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ESTRATTO DA Svevi, Angioini, Aragonesi. Alle origini delle Due Sicilie, Udine, Magnus, 2009, pp.

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FULVIO DELLE DONNE Let angioina e aragonese


E la bella Trinacria, che caliga tra Pachino e Peloro, sopra l golfo che riceve da Euro maggior briga, non per Tifeo ma per nascente solfo, attesi avrebbe li suoi regi ancora, nati per me di Carlo e di Ridolfo, se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: Mora, mora! (Dante, Paradiso, VIII, vv. 67-75)

Mala segnoria angioina e rinascita aragonese? La rappresentazione della storia, spesso, procede per classificazioni, anzi molte volte ha bisogno di classificazioni che impongono categorie e giudizi. Cos, una lunga tradizione, che, in buona parte, trae origine proprio dai versi di Dante citati in epigrafe, continua a spingere verso una valutazione piuttosto negativa del regno angioino dellItalia meridionale (1266-1442). Il giudizio di Dante era guidato essenzialmente da unansia di rinnovamento etico-politico, che condannava tutto ci che non fosse retto da ragione o fede; e, per questo, facendo parlare Carlo Martello (1271-1295), figlio premorto di Carlo II dAngi (1248-1309), Dante attribuisce alla cupidigia la causa di quella mala segnoria che spinse, nel 1282, alla rivolta antiangioina famosa con il nome di Vespri siciliani: quella rivolta che imped ai figli di Carlo Martello e di sua moglie Clemenza (figlia di Rodolfo dAsburgo) di continuare a regnare sulla Sicilia. Naturalmente, il giudizio negativo sugli angioini stato, ormai, ampiamente rivisto e contestualizzato. Tuttavia, se, rispetto a quanto avevano osato gli Svevi, lazione del governo angioino perdette in spettacolarit e grandiosit, lepoca angioina, pur tra problemi di successione dinastica e di autonoma condotta politica, fu caratterizzata comunque da luminosi lampi di rinnovamento economico e artistico. La storia, si dice, non procede per salti, ma, tra i tanti fili di continuit che legano le diverse epoche, qualcuno, ogni tanto, si spezza, anzi, spesso, viene spezzato da chi vuole lasciare un segno del proprio passaggio. E certamente larrivo di Alfonso I dAragona, il Magnanimo (1396-1458), la cui guerra di conquista del Regno dur circa 20 anni (1423-1442), costitu una brusca frattura, fatta di distruzioni e devastazioni, ma anche di un rinnovato splendore culturale che avvi il Meridione verso il Rinascimento. Cos, ancora nella prima met del XVI secolo, il musico e poeta Velardiniello esaltava let aragonese con questi versi:
Saie quanno fuste, Napole, corona? Quanno regnava casa dAragona.

Gli astori e laquilotto: larrivo di Carlo I dAngi e lesecuzione di Corradino


Carlo, intanto, nella basilica del principe degli apostoli investito re di Sicilia... e secondo lusanza coronato col diadema regale. Per la sua incoronazione furono fatte memorabili feste solenni e furono celebrati nuovi tripudi gioiosi e solennit festose... Dopo queste cose, sopravvenendo, gi arriva la moltitudine dei Francesi... Bramano di morire presto nella propria furia, o, dopo aver fatto strage di nemici, desiderano e ardono di saziarsi con labbondanza dello sperato oro e con i beni che possono portar via.
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In questo modo, Saba Malaspina ( post 1297), allinizio del libro III della Rerum Sicularum Historia (Storia delle cose siciliane), descrive lincoronazione di Carlo I dAngi, accompagnato dai Francesi poco dopo paragonati ad astori rapaci che si pongono come unico intento quello di saccheggiare e devastare il Regno di Sicilia. Gi prima, comunque, aveva ricordato che i papi Urbano IV (1261-1264) e Clemente IV (1265-1268) avevano chiamato in Italia lAngioino, fratello di Luigi IX di Francia (1214-1270) e signore di Provenza, per contrastare il potere di Manfredi (1232-1266), figlio di Federico II di Svevia (1194-1250), che si opponeva alle ambizioni temporali pontificie. Offrendogli il regno, i papi, in sostanza, pensavano di trovare nel suo braccio militare il sostegno e la forza per portare a termine quel disegno di predominio che era stato bloccato dagli Svevi. Ma, pur mostrandosi sempre formalmente sottomesso allautorit papale, il nuovo sovrano non aveva intenzione di limitarsi a essere un docile strumento manovrato da altri. Egli mirava, piuttosto, a perseguire una propria aspirazione allegemonia europea e mediterranea; e i dissapori col papa cominciarono gi dopo la battaglia di Benevento (26 febbraio 1266), quando, dopo aver sconfitto Manfredi ed essersi impossessato, di fatto, del Regno, Carlo permise che venisse saccheggiata quella citt, che era soggetta alla sovranit pontificia. Gli inizi del suo Regno, poi, furono resi ancora pi incerti dalla discesa di Corradino (12521268), figlio di Corrado (1228-1254) e nipote di Federico II di Svevia. Larrivo di quel giovane, che nel 1268 aveva appena 16 anni, coagul le sacche di resistenza al potere angioino e tutte le residue forze ghibelline dItalia. Al suo passaggio era acclamato con giubilo, e anche a Roma venne accolto con feste e tripudi. Lasciamo parlare direttamente le fonti.
Cori di donne cantavano nella citt al suono di cembali, di timpani, di flauti, di viole e di ogni genere di strumento musicale... E gettate da una casa allaltra corde e funi a mo di arco o ponte, coprirono il centro delle strade non con alloro o rami dalbero, ma con vesti preziose e pelli variopinte, e, sospese alle corde, si vedevano fasce, scudi, braccialetti, cerchietti doro e dargento e altri ornamenti femminili... e diademi ancora, e fibbie e monili, in cui rilucevano splendidissime gemme, e borse di seta e coltri coperte di sciamito, bisso e porpora, e cortine e tovaglie e lini intessuti interamente con fili doro, e veli e pall dorati che il dotto artefice di qua e di l del mare aveva tessuto con varia, difficile e preziosa materia. In questo modo, dunque, erano ornate quasi tutte le vie di Roma, per le quali Corradino doveva passare per recarsi al Campidoglio.

Insomma, seguendo ancora il racconto di Saba Malaspina, sembrava che la venuta di Corradino si profilasse come un trionfo. Ma la realt fu diversa: il 23 agosto 1268, a Tagliacozzo, il suo esercito fu sconfitto pesantemente e lo stesso Corradino, fatto prigioniero, fu decapitato il successivo 29 ottobre nella piazza del Mercato a Napoli.
Abbracci il carnefice e i compagni, e poi, levati gli occhi al cielo, disse: Creatore di tutte le cose, Cristo re di gloria, se questo calice non deve passare da me, raccomando nelle tue mani il mio spirito. Quindi, distesosi a terra, accomod la testa sopra la pietra e il carnefice, sfoderata la spada, gli spicc la testa dalle spalle. In lui si comp la scrittura che dice: sar ucciso sulla pietra laquilotto figlio della vedova nel grembo della ninfa dardania. O misera condizione della sorte umana! O fragile mistero della condizione umana! Legregio giovane, gi da tutti magnificato, ora, fatto deforme, giace nella vile polvere.

Bartolomeo di Neocastro ( post 1293) a descriverci con questi accenti profetici la scena nella sua Historia Sicula (Storia siciliana). Ma Bartolomeo un cronista che tende a far spiccare la crudelt della dominazione angioina, e, in questo contesto, di conseguenza, rappresenta anche Corradino con solennit, come dotato di grande dignit e coraggio. Diversa invece limmagine che risulta dalla descrizione del gi citato cronista filo-papale Saba Malaspina, che punta maggiormente sul patetico e sui sentimenti filiali di Corradino, che cos viene rappresentato al momento della cattura:
Corradino, muto per il terrore e la paura, non osa dire nulla, n dolersi in se stesso del suo infelice destino, ma soltanto va meditando sui pii affetti della madre e piange il suo futuro
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dolore. Ahim, dice, madre mia, tu, quasi presaga della fortuna del figlio, deploravi me mandato a tanti pericoli!.

In ogni caso, levento dest grande scalpore. E lo sdegno per lenormit che era stata commessa spinse lesule ghibellino Pietro da Prezza a rivolgere al marchese Federico di Meissen (1257-1323), zio di Corradino, unestrema, di fatto inascoltata, esortazione a far vendetta di chi contro ogni giustizia, anzi contro Dio stesso, contro ogni diritto di guerra, contro lantica consuetudine confermata dalluso, la quale previde che mai nessun re preso in battaglia potesse essere ucciso... ebbe sete del sangue di cos grande re n dubit di saziarsi delle sue carni. Muoiano i Francesi, muoiano: i Vespri siciliani
Alcuni cittadini di Palermo, di entrambi i sessi, escono dalla citt per solennizzare la festa, che ogni anno solevano celebrare in tempo di Pasqua con grande allegria e tripudio... Partecipano a tanta gioiosa festa anche alcuni valletti francesi... Essi si mischiano alle brigate degli uomini e delle donne che ballavano cantando... I Francesi toccano le mani delle donne, e forse pi di quanto comporti lonest di esse; volgono gli occhi alle pi belle, e quelle che non possono toccare con la mano o col piede, sollecitano con parole e con sguardi. Allora, visti tali eccessi, alcuni insolenti giovani palermitani, fatti animosi dalla sola allegrezza... prorompono in parole contumeliose contro i Francesi... acceso il furore degli animi, con le armi e con le pietre la giovent palermitana d addosso ai Francesi e c un grande accorrere di molti uomini armati contro i Francesi... Si aduna una tumultuosa moltitudine di persone che gridano: Muoiano i Francesi, muoiano.

La repressione che segu alla sconfitta di Corradino fu dura, e costitu anche loccasione per proseguire loperazione di rinnovamento della nobilt feudale, che fu operata attraverso la sostituzione dei vecchi signori con nuovi cavalieri provenienti dalla Francia. A questo si aggiungeva anche la forte pressione fiscale, che doveva finanziare il progetto angioino di conquista dei territori bizantini nei Balcani. Forse questi motivi, in connessione anche con le aspirazioni aragonesi sulla Sicilia e con linsoddisfazione papale per la politica angioina, furono allorigine dei cosiddetti Vespri siciliani, che, scoppiati il luned di Pasqua del 1282, vengono fatti risalire, per tradizione, alle molestie arrecate dai Francesi alle donne palermitane. Insomma, le motivazioni di quella insurrezione dovettero essere altre, rispetto a quelle raccontate da Saba Malaspina nel brano che abbiamo sopra riportato e che contenuto nel libro VIII della sua gi citata Rerum Sicularum Historia. Tuttavia, i grandi momenti della storia sono sempre avvolti dal mito, anzi si alimentano di esso fino quasi a perdersi nel suo alone di suggestione fantastica. Cos, i Vespri sono stati costantemente caratterizzati come linsorgere di un moto spontaneo, scaturito dallo sdegno popolare in seguito a un turpe atto compiuto ai danni dei deboli. E i particolari sono diventati sempre pi dettagliati, i personaggi hanno avuto un nome, gli stati danimo sono stati descritti minutamente, cos da conferire al mito il vigore e lenergia della verit. Come accade nella narrazione del cap. XIV dellHistoria Sicula di Bartolomeo di Neocastro.
Ecco una nobile ninfa, assai graziosa nel volto, bella in tutto laspetto, che sarebbe bastato guardarla senza toccarla... Allora un Francese di nome Droghetto corse audacemente contro la nobile fanciulla, e, col pretesto di cercare se ella nascondesse armi dello sposo o di altri del suo gruppo, arditamente con le mani, cacciandole sotto la veste, le tocca impudicamente il seno, fingendo di volersi assicurare che ella non ne portasse... Subito la fanciulla si irrigid, e, mentre il sangue gelato fuggendo le abbandonava le membra, laspetto della sua bellezza mut in ansia di dolore... e gi sembrava che lo spirito le mancasse, bench fosse ancora viva... Immediatamente si leva un rumoroso tumulto non si sa da dove venga e lira e il furore non hanno pi freno. Un giovanetto, impadronitosi della spada di Droghetto, lo colpisce nei fianchi e gi gli intestini gli escono fuori... I giovani, mancando le armi, afferrano le pietre, si solleva il popolo in tumulto, e, incominciata la strage, ciascuno grida, cos che laria risuona di orribili voci: Muoiano i Francesi, muoiano.

Uniti in quel grido di odio, riportato concordemente dalle fonti, i ribelli siciliani, radunati in parlamento, in un primo momento si sottomisero alla sovranit del papa, signore feudale dellisola, ma successivamente offrirono la corona a Pietro III dAragona (1239-1285), il quale aveva sposato Costanza, figlia di Manfredi, e quindi vantava diritti dinastici al trono siciliano: e Pietro accett, sbarcando a Trapani il 30 agosto 1282, circa cinque mesi dopo linizio della rivolta. Dopo essersi proclamato re di Sicilia, nomin, sempre nel 1282, Ruggero di Lauria capo della flotta e Giovanni da Procida Gran Cancelliere del regno aragonese di Sicilia. La guerra che ne consegu dur venti anni. Si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta, che assegnava a Federico dAragona, figlio di Pietro e fratello minore di Giacomo, nuovo re dAragona, il dominio della Sicilia e il titolo di re di Trinacria. Carlo II dAngi (1285-1309), figlio di Carlo I, pur mantenendo il titolo di re di Sicilia, fu signore solo della parte peninsulare del Regno. Lo stato di guerra, tuttavia, continu, di fatto, ancora molto a lungo, come avremo ancora modo di vedere. Tuttavia, quello che si profilava come un conflitto politico-economico per il dominio di rotte commerciali e mercati mediterranei ebbe anche momenti di spettacolarizzazione cavalleresca. Lonore e le armi: il duello di Bordeaux
Perch si evitino i pericoli di molte persone che possono venire dai futuri eventi delle guerre e perch ci si possa guardare dallo spargimento di molto sangue, il re Pietro dAragona chiede che, tra lui e Carlo dAngi, le predette cose si definiscano con un singolar tenzone, e che con un duello si indaghi la verit della cosa... E nel caso in cui il nostro re sia vinto da voi, non solo vi ceder il regno di Sicilia, ma non vuol essere neppure pi chiamato re di Aragona, n apparire tra i suoi famosi cavalieri, ma, abbandonate le insegne militari, girare il mondo senza meta. Se, invece, rimanendo voi sconfitto in campo, egli prevalga, la terra che occupate, senza fatica di guerra n alcuno ostacolo, voi dovrete lasciare a lui liberamente il nome e il titolo di re di Sicilia.

Probabilmente fu lAngioino Carlo I a lanciare la sfida, che avrebbe dovuto risolvere in maniera definitiva il conflitto per il possesso della Sicilia, come se si trattasse di una ordalia; ma il testo citato, ripreso ancora da Saba Malaspina, riporta le parole di Pietro dAragona. Numerose, comunque, furono le lettere che i due sovrani si scambiarono e che ci sono pervenute durante lorganizzazione di quel duello, che si sarebbe dovuto svolgere in campo neutro, a Bordeaux, il primo giugno del 1283. Si sarebbe dovuto svolgere, abbiamo detto; s, perch il duello, in effetti, non si fece mai. Entrambi i contendenti, arrivando sul terreno scelto per lo scontro in momenti diversi, trovarono il modo per evitare quella che, nel 1886, un illustre storico dei Vespri, Michele Amari, boll come una commedia. La crudezza della guerra, con quella sfida mai realizzata, veniva sublimata, per trasformarsi in uno spettacolo in cui, al pari di una giostra, i cavalieri avrebbero potuto mettere in mostra le proprie virt e, soprattutto, la propria nobilt; uno spettacolo in cui, mescolando perfettamente il tronfio richiamo alle proprie illustri origini dinastiche e la vacuit dellalto senso dellonore, i contendenti trovarono, allo stesso tempo, loccasione per dare espressione a un rinnovato ideale estetico, composto di variopinta fantasia ed emozione eroica. La separazione della Sicilia
Lammiraglio Ruggiero di Lauria arma prudentemente 28 galee e, esortate le sue genti e invocato il nome della Vergine madre di Cristo, naviga verso Napoli, dove, aiutato dallimmenso favore di Dio, si proponeva di distruggere le forze del nemico e disperdere le frodi dei Francesi... Invocato il nome della gloriosa Vergine della Scala e quello del Battista, assalt audacemente e con gran tumulto le galee nemiche... Allora incominci un terribile combattimento... Grandissima fu la strage dei Francesi, i quali avevano mani e piedi impegnate nel combattimento navale. Nel sangue dei Francesi le armi nuotano e con quel sangue sono bagnati i combattenti... Allora il principe Carlo II dAngi, vedendo che stava per morire insieme con i suoi, disse gridando: Messinesi, vi tra voi un cavaliere?. E lammiraglio
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Ruggiero rispose: C, sono io. Allora, subito Carlo disse: Ammiraglio, accoglieteci e salvate me e i miei compagni, giacch la sorte vuole cos. Io sono il principe. Udito ci, lammiraglio subito li accolse , e, avendoli fatti salire sulla sua galea, li onor e li fece onorare come si conveniva al loro grado.

Carlo I era di ritorno da Bordeaux, quando venne a sapere della pesante sconfitta subita dalla sua flotta nel golfo di Napoli il 5 giugno 1284. In quello scontro, come abbiamo visto attraverso le parole di Bartolomeo di Neocastro sopra citate, fu fatto prigioniero anche lerede al trono angioino, il principe di Salerno Carlo II, detto lo Zoppo. Carlo I fu affranto dal dolore, ma fu anche pervaso dalla rabbia per loperato temerario del figlio, che, sperando in una facile vittoria, era venuto a battaglia contravvenendo ai suoi ordini; sei mesi dopo, il 7 gennaio 1285 venne a morte. Le sorti della guerra sembravano ormai compromesse, ma essa prosegu, mentre il nuovo re Carlo II era ancora prigioniero. La direzione dello stato angioino torn momentaneamente nelle mani di papa Martino V (1417-1431), che invi truppe per reprimere le insurrezioni che immediatamente scoppiarono, e proclam una crociata contro gli Aragonesi, dopo aver gi scomunicato, nel novembre del 1282, Pietro III dAragona. Poco dopo, comunque, l11 novembre 1285, mor anche Pietro III, lasciando come successore al trono di Sicilia il figlio Giacomo (1267-1327). E questi, dopo aver accordato agli Angioini una tregua biennale, il 27 ottobre 1288, a Campofranco, sui Pirenei, stipul un accordo che, mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo II, in cambio dei suoi figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Carlo II, una volta liberato, fu incoronato re dal papa a Rieti, il 29 maggio del 1289. Napoli diventa capitale Nel progettato duello di Bordeaux del 1283, di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti, riverberava un tipo di cultura che, col richiamo alle virt e alle cortesie esaltate nelle liriche provenzali e nei romanzi cavallereschi, si venne diffondendo proprio nei primi anni del Regno angioino. E se lintento sotteso a quei proclami di sfida era quello di colpire la fantasia degli uomini dellintera Europa, esso sort il suo effetto, se vero che lammirazione per la cortesia e la cavalleria di Carlo penetr talmente nellimmaginario collettivo, che quelle nuove virt vennero, poi, ricordate nella novella LXXX del Novellino e nella sesta della decima giornata del Decameron di Boccaccio. Lepoca angioina, comunque, soprattutto a partire da Carlo II, segna lascesa di Napoli a rango di capitale. Lo Studium (Universit) fondato in quella citt da Federico II nel 1224 dovette inizialmente fungere da catalizzatore per lattenzione dei nuovi sovrani: tanto che il 24 ottobre del 1266, a pochi mesi dalla battaglia di Benevento, Carlo I lo riapr dopo un periodo di chiusura. E, in seguito, furono fatti grandi sforzi soprattutto per lo sviluppo delle scienze giuridiche, grazie alla presenza di illustri maestri, come Marino di Caramanico (att. 1269-91), Sparano di Bari (1250 ca.1295), Bartolomeo di Capua (1248-1328) o Andrea di Isernia (professore dal 1289 al 1316), che diedero nuovo vigore e nuovi fondamenti allo studio di quella disciplina. Ma fu dato rilievo anche alle indagini nel campo delle scienze naturali e, in particolare, della medicina, grazie alla tradizione legata alla vicina Salerno, nonch al nuovo fervore di contatti con la scienza araba, classica ed ebraica. In ogni caso, da quel momento, la storia di Napoli si viene a fondere indissolubilmente con quella dellintero Regno. La citt divenne il simbolo del nuovo potere e un formidabile centro di irradiazione culturale. Fu dato, cos, avvio alla costruzione del Castel Nuovo, destinato a diventare residenza regia: i lavori, cominciati nel 1279, furono affidati a Pierre de Chaula; sulla collina di SantErasmo fu fatto costruire il castello di Belforte, il futuro Castel SantElmo; furono fondati monasteri e chiese, riccamente addobbati. Soprattutto gli anni in cui regn Roberto (1309-1343) furono scanditi dalla presenza, a Napoli, di illustri artisti, che seppero conferire lustro alla citt. Si pensi, solo per fare qualche nome, a Tino di Camaino (1285-1337), che, a partire dal 1325, fu attivo presso la chiesa di Santa Maria Donnaregina e in Santa Chiara; a Simone Martini (1284 ca.-1344), che, intorno al 1317, lavor in San Lorenzo Maggiore. Ma si pensi, soprattutto, a Giotto (1266 ca.5

1337), che sia pure in tarda et fu chiamato nella capitale del Regno nel 1328. Come racconta Giorgio Vasari (1511-1574), Roberto us addirittura suo figlio Carlo (1298-1328), duca di Calabria, per inoltrare linvito a quel celebre artista, perch venisse ad affrescare la chiesa e il monastero francescani di Santa Chiara, la cui costruzione, in quegli anni, era stata appena completata. Purtroppo dellattivit svolta da Giotto durante la sua permanenza a Napoli, durata 6 anni, non ci sono rimaste che poche tracce, ma la sua opera, prestata soprattutto in Santa Chiara e in Castel Nuovo, era destinata a generare influenze notevoli sulla tecnica e sulla cultura delle maestranze locali. Tra medio evo e umanesimo: lepoca di Roberto dAngi
Era indel tempo de lo ditto Virgilio un castello edificato dentro mare, sovra uno scoglio, come perfi mo , il quale se chiamava lo Castello Marino overo di Mare, indellopera del quale castello Virgilio, delettandose con soe arte, consacr un ovo, il primo che fe una gallina: lo quale ovo puose dentro una caraffa per lo pi stritto forame de la detta caraffa, la quale caraffa et ovo fe ponere dentro una gabia di ferro suttilissimamente lavorata. E la detta gabia, la quale contineva la caraffa e lovo, fe ligare o appendere o chiovare con alcune lamine di ferro sotto uno trave di cerqua che stava appoggiato per traverso a le mura duna cammarella fatta studiosamente per questa accasione con doe fossice, per le quali intrava il lume; e con grande diligenzia e solennit la fe guardare indela detta cammarella in luogo segreto e fatto siguro da bone porte e chiavature di ferro, imperoch da quellovo, da lo quale lo Castello pigli il nome, pendevano tutti li fatti del Castello. Li antiqui nostri tennero che dallovo pendevano li fatti e la fortuna del Castello Marino: zo lo Castello dova durare tanto quanto lovo si conservava coss guardato.

Anche in questo modo il ruolo di Napoli viene accresciuto: rappresentando in maniera mitica lo sviluppo della citt. Cos, la prima parte dellanonima Cronaca di Partenope, risalente allincirca alla met del XIV sec., tramanda una delle leggende che collegavano Virgilio (70-19 a.C.) alla citt di Napoli, ponendosi a un importante crocevia della diffusione medievale della tradizione che faceva di Virgilio un potente mago, oltre che un impagabile benefattore di Napoli. Da lui vennero fatti gli acquedotti, le fontane, i pozzi e le cloache della citt; fu lui a istituire il Gioco della Carbonara, una sorta di esercizio guerresco; fu sempre lui a costruire una cicala di rame, che scacci tutte le cicale da Napoli, e altri potenti talismani, capaci di proteggere la citt. Tali leggende ebbero molta diffusione e resero quasi indistinta la figura storica del poeta da quella fantastica del mago. Tanto che, durante lesame per lincoronazione poetica, interrogato da re Roberto dAngi su cosa pensasse del racconto secondo cui Virgilio, a Napoli, aveva realizzato la grotta di Fuorigrotta, Petrarca (1304-1374) rispose di non aver mai saputo che Virgilio facesse lo spaccapietre. Se la prima parte della Cronaca di Partenope risponde ai criteri di un tipo di cultura classificabile ancora come medievale, negli stessi anni si andavano, per, gettando le basi dellUmanesimo, grazie alla stabile presenza di colonie fiorentine, ma soprattutto per il mecenatismo di re Roberto. Questi fu un sovrano che, dai suoi contemporanei, venne spesso celebrato per la sua cultura, ma, allo stesso tempo, anche vituperato per le sue strategie politiche. Raccolse un enorme numero di libri nella sua ricca biblioteca, messa su senza badare a spese e collocata in Castel Capuano; inoltre, si dedic con enorme passione e accanimento alla composizione di sermoni: ce ne rimangono circa trecento, che recit in ogni circostanza, in chiese, conventi, assemblee politiche, sedute dello Studium, cos che Dante, a buon diritto, lo defin, piuttosto sprezzantemente, re da sermone. Roberto, durante il suo regno, dov fronteggiare la discesa in Italia dellimperatore Arrigo VII (1275-1313), venendone ricompensato dal papa col titolo di Vicario imperiale; continu la guerra contro il regno di Sicilia, come vedremo in seguito; ma riusc anche a dare un nuovo impulso di crescita civile al Regno. Fu detto Saggio e fu lui che Petrarca come abbiamo gi ricordato scelse come proprio esaminatore quando, nel 1341, fu insignito dellalloro poetico. Gli anni del suo regno furono segnati, del resto, dalla straordinaria presenza e influenza culturale di un altro padre della nostra letteratura, Giovanni Boccaccio (1313-1375).
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Figlio illegittimo del mercante Boccaccino di Chellino, Boccaccio venne a Napoli nel 1327, insieme col padre, socio della potente banca fiorentina dei Bardi, e vi rimase fino allinizio del 1341. Qui comp tutta la sua formazione mercantile, giuridica e letteraria, e qui compose diverse opere: la Caccia di Diana, un poemetto in terzine in cui si passano in rassegna le pi belle dame napoletane nascoste sotto le spoglie delle ninfe, che si ribellano a Diana (casta dea della caccia) per offrire le proprie prede a Venere (dea dellamore), la quale trasforma gli animali in bellissimi uomini; il Filostrato, in ottava rima, che rivisita la materia troiana, parlando dellamore infelice e mortale di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, per la volubile prigioniera greca Criseida, che, una volta liberata e tornata dai suoi, dimentica linnamorato concedendosi a Diomede; il Filocolo, in prosa, che costituisce unesaltazione del mondo della cavalleria e della cortesia, riproducendo le avventure e gli amori di Florio, figlio del saraceno re di Spagna, e Biancifiore, figlia di un nobile romano ucciso proprio dai soldati di quel re; il Teseida, in ottave, poi rivisto a Firenze, caratterizzato da un fitto intrico narrativo di tipo cortese incentrato sullamore degli amici Arcita e Palemone per Emilia, regina delle Amazzoni. A Napoli Boccaccio piant anche le radici affettive, se vero che, dopo il forzato ritorno a Firenze, ricord sempre Napoli con nostalgia, evocandola anche nelle sue opere pi mature, come nel Decameron, in cui la citt fa da sfondo alla memorabile novella di Andreuccio da Perugia. In quella che oramai era senza pi dubbio alcuno la capitale del Regno, egli partecip alla vita brillante dellaristocrazia napoletana e dellalta borghesia fiorentina, portando a maturazione la sua esperienza amorosa, soprattutto quella per Fiammetta, figura in cui si sintetizzano tradizionali suggestioni letterarie, significati allegorici e icastica raffigurazione della realt concreta. Insomma, Roberto fu un lungimirante estimatore di uomini di ingegno, che attrasse alla sua corte, ricevendone, in cambio, quelle lodi e quel prestigio che riverberarono su tutta la corte. Tanto che Francesco Petrarca, nei Rerum memorandarum libri (Libri delle cose memorabili), celebrandone la dottrina e lamore per le lettere, descrive la figura del sovrano angioino in questo modo:
Roberto non si vergogn mai di imparare, vecchio filosofo e re; mai gli rincrebbe di trasmettere ci che sapeva; questo, sgorgandogli dal cuore, ebbe sempre sulle labbra: che insegnando e imparando si diventa sapienti. Di quanto amore per le lettere ardesse, lo mostra sicuramente un suo detto che io udii proprio con le mie orecchie. Un giorno, durante un lungo colloquio, mi domand perch fossi andato tanto tardi a fargli visita, e io come era vero giustificandomi col fatto che i pericoli del viaggio per terra e per mare e i vari impedimenti della fortuna avevano frenato i miei desideri, mi capit, non so come, di menzionare il re di Francia... al quale gli studi letterari erano tanto molesti che dicevano tenesse i precettori del figlio in conto di nemici... A sentire ci, quellanimo generoso sobbalz e fremette in tutto il corpo; rimase un po in silenzio, tenendo gli occhi fissi a terra,... poi alz la testa e mi disse: Questa la vita umana, e le inclinazioni, le aspirazioni, le tendenze sono varie. Ma io giuro che le lettere mi sono pi care e pi dolci dello stesso regno; e se luno o laltro dovesse venirmi a mancare, perderei la corona pi volentieri che le lettere. Che frase degna di un filosofo e davvero degna di essere venerata da tutti gli studiosi!... Espertissimo di sacre scritture, illustre cultore della filosofia, oratore egregio, incredibile conoscitore della fisica; di poesia non si occup che sommariamente, e come pi volte lho sentito dire in vecchiaia se ne dispiacque.

Giudizi lusinghieri su re Roberto sono espressi da Petrarca anche in altre opere. Daltronde non fu lunico a farlo: anche il cronista Giovanni Villani (1280 ca.-1348) lo defin il pi savio tra cristiani... s di senno naturale, s di scienza, come grandissimo maestro in teologia e sommo filosofo. Tuttavia, in contrasto con tale immagine di detentore di somma sapienza, risalta quella, pi gretta, di avarizia e incapacit a governare, influenzata da ragioni di ordine politico. Emblematici di questo tipo di caratterizzazione sono i versi 76-78 e 145-147 dellVIII canto del Paradiso di Dante, in cui, per bocca di Carlo Martello (1271-1295), primogenito di Carlo II e destinato a regnare se non fosse morto giovane, Roberto viene considerato buono solo a pronunciare prediche, mentre il

fratello Ludovico (1275-1297), vescovo di Tolosa canonizzato nel 1317, viene giudicato pi adatto a fare il guerriero:
E se mio frate questo antivedesse lavara povert di Catalogna gi fuggeria, perch non li offendesse... Ma voi torcete a la religione tal che fia nato a cignersi la spada e fate re di tal ch da sermone.

Lonor di Cicilia: let felice di Federico dAragona


Federico, il terzo con questo nome, fratello di Giacomo... che era stato dichiarato re di Sicilia col consenso di tutti, assumendo il regno nel 1286 regn 39 anni. Uomo dotto e buono, che am eccezionalmente i Siciliani e li ebbe tutti come figli e fratelli, fu certamente di tanta umanit, che sembra abbia avuto sempre avanti agli occhi quella sentenza di Traiano: Conviene dice Traiano che limperatore si comporti nei confronti dei privati cos come desidera che i privati si comportino nei suoi confronti. Per cui Federico merit di essere amato da tutti.

Torniamo adesso alla Sicilia, riandando al momento in cui, in seguito ai trattati di Campofranco del 1288, Carlo II dAngi venne liberato e successivamente incoronato re, riaccendendo il conflitto con gli Aragonesi. Dunque, il 18 giugno del 1291, il fratello di Giacomo, Alfonso III (1265-1291), mor improvvisamente, lasciando a Giacomo lAragona, Valencia, la Catalogna e il governo di Maiorca, e, al contempo, disponendo che la Sicilia andasse al terzo fratello Federico (1272-1337). Cos, Giacomo divenne sovrano della corona dAragona e invi il fratello Federico in Sicilia come governatore. Lunione della Sicilia allAragona comport che lisola perdesse, in parte, dimportanza nellattenzione di Giacomo, aprendo la possibilit a nuovi accordi, ventilati soprattutto dal papato. E il 12 giugno del 1295 Bonifacio VIII (1295-1303), dando seguito a una proposta del suo predecessore Celestino V (1294), ad Anagni stipul con Giacomo dAragona e con Carlo II dAngi un trattato, secondo cui Giacomo acconsent a cedere la Sicilia e a liberare i tre figli di Carlo II che teneva in ostaggio. In cambio avrebbe ottenuto i feudi di Sardegna e di Corsica, se li avesse saputi conquistare, e avrebbe sposato la figlia di Carlo II dAngi. Federico sarebbe rimasto governatore della Sicilia. Federico dAragona approfitt del malcontento dei Siciliani, che, sentendosi traditi dal nuovo re Aragonese, temevano che potessero essere revocate le concessioni ottenute. L11 dicembre 1295 il Parlamento siciliano, da lui convocato e riunito a Palermo, dichiarando decaduto Giacomo, proclam Federico III re di Sicilia, e riconferm la scelta il successivo 15 gennaio. Lincoronazione ufficiale avvenne il 25 marzo del 1296 nella Cattedrale di Palermo. Il regno di Federico III fu lungo, e lasci un ottimo ricordo di s nei Siciliani, come abbiamo letto nel passo che sopra abbiamo riportato, tratto dalla cronaca, scritta in latino, di Nicol da Marsala. E anche Dante, nel III canto del Purgatorio, facendo parlare Manfredi di Svevia, defin probabilmente proprio quel sovrano onor di Cicilia e dAragona, intenzionato comera, secondo una certa tradizione che fa capo a frate Ilaro e a Boccaccio, a dedicargli il Paradiso. La Historia Sicula del coevo monaco francescano Michele da Piazza termina proprio con un epitaffio che suona cos: I popoli della Sicilia piangono, gioiscono i celesti / numi, la terra geme, il re Federico morto. Dunque, il regno di Federico III stato spesso esaltato come un nobile periodo di lotta contro la Napoli angioina, ed egli stesso assurto a simbolo della tensione patriottica allindipendenza. E anche se, probabilmente, si fece sostenitore degli interessi particolari del baronato siciliano, in ogni caso riusc a reggere il peso della guerra che gli mossero i sovrani angioini, Bonifacio VIII che proclam anche una crociata contro di lui e lo stesso fratello Giacomo. Anche il re di Francia, Filippo IV il Bello (1268-1314), invi contro di lui un esercito al comando del fratello Carlo di
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Valois (1270-1325), pretendente al trono siciliano, che, penetr fino a Sciacca. Infine, il 31 agosto 1302, venne siglata la pace di Caltabellotta, che come abbiamo gi ricordato sanciva la fine della guerra del Vespro, garantendo a Federico il titolo di re di Trinacria fino alla sua morte. Quella pace prometteva ad entrambi i Regni, quello napoletano e quello siciliano, un decennio di tranquillit, che termin, per, in coincidenza con la discesa dellimperatore Arrigo VII di Lussemburgo, a cui Federico si alle contro Roberto dAngi, riconosciuto come capo della fazione guelfa. Nel 1312, dunque, Federico assunse il titolo di Re di Sicilia e non pi di Trinacria, e, due anni dopo, fece proclamare da un consesso di giudici che il proprio figlio, Pietro (1305-1342), poteva succedergli sul trono di Sicilia. Sia pur inframmezzati da diverse tregue, seguirono lunghi anni di guerra, e solo nel 1372, con la pace di Avignone, gli Angioini riconobbero formalmente il dominio aragonese sulla Sicilia, a patto che i sovrani aragonesi si chiamassero re di Trinacria e pagassero un tributo annuo. Anche se, nel 1321, Federico aveva fatto incoronare il figlio Pietro come suo successore, in realt egli continu a governare fino alla morte, avvenuta il 25 giugno 1337. La Sicilia, sia pure formalmente, continu anche dopo a rimanere indipendente, pur se lautorit regia era venuta declinando a vantaggio di un sempre maggiore potere visibilmente riconosciuto alle pi potenti famiglie baronali dellisola. Intrighi e assassin: la crisi del Regno di Giovanna I dAngi
Il povero duca Andrea, fidandosi, con ingenuo animo giovanile, delle parole ingannevoli dei malvagi, promise che sarebbe andato a caccia con loro Ma i perfidi traditori, che avevano sete del sangue del duca, colta unoccasione, fecero chiamare il duca dal ministro di camera. E poich lo chiamavano anchessi, subito il duca, da ragazzo ingenuo che era, destatosi dal sonno, si alz dal letto, e, avendo fiducia in coloro che lo chiamavano, dal momento che li conosceva, aperta la porta della camera subito usc disarmato, vestito di un giubbetto e di un fine copricapo, e in ciabatte. Uscito fuori, nella sala, senza por tempo in mezzo gli iniqui traditori gli misero le mani addosso per ucciderlo: infatti, non poteva morire n di ferro, n di veleno, per virt di un anello che gli aveva donato la sua povera madre. Allora il duca, poich era forte e agile, visto il pericolo di morte, difendendosi virilmente con le mani, lanciando orribili grida, riusc a liberarsi, e con i capelli dorati strappati e con il volto graffiato cercava di correre verso la sua stanza, per prendere le armi e difendersi da uomo Per, liniquissimo Bertrando, figlio di Carlo Artus, che si sentiva colpevole pi degli altri, ispirato da spirito diabolico, prese con forza il duca e, lottando, lo blocc; chiamati gli altri, portarono lo stesso duca a un loggiato dello stesso edificio, sopra il giardino, e, strappandogli i capelli doro e colpendolo con violenti calci, messogli un cappio al collo, lo impiccarono come fosse un ladro, tenendolo sospeso fino a farlo morire; poi lo gettarono gi nel giardino sottostante. E aperta la porta della sala subito se ne andarono, come se non avessero fatto nulla.

Se la situazione siciliana, alla morte di Federico III, presentava segni di forte crisi, anche nella parte peninsulare la morte di Roberto segn un momento di forte cesura. Dal punto di vista dello sviluppo culturale, si continu ad avere qualche riverbero del pi antico splendore, soprattutto quando, nel 1348, divenne gran siniscalco il fiorentino Niccol Acciauoli (1310-1365), che fu amico di Petrarca e di Boccaccio, e che era giunto giovanissimo a Napoli, nel 1331, come rappresentante della gi potente banca del padre. Ma lepoca del regno di Giovanna I (1327-1382), nipote di Roberto, fu soprattutto caratterizzata da gravi disordini politici e militari, da intrighi e da assassin. Col suo avvento, infatti, si apr una complessa crisi dinastica, generata dalla rivalit tra i tre rami della casa angioina: quella di Durazzo, quella di Taranto e quella dUngheria. Per tentare di evitare contestazioni alla successione dinastica, Roberto fece sposare Giovanna con Andrea (1327-1345), figlio di Caroberto re dUngheria (13081342). Ma proprio in seguito a questo matrimonio si ebbe un momento di complessa crisi per il Regno. Pi sopra abbiamo riportato la vivida e parzialmente fiabesca, nel particolare dellanello che protegge dal ferro e dal veleno descrizione della morte di Andrea dUngheria fatta, in latino, dal
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cronista Domenico di Gravina (1310 ca.-post 1350). Quellassassinio, avvenuto nel 1345, forn a Luigi dUngheria (1226-1382), fratello di Caroberto, loccasione per invadere, nel 1348, il Regno, perch si sospettava che Giovanna, allepoca del fatto appena diciottenne, fosse complice consapevole. Allarrivo di Luigi dUngheria, Giovanna scapp in Provenza col suo secondo marito, Luigi di Taranto (1320-1362), sposato nel 1346, lasciando il Regno allo sbando e in bala degli Ungheresi. Quando vi torn, nel 1352, dopo essere stata assolta dallaccusa di aver fatto uccidere il primo marito, riordinare la situazione risult molto faticoso. La cosa fu resa ancora pi complessa dalle incertezze sulla successione al trono. Giovanna, infatti, nonostante si fosse sposata altre due volte, non lasci eredi diretti. Per cui, quando scelse come suo successore al trono Luigi dAngi (13391384), fratello del re di Francia Carlo V (1338-1380), Carlo III di Durazzo (1345-1386), che in un primo momento era stato proclamato erede del Regno, nel 1381 occup Napoli, facendo imprigionare e successivamente (il 27 luglio 1382) uccidere Giovanna, che era sua zia. Morto improvvisamente in Puglia Luigi dAngi che era sceso in Italia dopo essere stato incoronato ad Avignone re di Napoli da papa Clemente VII (1378-1394) nel 1384 Carlo di Durazzo divenne sovrano assoluto del Regno. Da una Giovanna allaltra: la dinastia durazzesca
Questo fine ebbe la regina Giovanna prima nepote del re Roberto, molto predicata di prudenza e di valore da molti scrittori et esaltata da Baldo e Angelo fratelli, illustri dottori nostri, in alcuni suoi trattati e consigli; bench un alto iurisconsulto napolitano di quel tempo la chiami ruina e non reina del regno di Napoli, ponendovi questi dui versi in biasmo del feminil governo: Regna regunt vulvae, gens tota clamat simul: Oh, vae! Interitus regni est a muliere regi. I quali versi in lingua vulgare ridotti al meglio che si pu cosi dicono: Se vulva regge: Ohim! gridan le lingue il feminil governo il regno estingue.

Incerto fu, dunque, il giudizio dei contemporanei sulloperato di Giovanna I, come dimostra questo passo di Pandolfo Collenuccio (1444-1504), contenuto nel libro V del suo Compendio de le istorie del Regno di Napoli. Fatto sta, comunque, che il Regno, alla sua morte, era spossato dal calo demografico e dalle devastazioni degli eserciti, che per alcuni decenni consumarono le risorse della popolazione. Con lavvento di Carlo di Durazzo, chiamato Carlo della pace, instauratore di una nuova dinastia, le cose sembrarono migliorare, almeno per un po, e il Regno ricominci a giocare un ruolo importante nella storia della nostra penisola. Tuttavia, il 24 febbraio 1386, Carlo fu ucciso a Buda, dove si era recato per essere incoronato re dUngheria come erede di re Luigi. Dopo la sua morte, la moglie Margherita di Durazzo (1347-1412) fu reggente per il figlio Ladislao (1376-1414), che aveva solo nove anni. Quel periodo fu caratterizzato da forti contrasti. Costituito un consiglio di magistrati che reggesse le sorti del regno in questa fase, la fazione avversa alla linea dinastica durazzesca proclam re Luigi II dAngi (1377-1417), figlio di quel Luigi I che la regina Giovanna aveva nominato erede in contrapposizione a Carlo III. Cos, lo scontro assunse presto le proporzioni di una vera e propria guerra. Nel 1387 Luigi II dAngi occup Napoli e vi rimase finch Ladislao, ormai ventitreenne, non riusc a riconquistarla, nel 1399. Domato energicamente il Regno al suo interno, Ladislao volse ben presto la sua attenzione oltre i confini dellItalia meridionale. Nel 1408 giunse ad assediare e a prendere Roma, finendo col minacciare lequilibrio politico dellItalia centro-settentrionale. Alessandro V, eletto papa nel 1409 nel concilio di Pisa, dopo averlo scomunicato, richiam in Italia Luigi II dAngi e lo nomin re di Napoli. Seguirono anni di guerre contro Luigi II e contro la lega guidata da Firenze e Siena; Ladislao giunse persino a minacciare la stessa Firenze. Insomma, egli condusse il proprio esercito lungo tutta la penisola: guidato dal motto aut Caesar aut nihil (o Cesare o niente), sul suo stendardo fece iscrivere queste parole: Io sono un povero re, amico delli saccomanni / Amatore delli popoli e distruttore dei tiranni.
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Fu Ladislao assai belluomo di persona, bellicoso e ambizioso di stati, gagliardo e vigoroso molto ne le cose che facea; in tanto temuto da ogni uomo, che a fiorentini massimamente, de li quali era naturale inimico, e a tutte le altre potenze parse essere liberati per la sua morte da ogni sospettosa vita e pericolo: perch non dubitavano punto che se l fusse vissuto, in ogni modo aveano ad esser sottomessi al suo dominio. Am larmi e li soldati sommamente, e in tutte le imprese, ove non si fusse trovato per altre cagioni impedito, voleva essere lui con la persona propria a governare e guidare li eserciti. Fu vigilante molto e robusto a la fatica; balbutiva alquanto nel suo parlare, del che credevano fusse stata cagione un certo veneno che in sua giovinezza li fu dato a bevere: del quale stette a gran pericolo de la vita, e fu liberato con farsi mettere spesso nel corpo de li muli aperti, e cavati linteriori, mentre erano ancor caldi, persuadendoli li medici periti di questo, che quel caldo era atto a risolvere quel veneno... E in somma fu estimato Ladislao essere da commemorare pi presto tra li buoni principi che tra li cattivi. De la generazione e modo de la morte sua variano li scrittori. Dicono alcuni, e cos suona la comune fama, che essendo lui in Perosa, per opera de fiorentini fu attossicato da una femina, con la quale lui aveva commercio venereo, avendosi ella posti ne la natura alcuni medicamini mortali, da li quali poi infetto e senza rimedio infermato, morisse.

Questo il giudizio complessivo che di Ladislao diede il gi citato Pandolfo Collenuccio, che, come gi abbiamo visto per Giovanna II, indulge su particolari particolarmente sapidi, anche nel raccontare la morte del sovrano durazzesco: essa sarebbe stata effetto di un veleno, ma non assunto per via orale, perch, come ci dice sempre Collenuccio, Ladislao era particolarmente sospettoso del cibo che gli veniva preparato. Non possiamo dire se lavvelenamento ci fu realmente, e se furono i Fiorentini a organizzarlo. Fatto sta che, comunque, la sua politica costitu effettivamente un grave pericolo soprattutto per Firenze, che in pi di unoccasione si diede da fare per spezzare ogni mira egemonica sullItalia centro-settentrionale, ovunque si palesasse. Secondo una antica tradizione storiografica, di matrice essenzialmente risorgimentale, Ladislao fu un campione dellunit dItalia, guidato dal sogno di costruire una grande realt statuale che comprendesse lintera penisola, unificata sotto la corona di Napoli e le insegne dei Durazzo; e, per conseguire questo fine, avrebbe rinunciato anche alla conquista dellUngheria, di cui fu incoronato re nel 1403. Forse, per, fu semplicemente spinto dalla necessit di difendere la sua corona e di rafforzare il suo regno, la cui stabilit, tuttavia, sarebbe stata definitivamente compromessa dallevoluzione del successivo scontro dinastico. Ladislao mor senza eredi a 37 anni, e, nel 1414, gli successe la sorella Giovanna II (1373-1435), che aveva gi 41 anni. Anche il regno della seconda Giovanna, cos come quello della prima, fu molto travagliato. Ebbe due mariti e vari favoriti, ma anchella mor senza lasciare eredi diretti. Il suo secondo marito, Giacomo II di Borbone, conte de La Marche (1370-1438), sposato nel 1415, prese subito in mano le redini del governo, e, sebbene gli fosse stato negato il titolo di re, ricevendo solo quello di Principe di Taranto e Duca di Calabria, la releg in Castel Nuovo, fino a quando, nel settembre 1416, ella non riconquist la libert in seguito a un violento tumulto popolare. Cos potette finalmente farsi consacrare regina di Napoli il 19 ottobre 1419. Ma venuta in contrasto col papa Martino V (14171431), che contemporaneamente proclam re di Napoli Luigi III (1403-1434), figlio del defunto Luigi II, si trov subito in gravissime difficolt. Per cui, avendo bisogno di un difensore contro Luigi, sbarcato nel Regno nel 1420, lo cerc in Alfonso dAragona, definito il Magnanimo (13961458), nominandolo suo erede tramite ladozione come proprio figlio. Questatto cre le premesse per lavvento della dinastia aragonese, ma fu allorigine di una guerra allincirca ventennale, perch quelladozione fu presto revocata e Giovanna, nel proprio testamento, elesse come proprio erede Renato dAngi (1409-1480), fratello di Luigi.
Fama lasci di s di instabile e impudica, dicendosi di lei che ne la instabilit sola fu stabile e che sempre era stata innamorata, avendo in pi modi e con molti la sua onest per lascivia maculata, ma sopra tutto con Pandolfello Alopo e Urbano Aurilia e messer Giovanni Caracciolo gran siniscalco, tutti tre gentiluomini e molto destri, virtuosi e costumati, ma sopra ogni cosa di persona e di effigie bellissimi... La prima occasione che ebbe la regina di farli intendere che lo
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amava fu, che essendo lui sommamente pauroso di sorci, un d giocando a scacchi ne lanticamera de la regina, lei proprio fece buttare un sorcio addosso al Caracciolo: lui per paura correndo e urtando questo e quello, fugg ne luscio de la camera ove era la regina e addosso le venne a cadere, e in cotal modo lei il suo amore li scoperse: n stette molto dappoi questo atto, che gran siniscalco fu creato.

Ancora Pandolfo Collenuccio caratterizza in questo modo Giovanna II, lultima regina della dinastia durazzesca. Probabilmente tutte le dicerie che circolarono sul suo conto sono il frutto della fantasia popolare che tende a enfatizzare coloristicamente la realt. Ma, si sa, la storia fatta anche di miti che siano in grado di rappresentare icasticamente il passato. Cos, a Giovanna (senza fare troppe distinzioni tra la prima e la seconda) fu attribuita ogni sorta di ignominia. E ancora di recente, quando, durante gli scavi per la costruzione della metropolitana di Napoli, stato trovato, nel fossato del Castel Nuovo, lo scheletro di un coccodrillo, c stato chi ha pensato che fosse quello a cui Giovanna dava in pasto i suoi amanti, dopo che ne avevano soddisfatto le voglie; oppure, anche, quello a cui, secondo una leggenda indagata da Benedetto Croce, Ferrante condann i ribelli della Congiura dei Baroni, avvenuta nel 1485-1486 e di cui parleremo pi avanti. La fine dellindipendenza Siciliana
Maria, figlia di Federico, donna illustre non solo per origine e costumi, ma anche danimo, mentre nel 1485 Artale di Alagona la teneva rinchiusa nel castello di Catania, viene rapita da Guglielmo Raimondo di Moncada, uomo nobilissimo, e da lui viene condotta in Celtiberia, ovvero in Catalogna, con somma reverenza e onore. Poi, nellanno del Signore 1489, fu concessa in matrimonio a Martino, figlio di Martino duca di Monblanc, a cui port in dote il regno di Sicilia.

Prima di continuare a parlare di Alfonso il Magnanimo, e della riunificazione delle due parti del regno meridionale, dobbiamo riprendere le fila della storia siciliana. Qualche pagina addietro avevamo ricordato la successione di Pietro a Federico III, morto nel 1337, e avevamo accennato alla crisi successivamente verificatasi in Sicilia. In effetti, quegli anni furono caratterizzati da una generale dissoluzione della societ e del potere regio, ridotto spesso a simbolo farsesco. Il gi citato Niccol da Marsala, parlando del regno di Pietro, dice di non risultargli che quello avesse lasciato memoria di s. Gli successe Ludovico, chiamato anche il Fanciullo (1337-1355), che divenne re ad appena 5 anni e mor a soli 17 anni, dopo aver visto la popolazione decimata dalla peste nera del 1347. Dopo di lui ascese al trono siciliano il fratello Federico IV (1341-1377), sotto il cui regno si accesero violenti scontri tra il partito latino, capeggiato dalla famiglia Chiaromonte, e quello catalano guidata dalla famiglia Alagona. Niccol da Marsala descrisse cos quel sovrano:
Fu un uomo certamente buono, ma dingegno semplice, per la qual cosa i Siciliani lo chiamarono Asino.

Federico fu ostaggio ora dei Latini, ora dei Catalani, fu costretto a dare in pegno i gioielli della corona, quasi non osava recarsi a Palermo, dove Manfredi Chiaromonte viveva in un palazzo pi lussuoso della stessa reggia. Tuttavia fu sotto il suo regno che, nel 1372, si giunse alla stipula del trattato di pace che sanciva la fine della guerra con gli Angioini. Alla sua morte non lasci discendenti maschi, e, ancora una volta, questa fu loccasione per nuovi contrasti e colpi di teatro dai colori sempre pi tragicomici. Subito, infatti, si apr il problema della scelta di uno sposo per la figlia di Federico, Maria (1363-1402), ancora quattordicenne, che venne affidata alla tutela, o meglio, alla custodia forzata del Gran Giustiziere Artale Alagona, cos come si pu leggere ancora nel passo di Nicol da Marsala che abbiamo citato allinizio del paragrafo. Quello che accadde a Maria pu essere eletto a emblema della confusione e della decadenza della dinastia regia siciliana di quegli anni. Mentre si decideva delle sorti future della regina, lostilit degli altri grandi baroni siciliani spinsero Artale di Alagona a formare il Consiglio o Governo dei quattro Vicari, costituito, oltre che da lui stesso, anche da Francesco Ventimiglia conte
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di Geraci, da Manfredi Chiaramonte conte di Modica e da Guglielmo Peralta conte di Caltabellotta. I quattro vicari imposero proprie tasse e si impadronirono delle terre demaniali: insomma, esercitarono tutti i diritti sovrani. Cos Guglielmo Raimondo di Moncada, escluso da quella sfrontata spartizione di potere, rap Maria, gi promessa sposa a Gian Galeazzo Visconti (13471402), e la port a Barcellona, dove fu data in sposa a Martino (1374-1409), nipote del re dAragona Pietro IV (1319-1387). Cos, nel 1392, Martino sbarc in Sicilia per prendere possesso dellisola e fu incoronato insieme a Maria nella cattedrale di Palermo. Molti dei signori dellisola, rendendosi conto di non poter fronteggiare un re forte e guidato da una ferma volont di conquista, fecero atto di sottomissione: ad opporsi invano allesercito catalano di Bernat Cabrera rimasero solo i Chiaromonte, gli Alagona e pochi altri. Lanonima Storia Sicula che tratta in volgare siciliano gli eventi degli anni 1337-1412, sintetizza cos questi eventi:
Undi da poi facto lo matrimonio, lo predicto Martino cum la predicta Maria vinni in Sicilia, et expugnando vinsi quisti Baruni tanto di Claramunti, como eciam di Alagona, di Peralta, di Vintimiglia e di Monticatino, et quilli fichi moriri per la rebellioni et prodicioni, li quali primo contro li Cathalani, et poi contro lo Re haviano facto et commiso; et cuss quisto Re Martino pacificamenti lo Regno di Sicilia felicementi sucta lo suo dominio possessi.

Dopo che Maria mor, nel 1402, estinguendosi con lei la dinastia aragonese-sicula, iniziata con Federico III dAragona, Martino abrog le clausole del trattato del 1372 e si autoproclam re di Sicilia; ma in realt, a reggere la Sicilia, fu il padre, che alla sua morte, gli successe, sia pure per un solo anno, col nome di Martino II (1356-1410). La storia della Sicilia, insomma, si era venuta a unire con quella iberica, da cui non si sarebbe pi separata per i successivi secoli: fino al 1712 lisola ebbe solo un ruolo comprimario di viceregno spagnolo. Dopo un biennio di reggenza di Bianca, vedova di Martino II, nel 1412 Ferdinando aggiunse agli altri suoi titoli anche quello di re di Sicilia, lasciandolo in eredit ad Alfonso il Magnanimo. Lunificazione aragonese: la conquista di Alfonso il Magnanimo Finalmente, le due parti del Regno, quella peninsulare e quella insulare, che avevano diviso la propria storia in seguito alla Guerra del Vespro, sarebbero state a breve ricongiunte. Ma la guerra di conquista del regno di Napoli compiuta da Alfonso, come abbiamo gi accennato qualche pagina fa, fu lunga. Lunga e irta di insidie. Alfonso, che, nel momento in cui Giovanna II invoc il suo aiuto, si trovava in Corsica, dove stava tentando di conquistare Bonifacio per allargare il dominio aragonese sul Mediterraneo, al suo arrivo a Napoli, secondo quanto si racconta, ebbe un presagio negativo di quanto gli sarebbe accaduto in seguito: mentre sbarcava dalla nave, l8 luglio 1421, alcune tavole del molo cedettero e Alfonso cadde macchiandosi labito da parata. E anche due anni dopo, nellagosto del 1423, quando gi ferveva la guerra di conquista, mentre stava scalando le mura del castello di Ischia per conquistarlo, Alfonso cadde in mare pi de C gradi da alto; donne uno gaitano chiamato Francisco de Ronda se gict in gippone in mare et pigli lo dicto re et portllo incollo, et quilli de le galere li pigliorno et lo tennero capo in su finch butt lacqua bevuta del mare. Cos ci racconta il cronista Gasparro Fuscolillo (morto dopo il 1571), che, poi, riporta anche un dialogo tra Alfonso e il suo salvatore, che, a precisa domanda del sovrano su quante figlie avesse, resposse: Io hagio cinco figliole femmene. El re volse fosseli dato per dota de dicte figliole oncze 100, et a llui don intrata de dudice oncze lo anno. Il ricordo di questi dettagli forse teso a connotare, in qualche modo, la magnanimit del sovrano? Chiss. Comunque, altri provarono a celebrare in maniera pi eroica lAragonese, come Gaspare Pellegrino (1400 ca.-post 1458), che fu protomedico di Alfonso e autore di una Historia Alphonsi (Storia di Alfonso) in latino. Questi, raccontando lo stesso episodio, capovolge totalmente la situazione, trasformando il sovrano da salvato in salvatore:
Ma il re Alfonso, poste nella scialuppa da ogni parte pi persone di quante essa ne poteva contenere, mentre si svolgevano queste cose, gonfiandosi londa, cadde, essendo stata rovesciata
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in mare la sua imbarcazione; per cui, sommerso dai flutti, si lev altissimo il clamore di coloro che nuotavano. Invero, vinse i flutti, nuotando con tanta forza che fu pronto a liberare non solo se stesso, ma port fuori anche un altro, che stava per morire vicino ai suoi piedi.

Dunque, la conquista del Regno fu scandita da cadute, anche, per dir cos, metaforiche. La maggiore fu quella del 5 agosto 1435, quando a Ponza, in seguito a una violenta battaglia navale, Alfonso fu fatto prigioniero dai Genovesi. Fu una vera e propria disfatta, che sembr cancellare ogni speranza di vittoria finale; ma Alfonso riusc a ribaltarne le conseguenze. Affidato in custodia al duca di Milano, Filippo Maria Visconti (1412-1447), seppe incantarlo fino a farsene un alleato. Cos pot riorganizzare le forze fino alla vittoria finale. Ma la guerra doveva proseguire ancora a lungo. Cerano da sconfiggere quei signori feudali del Regno, che avevano acquisito privilegi e poteri durante il precedente periodo di debolezza della corona, e che li avevano incrementati approfittando del conflitto. Alfonso si trov a combattere prima contro Luigi III dAngi, che era stato designato successore al trono da Giovanna II, e poi contro il di lui fratello Renato (1409-1480). Questi era stato a lungo prigioniero dei Borgognoni, per questioni di successioni dinastiche, e venne a Napoli a rivendicare il regno solo nel 1438. E anche lui, come il suo avo Carlo I, subito propose di decidere il possesso del regno con un duello.
Per giungere alla soluzione definitiva, assumendo il comando lo stesso Renato, mand al re Alfonso un araldo e cavaliere, chiamato Provincia, a cui consegn un guanto ferrato da consegnare al re in segno di sfida finale. Questo messaggero fu rapido a venire avanti al re, e, inchinatosi al suo cospetto, dice: O potentissimo e strenuissimo re, il nostro signore Renato, re di Gerusalemme, Ungheria e Sicilia, offre alla tua serenit questo guanto, perch con rapido scontro si veda subito a chi spetta il comando del regno, ed esorta la tua magnificenza a che tu non voglia turbare il suo regno. Egli senzaltro certo, per le antiche leggi, per le nuove concessioni e per lantichit della sua stirpe, di avere a giusto diritto il dominio del regno; e se negherai di uscire da esso, ti manda il guanto, perch combattiate strenuamente in campo, cos che ciascuno di voi possa uccidere o possa andare via gravemente ferito: segua il danno a chi non arrider la vittoria. E, come conviene a uno strenuo re, chiede che tu accolga questa proposta, altrimenti puoi dire cosa pensi di fare, dice... E il re Alfonso: Come certamente lecito rispondere al tuo duca, affermo che egli dice da tiranno che questo regno sia da assegnare a lui con diritto, poich esso ci appartiene, dal momento che la regina Giovanna, nostra madre defunta, mentre ancora era in vita, ci prese come figlio ed erede, e quella concessione fu accettata pienamente da noi. Dunque, riferiscigli che, per combattere potenza contro potenza il giorno di settembre dedicato alla festa della vergine Maria, accetto come campo quel luogo in cui risplende maggiormente il valore dei suoi amici, la Terra di Lavoro. Perci daremo risposta alla sua proposta con un nostro araldo, perch sia stabilito il termine per lo scontro, aveva detto. Poi, diede molti doni allaraldo e agli altri trombettieri che lo accompagnavano, e li rimand al loro signore con vestiti doro e di seta.

Insomma, ancora una sfida, come abbiamo letto in questo passo pure tratto da Gaspare Pellegrino, celebratore della conquista alfonsina. E, ancora una volta, quel duello non si fece. Fu fissato per l8 settembre del 1438, ma ingloriosamente Renato si fece attendere invano. Giunto sul campo Alfonso lo fece chiamare per tre volte, per mezzo di un araldo; dopodich, correndo a cavallo, mostr a tutti il guanto di sfida pronunciando frasi derisorie. Insomma, ancora una volta, si consum una farsa, che aveva lunico scopo di ammantare di onore e virt cavalleresche unimpresa che, su entrambi i fronti, aveva i caratteri ineludibili di una conquista che si profilava sempre pi come una devastazione destinata a consumava ogni risorsa di un ricco territorio. La guerra dur ancora quattro lunghi anni, e la vittoria finale di Alfonso coincise con la presa di Napoli, avvenuta il 2 giugno 1442.
Mentre Alfonso poteva sperare di impadronirsi di Napoli soltanto con la fame o con il tradimento, la fortuna gli apr uninattesa via per la vittoria. Aniello, infatti, un muratore che la fame aveva spinto ad uscire da Napoli, recatosi da lui gli spieg che la citt poteva essere presa con rischio minimo per i soldati, se ci fosse stata una ricompensa, e promise tutto il suo aiuto
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per realizzare limpresa. Il re gli fece grandi elogi promettendogli cose maggiori di quanto la sua condizione potesse sperare, poi, informatosi del modo di realizzare la cosa, preparato velocemente tutto il necessario, scelse circa duecento uomini di valore che, con Aniello e il fratello, entrassero di notte nellacquedotto.

Cos, nel settimo dei Libri rerum gestarum Alfonsi regis (Libri delle imprese del re Alfonso), Bartolomeo Facio (1400 ca.-1457), storiografo ufficiale di Alfonso il Magnanimo. Attraverso un passaggio sotterraneo, che anticamente fungeva da condotta idrica e che gi circa nove secoli prima aveva permesso al comandante bizantino Belisario di espugnare la citt, Alfonso riusc a far penetrare allinterno di Napoli alcuni suoi uomini scelti, mentre, contemporaneamente, un massiccio attacco condotto dallesterno permetteva di sfondare le porte. Limitazione dei Cesari: il rinascimento aragonese
Si affretta il giorno fissato per la festa, il 26 febbraio del 1443, per il quale fu costruito il carro aureo del trionfo, la risplendente quadriga, che i cittadini prepararono con esimia arte, perch il vincitore, nella sua imperiosa maest, sedesse sul trono fissato sugli assi del carro, trainato da cinque cavalli bianchissimi, per entrare nella citt di Napoli. E, perch lopera apparisse con gloria pi eccelsa, vennero abbattuti trenta piedi di mura cittadine, in segno di vittoria. Linclita maest era protetta da un panno intessuto doro, ed era condotta da cittadini vestiti di porpora... Riprese le insegne regie, si appresta linclito trionfo. Infatti, linsigne rappresentante della stirpe catalana era portato innanzi in trionfo, seduto sul seggio periglioso, che veniva accompagnato, mentre era sullalto carro, dai pi ricchi mercanti. Essi i pi illustri erano vestiti di splendidi abiti con molte festose rappresentazioni diedero vita a una grandiosa festa.

La conquista del Regno cost ad Alfonso dAragona due decenni di guerre, affanni, tribolazioni. La presa di Napoli, pertanto, nonostante che lAbruzzo non fosse ancora domo e che il papa Eugenio IV ancora non avesse riconosciuto il nuovo sovrano, rappresent la realizzazione di unimpresa che troppo a lungo aveva stentato a concludersi felicemente. Per questo volle dare sfogo allesultanza con una manifestazione imponente e inebriante, passando tra la folla che lo acclamava mentre egli era seduto sul trono, quel seggio pericoloso che divenne una sua insegna e che faceva riferimento alla leggenda arturiana legata al mito del Santo Graal, secondo cui il seggio avvolgeva di fiamme chiunque osasse sedervisi sopra e non fosse il predestinato puro di cuore. La celebrazione del trionfo fu organizzata come un vero e proprio spettacolo, arricchito da quadri plastici costituiti da sudditi che, organizzando e recitando scene suggestive, rappresentavano le virt del sovrano, la fortuna o il potere dei Cesari. Il trionfo di Alfonso venne esaltato nelle opere latine del Porcellio (1405 ca.-post 1485) e del Panormita (1394-1471), tuttavia, se ne trova ampia descrizione, pur se nellambito di una pi vasta trattazione storico-encomiastica, anche nel decimo libro dellopera gi citata di Gaspare Pellegrino, da cui abbiamo tratto il passo sopra citato. Con quel festoso e solenne trionfo, ispirato a quelli con cui venivano celebrate le vittorie degli antichi imperatori e condottieri, cominciava una nuova fase del Regno. Il cambio di governo, passato dalla dinastia angioina a quella aragonese, rappresent un evento destinato a modificare le sorti politico-amministrative del Regno, ma anche ad aprire le porte a nuove correnti culturali. Dunque, allingresso in citt, il primo impegno di Alfonso fu di pacificare i sudditi e di ricostruire la citt e la residenza reale, il Castel Nuovo: la sua ristrutturazione avvenne soprattutto ad opera dellarchitetto maiorchino Guillermo Sagrera ( 1454), a cui si deve anche la conformazione trapezoidale, che si arricch di cinque torri angolari. Nellarco centrale della sua porta venne collocata una ampia tavola di marmo riccamente scolpita che celebrava figurativamente i fasti del trionfo, frutto del lavoro di numerose maestranze di diversa provenienza, tra le quali spicca soprattutto Francesco Laurana (1432 ca.-1502 ca.). La simbologia del potere, veniva, in quel modo, a far sfumare le insegne del potere politico e militare in quelle del patronato culturale e della propaganda organizzata attraverso i canali della produzione artistico-letteraria. Nellepoca di Alfonso, tuttavia, continuarono a maturare anche i frutti di uno sviluppo artistico gi iniziato negli ultimi anni del regno angioino di Renato, quando, con Colantonio (att. 144015

1460), Jean Fouquet (1415 ca.-1480 ca.), Barthlemy dEyck (a Napoli tra 1439 e il 1442), lautore del Trionfo della morte del palazzo Sclafani di Palermo, e poi col pi rinascimentale Antonello da Messina (1430 ca.-1479), si venne a realizzare quella fusione di elementi fiamminghi, provenzali, borgognoni e catalani che caratterizz la prima epoca aragonese, prima di virare, allepoca di Ferrante e Alfonso II, verso la cultura fiorentina, evidente, a Napoli, nella Porta Capuana, opera di Giuliano da Maiano (1432-1490), e nelle sculture di Antonio Rossellino (1427-1480 ca.) e di Benedetto da Maiano (1442-1497) nella chiesa di Monteoliveto. Sin dal 1435, del resto, Alfonso aveva procurato di avere al suo seguito i pi illustri letterati del tempo, consapevole che la cultura potesse essere un formidabile strumento per guadagnare consensi. Gi nel 1434, poi, aveva istituito luniversit di Catania, e per tutta la vita fu protettore di poeti e letterati, con i quali fu particolarmente munifico, e grazie ai quali venne ricordato come il Magnanimo. E i letterati, dal canto loro, si diedero da fare per organizzare nella maniera pi consona e conveniente la propaganda in favore del sovrano. Basti ricordare soltanto che, per il prestigioso posto di storico ufficiale di corte, a Lorenzo Valla che aveva scritto una storia di Ferdinando (1380-1416), padre di Alfonso, e aveva intenzione di fare lo stesso anche per il Magnanimo fu preferito Bartolomeo Facio, sostenuto dal Panormita. Il rifiuto opposto dal Valla a una ricostruzione ideologizzata della figura del sovrano non poteva rientrare facilmente nel progetto propagandistico di Alfonso, che mirava allesaltazione della sua dignit regia. Il re aragonese fu abile e attento nel creare il mito della sua magnanimit, reso paradigmatico dagli uomini di cultura del suo tempo.
Il re Alfonso, subito dopo pranzo, ascoltava Antonio Panormita, oppure qualche altro dotto, giudicando che anche lanimo dovesse essere nutrito col suo cibo, dopo aver rifocillato il corpo col pasto... Ogni giorno ascoltava le opere degli scrittori antichi, e, sebbene fosse occupato in molte e gravi cure, non sopport mai che il tempo dedicato ai libri venisse portato via dagli impegni ufficiali.

Cos Giovanni Pontano (1426-1503), scrivendo in latino, rappresentava come continuo, costante, quotidiano limpegno culturale di Alfonso, che stimol la fondazione dellAccademia Alfonsina. Chiamata Porticus Antoniana, quando, dopo la morte di Alfonso, le riunioni presero a svolgersi in casa del Panormita; successivamente alla morte di questultimo, prese, poi, il nome di Accademia Pontaniana. A parte la lettura e il puntuale commento dei classici, gli argomenti di discussione erano i pi vari. In pi occasioni non si disdegnava neppure di udire il parere di umili interlocutori. Come narra il Pontano nel De principe, un giorno, mentre si discuteva di virt, Antonio Panormita volle chiedere a un contadino, se la virt fosse cos splendida come egli landava descrivendo. Alla risposta del contadino, che egli non aveva mai visto la virt, il Panormita gli chiese che cosa per lui fosse veramente splendido. Il sole, rispose il contadino; al che il Panormita, di rimando: Eppure i ciechi non vedono il sole, perch sono privi della vista. Molto pi splendida, dunque, la virt, che anche i ciechi possono percepire con assoluta chiarezza. Sorse, cos, e si afferm anche a Napoli lumanesimo, gi fiorente a Firenze e a Roma. Del resto, Alfonso e, pi tardi, il figlio Ferdinando, noto soprattutto come Ferrante (1423-1494), vollero dotare la corte di una ricca biblioteca, anche con libri splendidamente miniati. Probabilmente incrementarono quella che doveva essersi costituita ai tempi di re Roberto, ma sotto il loro regno essa divent il luogo ideale di incontri e di raccoglimento per chi intendeva arricchirsi spiritualmente ed erudirsi, se vero quanto dice lumanista Giovanni Brancati (1440 ca.-1481 ca.): Sono lontano da Napoli, e da quello splendido domicilio delle muse, cio da quella tua degnissima biblioteca, fornitissima di libri di ogni disciplina, che tu stesso costituisti con grande liberalit e con mirabile amore per le lettere. Per rifornirla Alfonso non bad a spese. Invi suoi emissari in ogni parte dItalia e del mondo conosciuto. Ai testi latini volle che si aggiungessero testi greci in lingua e traduzione, e per questo incoraggi la presenza a corte di Teodoro Gaza (1410 ca.-1475) e di Giorgio di Trebisonda (1395-1484), i pi noti conoscitori di quella lingua. Forse, in tal modo, intendeva creare le premesse di una possibile espansione verso Oriente, che avrebbe potuto giovare a incrementare gli interessi commerciali aragonesi, che egli ebbe sempre a cuore. Daltronde, tale
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azione politica avrebbe anche potuto dar risposta alle esortazioni papali a una crociata: esortazioni tanto pi cogenti, dopo che i Turchi, nel 1453, si erano impadroniti di Bisanzio e di tutte le terre ad essa legate. Del resto, vale la pena ricordare che Alfonso incoraggi e appoggi la lotta che Giorgio Castriota Scanderbeg (1403-1468) sostenne contro i dominatori turchi per la liberazione dellAlbania. La cultura di epoca aragonese rifulse, dunque, di illustri umanisti che risiedettero a corte, a cominciare da Lorenzo Valla (1407-1457), che accompagn Alfonso gi negli ultimi anni della guerra di conquista del Regno, e si trattenne presso la sua corte per pi di un decennio, a partire dal 1434-35. Tra le opere scritte a Napoli, oltre allopera storica dedicata al padre di Alfonso e a cui si gi accennato, spiccano il De libero arbitrio, dialogo in cui si dimostrava la separazione della prescienza divina dalla sua volont onnipotente; le Dialecticae disputationes (Dispute dialettiche), in cui si cerca di spogliare linterpretazione del pensiero aristotelico dalle sovrastrutture dei vecchi traduttori e commentatori; e, soprattutto, il De falso credita et ementita Constantini donatione (La falsa e mendace donazione di Costantino), in cui si dimostrava, con rigoroso metodo filologico, che la donazione di Costantino latto con cui risultavano donati alla chiesa i possedimenti dellimpero romano era un falso, anche giovando, in tal modo, alla causa del Magnanimo contro le rivendicazioni di Renato dAngi, appoggiato dal papato, che continuava ad accampare pretese di preminenza feudale sul Regno. Tra gli umanisti che diedero lustro alla corte aragonese va ricordato anche Giannozzo Manetti (1396-1458), che a Napoli trascorse gli ultimi anni di vita, e vi compose il De dignitate et excellentia hominis (La dignit e leccellenza delluomo), in cui luomo appare finalmente liberato dalle strettoie e dalle miserie in cui avevano voluto involgerlo i vari trattati de contemptu mundi (sul disprezzo del mondo), che ancora trovavano eco nei sermoni di attardati predicatori e nei libri di timorati seguaci di antichi modi religiosi. Tuttavia, lumanesimo napoletano si identifica soprattutto nel Panormita, nel Pontano e nel Sannazaro. Antonio Beccadelli, pi noto come il Panormita, dal nome di Palermo, sua citt natale, entr a far parte dellentourage aragonese nel 1445, e vi rimase fino alla morte, nel 1471. Riusc ad attrarre presso la corte napoletana i letterati e i poeti del tempo, impegnandoli in convegni e dotte adunanze, da cui col tempo pot svilupparsi quellAccademia che poi assunse il nome di Pontaniana, dal nome del Pontano, indicato proprio dal Beccadelli a presiederla. Alla corte di Alfonso e poi in quella di Ferrante, il Panormita compose le Epistolae Campanae, piene di delicate pagine in cui, tra laltro, and esaltando la moderazione di Alfonso, rapportandola a quella del Cesare descritto nellorazione Pro Marcello di Cicerone. Poi, per consacrare il ricordo di Alfonso, dotato di ogni virt e meritevole di elogio in ogni sua azione, compose in sei libri il De dictis et factis Alphonsi (I detti e i fatti di Alfonso), e, per compiacere i suoi signori compose anche una storia del re Ferrante (Liber rerum gestarum Ferdinandi regis (Libro delle imprese di re Ferrante). Allievo e protetto del Panormita fu Giovanni Pontano, che, in Accademia, venne ribattezzato, alla latina, Gioviano. Era Umbro di nascita, ma la sua attivit si svolse quasi esclusivamente a Napoli, dove venne celebrato anche con una splendida cappella funeraria, opera di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) che si riconduce alla cultura classicistica dellumanesimo toscano. Egli, con le sue doti letterarie e politiche, seppe guadagnarsi tanta benevolenza, da arrivare ai vertici degli apparati istituzionali, diventando Segretario di Stato. Fu autore fecondo e vario: cant i pregi e le bellezze di Napoli, citt in cui visse a lungo, e gli affetti familiari; ma fu anche trattatista politico attento e profondo, nonch dotto indagatore della filosofia morale e della scienza astronomica. Cominci subendo linfluenza di Catullo e degli antichi elegiaci, scrivendo gli Amorum libri (Gli amori), ancora pregni di suggestioni classiche e di dottrina retorica, ma pian piano dimostr tutta la sua piena sensibilit di poeta delicato nei libri De amore coniugali, che potremmo definire il resoconto poetico delle vicende di un marito e di un padre, e nelle dodici Neniae scritte per il suo piccolo Lucio. Poi, nellUrania opera che cur e rielabor per circa venticinque anni, fin quasi alla morte trasform la tradizione classica e larido argomento astrologico in prodotto fantasioso e rigoglioso, con colorite descrizioni e leggiadri richiami al mito. Frutto di approfondita meditazione, soprattutto sui testi della tradizione classica, furono anche i trattati morali e politici dedicati alle
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virt, che da un punto di vista precettistico-poltico trovarono applicazione nel De principe, in cui si stabiliscono i caratteri e la condotta che devono regolare la vita e lazione del sovrano, e, da un pi ampio punto di vista storico, nel De bello Neapolitano (La guerra napoletana), in cui viene raccontata la guerra di re Ferrante contro Giovanni dAngi (combattuta negli anni 1458-1465). Con Pontano, insomma, lUmanesimo napoletano giunse, probabilmente, al suo apice, e la sua personalit morale, intellettuale e artistica, caratterizzata da fervida operosit e lirismo appassionato, funse da lume, destinato a guidare lopera delle pi giovani generazioni. Se con Alfonso la produzione letteraria era stata soprattutto in latino e, in parte, in castigliano, con rarissime eccezioni in volgare italiano o, meglio, in italo-napoletano, con Ferrante e i suoi figli la situazione cambia. Intanto, infatti, era andata maturando una nuova generazione, di cui i monarchi napoletani potevano fidarsi. Non pi costretto a dipendere solo da personaggi provenienti dalla sua patria dorigine, nella praticit del vivere quotidiano il sovrano vedeva pi conveniente rivolgersi con maggiore immediatezza a coloro che lo circondavano. La necessit di stringere rapporti dalleanza con chi pi facilmente poteva sostenerlo lo port a cercare alleanze con i Medici; e suo figlio Federico (1452-1504) il principe poeta, come fu chiamato ottenne che Lorenzo (1449-1492) e il Poliziano (1454-1494) preparassero proprio per lui una silloge dei poeti siculo-toscani, da Pier della Vigna ( 1249) a Lorenzo. Con Federico, lultimo re della dinastia aragonese di Napoli, si chiudeva anche una stagione culturale, che aveva avuto un ultimo bagliore in Iacopo Sannazaro (1456-1530), amico fraterno di quel sovrano. Notevole e continua fu lattivit del Sannazaro, in volgare e in latino, che si estrinsec, soprattutto, nellArcadia, nelle Eclogae piscatoriae, nei Salices (Salici) e nel De partu Virginis (Il parto della Vergine). Ma proprio nei suoi rapporti con Federico il Sannazaro mostr la delicatezza danimo e la squisitezza dei sentimenti, che in effetti lo accompagnarono per tutta la vita. Quando Federico, tradito dal re di Spagna, suo suocero, fu costretto ad andare in esilio in Francia, ospite del suo vincitore, il Sannazaro non esit a seguirlo; anzi, vedendolo in difficolt economiche, fu pronto a mettere a sua disposizione quanto aveva ricavato dalla vendita dei suoi beni. E fu con lui nella buona e nella cattiva sorte, fino al novembre del 1504, quando il re venne a morte. Tra rinnovamento e conservazione: il problema della successione di Ferrante
Fernando, primo di questo nome, morto Alfonso suo padre, prese lamministrazione del regno per ordinazione ultima sua e dispensazione di Eugenio IV, confermata da Nicolo V pontefice. Calisto III subito intesa la morte, il decimo d poi pronunci per bolla il regno di Puglia per la morte di Alfonso essere vacato e devoluto a la Chiesa; e a Fernando comand, sotto comminazione di escomunica, che lo dovesse rilasciare e non se li intromettere, assolvendo tutti li regnicoli da la obedienza sua. E questo faceva Calisto, per quanto allora la fama pubblica vulgava, non per rispetto de la utilit ecclesiastica, la quale poco monstrano di curare li pontefici moderni, ma per investire di quel regno un suo nepote, ovvero figliuolo che l fusse, chiamato Pierluigi Borgia, al quale ora il regno di Cipro e ora limperio di Constantinopoli prometteva, come cieco da la grande affezione li portava, e ridotto per let decrepita quasi a pensieri puerili.

Nel 1415 Alfonso aveva sposato la cugina Maria di Castiglia (1401-1458), dalla quale, tuttavia, non ebbe figli. Figli, invece, ne ebbe da relazioni extra-coniugali. Soprattutto al figlio maschio, a cui diede il nome di Ferdinando, pi noto come Ferrante, Alfonso dedic le maggiori attenzioni. Lo fece venire presso di lui, in Italia, gi nel 1438, mentre ancora ferveva la guerra di conquista, forse gi pensando alla futura, non facile, successione. Tanto che gi ai princip di marzo del 1443, a una settimana di distanza dal proprio trionfo, Alfonso invest Ferrante del ducato di Calabria e fece celebrare levento con una solenne e magnifica cavalcata per le vie di Napoli. Ma il problema della legittimit della successione di un figlio bastardo era sempre pronto a esplodere. Come accadde, infatti, alla morte di Alfonso, nel 1458. Il passo sopra riportato tratto dalle ultime pagine del gi citato Compendio di Pandolfo Collenuccio, e si riferisce, appunto, a ci che accadde in quella occasione. Alla morte di Alfonso, papa Callisto III Borgia (1455-1458) dichiar estinta la dinastia dAragona di Napoli e reclam il
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possesso del regno per la Chiesa. Ma Callisto mor poco dopo, nellagosto del 1458, e il suo successore, Pio II (1458-1464), riconobbe come legittimo sovrano Ferrante, il quale fu incoronato solennemente il 4 febbraio 1459 nella Cattedrale di Barletta. I problemi, per, erano appena incominciati. Il suo governo, infatti, fu costantemente reso incerto dalle rivendicazioni dei Baroni. Gi il padre Alfonso si era trovato costretto a cercare laccordo con i pi autorevoli signori feudali del Regno, per poter portare a termine la conquista. Essi, in alcuni casi, avevano possedimenti enormi, eserciti imponenti, potere smisurato. Sotto la pi debole dinastia angioina, del resto, la feudalit aveva usurpato concessioni sempre pi ampie, ottenendo autorit tanto maggiore quanto minore era la forza della Corona. Cos, appena conquistato il Regno, Alfonso non pot fare a meno di convocare un Parlamento generale nel convento di S. Lorenzo, a Napoli; e in quelloccasione fece ratificare anche la successione al trono di Ferrante. Tuttavia, la situazione italiana continuava a rimanere delicata, tanto che Alfonso fiss definitivamente la sua residenza a Napoli e non fece pi ritorno in Catalogna, lasciando poi il governo dei restanti domin, compresa la Sicilia, al proprio fratello Giovanni (1397-1479): il regno dellItalia meridionale, appena unificato, si divideva nuovamente. Lo stretto di Messina divenne nuovamente una barriera invalicabile, e la Sicilia continu la sua strada di subordinazione diretta alla Spagna, iniziata, come abbiamo visto, nel 1402. E prosegu pi nettamente ancora nel 1479, quando a Giovanni successe Ferdinando il Cattolico (1452-1516), che, nel 1487, introdusse anche in Sicilia il tribunale dellinquisizione, che aveva il compito di presidiare la monarchia e lortodossia cattolica e che ben presto si trasform in istituzione stabile, con il proprio quartier generale posto nel palazzo reale di Palermo. Anche la parte peninsulare del Regno avrebbe seguito, di l a poco, la stessa sorte, ma attraverso un percorso diverso: ancora per qualche decennio, il Regno napoletano godette di autonomia e splendore. Ma andava risolto, innanzitutto, lo spinoso problema del rapporto con i Baroni. Alfonso il Magnanimo prov a porvi rimedio con unalleanza sancita dal matrimonio, nel 1444, di Ferrante con Isabella di Chiaromonte, figlia di Tristano (conte di Copertino) e di Caterina del Balzo Orsini, ma soprattutto nipote ed erede di Giovanni Antonio del Balzo Orsini, potentissimo signore della Puglia, colui che aveva avuto gran parte nella conquista del Regno. Questo, per, non serv a evitare che i baroni pi riottosi approfittassero del momento di difficolt dato dal momento di successione al trono, non avallata dal papato, per rialzare testa e pretese. Cos, contestando la legittimit dei diritti al trono di Ferrante, sostennero quelli del duca Giovanni dAngi (1427-1470), che giunse a Napoli sul finire del 1459 e per cinque anni riport lo stato di guerra nel Regno. Ferrante fu sconfitto pi volte, ma, poi, con laiuto di Alessandro Sforza e del condottiero albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, debitore al re della protezione avuta in passato da Alfonso, riusc ad avere ragione dei suoi nemici, e nel 1464 riusc a ristabilire la sua autorit nel regno. Ma il momento di crisi maggiore si ebbe in occasione della cosiddetta Congiura dei Baroni, che si consum tra il 1485 e il 1486. Re e reguli: la Congiura dei Baroni
Dovendo io scriver cosa e per grandezza e per novit quanto alcuna altra memorabile, non fie per aventura indarno il ricordare che lo stato regio, di tutti gli altri il pi eccellente, ne secoli ovegli ha avuto luogo, di rado fu senza di quelli uomini, coggid son chiamati Baroni; i quali, bench secondo la diversit de tempi e delle regioni abbiano anche variato di nome e di potenza, di effetto nondimeno sono stati sempre glistessi; e parvero a Romani s naturali e s congiunti a regni, che perci regoli gli denominarono: lorigine de quali non pot esser pi chiara n pi onorevole, perci che avendo i sudditi in pace o in guerra ben meritato co padroni, vennero dalla gratitudine e dalla liberalit di quelli alle dignit et a domini essaltati. Egli ben vero che, per quanto si osservato poi, questa sorte di persone a molti regni stata di nocumento et a molti di giovamento: hanno giovato i Baroni a regni grandi e potenti, ma a piccioli e deboli hanno nociuto sempre: il che dallumana ambizione avvenuto; la quale, per esser senza termine e misura, n contenta di parte alcuna di auttorit, insino al supremo grado, ch il Reale, gli ha fatti aspirare.

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questo linizio della Congiura de Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I, scritta da Camillo Porzio (1525-1580 ca.), un avvocato napoletano che attribuiva proprio allevento che descrisse la principale causa della discesa, anni dopo, di Carlo VIII (1470-1498) in Italia: pertanto, la feroce punizione dei Baroni, chiamati con sprezzo e disapprovazione reguli, piccoli re, doveva servire da monito contro ogni futura ribellione anti-statale. La congiura, in effetti, trov la propria motivazione pi profonda nella resistenza opposta allopera di modernizzazione dello Stato perseguita da Alfonso prima e Ferrante poi. Questultimo, in particolare, aveva mirato a contrastare il particolarismo feudale con un maggiore accentramento del potere, effettuato attraverso una riforma organica dello Stato, che poggiava da un lato sullo sviluppo della vita economica, e dallaltro sulla promozione politico-sociale dei rappresentanti del ceto mercantile. Strumento di questa politica fu la riforma fiscale, che affidava nuovi compiti alle amministrazioni comunali (le Universit), sottraendole, per quanto possibile, al peso feudale. La pressione anti-feudale, del resto, sembrava destinata a inasprirsi con la prospettata successione al trono di Alfonso II (1448-1495), figlio di Ferrante, che dimostrava apertamente la propria ostilit nei confronti dei Baroni, e, appena quattordicenne, nel 1462, era gi stato inviato dal padre in Calabria, a sedare una precedente rivolta. Dunque, mentre i Baroni di antico lignaggio, come Antonello Sanseverino, principe di Salerno, e Pietro Guevara, principe di Teramo, vedevano ridurre sempre pi il proprio ruolo, i rappresentanti dei ceti in ascesa, come Antonello Petrucci, segretario del re, e Francesco Coppola, ricchissimo uomo daffari e conte di Sarno, erano smaniosi di fasti e prestigio sempre pi ampi: e le ambizioni di entrambi i gruppi vennero a convergere. Cos, nel 1485 cominciarono i primi incontri interlocutor, che esplosero in ribellione aperta nel successivo novembre. Nello scontro intervenne anche papa Innocenzo VIII (1484-1492), che invi proprie truppe, e lallargamento del conflitto su scala nazionale fu evitato dalla diplomazia di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze. Dopo vari scontri si giunse alla pace, siglata a Mignonico nellestate del 1486: il re si impegnava a pagare alla Chiesa un tributo vassallatico, a perdonare i ribelli e ad accettare larrivo di un legato pontificio che avrebbe ricomposto i conflitti. Ma le cose andarono diversamente. Infatti, Ferrante pun in maniera feroce e spettacolare i congiurati pi in vista, facendoli arrestare durante un festeggiamento di nozze, e giustiziare dopo un sommario processo. Questo il racconto di Camillo Porzio:
Data la sentenza, non ordin Ferdinando che in un d morissero tutti; o perch dividendo quella rigida giustizia, venisse in pi fiate a spaventare gli uomini, o perch volle mostrare venirvi forzato. S che, a tredici di novembre dellottantasei, fe morir li Conti di Carinola e di Policastro, senza aver punto riguardo alla dignit che tenevano, o allesser stati suoi servidori antichi e familiari. Perci che il Conte di Carinola, gridandogli avanti il banditore la qualit del suo fallo, fu per li pi frequenti luoghi della citt da una coppia di buoi strascinato; e poi, in sul mezzo del Mercato scannato, e in pi pezzi diviso, lungo tempo avanti le principali porte di Napoli obbrobriosamente rese testimonianza della leggerezza et infedelt sua... Al Conte di Policastro, fatta che fu mozzar la testa, fu conceduta a frati domenichini che alla cappella del padre lo riponessino... Era il Segretario [Antonello Petrucci], per la lunghezza della prigionia, per li tormenti dellanimo e del corpo, cotanto contraffatto, che, conosciuta la virt delluomo, arebbe indotto a compassione sino a sassi. Nondimeno, per dimostrare che linnocenza della vita preterita non gli faceva temere la sopravegnente morte, lietamente il collo sul ceppo adatt; e con miglior fama che fortuna dipartendosi da questa dolente vita, in due pezzi rimase.

Politiche e minacce orientali. I martiri dOtranto


Non i nostri padri, ma noi abbiamo lasciato prendere dai Turchi Costantinopoli, la capitale dellOriente, e mentre indolenti ce ne stiamo nelle nostre case, le armi di questi barbari penetrano fino al Danubio e alla Sava... Tutto questo accaduto sotto i nostri occhi, ma noi dormiamo profondamente. Eppure no, noi possiamo combattere fra noi, soli i Turchi lasciamo che spadroneggino liberamente. Per tenui motivi i cristiani prendono le armi e combattono
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sanguinose battaglie; contro i Turchi invece, che oltraggiano il nostro Dio, atterrano le nostre chiese e cercano sradicare il nome cristiano, nessuno vuol levare la mano.

Il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio, Costantinopoli, la capitale dellImpero dOriente, cadde nelle mani dei Turchi, guidati dal sultano Maometto II (1432-1481), salito al trono due anni prima: nellassedio perse la vita, combattendo sugli spalti, anche lultimo imperatore doriente, Costantino XI Paleologo (1405-1453). Levento produsse unimmensa emozione e gett il mondo cristiano in una prostrazione profonda, accompagnata da quei millenari timori apocalittici che sembravano, infine, avverarsi. Numerose profezie associavano la caduta della nuova Roma allavvento dellAnticristo e alla fine dei tempi, e a esse si richiamava la bolla per la crociata emanata il 30 settembre del 1453 da papa Niccol V (1447-1455), chiamando i principi e i popoli cristiani alla difesa della loro civilt contro Maometto II, prefigurazione dellAnticristo, il dragone rosso dellApocalisse. La crociata invocata a gran voce dal papa, tuttavia, non venne organizzata: gli interessi particolari dei principi e dei sovrani occidentali erano troppo forti. Di questo fu ben consapevole papa Pio II, lumanista Enea Silvio Piccolomini (1458-1464), pronunciando quelle parole che abbiamo sopra citato nel discorso inaugurale del concilio di Mantova del 1459: un violento atto daccusa nei confronti degli stati cristiani che troppo a lungo avevano trascurato la difesa della fede. Intanto, lavanzata turca proseguiva senza posa: fermati faticosamente davanti a Belgrado nel 1456, gli Ottomani, nel 1469, fecero incursioni in Carniola, Stiria e Carinzia; nel 1470 occuparono lisola veneziana di Negroponte; nel 1477 e nel 1478 le loro incursioni avevano toccato il Friuli. E nel 1480 tocc a Otranto, sul versante orientale della Puglia. Linteresse verso le cose orientali era stato sempre forte nei sovrani aragonesi. Tra gli impulsi che avevano spinto Alfonso il Magnanimo alla conquista del Regno di Napoli, del resto, non era mancato quello di creare un saldo punto di appoggio verso levante per lulteriore sviluppo dei commerci catalani. A pi riprese egli aveva fatto incursioni sulle coste settentrionali dellAfrica, proprio per cercare di creare nuove basi commerciali. Cos, Alfonso, in un primo momento, sembr accogliere con entusiasmo gli appelli alla crociata, promettendo navi e soldati. Ma pi tardi si accontent di rafforzare nella penisola balcanica il fronte di opposizione anti-ottomano: il regno albanese dello Scanderbeg costituiva, per di pi, un comodo prolungamento della potenza aragonese sul versante opposto dellAdriatico. Lentusiasmo iniziale dovette essere raffreddato, tra laltro, dallopposizione dei ceti mercantili iberici, i quali temevano che una politica antiturca troppo risoluta e aggressiva avrebbe potuto guastare gli interessi commerciali che ancora conservavano nel Levante. Evidentemente, per, il rischio di quella politica di attesa e di contenimento non fu ben calcolato, e a farne le spese fu re Ferrante, che negli anni immediatamente precedenti al 1480 aveva preferito dedicare la maggior parte del proprio impegno alla costruzione di una pi forte politica italiana, giostrando tra i sempre accesi conflitti che dividevano i signori della penisola. Il 25 marzo 1480, infine, fu siglato un patto di pace tra Firenze e Napoli, ma nel frattempo era stato concesso troppo spazio al sultano turco che, se fosse riuscito a creare una solida enclave ottomana nelle Puglie, sarebbe riuscito a controllare il canale di Otranto e, di conseguenza, limboccatura dellAdriatico. Il 28 luglio 1480 la citt di Otranto, dunque, venne attaccata da una flotta turca comandata dal grande ammiraglio dellimpero ottomano Gedik Ahmed Pasci. La guarnigione aragonese che custodiva la citt non fu in grado di resistere, e l11 agosto i soldati musulmani penetrarono nella citt, fino a quel momento difesa con coraggio e disperazione dai soli cittadini. Poi, per tre giorni segu il massacro: anche il vescovo Stefano Pendinelli fu ucciso nella sua stessa cattedrale. Il 14 agosto Ahmed Pasci ordin di rastrellare tutti i superstiti di sesso maschile det superiore ai quindici anni.
In numero di circa ottocento furono presentati al Pasci che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impieg la satanica sua eloquenza a fin di persuadere a nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo sicuri della buona grazia dAcmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti
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quei beni che godevano nella patria; in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve nebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, det provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: Credere tutti in Ges Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui.

Cos racconta Saverio De Marco, che nel XVIII secolo scrisse una Compendiosa istoria degli ottocento martiri otrantini. E Giovanni Michele Laggetto, figlio di un Otrantino scampato al massacro, nella sua Historia della guerra di Otranto del 1480, aggiunge che Antonio Primaldo, voltatosi ai Cristiani, disse:
Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora tempo che combattiamo per salvar lanime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che pi tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo...

I martiri di Otranto furono beatificati nel 1771, e santificati nel 1983. Prodigi miracolosi si verificarono, infatti, durante quel massacro, come ci racconta ancora Saverio De Marco, la cui opera ci informa anche sulle testimonianze rese nel processo di beatificazione.
Girava intorno ai cristiani un turco importuno con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. Lapostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: Chi vuol credere a questa avr salva la vita; altrimenti sar ucciso. Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi: onde il tiranno comand che si venisse alla decapitazione, e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perch non rifiniva di far da apostolo co suoi. Anzi in questi ultimi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo gi aperto a riceverli. Pieg la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizz in piedi: e ad onta degli sforzi de carnefici, rest immobile, finch tutti non furono decollati.

La costernazione, il dolore e la paura produssero la pacificazione dei principi fedeli alla croce, e con rinnovato ardore si ricominci a predicare la crociata. Limprovvisa morte del sultano Maometto, il 31 maggio 1481, e le lotte per il potere tra i suoi figli, poi, facilitarono la riconquista. E il 10 settembre 1481 Alfonso di Calabria, figlio di Ferrante, entr trionfalmente a Otranto, ormai liberata. La discesa di Carlo VIII e la fine della dinastia aragonese
N mancava nellanimo di Carlo inclinazione a cercare dacquistare con larmi il regno di Napoli, come giustamente appartenente a s, cominciata per un certo istinto quasi naturale insino da puerizia e nutrita da conforti di alcuni che gli erano molto accetti; i quali empiendolo di pensieri vani gli proponevano questa essere occasione di avanzare la gloria de suoi predecessori, perch, acquistato il reame di Napoli, gli sarebbe agevole il vincere lo imperio de turchi.

Il 9 aprile 1492, ovvero nellanno che tradizionalmente segna la fine del Medio Evo, mor Lorenzo il Magnifico, colui che fu caratterizzato da Francesco Guicciardini (1483-1540) dalla sua Storia dItalia abbiamo ripreso il passo sopra citato, riferito ad alcune motivazioni che spinsero Carlo VIII a venire a prendere possesso del Regno di Napoli come il principale artefice della politica di equilibrio tra gli stati italiani. Due anni dopo, il 25 gennaio 1494, mor anche Ferrante dAragona. Da quel momento, la nostra penisola divenne il teatro di scontro delle maggiori potenze europee, che se ne contesero il predominio. Negli ultimi anni di vita, Ferrante dedic ogni energia,
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se non a scongiurarla, almeno a predisporre le forze che potessero opporsi alla discesa del re di Francia Carlo VIII (1470-1498), il quale, avendo legami di parentela con la dinastia angioina, vantava diritti di successione al Regno di Napoli. Mor, per, prima di vedere il crollo della sua costruzione. Gli successe il figlio Alfonso II (1448-1495), che regn solo per brevissimo tempo. Poco dopo la sua incoronazione, avvenuta allinizio di maggio del 1494, mentre cercava freneticamente di stringere rapporti diplomatici con gli altri stati e di organizzare linee di difesa, cominci linarrestabile marcia di conquista di Carlo VIII con il suo imponente esercito.
Per unirsi con questo esercito erano state condotte per mare a Genova quantit grande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagna, ma di tale sorte che giammai aveva veduto Italia le simiglianti... Ma i franzesi, fabricando pezzi molto pi espediti n daltro che di bronzo, i quali chiamavano cannoni, e usando palle di ferro, dove prima di pietra e senza comparazione pi grosse e di peso gravissimo susavano, gli conducevano in sulle carrette, tirate non da buoi, come in Italia si costumava, ma da cavalli, con agilit tale duomini e di instrumenti deputati a questo servigio che quasi sempre al pari degli eserciti camminavano, e condotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile; e interponendosi dallun colpo allaltro piccolissimo intervallo di tempo, s spesso e con impeto s veemente percotevano che quello che prima in Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva: usando ancora questo pi tosto diabolico che umano instrumento non meno alla campagna che a combattere le terre, e co medesimi cannoni e con altri pezzi minori, ma fabricati e condotti, secondo la loro proporzione, con la medesima destrezza e celerit. Facevano tali artiglierie molto formidabile a tutta Italia lesercito di Carlo; formidabile, oltre a questo, non per il numero ma per il valore de soldati.

Con queste famose parole Francesco Guicciardini, ancora nella Storia dItalia, caratterizza lesercito francese sceso in Italia e la perfezione delle sue armi, capaci di incutere timore e di non lasciare quasi scampo agli avversari. Cos, quasi senza trovare resistenze, Carlo VIII, col consenso di papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia (1431-1503), entr trionfalmente a Roma il 31 dicembre. Ormai il Regno appariva indifendibile, e, alla fine di gennaio del 1495, havendo conosciuto che non era accetto, e che suo figlio era a core di tutti li populi, come ricorda un contemporaneo, Alfonso II abdic in favore del proprio figlio Ferdinando II, Ferrandino secondo la tradizione (1469-1496). Ma neppure questo serv: ormai lesercito napoletano aveva incominciato a impaurire del solo nome de franzesi. E, poco dopo, Napoli decise di accogliere entro le proprie mura le truppe francesi. Anche lumanista Giovanni Pontano, dimentico degli onori ottenuti dai sovrani aragonesi, salut il re francese con unorazione celebrativa.
Avevano in questo mezzo trovato Carlo in Aversa glimbasciadori napoletani mandati a dargli quella citt. A quali avendo conceduto con somma liberalit molti privilegi e esenzioni, entr il d seguente, che fu il vigesimo primo di febbraio in Napoli, ricevuto con tanto plauso e allegrezza dognuno che vanamente si tenterebbe di esprimerlo, concorrendo con esultazione incredibile ogni sesso ogni et ogni condizione ogni qualit ogni fazione duomini, come se fusse stato padre e primo fondatore di quella citt; n manco degli altri, quegli che, o essi o i maggiori loro, erano stati esaltati o beneficati dalla casa dAragona. Con la quale celebrit andato a visitare la chiesa maggiore, fu dipoi, perch Castelnuovo si teneva per glinimici, condotto a alloggiare in Castelcapuano, gi abitazione antica de re franzesi: avendo con maraviglioso corso di inaudita felicit, sopra lesempio ancora di Giulio Cesare, prima vinto che veduto; e con tanta facilit che e non fusse necessario in questa espedizione n spiegare mai uno padiglione n rompere mai pure una lancia.

Sono ancora tratte dalla Storia dItalia di Francesco Guicciardini queste parole, nelle quali traspare limplicito giudizio negativo sullimbelle atteggiamento non solo dei Napoletani, ma anche di tutti i principi italiani, che, con sommo vituperio e derisione della milizia italiana e con gravissimo pericolo e ignominia di tutti, avevano permesso che il regno meridionale passasse dallo imperio degli italiani allo imperio di gente oltramontana.

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Larrivo di Carlo VIII fu, tuttavia, un turbine di brevissima durata. Il 24 maggio 1495, dopo aver avuto appena il tempo di ricevere il giuramento di fedelt dei nuovi sudditi, Carlo, resosi conto che stava venendo meno lappoggio benevolo dei potentati italiani che poco prima lavevano accolto favorevolmente, ripart alla volta della Francia. Il successivo 7 luglio Ferrandino rientr in citt salutato dallesultanza del popolo, come racconta sempre Guicciardini:
Ferdinando, in questo mezzo entrato in Napoli, e messo con alcuni de suoi a cavallo da napoletani, cavalc per tutta la terra con incredibile allegrezza di ciascuno; ricevendolo la moltitudine con grandissime grida, n si saziando le donne di coprirlo dalle finestre di fiori e dacque odorifere, anzi molte delle pi nobili correvano nella strada ad abbracciarlo e ad asciugargli dal volto il sudore.

Insomma, il regno era tornato nelle mani della dinastia aragonese, ma ancora per poco. Ferrandino mor il 7 settembre 1496, in seguito a una malattia durata pochi giorni. Non avendo lasciato figli, la corona fu ereditata dallo zio Federico I (1452-1504), fratello di Alfonso II e figlio di Ferrante. Ma, ormai, il vortice della storia aveva cominciato a spingere le vicende dellItalia meridionale verso orizzonti pi ampi, che travalicavano quelli della penisola. Con il trattato di Granada, stipulato segretamente nel 1500 tra il re di Spagna Ferdinando II il Cattolico (1452-1516) e il re di Francia Luigi XII (1462-1515), fu stabilita la spartizione del Regno di Napoli: alla Spagna sarebbero andate la Puglia e la Calabria, e alla Francia la Campania, lAbruzzo e il Molise. Federico accerchiato da sud dagli spagnoli e da nord dai francesi dovette capitolare. Cos, anche il Regno di Napoli, come gi era accaduto alla Sicilia, perse la sua indipendenza, ridotto a un vicereame di Spagna per due secoli. E Federico, lultimo re aragonese di Napoli, costretto ad andare in esilio in Francia nel 1501, fin i suoi giorni il 9 settembre 1504, circondato da pochi amici, fra i quali come abbiamo gi ricordato il letterato Iacopo Sannazaro, che, nel Triunfo della Fama, esalt gli ultimi sovrani della dinastia aragonese con questi versi:
O spirti grandi, o Alfonsi, o Ferrandi, o Federichi, pensate a vostri antichi, e per quellorme sequite le mie norme. Ecco qui l pregio, ecco qui lalto segio, il qual vi chiama, ecco qui la gran Fama triunfante che vien con sue volante argute penne, lodando il re che s gran palma ottenne!

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