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Centro di Studi Normanno-Svevi

Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Eclisse di un regno
L’ultima età sveva (1251-1268)

Atti delle diciannovesime giornate normanno-sveve


Bari, 12-15 ottobre 2010

a cura di

Pasquale Cordasco e Marco Antonio Siciliani

Mario Adda Editore


163

Francesco Violante

La conduzione delle terre demaniali

Nelle ultime “giornate” normanno-sveve, dedicate allo svi-


luppo, tra persistenze e differenze, dei caratteri originari propri
del regno normanno negli anni di Federico II, la sintesi di chi
scrive dedicata all’economia rurale nel Mezzogiorno continentale
si chiudeva con la considerazione di due aspetti peculiari della
“politica economica” fridericiana in ambito rurale, le innovazioni

Abbreviazioni
Acta: Acta imperii inedita saeculi XIII, ed. E. Winkelmann, I-II, Innsbruck
1880-1885
CDP: Codice Diplomatico Pugliese
Const.: MGH, Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, t. II,
Supplementum, Die Konstitutionen Friedrichs II. für das Königreich Sizilien,
ed. W. Stürner, Hannover 1986
HD: Historia diplomatica Friderici secundi, ed. J.-L.-A. Huillard-
Bréholles, Paris 1852-1861 (rist. anast. Torino 1963)
Quaternus: Quaternus de excadenciis et revocatis Capitinate de mandato
imperialis maiestatis Frederici Secundi, ed. A. Amelli, Montecassino 1903
RA: I Registri della Cancelleria angioina, ricostruiti da Riccardo Filangieri
con la collaborazione degli archivisti napoletani
RC: Il Registro della Cancelleria di Federico II del 1239-1240, ed. C.
Carbonetti Vendittelli [Fonti per la storia dell’Italia medievale, Antiquitates,
19], Roma 2002

*
Desidero sinceramente ringraziare Sandro Carocci, Jean-Marie Martin
e Raffaele Licinio, alla cui lettura ho sottoposto una versione avanzata del
lavoro, per la grande disponibilità e i consigli che mi hanno voluto regalare.
164 Francesco Violante

in merito all’organizzazione e al controllo del territorio attraver-


so un notevole incremento del demanio regio e l’efficacia delle
norme in materia commerciale e fiscale1. Di questi, nel presente
contributo, si privilegerà il primo, ampliando di necessità l’arco
cronologico cui questo convegno è nello specifico dedicato, ri-

1
F. Violante, L’economia rurale nel Mezzogiorno continentale: produzione
e scambi, in Un regno nell’impero. I caratteri originari del regno normanno
nell’età sveva: persistenze e differenze (1194-1250), Atti delle diciottesime
giornate normanno-sveve (Bari - Barletta - Dubrovnik, 14-17 ottobre 2008),
a c. di P. Cordasco, F. Violante, Bari 2010, pp. 371-402. Sulla “politica
economica”, tema classico della storiografia fridericiana, cfr. J. M. Powell,
Medieval monarchy and trade: the economic policy of Frederick II in the
kingdom of Sicily (A survey), in «Studi medievali», s. III, 3 (1962), pp. 420-524
e Id., Economy and society in the Kingdom of Sicily under Frederick II: recent
perspectives, in Intellectual life at the court of Frederick II Hohenstaufen, a c. di
W. Tronzo, Washington 1994, pp. 263-271; E. Maschke, Die Wirtschaftspolitik
Kaiser Friedrichs II. im Königreich Sizilien, in «Vierteljahrschrift für Sozial-
und Wirtschaftsgeschichte», 53 (1966), pp. 289-328, ora in Stupor Mundi. Zur
Geschichte Friedrichs II. von Hohenstaufen, a c. di G. G. Wolf, Darmstadt
1982, pp. 349-394; F. M. de Robertis, La politica economica di Federico II di
Svevia (Per una moderna reinterpretazione della vicenda federiciana), in Atti
delle seconde giornate federiciane (Oria, 16-17 ottobre 1971), Bari s.d. [ma
1974], pp. 27-39; J.-M. Martin, L’économie du royaume normanno-souabe, in
Mezzogiorno – Federico II – Mezzogiorno, Atti del Convegno internazionale
di Studio promosso dall’Istituto Internazionale di Studi Federiciani – CNR
(Potenza - Avigliano - Castel Lagopesole - Melfi, 18-23 ottobre 1994), a c.
di C. D. Fonseca, Roma 1999, I, pp. 153-189; D. Abulafia, Lo Stato e la vita
economica, in Federico II e il mondo mediterraneo, a c. di P. Toubert, A.
Paravicini Bagliani, Palermo 1994, pp. 165-187; M. Del Treppo, Prospettive
mediterranee della politica economica di Federico II, in Friedrich II., Tagung
des Deutschen Historischen Instituts in Rom im Gedenkjahr 1994, a c. di A.
Esch, N. Kamp, Tübingen 1996, pp. 316-338 (del quale si cita la versione
distribuita in formato digitale da “Reti Medievali”, pp. 1-14); Id., Federico II e
il Mediterraneo, in «Studi storici», 37 (aprile - giugno 1996), pp. 373-390; R.
Licinio, Masserie medievali. Masserie, massari e carestie da Federico II alla
Dogana delle pecore, presentazione di C. D. Fonseca, Bari 1998; G. Petralia,
Ancora sulla “politica economica” di Federico II nel Regnum Siciliae, in
Dentro e fuori la Sicilia. Studi di storia per Vincenzo D’Alessandro, a c. di
P. Corrao, E. I. Mineo, Roma 2009, pp. 207-227; W. Stürner, Federico II e
l’apogeo dell’impero, Roma 2009 (ed. orig. Darmstadt 2000), pp. 588-615.
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prendendo e concentrando il discorso sugli anni di regno di Fe-


derico II, ai quali la breve esperienza monarchica di Corrado IV
e Manfredi è legata in profonda continuità, giungendo, pur con
rapidi cenni, sino alle prime esperienze di governo della nuova
monarchia angioina.
Il drastico riordinamento dell’architettura amministrativa del
regno avviato da Federico II già con le Costituzioni di Capua e
proseguito con vigore attraverso la promulgazione del Liber Au-
gustalis e con le varie riforme degli anni Trenta conduce ad una
notevole semplificazione tanto nel quadro dei poteri signorili che,
dalla morte di Guglielmo II, avevano usurpato poteri di natura
pubblica, quanto nei fermenti autonomistici di alcuni centri ur-
bani, ai quali, tutti ricompresi nel vocabolo di terra, quale che ne
fossero le dimensioni economiche e demografiche, era resa diffi-
cile la costituzione di un’ampia egemonia su una campagna circo-
stante sulla quale si confrontavano diritti signorili laici, comitali e
baronali, ecclesiastici e demaniali. L’accrescimento del demanio
regio avviene dunque in primo luogo attraverso la soppressione
di pressoché tutte le contee (di cui la curia percepisce le rendite),
eccetto sostanzialmente quelle di Manoppello, Chieti, Acerra e
Caserta, con il controllo da parte della famiglia imperiale di al-
cune grandi circoscrizioni, come l’Honor Montis Sancti Angeli, e
l’inserimento di altre negli ambiti amministrativi pubblici, come
la contea del Molise, ricompresa nel giustizierato di Terra di La-
voro2.
In secondo luogo, le costituzioni del 1231 avviano una ener-
gica, quanto difficoltosa, politica di revocatio degli uomini che,
negli anni precedenti, avevano abbandonato le terre demaniali per
stabilirsi in quelle feudali o ecclesiastiche3, connessa ad un più
generale intervento negli equilibri insediativi, produttivi e militari

2
J.-M. Martin, L’organisation administrative et militaire du territoire, in
Potere, società e popolo nell’età sveva, Atti delle seste giornate normanno-
sveve (Bari - Castel del Monte - Melfi, 17-20 ottobre 1983), Bari 1985, pp.
71-121.
3
Const. III 10, III 11, III 4.1; Stürner, Federico II cit., pp. 580-581, 605-
608.
166 Francesco Violante

del territorio, e finalizzata al popolamento di nuovi insediamenti


o al ripopolamento di centri più antichi. Tra 1239 e 1240 il su-
perstite registro della cancelleria sveva riporta, ad esempio, tre
registrazioni di mandati inviati al giustiziere di Terra d’Otranto
Andrea de Aquaviva incaricato di indagare sull’operato del suo
predecessore, accusato di essere stato corrotto e di non aver por-
tato a termine il popolamento di due terre, Melehudi e Petrolla,
e di procedere con ogni mezzo alla deportazione degli abitanti
delle terre baronali circonvicine, cosa che già nel 1235 era stata
evidentemente disattesa4, mentre sembra avere miglior sorte la
nuova civitas di Cesarea Augusta5. In Capitanata, già interessata
dalla radicale deportazione dei musulmani siciliani ribelli nelle
località di Lucera, Stornara, Girifalco, casal San Giacomo, casal
Monte Saraceno6, il sito dell’antica Herdonia è parzialmente ri-

4
Acta, I, 807.
5
RC, 51, 9 ottobre 1239, pp. 58-59 (Melehudi è identificata dall’editrice
con l’attuale Melendugno, Petrolla con Villanova, in provincia di Brindisi);
90, 13 ottobre 1239, p. 79 per il nome del precedente giustiziere, Tommaso
filius quondam Philippi filius Marmontis; 629, 29 febbraio 1240, pp. 599-603,
in part. 602, in cui si loda l’efficienza nel popolamento di Cesarea Augusta (che
Sthamer identifica con l’attuale Porto Cesareo) e se ne raccomanda analoga in
quella di Petrolla (mentre invece scompare Melehudi, che Martin ipotizza sia
il toponimo originario di Cesarea); 850, 6 aprile 1240, pp. 760-761, in cui il
nome del predecessore di Andrea è indicato come Filippo filius Maremontis.
Cfr. E. Sthamer, Die Verwaltung der Kastelle im Königreich Sizilien unter
Kaiser Friedrich II. und Karl I. von Anjou, Leipzig 1914 (Die Bauten der
Hohenstaufen im Unteritalien, I, ed. ital. a c. di H. Houben, Bari 1995), p. 106,
n. 5; J.-M. Martin, Les villes neuves en Pouille au XIIIe siècle, in «Journal des
savants», 1 (1995), pp. 121-143: Petrolla era stata già oggetto di un tentativo
di popolamento nel tardo XII secolo (Tancredi et Willelmi II regum diplomata,
ed. H. Zielinski, Köln - Wien 1982, 5, p. 143) e lo sarà ancora nel 1279,
risultando nel 1269 exhabitata, così come Cesarea, sede quest’ultima, invece,
di un arsenale.
6
Sulla Lucera saracena cfr. P. Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua
distruzione (già in «Archivio storico per le province napoletane», nn. 36-39
[1911-1914]), Napoli 1915, p. 15; Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera,
ed. P. Egidi, Napoli 1917; F. Gabrieli, La colonia saracena di Lucera e la
sua fine, in Atti delle quarte giornate federiciane (Oria, 20-30 ottobre 1977),
La conduzione delle terre demaniali 167

occupato da un casale (e da una domus) popolato con gli abitanti


del castrum di S. Lorenzo in Carminiano, dipendenti dal vescovo
di Troia, e del casale di Fabrica, dipendenti dall’abbazia di Cava7,
secondo modalità almeno in parte analoghe a quanto accade in
Sicilia con l’istituzione, pur difficoltosa, di due casali tra Sciacca,

Bari 1980, pp. 73-79; J.-M. Martin, La colonie sarrasine de Lucera et son
environnement. Quelques réflexions, in Mediterraneo medievale. Scritti in
onore di Francesco Giunta, a c. del Centro di studi tardoantichi e medievali
di Altomonte, Soveria Mannelli 1989, pp. 797-810; D. Abulafia, La caduta di
Lucera Saracenorum, in Per la storia del Mezzogiorno medievale e moderno.
Studi in memoria di Jole Mazzoleni, Roma 1998, I, pp. 171-186; Id., Monarchs
and minorities in the Christian Western Mediterranean around 1300: Lucera
and its analogues, in Mediterranean Encounters: economic, religious, political,
1100-1550, Aldershot 2000, XIII; J. A. Taylor, Muslims in medieval Italy.
The colony at Lucera, Lanham 2003; A. Nef, La déportation des musulmans
siciliens par Frédéric II: précédents, modalités, signification et portée de la
mesure, in Le monde de l’itinérance en Méditerranée de l’Antiquité à l’époque
moderne. Procédures de contrôle et d’identification, Table-rondes de Madrid,
2004 et Istanbul, 2005, a c. di C. Moatti, W. Kaiser, C. Pébarthe, Bordeaux
2009, pp. 455-477. Si vedano anche le pagine dedicate all’argomento da A.
Feniello, Sotto il segno del Leone. Storia dell’Italia musulmana, Roma - Bari
2011.
7
CDP XXI, Les chartes de Troia. Edition et étude critique des plus anciens
documents conservés à l’Archivio Capitolare (1024-1266), ed. J.-M. Martin,
Bari 1976, docc. 153, 154, 155 (1237), pp. 422-423, 424-425, 425-427; J.-M.
Martin, Pouvoir, géographie de l’habitat et topographie urbaine en Pouille
sous le règne de Frédéric II, in «Archivio storico pugliese», 38 (1985), pp. 61-
89; Id., Foggia, Lucera, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-
svevo, Atti delle decime giornate normanno-sveve (Bari, 21-24 ottobre 1991),
a c. di G. Musca, Bari 1993, pp. 333-363; J.-M. Martin, G. Noyé, L’evoluzione
di un habitat di pianura fino al XIV secolo: l’esempio di S. Lorenzo in
Carminiano, in La Capitanata nella storia del Mezzogiorno medievale, Bari
1991 (già in Fiorentino. Campagne di scavo 1984-1985, Galatina 1987), pp.
231-261; P. Favia, C. Annese, G. De Venuto, A. V. Romano, Insediamenti e
microsistemi territoriali nel Tavoliere di Puglia in età romana e medievale:
l’indagine archeologica del 2006 nei siti di San Lorenzo “in Carminiano”
e di Masseria Pantano, in Atti del 27° Convegno nazionale sulla Preistoria -
Protostoria - Storia della Daunia (San Severo, 25-26 novembre 2006), a c. di
A. Gravina, San Severo 2007, pp. 91-121.
168 Francesco Violante

Agrigento e Licata8. Altri esempi, stavolta di maggiore successo,


di fondazioni originali (anche se in prossimità di siti occupati in
antico), Monteleone, in Calabria (l’attuale Vibo Valentia), Era-
clea (attuale Gela), Augusta e la colonia lombarda presso Corle-
one, in Sicilia, e Altamura, in Terra di Bari, avvengono secondo
modalità simili di espropriazione di terre ai danni di comunità
preesistenti e di privati e di redistribuzione dei territori ai nuovi
cittadini, coloni e revocati, tenuti al pagamento di tributi e ad ope-
re di miglioramento fondiario9.
8
RC, 182, 17 novembre 1239, pp. 165-167: mandato «ut apud Burgimillum
ad opus nostrum tantum habitatio fieret supra fontem magnam, qui ibi est, et inter
Saccam et Agrigentum in flumine Sancti Stephani prope mare per miliarium
casale fieret ex hominibus Arcudachii et Andranii, et inter Agrigentum et
Licatam apud Cunianum casale aliud fieret, cum ad nostra solatia et ad curie
nostre commoda provenire deberent» (pp. 166-167, corsivo mio).
9
Cfr. D. Girgensohn, N. Kamp, Urkunden und Inquisitionen des 12. und
13. Jahrhunderts aus Patti, in «Quellen und Forschungen aus italienischen
Archiven und Bibliotheken», 45 (1965), p. 75, n. 10, p. 78, n. 23; RC, 270, 16
dicembre 1239, pp. 280-286 (per Monteleone); Girgensohn, Kamp, Urkunden
und Inquisitionen aus Patti cit., pp. 75-86, 131-133, n. 6 e RC, 363, 25
dicembre 1239, pp. 366-368 (per Eraclea, Terranova dalla fine del XIII secolo,
dalla quale la curia percepisce in terratico complessivamente seimila salme
di cereali); Acta, I, p. 617; P. Scheffer-Boichorst, Die Grundung Augustas
und die Wiederherstellung Regalbutos, in Zur Geschichte des XII. und XIII.
Jahrhunderts. Diplomatische Forschungen, Berlin 1897, pp. 253-255; RC,
363, 25 dicembre 1239, pp. 366-368 (un unico responsabile per la riscossione
dei diritti regi su granai, campi, mulini, sul terratico e sulle scadentiae); 615,
27 febbraio 1240, pp. 578-584 (per Augusta e, quest’ultimo, in part. pp. 582-
583, sul permesso accordato ai contadini di Catania che vivono ad Augusta
di ritornare a Catania annualmente per la cura delle proprie case e vigneti,
purché la famiglia rimanga ad Augusta ed essi stessi vi facciano ritorno al
più presto); Stürner, Federico II cit., p. 604 (per Corleone); per la Sicilia
cfr., da ultimo, l’articolato saggio di F. Maurici, L’insediamento nella Sicilia
di Federico II. Eredità normanna e innovazioni: abbandono di centri abitati,
nuove fondazioni urbane, costruzione di castelli, in Un regno nell’impero cit.,
pp. 403-492; (per Altamura) H. Niese, Normannische und staufische Urkunden
aus Apulien, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und
Bibliotheken», 9 (1906), pp. 221-270; V. Tirelli, La «Universitas hominum
Altamure» dalla sua costituzione alla morte di Roberto d’Angiò, in «Archivio
storico pugliese», 9 (1956), pp. 51-144; C. Andenna, “De mandato Frederici
La conduzione delle terre demaniali 169

A queste fondazioni possono inoltre ben essere affiancate le


successive de L’Aquila, da parte di Corrado IV nel 125410, Man-
fredonia, da parte di Manfredi11, e Mola, in Terra di Bari (a non
voler considerare il reiterato tentativo di popolamento di Petrol-
la), da parte di Carlo I d’Angiò12.
Un ulteriore strumento di accrescimento del demanio federi-
ciano consiste infine nella confisca di beni, a laici ribelli13, ma

Imperatoris”. L’origine e il popolamento di Altamura nel secolo XIII, in


Federico II nel regno di Sicilia. Realtà locali e aspirazioni universali, Atti
del Convegno internazionale di studi (Barletta, 19-20 ottobre 2007), a c. di
H. Houben, G. Vogeler, Bari 2008, pp. 149-172. In generale cfr. G. Vitolo,
Città, Regno di Sicilia, in Federico II. Enciclopedia fridericiana, 2 voll., Roma
2005, I, pp. 336-341; J.-M. Martin, Le città demaniali, in Federico II e le città
italiane, a c. di P. Toubert, A. Paravicini Bagliani, Palermo 1994, pp. 179-194
e C. Andenna, Federico II e le ‘civitates novae’: il successo della quotidianità
e il fallimento della celebrazione, in Paradoxien der Legitimation, a c. di A.
Kehnel, C. Andenna, Firenze 2010, pp. 511-532. Sul ruolo delle fondazioni
di città come elemento del mito federiciano costruito nell’opera di Iamsilla
cfr. anche M. Sanfilippo, Divagazioni e considerazioni sul tema delle civitates
novae federiciane, in «Studi Bitontini», 75 (2003), pp. 33-40 e, sul cosiddetto
Iamsilla, F. Delle Donne, Gli usi e i riusi della storia. Funzioni, struttura,
parti, fasi compositive e datazione dell’Historia del cosiddetto Iamsilla, in
«Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo», 113 (2011), pp.
31-122.
10
HD, III, pp. 159-162; V, 2, pp. 1008-1012 (diploma di fondazione attribuito
dall’editore a Federico II); G. M. Monti, La fondazione di Aquila e il relativo
diploma, in Atti del convegno storico abruzzese-molisano (Roma, 25-29 marzo
1931), Casalbordino 1933, I, pp. 249-275 (per l’attribuzione del diploma a
Corrado IV). Cfr. A. Clementi, L’Aquila, in Federico II. Enciclopedia cit., II,
pp. 134-136.
11
Mi sia consentito rimandare a F. Violante, Da Siponto a Manfredonia.
Note sulla ‘fondazione’, in Storia di Manfredonia, coord. da S. Russo, I, Il
Medioevo, a c. di R. Licinio, Bari 2008, pp. 9-24, con bibliografia precedente.
12
E. Sthamer, Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten Kaiser
Friedrichs II. und Karls I. von Anjou, II, Apulien und Basilicata, Leipzig 1926,
rist. Tübingen 1997, in particolare pp. 772, 774, 793, 794 sulle difficoltà di
revocare uomini al demanio.
13
Per esempio HD, VI, 2, p. 443.
170 Francesco Violante

soprattutto a Templari e Ospedalieri14 e ai chierici non regnicoli,


oltre che nella provvisoria ma ingente acquisizione di cattedra-
li e monasteri vacanti, di cui il registro del 1239-1240 dà ampia
testimonianza. Il 10 ottobre 1239 Federico infatti ordina agli un-
dici giustizieri di confiscare, e di trasmettere a camerari, secreti
e ufficiali finanziari competenti, tutti i beni di natura ecclesiasti-
ca o patrimoniale che posseggono sia quanti, laici o ecclesiastici
oriundi del regno, si trovino presso la curia romana allo scadere
del termine prestabilito dall’editto generale, del giugno dello stes-
so anno secondo la testimonianza di Riccardo di San Germano15,
sia i chierici stranieri dimoranti fuori dal regno16; la disposizione
non riguarda invece i chierici stranieri dimoranti nel regno, come
viene precisato nel febbraio del 124017. Dello stesso 10 ottobre
del 1239 è, ancora, la disposizione volta a prendere possesso di
chiese vacanti, o che siano tali in futuro, attraverso la nomina
di due amministratori che si occupino degli uffici liturgici, della
manutenzione e della cura del patrimonio. L’elenco riguarda dun-
que le chiese vescovili di Agrigento, Monreale, Cefalù, Catania,
in Sicilia, Reggio, Rossano e Strongoli in Calabria, Alife, Telese,
Capaccio, Aversa, Teano, Sorrento, Carinola, Policastro, Venafro,
Sora, Aquino, Gaeta in Campania, Chieti e Penne negli Abruzzi,
Otranto, Lecce, Monopoli, Salpi, Vieste, Ascoli Satriano e Alessa-
no in Puglia, Melfi, Venosa e Potenza in Basilicata e i monasteri
di S. Salvatore de Lingua di Messina, in Sicilia, S. Salvatore di
Telese in Campania, S. Clemente di Casauria e S. Stefano de Rivo

14
Cfr. Ryccardi de Sancto Germano Chronica, ed. C. A. Garufi [RIS2,
VII/2], Bologna 1938, ad annum 1231, p. 175. In generale, sui rapporti tra
monarchia meridionale e ordini religioso-militari cfr. H. Houben, Templari e
Teutonici nel Mezzogiorno normanno-svevo, in Il Mezzogiorno normanno-
svevo e le Crociate, Atti delle quattordicesime giornate normanno-sveve (Bari,
17-20 ottobre 2000), a c. di G. Musca, Bari 2002, pp. 251-288.
15
Ryccardi de Sancto Germano Chronica cit., pp. 200-201.
16
RC, 52-62, 10 ottobre 1239, pp. 59-63. Cfr. ivi 181, 17 novembre
1239, pp. 162-165 e 820-823, 31 marzo 1240, pp. 732-743, in cui gli ordini,
evidentemente ancora disattesi, vengono reiterati.
17
Ivi, 629, 29 febbraio 1240, pp. 599-603.
La conduzione delle terre demaniali 171

Maris negli Abruzzi, S. Vito, nei pressi di Polignano, in Puglia,


Venosa in Basilicata18.
La vastità, dunque, del patrimonio demaniale e la rapidità con
cui esso si costituisce nel Mezzogiorno continentale sul modello
del patrimonio, per così dire, originario, siciliano, base della po-
litica commerciale e fiscale del sovrano svevo, inducono all’af-
fermazione di modalità di gestione diverse, che in alcune occa-
sioni emergono da un panorama di fonti spesso lacunoso. Negli
anni Trenta l’architettura fiscale, amministrativa ed economica del
regno viene ridisegnata, infatti, sulla scorta di indicazioni che è
possibile ravvisare già nelle costituzioni del 1220, sin dai nova
statuta del 1231 e dalle disposizioni successive, volti al recupero
dei diritti regi sul commercio di sale, ferro, pece e tonno e al con-
trollo, attraverso la tassazione, della commercializzazione di grani
(di un quinto del prezzo per quelli esportati da Puglia e Sicilia, di
un settimo da Calabria, Abruzzo, Principato e Terra di Lavoro),
ortaggi, spezie e di materiale tessile (lino, canapa, lana, seta)19.
Ad esse poi si aggiungono l’istituzione delle sette fiere generali20

18
Ivi, 63-69, 10 ottobre 1239, pp. 63-66.
19
Acta, I, 787, 796; per la tassa sul prezzo dei grani commerciati
cfr. RC, 30, 5 ottobre 1239, pp. 27-31 e ulteriori chiarimenti e richiami al
mandato dell’ottobre 1239: ad es. 184, 17 novembre 1239, pp. 168-170,
sull’abbassamento dei dazi sul frumento da un terzo a un quinto; 363, 25
dicembre 1239, pp. 366-368; 566, 8 febbraio 1240, pp. 535-536. Sulle riforme
e la politica fiscale di Federico II cfr. N. Kamp, Vom Kämmerer zum Sekreten.
Wirtschaftsreformen und Finanzverwaltung im staufischen Königreich Sizilien,
in Probleme um Friedrich II., dir. J. Fleckenstein, Sigmaringen 1974, pp. 43-
92; Id., Die Sizilischen Verwaltungsreformen Kaiser Friedrichs II. als Problem
der Sozialgeschichte, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven
und Bibliotheken», 62 (1982), pp. 119-142; K. Toomaspoeg, La politica
fiscale di Federico II, in Federico II nel regno di Sicilia cit., pp. 231-247;
sulla continuità con la monarchia normanna cfr. D. Abulafia, The Crown and
the Economy under Roger II and his Successors (1983), in Id., Italy, Sicily
and the Mediterranean, 1100-1400, Aldershot 1987, pp. 1-14; J.-M. Martin,
Monopolii, in Federico II. Enciclopedia cit., II, pp. 360-362.
20
Ryccardi de Sancto Germano Chronica cit., ad annum 1234, pp. 187-
188.
172 Francesco Violante

e la Ordinatio novorum portuum del 123921 destinati a favorire


un’esportazione di derrate alimentari in cui la Corona interviene
in prima persona con tendenze monopolistiche22.
Sul piano amministrativo, una serie di agenti e appaltatori viene
mobilitata per garantire il controllo dei territori e dell’applicazione
delle disposizioni ad essi relative, sotto l’autorità di portolani, ca-
merari e dei nuovi procuratori del demanio, con una conseguente,
abnorme, produzione di scritture, centralizzata e puntigliosa sin
nei dettagli tanto per visione del potere quanto per necessità, dal-
le quali emerge, come ironicamente notava Horst Enzensberger,
quanto anche la sostituzione di un asino in servizio presso un ca-
stello diventi «un affare di Stato»23. Gli ambiti, e le concrete mo-
dalità, di intervento di questi ufficiali preposti all’amministrazione

21
RC, 29-35 (Ordinatio novorum portuum per regnum ad extrahenda
victualia), 5 ottobre 1239, pp. 22-35 e 731, pp. 643-644, 6 marzo 1240, in cui,
rispondendo ai portolani di Bari, Federico precisa che con il termine victualia,
generalmente inteso in luogo di “cereali”, si debba intendere frumento, orzo,
fave e ogni genere di legumi e di altro necessario al vitto, con l’esclusione
degli animali vivi. I porti sono quelli di Vietri, Pozzuoli e Torre del Garigliano
in Campania, Pescara negli Abruzzi, Rivoli, sulla costa adriatica del Tavoliere,
e San Cataldo di Bari in Puglia, Torre a Mare, presso Metaponto, in Basilicata,
Bivona e Crotone in Calabria, Augusta e Trapani in Sicilia.
22
Cfr., ad esempio, ivi, 261, 15 dicembre 1239, pp. 263-267; 363, 25
dicembre 1239, pp. 366-368 (sull’esportazione di victualia in Spagna o in
Africa settentrionale); 639, 29 febbraio 1240, pp. 614-615 (ordine di bloccare
le esportazioni genovesi di grano verso Tunisi e l’Africa settentrionale, colpita
da carestia, «donec naves nostre fuerint onerate (…) et navigent sive versus
Barbariam sive versus alias partes, unde de victualibus ipsis valeat nostre
curie maius commodum provenire» (p. 615); 908-909, 16 aprile 1240, p. 802
(mandati, rispettivamente, ai giustizieri di Terra di Bari e Basilicata di far
trasportare 2000 e 1000 salme di orzo a Foggia «ad vendendum»).
23
H. Enzensberger, La struttura del potere nel Regno: corte, uffici, can-
celleria, in Potere, società e popolo cit., pp. 49-69: 66. Sul funzionamento
della cancelleria federiciana, nella produzione più recente, vedi l’ottima Intro-
duzione di Cristina Carbonetti Vendittelli alla sua edizione di RC, pp. XVII-
LXXXII; sui caratteri della produzione cancelleresca meridionale cfr. R. Delle
Donne, Le cancellerie dell’Italia meridionale (secoli XIII-XV), in «Ricerche
storiche», XXIV/2 (maggio-agosto 1994), pp. 361-368.
La conduzione delle terre demaniali 173

del patrimonio fiscale si precisano ulteriormente nel corso degli


anni Quaranta. Nel maggio 1240 infatti, nell’ambito di una ge-
nerale riforma amministrativa, all’ufficio di magister procurator
«baiulationis demaniorum, morticiorum et excadentiarum, anima-
lium, camporum, aliarum rerum ad curia nostra spectantium» sono
attribuite competenze che oltrepassano i confini dei giustizierati24,
mentre sul piano legislativo un gruppo di costituzioni, variamente
datate tra il 1240 e il 1246, esplicitano le competenze di procura-
tores e fundicarii25 e le modalità di locazione delle terre demaniali,
esclusi dunque i feudi militari (I 87) e ad esclusione, tra queste, di
paludi e boschi in regime di defensa, con contratti che prevedano
la compartecipazione della curia alla divisione del prodotto e di
durata non superiore ai cinque anni (I 88.1)26.

24
RC, 1020-1026, 3 maggio 1240, pp. 889-892. I magistri procuratores
sono individuati in Pietro Castaldus di Napoli per il distretto compreso tra
Termoli e Porta di Roseto (giustizierati di Capitanata, Terra di Bari, Terra
d’Otranto e Basilicata), Riccardo de Polcara per i giustizierati di Principato,
Terra di Lavoro e contado di Molise, Crescio Amalfitanus per quello d’Abruzzo.
Si vedano anche le registrazioni, tutte datate 3 maggio 1240, 1006-1007, pp.
874-876, in cui si comunica a tutti gli ufficiali del regno la nomina dei capitani
e maestri giustizieri conferita ad Andrea de Cicala per la parte settentrionale
(1006) e a Ruggero de Amicis per quella meridionale (1007); 1008-1009 (pp.
876-879) e 1037-1042 (pp. 904-908), per la nomina di un unico secreto e 1010-
1011, pp. 879-880, per l’istituzione, di un unico giustizierato per la Sicilia;
1012-1019, 3 maggio 1240, in cui vengono riorganizzate le competenze sugli
scali portuali calabresi (1012-1014), pugliesi e lucani (1015-1018) e abruzzesi
(1019). Sull’ufficio dei procuratori cfr. P. Colliva, «Magistri Camerarii» e
«Camerarii» nel regno di Sicilia nell’età di Federico II. Disciplina legislativa
e prassi amministrativa (1963), in Id., Scritti minori, Milano 1966, pp. 3-84.
25
Const. I 86, De procuratore fisci. La costituzione è datata all’ottobre
1246 da Stürner, insieme con le altre citate nella nota successiva, mentre è stata
precedentemente avanzata l’ipotesi (A. Caruso, Indagini sulla legislazione di
Federico II di Svevia per il Regno di Sicilia. Le leggi pubblicate a Foggia
nell’aprile 1240 [1951], in Il «Liber augustalis» di Federico II nella
storiografia, a c. di A. L. Trombetti Budriesi, Bologna 1987, pp. 145-168) di
una datazione all’aprile 1240, cui farebbe riferimento l’incipit del mandato
riguardante i magistri procuratores («Cum de provida provisione sit in nostra
curia ordinatum»).
26
Const. I 87, Forma qualiter locande sunt res fiscales, I 88.1 e 88.2, De
174 Francesco Violante

Alcuni mandati della cancelleria illustrano in concreto alcune


delle varie modalità di gestione delle terre demaniali che gli uffi-
ciali regi possono adottare, scegliendo di volta in volta la forma
migliore e più redditizia per la curia.
Nel marzo 1240 infatti Federico II approva l’indagine che il
secreto di Messina, Maggiore de Plancatone, ha condotto sui pro-
curatori dei beni delle chiese vacanti, la cui negligenza sta con-
ducendo quei beni stessi alla rovina, esortandolo a nominare altri
procuratori o, «si expedire videres melius tam pro curia nostra
quam pro maiore commoditate ecclesiarum ipsarum», a locare i
beni ad extalium. Nella stessa lettera, tuttavia, la gestione dei beni
ecclesiastici revocati in demanio, quelli del monastero di S. Sal-
vatore di Messina, è utilmente condotta da un procuratore, Nicola
de Silvestro, cui vengono forniti uomini e animali per la custodia
del palazzo e la cura del giardino, del frutteto, delle vigne e del
canneto di Catona27. Il medesimo secreto è destinatario di un altro
lungo mandato, inviato il giorno 31 dello stesso mese, in cui Fe-
derico II ne approva l’operato per aver incarcerato Giovanni Pe-
regrini di Lentini e i suoi soci, avendone anche confiscato i beni,
per essersi rifiutati di pagare un residuo di 8739 tarì sulla «cabel-
la vivarium Lentini, flumen et piverium»; una gestione che pone
evidentemente problemi se, con mutamento di parere a distanza
di pochi mesi, si ritiene preferibile una gestione diretta anche per
le vigne, già impiantate, della curia, ad una in appalto, per la qua-
le la concorrenza tra concessionari è spietata28, per la ragione che
«qui cabellam ipsam recipiunt, non de cultura debita vinearum
curant, set qualiter fructus percipiant in suo tempore pleniores,

locatione demanii, I 89, De fundicariis.


27
RC, 735, 8 marzo 1240, pp. 647-655, in part. pp. 651-652.
28
Ivi, 419, 11 gennaio 1240, pp. 408-409: tale Martino Pepenga,
presentandosi a corte, sostiene di poter far fruttare le vigne demaniali 400
salme di vino in più rispetto a quelle che al presente rendono sotto la procura
di Raniero Cavalarius: il mandato dà ordine al secreto di Messina di procedere
con il conferimento dell’appalto, previa indagine «si idem Martinus studiosus
sit et sufficiens circa procurationem et culturam ipsarum vinearum et si
solvendo est».
La conduzione delle terre demaniali 175

et sic vineas nostras intelligimus peiorari»; quando le terre siano


invece da valorizzare e mettere a coltura, come nel caso di quelle
vacue che i cittadini di Siracusa desiderano coltivare a vigneto, la
scelta migliore sembra quella di concedere le terre a censo, 600
tarì e la decima parte del mosto nel caso in questione, «dummodo
venatio nostra, que est ibi prope, ex plantatione vinearum ipsarum
non recipiat lesionem et mirthetum vicinum venationi ipsi non
destruatur pro eis»29.
La particolare attenzione della curia volta alla messa a coltura
di terreni paludosi e boschivi, che non danneggi tuttavia gli am-
biti riservati ai solacia imperiali, a beneficio di colture specializ-
zate, è resa inoltre evidente dalle disposizioni del dicembre 1239
riguardanti l’impianto di nuovi vigneti nei pressi del palazzo della
Zisa concesso «novis habitatoribus Panormi» dall’ex mastro giu-
stiziere e da quelle, nello stesso mandato, emanate in merito alle
attività agricole di un nucleo di ebrei provenienti da Gerba, ai
quali Federico II concede in locazione ad medietatem fructuum il
dattileto presso la Favara di Palermo e la possibilità di impiantare
produzioni africane ancora sconosciute in Sicilia, tra cui l’indaco
e l’alcanna, e concernenti infine l’avvio di una produzione di zuc-
chero alla quale avrebbero dovuto presiedere due uomini inviati
in Sicilia dalla Siria30.

29
Ivi, 820, 31 marzo 1240, pp. 732-741, citazioni rispettivamente alle pp.
737-738 e 739.
30
Ivi, 261, 15 dicembre 1239, pp. 263-267. Si veda anche il mandato del 12
marzo 1240, ivi, 743, pp. 660-663, in cui si accenna alle coltivazioni di pepe (p.
663) e che, più in generale, restituisce la ricchezza e la diversità paesaggistica
del territorio palermitano citando, tra i beni revocati in demanio appartenenti
in precedenza alla chiesa della Trinità di Palermo, vigne e peschiere sull’Oreto,
giardini e, naturalmente, terre laboratorie (pp. 661-662). Sulla coltivazione
della canna da zucchero cfr. anche ivi, 270, 16 dicembre 1239, pp. 280-286:
283-284 sulla coltivazione, da parte degli angararii del castrum di Nicastro,
di «vineas, viridaria et cannamellas» presso il palazzo «nemoris Neocastri».
Cfr. anche S. Tramontana, Il Regno di Sicilia. Uomo e natura dall’XI al XIII
secolo, Torino 1999, pp. 445-447 e V. D’Alessandro, Paesaggio agrario,
regime della terra e società rurale (secoli XI-XV) [1980], in Id., Terra, nobili e
borghesi nella Sicilia medievale, Palermo 1994, pp. 19-62: 29.
176 Francesco Violante

La documentazione proveniente dal registro del 1239-1240


sinora esaminata e quella riguardante la fondazione di nuovi in-
sediamenti da parte della Corona lascia supporre che la forma
di conduzione più diffusa nelle terre demaniali fosse quella in-
diretta, con corresponsione dunque, da parte del locatario, di un
terraggio in natura nei seminativi, o in denaro e natura, nel caso
di colture specializzate, ma mai di giornate lavorative. Analoga
prevalenza della conduzione indiretta con canoni e censi sembra
emergere anche da un documento più tardo, il Quaternus de exca-
denciis et revocatis, sorta di inventario compilato nel 1249, giun-
toci incompleto, di beni entrati a far parte del demanio regio in
seguito a confische, revoche, sentenze giudiziarie o a mancanza
di eredi e ricadenti nel giustizierato di Capitanata, in cui il terrag-
gio è calcolato per i seminativi (frumento e orzo in rotazione, più
raramente spelta) su una frazione del raccolto, tra 1/3 e 1/16, con
una normale prevalenza della decima parte ma con una consisten-
te percentuale di frazioni superiori, o sulla quantità di seminato,
tra 1/3 e il seme intero, con attestazioni leggermente superiori per
la metà del seme rispetto all’intero, mentre su terreni a vigneto,
oliveto o colture orticole la corresponsione di canoni in natura
appare prevalente rispetto a censi in denaro31.
Il Quaternus stesso, oltre a un noto mandato del 123932, per
la Capitanata, e alcuni altri documenti coevi realizzati per altre
località del regno, dai casali di S. Lucia e Sinagra in Sicilia33 a

31
Quaternus; il calcolo delle attestazioni nel documento è in Del Treppo,
Prospettive cit., p. 6. Per alcune località le indicazioni del Quaternus vanno
utilmente integrate con quelle relative all’inchiesta del 1276-1277 su beni di
enti ecclesiastici in Capitanata edita ne I fascicoli della Cancelleria angioina,
ricostruiti dagli archivisti napoletani, III, Le inchieste di Carlo I (1268-1284),
a c. di S. Palmieri, Napoli 2008, pp. 255-274.
32
RC, 144, 9 novembre 1239, pp. 130-131, in cui appare come alcune terre
demaniali, in economia diretta, siano affidate a curatoli, analogamente a quanto
si vedrà per l’allevamento (nello specifico del mandato, Federico II lamenta
che i curatoli di Capitanata non abbiano seminato tutta l’avena prevista).
33
Girgensohn, Kamp, Urkunden und Inquisitionen aus Patti cit., 7-8, pp.
133-148 e pp. 88-99.
La conduzione delle terre demaniali 177

quelli di Mesagne e S. Pancrazio Salentino in Terra d’Otranto34,


testimoniano inoltre la presenza di forme di economia diretta:
le terre sono concesse a tenanciers contro un interesse annuo in
denaro, una quota del raccolto di cereali e vino, una certa quan-
tità di ovini e caprini, polli e uova, ma un numero di giornate di
lavoro (cum brachiis, cum bubus, cum iumento), stabilito sulla
base della consuetudine, della condizione giuridica del contadi-
no e della disponibilità di bestiame, deve essere svolto su terreni
della riserva. Secondo le peculiari modalità seguite dallo sviluppo
della signoria fondiaria in Capitanata35, nel Quaternus solo ra-
ramente questi terreni sono numerati tra le excadenciae36, il che

34
Per l’inchiesta su Mesagne, del 1245, cfr. Codice diplomatico brindisino,
I, ed. G. M. Monti, Trani 1940 e II, ed. M. Pastore Doria, Trani 1964, I, 64
e, in edizione incompleta ma basata sull’originale, Acta, II, 1036. Analisi
approfondita e ulteriore bibliografia in J.-M. Martin, Le domaine royal de
Mesagne aux XIIe et XIIIe siècles, in Cavalieri alla conquista del Sud. Studi
sull’Italia normanna in memoria di Léon-Robert Ménager, a c. di E. Cuozzo,
J.-M. Martin, Roma - Bari 1998, pp. 401-421; a p. 416 il riferimento al casale,
dipendente dall’arcivescovo di Brindisi, di S. Pancrazio Salentino, a 16 km a
sud di Mesagne, le cui consuetudini in merito a decime e prestazioni d’opera,
stabilite in un atto del 1221 (Codice diplomatico brindisino cit., II, 10), sono
rapportate per fondata ipotesi a quelle di Mesagne, sebbene l’inchiesta, per i
suoi fini, non le menzioni.
35
Per i documenti del XII secolo cfr. Regii neapolitani archivi monumenta
edita ac illustrata, Napoli 1845-1861, doc. DLXIV (1116), pp. 17-19
(concessione dell’abate di Torremaggiore agli abitanti del castellum Sancti
Severini); CDP XXI, doc. 33 (1100), pp. 144-145 (concessione del vescovo
di Troia agli abitanti del casale Sancti Laurencii, S. Lorenzo in Carminiano),
doc. 34 (1100), p. 146 (Montaratro). Panoramiche generali in J.-M. Martin,
Aristocraties et seigneuries en Italie méridionale aux XIe et XIIe siecles: essai de
typologie, in «Journal de savants», 1 (1999), pp. 227-259, G. Piccinni, Regimi
signorili e conduzione delle terre nel Mezzogiorno continentale, in I caratteri
originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno
(1030-1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve (Bari, 5-8 ottobre
2004), a. c. di R. Licinio, F. Violante, Bari 2006, pp. 181-215.
36
Ritengo che le poche citazioni, nel Quaternus, di terreni in riserva signorile
siano da ricondurre al termine startia/starsia, ben attestato da fine XI secolo in
Campania e dal XII in area appenninica e dauna: pp. 39 (Gibbiza), 43 (Cerce,
tre occorrenze); starsia (a Tufara, p. 37) e starsaticum (a Casale Sale, p. 63),
178 Francesco Violante

ha condotto ad ipotizzare che la signoria, e la curia che ad essa


subentra, generalmente non li distinguano dai possessi collettivi
della comunità37. Il fatto che l’ampia testimonianza riguardante
il nord della Puglia rechi notizia di queste forme di conduzio-
ne solo in luoghi marginali sul piano geografico38; che, nel caso

che una glossa spiega chiaramente con «iornatas messorum», non credo siano
da interpretare come «nuova (…) imposizione che colpiva le contrattazioni
salariali sul mercato della manodopera agricola» (Del Treppo, Prospettive
cit., p. 7), ma come redditi percepiti in luogo di prestazioni d’opera che la
signoria tradizionalmente esigeva sulla riserva, prevalentemente cerealicola,
da mietitori stagionali il cui lavoro salariato veniva svolto su terre di enti
ecclesiastici: cfr. le attestazioni di XII e XIII secolo in Capitanata (Ascoli,
1190; Montecorvino, 1220; Civitate, 1223) e altrove (Montescaglioso, 1195;
Montevergine, 1223) citate da J.-M. Martin, Le travail agricole: rythmes,
corvées, outillage, in Terra e uomini nel Mezzogiorno normanno-svevo, Atti
delle settime giornate normanno-sveve (Bari, 15-17 ottobre 1985), a c. di G.
Musca, Bari 1987, pp. 113-157: 148, 151; Id., La Pouille du VIe au XIIe siècle,
Roma 1993, p. 322.
37
Per questa importante prospettiva interpretativa, anche nell’ottica della
contemporanea rivalutazione sul piano politico-sociale ed economico dei beni
comuni (su cui si veda ad es. U. Mattei, Beni comuni: un manifesto, Roma
- Bari 2012), cfr. S. Carocci, “Metodo regressivo” e possessi collettivi: i
“demani” del Mezzogiorno (sec. XII-XVIII), in Ecritures de l’espace social.
Mélanges d’histoire médiévale offerts à Monique Bourin, Paris 2010, pp. 541-
555 e il fondamentale G. I. Cassandro, Storia delle terre comuni e degli usi
civici nell’Italia meridionale, Bari 1943, di cui si vedano ad es. le pp. 159, per
l’integrazione, già nel latifondo pre-normanno, delle terre ad uso collettivo
senza che questo inficiasse la piena proprietà del signore, e 174, in cui, tra gli
effetti della politica di revocationes degli uomini al demanio e di restrizioni
alla mobilità, si segnala lo stabilirsi di consuetudini più favorevoli ai contadini
per la coltivazione delle terre incolte della signoria.
38
Quaternus, pp. 32-35 (Alberona, tra una e dodici giornate all’anno), 35-
37 (Tufara, otto giornate, per un totale di 504, di cui cinque con buoi, per un
totale di 315), 38-39 (Gibbiza, due giornate), 39-42 (Gildone, tra una e dodici),
42-43 (Casalvatico, due giornate), 43-46 (Cerce, tra una e due giornate), 46-
48 (Santa Croce, tra due e dodici), tutte località appenniniche, per un numero
complessivo di uomini sottoposti a obbligo di prestazione d’opera non
inferiore a 250 (i 178 uomini calcolati da Del Treppo, Prospettive cit., p. 5,
sono quelli citati nominativamente nel documento, ma ad essi vanno aggiunti
coloro che sono ricompresi nella locuzione «cum fratribus» che in numerosi
La conduzione delle terre demaniali 179

siciliano, canoni e prestazioni d’opera siano calcolati anche in


moneta (sebbene vi sia senz’altro una necessità di contabilizzare
il valore del casale)39; che infine la normativa stessa vada nella
direzione dell’eliminazione dei patti di conduzione che preveda-
no corvées40 e di una sostanziale semplificazione del complesso
panorama delle condizioni giuridiche dei contadini nel regno41,
induce tuttavia a pensare che almeno sulle terre demaniali esse
diventino progressivamente residuali, mentre più articolata ap-
pare la situazione dei contesti signorili laici ed ecclesiastici, in
alcuni dei quali, in Abruzzo, Campania e Calabria, le richieste di
prestazioni d’opera su terre cerealicole sembrano permanere, ac-
canto alla corresponsione di quote parziarie, come tentativo di far

casi – 33 ad esempio a Tufara – segue il nome del primo prestatore d’opera e


che va calcolata come se essa ne indicasse almeno due). Nelle stesse località
compaiono anche corresponsioni di censi in natura e/o in denaro.
39
Girgensohn, Kamp, Urkunden und Inquisitionen aus Patti cit., 8, pp. 141-
148, nonché l’importante saggio di G. Petralia, La «signoria» nella Sicilia
normanna e sveva: verso nuovi scenari?, in La signoria rurale in Italia nel
Medioevo, Atti del II Convegno di studi (Pisa, 6-7 novembre 1998) organizzato
da C. Violante e M. L. Ceccarelli Lemut, introduzione di G. Rossetti, Pisa
2006, pp. 233-270: 266-269.
40
Const. III 9, su cui A. L. Trombetti Budriesi, Una proposta di lettura
del Liber Augustalis in tema di signoria e feudalesimo (1982), in Il «Liber
Augustalis» cit., pp. 379-401 e F. Martino, Federico II: il legislatore e gli
interpreti, Milano 1988, pp. 46-51.
41
In tal senso mi sembra di cogliere l’evoluzione e la formalizzazione, in età
sveva, della condizione di angararius, la cui subordinazione viene definita allo
stesso tempo dalla condizione personale e dagli obblighi di lavoro attraverso
la complessa vicenda giuridica del villanaggio nel Mezzogiorno (che giungerà
poi ad un’ulteriore semplificazione in età angioina), nell’interpretazione di
S. Carocci, Le libertà dei servi. Reinterpretare il villanaggio meridionale,
in «Storica», 37 (2007), pp. 51-94, e Id., Angararii e franci. Il villanaggio
meridionale, in Studi in margine all’edizione della platea di Luca arcivescovo
di Cosenza (1203-1227), a c. di E. Cuozzo, J.-M. Martin, Avellino 2009,
pp. 188-216. Cfr. anche Petralia, La «signoria» cit., nonché, in particolare
per la popolazione musulmana, ma con risvolti importanti anche per le età
successive, A. Nef, Conquêtes et reconquêtes médiévales: la Sicilie normande
est-elle une terre de reduction en servitude généralisée?, in «Mélanges de
l’Ecole française de Rome. Moyen Age», 112 (2000), pp. 579-607.
180 Francesco Violante

fronte alla caduta tendenziale del saggio di rendita e di sfruttare


al meglio nuove possibilità di commercializzazione dei grani42.
Conduzione diretta e concessione in appalto sembrano coesi-
stere nell’allevamento del bestiame. Destinato sia al sostegno del-
la produzione agricola43 che al consumo della corte44, ma anche
a fornire di liquidità le casse della corte in caso di necessità45,
l’allevamento bovino, ovino e suino viene organizzato in primo
luogo nelle regioni meridionali, Calabria e Sicilia, e affidato a
curatoli (termine che certamente rinvia al κουράτωρ bizantino)
o in appalto a manodopera saracena, senza che l’una o l’altra so-
luzione esentino da rischi di cattiva gestione e dalla necessità di
intervenire con durezza: nell’ottobre 1239 si avviano indagini su
curatoli accusati di malversazione46 e nel novembre dello stesso
anno, per compensare l’insolvenza degli allevatori saraceni delle
greggi della curia, Federico II ordina requisizioni di beni e, se
necessario, la cattura e l’obbligo ai lavori forzati in opere di bo-
nifica47. In Capitanata, provincia i cui svaghi più frequentemente

42
Per l’interpretazione di un generalizzato aggravarsi delle corvées nel
Mezzogiorno continentale cfr. Del Treppo, Prospettive cit., pp. 4-5, lettura
accolta da Petralia, La «signoria» cit., pp. 267-268, che lo ricollega anche
alla crisi della monarchia tra la fine del XII secolo e il primo ventennio del
XIII; sul tema si veda il quadro complessivo, ricco di sfumature, di Martin, Le
travail agricole cit., pp. 146-152.
43
Si veda ad esempio il mandato del luglio 1238 in Acta, I, 816, p. 633, in
cui Federico II ingiunge al giustiziere di Terra di Bari di obbligare i contadini
a comprare buoi e a prendere terre ad terraticum, se le loro sono insufficienti
(un «pio desiderio» secondo Martin, L’économie cit., p. 180).
44
Ad es., RC, 283, 17 dicembre 1239, pp. 298-299: ordine al camerario di
Abruzzo di reperire duecento buoi per destinarli al consumo della corte.
45
Ivi, 270, 16 dicembre 1239, pp. 280-286: ordine al secreto di Messina di
vendere i maiali di Calabria e Sicilia per necessità urgenti di liquidità da parte
della curia.
46
Ivi, 40, 5-9 ottobre 1239, pp. 42-48; 43, 5-9 ottobre 1239, pp. 50-51; 520,
5 febbraio 1240, pp. 501-504, in cui, tra l’altro, si loda il secreto di Messina
«quod ad ordinandam procurationem animalium nostrorum Sicilie et Calabrie
habere studium incepisti».
47
Ivi, 182, 17 novembre 1239, pp. 165-167: «De Sarracenis autem, qui
La conduzione delle terre demaniali 181

Federico apprezza e per la quale sotto molti aspetti cerca di ripro-


durre il modello delle regioni meridionali del regno, sono appun-
to mandrie e greggi consistenti di provenienza calabrese e sicilia-
na ad essere inviate ed affidate ai coloni saraceni, in particolare a
Lucera48, affinché li utilizzino «ad commodum curie» così come
operavano già ai tempi di Guglielmo II49.
Analogamente, modalità simili di conduzione dell’allevamen-
to equino, sottoposto a divieti tassativi di esportazione in quanto,
naturalmente, strategico per le necessità dell’esercito50, progres-
sivamente interessano le regioni settentrionali del regno secondo
le peculiari forme aziendali siciliane e calabresi delle aratie (al-
levamenti destinati alla riproduzione) e delle marestalle (edifici
adibiti al ricovero, alla custodia e all’addestramento dei cavalli).
Oggetto di attenzione costante da parte dell’imperatore, an-

dudum oves ipsas in extalium habuerunt et, cum de cabellis ipsis teneantur
curie nostre solvere magnam pecunie quantitatem, plures eorum invenies non
solvendo (…) capias de personis et eos per opera maranatum curie nostre
facias applicari».
48
Ivi, 992, 2 maggio 1240, pp. 861-863: «Cum solaciis nostris Capitinate
provinciam frequentius visitemus et magis quam in aliis provinciis regni nostri
moram sepius trahamus ibidem et velimus propterea quod in Capitinata de
animalibus nostris habeamus armenta ad usum familie nostre…», Federico II
ordina al giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo di inviare uomini
al secreto di Messina Maggiore de Plancatone per riceverne 6000 pecore e 600
montoni delle greggi calabresi e 500 vacche e tori dalle mandrie siciliane, da
custodire in luoghi idonei; cfr. anche 993, stessa data, pp. 863-864, per l’ordine
indirizzato al secreto. Vedi anche 270, 16 dicembre 1239, pp. 280-286 e 352,
25 dicembre 1239, p. 357 per i legami d’affari tra i Saraceni in Capitanata
(Lucera e Girifalco) e la Calabria, e i pericoli di mantenimento di contatti con i
Saraceni rimasti nell’isola, e Acta, I, 763 (1230), p. 606 per le libertà concesse
ai Saraceni lucerini di comprare e vendere senza pagamento di plateatico e
dogana nelle province del Mezzogiorno continentale.
49
Ivi, 354, 25 dicembre 1239, pp. 358-359: ordine al giustiziere di
Capitanata di assegnare ai Saraceni di Lucera i mille buoi delle mandrie
calabresi e siciliane che il secreto di Messina gli consegnerà. Vedi anche HD,
V, 2, p. 884: ordine al secreto di Messina di inviare 5000 castrati dalle greggi
calabresi, 1000 vacche e 6000 pezze di formaggio dalla Sicilia.
50
RC, 556 [1], 8 febbraio 1240, pp. 535-536.
182 Francesco Violante

che sul piano più propriamente tecnico e allevatorio51, nel 1240 le


marestalle calabresi sono sottoposte alla giurisdizione di un unico
provisor et magister nella persona di Pietro di Calabria52, dopo
essere state, in passato, competenza del secreto messinese53, e un
titolo simile viene attribuito per una aratia di nuova istituzione
in Apulia a Gentile de Castanea54, sotto il quale ricadono proba-
51
Ad es. ivi, 152, 14 novembre 1239, pp. 139-140, sulla opportuna scelta,
nella marestalla siciliana, di isolare le giumente, la selezione degli stalloni e
dei cavalli destinati alla pilatura e sulla decisione di nutrire con orzo venti
giumente, «quod lac fortius prebeant pullis suis»; 733, 7 marzo 1240, pp.
645-646, in cui, oltre ad approvare la riduzione da quattro a tre dei custodi
della scuderia e a vietare la vendita dei buoi, se possano essere altrimenti utili,
Federico II, si compiace per i successi ottenuti da Gentile de Castanea nella
marestalla pugliese, in particolare per la decisione di separare le giumente
dai puledri che hanno compiuto un anno e di farli custodire distanti dieci o
dodici miglia dagli stalloni e dalle altre giumente; 982-986, 30 aprile 1240, pp.
853-857 su un trasferimento a corte, presso Foggia, di puledri ai quali siano
spuntati, o si presume che spuntino entro l’estate, otto denti (ossia di quattro
anni). Sull’allevamento equino nel Mezzogiorno svevo resta fondamentale lo
studio di F. Porsia, I cavalli del Re, Fasano 1986, in particolare pp. 72-73 per
i documenti citati sopra.
52
Ivi, 466-468, 24 gennaio 1240, pp. 448-451.
53
Ivi, 133-134, 4 novembre 1239, pp. 113-114; 135, 4 novembre 1239,
pp. 114-115: avendo appreso che dopo la morte del secreto di Messina Matteo
Marclafaba i custodi delle marestalle calabresi non hanno ricevuto gli approv-
vigionamenti necessari per il mantenimento dei cavalli «propter negligenciam
camerariorum ipsarum partium», Federico II ordina al nuovo secreto Maggiore
de Plancatone di verificare le affermazioni dei custodi e rimborsarli per le spe-
se sostenute, oltre ad informarlo di aver dato mandato ai giustizieri di indagare
e imprigionare i camerari colpevoli (regg. 133-134); 735 [3], 8 marzo 1240,
pp. 647-655: ordine di rimborso delle spese (di orzo), ma in base ai prezzi
d’acquisto e non di quelli correnti, che hanno nel frattempo subito un incre-
mento; 270 [7], 16 dicembre 1239, pp. 281-286, per la competenza del secreto
di Messina su riserve, loca solatiorum e marestalle.
54
Ivi, 871-873, 12 aprile 1240, pp. 773-774: «Cum velimus quod de omni-
bus iumentis curie nostre, que sunt in partibus ipsis, fiat in Apulia una aratia,
mandamus, quatinus Gentili de Castanea, cuius cure aracie ipsius est commis-
sum», Federico ordina a Riccardo de Polcara, Landolfo de Franco, giustiziere
di Terra di Bari, e Alessandro di Enrico di reperire tutte le giumente di pro-
prietà del demanio nei loro distretti e farle consegnare allo stesso Gentile. Cfr.
La conduzione delle terre demaniali 183

bilmente anche le marestalle di Terra d’Otranto55 e Capitanata56


citate nel registro del 1239-1240.
Le necessità, infine, di controllare, sul piano della formazio-
ne e della gestione della rendita fondiaria demaniale e privata e
dell’incremento del profitto da commercio, una grande proprietà
spesso discontinua sul piano topografico e disomogenea su quello
agrario, conduce alla creazione di un sistema di gestione delle

anche ivi, 874 e 8741, 12 aprile e 1 giugno 1240, p. 775; 878-879, 12 aprile
1240, pp. 778-779, in cui si comunica al giustiziere di Basilicata Tommaso di
Osmondo che Maggio di Potenza ha saldato un debito con la corte di trenta
once consegnando a Gentile de Castanea dodici giumente; allo stesso modo
Palmerio di Potenza ha saldato il suo debito di ventotto once fornendo alla
«aracia facta nuper in Apulia» undici giumente.
55
Ivi, 557-561, 8 febbraio 1240, pp. 530-531: ordini al secreto di Messina
(557), di Palermo (558), al giustiziere della Sicilia orientale (559) o occidentale
(560) e a quello di Terra d’Otranto di disporre affinché nelle rispettive province
tutti coloro che posseggono giumente le facciano accoppiare ad anni alterni
con cavalli e asini; tra le registrazioni 592-594, 13 febbraio 1240, pp. 558-
560, vedi la 594, in cui si ordina ai balivi di San Flaviano di far condurre «in
Apulia, apud Tertiam» (con tutta probabilità Laterza), uno stallone di proprietà
imperiale che si trova in custodia presso di loro e di farlo consegnare a Gentile
de Castenga (sic, per Castanea).
56
Ivi, 866, 9 aprile 1240, p. 770: avendo stabilito che i cavalli della mare-
stalla sita in Capitanata siano nutriti ad erba, Federico II ordina ad Alessandro
di Enrico di inviare in Capitanata i carri necessari per trasportare l’erba e gli
uomini che dovranno tagliarla, secondo le indicazioni del magister marestalle
nostre Raone de Trentenaria. Notizie di marestalle in Capitanata a Siponto,
nel Quaternus, p. 50, a proposito di una «domum (…) que fuit sancte Marie
Theotonicorum (…)» che «nichil reddit quia sunti ibi equi Curie et in superiori
parte reponitur panis Curie», e a Casale Sale, ne I fascicoli della Cancelleria
angioina, III cit., p. 261: «domum aliam, que vocatur Manestalla». Per la som-
ministrazione primaverile di erbe fresche e selvatiche come sistema purgativo
per i cavalli cfr. Porsia, I cavalli del Re cit., pp. 78-79. Nel registro vi è anche
menzione della marestalla napoletana: ivi, 938, 25 aprile 1240, pp. 826-827,
in cui si ordina di far realizzare a Napoli due logie (stalli) per i cavalli della
marestalla e una “trabecca” (Porsia, I cavalli del Re cit., p. 31: graticciata di
travicelli per il solaio o il tetto). Per le disposizioni di età angioina cfr. RA XIX,
67, 10 novembre 1277, pp. 94-95; 68, idem, pp. 95-98; 76, 9 dicembre 1277,
pp. 102-107; 78, idem, pp. 108-112; Istituto Storico Germanico di Roma, La-
scito N 14 Eduard Sthamer, teil B, ff. 142-148.
184 Francesco Violante

risorse imperniato su una rete di aziende agrarie, le massarie. Di


questa sovrastruttura gestionale, che razionalizza l’amministra-
zione di fondi rustici affidati ad appaltatori attraverso la supervi-
sione di un funzionario regio, si è talvolta proposto un rapporto
di filiazione diretta, tanto etimologica quanto più propriamente
gestionale, attraverso la mediazione di modalità contrattuali pe-
culiari dell’economia rurale bizantina57, con le massae fundorum
tardoantiche58, ben attestate nell’Italia centromeridionale già tra
III e IV secolo d.C. da fonti come la Vita Sylvestri e l’epistolario
di Gregorio Magno59; in altri casi, l’elemento di originalità e di

57
È un punto sul quale richiama l’attenzione B. Andreolli, Contratti
agrari e trasformazioni dell’ambiente, in Uomo e ambiente nel Mezzogiorno
normanno-svevo, Atti delle ottave giornate normanno-sveve (Bari, 20-23
ottobre 1987), a c. di G. Musca, Bari 1989, pp. 111-133: 132-133, a proposito
del largo ricorso all’enfiteusi nella pratica gestionale delle grandi proprietà
bizantine, ripreso da Licinio, Masserie medievali cit., p. 10.
58
Interpretazioni in chiave continuistica sono tradizionalmente state
elaborate all’interno della riflessione storico-giuridica, per la quale si veda U.
Gualazzini, Massaro, Masserizia, in Novissimo Digesto Italiano, Torino 1967,
pp. 309-317; con particolare riguardo alla Sicilia, nella stessa prospettiva, si
vedano i lavori di V. D’Alessandro, Dalla «massa» alla «masseria» [1980],
in Id., Terra, nobili e borghesi cit., pp. 63-72 e Per una storia delle campagne
siciliane nell’alto medioevo (1985), in Id., Città e campagne nella Sicilia
medievale, Bologna 2010, pp. 15-32, nonché, per una «sostanziale continuità»
tra siti rurali aperti tardoantichi/bizantini e musulmani, che potrebbe essere
interpretato come un elemento a favore della continuità tra forme di conduzione
agraria, A. Molinari, Il popolamento rurale in Sicilia tra V e XIII secolo:
alcuni spunti di riflessione, in La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X
secolo) alla luce dell’archeologia, Atti del Convegno internazionale (Siena,
2-6 dicembre 1992), a c. di R. Francovich, G. Noyé, Firenze 1994, pp. 361-
377 e, tra gli interventi più recenti, Ead., Paesaggi rurali e formazioni sociali
nella Sicilia islamica, normanna e sveva (secoli X-XIII), in «Archeologia
medievale», XXXVII (2010), pp. 229-245. Di grande interesse A. Nef, V.
Prigent, Repenser l’histoire de la Sicile prénormande, in «Storica», 35-36,
XII (2006), pp. 9-63 e La Sicile de Byzance à l’Islam, a c. di A. Nef, V. Prigent,
Paris 2010.
59
Sulle massae tardoantiche si vedano, in particolare, gli studi di D. Vera,
Massa fundorum. Forme della grande proprietà e poteri della città in Italia fra
Costantino e Gregorio Magno, in «Mélanges de l’Ecole Française de Rome.
La conduzione delle terre demaniali 185

innovazione portato dalla monarchia sveva è stato considerato as-


solutamente predominante tanto rispetto alle forme di conduzione
tardoantiche, quanto in relazione a moduli gestionali coevi elabo-
rati in ambito cistercense60.
Sul piano documentario sembra difficile dipanare la matassa
dei rapporti con analoghe strutture agrarie passate e contempo-
ranee alla masseria sveva. Le notizie su questo tipo di azienda
precedenti gli anni Quaranta del XIII secolo, a partire dai quali
e sino ai primi del Trecento se ne datano i documenti fondamen-
tali, sono infatti scarse, dubbie e poco attendibili: tra i testimoni
elencati in un documento sui diritti episcopali di Troia sulla chie-
sa di Foggia, datato tra 1220 e 1224, vi è infatti un «dominum
massar(ium/icium) Fogie» che, interpretato come responsabile

Antiquité», 111 (1999), pp. 991-1025; Id., Sulla (ri)organizzazione agraria


dell’Italia meridionale in età imperiale: origini, forme e funzioni della massa
fundorum, in Modalità insediative e strutture agrarie nell’Italia meridionale
in età romana, a c. di E. Lo Cascio, A. Storchi Marino, Bari 2001, pp. 613-633;
Id., L’altra faccia della luna: la società contadina nella Sicilia di Gregorio
Magno, in «Studi storici», 2006, 2, pp. 437-461; Id., Osservazioni economiche
sulla Vita Sylvestri nel Liber pontificalis, in Consuetudinis amor. Fragments
d’histoire romaine (II-VI siècles) offerts à J.-P. Callu, a c. di F. Chausson,
E. Wolf, Roma 2003, pp. 419-430. Sul rapporto tra massa e città vedi anche
E. Caliri, Città e campagna nella Sicilia tardoantica: massa fundorum ed
istituto civico, in «Mediterraneo antico», IX / 1 (2006), pp. 51-69. Sulla massa
altomedievale cfr. P. Toubert, Les structures du Latium médiéval, Roma 1973,
p. 455; E. Migliario, Strutture della proprietà agraria in Sabina dall’età
imperiale all’alto Medioevo, Firenze 1988, pp. 40, 48, 68 per le massae super
Pharpham e de Bucciniano nei pressi di Farfa, in Sabina e Ead., Uomini, terre
e strade. Aspetti dell’Italia centro appenninica fra Antichità e alto Medioevo,
Bari 1995, in part. pp. 41-49 sulle massae Nautona e Turana dell’abbazia di
Farfa nella valle del Turano nel Reatino.
60
Del Treppo, Prospettive cit., p. 4 per il rapporto tra masseria e forme di
conduzione delle terre in ambito cistercense e p. 6 per il rapporto tra masseria e
massa, in cui tuttavia l’interpretazione della seconda come aggregato compatto
di terreni contigui è ancora quella di Pivano, Volpe e Leicht, già contestata da
Salvioli e Bognetti e ormai abbandonata: cfr. Gualazzini, Massaro, Masserizia
cit., p. 311.
186 Francesco Violante

della più antica masseria federiciana61, potrebbe, a mio avviso più


verosimilmente secondo la struttura del documento – un elenco
di nomi e testimonianze – indicare un nome di persona, “Massa-
ro”, attestato nelle fonti coeve62; un privilegio del 1224 a favore
di S. Maria degli Eremiti e S. Stefano del Bosco, in Calabria, in
cui le concessioni sono espresse in un formulario che compren-
de «hominibus, culturis, prediis, pascuis et massariis», è in realtà
una contraffazione63; nei regesti dei documenti di cancelleria del
1239-1240, una esatta equivalenza del termine domus con massa-
ria non è del tutto propria64 e, talvolta, la citazione di una gestione
in forma di masseria delle terre demaniali è supposta senza che
vi sia riscontro nel testo del mandato65. L’unica citazione, infine,

61
CDP XXI, 139, 1220-1224, pp. 376-392: 382; Del Treppo, Prospettive
cit., p. 3.
62
Cfr., ad es., il Massaro de Transaquis che compare in RC, 142, 9 novembre
1239, pp. 124-128 e, nel Quaternus, p. 27, la citazione di un «casalinum (…)
iuxta domum dompni Massari», che potrebbe essere il medesimo dominus
citato vent’anni prima.
63
HD, II, 2, 943-950; Regesta Imperii, V, hrsg. P. Zinsmaier, P.-J. Heinig,
M. Karst, Köln - Wien 1983, Teil 4, p. 192; Stürner, Federico II cit., pp. 611-
612, nota 130.
64
Cfr., ad es., RC, 136, 4 novembre 1239 e 1361, 7 giugno 1240, pp. 115-
117, in cui tale Nicola de Calochuro, custode «domorum nostrarum Salparum
et Trium Sanctorum», diventa in regesto «custode delle masserie demaniali
di Salpi e Tressanti» (115). Sui rapporti tra domus e masserie cfr. Licinio,
Masserie medievali cit., p. 127.
65
Ivi, 778-780, 16 marzo 1240, pp. 699-703, in cui si cita un frate Ademario
«statuto in (o «super») Bersentino» al quale, insieme con il giustiziere di
Capitanata Riccardo di Montefuscolo, si ordina di provvedere attraverso i
depositi del demanio a caricare di duemila once di victualia una nave diretta in
Siria a supporto dei cavalieri del maresciallo Riccardo Filangieri (granaglie che
in seguito saranno invece utilizzate per farne biscotto per la flotta); che frate
Ademario detenesse in custodia grani e vettovaglie della Curia non giustifica,
quantomeno sul piano testuale, che lo stesso fosse «a capo della masseria regia
di Versentino» (703, e Del Treppo, Prospettive cit., p. 7, nota 34), così come
non si dice di frate Ruggero di S. Giovanni in Fiore citato ivi, 468 cit., pp.
450-451 essere magister marestalle o aracie per il fatto di avere in custodia le
giumente di proprietà del demanio.
La conduzione delle terre demaniali 187

del termine massaria, al plurale, nelle costituzioni federiciane, è


in un contesto dubbio, e comunque datato agli anni Quaranta66.
Ancora, scarne sono le citazioni di masserie di età sveva – nel
cosiddetto Statutum de reparatione castrorum, datato tra 1241 e
1246, a proposito della domus di una masseria, a Lucera, alla cui
manutenzione sono tenuti i Saraceni della città67, in un documen-
to del 1247 in cui si cita un frate Stefano di S. Matteo di Scul-
gola massaro in Terra di Bari68 e nel controverso Testamentum
di Federico II, in cui si cita invece una masseria «apud Sanctum
Nicolaum de Aufido» presso Melfi69 – al di fuori del mandato per
un provisor massariarum in Apulia, datato intorno al 124570, del
Quaternus de excadenciis e dello Statutum massariarum, redatto
dopo il 1254 e attribuibile agli anni di regno di Manfredi71, a par-
tire dai quali le citazioni si fanno più numerose72.
66
Si tratta della già citata Const. I 86, datata 1246, ma anticipata al 1240
da Caruso, Indagini cit.; HD, IV, 1, p. 208), in cui il termine compare in un
passo che la tradizione manoscritta riporta in più versioni e che comunque non
giustifica il senso di “azienda agricola, fattoria” («Meierhof», nell’indice delle
Constitutiones), quanto piuttosto quello più generico di “beni”, “masserizie”:
«Animalia autem nostre curie et omnes alias massarias [«omnes bestias
et massarias» nella versione di Huillard-Bréholles] per curatolos et alios,
qui prefecti pro tempore fuerint cum diligentia debita faciat procurari et ex
eorum proventibus tam curie nostre quam castrorum nostrorum necessitatibus
et utilitatibus ad requisitionem provisorum super castrorum nostrorum
provisionibus statutorum faciet provideri». Se ne veda anche la traduzione
approntata da Ortensio Zecchino per Federico II. Enciclopedia fridericiana,
III, Roma 2008, p. 170, che rimanda a R. Licinio, Masserie regie, ivi, II, pp.
282-284.
67
Sthamer, Verwaltung cit., p. 100: «Domus massarie Lucerie [reparari
possint] Sarraceni Lucerie». Cfr. R. Licinio, Castelli medievali. Puglia e
Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, pres. di G. Musca,
n. ed. Bari 2010, pp. 115, 119, 280.
68
HD, VI, 1, pp. 494-497.
69
Ivi, VI, 2, pp. 805-810: 807-808.
70
Ivi, IV, 1, pp. 214-216; Stürner, Federico II cit., p. 611.
71
Acta, I, 998, pp. 754-758.
72
Elenco e riferimenti documentari in Licinio, Masserie medievali cit.,
passim e J.-M. Martin, Fiscalité et économie étatique dans le royaume angevin
188 Francesco Violante

Con questo panorama documentario, certamente il primo dei


nodi problematici, quello riguardante il rapporto tra forme di con-
duzione della grande proprietà tra età tardoantica e pieno Me-
dioevo, è il più difficile da sciogliere. Tuttavia, su un piano ge-
neralmente metodologico, è probabilmente opportuno evitare di
stabilire connessioni organiche tra esperienze di organizzazione
fondiaria che, quando pure sia possibile in forme meno evane-
scenti di quanto l’impiego di categorie interpretative astratte con-
senta, sono alla base di sistemi di relazioni politiche, giuridiche e
sociali diversi tanto sul piano cronologico che geografico73. An-
che il suggestivo nesso con le consuetudini negoziali bizantine,
che non può essere escluso e che meriterebbe un ulteriore appro-
fondimento, è reso problematico sia dalla complessità dei quadri
territoriali dell’impero romano orientale in Italia meridionale – in
cui il dominio della grande proprietà nella Calabria meridionale74
non è paragonabile a quella della Puglia centrale e di regioni più
periferiche, come la Capitanata, la Basilicata sud-orientale e il
nord della Calabria75 – e delle cesure interne alla storia di ciascu-

de Sicile à la fin du XIIIe siècle, in Pouvoir, culture et societé entre XIIIe et XIVe
siècle, Actes du Colloque international (Rome - Naples, 7-11 novembre 1995),
Rome 1998, pp. 601-648: 641-642.
73
Si vedano ad es. i risultati del confronto sui temi della conduzione
della grande proprietà lungo un amplissimo arco cronologico contenuti in Du
latifundium au latifondo. Un héritage de Rome, une création médiévale ou
moderne?, Atti del Convegno (Bordeaux, 17-19 décembre 1992), Paris 1995
e, più recentemente, in The making of feudal agricultures, a. c. di M. Barcelò,
F. Sigaut, Leiden - Boston 2004.
74
Cfr., nel Corpus des actes grecs d’Italie et de Sicile, il vol. III, La
Théotokos de Hagia-Agathè (Oppido) (1050-1064/1065), ed. A. Guillou, Città
del Vaticano 1972, e il vol. IV, Le brébion de la métropole byzantine de Région
(vers 1050), ed. A. Guillou, Città del Vaticano 1974.
75
J.-M. Martin, G. Noyé, Les campagnes de l’Italie méridionale byzantine
(X -XIe siècles), in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age,
e

Temps modernes», 101, 2 (1989), pp. 559-596; J. Lefort, J.-M. Martin,


L’organisation de l’espace rural: Macédonie et Italie du sud (Xe-XIIIe siècle),
in Hommes et richesses dans l’Empire byzantin, II, VIIIe-XVe siècle, a c. di V.
Kravari, J. Lefort, C. Morrisson, Paris 1991, pp. 11-26; J.-M. Martin, L’Italie
méridionale, in Città e campagna nei secoli altomedievali, Atti della LVI
La conduzione delle terre demaniali 189

no di questi distretti e nella Sicilia del IX secolo, sia da una cro-


nologia che individua proprio nell’XI secolo, quando la presenza
politico-istituzionale bizantina in Italia meridionale cede ai Nor-
manni, un momento di svolta strutturale, nel resto dell’impero, a
favore della grande proprietà, privata e imperiale, caratterizzato
dal largo impiego di contadini affittuari a breve (sino a 29 anni) o
più spesso a lungo termine (oltre 29 anni)76, e connesso con un in-
cremento della domanda di prodotti agricoli e con la monetarizza-
zione progressiva degli scambi77. In questi casi, dunque, sarebbe
più cauto ragionare per analogie, piuttosto che voler individuare
collegamenti organici di causalità.
La stessa cautela è naturalmente opportuna anche nel caso in
cui si cerchino apporti all’impianto della massaria dall’esperien-
za cistercense. Il passo della Chronica del monaco di S. Maria di
Ferraria in cui viene messo in risalto il ruolo dei conversi sia in
campo edilizio, come costruttori di castelli e residenze78, sia in

Settimana internazionale di studio sull’alto medioevo (Spoleto, 27 marzo - 1


aprile 2008), Spoleto 2009, pp. 1-43.
76
Cfr. J. Lefort, The rural economy, seventh-twelfth centuries; A. E.
Laiou, The agrarian economy, thirteenth-fifteenth centuries; P. Toubert,
Byzantium and the Mediterranean agrarian civilization, in The economic
history of Byzantium: from seventh through the fifteenth century, a c. di A.
E. Laiou, Washinghton 2002, rispettivamente pp. 231-310, 311-375, 377-391;
M. Kaplan, Les hommes et la terre à Byzance du VIe au XIe siècle. Propriété
et exploitation du sol, Paris 1992, pp. 352-359 su locazione, enfiteusi (sulle
quali cfr. anche rispettivamente pp. 161-163 e 163-169 per i secoli VI-VII) e
paroikia (su cui cfr. anche pp. 264-271); Id., Les contrats de location agrarie
à Byzance du XIe au XIVe siècle, in Contratti agrari e rapporti di lavoro
nell’Europa medievale, Atti del Convegno internazionale di studi (Montalcino,
20-22 settembre 2001), a c. di A. Cortonesi, M. Montanari, A. Nelli, Bologna
2006, pp. 251-270.
77
C. Morrisson, Monnaie et finances dans l’Empire byzantin, Xe-XIVe
siècles, in Hommes et richesses cit., in particolare pp. 299-301 e Ead.,
Byzantine money: its production and circulation, in The economic history cit.,
pp. 909-966.
78
M. S. Calò Mariani, Archeologia, storia e storia dell’arte in Capitanata,
in A. Haseloff, Architettura sveva nell’Italia meridionale, a c. di M. S. Calò
Mariani, pres. C. A. Willemsen, Bari 1992 (ed. orig. Leipzig 1920), pp. I-XCIX.
190 Francesco Violante

campo agricolo, come «magistri gregum armentorum et diver-


sarum actionum»79, confermato dalle numerose attestazioni di
impegno delle fondazioni cistercensi dell’Italia centrale e meri-
dionale nell’allevamento e in particolare nella transumanza80, la
citazione di alcuni fratres nella gestione di terreni agricoli della
curia nella documentazione di provenienza regia81, la particola-
re cura dimostrata in ambito cistercense nella definizione di mo-
dalità razionali di conduzione delle grange82, la diretta gestione,
infine, di masserie (Ascoli Satriano, Salsiburgo e S. Antonio de
Pantanibus in Capitanata, Cuma e Capaccio in Terra di Lavoro)
da parte delle fondazioni cistercensi di Realvalle e S. Maria del-
la Vittoria nei primi anni di regno angioino83, hanno condotto a

79
Ignoti Monachi Cisterciensis S. Mariae De Ferraria Chronica, ed. A.
Gaudenzi, Napoli 1888, p. 38.
80
Su cui si vedano gli esempi citati da R. Comba, Le scelte economiche dei
monaci bianchi nel regno di Sicilia (XII-XIII secolo): un modello cistercense?,
in I Cistercensi nel Mezzogiorno medioevale, Atti del Convegno internazionale
di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux
(Martano - Latiano - Lecce, 25-27 febbraio 1991), a c. di H. Houben, B. Vetere,
Galatina 1994, pp. 117-164: 125-133. Cfr. anche J.-M. Martin, Les débuts de la
transhumance: économie et habitat en Capitanate, in «Bullettino dell’Istituto
storico italiano per il Medio Evo», 109/2 (2007), pp. 117-137: 124.
81
RC, 778-780 cit., pp. 699-703 (frate Ademario) e 468 cit., pp. 450-451
(frate Ruggiero di S. Giovanni in Fiore); HD, VI, 1, pp. 494-497 (frate Stefano,
massaro della curia in Terra di Bari); Quaternus, p. 63 (frate Giovanni,
massarius della masseria di Casal Celano). È molto dubbio che li si possa
ritenere mendicanti, come vuole Del Treppo, Prospettive cit., p. 7: il frate di S.
Giovanni in Fiore è chiaramente cistercense e probabilmente lo sono anche gli
altri, visti i rapporti tormentati di Federico II con gli ordini mendicanti, su cui
cfr. G. Barone, Federico II di Svevia e gli Ordini Mendicanti, in «Mélanges
de l’Ecole française de Rome. Moyen Age. Temps modernes», 90 (1978), pp.
607-626.
82
Si veda, ad esempio, il Conductus domus sapienter staurate dell’abate
Stefano di Lexington per il monastero di Savigny in Registrum epistolarum
abbatis Stephani de Lexington, ed. B. Griesser, in «Analecta Sacri Ordinis
Cisterciensis», 8 (1952), pp. 181-378: 224-232.
83
Tra le molte citazioni nei registri angioini, cfr. RA XVIII (1277-1278), a c.
di J. Mazzoleni, Napoli 1964, 157, pp. 79-80 (le masserie di Cuma e Capaccio
La conduzione delle terre demaniali 191

ipotizzare appunto una trasmissione diretta delle pratiche di con-


duzione delle terre dall’ambito cistercense a quello del demanio
regio, in particolare per quanto concerne la rotazione triennale
delle colture84. V’è tuttavia da notare quanto il modello di produ-
zione cistercense, la sua rappresentazione attraverso i testi nor-
mativi dell’Ordine e la sua capacità di diffusione siano stati ridi-
mensionati, negli ultimi vent’anni, a favore della considerazione
di una maggiore aderenza delle fondazioni cistercensi alle realtà
regionali nelle quali si trovavano ad operare, cosa che giustifica
le numerose testimonianze riconducibili a tradizionali forme di
economia curtense e che mette in dubbio la teoria di una organica
e univoca osmosi di conoscenze in campo agricolo dalle grange
alla più arretrata realtà circostante85.

a Realvalle); ivi, 631, p. 309; 717, pp. 356-357 (le masserie di Salsiburgo,
poi permutata con quella di S. Antonio, e Ascoli a S. Maria della Vittoria).
Su Sant’Antonio si veda in particolare A. Pepe, L’insediamento di S. Antuono
presso Sant’Agata di Puglia. Un segno della gestione del territorio nel secolo
XIII, in Castelli, foreste e masserie. Potere centrale e funzionari periferici
nella Puglia del secolo XIII, a c. di R. Licinio, Bari 1991.
84
Licinio, Masserie medievali cit., pp. 140-141 e pp. 104-110 sulla rotazione
triennale; Id., Ostelli e masserie, in Strumenti, tempi e luoghi di comunicazione
nel Mezzogiorno normanno-svevo, Atti delle undecime giornate normanno-
sveve (Bari, 26-29 ottobre 1993), a c. di G. Musca, V. Sivo, Bari 1995, pp. 301-
321: 319-320 (ora, con bibliografia aggiornata e con il titolo Le strutture del
viaggio-pellegrinaggio nel Mezzogiorno normanno e svevo. Ostelli, locande,
taverne e masserie come luoghi di comunicazione, in F. Cardini, R. Licinio, Il
naso del templare. Sei saggi storici su templari, corsari, viaggiatori, mastri
massari e monstra medievali, pres. di G. Losapio, Bari 2012, pp. 61-82);
G. Vitolo, “Vecchio” e “nuovo” monachesimo nel Regno svevo di Sicilia,
in Friedrich II. cit., pp. 182-200, distribuito in formato digitale da “Reti
Medievali”, da cui cito, pp. 1-12: 11.
85
R. Comba, I Cistercensi fra città e campagne nei secoli XII e XIII.
Una sintesi mutevole di orientamenti economici e culturali nell’Italia nord-
occidentale, in «Studi storici», 26 (1985); Id., Le scelte economiche cit., pp.
144, 152, 154, 164 e Del Treppo, Prospettive cit., p. 4, cui rinvio per gli esempi
e le fonti (il caso citato da quest’ultimo a proposito di S. Stefano del Bosco è
però più complesso, e i villani calabresi dipendenti dal monastero dovevano le
loro dure condizioni al fatto di essere discendenti di coloro che, avendo tradito
Ruggero I, nel 1098 erano stati trasferiti in Calabria e donati al monastero, e
192 Francesco Violante

Ulteriore nodo problematico, l’impiego di manodopera sala-


riata, il cui sviluppo parrebbe una novità dei primi decenni del
XIII secolo e che invece, come si è avuto modo di notare in prece-
denza, è attestato già nell’XI secolo ad esempio in Campania e in
Capitanata86. I passaggi, nel mandato per il provisor massariarum
in Apulia e negli Statuta massariarum, riguardanti la manodopera
da impiegare nei lavori delle masserie, definita quasi sempre in
termini di familia e famuli, costringono tuttavia a una notevole
torsione del loro significato usuale qualora si voglia interpretarli,
in modo neutro sul piano giuridico, come lavoratori dipendenti
e salariati87. Lo Statutum opera una distinzione tra quanti, nel-
la familia infra domum, ricevono il vitto nella masseria e quanti
invece lo ricevono extra massariam, e tra questi e i laboratores,
evidentemente stagionali, che ricevono il vitto nella masseria, per
i quali il massaro riceve rispettivamente un tomolo e mezzo, due
e tre tomoli di frumento: per nessuna di queste categorie, a dif-
ferenza invece di giumentari e scudieri, è previsto un compenso
in denaro. Il mandato al provisor massariarum in Apulia, dopo

per aver essi negato questi obblighi e aver richiesto, mentendo, l’intervento
dell’imperatore, la sentenza era stata particolarmente dura, confermando tutti
gli obblighi: Carocci, Angararii e franci cit., par. 6); I. Alfonso, Cistercians
and feudalism, in «Past and Present», 133 (november 1991), pp. 3-30; V.
Toneatto, P. Černic, S. Paulitti, Economia monastica. Dalla disciplina del
desiderio all’amministrazione razionale, introd. di G. Todeschini, Spoleto
2004, in particolare il saggio di S. Paulitti, Il vocabolario economico
cisterciense: Bernardo di Clairvaux ed Aelredo di Rielvaux, pp. 189-273.
86
Per i caratteri di «novità» cfr. Del Treppo, Prospettive cit., p. 7; per le
testimonianze di XI e XII secolo vedi Martin, Le travail agricole cit., p. 145;
Id., La Pouille cit., pp. 321-322.
87
HD, IV, 1, p. 215; Acta, I, 998, pp. 754-755 e 757 e si vedano anche, per
la ripresa della normativa in epoca angioina, la Forma commissionis officii
magistri massarii, in RA, XXXI (1306-1307), a c. di B. Mazzoleni, Napoli
1980, pp. 74-79. Per qualche oscillazione nell’interpretazione storiografica
della condizione giuridica di questi lavoratori cfr. D’Alessandro, Dalla
«massa» alla «masseria» cit., p. 64: «lavoratori servi o semiliberi»; Licinio,
Masserie medievali cit., ad es. pp. 91 (saggio del 1976): «servi», e 149, 150
(saggio del 1991): «dipendenti»; Del Treppo, Prospettive cit., p. 7: «lavoratori
salariati», e così anche Stürner, Federico II cit., p. 611.
La conduzione delle terre demaniali 193

aver prescritto che si sorvegli qualità e numero dei famuli alle


dipendenze dei singoli massari, affinché essi non ne abbiano trop-
pi, o troppo pochi, insistendo sulle procedure di controllo volte
a verificare che i massari non operino a vantaggio delle proprie
masserie, che facciano coltivare i terreni e che conservino i rac-
colti nei tempi e nei modi opportuni, si preoccupa anche che i
massari «conventicias integre solvant». Di consueto la resa di
questa frase traduce conventicia con “prestazioni”, seguendo la
nota esplicativa di Huillard-Bréholles88, sicché ai massari ver-
rebbe chiesto di non sottrarsi alle prestazioni dovute; tuttavia, la
convenientia, altra forma di conventicia, è un tipo di contratto
che, attestato in forme diverse già alla metà del XII secolo89, alla
metà del Duecento riguarda i lavoratori a salario mensile o annuo
impiegati nei lavori dei campi o nella custodia degli animali90. Il
testo del mandato, dunque, prescrivendo che i massari onorino
(solvant) i contratti di lavoro a tempo, mi sembra distingua tra
lavoratori stabilmente residenti all’interno della masseria, dotati
di una condizione giuridica che li lega strettamente alle terre del
demanio, e lavoratori stagionali salariati, il cui ruolo economico e
la cui capacità contrattuale sono in crescita91, in una congiuntura
caratterizzata da istanze di specializzazione e mercantilizzazione
e, dunque, da notevoli disuguaglianze nella domanda di lavoro
del calendario agricolo92, congiuntura alla quale il sistema di pro-

88
HD, IV, 1, p. 215, nota b, in riferimento a conventicias: «Verisimiliter pro
convenientias; in codice tamen 202 comendantias, pro commendatias, scilicet
praestationes».
89
Martin, La Pouille cit., p. 325 (contratto del 1142 a Monopoli).
90
Licinio, Masserie medievali cit., p. 171 e nota 64.
91
Si veda infatti Const. III, 49. Sulle relazioni tra moneta e ambienti rurali,
per un periodo più tardo, cfr. G. Petralia, Moneta e mondo rurale nell’Italia
meridionale del tardo Medioevo. Note preliminari, in La moneta in ambiente
rurale nell’Italia tardo medievale, Atti dell’incontro di studio (Roma, 21-22
settembre 2000), a c. di P. Delogu, S. Sorda, Roma 2002, pp. 87-112.
92
Una caratteristica, questa presenza diffusa del lavoro migrante in
molti paesaggi agrari italiani ed europei, che rovescia definitivamente quel
“paradigma della sedentarietà” progressivamente costruito dalla storiografia
194 Francesco Violante

duzione imperniato sulle masserie cerca di rispondere, sebbene,


è opportuno ribadirlo, la destinazione primaria della produzione
di masserie, aratie e marestalle sia ancora, oltre alle necessi-
tà della semina e dell’approvvigionamento degli animali stessi
delle aziende, il consumo della corte, il rifornimento dell’eser-
cito, dei castelli e della flotta93.
Intorno alla figura del provisor massariarum ruota dunque
un universo burocratico e gestionale estremamente complesso,
dalla redazione dei registri dei beni e delle dotazioni della mas-
seria alla gestione dei lavoratori e della produttività delle sin-
gole aziende che la compongono, con uno sguardo privilegiato
al territorio di cui le aziende avrebbero dovuto farsi centro pro-
pulsore, sia sul piano produttivo sia su quello insediativo e, in
senso lato, culturale. Tuttavia, la tensione programmatica verso
un modello di azienda rurale in cui trovino posto insieme semi-
nativi e vigneti, oliveti e frutteti, e all’interno dei seminativi si
coltivino, oltre al grano e all’orzo, anche cereali come sorgo,
avena, spelta, miglio, insieme con legumi, cotone e canapa, in
cui sia dedicata grande attenzione non solo, in primo luogo, a
maiali, buoi e arieti, ma anche ad api, oche, galline, colombi,
anatre, capponi e pavoni, rischia di rappresentare una irraggiun-
gibile e astratta realtà ideale.
Le disposizioni previste dalla normativa manfrediana costi-
tuiscono in questo senso, lo si è notato più volte, un irrigidi-
mento ulteriore, tanto sul piano delle indicazioni di prezzi e rese

classica della paysannerie francese: su questi temi cfr. l’ampia riflessione di P.


Horden, N. Purcell, The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History,
Oxford 2000, in particolare il cap. IX, Mobility of Goods and People e B.
Salvemini, Luoghi di antico regime. Insediamenti e spazio rurale nella storia
e nella storiografia francese (1997), in Id., Il territorio sghembo. Forme e
dinamiche degli spazi umani in età moderna. Sondaggi e letture, Bari 2006,
pp. 245-288.
93
Del Treppo, Prospettive cit., p. 9; Stürner, Federico II cit., p. 612, ma
cfr. Const. I 86 per la destinazione dei beni prodotti su terre demaniali e, per
l’epoca angioina, RA, XXXI cit., 42, p. 77.
La conduzione delle terre demaniali 195

cerealicole94, quanto su quello delle enciclopediche disposizioni


allevatorie95, che testimonia una distanza drammatica tra il mo-
dello immaginato dal potere centrale e i dinamismi e le contrad-
dizioni96 che attraversano un mondo rurale reso complesso da
masse di lavoratori stagionali e dalle loro migrazioni; da uno
status giuridico dei lavoratori dipendente ma che si adatta rapi-
damente al mutare delle condizioni economiche e sociali; da una
condizione economica differenziata, a seconda delle possibilità
di godere in maniera più o meno libera di diritti comunitari e di
intraprendere iniziative autonome.
In questo contesto, sul tentativo, che mi è sembrato origina-
to negli anni Quaranta, e poi fortemente ripreso con le riforme
degli anni Settanta97 durante tutta la seconda metà del secolo, di
rendere la masseria regia un modello di azienda agraria98 e ele-

94
Acta, I, p. 757, De semine frugum: «de qualibet salma frumenti seminata
teneantur reddere salmas decem et de ordeo duodecim», e si noti che già non vi
è alcuna indicazione su aspettative di rese da colture arboricole o orticole, pure
prescritte nella constitutio, per cui è senz’altro vero che «la masseria non nasce
come monocoltura» (Del Treppo, Prospettive cit., p. 6), ma lo diventa molto
presto, come già notava G. Sabini, L’ordinamento delle aziende agrarie nel
Medioevo e lo Statutum massariarum di re Manfredi, in «Rassegna italiana»,
1927, pp. 917-926. Sulle rese cfr. Licinio, Masserie medievali cit., pp. 148-
149; R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, I, Firenze 1922 (rist. anast.
Bologna 2002), p. 504 (22 luglio 1310); F. Violante, Il re, il contadino, il
pastore. La grande masseria di Lucera e la Dogana delle pecore di Foggia tra
XV e XVI secolo, pres. di S. Russo, Bari 2009, pp. 111, 120.
95
Analisi in F. Porsia, L’allevamento, in Terra e uomini cit., pp. 235-260:
253-255.
96
Licinio, Masserie medievali cit., pp. 146-157.
97
RA, III (1269-1270), a c. di R. Filangieri, Napoli 1951, 288, 3 aprile
1270, p. 157; RA, V (1266-1272), a c. di R. Filangieri, Napoli 1953, 409, idem,
p. 96; ivi, 407, 2 aprile-31 luglio 1270, p. 96; RA, XLII (1268-1292), a c. di
S. Palmieri, Napoli 1995, 120, pp. 52-53; Istituto Storico Germanico di Roma,
Lascito N 14 Eduard Sthamer, teil B, ff. 160-161 (1270), 155-156 (1271).
98
Un modello che si ponga come tale rispetto ad analoghe forme di
organizzazione in ambito privato, per le quali vedi, ad es., Quaternus, pp. 18,
26, 28 (masseria di Pier della Vigna a Foggia) e HD, IV, 1, p. 215: «… ne
massarii ipsi possessiones nostre curie, sue massarie proprie debitas, usurpare
196 Francesco Violante

mento reale di sviluppo del territorio rurale non solo sul piano
produttivo, ma anche come luogo di comunicazione delle co-
noscenze agropastorali e, insieme alla rete complessa di casali,
città, castelli e domus, come elemento di costruzione, gestione
e controllo del territorio, rischiano di appuntarsi, come ad un
aspetto centrale del sistema fiscale regio, le critiche feroci dei
cronisti99, gli appetiti di grandi burocrati e feudatari, le crisi pro-
duttive del XIV secolo100.

presumant».
99
Saba Malaspina, Rerum Sicularum libri VI ab anno Christi MCCL
usque ad annum MCCLXXVI [RIS, VIII], VI, 7, cc. 872-874; Bartholomaei
de Neocastro Historia sicula, ed. G. Paladino [RIS2, XIII, 3], Bologna 1921-
1922, p. 10: «Quid massariarum et forestarum decreta? (…) Quid animalium
foetuum inexcogitabilis reditus fructuosus et agrorum luxuries, etiam si
coeli siccitas sub autumno torperet, aut messes aestuaret in posterum fervens
Cancer?».
100
S. Tramontana, Terre e uomini, in Le eredità normanno-sveve nell’età
angioina. Persistenze e mutamenti nel Mezzogiorno, Atti delle quindicesime
giornate normanno-sveve (Bari, 22-25 ottobre 2002), a c. di G. Musca, Bari
2004, pp. 177-195: 180, 184-185, 190-191; Licinio, Masserie medievali cit.,
pp. 201-202.