune di Vercelli non lo acconsentisse.
Ed ora si venne alla pace: si restituirono i prigionieri, si liqui-
darono le rispettive spese per la loro custodia.
Nei mesi seguenti il comune di Vercelli cercò di riaffermare
la sua autorità nel Canavese. Nell'ottobre venne ad accordo con i
signori di Casalvolone; poi, nel novembre, intimò al suo vassallo,
Pietro conte di Masino, di armarsi e di iniziare la guerra agli uomini
del Canavese « cum igne et sanguine », vietando loro ed alle loro
mercanzie il transito per le strade del suo feudo.
Questo atteggiamento energico contribuì a pacificare la regione.
Nel dicembre ancora di quell'anno i conti di San Martino, di Castel-
novo, i signori di Mercenasco, di Arundello, di Strambino, di Casti-
glione si accordarono con il comune di Ivrea, promettendo di attenersi
ai patti del 1228 e di esortare gli altri consortili feudali del Canavese
a venire anch'essi ad accordi. Vercelli mandò ora ambasciatori ad
Ivrea ed ottenne che i consortili canavesani si accordassero per man-
tenere i patti eporedio-vercellesi e comperassero casa in Vercelli sì da
essere con il comune legati, pur non sottomettendosi alla giurisdizione
vercellese e conservando gli obblighi che avevano, alcuni almeno,
verso il marchese di Monferrato. Così nell'aprile del 1233 anche i
conti di San Giorgio, di Valperga, di Castellamonte, i signori di Agliè,
di Montalenghe, di Candia vennero a pace con Ivrea e quindi con
Vercelli, attraverso alla mediazione di Ottone e di Guido di Biandrate,
del conte di Masino e dell'abate di Lucedio. Ora finalmente il Cana-
vese fu tranquillo: tranquilla Ivrea, tranquilla la feudalità sotto l'ege-
monia vercellese.
Tra Vercelli e Novara invece ricomparvero presto i guai: i
vercellesi pur dopo la pace avevano fatto bottino a danno dei nova-
resi; questi pretendevano imporre al pedaggio del ponte sul Ticino,
un tributo doppio di quello che gli altri pagavano. Contrasti quindi
e pace assai dubbia.

2. Asti tra feudatarì e comuni

L'intervento di Federico a favore di Asti contro l'Alessandria


con il diploma dato ad Aquileja nell'aprile del 1232 Aw-**~
minare in Val di Tanarn "«- -•
634 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

L'imperatore, annullando il lodo milanese per la pacificazione tra i


due comuni, veniva ad impedire che gli astigiani si lasciassero tra-
scinare alla lega come era successo del marchese di Monferrato.
Anche il comune d'Alba era in rottura con Asti e per conse-
guenza nel 1232 e 1233 era di nuovo in buoni rapporti di amicizia
e di alleanza con gli alessandrini. Asti appariva adunque quasi com-
pletamente circondata da aderenti della Lega; amici suoi erano solo
a nord il Conte di Savoia ed il comune di Chìeri, verso sud i marchesi
aleramici di Carretto. Nel 1232 lo stato di guerra tra Asti ed Alba
appare da varie condanne gravi inflitte dal podestà di Alba ad alcuni
ribelli partigiani di Asti già cacciati di città: Oggero e Sismondo
Censoldì fecero scorrerie nel territorio albese, a Manzano ed altrove,
facendo bottino di bestiame.
Al principio del 1233 il marchese di Monferrato venne ad
accordi con gli albesi per un'azione contro il comune nemico. Nel
febbraio Bonifacio II si trovò con il podestà d'Alba e si misero
d'accordo su le varie questioni che era necessario risolvere. Il mar-
chese cedette ad Alba tutti i diritti che aveva ancora nei castelli
di Monforte e di Novello e nei due contadi, ordinando che quanti
avevano obbligo di vassallaggio verso di lui, lo avessero ora verso
il comune d'Alba. In questo modo egli veniva a rafforzare la posi-
zione di Alba verso i marchesi di Carretto rimasti fedeli all'imperatore
e specialmente verso il marchese Giacomo figlio di Enrico II e Grata-
paglia di Clery, il marito di una figlia dello stesso Enrico II, che
dopo essere diventati vassalli del comune nel 1224 appunto per altre
terre feudali di Monforte, erano venuti a lotta con il comune stesso,
dal quale si consideravano invece come indipendenti per i feudi che
tenevano dal marchese di Monferrato.
Un grosso guaio era poi quello della torre di Monforte appar-
tenente al marchese di Monferrato, da lui affidata ai marchesi di
Carretto ed ora distrutta durante la lotta dagli albesi. Questi ora
ottennero dal marchese Bonifacio il diritto di chiedere ai marchesi
di Carretto lire mille per indennizzo della torre che essi stessi avevano
distrutto! E come garante della concessione Bonifacio II dava agli
albesi il marchese di Saluzzo Manfredi III.
Il marchese di Monferrato si impegnava poi a fare conservare
la pace dai marchesi di Carretto sino all'aprile; non riuscendo in
questa avrebbe anch'esso fatto guerra ai Carretto con gli albesi. E fino
a che durasse la guerra con Asti e con i Carretto gli albesi avrebbero
potuto circolare liberamente per Dogliani, per le terre del marchese
ASTI TRA FEUDATÀRI E COMUNI 635

di Busca, dei signori di Revello, sì da comunicare facilmente con


Alessandria. II marchese Bonifacio si impegnava poi ad aiutare gli
albesi contro gli astigiani con fanti e cavalli, in cambio chiedeva agli
albesi che si adoprassero a riconciliarlo, mediante il loro arbitrato,
con gli alessandrini dai quali voleva però quel giuramento di fedeltà
che avevano prestato al padre suo.
Una curiosa eco di questioni orientali nella vita piemontese è
data da una clausola del trattato: gli albesi si impegnavano ad aiutare
Bonifacio II nell'impedite alla regina di Cipro, Alice di Champagne,
il passaggio verso Oltremonti ed anche i cuneesi ed i saviglianesi
avrebbero dovuto operare nello stesso modo, a meno che il marchese
non decidesse di doverle aprire il passo. La regina Alice era la madre
dell'attuale re di Cipro Enrico che aveva sposato nel 1229 appunto
una sorella di Bonifacio II, Alice anch'essa di nome, che era motta
pochi mesi prima. Quali i motivi dell'ostilità del marchese verso la
madre del cognato? Ce lo spiega un documento genovese. Poiché la
regina Alice andava in Francia per rivendicare la contea di Champagne
contro il nipote Teobaldo, questi aveva inviato ambasciatori ai prin-
cipi italiani perché non lasciassero passare la nemica: così i marchesi
di Ceva strinsero appunto nel gennaio del 1233 un regolare trattato
con l'ambasciatore del conte di Provenza: come ricompensa avrebbero
avuto 300 lire genovesi, che sarebbero diventate mille se fossero
riusciti a catturare la regina. Questa nel gennaio di quell'anno arrivò
a Genova, ma ripartì quasi subito,, non sappiamo per quale via.
Ma ritornando alla guerra non pare che essa si svolgesse favo-
revolmente per la coalizione anti-astigiana: già nel maggio successivo
tra Alba ed Asti vi erano delle trattative di pace e gli astigiani assu-
mevano l'atteggiamento di vincitori; infatti il podestà di Alba conse-
gnava al suo collega di Asti i castelli di Neviglie e di Novello che
sarebbero stati restituiti solo quando fosse stato giudicato delle ver-
tenze esistenti tra i due comuni.
Una regione in cui Asti doveva sforzarsi di conservare il suo
influsso a qualunque costo era quella dell'alto Piemonte, tra Tanaro
e Stura. Sotto gli auspici della Lega Lombarda e di Milano erano risorti
con carattere antiastigiano i comuni di Cuneo e di Mondovì e si era
rafforzato quello di Savigliano. Dopo la scorreria milanese del 1230
continuarono certamente i conflitti tra i nuovi comuni ed i gruppi
feudali avversi. Asti legata ai Savoia, ai Saluzzo, ai Carretto, non
poteva certamente dirsi soddisfatta della risurrezione dei comuni, ma
doveva cercare di ricondurli al suo predominio. Cuneo e Savigliano
636 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

erano nel 1233 alleati con Alba, e forse anche Mondovl: ci si parla
infatti di spedizioni militari appunto nel 1233, verso quest'ul-
timo luogo.
La spedizione milanese aveva messo la regione in subbuglio. I
nuovi comuni attiravano a sé le popolazioni rurali, desiderose di
sfuggire, andando ad abitate in città, ai molti, gravosi obblighi feudali.
La classe feudale costretta a combattere, a difendersi, diventava sem-
pre più pesante. Di qui l'agitazione degli elementi rurali che già
abbiamo riscontrato al principio del secolo. Ed i signori protestano,
osservano che pur andando a respirare l'aria di città, quell'aria che
secondo un detto tedesco dell'epoca rendeva liberi, i loro rustici
non hanno il diritto di sfuggire al pagamento delle imposizioni feudali.
Protestano pure gli ecclesiastici delle chiese, gli abati e più alto di
tutti il vescovo di Asti: si protesta di volere il rispetto delle libertà
ecclesiastiche che erano poi semplicemente l'esonero dal fodro e dalle
varie imposizioni fiscali che i nuovi comuni a tutti imponevano per le
necessità della loro organizzazione e difesa. E verso il 1231 il vescovo
d'Asti colpì per questo di scomunica il comune di Cuneo.

3. Il riconoscimento dell'esistenza di Mondavi e di Cuneo

A differenza del marchese di Saluzzo, il vescovo di Asti si ras-


segnò però assai presto alla rinascita di Mondovì e cercò almeno
di salvarvi — appoggiato dal comune — quel che poteva salvare.
Nell'ottobre del 1233 i consiglieri del nuovo comune monregalese per
mezzo di un vassallo ricchissimo della sede d'Asti, il Bressano, vennero
a patti con il vescovo. Gli riconobbero tutti i diritti, i redditi, gli onori
che aveva prima a Vico Vecchio, osservando tutto quanto usavano
fare per il vescovo precedente Guido e conservando tutte le consue-
tudini. Al vescovo sarebbe spettato di diritto la podesteria di Mon-
dovì, quando la popolazione avesse voluto avere il podestà, e fin
d'ora gli si fissava come stipendio la somma di lire 300 genovesi.
Gli si fissavano pure i proventi annui: per ogni coppia di buoi
posseduti avrebbe avuto una mina di grano ed una di spelta; ogni
mercante munito di cavalcatura avrebbe pagato all'anno dodici denari,
se senza cavallo, la metà, ogni lavorante, quattro denari. Gli si sarebbe
costruita una casa di legno decente ed in luogo onorevole. Sul mercato
avrebbe riscosso 12 denari per banco messo fuori dei portici sulla
piazza. Dei banni, un terzo sarebbe andato al vescovo, un terzo al
IL RICONOSCIMENTO DELI 'ESISTENZA 01 MON0OVÌ E DI CUNEO 637

podestà, un terzo al comune. La popolazione avrebbe dovuto andare


ai molirti ed ai forni del vescovo; altri non si sarebbero potuti usare,
II comune gli avrebbe pagato la somma di lire 1400 genovesi, ai
termini che si sarebbero stabiliti. Gli avrebbero dato inoltre i diritti
che prima avevano riconosciuto ai loro signori, i redditi, le succes-
sioni. Gli avrebbero giurato fedeltà come a signore, come prima in
Vico Vecchio. Gli avrebbero dato a sua volontà, il castello di Vico,
il castello di Montaldo, il castello della Torre, nei quali castelli il
vescovo avrebbe dovuto però mettere gente tale da non far del male
alla popolazione di Mondo vi.
In cambio chiedevano al vescovo ed al capitolo di Asti il rico-
noscimento perpetuo del luogo, poi la restituzione del documento
con cui si erano impegnati venti anni prima a non abitare a Mondovl,
poi la garanzia circa il buon contegno verso di loro dei vassalli della
chiesa di Asti posti tra Stura e Tanaro e dei comuni dei vari luo-
ghi vicini.
Il comune di Mondovì era dunque riconosciuto dal vescovo di
Asti nella sua esistenza, sebbene fosse ancora legato al vescovato da
vari notevoli legami: non indipendenza, ma larga autonomia rap-
presentata più che da altro dai tributi per i quali più tardi ancora
si sarebbe dovuto di nuovo discutere. Per ora i monregalesi potevano
essere soddisfatti: avevano ottenuto più che non potessero desiderare.
Attraverso all'azione monregalese fu possibile al comune di Asti
di ristabilire il suo influsso nella regione: prima fece accettare una
tregua, poi nel 1233 impose un compromesso e quindi il suo lodo.
Questo atto del 6 gennaio 1234 ci mostra quali erano le forze con-
tendenti: da una parte il marchese di Saluzzo, i marchesi di Ceva,
di Busca, i castellani dei consortili di Breo, di Carassone, Morozzo,
i castellani del consortile di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone, i
signori di Caraglio, l'abate di San Pietro di Savigliano, altri feudatari
grandi e piccoli ancora; dall'altra parte i tre comuni alleati, di Cuneo,
di Savigliano, di Mondovì, l'abate di San Dalmazzo.
Il lodo del podestà di Asti stabilì che i marchesi, castellani, abati
avessero a conservare tutti i diritti che avevano sui loro uomini e
possessi prima della costruzione di Cuneo e di Mondovì, escluso però
il fodro; i nuovi, e vecchi, comuni non avrebbero dovuto ricevere in
abitanti uomini e vassalli dei marchesi e dei castellani che non vi
abitassero già al momento del compromesso. Così i comuni nuovi non
avrebbero potuto fare alleanza, unione giurata, lega con i vassalli del
vescovo di Àsti dei marchesi e di tutti i castellani senza consenso
638 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

dei rispettivi signori; se avessero fatto accordi dopo il compromesso,


li dovessero rendere nulli; non potessero aiutare i vassalli ed i sudditi
dei marchesi e castellani contro i loro signori, non dovessero dare
noia ai vassalli e sudditi stessi; per le successioni ereditarie dei loro
uomini, dovessero marchesi e castellani continuare a godere i diritti
del passato.
Riguardo a Mondovì, venivano sanzionati gli accordi presi dal
comune stesso con il vescovo d'Asti per mezzo del signor Bressano
di Vico e di Giacomo di Bagnasco; si ripeteva per il vescovo l'obbligo
di restituire ai monregalesi la carta dell'impegno di non venire da
Vico a Mondovì. Però si stabiliva che quegli uomini di Carassone
che non erano andati come gli altri ad abitare al Monte, non potessero
più andarvi; dovevano rimanere a Carassone e non essere ricevuti
come abitatori a Mondovì od altrove. Il vescovo d'Asti ottenne invece
una clausola di protezione per tutte le chiese della sua giurisdizione,
che avrebbero potuto godere delle consuete libertà e che i comuni
nuovi non avrebbero potuto alle chiese ed al loro clero imporre
alcun fodro od altro tributo.
Riguardo a Cuneo, fu stabilito che il comune dovesse restituire
al marchese di Saluzzo la Val di Stura integralmente con tutti i
possessi, terre, ville che gli avevano tolto, riservati i diritti di pro-
prietà degli uomini di Cuneo; il marchese avrebbe potuto, fuori di
Cuneo (extra locum Cunei), fabbricare e costruire a sua volontà, senza
impedimento dei tre nuovi comuni. Il vescovo d'Asti fu invitato a
ritirare la scomunica contro Cuneo, come già. pare si era detto nel
compromesso. E poiché i marchesi e castellani, gli abati, il vescovo
d'Asti durante la guerra avevano fatto man bassa sui feudi appar-
tenenti agli abitanti dei tre comuni, fu stabilito l'obbligo della restitu-
zione integrale sì che quanti avevano obblighi di vassallaggio potes-
sero rendere i loro servizi feudali. Per quanto concerneva gli abitanti
di Cuneo, il lodo stabilì che i cuneesi dovessero costringere gli uomini
di Chiusa, che solo dopo il compromesso si erano stanziati a Cuneo, a
ritornarsene alla loro villa. Gli uomini di Borgo San Dalmazzo abitanti
in Cuneo dovevano pagare al vescovo d'Asti ed al marchese di Saluzzo
una somma annua a titolo di fitto e di albergarla secondo i vecchi
obblighi; rispettati fossero i patti corsi tra il comune di Cuneo e gli
uomini di Caraglio; i cuneesi, ed in loro mancanza Bressano di Vico,
pagassero ai marchesi di Ceva una somma dovuta per alcuni prigionieri
che erano a Ceva ed a Mulassano.
IL RICONOSCIMENTO DELL'ESISTENZA DI MONDOVÌ E DI CUNEO 639

Cuneo e Savigliano dovevano rispettare gli uomini di Romanismo,


né riceverli come abitatori senza consenso del comune di Asti. L'abate
di San Pietro di Savigliano ed i castellani del consortile di Manzano,
Sarmatorio e Monfalcone dovevano conservare tutti i loro domini,
possessi, forni, mulini, mercati e diritti consortili di ogni genere, come
erano usi avere prima che incominciasse la guerra, in Savigliano,
Genola, Solere, Marene e tutte le altre ville loro, poste fra la Stura
e Savigliano, ed in esse ville costruire a loro volontà senza contrasto
da parte dei Saviglianesi; il comune saviglianese non avrebbe potuto
prendere alcun provvedimento statutario od altro diretto ad ostaco-
lare o togliere i diritti consortili dei suddetti castellani sì che questi
potevano fare come avevano consuetudine prima della lotta, pace e
guerra, esercito e cavalcata; i saviglianesi che erano uomini dei castel-
lani del consortile suddetto o dell'abate e che prima davano per
le vendite delle terre il terzo del prezzo, d'ora innanzi dessero il
quarto e permettessero ai castellani di Cavallermaggiore di godere
liberamente dei diritti loro su tale terra come prima della guerra.
Il marchese di Busca fu autorizzato ad edificare a sua volontà nella
sua terra di Monasterolo senza contrasto dei saviglianesi o d'altri che
non fosse il comune di Asti. Il lodo conteneva ancora l'obbligo dei
comuni di ristabilire nei loro beni e diritti quanti erano usciti dalle
loro città per aderire alla parte dei marchesi e castellani; le cose
prese dalle parti nel tempo della tregua, si restituissero reciproca-
mente; così si restituissero i prigionieri fatti, pagando le spese del
loro mantenimento; per le controversie e dubbi fosse sempre arbitro
il comune di Asti.
Pace adunque questa che salvaguardava da una parte l'esistenza
dei nuovi comuni, ma che rispettava gli interessi economici e giuridici
della classe feudale anche nell'interno dei comuni. Per tal via gli
astigiani cercavano di tenersi amici ed i comuni ed i feudatari ostaco-
lando l'intromissione della Lega e delle due nemiche limitrofe Alba
ed Alessandria, nel nome dell'imperatore e nell'interesse proprio.
Nella nuova situazione constatata dal lodo del 6 gennaio del 1234
il primo vinto era il vescovo di Asti che il 4 aprile del 1233 era stato
costretto dal comune a cedergli solennemente i diritti di pace e di
guerra, di esercito, di cavalcata, di soccorso e di ridotto sopra tutti i
vassalli, gli uomini e la terra che questi e quelli tenevano dalla Chiesa
di Asti. E nell'agosto successivo gli uomini di Morozzo, che era terra
appartenente al vescovo ma che già formava comune, facevano il loro
cittadinatico ad Asti, con il consenso dei loro signori, cioè del vescovo
640 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

d'Asti e dei vassalli suoi del luogo. La signorìa feudale del vescovo
era quindi in disgregazione. Né il comune d'Asti si accontentava di
togliere i diritti militari alla Chiesa, ma mirava anche ad una presa
di possesso nel campo economico. Già sulla fine del 1231 il comune
nominava una commissione di sedici cittadini nobili per procedere
alla registrazione dei beni e dei fitti dovuti alla chiesa astense. Era
una ventata davvero di antiguelfismo economico.
Mondovì e Cuneo dovevano dunque il riconoscimento del loro
diritto ad esistere ad un atto ufficiale del podestà di Asti che rap-
presentava la maestà imperiale. Non erano però ancora città, non
avevano vescovo, non diocesi. Il vescovo di Asti, qui dominava, e lo
avrebbe impedito per evitare concorrenti!
Sulle relazioni di Asti con Alessandria non abbiamo dopo il 1233
notizie precise. Ad Alba durante il 1233 comparve un personaggio im-
portante del partito guelfo, il francescano fra Enrico di Padova, per
fare inserire negli statuti comunali i capitoli contro gli eretici, l'usura
ed i giochi d'azzardo. I signori di Monforte vennero invitati a prestar
fedeltà al comune solo nel novembre del 1233, secondo gli accordi
presi con il marchese di Monferrato, e nel febbraio seguente anche
i rustici furono chiamati al loro dovere. Nell'aprile ancora del 1234
il comune di Alba accettava la pace con Asti, ma respingeva le clausole
riguardanti Novello e Monchiero in cui erano evidentemente favoriti
i marchesi di Carretto. Ed il nuovo podestà era un genovese; di nuovo
ritornava Guglielmo Embriaco.
Nella zona dove era il più grave dissidio con Alessandria, la
regione tra Bormida e Belbo, nel maggio del 1235 gli astigiani otten-
nero dei vantaggi con la sottomissione dei Catena comproprietari di
Malamorte, ma anche gli alessandrini si radicarono nella regione.
Il loro centro nuovo era Nizza su un contrafforte all'incontro del
torrente Nizza con il Belbo. Quivi in questi anni andarono riunendosi
gli uomini di Lanerio, di Calamandrana, di Garbazola, di Quinziano,
di Lintiliano, di Belmonte, sotto la signoria di Alessandria, mentre i
signori del consortile di Canelli e di Calamandrana rimanevano legati
ad Asti.
Un'altra villa nuova o rinnovata era Bistagno. Il vescovo di
Acqui di tanti possessi aveva conservato Bistagno: nel 1253 trasportò
il suo popolo su una altura,
Ancora nel 1235 gli astigiani riuscivano a stabilirsi — definitiva-
mente essi speravano — sul Po, costringendo gli abitanti di Carignano
a giurare il cittadinatico nel loro comune, obbligandosi a pagare fodro
L'ATTIVITÀ DI GENOVA VERSO IL PIEMONTE 641

ad Àsti per 1000 lire, a fare pace, guerra e cavalcata, soccorso e


ridotto per gli astigiani contro di tutti, riservando solo il Conte di
Savoia ed i loro feudatari, a non fare né pace né guerra senza il
consenso del comune d'Asti. Per l'avvenire gli abitanti di Carignano
avrebbero preso il podestà in Asti, avrebbero entro l'ottobre — il trat-
tato è del 20 maggio — costruito un ponte sul Po e l'avrebbero a loro
spese mantenuto, con piena libertà per gli astigiani di passarvi, a piedi,
a cavallo, con carri. In tal modo quell'accesso al Po che si erano
fatti assicurare da Tommaso I di Savoia nel 1224, ora si garantivano,
rendendo sottomesso lo stesso comune di Carignano.

4. L'attività di Genova verso il Piemonte


Riconciliatisi con l'imperatore, sen2a rompere del resto i buoni
rapporti con Milano e con la Lega, i genovesi ebbero tra il 1232 ed
il 1235 a lottare in vari punti del loro dominio.
Sulla Riviera di ponente nel 1232 i rustici di Val di Oneglia e di
Valle Arroscia erano in ribellione ai loro signori, il vescovo di Albenga
ed i marchesi di Clavesana, che si rivolsero per aiuto al comune geno-
vese. Bonifacio III di Clavesana ed i fratelli suoi si adattarono di mal
animo ad un accordo con i più potenti genovesi, che furono ben lieti
di avere un pretesto per installarsi nella regione.
Dapprima però Genova inviò solo dei commissari per riunire
in armi contro i rustici i nobili vassalli della Riviera. I rustici misero
in fuga le milizie mandate su nelle valli ed imbaldanziti « accensi
spiritu stultitie et furoris » discesero al mare assalendo e bruciando
castelli non solo marchionali ma anche genovesi. Questa volta da
Genova si presero severi provvedimenti: per mare si portarono milizie
ad Oneglia ed a Porto Mautizio; si assalì e si prese il castello di
Bestagno, presso Pontedassio, poi altri luoghi delle vallate; in Oneglia
si mise ora un podestà genovese, presidi si misero a Pieve di Teco ed
in altri luoghi fortificati. Così i marchesi di Clavesana passarono
sotto la sovranità di Genova.
Anche oltre Appennino continuavano le ostilità con Alessandria
e con Tortona. Gli alessandrini ancora sempre pensavano a Capriata:
nel giugno del 1232 nuovamente attaccarono ivi e rovinarono le
campagne. I genovesi, è vero, erano in buoni rapporti con i milanesi:
anche nel giugno dello stesso 1232 il loro podestà milanese Pagano
di Pietrasanta si recò a Milano certo non per questioni personali,
come afferma premuroso il cronista ufficiale genovese.
642 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

Mal capitò però al podestà che per via, tra Vogherà e Pavia,
venne assalito da una banda di pavesi, trattato « contumeliose » ma
poi lasciato proseguire. Infatti Genova, Tortona, Pavia, Milano erano
pur sempre legate in vario modo alla questione della strada dal Po
al mare e nella questione poco o nulla valevano le ideologie guelfe
e ghibelline, I genovesi erano per la strada in dissidio con i tortonesi
ed i pavesi, pur essendo fedeli tutti all'imperatore, invece erano uniti
da buoni accordi ai milanesi.
La questione di Arquata era pur sempre aperta tra Genova e
Tortona. In contrasto con la Lega Lombarda, i tortonesi inviarono
nel dicembre del 1231 i loro rappresentanti alla dieta imperiale di
Ravenna e Federico II per ricompensare la loro fedeltà concedette al
comune di Tortona la strada per Genova con tutti i diritti su di
essa, che tradizionalmente già possedevano, È vero che l'imperatore
cercò subito dopo — nei primi mesi del 1232 — di venire incontro
agli interessi genovesi e di conciliarli con quelli di Tortona, poiché
con un altro diploma dichiarò che i genovesi quando fossero tornati
alla devozione per l'impero avrebbero potuto anch'essi usare libera-
mente della strada di Tortona. Ma come conciliare le due città?
Nel 1228 si era rinviata la questione di Arquata al giudizio di una
commissione arbitrale mista, presieduta da milanesi, che si sarebbe
riunita dopo quattro anni, nel 1232. Dati i dissidi tra i vari comuni,
nel 1232 non si fece nulla: ma i milanesi acconsentirono poi alle
richieste dei genovesi di riunire la commissione per il lodo. Alla
fine quasi dell'anno, nel dicembre, comparvero a Milano due rap-
presentanti di Tortona, uno come arbitro eletto dal comune, l'altro
come procuratore dello stesso comune, ad osservare che l'arbitrato
non poteva avere luogo: come potevano gli arbitri mettersi d'ac-
cordo? I tortonesi amici dei pavesi erano in inimicizia con i milanesi,
quelli fedeli all'imperatore, questi ribelli. I milanesi respinsero queste
obiezioni e decisero che i loro rappresentanti esaminassero la questione
anche solo con i delegati di Genova se i tortonesi rifiutavano di
intervenire.
Ma da Tortona con abili artifici si riuscì a tirare avanti la
discussione per diversi mesi. Comprendevano i tortonesi che tra
Genova e Milano vi era un segreto accordo contro di essi, che Milano
per avere Genova nella Lega era pronto a decidere a suo favore nella
questione di Arquata.
Tra il 1233 ed il 1234 i rapporti peggiorarono: i genovesi ebbero
a combattere contro i tortonesi spalleggiati dai pavesi. Nel dicembre
64
LA BATTAGLIA DI CORTENUOVA ^

del 1232 il comune di Tortona comperò da Bonifacio II marchese di


Moni"errato il castello di Novi, per 5700 lire pavesi: il castello fu
rafforzato con una torre che fu inaugurata solennemente « in onore
dell'imperatore, dei comuni di Tortona e di Pavia e di tutti gli amici ».
Nel 1234 i signori di Montalto allegramente predavano le merci dei
comuni lombardi avviate a Genova per la via di Gavi.
Solo nel 1235 si incominciò a discutere di pace e nuovamente si
ricorse ad arbitri: ne fu regolata tutta la questione della via per Gavi
e Serravalle con l'impegno dei due comuni di garantire, ciascuno per
un tratto, la sicurezza dei viaggiatori e delle merci.

5. La battaglia di Cortenuova
II lodo papale del 1233 non piacque né ad una parte né all'altra.
I rettori della Lega sollevarono mille obiezioni; per parte sua
l'imperatore ufficialmente ringraziò Gregorio IX della sua premura per
la pace, ma nella corrispondenza privata mostrò apertamente la sua
delusione.
Durante il 1233 ed il 1234 Federico II rimase a lungo nei regno
di Sicilia occupato nel reprimere movimenti ed in tante cure della
riorganizzazione del regno. In Lombardia la Lega era padrona del
campo. Quando il re dei Romani Enrico VII incominciò ad organizzare
a sua volta una ribellione contro il padre, i comuni della Lega Lom-
barda non esitarono a prestare ascolto alle lusinghe dell'audace prin-
cipe! gli ambasciatori di Enrico VII, Anselmo di Justingen e Walter
di Thaunberg, rispettivamente suoi marescalco e cappellano, vennero
accolti, uditi: nel dicembre del 1234 i rettori della Lega, a. nome di
tutti i comuni aderenti, e anche del marchese di Monferrato, giurarono
fedeltà ad Enrico VII; promisero che non avrebbero partecipato a
nessuna azione contro di lui, anzi che secondo la loro possibilità si
sarebbero opposti, ed avrebbero difeso il suo stato ed il suo onore.
Però con la riserva che non avrebbero dovuto versare tributi né inviare
fanti e cavalli al suo servizio fuori d'Italia; il re Enrico ed i principi
tedeschi avrebbero dovuto aiutare la Lega contro i nemici che essa
aveva in Lombardia « vel alibi ». Si ricordavano solo i comuni di
Cremona e di Pavia, ma il pensiero dei contraenti andava senza dubbio
a Federico II, il grande nemico comune. Si era ottimisti a Milano
in quel 17 dicembre 1234 in cui si firmò l'accordo: già si prevedeva
che Enrico VII riuscisse a soppiantare il padre nell'impero e che Lega
ed impero fossero amici ed alleati.
644 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

Nell'aprile del 1235 l'imperatore decise di porre fine alle mene


del figlio. Lasciò il Regno conducendo con sé il figlio Corrado, natogli
sette anni prima da quella Iolanda di Brienne che subito dopo era
scomparsa. Federico II voleva sostituire evidentemente Corrado al
ribelle Enrico.
Non volendo, data l'urgenza del viaggio, avere guai con la Lega
Lombarda, giunto a Rimini, si imbarcò ed andò a sbarcare ad Aquileia,
di dove per la marca austriaca comparve improvvisamente in Baviera. Il
suo arrivo fu sufficiente per far cadere qualsiasi opposizione,
Enrico VII rimasto solo corse a Wimphe a cercare perdono ai piedi
del padre. Questi rinviò ogni decisione alla dieta di Worms. Quivi
giunto, venne accolto alle porte della città da dodici vescovi; Fede-
rico li guardò, vide che fra di essi vi era il vescovo Landolfo e gli
ordinò di allontanarsi dalla sua presenza. Il figlio fu ora arrestato
per le sue nuove disobbedienze, mentre si preparava a .fuggire; fu
chiuso nel castello di Heidelberg, poi in quello di Alerheim presso
Nordlingen. Federico II intanto il 15 luglio accoglieva la sua nuova
sposa Isabella Plantageneto, sorella di Enrico III d'Inghilterra, e
celebrava appunto in Worms le sue nozze.
Nell'agosto successivo, tenne una grande dieta in Magonza: quasi
tutti i principi tedeschi vi furono presenti: l'imperatore diede dispo-
sizioni per il riordinamento della Germania, annunzio la destituzione
del figlio ribelle.
Nel gennaio del 1236 il principe Enrico partì sotto la custodia
di due vescovi per il castello di Puglia dove aveva a vivere in per-
petua prigionia. Il trasporto fu affidato al marchese Manfredi Lancia
Spiacevole incarico.
Fiero del suo rapido ed apparentemente completo trionfo, Fede-
rico II pensò che fosse possibile venire a capo anche della opposizione
italiana. Ancora da Magonza, l'imperatore scrisse al papa in proposito.
Gregorio IX aveva inviato poco prima un suo messo in Germania,
latore di solenni lettere rivolte a tutti i principi, perché esortassero
Federico II a non preoccuparsi più della questione della Lega affidata
ormai all'arbitrato papale, ed a pensare invece alla Terra Santa.
L'imperatore rispose che avrebbe lasciato la questione lombarda
all'arbitrato del papa, perché fosse risolta per il Natale; altrimenti
nell'aprile seguente, secondo l'intesa presa con i principi, sarebbe
disceso in Italia con due eserciti, l'uno per la via di Basilea e del
San Bernardo, l'altro per la via di Augusta e del Brennero.
LA BATTAGLIA DI CORTENUOVA 645

Gregorio IX riprese la sua politica di rinvii, di indugii; ai rettori


della Lega fece ordinare che comparissero davanti a lui il 1° dicembre;
a Federico II chiese una proroga delle sue decisioni belliche.
Fu certo la notizia delle intenzioni di Federico II quella che
determinò la riconferma della Lega Lombarda: il 5 novembre i rettori
si trovavano a Ferrara ad accogliere l'adesione di quella città alla Lega,
ed in quell'occasione stabilivano per i ferraresi solo l'obbligo di impe-
dire il passaggio per il loro territorio dei « Teutonici e dei loro
fautori » avviati ai danni della Lega; due giorni dopo i podestà delle
varie città leghiste, tra cui le città piemontesi di Novara e di Ales-
sandria, confermavano la Lega stessa. Assai presto tale rinnovazione
della Lega arrivò alle orecchie di Federico che ne scrisse al papa
lagnandosene e manifestando la speranza che la cosa non avesse
carattere offensivo contro di lui. Gregorio IX rispose evasivamente,
ma ammettendo che i Lombardi avessero provvisto a cautelarsi contro
pericoli futuri, per timore della potenza imperiale.
Nel marzo la controversia continuava. Federico II aveva ceduto
alle sollecitazioni papali, aveva rinviato la spedizione ed invece accet-
tando di prendere parte alla discussione della vertenza aveva inviato
a Viterbo presso il papa il Gran Maestro dell'Ordine teutonico.
Hermann von Salza si trovò il giorno fissato, ma i rappresentanti della
Lega non comparvero; arrivarono solo quando il rappresentante im-
periale impazientito se ne partì. Nuovamente Gregorio IX sollecitò
Federico II a rinviare il Salza, ammonendolo a non dare un tristissimo
esempio con una azione militare contro i Lombardi (27 marzo 1236).
Poco dopo, nell'aprile, comparvero a Verona 500 cavalieri te-
deschi e 100 balestrieri: avevano incarico di custodire la città ed
impedire che la Lega vi risvegliasse il partito guelfo per poi chiudere
le Chiuse dell'Adige. Federico II intanto diramava una lettera enci-
clica a tutti i fedeli dell'impero annunziando la sua intenzione di
ridurre l'Italia, da ogni parte circondata dalle sue forze, all'ossequio
ed alla unità imperiale; nel prossimo estate sarebbe disceso in Italia
per tre cose: sradicare l'eresia, ristabilire i diritti della chiesa e
dell'impero, ricondurre la pace; poi avrebbe potuto con il comune
consiglio dei tedeschi e degli italiani pensare alla Terra Santa. E dava
ordine che tutti si trovassero alla solenne dieta che avrebbe tenuto
presso Piacenza; sarebbe partito da Augusta il 24 giugno, sarebbe
stato a Piacenza il 25 luglio.
A tale notizia il papa si affrettò ad inviare il cardinale vescovo
di Palestrina in Lombardia per promuovere l'accordo; il 10 giugno lo
646 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

annunziava all'imperatore e lo pregava di inviargli il Gran Maestro


teutonico. Federico II però scrivendo al re di Francia Luigi IX si
diceva stanco degli italiani: « al diritto si antepone la violenza; nella
giustizia trionfa il capriccio; alcuni popoli d'Italia si sforzano di
disprezzare lo scettro dell'impero ed immemori anche del proprio
vantaggio cercano il piacere di una certa vaga libertà »; intendeva
quindi reprimere la troppo durevole ribellione. E contemporaneamente
scriveva severamente al papa: « L'Italia è mia proprietà per eredità;
abbandonare quello che è nostro per cercare l'altrui sarebbe enorme,
specialmente perché l'insolenzà degli italiani e specie dei milanesi mi
colpì con gravi ingiurie, lasciando la riverenza a me dovuta ». E conti-
nuava dicendo che dovendo come cristiano debellare i nemici della
croce, doveva, prima di andare a combattere con i Saraceni, distruggere
la zizzania dell'eresia nelle città italiane, specie in Milano.
Solo però alla fine del luglio, Federico II lasciò il campo di
Augusta per l'Italia. Aveva con sé tremila cavalieri. Il 12 agosto
era a Trento dove fu accolto da molti suoi partìgiani, con a capo i
due fratelli Ezzelino ed Alberico di Romano; il 16 era già a Verona,
accolto onorevolmente dalla fazione dei Montecchi dominanti in città.
Si fermò due settimane presso Vacaldo poi traversò il Mincio avviato
a Cremona. La Lega aveva riunito un esercito di milanesi, bresciani,
bolognesi, mantovani a Nigrizolo nel bresciano per vietare il passaggio
dell'imperatore, ma i leghisti vennero impediti di muoversi dalla
comparsa di un esercito di parmigiani, di cremonesi, di modenesi, di
reggiani, avanzatisi incontro a Federico II.
Questi unì le proprie truppe a quelle dei comuni fedeli ed
attaccò Mantova: ne devastò le campagne, poi passò a minacciare
Brescia devastandone pure il territorio. Intendeva intimidire la Lega
e ridurla ad accettare la pace. Riuscì almeno a far paura ai berga-
maschi sì che abbandonarono la Lega e si umiliarono all'imperatore.
Stette quindi Federico II quasi tutto il mese di ottobre in Cremona,
poi chiamato da Ezzelino, corse con la sua cavalleria a Vicenza e
riuscì a prenderla il primo novembre devastandola e bruciandola. Poi
occupò Cittadella, Castelfranco, Treviso, ma qui dovette interrompere
la sua conquista per accorrere in Germania a soffocare la ribellione
del duca d'Austria. Traversò le Alpi per Cividale del Friuli e le Alpi
di Carinzia ed andò a stabilirsi a Vienna. La sollevazione del duca fu
presto soffocata, ma Federico dovette occuparsi della riorganizzazione
della Germania; vi fece riconoscere come nuovo Re dei Romani il
figlio Corrado e lo lasciò alla protezione dell'arcivescovo di Magonza.
TRASFORMAZIONE DELLA POLITICA DI VERCELLI 647

Solo nel settembre del 1237 Federico II fu libero e potè ridi-


scendere in Italia: fin dal principio dell'anno aveva annunciato la
sua intenzione di condurvi tante truppe si da soffocare ogni pretesa
di indipendenza. Trattative di accordo? Sì, ancora si studia Grego-
rio IX di offrire la sua mediazione, ma Federico II non ha più fiducia
in lui ed i Lombardi non pensano più che l'intervento papale possa
offrire loro sufficientemente riparo. Alle armi si pensa da una parte
come dall'altra come alla sola soluzione.
E Federico II è deciso a colpire. Deve dimostrare che l'impera-
tore ha ancora la spada in pugno. Forse era arrivato anche a lui il com-
pianto di Sir Blacaz che Sordello aveva scritto nei mesi precedenti,
invitando i principi a cibarsi del cuore dell'eroico cavaliere e primo di
tutti l'imperatore:
Mangi per primo del cuore perché ne ha gran bisogno — L'imperatore
di Roma se vuole vincere — Con la forza i milanesi i quaii tengono lui per
vinto — Ed egli vive diseredato malgrado i suoi tedeschi...
Il 1° ottobre assedia Goito, sottomette Mantova, poi il 22 occu-
pa Montechiari ed isola Brescia; con tutte le forze dì cui dispone attra-
versa l'Oglio e distrugge il 27 novembre a Cortenuova presso Berga-
mo l'esercito leghista comandato dal podestà di Milano, il veneziano
Pietro Tiepolo: 6000 morti, 4000 prigionieri. Grande trionfo che
Federico annunzia con frasi eccelse al popolo di Roma inviandogli il
carroccio di Milano da conservare nel Campidoglio. Ora egli spera che
la protervia della Lega sia per sempre distrutta.

6. Trasformazione della polìtica di Ver celli

Ai milanesi ed ai bresciani che chiedevano pace Federico


rispose intimando la sottomissione assoluta. Sottomise nel novembre
Lodi, poi si avanzò nella Lombardia occidentale, recandosi a festeg-
giare l'inizio del 1238 a Pavia. Da due anni egli desiderava rista-
bilire il contatto con i fedeli pavesi, ma già nel 1236 i milanesi ed i
piacentini avevano manovrato in modo da impedire all'imperatore di
avvicinarsi a Pavia. Ora Federico riuscì a recarvisi, poi da Pavia si
portò a Vercelli.
Il comune di Vercelli dopo lunghe tradizioni guelfe accettò con
piacere la comparsa di Federico IL Sebbene le sue milizie avessero
combattuto nell'esercito leghista a Cortenuova, i sentimenti e gli inte-
ressi della città erano già per il ghibellinismo.
648 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

I vercellesi se, anni prima, erano stati costretti a restituire al


vescovo l'importante terra di Casale, non avevano però rinunciato al-
l'ambizioso progetto di impadronirsi della giurisdizione episcopale e
di liberarsi dalla sudditanza verso il vescovo. Verso il 1234 nuovi
guai si ebbero tra il vescovo ed il comune. Quando il francescano fra
Enrico da Padova venne a Verceìli per imporre l'inserzione negli statuti
delle leggi per gli eretici, e I'« ecclesiastica libertà », il comune stabilì
alcune nuove costituzioni che il vescovo Ugo e poi il papa Gregorio IX
dichiararono inique perché sottraevano indebitamente diritti e giuri-
sdizioni e uomini al vescovo ed alla chiesa, esigendo fodri e banni,
aggravando la chiesa con esazioni indebite. Il vescovo Uguccione pri-
ma protestò, poi colpì di interdetto e poi di scomunica il podestà che
aveva giurato salendo in carica di fare rispettare lo statuto nuovo.
Gregorio IX a cui il vescovo ricorse lamentandosi, (30 aprile 1235)
confermò la scomunica e non si preoccupò delle proteste che
venivano pure presentate dai procuratori del comune subito accorsi
alla curia pontificia; tosto diede ordine al vescovo di Novara di far
pubblicare la scomunica.
Analoga controversia si era avuta poco prima anche ad Ivrea.
Quivi infatti, il vescovo Oberto, mentre pretendeva di aver diritto al
titolo ed alla dignità di conte che nessuno dei suoi predecessori aveva
portato, protestava contro certi statuti del comune lesivi delle fran-
chigie ed immunità ecclesiastiche. Anche ad Ivrea si ebbero per tale
questione durante il 1234 intervento di delegati apostolici, sentenza
contraria al comune, minacce di interdetti e di scomuniche, sino a che
nel 1236 gli eporediesi si piegarono. Più tenaci invece furono i ver-
cellesi.
A Verceìli si decise di continuare inalterati nella via iniziata.
Nel dicembre del 1235 il vescovo Ugo venne a morte; il successore
Giacomo di Carnario venne ufficialmente ignorato e nessuno pensò
che il comune dovesse chiedergli la tradizionale investitura. La vacanza
della sede episcopale venne invece sfruttata per creare dei fatti
compiuti. Nel gennaio del 1236 due cospicue famiglie di Casale, i
Grassi ed i Cane, furono ammessi a giurare il cittadinatico in Verceìli:
si sottoponevano in tal modo alla giurisdizione del comune domina-
tore, si obbligavano a pagare fodro ed a comperare casa in Verceìli,
a mettere a disposizione del comune il terreno in Casale, sufficiente per
costruire « bomim palatium et bona turris » o nel castello o presso il
fossato o presso la piazza. Accettandoli come cittadini vercellesi, il
podestà e la credenza dichiararono che li avrebbero difesi nel caso
THASFORMAZIONE DELLA POLITICA DI VEKCELLI 649

in cui il vescovo od il suo podestà casalese li colpissero con banno


o con altra condanna.
Ancora nel gennaio del 1236 vennero a Vercelli a giurare il rit-
tadinatico molti casaiesi « qui omnes dicuntur illi de Curiis de loco
Casalis »: identici furono gli impegni dalle due parti con in più però
l'obbligo dell'aiuto reciproco in guerra, della costruzione di una torre
in Casale da parte dei nuovi cittadini a spese del comune di Vercelli
che avrebbe perciò pagato 100 lire pavesi, dell'azione promessa dai
vercellesi per l'intervento presso il comune di Casale — dipendenza
episcopale — sì che restituisse i banni pagati dai casaiesi « de Curiis »
per le loro lotte con altre famiglie.
Si trattava adunque della ribellione al comune di Casale ed al
vescovo di un gruppo cospicuo di famiglie casaiesi legate dal vincolo
di vassallaggio oltre che di sudditanza al vescovo; esse diventavano
direttamente parte del comune di Vercelli. Erano le famiglie che
formavano la consorteria dei Corti.
Aveva quindi dell'ironia la clausola di tali atti per riservare ogni
diritto e ragione del vescovo e la libertà ecclesiastica. La signoria epi-
scopale vercellese minacciava di scomparire rapidamente.
Il nuovo vescovo Giacomo di Carnario dovette correre ai ripari,
se già nel marzo il comune di Vercelli faceva intimare al podestà di
Casale di non imporre fodro o recar danno ai cittadini vercellesi sta-
biliti in Casale: era un bel modo per indicare i casaiesi che avevano
rotto con il vescovo! Il podestà di Casale rispose osservando che egli
aveva ordine di esigere il fodro da tutti quanti avevano terre e che non
poteva venir meno al suo giuramento e poiché gii ambasciatori vercel-
lesi si riferivano ai patti del 1198, i casaiesi risposero che avrebbero
riferito al vescovo.
Il comune di Vercelli continuò nel suo atteggiamento: nel no-
vembre del 1236 fu proclamato che se alcun castellano o nobile o cit-
tadino della città o dell'episcopato vercellese rifiutasse di consegnare
al podestà il suo castello o la sua terra o la sua casa, dovesse essere
messo al bando; il suo castello sarebbe stato distrutto, i suoi rustici
sarebbero stati dichiarati liberi ed il luogo sarebbe stato affrancato.
E con tale deliberazione così estesa si veniva a comprendere anche
tutti i vassalli del vescovo.
E questa politica era ora rappresentata da un podestà milanese,
Ottone di Mandello. L'anno prima vi era stato un dissidio tra Ver-
celli e Milano: i vercellesi avevano preso come podestà il conte Rufino di
Lomello, mentre i milanesi appoggiati da una minoranza del Consiglio di
650 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

Vercelli volevano imporre come podestà il loro cittadino Resonato di


Pozzo Bonello. I vercellesi avevano resistito, ma nel 1236, di fronte
alla minaccia imperiale, dovettero cedere. Ed in mezzo ai provvedi-
menti di guerra (ordine al podestà di Paciliano di rinnovare i patti
giurati, ordine ai signori di Torcello e di Cuniolo di consegnare i ca-
stelli alle guardie vercellesi, ordine ai castellani del Canavese di giu-
rare entro otto giorni l'osservanza dei patti con i comuni di Ivrea e di
Vercelli) il podestà milanese curava lo svolgersi della politica ghibel-
lina del comune.
Nei primi mesi del 1237 tutti gli sforzi furono fatti dalle auto-
rità ecclesiastiche per ricondurre all'ovile gli audaci vercellesi, Lo
stesso arcivescovo di Milano con il cardinale Legato ed i vescovi di
Ivrea e di Torino si portarono a Vercelli a sollecitare gli uomini del
comune. Il podestà Ottone di Mandello rispose « protervamente »
che né poteva mostrar loro il codice degli statuti come essi volevano,
né poteva venir meno all'obbligo di applicare gli statuti] Allora l'arci-
vescovo di Milano lanciò l'interdetto contro la città e scomunicò il po-
destà ed i credenzieri; il papa approvò ed ordinò per conto suo al ve-
scovo di Novara di provvedere a che la città interdetta venisse isolata:
rotte le relazioni commerciali, vietato di prendere in Vercelli podestà o
giudici, vietato di andare ai mercati di Vercelli; vietato di andare alle
scuole vercellesi.
I vercellesi non recedettero dal loro programma: anche le nuove
esortazioni del cardinal legato Ottone di San Nicolo e dei vescovi di
Novara e di Torino furono inutili. Il vescovo di Novara lanciò una
nuova scomunica contro quanti conservassero relazioni con i vercellesi.
Questi frattanto attendevano a nuovi atti di autorità nei domini del
vescovo, occupando castelli ed armandoli al servizio del comune, co-
stringendo i vassalli e gli uomini del vescovo a giurare fedeltà al co-
mune; molti nuovi cittadinatici furono fatti; si occuparono i castelli
di Andorno e di Chiavassa, fu messo l'assedio al castello di Biella.
Ora intervenne nuovamente il papa: il 3 settembre 1237 ordinava al
vescovo di Novara di intimare al podestà vercellese di sottomettersi
entro due mesi, con la minaccia di gravi pene ecclesiastiche per i
responsabili sino alla terza generazione. I vercellesi risposero con una
più grave deliberazione: se alcuno avesse osato impetrar lettere dal
papa, il comune gli potesse fare tutto il male possibile. Ed ora la
situazione era favorevole per l'adesione aperta all'impero: i rappre-
sentanti di Vercelli si recarono a Pavia a fare atto di omaggio a Fede-
rico II e questi l'8 gennaio 1238 concedette alla città il suo perdono
FEDERICO II A TORINO 6'1

e la sua grazia: Pii febbraio seguente l'imperatore entrava nella sua


« fedele » Vercelli.

7. Federico li a Torino

Da Vercelli, Federico II si recò ad Ivrea, poi a Torino, ma


non vi si fermò ancora. Si recò invece a Cuneo, ad Alba, solo nell'a-
prile ritornò a Torino. La situazione piemontese lo interessava assai e
molto se ne occupò. Bisognava infatti rialzare le sorti dei partigiani
dell'impero: negli anni precedenti il guelfismo aveva quasi prevalso.
Nel maggio del 1236 Alessandria, Mondovì, Cuneo, Savigliano,
Bene, Busca erano riuniti in una lega per la comune difesa: anzi Cu-
neo e Savigliano apparivano uniti sotto lo stesso podestà Pagano del
Pozzo, Né la comparsa dell'imperatore nell'estate era stata suffi-
ciente a dare coraggio ai partigiani dell'impero: sulla fine dell'anno
gli abitanti di Romanisio e di altri villaggi come Genola, Levaldigi,
Villamairana e Sarma torio in odio ai loro feudatari, castellani del con-
sorzio di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone, si riunirono in un
centro nuovo, Fossano, località non del resto disabitata e rappresen-
tante un antico fondo romano, il fundus Faustianus. Era naturalmente
questo in contrasto con l'influsso di Asti imperiale: gli organizzatori
del nuovo centro erano evidentemente i comuni di Alessandria e di
Cuneo, Appoggiati da Alessandria che formava il legame sicuro con
la Lega Lombarda, i cuneesi miravano a dominare tutta la regione tra
Stura e Tanaro: nel 1236 qualche documento accenna a loro tenta-
tivi su Morozzo.
Fedeli all'impero si conservavano il Conte di Savoia ed il mar-
chese di Saluzzo e ad essi si collegavano i nemici della Lega guelfa.
Attorno a Manfredi III quando nel castello di Dogliani accordò un'inve-
stitura a Roddino nell'albese (gennaio 1235) vi erano i Morozzo. Nel
giugno Manfredi III investiva Pietro Inganna di Barge del feudo suo
di Barge, Fontanile, Roncaglia: lo assistevano Enrico marchese di
Busca e Bonifacio di Piossasco. Più tardi nel novembre Manfredi III
si recava egli stesso a Vigone a ricevere da Amedeo IV la nuova inve-
stitura dei feudi che i marchesi tenevano secondo i patti del 1223 dai
Savoia (Barge, Fontanile, Roncaglia, Busca, Scarnaggi).
Nel dicembre il Conte di Savoia si trovò a Chivasso con i due
suoi generi Manfredo III e Bonifacio II, nella circostanza della effet-
tuazione del matrimonio del marchese di Monferrato con Margherita
652 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

di Savoia. Bonifacio II dovette concedere a titolo di accrescimento di


dote alla sposa i castelli di Pianezza, Ciriè, Caselle, Mathi, ma Ame-
deo IV si impegnò a fare donazione ai due generi di Susa, Avigliana,
Cavour, Vigone, Miradolo e di quanto aveva in Lombardia dal Cenisio
a Barge, qualora egli non lasciasse figli legittimi maschi; se però egli
avesse ad avere un figlio maschio erede, la donazione doveva essere
nulla. Questo atto fu certamente strappato al Conte di Savoia dai due
marchesi, avendo saputo degli atti di Amedeo IV a favore del fratello
Tommaso: si voleva costringere il Conte a riconoscere eredi, in parte
almeno, le due figlie sue.
Nonostante i loro rapporti di parentela, il Conte di Savoia ed il
marchese di Monferrato militavano in campo diverso. Amedeo IV si
trovò nel 1235 riavvicinato all'imperatore quando questi ebbe spo-
sato Isabella Plantageneto sorella di Enrico III che era ora nipote dei
fratelli di Savoia per la moglie Alienor di Provenza. Appunto nel 1235
Guglielmo di Savoia vescovo eletto di Valenza visitò in Germania l'im-
peratore e gli fece presente il desiderio del fratello Amedeo IV di
ricevere dalle sue mani il cingolo della cavalleria. Federico II rinviò la
cosa a tempo opportuno, ma nella primavera del 1236 il Conte di
Savoia nuovamente inviò ambasciatori all'imperatore ad attestargli la
sua fedeltà e devozione. Federico gli rispose ringraziandolo ed assicu-
randolo che era pronto a ricompensarlo con benefizi della sua devo-
zione, simile a quella che il conte Tommaso I aveva dimostrato per
l'impero: alla sua venuta in Lombardia Io avrebbe accolto alla corte.
Degli avvenimenti del 1237 in Piemonte non abbiamo molte notizie.
Asti probabilmente aveva cercato di avvicinarsi alla Lega Lombarda:
ce lo fa pensare il vedere che il marchese di Monf errato il 9 marzo
1237 entrava in Asti e presenti il conte Oberto di Biandrate ed altri
visconti si faceva dare dal vescovo l'investitura delle terre che
tenevano i marchesi dalla chiesa di Asti, cioè Camino, Pontestura e
parte di San Salvatore; così nell'ottobre dello stesso anno, lo stesso
marchese concedeva un salvacondotto a tutti gli scolari avviati ad Asti «
causa studii et propter studium ». Nessuno li doveva offendere per
rappresaglia od altro ed il marchese citava i milanesi, vercellesi, nova-
resi, lodigiani, ultramontani. Del resto durante il 1237 il nuovo vescovo
di Asti, Uberto, con grande energia aveva imposto a tutti i suoi vassalli il
riconoscimento dei loro feudi, ricevendone la fedeltà ed il con-
segnamento dei beni.
Anche il podestà d'Asti, che però, è da rilevare, era un cremo-
nese, dovette comparire davanti al vescovo, giurare fedeltà e promet-
FEDERICO II A TORINO 653

tergli aiuto contro tutti i nemici, sì che nel medesimo giorno (16 ago-
sto 1237) il vescovo chiedeva a quel podestà di aiutarlo contro gli
uomini di Cuneo che avevano costretto gli uomini di Morozzo ad
abbandonare il loro luogo ed a recarsi ad abitare nella loro città.
Anche sulla Riviera il guelfismo aveva nel 1237 la prevalenza. A
Genova quando si dovette designare il nuovo podestà, la maggioranza
fu per un milanese, Paolo di Soresina, e questi ebbe l'invito; succe-
deva ad un lodigiano, Oldrado Grosso, sì che le idee dominanti erano
già favorevoli alla Lega. Ed in realtà i genovesi erano di nuovo in
lotta con i tortonesi ed i pavesi che appunto in principio di quell'anno
avevano in odio a Genova riedificato Arquata con palizzate e fosse. Il
podestà di Genova era accorso tosto oltre il Giogo con delle milizie, ma
sebbene i due accampamenti nemici fossero ad appena un miglio di
distanza, né da una parte né dall'altra si era osato attaccare. I tortonesi
e pavesi poi si ritirarono, ed i genovesi si erano accontentati di costruire
un castello a Monte Gavilione. Anche per queste vertenze con i
comuni imperiali d'oltre Appennino, i genovesi inclinavano aper-
tamente verso la Lega Lombarda.
La comparsa dell'imperatore nell'Italia occidentale era necessaria
adunque per schiacciare la parte guelfa. E presto feudatari e comuni
andarono a gara a mettersi sotto la protezione di Federico II; quelli
che erano guelfi si trasformarono in ghibellini. Dove passa l'imperatore
lascia diplomi a dimostrazione della sua benevolenza e della sovranità
imperiale riconosciuta. E dovunque egli colloca al governo delle città
dei suoi ufficiali, perché la vittoria di Cortenuova gli fa credere di es-
sere vicino al trionfo assoluto.
Ad Ivrea Federico II arrivò da Vercelli verso il 12-13 febbraio:
subito dopo (15 febbraio) il governo compare nelle mani di un capi-
tano imperiale, Rinaldo Vasco d'Altessano. Da Torino prende con
solenne diploma sotto la sua protezione l'abazia di Santa Maria di
Pinerolo di cui riconosce i diritti e privilegi, conferma i beni. Da
Cuneo concede vari diplomi ai comuni che ieri ancora erano guelfi,
Cuneo, Savigliano, Mondovì, Chieri; li prende sotto la sua protezione,
accetta la giustificazione dei guai loro recati dai vicini che volevano
dominare su di essi; concede il misto e mero imperio, i pedaggi;
approva i buoni usi tradizionali, consente che per le cause civili e
criminali abbiano a rivolgersi solo alla sua curia od a quella dei suoi
legati e capitani incaricati del governo del luogo. E così a Torino già
il 2 febbraio, ad Asti il 7, compare un signor Vinciguerra vicario e
capitano dell'imperatore a « Papìa superius ».
654 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

Da Cuneo per Alba ritornò l'imperatore a Torino nel marzo e vi si


fermò quasi tutto aprile. Corte solenne: a lui sono venuti amici
caldi ed amici tiepidi; anche nemici. Federico II accoglie tutti: Boni-
facio II di Monferrato convinto che dopo Cortenuova la Lega sia
spacciata ed egli sia sicuro di poter fare l'imperialista; Manfredi III
di Saluzzo, Guido conte di Biandrate, i marchesi di Clavesana, il mar-
chese Obizzo Malaspina, i marchesi Tommaso e Berengario di Roma-
gnano ed il conte Amedeo IV di Savoia. Ma arrivano anche molti
vescovi, specie dai paesi del regno di Arles: gli arcivescovi di Vienne,
di Embrun, i vescovi di Grenoble, di Gap... e da Torino l'imperatore
attende con cura alle questioni di Borgogna: numerosi diplomi per
quei paesi vengono ora sigillati.
Così Federico II da Torino attende alla situazione della Riviera,
perché il contegno di Genova lo preoccupa: nell'aprile scoppia
contro i genovesi la ribellione a Savona, ad Albenga, a Portomaurizio,
a Ventimiglia.
Nello stesso tempo l'imperatore sostituisce il Vinciguerra
nell'ufficio di vicario generale « a Papia superius » con il suo più
« dilectus fidelis » Manfredi II Lancia, Al nuovo vicario spettava
l'incarico di sistemare le forze politiche locali nei quadri della organiz-
zazione imperiale: il Piemonte è appunto la regione in cui Federico II
doveva fare la sua esperienza di organizzazione militare centralizzata
al di sopra del feudo e del comune.

8. I Fratelli di Savoia a Brescia

Durante il soggiorno in Piemonte, l'imperatore decise di


convocare tutti i suoi fedeli d'Italia, di Borgogna, di Germania, a
Verona per il 1° maggio onde preparare il colpo decisivo ai due comuni
ribelli e protervi, Brescia e Milano. Il Conte di Savoia, i marchesi di
Monferrato e di Saluzzo, il conte di Albon, il conte di Provenza
promisero il loro intervento od almeno l'invio di loro gente. Il con-
vegno di maggio subì in realtà un ritardo, che da Torino Federico II
si recò solo nel maggio a Pavia, e poi a Cremona circondato da tutti
i baroni che gli avevano fatto corona in Piemonte. Solo il Conte di
Savoia, Amedeo IV, non seguì l'imperatore, ma forse, data la promessa
di trovarsi all'assedio di Milano o di Brescia, ritornò in Savoia a
preparare le sue genti d'arme.
Frattanto Manfredi II Lancia lavorava per organizzare la lotta
contro il guelfismo in Piemonte e Liguria. Ai primi dell'aprile Savona,
I FRATELLI DI SAVOIA. A BRESCIA
655

Albenga, Ventirniglia si sollevavano, cacciavano i castellani genovesi


e chiedevano l'intervento del vicario imperiale. Questi non potè impe-
dire che i genovesi reprimessero l'insurrezione a Ventimiglia e rioc-
cupassero l'isola Gallinaria; tuttavia già il 20 aprile era a Savona e
vi metteva un suo vicario per la lotta inevitabile contro Genova;
contro quanti nella Riviera rifiutavano di riconoscere la sua autorità,
lanciava il bando. Cosi si ammonivano quanti erano fedeli a Genova,
se questa non si decidesse a riaffermare i suoi esitanti legami con
l'impero. Federico II se ne preoccupò ed inviò ambasciatori a Genova
a chiedere il giuramento di fedeltà; protestarono i genovesi contro gli
atti del vicario imperiale a Savona che aveva messo a bando i loro
fedeli sudditi di Noli, sì che l'imperatore si affrettò a comunicare che
avrebbe fatto togliere il bando purché quei di Noli ritornassero alla
devozione.
Da Savona il marchese Manfredi Lancia ritornava in Piemonte ed
organizzava, forse da Asti, una spedizione contro Alessandria tenace
nella sua adesione alla Lega Lombarda. Milizie astigiane, tortonesi, pa-
vesi, vercellesi, novaresi e monferrine sotto il comando del vicario impe-
riale attaccarono Alessandria; ne rovinarono per quasi tre settimane
le campagne, ma non poterono nulla contro la città. Federico II rin-
graziò i comuni che avevano preso parte alle operazioni contro Ales-
sandria e li esortò a prepararsi alla distruzione di Milano « que dicitur
caput nequitie ».
Nel luglio, dai comuni fedeli all'impero partirono le milizie desti-
nate all'esercito di Federico II. Cosi vediamo il vescovo di Asti
raccogliere gli uomini d'arme che dovevano provvedere tutti i suoi
vassalli. Anche questa volta il marchese Manfredi Lancia prese il
comando delle genti appartenenti alla sua circoscrizione: a Torino
rimase a rappresentarlo Filippo di Citro, conestabile di Capua e capi-
tano di Torino e di Moncalieri.
Già alla Pentecoste (23 maggio) Federico II era a Verona per
accogliere le genti d'arme tedesche. Il suo progetto era di attaccare
prima Brescia sì da isolare completamente Milano contro la quale
avrebbe da ultimo volto le armi.
Solo al principio dell'agosto l'esercito imperiale compariva sotto
le mura di Brescia. Contemporaneamente quasi (6 agosto 1238) Gre-
gorio IX spediva in Lombardia come Legato pontificio e con pieni
poteri il suddiacono suo Gregorio di Montelongo: così se in apparenza
il papa pareva voler procurare la fine della lotta tra l'imperatore ed
i comuni leghisti, in pratica questi stavano per avere nel Legato un
42
656 LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

sagace consigliere ed un abile capitano nella guerra contro Federico II.


Certo questi comprese subito che il Legato pontificio sarebbe stato
l'organizzatore di un'aspra lotta.
Amedeo IV di Savoia venne all'assedio con il fratello Guglielmo,
l'Eletto di Valenza. Il Conte prima di lasciare la Savoia, il 13 luglio
ad Aiguebelle, quindi poco prima di attraversare il Cenisio, aveva
di nuovo fatto testamento, Dichiarò suo erede universale il fratello
Tommaso: se questi fosse mancato senza eredi, lo avrebbe sostituito
Filippo, e così a questo, Pietro, Faceva il Conte obbligo ai suoi eredi
di pagare i debiti ch'egli lasciasse ed anche quelli del padre suo, che
erano ancora da pagare. L'erede doveva prendere impegno verso la
contessa madre, l'arcivescovo di Tarantasia, ed i due fratelli Guglielmo e
Bonifacio, i vescovi Eletti di Valenza e di Belley; occorrendo, per pagare
i debiti, si doveva vendere il castello di Avigliana all'imperatore. Il
conte di Provenza, sebbene di mala voglia, non potè dir di no alle
sollecitazioni di Federico II che gli aveva portato come esempio da
imitare la sollecitudine del cognato suo, il Conte di Savoia, e del
marchese di Monferrato: venne a Brescia con 100 cavalieri. Era uomo
coraggioso, il marito della fine Beatrice di Savoia? Federico II nella
sua lettera lo motteggia chiaramente: a questo proposito e significativa
è la tenzone di Raimondo Berengario con il trovatore Bertrando
d'Alamannon.
Dice il poeta:
« Signor conte, vi prego di dirmi •— Che cosa vi proponete circa la
palizzata, — Se la prendiamo o no con la forza; — Veggo per voi, in tal
faccenda, dell'onore e del vantaggio, — Sol che vi ci mettiate per pri -
mo, — Perché, attraverso la buca per cui sarete passato, — Entreranno poi
senza esitazione i vostri compagni ».
Risponde il Conte:
« Bertrando, credo che ben conosciate — Che in fatto di armi io sono
abbastanza istruito — Per sapere prendere la decisione più vantaggiosa; — Pur-
ché voi mi siate alle calcagna, — Io darò l'assalto a mano armata, — Dopo che
avrò veduto entrati i cremonesi, — Se il portinaio non dirà di no ».
Dal regno di Borgogna vennero pure il conte di Tolosa, il conte
di Albon con 100 cavalieri; Guglielmo di Savoia vescovo Eletto di
Valenza attese per via i 100 cavalieri guasconi che per ordine del re
d'Inghilterra il senescallo di Guascogna Enrico di Trubleville doveva
condurre da Bordeaux all'imperatore, Anche il conte di Guines con-
dusse cavalieri francesi e fiamminghi: Federico II infatti si era rivolto
così al cognato Enrico III, come all'alleato Luigi IX, come ai re di
1 FRATELLI DI SAVOIA A BRESCIA 657

Castiglia e d'Ungheria che pure gli inviarono dei drappelli di cavalieri.


L'accampamento imperiale sotto Brescia aveva davvero un carattere
internazionale.
In marcia per Brescia H vicario Manfredi Lancia, Guglielmo di
Savoia, il Senescalco del Delfino si scontrarono a Busseto con l'eser-
cito piacentino pure in via per Brescia e lo sgominavano facendo
400 prigionieri.
Gli sforzi di Federico II non riuscirono a nulla. I bresciani resi-
stettero impavidi a tutti gli attacchi e dopo due mesi, gli imperiali si
ritirarono stanchi su Cremona (9 ottobre).
Il disastro di Brescia segnò l'inizio del decadere dell'influsso
imperiale in Piemonte, nonostante tutta l'attività sviluppata dagli
ufficiali di Manfredi II Lancia. Anche i Principi di Savoia accennarono
ad allontanarsi da Federico II. L'attività imperiale in Piemonte aveva
infatti una tendenza anti-sabauda. Il progetto di Federico II di siste-
mare feudi e comuni nei quadri di una organizzazione centralizzata non
era conforme agli interessi sabaudi: era più vantaggiosa per i piccoli
feudi, per i piccoli comuni, per i vescovi che trovavano protezione
nei vicari imperiali.
Nel campo di Brescia avvenne poi un vero raffreddamento perso-
nale tra l'imperatore ed i due principi sabaudi intervenutivi, Ame-
deo IV e Guglielmo; questi, come diremo, vide Federico II decidere
una questione importante, quella del vescovato di Liegi, contro le
sue aspirazioni.
Fu spesso attribuita al soggiorno sotto Brescia la concessione
imperiale a favore di Amedeo IV di un diploma erigente il Chablais
in ducato. Ma un diploma siffatto non esistette mai. Dopo avere
raccolto l'eredità del fratello Aimone che si era chiamato solo « domi-
nus Chablasii », il Conte di Savoia non si disse mai « dux Chablasii »,
come sarebbe successo se tale titolo avesse ottenuto con diploma
imperiale. Ancora nel 1247 dando le franchigie al comune di Rivoli,
Amedeo IV si diceva « Comes Sabaudie, in Italia marchio, de Cha-
blasio insuper tenens ducatum ». Espressione vaga, indeterminata: da
una parte Amedeo IV vi si affermava come erede dei diritti dei duchi
di Zahringen, che anch'essi si erano detti duchi di un ducato che non
esisteva, dall'altro si elevava a superiore, a sovrano, dei signori feudali
del Chiablese, cioè dell'antico pago Caputlaci estendentesi attorno alla
parte orientale del Lago di Ginevra, da Vevey su sino a parte della
valle del Rodano. Solo in un documento privato del 1252 comparirà
il titolo di duca; cioè Guglielmo conte di Ginevra scrivendo al nipote
65S LA DOMINAZIONE DI FEDERICO II IN PIEMONTE

Amedeo IV userà questa espressione « Amedeo corniti Sabaudie et


duci in Chablays et marchioni in Italia », espressione che voleva dire
anch'essa che il Conte di Savoia, nel Chiablese, era il signore. Nel
1263, se fosse attendibile l'affermazione di Filiberto Pingone, Riccardo
di Cornovaglia avrebbe conferito a Pietro II di Savoia, mediante i tre
vessilli, il vicariato perpetuo dell'impero, il comitato di Savoia ed i
ducati del Chiablese e di Aosta. Ma sicuramente anche questo diploma
è un falso.
Gli avvenimenti dell'anno seguente 1239 determinarono meglio
il distacco di Amedeo IV dal partito imperiale. Sentiva molto l'influsso
dei fratelli Guglielmo e Pietro decisamente favorevoli al papa e rea-
giva anche all'influsso dei due generi i marchesi di Saluzzo e di
Monferrato che rimanevano fedelissimi all'imperatore. Quando nel
marzo del 1239 Gregorio IX scomunicò Federico II, il Conte di Savoia
chiese al papa se egli era ancora tenuto a conservar la .fedeltà all'im-
peratore. Il papa gli rispose il 16 settembre dichiarandogli che, data
la scomunica, l'obbedienza non poteva più essere conservata.
Frattanto il Conte di Savoia veniva anche a contrasto con Boni-
facio II e con Manfredi III. Si trattava ancora della questione grave
della successione: i due marchesi volevano riconosciuto per le proprie
consorti il diritto di successione al conte Amedeo ancora sempre
senza figli maschi. Sebbene i due principi marciassero d'accordo ed
avessero le identiche aspirazioni, è da pensare che abilmente concor-
dassero la parte che ciascuno doveva compiere. Infatti il 12 febbraio
1239 da Chivasso Bonifacio II si impegnava verso un ambasciatore
venuto da Saluzzo a tenere fedeltà a quanto pronunciasse Manfredi III
nella sua vertenza con 0 Conte di Savoia. Questi venne allora visitato
ad Avigliana da Bonifacio II e da Manfredi III e cedendo alle loro
sollecitazioni il 13 marzo 1239 rilasciò un documento che ài due
pareva sufficiente: il Conte dava alle due figlie un aumento di dote;
perciò accordava ai due marchesi tutta la terra sua che aveva in
Lombardia dal Palo di Bonizone sulla vetta del Cenisio sino a Barge,
stabilendo che a ciascuno toccasse « prò dimidia prò indiviso ». Quale
significato dava Amedeo IV alla espressione « la terra sua? ». Com-
prendeva le terre date in feudo al fratello Tommaso?
Però il Conte l'anno seguente, il 2 novembre 1240, stando a
Susa, riconfermava il suo precedente testamento a favore del fratello
Tommaso, usando la frase di donazione « inter vivos » irrevocabile
nel caso ch'egli morisse senza figlio maschio e precisando che gli
lasciava il comitato di Savoia ed il marchesato d'Italia, a condizione
I FRATELLI DI SAVOIA A BRESCIA 659

che pagasse tutti i debiti del padre Tommaso I e del fratello Umberto.
La questione non terminò lì, quindi. I due marchesi volevano
impedire al suocero di sfuggire, agli impegni accettati, per mezzo
dei testamenti a favore del fratello. Pare anzi che essendo venuta la
contessa Margherita di Monferrato alla corte paterna, Amedeo IV le
impedisse di ritornare al consorte. Nel 1241 nuovamente Amedeo IV
dovette accettare la proposta insidiosa di compromettere le sue dif-
ferenze con Bonifacio II di Monferrato, nel marchese Manfredi di
Saluzzo, sebbene questi fosse « partialis nomine uxoris sue in dieta
causa ». E Manfredi III il 19 marzo di quell'anno pronunciò, in
Avigliana, la sua sentenza: tutti i vassalli e uomini che il Conte di
Savoia aveva in Lombardia od altrove (vel alibi) dal Palo di Bonizone
sino a Barge dovevano prestare atto di fedeltà al marchese di Monfer-
rato ed a lui stesso, Manfredi, entro otto giorni, a titolo di aumento
della dote delle loro consorti; il Conte doveva perciò ordinare ai
suoi uomini e vassalli di prestare tale omaggio entro il limite fissato
e specialmente doveva curare che la fedeltà la prestassero il castellano
di Susa, il castellano di Avigliana, i signori di Piossasco. Inoltre
Amedeo IV doveva restituire a Bonifacio II la consorte Margherita,
facendola accompagnare od in terre del marchese od almeno in terre
del conte d'Albon, cognato del marchese di Monferrato, pure entro
otto giorni.
Il Conte di Savoia accettò la sentenza e promise di osservarne le
prescrizioni. La soddisfazione dei due marchesi doveva però avere
poca durata. Scomparsa verso il 1241 la consorte di Amedeo IV, Anna
d'Albon, il Conte di Savoia si affrettò nel dicembre del 1243 a
sposare Cecilia di Baux, da cui nacque nel 1244 il sospirato erede
maschio, Bonifacio di Savoia. Le speranze di Bonifacio II e di Man-
fredi di metter le mani sull'eredità sabauda furono deluse del tutto.
C APITOLO XXIV

PAPATO ED IMPERO
IN PIEMONTE

1. La situazione politica nell'Italia settentrionale dopo la sco-


munica del 1239. - 2. Il vicariato imperiale di Piemonte. - 3.
L'azione politica di Genova attraverso l'Appennino. - 4. La
propaganda politica papale in Piemonte. - 5. Il prezzo del
ritomo di Vercelli alla chiesa. - 6. Lotte tra guelfi e ghibellini
a Vercelli. 7. La fondazione di Cherasco. - 8. La risurrezione
di Biandrate. - 9. Novara ed i marchesi di Rotnagnano.

1. La situazione politica nell'Italia settentrionale dopo la scomunica


del 1239

II disastro di Brescia non solo riempì di gioia i comuni


ostili all'imperatore, ma fece ritornare la speranza nell'animo del
vecchio Gregorio IX. Ora questi si decise ad affrontare la più aspra
lotta per abbattere il fiero e tenace nemico.
La scomunica del 20 marzo 1239 riposava per verità su basi
assai deboli: l'affermazione che Federico seguisse una politica nemica
della chiesa, che rifiutasse di soddisfare alle insistenti proteste sol-
levate dal suo contegno verso la chiesa e verso il clero, era per
il papa un pretesto solo per mascherare l'intenzione sua di gettare
tutto il peso della sua autorità e delle scomuniche sul piattello della
bilancia, nella disperata lotta tra imperatore e comuni. Come Ales-
sandro III, anche papa Gregorio IX non poteva correre il rischio
di veder cadere la causa dei comuni; la chiesa romana si sarebbe
trovata isolata, esposta ai più gravi pericoli.
Chiesa e comuni si allearono adunque decisi a combattere ed a
vincere. Poiché nel settembre del 1238 i genovesi ruppero con Fede-
rico II e glx rifiutarono quella dichiarazione di assoluta devozione che
egli esigeva, il Legato pontificio abilmente trattò per una conciliazione
LA SITUAZIONE POLITICA NELL'ITALIA SETTENTRIONALE... 661

di Genova e di Venezia ai danni dell'imperatore. Potè così Gre-


gorio IX far firmare al Laterano, alla stessa sua presenza, il 30 no-
vembre 1238, ai rappresentanti delle due potenti oligarchie marinare,
un trattato di alleanza e di reciproco aiuto contro Federico II; poi
lo stesso Gregorio IX nel luglio e nel settembre del 1239, offrendo
loro la speranza di conquistare il regno di Sicilia, si alleò con vene-
ziani e genovesi, mentre si univa pur con precisi patti a Milano ed a
Piacenza con l'impegno reciproco di non conchiudere pace se non
d'accordo. Ed intanto i francescani eccitavano le popolazioni contro
l'imperatore che il papa additava nelle sue bolle feroci come la bestia
dell'Anticristo; gli scritti violenti, polemici che Federico II opponeva
a sua difesa non riuscivano ad arrivare alle popolazioni, a procurargli
simpatie e partigiani.
Che anzi, li perdeva. Dovunque la causa imperiale era in re-
gresso: Azzo VII di Este, Alberico da Romano, i signori di Camino
abbandonarono nel 1239 Federico. La scomunica del 1239 lo aveva
colpito mentre si trovava a Padova: preparava un attacco a Milano;
i suoi seguaci erano irritati persino contro di lui, accusandolo di
fiacchezza.
Guglielmo Figueira, che pure era ghibellino e fiero nemico di
Roma papale, rimproverava l'imperatore di essere troppo fiacco e
diceva nel principio del 1239:
Per fare un sirventese — Non ho bisogno che altri mi insegni, -— Che
ben conosco l'arte ed il modo — Di dir e male e bene; — Tante ne ho viste
ed apprese, — Di un ricco e potente vile — Che io non posso più tacer-
mi! — E potrei io fare altrimenti? — Ho gran dispiacere — Di dover
-cantare di lui.
— Ma l'ira mi forza e mi costringe — A farmi cantore — Del nostro
imperatore — Che annulla ed estingue il pregio — E che, per quanto può,
si sforza — Di rendersi disonorato. — Per ciò mi sembra — Che troppo a
lungo regni, — Infatti troppo le sue opere — Sono vergognose a volerle riferire.
— I più fini conoscitori — Biasimano il suo modo di fare — Ma io non
lo voglio biasimare — Bensì lo dico — Signore vile e querimonioso, — Cupido
ed avaro — E tale che non ha punto — Vergogna o timore — Di nessuna
malefatta — Che possa dire o fare.
— I nobili baroni d'oltremare — Lo hanno ben conosciuto — Quando
si studiò, la zizzania — Di seminar fra di loro; — Egli volle togliere — Al
signor di Beiruth — Ed agli altri i loro beni, — Ma non potette venirne a
capo — Che Dio, per la grazia sua — Gli si mise contro.
— Ora fa appello che lo si aiuti — Da tutte le parti, — Perché passato
questo marzo — Vuoi mostrare il suo scudo — A Milano; ma io non lo
credo — Che sia tanto audace — Da osare di trarsi avanti, — Sebben lo abbia
promesso, — Perché è vile e codardo — E debole nel guerreggiare.
662 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

— E pensa di sottomettere i Lombardi — Tutti ai suo comando; — Ma


perché va a caccia — Per boschi e per campi — Con cani e con leopardi? —
E perché si conduce seco l'elefante? — È ben folle l'imperatore — E sciocco
ed imbelle — Se quel che va fantasticando — Crede di trarre a fine.
— Non trarrà, per San Giovanni — Quest'anno a capo — Ciò che pensa
o die millanta; — Così vi assicuro e vi manifesto. — Dunque, a che pensa
tanto? — Una cosa pensa ed un'altea cosa fa. — E chi pensa da sciocco — Si
procura il suo danno — E finisce male — Sebben potrebbe liberarsene.
— A Manfredi Lancia mando a dire — Perché egli conosce e sa — Qual
che cosa delle faccende sue,
II trovatore era dunque pessimista. Ed in realtà il tentativo di
assediare Milano nell'autunno del 1239 fallì. Il 16 settembre l'impe-
ratore riunì le milizie tedesche, cremonesi, lodigiane, bergamasche,
mantovane, pavesi, tortonesi, vercellesi, novaresi, astesi, torinesi, le
genti del marchese di Monferrato, il marchese Malaspina, genti venute
dalla Toscana, dalle Marche, dalle Puglie, e si avariò a Lodi e poi
nel territorio di Milano.
Vedendo che era impossibile attaccar Milano con speranza di
successo, nell'ottobre Federico rivolse le truppe a distruggere il ponte
che i piacentini avevano costruito sul Po per comunicare facilmente
con i milanesi. Le forze imperiali attaccarono da ambo le parti le
fortificazioni del ponte, ma non riuscirono né a conquistarlo né a
danneggiare il ponte. Federico si ritirò a Lodi, poi a Crernona, e
quindi si recò a svernare a Pisa. Le condizioni d'animo dell'imperatore
non potevano essere troppo liete.
L'azione del Legato pontificio durante il 1239 aveva intaccato
gravemente le posizioni di Federico II nell'Italia superiore, minaccian-
dolo nelle sue relazioni con i paesi germanici e con il mare ad un
tempo. I tentativi dell'imperatore di rompere il cerchio di inimicizie
creategli da Gregorio di Montelargo non riuscirono: inutili furono
gli sforzi per ricuperare Treviso, Bologna, Ravenna. Il Legato ponti-
ficio aveva inalberato la bandiera papale con la croce e le somme
chiavi: bando di crociata contro l'antico imperatore.
Il 1240 fu un anno di violenta lotta. L'imperatore discese nel
ducato di Spoleto e poi nel Patrimonio sì da occupare attorno a
Roma posizioni avanzate come Orte, Viterbo, ma nel nord la lotta
era alterna, Federico riuscì ad avere Alessandria, invece Ferrara e
Faenza passarono ai guelfi ed ogni sforzo per riprendere quest'ultima
città pareva vano. Ora Guglielmo Figueira, ridiventato partigiano del-
l'imperatore, forse per motivi personali (or mi è mestieri di pormi
al suo servigio, perché niuno ricompensa più largamente di lui...)
IL VICARIATO IMPERIALE DI PIEMONTE 663

lo esaltava in un nuovo sirventese, mentre invece Ugo di San Gire


incoraggiava con un sirventese i difensori di Faenza, augurando una
spedizione francese o leghista nelle Puglie per colpire a morte la
potenza di Federico II.
Nell'agosto del 1240 il papa convocò un concilio generale per la
Pasqua dell'anno seguente. L'imperatore rispose rifiutando la tregua
chiesta da Gregorio IX per la durata del concilio e vietando a tutti
quelli che volessero recarvisi, di attraversare i suoi stati. E poiché la
flotta genovese si incaricò di trasportare ad Ostia i prelati francesi
e spagnoli che erano fermi a Genova, la flotta imperiale, costituita
da navi siciliane, pisane e savonesi, assalì quella genovese tra le isole
Giglio e Montecristo e si impadronì del maggior numero delle galee
onuste di pellegrini. Buona preda: vi erano tre cardinali legati, gli
ambasciatori di Milano, di Brescia, di Piacenza, di Genova, l'arcive-
scovo di Milano, alcuni prelati francesi.
Ed intanto i milanesi venivano battuti presso Pavia, la Romagna
veniva tutta occupata, Faenza si arrendeva (14 aprile); gli imperiali
arrivavano a Terni, a Tivoli e minacciavano Roma.
Il 22 agosto 1241, mentre Federico II era sotto le mura della
Città Eterna, il vecchio Gregorio IX cedette più al dolore della
sconfitta che al peso della vecchiaia. Avrebbe dunque questa volta
l'imperatore strappato la vittoria tanto bramata?

2. Il Vicariato imperiale di Piemonte

Alla testa del vicariato imperiale di Piemonte nel 1239-


1240 vi era ancora il marchese Manfredi II Lancia. Quale era il
programma di questa organizzazione militare imperiale? Feudatari
e comuni dovevano essere rigidamente contenuti nelle maglie della
organizzazione, se si deve conchiudere in base ad ordini e disposizioni
del vicario imperiale di cui abbiamo notizia. Al podestà di Vercellì
diede ordine di cassare la disposizione statutaria presa dal suo prede-
cessore, il podestà milanese, Ottone di Mandello, contro gli uomini
di Tricerro, poi gli impose di togliere il monopolio del sale da lui
stabilito.
In altri casi, pare che il marchese Manfredi Lancia svolgesse
una politica di favore per i piccoli comuni. Così da Acqui concedette
al comune di Chieri un nuovo privilegio, che chiunque volesse,
potesse trasferirsi ad abitare in quella città, purché non fossero, vii-
664 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

latti, angarii ascripticìi vel cerniti cioè servi della gleba; ordinava pure
che i chierici non venissero sottoposti a nuovi pedaggi, che il comune
potesse obbligare a pagare il fodro quanti vi erano tenuti (18 feb-
braio 1239).
A Torino, l'autorità imperiale pare cercasse di nuovo di concentrare
gli elementi feudali della zona attorno al comune. Il vescovo era
fedelissimo all'imperatore: sebbene Federico II fosse scomunicato, nel
1239 e nel 1240 il vescovo di Torino stette a lungo alla corte
imperiale. Il comune era governato dal capitano imperiale. Nel giugno
dei 1239 l'importante consortile dei signori di Piossasco, alla preserva
del capitano imperiale Gionata di Luco, venne ad accordi definitivi
con il comune torinese: a questo cedette la proprietà del castello e
del luogo di Beinasco, riprendendolo però in feudo: promettevano
come vassalli di fare pace e guerra per il comune, di non ricevere in
cittadini né uomini di Torino, né di Collegno, né di Grugliasco, né
di altre terre della giurisdizione torinese; così il comune di Torino
non doveva ricevere in abitanti nessuno di Beinasco. Inoltre i signori di
Piossasco non dovevano in Torino parteggiare per nessuno dei partiti
del comune; non dovevano accogliere nei loro domini alcun bandito
del comune; dovevano invece tenere e custodire la grande strada di
Torino, cioè la strada romea di Val Dora, vietando che i mercanti
tenuti a transitarvi ed a pagare pedaggio in Torino se ne liberassero
passando per le loro terre. Naturalmente nel trattato vi era l'impegno
di salvare la fedeltà all'imperatore.
Anche la nuova terra di Moncalieri ricevette le grazie imperiali.
Poiché nelle città fedeli all'autorità i redditi andavano alla Camera
imperiale, ad istanza di quel comune Federico II gli concedette la metà
dei proventi ricavati o da ricavare nel 1238, per pagare i debiti della
collettività. La concessione rimase senza effetto ed allora i monca-
lieresi ricorsero di nuovo a Federico II. Questi nel febbraio del 1239
da Padova scrisse al marchese Manfredi II Lancia ordinandogli di
costringere quei di Moncalieri a pagare la metà dei proventi del 1239,
componendo invece con soddisfazione loro per i proventi del 1238.
Ed il vicario imperiale trasmise l'ordine imperiale con l'avvertimento
che doveva essere eseguito scrupolosamente. Gionata di Luco nel
1239-1240 era ad un tempo capitano imperiale così a Torino come a
Moncalieri.
Capitani imperiali sono ricordati in questi anni per varie città
del Piemonte. Così a Casale vi era nel 1240 come capitano e podestà
Bonifacio di San Nazario. Ad Ivrea dal 1238 si seguono nella capita-
IL VICARIATO IMPERIALE DI PIEMONTE
665
neria del comune, Rinaldo Vasco, poi Guglielmo Sivoletti, poi Simone
di Maguelonne; il vescovo pretendeva ch'essi lo aiutassero nel suo
programma di imporsi al comune e quindi i rapporti divennero al-
quanto difficili.
A Vercelli dal 1238 si susseguirono dei podestà imperiali. Come
fossero i rapporti con il vescovo non sappiamo, ma certo è difficile
che il papa ed il vescovo di Novara abbiano, dopo il passaggio del
comune al partito imperiale, acconsentito ad assolvere i vercellesi
dalle scomuniche e dagli interdetti. Certo, l'autorità imperiale rimase
salda. Nel maggio del 1239 in tutti i centri della giurisdizione episco-
pale, a Santhià, a Biella, e dovunque, Manfredi Lancia fece raccogliere
gli uomini per una sua spedizione contro Alessandria. Verso il 1240
II comune di Vercelli sotto l'impulso del vicario imperiale stabilì che
per i debiti dei cittadini e sudditi verso cittadini dei comuni leghisti,
si seguissero le norme stabilite da Federico II, che cioè si pagassero
agli ufficiali imperiali e che non si ammettesse nessun reclamo ulteriore
da parte dei veri creditori.
Ed in quello stesso anno, il podestà imperiale Giliolo Guiberto,
adunata la credenza, concedeva al vicario imperiale Manfredi Lancia
una casa in città, con la condizione che fosse immune da ogni tributo:
il marchese Lancia ebbe così riconosciuto il diritto di cittadinanza.
Era però ovvio che l'attenzione di Manfredi Lancia si rivolgesse
con maggiore interesse alle regioni a sud del Tanaro, alle regioni dove
i suoi avi avevano dominato. Le sue origini ed i suoi interessi lo
portavano ad affiatarsi con le vere dinastie aleramiche, e specialmente
con Bonifacio II di Monferrato. Questi appunto nel 1239 fu assicu-
rato da Federico II alla sua causa con importanti concessioni: il di-
ploma del 31 agosto 1239 da Pizsighettone gli riconfermava tutti i
feudi imperiali ed in più i diritti che l'imperatore aveva per il testa-
mento, a suo favore, di Demetrio re di Salonicco e per l'eredità della
consorte Ioianda di Brienne, la cui madre era stata appunto Maria
di Monferrato, figlia di Corrado re di Gerusalemme.
II comune che maggiormente attirava le aire sospettose di
Manfredi Lancia era il nemico della sua famiglia, Asti. Ma come fare,
se gli astigiani si comportavano come fedelissimi all'imperatore?
Nel 1239 era podestà di Asti un certo signor Sturbarboto che
non è detto però podestà imperiale, e così non è sicuro se i suoi
successori Enrico Granono e Guido Marazzi di San Nazzaro fossero
di nomina imperiale.
666 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

Ad Alba invece è detto podestà imperiale quelTUgolino de' Rossi che


governava nel 1241. Anche ad Acqui nel 1240 vi era come
capitano imperiale Opizzone di Revello a cui Manfredi Lancia scriveva
a favore di un cittadino acquese, dal comune privato di certi diritti.
NeE'estremo angolo sud-ovest del Piemonte continuavano intanto le
lotte tra feudatari e comuni. Così nel febbraio del 1240 il comune di
Cuneo strinse lega con il comunello di Dronero: la lega era
apertamente diretta contro il marchese di Saluzzo.
Infatti gli uomini di Dronero assumevano questi obblighi: dove-
vano difendere secondo le loro forze il comune di Cuneo, contro
chiunque ed in ogni luogo, far per esso esercito e cavalcata a proprie
spese, dar ricetto agli uomini di Cuneo, scegliere tra i cuneesi i propri
podestà od altri rettori, esonerarli da ogni pedaggio; combattere contro
il territorio, le ville ed i castelli del marchese di Saluzzo, come
avrebbero fatto i cuneesi, non deponendo, senza il loro consenso,
le armi, e dividendo il bottino ugualmente che gli alleati « miles prò
milite, pedes prò pedi te »; solo una riserva facevano quei di Dronero,
di non essere obbligati ad assalire le terre dei marchesi di Busca,
Enrico ed Oddone (figli di Guglielmo II, e cugini dei Lancia) né
quelle dei signori di Montemale e di Arpiasco.
A loro volta i cuneesi assumevano gli stessi obblighi ed in più
dichiaravano che se gli uomini di Villamairana non avessero voluto
sottomettersi ai droneresi, essi li avrebbero costretti con la forza.
I cuneesi però si riservano i loro impegni che già abbiamo trovati
negli anni precedenti con i comuni di Savigliano e di Monteregale.
Ed infatti, già nel marzo dello stesso anno, Cuneo, Monteregale, Alba,
Fossano, Bene, Savigliano, stipularono una alleanza di guerra: nessuno
dei comuni collegati poteva far guerra ad alcuno senza il consenso
degli alleati; per le guerre da sostenere, Alba avrebbe dato un terzo
delle milizie ed avrebbe avuto un terzo del lucro; gli altri comuni
avrebbero partecipato per gli altri due terzi, da dividere tra di essi. Il
trattato contiene ancora alcune clausole interessanti: i vari comuni
contraenti non avrebbero potuto accettare come cittadino alcun
marchese o castellano; i due luoghi di Genola e di Levaldigi, che
erano contesi da Savigliano e da Fossano, dovevano spettare a
Savigliano e nessun comune poteva riceverne gli uomini come proprii
abitanti; però avevano il diritto, collettivamente, di decidere del
possesso dei due luoghi, indipendentemente dalla volontà dì Fossano
e di Savigliano. I patti vennero giurati, con riserva per i precetti
dell'imperatore e del vicario imperiale.
IL VICARIATO IMPERIALE DI PIEMONTE 667

Non diremo che nelle clausole sucitate si riveli un carattere de-


mocratico, una tendenza antiaristocratica dei comuni: il divieto di
accettare i marchesi e castellani in cittadini era un semplice atto
prudenziale per vietarsi reciprocamente la possibilità di appoggiarsi
e di sfruttare le forze dei marchesi di Saluzzo, o di Ceva o di Busca-
La lega del 1240 era infatti come antisaluzzese cosi antiastigiana. Certo
questo carattere non potevasi enunciare apertamente, essendo così il
marchese Manfredi III come gli astigiani di parte imperiale, ma il
trovare Alba a capo della coalizione è prova sufficiente di tale
orientamento della lega.
È molto probabile che tale lega si formasse con l'approvazione
e con l'appoggio del vicario imperiale. Manfredi Lancia, qualche prova
di ostilità ad Asti, la diede presto: nel gennaio del 1240 concedette,
ad esempio, Blonee, terra dell'antico avito comitato di Loreto, ad un
suo fidato alessandrino, Giacomo Lanzavecchia. Tale atto forse poteva
essere considerato come una palmare violazione dei diritti di proprietà
che il comune di Asti aveva sul comitato di Loreto per l'acquisto
fattone trenta anni prima dal vecchio marchese Manfredo I Lancia.
La politica di riconquista imperiale poteva fino ad un certo punto
coincidere con la politica di riconquista famigliare. Quel Lanzavecchia
probabilmente faceva parte di quella fazione ghibellina che Manfredi
Lancia accudiva in Alessandria per averla in appoggio nella rioccu-
pazione della città.
Ed infatti, nel maggio del 1240, riunite le milizie dei comuni
fedeli, il vicario imperiale le condusse contro Alessandria. L'11 maggio
i pavesi avevano inflitto presso Campomorto sull'Olona una grave
sconfitta ai milanesi guidati da Gregorio di Montelongo ed ora gli
alessandrini dovettero disperare e pensare che non avrebbero più
potuto avere soccorsi. Appena il vicario imperiale giunse a Bassignana,
gli alessandrini si decisero alla conversione. Il comune passò dai guelfi
ai ghibellini, cosa molto facile, poiché in tutti questi comuni la politica
era opera di piccole minoranze aristocratiche. I nuovi dirigenti dichia-
rarono di sottomettersi, consegnarono Montecastello e proclamarono
il marchese Lancia podestà cittadino. Il vicario imperiale Manfredi
Lancia andò allora a stabilirsi in Alessandria, facendone centro della
sua attività.
La defezione di Alessandria irritò vivamente la parte guelfa e
specialmente Genova che rimaneva scoperta dal nord, anzi bloccata
dal nuovo gruppo imperiale Asti, Alessandria, Monferrato, Tortona.
Federico II fu invece pieno di gioia: ringraziò i comuni che avevano
668 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

partecipato all'impresa così felicemente risoltasi; annunzio solenne-


mente a tutti i sudditi la sottomissione di Alessandria avvenuta per
opera del fedele marchese Lancia, manifestò la sua gratitudine verso
gli alessandrini, perdonando loro le ingiurie, ricevendoli sotto la sua
protezione, confermando tutte le concessioni e promesse del suo vi-
cario (luglio 1240).
Manfredi Lancia ad Alessandria faceva costruire un convento
per i Domenicani per dimostrar loro la sua simpatia e scriveva al
Provinciale di Lombardia perché presto ne prendesse possesso e vi
mandasse dei frati.
Il trionfo di Alessandria aveva tosto delle ripercussioni in altri
settori pieni di interesse per Manfredi Lancia: così nel 1240 appunto
riuscì a ricuperare il castello di Bene che il padre suo aveva ceduto al
vescovo d'Asti. Questo suo successo personale e famigliare dipendeva
in parte anche dalla insurrezione avvenuta a Monteregale contro il
vescovo d'Asti — il signore feudale del comune — appunto tra il
1239 ed il 1240. Infatti gli impegni presi nel 1233 per ottenere che il
vescovo riconoscesse l'esistenza del comune, erano stati presto
violati dagli uomini di Mondovì; il vescovo fu spogliato di tutti i
diritti che prima gli avevano riconosciuto: avevano ora vietato a lui ed
ai vassalli del suo seguito di prendere dimora nelle case di Monte-
regale, gli avevano tolto i castelli e le ville di Roburent, di Torre. A
capo di questa attività antivescovile era Bressano, quegli stesso che
nel 1233 aveva contribuito a conciliare vescovo e monregalesi.
L'agitazione da Mondovì si diffuse tutt'attorno: Sant'Albano e Piozzo
furono occupati dai monregalesi; Bene fu occupato dal marchese
Manfredi Lancia.
A tale sistematica spogliazione il vescovo d'Asti rispose scomu-
nicando Bressano ed i suoi consiglieri, sottoponendo ad interdetto
tutti i luoghi ribelli.
Appoggiati dalle autorità imperiali, i comuni cercavano di sgre-
tolare la potenza dei vescovi quanto più era possibile.
Così ad Alba, gli uomini del comune trovarono la possibilità di
liquidare quella partita con il loro vescovo che era fallita quarant'anni
prima, ai tempi di Innocenzo III. Il 25 ottobre del 1240 il marchese
Manfredi Lancia era ad Alba appunto e solennemente investiva quei
podestà Sarlo di Drua del comitato e della giurisdizione dei luoghi
di Diano, Roddi, Rodello, Verduno, che formavano il vecchio patri-
monio della chiesa albese. Di opposizione episcopale non sì parla;
Manfredi Lancia compie l'atto stando appunto nel castello del vescovo,
IL VICARIATO IMPERIALE DI PIEMONTE 669

per il quale solo si inserisce nell'atto una vaga riserva: « salvi i diritti
del vescovo d'Alba ». L'investitura concessa ora dal vicario imperiale
al comune comportava il diritto di imporre nelle terre ex-vescovili
esercito, cavalcata, fodro, banni, le contribuzioni necessarie per pagare
le spese che il comune doveva fare in servizio dell'imperatore.
A Mondovì, quasi non si parla del vescovo nel lodo arbitrale
che nell'agosto del 1240 il famoso Bressano, il figlio suo Anselmo e
due altri prescelti, diedero nelle vertenze tra i signori di Morozzo
ed i comuni di Cuneo e di Monteregale. Le decisioni arbitrali corri-
spondono nello spirito al lodo del podestà di Asti del 1234 tra i
nuovi comuni ed i marchesi e castellani: i nuovi comuni infatti non
potevano non inchinarsi alla trama di diritti e di interessi economici
su cui riposava tutta la vita dell'epoca: i legami che dominavano erano
quelli feudali di vassalli a signori, di uomini rustici a proprietari.
Così i signori di Morozzo dovevano conservare decime, debiti,
fitti, successioni loro dovuti dagli uomini rustici, così come l'abate di
San Dalmazzo ed altri feudatari abitanti in Cuneo li avevano dai loro
uomini abitanti in Cuneo e come altri signori ed il vescovo d'Asti
dagli abitanti di Mondovì; avrebbero conservato il diritto d'alpatico
per le loro montagne come l'avevano avuto sino alla venuta di Fede-
rico II in Piemonte, ma non dovevano imporlo agli abitanti di Cuneo
e di Mondovì; avrebbero avuto dai loro uomini parte dei banni e
delle date come l'avevano l'abate di San Dalmazzo e gli altri signori
abitanti al Monteregale sui loro uomini; non avrebbero pagato fodro,
presto, colletta né a Cuneo né al Monte.
Seguono nel lodo altre decisioni importanti: gli uomini che erano
ancora nei castelli di Morozzo al momento del compromesso tra i
signori ed i comuni contrastanti non avrebbero potuto essere costretti
ad abitare né in Cuneo né in Mondovì e neppure avrebbero potuto
abitare nel Villar vecchio fuori dei castelli di Morozzo; dovevano
invece pagare fodro e banni e missioni e fare esercito e cavalcata e
rendere ragione e soddisfare a tutte le altre condizioni come gli
uomini di Santa Margarita e di Rocca de' Baldi. I signori di Morozzo
non dovevano riaccogliere come abitatori nei loro castelli di Morozzo
quelli che se ne fossero partiti per diventare abitatori di Cuneo e
del Monte. Questi due comuni avrebbero dato ai signori di Morozzo
« prò honore » cioè per il servizio feudale che avevano reso loro,
40 lire genovesi ciascuno; i signori a loro volta avrebbero dovuto
fare esercito e cavalcata, pace e guerra, ridotto e milizia per i due
comuni così come gli altri abitatori; in ciascuna città avrebbero dovuto
670 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

tenere una casa in cui venissero poi a trascorrere le feste del Natale,
della Pasqua, della Pentecoste. Se poi alcuno dei signori avesse voluto
portarsi ad abitare con la famiglia in uno o nell'altro dei due comuni
avrebbe dovuto essere provvisto dal comune stesso di una casa
conveniente.
Il lodo del signor Bressano mostra adunque i legami vari, stret-
tissimi che vi erano tra feudo e comune, gli addentellati dell'una vita
con l'altra. I feudatari difendevano a stento la loro indipendenza dai
comuni pieni di vita e di brame, come questi rientravano pur sempre
nei quadri della vita economica feudale.
Sulla fine del 1240 o nel principio del 1241 il marchese Manfredi
Lancia lasciò l'ufficio di vicario imperiale « a Papia superius » per
assumere quello analogo « a Papia inferius » cioè il vicariato di
Lombardia e di Emilia dove Federico II aveva bisogno di un uomo
abile, capace di fronteggiare la grave situazione formatavisi.
Nel Piemonte invece tutti erano ghibellini: Pavia, Alessandria,
Tortona, Asti, Alba, Cuneo, Mondovì, Savigliano, Vercelli, Novara,
Ivrea, Torino, Chieri; le varie dinastie marchionali pure erano devote.
Solo la dinastia sabauda si presentava ambigua.
A Manfredo Lancia successe nel vicariato di Piemonte Marino
da Eboli. Però nell'estate del 1241 Manfredi Lancia, lasciato il vica-
riato di Emilia per la venuta di re Enzo in qualità di Legato generale,
ritornò in Piemonte come collaboratore e consigliere, pare, del gio-
vane re.

3. L'azione politica di Genova attraverso l'Appennino

Attraverso a vive lotte interne, si era andato determinando


in Genova il prevalere delle tendenze anti-imperiali guelfe. Gli inte-
ressi commerciali in Sicilia e nel Levante latino passarono del tutto
in secondo piano. La pretesa di Federico II di costringere in una
certa dipendenza la potente oligarchia marinara genovese apparve più
ostica alla luce della politica che l'imperatore seguiva nelle due Riviere,
diretta a favorire i savonesi, gli albengani e tutti i gruppi desiderosi
di una autonomia locale, ed a favorire pure le pretese feudali delle
varie dinastie marchionali aleramiche ed obertenghe.
Di qui la necessità per Genova di abbandonare l'imperatore e
di passare anzi alla più decisa e rude opposizione, perché il piano
combinato tra genovesi e veneziani di spartirsi come feudi pontina i
L'AZIONE POLITICA DI GENOVA ATTRAVERSO L'APPENNINO 671

porti delia Sicilia e dell'Italia meridionale poteva solo attuarsi con


la rovina completa di Federico IL
In Genova però non tutti diventarono guelfi: un gruppo di
importanti famiglie rimase fedele a Federico II e nel 1239 uscirono
di città occupando castelli vari suU'Appennino. Formavano la fazione
detta dei Mascarati: ne facevano parte i Doria, gli Spinola, i De Mari.
Rampini si dicevano i partigiani della chiesa.
Durante il 1239 si ebbe un tentativo offensivo dei fedeli del-
l'impero su Genova. Un esercito formato di savonesi e di albengani,
di acquesi e di albesi, chiamati a raccolta dai marchesi aleramici, si
avanzò su Varazze: vennero però presto fermati e respinti dal com-
parire di cavalleria genovese, evidentemente formata da squadre
mercenarie o provviste da sudditi feudali.
A sua volta il comune di Genova si adoprò per ricuperare punti
importanti sulla Riviera: Albisola, Cervo, Diano, Oneglia vennero
rioccupati; si combattè, per il possesso di Porto Maurizio, a Capo
Sant'Ampelio contro i ventimigliesi nemici di Genova. L'azione del
comune in senso guelfo veniva ostacolata dal persistere delle tendenze
ghibelline. Il gruppo dei fuorusciti sentendosi debole non esitò a
ricorrere per aiuto ai tortonesi ed ai pavesi invitandoli ad accorrere
in loro aiuto a Genova. Nulla per ora ottennero: i guelfi invece
imprecavano ai « perfidi » alessandrini che avevano rinnegato la rive-
renza per la chiesa romana, accogliendo il vicario imperiale, e ne
trassero motivo per stipulare un'alleanza con Milano e con Piacenza,
aderendo quindi alla Lega Lombarda.
Nel 1240 i genovesi riuscirono a sottomettere del tutto la Riviera
di Ponente, fatta eccezione di Savona e di Albenga. Nel novembre
arrivò a soccorrere gli imperiali, a mal partito, il marchese Lancia
con molte forze raccolte nei comuni piemontesi e prese ad assediare
il castello di Pietra che il vescovo d'Albenga suo proprietario aveva
messo nelle mani dei genovesi. Anche Giacomo marchese di Carretto
venne con i suoi vassalli e rustici da Finale in soccorso del vicario,
sollevando le proteste dei genovesi che lo accusarono di violare gli
obblighi contratti con il loro comune.
Arrivarono allora delle milizie piacentine e milanesi in soccorso
di Genova: il campo leghista fu messo a Varazze e la lotta si concentrò
attorno a Savona. Anche gli imperiali fecero arrivare da Alessandria
dei rinforzi quando nel gennaio del 1241 riarse la lotta; così pure
i genovesi vennero minacciati sulla Riviera di levante da parte del
capitano imperiale della Lunigiana, il marchese Oberto Palla-vicino.
672 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

Ma Federico II continuava a sperare in una rivoluzione interna in


Genova che sbalzasse i guelfi dal potere: nel marzo del 1241, mentre
era all'assedio di Faenza, l'imperatore scriveva a due capi dei fuoru-
sciti, Federico Grillo e Giovanni Striggiaporco, accampatisi a Vol-
taggio, perché si adoperassero a tale scopo.
Delle nuove operazioni militari di Riviera, direttamente miranti
a Genova, fu incaricato il nuovo vicario imperiale di Piemonte, Marino
da Eboli, che nel luglio si avviò ai Giovi con tutte le milizie comu-
nali e feudali piemontesi; Alessandria, Tortona, Vercelli, Novara,
Asti, Alba, Acqui, Cassine, con quelle dei marchesi aleramici e
quelle pavesi.
Dopo avere preso d'assalto il castello di Gavi, Marino da Eboli
scese in Polcevera, arrivò sino al mare e costrusse una bastia a Capo
di Faro proprio sotto Genova. Intanto Oberto Pallavicino risaliva di
nuovo dalla Lunigiana. La flotta imperiale che aveva distrutto all'isola
Giglio quella genovese comparve nell'agosto davanti al porto di
Genova. L'ammiraglio di Federico II era un genovese fuoruscito
Ansaldo de Mari, successo a sua volta nell'ufficio ad un altro genovese
Nicolino Spinola: Ansaldo doveva riprendere i legami con i simpatiz-
zanti ghibellini dell'interno di Genova per far ritornare la repubblica
aU'obbedienza verso Federico IL
Frattanto le navi imperiali facevano scorrerie lungo la costa e
collaboravano con Savona, con Finale e con Albenga per impadronirsi
di Noli. Fu un bratto momento per Genova quando parve assediata
da tutte le parti: sul mare la flotta siciliana e pisana, sulla Riviera di
levante il Pallavicino ed i Malaspina con grande quantità di gente
di Lunigiana e di Toscana, decisi, così dicevano, a portarsi sul Bisagno,
in Val di Polcevera e sulla marina, le milizie comunali di Piemonte
ed i Mascarati genovesi sotto il vicario imperiale. :
Ma la stretta minacciata svanì: il Pallavicino giunto a Monte-
rosso, ripiegò a Vernazza di fronte alla resistenza; Marino da Eboli
indietreggiò con le sue genti a Savona e si consolò dello scacco
assediando il castello di Segni.
Nel 1242 si riprese a combattere: tutti gli sforzi del Piemonte
imperiale di nuovo si rivolsero a Genova. Un capo dei fuorusciti,
Guglielmo Spinola, accampato sull'Appennino in Val di Scrivia, aveva
sollecitato Federico II per una nuova spedizione su Genova, ma prima
che gli imperiali arrivassero, furono pronti i genovesi sotto il loro
podestà; rioccuparono Busalla, Savignone, Ronco e costrinsero gli Spi-
nola a ritirarsi su Tortona.
LA PROPAGANDA POLITICA PAPALE IN PIEMONTE 673

Guerra adunque, ma intanto si trattava. I genovesi erano inquieti


di questi continui attacchi del Piemonte alle due Riviere e pensarono
di sfruttare un certo senso di stanchezza del marchese di Monferrato
e degli altri dinasti aleramici per gli sforzi di uomini e di denaro
che loro causava il servizio imperiale. Offrirono quindi loro del denaro
ed ottennero che Bonifacio II, Manfredi marchese di Carretto, Giorgio
e Manuele marchesi di Ceva accettassero di passare al partito leghista.
Quanto diedero i genovesi? Il loro cronista ufficiale dice « non modica
quantitas » di denaro; il cronista piacentino precisa: 30.000 lire
imperiali.
Nel gennaio del 1243 i marchesi, così comperati, acconsentirono a
venire in Genova a giurare la nuova alleanza nelle mani di un
rappresentante del legato pontificio, Gregorio di Montelongo, che era
stato incaricato da Gregorio IX di organizzare contro Federico II la
lotta nell'Italia superiore.
Il podestà di Genova con gran corteo si recò ad incontrare i
marchesi a Stella sopra Savona e poi nel maggior consiglio del comune
si compì la cerimonia del giuramento con la massima solennità: i
marchesi « letanter et cum reverentia se dederunt », perché forse la
parola d'ordine dovette essere che tutti credessero alla spontaneità
della decisione.
Bonifacio II ora si atteggiò a purissimo difensore della chiesa.
Compunto all'eccesso si mostra in una lettera scritta nei primi mesi
del 1243 al legato pontificio Gregorio di Montelongo: « saniorem
partem elegimus et ad matrem sanctamque Ecclesiam recurrimus humi-
liter... », Imprecava ai « filii Belial » cioè re Enzo ed il marchese
Lancia; si diceva disposto a lavorare perché i suoi amici di Parma
preparassero la rivolta della città all'impero. Ma il rappresentante pa-
pale accoglieva come sincere tali professioni?

4. La propaganda politica papale in Piemonte

II passaggio delle tre dinastie aleramiche alla parte guelfa


indebolì gravemente il prestigio imperiale in Piemonte ed anche la
potenza di cui i vicari imperiali disponevano nella regione.
Quasi contemporaneamente l'influsso guelfo riconquistava Ver-
celli e silenziosamente ne operava il distacco dall'impero.
Che l'impero vincesse o che vincesse la chiesa, era in realtà per
i vercellesi cosa di secondaria importanza: per essi la cosa precipua
674 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

era la soluzione della loro questione con il vescovo, era l'incamera-


mento dei beni e dei diritti feudali del vescovado. Vi si pensava
costantemente, a Vercellì. Fino a che la potenza imperiale era forte,
si poteva pensare a raggiungere lo scopo con l'appoggio di Federico II :
ancora nel 1242 si inserì negli Statuti comunali l'obbligo per i futuri
podestà di riunire all'inizio del loro reggimento la credenza per esa-
minare il problema « de habenda iurisdictione ab imperatore, vel alio
modo ». Si voleva sostituire tra Sesia e Dora, tra le Alpi ed il Po
qualsiasi altra giurisdizione.
In Vercelli si era andato formando un po' di malcontento contro
gli imperiali: i guelfi erano rappresentati dal consortile degli Avogadro
e protestavano contro le prepotenze dei ghibellini capitanati da Pietro
Bicchieri, il nipote precisamente del cardinale Guala Bicchieri. Si era
malcontenti perché con il diploma del 1239 Federico II aveva con-
cesso al marchese Bonifacio II il ponte di Cuniolo ledendo gli interessi
vercellesi e perché l'abate di Sant'Andrea grande patrono della chiesa
alienava le tetre dell'abazia senza nessun riguardo al carattere dei beni
e del resto si diceva che Pietro Bicchieri si era arricchito « con i
beni ecclesiastici ».
Lungo il 1242 si pensò in Vercelli che fosse più facile raggiun-
gere lo scopo con l'appoggio della Lega Lombarda e della curia ro-
mana. La sede vescovile era vacante, perché Giacomo di Carnario,
ritiratosi a Santhià in segno di protesta contro la politica di annessione
che il comune seguiva, vi era morto nel febbraio del 1241 e nessuno
aveva potuto essergli sostituito. Non era quindi giunto il momento
di contrattare con i guelfi della Lega e della curia chiedendo il sacri-
ficio del vescovato in compenso dell'abbandono dell'impero? Al più,
si poteva, raggiunto l'intento, ritornare dopo qualche tempo e con pru-
denza alla parte imperiale per farsi confermare dall'impero la conces-
sione papale. Politica finissima, da colorire con abilità.
All'inizio del 1243 la trama era in corso già da tempo. Scaduto
il podestà imperiale, non si elesse più altro podestà per non dovere
ricorrere al vicario. Il governo del comune fu assunto dai consoli delle
due società cittadine di Sant'Eusebio e di Santo Stefano: due di essi,
Ruffino Avogadro ed Ardizzone di Biandrate, furono poi dichiarati
podestà. Ed ora furono presi diversi provvedimenti un po' misteriosi: i
consoli delle due società ebbero l'incarico di provvedere alla difesa
della città con pieni poteri; i podestà avrebbero dovuto provvedere
alle spese dichiarate necessarie dai consoli e sarebbero stati protetti
contro qualsiasi banno, multa, pena imposta dall'imperatore; i consoli
LA PROPAGANDA POLITICA PAPALE IN PIEMONTE 67 5

attuali delle società avrebbero conservato i poteri ora loro dati, anche
quando fossero scaduti ed avessero dovuto essere sostituiti, con il
diritto anche di circolare armati in città e fuori, provvedendo sempre
alla difesa delle mura, delle torri, conservando piena autorità su rutti
i dipendenti. Erano adunque le due società cittadine il centro della
azione ed antivescovile ed anti-imperiale.
Durante il gennaio ed il febbraio si svolsero le trattative segrete
tra il comune di Vercelli ed il Legato pontificio, Gregorio di Monte-
longo che aveva la sua sede ancora sempre a Milano. Ad esse partecipò
attivamente il marchese di Monferrato che si recò appositamente a
Milano per discutere con il Legato sebbene i genovesi lo attendessero
per la lotta contro Savona.
Ai primi di marzo comparve in Vercelli un delegato di Gregorio
di Montelongo, per affrettare le trattative: era accompagnato da
ambasciatori milanesi. Nelle riunioni della credenza vercellese di quei
giorni vennero formulate le richieste del comune: provvedesse il
Legato a che il capitolo rappresentante, in assenza del vescovo, della
chiesa cedesse al comune la giurisdizione episcopale su tutto il terri-
torio, che la cessione fosse approvata dall'arcivescovo di Milano, dal
vescovo di Vercelli che ora venisse eletto, dai cardinali della curia
romana e dal futuro papa; questi avrebbe anche dovuto con solenne
bolla approvare i capitoli statutari fatti dal comune per vietare ai
cittadini di ricorrere alla curia.
Altri punti delle richieste avevano carattere strettamente poli-
tico: se papa e Milano avessero fatto pace con l'imperatore, il comune
di Vercelli avrebbe dovuto essere incluso nel trattato così come gli
altri comuni lombardi; i vercellesi avrebbero dovuto riconoscere di
nuovo i debiti verso cittadini di comuni leghisti, con un trattamento
speciale però per le somme che erano state introitate dagli ufficiali
imperiali. Clausole speciali riguardavano i prigionieri; iniziata la guerra
da parte dei vercellesi, i milanesi avrebbero messo a disposizione loro
500 cavalieri ed avrebbero poi dovuto intervenire a difesa del terri-
torio vercellese con fanti e cavalli.
E, misura di somma prudenza, si chiedeva che il Legato ponti-
ficio venisse a Vercelli solo se e quando le trattative fossero a tal
punto che non vi fosse più altro a fare se non stringere l'accordo.
Sarebbe difficile dire se il desiderio di fare l'accordo fosse di più
nei vercellesi od in Gregorio di Montelongo. Il 15 marzo questi si
trovava ad Angera ad esaminare, insieme con il marchese di Monfer-
rato, il conte di Biandrate ed il podestà di Milano, le richieste di
676 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

Vercelii. Esse vennero accettate; si avvertirono i rappresentanti di


Vercelii che il Legato ed il podestà milanese sarebbero venuti in città
a perfezionare gli accordi e gli ambasciatori vercellesi diedero loro
l'autorizzazione per il viaggio.
Prima però che il Legato potesse entrare in Vercelii, occorreva che
venissero ritirate la scomunica e l'interdetto in cui i vercellesi
erano incorsi per avere aderito all'imperatore scomunicato. Giunto ad
Arborio il 28 marzo, Gtegorio di Montelongo diede a due suoi cap-
pellani i pieni poteri per assolvere i vercellesi; questi a loro volta
nominarono un procuratore per giurare « super animas eorum et
cuiuslibet vercellensis » di stare agli ordini del Legato. Per cooperare
alla pratica, il marchese di Monferrato potè subito entrare in Vercelii
ed ai primi dell'aprile anche il Legato arrivò.

5. Il prezzo del ritorno di Vercelii alla Chiesa

Già il 6 aprile Gregorio di Montelongo, raccolti attorno


a sé tutti i canonici nel palazzo episcopale, espose loro che si trattava
dell'interesse generale della Chiesa romana e propose che si affidassero
a lui e gli concedessero il consenso sul fatto che il comune di Vercelii
esigeva la giurisdizione degli uomini del vescovo. I poveri canonici,
stretti dal Legato e minacciati certo dal partito al potere, udito il
parere naturalmente favorevole dell'arcivescovo di Milano, si rasse-
gnarono ad affidare al Legato la decisione circa le richieste del comune,
a patto di avere una debita compensazione. Rimane certo aperto ancora
il problema se essi avessero, essendo vacante la sede vescovile, l'autorità
per dare tale incarico al Legato e se questi avesse autorità per
decidere in materia.
In pochi giorni tutto fu fatto. I vercellesi ebbero cura, prima
però di conchiudere gli accordi definitivi, di assicurarsi che il Legato
avesse poteri a ciò e si fecero rilasciare copia della bolla con cui
Gregorio IX lo aveva nominato Legato a latere « cum piene Lega-
tionis officio ».
Ed ora, il 21 aprile, Gregorio di Montelongo intervenne alla
riunione della credenza. Assolse il comune e la città universalmente
e particolarmente da ogni obbligo di fedeltà verso Federico II e li
prosciolse da ogni vincolo di scomunica. Quindi consegnò, secondo la
procedura concordata, alle autorità vercellesi, quattro dichiarazioni
impegnative dei suoi poteri di Legato: riceveva il comune vercellese
IL PREZZO DEL RITORNO DI VERCELLI ALLA CHIESA 677

sotto la difesa e protezione della chiesa, prometteva che avrebbe fatto


tutto il possibile perché la curia romana non facesse pace o tregua
con l'imperatore senza includervi il comune di Vercelli; si impegnava
ad ottenere dal papa due privilegi, l'uno che il comune di Vercelli non
potesse essere scomunicato se non per legittima causa e dopo verifica
da parte di una commissione di periti, l'altro, che nessun vercellese
potesse essere tratto fuori dal territorio di Vercelli da qualsiasi auto-
rità religiosa o secolare e sottoposto a processo in base a lettere
pontificie; prometteva che avrebbe indotto l'abate di San Silano di
Romagnano a riconciliarsi con i vercellesi per i danni subiti nella
guerra del 1225.
Il giorno dopo il Legato proclamò le sue decisioni circa la giu-
risdizione vescovile di Vercelli: ricordava come la chiesa romana ed
anche la chiesa locale avessero bisogno dell'aiuto del comune vercel-
lese; allo scopo quindi che il comune fosse portato più facilmente ad
accordare tale aiuto, dichiarava di vendere, a nome del capitolo che in
lui aveva fatto il compromesso, la giurisdizione episcopale ai consoli
della società di Sant'Eusebio riceventi a nome del comune, per lire
9000 pavesi: l'oggetto di vendita era la giurisdizione che il vescovo di
Vercelli aveva sui castelli, luoghi, ville spettanti al detto vescovado
al di qua del Po, sul luogo di Casale al di là del Po; riguardava le
cause civili e criminali, fodri, banni, cavalcate, eserciti; in genere si
abbracciavano tutte le terre esistenti tra Po, Dora, Sesia. Negli altri
castelli e luoghi che il vescovado possedeva sulla destra del Po, i ver-
cellesi non avrebbero nulla per tale atto acquistato. Il Legato promet-
teva che avrebbe fatto confermare la cessione dal futuro vescovo
di Vercelli, dal papa e dai cardinali. I canonici vercellesi a loro volta
ratificarono la cessione ed il Legato nominò il procuratore che doveva
immettere i procuratori del comune in possesso delle terre cedute.
Ed ora Vercelli sicura di essere padrona della tanto bramata giu-
risdizione stipulò alleanza con il marchese di Monferrato e con i
comuni della Lega. La conversione di Vercelli al guelfismo leghista
determinò anche un analogo movimento del comune di Novara. Ma se
i novaresi si decisero, questo fu solo in conseguenza del molto denaro
profuso dal comune di Vercelli, desideroso di non avere da riaprire il
vecchio capitolo delle lotte con quel comune. Anche i conti di Bian-
drate si affrettarono ad aderire alla Lega in seguito a certe promesse
finanziarie.
Così solo il denaro aveva potuto determinare nella regione pie-
montese il trionfo, parziale almeno, della causa papale. Quasi subito
678 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

i vercellesi imposero il fodro a tutti i sudditi abitanti tra Po, Dora,


Sesia; affermazione di sovranità da un lato, operazione finanziaria red-
ditizia, dall'altro.

6. Lotte fra guelfi e ghibellini a Ver celli

II passaggio di Vercelli alla Lega dopo il tradimento, così


poteva essere detto, dei grandi feudatari, i marchesi di Monferrato, di
Ceva, di Saluzzo, i conti di Biandrate, colpì gravemente il prestigio
dell'imperatore nell'Italia settentrionale.
Tuttavia né Federico II né i suoi funzionari avevano motivo per
disperare. In Vercelli il partito imperiale era ancora potente: faceva
capo alla famiglia Bicchieri, e Pietro Bicchieri, nipote del famoso car-
dinale Guala Bicchieri, morto alcuni anni prima dopo aver costruito
la grande basilica di Sant'Andrea, disponeva di grandi aderenze e di
cospicue ricchezze.
I capi guelfi avevano però preso le loro precauzioni: fatto l'accordo
con Milano, scelsero subito come podestà il milanese Guglielmo di
Soresina ed un presidio di 500 o 600 milanesi venne a stanziarsi in
Vercelli. Ed i ghibellini per il momento o fuggirono o tacquero. Pietro
Bicchieri fu mandato ambasciatore a Milano, ma per la via egli si
fermò e fuggì poi in Val Sesia; forse aveva ragione di non volere
andare a Milano: la missione poteva essere un pretesto per fermarlo
come ostaggio essendo ben note le sue idee. Dalla Val Sesia l'attività
del Bicchieri si intonò con quella degli ufficiali imperiali di Ivrea e del
Canavese, sì che riuscì ad impadronirsi di non pochi castelli dell'agro
vercellese, San Germano, Alice, Viverone, Roppolo, Azeglio, su cui in
parte aveva dei diritti, e li fortificò d'accordo con i conti di Cavaglià,
con i conti di Masino, con il comune eporediese, A Vercelli
naturalmente ora lo si colpì di bando, si sequestrarono i suoi beni, si
dichiararono liberi e franchi i suoi contadini; il suo palazzo in città
venne distratto; per rappresaglia contro Ivrea, Piverone fu dichiarato
pertinenza tutta vercellese e gli si conferì completa immunità e libertà. I
ghibellini di città sottoposti a dura sorveglianza, alla chetichella
abbandonarono Vercelli, rifugiandosi nei loro castelli; cosa notevole, tra
di essi molti erano ecclesiastici, canonici, monaci, persino gli abati di
Santo Stefano e di Sant'Andrea che non esitarono a mettere le loro
proprietà e castelli a disposizione degli imperiali.
LA FONDAZIONE DI CHERASCO 679

II comune diventato guelfo, tutto affannato per le vendette con-


tro i ghibellini scriveva al papa accusando l'abate di Sant'Andrea di
avere donato alla moglie del Marchese Lancia un carro di vino del
valore di sei lire e di avere fatto altri doni all'imperatore, al Vicario
e ad altri. Quale pena bisognava infliggere?
Fu appunto l'abate di Sant'Andrea quegli che inviò sollecitazioni
a re Enzo a Pavia perché venisse a combattere i guelfi. Nel luglio il
giovane principe ed il marchese Manfredi Lancia lasciarono il lodi-
giano in cui avevano combattuto con i milanesi ed assalirono Ver-
celli; dal Piemonte sopraggiunse anche Tommaso di Savoia conte di
Fiandra a cui pure erano arrivate sollecitazioni dell'abate di Sant'An-
drea. La difesa però dei presidio milanese fece fallire il tentativo degli
imperiali; i mdesardi vercellesi — così si chiamavano i fuorusciti —
ritornarono ai loro castelli dell'alto vercellese, mentre re Enzo ed il
marchese Lancia entravano nel Monferrato. Ed appunto nel luglio
del 1243 i guelfi di Vercelli per sgretolare la potenza dei loro nemici
profughi, dichiararono l'affrancamento di tutti i rustici. Si proclamò
che i rustici erano troppo aggravati da fodri, banni, angarie, paran-
garie, estorsioni infinite, per il che erano resi « imbecilliores ad onera
civitatis subeunda et substinenda ». Ma se si proclamò la libertà e la
franchigia dei contadini, questo si fece solo per colpire economica-
mente l'elemento ecclesiastico e feudale fedele all'impero e per ren-
dere i rustici atti a pagare i tributi comunali.
Il comune di Asti dovette sentire assai il pericolo di avere il suo
confinante, il marchese di Monferrato, di nuovo nel campo guelfo.
È probabile perciò che le sue tendenze imperiali si siano cabriate pre-
sto, pur non decidendosi a passare anch'esso alla Lega, finché Alessan-
dria da una parte ed Alba dall'altra ancora aderivano all'impero.

7. La fondazione di Cherasco

Dopo la spedizione autunnale in Monferrato, re Enzo ri-


tornò in Lombardia; invece Manfredi Lancia rimase in Piemonte,
in appoggio al gruppo dei comuni imperiali diretto da Alba. Ed il
12 novembre 1243 il marchese Lancia insieme con il podestà d'Alba,
Sarlo di Drua, procedette in nome dell'imperatore alla fondazione
di una nuova villa sul così detto Pian Carrasco dominante la vallata
del Tanaro, alla sua confluenza con la Stura.
Così sorse Cherasco.
680 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

L'atto notarile fatto redigere dal marchese Lancia per ricordare la


fondazione, dice che la villa fu fondata a richiesta dei popolani di
Bra, i quali dicevano che in Bra non potevano più abitare a causa delle
ingiurie che ogni giorno recavano loro i signori del luogo ed il mar-
chese di Monferrato, e perché questi attendevano a congiurare in
danno dell'impero. Un mese dopo, il 13 dicembre, Sarlo di Drua si
accordava con i signori di Manzano che cedevano ad Alba la castel-
lania stessa di Manzano e di Cervere con le ville di Costungaresca,
Meane, Trefoglieto, Ripalta, Villata, e si obbligavano a costruire case
nella villa nuova sul piano di Cherasco, ad abitarvi, a difenderla. In
compenso Sarlo di Drua si impegnava a far cedere loro le carte dei
debiti che avevano verso alcuni albesi ed a sborsare in più 800 lire, a
condizione che appena sborsata tale somma, cedessero la torre del
castello di Manzano perché fosse custodita dagli albesi per quattro
anni; se durante questo tempo, risultasse che il comune di Cherasco
non poteva durare, essi avrebbero riavuto la torre, se no, dopo quattro
anni, questa torre sarebbe stata consegnata al comune d'Alba. Il da-
naro liquido di cui disponevano gli albesi con i loro commerci sempre
più aveva ragione degli eredi del già potente consortile di Manzano,
costretti ad indebitarsi ed a vendere.
L'intenzione era adunque del tutto antimonferrina, ma che la
nuova costruzione passasse sotto la protezione di Alba non era cosa
da fare molto piacere agli astigiani. Si ha l'impressione che in questo
momento la politica astigiana tacesse nella incertezza di trovare una
via sicura.
Fin d'ora essa si preparava una prudente adesione al guelfi-
smo: nel giugno del 1244 tra Asti ed Alba si combatteva poi aperta-
mente e certo ora gli astigiani come i loro clienti i moncalieresi non
erano più nel campo imperiale.
Forse lontana eco del passaggio degli Aleramici al partito della
Lega Lombarda è l'accordo che nel febbraio del 1244 Enrico mar-
chese di Busca stabilì con il comune di Cuneo: cedette al comune il
possesso della casa e del castello che i cuneesi si erano edificati in
Busca; si obbligò con giuramento ad abitare Cuneo; dichiarò di tenere
in feudo dal comune quel che possedeva a Dronero, Vallamairana,
Montemale ed infatti ricevette dal podestà di Cuneo la regolare inve-
stitura dei beni. Così il podestà del comunello nato pur ieri aveva
come vassallo un discendente dei gloriosi Aleramici.
Nel gennaio del 1243 il capo del consortile di Carassone, si ras-
segnava a giurare l'abitacolo di Mondovì, tenendovi casa; dalla Bastia
LA RISURREZIONE DI BIANDRATE

681

non avrebbe fatto offesa al comune monregalese ed il comune Io avreb-


be difeso o avrebbe costretto i suoi rustici a riconoscere i suoi diritti.
Il comune di Mondovì era imperiale ed i signori di Carassone proba-
bilmente avevano seguito gli Aleramici nel campo guelfo.

8. La risurrezione di Biandrate
Novaresi e Vercellesi avevano distrutto la fortezza, il borgo, ma
i Biandratesi non si erano piegati ai divieti, alle minacce. Erano ritor-
nati, avevano cercato di rifare le loro case. Nel 1190 i loro consoli
scrivevano su un documento « actum in villa des trucia Blanderati
iuxta portam sancti Laurentii ».
Nel 1199 i due comuni presero provvedimenti draconiani: di-
vieto di stabilirsi non solo in Biandrate, ma neanche nelle campagne:
39 famiglie furono trasportate a Novara 35 a Vercelli. Ma molti
rifiutarono.
Il 23 giugno 1216 nel prato dietro la chiesa di San Pietro si
radunarono 54 capi famiglia biandratesi ed in nome di Dio, dei Conti
e del comune crearono una società o Lega giurando di aiutarsi e di
difendersi a vicenda.
Crearono il comune per 10 anni; ogni anno a San Giovanni si
sarebbe rinnovata la consularia. Era una decisione che doveva provo-
care l'opposizione dei due Comuni. Solo il 27 ottobre 1242 si ebbe
la conclusione nella chiesa di San Colombano di Biandrate, presente
la credenza del comune che era però ancora disperso nelle varie bor-
gate, i conti di Biandrate, i rappresentanti di VerceUi e di Novara si
ebbe un lodo pacificatore, I Conti poterono investire il Comune di
tutti i diritti che avevano nella « iustitia » di Biandrate, Vicolungo,
Tosagno, Caselbertrame, Porto della Pieve, Borgo Vecchio, Borgo
Nuovo, Porta Casale, Biscaretto ed in tutto la curia di Biandrate vil-
laggi e cantoni; dovevano concedere l'investitura di tutte le baraggie
e comunalità. Il Comune avrebbe giurato fedeltà, fatto oste, pagato
fodro, eletto podestà, consoli, avrebbero avuto giurisdizione civile
e criminale; non avrebbero potuto fare Società congiure, monopoli.

9. Novara ed i marchesi di Romagnano


Come questo ramo laterale degli Ardoinidi di Torino occupasse
far la fine del sec. X ed il principio del XI la regione di Romagnano
già fu detto. È probabile che l'acquisto dipendesse dallo sfacelo
682 PAPATO ED IMPERO IN PIEMONTE

della Marca anscarica. I primi che si stabilirono a Romagnano


furono Bosone e Guido figli di Ardoino figlio a sua volta di Ardoino
nipote di Ardoino il Glabro. I due Marchesi ebbero un diploma da
Corrado II nel 1026. La famiglia doveva però contemporaneamente
amministrare i domini più occidentali, attorno a Carignano.
Anche essi sentirono presto l'influsso di Novara: già nel 1190
sono alleati del comune. Durante la prima metà del secolo XIII i
Romagnano si avviano alla rovina: li stringe la crisi finanziaria.
Nel 1224 Ardizzone conchiude con Novara un contratto di cessione
di metà del castello di Romagnano e di metà di quello di Grignasco
con le loro castellanie per liquidare un debito di 450 lire imperiali;
si riserva di riscattare le terre entro otto anni.
Ma i Marchesi oramai sono divisi in vari rami e la loro vita è un
continuo vendere, impegnare terre. Già nel 1198 i Consoli ed i vicini
di Romagnano si sottomettevano al Comune di Novara impegnandosi
a pagare il fodro, a consegnare i loro beni; a collaborare nella difesa di
Novara. I Marchesi conservavano il castello, ma Pautorità loro sfug-
giva. Il marchese Guido nel 1201 offre di farsi cittadino di Novara se
saranno rispettate le sue proprietà. Anche i Marchesi che sono a
Carignano sono costretti a vendere a chiese, ad abazie, a principi.
Ardizzone nel 1247 vende a Tommaso di Savoia la sua parte di
Carignano.
Nel 1264 la signora Gillia moglie di Belengero di Romagnano
farà fare un'intimazione da parte del Comune di Novara ai Marchesi
per la restituzione della dote.
L'espansione del comune di Novara sul Lago Maggiore avveniva
contemporaneamente a danno dei feudatari regi del Lago.
Come i domini dei Marchesi di Romagnano chiudevano lo svi-
luppo del comune di Novara verso la valle del Toce, così sul Lago si
stendevano infatti ampiamente i domini dei Barbavara da Castello.
Avevano attraversato senza troppi danni la crisi della Lega Lombarda,
da Enrico VI nel 1196 e poi da Ottone IV avevano avuto il riconosci-
mento dei loro domini. La loro potenza aveva incominciato ad incri-
narsi quando si erano divisi in tre rami, i Crollamonte, i Cavalcaseli,
i Barbavara; era nella natura delle cose che anche i domini si spar-
tissero: i Crollamonte tennero i possessi della bassa Ossola, i Cavalca-
selle ebbero Omegna, Crusinallo, i Barbavara conservarono il nucleo
centrale, Pailanza, Intra, la Valle Intrasca. Il Vergante da Baveno
ad Arona la riva occidentale cioè del Lago era sotto la giurisdizione
dell'arcivescovado di Milano.
NOVARA ED I MARCHESI DI R0MAGNANO

683

Non sappiamo se ancora conservassero l'impronta tedesca del-


l'origine o se già si fossero, sotto la protezione imperiale, italianizzati.
Contro la minaccia novarese i Da Castello cercarono appoggi in
Vercelli: nel 1190 i Signori giurarono di combattere con i Vercellesi
i comuni nemici. Ma Vercelli era troppo lontana e nel 1202 i Crolla-
monte, i Barbavara si impegnarono a far pace e guerra a volontà del
podestà di Novara. Appoggiati da Ottone IV cercarono di liberarsi
dagli impegni, ma sconfitti nel 1221 cedettero a Novara i loro castelli
di Valle Infrasca e della costa del Lago. Nel 1222 i Novaresi compe-
rarono il borgo di Omegna dei Signori di Crusinallo e la pianura dello
Strona; i Signori giurarono di farsi cittadini di Novara.
Però la lotta non era terminata. I Vercellesi desiderosi di mettere
piede nella valle superiore dell'Ossola offrirono aiuto contro Novara
II centro della lotta antinovarese era Pallanza, anche le vkinie mon-
tane erano antinovaresi.
Il trattato tra Novara e Vercelli del 1223 costrinse i Vercellesi
ad abbandonare la partita ed a prosciogliere Pallanza e le varie comu-
nità da ogni obbligo.
Intervennero però in questo momento i Milanesi. L'arcivescovo
ambrosiano accolse sotto la sua protezione i Da Castello ed i loro
sudditi.
Novara rispose creando ad Intra ed a Mergozzo dei borghi rifu-
gio dando loro il « jus burgense ».
Dopo la guerra fra Novara e Vercelli i Signori da Castello perdet-
tero ogni importanza. I Novaresi assorbirono lentamente tutti i loro
domini. Anche i Da Castello dalla crisi finanziaria della feudalità
furono costretti a mutui, a vendite: nel 1291 un Martino di Castello
vendeva a Bonifacio di Challant vescovo di Sion un centinaio di
suoi servi di Pastrisano in Val di Vedrò.
Un problema annoso che infastidiva Novara era quello di Gal-
liate dove diritti della chiesa di Milano, su chiesa e castello, contra-
stavano ad analoghe posizioni della chiesa di Novara. Solo fra il
1210 ed il 1220 attraverso a vari arbitrati il dissidio fu composto: i
Galliatesi avrebbero fatto pace e guerra per Novara ed avrebbero
prestato al Comune giuramento di fedeltà. Rimaneva solo ancora
1 antica devozione per l'arcivescovado ambrosiano come ancora si
conservava il rito di Sant'Ambrogio.
CAPITOLO XXV

INNOCENZO IV E FEDERICO II

1. I progressi della dominazione sabauda in Piemonte - 2. La


sottomissione di Pinerolo ai Savoia - 3. La ripresa sabauda
in Val d'Aosta - 4. La rottura definitiva tra Federico II e
Innocenzo IV - 5. Innocenzo IV in Piemonte - 6. Il sog-
giorno di Federico II a Torino - 7. La fine del consortile
dei Biandrate

1. I progressi della dominazione sabauda in Piemonte

La trasformazione della situazione politica piemontese tra


il 1242 ed il 1243 favorì le aspirazioni dei Principi Sabaudi verso
nuove conquiste. Seguendo l'esempio dei fratelli minori, Amedeo IV
pareva ora compreso nella cerchia dei partigiani del papato: qualsiasi
mossa in avanti poteva essere considerata come un vantaggio recato
alla causa guelfa, come un danno agli imperiali.
Già verso il 1239 abbiamo da parte sabauda indizi di movimento.
Se è vero che la villa di Villafranca presso il Po, a poca distanza da
Cavour e da Vigone, ebbe origine già prima della fine del secolo XII
per opera probabilmente dei signori di Verzuolo, ai quali ancora appar-
teneva la terra nel 1235, negli anni seguenti, per via che non si può
precisare, Villafranca passò nelle mani di Tommaso di Savoia, che la
fece rifugio per i rustici delle terre del marchese di Saluzzo e dei vari
consortili feudali della regione. Solo però nel 1243 abbiamo la prova
sicura della dominazione sabauda a Villafranca: un Opizzone dei
consignori di Revello giurava nell'agosto di quell'anno in Vigone a
Tommaso di Savoia di essergli fedele e di costruire casa in Villa-
franca e riceveva dal principe per questo 200 lire susine.
Nel 1241 il conte Amedeo IV confermava al monastero di Staf-
farda i beni provenienti da una donazione fatta ancora nel secolo pre-
I PROGRESSI DELLA DOMINAZIONE SABAUDA IN PIEMONTE 685

cedente da Guglielmo di Luserna, famiglia feudale che ora sentiva la


superiorità dei Savoia. Né, pur durante l'assenza a cui Io costringeva
il suo matrimonio con la contessa di Fiandra, Tommaso di Savoia tra-
scurava attraverso ai suoi castellani di seguire gli avvenimenti in Pie-
monte. Nel 1240 Amedeo IV e Tommaso fecero acquisto, dai signori
del luogo, di metà del castello di Cumiana per 33.000 soldi susini
{1650 lire): il contratto fu fatto in Avigliana ed il castellano di
questo luogo fattosi consegnare in nome di Amedeo IV il castello, ne
accordò subito, secondo i patti, l'investitura all'abate di San Giusto
di Susa che rappresentava il conte di Fiandra.
Nel giugno del 1243 Giovanni dì Fontanile cedette a Tom-
maso di Savoia per 40 lire la terza parte della decima di Vigone.
Lo stesso anno e mese, Amedeo IV stando in Carignano, alla presen-
za dei pari di curia e di molti illustri personaggi che gli servivano quali
testimoni — il fratello Tommaso conte di Fiandra, Berengario e
Tommaso marchesi di Romagnano, Alberto di Luserna, Nicolo di Ber-
nezzo, Bertolotto di Revigliasco — investì Ottone di Scalenghe figlio
del fu Gualfredo Folgore del feudo paterno, cioè di metà della parte
che Bonifacio di Piossasco detto Percivalle aveva comune con lui nel
castello e nella villa di Piossasco.
Nell'agosto del 1243 diversi documenti mostrano i progressi e le
conquiste dei Savoia. Il 31 agosto in Vigone si presenta a Tom-
maso di Savoia il marchese Giovanni di Romagnano e per sé e per
i consorti giura fedeltà e presta omaggio per il feudo che da lui tiene,
cioè metà di Virle ed altre terre; poi Ottone di Scalenghe detto Fol-
gore cede al principe i 3/4 del castello e villa di Scalenghe, ricevendo
il tutto da lui in feudo, con obbligo di fare per lui pace e guerra, eser-
cito e cavalcata, ed il principe si impegna a non accogliere nei suoi
domini nessun uomo del nuovo vassallo.
Ed ancora: a Tommaso vengono per giurar fedeltà i signori di
Bricherasio, che mettono il loro castello a disposizione del principe;
poi Uberto e Robaldo di Bagnolo, poi altri loro consignori.
Come tanti omaggi da parte del riottoso mondo feudale pede-
montano? Sono i mesi in cui re Enzo e Manfredi Lancia attaccano
Vercelli, in cui Tommaso richiesto d'aiuto dai ghibellini vercellesi
acconsente ad un intervento che dura però poco. Per questi suoi legami
con i ghibellini, contro il legato, questi gli cacciò addosso una sco-
munica sì che Tommaso si affrettò a scrivere a Roma al nuovo papa
per assicurare che la sua alleanza con Enzo non era diretta contro la
chiesa ed i suoi fedeli, ma solo contro alcuni nemici proprii per ven-
686 INNOCENZO IV E FEDERICO II

dicare certe offese ricevute. Anche Amedeo IV scrisse protestandosi


figlio devoto della chiesa e chiedendo l'assoluzione della scomunica,
ma egli pensava ad ottenere soddisfazione dei torti sofferti.
Ed in realtà Amedeo IV e Tommaso avevano approfittato del mo-
mento critico per dare addosso alla feudalità pedemontana non so-
stenuta e difesa né dall'imperatore né dal papa. A Torino dopo il 1240
continuarono a tenere il governo del comune i capitani o podestà
imperiali. Il vescovo Uguccione Gagnola persistette nei rapporti cor-
diali con la corte imperiale, che visitò ripetutamente e nel 1248 e
nel 1249, anno in cui venne a morte.
Già nell'aprile si era sparsa a Torino la voce del suo decesso,
sì che i due avvocati della chiesa torinese, Corrado e Manfredo di
Moncucco, stabilitisi nel castello di Rivoli, prestarono davanti a notaio
solenne giuramento di custodire quel castello in onore della chiesa e
del comune di Torino, e di renderlo poi solo al futuro vescovo di
Torino. Fatto che mostra una certa incertezza, anzi una crisi nel
gruppo comunale torinese circa la sua politica: abbandonati dai ver-
cellesi passati decisamente al guelfismo, e dagli astigiani se non ancora
guelfi, certo non più davvero ghibellini, i torinesi si trovavano imba-
razzati trovando nel campo imperiale Tommaso di Savoia, nel campo
guelfo altri Savoia.
Ma i torinesi, imperiali si dichiaravano, e come tali sfrutta-
vano la protezione di Federico II. Questi quando nel 1244 o nel
principio del 1245 prese provvedimenti fieri contro i vercellesi e loro
proibì che tenessero le vecchie fiere di Ognissanti e di Sant'Eusebio,
assegnò dette fiere alla fedele Torino.

2. La sottomissione di Pinerolo ai Savoia

Tale ambiguità tra papa ed impero permetteva ai Savoia


di affermare nella regione una egemonia quasi indiscutibile. La conse-
guenza più grave fu la decisione presa dall'abate di Santa Maria di
Pinerolo nel febbraio del 1243 di cedere ad Amedeo IV ed al fra-
tello Tommaso tutti i diritti sul luogo e sugli uomini di Pinerolo.
Come era finita la ricerca dei diritti di Savoia su Pinerolo, stabilita dal
trattato di pace del 1235? Non abbiamo documenti che ci informino.
Ora invece l'abate di Santa Maria abbandonò in feudo ai Savoia tutti
i diritti ed i domini che l'abazia aveva avuto in Pinerolo e sugli
uomini del luogo, tutte le fedeltà e gli omaggi, conservando solo per
LA SOTTOMISSIONE DI PINEROLO AI SAVOIA 687

sé metà dei forni, dei mulini, il diritto di colpire di banno quei che
tenessero terre dall'abazia, per ricuperare i debiti e gli affitti. Come
indennizzo, i Savoia fecero all'abate alcune concessioni: che l'aba-
zia potesse servirsi dei boschi di Miradolo, che godesse del libero
transito per tutto il comitato per i suoi greggi, che dopo avere otte-
nuto dai pinerolesi il giuramento di fedeltà per i Savoia, si sarebbe
loro imposto l'obbligo di rispettare tutti i diritti dell'abazia. Lo stesso
giorno l'abate comunicò ufficialmente ai pinerolesi di avere fatto
al Conte di Savoia tale cessione di omaggio e di fedeltà, ed ordinò loro
di obbedire al nuovo signore. Ma i pinerolesi, legati da una tradi-
zione di quasi mezzo secolo ai torinesi, nella ostilità ai Savoia, temen-
do per l'autonomia del loro comune, resistettero agli ordini dell'abate.
Anche i monaci dell'abazia protestarono contro ù loro abate,
dipingendolo al legato pontificio Gregorio di Montelongo, quale simo-
niaco, spergiuro, dedito ad una vita dissoluta, dilapidatore e dissipa-
tore dei beni del monastero, che vendeva in onta ai suoi giuramenti
e doveri di abate. II Legato incaricò di fare una ispezione l'abate di
San Benigno di Fruttuaria; purtroppo non conosciamo la sua rela-
zione. Si ebbe per conseguenza un'azione sabauda energica contro il
comune ribelle al vecchio ed al nuovo signore.
Nel maggio del 1244 le genti sabaude — i borgognoni, come
erano comunemente detti — minacciarono da Cumiana l'attacco di
Pinerolo. Si combattè tutt'attorno alla cittadina: le milizie sabaude
espugnarono Poggio Oddone, l'attuale Perosa, e fecero prigionieri
non pochi pinerolesi. Il comunello aveva chiamato a combattere dei
clienti mercenari, forse provvisti da Torino.
In soccorso di Pinerolo accorsero torinesi e moncalieresi ed alla
Marsaglia, nella pianura tra Cumiana e Pinerolo, si combatte una fiera
lotta che venne poi chiamata il « proelium Borgognonorum »? Chi vinse?
Certo è che nel giugno successivo l'abate di Santa Macia ed il podestà
di Pinerolo a nome degli uomini del comune convenivano con i rap-
presentanti dei principi sabaudi, l'abate di Susa e Quaglia di Gorzano,
per la sottomissione di Pinerolo al signore sabaudo del Piemonte,
Tommaso conte di Fiandra.
Nell'accordo (13 giugno 1244) sì faceva riferimento alla « pax
vetus » cioè al trattato del 1235 che doveva essere rispettato in per-
petuo: si stabiliva ora che il principe Tommaso di Savoia non potesse
esigere in Pinerolo qualsiasi tassa sui matrimoni e sulle successioni;
che si liberassero i pinerolesi catturati a Poggio Oddone ed in cambio
i sudditi sabaudi chiusi nelle carceri di Pinerolo.
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