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retro rifare pubblicazione.pdf 1 09/03/11 21.18
Raggruppamento temporaneo di scopo tra UNISCO Network per lo sviluppo locale e Legambiente Puglia
per il riutilizzo dei fanghi e delle acque
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copertina rifare centrato corretto UNISCO.pdf 1 29/03/11 14.13
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In partnership con
A. Angiuli, A. Bonifazi, G. Brunetti, D. Caniani, G. Ciola,
V.D. Colucci, M.C. De Mattia, D. Guariglia, R.F. Iannone,
F. Lacarbonara, G. Ladisa, N. Longino, I.M. Mancini, S. Masi,
M. Piscitelli, N. Senesi, M. Spilotros, C.M. Torre, E. Trulli
il riutilizzo
dei fanghi e delle acque reflue
in agricoltura
Limpianto e il coordinamento del volume sono stati curati da
Maria Cristina De Mattia
Aldo Fusaro
Massimiliano Piscitelli
Mario Adda Editore
4
Il presente volume stato realizzato
con il contributo del Fondo Sociale Europeo
Hanno collaborato alla realizzazione del progetto RI.F.A.RE.
M. Avantaggiato, A. Berlen, M. Carnevale, A. De Carli, V. Deruvo, N. Frascella,
V. Grassi, D. Lavacca, D. Lazzazzara, M. Lieggi, M. Livrea, G. Maldera, R. Marseglia,
M. Mastropierro, S. Mazzone, F. Mintrone, M. Omero, A. Pellegrino, G. Pesare,
D. Piglionica, A. Poliseno, R. Rodio, G. Trevisi
Libro stampato su carta ecologica certifcata FSC
ISBN 9788880829218
Copyright 2011
Mario Adda Editore - via Tanzi, 59 - Bari
Tel. e Fax +39 080 5539502
Web: www.addaeditore.it
e-mail: addaeditore@addaeditore.it
Tutti i diritti sono riservati a
Provincia di Bari FSE POR PUGLIA 2007 - 2013
Impaginazione: Sabina Coratelli
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Il progetto RI.F.A.RE. ha rappresentato per lAmministrazione Provin-
ciale di Bari ed il territorio barese unopportunit di fare rete tra istituzioni ed
organizzazioni dedite allo sviluppo locale, puntando in particolare al miglio-
ramento formativo di tutti coloro che operano con e per lambiente.
Negli ultimi tempi si sta assistendo ad una sempre maggiore attenzione
verso le tematiche ambientali in raccordo con il mondo della formazione.
ormai tempo di porre le basi per un forte coordinamento tra tutti fnalizza-
to alla sensibilizzazione e allinformazione dei cittadini e degli imprenditori
agricoli verso le tematiche ambientali legate allutilizzo dellambiente du-
rante il loro lavoro; inoltre necessario diffondere le tematiche ambientali
del riciclo anche tra i ragazzi e i cittadini in generale, affnch possano farsi
promotori di buone pratiche ambientali ed eco-sostenibili.
Il ciclo di incontri di formazione-informazione organizzati nei comuni
di Corato (per larea nord-barese), Mola di Bari (per larea metropolitana di
Bari) e Monopoli (per larea sud-barese) ha coinvolto oltre 70 partecipan-
ti, tra operatori agricoli (imprenditori agricoli, artigiani, coltivatori diretti),
studenti universitari, esperti e professionisti del settore, ma anche cittadini
interessati alle tematiche ambientali che consumano ambiente.
I partecipanti hanno avuto lopportunit di informarsi e formarsi sui
temi della raccolta dei refui e del relativo recupero al fne di salvaguardare il
suolo in unottica ambientale sostenibile attraverso un ciclo di incontri di ap-
profondimento in cui esperti e specialisti del settore (Universit degli Studi di
Bari, Politecnico di Bari, ARPA Puglia, Legambiente Puglia) hanno illustrato
possibili azioni concrete, fonti normative e di fnanziamento.
Il coinvolgimento di realt istituzionali e imprenditoriali pugliesi nella
RI-FIERA rappresenta invece loccasione per illustrare ai cittadini le buone
prassi eco-sostenibili e diffondere una nuova cultura legata alla salvaguardia
ambientale.
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essenziale defnire obiettivi strategici ed attuare un approccio di pre-
venzione innovativo per ridurre limpatto delle nostre attivit sul sistema am-
biente, diffondendo e rendendo accessibili le leggi, i regolamenti e le migliori
pratiche per gestire al meglio le risorse del nostro territorio, aumentando la
quantit di materiali e prodotti riciclati e riutilizzati e prevenendo ogni forma
di inquinamento ambientale nellesercizio delle attivit agricole ed impren-
ditoriali; in una espressione di sintesi, coniugare la formazione con il mondo
del lavoro e lesigenza di uno sviluppo sostenibile e duraturo per tutti noi
cittadini.
Mary rina
AssessorealLavoroeFormazioneProfessionale
dellaProvinciadiBari
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Il progetto RI.F.A.RE. nasce da unattenta osservazione effettuata sul
territorio della Provincia di Bari legata alla problematica del riutilizzo dei
fanghi e delle acque refue. La gestione delle acque refue e dei fanghi bio-
logici prodotti dalla depurazione delle acque rappresenta una vera e propria
emergenza ambientale. Ogni giorno vengono prodotte centinaia di tonnellate
di fanghi che contengono tutti gli elementi rimossi dalle acque durante il trat-
tamento: sostanze organiche, sali, metalli, ma anche eventuali composti e ma-
teriali non biodegradabili o addirittura tossici; ma, se trattati e gestiti secondo
norma, i refui, i fanghi e le acque refue raffnate, possono arrecare un grande
vantaggio soprattutto al comparto agricolo potendo sostituire in tutto o in par-
te sia la concimazione chimica che lapporto irriguo da fonte idrica primaria.
Riutilizzare i fanghi e le acque signifca quindi ottenere enormi van-
taggi sia economici che ambientali. Cinquanta Paesi nel mondo, tra cui Stati
Uniti ed Israele, hanno colto lopportunit del riuso delle acque refue, in par-
ticolare per lenire i problemi legati alla scarsit dellacqua, conosciuti anche
dalla nostra regione.
Con il progetto RI.F.A.RE., UNISCO e Legambiente Puglia hanno in-
teso avviare un momento di approfondimento, di sensibilizzazione e di in-
formazione rivolto soprattutto al mondo agricolo, cercando di dare tutte le
indicazioni per trasformare le acque refue ed i fanghi di depurazione in ri-
sorse ponendo grande attenzione alle problematiche legate al suolo e ad un
miglioramento complessivo della qualit dellagricoltura. stato realizzato
un importante ciclo di incontri, seminari e meeting, condotto da esperti del
settore e rivolto inprimis a tutti gli imprenditori agricoli e coltivatori diretti
della Provincia di Bari, ma anche a cittadini e studenti, al fne di realizzare
una vera e propria campagna di formazione e sensibilizzazione su un tema,
quale quello delle acque refue e dei fanghi, di estrema importanza e altissimo
valore ambientale.
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A conclusione di questo percorso di formazione, informazione e sen-
sibilizzazione ci sembrato opportuno produrre questa pubblicazione con il
preciso obiettivo di offrire un utile strumento per gli operatori del settore
e per tutti coloro che intendano avvicinarsi a queste tematiche. La profcua
collaborazione con Universit, centri di ricerca, con docenti ed esperti del set-
tore, ha permesso di realizzare un lavoro di estremo interesse che ovviamente
non ha il carattere dellesaustivit, ma che certamente pu offrire un ottimo
spunto di rifessione e di approfondimento su un tema, quale appunto quello
del recupero e del riuso delle acque refue e dei fanghi, di estrema importanza
data lenorme complessit delle questioni ambientali che insistono intorno a
questa tematica.
Francesco TaranTini
PresidenteLegambientePuglia
serge Doria
PresidenteUnIsco
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Il tema della formazione, delleducazione ambientale e della condivi-
sione delle buone prassi per la diffusione di comportamenti sostenibili rappre-
senta il vero terreno di impegno per le Istituzioni coinvolte nella protezione
dellambiente.
Alle fondamentali funzioni tecniche connesse al monitoraggio sulle
matrici ambientali, alla vigilanza sul territorio e alla prevenzione dei rischi
ambientali, indispensabile affancare le attivit di comunicazione, informa-
zione, formazione ed educazione, che rendono possibile il trasferimento del
patrimonio conoscitivo prodotto e delle competenze acquisite verso tutti i
potenziali fruitori sociali, svolgendo un prezioso ruolo nella strategia di tutela
del patrimonio ambientale del nostro territorio.
Su queste tematiche ARPA Puglia, organo tecnico-scientifco della Re-
gione Puglia in materia di protezione dellAmbiente, impegnata per offrire
il proprio contributo nella realizzazione di quel processo virtuoso che favo-
risce il cammino della sostenibilit, supportando sia la promozione di una
cultura scientifca dellambiente, sia ladozione di pratiche di tutela dellam-
biente partecipata da parte della societ.
in questo contesto che si inscrive la collaborazione dellAgenzia al
Progetto RI.F.A.RE., nato e condotto per promuovere la sensibilizzazione de-
gli operatori del settore agricolo sul tema della raccolta dei refui e del relativo
recupero al fne di salvaguardare il suolo in unottica ambientale sostenibile
nel tempo.
Questa pubblicazione, che rappresenta il momento di sintesi dei con-
tenuti illustrati nei diversi incontri di formazione/informazione realizzati nel
contesto del progetto, ha lo scopo di fornire agli operatori uno strumento di
riferimento che coniuga lapprofondimento delle corrette procedure e delle
modalit di gestione sotto laspetto tecnico-scientifco con la tematica della
sostenibilit.
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ARPA Puglia ha accolto linvito dellAssociazione UNISCO e del Co-
mitato Regionale di Legambiente Puglia a mettere a disposizione il proprio
patrimonio di competenze e conoscenze tecniche su una tematica cos rile-
vante per il proprio territorio, nella convinzione che la necessit di promuo-
vere strategie e interventi mirati allo sviluppo sostenibile che favoriscano
unarmonizzazione tra sviluppo economico, partecipazione sociale, protezio-
ne dellambiente e tutela della salute rappresenti una priorit e si inscriva a
pieno titolo nel proprio mandato istituzionale.
giorgio assennaTo
DirettoreGeneraleARPAPuglia
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La primaria importanza della risorsa idrica non mai stata posta in
discussione da alcuna civilt. Lacqua, H
2
O, da sempre sinonimo di vita.
Lessere umano pu fare a meno di tutto tranne che dellacqua e del cibo che
a sua volta non sarebbe producibile in assenza di acqua.
in questo scenario che oggi pi che mai si colloca lattenta discussio-
ne sullemergenza ambientale e del diritto mondiale alimentare. Ma lacqua
non una risorsa inesauribile, ed per questo che ogni uomo ha il dovere di
razionalizzarne luso e di sfruttarne al meglio ogni suo processo evolutivo
anche quando la stessa rischia di essere considerata un rifuto poich conta-
minata. In questo contesto si innesta il sano principio pragmatico trasmessoci
dalla saggezza del mondo rurale in cui nulla si distrugge ma tutto si trasfor-
ma e si riutilizza.
Nasce cos la saggia intuizione del riutilizzo delle acque refue, debita-
mente depurate, in agricoltura.
La frenetica e disattenta quotidianit vissuta oggigiorno impone per
la necessit di sollecitare i pi a vivere momenti di rifessione e formazione
che facciano riscoprire il gusto del riutilizzo; ecco perch le AcliTerra, da
sempre attente a difendere e promuovere i valori del welfare rurale, hanno
intravisto nel progetto RI.F.A.RE. la giusta opportunit per tutti gli operatori
agricoli di riqualifcarsi, nel rispetto delle normative vigenti, nel ruolo sempre
pi indiscusso di sentinelle a difesa del territorio e dellambiente, nonch di
cavalieri custodi del creato.
Il riutilizzo dei fanghi in agricoltura rappresenta una opportuna risposta
al problema dello smaltimento degli stessi, assumendo uneffcace valenza
agronomica ed economica nel sostituire le canoniche concimazioni chimi-
che e, in alcuni casi, organiche; cos come il riutilizzo a fni irrigui delle ac-
que refue debitamente depurate e/o trattate, rappresenta una valida risposta
allemergenza ambientale sul risparmio idrico, oltre che alla salvaguardia del
suolo e delle colture.
12
Linteresse e lattenzione prestata dal ragguardevole numero di aziende
agricole partecipanti al progetto ha confermato la felice intuizione di Legam-
biente Puglia e UNISCO, enti promotori, di avviare unazione di partenariato
con AcliTerra Puglia e Arpa Puglia.
Laugurio che sulla scia di tale positivit possano alimentarsi nuove
opportunit di sensibilizzazione e formazione per i tanti operatori del settore,
cuore indiscusso di uneconomia reale di cui lintera societ non pu fare a
meno, ma a forte rischio sopravvivenza per le scarse attenzioni prestate dalle
istituzioni e dalle stesse comunit locali.
ToMMaso LoioDice
PresidenteprovincialeAcliTerraBari
VicePresidenteVicarioAcliTerranazionale
13
INDICE
Introduzione generale
AldoFusaro .................................................................................................. 15
sezione I
PROCEDURE
Riutilizzo delle acque refue depurate tra norme tecniche, stato attuale
e scenari futuri nelle province pugliesi
MariacristinaDeMattia ............................................................................ 21
Utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura: normativa di
riferimento e prospettive future
FilomenaLacarbonara ................................................................................ 43
Tutela dellambiente ed esigenze dellagricoltura
AlessandraAngiuli ....................................................................................... 69
La gestione dei rifuti agricoli
RobertoFrancescoIannone ......................................................................... 81
sezione II
GESTIONE
Refui urbani di depurazione: qualit agronomica e interazione con il suolo
GennaroBrunetti,nicolasenesi ............................................................... 101
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali per lutilizzo di acque refue
trattate in agricoltura
IgnazioM.Mancini,salvatoreMasi,EttoreTrulli,Donatellacaniani,
VitoD.colucci,MassimilianoPiscitelli .................................................... 129
14
Indirizzi pianifcatori e tecnologici per limpiego in agricoltura dei fanghi
di depurazione
IgnazioM.Mancini,EttoreTrulli,salvatoreMasi,
Donatellacaniani,niclaLongino,MassimilianoPiscitelli ...................... 175
sezione III
SOSTENIBILIT
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS
carmeloM.Torre,AlessandroBonifazi .................................................... 199
I deserti antropogenici: effetti del diserbo chimico e della frantumazione
dei banchi calcarei sulla biodiversit del paesaggio agrario pugliese
con particolare riferimento agli oliveti secolari
Gianfrancociola ....................................................................................... 225
Combattere il degrado delle risorse naturali per una agricoltura sostenibile
GaetanoLadisa .......................................................................................... 239
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi
Marinospilotros,DanielaGuariglia ......................................................... 251
Glossario .................................................................................................... 267
Indice normativa di riferimento ................................................................. 271
Lista degli acronimi ................................................................................... 275
Gli Autori ................................................................................................... 277
15
Introduzione generale
Lobiettivo di questo volume quello di fornire un utile strumento di
approfondimento e di ricerca su un tema di estremo interesse e di valenza
fondamentale riguardo alle problematiche ambientali del territorio pugliese.
Parlare di fanghi e di acque refue, infatti, signifca intrecciare una serie di
piccole e grandi questioni ambientali che vanno dalluso dellacqua agli sca-
richi urbani, passando attraverso le criticit connesse allimpiantistica per il
trattamento ed affnamento, sino al tema della difesa del suolo e della possibi-
lit di riuso in agricoltura delle acque affnate e dei fanghi. Data la complessi-
t di tali importanti temi e la necessit di informare e sensibilizzare il mondo
agricolo, i tecnici del settore e i cittadini su di essi, si dato vita al Progetto
RI.F.A.RE. (RIutilizzo dei Fanghi e Acque REfue) con il preciso scopo di
realizzare anche un ciclo di formazione su argomenti poco dibattuti ed invece
attualmente di estrema rilevanza.
Il progetto RI.F.A.RE si articolato in una prima fase di approfondi-
menti, di studio ed analisi svolte durante le attivit seminariali nei mesi di
settembre, ottobre e novembre 2010 per concludersi con la realizzazione di
un evento fnale denominato RI-FIERA, e con la redazione di questa pub-
blicazione. I destinatari privilegiati di questa pubblicazione ed, in genera-
le, dellintero progetto RI.F.A.RE, sono sopratutto gli operatori del mondo
agricolo; lintento stato quello di offrire loro unopportunit non solo di
formazione, ma anche di confronto, scambio di esperienze e di diffusione di
conoscenze al fne di contribuire a costruire una cultura ambientale e sosteni-
bile del nostro territorio.
Come anticipato, la complessit e vastit delle questioni afferenti alle
tematiche in esame ha richiesto, per questa pubblicazione, un grande sforzo
di sintesi, cercando di fornire gli elementi essenziali per una informazione in-
tegrata da evidenze normative, tecniche e scientifche con lintento di mettere
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a disposizione un utile strumento per chi voglia proseguire in un lavoro di ri-
cerca o approfondimenti dinteresse comune dettati anche solo dalla curiosit.
Limpostazione generale del lavoro rispecchia la complessit dei temi
affrontati attraverso larticolazione dei contributi, redatti dai docenti ed esper-
ti coinvolti, inseriti in tre Sezioni dedicate a specifci ambiti di interesse per
una progressiva trattazione degli argomenti.
La prima sezione denominata Procedure costituisce unampia disamina
sulla normativa di riferimento a partire dalle disposizioni di fonte comunita-
ria, passando per gli sviluppi della legislazione nazionale sino allimportate
ruolo della disciplina regionale di settore, con ampi e specifci approfondi-
menti sullo stato dellarte in Puglia. Inoltre, questa sezione si arricchisce di
due importanti contributi di taglio squisitamente giuridico, che affrontano
da un lato il tema pi generale della regolamentazione delle problematiche
ambientali nel nostro ordinamento a partire dalle defnizioni costituzionali
sino alla normativa specifca di settore e dallaltro affrontano una completa
disamina della normativa legata alla gestione dei rifuti in agricoltura.
La seconda Sezione, denominata Gestione, affronta pi specifcatamen-
te gli aspetti tecnici del tema in esame in tre digressioni. La prima affronta gli
aspetti propriamente connessi ai parametri chimico-agronomici dei refui ur-
bani e delle loro interazioni con il suolo soffermandosi sulle propriet fsiche
del suolo stesso; la seconda e la terza hanno un taglio prettamente ingegneri-
stico: una rivolta alla trattazione delle tecniche e delle tecnologie disponibili
per un corretto e sicuro utilizzo delle acque refue, con ampio spazio dedicato
alle caratteristiche operative dei processi da impiegare per il recupero degli
effuenti secondari urbani, ed una trattazione sulle sperimentazioni condot-
te dallUniversit della Basilicata; laltra si occupa degli aspetti legati alla
pianifcazione ed alla tecnologia per limpiego in agricoltura dei fanghi di
depurazione.
Nella terza ed ultima Sezione, denominata sostenibilit, si dato spazio
a quattro contributi diversi, ma che tuttavia permettono di allargare gli oriz-
zonti della informazione e della conoscenza verso temi pi generali, ma di
eguale importanza quali: la democrazia ambientale, la gestione del territorio
e la ricerca in campo agronomico. Limpostazione dei contenuti nel primo
intervento viene affrontato il tema della Enviromental Democracy, ossia
della Democrazia Ambientale, introducendo approfondimenti sulla procedu-
17
ra di Valutazione Ambientale Strategica (detta V.A.S.), alla quale secondo
norme vigenti devono essere sottoposti gli atti pianifcatori di qualsiasi setto-
re (acque, rifuti, urbanistica, ecc.). Il secondo contributo, invece, affronta il
tema della desertifcazione del suolo analizzando il caso specifco dello spie-
tramento nel territorio dellAlta Murgia. Infne, il terzo, realizzato dallIsti-
tuto Agronomico Mediterraneo (IAM) di Bari, espone la preziosa esperienza
dellIstituto a partire dal tema della desertifcazione, che stata oggetto di una
approfondita ricerca nellambito di un progetto realizzato nel 2008, per poi,
presentare le principali aree di intervento e di studi messe in campo dallIsti-
tuto stesso. A conclusione di questa sezione si allega una specifca indagine
statistica relativa ai principali indicatori ambientali dinteresse per le proble-
matiche in esame.
Infne, il presente lavoro si arricchisce di un appendice contente: lIn-
dicedellanormativadiriferimento, un breveGlossario della terminologia
ambientale pi utilizzata ed una ListadegliAcronimi riportati nella trattazio-
ne dei contributi al fne di agevolarne la loro lettura.
aLDo Fusaro
DirettoreLegambientePuglia
sezione I
PROCEDURE
Maria crisTina De MaTTia
Riutilizzo delle acque refue depurate tra norme
tecniche, stato attuale e scenari futuri nelle
province pugliesi
soMMario: 1. Defnizioni ed introduzione alle norme tecniche; 1.1. controlli relativi al trattamento
delleacquerefueprimadelreimpiego;2.IlriutilizzodelleacquerefueaffnateinPuglia;2.1.Lapia-
nifcazionediscenarifuturinelleprovincepugliesi;3.Vantaggidelriutilizzodiacquerefuedepurate;
4.conclusioni.
1. Defnizioni ed introduzione alle norme tecniche
Il Decreto Legislativo del 11 maggio 1999, n.152 (vecchio Testo Unico
di norme sulla tutela delle Acque) promuoveva lindividuazione di misure
teseallaconservazione,alrisparmio,alriutilizzoedalriciclodellerisorse
idriche in linea con la Legge n.36/1994 sulle risorse idriche (detta Legge
Galli). Il cosiddetto Testo Unico sullAmbiente, il D.Lgs. 152/2006, in merito
al riutilizzoedalriciclodellerisorseidriche, riprende i contenuti del vecchio
Testo Unico sulle Acque e ne dispone anchesso lattuazione (art. 99, comma
2,TITOLO III, CAPO II).
La materia del riutilizzo delle acque refue depurate stata disciplinata
con il Decreto Ministeriale (D.M.) n.185 del 12 giugno 2003, Regolamen-
to recante norme tecniche per il riutilizzo delle acque refue, dal Ministero
dellAmbienteedellaTuteladelTerritorioedelMare, in attuazione dellarti-
colo 26, comma 2, del decreto legislativo 11 maggio 1999, n.152, ancora vigente.
Ai sensi dellart. 3 del D.M. Ambiente 185/2003 citato, ammissibile
riutilizzare acque refue depurate che rispondano a determinati requisiti di
qualit a seconda della loro destinazione duso che pu essere di tipo:
irriguo - per lirrigazione di colture destinate sia alla produzione di
alimenti per il consumo umano ed animale sia a fni non alimentari,
nonch per lirrigazione di aree destinate al verde o ad attivit ricreative
o sportive;
22 Maria crisTina De MaTTia
civile - per il lavaggio delle strade nei centri urbani; per lalimentazio-
ne dei sistemi di riscaldamento o raffreddamento; per lalimentazione
di reti duali di adduzione, separate da quelle delle acque potabili, con
esclusione dellutilizzazione diretta di tale acqua negli edifci a uso ci-
vile, ad eccezione degli impianti di scarico nei servizi igienici;
industriale - come acqua antincendio, di processo, di lavaggio e per i
cicli termici dei processi industriali, con lesclusione degli usi che com-
portano un contatto tra le acque.
Assumono importanza le defnizioni fornite dal DM n.185/2003 citato;
si intende per:
a)recupero:la riqualifcazionediunacquarefua,medianteadegua-
to trattamento depurativo, al fne di renderla adatta alla distribuzione per
specifciriutilizzi;
b)impiantodirecupero:lestrutturedestinatealtrattamentodepura-
tivodicuiallaletteraa),incluseleeventualistrutturediequalizzazioneedi
stoccaggio delle acque refue recuperate presenti allinterno dellimpianto,
primadellimmissionenellaretedidistribuzionedelleacquerefuerecupe-
rate;
c)retedidistribuzione:lestrutturedestinateallerogazionedelleac-
querefuerecuperate,incluseleeventualistruttureperlaloroequalizzazione,
lulterioretrattamentoelostoccaggio,diversedaquelledicuiallaletterab);
d)riutilizzo:impiegodiacquarefuarecuperatadideterminataqualit
per specifca destinazione duso, per mezzo di una rete di distribuzione, in
parzialeototalesostituzionediacquasuperfcialeosotterranea.
Il settore irriguo e quello industriale rappresentano ambiti di reimpie-
go delle acque refue affnate, con una tempistica procedimentale pi spedita
rispetto agli usi di tali acque nel campo civile;basta por mente alla questione
dellutilizzo di tali acque, negli impianti di scarico dei servizi igienici, che
presuppone la progettazione e costruzione di reti duali di adduzione e distri-
buzione, separate da quelle delle acque potabili, per le quali, come noto,
vige una rigorosa disciplina per essere destinate al consumo umano
1
.
Rimane, oltretutto, inammissibile lutilizzazione diretta in generale del-
le acque refue negli edifci a uso civile come negli altri impieghi.
1
Le acque destinate al consumo umano devono rispondere ai requisiti stabiliti nel D.Lgs. n 31/2001
e ss.mm.e ii.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 23
Le attivit produttive, invece, richiedono determinati standard pi o
meno vincolanti a seconda del reimpiego cui sono destinate le acque refue
recuperate. La fattibilit di un riutilizzoirriguo di acque refue recuperate, in
particolare, deve essere pianifcata nel rispetto della vigente disciplina, sem-
pre nel limite di assicurare il risparmio idrico e, comunque, del non supera-
mento del fabbisogno delle colture e delle aree verdi afferenti le zone ser-
vite dagli impianti di depurazione urbani, che si intende destinare al recupero
delle acque.
Le esigenze gestionali, di manutenzione e di monitoraggio di un siste-
ma di distribuzione di acque refue recuperate sono di solito le stesse di un
sistema di distribuzione idrica.
necessario ricordare cheil riutilizzo per uso irriguo , inoltre, subor-
dinato al rispetto del Codice di Buone Pratiche Agricole, di cui al Decreto
delMinistroperlePoliticheAgricoleeForestalin.86del19aprile1999 e
ss.mm.ii.
Al fne del raggiungimento dei requisiti di qualit ai quali attenersi,
rispettando norme igienico-sanitarie ed esigenze dei processi produttivi, le
acque refue urbane depurate devono, dunque, subire un trattamento di aff-
namento allinterno del sistema impiantistico di recupero.
1.1. Controlli relativi al trattamento delle acque refue prima del
reimpiego
Per assicurare un adeguato trattamento delle acque refue urbane, le di-
sposizioni sopra richiamate hanno precisato anche le modalit ed i contenuti
delle attivit di vigilanza, monitoraggio e controllo.
I limiti di cui alle tabelle in Allegato.5 al D.Lgs. 152/99, (riproposto
nella Parte III dellAllegato.5 al D.Lgs. 152/2006), rappresentano, infatti, i
valori massimi che devono rispettare le concentrazioni delle sostanze chimi-
che ed organiche contenute in uno scarico fnale, ovvero a fne processo di
depurazione e prima che limpianto immetta leffuente nellambiente (corpo
idrico superfciale o suolo).
Rientra nelle attribuzioni dellARPA il controllo periodico secondo
la capacit o potenzialit (in Abitanti Equivalenti) degli impianti depurativi
urbani dislocati sul territorio regionale, da 12 a 24 controlli annui previsti
dalla legge vigente su ogni depuratore. Oltre ai controlli istituzionali, lordi-
24 Maria crisTina De MaTTia
namento prevede i controlli interni, cosiddetti autocontrolli, che devono es-
sere svolti dal Soggetto Gestore degli impianti, nonch del Servizio Idrico
Integrato (S.I.I.) in un Ambito Territoriale Ottimale
2
(A.T.O., che in Puglia
unico con un solo gestore riconosciuto, ovvero la Societ AQP SpA).
Similarmente un impianto di recupero delle acque refue soggetto al
controllo interno ed al controllo da parte dellautorit competente, ai sensi
dellArt. 7 del D.M. 185/2003 (controllo e monitoraggio degli impianti di
recupero), con verifca del rispetto delle prescrizioni contenute nellautoriz-
zazione. La verifca dei livelli di conformit dei parametri caratteristici delle
acque refue depurate in uscita dai depuratori urbani, nei casi in cui dovessero
presentare anomali valori dal punto di vista microbiologico o chimico, sareb-
bero sottoposte alle prescrizioni per limmediato adeguamento.
Se un depuratore si avvale, nel ciclo di depurazione, anche di un im-
pianto di affnamento, a maggior ragione assume rilevanza il controllo dei
parametri allo scarico in uscita, nonch quello dei valori caratteristici allin-
gresso dellimpianto di recupero.
Il D.M. 185/2003, quindi, prevede il rispetto di precisi requisiti minimi
di qualit delle acque refue recuperate per i parametri peculiari in uscita dagli
impianti di recupero o di affnamento, prima del loro reimpiego. In particolar
modo, per il riutilizzo in agricoltura sono dettati Limiti di rispetto (Tabel-
la.1) e Valori guida con limiti di riferimento (Tabella.2) per alcuni parametri
derogabili da parte delle Regioni.
2
Per le defnizioni dettagliate di un Ambito Territoriale ottimale e del servizio Idrico Integrato si
rimanda alle leggi nazionali e regionali di riferimento, ovvero la L.n36/1994 (cd. Legge Galli Dispo-
sizioniinmateriadirisorseidriche, abrogata con lentrata in vigore del D.Lg.152/2006, ad esclusione
dellart.22, comma 6) e la Legge Regionale 6 settembre 1ato 999, n. 28 e ss.mm.ii.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 25
Tabella1- Limiti per il riutilizzo in agricoltura
PARAMETRI
unit di
misura
Valori limite
SEZIONE1
Solidi sospesi totali (SST) mg/L 10
BOD5 mg/L 20
COD mg/L 100
Escherichia Coli
UFC/100mL
10 su 100 ml (80% dei campioni)
100 (valore puntuale massimo)
Salmonella assente
SEZIONE2
pH 6-9,5
SAR 10
materiali grossolani assenti
Conducibilit elettrica S/cm 3000
Alluminio mg/L 1
Arsenico mg/L 0,02
Bario mg/L 10
Berillio mg/L 0,1
Boro mg/L 1
Cadmio mg/l 0,005
Cobalto mg/L 0,05
Cromo totale mg/L 0,1
Cromo VI mg/L 0,005
Ferro mg/L 2
Manganese mg/L 0,2
Mercurio mg/L 0,001
Nichel mg/L 0,2
Piombo mg/L 0,1
Rame mg/L 1
Selenio mg/L 0,01
Stagno mg/L 3
Tallio mg/L 0,001
Vanadio mg/L 0,1
Zinco mg/L 0,5
26 Maria crisTina De MaTTia
PARAMETRI
unit di
misura
Valori limite
Cianuri totali (CN) mg/L 0,05
Cloro attivo libero mg/L 0,2
Solfuri (come H2S) mg/L 0,5
Solfti (come SO3) mg/L 0,5
Solfati (come SO4) mg/L 500
Cloruri mg/L 250
Fluoruri mg/L 1,5
Fosforo totale (P) mg/L 2
Azoto totale mg/L 15
Azoto ammoniacale (NH4) mg/L 2
Grassi e olii animali/vegetali mg/L 10
Olii minerali mg/L 0,05
Fenoli mg/L 0,1
Pentacloro fenolo mg/L 0,003
Aldeidi totali mg/L 0,5
Tetracloroetilene, tricloro
etilene mg/L 0,01
Benzene mg/L 0,001
Benzo(a)pirene mg/L 0,00001
Solventi organici aromatici
totali mg/L 0,01
Solventi organici azotati totali mg/L 0,01
Tensioattivi totali mg/L 0,5
Pesticidi clorurati mg/L 0,0001
Pesticidi fosforati mg/L 0,0001
Altri pesticidi totali mg/L 0,05
Trialometani mg/L 0,03
Solventi clorurati totali mg/L 0,04
Litio mg/L 2,5
Molibdeno mg/L 0,01
Coliformi fecali 0-200 su 100 ml
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 27
Tabella2- Valore guida e limite per i parametri derogabili dalle Regioni.
PARAMETRI
unit di
misura
Valore guida
(ex tab.1)
Valore limite per
parametri derogabili
(D.M. 185/03)
pH 6-9,5 5,5-9,5
Conducibilit elettrica S/cm 3000 4000
Manganese mg/L 0,2 2
Solfati (come SO4) mg/L 500 1000
Cloruri mg/L 250 1200
Azoto ammoniacale (NH4) mg/L 2 15
Laffnamento delle acque refue depurate, nei limiti tabellari prescritti,
controllato, assicurando la qualit delle acque ai fni del riutilizzo irriguo e
civile.
Eventuali deroghe sono ipotizzabili per i Cloruri per i quali il
DM185/2003, impone un limite di 250 mg/l. Infatti, secondo quanto previsto
dal decreto suddetto, leregionipossonoautorizzarelimitidiversidaquelli
dicuiallatabella,previoparereconformedelMinisterodellambienteedella
tutela del territorio, comunque, non superiori ai limiti per lo scarico in
acquesuperfcialidicuiallatabella3dellallegato.5delD.Lgs.152/06.
Per il parametro Cloruri la concentrazione massima (detta anche
C.M.A.), comunque, non superabile pari a 1.200 mg/l. La presenza di tale
sostanza, in concentrazioni superiori ai 250 mg/l nelle acque refue limitata
ad alcune porzioni del territorio regionale, ove lacqua distribuita per gli usi
civili potabili viene approvvigionata dalla falda e, pertanto, talvolta possiede
gi un tenore di ione cloro talora superiore al limite suddetto (cfr. in Pianodi
TuteladelleAcque Puglia).
2. Il riutilizzo delle acque refue affnate in Puglia.
La situazione esistente nel territorio regionale rivela senzaltro levolu-
zione subita nel tempo dal settore delle acque e, nello specifco, quello della
depurazione delle acque refue, nonch del parco depuratori urbani esistente.
facile accorgersi, ancora oggi, che la nostra regione ha attraversato un dif-
28 Maria crisTina De MaTTia
fcile periodo di transizione, in cui il governo regionale si impegnato nel
tentativo di ultimare tutti gli adeguamenti nei tempi previsti dalla normativa
vigente ed in base alle scadenze, dovute allo stato di emergenza ambientale
del settore idrico. Infatti, gi con riferimento al D.Lgs. 152/1999, il divieto
di recapito dei refui nelle acque sotterranee e nel sottosuolo (art.30, D.lgs.
152/99) ha evidenziato la necessit di individuare aree idonee al recapito sul
suolo (campi di spandimento), laddove non fosse possibile il collettamento
nei corpi idrici recettori superfciali (laghi, torrenti, fumi, canali e mare). Il
Ministero dellAmbiente, a valere sui fondi riguardanti la pianifcazione ed
il monitoraggio, nonch le refuenze del sistema tariffario del Servizio Idrico
Integrato, ha destinato alla Puglia diversi fnanziamenti, che hanno indotto
una intensa attivit di pianifcazione e di programmazione.
IL PIANO DI INTERVENTI URGENTI A STRALCIO - Ha rappresentato per la Puglia un
impegno importante per ladeguamento degli impianti di depurazione delle reti
fognarie e dei sistemi di collettamento, (previsto al comma 4 dellart. 141 del-
la Legge 388/2000), in considerazione delle caratteristiche del territorio e delle
soluzioni impiantistiche adottate per i sistemi depurativi prima dellentrata in
vigore del D.Lgs. 152/99.
Finalit prioritaria del piano stata quella, infatti, di adempiere agli obblighi
comunitari in materia di fognatura, collettamento e depurazione di cui agli art.
27, 31 e 32 del D.Lgs. 152/99. Le modalit di adeguamento delle strutture di
depurazione che recapitano in corsi dacqua superfciali, ma soprattutto di quelli
recapitanti nel sottosuolo, in funzione della potenzialit nominale degli stessi,
devono rispettare dei tempi prestabiliti che prefgurano come termine ultimo,
mediante le proroghe decretate, il 31 dicembre 2005. Pertanto, la situazione at-
tuale rivela le caratteristiche di un periodo di transizione nel tentativo di ultimare
tutti gli adeguamenti nei tempi previsti.
IL PIANO DIRETTORE-Questo documento ha espletato linsieme delle prime di-
rettive in merito alla pianifcazione relativa alla tutela delle acque nelle more
di attuazione del vero e proprio Piano di Tutela delle Acque a sensi del d.lgs.
152/99 e che, con il Pianodiinterventiurgenti, ha messo in moto le operazioni
di raccolta e integrazione delle informazioni storiche del Settore acque in rela-
zione a tutto il territorio regionale.
IL PIANO DAMBITO - Le Disposizioni in materia di risorse idriche hanno riguar-
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 29
dato perlopi la organizzazione dellATO Unico Puglia messa in atto dalla Re-
gione insieme al Gestore del Servizio Idrico Integrato (AQP Spa) e allAutorit
dAmbito (AATO) attraverso il Piano dAmbito stesso. Il Piano teso alla rea-
lizzazione di una serie di signifcativi interventi di adeguamento degli impianti di
depurazione e potabilizzazione, di rinnovo delle reti e manutenzione straordina-
ria delle reti fognanti e di quelle acquedottistiche, mirando alla diminuzione delle
perdite nelle reti acquedottistiche, nonch ad un adeguato approvvigionamento
idrico. La maggioranza dei progetti inseriti nel Piano dAmbito sono quelli che
il Gestore aveva preordinato nel proprio piano operativo triennale 2003-2005,
sottoposto allapprovazione dellAATO. La costituzione della AATO ha visto il
coinvolgimento nella relativa convenzione di tutti i 258 comuni pugliesi.
Nella met di marzo del 2003, lOrdinanza che ha siglato laccordo
di programma tra Governo e Regione Puglia per la tutela delle acque e la
gestione delle risorse idriche ha previsto una serie di investimenti destinati
a soddisfare il bisogno idrico della regione, adeguare le reti idriche e le in-
frastrutture fognarie e depurative, tutelare e ridurre linquinamento dei corpi
idrici superfciali e sotterranei fno ad eliminare gli scarichi di sostanze pe-
ricolose. A questi si aggiungono gli investimenti destinati a monitorare le
acque, a promuoverne il risparmio e a riutilizzare le acque refue depurate.
Molti fnanziamenti provengono dal vecchio POR (Programma Operativo
Regionale) 2000-2006, oggi dal PO-FESR 2007-2013, mentre una altra quo-
ta parte deriva da stanziamenti previsti dalla L. 388/2000, dalla L. 488/2001
del Ministero dellAmbiente o, ancora, da vecchie ordinanze, per lemergen-
za idrica in Puglia, come quelli ricavati dallOPCM n. 3184 del 22 marzo
2000.
Le modalit di adeguamento del sistema di depurazione richiedono, tra
laltro, tempi lunghi e spesso di non facile soluzione, soprattutto in una regio-
ne come la Puglia, che, certamente, non vanta una particolare rete idrografca
e spesso i defussi superfciali di acque piovane o gli scarichi vari rappre-
sentano lunica alimentazione per il naturale decorso di acque negli alvei
torrentizi. questo, soprattutto, il caso di alcune aree della regione, in passato
sede di grandi fumi, defnite da incisioni profonde della superfcie (lame o
gravine) ed oggi ambto recapito fnale degli impianti di depurazione per
alcuni comuni situati nellentroterra.
30 Maria crisTina De MaTTia
Il sistema di depurazione comunale non ha raggiunto ancora oggi, per
quanto detto, uno stato ottimale di conformit, per quanto riguarda i recapiti
fnali autorizzati dalla legge (il sottosuolo non pi ammesso) e, purtroppo,
nemmeno per il rispetto dei valori limite previsti per i parametri caratteristi-
ci dello scarico urbano. Ci si riscontra, in genere, l dove le scelte passate,
avvalendosi di tecnologie superate e non pi ammodernate, rischiano di far
cadere i Comuni e la Regione in procedure di infrazione comunitaria da parte
dellUnione Europea, con conseguenti sanzioni che penalizzano i gi scarni
bilanci pubblici.
Per superare i ritardi, la Regione, attualmente, insieme alla Autorit
dellAmbito Territoriale Ottimale (A.ATO) ed al Soggetto Gestore del Ser-
vizio Idrico Integrato (lAcquedotto Pugliese) e con il supporto tecnico di
controllo dellARPA Puglia, ha messo in campo una serie di iniziative per
valutare lo stato di fatto del parco depuratori urbani sia a livello di verifca
impiantistica dei processi di trattamento che di compatibilit dei recapiti f-
nali prestabiliti, con lintento di individuare idonee integrazioni o alternative
ammissibili.
Principale preoccupazione nellaccertamento delle conformit, attual-
mente, riguarda il tipo di recapiti fnali degli impianti di depurazione. Sono
in corso di adeguamento, gli ultimi impianti che immettono ancora leffuente
depurato in sottosuolo; situazione emergente, soprattutto, nelle province di
Brindisi e Lecce. Il particolare periodo transitorio di adeguamento del parco
depurativo, prorogato di anno in anno fno al termine del periodo di com-
missariamento per lemergenza ambientale acque (a fne dicembre 2010), ha
indotto a particolari cambiamenti per quanto concerne il sistema dei processi
di depurazione, con lintroduzione in alcuni impianti di nuove tecnologie di
trattamento (come quelle che utilizzano Ozono, le MBR, ecc.) ed i nuovi in-
dicatori di settore ne rilevano lalta effcacia.
In Puglia, dunque, si pu contare su un sistema di impianti di depura-
zione esistente in numero considerevole, che nel tempo si sta consolidando
tra depuratori che risultano essere in funzione a regime (con recapito fnale a
norma di legge) e quelli per cui si preferita la dismissione con la messa in
esercizio di nuovi depuratori urbani per taluni casi specifci.
La pianifcazione regionale in atto sul riutilizzo delle acque refue recu-
perate ha come obiettivi:
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 31
a) apportare vantaggi diretti in termini di risparmio quantitativo e, indi-
retti, in termini di minor impatto qualitativo degli effuenti, comunque,
sversati;
b) migliorare lequilibrio del sistema idrico;
c) descrivere la completa fliera del riutilizzo: il trattamento dei refui con
annesso affnamento, leventuale accumulo dei refui affnati, linter-
connessione con la rete fnale di distribuzione delle acque affnate e
lutilizzo fnale;
d) individuare le caratteristiche principali degli impianti di trattamento e
delle reti di distribuzione da destinare prioritariamente al riutilizzo dei
refui.
Le reti di adduzione per le acque da riutilizzare, per luso di tipo civile,
devono essere separate da quelle potabili, richiedendo, pertanto, la messa in
atto di un lungo processo di costruzioni nellambito delle infrastrutture e degli
edifci abitativi; come gi detto di pi immediata fattibilit senzaltro, inve-
ce, il riuso di tipo irriguo o quelloindustriale.
Ruolo fondamentale nella realizzazione del recupero di volumi da riu-
tilizzare e da destinare al riuso irriguo o industriale, ricopre la pianifcazione
di scenari futuri che possono concretizzarsi attraverso una corretta program-
mazione e progettazione degli interventi, lesercizio e la gestione sia degli
impianti di depurazione urbani che di quelli di affnamento connessi.
La Regione Puglia ha attuato i primi adempimenti con lattivit del
Commissario Delegato per lEmergenza Ambientale Acque in Puglia (2000-
2010), con la realizzazione di uno studioperilriutilizzodelleacquerefue
affnatenellaregionePuglia (2002) detto anche Pianostraordinarioperil
riusodelleacquerefuecondotta da ricercatori del Politecnico di Bari e dalla
struttura commissariale, che hanno verifcato, in base al parco depuratori ur-
bani, la possibilit di recupero di alcuni volumi di acqua refua depurata entro
tempi relativamente brevi per un ammontare del 52% del refuo prodotto;
successivamente, si sono raggiunte le prime disposizioni al fne di adeguare o
realizzare i relativi impianti di affnamento gi esistenti o progettati a seguito
delle programmazioni e pianifcazioni in corso dopera.
32 Maria crisTina De MaTTia
iL Piano sTraorDinario Per iL riuso DeLLe acque reFLue DePuraTe
I contenuti dello studio condotto per la Regione Puglia, su incarico del Ministero
dellAmbiente e Tutela del territorio - Direzione per la qualit della vita, da parte
della Sogesid Spa, in collaborazione con professionisti e accademici del Politec-
nico di Bari, vertono sulla
defnizionedegliinterventinecessariperlottimizzazionetecnica,economicae
funzionaledelrecuperodelleacquerefueaifnidellororiutilizzo.Lo studio
stato articolato in differenti fasi per livelli di approfondimento su:
- identifcazione delle aree di domanda e confronto con i punti di offerta (di ac-
que da utilizzare);
- analisi delle migliori tecniche di affnamento dei refui;
- analisi dei costi di affnamento e gestione degli impianti con tale processo;
- identifcazione dei progetti che sono risultati potenzialmente realizzabili;
- analisi di alcuni casi studio.
Esso si compone di diversi Tomi ciascuno dei quali tratta i seguenti argomenti
specifci:
Il riuso dei refui depurati
Processi e tecnologie per il miglioramento qualitativo dei refui urbani depu-
rati ai fni del riuso
Vincoli tecnici, agronomici ed ambientali per il riuso a scopo irriguo dei
refui urbani depurati
Defnizione e dimensionamento dei trattamenti integrativi ai fni del riuso dei
refui urbani depurati
Analisi dei costi dei trattamenti integrativi ai fni del riuso dei refui urbani
depurati
Valutazioni tecnico-economiche per il riuso dei refui urbani depurati
Analisi delle componenti di costo per le valutazioni tecnico-economiche per
il riuso dei refui urbani depurati
Casi studio per il riuso dei refui urbani depurati di alcuni centri urbani signi-
fcativi della Puglia.
I casi studio condotti su alcuni impianti di trattamento nelle province di Bari,
Brindisi, Foggia e Lecce hanno evidenziato la possibilit, in tempi relativamente
brevi, di un riutilizzo in totale pari al 52% delle acque refue depurate corrispon-
dente a 27,84 Milioni di mc in volume recuperabile.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 33
Nelle more dapprovazione del Piano di Tutela delle Acque della Pu-
glia, infatti, la Regione disponeva, con la DeliberazionedellaGiuntaRegio-
nalen.662del23maggio2006
3
, i primi provvedimenti in materia di riuti-
lizzo delle acque refue depurate. Con tale deliberazione, dunque, venivano
defnite con precisione le possibilit di reimpiego sia attraverso processi gi
esistenti per il riuso industriale ed irriguo sia per altri depuratori urbani da
integrare con affnamento attraverso interventi specifci, di cui pu prendersi
visione, in particolare, nei due elenchi-tabelle in allegato alla deliberazione
dalla seguente denominazione:
1- Impiantidiaffnamentogirealizzati ovvero trattasi di impianti,
per processo di affnamento, idonei a licenziare acque per il riuso irriguo e per
i quali esisteva gi un comprensorio attrezzato destinato a ricevere tali refui,
anche per il comparto industriale. Tra essi vi erano gi previsti affnamenti
in provincia di Bari connessi ai depuratori urbani: Bari Est, Bari Ovest, Con-
versano, Castellana Grotte, Andria, Alberobello, Molfetta.
2- Impiantidiaffnamentoincorsodirealizzazionee/odiadeguamento
Tra questi vi erano previsti affnamenti in provincia di Bari, per il solo riu-
so irriguo, connessi ai depuratori urbani: Andria, Barletta, Castellana Grotte,
Molfetta.
I concetti affrontati nelle prime disposizioni regionali sul riutilizzo tro-
vano conferma nella LeggedellaRegionePuglian.27del21ottobre2008
4
,
allart.1, lettera b), che modifcava quanto previsto dagli adempimenti regio-
nali seguiti alla Legge Galli.
Principali norme regionali integrative in tema di riutilizzo delle acque
refue depurate sono quelle contenute nel PianodiTuteladelleAcquedella
regione Puglia, ed in particolare, oltre a misure di intervento fgura lim-
portante Disciplinadegliimpiantidiriutilizzodelleacquerefuedepurate,
che racchiude le prime diposizioni relative al controllo ed alla gestione degli
impianti di recupero.
3
D.G.R.n.662del23maggio2006 Regolamentorecantenormetecnicheperilriutilizzodelleac-
querefueapprovatocondecretodelMinisterodellAmbienteedellaTuteladelTerritorion.185/03.
Adempimenti Pubblicata sul Bollettino Uffciale della Regione Puglia (BURP) n. 67 del 1giugno
2006.
4
Legge della Regione Puglia n. 27 del 21 ottobre 2008 Modifcheeintegrazioniallaleggeregionale
6settembre1999,n.28(Delimitazionedegliambititerritorialiottimaliedisciplinadelleformeedei
modidicooperazionetraglientilocali,inattuazionedellalegge5gennaio1994,n.36).
34 Maria crisTina De MaTTia
iL Piano Di TuTeLa DeLLe acque DeLLa regione PugLia
Con il P.T.A. (Piano di Tutela delle Acque) della Regione Puglia stata pianif-
cata la disciplina relativa alla tutela delle acque, ai sensi dellart.121 del D. Lgs.3
aprile 2006, n. 152. Prima adottato e, ad oggi, approvato defnitivamente con la
Deliberazione del Consiglio Regionale n.230 del 20 ottobre 2009, a seguito della
D.G.R. del 4 agosto 2009, n. 1441.
Il P.T.A. Puglia contiene nellAllegato.2 alla Deliberazione di approvazione
n.1441/2009, le LineeGuida per la realizzazione dei Regolamenti Regionali
su alcuni argomenti di specifco interesse tra cui:
Disciplina scarichi di acque refue domestiche o assimilate per insediamenti
inferioriai10.000AE,
Disciplinadelleacquemeteorichedidilavamentoediprimapioggia
Disciplinadegliimpiantidiriutilizzodelleacquerefuedepurate
Tra esse fgura limportante Disciplinadegliimpiantidiriutilizzodelleacque
refuedepurate, che racchiude le prime diposizioni relative alla gestione degli
impianti di recupero.
Con esso sono state introdotte specifcazioni sul tema del riutilizzo delle ac-
que refue depurate, rispetto a quelle riportate nel Decreto Ministeriale (D.M.)
n.185/2003, in relazione alle caratteristiche del territorio ed alla gestione del
Servizio Idrico Integrato (SII) pugliese.
Particolare rilievo da attribuirsi, infatti, ai recapiti fnali individuati come
destinazione fnale alternativa al riutilizzo, qualora il riuso non debba avvenire
per disponibilit superiore e nei casi di stati demergenza.
Nel PTA Puglia vi lAllegato14.01 Riusodellarisorsaidrica, in cui viene
esposto lo stato di attuazione del riuso in Puglia e le proposte di intervento, la
Stima dei volumi idrici recuperabili, la Gestione degli impianti di riuso ed i Va-
lori limite per il riutilizzo delle acque refue in Puglia. Inoltre, la Tabella1.1 del
medesimo allegato contiene un Elencoimpiantididepurazionegiattrezzatiper
ilriusoeimpiantioggettodipropostaperlaffnamento, che ricalca quello gi
Deliberato in precedenza, perseguendone gli stessi orientamenti.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 35
2.1. La pianifcazione di scenari futuri nelle province pugliesi
La Regione Puglia ha ripreso nel PTA Puglia, la trattazione delle dispo-
sizioni gi presenti nella D.G.R. n. 662 del 23 maggio 2006 citata, aggiun-
gendo la specifca lineaguida (in allegato alla DGR n 1441/2009), al fne di
individuare un elenco di impianti depurativi, i cui scarichi fnali sono idonei
per essere destinati al recupero ed al successivo riutilizzo dei refui depurati
prodotti, ai sensi del Decreto Min. Ambiente 185/2003.
Al riguardo, la previsione di riuso dei refui, indicata sulla base degli
impianti di depurazione esistenti in ogni provincia attraverso i processi di
affnamento previsti (in alcuni casi ancora in costruzione), risulta piuttosto
bassa, sia in numero che in percentuale rispetto al totale degli impianti; tutta-
via il riuso sta assumendo valore certamente signifcativo per sviluppare una
corretta politica del riutilizzo delle acque come pu individuarsi facilmente
dalle elaborazioni in Figura 1 e Figura 2 riportate di seguito.
Figura 1. Numero di depuratori urbani esistenti disposti per il riuso dei refui affnati. Fonte: Elaborazione
dati in Deliberazione G.R. n. 662 del 23 maggio 2006 e PTA Puglia.
36 Maria crisTina De MaTTia
In Puglia, da alcuni anni in esercizio un effcace sistema di affnamen-
to per la riutilizzazione delle acque refue urbane in agricoltura; precisamente
si tratta di un impianto di affnamento realizzato a Fasano (BR), nel 2001, con
accumulo e distribuzione fnalizzati al riuso delle acque refue urbane a sco-
po irriguo. Questo preleva, completamente o in parte, le acque in uscita dal
presidio depurativo e destinate allo scarico a mare al fne di conferire il grado
di qualit imposto dalla normativa vigente (D.M. 185/03; D.Lgs. 152/06) e
richiesto per il successivo riutilizzo in agricoltura. Per la corretta gestione
dellimpianto, ha assunto un ruolo fondamentale la struttura della domanda
irrigua da cui dipende il ruolo funzionale dei processi di trattamento ed accu-
mulo ed i relativi costi specifci di acqua affnata e consegnata alle utenze. La
dinamica dei costi risultata fortemente condizionata dai volumi mensili di
acqua affnata ed erogata e, dai volumi annuali considerati nella logica della
gestione annuale del servizio (Figura 3).
da evidenziare come nel corso del triennio il costo annuale reale del
servizio al punto di consegna delle utenze sia diminuito, passando da 0,93 /
mc nel 2005 agli attuali 0,3 /mc, di cui circa 0,15 /mc, rappresenta il costo
specifco di affnamento.
Figura 2. Percentuale di impianti depurativi esistenti disposti per il riutilizzo dei refui urbani. Fonte:
Elaborazione dati Piano dAmbito dellATO Puglia.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 37
Le previsioni, in condizione limite strutturale di funzionamento, in me-
dia individuano tali costi rispettivamente in 0,25 /mc e in 0,10 /mc (cfr.
nel PianodiTuteladelleAcque).
Allo stato attuale, sul costo reale al metro cubo, il costo specifco di
affnamento sostenuto dalle utenze ed i costi energetici e di manutenzione
straordinaria sono sostenuti dallAmministrazione Comunale di Fasano.
Nelle attuali condizioni del sistema (erogazione diretta a domanda)
limpianto pu sostenere, senza raggiungere il limite strutturale, una doman-
da di acqua affnata fno ad un massimo di circa 1.000.000 mc/anno
5
(cfr. nel
PianodiTuteladelleAcque).
La concretizzazione, dunque, di una corretta forma di riuso delle acque
in Puglia si potr tradurre nel tempo in una eloquente risposta allo stato di
defcit del bilancio idrico regionale. Pertanto, lintroduzione in futuro di un
regolamento regionale che possa ben disciplinare le iniziative al riguardo rap-
presenterebbe, attualmente, linizio del monitoraggio di un quadro di risposte
che la Regione ha messo, ormai, in campo a seguito dellemergenza ambien-
tale di settore, i cui interventi dovranno concludersi entro giugno 2011.
5
Informazioni ricevute dalla Regione e tratte dal PianodiTuteladelleAcque della regione Puglia.
Figura 3. Andamento del costo specifco della risorsa idrica affnata.
38 Maria crisTina De MaTTia
Sulla base di tali considerazioni la pianifcazione di tali scenari futu-
ri nelle province pugliesi assumer importanza e, soprattutto, dar i risultati
sperati soltanto se il mondo agricolo risponder positivamente impiegando la
risorsa idrica alternativa derivante dalla depurazione delle acque refue urba-
ne prodotte dalla popolazione.
Alla luce di quanto detto, infatti, anche enti come le Province hanno un
ruolo fondamentale, sia nelle fasi procedurali di autorizzazione agli scarichi
e, quindi, nel sostenere corrette prescrizioni per i processi di trattamento e
affnamento dei refui, sia in quelle di vigilanza da parte del corpo di polizia
provinciale, nonch di verifca delle scelte proposte, onde valutare le oppor-
tunit che ne possono derivare in termini di funzionamento dellintera fliera
del riutilizzo sopradetta.
Anche le iniziative dei Comuni in tali prospettive non devono mancare,
contribuendo sia in veste di gestore di impianti
6
, che come ente cittadino per
la sensibilizzazione e promozione del riutilizzo dei refui non solo nellagri-
coltura, ma anche nel settore civile con lintroduzione di disposizioni nella
programmazione e pianifcazione urbanistica e settoriale a livello comunale.
Una importante conseguenza positiva nella realizzazione del riutiliz-
zo in Puglia, come lo stesso Piano di Tutela delle Acque regionale ribadisce,
rappresentata dalla riduzione degli scarichi inquinanti. Essendo, infatti, lo
scarico delle acque refue depurate unattivit ineliminabile, il loro riuso per
lirrigazione delle colture agrarie, costituirebbe una mitigazione dellimpatto
e fornirebbe un apporto spesso rilevante al soddisfacimento dei fabbisogni
idrici non potabili.
3. I vantaggi nel riutilizzo di acque refue depurate
noto, innanzitutto, che la Puglia non una regione ricca di corpi idri-
ci; lapporto proprio del territorio pugliese ai volumi di risorsa idrica impie-
gati nella distribuzione idropotabile stato spesso limitato alle sole acque
sotterranee di cui la falda profonda ricca, mentre in generale lAcquedotto
pugliese, nellambito del SII, gestisce acque interregionali per assicurare alla
6
Alcuni pochi depuratori urbani, ad oggi, nella regione Puglia sono ancora in gestione ai Comuni
proprietari.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 39
regione Puglia lapprovvigionamento idrico idoneo. Tutto ci ha indotto, ad
oggi, un devastante depauperamento di acqua dolce dei corpi idrici sotterra-
nei, con aggravio del loro stato qualitativo nel tempo, sempre pi contraddi-
stinto da critici fenomeni di intrusione salina (di acque dal mare) nelle falde
idriche superfciali e profonde (DeMattiaMossa,2007).
La tutela quantitativa delle risorse idriche dettata anche dallart. 95,
comma 1, del D.Lgs. 152 del 2006, concorre al raggiungimento degli
obiettividiqualitattraversounapianifcazionedelleutilizzazionidelleac-
quevoltaadevitareripercussionisullaqualitdellestesseeaconsentireun
consumoidricosostenibile. Troppo volte e troppo facilmente viene utilizza-
to il termine sostenibile, oggi divulgatosi in qualsiasi settore, ma se c un
comparto davvero risentito, in cui vi necessit in Puglia di parlare in termini
di sostenibilit, proprio quello idrico.
Le misure di intervento previste nel Piano di Tutela delle Acque del-
la Puglia riservano, ancora, particolare attenzione al raggiungimento degli
obiettivi di qualit posti in essere dalle norme vigenti, contribuendo:
a) alla tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche;
b) alla riduzione dei prelievi dalle acque superfciali e sotterranee e alla
riduzione degli impatti sui corpi idrici recettori.
Il riutilizzo di acque refue depurate, pianifcato ed in corso di attuazio-
ne in Puglia, se condotto e concretizzato in maniera effcace, consente di sop-
perire a diverse esigenze tipiche del nostro tempo e del nostro territorio: da
un lato di reperire fonti idriche alternative per fronteggiare la riduzione delle
disponibilit di risorsa idrica e dallaltro di ridurre le ripercussioni ambientali,
evitando cos che il carico inquinante delle acque refue possa portare ad ul-
teriore degrado ambientale (nel qual caso vengano scaricate in recapiti fnali
convenzionali).
La Regione, in tal modo, per il nostro territorio ad alta vocazione agri-
cola, nello scenario futuro potrebbe far fronte sempre alla domanda dacqua
utile a garantire un costante processo produttivo nellagricoltura, senza per
questo necessariamente privare o limitare lofferta nel sistema idrico di ero-
gazione dei volumi di risorsa idrica da destinare al consumo umano.
40 Maria crisTina De MaTTia
4. Conclusioni
Quanto mai oggi, necessario soffermarsi sui rischi potenziali ma di
breve periodo e sulle conseguenze derivanti dal mancato compimento degli
interventi prospettati negli scenari futuri oggetto di pianifcazione. Fonda-
mentale importanza, in prospettiva, riveste la conoscenza delle tematiche qui
affrontate ed il superamento di dubbiosit o incertezze nel riutilizzo di acque
refue depurate, soprattutto nel mondo agricolo, che in larghe fasce appare
ancora molto scettico nel reimpiego di tali acque nella irrigazione.
Le disposizioni vigenti e quelle regionali che sono allo studio in adem-
pimento alle lineeguida del PTA Puglia, non possono che rivolgere grande
attenzione sullargomento, al fne di assicurare la disponibilit di una risorsa
idrica alternativa, garantendo sempre il consumatore sia dal punto di vista
quali-quantitativo che da quello gestionale, individuando adeguatamente tutti
i soggetti coinvolti nel sistema da mettere in atto, dai controlli alla distribu-
zione attraverso corrette responsabilit.
Riutilizzodelleacquerefuedepurate 41
Bibliografa
Testi della normativapubblicatain materia di Acque, nazionale e regionale: D.M.
185/2003, D.G.R. Puglia n. 662 del 23 maggio 2006, Piano di Tutela delle Acque
Puglia, ecc.
M.C. De Mattia , M. Mossa, Ilsistemaidricopuglieseelaqualitelasalvaguardia
delleAcquesotterraneealfnedelloroutilizzoinmomentidicrisidiapprovvi-
gionamento, Atti dei Convegni Lincei della VII Giornata Mondiale dellAcqua,
22 marzo 2007, Roma - Convegno La Crisi dei sistemi idrici: approvvigiona-
mento agro-industriale e civile - Accademia Nazionale dei Lincei.
REGIONE PUGLIA - Programma regionale di Tutela Ambientale 2003-2006 -
BURP n. 19, del 02.02.2005 e sue modifche ed integrazioni successive.
AA.VV. ARPA PUGLIA - RelazionesullostatodellAmbiente2004 - Martano Edi-
tore - Estratti da capitolo2. ciclodelleAcque, Autore M.C. De Mattia, (pagg.
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SOGESID S.p.A, PianoDirettore(a stralcio del Piano di Tutela delle Acque) della
Regione Puglia - Commissario Delegato per lEmergenza Ambientale, 2002.
SOGESID S.p.A-AQP, Legge n. 388/2000 art.141 comma 4-Programma di inter-
ventiurgentiastralcio, Regione Puglia - Commissario Delegato per lEmergenza
Ambientale, 2002.
Sitografa
www.regione.puglia.it
www.arpa.puglia.it
www.aatopuglia.it
FiLoMena Lacarbonara
Utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura:
normativa di riferimento e prospettive future
soMMario: 1. normativa di riferimento; 1.1. norme tecniche; 1.2. connessioni con la disciplina dei
rifuti;2.Lutilizzodeifanghiinagricoltura;2.1.Destinazionedeifanghi;2.2.Problematicheeoppor-
tuinit;2.3.GliimpattielasituazioneinPuglia;3.Indirizziperlapianifcazioneeprospettivefuture;
3.1.IlTavoloTecnicoregionale;4.conclusioni.
1. Normativa di riferimento
Lutilizzo di fanghi derivanti dal processo di depurazione delle acque
refue sui terreni coltivati una pratica incoraggiata dalla normativa comu-
nitaria sin dal 1986, anno di emanazione della Direttiva86/278/cEEconcer-
nentelaprotezionedellambiente,inparticolaredelsuolo,nellutilizzazione
deifanghididepurazioneinagricoltura, il cui atto di recepimento in Italia
rappresentato dal D. Lgs. 27.01.1992 n. 99. Tale decreto regola le condizioni
e le modalit di utilizzo in agricoltura dei fanghi prodotti dal processo di de-
purazione dei refui provenienti da insediamenti civili e produttivi e fssa le
limitazioni nelle caratteristiche agronomiche e microbiologiche degli stessi
(contenuto massimo di metalli pesanti Cd, Cu, Ni, Pb, Zn, Hg e Cr e conte-
nuto minimo di elementi nutritivi N e P totali) per ridurre al minimo i rischi
legati alla possibilit che sostanze pericolose possano entrare nella catena
alimentare o inquinare il suolo.
I requisiti essenziali per lutilizzo dei fanghi su suolo agricolo sono:
- un preliminare trattamento (ossia un processo di stabilizzazione atto a
contenere / eliminare i possibili effetti igienico-sanitari);
- lidoneit a produrre un effetto concimante e/o ammendante e corretti-
vo del terreno;
- lassenza di sostanze tossiche e nocive e/o persistenti e/o bioaccumu-
labili in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture, per gli
44 FiLoMena Lacarbonara
animali, per luomo e per lambiente in generale;
- adeguate caratteristiche dei fanghi (Allegato I B del Decreto);
- adeguate caratteristiche del terreno (Allegato I A).
Nella tabella seguente sono indicate, estratte dagli allegati al Decreto,
le concentrazioni massime di metalli pesanti consentite nei fanghi prima del
loro spandimento su suolo e le relative caratteristiche dei terreni oggetto di
tale spandimento.
Concentrazioni massime in metalli pesanti consentite (mg/Kg s.s.)
(D.Lgs.99/92)
Elemento Allegato I A (Suoli) Allegato I B (Fanghi)
Cadmio 1,5 20
Mercurio 1 10
Nichel 75 300
Piombo 100 750
Rame 100 1000
Zinco 300 2500
Mentre le analisi sui fanghi vanno effettuate ogni qualvolta interven-
gano cambiamenti sostanziali nella qualit delle acque trattate e, comunque,
almeno:
ogni 3 mesi per impianti > 100.000 A.E.
ogni 6 mesi per impianti < 100.000 A.E.
1 volta allanno per impianti < 5.000 A.E.
secondo il protocollo analitico fssato nellallegato B al Decreto.
Le analisi per i terreni, da effettuare preventivamente allutilizzazione
degli stessi, devono accertare la rispondenza ai parametri indicati nellallega-
to II A e devono essere ripetute almeno ogni tre anni.
Inoltre, con le seguenti caratteristiche dei suoli:
- capacit di scambio cationico (C.S.C.) superiore a 15 meq/100 gr
- pH compreso tra 6,0 e 7,5
i fanghi possono essere applicati su terreni in dosi non superiori a 15 ton/
ettaro di sostanza secca nellarco di un triennio.
Al variare delle condizioni di pH e C.S.C. varia anche la quantit am-
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 45
missibile di fanghi in un suolo agrario. Infatti, in caso di utilizzazione di fan-
ghi su terreni il cui pH sia inferiore a 6 e la cui C.S.C. inferiore a 15, per
tenere conto dellaumentata mobilit dei metalli pesanti e del loro maggiore
assorbimento da parte delle colture, i quantitativi di fango utilizzato devono
essere diminuiti del 50%. Al contario, nel caso in cui il pH del terreno sia
superiore a 7,5 i quantitativi di fango utilizzato possono essere aumentati del
50%.
Nel decreto sono fssati una serie di divieti. vietato applicare i fanghi
ai terreni:
a) allagati, soggetti ad esondazioni e/o inondazioni naturali, acquitrinosi o
con falda acquifera afforante, o con frane in atto;
b) con pendii maggiori del 15% limitatamente ai fanghi con un contenuto
in sostanza secca inferiore al 30%;
c) con pH minore di 5 e con C.S.C. minore di 8 meq/100 gr;
d) destinati a pascolo, a prato-pascolo, a foraggere, anche in consociazio-
ne con altre colture, nelle 5 settimane che precedono il pascolo o la
raccolta di foraggio;
e) destinati allorticoltura e alla frutticoltura i cui prodotti sono normal-
mente a contatto diretto con il terreno e sono di norma consumati crudi,
nei 10 mesi precedenti il raccolto e durante il raccolto stesso;
f) quando in atto una coltura, ad eccezione delle colture arboree;
g) quando sia stata comunque accertata lesistenza di un pericolo per la
salute degli uomini e/o degli animali e/o per la salvaguardia dellam-
biente.
Il D.Lgs. 99/92 stabilisce che siano le Regioni ad autorizzare le attivit
di raccolta, trasporto, stoccaggio, condizionamento ed utilizzazione dei fan-
ghi in agricoltura, oltre a stabilire ulteriori limiti e condizioni di utilizzazione
in agricoltura per i diversi tipi di fanghi in relazione alle caratteristiche dei
suoli, ai tipi di colture praticate, alla composizione dei fanghi, alle modalit
di trattamento.
Lutilizzo agronomico dei fanghi soggetto ad autorizzazione regionale.
Con la L.R. n. 29/95 la Regione Puglia ha delegato le Province ad auto-
rizzare lo spandimento dei fanghi nel territorio di competenza.
46 FiLoMena Lacarbonara
L.R.29/95-Eserciziodellefunzioniamministrativeinmateriadi
utilizzazionedeifanghididepurazioneinagricolturaattraversole
Amministrazioniprovinciali.
ammessa lutilizzazione dei fanghi in agricoltura allorch si verifcano le con-
dizioni di cui all art. 3 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, nonch
quando il valore residuo dei solidi volatili del fango non risulti superiore al 68%
di quello totale ovvero quando sia stato ridotto il contenuto in solidi volatili in
misura non inferiore al 33% degli stessi.
Oltre i divieti stabiliti dall art. 4 del D.Lgs. 99/92, vietata lutilizzazione dei
fanghi su terreni agricoli nelle aree interdette allo smaltimento cos come defnite
dalle carte tematiche del Pianoregionaledirisanamentodelleacque.
, altres, vietata l utilizzazione dei fanghi su terreni agricoli a distanze pari o
inferiori a:
- 1.000 m da captazioni idropotabili
- 500 m da captazioni idriche a qualsiasi altro uso destinate
- 200 m da corsi d acqua superfciali
- 500 m da autostrade e strade statali
- 300 m da strade provinciali
- 100 m da strade comunali
Al fne di ottenere lautorizzazione allo spandimento il richiedente deve
indicare:
a) la tipologia di fanghi da utilizzare;
b) le colture destinate allimpiego dei fanghi;
c) le caratteristiche e lubicazione dellimpianto di stoccaggio dei fanghi;
d) le caratteristiche dei mezzi impiegati per la distribuzione dei fanghi;
Lautorizzazione ha una durata massima di cinque anni.
Lutilizzatore deve notifcare, con almeno 10 giorni di anticipo, alla
Provincia ed al Comune di competenza, linizio delle operazioni di utilizza-
zione dei fanghi, indicando:
a) gli estremi dellimpianto di provenienza dei fanghi;
b) i dati analitici dei fanghi per i parametri indicati allallegato B;
c) lidentifcazione sui mappali catastali e la superfcie dei terreni sui quali
si intende applicare i fanghi;
d) i dati analitici dei terreni, per i parametri indicati allallegato A;
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 47
e) le colture in atto e quelle previste;
f) le date previste per lutilizzazione dei fanghi;
g) il consenso allo spandimento da parte di chi ha il diritto di esercitare
attivit agricola sui terreni sui quali si intende utilizzare fanghi;
h) il titolo di disponibilit dei terreni ovvero la dichiarazione sostitutiva di
atto di notoriet.
NormeRegionaliintegrativeintemadiutilizzazionedeifanghiinagricoltura
Con la disciplina della Condizionalit (D.G.R. n. 2460/2008) sono state intro-
dotte modifche e limitazioni alluso dei fanghi in agricoltura rispetto a quelle
riportate nel D.Lgs. 99/1992 e nella L.R. 29/1995.
In particolare, la quantit di fango utilizzabile deve essere valutata in funzione di
diversi parametri, quali la profondit dello strato arabile e le frazioni di scheletro.
Sono richieste lacquisizione preventiva dellautorizzazione del proprietario del
terreno ed una relazione da parte di personale qualifcato attestante le caratte-
ristiche del terreno. Inoltre, le analisi devono essere eseguite presso laboratori
accreditati, con procedure riportate nel D.M. n. 185/1999.
Occorre anche tener conto di altre disposizioni regionali che si sono aggiunte a
quelle specifcatamente indirizzate ai fanghi di depurazione e che, comunque, ne
disciplinano lutilizzo.
La DGR n. 19/2007 Programma dazione per le zone vulnerabili da nitra-
ti. Attuazione della Direttiva 91/676/cEE relativa alla protezione delle acque
dallinquinamentodanitratiprovenientidafontiagricole nella Parte II pro-
gramma dazione ha sancito dei divieti.
1. Lutilizzo di liquami e dei materiali ad essi assimilati, nonch dei fanghi de-
rivanti da trattamenti di depurazione di cui al decreto legislativo n. 99 del 1992
vietato:
a) entro 10 m di distanza dalle sponde dei corsi dacqua superfciali, ad esclusio-
ne dei canali arginati;
b) entro 30 m di distanza dallinizio dellarenile per le acque lacuali, marino-
costiere e di transizione, nonch dai corpi idrici ricadenti nelle zone umide indi-
viduate ai sensi della Convenzione di Rarnsar del 2 febbraio 1971;
c) sulle superfci non interessate dallattivit agricola, fatta eccezione per le aree
a verde pubblico e privato e per le aree soggette a recupero e ripristino ambien-
tale;
d) nei boschi, ad esclusione delle deiezioni rilasciate dagli animali nellalleva-
mento brado;
48 FiLoMena Lacarbonara
e) sui terreni gelati, innevati, con falda acquifera afforante, con frane in atto e
terreni saturi dacqua, fatta eccezione per i terreni adibiti a colture che richiedo-
no la sommersione;
f) in tutte le situazioni in cui lautorit competente provvede ad emettere specifci
provvedimenti di divieto o di prescrizione in ordine alla prevenzione di malattie
infettive, infestive e diffusive per gli animali, per luomo e per la difesa dei corpi
idrici;
g) entro 200 m da strade e centri abitati, a meno che i liquami siano distribuiti
con tecniche atte a limitare lemissione di odori sgradevoli o vengano immedia-
tamente interrati;
h) nei casi in cui i liquami possano venire a diretto contatto con i prodotti desti-
nati al consumo umano;
i) in orticoltura, a coltura presente, nonch su colture da frutto, a meno che il
sistema di distribuzione non consenta di salvaguardare integralmente la parte
aerea delle piante;
j) dopo limpianto della coltura nelle aree adibite a parchi o giardini pubblici,
campi da gioco, utilizzate per ricreazione o destinate in genere ad uso pubblico;
k) su colture foraggiere nelle tre settimane precedenti lo sfalcio del foraggio o il
pascolamento.
2. Lutilizzo di liquami vietato su terreni con pendenza media, riferita ad
unarea aziendale omogenea, superiore al 10%; lutilizzo pu essere consentito
sui terreni con pendenza fno al 20%, in presenza di sistemazioni idraulico-agra-
rie, sulla base delle migliori tecniche di spandimento riportate nel CBPA e nel
rispetto delle seguenti prescrizioni volte ad evitare il ruscellamento e lerosione:
a) dosi di liquami frazionate in pi applicazioni;
b) iniezione diretta nel suolo o spandimento superfciale a bassa pressione con
interramento entro le 12 ore sui seminativi in pre-aratura;
c) iniezione diretta, ove tecnicamente possibile, o spandimento a raso sulle col-
ture prative;
d) spandimento a raso in bande o superfciale a bassa pressione in copertura su
colture cerealicole o di secondo raccolto.
Il Regolamento regionale 18 luglio 2008, n. 15 Regolamentorecantemisuredi
conservazioneaisensidelledirettivecomunitarie79/409/CEEe92/43/CEEe
delDPRn.357/97esuccessivemodifcheeintegrazioni allArt. 5 (Misure di
conservazione per tutte le ZPS) comma 1l) prevede: In tutte le zone ZPS fatto
divieto di:
l) utilizzo e spandimento di fanghi di depurazione, provenienti dai depuratori
urbani e industriali, con lesclusione dei fanghi provenienti dalle aziende agroa-
limentari, sulle superfci agricole e sulle superfci naturali;.
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 49
Lapplicazione dei fanghi altres vietata nelle zone di protezione speciale idro-
geologica di tipo A e B individuate nellallegato 2 della DGRn1441del4ago-
sto2009diapprovazionedelPianodiTuteladelleAcquedellaRegionePuglia,
che prevede limmediata applicazione delle norme inserite tra le prime misure
di salvaguardia nelle more dellapprovazione del piano.
1.1. Norme tecniche
Il D.Lgs. 99/92 indica una serie di norme tecniche che devono essere
assicurate per il corretto trattamento dei fanghi e ladeguata utilizzazione in
agricoltura.
1. Raccolta dei fanghi. La raccolta dei fanghi presso gli impianti di depu-
razione deve avvenire con mezzi meccanici idonei e nel rispetto delle
condizioni igieniche per gli addetti a tali operazioni e per lambiente.
2. Trasporto dei fanghi. Il trasporto dei fanghi deve essere effettuato con
mezzi idonei ad evitare ogni dispersione durante il trasferimento ed a
garantire la massima sicurezza da punto di vista igienico-sanitario. In
caso di trasporto di altri rifuti i mezzi devono essere bonifcati al fne
del successivo trasporto dei fanghi.
3. Stoccaggio dei fanghi negli impianti di produzione e/o di trattamento
e/o stoccaggio per conto terzi. Devono essere previsti adeguati sistemi
di stoccaggio predisposti in relazione allo stato fsico dei fanghi prodot-
ti ed alla loro utilizzazione.
4. Condizionamento dei fanghi. Si intende per condizionamento dei fanghi
qualsiasi operazione atta a modifcare le caratteristiche fsico-chimico-
biologiche dei medesimi in modo tale da facilitarne lutilizzazione in
agricoltura con esclusione delle operazioni proprie del ciclo fanghi ese-
guiti presso gli impianti di depurazione.
5. Stoccaggio dei fanghi presso lutilizzatore fnale. Qualora lazienda uti-
lizzatrice intenda dotarsi di un proprio impianto di stoccaggio, questo
deve avere capacit e dimensioni proporzionate sia agli ordinamenti
colturali prevalenti, sia alle caratteristiche dei fanghi.
6. Applicazione dei fanghi. I fanghi devono essere applicati seguendo le
buone pratiche agricole; durante lapplicazione o subito dopo va ef-
fettuato linterramento mediante opportuna lavorazione del terreno.
Durante le fasi di applicazione dei fanghi sul suolo, deve essere evitata
50 FiLoMena Lacarbonara
la diffusione di aerosol, il ruscellamento, il ristagno ed il trasporto del
fango al di fuori dellarea interessata alla somministrazione. In ogni
caso lapplicazione dei fanghi deve essere sospesa durante e subito
dopo abbondanti precipitazioni, nonch su superfci gelate o coperte da
coltre nevosa.
1.2. Connessioni con la disciplina dei rifuti
AllArt. 127 Fanghi derivanti dal trattamento delle acque refue della
Parte Terza del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. (Testo Unico Ambientale), con rife-
rimento al tema in oggetto, testualmente si riporta:
1. Ferma restando la disciplina di cui al decreto legislativo 27 genna-
io1992,n.99,ifanghiderivantidaltrattamentodelleacquerefuesono
sottoposti alla disciplina dei rifuti, ove applicabile e alla fne del com-
plessivoprocessoditrattamentoeffettuatonellimpiantodidepurazione.
Ifanghidevonoessereriutilizzatiogniqualvoltaillororeimpiegorisulti
appropriato.
2.vietatolosmaltimentodeifanghinelleacquesuperfcialidolciesal-
mastre.
Quindi, al termine del processo di trattamento, indipendentemente dal-
la modalit di smaltimento o riutilizzo, il fango deve essere gestito come un
rifuto e deve essere assicurata, pertanto, la tracciabilit delle varie fasi che
vanno dalla produzione al trasporto al collocamento a dimora (sia esso riuti-
lizzo o meno).
Gli impianti depurativi di refui urbani non si confgurano come im-
pianti di trattamento di rifuti, conseguentemente, al termine del processo di
trattamento dei fanghi, gli stessi devono essere allontanati con le tempistiche
indicate dalla stessa norma (art. 183 lett. bb depositotemporaneo). I fanghi
residuali dei processi depurativi, in quanto rifuti speciali non pericolosi, de-
vono essere allontanati dal luogo di produzione con cadenza almeno trime-
strale, indipendentemente dal quantitativo in deposito, o quando il quantita-
tivo prodotto ha raggiunto i 30 mc. In ogni caso il deposito temporaneo non
pu avere durata superiore ad un anno.
In quanto rifuto, il fango deve essere classifcato secondo la codifca
(C.E.R.) riportata nellElenco dei Rifuti istituito dallUnione Europea con la
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 51
Decisione 2000/532/Ce e recepito in Italia a partire dal 1 gennaio 2002 in
sostituzione della precedente normativa.
Lelenco dei rifuti riportato nella Decisione 2000/532/Ce stato tra-
sposto successivamente nel D.Lgs. 152/2006, Parte Quarta, Allegato D.
Il Catalogo Europeo dei Rifuti (CER) un elenco armonizzato di
rifuti, oggetto di periodica revisione. Il CER contiene tutte le tipologie di
rifuti, urbani e speciali, pericolosi e non pericolosi. Ogni rifuto ricompreso
nellelenco classifcato con un codice numerico a 6 cifre (codice C.E.R.):
le prime due cifre individuano le categorie industriali o i tipi di attivit
che hanno generato i rifuti;
le seconde due cifre individuano i singoli processi allinterno delle ca-
tegorie industriali o attivit che hanno generato il rifuto;
le ultime due cifre individuano la singola tipologia del rifuto generato.
Per i fanghi provenienti dal processo di depurazione delle acque refue
il codice identifcativo il 19, le successive cifre stanno ad indicare le tipolo-
gie di trattamento che hanno appunto prodotto le varie tipologie di fango (ad
es., il CER 190805 indica i fanghi originati dal trattamento delle acque refue
urbane).
19
RIFIUTI PRODOTTI DA IMPIANTI DI TRATTAMENTO DEI
RIFIUTI, IMPIANTI DI TRATTAMENTO DELLE ACQUE
REFLUE FUORI SITO, NONCH DALLA POTABILIZZAZIONE
DELLACQUA E DALLA SUA PREPARAZIONE PER USO
INDUSTRIALE
PERICOLOSI
1
NON PERICOLOSI
1908
Rifuti prodotti dagli impianti per il trattamento delle acque refue, non spe-
cifcati altrimenti
190805
Fanghi prodotti dal
trattamento delle acque
refue urbane
190807*
soluzioni e fanghi di rigenerazione
delle resine a scambio ionico
1
I codici C.E.R. si dividono in non pericolosi e pericolosi; i secondi vengono identifcati grafcamente
con un asterisco *. La pericolosit di un rifuto viene determinata tramite analisi di laboratorio volte
a verifcare leventuale superamento di valori di soglia individuati dalle Direttive sulla classifcazione,
letichettatura e limballaggio delle sostanze pericolose.
52 FiLoMena Lacarbonara
190811*
fanghi prodotti dal trattamento bio-
logico delle acque refue industriali,
contenenti sostanze pericolose
190812
fanghi prodotti dal trat-
tamento biologico delle
acque refue industriali,
diversi da quelli di cui
alla voce 190811
190813*
fanghi contenenti sostanze pericolo-
se prodotti da altri trattamenti delle
acque refue industriali
190814
fanghi prodotti da altri
trattamenti delle ac-
que refue industriali,
diversi da quelli di cui
alla voce 190813
1909
Rifuti prodotti dalla potabilizzazione dellacqua o dalla sua preparazione
per uso industriale
190902
Fanghi prodotti dai
processi di chiarifca-
zione dellacqua
190903
Fanghi prodotti dai
processi di decarbona-
tazione
La connessione tra la norma che disciplina lutilizzazione dei fanghi in
agricoltura e la normativa sui rifuti implica che nella gestione delle attivit
possa sovrapporsi la modulistica necessaria comprovante la corretta gestione
degli stessi.
Infatti, il D.Lgs. 99/92 impone che i fanghi, proprio perch utilizzati
in siti (suolo agrario) diversi da quelli di produzione (impianti di depura-
zione) siano sempre accompagnati da una Scheda di accompagnamento,
che interessa le fasi di raccolta e trasporto, stoccaggio, condizionamento ed
utilizzazione e che deve essere conservata per almeno 6 anni. Per assicurare
il rispetto della normativa sui rifuti, per la sola fase di trasporto il fango deve
essere accompagnato anche dal suo Formulario di identifcazione del rifu-
to (F.I.R.), che per legge deve essere conservato per 5 anni.
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 53
Scheda di accompagnamento
(rispetto della normativa sui fanghi)
Formulario di trasporto
(rispetto della normativa sui rifuti)
Nelle varie fasi di raccolta e traspor-
to, stoccaggio, condizionamento ed
utilizzazione, i fanghi da utilizzare
in agricoltura devono essere corre-
dati da una scheda di accompagna-
mento compilata dal produttore o
detentore e consegnata a chi prende
in carico i fanghi.
Tale scheda deve essere compilata
secondo lo schema riportato nellal-
legato III A.
Loriginale della scheda e le copie
devono essere conservate per un pe-
riodo di almeno 6 anni.
Nella scheda sono riportati, fra lal-
tro, i dati sui quantitativi di fanghi
prodotti / gestiti in relazione al loro
stato fsico, la composizione e le
caratteristiche degli stessi, la quota
fornita per lutilizzo in agricoltura.
Nella fase di trasporto inoltre ne-
cessario accompagnare i fanghi an-
che con il Formulario di identifca-
zione.
Tali formulari devono essere con-
servati, unitamente ai registri di
carico e scarico dei rifuti, per un
periodo di almeno 5 anni dalla data
dellultimo movimento.
Nel FIR devono essere indicati: il
produttore, lorigine, la tipologia e
la quantit di rifuto, limpianto di
destinazione, il percorso seguito, il
destinatario.
Il FIR si compone di n.4 copie (a rical-
co), delle quali:
la prima resta al produttore
la seconda al trasportatore
la terza allo smaltitore fnale
la quarta viene restituita al pro-
duttore con le annotazioni del
trasportatore e dello smaltitore
fnale
Inoltre, lutilizzatore dei fanghi tenuto a istituire un registro, il
Registro di utilizzazione, con pagine numerate progressivamente e timbrate
dallautorit competente di controllo, sul quale dovranno essere riportati se-
condo le modalit indicate nellallegato III B:
i risultati delle analisi dei terreni
i quantitativi di fanghi ricevuti la relativa composizione e caratteristi-
che il tipo di trattamento subito
54 FiLoMena Lacarbonara
gli estremi delle schede di accompagnamento
il nominativo o la ragione sociale del produttore, del trasportatore, del
trasformatore
i quantitativi di fanghi utilizzati le modalit e i tempi di utilizzazione
per ciascun appezzamento.
I registri, unitamente ai certifcati delle analisi e alle schede di accom-
pagnamento, dovranno essere conservati per un periodo non inferiore a 6 anni
dallultima annotazione.
Come le operazioni relative al trasporto devono essere accompagnate da
un formulario di identifcazione del rifuto (F.I.R.) art.193 D.Lgs. 152/2006
, analogamente tutte le operazioni relative alla gestione del fango come rifu-
to vengono annotate su appositi Registri di carico e scarico secondo quanto
previsto dallart.190 D.Lgs. 152/2006.
Il produttore di fanghi destinati allagricoltura, deve annotare sul regi-
stro di carico e scarico:
a) i quantitativi di fango prodotto e quelli forniti per uso agricolo;
b) la composizione e le caratteristiche dei fanghi rispetto ai paramenti di cui
allallegato I B;
c) il tipo di condizionamento impiegato;
d) i nomi e gli indirizzi dei destinatari dei fanghi e i luoghi previsti di utiliz-
zazione dei fanghi.
I registri sono a disposizione delle autorit competenti e deve esserne
trasmessa annualmente copia alla Regione.
Il Registro di utilizzazione deve avere le pagine timbrate dallautori-
t competente di controllo e deve essere conservato per almeno 6 anni. Il
Registro di carico e scarico viene vidimato dalla Camera di Commercio e
deve essere conservato per 5 anni.
2. Lutilizzo dei fanghi in agricoltura
2.1. Destinazione dei fanghi
La gestione dei fanghi di depurazione rappresenta una delle maggiori
criticit del ciclo della depurazione. Com noto, la funzione svolta dagli
impianti di trattamento delle acque di scarico consiste nel depurare i refui
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 55
prodotti dallattivit umana al fne di consentirne il riuso e/o lo scarico in
corpi idrici ricettori, garantendo in tal modo il conseguimento/mantenimento
degli obiettivi di qualit dei corpi ricettori stessi. Il processo di depurazione
tuttavia produce volumi signifcativi di fanghi e tali volumi sono tanto pi
elevati quanto pi spinta la capacit depurativa degli impianti.
Il fango biologico una sostanza particolarmente ricca di sostanza or-
ganica e nutrienti in rapporto tale da consentirne lutilizzazione agronomica,
pertanto pu rappresentare un utile apporto di elementi nutritivi in natura
(azoto, fosforo e potassio) e di sostanza organica al suolo, oltre a garantire in
tal modo un recupero di rifuti che altrimenti andrebbero smaltiti in discarica.
tuttavia indispensabile assicurarsi che lapplicazione dei fanghi di depura-
zione al suolo non determini una riduzione di funzionalit e/o di utilizzo del
suolo rispetto alle condizioni quo ante.
A seconda della loro natura i fanghi possono essere gestiti in vari modi:
- collocazione in discarica, cio a giacimento controllato defnitivo,
eventualmente dopo inertizzazione, cio miscelazione con leganti mi-
nerali (cementi, argille) e/o organici (resine, chelanti) che intrappolano,
impedendone o limitandone il rilascio, gli elementi e le sostanze parti-
colarmente inquinanti contenute nei fanghi. La soluzione vale sia per i
fanghi a matrice organica che per quelli a matrice inorganica; il requi-
sito fondamentale per il conferimento in discarica di un fango che la
sostanza secca non sia inferiore al 25%;
- smaltimento mediante processi di incenerimento, la soluzione pre-
vede che i fanghi possano essere combusti in particolari forni, eventual-
mente con recupero energetico, in impianti esistenti dedicati allo smal-
timento di rifuti urbani o in impianti specifci dedicati allo smaltimento
dei fanghi (ossidazione in fase umida). Nel primo caso potrebbe essere
necessario un preventivo essiccamento termico, mentre nel secondo
caso potrebbero essere conferiti fanghi a diverso grado di umidit. In
ogni caso va verifcata la disponibilit effettiva degli impianti ed i rela-
tivi costi;
- recupero per co-incenerimento in regime ordinario, previa verifca
della disponibilit di cementifci e centrali termiche a combustibile so-
lido dove poter conferire fanghi essiccati termicamente. Il ricorso alle
procedure semplifcate non conveniente dal momento che richiede-
56 FiLoMena Lacarbonara
rebbe una qualit dei fanghi cos elevata da renderli idonei alluso agri-
colo (sicuramente preferenziale, se la qualit del fango lo consente);
- recupero, in particolari produzioni per ledilizia, miscelati con argille,
o cementi od altri materiali (ci pu valere solo per taluni fanghi di na-
tura inorganica) o fatti fermentare insieme ad altri rifuti organici per la
produzione di compost
2
da destinarsi quale concime per lagricoltura
(naturalmente, trattandosi di un processo di ossidazione biologica, la
tecnica vale solo per i fanghi a matrice organica, nel rispetto di determi-
nati requisiti di qualit). Tale soluzione permette di far fronte al proble-
ma della bassa concentrazione dei solidi e della scarsa stabilizzazione
ai fni dello smaltimento in discarica, tuttavia richiede un contenuto in
alcuni metalli (zinco e rame, in particolare) pi basso nel fango di par-
tenza per effetto della perdita in peso della sostanza secca che oscilla tra
il 30 e il 50% e, quindi, della maggiore concentrazione degli elementi
costituenti;
- recupero diretto in agricoltura, anche qui si sfruttano le caratteristi-
che agronomiche di alcuni fanghi organici, provvedendo anche a risol-
vere in parte il problema prettamente agricolo di impoverimento del
contenuto di sostanza organica dei terreni.
2.2. Problematiche e opportunit
I fanghi di depurazione possono trovare utilizzo in agricoltura purch
siano rispettate le seguenti condizioni:
- devono essere stati sottoposti a trattamento (ossia a stabilizzazione per
contenere / eliminare i possibili effetti igienico-sanitari);
- devono essere idonei a produrre un effetto concimante e/o ammendante
e correttivo del terreno, in modo da migliorarne la sua fertilit;
- non devono contenere sostanze tossiche e nocive, e/o persistenti e/o
bioaccumulabili, in concentrazioni dannose per il terreno, per le coltu-
re, per gli animali, per luomo e per lambiente in generale.
La metodica di recupero che comporta lo spandimento di fanghi (pom-
pabili o palabili) sul suolo agricolo presenta pro e contro.
2
Per il compostaggio la norma di riferimento sempre il D.Lgs. 99/92 oltre al D.Lgs. 217 del
29/04/2006 revisione della disciplina in materia di fertilizzanti che disciplina le caratteristiche che
il prodotto fnito deve avere.
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 57
Vantaggi Svantaggi
miglioramento della tessitura del
suolo
apporto di elementi nutritivi o co-
munque agronomicamente utili
risoluzione della problematica dello
smaltimento dei fanghi che comun-
que dovrebbe seguire vie alternative
odori da fermentazioni anaerobiche
(rischio sanitario)
presenza di sostanze organiche in-
desiderate (rischio biologico)
presenza di sostanze inorganiche
indesiderate (rischio chimico)
deriva incontrollata (ruscellamenti,
percolazione)
produzione di aerosol, che diventa
mezzo di propagazione di odori e
colonie batteriche (rischio sanitario)
I vantaggi legati allimpiego dei fanghi
in agricoltura derivano dalle loro pro-
prietfertilizzantisia per la presenza di
elementi nutritivi utili allo sviluppo del-
le piante, come azoto, fosforo, potassio
e microelementi; sia per il contenutodi
sostanza organica, che contribuisce al
mantenimento delle propriet fsiche
del terreno.
Le problematiche connesse a tale pra-
tica risiedono, tuttavia, nel contenuto
di metalli pesanti, di microrganismi
patogeni e di composti organici nocivi
presenti nei fanghi, che possono rap-
presentare un rischio per lambiente e
la salute della popolazione.
Lapporto di sostanza organica al suolo fondamentale per scongiura-
re il processo di desertifcazione del suolo a cui la nostra regione, insieme a
Sicilia, Sardegna, Calabria e Basilicata, particolarmente soggetta e vulne-
rabile.
La desertifcazione , infatti, quel processo per cui il suolo subisce un
fenomeno di degrado progressivo dovuto alla mancanza di vegetazione ed
alla perdita di sostanza organica, per la concomitanza di pi fattori, quali
lerosione, la contaminazione locale o diffusa, limpermeabilizzazione, la
compattazione, il calo della biodiversit, la salinizzazione, le alluvioni e gli
smottamenti. Combinati, tutti questi fattori possono alla fne determinare
condizioni climatiche aride o subaride che possono portare irreversibilmen-
te alla desertifcazione. Sulla base di vari studi condotti in Regione Puglia
58 FiLoMena Lacarbonara
ed in collaborazione con il Comitato Nazionale per la Lotta alla Siccit ed
alla Desertifcazione, stata redatta la carta dellindice delle aree sensibili
alla desertifcazione (ESAI) ed emerso una situazione di evidente criticit,
allargata allintero territorio regionale. Infatti, fatta eccezione per lo sperone
garganico, dal settore dellalto Tavoliere a quello del basso Salento la Puglia
mostra un elevato indice di sensibilit ambientale alla desertifcazione.
Risulta altres fondamentale assicurare un adeguato apporto di sostanza
organica al suolo, laddove sono in atto processi di impoverimento della stes-
sa, attraverso ogni strumento a disposizione, tra cui rilevante diventa anche lo
spandimento di fanghi.
Il destino dei fanghi nel suolo dipende comunque da numerosi fattori,
quali, ad esempio, la natura del suolo, la topografa, il clima, le caratteristiche
chimiche ed i componenti del fango, la vegetazione e, soprattutto, la gestio-
ne del suolo. Le pratiche agronomiche di gestione, irrigazione, drenaggio,
selezione colturale e fertilizzazione infuenzano notevolmente i fenomeni
di adsorbimento, precipitazione, degradazione microbica e assorbimento da
parte delle colture. Processi fsici e chimici quali dissoluzione, ossidazione,
riduzione, precipitazione, volatilizzazione, complessazione e mobilit in-
fuenzano fortemente la velocit e lintensit della degradazione dei fanghi
applicati al suolo. Ad esempio, la velocit di mineralizzazione e nitrifcazione
dellazoto (N) organico direttamente legata alla popolazione microbica del
suolo, allumidit e alla pressione parziale di ossigeno. Al contrario, condi-
zioni riducenti del suolo determinano la trasformazione di azoto in N
2
, con
perdite del nutriente verso latmosfera.
2.3. Gli impatti e la situazione in Puglia
Laddove lo spandimento su suolo agricolo dei fanghi avvenga senza
rispettare i requisiti e i vincoli imposti dalla normativa, gli impatti legati allo
sversamento incontrollato dei fanghi sono correlabili alla presenza di:
- metalli pesanti in dosi eccessive
- grassi, oli animali e vegetali
- oli minerali
- tensioattivi
- solventi organo-clorurati
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 59
- solventi aromatici
- pesticidi organici clorurati
- pesticidi fosforati.
In Puglia la produzione di fanghi derivanti da processi di depurazione
delle acque refue civili, identifcati come rifuto con codici CER 19.08.04 e
19.08.05, registrata nel 2009, si aggira intorno a 160.000 tonn/anno, con una
tendenza in aumento rispetto alle 112.000 ton/anno del 2005 ed alle 134.000
del 2007. Tale tendenza trova giustifcazione nelladeguamento e potenzia-
mento dei presidi depurativi, ai fni del conseguimento di limiti pi restrittivi
previsti dalla normativa di settore, la cui conseguenza data da un maggiore
quantitativo di sostanza che viene trattenuta e rimossa dal ciclo depurativo.
Rispetto alla produzione totale dei fanghi, dai dati messi a disposizione
da AQP risulta che oltre il 60% viene utilizzato in agricoltura, il 33% circa
recuperato in impianti di compostaggio e il restante 7% fnisce in discarica.
Quantit di fanghi di depurazione utilizzati in agricoltura (intonnellates.s.)
Provincia 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
BA 39.420,11 21.749,31 16.062,52 8.873,55 4.109,90 3.539,78 1.387,62 13,81 0,00 42,88
BR n.d. 1.906,50 1.421,70 1.446,25 1.286,53 1.217,70 1.664,98 1.586,51 1.192,29 2.923,17
Fg 5.105,21 50.000,00 35.000,00 37.500,00 23.395,97 8.843,28 8.139,02 5.586,20 4.419,80 5.215,60
LE 13.056,00 12.456,00 13.451,00 8.186,38 5.556,00 10.767,00 6.764,00 9.172,80 11.619,00 11.238,74
TA n.d. 3.995,56 3.797,46 3.408,87 1.600,66 2.480,18 3.002,75 2.851,45 n.d. 4.522,57
Totale 57.581,31 90.107,37 69.732,68 59.415,05 35.949,06 26.847,94 20.958,37 19.210,77 17.231,09 23.942,96
Fonte dati: Relazione sullo Stato dellAmbiente della Puglia, 2009.
n.d.: dato non disponibile
Come si osserva dai dati restituiti nella tabella sopra riportata, le quanti-
t di fanghi smaltite per provincia nel periodo 2000-2009 sono molto variabili
da provincia a provincia e, nellambito della stessa, danno evidenza di una ge-
nerale riduzione nel tempo fno al 2007 fno a mostrare un cambio di tendenza
nel 2009, in cui si registra un generale incremento.
Anche in termini di composizione dei fanghi si evidenzia qualche di-
scordanza da provincia a provincia. In ogni caso sono ampiamente rispettati
i limiti imposti dalla normativa sia in termini di concentrazioni massime di
metalli pesanti sia in relazione ai contenuti minimi di elementi nutritivi.
60 FiLoMena Lacarbonara
Vale segnalare, a tale proposito, che a partire dalla fne del 2008 la so-
ciet Pura Depurazione, facente parte del gruppo Acquedotto Pugliese, si oc-
cupa della gestione unica degli impianti di depurazione delle acque refue
civili presenti in tutto il territorio regionale e, conseguentemente, anche della
gestione dei fanghi prodotti. La Societ ha affdato con modalit che variano
da provincia a provincia la sola attivit di conferimento al sito di smaltimento
fnale (terreni agricoli) riservandosi tutte le attivit di individuazione sul ter-
ritorio dei terreni e la elaborazione e predisposizione di tutti gli atti tecnico-
amministrativi per il riutilizzo agronomico, ad iniziare dalla richiesta di auto-
rizzazione alla provincia competente fno al riutilizzo.
In provincia di Foggia, lutilizzazione in agricoltura dei fanghi nel
2009 avvenuta individuando molteplici piccoli imprenditori. In provincia di
Lecce, lintera attivit di trasporto ed individuazione dei siti di riutilizzo e/o
smaltimento assicurata dallo stesso soggetto imprenditoriale. In provincia
di Bari, operano due imprenditori cui affdato il solo trasporto dei fanghi
presso i siti di smaltimento (discarica) e riutilizzo (compostaggio), la cui in-
dividuazione e contrattualizzazione rimasta in capo a Pura. Infne, nelle
province di Brindisi e Taranto, opera un unico soggetto imprenditoriale che
assicura lindividuazione dei terreni per lo spandimento dei fanghi, si occupa
di tutte le autorizzazioni necessarie e cura, altres, il trasporto dei fanghi su
terreni agricoli o presso i centri di compostaggio individuati da Pura per quei
quantitativi di fango che non possono essere allocati in agricoltura.
Per quanto la gestione dei fanghi in Puglia avvenga in maniera pi con-
trollata allo scopo di superare situazioni di criticit che nel passato hanno
riguardato pi o meno sensibilmente lintero territorio regionale (fenomeni
di spandimento illecito dei fanghi), permangono elementi di criticit dovuti
alla presenza di oli minerali nei fanghi, requisito di qualit non richiesto per
legge. Per superare la problematica dovuta allo sversamento di oli in pubblica
fognatura, bisognerebbe intervenire alla fonte ponendo lattenzione a tutto il
sistema di commercializzazione ed uso dello stesso, dalla vendita al dettaglio
fno alle offcine ed alle stazioni di servizio che dovrebbero essere dotate di
disoleatore prima dello scarico in pubblica fognatura e, nei casi di assenza di
tali impianti, bisognerebbe effettuare controlli sui registri di carico e scarico
del materiale oleoso. In ogni caso lo scarico di oli in pubblica fognatura non
dovrebbe essere consentito nei casi in cui questa sia convogliata in impianti
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 61
di depurazione di soli refui civili, soprattutto quando vi sia certezza che tale
scarico possa comportare una preclusione alluso agricolo dei fanghi.
Un ulteriore elemento ctitico rappresentato dallassenza di un sistema
informatizzato che permetta di evitare effetti nel terreno non chiaramente de-
terminabili derivanti da spandimenti protratti negli anni, pur nei limiti imposti
dalla legge. Emerge, infatti, la necessit di regolare nel tempo lutilizzazione
dei terreni, cos come avviene per esempio in Emilia Romagna, dove previ-
sto un periodo di riposo di due anni a valle di uno spandimento protratto per
tre anni.
3. Indirizzi per la pianifcazione e prospettive future
3.1. Il Tavolo Tecnico regionale
Al fne di gestire al meglio la problematica dei fanghi e di superare le
criticit emerse, soprattutto con lintento di incrementare le quantit da de-
stinare a recupero e di ridurre al minimo il ricorso allo smaltimento in disca-
rica, lUffcio regionale Tutela delle Acque nel 2008 ha affdato al gruppo di
lavoro multidisciplinare costituito da ARPA Puglia, Politecnico di Bari, CNR
IRSA e Universit di Bari uno Studio di Fattibilit, avente come oggetto la
Redazione del piano di emergenza straordinario della gestione dei fanghi
derivantidalladepurazionedeirefuiurbani,nonchdefnizionedellelinee
guidaperlindividuazionedellemiglioristrategiedigestioneordinariadel
ciclo depurativo ai fni di un corretto riutilizzo e smaltimento del prodotto
fanghi.
Lo studio stato fnanziato con fondi CIPE, attraverso lAccordo di
Programma Quadro Regione Puglia e ARPA Puglia, approvato con DGR
n 1073 del 04/07/2008. Gli uffci della Regione Puglia coinvolti sono sta-
ti: Assessorato alle OO.LL.PP. Settore Tutela delle Acque e Assessorato
allEcologia Settore Gestione Rifuti e Bonifche.
A valle di tale accordo sono state stipulate le convenzioni con i seguenti
partner consulenti e costituenti il Tavolo Tecnico (TT):
- I.R.S.A. C.N.R.
- Dipartimento di Ingegneria delle Acque e di Chimica (D.I.A.C.)
Politecnico di Bari
62 FiLoMena Lacarbonara
- Dipartimento di Biologia e Chimica Agro-Forestale ed Ambientale
(Di.B.C.A.) Universit degli Studi di Bari
- AQP S.p.A., in quanto soggetto gestore degli impianti di depurazione.
Lo studio di fattibilit si poneva il principale obiettivo di redigere un
piano straordinario di emergenza per la gestione dei fanghi di depurazione
nellassetto attuale degli impianti, nonch di fssare le basi per la pianifca-
zione ordinaria attraverso la programmazione degli interventi da attuare su-
gli impianti di depurazione al fne di aumentarne leffcienza, migliorando la
qualit del fango prodotto e riducendone le quantit da smaltire. Tale studio
si reso necessario in seguito alle crescenti diffcolt nel trovare forme di
smaltimento economiche, ambientalmente accettabili ed alternative alluso
agricolo dei fanghi, nelle situazioni in cui le caratteristiche qualitative degli
stessi non consentissero tale forma di recupero.
Ulteriore compito del TT stato di valutare limpatto di eventuali modi-
fche della normativa vigente regionale sulluso dei fanghi in agricoltura, te-
nendo conto sia dellesigenza primaria di garantire la protezione dellambien-
te e della salute, sia della necessit di non appesantire troppo le procedure.
Il progetto si articolato nelle seguenti fasi:
A. Attivit di raccolta, integrazione, analisi e valutazione dei dati di-
sponibili
B. Attivit fnalizzate alla predisposizione di un piano di emergenza
straordinario
C. Identifcazione delle linee guida di pianifcazione ordinaria
Nellambito della Fase A: Attivit di raccolta, integrazione, analisi e
valutazione dei dati disponibili, sono stati acquisiti da AQP:
- dati relativi alla consistenza degli impianti;
- dati consuntivi della produzione dei fanghi nel 2007, disaggregati per
impianto e con lindicazione della forma di smaltimento fnale;
- dati di esercizio degli impianti, con lindicazione degli Abitanti
Equivalenti (AE) e delle caratteristiche dellinfuente e delleffuente.
Non essendo disponibili dati storici relativi alle caratteristiche analiti-
che dei fanghi prodotti e non essendo possibile procedere ad una campagna
di monitoraggio della qualit del fango estesa a tutti gli impianti pugliesi, si
proceduto a predisporre un piano mirato di campionamento, individuando
12 impianti, che per tipologia di refuo trattato e per potenzialit produttiva
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 63
potessero essere rappresentativi di tutti gli impianti gestiti da AQP.
La Fase B: Attivit fnalizzate alla predisposizione di un piano di
emergenza straordinario consistita in:
a. acquisizione di dati sperimentali, relativi alla composizione dei fanghi
prodotti dai 12 impianti individuati;
b. valutazione della disponibilit teorica di suoli da destinare alluso agri-
colo dei fanghi;
c. valutazione della produzione di fanghi e loro classifcazione.
I dati analizzati hanno evidenziato alcune criticit gestionali che com-
portano una ridotta produzione di fanghi rispetto ai valori che ci si sarebbe
aspettati considerando il carico degli impianti e leffcienza di depurazione
prevista, oltre a caratteristiche qualitative degli stessi non conformi al loro
utilizzo in agricoltura. I fanghi non risultavano idonei allutilizzo agricolo per
una serie di motivi, tra cui principalmente: concentrazione di solidi volatili,
prestazioni insuffcienti della stabilizzazione biologica che comporta la pre-
senza di patogeni e il conseguente sviluppo di cattivi odori, elevata concentra-
zione media di azoto totale (per effetto delle notevoli quantit di diverse for-
me chimiche di azoto riversate su suoli agricoli che tendono inevitabilmente
a produrre fenomeni di inquinamento delle acque sotterranee), assenza di una
valutazione della disponibilit dei suoli a ricevere fanghi di depurazione.
Con particolare riferimento a questultimo aspetto, il TT ha valutato
per ogni provincia la disponibilit di suoli aventi caratteristiche idonee per lo
spandimento dei fanghi. Lindividuazione delle aree potenzialmente disponi-
bili per il riutilizzo agricolo dei fanghi di depurazione ha richiesto limpiego
di numerose banche dati georeferenziate, gestite con un apposito software.
Lanalisi stata condotta considerando tutti i divieti allutilizzo dei fanghi im-
posti dalle normative vigenti, tra cui i tematismi derivanti dalle aree perime-
trate ai sensi del Piano per lAssetto Idrogeologico, delle aree a vincolo idro-
geologico PUTT, delle zone di protezione idrogeologica defnite nel Piano
di Tutela delle Acque. Si lavorato su una base cartografca dove sono state
prese in considerazione le destinazioni duso del suolo da Corine Land Cover,
da cui sono state escluse le aree non agricole e, per le aree agricole, sono state
analizzate le caratteristiche pedologiche dei suoli pugliesi incrociandole con
una valutazione della richiesta di nutrienti delle singole colture.
In questa maniera sono state ottenute una serie di carte tematiche con
64 FiLoMena Lacarbonara
riguardo alle tipologie duso del suolo, allo spessore di suolo e, conseguen-
temente, alle quantit di fango applicabili su tutto il territorio regionale. Tale
valutazione ha dimostrato che i suoli pugliesi sono ampiamente suffcienti
a garantire lutilizzazione agricola di tutti i fanghi potenzialmente conformi
alla disciplina nazionale e regionale.
Appare chiaro che perch quanto ottenuto teoricamente abbia un ri-
scontro pienamente operativo, risulta necessario acquisire lassenso dei pro-
prietari dei terreni, che raramente sono favorevoli a questa pratica. Diventa
cruciale, pertanto, il ruolo della Regione che dovrebbe promuovere campagne
di sensibilizzazione per incoraggiare alluso agricolo dei fanghi anche me-
diante forme di incentivazione. Nello stesso tempo, le Province e le Autorit
di Controllo dovrebbero svolgere azioni capillari e periodiche di vigilanza
sui fanghi destinati alluso agricolo, per fornire agli agricoltori le opportune
garanzie sullorigine e sulla qualit dei fanghi.
Fonte dati: Tavolo Tecnico regionale Studio di Fattibilit sui fanghi, 2009.
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 65
Infne, nella Fase C: Identifcazione delle linee guida di pianifcazio-
ne ordinaria sono state individuate le strategie di gestione ordinaria del ciclo
depurativo, ai fni del corretto utilizzo e smaltimento dei fanghi prodotti. Tali
strategie devono essere principalmente orientate a privilegiare la prevenzione
e il recupero rispetto allo smaltimento, nellottica di garantire il rispetto della
gerarchia dettata dalla nuova direttiva europea sui rifuti Dir. 2008/98/CE.
I criteri metodologici generali della pianifcazione ordinaria prevedono:
- interventi di prevenzione sulla linea acque (minimizzazione della pro-
duzione dei fanghi);
- interventi di prevenzione sulla linea fanghi (diminuzione della produ-
zione e miglioramento della qualit);
- uso diretto in agricoltura (uso diretto di fanghi idonei stabilizzati e disi-
dratati);
- impulso del compostaggio verde (fanghi in esubero rispetto alla dispo-
nibilit di suoli per un uso agronomico diretto, ma meno stabilizzati,
previa verifca del rispetto di concentrazioni pi restrittive per i metalli
pesanti);
- digestione anaerobica in impianti di depurazione centralizzati (ai fni
della massimizzazione della produzione di energia elettrica dal biogas);
- digestione anaerobica in impianti esterni (dedicati al trattamento del-
la frazione organica derivante dai trattamenti meccanico-biologici di
produzione del CDR dal rifuto urbano indifferenziato, dove il fango
potrebbe essere accettato senza un preliminare trattamento di essicca-
zione);
- previsione di impianti centralizzati di trattamento termico (realizzazio-
ne di due impianti a livello regionale dedicati al trattamento termico di
fanghi non idonei alluso agricolo);
- recupero di materia ed energia in cementifci, centrali a carbone, centra-
li di produzione di energia da biomasse (per i fanghi non idonei alluso
agricolo, previo essiccamento termico);
- trattamenti avanzati e trattamenti tradizionali per luso agricolo. Infatti,
ai fni della buona pratica agricola sarebbe opportuno non utilizzare di-
rettamente fango dopo un trattamento anaerobico a causa della possibi-
le presenza di metaboliti aventi effetto ftotossico. opportuno, quindi,
che il fango subisca un trattamento aerobico di fnitura prima della sua
66 FiLoMena Lacarbonara
utilizzazione. necessario anche incentivare la produzione di ammen-
dante compostato misto, in quanto il processo di compostaggio aerobi-
co assicura un livello migliore di igienizzazione ed un minor impatto
olfattivo e costituisce un valido polmone per la produzione di fango nei
periodi in cui non pu essere immediatamente utilizzato in agricoltura.
Luso di compost sui suoli agricoli pugliesi potrebbe essere incentivato
mediante misure economiche a favore degli agricoltori.
Il piano di emergenza straordinario e ordinario per la gestione dei fan-
ghi di depurazione delle acque refue urbane, una volta sviluppato nelle sue
linee defnitive e approvato, costituir uno strumento attuativo del Piano re-
gionale di gestione dei Rifuti Speciali, recentemente approvato con D.G.R.
28 dicembre 2009 n. 2668 (BURP n. 16/2010).
4. Conclusioni
Attualmente la direttiva comunitaria che risale al 1986 in fase di re-
visione. Nel Documento ENV.E.3/LM della Commissione Europea del 27
aprile 2000 vengono introdotti numerosi nuovi aspetti, tra cui quelli pi ri-
levanti riguardano i trattamenti previsti sui fanghi (distinti in convenzionali
ed avanzati) da attuare prima dellutilizzazione in funzione della tipologia di
coltura cui sono destinati e della tipologia di applicazione prevista. Il docu-
mento prevede limiti pi severi per le concentrazioni di metalli pesanti nei
fanghi e nel suolo, limiti di concentrazione nei fanghi anche in riferimen-
to ad alcune classi di microinquinanti organici (composti organici alogenati
(AOX), Alchilbenzeni solfonati lineari (LAS), IPA, PCB, diossine e furani) e
adozione di processi spinti di disinfezione. Nel complesso, il documento pone
un particolare risalto sugli aspetti igienico-sanitari dellutilizzazione agricola,
prescrivendo trattamenti di igienizzazione particolarmente impegnativi, e sul-
la presenza di microinquinanti organici, sui quali esiste una ricca letteratura
internazionale relativamente alla presenza nei fanghi di depurazione.
Altre regioni hanno provveduto a disciplinare il riutilizzo agronomico
dei fanghi mediante direttive o circolari. Generalmente stato adottato un ap-
proccio pi restrittivo e pi articolato di quello prescritto a livello nazionale,
Utilizzodeifanghididepurazioneinagricoltura 67
sia dal punto di vista prettamente tecnico che dal punto di vista ambientale.
Per esempio, considerando la presenza di microinquinanti organici nei fan-
ghi, si sta effettuando una valutazione sulla loro rilevanza nei suoli nelleve-
nutalit di inserire valori limite. Inoltre, alcune Regioni stanno lavorando alla
progettazione di una rete di punti di campionamento fnalizzata a costituire
un inventario dei livelli di fondo naturale-antropico delle molecole organiche,
dal momento che la loro presenza pu essere dovuta ad altre fonti di inquina-
mento di tipo puntuale o diffuso.
Anche in Puglia, attualmente la norma regionale per lo spandimento dei
fanghi in agricoltura in fase di revisione in quanto emerso che i parametri
da monitorare previsti si sono rivelati insuffcienti a valutare le reali caratte-
ristiche del fango e, quindi, la presenza di sostanze pericolose eventualmente
contenute in esso. La nuova norma si porr anche lobiettivo di assicurare
lintegrazione con gli altri strumenti di pianifcazione regionale esistenti,
come il Piano Stralcio per lAssetto Idrogeologico (PAI), il Piano Paesistico
Territoriale Regionale (PPTR), il Programma di azione per le zone vulnerabili
da nitrati, nonch la normativa vigente sui rifuti recentemente aggiornata.
Bibliografa
ARPA Puglia (2010) Relazione sullo Stato dellAmbiente 2009 Regione Puglia,
Cap. 4.2 Siti contaminati, pagg 182-199, www.arpa.puglia.it.
ARPA Puglia, CNR Istituto di Ricerca Sulle Acque (IRSA), Dipartimento di
Ingegneria delle Acque e di Chimica (D.I.A.C.) - Politecnico di Bari (Poli.Ba),
Dipartimento di Biologia e Chimica Agro-Forestale ed Ambientale (Di.B.C.A.) -
Universit degli Studi di Bari, AQP S.p.A. (2009) Studio di Fattibilit Redazione
del piano di emergenza straordinario della gestione dei fanghi derivanti dalla de-
purazione dei refui urbani, nonch alla defnizione delle linee guida per lindivi-
duazione delle migliori strategie di gestione ordinaria del ciclodepurativo ai fni
di un corretto riutilizzo e smaltimento del prodotto fanghi.
Commissione Europea (2000) Working document on sludge. 3
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LM, 27 April, 2000.
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2008 relativa ai rifuti e che abroga alcune direttive.
D.Lgs. 152/2006 (e ss. mm. e ii.) Norme in materia ambientale.
D.Lgs. 99/1992 Attuazione della Direttiva 86/278/CEE, concernente la protezione
68 FiLoMena Lacarbonara
dellambiente, in particolare del suolo, nellutilizzazione dei fanghi di depura-
zione in agricoltura.
L.R. 19/1995 Esercizio delle funzioni amministrative in materia di utilizzazione dei
fanghi di depurazione in agricoltura attraverso le Amministrazioni provinciali.
Regione Puglia (2010) Aggiornamento del Piano di Gestione dei rifuti speciali nella
Regione Puglia, BURP n.16 del 26.01.2010.
aLessanDra angiuLi
Tutela dellambiente ed esigenze dellagricoltura
soMMario: 1.Rapportotraambienteedagricoltura.Generalit;2.Dirittiedobblighiconnessialleser-
ciziodelleattivitagricoleetutelaambientale;3.Ilriutilizzodelleacquecomestrumentoeffcacedi
tutela dellambiente e sviluppo dellagricoltura; 4. Le problematiche connesse allo sversamento dei
fanghiinagricoltura.
1. Rapporto tra ambiente ed agricoltura. Generalit
Il rapporto tra ambiente ed agricoltura pu considerarsi osmotico, atte-
so il nesso di causa-effetto tra attivit agricole ed ambiente naturale. neces-
sario partire dallanalisi del signifcato del concetto di ambiente nel nostro
ordinamento giuridico. Trattasi di nozione alquanto controversa, in quanto
trasversale, ma generica.
La prima defnizione di ambiente stata formata, come si vedr in segui-
to, a livello comunitario. Nel diritto interno, invece, non vi alcuna defnizione
di ambiente nella Costituzione, mentre prevista la tutela del paesaggio e del
patrimonio storico ed artistico della Nazione (art. 9), oltre che la tutela della
salute (art. 32 Cost.)
1
. Ci in virt della scarsa conoscenza delle tematiche am-
bientali allepoca di entrata in vigore della Costituzione, unitamente alla quasi
assente sensibilit sociale sul tema
2
. Nella Costituzione, daltro canto, ampio
spazio era attribuito alle esigenze della promozione e del sostenimento dello
sviluppo agricolo, in termini di miglioramento produttivo
3
.
Tali norme sono state successivamente interpretate dalla Corte Costitu-
1
Soltanto una lettura costituzionalmente orientata, posta in essere alcuni anni dopo lemanazione della
Costituzione, ha consentito di leggere unitariamente le previsioni dellart. 9 e dellart. 32 Cost., nel
senso che la protezione del paesaggio e dellambiente sono funzionali alla tutela della salute delluomo:
coMPorTi, Tuteladellambienteetuteladellasalute, in Riv.giur.amb., 1990, 191 ss.
2
Cfr. corDini, Principicostituzionaliintemadiambienteegiurisprudenzadellacortecostituzionale
italiana, in Riv.giur.amb., 2009, 611 ss.
3
Lart. 44 Cost. indica, infatti, lo scopo di conseguire il razionale sfruttamento del suolo, si promuove
la bonifca delle terre, la trasformazione del latifondo, la ricostituzione delle unit produttive, mentre
alcun riferimento fatto a temi come la sostenibilit ambientale o la tutela delle risorse naturali.
70 aLessanDra angiuLi
zionale, che, con sentenza n. 614/1987
4
, ha ritenuto che nelnostroordina-
mentogiuridicolaprotezionedellambienteimpostadaprecetticostituzio-
naliedassurgeavaloreprimarioedassoluto.
Il quadro normativo costituzionale considerato stato arricchito dalla
riforma del Titolo V della Costituzione, avvenuta ad opera della legge Cost.
18 ottobre 2001, n. 3, che ha inserito per la prima volta il termine ambiente
nella Costituzione e, intervenendo sugli artt. 117 e 118 Cost., ha attribuito alla
potest legislativa dello Stato la tutela dellambiente, dellecosistema e dei
beni culturali ed alla legislazione concorrente Stato-Regioni la materia della
valorizzazione dei beni culturali ed ambientali. Sul punto, tuttavia, nellin-
certezza delimitazione tra ambiti di intervento (e non tra materie), la Corte
Costituzionale intervenuta numerose volte, affermando che:
- nel settore della tutela ambientale, la competenza esclusiva dello Stato
non incompatibile con interventi specifci del legislatore regionale che
si attengano alle proprie competenze
5
;
- la tutela dellambiente non pu essere considerata come materia riser-
vata alla rigorosa competenza statale, in quanto investe altre competen-
ze che possono essere regionali, dimodoch spetta allo Stato di fssare
standard di tutela uniformi sul territorio nazionale e alle Regioni di in-
tervenire in concreto, anche con discipline maggiormente rigorose di
quelle poste a livello centrale
6
.
Le dissertazioni sinora compiute sulla rilevanza costituzionale dellam-
biente non risolvono la spinosa questione della defnizione del bene giuridico
ambiente e della nozione di paesaggio. Questultima fu accostata alla
nozione di bellezze naturali da una legge del 1922
7
, mentre fu successiva-
mente specifcata dalla l. 29.6.1939, n. 1497, orientata alla tutela delle bellez-
ze naturali, che tuttavia non conteneva il termine ambiente, n quello pa-
esaggio, ma prevedeva la sua protezione attraverso la tutela di alcuni beni
4
Corte Cost., 30 dicembre 1987, n. 614, in Giur.cost., 1987, 3788.
5
Corte cost., 22 luglio 2004, n. 259, in Giur.cost., 2004, 4, che esprime il principio dellambiente come
valore trasversale.
6
Corte cost., 18 marzo 2005, n. 108, in Giur.cost., 2005, 2
7
Trattasi della legge n. 778/1922, che introdusse per la prima volta una protezione generale del pae-
saggio, successiva ad una legge del 1905, dedicata alla protezione della pineta di Ravenna. Tuttavia,
secondo la dottrina, la nozione di bellezze naturali sarebbe alquanto restrittiva rispetto a quella di pa-
esaggio: PreDieri, Urbanistica,tuteladelpaesaggio,espropriazione, Milano 1969, 55; sanTini, Rifes-
sionisullatuteladelpaesaggiotraesigenzeunitarieedautonomielocali, in Riv.giur.urb., 1991, 433.
Tuteladellambienteedesigenzedellagricoltura 71
(ville, giardini, parchi), oltre che la tutela di complessi di immobili e bellezze
naturali costituenti bellezze dinsieme, da proteggere al fne di assicurarne
la funzione essenzialmente estetica e visiva
8
.
Per la corretta interpretazione della nozione di paesaggio, solo il 20 ot-
tobre 2000 a Firenze stata approvata una Convenzione europea, applicabile
agli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani, che supera la visione puramente
estetica e contemplativa del concetto di paesaggio, per riconoscerne il valore
giuridico di componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni,
espressione della diversit del loro comune patrimonio culturale e naturale e
fondamento delle loro identit.
Successivamente, al fne di integrare il concetto di paesaggio, per ri-
comprendervi oltre che funzioni di fruibilit visiva, anche la preservazione
degli equilibri ecologici, la Corte Costituzionale specifcava che la nozione
di paesaggio dellart. 9 indica un valore storico-estetico che si raccorda con
il patrimonio storico-culturale del 2 co. del medesimo articolo e che, in ogni
caso, per tutela del paesaggio deve intendersi, altres, la tutela ecologica
9
.
La nozione di bene ambientale nasce, invece, in Italia con il d.l. n.
657/74, conv. in l. 29.1.1975, n. 5, ripresa dal d.l. n. 312/85, convertito in l.
n. 431/85 (l. Galasso) e rimarcata dal d.lgs. n. 490/1999 (t.u. beni culturali ed
ambientali). In tutti i provvedimenti normativi citati, tuttavia, non si faceva
riferimento al concetto di ambiente in s considerato, bens alle sue com-
ponenti (cose immobili che hanno un cospicuo carattere di bellezza naturale,
ville, giardini e parchi dalla non comune bellezza, bellezze panoramiche, ter-
ritori costieri fno a 300 m dalla linea di battigia, fumi, torrenti e corsi dac-
qua e fasce entro 150 m dalle sponde o dagli argini, ghiacciai, montagne oltre
1600 metri, boschi e foreste, vulcani, zone di interesse archeologico). Nel
successivo Codice dei beni culturali e del paesaggio (c.d. Codice Urbani), va-
rato con d.lgs. 22.1.2004, n. 42, viene utilizzato un nuovo termine, quello di
bene paesaggistico, cos annullandosi decenni di evoluzione e riportando al
centro dellattenzione la mera nozione di valore estetico derivante dallutiliz-
zo del termine paesaggio. Il Codice Urbani defnisce il paesaggio quale parte
8
Il regolamento di esecuzione della l. n. 1497/1939 contenuto dal R.D. 3 giugno 1940, n. 1357. Sulla
nozione di paesaggio, cfr. Merusi, commento allart. 9 della costituzione, in commentario della
costituzione, a cura di branca, Roma-Bologna 1975, 446.
9
Corte cost., 29 dicembre 1982, n. 239, in Foroamm., 1983, II, 103; Corte Cost., 11 luglio 1989, n.
391, in Giur.it., 1990, I, 1, 338.
72 aLessanDra angiuLi
omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana
e dalle reciproche interrelazioni. La salvaguardia di tali valori affdata alla
tutela di aree e immobili ubicati nelle aree vincolate dai piani paesaggistici.
2. Diritti ed obblighi connessi allesercizio delle attivit agricole e tutela
ambientale
Nel quadro descritto del Codice Urbani, le attivit agricole, boschive
e pastorali costituiscono uneccezione, nel senso che sono consentite anche
nelle zone vincolate, a condizione che non nuocciano allecosistema in modo
permanente. La giurisprudenza al riguardo ha precisato che lalterazione ac-
quista carattere permanente qualora sia di tale durata da comportare per un
lungo periodo di tempo o per sempre limpossibilit della ricostituzione del
patrimonio naturale ( suffciente al riguardo il compimento di qualsiasi ope-
ra, anche laratura o lestirpazione di piante
10
). pertanto necessario, in caso
di compimento di opere, chiedere ed ottenere lautorizzazione paesaggistica.
Si pone, al riguardo, un problema di individuazione del concetto di
normalit delle opere agricole in caso di presenza di particolari aspetti del
paesaggio agrario, come quello costituito dagli ulivi secolari, che non possono
essere eliminati. Quanto al taglio degli alberi, esso consentito se ha le carat-
teristiche del taglio colturale, che deve essere periodico, non indiscrimi-
nato, effettuato secondo le prescrizioni di massima della polizia forestale
11
.
Torniamo ad esaminare la nozione giuridica di ambiente, che appare
alquanto pi complessa di quelle sinora delineate.
La Corte costituzionale ha affermato al riguardo che essa comprende
laconservazione,larazionalegestioneedilmiglioramentodellecondizioni
naturali,lesistenzaelapreservazionedeipatrimonigeneticiterrestrioma-
rini,dituttelespecieanimaliovegetalicheinessovivonoallostatonaturale
edindefnitivalapersonaumanaintuttelesueestrinsecazioni, precisando
10
Cass. Pen., 18 giugno 1997, n. 5961, in Riv.pen., 1997, 821. La massima della sentenza era cos for-
mulata: Talealterazioneacquistailcaratteredipermanenzaqualoraessasiaditaledurata,dacom-
portareperunlungoperiododitempolimpossibilitdiunaricostituzionedelpatrimonionaturale.n
indispensabilecheilmutamentoderividastruttureedilizie,essendosuffcientequalsiasioperacivile
intendendosipertaleanchelaraturaolestirpazionedipianteovegetazione.
11
Pret. Pen. Avezzano, 21 settembre 1993, in Giur.merito, 1995, 351.
Tuteladellambienteedesigenzedellagricoltura 73
inoltre che lambienteunbeneimmaterialeunitario,ancheseformatoda
variecomponenti,ciascunadellequalipucostituire,isolatamenteesepara-
tamente,oggettodicuraetutela
12
.
La Cassazione, sezioni civile e penale, invece, ha sposato una nozione
pi antropocentrica dellambiente, che vede al centro dellattenzione le risor-
se naturali perchlaloroconservazioneritenutafondamentaleperilpieno
sviluppodellapersona
13
.
In dottrina, la teoria maggiormente seguita sino alle novit normative
delle quali si tratter di seguito, era quella di Giannini, che aveva elaborato
una teoria tripartita, secondo la quale lambientesiriferisceatregruppidi
istitutigiuridicidistinti:quelliconcernentilatuteladellebellezzepaesaggi-
stiche, quindi unattivit culturale; quelli concernenti la qualit della vita,
quindi la lotta contro gli inquinamenti e perci unattivit sanitaria; quelli
concernentiilgovernodelterritorioinquantosianodapreservarecertitratti
ecologiciequindiunattiviturbanistica.
Una defnizione comunitaria di ambiente la si riscontra nel preambolo
della Carta europea e nellart. 3 della dir. CEE 85/337 del 27.6.2005, che
considerava lambiente come un sistema biologico complesso interrelato di
risorse naturali ed umane, comprensivo, oltre che degli elementi delleco-
sistema, anche dei beni materiali e del patrimonio culturale, nonch delle
componenti socio-economiche provocate dallinterazione tra attivit antropi-
che ed ambiente naturale. Tale defnizione quella che pi appare idonea a
ricomprendere anche il concetto di paesaggio e, quindi, assicura la tutela del
binomio agricoltura-ambiente.
evidente, infatti, che il paesaggio agrario espressione della forma
di occupazione del suolo e della cultura ad esso collegata, rinvenibile anche
in interventi di conservazione che ivi si manifestano, ma anche ancorato al
concetto di ambientalit poich la sua difesa aumenta lequilibrio biologico-
ambientale.
La relazione agricoltura-ambiente si ripercuote, con tutta evidenza, sul
12
Corte Cost., 28 maggio 1987, n. 210, inForoit., 1988, I, 329; Corte Cost., 30 dicembre 1987, n. 641,
cit., 3788, che, tra gli altri, esprime il principio della connessione tra tutela dellambiente e protezione
della salute umana: PreDieri, voce Paesaggio, in Enc.Dir., Milano, 1981, 503 ss.; caPaccioLi, DaL Piaz,
voce Ambiente(tuteladell), Partegeneraleedirittoamministrativo, in novissimoDig.It., Appendice,
Torino 1980, I, 257 ss.
13
Cass. Pen., 15 giugno/28 ottobre 1993, in www.diritto.it.
74 aLessanDra angiuLi
regime normativo da adottare per tutelare lambiente dai rifuti e dagli scari-
chi direttamente provenienti dallattivit agricola.
Al riguardo, vi sono alcune direttive comunitarie; per citare quelle pi
rilevanti, si considerino la direttiva 80/68/CEE del Consiglio del 17.12.1979,
sulla protezione delle acque sotterranee dallinquinamento provocato da certe
sostanze pericolose, recepita in Italia dal d.lgs. 11.5.1999, n. 152 sulla tutela
delle acque dallinquinamento (c.d. legge acque, che ha sostituito la l. Merli
n. 319/76), la direttiva 86/278/CEE del Consiglio del 12.6.1986, recepita dal
d.lgs. n. 99/92, per quanto concerne lutilizzazione dei fanghi in agricoltu-
ra sia per conto proprio che per conto terzi, la direttiva 91/271/CEE del 21
maggio 1991, concernente il trattamento delle acque refue urbane (modi-
fcata dalla direttiva 98/15/CE), la direttiva 91/676/CEE del Consiglio del
13.12.1991, recepita dalla legge acque per quanto concerne il monitoraggio,
il D.M. 19.4.1999 sul codice di buona pratica agricola, listituzione di Zone
vulnerabili allinquinamento dei nitrati (ZVN di competenza regionale).
, pertanto, evidente che la politica dellUnione europea in materia am-
bientale persegua politiche di salvaguardia, tutela e miglioramento della qua-
lit ambientale e che linquinamento delle risorse idriche rappresenti una mi-
naccia per lambiente acquatico, per le risorse che derivano dallagricoltura e
per la salute umana. La legislazione europea, quindi, seguita dallintervento
del legislatore italiano, ha inteso affrontare la questione delle emissioni, degli
scarichi e della perdita delle sostanze pericolose, al fne di ridurre o eliminare
i rischi per lambiente e per le acque destinate alla produzione di acqua po-
tabile.
3. Il riutilizzo delle acque come strumento effcace di tutela dellambiente
e sviluppo dellagricoltura
Un punto di contatto a dir poco fondamentale tra le esigenze di tutela
ambientale e quelle di sviluppo dellagricoltura rappresentato dalla norma-
tiva sul riutilizzo delle acque.
stato pi volte riconosciuto che lutilizzazione dellacqua per usi
umani deve essere privilegiata rispetto ad altri usi; tale affermazione la si
ritrovava nella l. n. 36/1994, che affermava, altres, che glialtriusisonoam-
Tuteladellambienteedesigenzedellagricoltura 75
messiquandolarisorsasuffcienteeacondizionechenonledanolaqualit
dellacquaperilconsumoumano. Il codice ambientale (d.lgs. n. 152/2006),
poi, allart. 2, dispone che lobiettivo primario del medesimo codice sia quel-
lo di promuovere i livelli di qualit della vita umana, attraverso la salvaguar-
dia ambientale e lutilizzazione razionale ed accorta delle risorse naturali.
Lart. 144 del Codice, ricalcando la disposizione precedente della l. Galli (l. n.
36/1994), dispone che tutte le acque superfciali e sotterranee, ancorch non
estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa salvaguar-
data ed utilizzata secondo criteri di solidariet
14
, cos comportandosi una sorta
di deroga alle previsioni dellart. 822 c.c., che va letto attualmente nel senso
che tutte le acque appartengono al demanio statale. Tale regime pubblico
delle acque ha formato oggetto, peraltro, di una pronuncia correttiva, di ri-
getto della questione di costituzionalit da parte della Corte Costituzionale
15
,
che ha ritenuto che la pubblicit delle acque attiene al regime di uso di una
risorsa naturale che divenuta limitata, mentre rimane impregiudicato il re-
gime pubblico o privato della propriet in cui essa contenuto, cos salvan-
do la costituzionalit delle norme impugnate nei confronti della previsione
dellart. 42, co. 2, della Costituzione
16
.
Daltro canto lacqua considerabile, altres, come un bene economico,
oltre che giuridico; in tal senso, compito dellordinamento giuridico garan-
tire un giusto equilibrio tra le esigenze naturalistiche e conservative dellam-
biente e quelle di utilizzazione delle acque. Tali obiettivi sono stati perseguiti
attraverso listituzione dei piani di tutela delle acque, con lobiettivo di tener
conto dei fabbisogni idrici, ma anche dei problemi ambientali legati alle ac-
que; il sistema istituito dal codice ambientale mira a tutelare lambiente, la
salute, i corretti utilizzi dellacqua nei settori rilevanti (agricolo, industriale,
ecc.)
17
, anche attraverso il riutilizzo (cfr. al riguardo art. 99, intitolato Riu-
14
Si cfr. raMPuLLa, Ilgovernoelagestionedelciclointegratodelleacque, in Riv.giur.amb., 2010, 261
ss.; cazzagon, Leacquepubblichenelcodicedellambiente, in Riv.giur.amb., 2007, 435 ss.; PaLazzo-
Lo, Ilregimedelleacquepubbliche, in Rass.giur.energiaelettrica, 2000, 289 ss.
15
Corte cost., 19 luglio 1996, n. 259, in Riv.Dir.agr., 1999, 3. Sul punto, si legga gerMan, Laproprie-
tdelleacquesecondolal.36/1994inmateriadirisorseidriche, in Dir.agricol., 1997, 29 ss.
16
Cfr., altres, bruno, Aspetti privatistici della nuova normativa sulle acque, in Riv. dir. agr., 1999,
11; bruno, La corte costituzionale di fronte alla pubblicit di tutte le acque, in Rass. giur. energia
elettrica, 1997, 155.
17
Sul punto, cfr. Di Dio, Difesaedirittodelleacque,primopassoperlasalvaguardiadegliecosistemi,
in Dir.giur.agrariaedellambiente, 2007, 275.
76 aLessanDra angiuLi
tilizzo dellacqua). Nella medesima ottica rivisto, dal nuovo codice am-
bientale, il sistema delle concessioni, che attualmente sono rilasciate se non
pregiudicano il raggiungimento degli obiettivi di qualit, garantito il mini-
mo defusso vitale, non sussistono possibilit di riutilizzo delle acque refue
depurate o provenienti dalla raccolta di acque piovane il riutilizzo non sia
conveniente sotto il proflo economico.
Ed lultimo proflo considerato quello, per cos dire, pi debole di
tutto il sistema, atteso che, allattuale stato della tecnica, nella maggior parte
dei casi non si procede ad adottare pratiche di riutilizzo proprio in ragione del
costo, ancora elevato, delle stesse, per i produttori.
Il Codice ambientale, al riguardo (come modifcato dal d.lgs. n.
284/1986 e dal d.lgs. n. 4/2008, nonch dalla l. n. 244/2007), contiene una
normativa dettagliata, conferisce un assetto complessivo al regime delle ac-
que e impiantistico funzionale e detta disposizioni sulle Autorit, nellambito
della quale lattenzione sar incentrata sulla linea di confne che sussiste tra
la nozione di acqua di scarico e quella di rifuto liquido.
Prima del Codice ambientale la normativa di riferimento era costituita,
per le acque, dal d.lgs. n. 152/1999 e, per i rifuti liquidi, dal c.d. decreto
Ronchi, il d.lgs. n. 22/1997. Tra i due complessi normativi vigeva una sorta
di rapporto genere/specie, nel senso che il decreto Ronchi costituiva la nor-
mativa di riferimento per la gestione di tutti i rifuti, mentre il t.u. acque era
la disciplina speciale per le sole acque di scarico, originate dagli insediamen-
ti domestici o produttivi e direttamente convogliate in corpi ricettori, senza
lintervento di soggetti terzi. Per esemplifcare, se lacqua refua proveniente
da un insediamento era qualifcata come rifuto liquido, essa doveva essere
gestita nellambito della fliera dei rifuti (ossia raccolta e smaltita), mentre
se acquistava lo status di acqua di scarico, in deroga alle norme del decreto
Ronchi, poteva essere riutilizzata
18
.
Con lavvento delle nuove regole, contenute nel Codice ambientale,
la disciplina pubblicistica non mutata, ma cambiato il criterio di indivi-
duazione della natura giuridica del bene coinvolto, che considerato risorsa
ancora utilizzabile o rifuto a seconda della volont del produttore. Lattuale
art. 74 del Codice ambientale dispone, infatti, che considerato scarico
18
Bruno, commentoallasez.II, Ladisciplinadegliscarichi, in gerMan, basiLe, bruno, benozzo,
commentoalcodicedellambiente, Torino, 2008, 251.
Tuteladellambienteedesigenzedellagricoltura 77
qualsiasi immissione effettuata esclusivamente tramite un sistema stabile di
collegamento che collega senza soluzione di continuit il ciclo di produzione
del refuo con il corpo ricettore acque superfciali, sul suolo, nel sottosuo-
lo e in rete fognaria indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche
sottoposte a preventivo trattamento di depurazione. La nozione di scarico
ruota, pertanto, attorno a quella di immissione diretta nel corpo ricettore.
Gli elementi essenziali perch ci possa essere immissione diretta sono costi-
tuiti dalla presenza di una condotta tra il luogo di origine del refuo e il corpo
ricettore, la mancanza di una interruzione funzionale, lirrilevanza del nesso
temporale continuo tra lattivit che origina il refuo, la sua produzione, la
sua conduzione e lo scarico nel corpo ricettore. Anche la giurisprudenza
19
ha
confermato tale impostazione legislativa, individuando il criterio di discri-
mine tra acqua refua, riutilizzabile, e rifuto, da smaltire, nel collegamento,
nel passaggio immediato del refuo dal corpo produttore al contenitore di
destinazione. La medesima giurisprudenza ha, inoltre, ritenuto che il passag-
gio tra la disciplina delle acque e quella dei rifuti si abbia nel momento in
cui vi sia leffettiva separazione del liquame dal sistema di canalizzazione
dellimpianto, separazione che avviene esclusivamente attraverso il traspor-
to su gomma
20
.
Dal sistema appena, a grandi linee, descritto, deriva unevidente scelta
del legislatore, che ha delegato al produttore del refuo la scelta della quali-
fcazione giuridica da attribuire allacqua refua, se scarico o rifuto liquido.
Trattasi di un diritto del produttore che costituisce espressione di una strategia
aziendale; se il produttore decider di disfarsi del refuo, non dovr depurarlo,
non dovr rispettare limiti tabellari, non dovr chiedere alcuna autorizzazione
allo scarico, ma dovr compilare formulari di identifcazione, utilizzare tra-
sportatori iscritti agli albi appositi, inviare periodicamente i MUD, ecc.
La scelta effettuata potr essere modifcata in qualsiasi momento. La
normativa prevede, inoltre, tre casi nei quali il refuo cambi status (e divenga
rifuto) di diritto: quando ci sia una sua modifca sostanziale; quando scada
lautorizzazione allo scarico del produttore e non sia rinnovata; nel caso di
rottura dellimpianto di depurazione. In tale ultimo caso la Corte di Giustizia
19
Cass. pen., sez. III, 26 ottobre 2006, n. 35888; Cass. pen., Sez. III, 30 ottobre 2007, n. 40191; Cass.,
pen., sez. III, 11 febbraio 2008, n. 6417. Sul punto cfr. MonTagna, Ancorasulladistinzionetrarifuto,
rifutoliquidoescarico, in cass.pen., 2007, 10, 3855.
20
Cass. pen., Sez. III, n. 8758/2002, in cass.pen., 2004, 1028.
78 aLessanDra angiuLi
ha precisato che la fuoriuscita delle acque refue da un impianto costituisce un
fatto mediante il quale il produttore si disfa del refuo
21
.
4. Le problematiche connesse allo sversamento dei fanghi in agricoltura
Ai sensi della normativa vigente, consentito utilizzare i rifuti liquidi,
a seguito di un processo di depurazione posto in essere negli appositi im-
pianti, alluopo autorizzati, al fne della concimazione dei terreni agricoli.
Lattivit di depurazione delle acque refue urbane costituisce un segmento
del servizio idrico integrato
22
, che costituisce espressione della esigenza, di
carattere generale, gi rilevata nella prima parte del presente lavoro, di costi-
tuire un sistema coordinato di utilizzo delle risorse e di tutela ambientale e
che, per espressa disposizione dellart. 117 Cost., nel testo novellato nel 2001,
compete allo Stato, come peraltro di recente confermato da una sentenza della
Corte costituzionale
23
. La disciplina contenuta negli artt. 141 ss. del codi-
ce ambientale (d.lgs. n. 152/2006). Il processo di depurazione conduce alla
produzione dei c.d. fanghi, che sono qualifcati dal codice ambientale come
rifuti (art. 127). Come ognun vede, la qualifcazione dei fanghi come rifuti
compiuta direttamente dal legislatore, il quale non lascia come avviene in
altri ambiti la possibilit al produttore di scegliere se qualifcare il prodotto
del processo di depurazione come bene in senso giuridico ed economico, che
cio pu essere riutilizzato e fonte ulteriore di guadagno, oltre che di rispar-
mio di risorse, ma decide che il prodotto del processo depurativo conside-
rato un rifuto.
Tuttavia, consentito, in alcuni casi, riutilizzare il fango per la conci-
mazione dei terreni agricoli. Il problema, che appare alquanto rilevante, si
pone nei casi in cui nei fanghi sversati sui terreni agricoli risulti la presenza di
sostanze inquinanti. Ove ci avvenga, in attuazione dei principi di precauzio-
21
Corte Giust., 10 maggio 2007, causa C-252/2005, in www.curia.eu.int.
22
Sul punto, cfr. Muraro, LagestionedelservizioidricointegratoinItalia,travincolieuropeiescelte
nazionali, in Mercatoconcorrenzaregole, 2003, 2, 407.
23
Corte Cost., 20 novembre 2009, n. 307, in Riv.giur.amb., 2010, 341, che ha dichiarato illegittima
la norma della legge della Regione Lombardia che separava la gestione della rete dallerogazione del
servizio idrico integrato, in quanto essa viola lart. 117 Cost., perch si tratta di funzioni affdate com-
pletamente allo Stato.
Tuteladellambienteedesigenzedellagricoltura 79
ne e soprattutto di prevenzione
24
, il proprietario del fondo e il produttore
del fango, ove sia individuato o individuabile, sono responsabili della im-
mediata bonifca del terreno, e devono porre immediato rimedio al pericolo
di inquinamento dei terreni, dei prodotti ivi coltivati, oltre che della falda
acquifera sottostante. Ove i soggetti responsabili non provvedano, il codice
ambientale prevede la possibilit per le Autorit di imporre i comportamenti
necessari attraverso il potere di ordinanza, che costituisce applicazione del
principio di prevenzione
25
.
24
Mentre il principio di precauzione opera in un momento precedente anche al verifcarsi del pericolo di
danno, in via assolutamente preventiva ed in virt dello stato delle conoscenze scientifche, che tuttavia
siano ancora incerte (sul punto, cfr. PrincigaLLi, Ilprincipiodiprecauzione:dannigravieirrepara-
biliemancanzadicertezzascientifca, in Dir.agr., 2004, 145; gragnani, Ilprincipiodiprecauzione
comemodellodituteladellambiente,delluomo,dellegenerazionifuture, in Riv.dir.civ., 2003, 9), il
principio di prevenzione, data una situazione di certezza scientifca in ordine alla nocivit di una certa
sostanza, comporta lanticipazione della tutela ad un momento immediatamente precedente alla situa-
zione di danno conclamato, ossia al momento del verifcarsi di una situazione di pericolo.
25
Cos LoTTini, Bonifcadisitiinquinatidafanghidirisultadelladepurazionedelleacquerefueurba-
ne:trapoterediordinanzaextra ordinemeprincipiodiprevenzione, in Foroamm.TAR, 2007, 1444.
roberTo Francesco iannone
La gestione dei rifuti agricoli
soMMario:1.Limprenditoreagricoloelambiente;2.Irifutiagricoli;3.Lequattroregolesullacor-
rettagestionedeirifuti;4.Ildepositotemporaneodeirifuti;5.conferimentoetrasportodeirifuti
agricoli;6.Gliulterioriobblighidellimprenditoreagricolo:registrodicarico,registrodiscarico,il
MUD;7.IlsIsTRI(sistemadicontrollodellatracciabilitdeirifuti).
1. Limprenditore agricolo e lambiente
Oltre la met degli abitanti del pianeta sono agricoltori e gran parte di
essi sono organizzati in forma di impresa, ma il rapporto con la terra mai era
giunto ad un punto di crisi come accade oggi. La maturazione dellidea che
le risorse non sono illimitate, contrariamente a quanto si pensava nel secolo
scorso, si lega alla consapevolezza della necessit di preservare il bene am-
biente in cui si esplica lattivit dellimprenditore agricolo correlato al rico-
noscimento delle future generazioni quali soggetti giuridici.
La centralit assunta dalla problematica ambientale
1
nei tempi recenti
testimoniata dal riconoscimento formale che essa ha assunto nei diversi
ordinamenti nazionali.
2
La tutela dellambiente stata dunque elevata a di-
ritto fondamentale della persona, quale interesse diffuso funzionale al pieno
sviluppo e benessere dellessere umano.
3
Un nuovo sviluppo sociale, in cui la
1
s. PaTTi, Ambiente(tuteladell), in Digestociv., Torino, 1987, 292 ss.
2
Si veda ad esempio la Costituzione Greca del 1975 allart. 24 afferma: Laprotezionedellambiente
naturaleeculturalecostituisceunobbligodellostato; quella Spagnola del 1978, allart. 45 sanci-
sce: Tuttihannoildirittodigoderediunambienteadeguatoallosviluppodellapersonaeildoveredi
conservarlo; Anche diverse Costituzioni adottate dai Paesi socialisti, prima dei mutamenti istituzio-
nali, affermavano principii analoghi. La Costituzione della Polonia del 1952 allart. 2.2 stabiliva: La
RepubblicapopolaredellaPoloniagarantiscelaprotezioneeunrazionalemiglioramentodellambien-
techecostituisceunbenedellanazione; la Costituzione dellU.R.S.S. del 1977 prevedeva misure per
il risanamento dellambiente, defniva la protezione della natura come dovere del cittadino; indicava
la gestione razionale e la protezione delle risorse naturali, quali compiti assegnati alla competenza del
Consiglio dei Ministri.
3
Sul mutato approccio nella materia ambientale dellultimo decennio interessanti osservazioni emer-
gono nel contributo di F. VoLLero, Dirittiumaniedirittifondamentalifratutelacostituzionaleetutela
sopranazionale:ildirittoadunambientesalubre, Napoli, 2002, p, 9.
82 roberTo Francesco iannone
crescita economica non deve valutarsi in termini solo quantitativi e come fne
a s stessa, ma soprattutto per la qualit e lincidenza che effettivamente pu
produrre sullambiente e, tramite esso, sulla qualit della vita.
Lespressione ambiente (dal latino ambiens, participio presente di am-
bire, letteralmente andare attorno) esprime la valenza dinamica del concet-
to. Lambiente quale bene comune, unitariamente inteso,
4
esalta il suo valore
ideale con il conseguente interesse della collettivit alla sua conservazione.
5

I beni per essere conservati devono essere gestiti e chi ha la responsabilit
diretta o indiretta in simili contesti, deve comportarsi ponendosi il problema,
oggi pi che in passato, del buon governo del territorio e dellambiente. La
questione ambientale dellagricoltura deve essere considerata sotto una plu-
ralit di aspetti, poich nonostante il settore primario sia responsabile della
produzione di inquinamento, altrettanto vero che esso risulta fortemente
condizionato da un livello di informazione ambientale alquanto modesto, ca-
rente specialmente nel settore agricolo.
Lidea di fondo quella di unagricoltura polifunzionale nella quale
lagricoltore diventa soggetto ambientale, protagonista, del rapporto con il
mondo rurale nel suo complesso, ove accanto alla politica produttiva si as-
socia lobbligo di controllare limpatto ambientale delle attivit esercitate
in osservanza dei principi di derivazione comunitaria,
6
recepiti nel codice
dellambiente (d.lgs. 3 aprile 200, n. 152) che dominano la materia
7
nonch
4
Corte cost. 30 dicembre 1987 n. 641, in Foroit., 1988, I, p. 694, con nota di F. giaMPieTro; Si con-
sideri la giurisprudenza di legittimit rappresentata da Cass., Sez. un., 25 gennaio 1989, n. 440, in
cui lambiente viene qualifcato come beneimmaterialegiuridicamentericonosciutoetutelatonella
suaunitariet, in Riv.giur.ambiente, 1989, p. 475. Anche tra i sostenitori dellinconsistenza di una
nozione giuridica di ambiente (a. MiLeTTi, Tutelainibitoriaindividualeedannoambientale, Napoli,
2005, p. 76) si fnisce con il riconoscere lutilit pratica di un concetto idoneo a sottolineare laspetto
relazionale della problematica ambientale quale punto di sintesi. Per la teoria dei beni naturalmente il
richiamo a S. PugLiaTTi, Beni(teoriagen.), in Enc.dir., V, Milano, 1959, p. 159.
5
c.a. graziani, Terra e Propriet ambientale, in studi in onore di a. PaLazzo (diritto privato), a.
griLLi e a. sassi (a cura di), vol. III, Torino, 2009, p. 360.
6
g. oLMi, Agricolturaindirittocomunitario, in DigestoIV, disc.Pubbl., Torino, 1987, p. 123.
7
Le politiche di tutela ambientale si fondano sui principi della precauzione (F. giaMPieTro, Precauzione
e rischio socialmente accettabile: una linea guida interpretativa della legge n. 36/2001, in Diritto e
gestionedellambiente, 2001, p. 107 ss.; a.M. PrincigaLLi, Ilprincipiodiprecauzione:dannigravie
irreparabiliemancanzadicertezzascientifca, in Dir.agr., 2004, p. 145 ss.; per quanto concerne le
onde elettromagnetiche si rinvia al lavoro di c.M. nanna, Principiodiprecauzioneelesionidaradia-
zioninonionizzanti, Napoli, 2003, p. 10) dellazione preventiva, sul principio della correzione in via
prioritaria alla fonte dei danni causati allambiente, e sul principio chi inquina paga, al fne di garan-
Lagestionedeirifutiagricoli 83
del preminente valore assunto dalla persona nellordinamento.
Lart. 2137 c.c. dedicato alla responsabilit dellimprenditore agrico-
lo necessita, dunque, una lettura coordinata con il panorama delle fonti esi-
stenti. Il processo di decodifcazione
8
e depatrimonializzazione
9
del diritto
civile non risparmiano limpresa agricola e pongono limprenditore agricolo
di fronte a nuove e pi ampie forme di responsabilit legate alla corretta ge-
stione preventiva dei rifuti agricoli. Lo smaltimento dei rifuti in agricoltura
sta assumendo sempre maggiore importanza anche a causa dellesigenza di
realizzare modelli di agricoltura ecocompatibili e la necessit di integrare la
tutela dellambiente nella politica agricola. E pensare che un primo tentativo
di regolamentazione organica della materia venne intrapreso con la legge 20
marzo 1941, n. 366. I primi timidi approcci del legislatore verso il problema
della gestione dei rifuti erano tesi a risolvere problemi di natura essenzial-
mente sanitaria, mancando una percezione comune sulla necessit di avviare
adeguate politiche ambientali.
Come ogni attivit umana, infatti, lagricoltura genera dei rifuti che
devono essere gestiti.
Nello svolgimento dellattivit agricola vengono prodotte, essenzial-
mente, due tipologie di rifuti: quelli cosiddetti domestici e quelli che deri-
vano dalle attivit agricole vere e proprie. Le stesse attrezzature, le macchine,
i prodotti a supporto della pratica agricola, al termine del loro utilizzo, diven-
tano a loro volta dei rifuti da smaltire.
Limpatto che i rifuti generano sullambiente non dipende solo dalla
loro quantit ma anche dalla loro qualit: le sostanze pericolose in essi conte-
nute, anche se in piccole percentuali, possono infatti causare notevoli impatti
sullambiente in particolare sulle acque, sullaria e sul suolo.
tire uno sviluppo sostenibile e di contribuire ad un sensibile e misurabile miglioramento dellambiente.
Per lintera produzione della Comunit europea in tema ambientale, si rinvia al sito www.europa.eu.it.
8
n. irTi, Letdelladecodifcazione, Milano, 1986, p. 25; P. PerLingieri, Ildirittocivilenellalegalit
costituzionale, Napoli, 2006, p. 175.
9
C. Dionisi, Versoladepatrimonializzazionedeldirittoprivato, in Rass.dir.civ., 1980, p. 644; P. Per-
Lingieri, Lart.2059c.c.unoebino, cit., p. 775; iD, Lonnipresenteart.2059c.c. elatipicitdel
dannoallapersona,cit., p. 520; iD, Rapporticostruttivifradirittopenaleedirittocivile, in Rass.dir.
civ., 1997, p. 104 ss.; iD, Ildirittocivilenellalegalitcostituzionale, Napoli, 2006, P. 715; iD, scuole
tendenzeemetodi. Problemididirittocivile, Napoli, 1989, p. 175; M. PennasiLico, Loperativitdel
principiodiconservazione, in Rass.dir.civ., 2003, p. 702.
84 roberTo Francesco iannone
2. I rifuti agricoli
La normativa vigente in materia di rifuti agricoli in continua evolu-
zione. Il primo intervento degno di nota risale al 1982 (d.P.R. n. 915) a cui
ha fatto seguito il Decreto Ronchi, modifcato dal D.lgs. del 3 aprile 2006, n.
152 Norme in materia ambientale, ulteriormente modifcato dal D.lgs. del
16 gennaio 2008, n. 4.
In Italia lultima normativa la legge 27 febbraio 2009, n. 13 nella qua-
le si stabilisce allart. 8-quater che gli Accordi di Programma per la gestione
dei rifuti possono prevedere semplifcazioni amministrative da concordare
con la pubblica amministrazione, modifcando e convertendo in legge il de-
creto del 30 dicembre 2008, n. 208 recantemisurestraordinarieinmateria
dirisorseidricheeprotezionedellambiente.
Nel campo di applicazione della normativa sui rifuti, rientra qualsiasi
sostanza od oggetto che riconducibile alle categorie espressamente indicate
dal legislatore ovvero qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore: si disf;
abbia deciso di disfarsi o abbia lobbligo di disfarsi. I rifuti possono essere
urbani o speciali a seconda che provengano da abitazioni o da attivit
produttive.
I rifuti domestici prodotti nellabitazione dellagricoltore sono rifuti
urbani per i quali non vi alcun obbligo, tranne lonere di corrispondere per
il servizio limposizione dovuta (es. Tarsu), mentre quelli prodotti in campo
e/o in magazzino sono speciali. Questultima tipologia di rifuti non sog-
getta alla TARSU e vanno conferiti, a spese del produttore a terzi autorizzati
o al gestore del servizio pubblico in regime di convenzione.
10

I rifuti speciali si suddividono in non pericolosi (es. rifuti plastici
di imballaggio, imballaggi in legno, imballaggi di cartone) e pericolosi(es.
rifuti agrochimici, oli esausti di autotrazione, batterie ed accumulatori). Nelle
aziende agricole possono essere presenti altri scarti la cui gestione re-
golamentata da leggi che non riguardano la normativa sui rifuti. il caso
dellamianto, delle carogne animali, dei materiali litoidi (sassi, rocce, etc.),
dei materiali vegetali riutilizzati nelle normali pratiche agricole derivanti
dalla pulizia dei prodotti vegetali eduli (frutta, verdura, etc.), delle acque di
vegetazione e delle materie fecali quali i liquami o altri effuenti zootecnici.
10
P. Ficco, Lagestionedeirifutiagricoli, in Amb.sicurezza, 2, 1999, p. 87.
Lagestionedeirifutiagricoli 85
Questi ultimi, che nelle tradizionali pratiche agricole vengono distribu-
iti in campo come ammendanti e/o fertilizzanti, vanno dosati oculatamente al
fne di evitare effetti dannosi sulla qualit delle acque superfciali e profonde
nonch sulle altre componenti ambientali. Il loro utilizzo in agricoltura re-
golamentato dal Testo Unico sulle acque (D.lgs. 11 Maggio 1999, n. 152 e
successive modifche e integrazioni) che costituisce il recepimento della di-
rettiva comunitaria 91/676/CEE pi nota come Direttiva Nitrati il cui rispetto,
oltre che garantire i migliori risultati agronomici ed ambientali, condizione
indispensabile per accedere agli aiuti comunitari ed evitare sanzioni.
3. Le quattro regole sulla corretta gestione dei rifuti
La fnalit delle politiche e della copiosa legislazione sulla corretta ge-
stione dei rifuti si basa sulle cosiddette Regoledelle4R: Riduzione, Riuso,
Recupero dei materiali e Recupero energetico. La riduzione dei costi di pro-
duzione uno degli aspetti al quale gli imprenditori pongono pi attenzione.
Le aziende attente alla qualit devono individuare e ridurre gli spre-
chi ricorrendo magari allagricoltura biologica ovvero alluso di plastiche
biodegradabili per pacciamatura o di contenitori di ftofarmaci idrosolubili.
Il riuso consiste nellutilizzare ripetutamente (in pi cicli produttivi) mezzi e
materiali, allungandone la durata. A tale scopo opportuno utilizzare per pi
colture o cicli la stessa plastica di pacciamatura o copertura. Il recupero dei
materiali pone laccento sui vantaggi indiscutibili che offre il riciclo.
I rifuti di unazienda possono costituire la materia prima indispensabi-
le per lattivit di unaltra, pertanto, possono assumere un valore economico
anche abbastanza rilevante. importante per che questi siano ben separati
per tipologia e per quanto possibile puri, senza inquinanti rappresentati da
rifuti diversi.
Anche il vetro o le batterie possono essere rigenerati, cos come gli oli e
i lubrifcanti. Per queste tipologie di rifuti sono stati promossi consorzi speci-
fci che curano direttamente il ritiro dai produttori, senza costi aggiuntivi, se
non quelli necessari per mantenerli in purezza.
Lutilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura realizzata in
modo da evitare effetti nocivi sul suolo, sulla vegetazione, sugli animali e
86 roberTo Francesco iannone
sulla salute delluomo risulta determinante nellottica di recuperare i materia-
li impiegati dallimprenditore agricolo.
Per utilizzazione dei fanghi deve intendersi il loro recupero mediante
lo spandimento sul suolo e qualsiasi altra applicazione sul suolo medesimo.
I fanghi non sono altro che quei residui derivanti dai processi di depurazione
delle acque refue da insediamenti civili, ovvero delle acque refue di insedia-
menti produttivi.
Ad ogni modo, lutilizzo dei fanghi subordinato allaccertamento, al
momento del loro impiego, di requisiti tabellari normativamente previsti che
garantiscono la non compromissione del suolo e dellambiente circostante.
In relazione al recupero energetico lincenerimento in stufe o caminetti
domestici della legna derivante dalle potature consentita dalla legislazione.
Ovviamente non deve trattarsi di legno dopera trattato con vernici o altre
sostanze tossiche ma, ripetiamo, di legna di risulta delle operazioni agricole.
Per le altre tipologie di rifuti il recupero energetico attraverso il proce-
dimento di termovalorizzazione (lincenerimento dei rifuti con il recupero
dellenergia prodotta) deve rappresentare lultima soluzione, quando non
possibile individuare altre destinazioni o usi. Non deve essere sottovalutato,
infatti, lindirizzo espresso in ambito comunitario secondo il quale neces-
sario prevenire o ridurre, per quanto possibile, linquinamento dellaria, delle
acque e del suolo causato dallincenerimento o dallincenerimento dei rifuti,
inclusi i rischi per la salute umana.
11

Lart. 214 del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (codice dellambiente) cos
come modifcato ultimamente dal D.lgs. 3 dicembre 2010, n. 205, art. 27, pre-
vede che i procedimenti e metodi di smaltimento o di recupero siano tali da
non costituire un pericolo per la salute delluomo e da non recare pregiudizio
allambiente.
In particolare, ferma restando la disciplina del D.lgs. 11 maggio 2005,
n. 133, per accedere alle procedure semplifcate, le attivit di trattamento ter-
mico e di recupero energetico devono, inoltre, rispettare le seguenti condi-
zioni: a) deve esserci limpiego di combustibili da rifuti urbani oppure da
rifuti speciali individuati per frazioni omogenee; b) i limiti di emissione non
devono risultare superiori a quelli stabiliti per gli impianti di incenerimento
11
Direttiva 2000/76/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 dicembre 2000 sullincenerimen-
to dei rifuti.
Lagestionedeirifutiagricoli 87
dei rifuti dalla normativa vigente (con particolare riferimento al D.lgs. 11
maggio 2005, n. 133).
Il D.Lgs. 11 maggio 2005, n. 133, Attuazionedelladirettiva2000/76/
cE in materia di incenerimento dei rifuti tra laltro, ha recepito le dispo-
sizioni della direttiva 2000/76/CE sullincenerimento dei rifuti. Il decreto si
applica agli impianti di incenerimento e di coincenerimento dei rifuti (sia non
pericolosi che pericolosi) e stabilisce le misure e le procedure fnalizzate a
prevenire e ridurre per quanto possibile gli effetti negativi dellincenerimento
e del coincenerimento dei rifuti sullambiente, in particolare linquinamento
atmosferico, del suolo, delle acque superfciali e sotterranee, nonch i rischi
per la salute umana che ne derivino.
4. Il deposito temporaneo dei rifuti
Lart. 183, comma 1, lett. m) del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (Codice
dellAmbiente) individua la fattispecie del deposito temporaneo, che costitu-
isce uneccezione alle fasi che caratterizzano il procedimento di gestione dei
rifuti.
Il deposito temporaneo consiste nel raggruppare i rifuti, prima del
conferimento, nel luogo in cui sono prodotti, cio in azienda. Deve essere
organizzato per tipi omogenei (es.: oli - batterie - fltri) e nel rispetto delle
relative norme tecniche, nonch, per i rifuti pericolosi, in base alle regole che
disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute. Il deposito
temporaneo presuppone che il rifuto non esca mai dallarea entro la quale
svolta lattivit produttiva e pu essere effettuato solo dal soggetto che lo ha
prodotto.
Tramite la fattispecie del deposito temporaneo, la legge ha voluto te-
nere in conto le esigenze delle piccole e medie imprese produttrici di rifuti,
le quali possono cos evitare di ricadere nella stringente normativa dettata
per i rifuti nelle ipotesi in cui ne producano quantitativi estremamente li-
mitati.
Da ci si deduce che trattasi, in generale, di una particolare modalit
di stoccaggio dei rifuti, consistente nel raggruppamento dei rifuti effettuato,
prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, a determinate
88 roberTo Francesco iannone
condizioni elencate dalla norma sopra richiamata: 1) i rifuti depositati non
devono contenere policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, policlo-
rodibenzofenoli in quantit superiore a 2,5 parti per milione (ppm), n poli-
clorobifenile e policlorotrifenili in quantit superiore a 25 parti per milione
(ppm); 2) i rifuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero
o di smaltimento secondo una delle seguenti modalit alternative, a scelta del
produttore, con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quan-
tit in deposito; quando il quantitativo di rifuti in deposito raggiunga com-
plessivamente i 10 metri cubi nel caso di rifuti pericolosi o i 20 metri cubi
nel caso di rifuti non pericolosi. In ogni caso, allorch il quantitativo di rifuti
pericolosi non superi i 10 metri cubi lanno e il quantitativo di rifuti non peri-
colosi non superi i 20 metri cubi lanno, il deposito temporaneo non pu avere
durata superiore ad un anno; 3) il deposito temporaneo deve essere effettuato
per categorie omogenee di rifuti e nel rispetto delle relative norme tecniche,
nonch, per i rifuti pericolosi, nel rispetto delle norme che disciplinano il
deposito delle sostanze pericolose in essi contenute; 4) devono essere rispet-
tate le norme che disciplinano limballaggio e letichettatura delle sostanze
pericolose; 5) per alcune categorie di rifuto, individuate con decreto del Mi-
nistero dellambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il
Ministero per lo sviluppo economico, sono fssate le modalit di gestione del
deposito temporaneo.
Dello strumento del deposito temporaneo pu servirsi, pertanto, solo
il produttore dei rifuti, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti. La norma,
dunque, individua due distinte ipotesi di deposito temporaneo: a) quello ri-
guardante un quantitativo illimitato di rifuti, provvedendo al recupero o allo
smaltimento entro due mesi per i rifuti pericolosi e tre mesi per i rifuti non
pericolosi; b) quello riguardante il quantitativo massimo di rifuti che la ditta
pu conservare (10 m per i rifuti pericolosi e 20 m per i rifuti non perico-
losi), dovendo poi procedere al loro smaltimento entro il termine massimo di
un anno.
In realt, i limiti quantitativi di deposito temporaneo dei rifuti sembra-
no diffcilmente raggiungibili da parte dei piccoli imprenditori agricoli. Per
tali motivi, la scadenza trimestrale per lavviamento alle operazioni di recu-
pero o smaltimento dei rifuti diviene per le piccole imprese agricole un costo
talvolta insopportabile. La norma andrebbe calibrata con le reali potenzialit
Lagestionedeirifutiagricoli 89
inquinanti dei piccoli imprenditori agricoli per cui i limiti quantitativi indicati
dalla normativa costituiscono un miraggio.
Qualora non vengano rispettate le sopra descritte condizioni di ammis-
sibilit, lattivit diventa illegale e penalmente perseguibile in quanto integra
attivit di deposito incontrollato di rifuti, sanzionata ai sensi dellart. 256,
comma 2, D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, con la pena: a) dellarresto da tre mesi
a un anno o con lammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si
tratta di rifuti non pericolosi; b) dellarresto da sei mesi a due anni e dellam-
menda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifuti peri-
colosi.
La Corte di Cassazione, con la recentissima pronuncia della Sezione
penale, n. 15680 del 23 aprile 2010, si pronunciata in materia di deposito
incontrollato di rifuti precisando che allorch il deposito dei rifuti manchi
dei requisiti fssati dallart. 183 D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, per essere qua-
lifcato quale temporaneo, si realizza a seconda dei casi: a) un abbandono
ovvero un deposito incontrollato sanzionato, secondo i casi, dagli artt. 255
e 256, comma 2, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152); b) un deposito preliminare,
necessitante della prescritta autorizzazione in quanto confgura una forma di
gestione dei rifuti; c) una messa in riserva in attesa di recupero, anchessa
soggetta ad autorizzazione quale forma di gestione dei rifuti. La scelta tra le
varie opzioni dipende soltanto dagli elementi specifci della fattispecie con-
creta. Pertanto, quando non ricorre un deposito temporaneo, si confgura un
deposito preliminare se esso realizzato in vista di successive operazioni di
smaltimento, ovvero una messa in riserva se realizzato in vista di successive
operazioni di recupero, mentre si realizza un deposito incontrollato o abban-
dono
12
quando defnitivo nel senso che non prelude ad alcuna operazione di
smaltimento o di recupero.
Nella fattispecie non ricorrono le condizioni per il deposito tempora-
neo, sia perch non era stato osservato il divieto di miscelazione, sia perch
non tutti i rifuti ivi raccolti provenivano da scavi in loco. Nellaffrontare lil-
lecito di abbandono di rifuti non si pu prescindere dal prendere in conside-
razione, seppur brevemente, la responsabilit che pu investire il proprietario
(incolpevole) del sito su cui altri abbiano abbandonato rifuti.
Sempre in materia di deposito incontrollato di rifuti, ulteriori disposi-
12
M. V. baLossi, Ilpuntosullabbandonodirifuti, in Amb.svil., 2010, 2, p. 118.
90 roberTo Francesco iannone
zioni si ricavano dalla lettura dellart. 192, D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152: tale
articolo dispone che fatta salva lapplicazione della sanzioni di cui agli artico-
li 255 e 256, chiunque effettui attivit di abbandono e deposito incontrollato
di rifuti sul suolo tenutoaprocedereallarimozione,allavvioarecupero
oallosmaltimentodei rifutiedalripristinodellostatodeiluoghiinsolido
con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento
sullarea,aiqualitaleviolazionesiaimputabileatitolodidoloo colpa,in
baseagliaccertamentieffettuati,incontraddittorioconisoggettiinteressati,
daisoggetti prepostialcontrollo.Ilsindacodisponeconordinanzaleopera-
zioniatalfnenecessarieedil termineentrocuiprovvedere,decorsoilquale
procede allesecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle
sommeanticipate.
Ove poi derivi un inquinamento dellarea, la situazione determinerebbe
nuovi scenari. Non di rado avviene che limprenditore agricolo, proprietario
del suolo ove esercita la proprie attivit scopra ad un tratto che quellarea da
lui diligentemente sorvegliata in realt risulta gravemente compromessa, in
quanto in precedenza qualche azienda aveva ivi depositato dei rifuti illegal-
mente.
Non pu nemmeno escludersi la possibilit che sia unazienda limitrofa
ad effettuare degli scarichi abusivi. In tal caso occorre distinguere lipotesi di
abbandono dei rifuti dalla responsabilit per gli obblighi di bonifca ex art.
239, del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.
13

In questa sede suffciente riporre lattenzione sullart. 242 del gi ci-
tato Testo Unico ambientale che individua nel responsabile dellinquinamen-
to lunico destinatario degli obblighi contemplati dalla norma medesima. Il
legislatore ha operato, una preferenza ripudiando qualsiasi forma di respon-
sabilit oggettiva.
14
Tale scelta comporta che la necessit di individuare il
13
La norma presuppone un fenomeno di vera e propria contaminazione dei luoghi e non un semplice
abbandono di rifuti. Sulla bonifca dei siti contaminati vedi, G. De sanTis, Bonifcadeisiticontaminati,
in Resp. civ. prev., 2009, p. 1478; W. DaVanzo, La responsabilita` del proprietario del fondo nella
disciplinadellart.14delD.Lgs.22/97.confrontoconlart.17eobbligodibonifcadeisitiinquinati,
in Dir.giur.agr., 2006, I, p. 335; G. ManFreDi, Labonifcadeisitiinquinatitrasanzioni,misureripri-
stinatorieerisarcimentodeldannoallambiente, in Riv.giur.Amb., 2002, p. 667; s. baiona, Nessuna
responsabilitoggettivaincapoalproprietarioincolpevoleperlabbandonodirifutisulfondodi
suapropriet, in Resp.civ.prev., 2009, p. 2127.
14
a. graziano, codicedellambiente,Annotatocondottrina,giurisprudenzaeformule, a cura di P. De
Lise e r. garoFoLi, Roma, 2009, p. 817; a. L. De cesaris, Gliobblighidibonifcadelproprietario
Lagestionedeirifutiagricoli 91
responsabile dellinquinamento si traduce nel rifutare ogni automatismo po-
nendo laccento sul dovere da parte delle amministrazioni locali di svolgere
unadeguata istruttoria preliminare.
15

Il proprietario incolpevole non pu dunque, essere obbligato a provve-
dere al ripristino dello stato dei luoghi a proprie cure e spese. Tuttavia, ga-
rantita dal privilegio speciale immobiliare, la Pubblica amministrazione potr
recuperare le somme versate nel limite dellarricchimento di valore, previa-
mente notifcando il provvedimento di bonifca al proprietario incolpevole,
rendendolo edotto del suindicato onere reale. Gli istituti dellonere reale e del
privilegio speciale realizzano spesso una notevole pressione nei confronti del
proprietario.
16
5. Conferimento e trasporto dei rifuti agricoli
Nel momento in cui, terminata la fase del deposito temporaneo, si pone
il problema di avviare allo smaltimento i rifuti, sorge linterrogativo ver-
so quali soggetti, limprenditore agricolo pu rivolgersi. Lagricoltore pu
scegliere di: a) rivolgersi al locale servizio comunale di raccolta dei rifuti
solidi urbani; b) effettuare il conferimento ad appositi centri di raccolta; c)
rivolgersi a gestori privati autorizzati (iscritti allAlbo Gestori Ambientali).
Nel primo caso le municipalizzate comunali vanno considerate alla stregua
di un qualsiasi operatore privato con cui cercare un accordo sul prezzo della
raccolta o della consegna di determinate quantit e qualit di rifuti.
La seconda opzione pu essere utile soprattutto per le piccole e picco-
lissime aziende che producono modeste quantit di rifuti e li conferiscono
occasionalmente a centri di raccolta affdati al gestore del servizio pubblico
di raccolta dei rifuti urbani, con i quali sia stata stipulata una convenzione,
incolpevole, in Riv. Giur. Amb., 2000, p. 340 ss.; r. F. iannone, Lazione di bonifca non grava sul
proprietarioincolpevoledelsitocontaminato, in Riv.Giur.amb., 2010, 2, p. 379; g. De sanTis, Boni-
fcadeisiticontaminati, in Resp.civ.prev., 2009, p. 1478; L. MusuMeci, Bonifcadisiticontaminati,
Milano, 2008, p. 400; s. DangiuLLi, Bonifcadisiticontaminati, in a. buonFraTe (a cura di), codice
dellambienteenormativacollegata, Milano, 2008, 245 ss.
15
T.A.R. Valle dAosta, 20 febbraio 2003, n. 17, in Riv.giur.amb., 2003, pp. 854 ss.; T.A.R. Piemonte,
Sez. II, 26 marzo 2004, n. 17, in www.ambientediritto.it.
16
Osserva come spesso il proprietario del sito sia indotto ad eseguire interventi di bonifca per non
vedersi espropriare il sito, P. giaMPieTro, Lanuovagestionedeirifuti, Milano, 2009, p. 320.
92 roberTo Francesco iannone
purch tali rifuti non eccedano la quantit di 30 Kg o 30 litri. Il trasporto di
rifuti speciali non pu essere effettuato direttamente dalloperatore agricolo
a meno che: 1) non iscriva la ditta e i mezzi adibiti al trasporto alla sezione
semplifcata dellAlbo Gestori Ambientali; 2) non operi in un territorio ove
vige un accordo di programma che consenta il trasporto diretto; 3) non con-
ferisca i propri rifuti speciali al gestore del servizio pubblico di raccolta dei
rifuti solidi urbani.
I rifuti nel loro percorso devono essere accompagnati da una documen-
tazione che ne giustifchi il trasporto alla destinazione. Nel caso di imprese
private a cui lazienda agricola ha affdato il servizio di raccolta e stoccaggio
dei propri rifuti, necessario il formulario di identifcazione dal quale de-
vono risultare almeno i seguenti dati: nome ed indirizzo del produttore e del
detentore; origine, tipologia e quantit del rifuto; impianto di destinazione;
data e percorso dellinstradamento; nome ed indirizzo del destinatario. Una
sorta di documento, che permette la tracciabilit del rifuto.
Detto formulario frmato in quattro copie, sia dal produttore dei rifuti
che dal trasportatore, e conservato da entrambi per 5 anni. Una copia del
formulario deve rimanere presso il produttore o il detentore e le altre tre,
controfrmate e datate in arrivo dal destinatario, sono acquisite una dal desti-
natario e due dal trasportatore, che provvede a trasmetterne una al detentore.
Limprenditore agricolo sollevato da ogni responsabilit sui suoi rifuti solo
al ricevimento della quarta copia del formulario che deve essere compilata
e frmata, oltre che dal trasportatore anche dal responsabile dellimpianto di
smaltimento fnale. Se entro 3 mesi non ha ricevuto questa copia, deve segna-
larlo alla Provincia di appartenenza, pena sanzione amministrativa e rischio
di accusa di complicit in eventuali smaltimenti illeciti.
La legge 30 dicembre 2008, n. 205 conversioneinlegge,conmodi-
fcazioni,deldecretolegge3novembre2008,n.171,recantemisureurgenti
perilrilanciocompetitivodelsettoreagroalimentare, allart. 4 quinquies
rubricato semplifcazionedegliadempimentiacaricodelleimpreseagrico-
le ha introdotto delle modifche agli artt. 193 e 212, D.lgs. 3 aprile 2006, n.
152, con riferimento al trasporto dei rifuti speciali non pericolosi prodotti
da attivit agricole. previsto lesonero dal formulario di identifcazione e
di iscrizione allANGA per i rifuti speciali agricoli purch ricorrano tutte le
seguenti condizioni nel trasporto: a) sia effettuato dal produttore di rifuti in
Lagestionedeirifutiagricoli 93
modo occasionale e saltuario; b) sia fnalizzato al conferimento al gestore del
servizio pubblico di raccolta con il quale sia stata stipulata una convenzione;
c) il trasporto non ecceda 30 kg o 30 l.
Ulteriori semplifcazioni operative possono essere previste negli accor-
di e contratti di programma in materia di rifuti, stipulati tra le amministrazio-
ni pubbliche e i soggetti economici o le associazioni di categoria rappresen-
tative dei settori interessati.
6. Gli ulteriori obblighi dellimprenditore agricolo: registro di carico,
registro di scarico, il MUD
Mentre in passato gli imprenditori agricoli, a differenza degli impren-
ditori non agricoli, usufruivano di una serie di esenzioni poich ex art. 6-ter,
della legge 24 aprile del 1989, n. 144, per i rifuti derivanti dallesercizio
dellimpresa agricola sul fondo o relative pertinenze per cui i primi non era-
no tenuti alla compilazione del registro di carico e scarico, del formulario
di identifcazione per il trasporto e delliscrizione allAlbo gestori per il tra-
sporto di rifuti pericolosi, la situazione sin dallavvento del Decreto Ronchi
mutata.
Lannotazione della tipologia e della quantit del rifuto stoccato nel
deposito temporaneo deve essere riportato sul Registro di carico e scarico
entro 10 giorni. Le imprese che non producono pi di 10 tonnellate di rifuti
non pericolosi allanno e 2 tonnellate di pericolosi possono affdare la tenuta
del Registro alle organizzazioni professionali. In questi casi limprenditore
agricolo comunica allorganizzazione la produzione del rifuto, conservando
copia delle comunicazioni fatte per eventuali controlli.
Lorganizzazione a sua volta provveder ad annotare la formazione del
rifuto sul registro entro 30 giorni. Tali registri, se di nuovo acquisto, vanno
vidimati presso le Camere di Commercio competenti; in caso siano detenuti
prima dellentrata in vigore del D.lgs del 13 febbraio 2008, n. 4 e vidimate
dallAgenzia delle Entrate, consigliabile contattare la Camera di Commer-
cio competente per territorio, al fne di accertare linterpretazione legislativa
della norma citata. Ulteriore obbligo per limprenditore agricolo il Mud
(Modello Unico di Dichiarazione ambientale).
94 roberTo Francesco iannone
Il Mud (Modello Unico di Dichiarazione ambientale) un modello at-
traverso il quale devono essere denunciati i rifuti prodotti dalle attivit eco-
nomiche, i rifuti raccolti dal Comune e quelli smaltiti, avviati al recupero o
trasportati nellanno precedente la dichiarazione.
Le aziende agricole che producono rifuti pericolosi, e con un volume
daffari annuo superiore agli 8.000 euro, hanno lobbligo di comunicare il
Mud entro il 30 aprile di ogni anno, per via telematica o cartacea, alla Camera
di Commercio. Ne sono esonerate, quindi, le aziende che non producono ri-
futi pericolosi, quelle con un volume daffari inferiore agli 8.000 euro e che
hanno in essere un accordo/contratto di conferimento al gestore del servizio
pubblico. Per coloro che disattendono questobbligo o compilino in modo
incompleto o inesatto il Registro e/o il Mud, sono previste delle sanzioni pe-
cuniarie.
Le Camere di Commercio, su richiesta degli interessati, forniscono i
modelli cartacei e/o su supporto magnetico (scaricabili anche tramite Inter-
net). Se ne consiglia il ritiro annualmente poich lo stesso soggetto a mo-
difche.
7. Il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilit dei rifuti)
Il 13 gennaio 2010 stato pubblicato sulla Gazzetta Uffciale il D.M.
17 dicembre 2009 Istituzione del sistema di controllo della tracciabilit dei
rifuti, ai sensi dellarticolo 189 del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 e dellarticolo
14-bis del Decreto legge n. 78/2009 convertito, con modifcazioni, dalla legge
3 agosto 2009, n. 102.
Il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilit dei rifuti)
17
nasce nel
2009 su iniziativa del Ministero dellAmbiente e della Tutela del Territorio
e del Mare nel pi ampio quadro di innovazione e modernizzazione della
Pubblica Amministrazione per permettere linformatizzazione dellintera f-
liera dei rifuti speciali a livello nazionale e dei rifuti urbani per la Regione
Campania ai fni del tracciamento. La gestione informatica degli adempimen-
17
s. MagLia, M.V. baLossi, Prime osservazioni al decreto sistri (D.M. 17 dicembre 2009), in Amb.
svil., 2010, 2, p. 110; b. aLberTazzi, IlnuovosIsTRI.comecambianoiMUD,iregistrieiformulari,
Rimini, 2010, p. 34.
Lagestionedeirifutiagricoli 95
ti ambientali prevista dal SISTRI assicura numerosi vantaggi agli Operatori.
Infatti, consente un inserimento dei dati pi rapido e garantisce una sensibile
riduzione degli errori che vengono attualmente commessi nella compilazione
cartacea del Formulario di Identifcazione dei Rifuti, del Registro di carico e
scarico e del MUD.
Agli utenti del SISTRI vengono consegnati: un dispositivo elettronico
per laccesso in sicurezza dalla propria postazione al sistema, defnito dispo-
sitivo USB, idoneo a consentire la trasmissione dei dati, a frmare elettronica-
mente le informazioni fornite e a memorizzarle sul dispositivo stesso.
Per i trasportatori sussiste un dispositivo elettronico da installarsi su
ciascun veicolo che trasporta rifuti, con la funzione di monitorare il percorso
effettuato dal medesimo, defnito black box e un dispositivo USB da utiliz-
zarsi in modo congiunto; la consegna e linstallazione della black box avviene
presso le offcine autorizzate, il cui elenco fornito contestualmente alla con-
segna del dispositivo USB e disponibile sul Portale SISTRI; apparecchiature
di sorveglianza per monitorare lingresso e luscita degli automezzi dagli im-
pianti di discarica, di incenerimento e dagli impianti di coincenerimento de-
stinati esclusivamente al recupero energetico dei rifuti e ricadenti nel campo
di applicazione del decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133. Perch nasce
il SISTRI ?
Per garantire una maggiore azione di contrasto dei fenomeni di illegali-
t in primo luogo; per conoscere, in tempo reale, i dati relativi alla fliera dei
rifuti e per utilizzarli ai fni di specifci interventi repressivi; per semplifcare
le procedure attraverso la informatizzazione dei processi e l eliminazione di
taluni adempimenti (Registro di carico/scarico, Formulario, MUD), con con-
seguente riduzione dei costi per le imprese. Tale sistema nato sullasciadel
sistemadicontrolloadottatoincampaniadurantelemergenza,ilcosiddetto
sitra,chehamostratoevidentilacuneeproblematichedifunzionamento.
La gestione del SISTRI stata affdata al Comando Carabinieri per la
Tutela dellAmbiente (NOE) che dovr, altres, garantire la messa a disposi-
zione dei dati sulla produzione, movimentazione e gestione dei rifuti.
Dal sistema sar, cos, possibile ricavare i fussi di informazione che
consentiranno di adempiere agli obblighi informativi previsti dalla normativa
comunitaria. Il SISTRI
18
sar interconnesso telematicamente con: lIspra
18
aa.VV, Manualeambiente, Milano, 2010, p. 659; c. boVino, Tracciabilitdeirifuti:ilsIsTRIela
96 roberTo Francesco iannone
Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale che fornir,
attraverso il Catasto Telematico, i dati sulla produzione e la gestione di rifuti
alle Agenzie Regionali e Provinciali di Protezione dellAmbiente. Le Agenzie
Regionali e Provinciali di Protezione dellAmbiente, a loro volta, provve-
deranno a fornire i medesimi dati alle competenti Provincie. Il SISTRI sar
interconnesso anche con lAlbo Nazionale dei Gestori Ambientali, tramite il
Ministero dellAmbiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in ordine ai
dati relativi al trasporto dei rifuti.
Larticolo 1 del Decreto ministeriale individua: a) le categorie di
soggetti tenuti a comunicare, secondo un ordine di gradualit temporale,
le quantit e le caratteristiche qualitative dei rifuti oggetto della loro atti-
vit attraverso il SISTRI, utilizzando i dispositivi elettronici indicati al
successivo articolo 3; b) le categorie di soggetti esonerate da tale obbligo;
c) le categorie di soggetti che possono aderire su base volontaria al SISTRI.
Sono obbligati ad aderire le imprese e gli enti produttori iniziali di rifu-
ti pericolosi; le imprese e gli enti produttori iniziali di rifuti non pericolosi
di cui allarticolo 184, comma 3, lettere c), d) e g), del D.lgs. 3 aprile 2006, n.
152, con pi di dieci dipendenti, lettera c) i rifuti da lavorazioni industriali;
lettera d) i rifuti da lavorazioni artigianali; lettera g)i rifuti derivanti dallat-
tivit di recupero e smaltimento di rifuti, i fanghi prodotti dalla potabilizza-
zione e da altri trattamenti della acque e dalla depurazione delle acque refue
e da abbattimento dei fumi; i Comuni, gli Enti e le Imprese che gestiscono
i rifuti urbani nella territorio della Regione Campania; i commercianti e gli
intermediari di rifuti senza detenzione; i consorzi istituiti per il recupero e
il riciclaggio di particolari tipologie di rifuti che organizzano la gestione di
tali rifuti per conto dei consorziati; trasportatori professionali le imprese di
cui allart. 212, comma 5, del D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 che raccolgono e
trasportano rifuti speciali; il terminalista concessionario dellarea portuale
e l impresa portuale ai quali sono affdati i rifuti in attesa dellimbarco o
allo sbarco per il successivo trasporto; i responsabili degli uffci di gestione
merci e gli operatori logistici presso le stazioni ferroviarie, gli interporti, gli
impianti di terminalizzazione e gli scali merci ai quali sono affdati i rifuti
in attesa della presa in carico degli stessi da parte dellimpresa ferroviaria o
dellimpresa che effettua il successivo trasporto; le imprese che raccolgono e
fasetransitoria, Milano, 2010, p. 1.
Lagestionedeirifutiagricoli 97
trasportano i propri rifuti pericolosi di cui allart . 212, comma 8, del D.lgs. 3
aprile 2006, n. 152; le imprese e gli enti che effettuano operazioni di recupero
e smaltimento di rifuti. In conclusione, questa riforma in chiave tecnologica
dellintero sistema dovrebbe permettere una riduzione drastica (addirittura
del 50%) dei costi fno ad ora addebitati a MUD, Registro c/s e FIR. Ma una
rivoluzione di questo genere, nonostante limpegno di tutte le parti coin-
volte, non poteva essere realizzata nel poco tempo originariamente indicato
dal decreto istitutivo. E cos, dopo una serie di proroghe di termini forte-
mente volute dal mondo imprenditoriale il SISTRI divenuto operativo il
1 ottobre 2010 per tutti i soggetti obbligati ma solo per coloro che, avendo
aderito, hanno anche ricevuto in consegna i dispositivi elettronici necessari
per poterlo utilizzare.
Pertanto, con un terzo correttivo SISTRI (il D.M. 28 settembre 2010,
che ha seguito il D.M. 15 febbraio 2010 e il D.M. 9 luglio 2010) stata estesa
a tre mesi (1 ottobre-31 dicembre 2010) la fase transitoria a doppio regime
(convivenza delle vecchie modalit cartacee di adempimento e impiego del
SISTRI) durante la quale saranno applicate, nelleventualit, le sole vecchie
sanzioni previste per gli artt. 190 e 193 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, Testo
Unico Ambientale (TUA). In virt di unaltra proroga, stata anche spostata
al 30 novembre 2010 la data prevista per il completamento della distribuzione
dei dispositivi USB e linstallazione delle blackbox.
Dopo innumerevoli sollecitazioni da parte di Confartigianato, il Mi-
nistro dellAmbiente Stefania Prestigiacomo, con il Decreto 22 dicembre
2010, ha sottoscritto una nuova proroga per lentrata in operativit del Si-
stema Sistri estesa fno al 31 maggio 2011. Il decreto allunga pertanto il
periodo transitorio che originariamente era previsto dal 1 ottobre al 31
dicembre 2010 fno al 31 maggio 2011 di ulteriori 5 mesi. Si ricorda che
il periodo transitorio caratterizzato dalla sussistenza del sistema cartaceo
con il Sistema Sistri.
Per quanto riguarda la dichiarazione MUD relativa al 2010, il decre-
to interviene abolendo la scadenza del 31 dicembre 2010 contenuta nellart.
12, comma 1, del DM 17 febbraio 2009 che prescriveva lobbligo dinvio di
una comunicazione semplifcata (mini-MUD). In sua vece viene disposto
lobbligo di comunicazione entro il 30 aprile 2011. Le informazioni relative
ai rifuti prodotti e smaltiti nellarco del 2011 e gestite con modalit cartacea
98 roberTo Francesco iannone
prima della attivazione del Sistri dovranno essere comunicate entro il 31 di-
cembre 2011. Non sono ancora state fssate le modalit tecniche di comuni-
cazione.
Tuttavia, a seguito di recenti incontri intercorsi con le Organizzazioni
imprenditoriali, il Ministero dellAmbiente ha dichiarato di ritenere pratica-
bile lipotesi di una dichiarazione, denominata Scheda SISTRI, individuan-
do, per ci che attiene alle informazioni richieste, lo schema MUD del 2002.
La modalit dinvio della dichiarazione sar, tuttavia, solamente telematica,
tramite accesso Web al portale SISTRI.
Sezione ii
gestione
Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
Refui urbani di depurazione: qualit agronomica e
interazione con il suolo
Sommario: 1. Introduzione; 2. Composizione dei refui urbani; 3. Interazioni tra refui urbani e suolo;
3.1. Propriet fsiche del suolo; 3.2. Salinit e sodicit; 3.3. Gli elementi nutritivi; 3.3.1. Azoto; 3.3.2.
Fosforo; 3.3.3. Potassio; 3.4. Elementi traccia; 3.5. Composti organici naturali e di sintesi; 3.6. Pato-
geni; 4. Conclusioni.
1. introduzione
Le acque refue pi comunemente usate in agricoltura come fertirriganti
sono costituite per la maggior parte dai refui urbani, dagli effuenti di indu-
strie agro-alimentari ed altre industrie e dai refui zootecnici, depurati a vari
livelli tramite una serie di trattamenti in successione. Lapplicazione al suolo
adibito ad uso agricolo dei refui provenienti da impianti urbani di depurazio-
ne rappresenta un effcace metodo di recupero di una preziosa fonte di acqua
e di elementi nutritivi, utili per le colture. inoltre, tale opzione di smaltimento
evita i potenziali rischi per la salute umana e per lambiente globale connessi
al loro sversamento diretto nei corsi dacqua. in condizioni climatiche aride
e semi-aride, tipiche degli ambienti mediterranei, in cui la disponibilit di
acqua per lirrigazione rappresenta un prerequisito essenziale per lo svilup-
po dellagricoltura, lopportunit di usare il refuo per lirrigazione assume
unimportanza pari alla necessit del loro smaltimento. in tali condizioni
inoltre le limitate fonti di acqua di elevata qualit sono rese maggiormente
disponibili per altri usi.
Le acque refue differiscono dalle comuni acque naturali usate per lirri-
gazione per la presenza di elementi ftonutritivi quali azoto, fosforo e potassio
e di sostanze organiche pi o meno biodegradabili e/o ftotossiche, per il mag-
gior contenuto in sali inorganici solubili, soprattutto cloruri e bicarbonati di
sodio, ed elementi traccia ftonutritivi e/o ftotossici, nonch per la possibile
presenza di microorganismi patogeni, quali batteri, virus e parassiti in varie
102 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
concentrazioni. La specifca composizione del refuo assume pertanto parti-
colare importanza ai fni della sua destinazione per lirrigazione.
Un corretto utilizzo agronomico dei refui deve tenere conto di molte-
plici fattori. il rischio connesso a distribuzioni inopportune non solo quello
della perdita di elementi nutritivi, ma anche di rilascio di sostanze inquinanti
nel suolo, nellatmosfera e nelle acque. Dal punto di vista agronomico, ci
sono vari aspetti che concorrono a rendere particolarmente importante una
corretta distribuzione dei refui negli attuali ordinamenti agricoli.
il suolo il recapito principale e preferito dei refui civili, agricoli e
dellindustria agro-alimentare sia per esigenze irrigue che per necessit di
smaltimento. il suolo, in quanto sistema fsicamente, chimicamente e biologi-
camente attivo, possiede la riconosciuta e convalidata propriet di agire quale
fltro dinamico, o vivente, nei confronti del refuo applicato, grazie alla
molteplicit delle azioni fsiche, chimiche e biologiche che pu esercitare.
Pertanto, pi che di effetti del refuo sul suolo, ovvero del suolo sul refuo,
appare opportuno considerare il tipo e lentit delle interazioni che vengono
ad instaurarsi, in maniera dinamica, tra il suolo ed il refuo. tali interazioni
dipenderanno, ovviamente, sia dalla composizione e dalla quantit di refuo
applicato, che dalle specifche propriet fsiche, chimiche e biologiche del
suolo considerato.
sulla base delle precedenti considerazioni, saranno dapprima presi bre-
vemente in esame i principali parametri fsici, chimici e biologici che caratte-
rizzano i refui, limitatamente a quelli di origine urbana per i quali possibile
fare delle generalizzazioni. i refui di industrie agro-alimentari e gli effuenti
zootecnici pi tipicizzati e quindi soggetti a trattazioni pi specifche, non
saranno presi in considerazione in questo testo. nella seconda parte, si tratte-
r poi pi diffusamente delle molteplici e specifche interazioni che possono
aver luogo tra il refuo ed il suolo, con accenni anche agli effetti sulle colture
agrarie e sulle acque superfciali e profonde.
2. Composizione dei refui urbani
La composizione e le caratteristiche chimiche dei refui urbani variano
al variare della natura e della fonte di acqua usata originariamente, del siste-
Refui urbani di depurazione 103
ma fognario, della stagione, della natura degli eventuali scarichi industriali
che pervengono nelle fognature urbane ed, ovviamente, dei trattamenti a cui
il refuo grezzo stato sottoposto.
i processi di trattamento dei refui urbani sono classifcati conven-
zionalmente in primari, secondari, terziari e quaternari (Shuval 1977). Pi
spinto il livello di trattamento, pi elevata la qualit delleffuente che
ne risulta e, quindi, il suo valore duso. i trattamenti primari consistono ge-
neralmente in processi di grigliatura e dissabbiatura, deoleazione e sgrassa-
tura, sedimentazione e fottazione, che consentono la rimozione dei solidi
organici ed inorganici grossolani e delle sostanze grasse ed oleose presenti
nel refuo grezzo. i trattamenti secondari consistono essenzialmente in pro-
cessi di decomposizione biologica, aerobica e/o anaerobica, delle sostanze
organiche complesse presenti e di igienizzazione del refuo, attraverso fltra-
zione, lagunaggio e sedimentazione secondarie, uso di fanghi attivi, ecc. i
trattamenti terziari impiegano processi quali clorurazione, microvagliature,
microfltrazione, coagulazione, precipitazione ed uso di carboni attivi ad-
sorbenti, consentendo cos lulteriore rimozione delle particelle sospese pi
sottili, dei nutrienti e dei fattori di eutrofzzazione, lulteriore abbassamento
del BoD e della torbidit, nonch leliminazione completa dei patogeni re-
sidui. i trattamenti quaternari hanno, infne, lobiettivo di portare leffuente
a livello di acqua potabile, attraverso limpiego di tecniche pi sofsticate,
quali lultrafltrazione, lo scambio ionico, losmosi inversa, lelettrodialisi o
la distillazione. il livello di trattamento richiesto dipende, ovviamente, dal
tipo di uso che delleffuente si vuole fare, nonch dalle leggi vigenti in
materia di smaltimento di acque refue. nel caso delluso in agricoltura per
lirrigazione del suolo a coltura, leffuente da trattamento secondario pu
generalmente considerarsi accettabile.
i refui urbani depurati contengono in genere circa il 99.9% di acqua e
lo 0.1% di materiali organici ed inorganici. in tabella 1 sono riferiti gli inter-
valli di concentrazione dei principali componenti comunemente riscontrati
nei refui urbani, sia allo stato grezzo che sottoposti ai comuni trattamenti
di depurazione secondaria (FeiGin et al. 1991; PettyGrove e aSano 1985). i
costituenti e le propriet pi importanti degli effuenti in relazione alle loro
interazioni con il suolo, le colture e le acque superfciali e profonde compren-
dono: la salinit, la sodicit, gli elementi nutritivi ed in traccia, le sostanze
104 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
organiche di origine naturale e sintetica, i solidi sospesi ed i microorganismi
patogeni.
i rischi legati alla salinit ed alla sodicit del refuo vengono in genere
valutati attraverso la misura della concentrazione totale dei sali in conducibili-
t elettrica (eC
w
), del cosiddetto rapporto di adsorbimento del sodio (sAR
o R
na
corretti), nonch dalla concentrazione di alcuni ioni specifci, quali i
cloruri, i bicarbonati ed i carbonati, il sodio, il calcio ed il magnesio (FeiGin
et al. 1991; PettyGrove e aSano 1985). i refui urbani contengono in genere
una concentrazione di sali superiore a quella dellacqua originaria, in quanto
essi sono introdotti dalle attivit domestiche ed industriali e non vengono
rimossi dai comuni trattamenti primari e secondari. nonostante le quantit
assolute di sali presenti non siano in genere elevate (Tabella 1), esse possono
a volte causare un aumento della salinit della fase liquida del suolo e creare
problemi per le colture sensibili o poco tolleranti alla salinit. in particolare,
il livello di cloruri pu risultare elevato nei refui contenenti effuenti di indu-
strie alimentari che spesso usano grandi quantit di sali nei loro processi. Ci
nonostante, il tipico intervallo di concentrazione di cloruri riscontrato negli
effuenti secondari (Tabella 1) al di sotto dei livelli di rischio per la maggior
parte delle colture di interesse agrario. Rischi comunque possono insorgere
per le colture sensibili (tabacco, fragola, agrumi, pesco, patata, lattuga, ecc.)
e per la qualit delle acque sotterranee (accademia nazionale dellaGricol-
tura 1991). La determinazione dei livelli di sodio (sodicit) nel refuo di
particolare importanza a causa del notevole impatto di questo elemento sulle
propriet del suolo e sulla produzione agraria in generale. elevati livelli di
sodio possono causare degradazione fsica del suolo a causa della dispersione
dei colloidi argillosi e conseguente perdita della struttura del suolo con dimi-
nuzioni sensibili della permeabilit. inoltre, concentrazione di sodio elevate
possono determinare una reazione alcalina del suolo ed esercitare una tossi-
cit diretta su alcune piante. Altrettanto importanti sono le valutazioni degli
ioni bicarbonato e carbonato che possono aumentare il rischio da sodio del
refuo, causando la precipitazione del carbonato di calcio nel suolo. i livelli
di calcio e magnesio riscontrati nei refui sono generalmente simili a quelli
delle acque naturali. La presenza di tali ioni nel refuo riduce i rischi da sodio,
migliorandone la qualit per luso irriguo, oltre a risultare vantaggiosa sotto
laspetto nutritivo.
Refui urbani di depurazione 105
Tabella 1. intervalli di concentrazione dei principali costituenti di refui urba-
ni grezzi ovvero sottoposti ai comuni trattamenti di depurazione secondaria
(FeiGin et al. 1991; PettyGrove e aSano 1985).
Costituenti intervalli di
concentrazione (mg/l)
Refui grezzi effuenti secondari
solidi totali 1300-200 1200-400
solidi sospesi 350-100 100-10
solidi disciolti 1000-200 1100-400
BoD
5
350-100 80-10
CoD 1000-250 160-30
pH 8.0-7.0 8.1-7.8
Azoto totale 85-20 50-10
Azoto ammoniacale 50-10 40-1
Azoto nitrico 1.5-0 10-0
Azoto organico 35-5 ------
Fosforo totale 36-4 17-6
Potassio 25-5 40-10
Cloruri 650-10 200-40
Alcalinit (CaCo
3
) 400-50 700-200
sodio 460-10 250-50
Calcio + Magnesio 150-25 170-30
sAR ------ 7.9-4.5
grassi e oli 150-35 ------
tra i macronutritivi pi importanti presenti nei refui, e che ne aumen-
tano il valore per luso irriguo, sono da considerarsi lazoto, il fosforo ed il
potassio. Lazoto risulta presente nei refui secondari in tre diverse forme che
sono, in ordine di importanza: ammoniacale, organico e nitrico (Tabella 1).
Lazoto ammoniacale rappresenta spesso l80% dellazoto totale ed il nitri-
co in genere non supera il 7% nei refui secondari, nei quali lazoto nitroso
106 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
risulta presente in tracce. Date le sue importanti propriet come elemento
macronutritivo da un lato, e come potenziale inquinante delle acque superf-
ciali e sotterranee, dallaltro, la valutazione della concentrazione e delle for-
me di azoto nei refui per uso irriguo essenziale. il fosforo sempre presente
nei refui secondari in varie forme organiche e come fosfati inorganici (piro-
meta- e polifosfati e ortofosfati) (Tabella 1). Le forme organiche di fosforo
hanno origine biologica, mentre i fosfati condensati derivano da immissioni
di prodotti chimici, quali i detergenti, negli effuenti urbani. il fosforo organi-
co ed i fosfati condensati possono in parte trasformarsi in ortofosfati durante
i trattamenti del refuo ovvero dopo larrivo nel suolo. Le quantit di azoto e
fosforo aggiunte al suolo attraverso lapplicazione dei refui urbani sono spes-
so di considerevole entit, tali da raggiungere in alcuni casi valori simili ai li-
velli standard di fertilizzazione azotata e fosfatica. Anche il potassio aggiunto
tramite il refuo pu raggiungere quantit ragguardevoli e tali da consentire la
riduzione delle fertilizzazioni potassiche.
La valutazione della quantit di materiali organici presenti nei refui
si esegue in genere attraverso metodi empirici basati sugli indici: (a) BoD
(biochemical oxygen demand), che rappresenta la quantit di ossigeno richie-
sta per la degradazione microbiologica delle sostanze organiche nel refuo a
20 C; e (b) CoD (chemical oxygen demand), che rappresenta la quantit di
ossigeno necessaria per ossidare la sostanza organica presente col metodo
chimico del bicromato. il test di BoD standard effettuato in laboratorio per
un periodo di 5 giorni denominato BoD
5
e rappresenta il 70-80% del BoD
totale (idelovich e michail 1981). i materiali organici biodegradabili presenti
nei refui sono costituiti, in massima parte, da proteine, carboidrati e grassi
che in seguito alla loro biodecomposizione possono causare una diminuzione
dellossigeno presente nel sistema e quindi linstaurarsi di condizioni anae-
robiche. il valore del CoD generalmente pi elevato di quello del BoD
5
.
Ci indica la presenza di sostanze organiche persistenti, ovvero scarsamente
o per nulla biodegradabili, e di composti riducenti, quali solfti, solfuri, nitriti
e ferro ferroso. il trattamento secondario del refuo riduce notevolmente il
livello delle sostanze organiche presenti, abbassando sensibilmente i valo-
ri di BoD e CoD (Tabella 1). Le sostanze organiche residue sono presenti
per la maggior parte sotto forma di composti solubili e per il resto in forma
di sospensioni sottili e/o grossolane. Mentre le sostanze organiche di origi-
Refui urbani di depurazione 107
ne biologica aggiunte al suolo col refuo possono avere effetti positivi sulle
propriet e fertilit del suolo, le sostanze organiche di sintesi presenti in trac-
cia negli effuenti secondari (Tabella 2) possono rappresentare dei notevoli
fattori di rischio di contaminazione per il suolo e per le acque superfciali e
sotterranee e di tossicit per le colture. Questi composti organici di sintesi,
che comprendono acidi e basi organiche, idrocarburi aromatici polinucleari,
fenoli, esteri ftalici, alogenuri alifatici, ecc., sono spesso introdotti nei refui
urbani da scarichi industriali non depurati e non sono biologicamente elimi-
nabili n con i comuni trattamenti delle acque refue, n nel suolo. La loro
identifcazione e valutazione nei refui da usare in agricoltura risulta pertanto
di estrema importanza ed sempre consigliata.
Tabella 2. intervalli di concentrazione di alcune classi di contaminanti orga-
nici riscontrabili comunemente negli effuenti secondari (overcaSh 1983).
Classe intervallo di concentrazione
(mg/l)
Alogenuri alifatici 0.16-48
Aromatici sostituiti 0.21-18
esteri ftalici 0.21-21
Aromatici polinucleari 0.16-0.68
nella tabella 3 sono presentati i valori tipici di numerosi elementi trac-
cia riscontrati sia nei refui grezzi che negli effuenti secondari. La presenza di
tali elementi e la loro quantit nelleffuente secondario dipende dalla natura
e dalla composizione del refuo grezzo e dai metodi di trattamento usati. Ad
esempio, il boro immesso nei refui attraverso scarichi contenenti detergenti
e saponi e risulta tossico per molte piante a valori relativamente bassi (> 0.5
mg/l). Piante tolleranti a concentrazioni pi elevate di boro sono, ad esempio,
il cotone e lasparago. in genere, il trattamento secondario riduce il contenuto
di elementi traccia nel refuo attraverso la sedimentazione dei solidi sospesi. i
valori riferiti in tabella 3 indicano che in genere i contenuti di elementi trac-
cia potenzialmente inquinanti per il suolo e per le acque superfciali e sotter-
ranee e/o ftotossici sono al di sotto delle soglie di rischio e che tali effuenti
possono essere applicati al suolo anche per tempi lunghi senza incorrere in ri-
108 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
schi da inquinamento. La presenza e la quantit di tali elementi va comunque
sempre tenuta sotto controllo nel refuo da usare per lirrigazione, ad evitare
che fenomeni di accumulo nel suolo possano indurre fenomeni di ftotossicit
ovvero trasferimento nei corsi dacqua.
Tabella 3. intervalli di concentrazione (mg/l) di elementi traccia negli effuen-
ti urbani grezzi e secondari e livelli massimi consentiti nelle acque di irriga-
zione (chanG e PaGe 1983; PaGe e chanG 1985).
elemento Refuo
grezzo
effuente
secondario
Livelli massimi
permessi
a
lungo
termine
breve
termine
b
Arsenico <0.0003-1.9 <0.005-0.023 0.1 10
Boro <0.123-20.0 <0.1-2.5 0.75 2.0
Cadmio <0.0012-2.1 <0.005-0.15 0.01 0.05
Cromo <0.0008-83.3 <0.005-1.2 0.1 20.0
Mercurio <0.0001-3.0 <0.0002-0.001 ---- ----
Molibdeno <0.0011-0.9 0.001-0.0018 0.01 0.05
nichel 0.002-111.4 0.003-0.6 0.2 2.0
Piombo 0.001-11.6 0.003-0.35 5.0 20.0
Rame <0.0001-36.5 <0.006-1.3 0.20 5.0
selenio <0.002-10.0 <0.005-0.02 0.02 0.05
Zinco <0.001-28.7 0.004-1.2 2.0 10.0
a) i valori dei livelli massimi permessi sono riferiti a una dose di applicazione del refuo pari a 1200
mm/anno.
b) Valori da usare su suolo a tessitura fne.
La eccessiva presenza di solidi in sospensione negli effuenti secondari
(Tabella 1) pu creare problemi per il suolo, occludendone i pori, soprattutto
Refui urbani di depurazione 109
nella zona superfciale, causando cos una riduzione della velocit di infl-
trazione dellacqua e della conducibilit idraulica, nonch dellaerazione. i
trattamenti di depurazione primario e secondario dovrebbero comunque assi-
curare un abbattimento del livello dei solidi sospesi a valori tali da non creare
problemi per il suolo.
i refui grezzi contengono molti microorganismi patogeni, quali batteri,
virus e parassiti, che vengono in genere eliminati durante i processi di tratta-
mento biologico e di igienizzazione delleffuente, che rimuovono quasi del
tutto anche le sostanze grasse ed oleose presenti.
3. interazioni tra refui urbani e suolo
La valutazione delle caratteristiche dei suoli fnalizzata allobietti-
vo di contribuire alla defnizione delle dosi, delle epoche di spandimento e
delle tecniche agronomiche complementari, in grado di conseguire i livelli
desiderati di effcienza agronomica dei refui. La valutazione dei siti destinati
allutilizzo agricolo dei refui deve essere mirata a comprendere linfuenza
che le condizioni litologiche, morfologiche e di drenaggio superfciale pos-
sono avere sul trasporto dei nutrienti generati dal processo di degradazione.
infatti, leffcienza depurativa del sistema suolo-pianta, controllata da un
elevato numero di variabili ambientali, legate al clima, alla morfologia del
terreno, alle caratteristiche pedologiche, al tipo di copertura vegetale, alle
propriet idrauliche di superfcie e di profondit. ne consegue che porzioni
diverse del territorio possono caratterizzarsi per il fatto di avere una differente
attitudine a ricevere i refui. A riguardo alcune regioni, da parecchi anni, si
stanno dotando di utili cartografe indicanti informazioni sui suoli e le loro at-
titudini ai diversi usi. il comportamento idrologico del suolo, inoltre, infuen-
za linfltrabilit ed il ruscellamento dei liquami. La condizione in cui si trova
il terreno fondamentale nella valutazione della possibilit di spandimento
da parte del refuo.
il suolo esercita tutta una serie di effetti nei confronti del refuo che ad
esso perviene, grazie alla sua intrinseca natura di sistema poroso, dinamico ed
attivo sia sotto laspetto fsico, che chimico e microbiologico. tuttavia il suo-
lo subisce lazione dello stesso refuo che pu, in misura pi o meno estesa,
110 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
infuenzarne e modifcarne, vantaggiosamente o svantaggiosamente, numero-
se propriet e funzioni fsiche, chimiche e biologiche di estrema importanza
sia per la fertilit e per la produzione vegetale, che in relazione a potenziali
fenomeni di inquinamento, di ftotossicit e di contaminazione delle acque
superfciali e profonde.
Lapporto di effuenti al suolo ha come effetto immediato quello di inte-
ragire e modifcare, sia sotto laspetto stechiometrico e quali-quantitativo che
termodinamico e cinetico, tutta una serie di complesse reazioni ed equilibri
fsici, chimici, fsico-chimici e biologici. Mentre i costituenti solidi pi gros-
solani del suolo, quali la sabbia e il limo, essendo poco o per nulla reattivi
chimicamente e biologicamente, interagiscono col refuo secondo azioni di
tipo prevalentemente fsico-meccanico, le frazioni pi sottili, quali i minerali
argillosi e la sostanza organica, sono coinvolte in misura di gran lunga mag-
giore nelle interazioni col refuo, determinandone in misura prevalente la sua
stessa accettabilit per il suolo.
Le principali propriet del suolo implicate nelle interazioni con le acque
refue sono: la tessitura e la struttura, la porosit, la velocit di infltrazione, la
permeabilit o conducibilit idraulica, il tipo di minerali argillosi, la capacit
di scambio cationico, il pH e il potenziale redox, il contenuto e la natura del-
la sostanza organica, il livello dellattivit microbica, la composizione della
fase liquida e del complesso di scambio, il contenuto in elementi nutritivi e
in calcare.
3.1. Propriet fsiche del suolo
Le propriet fsiche del suolo, quali la tessitura (o composizione granu-
lometrica), la struttura (tipo, stabilit) e la porosit sono decisive nel determi-
nare i valori di parametri chiave quali la velocit di infltrazione, la permeabi-
lit e la conducibilit idraulica. tali parametri, a loro volta, determineranno i
tempi di permanenza e la mobilit del refuo nel suolo, e quindi infuenzeran-
no indirettamente la tipologia e lentit delle reazioni chimiche e biologiche
che potranno avere luogo tra i componenti del refuo ed il suolo.
Refui urbani di depurazione 111
Tabella 4. tipici valori della velocit di infltrazione (mm/ora) in vari tipi di
suoli (FeiGin et al. 1991).
tipi di suolo Velocit di infltrazione
sabbioso >20
sabbioso-argilloso 15 - 10
Limoso-argilloso 10 - 6.5
argilloso 7.5 - 2
La velocit di infltrazione del refuo nel suolo dipende sia dalla tes-
situra (Tabella 4) che dalla struttura, nonch dal contenuto iniziale di acqua
nel suolo e dalle dosi di applicazioni del refuo. Lesistenza di una struttura
instabile nel suolo pu provocare la formazione di croste con notevoli ridu-
zioni della velocit di infltrazione. Allorch la velocit di infltrazione risulta
minore della dose di applicazione, si potr verifcare ristagno o ruscellamento
del refuo sul suolo.
La conducibilit idraulica, ovvero la permeabilit del suolo (Tabella
5), dipende prevalentemente dalla tessitura, con valori elevati per terreni sab-
biosi e bassi per terreni argillosi. nei suoli caratterizzati da bassi valori di
conducibilit idraulica, gli eccessivi tempi di persistenza (ristagno) del refuo
nel suolo creeranno condizioni di anaerobiosi con gravi ripercussioni su tutte
le propriet chimiche e biologiche del suolo e sulle sue funzioni di fertilit.
suoli con classe di permeabilit moderata e rapida assicureranno invece tem-
pi di persistenza adeguati allinstaurarsi delle interazioni tra componenti del
refuo, suolo e pianta. infne, i valori di conducibilit idraulica molto elevati
determineranno tempi di ritenzione troppo brevi acch le interazioni possano
aver luogo con rischi di contaminazione per le acque sotterranee.
112 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
Tabella 5. Classi di permeabilit e conducibilit idraulica del suolo.
Classe di permeabilit Conducibilit idraulica
(cm/ora)
estremamente lenta <0.003
Molto lenta 0.003-0.025
Lenta 0.025-0.25
Moderata 0.25-2.5
Rapida 2.5-25.4
Molto rapida >25.4
3.2. salinit e sodicit
gli effetti sul sistema suolo-pianta dovuti alla salinit ed alla sodicit
dei refui usati per lirrigazione sono simili a quelli provocati dalle comuni ac-
que di irrigazione. simili pertanto sono in entrambi i casi anche le procedure
di controllo di qualit, la valutazione dei rischi e le limitazioni duso collegati
a questi due parametri (Sequi 2005; PettyGrove e aSano 1991).
Laumento della salinit nella fase liquida del suolo, in seguito allin-
troduzione dei sali presenti nelleffuente usato per lirrigazione, pu deter-
minare tre possibili effetti sul sistema suolo-pianta: (a) effetto osmotico
sulle piante, che dipende dalla concentrazione totale di sali dissolta nella fase
liquida del suolo; (b) un effetto negativo sulle condizioni fsiche del suolo, nel
caso di elevata concentrazione in sodio e bassa salinit totale; e (c) effetti di
tossicit da ioni specifci, che possono essere causati da elevate concentrazio-
ni di specifci ioni.
Leffetto osmotico sulle colture consiste nel maggiore lavoro che la
pianta deve compiere per adattare la concentrazione salina nei suoi tessuti
(adattamento osmotico), soprattutto nellapparato radicale, a quella esterna,
al fne di poter assumere lacqua necessaria dalla fase liquida del suolo. Ci
provoca un abbassamento dellenergia disponibile per la crescita generale e
lo sviluppo equilibrato della pianta, con ripercussioni negative sulla produ-
zione, allorch si supera il valore soglia di salinit (espresso come conducibi-
Refui urbani di depurazione 113
lit elettrica, eC
e
, nella fase liquida del suolo), caratteristico per ogni specie
vegetale. Le diverse piante di interesse agrario hanno valori di tolleranza alla
salinit molto diversi, variando dalle pi sensibili alle pi tolleranti (FeiGin
et al. 1991; PettyGrove e aSano 1985; Sequi 1989). Altri parametri che in-
fuenzano la risposta della pianta alla salinit sono i fattori climatici, quali la
temperatura e lumidit, la stagione, let, lo stadio vegetativo e le condizioni
generali di fertilit del suolo. i danni da salinit sono in genere pi gravi nei
climi molto caldi e secchi, soprattutto per le specie pi sensibili.
Laccumulo dei sali nella fase liquida del suolo dipende non solo dalla
quantit di sali che ad esso pervengono dal refuo, ma anche dalla frazione
di sali rimossa dal suolo per lisciviazione e allontanata tramite un drenaggio
adeguato. Pertanto, lapplicazione di una quantit di refuo superiore a quella
che pu essere trattenuta dal suolo ed utilizzata dalla pianta assicura la rimo-
zione di una certa quantit di sali per lisciviazione, evitandone laccumulo
oltre certi limiti prefssati nella fase liquida del suolo. Usando quindi una
determinata frazione di lisciviazione, la salinit della fase liquida del suolo
raggiunger, dopo un certo tempo, un valore di equilibrio che si manterr ab-
bastanza costante nel tempo. stato valutato che, per frazioni di lisciviazioni
intorno a 0.15-0.20, luso dei refui con eC
w
< 0.7 mmho/cm (o ds/m ), non
dovrebbe in nessun caso dar luogo a problemi di salinit, mentre per refui
con eC
w
tra 0.7 e 3.0 mmho/cm (salinit da leggera a moderata) sono preve-
dibili limitazioni duso, ovvero particolari pratiche di gestione. infne, refui
con eC
w
> 3.0 mmho/cm sono soggeti a limitazioni duso ed attenta gestione
per il controllo della salinit nel suolo. Un drenaggio adeguato comunque
sempre richiesto nelluso a lungo termine di acque refue per lirrigazione.
Lelevata concentrazione di sodio nelleffuente esercita effetti negativi
sulle propriet fsiche del suolo, in particolare ne deteriora la struttura, ne
riduce la porosit, la velocit di infltrazione, la permeabilit, e laerazione.
Linsediamento di quantit eccessive di ioni sodio sul complesso di scambio
del suolo (percentuale di sodio di scambio, esP > 15%) determina la dilata-
zione del doppio strato elettrico, con conseguente rigonfamento e dispersione
delle argille, perdita della struttura e diminuzione della permeabilit del suolo
allacqua ed allaria. tali effetti sono causati da elevati valori del sodio e bassi
valori della salinit (calcio pi magnesio). Valori di salinit elevata riduco-
no in parte gli effetti negativi dovuti ad un valore elevato del sodio, mentre
114 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
quando la fase liquida del suolo si diluisce, per intensa lisciviazione o forti
piogge, esso diventa pi sensibile alleffetto disperdente causato dal sodio,
con formazione di croste e conseguenti fenomeni di ristagno, ruscellamento
o erosione. Leffetto del sodio infuenzato, oltre che dal calcio e magne-
sio, dalla presenza di carbonati e bicarbonati e dalla concentrazione di Co
2
,
che tendono a precipitare ovvero a dissolvere il calcio. Al fne di valutare e
prevedere correttamente i potenziali problemi di permeabilit per il suolo
opportuno pertanto usare congiuntamente il valore delleC
w
e del rapporto di
adsorbimento del sodio (sAR), possibilmente corretto (adj R
na
), cio tenen-
do in conto i fenomeni appena descritti (fg. 1) (PettyGrove e aSano 1985;
FeiGin et al. 1991; Sequi 1989).
La natura dei minerali argillosi presenti nel suolo esercita un ruolo im-
portante sugli effetti di dispersione provocati dal sodio. La montmorillonite
il minerale pi dilatabile e pertanto pi sensibile agli effetti negativi del
sodio, mentre lillite moderatamente sensibile e la caolinite la meno sensi-
bile a tali fenomeni. gli effetti dovuti alla sodicit del refuo, in particolare la
formazione di croste e la riduzione della velocit di infltrazione risultano poi
particolarmente marcati nei terreni limosi.
Problemi di ftotossicit dovuti alla presenza di ioni specifci spesso
accompagnano e complicano i problemi dovuti alleccessiva salinit e/o sodi-
cit del refuo. sotto questo aspetto gli ioni di maggior rilievo sono il sodio ed
i cloruri. Le specie di interesse agrario presentano diverse soglie di tossicit
per questi ioni, risultando pi o meno tolleranti o sensibili. Particolarmente
sensibili ai cloruri ed al sodio, per le turbe nutrizionali causate dallecces-
siva assimilazione di questi ioni relativamente ai nitrati ed al calcio e po-
tassio, sono le specie legnose, quali gli agrumi e lavocado, mentre molto
pi tolleranti risultano gli ortaggi e le specie da granella, da foraggio e da
fbra (PettyGrove e aSano 1985). gli effetti di tossicit dovuti al sodio ed ai
cloruri dipendono anche dai sistemi di irrigazione usati, risultando in genere
accentuati in condizioni climatiche di elevata temperatura e bassa umidit,
per cui lirrigazione notturna in questi casi riduce notevolmente i rischi di
tossicit. nonostante il boro sia un micronutritivo essenziale, effetti di fto-
tossicit compaiono per concentrazioni nel refuo al di sopra di 0.5-1.0 mg/l.
il boro viene fortemente adsorbito nei terreni ricchi di argilla, che ne abbassa
lattivit in soluzione e quindi lo rende meno disponibile per le piante. nei
Refui urbani di depurazione 115
terreni argillosi pertanto la ftotossicit da boro risulta fortemente limitata.
in tali terreni comunque il boro estremamente diffcile da rimuovere e pu
accumularsi in notevoli quantit.
3.3. gli elementi nutritivi
gli elementi nutritivi presenti negli effuenti secondari apportati al suo-
lo ne accrescono la fertilit a vantaggio della produzione vegetale. in alcu-
ni casi, comunque, le quantit apportate risultano eccessive per le necessit
delle colture e possono causare problemi, stimolando un eccessivo sviluppo
vegetativo, dilazionando la maturazione, o riducendo la qualit del prodot-
to (PettyGrove e aSano 1985). consigliabile pertanto effettuare controlli
periodici del refuo usato per valutarne la quantit di nutrienti, che in ogni
Figura 1. Curve della salinit e del rapporto di adsorbimento del sodio (sAR) indicanti combinazioni
di sAR e di conducibilit elettrica in grado di promuovere condizioni di permeabilit favorevoli o
sfavorevoli nel suolo.
116 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
caso vanno considerati come parte della dose di fertilizzanti programmata.
i nutrienti presenti nei refui in quantit importanti per lagricoltura sono so-
prattutto lazoto ed il fosforo, ed occasionalmente il potassio.
3.3.1. Azoto
Lirrigazione con effuenti secondari apporta al suolo considerevoli
quantit di azoto, infuenzandone la disponibilit, lassunzione da parte delle
colture, la lisciviazione al di sotto del livello delle radici e le perdite per vo-
latilizzazione.
nello strato superfciale dei comuni terreni, lazoto presente preva-
lentemente (circa 90%) in forme organiche, mentre il resto si trova come
ione ammonio, legato ai minerali argillosi in forme non-scambiabili e scam-
biabili, e come ione nitrato solubile. Le varie forme di azoto presenti nel
terreno fanno parte di un ciclo dinamico, di cui diviene parte integrante
lazoto del refuo, prevalentemente sotto forma di ione ammonio, non ap-
pena esso applicato al suolo. Le quantit di azoto apportate al suolo dai
refui di irrigazione possono raggiungere valori simili o addirittura superiori
a quelle applicate con le fertilizzazioni azotate standard (FeiGin et al. 1991).
Valori eccessivi di azoto nel suolo, determinati dallapporto del refuo pos-
sono avere effetti positivi negli stadi iniziali della crescita, ma negativi alla
maturazione. in alcuni casi leccesso di azoto causa riduzione della resa e
della qualit dei fruttiferi, ritardo della maturazione nel cotone, riduzione
del contenuto in zuccheri della barbabietola da zucchero e in amido della
patata (PaGe et al. 1983; Bower and chaney 1974). i principali fenomeni cui
pu soggiacere lazoto apportato dal refuo nel suolo sono ladsorbimento
in forme scambiabili da parte del complesso di scambio, la mineralizzazio-
ne-immobilizzazione e la nitrifcazione-denitrifcazione, con assunzione da
parte delle piante, ovvero perdita per ruscellamento o lisciviazione o vola-
tilizzazione.
Lazoto organico soggetto nel suolo alla decomposizione microbica in
forme inorganiche semplici e disponibili per la nutrizione vegetale, quali gli
ioni ammonio e nitrato. i responsabili dei processi di mineralizzazione sono i
microorganismi eterotrof che usano i composti organici che contengono azo-
to come sorgente di energia. Poich il rapporto C/n nella sostanza organica
degli effuenti secondari generalmente intorno a 5, questi materiali risultano
Refui urbani di depurazione 117
facilmente decomponibili nel suolo e leffetto dellirrigazione con gli effuen-
ti risulta simile a quella della fertilizzazione.
Le forme inorganiche di azoto (prevalentemente nH
4
+
e no
3
-
) che
pervengono al suolo attraverso lirrigazione col refuo, ovvero sono prodotte
dalla mineralizzazione dellazoto organico, oltre a poter essere direttamente
assunte dalle piante superiori, possono essere soggette a fenomeni di tempo-
ranea immobilizzazione per assimilazione da parte dei microorganismi del
suolo. La velocit relativa dei fenomeni di mineralizzazione ed immobilizza-
zione dipende dalla quantit e dalla natura della sostanza organica apportata
col refuo e presente nel suolo, dal livello dellazoto inorganico e dalle condi-
zioni e propriet del suolo, quali umidit, aerazione, temperatura e pH.
gli ioni ammonio sono prevalentemente adsorbiti in forme scambiabili
dal suolo, ma possono subire anche fenomeni di fssazione in forme non scam-
biabili da parte di certi tipi di minerali argillosi, quali le illiti, ovvero volatiliz-
zazione in suoli alcalini, o ancora essere soggetti ai fenomeni di ossidazione a
ione nitrato (nitrifcazione). i batteri responsabili dei processi di nitrifcazione
nel suolo sono i nitrosomonas e i nitrobacter e la velocit di nitrifcazione
dipende da diversi fattori, quali i livelli di nH
4
+
e no
3
-
, laerazione, lumi-
dit, la temperatura ed il pH. La nitrifcazione avviene con diffcolt nei suoli
asciutti, ed aumenta allaumentare dellumidit e dellaerazione in rapporto
adeguato. il valore ottimale di temperatura per la nitrifcazione si aggira sui
20-40 C e di pH tra 6 e 8.
Lirrigazione con effuenti secondari infuenza il livello dei nitrati nel
terreno, nel sottosuolo e nelle acque profonde, al variare della qualit e quan-
tit delleffuente, della fertilizzazione azotata, delle propriet del suolo, del
tipo di coltura e delle condizioni climatiche. i nitrati nel suolo, oltre ad essere
facilmente disponibili ed assunti dalle piante, possono essere immobilizzati
da parte dei microorganismi ovvero facilmente allontanati per ruscellamento
o lisciviazione fno alle acque sotterranee, grazie alla loro elevata solubilit
e non adsorbibilit da parte dei colloidi a carica negativa del suolo. nei suoli
acidi (pH < 5.5-6), ovvero nei suoli ricchi di minerali amorf di origine vul-
canica, la presenza di materiali a carica positiva e capaci di adsorbire lo ione
nitrato rende la lisciviazione dei nitrati minore.
i nitrati possono anche subire nel suolo fenomeni di denitrifcazione
che portano alla perdita di azoto per volatilizzazione sotto forma di ossidi
118 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
di azoto e, soprattutto, di azoto molecolare. La denitrifcazione ha luogo in
condizioni di anaerobiosi ed operata da microorganismi capaci di ridurre gli
ossidi dazoto in presenza di carbonio organico con azione riducente. i valori
ottimali di temperatura e pH per la denitrifcazione sono rispettivamente tra
50 e 70 C e tra 6 e 8 unit di pH. il processo quindi controllato soprattutto
dalla disponibilit di carbonio organico e dallo stato di anaerobiosi del suo-
lo. La quantit di azoto perduta per denitrifcazione pu variare da quasi 0 a
90% dellazoto applicato, a secondo della composizione e propriet del suolo.
in generale, terreni a tessitura grossolana, ben drenati, ed a basso contenuto
di sostanza organica presentano bassi livelli di denitrifcazione, che assume
valori medi nei suoli sabbioso-argillosi e raggiunge valori elevati nei terreni
limoso-argillosi e argillosi (PettyGrove e aSano 1985).
3.3.2. Fosforo
gli effuenti secondari spesso contengono un elevato contenuto di fo-
sforo (Tabella 1) e rappresentano una importante fonte dellelemento per il
suolo, potendo parzialmente, ed in alcuni casi del tutto, sostituire la fertilizza-
zione fosfatica. La quantit di fosforo apportata al suolo dai refui ritenuta in
genere non eccessiva. Un eccesso di fosforo, anche se generalmente non pone
problemi per la nutrizione vegetale, pu causare, se in forma disponibile, sbi-
lanci nutritivi, quali defcienze di Cu, Fe e Zn (FeiGin et al. 1991).
Lapplicazione del fosforo tramite leffuente determina un immediato
incremento del livello di fosforo solubile nel suolo, seguito poi da un rapido
calo (entro uno o due giorni). tale rapido abbassamento dipende solo in pic-
cola parte dallassunzione del fosforo da parte delle colture, ma soprattutto
dai noti fenomeni di immobilizzazione cui soggetto il fosforo nel suolo.
Ci, in seguito ai processi di adsorbimento anionico da parte dei colloidi del
suolo e di precipitazione come fosfati insolubili di Ca nei suoli calcarei a
pH > 6.5-7 e di Al e Fe nei suoli acidi a pH < 5.5-6. Limmobilizzazione del
fosforo da parte dei microorganismi del suolo alquanto ridotta, mentre solo
una piccola frazione del fosforo apportato (< 3%) viene mobilizzato ed allon-
tanato per ruscellamento o per lisciviazione.
3.3.3. Potassio
il contenuto di potassio negli effuenti secondari (Tabella 1) non ge-
Refui urbani di depurazione 119
neralmente elevato, per cui lapporto al suolo tramite lirrigazione con i refui
solo raramente pu soddisfare le esigenze di potassio delle colture, mentre
estremamente improbabili sono i casi di eccesso.
il potassio apportato col refuo aumenta il livello dellelemento pre-
sente nella fase liquida del suolo e disponibile per le colture, ma buona parte
soggiace facilmente sia ai fenomeni di adsorbimento in forma scambiabile da
parte degli scambiatori del suolo, che a fenomeni di fssazione in forme non
scambiabili da parte di alcuni minerali argillosi, nonch alla lisciviazione. La
capacit di ritenzione del potassio apportato dal refuo dipende soprattutto dal
valore della capacit di scambio del suolo (CeC). Maggiore la CeC, minore
la quantit di potassio mobilizzato lungo il proflo. La lisciviazione risulta
maggiore nei suoli a tessitura grossolana, mentre in quelli ricchi in argilla
il potassio prevalentemente trattenuto. Un aumento del pH fno a 6-6.5 in
suoli sabbiosi acidi riduce la lisciviazione del potassio (FeiGin et al., 1991).
il suolo subisce signifcative perdite di potassio anche per ruscellamento ed
erosione.
3.4. elementi traccia
gli elementi traccia sono normalmente presenti in basse concentrazioni
nei sistemi naturali, quali il suolo e le acque. Molti di essi sono considerati
micronutritivi essenziali per le funzioni biologiche che svolgono, se presenti
in piccole quantit, negli organismi, mentre altri sono ritenuti non essenziali
alla vita. tutti questi elementi assumono un carattere tossico per le piante e/o
gli animali, allorch sono presenti in quantit disponibili eccedenti determinati
valori soglia. il margine tra la concentrazione raccomandata (o accettabile) e
quella tossica in genere molto ristretto. Pertanto, il rischio che nel suolo si
possano superare i valori limite incombente e va sempre tenuto in debita con-
siderazione. Lapporto incontrollato di elementi traccia al suolo sempre da
evitare, in quanto, se se ne verifca un accumulo, risulta praticamente impossi-
bile rimuoverli. gli elementi traccia, in defnitiva, rappresentano un potenziale
fattore di tossicit per le colture, e quindi per la catena alimentare, nonch di
rischio per la possibile traslocazione nelle acque superfciali e/o sotterranee.
i refui urbani contengono sempre una gran variet di elementi traccia
in concentrazioni molto variabili a seconda della loro origine e delle attivit
dellambiente urbano da cui provengono. nonostante i sistemi di depurazione
120 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
secondaria dei refui urbani non prevedano trattamenti specifci tendenti ad
eliminare gli elementi traccia, essi risultano in gran parte rimossi, in forme
adsorbite o di precipitati, con i solidi in sospensione. in defnitiva, essi si
concentrano nei fanghi di depurazione, pi che negli effuenti. Pertanto, la
concentrazione degli elementi traccia nei refui secondari (Tabella 3) risul-
ta in genere ben al di sotto dei limiti richiesti per le acque di irrigazione e
le quantit realmente apportate al suolo con tali effuenti sono generalmente
bassi. Ci nonostante, il livello degli elementi traccia una caratteristica im-
portante e molto variabile degli effuenti secondari usati per lirrigazione e va
sempre tenuto rigorosamente sotto controllo analitico sia nel refuo, che nel
suolo e nei tessuti vegetali. Poich gli elementi traccia tendono ad accumular-
si nel suolo, irrigazioni con refui urbani molto prolungate nel tempo possono
portare ad incrementi marcati della loro concentrazione nel suolo ed allinsor-
gere di effetti tossici dilazionati nel tempo. stime attendibili suggeriscono co-
munque che un tipico effuente secondario pu essere applicato per circa 100
anni al suolo, alla dose di irrigazione comunemente usata nelle regioni aride
e semi-aride di 1200 mm/anno, prima che laccumulo di qualsiasi elemento
traccia nel suolo possa raggiungere la soglia di rischio attualmente proposta
per lelemento (PaGe e chanG 1985).
tra gli elementi traccia comunemente riscontrati negli effuenti secon-
dari, il Mn, Fe, Al, Cr, As, se, sb, Pb e Hg sono presenti in concentrazioni
talmente basse e/o hanno attivit chimica talmente ridotta nel suolo, che il
loro apporto col refuo non ritenuto rischioso per le colture agrarie e lam-
biente in generale. il Cd, Cu, ni, Zn, Mo e B sono considerati invece elementi
traccia che possono limitare luso dei refui per lirrigazione. Ci, a causa sia
della loro concentrazione a volte relativamente elevata nel refuo, che della f-
totossicit dilazionata nel tempo che pu insorgere in seguito al loro accumu-
lo nel suolo. in certe condizioni, per esempio nel caso di suoli che presentano
microdefcienze nutritive come i suoli calcarei, lapporto di micronutritivi
con i refui pu risultare molto vantaggioso per le colture.
gli elementi traccia sono presenti negli effuenti secondari sia nelle par-
ticelle solide in sospensione che allo stato dissolto. La frazione associata ai
solidi sospesi viene trattenuta dal suolo soprattutto per fltrazione e pertanto
si accumula nella zona superfciale, mentre la frazione disciolta si infltra e
penetra nel suolo entrando a far parte della sua fase liquida.
Refui urbani di depurazione 121
gli elementi traccia nello stato sospeso e, soprattutto, nello stato dissol-
to interagiscono con i componenti del suolo attraverso numerosi e differenti
reazioni chimiche, tra cui le principali sono: lo scambio ionico, ladsorbi-
mento specifco (o chemiadsorbimento), la precipitazione e la formazione
di complessi (fg. 2). Altri processi cui soggiacciono gli elementi traccia nel
suolo sono lassunzione da parte delle piante superiori e lincorporazione da
parte dei microorganismi, varie reazioni di ossidoriduzione abiotiche e/o bio-
tiche ed, eventualmente (As, se, Hg), la volatilizzazione (fg. 2). tutte que-
ste reazioni possono verifcarsi in parte simultaneamente e sono pi o meno
reversibili, in dipendenza di diversi fattori cinetici e termodinamici che le
infuenzano e delle condizioni e propriet del suolo.
Figura 2. Diagramma schematico dei possibili processi che gli elementi traccia possono subire nel
suolo.
122 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
Le principali propriet del suolo che infuenzano la solubilit e quindi
la ritenzione degli elementi traccia sono: la tessitura, la CeC, il pH e il con-
tenuto in sostanza organica ed in ossidi amorf di Fe, Al e Mn (FeiGin et al.
1991; PaGe e chanG 1985; chanG e PaGe 1983). il livello di ritenzione di
molti elementi traccia sia cationici che anionici aumenta allaumentare della
CeC e del contenuto in argilla e in ossidi di ferro del suolo. Piccole varia-
zioni nel pH provocano notevoli variazioni nelladsorbimento degli elementi
traccia sulle superfci dei componenti del suolo. in particolare, la solubilit
degli elementi cationici aumenta e quella degli elementi anionici diminuisce,
al diminuire del pH. La presenza e la natura della sostanza organica del suolo
infuenza notevolmente la solubilit di molti elementi traccia che possono
formare complessi stabili con ligandi organici.
La maggior parte dei suoli presenta unelevata capacit di ritenzione
nei confronti degli elementi traccia, che si accumulano in gran quantit nello
strato superfciale (circa 20 cm). Ci nonostante, la capacit del suolo a trat-
tenere questi elementi non illimitata e fenomeni di lisciviazione sino alle
acque profonde, anche se limitati, sono stati riscontrati soprattutto in terreni
con elevata velocit di infltrazione ed elevata conducibilit idraulica.
3.5. Composti organici naturali e di sintesi
Poich i metodi di trattamento primari e secondari standard rimuo-
vono la maggior parte dei materiali organici presenti allo stato sospeso e
dissolto nei refui grezzi, i valori tipici di BoD e CoD negli effuenti se-
condari sono molto minori che nel refuo grezzo (Tabella 1) e le quantit di
sostanze organiche apportate al suolo dalleffuente risultano relativamente
basse. Per esempio, lapplicazione di 1200 mm/anno di un comune effuente
secondario contenente 50 mg/l di C organico ne apporta al suolo 600 Kg/
ha allanno.
La maggior parte dei composti organici presenti negli effuenti sono di
origine naturale e, data la loro bassa concentrazione ed il favorevole rapporto
C/n, risultano favorevoli alla fertilit del suolo, in seguito al rilascio di azoto
e altri elementi nutritivi per mineralizzazione. inoltre, essi esercitano effetti
positivi sulla struttura del suolo e sulla sua stabilit. effuenti che presenta-
no un elevato valore residuo di BoD possono comunque creare problemi
Refui urbani di depurazione 123
riducendo il livello di ossigeno nel suolo con intensifcazione dei processi di
denitrifcazione.
insieme alle sostanze organiche di origine naturale, negli effuenti se-
condari riscontrata la presenza di numerosi composti organici di origine sin-
tetica in concentrazioni molto basse (in traccia) e tutti intrinsecamente tossici
(Tabella 2). sebbene i processi di trattamento primari e secondari convenzio-
nali non prevedono in maniera specifca la rimozione di composti organici in
traccia, tali processi riducono notevolmente il loro numero e la loro concen-
trazione nel refuo, per cui limpatto ambientale associato alla loro applica-
zione al suolo risulta nettamente inferiore a quello derivante da altre fonti di
inquinamento organico, quali i pesticidi ed i loro residui.
i principali processi cui i composti organici in traccia sono soggetti nel
suolo, e che ne riducono notevolmente limpatto ambientale, sono ladsor-
bimento, la volatilizzazione, la degradazione biotica e abiotica e la fotode-
composizione. inoltre, tali composti possono in parte traslocare dal suolo alle
acque superfciali per ruscellamento ed alle acque profonde per lisciviazione,
nonch essere assunti dalle piante superiori e/o dai microorganismi.
gli indici normalmente usati per descrivere e valutare il comportamen-
to ed il destino dei composti organici in traccia nel suolo sono simili a quelli
usati per i pesticidi: il coeffciente di ripartizione tra acqua e aria, K
w
, il coef-
fciente di adsorbimento, K
d
o K
oc
, ed il coeffciente di ripartizione ottanolo-
acqua, K
ow
(chanG e PaGe 1985). Lentit dei fenomeni di volatilizzazione
viene valutata attraverso la misura del coeffciente di ripartizione del compo-
sto tra la fase liquida e la fase gassosa, K
w
. Molti composti aromatici, quali
il benzene, il toluene, il cicloesano e lacido benzoico sono volatili e possono
essere in parte rimossi dal suolo per evaporazione. Laumento della tempe-
ratura e della ventilazione aumenta la volatilizzazione, mentre laumento del
contenuto in sostanza organica la diminuisce. i valori dei coeffcienti K
d
,
K
oc
e K
ow
danno una misura delladsorbimento del composto organico da
parte dei costituenti del suolo ed in particolare della sostanza organica.
i fenomeni di degradazione possono essere di natura chimica, di natura
biologica, cio catalizzati da enzimi ed operati da microorganismi del suolo,
e di natura fotochimica (SeneSi 1993). Lentit e la velocit di tali proces-
si dipende dalle propriet chimiche del composto organico, dalle propriet
del suolo e dal tipo di microorganismi presenti. nella tabella 6 sono riferiti
124 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
alcuni esempi di valori di vita media per alcuni composti organici. Alcuni
composti organici in traccia apportati al suolo con i refui, quali i fenoli e
i chinoni, possono inibire alcune attivit enzimatiche nel suolo e/o ridurre
alcune popolazioni microbiche. Alcuni composti organici, quali gli aromatici
polinucleari e fenolici, possono anche essere degradati per via fotolitica alla
superfcie del suolo (SeneSi 1993).
Tabella 6. Valori di vita media relativi alla decomposizione di alcuni compo-
sti organici (overcaSh 1983).
Composto Valori approssimativi
di vita media
Amminoantrachinoni 100-2200 giorni
Antracene 110-180 giorni
Benzo (a)pirene 60-420 giorni
esteri n-butilftalici 80-180 giorni
tensioattivi nonionici 300-600 giorni
2,4-metilanilina 1.5 giorni
n-nitrosodietilammina 40 giorni
Fenolo 1.3 giorni
Pirocatechina 12 ore
Acido acetico 5-8 giorni
idrochinone 12 ore
Cellulosa 35 giorni
Poich i valori di BoD e CoD non danno alcuna indicazione sulla
composizione delle sostanze organiche presenti nel refuo, n consentono di
identifcare i composti organici tossici, la determinazione quali-quantitativa
di tali composti va eseguita tramite luso di metodi analitici pi sofsticati e
specifci.
Refui urbani di depurazione 125
3.6. Patogeni
gli organismi patogeni che possono sopravvivere ai moderni trattamen-
ti di depurazione secondaria comprendono numerosi batteri, protozoi, elminti
(vermi parassiti) e virus. tali organismi patogeni vengono quindi immessi nel
suolo colluso degli effuenti di irrigazione.
i tempi di sopravvivenza dei patogeni nel suolo variano da poche ore a
parecchi mesi (Tabella 7). Per la maggior parte dei patogeni un periodo di 2-3
mesi dallapporto nel suolo suffciente per ridurne il numero a livelli trascu-
rabili. La sopravvivenza dei batteri enterici nel suolo dipende da numerosi
fattori. Laumento dellumidit del suolo, labbassamento della temperatu-
ra ed un elevato contenuto di sostanza organica ne favoriscono la sopravvi-
venza, mentre condizioni di pH acide o basiche, lilluminazione solare, e la
presenza di microfora antagonista nel suolo la sfavoriscono (FrankenBerGer
1985). i protozoi e gli elminti presentano tempi di sopravvivenza nel suolo si-
mili a quelli dei batteri enterici. gli enterovirus sono inattivati nel suolo dalla
presenza di cloruri, da elevate temperature ed elevati valori di pH, da specie
virucide come lammoniaca e dalla microfora antagonista, mentre la sostanza
organica e largilla esercitano unazione protettiva sui virus aumentandone i
tempi di sopravvivenza.
Tabella 7. tempi di sopravvivenza di alcuni patogeni nel suolo (FrankenBerGer
1985).
organismo tempi di sopravvivenza
(giorni)
Coliformi 38
streptococchi 35-63
streptococchi fecali 26-77
salmonelle 15- >280
salmonella del tifo 1-120
Bacilli della tubercolosi >180
Leptospire 15-43
enterovirus 8-175
126 Gennaro Brunetti, nicola SeneSi
i patogeni apportati dallirrigazione coi refui in genere si accumulano
sulla superfcie del suolo, ma possono migrare per trasporto da parte di insetti
ed altri animali e per ruscellamento, ovvero percolare lungo il proflo del suo-
lo ed occasionalmente raggiungere le acque profonde. i principali fattori che
limitano la migrazione dei patogeni nel suolo sono lazione fltrante, la sedi-
mentazione e ladsorbimento da parte della sostanza organica e dei minerali
argillosi. Ladsorbimento dei virus da parte del suolo anche favorito da una
elevata CeC, elevati contenuti di argilla e di sostanza organica e bassi valori
di pH e di forza ionica nella fase liquida.
4. Conclusioni
Le interazioni poste in atto in seguito allapplicazione al suolo di refui
urbani per scopi irrigui dipendono dalla composizione e propriet sia del refuo
che del suolo, nonch dalle dosi di refuo usato e dalle condizioni geoclimati-
che del sito. nel caso di suoli adibiti ad uso agricolo, non si pu prescindere
dagli effetti esercitati dal refuo sulle colture, attraverso il suolo, cos come si
devono tenere in debito conto gli effetti sulle acque superfciali e profonde. il
refuo apporta al suolo sia acqua che elementi nutritivi, ma anche elementi inor-
ganici ed organici in traccia potenzialmente inquinanti per il suolo e le acque e
potenzialmente tossici per le colture ed a rischio per la catena alimentare.
Le considerazioni sviluppate in questo testo in merito allapplicazione
al suolo adibito ad uso agricolo di refui urbani che abbiano subito i comuni
trattamenti di depurazione defniti secondari, portano a concludere che in
generale tale pratica presenta sperimentati ed indubbi benefci per la fertilit
del suolo e la produzione agraria che si avvantaggia, oltre che dellacqua, an-
che degli elementi nutritivi, soprattutto azoto e fosforo. Daltro canto, stato
ampiamente dimostrato come lapporto col refuo di elementi inorganici ed
organici in traccia non crea, anche sul lungo periodo, rischi di inquinamento
per il suolo, di tossicit per le colture e di contaminazione delle acque super-
fciali e profonde.
Ci nonostante, data la estrema variabilit della composizione e pro-
priet, nonch della gestione dei sistemi interagenti, refuo e suolo, e delle
condizioni geoclimatiche dei siti di applicazione, sono in ogni caso suggeriti
Refui urbani di depurazione 127
controlli continui a livello analitico, qualitativo e quantitativo, in modo da
evitare linsorgere di fenomeni non desiderati che possono portare a conse-
guenze estremamente dannose per il suolo, i corsi dacqua, le piante, gli ani-
mali e la catena alimentare, fno alluomo.
Bibliografa
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maSSimiliano PiScitelli
stato dellarte ed applicazioni sperimentali per
lutilizzo di acque refue trattate in agricoltura
Sommario: 1. Stato dellarte; 1.1. Le pratiche di riutilizzo; 1.2. I trattamenti per lo scarico; 1.3. Le pro-
blematiche igienico-sanitarie associate al riutilizzo; 1.4. La normativa di riferimento; 2. Le tecnologie
per il riutilizzo irriguo; 2.1. I trattamenti terziari di affnamento; 2.1.1. La fltrazione su membrane;
2.1.2. Ipotesi di confgurazioni impiantistiche; 2.1.3. I trattamenti MBR; 2.2. Tecniche di disinfezione;
2.2.1. Disinfettanti chimici a base di cloro; 2.2.2. Acido peracetico; 2.2.3. Ozono; 2.2.4. Radiazione
ultra violetta; 2.3. Confronto fra i costi; 2.4. Impianti sperimentali per il riutilizzo irriguo; 2.5. Pro-
spettive future: i processi AOP; 3. Soluzioni sperimentali per il reimpiego degli effuenti secondari; 3.1.
Schemi a rilascio controllato; 3.2. Bacini di trattamento unico a defusso longitudinale; 3.3. Sistemi
integrati di impianti di depurazione; 4. Conclusioni.
1. stato dellarte
1.1. Le pratiche di riutilizzo
La crescente necessit e consapevolezza da parte degli utilizzatori di
proteggere le risorse idriche e lambiente, sta portando ad un maggiore recu-
pero delle acque refue e ad un impiego pi sostenibile delle risorse idriche
convenzionali. La questione rilevante riguarda i Paesi che si affacciano sul
Mediterraneo, soprattutto nei mesi estivi quando aumenta la richiesta da parte
del comparto agricolo e dei fussi turistici nelle localit balneari. Luso di un
trattamento appropriato per la depurazione ed eventualmente per il riutilizzo
dei refui porterebbe quindi ad un signifcativo aumento dellacqua disponi-
bile e garantirebbe una maggiore tutela dellambiente e della salute pubblica
(Brenner A. et al, 2000; U.S. EPA, 2004). Appare ovvio quindi che, le acque
refue prima di essere restituite allambiente, necessitano di trattamenti di de-
purazione per rimuovere diverse sostanze, quali: scarti organici, ammoniaca,
azoto e fosforo; inquinanti contenuti nei concimi e pesticidi; ioni solfato; me-
talli pesanti (Masi S. et al., 2008), oltre agli inquinanti emergenti che stanno
130 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
destando molto interesse nella comunit scientifca. Le stime suggerite dallo
studio di Angelakis A.N. et al. (2008), indicano un potenziale di riutilizzo del-
le acque refue di 2.455 Mm/anno per lUnione europea (circa il 2-3,5% dei
volumi dacqua annualmente impiegati nellUe per lirrigazione). La scelta
dello schema di trattamento pi idoneo per favorire il riutilizzo delle acque re-
fue dipende per lo pi dalla destinazione fnale del refuo recuperato. Diverse
sono le linee guida proposte per il recupero delle acque in funzione del tipo di
riutilizzo (U.S. EPA 2004, Angelakis A.N. et al., 2008). in letteratura esistono
numerose soluzioni impiantistiche per il riutilizzo dei refui, la quasi totalit
impiega trattamenti terziari di fltrazione associati a tecniche di disinfezione
alternative al cloro. oltre che i composti patogeni e dannosi per lambiente, i
processi di affnamento terziari rimuovono anche altre sostanze quali, azoto,
fosforo e sostanza organica. tali composti notoriamente sono utilizzati nella
pratica di fertirrigazione, quindi, potrebbero essere molto utili nel caso di
riutilizzo delle acque refue in agricoltura (Progetto PON AQUATEC (2002-
2007), Masi et al., 2008 e 2010), anzich essere rimossi dai processi terziari.
Proprio queste considerazioni sono alla base delle sperimentazioni condotte
dallUniversit della Basilicata, la quale ha sviluppato approcci gestionali in-
tegrati e schemi impiantistici modifcati per il riutilizzo irriguo di effuenti
urbani secondari.
1.2. i trattamenti per lo scarico
La depurazione delle acque refue ai fni dello smaltimento in un corpo
idrico ricettore (superfciale o sotterraneo) viene usualmente attuata in im-
pianti di depurazione a fanghi attivi (aerobici a biomassa sospesa) secondo lo
schema modifcato di Ludzack-ettinger.
La scelta dei processi di trattamento da adottare dipende dal tipo di in-
quinanti e costituenti presenti nel refuo e da quali di essi si vuole rimuovere
con pi attenzione (Tabella 1).
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 131
Tabella 1. trattamento da adottare in relazione ai costituenti tipicamente pre-
senti nelle acque refue (metcalF & eddy 2006).
CLASSIFICAZIONE
UNIT
DI
MISURA
COSTITUENTI
TRATTAMENTI IDONEI
ALLA RIMOZIONE
inquinanti
convenzionali
mg/l
BoD
5
, CoD, toC,
nH
4
, no
3
, no
2
,
ntot, P, sst, solidi
colloidali, Batteri,
Cisti, oocisti di
protozoi, Virus
trattamenti fsici;
Processi chimici;
trattamenti biologici;
Filtrazione;
Disinfezione
inquinanti non
convenzionali
mg/l
VoC, Metalli;
tensioattivi;
solidi totali disciolti;
sostanze organiche
refrattarie
Filtrazione in volume e su
membrana;
Adsorbimento (su carboni
attivi); Desorbimento
dei gas; scambio ionico;
Processi di ossidazione
avanzata; Distillazione
inquinanti emergenti
mg/l -
ng/l
Farmaci e
Antibiotici; ormoni
sessuali; steroidi;
Droghe; Detersivi;
Prodotti industriali;
Distruttori endocrini
Per rimuovere i
contaminanti emergenti si
possono applicare tutti i
tipi di processi, ma i livelli
di rimozione non sono alti
e non sono sempre defniti
e/o defnibili a priori
1.3. Le problematiche igienico-sanitarie associate al riutilizzo
Lanalisi dello stato dellarte individua due aspetti fondamentali da te-
nere in considerazione per un corretto riutilizzo delle acque refue: le proble-
matiche igienico-sanitarie-ambientali e le questioni tecnico-progettuali degli
impianti. Alcuni degli effetti negativi indotti dallutilizzo delle acque refue
recuperate possono essere:
- i rischi igienico sanitari per la salute e per le comunit, soprattutto
quando lirrigazione prolungata, avviene con acque refue non ido-
neamente depurate, vengono irrigate colture che si consumano senza
cottura;
132 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
- la contaminazione delle acque sotterranee a causa di un eccessivo sver-
samento di nitrati;
- laccumulo di inquinanti chimici nel suolo, soprattutto metalli pesanti;
- la creazione di vettori e habitat favorevoli allo sviluppo di malattie;
- leutrofzzazione nei canali che trasportano le acque refue.
i principali rischi sanitari derivanti dalluso delle acque refue possono
essere causati dalla trasmissione di agenti patogeni agli operatori ed ai con-
sumatori, e dallaccumulo di elementi tossici allinterno dei prodotti coltivati
che potrebbero entrare nella catena alimentare. i rischi igienico-sanitari deri-
vano dalla presenza di agenti patogeni nei refui ed il rischio aumenta con la
presenza rispettivamente di: virus, batteri (ad esempio gli escherichia coli ed
i Coliformi), protozoi e nematodi. Con lapplicazione delle giuste tecnologie
e di vari accorgimenti, lutilizzo di acque refue trattate in agricoltura risulta
sicuro. in ogni caso il livello di rischio dipende dai seguenti aspetti (Tabella 2):
A) tipo di colture irrigate;
B) tecniche di irrigazione utilizzate;
C) tipologia dei trattamenti di affnamento applicati.
Tabella 2. Livello di rischio sanitario nel riutilizzo delle acque refue trattate.
LIVELLO
DI
RISCHIO
COLTURA IRRIGATA
TECNICA
DI
IRRIGAZIONE
TIPOLOGIA DEI
TRATTAMENTI
Alto
Verdure da consumarsi crude
Frutta cresciuta a livello del
suolo
giardini e parchi pubblici
Aspersione nessun trattamento
Medio
ortaggi da consumarsi cotti
Frutta da albero raccolta nel
periodo irriguo
sommersione
infltrazione
Depurazione classica
a
Basso
Foraggio consumato dopo
essiccamento
Coltura da semi (mais, soia)
irrigazione
localizzata a
goccia
Depurazione classica
+ Disinfezione spinta
Molto Basso
Colture da fbre (cotone,
canapa)
Colture energetiche
sub-irrigazione
Depurazione classica
+ trattamenti terziari
+ Disinfezione spinta
a. Per depurazione classica si intende: trattamento primario + trattamento secondario + disinfezione
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 133
Discorso a parte deve essere fatto per i contaminanti emergenti il cui
problema principale che le concentrazioni di questi composti causano effetti
ambientali e sugli organismi acquatici con concentrazioni di molto inferiori
alle concentrazioni ritenute pericolose per luomo (metcalF & eddy 2006);
inoltre, i composti xenobiotici (o eCDs), sono causa di malattie riguardanti
il sistema endocrino umano (BelGiorno v. et al. 2007). infatti, solo poco pi
del 60% dei farmaci residui (in concentrazioni di g/l e ng/l) presenti nelle ac-
que refue, vengono rimossi con il processo a fanghi attivi (metcalF & eddy
2006) generando un sempre pi elevato livello di allarme nel settore della
depurazione acque. Per rimuovere queste concentrazioni residue si possono
applicare tutti i tipi di processi esistenti, ma i livelli di rimozione non sono alti
e non sono sempre defniti e/o defnibili.
1.4. La normativa di riferimento
La normativa di riferimento in italia che regola il riutilizzo delle ac-
que refue il D.Lgs. 152/2006 o Testo Unico Ambientale (Tabella 3). nello
specifco il tUA. defnisce tre possibili tipi di riutilizzo: industriale, civile
e irriguo. il D.M. 2 maggio 2006, riporta invece le Norme tecniche per il
riutilizzo delle acque refue, ai sensi dellarticolo 99, comma 1, del decreto
legislativo 3 aprile 2006, n. 152. La norma individua inoltre, nel relativo
allegato, i Requisiti minimi di qualit delle acque refue recuperate alluscita
dellimpianto di recupero
1
.
1
Con comunicato pubblicato sulla gU n. 146 del 26-6-2006, il Ministero dellAmbiente e della tutela
del territorio ha diffuso un avviso relativo alla segnalazione di ineffcacia di diciassette decreti ministe-
riali ed interministeriali, attuativi del tUA. Ad oggi, dunque, il Dm 2.05.2006, risulta ineffcace mentre
ancora vigente il precedente DM 12.06.2003, n. 185.
134 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Tabella 3. Confronto tra i limiti di normativi per lo scarico ed il riutilizzo
delle acque refue.
PARAMETRO
UNIT DI
MISURA
LIMITE PER LO
SCARICO
(D.L. 152/2006 e s.m.i.)
LIMITE PER IL
RIUTILIZZO
(D.M. 02/05/2006) e
(D.M.12.06.2003, n. 185)
pH / 6-8
e
(5,5-9,5
d
) 6 - 9,5
sAR / 10
e
10
sst mg/l 25
e
(35
a
) 10
BoD
5
mgo
2
/l 20
e
(25
a
) (40
d
) 20
CoD mgo
2
/l 100
e
(125
a
) (160
d
) 100
Fosforo totale mgP/l 2
e,b
(1
b
) (10
d
) 2 (10
f
)
Azoto totale mgn/l 15
e,c
(35,6
d
) 15 (35
f
)
Azoto ammoniacale mgnH
4
/l 0,6 (15
d
) 2
Conducibilit
elettrica
ms/cm / 3000
h
Cloro attivo libero mg/l 0,2
d
0,2
escherichia Coli UFC/100ml < 5.000
d
10
g
a. tab.1-all.P.iii, limiti di emissione per gli impianti di acque refue urbane
b. tab.2-all.P.iii, limiti di emissione per gli impianti di acque refue urbane recapitanti in aree sensibili
per A.e.=10.000-100.000, abbassato a 1 mgP/l per A.e.>100.000
c. tab.2-all.P.iii limiti di emissione per gli impianti di acque refue urbane recapitanti in aree sensibili
per A.e.=10.000-100.000, abbassato a 10 mgn/l per A.e.>100.000
d. tab.3-all.P.iii, limiti di emissione in acque superfciali
e. tab.4-all.P.iii, limiti di emissione per le acque refue urbane ed industriali che recapitano sul suolo
f. nel caso di riutilizzo irriguo, i limiti per fosforo e azoto totale possono essere elevati rispettiva-
mente a 10 e 35 mg/l.
g. Riferito all80% dei campioni, con un valore massimo puntuale di 100 UFC/100 ml.
h. non deve essere superato il valore di 4000 ms/cm.
2. Le tecnologie per il riutilizzo irriguo
Le problematiche da affrontare per un corretto riutilizzo delle acque
refue, specialmente in agricoltura, si risolvono adottando particolari accorgi-
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 135
menti impiantistici che vanno ad agire essenzialmente sul processo di disinfe-
zione. Per poter riutilizzare le acque refue in tutta sicurezza, bisogna sceglie-
re tecniche di disinfezione spinte, alternative ai composti del cloro, associate
a processi terziari di affnamento (solitamente non presenti nei classici ed
obsoleti impianti di depurazione). La legislazione italiana pone indirettamen-
te un limite allutilizzo di cloro-derivati per la disinfezione delle acque refue,
soprattutto nel caso di riutilizzo agricolo: infatti, il limite relativo ai tHM
totali (trialometani, sottoprodotti tossici di disinfezione del cloro) fssato in
0,03 mg/l, diffcile da rispettare anche quando leffuente da sottoporre a
disinfezione deriva da un processo di rimozione spinta dei nutrienti, com-
prensivo di fltrazione terziaria (antonelli m. et al., 2007). Unindicazione
di massima riportata in tabella 4.
Tabella 4. trattamenti da adottare per il riutilizzo irriguo.
a. i processi meccanici per labbattimento della carica microbica sono costituiti dai sistemi di fltra-
zione e dagli MBR.
RIUSO
IRRIGUO
ACQUE
REFLUE
OPERAZIONE TRATTAMENTI
TECNOLOGIA
E PROCESSI
CARATTERISTICHE
DELLEFFLUENTE
PER IL RIUTILIZZO
t
R
A
t
t
A
M
e
n
t
i

P
e
R

i
L

R
i
-
U
t
i
L
i
Z
Z
o

i
R
R
i
g
U
o

D
e
L
L
e

A
C
Q
U
e

R
e
F
L
U
e
:

1

+

2
1:
Miglioramento
delle caratteri-
stiche chimiche,
fsiche, biologi-
che e batteriolo-
giche
trattamenti terziari
di affnamento
Filtrazione
MBR
Refui affnati con bassa
torbidit e basse concen-
trazioni residue di ele-
menti nutritivi e sostanze
disciolte
2:
Abbattimento
della carica mi-
crobica
Processi di disinfe-
zione spinta
Chimici
Fisici
Meccanici
a
AoP
Ridotto contenuto micro-
bico
s
C
H
e
M
i

s
P
e
-
R
i
M
e
t
A
L
i
Possibilit di ri-
lasciare sostanze
nutritive e ferti-
lizzanti
schemi a fanghi
attivi modifcati e
disinfezione spinta
(Univ.Bas)
schemi sempli-
fcati
a rimozione con-
trollata
Refui con concentrazioni
variabili di sostanza orga-
nica, azoto, fosforo e altri
nutrienti, ottime per prati-
che di fertirrigazione
136 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
2.1. i trattamenti terziari di affnamento
2.1.1. La fltrazione su membrane
i trattamenti terziari di fltrazione hanno lo scopo di:
- rimuovere la frazione residua dei solidi sospesi in uscita dal trattamento
secondario che pu interferire con la successiva fase di disinfezione e
pu ridurre leffcienza del sistema di irrigazione utilizzato;
- ridurre la concentrazione di materia organica residua aumentando lef-
fcacia dellagente disinfettante e riducendo la produzione di indeside-
rati sottoprodotti di disinfezione;
- migliorare la qualit estetica delle acque refue depurate in termini di
torbidit e solidi sospesi;
- rimuovere i sali disciolti (e quindi la conducibilit).
Complessivamente le tecnologie di fltrazione su membrana si distin-
guono in: microfltrazione (MF); ultrafltrazione (UF); nanofltrazione (nF) e
osmosi inversa (Ro).
i trattamenti terziari possono essere divisi in due gruppi a seconda della
capacit di rimozione dei sali disciolti: i trattamenti che rimuovono anche i
sali sono la nF e lRo.
La rimozione dei sali disciolti si rende necessaria soprattutto quando
la concentrazione dei sali nelle acque refue depurate tale da danneggiare
le colture irrigate. i trattamenti terziari di fltrazione sono molto effcaci tali
da generare effuenti con gradi di trattamento molto elevati rispetto i processi
convenzionali di depurazione ai fni dello scarico (oron G. et al. 2008.). i
trattamenti terziari hanno una effcienza di rimozione molto alta in grado di ri-
muovere anche cisti di giardia, cellule batteriche, virus, pesticidi e sali disciolti
(metcalF & eddy 2006). nella fgura 1 si riporta il confronto fra la dimensioni
dei pori delle membrane fltranti, le dimensioni dei costituenti presenti nelle
acque refue ed un convenzionale processo di fltrazione in volume.
nella tabella 5 sono riportate le effcienze di rimozione medie per i
processi di micro fltrazione e osmosi inversa in riferimento ai principali co-
stituenti delle acque refue.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 137
Figura 1. tipologie di membrane e capacit di rimozione (metcalF & eddy 2006).
138 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Tabella 5. effcienza di rimozione di alcune membrane (metcalF & eddy
2006).
EFFICIENZA DI RIMOZIONE [%]
Parametri
Micro
fltrazione
Osmosi
inversa
toC 45-65 85-95
BoD 75-90 30-60
CoD 70-85 85-95
sst 95-98 95-100
stD 0-2 90-98
n-nH
3
5-15 90-98
n-no
3
0-2 65-85
a
Po
3-
4
0-2 95-99
s0
2-
4
0-1 95-99
Cl
-
0-1 90-98
torbidit >99 40-80
a. Leffcienza di rimozione dei nitrati dipende anche dal materiale con cui realizzata la membrana
per losmosi inversa. essa pu essere realizzata in cellulosa triacetata (CtA) poco costosa e poco
sensibile ai clorati, con effcienze di rimozione dei nitrati intorno al 50-70%; oppure di tipo tFt,
molto effcienti nel rimuovere i nitrati fno al 95%, molto costose e suscettibili al cloro disciolto nel
refuo (Cheremisinoff N. P., 2002).
La microfltrazione (MF) e losmosi inversa (Ro), in grado di dare
ottimi risultati migliorando notevolmente anche il processo di disinfezione,
permetterebbero il riutilizzo dei refui in modo praticamente illimitato nellir-
rigazione, compresa quella delle colture alimentari (a. Brenner et al. 2000).
grazie alle peculiarit delle membrane viste fno ad ora, esse sono oggi sem-
pre pi impiegate negli impianti di trattamento, sia come supporto alla fase
di disinfezione, ma anche in sostituzione di elementi convenzionali del trat-
tamento dei refui come il trattamento biologico e la normale fltrazione. ol-
tretutto, con lavanzare dellinnovazione tecnologica, i consumi energetici si
stanno notevolmente riducendo garantendo costi pi sostenibili. Unindica-
zione approssimata dei costi energetici riportata nella tabella 6. si ricorda
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 139
che tali costi dipendono da molteplici fattori tra cui: tipo di membrana ado-
perata, pretrattamenti subiti dal refuo, tipo di refuo da trattare, pressione
operativa delle membrane, ecc.
Tabella 6. Principali caratteristiche operative delle membrane (metcalF &
eddy 2006).
TIPO DI
MEMBRANA
PARTICELLE
RIMOSSE
[mm]
PRESSIONE
OPERATIVA
[kPa]
FLUSSO
TRATTATO
[l/m
2
d]
CONSUMI
ENERGETICI
Pressione
operativa
media
[kPa]
[kWh/m
3
]
Micro-
fltrazione
0,08-2 7-100 400-1600 100 0,4
Ultra-
fltrazione
0,005-0,2 70-700 400-800 525 3,0
Nano-
fltrazione
0,001-0,01 500-1000 200-800 875 5,3
Osmosi inversa 0,0001-0,001 800-7000 300-500
1575 10,2
a
2800 18,2
a
a. secondo Cheremisinoff N. P. (2002) il sistema di trattamento di circa 400 m
3
/d di acque refue con
osmosi inversa comporta un costo di 300-450 /d escluso il costo di ammortamento per la sosti-
tuzione delle membrane a fne vita. Questo comporta che il costo puro di trattamento con osmosi
inversa pu essere quantifcato in circa 0,7-1,2 /m
3
di refuo trattato (escluso ammortamento), il
che lo rende comunque paragonabile a quanto proposto da Metcalf & Eddy (2006).
Per scegliere il tipo di membrana pi idonea inoltre opportuno fare
riferimento a prove su impianti pilota. Lo scopo quello di minimizzare i
fenomeni di intasamento e deterioramento anticipato del componente, che
comunque dovrebbe essere sostituito ogni 3-5 anni. inoltre, poich le caratte-
ristiche chimiche delle acque refue variano sensibilmente a seconda del tipo
di refuo trattato, risulta molto diffcile prevedere leffcienza di rimozione
delle membrane utilizzate, quindi, la scelta tra le varie tecnologie disponibili
dovrebbe essere fatta sulla base di preventive indagini sperimentali su im-
pianti a scala pilota.
140 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
VAntAggi:
A) buona capacit di disinfezione senza lutilizzo di agenti disinfettanti;
B) tiduzione della quantit di agenti chimici coagulanti utilizzati per la
rimozione delle sostanze disciolte;
C) minori ingombri di impianto rispetto agli impianti tradizionali (anche
del 50-80%);
D) minore richiesta di personale;
e) costi di gestione in continuo calo, anche rispetto a sistemi convenziona-
li.
sVAntAggi:
A) per aumentare leffcienza di rimozione pu essere necessario effettuare
un pre-trattamento del refuo per ridurre il contenuto di solidi;
B) necessario effettuare la sostituzione ogni 3-5 anni;
C) pu essere necessario eseguire un trattamento a parte per il corretto
smaltimento del concentrato;
D) il sistema a osmosi inversa molto costoso, soprattutto in riferimento ai
metodi tradizionali;
e) leffcienza di gestione richiede un sistema di controllo costoso.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 141
2.1.2. ipotesi di confgurazioni impiantistiche
nella tabella 7 si riportano alcune confgurazioni impiantistiche che
permettono gradi di affnamento diversi per acque refue risanate.
Tabella 7. Possibili livelli di trattamento raggiungibili con varie combinazioni
di processi di trattamento per il risanamento delle acque (metcalF & eddy
2006).

QUALIT CHIMICO-FISICHE DELLEFFLUENTE
[mg/l]
SCHEMA
STADI DEL
PROCESSO
SST BOD
5
COD N
TOT
NH
3
P NTU
A
i. fanghi attivi
ii. fltrazione su sabbia
4-6 4-10 30-70 15-35 15-25 4-10 0,3-5
B
i. fanghi attivi
ii. fltrazione su sabbia
iii. adsorbimento su
carboni attivi
< 5 < 5 5-20 15-30 15-25 4-10 0,3-3
C
i. fanghi attivi
ii. de fosfatazione
iii. fltrazione su sabbia
< 5-0 < 5-10 20-30 3-5 1-2 1 0,3-2
D
i. fanghi attivi
ii. fltrazione su sabbia
iii. adsorbimento su
carboni attivi
iV. osmosi inversa
1 1 5-10 < 2 < 2 1 0,01-1
e
i. fanghi attivi
ii. de fosfatazione
iii. fltrazione su sabbia
iV. adsorbimento su
carboni attivi
V. osmosi inversa
1 1 2-8 1 0,1 0,5 0,01-1
F
i. fanghi attivi
ii. de fosfatazione
iii. microfltrazione
iV. osmosi inversa
1 1 2-8 0,1 0,1 0,5 0,01-1
2.1.3. i trattamenti MBR
Ai fni del riutilizzo irriguo delle acque refue, si stanno sempre pi
diffondendo i sistemi MBR (Reattori biologici a membrana), ovvero reat-
tori biologici a biomassa sospesa dotati di unit di micro fltrazione (interna
142 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
o esterna al reattore). in sostanza, gli MBR sono in grado di produrre un
effuente con qualit confrontabili con quelle di un processo a fanghi attivi
dotato di sedimentazione secondaria e micro fltrazione (metcalF & eddy
2006), permettendo il riutilizzo dei refui trattati dopo la disinfezione. Le per-
centuali di rimozione per un MBR sono del 95% per il CoD, del 98% per il
BoD
5
e maggiori del 99% per i ss (aileen n.l. nG et al. 2007). Altri dati
operativi sono riportati nelle tabelle 8-9-10-11.
Tabella 8. Dati operativi di un MBR a membrana immersa.
PARAMETRO UNIT DI MISURA INTERVALLO
CoD (Carico di) Kg/m
3
d 1,2 - 3,2
a
MLss mg/l 5.000 - 20.000
a
MLVss mg/l 4.000 - 16.000
a
sRt (tempo si residenza) d 5 - 20
a
Portata l/m
2
d 600 - 1.100
a
Depressione applicata kPa 4 - 35
a
temperatura C 10 - 35
b
Ph / 7 - 7,5
b
Frequenza di controlavaggio min 5 - 16
b
Durata controlavaggio sec 15 - 30
b
Portata daria per modulo nm3/h 8 - 12
b
Produzione fanghi kg
ss
/kg
CoD
d < 0,25
b
a. metcalF & eddy 2006
B. caPannelli g. 2007
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 143
Tabella 9. Prestazioni medie delleffuente da un MBR a membrana immersa.
PARAMETRO EFFLUENTE
CoD < 30 mg/l
a
BoD
5
< 5 mg/l
a
nH
3
< 1 mg/l
a
ntot < 10 mg/l
a
torbidit < 1 ntU
a
sst < 1 mg/l
b
escherichia Coli < 10 UFC/100ml
c
a. metcalF & eddy 2006
B. BelGiorno V. 2010
c. ranieri e. 2003
Tabella 10. Costi di gestione degli impianti MBR a membrana immersa
(eneA, 2009).
VOCI DI
COSTO
INCIDENZA
(%)
COSTI
Moduli a
membrana
35 - 50
3,6-82 cent/m
2
per celle polimeriche
il costo di quelle ceramiche circa 10 volte superiore
Lavaggi 12 - 35
Variabile in funzione della frequenza di lavaggio,
della qualit del refuo, del tipo di membrana
Manodopera 15 - 18
Lintroduzione di software per la gestione automatica
degli impianti riduce fno al 50% il costo della
manodopera, ma aumenta leggermente il costo di
investimento
Consumo di
energia per la
fltrazione
15 - 20
a
a
0,2-0,4 kWh/m
3

Per aerazione della membrana: 80-90%
Per il pompaggio del permeato: 10-20%
a. caPannelli g. 2007
144 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Tabella 11. Confronto tra i costi di realizzazione e di gestione di impianti
MBR e a fanghi attivi (BelGiorno V. 2010).
Rapporto di costi MBR / fanghi attivi
2.400 A.e. 38.000 A.e.
Costi di impianto 0,68 1,89
Costi di gestione 1,34 2,40
VAntAggi:
A) funzionamento con alte concentrazioni di MLss;
B) maggiori tempi di residenza nel reattore e minore produzione di fanghi
di supero;
C) effuente di elevata qualit;
D) minori volumetrie di impianto.
sVAntAggi:
A) elevati costi di investimento;
B) elevati costi di gestione a causa della sostituzione frequente delle mem-
brane, dei consumi energetici e delle operazioni di contro lavaggio;
C) smaltimento del concentrato.
2.2. tecniche di disinfezione
il processo di disinfezione permette di rimuovere molto effcacemente
la carica batterica presente nelle acque refue. i microrganismi patogeni pos-
sono essere rimossi anche come effetto collaterale dei processi meccanici e
biologici a cui sono sottoposte le acque (Tabella 12).
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 145
Tabella 12. effcienza di rimozione e di distruzione dei batteri in varie unit
di trattamento (metcalF & eddy 2006).
PROCESSO
EFFICIENZA DI RIMOZIONE
(diretta o collaterale)
Vagliatura grossolana 0 - 5%
Vagliatura fne 10 - 20%
Dissabbiatura 10 - 25%
sedimentazione 25 - 75%
Filtri percolatori 90 - 95%
ossidazione a fanghi attivi 90 - 98%
Disinfezione 98 - 99,999%
in seguito vengono esposte le tecniche di disinfezione che verranno
analizzate:
Agenti chimici: cloro e suoi derivati, acido peracetico, ozono;
Processi fsici: raggi ultra violetti;
Processi meccanici: fltrazione su membrana.
2.2.1. Disinfettanti chimici a base di cloro
Le principali forme di cloro utilizzate sono (tabella 13): il cloro gas-
soso (Cl
2
), lipoclorito di sodio (naoCl), lipoclorito di calcio (Ca[oCl]
2
) ed
il biossido di cloro (Clo
2
). ognuno di tali composti, grazie alla presenza del
cloro attivo, possiede unazione disinfettante e ossidante.
Tabella 13. Caratteristiche principali dei disinfettanti a base di cloro.
CARAtteRistiCHe
CLORO
(Liquido/
gassoso)
IPOCLORITO
DI SODIO
IPOCLORITO
DI CALCIO
BIOSSIDO
DI CLORO
MONO
CLORO
AMMINE
DISINFEZIONE ottima buona ottima bassa
SICUREZZA DI IMPIEGO pericoloso sicuro pericoloso sicuro
COSTO basso alto
basso
SOTTOPRODOTTI
alta
media
TOSSICIT alta
APPROVVIGIONAMENTO
serbatoi
pressurizzati
soluzione commerciale Prodotto in situ
DISINFEZIONE RESIDUA s
146 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Aspetto fondamentale per il processo di clorazione il grado di misce-
lazione iniziale, ovvero il tempo di contatto tra il refuo ed il disinfettante dal
momento in cui vengono miscelati. opportuno che la vasca di contatto sia
realizzata con un rapporto tra la lunghezza totale del canale e la larghezza del
medesimo pari a L/l > 40 (metcalF & eddy 2006).
Ai fni del solo scarico di acque refue trattate in impianti biologici a
fanghi attivi , per esempio, suffciente un dosaggio di 10 mg/l di ipoclorito di
sodio con un tempo di contatto minimo di 20-30 minuti tra lagente disinfet-
tante ed il refuo (Bonomo L. 1996). Possono essere invece suffcienti 2 mg/l
di biossido di cloro. il biossido di cloro, invece, ha un potere battericida molto
forte, infatti 1 g/m
3
di Clo
2
equivale a 2,63 g/m
3
di cloro (ranieri e. 2003).
Uno dei problemi principali dei disinfettanti a base di cloro la formazione di
sottoprodotti tossici che, non si riescono a rimuovere completamente neanche
applicando i processi terziari di fltrazione (ad esempio leffcienza di rimo-
zione delle nitrosammine pari al 50-75% (metcalF & eddy 2006). nella
tabella 14 si riportano alcuni dosaggi di cloro utili per il riutilizzo dei refui.
Tabella 14. indicazioni di dosaggio medio di cloro per garantire alcuni limiti
allo scarico di coliformi (metcalF & eddy 2006).
DOSAGGIO DI CLORO
a
PER IL
RIUTILIZZO [mg/l]
PRETRATTAMENTO
APPLICATO
AL REFLUO DA
DISINFETTARE
n di coliformi
prima della di-
sinfezione
MPn/100 ml
n coliformi dopo la disinfezione,
tempo di contatto = 30 minuti
Limite di 23
MPN/100 ml
Limite < 2,2
MPN/100 ml
nessun trattamento 10
7
- 10
9
dosaggio richiesto
troppo elevato, pro-
blemi con i sottopro-
dotti di disinfezione
dosaggio richiesto
troppo elevato, pro-
blemi con i sottopro-
dotti di disinfezione
trattamento primario 10
7
- 10
9
fanghi attivi 10
5
- 10
6
10 - 30
fanghi attivi + fltrazione 10
4
- 10
6
6 - 20 8 - 30
fltrazione su sabbia 10
2
- 10
4
5 - 10 8 - 18
microfltrazione 10
1
- 10
3
2 - 6 4 - 10
osmosi inversa
b
~ 0 0 0 - 2
a. i dosaggi sono basati sul cloro combinato.
b. Dosaggi basati su cloro libero.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 147
VAntAggi:
A) effcace per un ampio spettro di agenti patogeni;
B) possiede capacit disinfettanti residue;
C) dosaggio fessibile;
D) tecnica molto affermata ed effciente;
e) processo economico rispetto i RUV e o
3
, ma solo se non necessaria la
declorazione;
F) rimuove odori e colori sgradevoli (ma solo per dosaggi non eccessivi).
sVAntAggi:
A) genera pericolosi sottoprodotti reagendo con il BoD residuo (tHM,
cloroformio, nitrosammine, ione clorato e bromato);
B) il cloro e tutte le sue forme sono corrosive e tossiche per lambiente, la
vita acquatica e luomo;
C) spesso necessario eseguire la declorazione;
D) alcuni composti del cloro sono pericolosi da trasportare, stoccare e ma-
neggiare;
e) leffcacia di disinfezione diminuisce allaumentare del pH.
2.2.2. Acido peracetico
Lacido peracetico (PAA) pu essere una valida alternativa ai disinfet-
tanti a base di cloro, in particolare pu essere usato come unico sistema di
disinfezione o in sinergia con altri trattamenti, a patto di verifcare, oltre la
sua effcacia, anche la convenienza economica (le caratteristiche operative
sono riportate nella tabella 15). Dal punto di vista dellutilizzo pratico, non
possibile utilizzare lacido peracetico puro in quanto estremamente instabile
e sensibile alla temperatura, per questo motivo viene venduto in soluzione ac-
quosa. il prodotto, pronto alluso e di facile impiego e dosaggio, regolabile
anche sulla sola portata. La non ftotossicit del prodotto stesso rende inoltre
possibile il riuso agricolo.
Lacido peracetico un liquido incolore, caratterizzato da un odore
pungente ed solubile con un ampia gamma di concentrazioni in acqua ed
in molti solventi organici (ranieri e. 2003). La caratteristica pi importante
dellacido peracetico quella di essere un agente ossidante con una trascura-
148 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
bile formazione di sottoprodotti di disinfezione indesiderati, in quanto duran-
te limpiego, esso si decompone principalmente in acido acetico e ossigeno
attivo. Come misura cautelativa, richiesto un pretrattamento di fltrazione
e/o chiarifocculazione prima di procedere alla disinfezione con PAA (caret-
ti, luBello 2001).
Limpiego dellPAA si dimostrato attivo nei riguardi dei batteri, ma
ha fornito risultati meno soddisfacenti nei confronti dei virus, delle muffe e
dei lieviti (Bonomo l. 1996). Allaumentare del dosaggio, si osserva una di-
minuzione del tempo necessario per labbattimento totale dei microrganismi.
Leffcacia del processo infuenzata dal pH (SanSeBaStiano g. et al. 2001),
anche se altri autori affermano il contrario (metcalF & eddy 2006).
Tabella 15. Caratteristiche dellacido peracetico.
CARATTERISTICHE PARAMETRI OPERATIVI
tempo di contatto 30 - 60 min
a, b
titolo soluzione 1 - 15%
c
Dosaggio 0,5 - 6 mg/l
d
Costo ~ 2,2 /kg
PAA
(in soluzione al 15%)
Pretrattamenti Preferibile la fltrazione
e
Capacit residue di disinfezione s
a. i tempi di contatto, nel caso specifco dei batteri, non superano i 5 minuti in un intervallo di tempe-
ratura compreso tra i +5 e i +40C (kemPer 2006). Per quanto concerne invece le muffe e i lieviti,
tali valori si possono differenziare signifcativamente in dipendenza della specie da distruggere e
della temperatura dapplicazione: si passa infatti dai 3 minuti per il s. cerevisiae ai 40 minuti per la
C. mycoderma (kemPer 2006). Anche per lescherichia coli le concentrazioni di PAA diminuiscono
con laumentare del tempo di contatto: si passa da 25 mg/l al tempo 0 a 10 mg/l per 5 minuti ed a 4
mg/l per 15 minuti di contatto (SanSeBaStiano G. et al. 2001). dellerBa et al. (2004) riportano che
dosi di 4-8 mg/l con tempi di contatto superiori ai10 minuti possono essere suffcienti ad abbattere
il 99% dellescherichia coli per rispettare la norma italiana per il riutilizzo irriguo.
b. Linfuenza della miscelazione, in corrispondenza dellinserimento del disinfettante nella vasca di
contatto, si rilevata piuttosto marginale in relazione ai lunghi tempi di contatto e al dosaggio.
infatti, in presenza di miscelazione sono necessari pi di 25 mg/l
PAA
per ottenere labbattimento dei
Coliformi in soli 5 minuti, mentre per tempi di contatto superiori ai 30 minuti, sono suffcienti 10
mg/l
PAA
per il rispetto dei limiti italiani per il riutilizzo irriguo (liBerti l. et al. 1999).
c. Le concentrazioni impiegate variano generalmente tra il 5-15%.
d. si sono ottenuti abbattimenti degli indicatori fecali variabili dalle 2 alle 3 unit logaritmiche (99
e 99,9%) con concentrazioni di acido peracetico comprese tra 1 e 6 mg/l e con tempi di contatto
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 149
di 5 e 30 minuti. Dosaggi di 5 mg/l necessitano di tempi di contatto inferiori rispetto a dosaggi di
2 mg/l (antonelli m. et al. 2007). Per determinare labbattimento di circa 7 unit logaritmiche di
escherichia coli al tempo 0 sono stati suffcienti 25 mg/l di PAA (SanSeBaStiano G. et al. 2001).
e. il PAA non sembra risentire, a differenza di altri disinfettanti, di elevate concentrazioni di solidi
sospesi totali, in alcuni casi anche di concentrazioni dellordine di 100 mg/l; diverso il caso della
sostanza organica residua che viene ossidata dal PAA a discapito della carica microbica. comun-
que consigliata anche una semplice prefltrazione su sabbia.
A livello di disinfezione dei refui, lPAA non determina particolari
problemi igienico-sanitari, ma, nel caso di sovradosaggi, potrebbe indurre
un aumento della concentrazione di BoD residuo (ranieri e. 2003). Lacido
peracetico mostra avere anche una migliore azione sui bioflm rispetto al pe-
rossido didrogeno (SanSeBaStiano G. et al. 2001).
VAntAggi:
A) alto potente ossidante e disinfettante;
B) non genera sottoprodotti tossici;
C) bassi dosaggi richiesti;
D) capacit disinfettanti residue.
sVAntAggi:
A) costo elevato del reagente;
B) bisogna comprarlo in soluzione perch pericoloso da gestire;
C) solitamente necessario un pretrattamento di fltrazione;
D) alti dosaggi aumentano il tenore di sostanza organica nelleffuente;
e) tempi di contatto lunghi, quindi grandi volumetrie della vasca di disin-
fezione.
2.2.3. ozono
Lozono (o
3
) lagente disinfettante pi energico disponibile in com-
mercio (itt 2009), infatti, il suo potenziale redox (inferiore solo a quello
del fuoro) circa il 52% maggiore di quello del Cloro. Lo
3
in grado di
rimuovere le sostanze organiche solubili biorefrattarie al posto dellutilizzo
del carbone attivo, oltre ad eliminare odori e sapori molesti. La sua elevata
reattivit, con tempi di contatto variabili da qualche secondo alle decine di
minuti in acqua (Scaramuzzi g. 2010), lo rende instabile e non conservabile,
per cui deve essere prodotto sul posto e subito prima di essere utilizzato (itt
150 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
2009). Le caratteristiche operative sono riportate nella tabella 16.
La produzione di ozono avviene in sistemi molto complessi nei qua-
li fussi di ossigeno vengono sottoposti ad elevate differenze di potenziale
(15.000-20.000 Volt) che, tramite la scarica elettrica, scindono lossigeno per
formare lo
3
. si possono utilizzare diversi tipi di corrente gassosa in ingresso
allimpianto, in particolare: aria fltrata, ossigeno puro, ossigeno liquido e aria
arricchita. Lutilizzo di aria per la generazione di ozono sicuramente pi
economico in termini di costo di approvvigionamento, ma lutilizzo di ossi-
geno puro pi effciente in quanto il consumo energetico si riduce di circa
un terzo e la produzione di ozono raddoppia (ranieri e. 2003).
A temperatura ambiente lozono sotto forma gassosa, tende al colore
blu ed caratterizzato da odore pungente. La presenza di o
3
pu essere rileva-
ta solo quando ha una concentrazione variabile tra 0,01 e 0,05 ppm
v
(metcalF
& eddy 2006).
Tabella 16. Caratteristiche dellozono.
CARATTERISTICHE PARAMETRI OPERATIVI
tempo di contatto 5 - 30 min
a
Dosaggio 0,5 - 40 mg
o3
/l
b, c
Pretrattamenti Preferibile la fltrazione ed il controllo della
temperatura
d
Agente disinfettante Da produrre in situ
Costo 1 - 3 / kgO
3

e, f
Capacit residue di disinfezione no
a. La sua azione disinfettante, a causa della sua instabilit, estremamente rapida, da 1 a 5 minuti; per
garantire i limiti per il riutilizzo i tempi salgono a 15-30 minuti.
b. il dosaggio dipende dal tipo di refuo, dal pretrattamento subito e se previsto il riutilizzo irriguo
(vedi Tabella 17). se lintento la sola disinfezione, sono suffcienti 1,5 mg/l per abbattere i batteri
e 3 mg/l per i virus con un tempo di contatto di 5-15 minuti. Per labbattimento del 99,9% (3 unit
log) di escherichia coli in acque refue sono suffcienti 2,2 mg/l per 19 minuti. Un abbattimento del
99,99% di escherichia coli in acqua superfciale si ottiene, invece, con dosi di 0,25 mg/l e tempi di
circa 1,5 min (itt 2009).
c. se lintento non la disinfezione, ma un supporto alla rimozione biologica del CoD, di solito si
stimano circa 2-3 go
3
/g
CoD
rimosso (itt 2009).
d. i parametri che possono infuenzare leffcienza del trattamento sono principalmente tre: A) Com-
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 151
posizione delle acque che esercita una fondamentale infuenza sulleffcienza del trattamento a
causa delle sostanze organiche e dei solidi sospesi che presentano una elevata domanda di ozono;
B) Sostanza organica: un incremento della concentrazione di CoD riduce le rese di disinfezione
in quanto, parte dellozono dosato viene consumato per i processi di ossidazione della frazione
organica; C) Temperatura, al crescere della quale diminuisce leffcacia dellozonizzazione, proba-
bilmente a causa della scarsa solubilit dellozono alle alte temperature.
e. Per la disinfezione il costo medio circa 2 /kgo
3
consumato a seconda del tipo di produzione di
ossigeno, dellenergia elettrica consumata e della portata da trattare.
f. Per lossidazione della sostanza organica si stimano circa 4-6 / kg
CoD
di costi di esercizio (itt
2009). Questo ovviamente spiega il perch si adoperano combinazioni dellozono e di trattamenti
biologici come scelte pi vantaggiose per lossidazione di alti carichi di CoD (pratica che solita-
mente non avviene in processi di recupero delle acque refue, specialmente ad uso irriguo).
si riportano nella tabella 17 delle indicazioni generali di dosaggio di
ozono; esse non possono essere assunte come tali per la progettazione, ma
sono prettamente indicative per dare un ordine di grandezza di riferimento.
Tabella 17. indicazioni di dosaggio medio di ozono per garantire alcuni limiti
allo scarico di coliformi (metcalF & eddy 2006).
DOSAGGIO DI OZONO PER IL
RIUTILIZZO
a
[mg/l]
PRETRATTAMENTO
APPLICATO
AL REFLUO DA
DISINFETTARE
n di coliformi
prima della
disinfezione
MPn/100 ml
n coliformi dopo la disinfezione,
tempo di contatto = 15 minuti
Limite di 23
MPN/100 ml
Limite < 2,2
MPN/100 ml
nessun trattamento 10
7
- 10
9
dosaggio troppo
elevato
b
,
effcacia non garantita
dosaggio troppo
elevato
b
,
effcacia non garantita
trattamento primario 10
7
- 10
9
fanghi attivi 10
5
- 10
6
16 - 30 30 - 40
fanghi attivi +
fltrazione
10
4
- 10
6
16 - 25 30 - 40
fltrazione su sabbia 10
2
- 10
4
12 - 20 16 - 25
microfltrazione 10
1
- 10
3
3 - 8 4 - 8
osmosi inversa ~ 0 0 0,5 - 2
a. Confrontando la tabella 17 (relativa allozono) con la tabella 14 (relativa al cloro combinato) si
osserva che i dosaggi di o
3
sono pi bassi, grazie alla maggiore effcacia dellozono, anche quando
il refuo subisce un pretrattamento di fltrazione spinto su membrana, mentre pi alto nel caso
opposto a causa della concentrazione residua di sostanza organica e solidi disciolti.
b. La solubilit dellozono in acqua funzione della temperatura e del pH, la massima concentrazione
di 40mg/l.
152 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Ad eccezione dei sottoprodotti derivati dallo ione bromato (in presenza
dei quali meglio adottare un altro disinfettante), la maggior parte degli altri
sottoprodotti di reazione, anche se tossici, non creano grosse preoccupazio-
ni perch sono molto instabili dal punto di vista chimico venendo rapida-
mente biodegradati e scomparendo dopo pochi minuti dalle acque ozonizzate
(metcalF & eddy 2006). comunque sconsigliabile luso contemporaneo
del cloro e dellozono.

Bisogna inoltre tenere presente che, anche se normal-
mente la disinfezione dellacqua con lozono non produce sostanze alogenate,
una durata dellapplicazione troppo breve, pu causare un aumento del tenore
dei precursori dei trialometani.
i costi di produzione sono molto elevati rispetto alla clorazione, tanto
che, in termini di costi complessivi dellesercizio, la spesa viene valutata an-
che 5-6 volte maggiore degli altri metodi di disinfezione (metcalF & eddy
2006). il costo effettivo per funzione anche delleconomia di scala, ovve-
ro della quantit totale di ozono necessaria allintero impianto (ad esempio
anche per eventuali deodorizzazioni di altre parti dellimpianto). i costi di
gestione, ovviamente, dipendono anche dalla concentrazione di ozono da for-
nire per ogni metro cubo di refuo. Valori indicativi per il processo completo
sono riportati nella tabella 18.
Tabella 18. Costi di gestione per la disinfezione con ozono (metcalF & eddy
2006).
PROCESSO
CONSUMO ENERGETICO
[kWh/kgO
3
]
Pretrattamento dellaria da ozonizzare 4 - 7
Produzione di ozono
Alimentazione ad aria
Alimentazione ad ossigeno puro
13 - 20
6 - 14
Unit di ozonizzazione 2 - 7
Altre operazioni 1 - 3
ConsUMo totALe medio
impianto ad aria
impianto a ossigeno puro
20 - 37
13 - 31
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 153
studi pi recenti indicano che i costi di produzione oraria di ozono va-
riano secondo leggi di economia di scala; si ha infatti, che allaumentare del-
la produzione di ozono i costi diminuiscono, fno a diventare concorrenziali
con altre tecnologie innovative di disinfezione, come ad esempio i raggi ultra
violetti. nelle tabelle 19 e 20 si riporta la stima della variazione dei costi di
produzione e di ammortamento in funzione della richiesta oraria di ozono.
Tabella 19. Variazione dei costi di produzione e di ammortamento in funzione
della richiesta oraria di ozono (itt 2009; Scaramuzzi g. 2010).
PRODUZIONE
ORARIA
SPECIFICA
[kgO
3
/h]
a
COSTO DI
PRODUZIONE
[/kgO
3
]
b
COSTI DI
AMMORTAMENTO
[/kgO
3
]
COSTO TOTALE DI
PRODUZIONE
[/kgO
3
]
1 2,3
c,d
1 3,3
10 1,8 0.3 2,1
500 0,8 0.2 1
a. Produzione di ozono con fornitura di ossigeno puro a condizioni standard di temperatura (t=15C)
e di concentrazione di ozono da ossigeno puro (C
o3
=7%) e da aria (C
o3
=2%).
b. si ipotizzato un costo medio dellenergia di 0,12/kWh e dellossigeno di 0,14/nm
3
.
c. si stima un consumo di 10m
3
/h di ossigeno e di 7,5kWh di energia elettrica.
d. se si produce ozono con aria, lenergia richiesta di circa 24kWh/kg
o3
con un costo di circa 2,88
/kg
o3
.
Tabella 20. stima dei costi di produzione di ozono (itt 2009).
PRODUZIONE
ORARIA
SPECIFICA
[/kgO
3
]
Costo di
produzione
totale
Manutenzione
Raffreddamento
acqua
energia
Fornitura
ossigeno
Ammortamento
1 3,3 0,3 0,1 0,5 1,4 1,0
10 2,1 0,1 0,1 0,4 1,2 0,3
500 1 0,05 0,1 0,25 0,4 0,2
154 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
VAntAggi:
A) disinfettante molto potente (pi dei composti clorati e dei RUV), effca-
ce per batteri, Cryptospiridium, virus e giardia;
B) bassi tempi di contatto (10-15 minuti, max 30);
C) gli eventuali sottoprodotti generati (organici come laldeide, lacido
acetico e formico; inorganici come i clorati) si decompongono rapida-
mente ed al massimo necessaria la post-fltrazione su carbone attivo;
D) lozono residuo si converte in ossigeno aumentando il contenuto dello
stesso nelleffuente;
e) controlla le propriet organolettiche dellacqua (gusto, odore, colore).
sVAntAggi:
A) costi di impianto e di gestione molto alti;
B) non ha capacit residue di disinfezione (sconsigliato luso di Cl + o
3
);
C) necessita di un pre-trattamento di fltrazione per rimuovere le sostanze
organiche (che ne aumentano i consumi) e particolate (che potrebbero
proteggere i microrganismi riducendo leffcacia di disinfezione);
D) produce sottoprodotti pericolosi e tossici in presenza di bromo, aldeide
e chetoni (in presenza di questi meglio applicare i RUV);
e) laria in uscita dallozonizzatore deve essere trattata prima del rilascio
in atmosfera;
F) deve essere prodotto in situ perch molto instabile.
2.2.4. Radiazione ultra violetta
La disinfezione con raggi UV un processo di disinfezione di tipo f-
sico legato al trasferimento di energia elettromagnetica al materiale genetico
della cellula modifcando il patrimonio genetico del DnA e impedendone la
riproduzione. tutto questo avviene in brevissimi istanti e, difatti, si ha la di-
struzione dei microrganismi patogeni presenti nellacqua, anche quelli che
possono sopravvivere ad altri processi di trattamento. Lutilizzo della radia-
zione ultravioletta, inoltre, non ha conseguenze sul sapore, sullodore e sulla
limpidezza dellacqua e non d origine a sostanze residue o sottoprodotti no-
civi per la salute.
Lazione biocida si ha in corrispondenza di lunghezze donda della ra-
diazione comprese fra 250 e 270 nm; in tale intervallo rientrano i raggi UV-C
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 155
che hanno quindi un forte effetto germicida e presentano la massima effcacia
in corrispondenza della lunghezza donda di 253,7 nm (Bonomo L. 1996). i
microrganismi sottoposti a RUV rispondono in maniera differente, in parti-
colare si ha che i batteri sono i pi sensibili, mentre protozoi, virus e spore di
batteri sono man mano pi resistenti (itt, 2009).
Le caratteristiche operative sono riportate nella tabella 21.
Tabella 21. Caratteristiche dei RUV.
CARATTERISTICHE PARAMETRI OPERATIVI
tempo di contatto 5 - 20 sec
Dosaggio 5 - 180 mJ/cm
2

a, b
Pretrattamenti Filtrazione
c

Agente disinfettante Da produrre in situ
Costo 0,08 - 1,15 /m
3
Capacit residue di disinfezione no
d
a. Dosi UV pari a 100 e 160 mWs/cm
2
, rispettivamente per leffuente chiarifcato-fltrato e per quello
solo chiarifcato, consentono il raggiungimento di circa 2 MPn/100 ml di Coliformi totali (Avicen-
ne initiative, Project no. AVi-Ct94-0010, Commissione Unione europea, 1995).
b. in condizioni ideali bastano bassissimi dosaggi e brevi tempi di contatto per la rimozione di
alcuni batteri (escherichia Coli, salmonella, ecc.) e virus, mentre sono richiesti dosaggi e tempi
maggiori per rimuovere cisti, protozoi e uova di elminti (Bonomo L. 1996). nella pratica impian-
tistica, ai fni di un sicuro riutilizzo in agricoltura, le dosi consigliate variano tra 60-80 mJ/cm
2
per
garantire abbattimenti degli escherichia Coli di 2-4 unit logaritmiche con un tempo di contatto di
almeno 5-10 secondi (itt 2009).
c. Per una corretta disinfezione, la prefltrazione necessaria quando: A) C
sst
> 30mg/l; B) torbidit
>> 2 ntU; C) trasmittanza < 55%. Quando si riutilizzano i refui per scopi irrigui si consiglia che
la concentrazione di ss allingresso degli UV sia inferiore ai 10 mg/l.
d. La mancanza di azione disinfettante residua dei raggi UV facilita la ricontaminazione che si po-
trebbe ripresentare spontaneamente dopo 12-24 ore nelle acque sottoposte al trattamento UV. se
previsto il riutilizzo dellacqua per lirrigazione, esso deve essere abbinato ad un opportuno sistema
che garantisca, anche durante lo stoccaggio, un bassissimo livello di inquinamento microbiologico.
Ai fni delleffcienza di questa tecnologia, assumono un ruolo determi-
nante le caratteristiche del refuo. Per ottenere elevati rendimenti di inattivazio-
ne batterica, necessari per il riuso dei refui in agricoltura, lacqua da disinfetta-
re con raggi UV dovrebbe avere una trasmittanza (ovvero la percentuale di UV
156 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
che viene trasmessa dallacqua) superiore al 75%, una bassa concentrazione di
solidi disciolti (fg. 2) ed una bassa torbidit. Queste caratteristiche sono otteni-
bili tramite un trattamento terziario (di fltrazione su sabbia o microfltrazione)
posta a monte della disinfezione.
La dose effettiva assorbita dallacqua infuenzata dai seguenti fattori:
A) tipo, rendimento, et e stato delle lampade;
B) disposizione delle lampade allinterno del reattore UV;
C) idraulica e tempo di irraggiamento nel reattore;
D) portata;
e) trasmissione della radiazione nellacqua.
buona norma adottare condizioni operative prudenziali ipotizzando
perdite delleffcacia superiori al 10% e, in alcuni casi, valori anche pi alti
(ranieri e. 2003).
Figura 2. Curva dose UV-risposta in funzione della concentrazione di sst (metcalF & eddy 2006).
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 157
La dose UV espressa dalla seguente relazione: D = I * t dove: D =
dose UV (mWs/cm
2
, J/m
2
); i = intensit utile (o effettiva) della radiazione UV
(mW/cm
2
, W/m
2
); t = tempo di esposizione (s).
La valutazione della dose necessaria e anche di quella effettivamente
percepita dai microrganismi, cos come del tempo minimo di esposizione alla
radiazione UV, problematica da stabilire in quanto dipende da: frequenza
e intensit delle radiazioni, numero e confgurazione delle lampade, dalla di-
stanza tra il liquido e le lampade, dalla turbolenza del refuo, dal tempo di
esposizione, dal coeffciente di assorbimento del refuo.
numerosi studi a partire dagli anni ottanta concordano nel confermare la
estrema effcacia delle radiazioni UV sulle forme vegetative dei batteri (come
Coliformi totali e fecali, escherichia coli) di cui si ottengono abbattimenti del
99,9% gi a dosaggi < 20 mW*sec/cm
2
(Bonomo L. 1996). Ci viene ulterior-
mente confermato dalle linee guida proposte da US EPA nel 2006: per gli esche-
richia Coli si ottengono inattivazioni del 99,999% con dosaggi di circa 10 mJ/
cm
2
(fg. 3). nelle tabelle 22-23 si riportano altri dosaggi minimi richiesti per
linattivazione di diversi microrganismi di riferimento.
Figura 3. Dosi UV necessarie per linattivazione di alcuni principali microrganismi (Us ePA, 2006).
158 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Tabella 22. Dosi UV per linattivazione dei principali microrganismi di inte-
resse.
AGENTE
PATOGENO
INATTIVAZIONE
[%]
DOSE UV
a
[mWsec/cm
2
, mJ/cm
2
]
Virus e batteri
1 log (90%) 2 - 6
2 log (99%) 5 - 25
3 log (99,9%) 30 - 40
4 log (99,99%) 55 - 65
Batteriofagi Ms-2 4 log (99,99%) > 90
Protozoi, oocisti
1 log (90%) 80
2 log (99%) 120 - 180
a. Limpianto di Milano s. Rocco utilizza un sistema UV per la disinfezione di circa 345.000 m3/d
di acque refue urbane destinate al riutilizzo irriguo (Lescherichia coli in uscita deve essere < 10
UFC/100ml). il sistema dotato di 3 canali, ognuno di essi costituito da 3 banchi formati da 7
moduli, per un totale di 1.134 lampade per linea. il consumo elettrico totale del sistema UV di
circa 420kW e fornisce una dose di circa 60 mJ/cm
2
con un tempo di esposizione di oltre 6 secondi
(Feretra g. 2010).
Tabella 23. tabella teorico-empirica per la determinazione dei parametri di
progetto di un impianto UV (itt, 2009).
Livello di disinfezione richiesto di
Coliformi Fecali [NTU/100ml]
a
SS disciolti
[mg/l]
b
Trasmittanza
[%]
Dose UV
[mJ/cm
2
]
c
1000
max 30 > 55
20 - 30
200 25 - 37
100
max 10 > 60
25 - 35
10 45 - 60
2,2 max 4,5 > 65 80 - 90
d
a. il numero di Coliformi fecali in ingresso di 10
5
ntU/100ml
b. Concentrazione di sst in uscita dal pretrattamento di fltrazione su sabbia
c. i Coliformi Fecali hanno concentrazioni pi elevate degli escherichia Coli secondo un fattore mol-
tiplicativo di ~1,2. il valore dei Coliformi totali si ottiene moltiplicando il valore dei Coliformi
Fecali per ~4.
d. La torbidit di riferimento < 2ntU.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 159
in generale pi elevato il livello della disinfezione richiesto e maggio-
re deve essere il numero dei banchi da porre in serie in ciascun canale.
Per valori fnali di Coliformi totali di 100/100ml sono consigliati alme-
no due banchi in serie per canale mentre se il valore fnale dei Coliformi to-
tali minore di 5/100ml, il numero minimo di banchi in serie 3 (itt 2009).
gli impianti di trattamento UV si dividono essenzialmente in due cate-
gorie: impianti a canale aperto e impianti in condotta. i primi sono principal-
mente impiegati per la depurazione delle acque refue, mentre i secondi sono
tipici degli impianti di trattamento per acquedotti e per potabilizzatori.
Attualmente, esistono varie tipologie di lampade capaci di emettere
RUV, alcune sono gi comunemente utilizzate, come le lampade a vapori di
mercurio a bassa e media pressione (Tabella 24), altre sono in fase di speri-
mentazione e studio (come le lampade ai sali metallici; lampade allo xenon;
led).
160 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Tabella 24. Caratteristiche delle lampade a bassa e media pressione (Us ePA,
2006).
PARAMETRO
BASSA
PRESSIONE
BASSA
PRESSIONE
ALTA
INTENSIT
MEDIA
PRESSIONE
a
Condizioni di esercizio
Basse portate
Bassa torbidit
n.r.
Alte portate
Alta torbidit
Lunghezza donda emessa [nm]
253,7
(85% della
radiazione
totale emessa)
254
254
(15-20% della
radiazione totale
emessa)
temperatura operativa [C] 40 - 60 60 - 100 600 - 900
Potenza elettrica richiesta [W/cm] 0,5 1,5 - 10 50 - 250
effcienza di conversione [%] 35 - 40 41 10 - 20
Potenza germicida [W/cm] 0,2 0,5 - 3,5 5 - 30
Perdita di effcienza dopo un anno
di funzionamento [%]
30 - 40 n.r. n.r.
Lunghezza lampada [cm] 10 - 150 10 - 150 5 - 120
numero di lampade necessarie a
parit di dose fornita
alto intermedio Basso
Durata operativa [ore] 4.000 - 16.000
8.000 -
12.000
3.000 - 8.000
a. Le lampade a media pressione costano 4-5 volte in pi rispetto quella a bassa pressione, ma la con-
venienza dipende dal numero di lampade da utilizzare.
n.r.: non rilevato.
si riporta di seguito lestratto di uno studio condotto nel 2010 relativo
alla stima dei costi di disinfezione con RUV di acque refue urbane per il
riutilizzo irriguo nel rispetto della carica microbica ammissibile dal D.Lgs.
152/2006 (Tabella 25).
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 161
Tabella 25. stima dei costi per la disinfezione con raggi UV di acque refue
destinate al riutilizzo in agricoltura in rispetto dei limiti imposti dal D.Lgs.
152/2006 e s.m.i. (Feretra g. 2010).
IPOTESI
a
Lampade senza sistema di pulizia
automatica
Lampade con sistema di pulizia
automatica
portata
[m
3
/d]
n
lampade
costo
investimento
[]
costo
gestione
[/m
3
]
n
lampade
costo
investimento
[]
costo
gestione
[/m
3
]
1.300 8 50.000 0,09 4 27.000 0,120
8.600 48 179.000 0,08 32 129.000 0,107
17.300 96 283.000 0,08 64 220.000 0,100
25.600 144 407.000 0,08 90 280.000 0,090
36.700 216 528.000 0,08 120 350.000 0,083
a. Le caratteristiche del refuo ipotizzato, dopo prefltrazione, sono: C
ss
<10 mg/l; trasmittanza>65-70%;
DoseUV=70-80 mJ/cm
2
; escherichia Coli in ingresso al sistema UV=100.000 UFC/100ml; esche-
richia Coli in uscita dal sistema UV=10 UFC/100ml; abbattimento ipotetico del 99,99%.
VAntAggi:
A) nessuna produzione di sottoprodotti tossici;
B) richiesti brevissimi tempi di contatto (10-30 secondi);
C) sistema sicuro da usare, ma sono comunque da evitare le esposizioni
dirette;
D) il costo di trattamento competitivo con la clorazione;
e) i refui cos trattati possono essere riutilizzati in agricoltura.
sVAntAggi:
A) non ha capacit disinfettanti residue (sconsigliato luso di RUV +
Cl);
B) leffcienza infuenzata dalla torbidit e dalla concentrazione di solidi
sospesi: necessaria la pre-fltrazione;
C) le lampade a bassa pressione non sono effcaci per refui con concentra-
zione di sst maggiore di 30 mg/l;
D) diffcile stabilire il giusto dosaggio;
e) limitata durata delle lampade;
162 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
F) necessario effettuare la pulizia periodica delle lampade a causa della
crescita di batteri sul rivestimento delle lampade.
2.3. Confronto fra i costi
Attualmente diffcile eseguire stime attendibili per confrontare i costi
derivanti dallimpiego delle differenti tecniche di disinfezione a causa della
velocit di futtuazione dei prezzi, delle differenze sul prezzo dei materiali e
dellenergia, sui costi fnanziari degli ammortamenti. Unindicazione di mas-
sima indicata nella tabella 26.
Tabella 26. Confronto tra i costi di trattamento per tecnologia di disinfezione
applicata (itt, 2009).
TECNOLOGIE Cloro UV Ozono Acido peracetico Membrane
COSTO [/m
3
] 0,04 - 0,06 0,08 - 0,13 0,05 - 0,18 0,13 - 0,27 0,2 - 0,82
in tabella 27 riportata una valutazione economica di massima, relati-
va ad un impianto per 40.000 abitanti equivalenti.
Tabella 27. Costi approssimativi per il risanamento dei refui (Us ePA, 2004).
TRATTAMENTI $/m
3
stagno di ossidazione 0,18
fanghi attivi 0,34
fanghi attivi + fltrazione + disinfezione UV 0,42
costo addizionale trattamento terziario 0,24
costo addizionale di disinfezione 0,07
pretrattamento con calce + osmosi inversa 0,75
microfltrazione + osmosi inversa 0,54
2.4. impianti sperimentali per il riutilizzo irriguo
tra le numerosissime sperimentazioni di letteratura, si riporta di seguito
una breve rassegna non esaustiva delle principali linee di ricerca e confgura-
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 163
zioni di impianto che si possono adottare per riutilizzare i refui in agricoltura.
alonSo e. et al. (2001): la sperimentazione, avvenuta utilizzando un
refuo secondario urbano fltrato, consistita nel confronto tra la Micro-fl-
trazione e lUltra-fltrazione. Per entrambe le tipologie, si riscontrata una
qualit del refuo trattato abbastanza simile, ma la MF ha comportato costi
minori. entrambe le tecnologie non hanno garantito un alto abbattimento di
azoto e fosforo residuo dal trattamento biologico, tanto che nelleffuente si
riscontrato un signifcativo contenuto residuo di sostanze nutrienti utili alla
fertirrigazione.
Pollice A. et al. (2004): sono state confrontate le performance agro-
nomiche di pomodori e fnocchi irrigati con acque convenzionali (di falda)
e con acque provenienti da un impianto pilota costituito da una fltrazione
su membrana a fbre cave applicata ad un refuo secondario di un impianto a
fanghi attivi. Dopo due anni di monitoraggio la qualit degli ortaggi coltivati
nei due campi stata la stessa.
gideon oron et al. (2008): limpianto pilota utilizzato era costituito da
due processi di fltrazione su membrana posti in serie: UF e Ro per assicurare
rispettivamente la rimozione della componente patogena e della sostanza or-
ganica sospesa residua e labbattimento della salinit. Leffuente risultato
idoneo allirrigazione e caratterizzato dalla quasi totale assenza di sali e di
sostanze nutritive.
caretti C., luBello C. (2003): stato eseguito il confronto sulle quat-
tro principali tecniche di disinfezione alternative al cloro: PAA; RUV; PAA
immesso a monte dellUV; PAA immesso a valle dell UV. Monitorando lef-
fcienza di abbattimento di Coliformi totali, Coliformi fecali ed escherichia
Coli si constatato che la disinfezione realizzata con PAA a monte dei RUV,
risultata pi effciente e quindi migliore per il riutilizzo dei refui in sicurezza.
Petala M. et al. (2006): limpianto pilota costituito da unit di fl-
trazione su sabbia, asdorbimento su carboni attivi e disinfezione con ozono.
Leffuente risultato conforme alle normative Us ePA per lutilizzo delle
acque in ambito urbano (escluso luso potabile), per lirrigazione delle coltu-
re alimentari e per le aree ricreative; i costi di gestione sono risultati elevati
(0.24 /m
3
).
montSe meneSeS et al. (2010): lo studio consistito nella valutazione
164 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
dellimpatto ambientale del refuo, riutilizzato in ambito irriguo ed in applica-
zioni urbane, comparando tre tecniche di disinfezione: ozonizzazione; ozoniz-
zazione + perossido di idrogeno; clorazione + UV. Lanalisi del ciclo di vita
ha indicato che la tecnica di clorazione + UV risultata la meno impattante (si
evidenzia che nello studio non stata considerata lattitudine dei disinfettanti
a produrre sottoprodotti indesiderati di disinfezione, ndr).
BelGiorno V. et al. 2007: limpianto pilota realizzato, costituito da una
disinfezione con RUV a valle di un sistema in grado di emettere ultra suoni,
mirava alla rimozione anche dei distruttori endocrini. oltre a tale effetto si ri-
scontrata una maggiore effcienza della disinfezione grazie allazione degli Us
in grado di evitare lo sporcamento delle lampade UV (naddeo V. et al. 2009).
2.5. Prospettive future: i processi AoP
i classici impianti a fanghi attivi non rappresentano unadeguata solu-
zione per labbattimento di alcune sostanze, come gli inquinanti emergenti,
a causa della loro estrema complessit. in futuro le tecniche AoP (Processi
avanzati di ossidazione), che utilizzano laccoppiamento o
3
/UV e o
3
/H
2
o
2
,
in seguito al loro maggiore sviluppo ed abbassamento dei costi, saranno pi
frequentemente utilizzate per leffettiva distruzione di sostanze tossiche e re-
frattarie, batteri e virus presenti nei refui, garantendo una maggiore sicurezza
nel riutilizzo. La loro effcienza di reazione infatti superiore a quella dei
singoli processi costituenti, purch nella progettazione dei reattori si tenga
conto del fatto che lozono un gas scarsamente solubile e che quindi estre-
mamente importante il suo contatto con gli altri ossidanti. Questi processi si
possono applicare in particolare per la rimozione di: fenoli, clorofenoli, acidi
umici e fulvici, alogenocomposti, aldeidi e ossiacidi, composti aromatici ed
eterociclici complessi, BtX, VoC.
3. soluzioni sperimentali per il reimpiego degli effuenti secondari
3.1. schemi a rilascio controllato
Lapplicazione sperimentale consiste nel modifcare i classici schemi
biologici di trattamento in modo da rimuovere le sostanze patogene e danno-
se per lambiente, rilasciando in modo controllato concentrazioni di sostan-
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 165
ze organiche e di nutrienti utili alla fertilizzazione dei suoli e delle colture.
Lo schema quello proposto dallUniversit della Basilicata nellambito del
progetto Pon AQUAteC 2002-2007 (maSi s. et al. 2008). Durante tale
periodo, stata condotta una cospicua attivit sperimentale, tuttora in cor-
so, mediante la progettazione, realizzazione e gestione di un impianto pilota
fsico-chimico (fltrazione su sabbia e disinfezione con acido peracetico) ap-
positamente realizzato per il trattamento e riutilizzo irriguo di refui urbani
civili su parcelle agronomiche di prova con uno sviluppo di circa due ettari. il
problema che si affrontato riguarda la realizzazione di schemi di trattamento
in grado di rimuovere selettivamente la componente organica rapidamente
biodegradabile pur restando stabile alle variazioni delle condizioni ambientali
e di carico. Limpianto, schematizzato nelle fgure 4-5, basato su un classico
schema di trattamento a fanghi attivi in cui stato modifcato il punto di sca-
rico delle acque trattate.
Figura 4. schema semplifcato a rimozione controllata (Progetto Pon AQUAteC, 2002-2007).
Figura 5. schema dellimpianto pilota (Progetto Pon AQUAteC, 2002-2007).
166 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
La coltura prescelta per lirrigazione stata lolivo; le piante gi piena-
mente sviluppate, non erano mai state sottoposte ad irrigazione.
sono state apportate al terreno acque refue trattate con un notevole
contenuto di sostanza organica, fno a 250 mg/l. Con i quantitativi di acqua
utilizzati per lirrigazione (circa 2.000-3.000 m
3
/ha per anno) sono stati forni-
ti circa 125 kg ci carbonio organico, 50 kg di azoto, 50 kg di potassio e 5 kg
di fosforo. i quantitativi di azoto e fosforo hanno coperto per circa i due terzi
il fabbisogno delle colture.
La disinfezione stata effettuata con ipoclorito di sodio (5-10 mg/l) e
acido peracetico (2-5 mg/l), quantitativi in grado di portare il livello di carica
microbica (come coliformi totali) intorno a 1.000 UFC/100ml.
Lirrigazione stata effettuata in maniera costante portando al limite
della capacit di campo i terreni nella stagione primaverile in modo da costi-
tuire un serbatoio per le esigenze delle piante nei mesi caldi. Lirrigazione
goccia a goccia ha permesso di contenere al massimo larea superfciale ba-
gnata ed i relativi problemi di dispersione microbica. i riscontri microbiolo-
gici sul frutto e sullolio prodotto hanno escluso qualsiasi fenomeno di con-
taminazione.
il protocollo di analisi ha preso in considerazione i metalli pesanti (Cu,
Pb, Cr, Zn, Cd), gli indicatori di salifcazione (na, Mg, Ca), i solfati; i cloruri
e gli indicatori di contaminazione organica (BtX, iPA). Dallanalisi delle
misure, non stato rilevato alcun valore anomalo o indice di degrado del
terreno.
Lintervento di irrigazione si confgurato come una vera unit di trat-
tamento in grado di trasformare gli inquinanti residui (sostanza organica e
composti nutrienti), in materiale vegetale utilizzabile. Lapporto idrico ha
comportato, inoltre, il recupero degli elementi fertilizzanti (azoto e fosforo),
contenuti nei refui civili sottraendoli nel contempo alle acque superfciali per
le quali gli stessi sono da considerare elementi inquinanti.
3.2. Bacini di trattamento unico a defusso longitudinale
Laffnamento degli effuenti urbani secondari da impianti di depura-
zione di bassa potenzialit pu essere realizzato in un bacino di trattamento
unico che opera i processi di chiari-focculazione e disinfezione in serie
di canali o vasche a defusso longitudinale (Boari et al. 1998). Questi bacini
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 167
consentono inoltre di ottenere una funzione di compenso delle portate giorna-
liere degli effuenti del depuratore e di fatto operano uno stadio di controllo
delleffcienza depurativa dellimpianto a monte. Una conveniente applica-
zione pu essere ottenuta in sistemi irrigui che operino la sub-irrigazione.
impianti a scala reale sono stati utilizzati per lirrigazione di campi da golf
provvisti di bacini di compenso giornaliero. il bacino (fg. 6) realizzato con
canali disposti in serie, costruiti in scavo o in rilevato ed opportunamente
impermeabilizzati. Da una vasca di piccole dimensioni che opera il mescola-
mento dei reagenti di coagulazione, i refui passano nel primo canale che ope-
ra come focculatore e sedimentatore. Un secondo canale consente la raccolta
dei fanghi sedimentati estratti mediante lausilio di una pompa pneumatica
collegata a tubi forati che corrono lungo il fondo della vasca. La fase di di-
sinfezione viene condotta in un terzo canale mediante clorazione, aggiunta di
cloro gas o utilizzo di lampade UV. oltre alla fase di reazione operata nella
zona iniziale, il terzo canale va a costituire la vasca di contatto. nella parte
terminale di questo canale si effettua lestrazione delleffuente attraverso un
impianto di sollevamento.
Figura 6. schema planimetrico di bacini di trattamento defusso longitudinale per il trattamento di ef-
fuenti urbani secondari (Boari et al. 1998).
168 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
3.3. sistemi integrati di impianti di depurazione
Le basse portate prodotte dagli impianti di depurazione di ridotta poten-
zialit possono costituire un limite allapplicazione del riutilizzo irriguo non
rendendo economicamente sostenibile il sistema. in alcuni casi, sfruttando la
vicinanza geografca e le convenienti quote altimetriche, pu risultare prof-
cuo lutilizzo integrato dei fussi di refui provenienti da pi impianti di depu-
razione. Le problematiche che si presentano nella costruzione dei sistemi che
realizzano lutilizzo congiunto delle acque di scarico di pi impianti risultano
tuttavia complesse richiedendo elevati costi di investimento e presentando un
gravoso impegno gestionale. oltre alle problematiche connesse al trattamento
per il raggiungimento dei livelli richiesti di qualit degli effuenti, si aggiun-
gono quelli correlati al mantenimento della qualit delle acque nelle opere di
trasporto e accumulo. inoltre gli aspetti connessi alle opere di approvvigio-
namento e distribuzione sono evidentemente da valutare attentamente. Questi
sistemi diventano fattibili quando un incremento di potenzialit pu essere ot-
tenuto con la disponibilit di una capacit di invaso per laccumulo stagionale
dei refui nei periodi non irrigui, come piccoli bacini realizzati con le fnalit
dellapprovvigionamento idrico in aree agricole. in tal caso, le soluzioni im-
piantistiche possono prevedere che nei periodi irrigui i refui affnati vengano
impiegati direttamente mentre nei periodi non irrigui gli effuenti seconda-
ri, anche non affnati, siono accumulati nellinvaso. A tal fne, si evidenzia
che deve attentamente analizzarsi lopportunit di effettuare il trattamento in
impianti centralizzati ovvero presso i singoli impianti comunali. Uno studio
condotto per la Regione Puglia (Sogesid, Boari et al. 2004) descrive un siste-
ma che prevede limpiego irriguo integrato dei refui trattati di alcuni comuni
limitrof dellalta Murgia barese (Altamura, gravina e santeramo in Colle)
che utilizza la capacit di invaso del bacino artifciale del saglioccia. i prin-
cipali dati di progetto e lo schema di impianto del sistema, che realizza una
potenzialit di circa 130.000 A.e., sono illustrati in tabella 28 e in fgura 7.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 169
Tabella 28. Dati progettuali di un sistema per il riutilizzo integrato degli ef-
fuenti urbani trattati di alcuni comuni dellAlta Murgia (Sogesid, Boari et al.
2004).
4. Conclusioni
La presente memoria descrive e confronta le tecniche e le tecnologie
di trattamento attualmente disponibili per un corretto e sicuro riutilizzo delle
acque refue urbane. Per garantire la sicurezza nelle pratiche di riuso, lanalisi
della letteratura individua due aspetti fondamentali da tenere in considerazio-
ne, ovvero le questioni igienico-sanitarie-ambientali e le soluzioni tecnico-
progettuali degli impianti.
territorio
comunale
Potenzialit
impianti di
depurazione
Disponibilit di refui
Capacit
di
invaso
Zone irrigue servite
Lunghezza
delle
condotte di
adduzione
periodo irriguo
periodo
non irriguo
superfcie
Fabbisogno
irriguo
a.e.x1000 Mm
3
/stagione Mm
3
/stagione Mm
3
Km
2
Mm
3
/stagione Km
Altamura 64 3.1 1.5 --- 24 7.0 22
gravina in
Puglia
42 2.1 1.0 5 3 1.0 6
santeramo
in C.
26 1.3 0.6 --- 4 1.5 18
Totale 132 6.5 3.1 5 28 9.5 46
Figura 7. schema di impianto di un sistema per il riutilizzo integrato degli effuenti urbani trattati di
alcuni comuni dellAlta Murgia (Sogesid, Boari et al. 2004).
170 i.m. mancini, S. maSi, e. trulli, d. caniani, v.d. colucci, m. PiScitelli
Le problematiche da affrontare, specialmente nel riuso agricolo, si ri-
solvono adottando particolari accorgimenti impiantistici che agiscono sullef-
fcacia della disinfezione e sullintroduzione di processi terziari di affnamen-
to. Le tecniche di disinfezione analizzate riguardano limpiego di reagenti
chimici (cloro; acido peracetico e ozono), di processi fsici (radiazioni elettro-
magnetiche ultra violette) e di processi meccanici (fltrazione su membrana);
questultimi impiegati anche nei processi di affnamento.
Ai fni del riutilizzo irriguo delle acque refue, si stanno sempre pi
diffondendo i sistemi MBR (Reattori biologici a membrana), ovvero reattori
biologici dotati di unit di Micro-fltrazione. i metodi avanzati di trattamento
delle acque refue eliminano la maggior parte dei problemi ambientali cos
che, le principali preoccupazioni per il riutilizzo delle acque risanate, possano
essere mitigati.
da sottolineare che, oltre i composti patogeni e dannosi per lambien-
te, i processi di affnamento terziari rimuovono anche altre sostanze quali
azoto, fosforo e sostanza organica, che notoriamente sono utilizzate nella pra-
tica di fertirrigazione tramite limpiego di fertilizzanti industriali.
Le sostanze nutritive naturalmente contenute nelle acque refue, invece,
potrebbero essere riutilizzate anzich rimosse, in quanto molto utili nel caso
di recupero delle acque refue in agricoltura. in questo ambito si inseriscono
le ricerche e sperimentazioni condotte dallUniversit della Basilicata, tese ad
introdurre differenti approcci tecnico-gestionali per il riutilizzo in agricoltura
di effuenti secondari trattati secondo schemi di trattamento semplifcati in
grado di rilasciare in modo controllato le sostanze nutritive.
si pu comunque affermare che la tecnica di disinfezione che maggior-
mente si sta sviluppando, e che viene sempre pi adottata negli impianti per
il recupero delle acque refue per lirrigazione, sfrutta lazione battericida dei
raggi ultra violetti, associata ad un processo di affnamento di prefltrazione
su membrana. in funzione della qualit delleffuente fnale, e della sua de-
stinazione duso, dalle varie sperimentazioni internazionali, si deduce che, al
singolo processo di affnamento e/o disinfezione, si preferir sempre di pi la
sequenza di pi processi e tecnologie.
infne, levoluzione tecnologica e la previsione di un maggiore recu-
pero e riuso degli effuenti urbani, comporter negli anni futuri unulteriore
diminuzione dei costi di trattamento ed una maggiore sicurezza dimpiego.
Stato dellarte ed applicazioni sperimentali 171
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maSSimiliano PiScitelli
indirizzi pianifcatori e tecnologici per limpiego
in agricoltura dei fanghi di depurazione
Sommario: 1. Introduzione; 2. Inquadramento normativo; 3. Indirizzi per il trattamento dei fanghi di
depurazione ai fni dellutilizzo in agricoltura; 4. Limpatto ambientale delle pratiche di impiego in
agricoltura dei fanghi di depurazione; 5. Limiti allimpiego e potenzialit agronomiche dei fanghi
di depurazione; 5.1. Limiti per lapplicazione dei fanghi sui terreni; 5.2. Valutazione dellidoneit
allimpiego dei fanghi di depurazione in agricoltura mediante test di ftotossicit; 6. Schemi impian-
tistici di trattamento; 6.1. Processi aerobici di compostaggio; 6.2. Sistemi integrati anaerobico-aero-
bico; 6.3. Co-digestione dei fanghi di depurazione con rifuti organici; 6.4. Trattamenti integrativi;
7. Conclusioni.
1. introduzione
i fanghi costituiscono il principale sottoprodotto degli impianti di depu-
razione e sono considerati, in generale, un rifuto. gi il D.L. 22/97, Decreto
Ronchi, classifcava questi materiali come rifuto speciale. Attualmente il
riutilizzo in agricoltura si inserisce nel quadro delle pratiche per la gestione
dei fanghi che include anche il deposito in discarica controllata e linceneri-
mento. Deve osservarsi che le fasi di trattamento e smaltimento infuenzano
notevolmente i costi economici e gestionali degli impianti di depurazione e
costituiscono una rilevante problematica per i soggetti coinvolti nelle azioni
di pianifcazione territoriale.
Lo smaltimento in discarica e lincenerimento risultano di fatto non
idonei; le caratteristiche fsiche e la biodegradabilit dei fanghi di depura-
zione nonch le limitazioni normative di carattere ambientale gravanti sulle
procedure di ammissione dei rifuti in discarica e sulle emissioni atmosfe-
riche originate nei processi di distruzione termica (Dir. 1999/31/CE, Dir.
2000/76/CE , D.L. 11 maggio 2005 n.133) promuovono limpiego di tecno-
176 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
logie che ne riducano i quantitativi prodotti e le pratiche che ne consentano
il riutilizzo.
Ulteriori operazioni di recupero di materiale e energia sono, rispettiva-
mente, la stabilizzazione per lottenimento di compost da utilizzare in agri-
coltura e la digestione anaerobica, questultima preferita allincenerimento
come tecnica di recupero energetico data la maggiore compatibilit ambien-
tale. Lutilizzo dei fanghi in agricoltura rappresenta ad oggi la pi interessante
tra le alternative considerate poich ne consente lo smaltimento ad un costo
relativamente basso. nondimeno, la crescente attenzione dedicata a questa
pratica dovuta alla pi diffcile applicabilit delle altre tecniche di smal-
timento nonostante le rigide misure di controllo a cui suoli e fanghi sono
assoggettati in base alla normativa vigente.
il riutilizzo agronomico rappresenta una soluzione di notevole interesse
al problema dello smaltimento, sostituendo, in parte, la concimazione chimi-
ca o altri tipi di concimazione organica. oltre alle considerazioni di natura le-
gislativa e ambientale occorre tener conto delle questioni di tipo economico,
quali la disponibilit di un sistema di smaltimento a basso costo e la riduzione
del bisogno energetico per unit di superfcie coltivata.
2. inquadramento normativo
il trattamento delle acque refue produce elevate quantit di fanghi pri-
mari e secondari, contenenti frazioni elevate di acqua e piccole percentuali
di materiale solido, il che si traduce in consistenti volumi e notevoli costi di
smaltimento fnale. nella recente legislazione, i fanghi di depurazione sono
citati dal D.L. 5 febbraio 1997, n.22, quali rifuti speciali e identifcati nel
Catalogo europeo dei Rifuti.
Lutilizzo dei fanghi derivanti da trattamenti di depurazione delle ac-
que refue, domestiche o industriali nei terreni agricoli disciplinato dal
D.L. 27 gennaio 1992, n.99, attuazione della Direttiva 86/278/CEE con-
cernente la protezione dellambiente, in particolare del suolo, mentre gli
aspetti gestionali generali (raccolta, trasporto, deposito, trattamento, ecc.),
dal D.L. 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale -
Parte iV, norme in materia di gestione dei rifuti e di bonifca dei siti in-
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 177
quinati. tale decreto suggerisce che i fanghi di depurazione devono es-
sere sottoposti al regolamento generale dei rifuti, dove applicabile, e in
particolare quando il fango un residuo al termine del processo completo
dellimpianto di trattamento delle acque refue (art.127). Le linee guida nel
D.L. 16 gennaio 2008, n.4 (art 2, comma 12-bis) sottolineano lopportunit
di riutilizzo ogni qualvolta ci risulti appropriato. il D.L. 99/92, Art. 2,
comma 1, defnisce:
a) Fanghi, i residui derivanti dai processi di depurazione di:
- acque refue provenienti esclusivamente da insediamenti civili, defniti
dalla lettera b), art. 1-quater, Legge 8 ottobre 1976, n.670;
- acque refue provenienti da insediamenti civili e produttivi: aventi ca-
ratteristiche non diverse da quelle possedute dai fanghi di cui al punto
a.1. (Tabella 1);
- acque refue provenienti esclusivamente da insediamenti produttivi,
come defniti dalla Legge 319/76 e s.m.i.
b) Fanghi trattati, i fanghi sottoposti a trattamento biologico, chimico o
termico, a deposito a lungo termine ovvero ad altro opportuno procedi-
mento, in modo da ridurre in maniera rilevante il loro potere fermente-
scibile e gli inconvenienti sanitari della loro utilizzazione.
Tabella 1. Attivit produttive con produzione di fanghi potenzialmente idonei
per essere destinati allutilizzo in agricoltura.
Descrizione Codice C.e.R.
Preparazione e trattamento di carne, pesce ed altri alimenti di origine animale
(Regolamento Ce/1774/2002)
02 02 04
Preparazione e trattamento di frutta, verdura, cereali, oli alimentari, cacao,
caff, t e tabacco; conserve alimentari; di lievito e melassa
02 03 05
Raffnazione dello zucchero 02 04 03
industria lattiero - casearia 02 05 02
industria dolciaria e della panifcazione 02 06 03
Produzione di bevande alcoliche ed analcoliche 02 07 05
Produzione e lavorazione di polpa, carta e cartone 03 03 11
trattamento in loco degli effuenti di allevamento zootecnico 19 08 99
178 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
A garanzia dellidoneit agronomica dei fanghi e dei suoli e della tutela
ambientale e sanitaria, il D.L. n. 99/92 allart.3 ammette lutilizzo dei fanghi
se concorrono tre condizioni di base:
i fanghi siano sottoposti a trattamento;
i fanghi siano idonei a produrre un effetto concimante e/o ammendante
e correttivo del terreno;
i fanghi non contengano sostanze tossiche e nocive e/o persistenti, e/o
bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, le colture, gli
animali, luomo e lambiente.
i suoli interessati dal reimpiego dei fanghi devono essere caratterizzati
da un pH inferiore a 5 e una C.s.C. (capacit di scambio cationico) minore
di 8 meq/100g. Per quanto attiene le pratiche di utilizzo devono essere co-
munque seguite le indicazioni del codice di buona pratica agricola (D.M.
19/04/1999).
Limpiego dei fanghi comunque vietato (art.7) in siti destinati ad uso
pubblico e in prossimit dei centri abitati, in aree allagabili e in terreni ove la
falda acquifera afforante, su pendii maggiori del 15%, con frane in atto o
soggette a vincolo idrogeologico, nelle aree destinate a pascolo o foraggere
nonch nelle zone destinate allorticoltura e frutticoltura i cui prodotti siano a
contatto diretto con il terreno e sono di norma consumati crudi; nelle zone di
rispetto delle sorgenti di montagna e dei pozzi di captazione di acqua potabile.
3. indirizzi per il trattamento dei fanghi di depurazione ai fni dellutilizzo
in agricoltura
La rimozione del materiale particolato sedimentabile e dei composti
biodegradabili nei processi convenzionali di depurazione delle acque refue
producono ingenti quantitativi di fanghi. Questi fanghi contengono unele-
vata frazione di solidi volatili e di acqua, da cui derivano volumi estrema-
mente grandi che comportano signifcativi costi di trattamento e smaltimen-
to. indipendentemente dal loro destino, i fanghi di supero degli impianti di
depurazione necessitano di un trattamento a causa del contenuto di sostanza
organica ad alto grado di putrescibilit, di metalli pesanti, di microinquinanti
organici, di parassiti, batteri e virus patogeni.
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 179
La quantit e la qualit dei fanghi da trattare dipendono dalle caratte-
ristiche delle acque refue e dai trattamenti applicati. Le fasi di trattamen-
to meccanico e chimico-fsico possono infuire in modo considerevole sulla
produzione dei fanghi. i dosaggi di reagenti chimici per la precipitazione del
fosforo e laddizione di carbone attivo possono determinare un aumento della
produzione dei fanghi. in Tabella 2 sono riassunte le quantit e le caratteristi-
che dei fanghi prodotti nelle diverse unit di trattamento.
Tabella 2. Caratteristiche fsiche e produzione dei fanghi di depurazione (va-
lori medi, modifcato da W.P.C.F., 1982).
tipologia di fanghi di
depurazione
Caratteristiche fsiche Produzione
Contenuto
di acqua
Densit
relativa
Volume
Massa di
solidi secchi
% ---
m
3
____________________
1000*ab*giorno
gST
____________________
ab*giorno
Fanghi primari 95,0 1,020 1,4 275
Fanghi attivi di supero 98,5 1,005 3,5 496
Fanghi misti, primari e attivi
di supero
96,0 1,020 3,3 525
Fanghi primari e fanghi attivi
digeriti
94,0 1,030 1,3 308
Fanghi biologici da
fltri percolatori con
sedimentazione secondaria
92,5 1,025 0,4 106
Fanghi da precipitazione
chimica
92,5 1,030 2,5 727
La gestione dei fanghi di depurazione pu oggi correlarsi con i cicli di
gestione dei rifuti organici biodegradabili prodotti in aree urbane agricole e
industriali, provenienti principalmente da:
raccolta differenziata dei rifuti solidi urbani;
attivit dellindustria agro-alimentare;
attivit zootecniche.
180 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
Dal punto di vista della pianifcazione dei sistemi integrati di gestione
dei rifuti, assumono rilevante interesse e presentano grandi potenzialit nel
prossimo futuro la separazione delle linee di trattamento dei fanghi di depu-
razione primari e secondari, la centralizzazione degli impianti e il trattamento
combinato di rifuti organici (RsU da raccolta differenziata, agricoli e zoo-
tecnici).
La defnizione prioritaria nelle scelte progettuali quella di mantenere
separati nel trattamento i fanghi primari da quelli biologici, perlomeno negli
impianti di potenzialit medio-grande (Trulli e Boari, 2008). i fanghi primari
presentano concentrazioni sensibilmente pi elevate di micro-inquinanti, chi-
mici e microbiologici che rendono il fango misto non rispondente ai requisiti
di qualit del D.L. n. 99/92. i fanghi biologici, per lelevato contenuto di
nutrienti possono pi facilmente trovare un idoneo utilizzo sul suolo agri-
colo, direttamente o come frazione di un compost di elevata qualit. Altres,
il fango primario risulta pi convenientemente trattabile di un fango misto
attraverso i processi di stabilizzazione e disidratazione, in particolare di ispes-
simento a gravit e digestione anaerobica. La Figura 1 illustra uno scenario
di intervento per il trattamento integrato e lo smaltimento di fanghi di depu-
razione e rifuti organici biodegradabili.
Figura 1. schema di processo dei trattamenti dei fanghi di depurazione per il riutilizzo in agricoltura
(Trulli e Boari, 2008).
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 181
obiettivi di primaria importanza, che si rifettono positivamente nei co-
sti economici e ambientali, sono la limitazione della produzione dei fanghi e
ladeguamento della loro qualit per sfruttare le potenzialit delle differenti
unit di processo. Le tecniche idonee a tali fni possono essere applicate nei
diversi comparti degli impianti di depurazione, sia sulla linea di trattamento
delle acque che dei fanghi.
Alla base delle scelte pianifcatorie devono essere tenuti in conto, oltre
alleffcacia del processo e al contenimento dellimpatto ambientale, anche la
presenza di vincoli dovuti alle peculiarit dellarea di intervento: localizza-
zione degli impianti; soluzioni tecnologiche adottabili; natura e composizione
delle matrici organiche; destinazione fnale del prodotto; vincoli normativi;
sostenibilit dei costi.
i sistemi integrati sono da tenere in grande considerazione, seppure la
valutazione dei costi di investimento e di esercizio sia un aspetto da valutare
attentamente, sia per la costruzione di nuovi impianti che nel potenziamento
di quelli gi esistenti. La disponibilit dei materiali dipende dalla variabilit
del numero e dalle dimensioni dei centri di produzione dei rifuti, dai fattori
climatici, dalle quantit di rifuti prodotti e dalle modalit di smaltimento. i
quantitativi sono da valutarsi attraverso unanalisi delle attivit presenti sul
territorio, tenendo conto che i bacini di raccolta dei materiali da trattare pos-
sono essere defniti a livello di singolo centro produttivo o interessare territori
comunali o inter-comunali.
4. Limpatto ambientale delle pratiche di impiego in agricoltura dei fanghi
di depurazione
Lapplicazione di fanghi di depurazione pu presentare impatti ambien-
tali negativi. A partire dalla Direttiva 86/278/Ce e successive modifche e
integrazioni, stato introdotto un nuovo approccio alla gestione dei fanghi di
depurazione, improntato ad una maggiore attenzione riguardo alle potenziali
sostanze inquinanti provenienti dalla depurazione delle acque refue urbane
ed industriali.
La presenza di metalli pesanti o contaminanti organici (PAH, PCB,
PCDD, ecc.) pu, di fatto, ridurre la possibilit di riutilizzo in agricoltura
182 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
a causa degli effetti tossico-nocivi correlati allambiente e di conseguenza
alla salute umana. il Working document on sludge stato redatto al fne di
promuovere un utilizzo corretto dei fanghi in agricoltura, indicando i principi
necessari alla salvaguardia della salute e la protezione dellambiente dallin-
quinamento di composti organici complessi.
Una fase spinta di defosfatazione delle acque refue pu comportare
un eccesso di fosforo nel fango rispetto al rapporto P/n richiesto dalle col-
tivazioni, il che si traduce in una minore effcienza di utilizzo da parte delle
colture e un progressivo arricchimento in fosforo del suolo con conseguenti
potenziali rischi per i sistemi acquatici.
Lapplicazione dei fanghi di depurazione in generale permessa in suo-
li in cui la naturale presenza di metalli pesanti non elevata. i microrgani-
smi del suolo risultano sensibilmente soggetti allazione dei metalli pesanti
che oltre una certa soglia di concentrazione diventano tossici per la comunit
microbica, alterandone la crescita e il metabolismo (Mohanty et al., 2000).
La tossicit dei metalli dipende da fattori di natura fsica, chimica e biologi-
ca. La notevole variabilit della tossicologia attribuibile allinfuenza delle
caratteristiche chimico-fsiche del suolo e al diverso livello di tolleranza dei
microrganismi (Giller et al., 1998).
il tipo e le modalit di accumulo di metalli pesanti nelle piante variano
in funzione del tipo di suolo, della specie vegetale, della fenologia e degli
effetti chelanti di altri metalli (Mahler et al., 1980). numerosi processi bio-
chimici e fsiologici delle piante risentono dellinfuenza dei metalli pesanti.
Alcuni di questi, tra cui Cu, Mn, Co, Zn e Cr, se presenti in tracce risulta-
no essenziali per il metabolismo della pianta, ma possono diventare tossi-
ci se presenti in forme biodisponibili e a livelli notevoli di concentrazione.
Lassorbimento di massicce quantit di questi metalli pu rappresentare da un
lato una sorgente di metalli pesanti nella catena alimentare e dallaltra una di-
minuzione delle rese produttive a causa delleffetto deprimente sulla crescita
delle colture (Hall, 2002). La possibile utilizzazione dei fanghi in agricoltura
pu essere limitata dalla presenza di queste sostanze a causa della elevata tos-
sicit e del rischio di ingestione e di bio-accumulo nella catena alimentare. i
fanghi di depurazione possono contenere numerosi composti organici tossici
(Smith, 2008):
prodotti della combustione incompleta (iPA, PCB, PCDD);
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 183
solventi, elasticizzanti, ritardanti di famma (DeHP);
pesticidi;
detergenti (LAs e nPe);
prodotti farmaceutici e per ligiene personale (antibiotici, ormoni sin-
tetici, triclosan).
tali sostanze possono accumularsi nel suolo, ma la loro persistenza
caratteristica del singolo composto e dipende da molteplici processi (adsor-
bimento, desorbimento, degradazione, volatilizzazione, lisciviazione, etc.).
Alcuni composti chimici fortemente adsorbiti risultano apparentemente non
disponibili ai microorganismi in quanto vengono desorbiti in soluzione solo
in concentrazioni ridotte per poter essere poi disponibili per lassorbimento
da parte dei microorganismi e per il metabolismo intercellulare (OConnor,
1996).
Per alcuni contaminanti sono disponibili numerose informazioni sul de-
stino e sul comportamento di queste sostanze nellambiente, mentre per altre,
la mancanza di informazioni sui reali effetti che la presenza di questi compo-
sti nei fanghi pu esercitare sullambiente e sulla salute umana rappresenta
una fonte di preoccupazione.
La rimozione dei microrganismi patogeni (virus, batteri, protozoi ed el-
minti) nelle acque refue comporta il loro trasferimento nella fase semi-solida
dei fanghi. i patogeni pi comuni sono Salmonella, Shigella e Campylobacter.
Limplementazione dei requisiti previsti dalla direttiva europea 86/278/Cee,
dalla disciplina nazionale e dai codici di buona pratica agricola, ha consentito
una riduzione signifcativa della potenziale diffusione di patologie, sebbene il
rischio di trasmissione dal fango di depurazione ad un altro recettore, sia esso
uomo, animale o pianta, continui ad essere il principale timore per lopinione
pubblica.
5. Limiti allimpiego e potenzialit agronomiche dei fanghi di depurazione
Lapplicazione dei fanghi di depurazione in agricoltura consente di otte-
nere una serie di benefci ambientali connessi alla sostituzione dei fertilizzan-
ti di sintesi, allapporto di sostanza organica nel suolo, nonch al contributo
benefco nellambito dei cambiamenti climatici e dellemissione di gas serra.
184 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
Le caratteristiche del sito di spandimento, le propriet del suolo (pendenza,
permeabilit, pH, profondit della falda, ecc.) infuenzano fortemente gli ef-
fetti benefci dellapplicazione dei fanghi di depurazione.
i vantaggi derivanti da questa pratica, infatti, sono legati soprattutto:
al contenuto in sostanza organica;
alla presenza di macroelementi (n, P
2
o
5
, K
2
o);
al contenuto di nutrienti (Fe, B, Mn, Zn, Cu, Mo).
in Tabella 3 sono riportati i valori tipici delle principali caratteristiche
di qualit dei fanghi di depurazione.
Tabella 3. tipiche composizioni dei fanghi di depurazione (Passino, 1994).
Parametri Unit di
misura
Fanghi primari Fanghi biologici
pH unit 5,0 8,0 5,5 7,5
Alcalinit mgCaCO
3
500,0 1500,0 500,0 1100,0
solidi totali
(*) ()
% 2,0 7,0 0,83 1,16
solidi volatili % di ST 60,0 80,0 65,1 79,3
Proteine 20,0 30,0 ---
gelatine e grassi 5,0 30,0 ---
Acidi organici mgHAc/l 200,0 2000,0 1100,0 1700,0
Cellulosa 8,0 15,0 ---
Azoto % di Ntot 1,5 4,0 2,4 5,0
Fosforo % di P
2
o
5
0,8 2,8 2,8 11,0
Ferro
(#)
% di Fe 2,0 4,0 ---
Potassio % di K
2
o 0,8 1,8 ---
silice (sio
2
) 15,0 20,0 ---
(*)
fango grezzo;
()
basato sul 60% in peso di materia volatile;
(#)
escluso ferro solfato.
il contenuto di sostanza organica, oltre alla funzione nutrizionale, con-
tribuisce a migliorare alcune propriet fsico-strutturali del terreno. in termini
di rapporto C/n, i fanghi stabilizzati presentano un contenuto in carbonio
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 185
organico simile ai valori riscontrati per la sostanza organica del terreno, pros-
simo a 10, che indicativo di un livello ottimale di umifcazione.
il contributo fertilizzante dovuto alla presenza dellazoto che per, es-
sendo prevalentemente presente in forma organica (50-80%), rende lo span-
dimento dei fanghi di depurazione una pratica integrativa ma non sostitutiva
dellimpiego di fertilizzanti minerali.
inoltre, la disponibilit per le piante dellazoto contenuto nei fanghi di
depurazione infuenzata dal tipo di trattamento di stabilizzazione cui stato
sottoposto il fango di depurazione: dal punto di vista agronomico un fango
sottoposto a digestione anaerobica e disidratato (2030% s.s.) risulta meno
adatto in termini di disponibilit di azoto, rispetto a un fango in forma liquida
digerito aerobicamente (38% s.s.), che contiene azoto in forma ammonia-
cale prontamente utilizzabile dalle piante (RPA, WRc, 2010). nonostante ci
lapplicazione di fango disidratato risulta pi vantaggiosa dal punto di vista
pratico rispetto alla gestione di un fango in forma liquida e si conferma la
soluzione pi utilizzata in agricoltura.
il fosforo prevale invece nella forma inorganica (6085%), rendendo
gli apporti di fango molto effcaci nel colmare le carenze nutrizionali del ter-
reno rispetto a questo elemento (Sequi, 1989).
Fanno eccezione i fanghi derivanti dalla chiarifcazione di acque me-
diante trattamento con cloruri di ferro o alluminio, in quanto in questi ultimi
lo ione fosfato precipitato sotto forme insolubili. La bio-disponibilit di
fosforo meno infuenzata dal tipo di trattamento cui stato sottoposto il fan-
go. il potassio nei fanghi, nonostante sia contenuto in quantit minori rispetto
allazoto e al fosforo, si caratterizza per unelevata biodisponibilit essendo
prevalentemente presente in forma solubile.
5.1. Limiti per lapplicazione dei fanghi sui terreni
La normativa nazionale defnisce le condizioni per lutilizzo dei fanghi
in agricoltura con il D.L. n.99 del 27 gennaio 1992 che recependo la Dir.
86/278/CE specifca:
i valori limite di concentrazione per alcuni metalli pesanti che devono
essere rispettati nei suoli e nei fanghi;
le caratteristiche agronomiche e microbiologiche dei fanghi;
le quantit massime dei fanghi applicabili sui terreni.
186 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
Lutilizzo dei fanghi, stabilizzati e igienizzati, consentita qualora la
concentrazione di uno o pi metalli pesanti non superi nel suolo i valori li-
mite fssati nellallegato i A, e nei fanghi i valori limite per le concentrazioni
stabiliti nellallegato i B, Tabella 4 e Tabella 5.
Tabella 4. Valori limite di concentrazione dei metalli pesanti nei suoli.
Parametri
Valore limite di concentrazione
(mg/kg di sostanza secca)
n. 86/278/Cee D.L. n. 99/92 Working Document on Sludge
6<pH<7 6<pH<7.5 5pH<6 6pH<7
pH7
Mercurio, Hg 1 1.5 1 0.1 0.5 1
Cadmio, Cd 1 3 1.5 0.5 1 1.5
nichel, Ni 30 75 75 15 50 70
Piombo, Pb 50 300 100 70 70 100
Rame, Cu 50 140 100 20 50 100
Zinco, Zn 150 300 300 60 150 200
Cromo, Cr --- --- 30 60 100
in particolare, richiesto un valore minimo di contenuto in carbonio
organico, azoto e fosforo totale rispettivamente pari al 20%, 1,5% e 0,4%. La
qualit microbiologica espressa in funzione del solo parametro salmonelle
per il quale fssato un valore limite massimo di 1000 MPn/gss.
Tabella 5. Valori limite dei metalli pesanti nei fanghi per lutilizzo sul suolo.
Parametri
Valore limite di concentrazione
(mg/kg di sostanza secca)
n. 86/278/Cee D.L. n. 99/92
Working Document on Sludge
attualit al 2015 al 2025
Mercurio, Hg 16 25 10 10 5 2
Cadmio, Cd 20 40 20 10 5 2
nichel, Ni 300 400 300 300 200 100
Piombo, Pb 750 1.200 750 750 500 200
Rame, Cu 1.000 1.750 1.000 1000 800 600
Zinco, Zn 2.500 4.000 2.500 2500 2000 1500
Cromo, Cr --- --- 1000 800 600
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 187
oltre al rispetto dei limiti massimi di concentrazione dei metalli pesan-
ti, sono previste quantit massime di fanghi utilizzabili per unit darea nel
tempo (Tabella 6). Queste sono legate a parametri chimico-fsici dei suoli,
quali pH e C.s.C., che dovrebbero dare ragione della mobilit dei metalli nel
terreno e del loro possibile assorbimento da parte delle colture. sulla base dei
valori del pH e della capacit di scambio ionico del terreno, viene defnito
lapporto annuo ammissibile di fango. La presenza e gli effetti potenziali de-
gli inquinanti devono essere verifcati con idonei test di ftotossicit.
Tabella 6. Quantit massime di fanghi utilizzabili sul suolo (D.L. 99/92,
Allegato I).
C.s.C. pH
Quantit annuale
(ton/ha)
815 meq/100 g
5 6 2.5
6 7.5 3.7
pH > 7.5 5
> 15 meq/100 g
5 6 3.7
6 7.5 5
pH > 7.5 7.5
in accordo con quanto dispone la nota in calce allAllegato i A del D.L.
99/92, sui terreni destinati allutilizzazione dei fanghi deve essere eseguito,
prima della somministrazione, un test rapido di Bartlett e James (allegato A,
rif. 3) per lidentifcazione della capacit del suolo ad ossidare il Cr iii a Cr
Vi. i terreni che, sottoposti a tale test, producono quantit uguali o superiori a
1 M di Cr Vi non possono ricevere fanghi contenenti cromo.
da evidenziare la mancanza di un elenco esaustivo delle sostanze
e dei relativi limiti che caratterizzino la pericolosit dei fanghi. tale vuo-
to legislativo stato colmato con la pubblicazione del Working document
on sludge (3rd Draft, 2000) da parte della Commissione europea, che oltre
allobiettivo di promuovere luso dei fanghi di depurazione in agricoltura, in-
dividua i principali punti per la sicurezza sanitaria dellapplicazione sui suoli
agricoli. il documento fornisce un elenco dei principali composti organici
contraddistinti da caratteristiche di tossicit, persistenza, bioaccumulo, ubi-
188 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
quit e propone dei valori limite di concentrazione al fne di limitare fenome-
ni di inquinamento (Tabella 7).
Tabella 7. Valori limite dei composti e sostanze organiche persistenti (Working
document on sludge, 3rd Draft, 2000)
Parametri Unit di misura Valori limite
Composti organici Composti organici alogenati (AoX )
a
mg/kg SS 500
Alchilbenzensolfonato lineare (LAs) 2600
Di(2-etilesil)ftalato (DeHP) 100
etossilati di nonilfenolo (nPe)
b
50
idrocarburi policlici aromatici (PAH)
c
6
B
d
0.8
Diossine / Furani Policloro-bifenili (PCDD/ PCDF) ng TE/kg SS
e
100
a
sommatoria di lindano, endosulfan, tricoloroetilene, tetracloroetilene,clorobenzeni;
b
comprende le sostanze nonilfenolo e nonilfenolo etossilato con 1 o 2 gruppi etossi;
c
sommatoria di acenaftene, fenantrene, fuorene, fuorantene, pirene, benzo(b+j+k)fuorantene,
benzo(a)pirene, benzo(g,h,i)perilene, indeno(1,2,3-c,d)pirene;
d
sommatoria dei componenti indicati ai numeri 28, 52, 101, 118, 138, 153, 180);
e
TE tossicit equivalente.
5.2. Valutazione dellidoneit allimpiego dei fanghi di depurazione
in agricoltura mediante test di ftotossicit
Ai sensi dellart. 3, comma 1, del D.L. 99/92, il rispetto dei limiti di
concentrazione di uno o pi metalli pesanti per il suolo (All. I A) e per i fanghi
(All. I B) devono essere convalidati da test di ftotossicit di germinazione
o di vegetazione che devono essere eseguiti sia alla prima certifcazione sia
ogni qual volta cambi sostanzialmente la composizione dei rifuti, al fne
della verifca delleventuale presenza di tossicit permanente.
i saggi forniscono dati sulla tossicit permanente osservata sui vegetali
dalla presenza di matrici complesse liquide e solide quali fanghi, compost,
ammendanti, refui. il principale parametro di misura lindice di germina-
zione. il protocollo analitico per lindice di germinazione quello previsto
dai metodi I.R.S.A.-C.N.R. (1984), test di ftotossicit con Lepidium sativum
L. La procedura prevede le seguenti fasi:
a) preparazione del campione da testare, 200 g in massa mantenuti ad un
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 189
contenuto di umidit dell85% per 2 ore; la fase liquida, dopo centrifu-
gazione (2340 g per 30 minuti) fltrata (fltro con porosit 0,45 m)
e lestratto acquoso diluito con acqua distillata in rapporto in volume
pari al 50% e 75%;
b) preparazione del bianco: 10 semi di Lepidium sativum L., fatti rigonfa-
re in acqua distillata per 1 ora, sono disposti su carta assorbente in una
capsula di Petri;
c) preparazione dei test: 10 semi di Lepidium sativum L., fatti rigonfare
in acqua distillata per 1 ora, sono disposti su carta assorbente in una
capsula di Petri con aggiunta di 1 ml delle soluzioni da testare a diffe-
renti concentrazioni;
d) incubazione delle capsule a 27 C per un tempo di 610 giorni.
sono testate 5 concentrazioni del campione per ognuna delle quali sono
utilizzati 5 prove. A fssati tempi di incubazione (2, 4, 6 giorni) si contano i
semi germinati e si misura la lunghezza radicale. Per la specifca condizione
di prova testata, lindice di germinazione ig si calcola mediante la formula di
seguito riportata; per il calcolo dellIg si effettua quindi la media aritmetica
tra i valori ottenuti ai due rapporti di diluizione del 50% e del 75%
(1)
in cui: g
c
numero medio di semi germinati nel campione; L
c
la lunghezza
radicale media nel campione; g
t
il numero medio di semi germinati nel
bianco; L
t
lunghezza radicale media nel bianco.
il fango stabilizzato, sottoposto al saggio di ftotossicit deve avere un
indice di germinazione maggiore del 60% alla diluizione del 30%. Pu essere
autorizzato luso di fanghi che presentano un indice di germinazione inferio-
re al 60%, qualora esso risulti superiori al 60% dopo un periodo di almeno
5 giorni di esposizione allaria a 20C. in tale caso, i fanghi devono essere
utilizzati solo in un periodo che preceda di almeno 30 giorni la semina o la
messa a dimora della coltura.
190 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
6. schemi impiantistici di trattamento
6.1. Processi aerobici di compostaggio
Le principali applicazioni di reimpiego in agricoltura dei fanghi di de-
purazione prevedono il trattamento con lausilio di tecniche quali il com-
postaggio. i fanghi di depurazione sono inseriti tra i materiali idonei alla
produzione di compost allorquando presentino caratteristiche conformi a
quelle previste nellallegato 1B del D.L. 99/92. Ai sensi del Dlgs n. 75 del
29.04.2010: Riordino e revisione della disciplina in materia di fertilizzanti, a
norma dellarticolo 13 della legge 7 luglio 2009, n. 88, il compost di qualit,
prodotto da scarti organici selezionati alla fonte, inserito tra gli ammendanti
organici soggetti a libero commercio e impiego in agricoltura. Lammendante
compostato misto un prodotto ottenuto attraverso un processo di trasfor-
mazione e stabilizzazione controllato di rifuti organici che possono essere
costituiti () da refui e fanghi.
nei sistemi di produzione deve essere previsto il controllo dei fussi
di materia, la realizzazione di un effcace processo di stabilizzazione della
frazione organica e la garanzia di qualit ambientale del compost, affnch
non costituisca un vettore di contaminazione dei comparti suolo/acqua, degli
eco-sistemi e della catena alimentare umana e animale.
il fango di depurazione pu essere sottoposto al compostaggio da solo
o mescolato con materiali di supporto per laerazione quali cortecce, paglia,
trucioli di legno, rifuti urbani, e comunque, in misura non superiore al 35%
sulla sostanza secca nella preparazione della miscela di partenza. Le caratteri-
stiche e la qualit del compost, sono strettamente connesse alle caratteristiche
della materia prima impiegata. i rifuti generalmente destinati al compostag-
gio sono eterogenei sia da un punto di vista fsico (pezzatura, consistenza,
densit) che chimico (rapporto C/n.). il compostaggio di miscele di rifuti or-
ganici misti richiede quindi una composizione bilanciata delle differenti ma-
trici in funzione delle loro caratteristiche (Vismara and Darriulat, 1994). in
Tabella 8 sono riportate le caratteristiche dei principali rifuti compostabili.
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 191
Tabella 8. Parametri caratteristici di miscele di fanghi e rifuti compostabili.
Tipologia di rifuto
Rapporto
C/n
Umidit
(%)
Densit
(tonn/m
3
)
Fanghi biologici e agroindustriali 8 80 0,9
Residui di origine zootecnica 8 80 0,9
Rifuti organici umidi 25 > 65 0,45
Rifuti vegetali 65 40 50 0,4
6.2. sistemi integrati anaerobico-aerobico
grande interesse rivolto allimpiego dei fanghi di depurazione per la
produzione di combustibili gassosi e in particolare di biogas mediante proces-
si biologici anaerobici (Murphy and McKeogh, 2004; Ahring, 2005; Berglund
and Borjesson, 2006; Lehtomaki, 2006; Amon et al., 2007). su questa linea
sono stati sviluppati trattamenti che integrano i processi anaerobici con quelli
aerobici ai fni del recupero di materiale in agricoltura e di produzione di
combustibili gassosi.
in questi impianti la frazione solida ottenuta dalla separazione solido-
liquido del digestato alimentata ad una fase di compostaggio. A tal riguardo,
deve considerarsi che ove il compostaggio consuma energia per lareazione
delle miscele, la digestione anaerobica produce energia rinnovabile; inoltre
il processo realizza una buona protezione dai microorganismi patogeni e uti-
lizza reattori chiusi che non rilasciano emissioni gassose maleodoranti in at-
mosfera. Di contro, gli impianti anaerobici richiedono investimenti iniziali
maggiori e gli effuenti necessitano di uno specifco trattamento che pu es-
sere operato mediante processi biologici. Lintegrazione dei due processi pu
portare a notevoli vantaggi, in particolare legati al miglioramento del bilancio
energetico dellimpianto e al ridotto impatto delle emissioni di odori. il post-
compostaggio aerobico del digestato, materiale parzialmente gi stabilizzato,
richiede un minor tempo di processo e comporta cos un ridotto impiego di
superfcie e minori emissioni di anidride carbonica.
i processi anaerobici sono inseriti quale trattamenti di stabilizzazione
dei fanghi nellelenco degli Sludge Treatment Processes, del Working docu-
ment on sludge (allegato i) al fne della riduzione della sostanza organica,
192 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
della putrescibilit, dei solidi sospesi volatili, e della carica batterica patoge-
na, migliorandone la disidratabilit. tra le applicazioni impiantistiche sono
inclusi i seguenti trattamenti:
trattamenti convenzionali:
- stabilizzazione anaerobica termofla (temperatura > 53C) con un pe-
riodo di ritenzione (Rt) medio di 20 giorni;
- digestione anaerobica mesofla (temperatura = 35C) con un Rt medio
di 15 giorni;
trattamenti avanzati (igienizzazione):
- digestione anaerobica termofla (temperatura > 53C) per 20 ore in
batch, senza aggiunta/prelievi nel corso del trattamento;
- trattamento termico dei fanghi liquidi per un minimo di 30 minuti a
70C seguita da digestione anaerobica mesofla ad una temperatura di
35C con un Rt medio di 12 giorni.
Una soluzione ottimale di impiego del biogas costituita dai sistemi di
cogenerazione che combinano la produzione di calore e di energia elettrica.
Un aspetto di rilevante interesse limplementazione dei dispositivi di sicu-
rezza e prevenzione ai fni di eliminare il rischio di incendi ed esplosioni nelle
fasi di trattamento, accumulo e utilizzo del biogas. Per limpiego del metano
da biogas in autotrazione necessario arricchire il biogas, fno a raggiungere
un contenuto di metano pari a circa il 95%. in sistemi combinati pu preve-
dersi il recupero dellanidride carbonica per uso tecnico.
6.3. Co-digestione dei fanghi di depurazione con rifuti organici
il trattamento combinato di due o pi substrati organici per via anae-
robica comunemente chiamato co-digestione. i rifuti organici ai quali si
fa generalmente riferimento per lapplicazione del processo di co-digestione
sono le acque refue e i fanghi organici di origine urbana, zootecnica ed indu-
striale, e la frazione organica dei rifuti solidi urbani (FoRsU), derivante da
raccolta differenziata o selezionata. Diversi sono i vantaggi offerti da queste
applicazioni:
effetto di diluizione dei composti tossici;
effetti sinergici sulle attivit dei microrganismi;
migliori rendimenti per unit di volume;
riduzione dei costi di investimento ed esercizio.
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 193
Le tecniche di co-digestione anaerobica di fanghi urbani di depurazione
e rifuti organici sono oramai ampiamente conosciute (Boari and Mancini,
1990; Boari et al., 1992). La co-digestione dei fanghi di supero e della
FoRsU da raccolta differenziata presenta attualmente un interesse crescente.
Con limitate spese di adeguamento di impianto possibile ottenere lauto-
nomia energetica del processo, oltre che a conseguire unottimizzazione dei
fussi di rifuto nei sistemi di gestione integrata, evitando che gran parte dei
materiali umidi biodegradabili terminino in discarica o vengano destinati alla
termovalorizzazione. La fattibilit del trattamento con una FoRsU selezio-
nata meccanicamente deve essere opportunamente valutata in funzione del
contenuto di materiale inerte che pu rendere problematico lo sviluppo del
processo biologico.
il trattamento anaerobico combinato di substrati organici pu risultare
idoneo in situazioni in cui gli impianti interagiscono con centri produttivi o
con aziende agricole con suffciente superfcie utile in cui si possa progettare
anche una riconversione delle produzioni in colture energetiche. gli schemi
di impianto per la co-digestione sono del tipo:
consortile presso impianti a servizio di pi centri urbani;
centralizzato presso impianti dei rifuti o presso impianti dedicati, a
servizio di pi centri di produzione.
Un aspetto da analizzare attentamente riguarda la miscelazione di sub-
strati puri con fanghi e rifuti caratterizzati dal contenuto di sostanze in-
desiderate, quali inquinanti inorganici e microbiologici. ove fattibile, un
trattamento centralizzato pu consentire migliori rendimenti di produzione di
biogas ed energetici e la riduzione dei costi di esercizio e di investimento, sep-
pure tale soluzione presenti una maggiore complessit gestionale. Laumento
dei rendimenti energetici attribuibile alleffetto scala, alla possibilit di ali-
mentare il digestore con biomasse caratterizzate da potenziali di biogas pi
alti, dimensioni di impianto pi modeste a parit di carico alimentato, lado-
zione di impianti di cogenerazione pi grandi. gli svantaggi sono connessi
alle operazioni di trasporto della biomassa allimpianto sia in termini econo-
mici che ambientali.
6.4. trattamenti integrativi
numerosi trattamenti non trovano attualmente larga considerazione
194 i.m. mancini, e. trulli, S. maSi, d. caniani, n. lonGino, m. PiScitelli
applicativa ma tuttavia integrati ai processi convenzionali possono consen-
tire di ottenere rilevanti miglioramenti nei rendimenti di trattamento e nelle
operazioni di gestione e smaltimento. tra questi si evidenzia il processo di
essiccamento termico che trova uneffcace integrazione e unidonea gestione
(Vaxelaire et al., 1999).
7. Conclusioni
Lintegrazione delle tecniche impiegate negli schemi di processo con-
venzionali con soluzioni impiantistiche innovative, introdotte in seguito al
consolidamento della tecnologia e derivanti da nuove indagini sperimentali,
pu consentire nel breve futuro di riadeguare i sistemi di trattamento dei fan-
ghi di depurazione urbani ai pi effcienti criteri gestionali e di tutela ambien-
tale.
tale obiettivo viene oggi forzato dalle pi recenti normative che spin-
gono verso la sostenibilit ambientale degli impianti inseriti in rinnovati si-
stemi integrati di smaltimento dei rifuti. Le differenti opzioni di smaltimen-
to sono da valutare attentamente in funzione di criteri tecnici e ambientali.
Lincenerimento, considerato il processo pi completo di stabilizzazione del-
le sostanze organiche, richiede tuttavia il controllo delle emissioni gassose e
lo smaltimento delle ceneri. i quantitativi dei fanghi inviati allo smaltimento
in discarica controllata devono essere integrati necessariamente ai fussi di
rifuti solidi urbani.
il riutilizzo sul suolo agricolo e limpiego come materiale compostabile
costituiscono sul territorio nazionale uneffcace alternativa e deve essere pri-
mariamente favorito allorquando le realt territoriali e i costi di trattamento e
smaltimento lo consentano. non devono essere trascurati gli effetti potenziali
derivanti dalla diffusione di sostanze indesiderate. Un tale approccio deve
essere in ogni caso correttamente pianifcato tenendo in debito conto i vincoli
normativi, le modalit applicative, in particolare i tempi di applicazione dei
materiali ammendanti cos prodotti, i costi economici di investimento e di
esercizio.
Indirizzi pianifcatori e tecnologici 195
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Sezione iii
SoStenibilit
Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
il problema dellintegrazione del piano e delle
procedure di VAS
Sommario: 1. I concetti di Environmental Democracy e valutazione ambientale di piani e progetti;
2. Il quadro normativo delle valutazioni ambientali; 3. Dalla VIA dei progetti alla VAS dei piani; 4.
Analisi e valutazione del piano: due concetti non coincidenti; 5. Un caso: il processo di VAS nel Piano
Urbanistico Generale del Comune di Monopoli; 6. Il ruolo della valutazione nelluso della campagna.
Lappartenenza della risorsa rurale; 7. Rifessioni fnali.
1. i concetti di environmental Democracy e valutazione ambientale di
piani e progetti
Introduzione. Una questione rilevante di appartenenza
A chi appartiene lambiente? la risposta a questa domanda rappresenta
il nodo da risolvere per dare un senso totalmente compiuto al concetto di en-
vironmental Democracy, in italiano, di democrazia ambientale.
Rispondere a tale domanda infatti aiuta a interpretare le valutazioni
ambientali di piani e progetti nella loro accezione pi moderna, a dare un
signifcato al sistema di relazioni azioni-ambiente che rappresenta il punto
cruciale di un sistema di pianifcazione ambientale multilivello e multiattore,
necessario oggi nel perseguimento della sostenibilit dello sviluppo.
la sorpresa pi grande potrebbe per essere rappresentata dallo scopri-
re che la questione della legittima propriet dellambiente pu non trovare
in maniera scontata una risposta unica. la descrizione dellambiente non
univoca, e le differenti descrizioni dellambiente non sono equivalenti a causa
dellassenza di tale unicit, e conseguentemente, non lo sono n la pianifca-
zione, n le valutazioni che lo interessano.
Ammettere che esistano descrizioni non equivalenti (munda 2007)
dellambiente signifca ammettere implicitamente che queste descrizioni pos-
sano nella generalit dei casi non convergere su un unico punto di vista auto-
maticamente.
A partire da questo preambolo, in questo contributo si svilupperanno
200 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
i concetti di democrazia ambientale, la sua relazione con la scala di lettura
territoriale dellambiente, la relazione imperfetta con il concetto di coinvolgi-
mento del soggetto interessato, per fornire una chiave interpretativa del con-
cetto di proporzionalit della valutazione ambientale, di integrazione senza
sovrapposizione, come elementi interpretativi del sistema di valutazione delle
azioni caratterizzate da impatto ambientale, previste in piani e progetti.
infne questi concetti si ricollegheranno al caso delluso del territorio
agricolo pi in generale, e alla tematica del riuso dei refui in particolare, og-
getto del presente volume.
Dimensione comunitaria dellEnvironmental Democracy
la democrazia ambientale stata defnita universalmente nella Con-
venzione di Aarhus come il diritto di tutti i soggetti coinvolti alla partecipa-
zione ai processi decisionali che riguardano lambiente.
tale diritto si esercita attraverso luso di strumenti di partecipazione e
di informazione della comunit, dei soggetti coinvolti, gli stakeholders, che
per molti coincidono con i cosiddetti proprietari dellambiente.
Possiamo defnire insieme dei soggetti coinvolti linsieme di tutti coloro
che godono di un benefcio, o subiscono un danno, di carattere economico, so-
ciale o ambientale, legato allattuazione di un piano, un programma, un progetto.
linsieme degli stakehoders non coincide, nel caso pi generale, con
la comunit, contrariamente a quanto si pensi. il termine stakehoder ha un
et plurisecolare. letteralmente signifca colui che possiede il paletto, e fa
riferimento ai pionieri americani, che alla ricerca di nuove terre si cimenta-
vano in vere e proprie gare raccontate anche nei flm, nelle quali chi arrivava
prima a piantare un paletto su un suolo, si aggiudicava il diritto di possederlo.
il termine inglese che traduce paletto infatti stake.
Quindi il concetto di stakeholder legato a quello di propriet, intesa
per come propriet privata di un suolo, di un immobile, di un progetto.
infatti, i pianifcatori progressisti americani, che negli anni 60 e 70
hanno praticato la pianifcazione negoziale (come ad esempio norman Kru-
mohlz o John Forrester) intendevano un atto democratico quello di coinvol-
gere tutti gli stakeholder, intendendendo, con il termine tutti, sia i proprie-
tari forti, benefciari di una trasformazione, che quelli deboli, proprietari di
immobili che venivano danneggiati da quella trasformazione.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 201
la metodologia di valutazione dei tempi era la valutazione costi benefci.
la prima legge di tutela ambientale che la considerava, promulgata negli Stati
Uniti con il Flood Control Act del 1936 a tutti gli effetti una legge sulla
difesa del suolo ante litteram considerava tra gli stakeholders anche i proprie-
tari danneggiati dai disastri ambientali causati da allagamenti e inondazioni.
il Flood control act, limitatamente alla dimensione semplicemente eco-
nomica monetaria, considerava gi allora benefci e costi sociali, ma gi al-
lora era criticabile per lantidemocraticit del suo bilancio, che si riduceva
ad una semplice sottrazione dai benefci dei costi, a prescindere da come essi
fossero distribuiti, certo non in maniera equipartita.
il concetto di stakeholder quindi precedente allesplodere della que-
stione ambientale nella pianifcazione urbana e territoriale.
Per poter ampliare il campo della democrazia bisogna arrivare alla in-
troduzione dei beni pubblici nel concetto di coinvolgimento: un famoso
articolo di Garrett Hardin del 1968, sulla rivista Science, dal titolo the
tragedy of the commons, segn nel campo delleconomia una svolta.
in esso si descriveva il comportamento di una comunit di individui,
agenti autonomamente uno dallaltro, che tendevano a consumare le risorse
comuni nel breve periodo, senza pensare alleffetto della scomparsa della ri-
sorsa nel lungo termine.
le risorse ambientali, appunto, la cui propriet non attribuibile in ma-
niera esclusiva a qualcuno.
i beni comuni del racconto di Hardin sono i suoli soggetti a forme di
uso civico per il pascolo: i pastori lasciano pascolare il loro gregge. Allau-
mentare del bestiame i proftti aumentano per i pastori, ma il pascolo scompa-
re per tutti, e non sono per loro. Si introduceva cos il concetto di esternalit
ambientale e la necessit del controllo pubblico dellambiente.
Venivano quindi descritte le risorse ambientali come risorse limitate,
scarse, condivise, che nel tempo andavano ad esaurirsi, di propriet di tutti,
quindi di nessuno (come per lappunto i commons). tra questi spicca oggi
lacqua, bene comune per eccellenza, oggi tanto richiamato nei dibattiti per le
politiche che interessano la sua gestione.
il dibattito sui beni ambientali come beni comuni nasce quindi contem-
poraneamente allavvio delle prime pratiche di valutazione di impatto am-
bientale dellAgenzia di Protezione Ambientale Americana (ePA).
202 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
Quindi il concetto di democrazia ambientale allarga il campo: il suolo,
la propriet, degli stakeholders, ma lambiente, il paesaggio che rappresen-
tano la descrizione ambientale di tale propriet di tutta la comunit.
Si passati da una concezione pi descrittiva del concetto di proprie-
t, ad una pi ampia, in cui i proprietari sono tutti i membri della comunit,
e quindi la comunit ha la necessit di dover regolare luso della propriet
privata per non mettere a rischio le prerogative di coloro che non hanno pro-
priet fondiaria.
Applicando il ragionamento precedente in un ambito pi vasto, potrem-
mo spiegare la diffcolt di condivisione dei trattati internazionali sullam-
biente: tra questi, ad esempio la Dichiarazione contro la Deforestazione della
Foresta Amazzonica nella Conferenza di Rio del 1992, contraddetta pochi
anni dopo proprio dallallora Presidente del brasile lula, dichiaratosi pronto
a cedere parti della pi grande distesa verde del mondo.
il governo del brasile, pur non essendo detentore dellambiente mon-
diale, ha dimostrato in tale frangente di poter non solo decidere del futuro del-
la Foresta Amazzonica regolando luso dei proprietari delle sue aree boscate,
ma anche di gestire il futuro del polmone dellumanit e di tutta lumanit
stessa.
Cos come linteresse comune del Governo dei brasiliani detiene il di-
ritto di limitare il vantaggio ottenibile dai soli proprietari, la regola impo-
sta dalla comunit mondiale pu limitare lo sviluppo economico del brasile,
constringendolo alla tutela totale del bacino Amazzonico. Da qui nasce la
richiesta di aiuto economico di lula nella gestione della Foresta. in un ottica
di democrazia ambientale mondiale, lula afferma, i costi della preservazione
amazzonica non possono essere sostenuti solo dai brasiliani.
la criticit del rapporto tra democrazia e ambiente si amplifca allor-
quando la sequenza delle decisioni da prendere non ha solo una caratteriz-
zazione gerarchica, da una comunit pi grande ad una pi piccola fno al
singolo individuo, ma assume anche una caratterizzazione distributiva delle
decisioni tra soggetti dello stesso livello territoriale e gerarchico.
il moltiplicarsi delle competenze sul territorio comporta che lesito del-
le politiche ambientali sia pi spesso lo specchio del rapporto di potere tra i
differenti decisori, tutti agenti in nome della comunit,
il livello di coinvolgimento va allora rapportato alla scala di defnizione
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 203
degli impatti, o dellambito di impatto. Dallarticolazione tra livelli di defni-
zione o ambiti di defnizione deriva la non equivalenza delle diverse forme
di trattazione di un problema ambientale.
la possibilit di trattazione secondo diverse forme di una questione
ambientale, pu rappresentare una evidenza esplicita delle forme di perdita
di razionalit collettiva nelle questioni ambientali.
lesistenza di una razionalit unanimistica, capace di conciliare eff-
cienza, effcacia ed equit nelle decisioni collettive stata ampiamente negata
da Kennet Arrow, nel suo famoso ed antico teorema (1951), detto dellimpos-
sibilit (che fa il pari con la tragedia di Hardin, e che stato infne rivisto
da Allan Gibbard and Mark Satterthwaite nel 1973).
la valutazione ambientale oltre che supportare le scelte deve in qualche
modo conciliare la non equivalenza delle visioni ambientali di singoli sog-
getti pubblici operanti in nome della collettivit, partendo dalla consapevo-
lezza di una impossibilit di totale conciliazione dei punti di vista, intrinseca
in un contesto pluralista.
Un suolo pu essere visto come un paesaggio agrario, o come uno strato
pedologico, o come una piattaforma di pascolo, o come un tratto morfologico,
e cos via. il valore associato a ciascuna di queste interpretazioni in funzione
delle decisioni da prendere, e dei soggetti che poi troveranno diffcolt a de-
cidere, cambia, ma il suolo, nella sua identit ambientale sempre lo stesso.
Questultima affermazione ci riporta a Costanza e Folke, che attribu-
iscono un valore primario, quasi intrinseco e indipendente dalluomo, ai
beni ambientali, che prescinde da valori di uso e di uso sociale, che si artico-
lano in priorit dei differenti soggetti, pubblici e privati, che partecipano ai
processi decisionali riferibili allambiente stesso.
Gli attrezzi del mestiere: informazione, formazione, consultazione, ne-
goziazione, valutazione
il breve racconto introduttivo ha avuto lo scopo di illustrare il quadro
confittuale nel quale si muove chi produce valutazioni ambientali.
le procedure di valutazione ambientale usano gli attrezzi possibili per
affrontare un contesto nel quale le valutazioni si scontreranno sempre con il
non-unanimismo.
Questi, sono la diffusione di informazione tecnica e non tecnica, lobiet-
204 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
tivo didattico della valutazione, in termini di educazione ambientale della/
delle comunit, la valutazioine di coerenza delle politiche, dei piani e dei
progetti con i quadri ambientali descritti dagli altri attori (che nella procedura
di VAS prende il nome di coerenza esterna), la valutazione di effcacia delle
politiche, dei piani e dei progetti a perseguire i propri scopi ambientali (che
nella procedura di VAS prende il nome di coerenza interna) e la consultazione
negoziale tra i soggetti, che sulla base della valutazione possono migliorare la
politica, il piano e il progetto.
la valutazione, quindi necessariamente multidimensionale, fondata
su un valore sociale defnibile come complesso (per dirla con Fusco Gi-
rard), si articola in fasi, ha natura procedurale, non possibile fssarla ad un
momento ex post o ex ante.
Gli ostacoli iniziali da superare sono:
1. Diffcolt di scala: informazioni disponibili non coerenti con la scala
territoriale di analisi;
2. Diffcolt di conoscenza: quandanche ci fossero, i soggetti detentori di
informazione non scambiano facilmente le proprie conoscenze; come
diceva Forrester in Planning in the face of power, l informazione
potere;
3. Diffcolt di interlocuzione razionale: i diversi soggetti difendono la
loro rendita di posizione non mettendo a disposizione le informazioni
citate nel punto precedente. Questo porta ad un confitto che riduce la
razionalit collettiva del processo trattato. Ci accade in verticale (tra
un livello e laltro) e in orizzontale.
nei confitti sulluso agricolo del suolo, di cui i versamenti di refui
sono una conseguenza, esistono tutte le diffcolt elencate.
nelle pagine a seguire si fornir una ipotesi di traduzione operativa
della risoluzione delle problematiche fno ad ora affrontate concettualmente.
2. il quadro normativo delle valutazioni ambientali
Dopo la recente approvazione del D.lgs 4/2008, sulla integrazione del
testo unico sullambiente, in riferimento alle procedure di valutazione am-
bientale (ViA e VAS), si sanata una situazione di vacatio legis che ha
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 205
comportato, tra laltro, una sanzione per litalia da parte della Corte di Giusti-
zia europea (con la sentenza del novembre 2007, n. C-40/07), per il mancato
adempimento di quanto previsto dalla direttiva 42/2001 Ce, sulla valutazione
obbligatoria di piani e programmi. Andando oltre il racconto dellantefatto
normativo ora esposto utile evidenziare alcuni aspetti.
Per quanto riguarda le indicazioni metodologiche, da un punto di vista
istituzionale le linee guida (regionali, degli stati membri e della stessa Ue)
forniscono indicazioni generalmente orientate a scandire le fasi della valuta-
zione o gli ambiti della valutazione, leggendone il carattere processuale, in
stretto legame con il piano.
in altri termini spesso indicato cosa e quando valutare, ma non
come.
le metodologie assumono quindi il ruolo di cassetta degli attrezzi
che lesperto valutatore affronta attingendo dalla propria esperienza e dalla
propria competenza.
linteresse espresso nella letteratura sugli approcci alla VAS ha contri-
buito alla crescita del dibattito sulla valutazione ambientale di piani e politi-
che.
in tale ambito, le indicazioni di letteratura prevalenti sul miglioramento
delle pratiche valutative forse hanno subito linfuenza del paradigma della
post modernit, ponendo lattenzione soprattutto sull integrazione della VAS
nei processi decisionali reali e nella fessibilit procedurale, facendo intra-
vedere una inadeguatezza della valutazione ambientale vista in senso deter-
ministico in maniera forse troppo sbrigativa, come afferma Fisher (2003),
portando ad una rivendicazione della necessit di valutazioni strutturate.
in relazione a tale problematica, questo contributo vuole rivendicare il
ruolo delle valutazioni strutturate, o ancora meglio integrate, inserite in
un processo pi ampio di apprendimento sociale, nella costruzione del piano
e nella valutazione del piano.
Pur essendo necessario riconoscere che una dimensione puramente tec-
nicistica e paradigmatica della Valutazione ambientale appartiene al passato,
si ripropone la necessit di una costruzione di procedure valutative capaci
di incrociare le istanze di fessibilit degli stakeholders con quelle di tutela
dellambiente e di promozione dello sviluppo sostenibile. Siffatto processo
metodologico valutativo fornisce nuova linfa al concetto di Valore Sociale
206 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
Complesso, visto come misura multidimensionale, non appiattita sul solo
aspetto dellimpatto ambientale, ma rivolto alla ricerca del miglior compro-
messo tra tutela e sviluppo nelle trasformazioni insediative, che agiscono su
capitali sociali, manufatti e naturali, in quadri integrati e complessi tipici dei
piani urbanistici pi innovativi.
3. Dalla ViA dei progetti alla VAS dei piani
Sia la direttiva Ce 42/2001, che le normative urbanistiche regionali
hanno sancito in breve tempo il passaggio dalla ViA alla VAS come strumen-
to di analisi e valutazione delle trasformazioni territoriali in funzione della
loro interferenza con lambiente. Ci potrebbe essere soprattutto imputato
alla necessit di superare i limiti dellapproccio ViA.
le ragioni della limitatezza della valutazione di impatto come stru-
mento di verifca ambientale dei piani urbanistici sta, come gi anticipato in
premessa, nella diffcolt di gestione della complessit del piano, nella mol-
teplicit dei suoi interventi e nella continua evoluzione che il suo processo di
formazione ha, anche per motivo dellinterazione dei diversi attori coinvolti
nel suo processo di formazione.
la logica consolidata e tradizionale della ViA quella di costituire
una barriera alla realizzazione di interventi o di progetti incompatibili con le
istanze ambientali del territorio.
tali istanze vengono oggettivate dai metodi, fondamentalmente basati
sullindagine ambientale, la costruzione di indicatori e lindividuazione di
aspetti di irreversibilit delle trasformazioni, che trovano luogo nelle fasi di
screening, scoping e scaling.
la problematicit dellapplicazione ai piani di tale sequenza ricondu-
cibile ad almeno due aspetti signifcativi.
il primo aspetto si pu rappresentare nella trasformazione (negativa)
della neutralit della valutazione di impatto in astrattezza metodologica.
non vi frequentemente rapporto tra valutazioni cos costruite e istanze
ambientali reali avanzate dalle comunit insediate: la valutazione di impatto
non riesce del tutto a seguire una logica coevoluzionistica, nella quale lam-
biente un dato dinamico, soprattutto nella logica del piano, nel quale gli
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 207
scenari si evolvono dinamicamente, nel rapporto tra ambiente percepito cul-
turalmente e socialmente e ambiente fsico.
lo strumento urbanistico stesso, nel passaggio dalla rigida logica tradi-
zionale fondata sulla demarcazione e la perimetrazione dei differenti land use
ad una logica che da un lato guarda alla pianifcazione strategica, e dallal-
tro tende a separare il trattamento riservato ai grandi quadri territoriali dalle
istanze pi dettagliate della progettazione urbanistica nella divisione tra piano
strutturale e piano operativo/programmatico, richiede una maggiore dinami-
cit e adattivit della valutazione.
lincremento di complessit che caratterizza il piano urbanistico, sem-
pre pi evidente nellarticolarsi della sua dimensione territoriale in componen-
ti economiche, fsiche, sociali e ambientali, il fatto che il piano sia un insieme
di interventi, una articolazione di azioni, una organizzazione di trasformazioni
molteplici e dotate di molteplicit, non pu esaurirsi nella logica del fare/non
fare tipica della conclusione di una sequenza di valutazione di impatto.
Un piano nelle sue articolazioni con poca probabilit potr mai essere
completamente sostenibile o insostenibile.
la risposta del piano alle istanze della comunit, dellambiente,
delleconomia spesso caratterizzata dalla presenza di alcuni interventi che
comportano squilibri territoriali, da trade off spesso non risolvibili o compen-
sabili, che si accompagnano ad azioni di reale trasformazione in positivo del
territorio, ad interventi di valorizzazione ambientale, oltre che immobiliare o
infrastrutturale.
Gli squilibri comunque presenti nel piano renderebbero quasi scontata
una valutazione di impatto ambientale negativa, giustifcabile anche solo da
alcune irreversibilit del piano. tale negativit porterebbe ad una bocciatura
del piano tout court, senza possibilit di appello.
la valutazione strategica invece parte dal bilancio ambientale per co-
struire nuovi scenari, in un processo che accompagna il piano, e quindi non
si presenta semplicemente alla fne del percorso per una censura o una asso-
luzione.
A sottolineare questa complessit di rapporto tra la valutazione e il pia-
no alcune normative evidenziano fortemente quanto la valutazione strategica
sia complementare al piano. la recente normativa nazionale e regionale, cio
quella derivante dalle linee programmatiche per la redazione dei PUG in Pu-
208 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
glia, vede la VAS come parte integrante del documento di piano, il cui pro-
cesso inizia con lapprovazione del documento preliminare di piano, e fnisce
con ladozione e la defnitiva approvazione regionale.
il proflo di complessit e di coevoluzione del piano il punto di riferi-
mento della valutazione, che a questo punto si articoler in momenti non solo
di bilancio ambientale, ma anche e soprattutto di condivisione, di riscrittura
condivisa delle regole del piano, di caratterizzazione e specifcazione degli
ambiti della trasformazione (fuSCo Girard 2006).
Questo lo spirito della valutazione strategica. C da chiedersi per se
questo passaggio dalla logica rigida e non propositiva della ViA alla logica
dinamica e coevolutiva della VAS presente e leggibile nelle pratiche reali, e
non solo nella letteratura e nei richiami alla normativa.
4. Analisi e valutazione del piano: due concetti non coincidenti
nelle pratiche urbanistiche la defnizione del quadro conoscitivo ha rap-
presentato una fase frequentemente sottoposta a revisione nellevolversi del
processo di costruzione del piano, e sulla quale molta letteratura si cimentata.
Dalla rivoluzione ambientale avviata in italia a cavallo tra anni 80 e
90 allaffacciarsi dei bilanci partecipativi e della ricerca di sintesi e integra-
zioni tra conoscenze esperte e diffuse, la costruzione dei quadri conoscitivi ha
pesato al punto di legittimare una posizione nella letteratura del planning che
interpreta lintero processo di piano stesso come progetto di conoscenza
(BeSio 1994).
Sempre pi frequentemente la VAS si confgura nellambito di piani
la cui redazione ha sicuramente compreso analisi di carattere ambientale e
socio-ambientale, non necessariamente per fnalizzate alla produzione di in-
formazioni utili alla redazione di una valutazione, e quindi non sostitutive
della valutazione stessa.
tale non sostituibilit della valutazione con analisi ambientali, per
quanto ben prodotte, coerente con il dettato della sentenza pronunciata dalla
Corte di Giustizia europea.
infatti, le analisi ambientali e sociali, gi presenti in tali strumenti nella
nostra realt, non costituiscono di per s un percorso di VAS, che a questo
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 209
punto, si deve intendere come processo che rispetto alle conoscenze terri-
toriali rappresenta fondamentalmente il momento di sintesi, attraverso una
valutazione integrata.
linteresse suscitato dalla costruzione dei quadri cognitivi ha talvolta
spostato lattenzione dalla valutazione vera e propria degli effetti del piano
alla defnizione condivisa degli obiettivi del piano stesso, confondendo que-
sta ricerca di condivisione con la VAS stessa.
le metodologie diventano in questo caso lo strumento di un mero
adempimento, e la verifca di coerenza del piano rispetto agli obiettivi di so-
stenibilit diventa una applicazione meccanica.
lo stesso schema DPSiR in questa ottica a volte utilizzato in una vi-
sione meccanicistica della valutazione. la sua sequenzialit, svuotata di una
costruzione robusta e condivisa della valutazione, in tali casi non evidenzia
il distacco dalle logiche della valutazione monosettoriale, spesso incapaci di
cogliere sinergie, di costruire collegamenti tra differenti componenti, ambiti,
azioni.
lo schema determinante-pressione-stato-impatto-risposta nei casi
meno virtuosi non determina una giusta forma di aggregazione di fattori com-
plessi, alla ricerca di una sintesi di valori, ma produce catene di implicazione
parallele, che si incrociano raramente.
lapplicazione acritica delle metodologie di valutazione quindi riduce
la valutazione stessa ad una forma di processo automatico, invece che esaltar-
ne la costruzione creativa.
Dallanalisi di un campione certo non statisticamente signifcativo, ma
sicuramente signifcativo
1
di procedure VAS prevalentemente relative a piani
comunali (dieci piani comunali, prevalentemente strutturali, un piano inter-
comunale e uno provinciale) i cui iter di approvazione sono perfezionati e
conclusi (Bonifazi e reGa 2007).
emerge un quadro sicuramente incoraggiante per quanto attiene alla
costruzione di conoscenza e di consapevolezza ambientale, ma nel contempo
1
Documentazione tratta da: Piano di Assetto territoriale di Arzignano, Piano di Assetto territoriale di
bassano del Grappa, Piano di Assetto territoriale di Camposampiero, Piano di Assetto territoriale di
Ros, Piano Generale territoriale di Monza, Piano Regolatore Generale di Cuneo, Piano Regolatore
Generale di Pegognaga, Piano strutturale intercomunale di Ferrara, Piani Strutturale Comunale di bolo-
gna, Piani Strutturale Comunale di Ravenna, Piano strutturale Provinciale di Padova, Variante Generale
al Piano Regolatore di Falconara Marittima, Variante Generale al Piano Regolatore di Chieri.
210 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
si evidenzia una parziale limitatezza degli approcci valutativi (fg. 1), e, tran-
ne che in pochi casi, un limitato coinvolgimento di expertise specifche nel
campo delle metodologie della valutazione.
la parte prettamente valutativa dei rapporti ambientali spesso soc-
combente rispetto allanalisi ambientale del piano.
la trasformazione indotta dal piano, classifcata e decodifcata attra-
verso gli usi del territorio senza svincolarsi dalla settorialit.
il pi elevato livello di integrazione si registra nella convergenza di
analisi e valutazioni nella rappresentazione cartografca (il webgis presso-
ch uno strumento consolidato nella innovazione delliCt). esso per rara-
mente viene utilizzato per rappresentare valori, limitandosi a descrivere in
maniera integrata il quadro delle conoscenze.
in alcuni casi, tra laltro, i metodi di valutazione strutturati sono pre-
senti s nel Piano, ad esempio per defnire priorit di intervento, piuttosto che
nella VAS.
tale uso della metodologia attribuibile almeno in parte a differenti
punti di vista degli staff di redazione dei piani (nellambito dei quali ge-
Figura 1. Metodologie utilizzate per la fase valutativa delle procedure VAS di alcuni piani urbanistici.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 211
neralmente presente expertise valutativa in senso metodologico), rispetto a
quelli degli staff di esperti coinvolti nei processi di VAS analizzati.
la differenziazione delle competenze tra chi redige il piano e chi ef-
fettua la valutazione spesso giustifcata in solido dalla istanza di terziet
rispetto al piano richiesta alla valutazione stessa.
Se la VAS per parte integrante del processo di piano, se parte dalle
analisi che il piano, secondo una buona prassi deve aver prodotto, chiaro
la sua terziet valutativa non si fonda sulla costruzione di una analisi terza,
rispetto al piano, ma su una valutazione terza, appoggiata sullanalisi prodotta
dal piano stesso.
il piano allora costruisce geografe descrittive dellambiente, mentre la
VAS costruisce geografe di valori ambientali.
Conseguentemente, il principio di terziet, che pu giustifcare diversi-
fcazioni tra staff ed expertise, non dovrebbe necessariamente condurre ad un
predominio di discipline ambientali nellexpertise della VAS e di discipline
urbanistiche nellexpertise del piano.
il caso che ci si accinge a illustrare rappresenta un tentativo di soluzione
di questi nodi.
5. Un caso: il processo di VAS nel Piano Urbanistico Generale del Comune
di Monopoli
Elementi introduttivi
il Piano Urbanistico Generale di Monopoli si appresta ad essere con una
certa probabilit il primo strumento urbanistico comunale in Puglia ad essere
accompagnato nella sua adozione da una valutazione ambientale strategica.
esso arriva a circa trenta anni di distanza dal Piano Regolatore Genera-
le di luigi Piccinato, il cui approccio, aveva rappresentato sicuramente uno
strumento urbanistico caratterizato da non pochi tratti di innovazione.
la procedura di Valutazione Ambientale Strategica stata avviata dopo
ladozione del Documento Programmatico Preliminare del Piano (DPP) nel
gennaio 2007, e in presenza di una bozza del Piano Urbanistico Generale gi
pronta per la presentazione alla conferenza di copianifcazione in sede regio-
nale, in ossequio al principio di sussidiariet e di pari dignit sancito dalla
212 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
modifca del titolo V della Costituzione, e secondo quanto previsto dalle li-
nee programmatiche regionali sui piani.
la VAS nelle linee Programmatiche regionali in verit si inserisce tra
ladozione del documento preliminare e quella del piano urbanistico. Per il
comune di Monopoli tali linee programmatiche erano giunte ad approvazione
quando la fase di costruzione della bozza di piano era gi in fase avanzata. in
queste condizioni il mandato valutativo non poteva che partire dalle analisi
gi prodotte nel processo di piano e collateralmente ad esso in altre attivit
strettamente connesse al piano.
la valutazione infatti aveva gi avuto una sua collocazione nel proces-
so di piano, in occasione del PartecipaPUG, un processo di sperimentazio-
ne di e-democracy nellambito del quale la conduzione di forum reali e in
Figura 2. la convergenza delle conoscenze costruite nelle fasi di bilancio partecipato e di agenda 21
nella valutazione ambientale strategica del Piano di Monopoli.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 213
rete aveva condotto da un lato ad una valutazione di scenari per alcuni ambiti
strategici del piano, dallaltro ad una valutazione di priorit alle quali dare
risposta nella fase di pianifcazione operativa (o meglio programmatica,
secondo la defnizione della legge regionale pugliese 20/2001 tutela ed uso
del territorio).
Quasi contemporaneamente alla fase di partecipazione del Partecipa-
PUG, era stato avviato il processo di Agenda 21 locale, che non aveva per
dato rilevanti contributi al quadro di consapevolezza locale sui temi della
sostenibilit. A riprova di ci gran parte delle informazioni riportate nel rap-
porto sullo stato dellambiente di A21 erano tratte dal Documento Program-
matico Preliminare del Piano.
la fgura 2 evidenzia come, nella scansione delle differenti fasi della
Valutazione Ambientale Strategica siano intervenuti contributi provenien-
ti dalle elaborazioni del Documento Preliminare Programmatico del Piano,
dallAgenda 21 e dal PartecipaPUG.
il contributo maggiore ha interessato la defnizione di obiettivi di so-
stenibilit per la fase di valutazione di coerenza degli obiettivi del Piano, e
la costruzione del rapporto sullo stato dellambiente. la fase valutativa, ca-
ratterizzata dalluso di metodi strutturati di valutazione, si invece compiuta
completamente nella VAS.
il piano si quindi dimostrato un momento di raccolta quasi unico
di conoscenze, nellambito del quale si prodotto uno sforzo notevole, ad
esempio, per organizzare le informazioni ambientali in maniera sistematica,
in riferimento a una serie di strumenti che nel trentennio passato dallappro-
vazione del PRG vigente avevano descritto, modifcato e normato al livello
sovraordinato il quadro dei valori ambientali e culturali espressi nel territorio
(in particolare dal Piano Regionale per le Attivit estrattive, dal Piano Regio-
nale Paesistico, dal Piano Regionale di Assetto idrogeologico).
A queste conoscenze strutturate la VAS non poteva che attingere per
limitatezza di tempo e di risorse. il limite di questa presenza di un quadro di
conoscenze ambientali e di conoscenze diffuse gi disponibile la mancata
organizzazione delle analisi fondate su quelle conoscenze nella prospettiva di
una metodologia di valutazione strutturata.
il lavoro dello staff di valutazione a questo punto stato innanzitutto
di rileggere il territorio, e di fornirne una interpretazione valutativa, piuttosto
214 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
che cognitiva, per non rischiare di cadere in una mera riproposizione della
lettura gi effettuata dal piano.
luso dei layer del Sistema informativo del Piano allora stato fna-
lizzato alla costruzione di una Geografa di Valori Ambientali, secondo una
prassi consolidata di divisione del territorio in elementi geografci nei quali
i differenti piani corrispondono a criteri dal quale fare emergere i valori del
sistema ambientale e di quello dei beni culturali (maCioCCo 1988, STellin e
roSaTo 1997, malCewzky 1999, orlando et al. 2005).
Le procedure di valutazione
la rilettura in questo caso non ha potuto che partire dallanalisi di quali
valori siano in gioco. Di per s linformazione ambientale non rappresenta
un valore, se essa non diviene elemento di discriminazione, non costruisce
differenze in qualche modo misurabili.
la valutazione quindi sostanzia il rapporto sullo stato dellambiente,
evidenziando lo snodo tra azioni di piano e criticit emergenti, determinando
il quadro dei valori complessi attribuiti alla trasformazione.
Un primo momento di valutazione, ad opera di parte dello stesso staff
responsabile della VAS, stato sviluppato nellambito del progetto Parteci-
paPUG.
in tale ambito, anche con lausilio di mappe mentali rappresentanti
lesito di Focus Group Virtuali e di Forum, sono state individuate alcune cri-
ticit e alcune istanze di progettazione territoriale. la valutazione del livello
di priorit delle istanze cos rilevate stata invece condotta con lausilio di
metodi multicriterio fuzzy utilizzate a supporto di approcci alla valutazione
degli impatti comunitari e gi presenti in letteratura (munda 1995; de mar-
Chi et al. 1998; CerreTa e Torre 2000). Di tale fase in questo contributo per
brevit si omette la descrizione.
le istanze rilevate sono state poi richiamate nel rapporto sullo stato
dellambiente della VAS. Per quanto riguarda la metodologia di valutazione
vera e propria, invece, attraverso una procedura di valutazione multicriteri
basata sullapplicazione dellAnalytic Hierarchy Process (SaaTy 1994) si
stimato il grado di impattivit della trasformazione insediativa.
il grado di impattivit diventa la misura della trasformazione e si rife-
risce ai cosiddetti contesti territoriali; questi ultimi rappresentano di fatto le
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 215
forme di trasformazione o di tutela defnite dalle linee di indirizzo program-
matiche regionali.
i contesti territoriali sono caratterizzati da ununica tipologia di azione
(tutela, conservazione, recupero, trasformazione), distinti in urbani e rurali.
la parte strutturale del Piano urbanistico Generale individua la delimi-
tazione dei contesti. la parte programmatica del Piano urbanistico Generale
invece conforma i contesti individuando quale incidenza in ciascun contesto
potr avere la trasformazione insediativa, e con quali parametri urbanistici.
i contesti sono riferiti
- al completamento dellinsediamento esistente (contesti consolidati);
- al nuovo insediamento (contesti di nuovo impianto);
- alla tutela paesaggistica e allextraurbano (contesti rurali).
essi presentano un carattere di rigidit inferiore alle zone omogenee del
PRG, e possono caratterizzati da
- prevalente trasformazione residenziale (contesti residenziali);
- prevalente trasformazione produttiva (contesti per attivit);
- prevalente trasformazione turistica (contesti per attivit turistiche);
- prevalente trasformazione terziaria (contesti per servizi).
lelemento di discriminazione tra un contesto e un altro diventa quindi
il carattere generale dellintervento, e la sua misura, attraverso i parametri
urbanistici.
Figura 3. Articolazione delle forme qualitative e quantitative della trasformazione.
216 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
le modalit di trasformazione defnite dal piano possono avere una di-
mensione qualitativa o quantitativa. Sono dimensioni quantitative ad esempio
le densit volumetriche ammissibili, i coeffcienti di defusso, gli indici di
piantumazione. Sono invece dimensioni qualitative la ammissibilit di de-
molizioni, ricostruzioni, ampliamenti dellesistente, riferibili al patrimonio
architettonico edilizio, o a quello infrastrutturale (fgg. 3 e 4).
lAHP stato applicato utilizzando una valutazione su due livelli ge-
rarchici: il livello pi alto defnisce le tipologie di interventi, cos classifcati:
- interventi a carattere conservativo;
- interventi di trasformazione;
- interventi di ristrutturazione e ripristino;
- interventi di infrastrutturazione.
il livello gerarchico inferiore invece riferito alle modalit di inter-
vento ammissibile contenute nella parte programmatica del piano. Attraverso
lAHP stato defnito il peso di ciascun intervento (secondo livello) e fami-
glia di interventi (primo livello).
Figura 4. Peso delle forme qualitative e quantitative della trasformazione attuata nei contesti territoriali
del Piano defnito con lausilio dellAHP.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 217
Si tentato cos, attraverso luso del metodo gerarchico, di considerare
in qualche modo la complementarit delle diverse tipologie di intervento, che
nella loro aggregazione creano degli impatti cumulati.
Per ciascun contesto la misura dellimpattivit quindi rappresentata
dalla somma dei contributi dati dal peso di ciascun intervento ammissibile.
il valore dellimpattivit ha come estremi zero (nessun impatto, nessun inter-
vento di trasformazione), e uno (compresenza di tutte le modalit di interven-
to massime).
il valore dellindice di impattivit massimo riportato dalla valutazione
stato pari a 0,67.
il grado di impattivit della trasformazione stato successivamente in-
crociato con le criticit ambientali del territorio, emergenti dal rapporto sullo
stato dellambiente della VAS.
il rapporto sullo stato dellambiente, nella fase di formulazione delle
criticit non si basato solo sulle risultanze delle analisi ambientali, ma ha
anche tenuto conto delle valutazioni effettuate nella fase del PartecipaPUG.
le criticit emerse dalla fase partecipativa sono le seguenti:
Figura 5. Grado di impattivit dei contesti territoriali del PUG defnito attraverso un approccio additivo
dei contributi di ciascun intervento ammissibile, nei differenti contesti.
218 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
- il degrado del paesaggio;
- il consumo di suolo;
- il turismo come elemento di presisone antropica;
- lequilibrio tra tutela intesa come insieme di vincoli alla trasformazione
e lo sviluppo inteso come impulso alla trasformazione;
- il consumo delle risorse ambientali;
- il rischio idrogeologico.
Alle criticit emerse nella fase partecipativa si sono aggiunte:
- le aree SiC (per le quali stato necessario redigere la valutazione di
incidenza ambientale delle azioni di piano dei territori interessati);
- il rischio tecnologico (in aggiunta a quello idrogeologico).
il metodo AHP, stato utilizzato quindi non solo per pesare la trasfor-
mazione, ma anche per la costruzione di indici ambientali (SoCCo 2006) qua-
liquantitativi delle criticit.
il territorio stato diviso in sei ambiti:
- ambito costiero, a nord del centro urbano;
- ambito costiero, a sud del centro urbano;
- ambito urbanizzato;
- ambito portuale;
- ambito agricolo, della piana degli ulivi;
- ambito agricolo, della Murgia.
Per ciascun ambito territoriale stato assegnato un peso relativo a cia-
scuna criticit attraverso una procedura AHP. Quindi ogni ambito territoriale
alla fne della valutazione stato caratterizzato da un proflo di criticit diffe-
rente, a causa delle differenti incidenze (determinate attraverso la procedura
analitica-gerarchica).
i dati delle valutazioni, da un lato limpatto della trasformazione, e
dallaltro il proflo di criticit degli ambiti territoriali, sono stati quindi imple-
mentati nel Sistema informativo territoriale.
infne attraverso un overlay si sono generati dei valori di interazione,
pari al prodotto del valore medio dellimpatto della trasformazione relativa
a ciascun contesto territoriale per il peso di ciascuna criticit in ogni ambito.
la fgura a seguire illustra la frammentazione del territorio secondo i
valori delle interazioni.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 219
6. il ruolo della valutazione nelluso della campagna. lappartenenza
della risorsa rurale
il Piano Urbanistico ha affrontato la questione delluso sostenibile delle
risorse nel territorio agricolo da tre punti di vista:
- la lotta alla dispersione insediativa;
- la tutela del patrimonio di ulivi secolari;
- il riuso delle risorse idriche e il risparmio energetico.
Dei tre argomenti, il pi rilevante si dimostrato quello relativo al lotto
minimo edifcabile, per il quale la Regione, anche su indicazione di quanto
Figura 6. Peso dellincidenza delle differenti criticit sugli ambiti defnito con lausilio dellAHP.
220 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
previsto dal rapporto ambientale, ha richiesto che in alcuni ambiti rurali di
particolare interesse paesaggistico vi fosse un lotto non inferiore ai diecimila
metri quadri, a fronte di quello previsto di taglio decisamente inferiore (due-
mila metri quadri).
Sul tema del risparmio delle risorse idriche nelle nuove realizzazioni
il piano introduce lobbligo di realizzare servizi tecnologici atti al recupero
delle acque piovane e alla gestione sostenibile dei refui per usi agricoli.
il tema delledifcazione dei refui, apparentemente slegato dalla que-
stione delle risorse idriche, ha nella realt un legame rilevante con la questio-
ne dellequilibrio tra carico ambientale e pressione antropica indotta dallin-
sediamento.
infatti la possibilit di una densifcazione maggiore dellinsediamento
rurale pu generare impatti dovuti alla moltiplicazione delle reti tecnologiche
e alla produzione stessa di refui. tale dibattito per passato in secondo pia-
no nei diversi incontri svolti nelle contrade, dove il tema della casa in campa-
gna risultato talmente tanto prevalere dallaver presentato il maggior punto
di scontro nel dibattito che ha interessato sia ladozione che lapprovazione
del Piano.
Sul versante della campagna periurbana, tra laltro, la valutazione
ambientale strategica sottolineava che soprattutto il tema delle acque, e la
concentrazione dei punti di defusso nelle aree agricole collocate allinterno
del semicerchio rappresentato dalla viabilit tangenziale al centro urbano (la
Strada Statale 16 bis) rappresentava un tema rilevante, da affrontare in fase di
pianifcazione attuativa, e dal quale poteva dipendere la sostenibilit ambien-
tale di tali parti riurbanizzate del territorio.
Lappartenenza dellambiente a tutta la comunit e laddebitamento
dei costi alla sola propriet fondiaria impongono spesso che i proprietari del
territorio agricolo si facciano carico del corretto uso delle risorse rurali.
Da questo punto di vista, la possibilit di avere incrementi premiali
di volumetria edifcabile per chi adottava tecnologie di gestione delle acque
nelledifcazione rurale poteva essere una buona forma di compensazione.
Questi stessi temi sono richiamati nel Piano di Sviluppo rurale, o nel
Piano di tutela delle Acque, allorquando si individuano eventuali incentivi
per lo sviluppo di tecnologie di uso agricolo del territorio sostenibili. tali
incentivi, molto vaghi in un piano di dimensione regionale, diventano norme
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 221
specifche sulle quai si formano confitti e consensi nella dimensione locale.
Da questo punto di vista vale la pena richiamare il Principio di propor-
zionalit.
il comma 4 dellArt. 13 del D.lgs 4/2008 (che norma di fatto le proce-
dure di VAS) recita quanto segue:
nel rapporto ambientale debbono essere individuati, descritti e valu-
tati gli impatti signifcativi che lattuazione del piano o del programma pro-
posto potrebbe avere sullambiente e sul patrimonio culturale, nonch le ra-
gionevoli alternative che possono adottarsi in considerazione degli obiettivi
e dellambito territoriale del piano o del programma stesso. lallegato Vi al
presente decreto riporta le informazioni da fornire nel rapporto ambientale a
tale scopo, nei limiti in cui possono essere ragionevolmente richieste, tenuto
Figura 7. territorializzazione dellincrocio dei valori di impatto della trasformazione con i valori am-
bientali dei differenti ambiti territoriali.
222 Carmelo m. Torre, aleSSandro Bonifazi
conto del livello delle conoscenze e dei metodi di valutazione correnti, dei
contenuti e del livello di dettaglio del piano o del programma.
il D.lgs 4/2008 quindi richiama il principio di proporzionalit, che
nel rapporto ambientale si traduce nel mettere in relazione il grado di detta-
glio del piano con il grado di descrizione degli impatti.
il principio di proporzionalit pu essere un utile riferimento allorquan-
do di fronte ad un livello di generalit delle prescrizioni/norma/indicazioni
di un piano/programma si pu rendere diffcoltosa lindividuazione di azioni
fnalizzate alla riduzione degli impatti pi specifche e dettagliate.
7. Rifessioni fnali
nellesperienza raccontata in questo contributo la principale rifessio-
ne relativa al ruolo delle metodologie di valutazione pu essere rivolta alla
rilevanza che esse hanno assunto nel processo di costruzione di conoscenza.
la conoscenza, infatti, delle dinamiche del piano, delle analisi in esso
contenute, diventa la base fondamentale per lavvio di un processo adattivo,
creativo (zeleny 1994) nel quale la valutazione, in assenza di regole metodo-
logiche decodifcate da norme, tende ad una de-costruzione e ri-costruzione
del quadro delle conoscenze gi disponibili, a volte attingendo informazioni
dagli esiti di bilanci partecipativi, di rapporti ambientali, gi prodotti in altri
processi (come Agenda 21 o pianifcazione strategica), o dal piano stesso nel-
le sue fasi preliminari.
tale attivit valutativa non pu che essere fondata su una forma di sape-
re critico che consente un corretto utilizzo delle metodologie, oltre che su una
visione non statica del processo valutativo stesso, di certo non relegato ad un
mero momento nellorizzonte delle decisioni.
evidente che in situazioni come quelle tracciate in questo racconto,
viene enfatizzata la rilevanza degli approfondimenti, e degli incroci tra ri-
cerca e applicazione operativa della valutazione dei piani, attraverso luso
di riferimenti metodologici, rispetto ai quali il caso di studio qui illustrato
pretende di essere una buona pratica.
Il problema dellintegrazione del piano e delle procedure di VAS 223
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GianfranCo Ciola
i deserti antropogenici: effetti del diserbo chimico
e della frantumazione dei banchi calcarei sulla
biodiversit del paesaggio agrario pugliese con
particolare riferimento agli oliveti secolari
Sommario: 1. Introduzione; 2. Ladozione di pratiche agricole irrazionali pone la Puglia a rischio di
desertifcazione; 3. La macinatura dei suoli, una pratica disastrosa che conduce alla desertifcazione;
4. La primavera silenziosa della campagna pugliese, effetti del diserbo chimico sulla biodiversit; 5.
Adozione di pratiche sostenibili nella gestione del suolo; 5. Conclusioni.
1. introduzione
Da secoli la campagna pugliese ci ha regalato un paesaggio suggestivo,
che assume aspetti diversi col succedersi delle stagioni. bellissima limmagi-
ne degli oliveti secolari in primavera quelli risparmiati dalluso dei diserban-
ti che mostrano tutta la bellezza delle foriture tipiche della fora mediterra-
nea. ancora possibile osservare sistemi agricoli gestiti in maniera estensiva,
caratterizzati da una forte naturalit per la ricca variet foristica, che rappre-
sentano habitat ideale e fonte trofca per molte specie animali che vi trovano
rifugio. tuttavia nel corso degli ultimi decenni una gran parte di questi sistemi
hanno subito notevoli cambiamenti a causa della diffusione di alcune discuti-
bili pratiche agronomiche che hanno comportato drammatici effetti sulla bio-
diversit, impoverendola, e sul paesaggio, semplifcandolo e banalizzandolo.
lo spietramento e la macinazione del suolo, il diserbo chimico, limpiego di
acqua salmastra per le irrigazioni, la mancanza di rotazioni nelle coltivazio-
ni, ed il ricorso ad altre tecniche agricole irrazionali sta portando alcune aree
agricole della Puglia verso un processo di desertifcazione. occorre rifettere
sulla vera utilit di tali pratiche e sulla necessit di porvi rimedio attraverso il
diffondersi di una nuova cultura di difesa e conservazione del suolo, che faccia
ricorso a tecniche agronomiche sostenibili.
226 GianfranCo Ciola
2. ladozione di pratiche agricole irrazionali pone la Puglia a rischio di
desertifcazione
Quando si parla di deserto tutti immaginano le enormi dune di sabbia
che si susseguono in sconfnati paesaggi africani percorsi da beduini che ca-
valcano cammelli. in realt esistono altre forme di deserto pi subdole e meno
evidenti. la desertifcazione si confgura infatti in una drammatica riduzione
della fertilit del suolo ed dovuta sia a cause naturali che alle attivit uma-
ne. Come noto questo argomento sta suscitando preoccupazione, in quanto
i processi di desertifcazione si stanno sviluppando su scala globale e a ritmo
accelerato interessando gran parte delle regioni mediterranee tra cui il sud
italia. il cambiamento del clima risulta la causa naturale pi rilevante, seb-
bene anche tale modifcazione in larga parte attribuibile alle attivit umane.
tra le cause determinanti vi sono, anche, senza dubbio, leccessiva pressione
antropica sugli ecosistemi naturali e ladozione di inopportune tecniche
agricole, come:
- la mancanza di rotazione delle coltivazioni o, ancor peggio, la mono-
coltura intensiva;
- laccorciamento dei cicli di coltivazione;
- la mancanza di riposo del suolo affnch riacquisti i nutrienti necessari
al ripristino dei normali livelli di produttivit;
- gli allevamenti e i pascoli intensivi con la conseguente riduzione della
copertura vegetale e compattazione e rimozione di suolo;
- la separazione tra allevamento e agricoltura, con la perdita del regolare
apporto di letame, fonte primaria di fertilizzanti naturali utili alla rige-
nerazione del suolo;
- gli incendi ed i disboscamenti con la scomparsa della copertura vegeta-
le che aumenta le perdite di acqua per evapotraspirazione e linnesco di
processi di erosione del suolo ad opera delle acque e del vento;
- lutilizzo di acqua salmastra per lirrigazione.
lagricoltura intensiva impedisce al suolo di rigenerarsi naturalmente e
di riprodurre ciclicamente i principali elementi nutritivi e la sostanza organica
necessaria a garantire la sua costante fertilit.
la sterilit del suolo causata anche dalla sua progressiva salinizzazio-
ne. Gli eccessivi apporti chimici (fertilizzanti, pesticidi, regolatori di cresci-
I deserti antropogenici 227
ta, ecc.) dellagricoltura intensiva, hanno inizialmente aumentato la produtti-
vit dei terreni ma nello stesso tempo hanno generato una progressiva saliniz-
zazione con conseguente riduzione della fertilit naturale. la salinizzazione
anche il risultato delleccessivo ed irrazionale utilizzo irriguo delle acque
sotterranee, che ha favorito la contaminazione salina delle falde acquife-
re per ingressione di acqua marina: lutilizzo di queste acque contribuisce a
rendere sterili i suoli. Ci nonostante limpiego dellirrigazione nelle aree
semi-aride della Puglia aumentata negli ultimi decenni, stimolata dallim-
piego di nuove cultivar vegetali dalle forti esigenze idriche, prodotte da
ditte sementiere e vivaisti per essere diffuse su scala mondiale e che risulta-
no per nulla adatte alle nostre condizioni ambientali. invece tutte le variet
agrarie tradizionali della Puglia (di olivo, mandorlo, fco, vite e ortaggi), sono
quelle che generazioni di agricoltori hanno selezionato nei secoli in funzione
della resistenza alle limitate disponibilit idriche: tutte queste coltivazioni,
infatti, sono state condotte per secoli in condizioni di aridocoltura. Ma ve-
diamo il risultato tangibile che scaturisce dallo sfruttamento irrazionale delle
aree a clima sub-arido: dal 1900 al 1970 le aree a rischio desertifcazione
sono cresciute in europa del 40%. in italia le regioni maggiormente a rischio
sono Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria. le pratiche agricole irrazionali, il
sovrapascolamento, la deforestazione, gli incendi ed i processi di cementif-
cazione ed urbanizzazione concorrono ad incrementare lestensione di queste
aree. ogni anno in italia 30.000 ettari di suoli ad alta fertilit sono sottoposti a
cambio duso da agricolo ad urbanistico; 3,7 milioni di ettari di suolo nel sud
italia risultano degradati a causa di inidonee pratiche agricole.
la progressiva perdita di fertilit del terreno, la riduzione della sostanza
organica e della diversit animale e vegetale, il conseguente calo di raccolti e
di redditivit, sono gli effetti di questo processo che coinvolge gran parte del
territorio pugliese, dal Salento allarco jonico e a gran parte della Capitanata.
Sulla base dei processi di desertifcazione e dei cambiamenti climatici
in atto si prevede uno spostamento degli ambienti caldo-aridi verso latitudini
e altitudini sempre maggiori. occorre intervenire subito per evitare che linte-
ro paesaggio agrario di Puglia subisca un esodo verso il nord italia. A questo
punto non saranno pi i tir sulle autostrade a portare gli ulivi verso il nord,
ma i cambiamenti climatici e le errate conduzioni agricole attualmente in atto
sulle nostre terre.
228 GianfranCo Ciola
3. la macinatura dei suoli, una pratica disastrosa che conduce alla
desertifcazione
la vulnerabilit alla desertifcazione ulteriormente accentuata dalla
pratica dello spietramento, che partita inizialmente nellAlta Murgia, si poi
diffusa su pi vasta scala nella regione dove terra e roccia sono trasformate in
fne polvere calcarea.
Questa pratica ebbe origine quando la Regione Puglia eman la l.R.
n. 54 del 31 agosto 1981 che, utilizzando fondi comunitari, fnanziava il mi-
glioramento delle superfci foraggere rendendo seminabili i pascoli naturali.
Pratica di dubbio valore agronomico, il dissodamento e la frantuma-
zione dei banchi calcarei rappresenta un grave danno ambientale. infatti ogni
suolo costituito da una componente minerale ed una componente organica.
in questultima presente fora e fauna microbica, che svolgono un ruolo
fondamentale nel ciclo della sostanza organica, di trasformazione dellazoto
e delle altre sostanze nutritive rese cos assimilabili dalle radici delle piante.
invertebrati, insetti e piccoli mammiferi nel loro insieme compongono un
vero e proprio ecosistema in grado di assicurare la fertilit del suolo. Quando
tutto ci fnemente macinato, la componente vivente del suolo viene irrime-
diabilmente cancellata e lo stesso risulta trasformato in sostanza prevalente-
mente inerte, dando cos avvio ad inesorabili processi di desertifcazione. la
rimozione dei massi e la macinazione del primo strato di suolo con lo scopo
di rendere il terreno fne come borotalco, predispone lo stesso a fenomeni
di erosione e desertifcazione prima sconosciuti. infatti il dissodamento e la
frantumazione, interrompendo e tappando il reticolo carsico creatosi nel cor-
so dei secoli, ostacolano linfltrazione della acque superfciali nel sottosuolo
riducendo lalimentazione delle falde sotterranee; le acque che avrebbero do-
vuto infltrarsi scorrono invece superfcialmente, portando via humus e suolo
fertile, impoverendo i suoli, aumentando lo scorrimento superfciale e inne-
scando gravi fenomeni di dissesto idrogeologico. la desertifcazione, come in
un deserto che si rispetti, avviene anche in forme pi subdole, continue e non
percepibili, con il vento che trasporta le particelle pi leggere e lascia al suolo
la inerte farina di roccia.
nellAlta Murgia la superfcie interessata immensa: oltre 50.000 ha
sono stati coinvolti da questo fenomeno, generando dei paesaggi arlecchi-
I deserti antropogenici 229
no con geometrie dettate dagli effetti della macinatura del suolo e dei ban-
chi calcarei sottostanti. Altri elementi del paesaggio e del tessuto produttivo
devastati dallo spietramento sono i pascoli perduti, tratturelli e muri a secco
dissodati e frantumati: questa pratica ha cos travolto anche gli aspetti storici
e culturali del territorio.
Dai pascoli brulli dellAlta Murgia agli oliveti secolari dellAlto Sa-
lento il dissesto ambientale non cambia e tutto per lillusione di poter con-
quistare ulteriori strati di terra arabile, senza sapere che in realt si solo
trasformata la roccia afforante in una mescola di terra sterile.
4. la primavera silenziosa della campagna pugliese, effetti del diserbo
chimico sulla biodiversit
Abbiamo gi ricordato che le campagne pugliesi hanno da secoli re-
galato un paesaggio quanto mai suggestivo, che assume aspetti diversi col
succedersi delle stagioni. Gli oliveti ad esempio in primavera mostrano la
magia dei colori pi vari delle foriture della fora mediterranea: il verde del
tappeto erboso si macchia con il rosso dei papaveri, il giallo dellacetosella
e larancio della calendula. Si possono osservare gli anemoni, le cui corolle
variano dal bianco allazzurro, al violetto, al rosso brillante; laglio roseo con
le inforescenze a forma semisferica e le spate giallo-verde del gigaro. Stu-
penda la contrapposizione tra la breve vita della vegetazione erbacea, dei
fori che durano appena una stagione, e la longevit degli olivi secolari che si
legge nella maestosit dei tronchi contorti. loliveto luogo insostituibile di
sosta per una variet di uccelli che in esso vi trova, oltre al cibo, tranquillit
e protezione. in primavera fanno la loro apparizione lupupa che nidifca nel
tronco cavo degli olivi, la cincia, la capinera, laverla, il verdone, il succiaca-
pre, il codirosso, la sterpazzola, il lu e molte altre specie, tutte insettivore e
quindi di grande aiuto per lagricoltore. nella stagione fredda si vedono pet-
tirossi, fringuelli, tordi, merli e storni, che nelluliveto hanno sempre trovato
condizioni di vita e luogo di svernamento ideali. lo storno, temuto dalluomo
per la grande razzia di olive che procura, ha i suoi nemici naturali, tra questi
il gheppio, un rapace che nidifca nei casolari abbandonati. in primavera, ne-
gli oliveti, scavano le loro gallerie lombrichi e talpe, sul terreno e fra lerba
230 GianfranCo Ciola
sono presenti cavallette, grilli, coleotteri e molte specie di insetti. nei muretti
a secco che segnano i confni delloliveto vivono lucertole, ramarri e i gechi,
che attendono immobili e con illimitata pazienza, gli insetti di cui si nutrono.
tra le chiome degli ulivi, di notte, possibile scrutare anche il barbagianni e
la civetta ed ascoltare i loro versi aspri e striduli. Di notte luliveto visitato
anche dal tasso, dalla volpe, dal riccio, dalla donnola che lo attraversano alla
ricerca di prede.
loliveto, quindi, sempre stato un ambiente agricolo con forte natura-
lit. Ma se questo ci che accade negli uliveti non trattati con i diserbanti,
negli ultimi decenni il loro numero si progressivamente ridotto. Sempre pi
spesso passeggiando tra le strade di campagna, nel periodo in cui linverno
cede il passo alla primavera, si osservano i campi di un colore strano che non
appartiene al verde dellerba, ma a colori che vanno dalle tonalit del giallo,
del rosso, dellarancio provocate dallazione dei diserbanti irrorati nei campi.
Sono i colori di una campagna resa sterile dove ogni forma di vita stata can-
cellata. negli ultimi anni sta diventando consuetudine impiegare diserbanti
chimici nelle aree agricole senza pi svolgere laratura o lo sfalcio, e cos
il suolo si presenta duro e compatto come un pavimento, triste e senza vita
come un paesaggio lunare.
Se prima ogni flo derba si trasformava in carne, latte, uova, formag-
gio, oggi per molti lerba appare come un fagello di Dio da distruggere, av-
velenare, eliminare ad ogni costo. Si passati da oliveti che hanno convissuto
con la vegetazione spontanea sia erbacea che macchiosa, ad oliveti sterili per
la mancanza di buon senso e per una falsa cultura della produttivit che ha
dichiarato una guerra chimica alla bellezza e alla diversit della vita.
ecco perch con lavvio della primavera larghi tratti della campagna di-
ventano silenziosi e senza vita. Sono drammatici gli effetti di queste pratiche,
effetti che non sono solo di natura estetica, ma riguardano limpoverimento
del paesaggio o della biodiversit. Ma anche se non volessimo considerare
laspetto estetico e la difesa della biodiversit, e volessimo soffermarci solo
sul fatto che la campagna un luogo dove si produce cibo, quella campagna
avvelenata dovrebbe far rifettere sul nostro autolesionismo. Se come dice
pi di qualcuno, siamo quello che mangiamo, allora quella campagna sterile
e silenziosa lo specchio dei nostri tempi, del nostro modo di concepire la
bellezza, la diversit della vita e la salute del nostro corpo.
I deserti antropogenici 231
5. Adozione di pratiche sostenibili nella gestione del suolo
Unagricoltura a basso impatto ambientale, ha lobiettivo di migliorare
la fertilit del terreno, evitando limpiego di prodotti che possono conta-
minare lagro-ecosistema e limitando lutilizzo delle risorse non rinnovabili.
Dallesigenza di raggiungere questi obiettivi derivano alcune buone
norme fondamentali:
- evitare le perdite di elementi solubili;
- possibilmente utilizzare le leguminose come fonte di azoto;
- non impiegare prodotti ottenuti per sintesi chimica;
- salvaguardare lattivit degli organismi vegetali e animali che vivono
nel terreno;
- contenere i fenomeni erosivi.
Diversi sono i fattori su cui si pu agire per migliorare la fertilit
del terreno dal punto di vista fsico, e che attengono al miglioramento del
rapporto tra aria e acqua nel suolo. Per migliorare le condizioni fsiche di
un terreno fondamentale occuparsi del fattore acqua e della struttura del
terreno dalla quale dipende anche la sua porosit. lapporto di sostanza
organica migliora la porosit e la capacit di ritenzione dellacqua, laera-
zione del suolo, la vita del terreno, la struttura, la resistenza meccanica, il
colore, il pH, la fertilit chimica, favorendo pertanto un migliore sviluppo
delle radici.
i microrganismi e la fauna del terreno costituiscono un importante fat-
tore della fertilit non solo chimica ma anche fsica. la loro attivit dipende in
primo luogo dallumidit, dalla temperatura, dallaerazione e dalla presenza
di sostanza organica.
nellagricoltura a basso impatto ambientale la fertilit e lattivit biolo-
gica dei suoli devono essere mantenute o incrementate, combinando le diver-
se tecniche di copertura e protezione del suolo (inerbimento, sovescio, ecc.)
attraverso limpiego dei residui vegetali e derivanti dagli allevamenti ani-
mali, con lobiettivo di contenere al minimo limpiego di mezzi provenienti
dallesterno dellazienda. tale modalit di gestione sostenibile del suolo si
pu conseguire attraverso lapplicazione di diverse pratiche, come:
- lutilizzo di coperture vegetali, rappresentate dallinerbimento con la
coltivazione di specie da sovescio, in particolare di leguminose, che
232 GianfranCo Ciola
sono in grado di fssare azoto aumentando il contenuto di questo ele-
mento nutritivo nel terreno;
- lincorporazione nei suoli di materiale organico proveniente dalla
stessa azienda o da altre aziende che praticano metodi di coltivazione a
basso impatto ambientale;
- luso di fertilizzanti esterni allazienda sia organici, sia minerali (di
origine naturale), da ipotizzare solo nel caso i sistemi sopra citati non
si siano mostrati effcienti nel garantire la fertilit e la normale attivit
biologica dei suoli.
Inerbimento e lavorazioni
lerosione idrica un problema in molti dei nostri terreni soprattutto
in quelli che presentano un minimo di pendenza. in Puglia la piovosit si
concentra in periodi in cui il terreno pu essere ancora nudo. lerosione idri-
ca provoca notevoli danni e in alcuni casi pu farsi sentire, seppur in tono
minore, lerosione eolica. lunica difesa in entrambi i casi, mantenere una
copertura vegetante del terreno. Con linerbimento le propriet fsiche del
terreno vengono migliorate dalla presenza di un ftto capillizio radicale che si
distribuisce uniformemente e pi o meno profondamente a seconda delle spe-
cie, inoltre la presenza di apparati radicali fttonanti favorisce linfltrazione
profonda dellacqua soprattutto nel caso di piogge intense.
la gestione del suolo attraverso le lavorazioni, determina maggiori per-
dite di sostanza organica per mineralizzazione, fenomeni di erosione in terre-
ni in pendenza ed una minore portanza del terreno, soprattutto subito dopo il
verifcarsi di piogge. linerbimento permanente (gestito con numerosi sfalci
per ridurre al minimo la competizione per lacqua) pu rappresentare la giusta
soluzione per salvaguardare il contenuto di sostanza organica del suolo.
nei terreni che rimangono nudi dallautunno alla primavera inoltrata, si
verifca una notevole perdita per lisciviazione di elementi nutritivi e di azoto
in particolare. il risultato di ci doppiamente negativo perch si ha un im-
poverimento del terreno ed un inquinamento della falda freatica. Al contrario
un terreno coperto agisce in due modi: da un lato ostacola il ruscellamento
(scorrimento superfciale) dellacqua, dallaltro incamera gli elementi nutriti-
vi nei tessuti vegetali, bloccandoli momentaneamente sotto forma organica e
rendendoli disponibili in seguito con la decomposizione dei tessuti vegetali.
I deserti antropogenici 233
il cotico erboso va controllato effettuando un primo sfalcio allinizio
della primavera e gli altri in seguito quando lo stesso raggiunge circa 20 cm
di altezza.
nel periodo primaverile-estivo, grazie agli sfalci si crea uno strato pac-
ciamante che permette di ridurre le perdite di acqua per evaporazione.
Per non ridurre la capacit di ricaccio dellerba, laltezza del taglio da
terra deve essere di 5-6 cm.
indicativamente, linerbimento permanente pu fornire 3-6 t/ha/anno di
sostanza secca, pari a 0,6-1,8 t/ha/anno di humus.
in sintesi linerbimento presenta numerosi vantaggi:
- permette di mantenere o incrementare il livello di sostanza organica del
terreno;
- favorisce la presenza di organismi utili che aiutano nel controllo di
quelli dannosi;
- riduce lerosione nei terreni in pendenza;
- diminuisce il compattamento del suolo causato dal passaggio dei mezzi
meccanici;
- permette lo sviluppo dellapparato radicale anche negli strati superfcia-
li di terreno;
- diminuisce la perdita di azoto per lisciviazione e, quindi, i rischi di in-
quinamento degli strati profondi del terreno e delle falde; determina una
migliore disponibilit del fosforo e del potassio e degli altri elementi
nutritivi lungo il proflo del terreno;
- se comprende leguminose, pu fornire azoto immediatamente assimila-
bile;
- nel caso degli oliveti agevola lesecuzione della raccolta (pi facile
spostamento dei teli e movimentazione delle macchine e riduzione dei
rischi di infangatura delle olive) e della potatura.
Impiego di materiale organico di origine vegetale o animale
Per conservare o migliorare la fertilit del terreno di grande impor-
tanza lapporto di sostanza organica. i materiali organici di origine vegetale
o animale che possono essere utilizzati per la fertilizzazione, sono numerosi:
- letami di bovini, ovini, caprini, equini, ecc.;
234 GianfranCo Ciola
- compost;
- pollina;
- sovescio;
- residui di potatura;
- residui dei processi di trasformazione delle olive, quali la sansa e le
acque di vegetazione.
tali materiali organici rilasciano gradualmente gli elementi nutritivi,
fornendo gli stessi man mano che sono richiesti dalle piante. i primi due ma-
teriali rientrano tra gli ammendanti organici di origine vegetale o animale, ca-
ratterizzati da una bassa concentrazione di sostanze nutritive e da un elevato
contenuto di sostanza organica e di fora batterica.
importante che i materiali organici impiegati siano facilmente repe-
ribili in zona, soprattutto tenendo sempre presente il rapporto costi-benefci
delle somministrazioni.
nellottica di ridurre gli input esterni, rilevante impiegare una tecnica
di fertilizzazione che utilizzi al meglio i residui della fliera olivicola, come il
materiale di potatura o la sansa vergine e le acque di vegetazione che residua-
no dai processi di trasformazione.
Per luso delle sanse e dei refui di frantoi oleari (acque di vegetazione),
occorre rispettare la specifca normativa, che stabilisce i limiti di accettabi-
lit e le modalit duso. A questultimo riguardo, le dosi massime di sansa o
acqua di vegetazione tal quali, che possono essere somministrate sono di 50
m
3
/ha/anno se tali materiali sono stati ottenuti con sistemi a pressione (di-
scontinui) di estrazione dellolio dalle olive e di 80 m
3
/ha/anno se sono state
ottenute con sistemi continui di estrazione dellolio dalle olive.
le sanse e le acque di vegetazione possono anche essere miscelate con
altri materiali per ottenere un compost con un valore fertilizzante maggio-
re. A tale riguardo, potrebbe essere utile compostare la sansa e le acque di
vegetazione con il materiale di potatura dellolivo, con laggiunta di paglia,
materiale sfalciato, letame e/o pollina, ecc., magari direttamente in campo per
ridurre i costi del successivo trasporto.
la somministrazione di letame o di altri materiali organici compostati
o no (ad es. le sanse) andrebbe fatta in autunno/inverno dopo la raccolta. Se il
terreno gestito mediante lavorazioni e si esegue un intervento in autunno, la
distribuzione andrebbe fatta prima di tale intervento.
I deserti antropogenici 235
in oliveti privi di inerbimento, con produzioni di 30-40 q/ha, la ferti-
lizzazione pu essere effettuata interrando i residui di potatura trinciati ed
apportando annualmente 20-30 t/ha di letame o di compost con composizione
equivalente. Per oliveti con produzioni superiori occorre aumentare lapporto
di letame/compost.
Unaltra possibilit consiste nellalternare lapporto di letame/compost e
lesecuzione del sovescio (di graminacee e leguminose o di sole leguminose).
Se il terreno gestito mediante inerbimento o sovescio, consigliabile
triturare i residui di potatura al momento del sovescio o dello sfalcio del pra-
to. tale abbinamento, soprattutto con il sovescio, molto utile per sopperire
alla temporanea possibile sottrazione di azoto da parte dei microrganismi de-
molitori dei materiali legnosi (materiale di potatura). Sarebbe opportuno ef-
fettuare apposite concimazioni che apportino azoto prontamente disponibile
(20-30 kg/ha di azoto), somministrando letame o compost, tale apporto per
massimizzare leffetto, andrebbe interrato. linterramento, anche parziale,
potrebbe coincidere con la rottura del prato fatta per arieggiare il terreno,
che potrebbe essere eseguita ogni 2 anni a flari alterni, raddoppiando le dosi
annuali. Se non necessario effettuare la rottura del prato, e/o se il terreno
a forte rischio di erosione, il letame/compost pu essere lasciato in superfcie.
Sovescio (concimazione verde)
Come gi accennato la fertilit pu anche essere assicurata attraverso la
pratica del sovescio. in particolare il sovescio apporta sostanza organica nelle
situazioni in cui limpiego di letame o compost risulta non praticabile (es. non
reperibili in zona/alti costi di trasporto), in quanto consente apporti di sostan-
za organica secca fno a 4-6 t/ha, che corrispondono a 0,4-1,2 t/ha di humus.
in Puglia dove le estati sono lunghe e gli inverni miti, possibile pra-
ticare il sovescio adottando numerose specie erbacee autunno-primaverili
(leguminose, graminacee, crucifere, ecc.) seminate singolarmente o in mi-
scuglio.
in genere il miscuglio di diverse specie per la costituzione di una co-
pertura verde da interrare risulta migliore delluso di una singola specie
grazie alleffetto complementare offerto dalle diverse piante. Combinando
leguminose a radici fttonanti con graminacee a radici fascicolate si ottiene
un miglioramento della fertilit sia in termini chimici che fsici (struttura/
236 GianfranCo Ciola
permeabilit/porosit). Una pratica ben radicata, soprattutto negli ambienti
semi-aridi, quale quello pugliese, prevede la coltivazione di specie a ciclo
autunno-primaverile da sovesciare in marzo o aprile.
le specie con ciclo autunno-primaverile pi utilizzate in Puglia sono
rappresentate da graminacee e leguminose; molto comuni i miscugli di orzo
e favino o di orzo e veccia. Si pu scegliere di coltivare sole leguminose nel
caso si voglia privilegiare lapporto dellazoto massimizzando quindi la fssa-
zione di questo elemento. orientativamente, il sovescio con leguminose pu
rendere disponibili da 50 a 100 kg di azoto/ha.
Gestione delle lavorazioni
in particolare affnch la gestione del suolo persegua lobiettivo di pre-
servare e migliorare le risorse naturali e ambientali, tenendo in conto al con-
tempo della necessit di contenere i costi di gestione, bisognerebbe prestare
attenzione alla modalit di attuazione ed al numero delle lavorazioni che, tal-
volta, possono risultare dannose per la struttura del suolo e per la biodiversit
in genere e che costituiscono un onere dal punto di vista fnanziario.
Si ribadisce che, per limitare gli inconvenienti delle lavorazioni, si pu
sostituire la lavorazione autunnale con uno sfalcio delle piante spontanee, in
modo da avere il terreno inerbito nel periodo autunno-primaverile; ci, faci-
literebbe laccesso delle macchine nei campi riducendo i fenomeni erosivi.
6. Conclusioni
le cause che innescano i processi di desertifcazione in Puglia sono
dovuti in parte ai cambiamenti climatici in atto e in parte a dannose pratiche
agronomiche che generano ulteriori danni sulla qualit del paesaggio agrario
pugliese.
occorre porre rimedio a ci attraverso la diffusione di pratiche agro-
nomiche di aridocoltura in grado di non depauperare la fertilit del suolo at-
traverso limpiego di specie e variet native resistenti alla siccit; il recupero
di tecniche di lavorazione del suolo (inerbimenti controllati al posto delle
lavorazioni meccaniche) e colturali volte alla riduzione dellerosione; luso
di fertilizzanti organici.
I deserti antropogenici 237
Ma per contrastare il rischio di desertifcazione occorre anche agire sul-
la consapevolezza di ognuno, mediante la giusta informazione e formazione
dei cittadini e degli agricoltori sugli effetti negativi di pratiche agricole oggi
ampiamente diffuse e sensibilizzando e coinvolgendo la popolazione locale
ad un utilizzo consapevole della risorsa idrica. Molte di queste pratiche pur
apparendo oggi innovative provengono da una cultura agricola appartenuta ai
nostri progenitori.
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GaeTano ladiSa
Combattere il degrado delle risorse naturali per
una agricoltura sostenibile
Sommario: 1. Il Mediterraneo: un sistema minacciato; 2. Il degrado delle risorse naturali in Puglia;
3. La sostenibilit in agricoltura: una sfda raccolta dallIstituto Agronomico Mediterraneo di Bari.
1. il Mediterraneo: un sistema minacciato
il Mediterraneo uneco-regione ben defnita, caratterizzata da una
grande diversit di paesaggi, suoli, acque e biodiversit animale e vegetale. il
suo paesaggio si co-evoluto attraverso linterazione tra le sue caratteristiche
geo-climatiche e lazione costante della presenza umana. lungo queste coste
sono sorte le grandi civilt, qui che nata lagricoltura, qui luomo ha pra-
ticato per la prima volta lirrigazione e la coltivazione stanziale delle piante,
fornendo cos un contributo determinante alla nascita della civilt moderna.
Sistemi tradizionali di gestione del territorio e delle sue risorse, perfettamente
adattati alle diversit delle situazioni morfologiche ed ecologiche, hanno rea-
lizzato nel Mediterraneo un complesso mosaico di paesaggi ed ecosistemi di
differente produttivit.
lungo i suoi 46.000 km di costa si affacciano 22 paesi e 430 milioni di
abitanti chiamano il Mediterraneo la loro casa e da esso traggono sosten-
tamento.
Questa enorme pressione antropica, esercitata sin dalle epoche pi anti-
che, ha inevitabilmente portato ad un intenso sfruttamento delle risorse natu-
rali: acqua, suolo e biodiversit.
bench si possa affermare che il paesaggio mediterraneo si sia anda-
to modifcando proprio sotto lazione costante della presenza umana condi-
zionando, al contempo, le modalit di vita delle popolazioni residenti sulle
sue sponde, innegabile che, negli ultimi decenni, il degrado ambientale in
questarea abbia subito unaccelerazione, mettendo in moto delle tendenze
irreversibili. tra queste possiamo evidenziare:
240 GaeTano ladiSa
- la conversione di habitat naturali in terreni agricoli, aree urbane o altri
ecosistemi antropizzati;
- le pratiche agricole poco razionali che attraverso limpiego di fertiliz-
zanti, pesticidi, metalli pesanti, stressano incessantemente i nostri suoli;
- la perdita di terreni agricoli a causa della salinizzazione e dellalcaliniz-
zazione;
- laumento dellurbanizzazione sulle regioni costiere (sulla base dei pro-
getti in atto, il 50% del litorale mediterraneo rischia di essere cementif-
cato entro il 2025) e il loro conseguente sovrapopolamento e, alloppo-
sto, labbandono delle aree marginali dellentroterra;
- linquinamento delle aree costiere e marine, lerosione dei litorali e
limpoverimento delle risorse ittiche;
- il progressivo impoverimento della biodiversit e lincombente perico-
lo legato al diffondersi di specie esotiche invasive in grado di compete-
re con le specie endemiche;
- lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, gi minacciate dallim-
poverimento e dal decadimento qualitativo;
- lesposizione della regione, sempre pi vulnerabile, ad eventi climatici
estremi (inondazioni, smottamenti, terremoti, tsunami, siccit, incendi)
con impatto diretto e immediato sul sostentamento e sul benessere di
larga parte della popolazione.
nonostante sia diffcile valutare i costi del degrado ambientale, questi
sono chiaramente signifcativi: secondo stime della banca Mondiale, tali costi
assommano ad oltre il 3% del Pil in alcuni Paesi dellAfrica del nord.
il Mediterraneo deve affrontare queste sfde nel nuovo millennio che
richiedono sempre pi lapplicazione di forme sostenibili delluso del terri-
torio. la scelta di lungo termine tra uno sviluppo diseguale e uno sviluppo
congiunto basato su un forte senso di destino comune nella regione.
2. il degrado delle risorse naturali in Puglia
nel 2008 la Regione Puglia ha realizzato il Progetto Pilota
1
Attuazione
1
il progetto sinquadra nellambito dellAccordo di programma, stipulato in data 19 dicembre 2006
(prot. n. DDS/2006/13780), tra il Ministero dellAmbiente e della tutela del territorio e del Mare, il
Combattere il degrado delle risorse naturali 241
sperimentale della nuova Direttiva per la protezione del suolo fnalizzata alla
lotta alla desertifcazione in Puglia che, in coerenza con le linee Guida re-
datte dal Comitato nazionale per la lotta alla Siccit ed alla Desertifcazione
ed applicando sperimentalmente il percorso metodologico indicato nellam-
bito della Proposta di Direttiva per la protezione del suolo del Parlamento
europeo e del Consiglio (CoM(2006) 232 del 22.9.2006), ha tracciato un
quadro dello stato del processo di desertifcazione
2
nel territorio regionale,
defnendone criticit e priorit di intervento.
Accanto a fattori climatici (clima semi-arido con periodi siccitosi pro-
lungati ed improvvisi eventi piovosi di forte intensit e con tendenza ad una
riduzione delle piogge e ad un innalzamento graduale delle temperature) e
pedologici (suoli tendenzialmente poveri di sostanza organica e con marcata
tendenza allerosione), sono stati individuati numerosi fattori antropici in
grado di ridurre la resilienza del sistema acqua-suolo-habitat (lurbanizza-
zione massiccia delle aree costiere della regione e la concentrazione nelle
stesse aree delle attivit produttive industriali e residenziali, la competizione
nelluso delle risorse idriche con altri settori produttivi, la produzione di rifu-
ti e refui con conseguente inquinamento del suolo e delle acque sotterranee e
costiere) diminuendo la capacit dello stesso di rispondere alle determinanti
della degradazione. lintensivizzazione dellagricoltura (che interessa qua-
si l84% del territorio regionale) pu essere considerata una delle principali
cause di origine antropica del degrado del suolo e quindi del processo di de-
sertifcazione in Puglia (ladiSa 2007; reGione puGlia 2008) (fg. 1).
la necessit di mantenere elevate le produzioni (a fronte di una contra-
zione generalizzata della Superfcie Agricola Utilizzabile che in Puglia, tra il
1982 e il 2007, ha raggiunto il 21%) provoca un aumento degli input di pro-
duzione (irrigazione, fertilizzanti, ftofarmaci, meccanizzazione) con impatti
sulle acque superfciali/sotterranee e sulle caratteristiche fsico-chimiche del
suolo.
Comitato nazionale per la lotta alla Siccit ed alla Desertifcazione e la Regione Puglia. il progetto
stato condotto dallAssessorato allecologia della Regione Puglia in collaborazione con ARPA Puglia,
iAMb, ineA e CnR-iRSA.
2
la desertifcazione il degrado delle terre nelle aree aride, semiaride e sub-umide secche, attribui-
bile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attivit antropiche; la defnizione quella
adottata dalla Convenzione delle nazioni Unite per la lotta contro la Siccit e la Desertifcazione (Un
Convention to Combat Drought and Desertifcation UnCCD) entrata in vigore il 26 dicembre 1996 e
ratifcata, ad oggi, da pi di 190 Paesi.
242 GaeTano ladiSa
in particolare si osserva:
- il sovrasfruttamento delle acque sotterranee causa soprattutto nel sud
della Puglia del fenomeno dellintrusione salina;
- lirrigazione con acque saline che provoca il rapido decadimento delle
propriet chimico-fsiche del suolo agrario (le aree del territorio puglie-
se in cui tali fenomeni raggiungono ormai livelli pi che preoccupanti
sono il Salento, lArco ionico tarantino ed il litorale Adriatico);
- leccessivo uso di fertilizzanti (in Puglia si distribuiscono, in media,
poco meno di 70 kg/ha di concimi azotati, ben superiori ai 54 kg/ha
somministrati nelle altre regioni del Mezzogiorno) che conduce allin-
quinamento delle falde sotterranee ed alla modifcazione delle caratte-
ristiche chimiche del terreno;
- lintensifcazione dei cicli produttivi, che conduce ad una riduzione del-
la sostanza organica e della fertilit, innescando il conseguente incre-
Figura 1. Flowchart degli effetti dellagricoltura intensiva sul degrado dei suoli e sul processo di de-
sertifcazione (fonte: ladiSa 2007, modif.).
Combattere il degrado delle risorse naturali 243
mento nel consumo di fertilizzanti allo scopo di mantenere i livelli di
produttivit desiderati;
- la meccanizzazione spinta che causa del compattamento del suolo con
alterazione delle sue propriet fsiche ed idrauliche; tra le lavorazioni
agricole particolarmente impattante risulta essere lo spietramento che
altera completamente il proflo originario del terreno creando un suolo
artifciale che rapidamente perde le caratteristiche di fertilit;
- la sostituzione della vegetazione naturale (arbustiva ed arborea) con
colture erbacee a ciclo breve che riducono il pool di sostanza organica
del suolo, dipendono dallirrigazione ed hanno una minor capacit di
resistere alla siccit oltre a presentare una minore diversit genetica.
Allorch le coltivazioni non possono pi essere economicamente so-
stenute, le aree marginali sono abbandonate innescando una serie di processi
anche di tipo socio-economico (spopolamento delle aree interne, invecchia-
mento della popolazione rurale, riduzione degli occupati in agricoltura). in
tali aree, venendo a mancare la funzione di presidio del territorio esercitata
dallagricoltura tradizionale, rapidamente si innescano fenomeni di degrada-
zione, spesso connotati dallerosione e dal dissesto idrogeologico
3
.
Partendo dallanalisi delle succitate criticit, il Progetto ha individuato
specifche linee dAzione che stanno trovando concretizzazione in misure
operative nellambito della Programmazione 2007-13 della Regione Puglia
(PSR, Po FeSR, Programma triennale Ambiente) in corso di attivazione.
la prima linea di intervento proposta quella della protezione del
suolo che individua azioni per il ripristino della sostanza organica nei suoli
pugliesi, la mitigazione dei fenomeni di salinizzazione ed alcalinizzazione, la
bonifca dei suoli contaminati, il contrasto ai fenomeni di dissesto anche attra-
verso la riqualifcazione e lincremento delle superfci forestali, la limitazione
dei fenomeni di compattamento dei terreni agrari.
Altra importante linea di intervento quella della gestione sostenibile
delle risorse idriche che individua quali obiettivi prioritari la razionalizza-
zione degli usi plurimi della risorsa idrica, il ripristino degli equilibri e della
3
Secondo le indagini condotte dal Ministero dellAmbiente sono 64 i comuni pugliesi (pari al 24,8%
del totale) caratterizzati da un livello di rischio idrogeologico defnito molto elevato o elevato. in
particolare la provincia di Foggia a presentare il dato pi rilevante con 38 comuni pari a circa il 59%
dellintero territorio regionale soggetto a rischio, seguita dalle province di lecce, brindisi e taranto e
bari.
244 GaeTano ladiSa
funzionalit del sistema idrogeologico, ladozione di un piano di gestione
congiunta della risorsa idrica che permetta di quantifcare le disponibilit di
acqua, i fabbisogni delle colture e le limitazioni duso necessarie a ottimiz-
zare e razionalizzare il consumo della risorsa, lincremento e miglioramento
delle azioni volte al riuso a fni irrigui delle acque refue depurate, il contrasto
dei fenomeni di salinizzazione della falda, ladozione di tecniche di coltiva-
zione eco-compatibili e lintroduzione di colture non idroesigenti.
la linea di intervento riduzione dellimpatto delle attivit produt-
tive defnisce azioni volte a limitare gli impatti delle pratiche agricole in-
tensive e idroesigenti ed alla diffusione una cultura ambientalista nel tessuto
imprenditoriale regionale al fne di favorire un razionale impiego delle risorse
disponibili.
la quarta linea di intervento individuata quella del riequilibrio del
territorio che si concentra su azioni volte alla messa a punto di una meto-
dologia analitico-valutativa di pianifcazione integrata, basata su un modello
di indicatori di sostenibilit ambientale di stato e di monitoraggio, alla defni-
zione e applicazione di procedure di negoziazione con gli attori locali, al re-
cupero e riqualifcazione dei suoli degradati per processi di dissesto, erosione,
salinizzazione, contaminazione, ecc.
infne, stata defnita una linea di intervento orizzontale che si propo-
ne di potenziare il sistema di monitoraggio regionale rispetto alle problemati-
che della lotta alla desertifcazione e alla siccit, di dare vita ad un articolato
sistema di formazione e informazione, necessario ad educare gli operatori
agricoli, gli imprenditori, i tecnici e lintera collettivit ad un uso sostenibile
delle risorse ambientali coinvolgendo gli stakeholders in processi partecipa-
tivi decisionali sulle tematiche legate alla siccit e alla lotta alla desertifca-
zione, al fne di favorire laccesso alle informazioni attenuando i fenomeni di
confittualit tra gli stessi.
Da quanto detto, tale Piano dAzione risulta fortemente incardinato sul
paradigma della sostenibilit, un principio che a pi di 20 anni dalla sua prima
formulazione
4
, divenuto sempre pi un criterio di base dellattivit econo-
mica e sociale, rappresentando una sfda globale da coniugare a scala locale.
4
il concetto di sostenibilit, emerso nei primi anni 70, si diffuso con maggiore enfasi nel 1987, con
il Rapporto bruntland in cui era defnito come development that meets the needs of the present without
compromising the ability of future generations to meet their own needs.
Combattere il degrado delle risorse naturali 245
3. la sostenibilit in agricoltura: una sfda raccolta dallistituto Agrono-
mico Mediterraneo di bari
il CiHeAM (Centre international de Hautes etudes Agronomiques
Mditerranennes) un organismo internazionale con sede a Parigi, costitu-
ito nel 1961 per iniziativa delloCSe (organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo in europa) e del Consiglio deuropa. ne fanno parte 13 Paesi
dellarea mediterranea: Spagna, Portogallo, Francia, italia, Albania, Grecia,
Malta, turchia, libano, egitto, tunisia, Algeria e Marocco.
la missione del CiHeAM promuovere lo sviluppo sostenibile
dellagricoltura mediterranea.
Per attuarla ha fondato quattro istituti Agronomici Mediterranei (iAM),
che hanno sede a bari (italia), Montpellier (Francia), Saragozza (Spagna) e
Chania (Grecia), ciascuno dei quali opera in specifci campi di attivit.
Articolandosi attraverso attivit di ricerca scientifca applicata, forma-
zione deccellenza ed interventi sul territorio, le azioni dello iAM di bari si
indirizzano al raggiungimento dei seguenti obiettivi:
la valorizzazione della risorsa umana come fattore determinante dello
sviluppo sostenibile dellagricoltura mediterranea;
lapprofondimento, lampliamento e la diffusione delle conoscenze
scientifche come fattore determinante del miglioramento delle tecniche
produttive;
la diffusione della cultura della cooperazione internazionale come fat-
tore determinante dello sviluppo socio-economico e della coesistenza
solidale dei popoli mediterranei.
Agendo in partenariato con circa 50 istituzioni formative e di ricerca
nei paesi membri, il CiHeAM opera per lo sviluppo dei sistemi educativi e
linsegnamento post-universitario, nel campo della ricerca scientifca appli-
cata e della progettazione di interventi nellambito dei programmi della co-
operazione internazionale. liAM di bari opera in quattro aree tematiche:
1) Gestione del suolo e delle risorse idriche, che propone, come strate-
gia di gestione, lintegrazione tra il risparmio idrico (ottenuto attraverso
il miglioramento delleffcienza duso e delle prestazioni dei sistemi
irrigui tanto a scala comprensoriale quanto a scala aziendale) e la con-
servazione delle risorse acqua (anche mediante luso di risorse idriche
246 GaeTano ladiSa
non convenzionali) e suolo (diffondendo tecniche di protezione dei suo-
li dallerosione idrica ed eolica).
2) Protezione integrata delle colture frutticole mediterranee, che pro-
muove la gestione sostenibile delle principali affezioni delle piante me-
diterranee (agrumi, palme, vite, olivo, fruttiferi) attraverso azioni volte
allo studio dei patogeni, alla prevenzione dallintroduzione e diffusione
di organismi pericolosi nella regione mediterranea ed alla lotta attiva
biologica.
3) Agricoltura biologica Mediterranea si pone come obiettivo di soste-
nere lo sviluppo agricolo nel bacino del Mediterraneo attraverso corsi
di formazione, attivit di ricerca e cooperazione nel campo dellagri-
coltura biologica, occupandosi nello specifco della gestione dei sistemi
colturali e della fertilit del suolo, della qualit dei prodotti agricoli e re-
cupero dei sottoprodotti, della agro-biodiversit, dei metodi di controllo
biologico di infestanti e patogeni delle principali colture mediterranee.
Sono inoltre presi in considerazione gli aspetti legati alleconomia e
marketing dei prodotti biologici e quelli legati alle politiche di sostegno
al settore biologico.
4) Agricoltura Sostenibile e Sviluppo Rurale si pone come obiettivo il
rafforzamento delle capacit istituzionali nellambito dellagricoltura
sostenibile e della lotta alla povert nella regione del Mediterraneo e dei
balcani. le sue attivit sono volte a sensibilizzare gli operatori agricoli
sulle tematiche della sostenibilit dei mezzi di sussistenza nelle aree
rurali promuovendo, a livello locale, lagricoltura e lo sviluppo rurale
attraverso il coinvolgimento degli attori interessati, facilitando il dialo-
go tra i vari settori produttivi.
emerge con evidenza quanto il know-how dellistituto possa contribui-
re alla diffusione di pratiche sostenibili in agricoltura in grado di raggiungere
gli obiettivi del Piano dAzione precedentemente descritti.
nei suoi quasi 50 anni di esistenza, listituto Agronomico Mediterraneo
di bari ha stabilito un rapporto unico con gran parte dei paesi che circondano
il Mediterraneo basando il proprio modello di cooperazione su principi di
lealt, del rispetto per le culture, religioni e costumi di vita dei popoli.
le cooperazioni avviate dallistituto Agronomico Mediterraneo di bari
(iAMb) con le istituzioni territoriali europee e con i Paesi vicini sono fon-
Combattere il degrado delle risorse naturali 247
date su programmi e progetti basati su di un armonico equilibrio tra sviluppo
economico, tutela dellambiente e delle sue risorse, puntando ad una coo-
perazione duratura e profcua inquadrata nellambito di strategie, priorit e
programmi pluriennali.
listituto opera in collaborazione continua e sistematica con il Ministe-
ro degli Affari esteri della Repubblica italiana (MAe), la cui Direzione Ge-
nerale per la Cooperazione e lo Sviluppo (DGCS) costituisce il suo principale
riferimento. Molto stretta la collaborazione con lUnione europea, con gli
organismi internazionali della cooperazione allo sviluppo (in particolare con
la FAo e la banca Mondiale), con gli organismi scientifci internazionali
5
,
con i governi e le istituzioni scientifche nazionali dei Paesi Mediterranei ed
anche con le Regioni italiane, prima fra tutte la Puglia.
la funzione peculiare che liAM di bari svolge nelle attivit di coope-
razione quella di stimolo e di catalizzazione. Alla proposta delle iniziative,
infatti, si accompagna unazione a pieno campo mirante a mobilitare tutte le
competenze locali governative, scientifche, tecniche ed imprenditoriali
affnch collaborino strettamente fra loro nelle fasi di studio e realizzazione,
sviluppando il massimo di sinergia.
Alla progettazione degli interventi sono invitate a collaborare le istitu-
zioni scientifche del Paese di volta in volta interessato, le quali possono, cos,
avvalersi del patrimonio di conoscenze ed esperienze dellistituto, delle sue
competenze specifche, delle sue strutture, delle sue attrezzature e delle sue
risorse umane.
Certamente, lo studio e lapplicazione di innovazioni coerenti con la
sostenibilit ambientale, sociale ed economica del sistema agricolo allarga-
to sono pi diffcili nelle regioni dei Paesi emergenti, dove vanno studiate
e sperimentate forme di sostenibilit funzionali ad ecosistemi spesso fragili
(perch sfruttati per sopperire alle esigenze della popolazione, o perch mar-
ginalizzati dalla desertifcazione e dalla salinit) rendendole coerenti con le
legittime aspirazioni di sviluppo e di sicurezza delle popolazioni.
5
listituto Agronomico Mediterraneo di bari uno dei fondatori del GWP (Global Water Partnership),
membro del suo Comitato tecnico Consultivo per la regione mediterranea ed ha la responsabilit
di tutte le sue iniziative in materia di agricoltura irrigua nellambiente mediterraneo. tra i membri
fondatori del Consiglio Mondale dellAcqua (WWC) e nel 1996 stato scelto come sede del Consiglio
per il Mediterraneo. inoltre sede del segretariato di AgrobioMediterraneo, il Gruppo mediterraneo
delliFoAM (Federazione internazionale dei Movimenti per lAgricoltura biologica).
248 GaeTano ladiSa
Proprio dallincontro con le realt di questi Paesi, dallascolto degli
agricoltori, dalla costruzione di rapporti ancor prima che di progetti condivisi,
i ricercatori dello iAMb traggono insegnamenti, success stories che cerca-
no di trasferire, attraverso processi partecipativi, alla realt agricola pugliese,
sperimentando innovativi modelli di equilibrio fra produttivit e funzionalit
dellagricoltura, fra impiego delle risorse naturali e loro durevole salvaguar-
dia, per consentire la rigenerazione naturale del capitale ambientale e delle
sue funzioni ecologiche nellinteresse delle prossime generazioni.
Unagricoltura mediterranea sostenibile deve garantire il fondamentale
diritto alla sicurezza alimentare per il maggior numero di esseri umani, ma con
minori impatti sul suolo, sullacqua, sulla biodiversit e con minori consumi
di materia e di energia. tale fne pu essere raggiunto, in un clima di solidale
cooperazione politica internazionale e di attiva partecipazione di tutti, se vi
sar una forte espansione delle conoscenze scientifche e delle innovazioni
tecnologiche, nella maturazione delle attitudini e capacit di uomini e donne.
Cooperazione, Ricerca e Formazione: una sfda che listituto Agronomico
Mediterraneo di bari ha raccolto da tempo con responsabilit.
Combattere il degrado delle risorse naturali 249
Bibliografa
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ture. oxford University Press, oxford, United Kingdom.
marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
le risorse idriche in italia: aspetti quantitativi e
qualitativi
lacqua una sostanza indispensabile per la vita: il mezzo in cui
avvengono tutte le reazioni metaboliche degli organismi viventi e la sua pre-
senza il fattore condizionante pi importante per la sopravvivenza nella
biosfera. Gi questo sarebbe suffciente per giustifcare una sua utilizzazio-
ne razionale, tuttavia negli scorsi decenni si verifcato uno sfruttamento
eccessivo che ha portato allimpoverimento delle risorse idriche disponibili.
Allo stesso tempo si avuto laumento della domanda, rendendo necessaria la
gestione sostenibile di questa preziosa sostanza, defnita dallUneP (United
nations environment Programme) nella Strategia Mediterranea per lo Svi-
luppo Sostenibile una risorsa scarsa e fragile, distribuita in maniera disegua-
le nel tempo e nello spazio.
Per analizzare la situazione delle acque in italia, sono stati utilizzati i
dati pubblicati dalliStAt nel 2007 e relativi agli anni dal 1990 al 2006.
Una prima informazione riguarda le portate medie annue dal 1990 al
2006, espresse in metri cubi al secondo, determinate nelle stazioni di misura
pi prossime alla foce, di alcuni corsi dacqua rappresentativi delle diverse
realt territoriali.
252 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
Stazione di misura
Fonte: ISTAT- Statistiche ambientali.
Dalla tabella si pu notare che i fumi con la maggiore portata annua
media si trovano nelle regioni del nord italia (vedere ripartizioni geografche
riportate in coda), con una portata complessiva di 1794 metri cubi al secondo,
Corsi
dacqua
Denomina-
zioni
Regione Sigla
Pro-
vincia
Comune Distanza
dalla foce
(km)
Superfcie
del baci-
no di
dominio
(km2)
Portata me-
dia
annua degli
ultimi trenta
anni
(metri cubi al
secondo)
Periodo di
osservazione
(ultimi
trenta anni
disponibili)
brenta barziza Veneto Vi bassano del
Grappa
105 1567 63,2 1960-66
1969-77
1982-83
1987-96
2004-05
Adige boara Pi-
sani
Veneto PD boara Pisani 51 11954 188,5 1969-77
1980-86
1989-00
2004-05
Po Pontelago-
scuro
emilia
Romagna
Fe Ferrara 91 70091 1542,5 1963-06
Arno S.Giovanni
alla Vena
toscana Pi Vicopisano 37 8186 78,5 1977-06
tevere Roma-
Ripetta
lazio RM Roma 43 16.545 194,9 1976-91
1993-06
Pescara S.teresa Abruzzo Pe Spoltore 9 3.125 43,6 1965-76
1986-03
biferno Altopan-
tano
Molise Cb Portocannone 9 1290 10,8 1966-77
1986-03
Volturno Cancello ed
Arnone
Campania Ce Cancello ed
Arnone
18 5.558 73,6 1961-75 1979
1992-93
1995-06
Sele Albanella Campania SA Albanella 10 3.235 47,0 1976-94
1996-06
tirso Rifornitore
tirso ponte
statale
Sardegna SS illorai 592 90 2,99 1967-97
ofanto S. Samuele
di Cafero
Puglia FG San Ferdinan-
do di Puglia
25 2.716 10,5 1967-97
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 253
i due fumi dellitalia centrale, e cio tevere e Arno, hanno una portata com-
plessiva di 273 metri cubi al secondo, mentre i fumi del sud italia sono i pi
poveri: la loro portata complessiva di 188 metri cubi al secondo. inoltre i
fumi con maggiore portata media annua sono quelli con superfcie di bacino
di dominio pi elevata. Questi dati evidenziano la diseguale distribuzione
geografca di acqua nel nostro Paese.
la portata media annua dipende sia dallestensione del bacino imbrifero,
sia dallentit delle precipitazioni che alimentano il corso dacqua. in italia le
precipitazioni sono nella maggior parte dei casi concentrate nei mesi compresi
fra ottobre e marzo. Per garantire la disponibilit di acqua in tutti i 12 mesi
dellanno, sono stati costruiti dei grandi invasi che immagazzinano il defusso
nei mesi piovosi per poi utilizzarlo nel resto dellanno. inoltre diffusa la pra-
tica del trasferimento di risorse fra compartimenti idrografci, per assicurare
quanto pi possibile una uniforme disponibilit in tutto il territorio nazionale.
Ad esempio la Puglia utilizza lacqua proveniente dagli invasi della basilicata.
importante anche analizzare eventuali variazioni della portata media
annua di questi corsi di acqua nellarco di pi anni. i dati sono riportati nella
tabella seguente:
Portata media annua di alcuni corsi dacqua - Anni 1990-2006
(metri cubi al secondo)
Differenza tra la portata media annua e la portata media annua degli ultimi
trenta anni (valori percentuali)
Fonte: Regioni.
CORSI
DACQUA
Stazioni di
misura
1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006
brenta barziza -42,4 -19,7 6,7 -18,7 -27,0 -37,3 -1,1 . . . . . . . 4,1 -24,7 .
Adige boara Pisani -23,6 -0,7 -2,2 8,5 -3,8 -15,2 -11,3 -1,4 6,1 16,0 10,2 . . . -3,9 -32,00 .
Po Pontelagoscuro -41,3 -11,9 -1,7 18,0 23,9 8,4 34,1 -22,0 -14,6 -7,2 27,0 12,6 25,1 -33,5 -7,1 -39,0 -40,2
Arno S.Giovanni alla
Vena
-39,5 25,8 41,8 -2,7 -14,5 0,8 17,7 -17,0 -25,4 -5,7 -6,9 -5,0 -28,5 -27,6 47,2 56,9 -39,7
tevere Roma-Ripetta -34,6 20,9 .. -17,6 -6,0 -31,1 -7,4 3,9 -3,9 -8,0 -18,6 -14,3 -32,9 -26,2 -0,5 1,4 -16,5
Pescara S.teresa 1,8 2,0 2,1 1,8 1,8 1,7 1,8 1,7 2,2 2,6 2,3 2,2 2,2 2,6 . . .
biferno Altopantano 5,2 10,1 12,6 6,4 11,1 5,8 9,5 10,6 6,8 11,6 3,9 1,6 5,0 13,9 . . .
Volturno Cancello ed
Arnone
. . -34,5 -45,8 . -37,2 -8,8 -20,8 -38,1 -21,1 -57,3 -64,2 -78,5 -46,7 -29,2 18,2 -49,1
Sele Albanella -30,3 -33,2 . -48,2 . . 0,6 -48,8 -30,7 -28,4 -49,2 -63,8 -60,7 -25,7 -33,1 -8,5 -24,2
ofanto S. Samuele di
Cafero
-46,6 -55,6 -64,8 -36,3 -15,4 -19,9 -22,7 -42,4
tirso Rifornitore
tirso ponte
statale
-62,5 11,5 -18,1 -58,5 -53,2 -82,2 48,6 -49,5
254 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
Si pu notare che le percentuali riportate nella tabella hanno, nella
maggior parte dei casi, valore negativo, il che indica una diminuzione della
portata media annua e quindi un impoverimento delle risorse idriche da essi
rappresentate dai relativi corsi dacqua.
Per valutare le condizioni dei corpi idrici presenti in italia importan-
te anche conoscerne la qualit. in base al testo Unico Ambientale (Decreto
legislativo 3 aprile 2006 n 152), la qualit ambientale di un corpo idrico
legata alla sua capacit di conservare i naturali processi di autodepurazione e
di sostenere comunit vegetali ed animali ampie e ben diversifcate, mentre
la qualit per specifca destinazione di un corpo idrico ne individua lo stato
adatto ad un particolare utilizzo da parte delluomo.
le statistiche iStAt disponibili purtroppo non riportano dati relativi ai
corsi dacqua delle regioni meridionali, tuttavia vengono indicati ugualmente
i parametri utilizzati.
indici Classe i Classe ii Classe iii Classe iV Classe V
ibe > 10 8 - 9 6 - 7 4 - 5 1, 2, 3
lim 480 - 560 240 - 475 120 - 235 60 - 115 < 60
il lim (livello di inquinamento da macrodescrittori) un indicatore
sintetico di inquinamento delle acque superfciali, introdotto dal D.lgs 152/99,
attualmente non pi in vigore poich abrogato dal testo unico sullambiente
(Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152). lindicatore descrive in modo
sintetico la qualit delle acque utilizzando un insieme di parametri defniti
macrodescrittori: Percentuale di ossigeno disciolto, bod
5
, Cod, nH
4
(azoto
ammoniacale), no
3
(azoto nitrico), fosforo totale, escherichia Coli. A valori
elevati dellindice corrispondono livelli di inquinamento elevati.
il biomonitoraggio ambientale si basa sulla risposta quantitativa di de-
terminati organismi viventi a diversi livelli di inquinamento e valuta la qualit
ecologica dei diversi ambienti. Uno degli indicatori utilizzati per le acque
correnti libe (indice biotico esteso), basato sulle modifcazioni della com-
posizione delle comunit di macroinvertebrati sensibili sia a fattori di inqui-
namento, sia ad alterazioni fsiche dellambiente fuviale. i valori decrescenti
dellindice vanno intesi come un progressivo allontanamento dalla condizio-
ne ottimale o attesa, defnita sulla base di una struttura della comunit che
in condizioni di naturalit dovrebbe colonizzare quella determinata tipologia
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 255
fuviale. nel monitoraggio di qualit delle acque considerato un metodo
complementare al controllo chimico e fsico delle acque.
le classi di qualit hanno il seguente signifcato [Apat, irsa-Cnr (2003)]:
Classe i: Ambiente non alterato in modo sensibile
Classe ii: Ambiente con moderati sintomi di alterazione
Classe iii: Ambiente alterato
Classe iV: Ambiente molto alterato
Classe V: Ambiente fortemente degradato
A questo punto necessario analizzare il percorso seguito dallacqua
che esce dai nostri rubinetti. lacqua viene prelevata da una fonte e, attraver-
so la rete di distribuzione di un acquedotto, giunge nelle nostre abitazioni,
uffci, negozi, scuole ecc., dopo aver subito trattamenti di potabilizzazione.
lacqua utilizzata in ambito domestico viene eliminata attraverso gli scarichi
che confuiscono nella rete fognaria. Questa trasporta i liquami fno ad un
impianto di depurazione, in cui lacqua viene depurata e quindi scaricata in
un corpo idrico recettore che pu essere un mare, un lago oppure un fume.
i dati quantitativi sono riportati nella tabella seguente.
Volumi di acqua ad uso potabile per regione - Anno 2005
(migliaia di metri cubi)
REGIONI Acqua
prelevata
Acqua
potabilizzata
Acqua immessa
nelle reti di
distribuzione
Acqua erogata
italia 8.705.837 2.709.316 7.799.364 5.450.554
nord 4.004.541 1.606.200 3.710.515 2.795.911
Centro 1.651.073 307.562 1.533.702 1.055.490
Mezzogiorno 3.050.223 795.554 2.555.148 1.599.153
Puglia 174.475 100.266 458.023 245.788
Fonte: istat, Sistema delle indagini sulle acque 2005.
Si pu notare che in tutte le aree geografche del nostro Paese lacqua
prelevata pi di quella erogata; questa differenza dovuta principalmente
alle perdite di rete, per cui una gestione e manutenzione attenta degli acque-
dotti eviterebbe sprechi di questa risorsa preziosa. inoltre in Puglia lacqua
erogata pi di quella prelevata perch lAcquedotto Pugliese utilizza una
256 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
notevole quantit di acqua proveniente dagli invasi della basilicata.
lagricoltura lattivit economica maggiomente coinvolta nel con-
sumo di risorse idriche, soprattutto in italia, dove le condizioni climatiche
di tipo mediterraneo rendono necessario rimediare alla mancanza di acqua,
meteorica o disponibile nel terreno, attraverso lirrigazione. nella tabella se-
guente vengono indicati dati relativi alla superfcie irrigata nel nostro paese
Aziende agricole e relativa superfcie irrigabile e irrigata per regione -
Anno 2003 (superfcie in ettari)
Fonte: istat, indagine struttura e produzioni delle aziende agricole, Anno 2003.
(a) le aziende totali comprendono le aziende con superfcie agricola utilizzata e/o superfcie ad arbo-
ricoltura da legno
(b) la superfcie coltivata comprende la superfcie agricola utilizzata e la superfcie ad arboricoltura da
legno.
occorre specifcare che la superfcie irrigabile la superfcie dellazien-
da che, nel corso dellanno, potrebbe essere irrigata in base alla quantit di
acqua disponibile ed alla potenzialit degli impianti a disposizione dellazien-
da, mentre la superfcie irrigata quella che nel corso dello stesso anno viene
effettivamente irrigata. Si nota sia a livello nazionale che regionale che la
superfcie irrigata minore di quella irrigabile.
importante anche conoscere il metodo di irrigazione, in quanto
unazienda agricola pu utilizzare una o pi fonti dacqua per lirrigazione.
le fonti si distinguono in:
- acque superfciali: poste allinterno dellazienda (bacini naturali e arti-
fciali interamente situati nellazienda o utilizzati da una sola azienda) o
REGIONI Aziende con
superfcie irrigabile
Superfcie irrigabile Aziende con
superfcie irrigata
Superfcie irrigata
numero % su
aziende
totali
(a)
Valori
assoluti
% su
superfcie
coltivata (b)
numero % su
aziende
totali (a)
Valori
assoluti
%
superfcie
coltivata
(b)
Italia 710.522 36,2 3.977.206 30,0 622.541 31,7 2.763.510 20,9
nord 246.489 51,2 2.382.831 50,1 215.629 44,8 1.740.831 36,6
Centro 77.623 24,3 368.849 15,2 62.347 19,5 194.785 8,0
Mezzogiorno 386.410 33,3 1.225.526 20,2 344.565 29,7 827.894 13,7
Puglia 85.204 30,0 408.050 31,8 74.171 26,1 286.773 22,4
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 257
al di fuori dellazienda (laghi naturali e laghetti artifciali, fumi o corsi
dacqua);
- acquedotto o altre reti comuni di distribuzione: ossia fonti esterne
allazienda diverse dalle acque superfciali al di fuori dellazienda ed
accessibili ad almeno due aziende;
- acque sotterranee ossia fonti situate nellazienda, o nelle vicinanze, che
utilizzano acqua pompata da pozzi forati o scavati o che fuisce libera-
mente da fonti naturali o simili;
- acque refue depurate vale a dire le acque refue provenienti da impianto
di depurazione;
- acque desalinizzate, derivanti da fonti altamente saline che vengono
trattate per ridurne la concentrazione di sale prima dellutilizzazione;
- acque salmastre, derivanti da fonti a basso tenore salino, che possono
essere utilizzate direttamente senza trattamento.
Dai dati riportati nella tabella si ricava la potenziale pressione sulle
diverse fonti idriche.
Superfcie irrigata per tipo di fonte e regione - Anno 2003
(valori assoluti in ettari) - Composizioni percentuali
FONTE SINGOLA
REGIONI Acqua
superfciale
Acquedotto Acqua
sotterranea
Acque refue
depurate,
desalinizzate e
salmastre
Pi di
una
fonte
Totale
itAliA 38,3 18,6 24,0 0,1 19,0 100,0
nord 48,6 18,8 11,6 0,1 21,0 100,0
Centro 36,2 7,9 41,2 0,1 14,6 100,0
Mezzogiorno 17,1 20,9 46,2 0,1 15,7 100,0
Puglia 6,9 12,1 67,6 0,2 13,2 100,0
Fonte: istat, indagine struttura e produzioni delle aziende agricole, Anno 2003.
Si pu notare che a livello nazionale predomina lapprovvigionamen-
to da fonti superfciali (38,3% della superfcie irrigata), mentre in Puglia le
aziende agricole utilizzano nella maggior parte dei casi la sola acqua sotterra-
nea per lirrigazione (67,6% della superfcie irrigata). tale dato in armonia
con quello delle regioni meridionali, in cui lirrigazione con acque sotterranee
258 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
riguarda il 46,2% della superfcie agricola. da segnalare anche lo scarso
ricorso ad acque refue, destalinizzate e salmastre che a livello nazionale sono
usate solo per lo 0,1% della superfcie irrigata.
Come gi detto, le acque refue utilizzate in ambito agricolo sono quelle
risultanti dai processi di depurazione dei liquami fognari. esistono diversi
gradi di depurazione: se tutti i refui fognari confuiscono nel depuratore (o in
pi depuratori) si parla di grado di depurazione completo, se vi confuiscono
in parte e per la parte rimanente vengono scaricati direttamente nel corpo idri-
co recettore senza subire un trattamento di depurazione, il grado di depurazio-
ne parziale, se i refui fognari vengono scaricati totalmente nel corpo idrico
recettore senza subire un trattamento di depurazione il grado di depurazione
assente. il concetto di confuenza allimpianto di depurazione implica che
limpianto sia in esercizio indipendentemente dalla tipologia di trattamento
effettuata dal depuratore.
nella tabella viene indicato il grado di depurazione relativo ai comuni
italiani.
Comuni e popolazione residente secondo la presenza del servizio di
fognatura e il grado di depurazione delle acque refue convogliate nella
rete fognaria per regione - Anno 2005 (valori percentuali)
Grado di depurazione nei comuni con il servizio di fognatura
Fonte: istat, Sistema delle indagini sulle acque 2005.
REGIONI Depurazione
completa
Depurazione
parziale
Depurazione
assente
Comuni privi
del servizio di
fognatura
totale
numero
Comuni
Popolazione
residente
numero
Comuni
Popolazione
residente
numero
Comuni
Popolazione
residente
numero
Comuni
Popolazione
residente
numero
Comuni
Popolazione
residente
ITALIA 56,4 55,4 37,2 40,8 5,8 3,2 0,7 0,6 100,0 100,0
nord 57,2 60,5 39,0 37,8 3,5 1,6 0,3 0,1 100,0 100,0
Centro 37,8 31,4 51,5 64,9 10,7 3,7 0,1 --- 100,0 100,0
Sud 62,2 61,9 28,3 31,5 7,9 5,1 1,5 1,5 100,0 100,0
Puglia 87,5 95,6 3,1 0,8 0,5 0,0 8,9 3,6 100,0 100,0
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 259
in italia il 56,4% dei comuni e il 55,4% della popolazione usufruisce
della depurazione completa, mentre il 5,8% dei comuni, corrispondente al
3,2% della popolazione, presenta depurazione assente. in Puglia l87,5% dei
comuni ed il 95,6% della popolazione caratterizzato dal grado di depurazio-
ne completo.
Depurare un liquame signifca sottoporlo a trattamenti che, imitando i
processi naturali dei corpi idrici, determinano labbattimento della sostanza
organica (misurata in boD
5
e CoD) e della carica patogena. in pratica il
refuo da depurare viene messo a contatto con popolazioni microbiche che
degradano gli inquinanti presenti nelle acque, trasformandoli parte in compo-
sti pi semplici, parte in nuovi microrganismi che formano i fanghi di risulta
dellimpianto di trattamento.
Ci sono diversi livelli di trattamento dei refui:
trattamenti preliminari, ossia in trattamenti di grigliatura, dissabbiatura
e separazione dei grassi e servono per separare dal liquame le sostanze
solide estranee che potrebbero causare problemi agli impianti di depu-
razione;
trattamenti primari, che rimuovono buona parte dei solidi sospesi totali,
prevalentemente di natura organica, presenti nel liquame da trattare.
Questi trattamenti avvengono per decantazione meccanica nei bacini di
sedimentazione, con o senza uso di sostanze focculanti che aumentano
la sedimentabilit delle particelle;
trattamenti secondari, che abbattono la sostanza organica biodegradabi-
le sospesa e disciolta nelle acque di scarico, utilizzando batteri ed altri
organismi;
trattamenti terziari, che consentono di rimuovere effcacemente sostan-
ze non eliminate completamente con i trattamenti primario e seconda-
rio, quali microrganismi, sali nutritivi, sostanze organiche (si possono
attuare la nitrifcazione-denitrifcazione, la precipitazione del fosforo,
la clorazione e altri trattamenti chimico-fsici).
260 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
Impianti di depurazione delle acque refue urbane in esercizio e Abitanti
equivalenti serviti (Aes).effettivi per tipologia di trattamento e regione
al 31 dicembre 2005
impianti per tipologia di trattamento
Fonte: istat, Sistema delle indagini sulle acque 2005.
in Puglia la maggior parte degli impianti di depurazione giunge fno ai
trattamenti secondari, mentre a livello nazionale la maggior parte degli im-
pianti svolge i soli trattamenti primari.
i refui trattati provenienti dai depuratori nella maggior parte dei casi
vengono scaricati nei corpi idrici recettori, dove spesso causano inquinamen-
to, provocato dalleccessiva concentrazione di sostanza organica e di nutrien-
ti come azoto e fosforo. Questi ultimi sono essenziali per lo sviluppo degli
organismi vegetali e, se sono presenti nelle acque in concentrazioni elevate,
provocano lo sviluppo abnorme di alghe (foriture algali), con conseguenze
dannose per gli ecosistemi acquatici. Questo spiega perch necessario eli-
minarle dai liquami con i trattamenti terziari. Queste stesse molecole vengono
somministrate ai terreni agricoli per migliorarne la fertilit, quindi riutilizzare
i refui trattati in ambito agricolo permetterebbe sia di risparmiare acqua, sia
di recuperare preziosi nutrienti che altrimenti andrebbero persi.
Per comprendere meglio i benefci derivanti da tale pratica, il caso di
analizzare il ciclo dellazoto (n). Questo elemento fa parte di importanti mo-
lecole biologiche come proteine ed acidi nucleici. esso molto abbondante in
atmosfera di cui costituisce il 79%, tuttavia pu essere assimilato ed utilizzato
dagli esseri viventi solo se combinato con altri elementi.
ReGioni Primario Secondario terziario totale
numero Aes numero Aes numero Aes numero Aes
ITALIA 8.416 4.439.968 5.515 33.863.306 1.692 30.925.703 15.623 69.228.977
nord 6.153 2.514.041 2.680 13.452.864 763 17.922.903 9.596 33.889.808
Centro 1.256 260.465 1.343 6.732.556 378 6.628.755 2.977 13.621.776
Sud 1.007 1.665.462 1.492 13.677.886 551 6.374.045 3.050 21.717.393
Puglia 21 104.053 108 2.433.485 69 1.787.726 198 4.325.264
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 261
la prima tappa del suo ciclo la fssazione, cio il procedimento chi-
mico in cui lazoto gassoso (n
2
) forma composti chimici assimilabili. il prin-
cipale processo naturale di fssazione realizzato da alghe azzurre, da batteri
simbionti di piante (Rhizobium), e batteri non simbionti (Azotobacter, Clostri-
dium) che usando azoto ed idrogeno producono ammoniaca (nH
3
):
n
2
g 2n (attivazione dellazoto)
2n + 3 H
2
g 2nH
3
lammoniaca cos prodotta viene convertita in nitrito da batteri come
quelli del genere Nitrosomonas:
nH
3
+ o
2
g Hno
2
+ H
2
o (reazione di nitrosazione)
il nitrito viene trasformato in nitrato da batteri del genere Nitrobacter:
Kno
2
+ o
2
g Kno
3
(reazione di nitrifcazione)
i nitrati cos formati vengono assimilati dai vegetali ed utilizzati per
sintetizzare amminoacidi e proteine. Queste molecole vengono utilizzate a
loro volta dagli animali erbivori e carnivori. le piante e gli animali morti
vengono attaccati da vari organismi che trasformano le molecole organiche
complesse in composti pi semplici e facilmente utilizzabili.
Per esempio gli amminoacidi (es. glicina CH
2
nH
2
CooH) vengono de-
gradati a biossido di carbonio ed acqua con produzione di ammoniaca in una
reazione di ammonifcazione, svolta da batteri come quelli dei generi Desul-
fovibrio e Clostridium:
C H
2
nH
2
CooH + o
2
g 2Co
2
+ H
2
o + nH
3
lammoniaca cos prodotta rientra nel ciclo attraverso le reazioni di
nitrosazione e nitrifcazione.
lazoto viene restituito allatmosfera da cui e stato prelevato grazie al
processo di denitrifcazione, in cui i nitrati vengono trasformati in azoto mo-
lecolare gassoso:
5C
6
H
12
o
6
+ 24 Kno
3
g 30Co
2
+ 18H
2
o

+ 24 KoH + 12n
2

in condizioni naturali il ciclo dellazoto, come quello di tutti gli ele-
menti chimici, chiuso, cio i prelievi sono bilanciati dalle restituzioni
262 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
allambiente; purtroppo gli interventi umani hanno turbato questo equilibrio,
poich viene immesso nel ciclo pi azoto di quanto ne venga effettivamente
utilizzato e restituito in atmosfera. in questo caso i principali responsabili
degli squilibri sono la fssazione industriale per la produzione di fertilizzanti
sintetici, nonch gli sversamenti di composti azotati di rifuto in atmosfera
(prodotti di combustione), nelle acque e al suolo.
Fonte: Human alteration ofthe global nitrogrn cycle:Causes and consequences P.M. Vitousek, C.J.
Aber, R. W.Howarth, G.E. Likens, P.A.Matson, D.W. Schindler, W.H.Scelesinger, ,G.D. Tilman.
Dai dati della tabella si pu notare che i rilasci di origine artifciale
superano di ben 80 miliardi di tonnellate i rilasci di origine naturale. tutto
questo azoto in eccesso si trasforma in nitrato, che si accumula nelle acque
dove come gi detto, produce eutrofzzazione e conseguenti foriture algali.
la necessit di una gestione corretta dei fertilizzanti nota da tempo,
infatti vengono attuate diverse pratiche per ridurre leccessivo utilizzo dei nu-
trienti. Un primo intervento lanalisi fsico-chimica del terreno agrario, per
conoscerne le caratteristiche fsiche (come la composizione in sabbia, limo e
argilla) e chimiche (pH, disponibilit in elementi nutritivi, capacit di scam-
bio cationico, rapporto di assorbimento del sodio, ecc.). Sulla base di que-
ste informazioni si pu determinare un piano di concimazione annuale, che
consente di modulare la distribuzione dei fertilizzanti, tenendo conto della
disponibilit di nutrienti nel terreno, del potenziale dilavamento realizzato da
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 263
precipitazioni e/o irrigazioni, del ritmo di assorbimento da parte delle coltu-
re in atto. lobiettivo massimizzare lassorbimento da parte delle piante e
minimizzare gli sprechi, con vantaggio economico per lagricoltore e ridotta
pressione sullambiente.
in contrasto con le buone pratiche di fertilizzazione si considera la bru-
ciatura dei residui vegetali, ossia la pratica della rimozione dal campo, me-
diante bruciatura, dei sottoprodotti della coltivazione (es. paglie dei cereali,
potature, altri residui colturali).
la tabella seguente presenta lo stato di adozione di queste pratiche in
italia.
Aziende con pratiche di fertilizzazione per regione - Anno 2003
Pratiche di fertilizzazione
REGIONI
Analisi chimico-fsica
del terreno negli ultimi
5 anni
Applicazione
di un piano di
concimazione annuale
bruciatura dei
residui colturali
itAliA 110.278 500.091 131.345
nord 59.213 151.305 27.339
Centro 17.499 75.483 15.800
Mezzogiorno 33.566 273.303 88.205
Puglia 5.842 63.828 9.758
Fonte: istat, indagine struttura e produzioni delle aziende agricole.
la tabella successiva mostra le quantit di concimi distribuite nel com-
plesso e per ettaro di superfcie potenzialmente concimabile. i dati relativi ai
fertilizzanti si riferiscono al contenuto in elementi nutritivi dei fertilizzanti
venduti e non al peso complessivo degli stessi.
264 marino SpiloTroS, daniela GuariGlia
Le risorse idriche in Italia: aspetti quantitativi e qualitativi 265
Dalla fgura si pu notare che lutilizzo di composti azotati ha registrato
un aumento negli ultimi 25 anni, ad indicare la costante necessit di sommi-
nistrare questo elemento ai suoli per garantire buone rese colturali. Come gi
detto, una valida alternativa allimpiego dei concimi sintetici potrebbe essere
lutilizzo di refui depurati. naturalmente questa pratica deve essere svolta te-
nendo conto delle caratteristiche del suolo e delle esigenze delle coltivazioni.
in conclusione il riutilizzo di acque refue in ambito agricolo deve esse-
re considerata una buona pratica per realizzare una gestione sostenibile delle
risorse idriche. Alla base vi la concezione ecologica che considera gli scarti
delle attivit umane non pi come rifuti di cui ci si deve liberare perch inu-
tili, ma come risorse da recuperare e riutilizzare.
Ripartizioni geografche
nord: emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, liguria, lombardia, Piemonte,
trentino Alto Adige, Valle dAosta, Veneto.
Centro: lazio, Marche, toscana, Umbria
Mezzogiorno: Abruzzo, basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna,
Sicilia
267
Glossario
Abitanti equivalenti serviti (Aes): rappresentano lunit di misura con cui viene
convenzionalmente espresso il carico inquinante organico biodegradabile in arrivo
allimpianto di depurazione attraverso il sistema di fognatura esistente.
Abitanti Equivalenti (AE oppure AbEq): si defnisce un Abitante equivalente
(Ae), ai sensi dellart. 74 della Parte iii del D.lgs. 152/2006, intendendo il cari-
co organico biodegradabile avente una richiesta biochimica di ossigeno a 5 giorni
(BOD
5
) pari a 60 grammi di ossigeno al giorno; ovvero si assegna ad un abitante
equivalente il carico organico che potrebbe effettivamente attribuirsi ad una perso-
na, defuito fno allimpianto di depurazione; vale lequivalenza: 1 abitante equi-
valente = 60 grammi/giorno di boD
5
. tale defnizione utilizzata nel linguaggio
tecnico-scientifco per indicare la capacit di abbattimento del carico inquinante di
un impianto di depurazione esistente o per misurarla in fase di progettazione di un
depuratore.
Acqua erogata: lacqua che giunge al rubinetto di ogni cittadino-utente del Ser-
vizio idrico e pu coincidere con quella effettivamente consumata dai diversi utenti,
salvo perdite dacqua.
Acqua immessa nella rete di distribuzione: costituita dallacqua addotta dagli
acquedotti e/o da apporti diretti da pozzi e sorgenti.
Acqua potabilizzata: rappresenta quella parte di acqua prelevata che, non rispettan-
do i requisiti di legge, sottoposta a processi di trattamento fsici e chimici che la
rendono idonea per il consumo umano prima di essere distribuita attraverso la rete
del servizio idrico.
Acqua prelevata: lacqua sottratta allambiente attraverso le diverse tipologie di
fonti di prelievo (sorgenti, pozzi, fumi, laghi naturali, bacini artifciali, acque ma-
rine o salmastre di superfcie). Pu alimentare lacquedotto o direttamente la rete di
distribuzione comunale dellacqua potabile.
Bacino di dominio: bacino idrografco sotteso ad una determinata sezione del corso
dacqua.
268
Bacino idrografco: area che convoglia tutte le proprie acque in determinati sistemi
fuviali.
BOD: (biochemical oxygen demand, domanda biochimica di ossigeno): esprime
il quantitativo di ossigeno necessario allossidazione biologica del carico organico
biodegradabile presente in un refuo. e, pertanto, una misura indiretta della concen-
trazione della sostanza organica presente in un refuo che pu essere biodegradata
da microrganismi.
Convenzionalmente misurato il bod
5
, i.e. il consumo di ossigeno dopo unanalisi di
5 giorni. il bod
5
pur non corrispondendo al bod
u
, (bod ultimo, che esprime il quanti-
tativo di ossigeno necessario alla completa ossidazione biologica del carico organico
presente nel refuo), pi facilmente misurabile e corrisponde allossidazione di cir-
ca il 60-70% del carico organico biodegradabile complessivo. la scelta della durata
dellanalisi pari a 5 giorni da attribuire alla United Kingdom Royal Commission
on Sewage Disposal che tra il 1898 e il 1915 defn il concetto di bod nellambito
di uno studio sullinquinamento delle acque dei fumi inglesi, caratterizzati da una
lunghezza tale che il tempo di residenza idraulica risulta inferiore a 5 giorni.
COD (chemical oxygen demand, domanda chimica di ossigeno): esprime il quanti-
tativo di ossigeno necessario allossidazione chimica del carico organico presente in
un refuo. Sebbene sia una misura semplice e immediata (la prova dura circa 3 ore),
non fornisce indicazioni sullentit del carico organico biodegradabile e di quello
organico non biodegradabile. Per le acque refue civili il rapporto bod
5
/Cod , in
genere, pari a circa 0,5
Concime: qualsiasi sostanza naturale o sintetica, minerale od organica, idonea a
fornire alle colture lelemento o gli elementi chimici della fertilit a queste necessa-
rie per lo svolgimento del loro ciclo vegetativo e produttivo, secondo le forme e le
solubilit prescritte dalla legge.
Fertilizzazione, pratiche di: includono interventi quali:
- lanalisi fsico-chimica del terreno, per la conoscenza delle caratteristiche fsiche
(come la composizione in sabbia, limo e argilla) e chimiche (pH), disponibilit in
elementi nutritivi, capacit di scambio cationico, rapporto di assorbimento del sodio,
ecc.) del terreno agrario;
- lapplicazione di un piano di concimazione annuale, che consente di modulare la
distribuzione dei fertilizzanti sia nelle quantit complessive sia nel formulato, te-
nendo conto della disponibilit di nutrienti nel terreno, del potenziale dilavamento
realizzato da precipitazioni e/o irrigazioni, del ritmo di assorbimento da parte delle
Glossario 269
colture in atto. lobiettivo la massimizzazione dellassorbimento da parte delle
piante e la minimizzazione degli sprechi, con vantaggio economico per lagricoltore
e ridotta pressione sullambiente. in contrasto con le buone pratiche di fertilizza-
zione si considera la bruciatura dei residui vegetali, ossia la pratica della rimozione
dal campo, mediante bruciatura, dei sottoprodotti della coltivazione (es. paglie dei
cereali, potature, altri residui colturali)
Impianto di depurazione delle acque refue urbane: si intende una installazione
adibita alla depurazione di acque refue provenienti da insediamenti civili ed even-
tualmente da insediamenti produttivi (impianti misti), cui possono mescolarsi le ac-
que meteoriche e quelle di lavaggio delle superfci stradali. le vasche imhoff sono
da considerarsi impianti di depurazione a tutti gli effetti.
Impianto di depurazione a fanghi attivi: impianto di depurazione in cui la rimo-
zione del carico organico biodegradabile avviene ad opera di microrganismi aerobi
che lo convertono in tessuto cellulare. la separazione della biomassa avviene me-
diante ununit di sedimentazione.
Fanghi primari: miscuglio acquoso estratto dallunit di sedimentazione primaria
posta a monte del reattore biologico.
Fanghi secondari o biologici: miscuglio acquoso estratto dallunit di sedimenta-
zione secondaria posta a valle del reattore biologico.
Portata di un corso dacqua (metri cubi al secondo): volume di acqua (in metri
cubi) che attraversa una sezione defnita di un corso dacqua in una determinata unit
di tempo (secondo).
Processo aerobico: processo biologico operato da batteri aerobi che sopravvivono
soltanto in presenza di ossigeno.

Processo anaerobico: processo biologico operato da batteri anaerobi che sopravvi-
vono soltanto in assenza di ossigeno.
Processo a biomassa adesa: processo biologico in cui i microrganismi colonizzano
un mezzo/supporto inerte quali rocce, sabbie o materiali speciali in plastica o cera-
mica.
270
Processo a biomassa sospesa: processo biologico in cui i microorganismi vengono
mantenuti in sospensione nel liquido.
Processo di nitrifcazione: processo biologico a due stadi attraverso il quale lam-
moniaca viene prima convertita in nitriti e poi in nitrati.
Rete di distribuzione dellacqua potabile: il complesso di opere (tubazioni, ser-
batoi, impianti di pompaggio, eccetera), relativo allintero territorio comunale, che
partendo dalle vasche di accumulo (serbatoi, vasche di carico) adduce lacqua ai
singoli punti di utilizzazione (abitazioni, stabilimenti, negozi, uffci eccetera).
Rete fognaria: si tratta del sistema di condotte per la raccolta e il convogliamento
delle acque refue domestiche o il miscuglio di queste con acque refue industriali,
assimilabili alle acque refue urbane, e/o acque meteoriche di dilavamento.
Solidi totali: rappresentano la totalit delle sostanze presenti in una soluzione. Sono
defniti come la materia residua in un processo di evaporazione a 105C.
Solidi volatili: frazione volatile dei solidi totali alla temperatura di 550C. tale fra-
zione costituita da materia organica.
Trattamenti biologici: la rimozione degli inquinanti avviene principalmente per
biodegradazione, attraverso lazione di biomasse costituite da popolazioni micro-
biche.
Trattamenti chimici: la rimozione o la trasformazione dei contaminanti avviene per
effetto di reazioni chimiche. e.g.: precipitazione, disinfezione, adsorbimento.
Trattamenti fsici: si tratta di trattamenti in cui prevale lapplicazione di principi
fsici. e.g.: grigliatura, miscelazione, focculazione, sedimentazione, fltrazione.
271
indice normativa di Riferimento
Normativa Internazionale
Convenzione di Ramsar 2 febbraio 1971: Zone umide di importanza internazionale
Normativa Comunitaria
Direttiva 2009/90/Ce della Commissione delle Comunit europee, che stabilisce,
conformemente alla direttiva 2000/60/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio,
specifche tecniche per lanalisi chimica e il monitoraggio dello stato delle acque.
Direttiva 2008/98/Cee: Direttiva relativa ai rifuti
Direttiva 2006/118/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006
sulla protezione delle acque sotterranee dallinquinamento e dal deterioramento.
Direttiva 2006/11/Ce del Parlamento europeo e Consiglio, del 15 febbraio 2006 con-
cernente linquinamento provocato da certe sostanze pericolose scaricate nellam-
biente idrico della Comunit.
Direttiva 2001/42/Cee: Direttiva relativa alla valutazione degli effetti di determinati
piani e programmi sullambiente.
Direttiva 2000/76/Cee: Direttiva relativa alla norme sullincenerimento dei rifuti
Direttiva 2000/60/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2000
che istituisce un quadro per lazione comunitaria in materia di acque, modifcata
dalla Decisione 2001/2455/Ce e dalla Direttiva 2008/32/Ce.
Direttiva 1992/43/Cee: Direttiva relativa alla conservazione degli habitat naturali e
seminaturali della fora e della fauna selvatiche
Direttiva 1991/676/Cee: Direttiva relativa alla protezione delle acque dallinquina-
mento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole.
Direttiva 1991/271/Cee: Direttiva del Consiglio del 21 maggio 1991 concernente il
trattamento delle acque refue urbane. Modifcata Direttiva 98/15/Ce della Commis-
sione del 27 febbraio 1998.
Direttiva: 1986/278/Cee: Direttiva relativa alla protezione dellambiente, in parti-
colare del suolo, nellutilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura.
272
Direttiva 1979/409/Cee: Direttiva relativa alla conservazione degli uccelli selvatici
Normativa Nazionale
D. lgs n. 219/2010:Standard di qualit ambientale nel settore della politica delle
acque - Attuazione della direttiva 2008/105/Ce.
D. M. 17/12/2009: istituzione del sistema di controllo della tracciabilit dei rifuti, ai
sensi dellarticolo 189 del Decreto legislativo n. 152 del 2006 e dellarticolo 14-bis
del Decreto-legge n. 78 del 2009 convertito, con modifcazioni, dalla legge n. 102
del 2009.
l. n. 205/2008: Conversione in legge, con modifcazioni, del Decreto-legge 3 no-
vembre 2008, n. 171, recante misure urgenti per il rilancio competitivo del settore
agroalimentare.
D. lgs. n. 4/2008: Ulteriori disposizioni correttive ed integrative del Decreto legi-
slativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale.
D. lgs. n. 152/2006, Parte iii: norme in materia ambientale - Stralcio delle nor-
me in materia di difesa del suolo e lotta alla desertifcazione, di tutela delle acque
dallinquinamento e di gestione delle risorse idriche (G.U. n. 88 del 14/04/2006 -
S.o. n. 96) - testo vigente, aggiornato e coordinato, da ultimo, al D.lgs. n. 56/2009,
legge n.36/2010, D.lgs. 10 dicembre 2010, n. 219.
D. M n. 185/2003: Ministero dellAmbiente e della tutela del territorio. Regola-
mento recante norme tecniche per il riutilizzo delle acque refue in attuazione dellar-
ticolo 26, comma 2, del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152. (GU n. 169 del
23-7-2003)
D. lgs. n. 133/2005: Attuazione della Direttiva 2000/76/Ce, in materia di inceneri-
mento dei rifuti
D. lgs. n. 42/2004: recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio ai sensi
dellarticolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137 - [Cod. Urbani]
D. M. 19.04.1999: Approvazione del Codice di buone Pratiche Agricole
D. lgs. 490/99: t.U. beni Culturali ed Ambientali
D. M. 27.03.1998: Modifcazione allallegato 1C della legge 19 ottobre 1984, n. 748,
Indice Normativa di Riferimento 273
recante nuove norme per la disciplina dei fertilizzanti.
l. n. 36/1994 - [legge Galli]: Disposizioni in materia di risorse idriche.
D. lgs. n 99/1992: Disposizioni sulla tutela delle acque dallinquinamento e rece-
pimento della direttiva 91/271/Cee concernente il trattamento delle acque refue
urbane e della direttiva 91/676/Cee relativa alla protezione delle acque dallinqui-
namento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole. Abrogato dallart. 175
D.Lgs. 03.04.2006, n. 152 - Attuazione della direttiva 86/278/Cee concernente la
protezione dellambiente, in particolare del suolo, nellutilizzazione dei fanghi di
depurazione in agricoltura.
l. n. 144/1989: Conversione in legge, con modifcazioni, del decreto legge 2 marzo
1989, n.66, recante disposizioni urgenti in materia di autonomia impositiva degli enti
locali e di fnanza locale.
l. n. 431/1985: [legge Galasso]: Conversione in legge con modifcazioni del decre-
to legge 27 giugno 1985, n. 312 concernente disposizioni urgenti per la tutela delle
zone di particolare interesse ambientale.
l. n. 748/1984: nuove norme per la disciplina dei fertilizzanti.
l. n. 5/1975: Conversione in legge, con modifcazioni, del decreto-legge 14 icem-
bre1974, n. 657, concernente la istituzione del Ministero per i beni culturali e am-
bientali
l. n. 778/1922: tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare inte-
resse storico.
Normativa Regionale
D.G.R. n. 2668/2009: Piano Regionale di Gestione dei rifuti Speciali.
D. G. R. n. 1441/2009 - Piano di tutela delle Acque della Regione Puglia - art.
121 del D. lgs. n. 152/2006, approvato con Deliberazione del Consiglio Regio-
nale n.230 del 20 ottobre 2009, insieme alle Linee Guida contenute nellAlle-
gato.2 al PtA tra cui: Disciplina insediamenti ricadenti allinterno delle zone di
rispetto delle opere di captazione per lapprovvigionamento di acque destina te al
consumo umano ; Disciplina scarichi di acque refue domestiche o assimilate
per insediamenti inferiori ai 10.000 AE e; Disciplina delle acque meteoriche
274
di dilavamento e di prima pioggia; Disciplina delle zone di protezione speciale
idrogeologica; Disciplina degli impianti di riutilizzo delle acque refue depurate
D.G.R. n. 2460/2008: Disciplina relativa al regime di condizionalit PAC: modifche
e integrazioni
D.G.R. n. 883/2007: Adozione, ai sensi dellarticolo 121 del Decreto legislativo n.
152/2006, del Progetto di Piano di tutela delle Acque della Regione Puglia.
D.G.R. n. 19/2007: Programma dazione per le zone vulnerabili da nitrati Attuazio-
ne della direttiva 91/676/Cee relativa alla protezione delle acque dallinquinamento
provocato da nitrati provenienti da fonti agricole
D.G.R. n.1963/2004: Programma regionale di Tutela Ambientale 2003-2006 e sue
modifche ed integrazioni successive (Disposizioni generali sulle Acque) - bURP n.
19 del 02.02.2005.
D.G.R. n.1440/2003: l.R. n. 17/2000 - art. 4 - Programma Regionale per la tutela
dellAmbiente. Aggiornamenti e determinazioni.
Decreto CD n. 282/2003: Acque meteoriche di prima pioggia e di lavaggio aree
esterne di cui allart. 39 D lgs 152/99 come modifcato ed integrato dal D lgs n.
258/200. Disciplina autorizzazioni.
l.R. n. 25/2001 e s.m.i.: Semplifcazione adempimenti per il rilascio della conces-
sione per lestrazione e lutilizzazione di acque sotterranee per le utenze minori (ag-
giornata con l.R. n.36/2001).
l. R. n.20/2001: norme generali di governo e uso del territorio.
l.R. n. 18/1999 e s.m.i.: Disposizioni in materia di ricerca ed utilizzazione di acque
sotterranee (aggiornata con atti regionali di successive modifche e integrazioni qua-
li: l.R. n. 14/2004, l.R. n. 9/2001, l.R. n. 7/2000, l.R. n.8/2000, l.R. n. 26/1999).
l.R. n. 31/1995, Art. 14 legge 8 giugno 1990, n.142: Autorit competente al rilascio
delle autorizzazioni degli scarichi.
l. R. n. 29/1995: Disciplina relativa allesercizio delle funzioni amministrative in
materia di utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura attraverso le Ammi-
nistrazioni provinciali.
275
lista degli acronimi
teRMinoloGiA teCniCA
A.e. Abitante equivalente
AoP Processi a ossidazione Avanzata
AoX Composti organici alogenati
boD
5
Domanda biochimica di ossigeno dopo 5 giorni
btX benzene, toluene e xilene
CDR Combustibile Derivato dai Rifuti
CoD Domanda Chimica totale di ossigeno
C.S.C. Capacit di scambio cationico
DeHP Di(2-etilesil)-ftalato
eCDs Distruttori endocrini
HAc Acetato di idrogeno
iPA idrocarburi Policiclici Aromatici
lAS Alchilbenzeni solfonati lineari
MbR bio Reattori a Membrana
MF Microfltrazione
MlSS Solidi Sospesi nella Miscela liquida
MlVSS Solidi Sospesi Volatili nella Miscela liquida
MPn Most Probable number
nF nanofltrazione
nPe etossilati di nonilfenolo
nH
4
Azoto ammonicale
no
2
nitriti
no
3
nitrati
ntot Azoto totale
ntU Unit di torbidit nefelometrica
P Fosforo
PAA Acido PerAcetico
PAH idrocarburi policlici aromatici
PCb (PCDF) Policloro-bifenili
276
PCDD Policloro-dibenzo-p-diossine
Ro osmosi inversa
RUV Raggi Ultra Violetti
SRt tempo di Ritenzione dei Fanghi
s.s. Sostanza secca
SS Solidi Sospesi
SSt Solidi Sospesi totali
St Solidi totali
te tossicit equivalente
tHM trialometani
toC Carbonio organico totale
UF Ultrafltrazione
UFC Unit Formanti Coliformi
VoC Composti organici Volatili
teRMini noRMAtiVi, CoDiCi e ReGolAMenti
CbPA Codice di buona Pratica Agricola
C.e.R. Codice europeo dei Rifuti
D.G.R. Delibera di Giunta Regionale
D.l. Decreto legge
D.lgs. Decreto legislativo
D.M. Decreto Ministeriale
D.P.R. Decreto del Presidente della Repubblica
F.i.R. Formulario di identifcazione del Rifuto
l.R. legge Regionale
PAi Piano Stralcio per lAssetto idrogeologico
PPtR Piano Paesistico territoriale Regionale
PUG Piano Urbanistico Generale
PUtt Piano Urbanistico territoriale tematico
SiC Sito di interesse Comunitario
tt tavolo tecnico per lo Studio di fattibilit sulla correttta gestione dei
fanghi
tUA testo Unico Ambientale (D.lgs. 152/2006 e ss. mm. e ii.)
VAS Valutazione Ambientale Strategica
ZPS Zona di Protezione Speciale, ai sensi della Direttiva 79/409/Cee
277
Gli Autori
aleSSandra anGiuli dott.ssa di ricerca in Diritto ed economia del mare (2005)
nel Dipartimento di Diritto privato della Facolt di Giurisprudenza dellUniversit
degli Studi di bari, ove stata altres assegnista di ricerca dal 2006 al 2010. Docente
a contratto di nozioni giuridiche fondamentali (9 CFU) nella Facolt di lettere e
Filosofa della medesima Universit dalla/a 2008/2009 a quello in corso. Avvocato,
iscritto allAlbo dal 2002, si occupa di diritto ambientale, diritto di famiglia, diritto
di propriet, diritto dei contratti.
alleSSandro Bonifazi, biologo, dopo aver conseguito il Master in ecologia Uma-
na presso la Vrije Universiteit di brussel ha conseguito il dottorato di Ricerca in
Pianifcazione territoriale e Urbanistica presso il Politecnico di bari, presso il quale
ha anche tenuto come Professore a Contratto il corso di tecniche di valutazione di
impatto ambientale. Attualmente lavora presso lUffcio VAS-Via della Regione Pu-
glia come consulente di ricerca su incarico dal Ministero dellAmbiente.
Gennaro BruneTTi professore associato presso il Dipartimento di biologia e Chi-
mica Agroforestale e Ambientale dellUniversit di bari. il prof. brunetti responsa-
bile del laboratorio di Chimica Agraria ed Ambientale del Dipartimento. coautore
di numerosi lavori scientifci e coordinatore di alcuni progetti di ricerca fnanziati da
enti di Ricerca nazionali ed internazionali.
donaTella Caniani ricercatore confermato di ingegneria Sanitaria Ambientale
presso la Facolt di ingegneria dellUniversit degli Studi della basilicata dove svol-
ge attivit di docenza dei corsi di laurea e di Dottorato di Ricerca. Svolge attivit
di ricerca nelle tematiche della gestione del trattamento e riuso delle acque refue e
nella gestione di rifuti solidi urbani.
GianfranCo Ciola, di ostuni, un agronomo e naturalista esperto in sviluppo ru-
rale. Specializzatosi in management ambientale ha maturato esperienze sul territorio
come animatore e facilitatore per lo sviluppo rurale. Conoscitore degli aspetti am-
bientali e del contesto rurale del territorio pugliese, svolge attivit di consulente per
pubbliche amministrazioni, agenzie di sviluppo, associazioni e imprese, su temi che
riguardano la pianifcazione e gestione di attivit riferite allo sviluppo rurale, alla
valorizzazione del territorio e del paesaggio.
ViTo dario ColuCCi dottore magistrale in ingegneria per lAmbiente e il territo-
rio. nel novembre 2008 vincitore di una borsa di studio triennale fnanziata dalla
278
Fondazione enrico Mattei per la frequenza del corso di Dottorato di Ricerca in Me-
todi e tecnologie per il Monitoraggio Ambientale con sede presso il Dipartimento
di ingegneria e Fisica dellAmbiente dellAteneo lucano.
maria CriSTina de maTTia ingegnere civile idraulico-sanitario. libero profes-
sionista dal 1998, nel settore civile ed impiantistico con diverse esperienze nel cam-
po della valutazione di impatto ambientale (ViA) e della depurazione delle acque,
svolgendo anche attivit di sostegno alla didattica per il Politecnico e Centri di for-
mazione. Dal 2001 al 2008 ha fatto parte della task Force del Ministero dellAm-
biente, nellambito del P.o.n.-Assistenza tecnica del QCS 2000-2006 rivolto alle
regioni obiettivo 1, inizialmente presso lAssessorato Ambiente (oggi ecolo-
gia) della Regione Puglia e dal 2002 presso lARPA Puglia. Dal 2008 funzionario
tecnico esperto dellARPA Puglia nel settore delle Acque in ambienti naturali di
acque superfciali e sotterranee, nel ciclo delle acque refue (scarichi e depurazione)
ed in idrogeomorfologia applicata per la classifcazione dei corpi idrici superfciali,
nonch nella prevenzione dei casi di rischio idrogeologico.
daniela GuariGlia si laureata in Scienze biologiche presso lUniversit degli
Studi di bari. Fa parte del circolo legambiente di bari, per il quale si occupa di
educazione ambientale e divulgazione scientifca.
roBerTo franCeSCo iannone consulente in materia ambientale e svolge la pro-
pria attivit professionale in ambito civile, lavoro e amministrativo. dottorando
di ricerca in Diritto ed economia dellAmbiente presso il Dipartimento di Diritto
Privato dellUniversit degli Studi di bari Aldo Moro ove altres cultore della
materia di istituzioni di Diritto Privato per le relative cattedre della Facolt di Giuri-
sprudenza e di Scienze Politiche.
filomena laCarBonara, geologa, dopo aver svolto lattivit di libero professio-
nista e diverse esperienze nel campo della programmazione dei fondi strutturali a
supporto degli enti locali, dal 2001 e fno al 2008 ha fatto parte della task force del
Ministero dellAmbiente per fornire assistenza tecnica nel campo dello Sviluppo So-
stenibile alle regioni dellobiettivo 1 nellambito del QCS 2000-2006, svolgendo la
propria attivit inizialmente presso lAssessorato allAmbiente della Regione Puglia
e successivamente presso lARPA Puglia, a seguito della sua costituzione. Dal 2008
funzionario esperto dellARPA Puglia nel campo del suolo, rifuti e bonifca di siti
inquinati.
GaeTano ladiSa, laureato in Scienze Forestali nel 1995, ha conseguito il Dottorato
di Ricerca in idronomia presso lUniversit di Padova. Ha collaborato a vario titolo
279
con lUniversit degli Studi di bari nellambito di progetti di ricerca sulla degrada-
zione del suolo in ambiente mediterraneo. Consulente dellistituto Agronomico Me-
diterraneo di bari dal 2002, ha seguito per quattro anni il Piano Forestale nazionale
a Malta. stato consulente scientifco nellambito di due progetti di cooperazione
sulla gestione sostenibile delle risorse naturali in aree protette (innoVA - in-
teRReG iii b ARCHiMeD 2000-06; inteGRA interreg/Cards-PHARe) e
del Progetto integrato AQUAStReSS (eU 6 Programma Quadro). Attualmente
componente dello staff scientifco del progetto liFe+ nature & biodiversity Cent.
oli.Med. sulla gestione sostenibile della biodiversit negli oliveti secolari.
niCla lonGino dottore magistrale in ingegneria per lAmbiente e il territorio.
laureata presso la Facolt di ingegneria dellUniversit degli Studi della basilicata
nel giugno del 2008, nel novembre 2009 vincitrice di una borsa di studio triennale
per la frequenza del corso di Dottorato di Ricerca in ingegneria dellAmbiente
con sede presso il Dipartimento di ingegneria e Fisica dellAmbiente dellAteneo
lucano.
iGnazio manCini professore ordinario di ingegneria Sanitaria Ambientale presso
la Facolt di ingegneria dellUniversit degli Studi della basilicata, dove stato
preside vicario ed attualmente preside di facolt. Coordina attivit di ricerca nelle
tematiche della gestione del trattamento delle acque, della gestione e smaltimento
dei rifuti e della bonifca di siti contaminati.
SalVaTore maSi professore associato di ingegneria Sanitaria Ambientale presso la
Facolt di ingegneria dellUniversit degli Studi della basilicata dove svolge attivit
di docenza dei corsi di laurea e di Dottorato di Ricerca. delegato del rettore per
le attivit di placement e direttore del centro di orientamento studenti. Svolge atti-
vit di ricerca nel campo del trattamento delle acque, della gestione dei rifuti, della
valutazione di impatto ambientale e della bonifca di siti inquinati. responsabile
scientifco del laboratorio di ingegneria Sanitaria Ambientale.
maSSimiliano piSCiTelli, ingegnere per lambiente e il territorio e dottore di ricer-
ca in ingegneria per lAmbiente, si occupa di gestione e trattamento di rifuti soli-
di, refui civili e industriali, bonifca di siti contaminati, ippc, Via e Vas. Consulente
di amministrazioni pubbliche, attualmente ricopre il ruolo di ingegnere ambientale
presso la Provincia di bari e collaboratore esperto della struttura commissariale per
lemergenza ambientale in Puglia.
niCola SeneSi professore ordinario di Chimica del Suolo e Direttore del Diparti-
mento di biologia e Chimica Agroforestale e Ambientale dellUniversit di bari. il
280
prof. Senesi, attuale Presidente della Societ italiana Scienza del Suolo (SiSS) e del-
la european Conference of Soil Science Society (eCSS), ricopre numerose cariche
in societ scientifche nazionali e internazionali, oltre ad essere editore di numerosi
testi scientifci e coordinatore di alcuni progetti di ricerca fnanziati da enti di Ricer-
ca nazionali ed internazionali.
marino SpiloTroS, nato a bari nel 1971, laureato in Scienze Statistiche ed econo-
miche presso Universit degli Studi di bari, attualmente Presidente Circolo le-
gambiente di bari e fondatore del sito www.euro-jobbing.com. Ha lavorato per la
Commissione e Parlamento europeo curando tra laltro la pubblicazione dellAnnual
Report 2003 della Commissione trasporti ed energia e le statistiche sulle modalit
di trasporto nella zona Ue. Ha pubblicato diversi articoli su testate nazionali ed
internazionale su tematiche quali: trasporto, cooperazione internazionale, ambiente,
inclusione sociale.
Carmelo m. Torre, ingegnere civile laureato a bari, dopo aver conseguito il Con-
joint Master dellUniversit di Cantabria e delle Coventry University in european
Construction ha conseguito il dottorato di Ricerca in Metodi di Valutazione per la
Conservazione integrata del Patrimonio Architettonico, Urbano e Ambientale presso
lUniversit Federico ii di napoli. Presidente della Sezione Pugliese dellistituto
nazionale di Urbanistica, Ricercatore del Politecnico di bari, presso il quale inse-
gna Valutazione e Gestione Urbana in qualit di Professore Aggregato.
eTTore Trulli professore associato di ingegneria Sanitaria Ambientale. Docente
nei corsi di laurea in ingegneria per lAmbiente e il territorio tenuti dalla Facolt
di ingegneria lUniversit degli Studi della basilicata. Svolge attivit di ricerca nelle
tematiche della gestione del trattamento e riuso delle acque refue e della valorizza-
zione energetica e del recupero di materiali dai rifuti. consulente presso ammini-
strazioni pubbliche.