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NUVOLE DI PASSAGGIO

di GM Willo

Edizioni Willoworld

Nuvole di Passaggio di GM Willo

Edizioni Willoworld 2012 Prima Edizione

Copertina di GM Willo www.willoworld.net

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DUE PAROLE...

Se la memoria non m'inganna, e potrebbe anche essere il caso data l'et, tutti questi racconti sono stati scritti nell'arco di circa dodici anni e rappresentano un percorso ben preciso della mia vita. Ci che li accomuna sono le tematiche di fondo, al di l dei diversi stili e generi toccati, poich sono tutti indiscutibilmente racconti d'amore. Molti riguardano la coppia, alcuni l'amicizia, altri ancora il rapporto con la vita, che ha sempre e comunque a che fare con l'amore, nel suo significato pi ampio. La ragione per cui ho voluto ripresentare alcuni di questi lavori, che erano gi stati pubblicati in altre raccolte, aggiungendone molti di nuovi e pi recenti, perch sentivo la necessit di fotografare con un libro gli eventi tormentati dell'ultimo anno. Per chi mi conosce e sa che cosa ho passato, non gli sar difficile capire da dove nascono le idee sulle quali ho ricamato questi scritti. Chi invece non sa chi sono e non alcuna idea degli eventi che hanno condizionato la mia vita, potr cercare di riconoscersi tra le righe di queste piccole storie, che rimangono comunque molto attuali. In ognuna di queste ci ho messo del mio, ma tutte fanno parte di un tempo e di un luogo diversi da dove sono ora. Sto morendo. Forse sono gi morto... lo spero. La morte di cui parlo quella che passa per il risveglio, per la rinascita. Dove mi trovo adesso, dopo mesi di dubbi e sofferenze, oltre ogni parola scritta su questo libro. Guardo dietro di me e rivedo il percorso, le tribolazioni, l'abbandono. In verit non era necessario fare molta strada; sempre stato tutto a portata di mano, ma non era per niente facile accorgersene. Anche nel processo creativo credo di aver subito un cambiamento importante. C' meno tensione, meno aspettative, pi equilibrio. Le idee arrivano e se ne vanno, ed io rimango ad osservarle quieto, in attesa del momento giusto per metterle su carta. Potranno essere nuovi racconti, nuovi progetti, forse un romanzo... non importante. Ci che conta fluire insieme alle parole, e se possibile persino trascendere. GM Willo - 2012

INDICE
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. IL TEMPO PER AMARE DOMANDE LA GIOSTRA I CONTI DELLA VITA LA BICI DI GINO PRIGIONIERO LE TRE CARAFFE FAI COME VUOI! LA TERRA TREMA IL MAESTRO DEL GIOCO PESCAIA SULL'ARNO POMODORI UN UOMO TRANQUILLO IL DELTA DEL FIUME IL BOSCO DEI SUICIDI IL NATALE RITROVATO IL SEGRETO NEL RESPIRO SULLA CASSIA NUVOLE DI PASSAGGIO VIA DEL QUERCIONE L'UOMO ALBERO IL NUOVO SPETTACOLO L'ULTIMO NATALE CASTAGNETO COSIMO E VIOLANTE UNA GIORNATA NATA STORTA RITUALE NEL FIUME L'ALLENATORE ONIRICO IL PREZZO DEL GIORNO GIUNGO 1990 LEZIONE DI FEDE IL RESPIRO 7 10 11 14 16 18 23 24 27 29 31 33 35 41 43 47 49 51 53 56 61 63 66 71 73 76 78 80 84 94 97 100

33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62. 63. 64.

UNA QUESTIONE INSIGNIFICANTE IL VOLO E LA CADUTA IL MONDO SOTTOSOPRA UNA BIRRA LEGGERA UNA GIORNATA CORAGGIOSA IL PROFUMO DI CIPOLLETTA NATALE DA SOLO UNA PARTITA A BILIARDO MESSA IN SCENA PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA LA DONNA DELLA TORRE SHARONA CUORE FREDDO UNDICI GRADI IDENTIT IL CUORE DELLA LUCERTOLA IL VECCHIO ULIVO L'ANELLO FIORITURE LAPO E LUISA RADIO BLUES CICCHE BIRRA O CASETTA IN CANAD IL MARINAIO NOTTE UMIDA OTTOBRINA CUCCIOLO IL FARO UN PANINO IN COMPAGNIA IMPRONTE IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA LA MIA PERPLESSIT SULLE PARABOLE... LA PANCHINA

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IL TEMPO PER AMARE

Malgrado Marina mi guardasse con gli occhi velati da un pianto represso, io continuai a riversarle addosso le frasi che avevo impresso cos bene nella mente e che avrebbero decretato la fine della nostra lunga storia. Solo adesso, a distanza di due anni, mi accorgo che quelle parole erano false, seppure le avessi ragionate ed in parte anche sentite. Ma la verit non mai cos semplice come la si immagina. La verit non esclusivamente sentimento o razionalit, anche se probabilmente figlia delle due, e soprattutto non definibile in un momento, ma solo attraverso il ciclo degli eventi, il trasformismo delle cose e le conseguenze delle proprie decisioni. Non ero io quelluomo che la guardava negli occhi senza vederla, in quel pomeriggio di marzo stranamente caldo nel giardino di casa. Non era la mia voce quella che cercava di convincerla che tra noi due ormai non esisteva pi nulla. Non erano i miei gesti quelli che mascheravano la mia risoluzione. Non tornare indietro! Non cadere nella trappola, continuava a ripetermi una vocina da dentro, un disco che avevo inciso durante i giorni in cui mi ero preparato ad affrontarla. Quando incominci a mancarmi ignorai i sintomi. Se stavo male davo la colpa al lavoro, o al primo capro espiatorio che mi capitava sotto mano; parenti, amici, vicini di casa. Qualcuno inizi a pensare che cera qualcosa di sbagliato in me, e come potevo dargli torto. In pochi mesi ero diventato espertissimo a scansare le relazioni e a rinchiudermi nel mio malumore. Quella fu la fase pi triste, ma in qualche modo meno dolorosa, perch ancora non riuscivo ad ammettere a me stesso lerrore che avevo commesso e 7

quello che avevo per sempre perduto. La rividi per caso in un sabato di pioggia; era settembre ed io avevo superato la prima fase ed ricominciato il solito tram-tram di incontri inutili, aperitivi, cene, sesso veloce e mai appagante e letti vuoti al mattino. Lei passeggiava insieme a un tipo sui quaranta, alto e con un certo charme. Ricordava me tra dieci anni e la cosa mi procur uno strano senso di soddisfazione, impregnato di un bel po' di insano masochismo. Quel giorno mi convinsi che ero stato uno stupido a lasciarla e me ne feci pure una ragione, perch nonostante Marina fosse probabilmente la donna della mia vita, erano stati i tempi sbagliati a fregarci. Di quale colpa avrei mai potuto accusarmi se non quella di aver ascoltato il mio cuore e averle detto come stavano le cose? Ed il mio cuore strillava una cosa sola, ed era paura, paura con la P maiuscola. Potevo forse ignorarla? No, quella era lunica verit. Dopo lincontro passarono alcune settimane tranquille, il classico periodo di calma che da sempre precede l'inevitabile tempesta. Poi arrivarono i matrimoni, tre in un botto solo. Nel giro di appena un anno, e contro ogni aspettativa, i miei amici pi cari si erano sistemati. Artistoidi matti, ragazzacci scapestrati, zingari per natura e per diletto, tutti, chi pi chi meno, allo scoccare dei trenta avevano imboccato la strada verso laltare. Una parte di me li detestava, nonostante li amassi come sempre, ma la cosa che mi faceva pi rabbia era che mi sembravano felici per davvero. Cercavo di convincermi dellopposto, invece finii per accorgermi di aver perduto quella mia naturale abilit di ingannarmi, un espediente che fino ad allora aveva sempre funzionato. Erano felici ed invece di sforzarmi di essere felice per loro li prendevo in giro, pavoneggiandomi della mia vita da single. Ed erano tutte bugie... Dopo la scenata del terzo matrimonio, alla fine del quale io, completamente ubriaco, brindavo ironicamente alle semplici vite dei tre compagni di vita, incominciai a non rispondere pi alle chiamate. Il sentirmi vittima di uno strano gioco del destino mi 8

faceva stare cos male che, per convincermi della mia invincibilit, iniziai a respingere ogni affetto. Allontanare i miei amici, che avevano altro a cui pensare (lavoro, mutuo e bimbi in arrivo), fu pi facile del previsto. Le serate iniziai a passarle insieme a gente alla quale non mi sarei mai avvicinato in passato, ed in breve lo spinello del sabato sera lasci il posto alle due righe di coca, oppure ad un paio di pasticche. Seguivo un tracciato illuminato a giorno da fiaccole accecanti, una strada dritta, buia, priva di meta, e le luci delle citt riuscivo appena a scorgerle al di l del guardrail, mentre spingevo incurante sullacceleratore. Nella citt vivevano i miei amici che non si meritavano altro di essere derisi, e viveva anche Marina col suo nuovo uomo, e forse era felice, pi felice di quanto non lo sarebbe mai stata con me. Mi ci sono voluti due anni per capire e smettere finalmente di punirmi per quelle parole che le dissi quel giorno. La paura non centra e il destino un placebo per menti facili. Ho riaperto finalmente la porta del cuore, la stessa che avevo richiuso quel giorno di marzo e che ho tenuto sbarrata per tutto questo tempo, negandone laccesso persino ai miei amici pi cari. Non esistono uomini o donne della vita. Esiste il tempo per amare, e quando c quello ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare qualcosa di meraviglioso. Adesso lo so; finalmente tornato anche per me il tempo per amare.

DOMANDE

Rivedr mai la luce del sole? E se riuscir a rivederla, sar in grado di riconoscerla? Per troppi anni ho vissuto nelloscurit pi profonda, tant che le tenebre mi sono penetrate sotto pelle, fin dentro le vene, e adesso scorrono mescolate al sangue, incedibile no? Ah, ma vi assicuro che cos, e se potessi mi taglierei i polsi per mostrarvi che sto dicendo il vero non ci credete? Non sapete di cosa sto parlando? Loscurit, quella dellanima, che immobilizza ogni intento, che atrofizza ogni pensiero, il buio di un non-luogo presente solo nelle profondit di noi stessi; potete chiamarlo nucleo, vi va? un nome come un altro, ma laggi le parole non hanno molta importanza, perch nessuno pu sentirti, e la solitudine assordante come lo stridio dei cardini di una prigione sotterranea, avete presente? Come potrei non riconoscere la luce del sole? questa la domanda che vi state ponendo? E allora vi rispondo con unaltra domanda: come potrebbe un sordo che riacquista ludito riconoscere il suono di un violino? O il frusciare delle foglie al vento? O il rumore della risacca del mare? Per troppo tempo ho nuotato in queste tenebre, e adesso che il cielo si aperto, squartato da un raggio accecante, posso davvero tornare a fidarmi dei miei occhi? Forse mi sto solo illudendo, non credete anche voi?

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LA GIOSTRA

Cera una vecchia giostra in citt, di quelle in stile ottocento, anche se smaltata di nuovo. Occupava l'angolo di una piazzetta un po nascosta ai confini della periferia, e ci si arrivava per strade poco frequentate, conosciute solo agli anziani e ai padroni di cani, perch loro la citt la conoscono bene; ogni marciapiede, angolo, lampione e albero non sfugge ai loro amici a quattro zampe. Un tempo avevo anchio avevo un cane, e grazie a lui ho avuto loccasione di esplorare gli anfratti pi curiosi di questo antico e stantio capoluogo. Abbiamo marcato un bel po di territori assieme, ed cos che questi palazzi e queste chiese mi sono rimasti dentro, nonostante unavversione innata che mi sono sempre portato dietro. Non mi mai piaciuta la mia citt, forse perch troppo palesemente bella, perch trovavo antipatica tutta quella gente che se ne veniva da ogni parte del mondo per assaggiarla, fotografarla, in qualche modo viverla, nonostante fosse gi morta da svariati decenni. La mia citt morta, ma solo chi ci nato dentro e ne venuto fuori lo sa. Gli altri, quelli che la sfruttano come un museo a cielo aperto, o chi ne egoisticamente orgoglioso, non lo sanno, perch sono morti insieme a lei. Ma la giostra di cui vi dicevo, quella aveva poco a che fare con la citt. Il suo aspetto sognante strideva con lausterit dei monumenti, la seriet delle chiese, lefficienza della segnaletica turistica. Per me rappresentava un riquadro in contrasto con la cornice, una porta su un mondo distante, una specie di varco spazio-temporale. I suoi cavalli con i pennacchi e le carrozze dorate richiamavano la leggerezza delle favole e linnocenza della fanciullezza, aspetti distanti anni luce dalla solennit dellarte con 11

la A maiuscola, venduta insieme alle piadine al prosciutto secondo la spregiudicata legge dellindustria turistica. Ci passavo vicino quasi con fare timoroso, senza bene sapere cosa volessi da lei. Una parte di me avrebbe voluto farci un giro, ma il timore di essere preso per un matto mi ha sempre fatto desistere. odioso come molte cose ci siano precluse per colpa di paure inutili. Me ne stavo in disparte, a fare finta di leggere le locandine di unedicola, gettando sguardi fugaci verso la cabina dove il proprietario della giostra vendeva i biglietti, ma riuscivo a scorgere solamente uno scorcio del suo volto, il suo naso prominente sopra due folti baffi e una barba rigogliosa, nera come le ombre sotto le chiese in una giornata estiva. Mangiafuoco!, pensai, perch mi ricordava proprio lui, e fu cos che la chiamai per molti anni; la Giostra di Mangiafuoco. Si vede che si era annoiato dei burattini e con il ricavato della vendita del teatrino si era comprato una giostra. Una sera raggiunsi la piazzetta che non cera gi pi nessuno. La cabina era chiusa e i tre ingressi alla pedana girevole erano ostruiti dalle catene, mentre un cartello avvertiva la clientela che lattrazione sarebbe rimasta chiusa fino al luned successivo. Era ferragosto e laria calda sopra lasfalto giocava brutti scherzi anche alle sei di sera, tanto che la strada che si allargava in direzione della periferia, deserta come solo il quindici di agosto le strade sanno essere, ondeggiava come un miraggio sahariano. Approfittando della situazione, scavalcai le catene e presi posto sopra uno dei cavallucci. Sotto la copertura dellinstallazione la temperatura doveva raggiungere abbondantemente i quaranta gradi, ma non ci badai. Afferrai il cavallo per i manici che gli spuntavano da sotto le orecchie ed improvvisai una galoppata senza freni. E fu cos che sfiorai per un attimo, per la prima volta dopo tanti anni, il segreto che ogni bimbo destinato a perdere; la leggerezza del momento, il distaccamento emotivo, il miracolo della vita, anche se in realt non esiste alcun miracolo 12

basterebbe evitare di farci ingannare dalle nostre assurde convinzioni. Cavoli, ma cos dannatamente semplice, mi venne da dire, e incominciai a ridere, con la maglietta che mi si attaccava alla schiena per via del sudore, ma era una sensazione che percepivo appena in quel mio attimo di immaginazione alla deriva. Mi torn in mente una frase di John Lennon: La vita quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare altro. Solo i bambini sono pienamente consapevoli della vita, fino al giorno in cui ma no, non succede in un giorno. Non saprei indicare il momento esatto in cui la vita mi sfuggita di mano. successo gradualmente, grazie ad una sistematica ed efficacissima programmazione socioculturale. Se solo riuscissimo ad ingannare il programma, aprire gli occhi, svegliarci si, forse ci ancora concesso un giro di giostra, ma quando i cavalli rallentano e la musica sfuma nella distanza, come si combatte la sensazione di dover ritornare alla realt? E se la realt fosse invece la pi grande delle nostre illusioni?

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I CONTI DELLA VITA

Dinverno, in quelle giornate fredde ma di sole, mi piace andarmene al parco giochi. Non c quasi mai nessuno e le panchine sono tutte a mia disposizione, anche quelle a ridosso della rimessa, riparate dal vento e rivolte a sud, perci posso godermi il sole dal mattino fino a met pomeriggio. Di solito ci capito prima di pranzo, insieme a una birra a temperatura ambiente, ovvero molto fredda. Me la bevo a piccoli sorsi, come una bevanda ristoratrice. Mi piace sentire sulle labbra quel frizzore amarognolo e quellodore lievemente rancido. La birra una volgare Moretti da 66, ma fa al caso mio. Non ho molte pretese quando vado al parco giochi. Voglio solo rimanermene un po da solo a fare i conti della vita. Si, io li chiamo cos; i conti. Tiro fuori bilancia e calcolatrice, apro larchivio e analizzo passo per passo gli eventi che mi hanno condotto fino a quella panchina. Non miro al guadagno, mi basta fare pari, cio se i conti tornino allora sono soddisfatto. Lo ammetto, a volte gonfio qualche cifra, ma chi che non lo fa di tanto in tanto Come quella volta in cui mandai a quel paese Gianluca. Per quanto si fosse preso gioco di me, lui rimaneva sempre il mio migliore amico, ma non volli sentire ragioni. E poi mi aveva incominciato ad evitare di proposito, anche se forse lo faceva per darmi tempo e lasciare che le ferite si rimarginassero. Ma per me i conti tornavano perfettamente: anche se la nostra amicizia era finita, avevamo sempre i nostri bei ricordi. Mi consolai con il pensiero che un giorno forse avremmo potuto riparare con un po di attack i pezzi di quel vaso rotto, e comunque anche se non sarebbe mai successo 14

per me era uguale. Le cose andavano e venivano, la vita era cos e c'era poco da fare... Dopo tre anni e mezzo di relazione con Teresa la noia venne a farci visita. Lei se ne and nella pioggia di novembre, con il mascara mischiato alle lacrime che le colavano sulle guance. Due giorni dopo il sole splendeva forte e si era alzato il vento del nord. La giornata era ideale per fare due conti al giardino. E anche in quelloccasione due pi due fece quattro, anche se non era proprio cos. Forse era un due pi tre, o un tre pi cinque, ma qualsiasi cosa fosse il risultato era sempre lo stesso. La Moretti amica della mia matematica. Quando arrivo allultimo sorso i numeri riacquistano il senso che avevano perduto. Schiocco la lingua e allontano la bottiglia dalle labbra, respiro laria fredda e sorrido. Ma a volte sinsinua la strana paura che qualcuno possa venire a controllarmi i libri contabili. Il sorriso si fa pi sottile mentre immagino le porte del paradiso, con San Pietro vestito da finanziere ad aspettarmi. Al diavolo!, borbotto, e alzandomi dalla panchina me ne ritorno verso casa.

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LA BICI DI GINO

Gino non va pi in bicicletta. Adesso ha la familiare con i seggiolini per i bimbi e lo scooter per muoversi in citt. Per io continuo a ricordarmelo sui pedali, magro come un fuscello, con la chioma paglierina al vento. Arrivava sempre tardi, ma era impossibile fargliela pesare. Daltra parte lui veniva in bicicletta, mentre noi eravamo tutti motorizzati. Scendeva di sella con lagilit di un furetto, il sorriso stampato sul volto e la battuta pronta. Noi sedevamo sulle panchine con le lattine di birra e i cicchini, a ragionare di quello che avremmo potuto combinare. Il pi delle volte rimanevamo l, a rovellarci il cardine, come diceva quel famoso libro. Questo ovviamente destate, con la citt vuota e tutta la notte a nostra disposizione per dimenticarci chi eravamo. Gino indossava il giacchetto di jeans su una maglietta degli Iron Maiden. Cerco di ricordarmelo vestito diversamente ma non ci riesco. Per almeno tre anni, il tempo delle serate sulla panchina o al bar in pazza, non credo abbia mai indossato altro. Il ricordo di comera mi torna in mente cos vivido che faccio una fatica tremenda a riconoscerlo adesso, mentre esce di casa con la bambina in braccio. Io rimango ad osservarlo dallaltra parte della strada, nascosto dietro a un furgoncino della Iveco. La chioma se n andata, una pancina fin troppo evidente gli deforma la camicia celeste sotto la giacca, e del vecchio sorriso non rimasta che lombra. Apre la portiera della station wagon, allaccia la cintura del seggiolino della piccola, poi prende posto sul sedile del guidatore. Un attimo dopo viene risucchiato dal traffico cittadino ed io posso finalmente uscire dal mio nascondiglio. 16

In quel momento riesco a vederla, nel giardino del condominio, seminascosta da un vaso di fiori. Mi avvicino per assicurarmi che sia proprio lei. Legata con un catenaccio allinferriata dello scantinato, le gomme a terra e la catena rugginosa, il campanello divelto e il telaio storto, l giace quel che resta della vecchia Bianchi. lei, non ci sono dubbi. Chiss perch non se ne libera, mi chiedo. Forse per lo stesso motivo per cui conservo ancora il mio zaino di pelle, quello che riempivamo di lattine di birra prima di entrare ai concerti. Preso dalla nostalgia agguanto il telefonino e scatto una foto al relitto a due ruote, poi ritorno sul marciapiede e proseguo per la mia strada. Dovrei chiamarlo uno di questi giorni, o magari mandargli una email. Si, bisognerebbe riorganizzare qualcosa, magari al vecchio bar. Penso a queste cose, ma ad ogni passo la mia iniziativa perde di slancio. Quando arrivo in ufficio non mi ricordo gi pi nulla dei miei bei propositi. Ci ripenso la sera, prima di addormentarmi. Mi sento un po in colpa per non essermi fatto vedere, n sentire, ma in fondo succede a tutti. Basterebbe poco, certo, ma forse quel poco molto pi di quello che si pensa. Per il senso di colpa rimane. Si, lo chiamo domani, mi convinco. E finalmente mi addormento tranquillo.

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PRIGIONIERO

La faccenda incominci a non quadrare quando mi accorsi dellinterruttore difettoso. Di solito succede che le lampadine si brucino e quando vai a premere il pulsante non succede niente, invece con il neon di cucina avveniva esattamente il contrario; per quanto premessi il bottone, la luce rimaneva accesa. Fu quello linizio del risveglio, della presa di coscienza, una breccia di luce nelloscurit. Il sole entrava con violenza attraverso le veneziane, nellaria cera profumo di caff e di arance spremute, in lontananza udivo il notiziario del mattino sapevo che lei era ancora sotto le coperte ad aspettarmi, ma i cornetti in forno non erano ancora pronti. Una rosa, ecco cosa ci vorrebbe, mi venne da pensare, e con fare sicuro raggiunsi la terrazza perch qualcosa mi diceva che lavrei trovata l. Quando ha comprato questi vasi? mi chiesi, staccando un bocciolo rosso carminio per deporlo sul vassoio, tra la spremuta darancio e la tazzina del caff. Con Marina le cose non erano sempre state cos perfette, ma dimprovviso i litigi erano diventati un ricordo sbiadito, i malintesi avevano un retrogusto tollerabile e le sue fissazioni erano adesso un mero incentivo per migliorarmi. Gesti semplici, come vederla rigirarsi nel piumino stiracchiandosi le braccia, con quel faccino da angelo ed un sorriso da furbetta, mi mettevano in circolo una droga potente, alla quale non sapevo resistere. A volte solo lidea di perderla mi paralizzava Tutto questo sembrava fosse successo da un giorno allaltro, come un risveglio, unilluminazione. Di colpo il nostro amore era fiorito, passando ad un altro livello, e tutto sembrava cos fantastico, a parte quellinterruttore in cucina che 18

non riuscivo a spegnere. Che cosa cera che non andava? Forse un filo difettoso? Ma certo Il bip del forno mi avvert che i cornetti erano finalmente cotti. Portai tutto in camera, vassoio, rosa e colazione, con lei che aveva ancora gli occhi chiusi; forse stava sognando, pensai. Mi avvicinai con la leggerezza di un ladro, come se stessi galleggiando nellaria, e presi posto sul letto, accanto a lei. Il notiziario era terminato e adesso passavano i cartoni di Tom e Jerry. Attesi che lei si svegliasse, un tempo che poteva essere benissimo di un minuto, di un ora, oppure di un mese, non saprei dirlo. Ricordo solo che non mimportava Si, lamore, quello che facemmo dopo il caff, riesco ancora a rievocarlo, con stravaganti flashback in cui la sua perfetta nudit si alternava alle immagini dello show di Hanna e Barbera. Adesso che tutto finito non facile descriverlo come vorrei mi preme solo che voi riusciate ad afferrare il significato della mia esperienza, perch potreste trovarvi gi nella mia stessa situazione. Magari state leggendo queste righe senza averne il minimo sospetto ma come posso farmi capire? In bagno osservai il mio volto riflesso nello specchio e la lametta che tenevo in mano. Con gesti leggeri e precisi rimossi la schiuma dalle guance insieme al millimetro di barba cresciutami durante la notte, per poi lasciar scorrere il getto dacqua del rubinetto sul rasoio sporco. La mia attenzione era rivolta a quellimpegno quotidiano, un rituale che eseguivo con movimenti meccanici, mentre una parte del mio cervello era ancora piacevolmente tramortita dal sesso appena fatto con Marina. Senza motivo incrociai i miei occhi nel riflesso, ma incomprensibilmente questi mi sfuggirono. Curioso, tornai a guardarmi, ma non mi vidi. Davanti a me cera un uomo che si faceva la barba, ma non ero io. - Marina chiamai. Marina, vieni qua! ma la scena cambi di nuovo. Eravamo nudi, nella vasca da bagno, aggrovigliati come bisce, della musica jazz in sottofondo. Dalla finestra non proveniva 19

alcuna luce perci doveva essere gi notte. Dovera andato a finire quel marted? Ma era ancora marted? - Domani a che ora entri a lavoro, cara? le domandai, lavandole la schiena con la spugna impregnata di schiuma. - Che sciocco che sei, domani domenica rispose lei, ridendo divertita. Provai a ricordare che cosa avevamo fatto prima di entrare nella vasca, ma per quanto ci provassi non riuscii a riportare alla mente alcuna immagine. - C qualcosa che non va, tesorino? mi chiese lei, accarezzandomi un ginocchio. - No, che faccio fatica a ricordare le cose devessere la stanchezza dissi, ma non ne ero assolutamente convinto. - Te lho detto che lavori troppo mi ammon lei, poi pretese che le facessi lo shampoo. Mentre massaggiavo la sua graziosa testolina, le chiesi dellinterruttore in cucina, ma lei giur di non averlo notato. Aggiunse infine che se era rotto potevo chiamare un tecnico per farlo riparare. Marina lho conosciuta ad un workshop di cucina indiana, durante un soggiorno estivo. Era incredibilmente attraente e prometteva guai, ma allinizio lidea era solo quella di divertirsi un po. Non so come sia riuscita a trasformare il divertimento sporadico dei primi incontri nella relazione che poi ne seguita, so solo che improvvisamente sentivo di non poter pi fare a meno di lei. Eppure cera stato uno strappo, uno screzio, un qualcosa che adesso mi sfuggiva. Potevo averla lasciata? Questa idea incominci a balenarmi nella mente mentre le risciacquavo i capelli dopo il balsamo. - Lo sai, ieri sera credo di aver sognato che ci eravamo lasciati le dissi, e la sentii irrigidirsi per una frazione di secondo. In quel momento la scena si interrotta, cio il ricordo di quel particolare momento sinterrompe qui. Seguono tanti episodi di sesso e di me fermo in cucina ad azionare inutilmente linterruttore del neon. Vi 20

chiederete, che cosa vuole dire tutto ci? Vabb, adesso ve lo provo a spiegare Lei entr in cucina con una magliettina bianca aderente e le mutandine azzurre che le avevo regalato, o almeno ero convinto di avergliele regalate. Sorrise e con una mano mi afferr delicatamente il braccio che tenevo allungato verso linterruttore, mentre con laltra cerc sapientemente qualcosa tra le mie gambe. - Lascia stare quella stupida luce e vieni in camera ordin. - Dove sei stata? le chiesi invece, rimanendo dovero. - Come, dove sono stata? Ero nel letto ad aspettarti - Appunto. Perch non sei al lavoro? Perch io non sono al lavoro? Da quanto tempo siamo chiusi in questo appartamento? Che cosa hai fatto Marina? la incalzai, alzando minacciosamente il volume della mia voce. Sul suo volto si adagi unespressione dansia che riusc velocemente a nascondere con uno dei suoi sorrisetti maliziosi. Torn a toccarmi nelle parti intime ed io stavo di nuovo per cedere, ma in quellistante mi venne lassurda idea di stare sognando. Si, ma certo, era tutto un sogno. Adesso finalmente posso svegliarmi pensai ingenuamente. - Dai vieni di qua. Ho voglia di fare lamore le sue parole infransero il mio intento di risveglio. Se quello era davvero un sogno, perch non riuscivo a destarmi? Di solito funziona cos, no? Appena ci si accorgere di stare sognando ci svegliamo - Ecco, mettiti disteso cos lascia fare un po a me la sua voce era docile ed indulgente come quella di una concubina. Questa non la realt, non ha alcun senso. Il tempo tutto sbagliato, il mio riflesso nello specchio sbagliato, e poi c quel maledetto interruttore Pensieri astrusi vorticavano forsennatamente nella mia testa, mentre lei provava a distrarmi con le sue arti amatorie. Doveva trattarsi per forza di un sogno ma lei ci sapeva davvero fare con la bocca, ed io non riuscivo pi a capirci niente. Dovera il trucco? Non potevo uscire dal suo 21

appartamento. Non potevo andare al lavoro, o vedere nessuno a parte lei. Ero suo prigioniero Ma certo, era per davvero un sogno, solo che non era il mio! Le afferrai la testa interrompendo con dolcezza il suo gaudente operato, le sorrisi con tutta la malizia che riuscii a mettere negli occhi, poi senza esitare le tirai uno schiaffo, non violento, ma forte abbastanza da svegliarla. Cos sinfranse il sogno di Marina ed io fui di nuovo un uomo libero.

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LE TRE CARAFFE

Il vecchio piumato continuava ad osservarmi, in bilico su una sola zampa, con le spalle rivolte al tempio ed il becco allins, come se stesse annusando il vento. - Hai riempito le tre caraffe oggi? domand ad un tratto. - Le tre caraffe? - Mente, cuore e corpo le hai riempite, ragazzo? - Vecchio, non ho la pi pallida idea di cosa lei stia dicendo. Allora il vecchio ricoperto di piume (e ne aveva di tutti i colori, credetemi!) si mosse e mi venne incontro, scendendo i gradini del tempio con le sue gambine magre. Si avvicin cos rapidamente che i miei occhi fecero fatica a metterlo a fuoco. - Le tre caraffe ripet, e mi tocc in tre punti, sulla fronte, sul petto e sopra linguine. Le sue dita erano gelide. Le sue piume puzzavano di humus. Riempile e svuotale, di continuo, e nel svuotarle riempi quelle degli altri, di chi ti vicino. Non farle traboccare, e vivrai una vita degna, tutto qui. Poi si volt e prese il volo. Avevo fatto cos tanta strada per arrivare al tempio che dimprovviso la stanchezza mi fece vacillare. Caddi per molte ore, o forse sognai soltanto di cadere. Quando riaprii gli occhi, vidi mio figlio pi piccolo con in mano un bicchiere vuoto, quello del succo darancia. Mi sorrideva e negli occhi aveva due abissi di luce.

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FAI COME VUOI!

Fai come vuoi, ripetevo tra me, con lo sguardo rivolto alle mie All-Star e il cappuccio tirato sulla testa per deviare le folate di vento che soffiavano dal nord. Avevo deciso di tornare a casa a piedi, perch camminare mi ha sempre aiutato a riflettere, a farmi una ragione delle cose pi irragionevoli, e la scelta di Michele era pi che irragionevole: era completamente folle. Ma gli amici servono a questo, ad ascoltarti, a capirti, a consolarti, ma anche a darti due schiaffi quando servono, perch c un tempo per parlare e un tempo per agire. Negli ultimi tre mesi ho esaurito tutte le parole del mio vocabolario, tutta la pazienza accumulata nei miei trentotto anni di vita, tutta la saggezza guadagnata grazie alle lettura e alla riflessione. Era giunto il momento di dire le cose come stavano, di estirpare con la forza quel velo che era sceso sugli occhi del mio migliore amico, e di urlargli in faccia un fatto a dir poco lampante, ovvero che lui stava sbagliando. La storia una delle tante, di quelle che si ripetono sempre pi spesso in questo occidente saccheggiato di valori. Michele e Fabrizia, dieci anni di fidanzamento coronato dal matrimonio, la prima dolce attesa, la casa, il secondo figlio, e via cos, su un binario diritto che sembra mettere sempre pi paura alla gente. Un viaggio asfissiante, su un vagone troppo stretto, troppo cos maledettamente prevedibile mentre la vita scorre fuori dai finestrini a duecento chilometri allora. Lunica soluzione, nelle menti alla deriva dei neo quarantenni privi didentit, il deragliamento. Non ci sono altre possibilit! Cos Michele ha incontrato Sabrina, di dieci anni pi giovane, e ha seguito il suo cuore. Com che dice quel famoso libro? Va dove 24

ti porta il cuore! Certo, apparentemente la soluzione pi ovvia, ed esattamente il cuore che accende il desiderio dei maniaci, dei pedofili e dei sadici. Anche loro seguono le loro emozioni, proprio come fa il padre di due bambini che li abbandona mentre stanno sognando nei loro letti, ignari ed indifesi, con la scusa dellamore quello che move il sole e le altre stelle peccato che la terra che gira, mentre il sole sta fermo! Ma il nostro amico Dante parla di un altro amore, non quello egoistico che vendiamo insieme alle bibite gassate e ai pannolini nelle nostre fiction TV. Ero uscito di casa con la risolutezza di un samurai, convinto del fatto che se avessi usato la forza come ultima ed estrema risorsa, Michele non avrebbe pi potuto fingersi sordo. Ho scampanellato come un matto sotto casa sua, il monolocale appena affittato nel quale trascorreva la sua passionale avventura con Sabrina. Gli ho imposto di scendere, dato che non mi andava di guardare in faccia quellingenua ragazzetta che cospirava inconsapevolmente insieme al mio stupido amico la distruzione di una famiglia, e quando uscito dallascensore lho affrontato come non avevo mai fatto prima. Lho guardato negli occhi, mentre lui li distoglieva, ho fatto un passo in avanti, le mie mani sul suo petto e poi una spinta, improvvisa, non forte ma talmente inaspettata che si ritrovato col culo per terra e il volto sconvolto. Che cazzo fai? gli ho gridato. Lui ha provato a rimettersi in piedi, e in quel suo imbarazzante tentativo di riprendere il controllo del suo equilibrio, ho provato a ricordarmi di quando facevamo le gare in motorino sul vialone, delle risate sulle panchine con le buste della Coop piene di birra da due soldi, del suo sorriso ingenuo ma onesto dovera andato a finire tutto questo? Perch non riuscivo pi a vederlo? stato in quellistante che ho fatto un passo allindietro e ho abbassato le difese. Allora lui si rialzato in piedi, ha messo sul volto un ghigno orgoglioso e mi ha sputato addosso la frase rivelatrice, lepilogo di tutta la storia: la mia vita e ne faccio quello che voglio! 25

Le parole come acqua ghiacciata sul mio viso. LA MIA VITA E NE FACCIO QUELLO CHE VOGLIO! Niente di pi giusto. Niente di pi lineare, e corretto, e vero la tua vita, e sei libero di sabotarla come pi ti aggrada. Fai come vuoi! gli ho risposto, perch non si pu spiegare ad un cieco che cos il colore giallo, o condividere insieme ad un sordo la potenza della nona di Beethoven. Michele era il mio migliore amico e ho cercato di aiutarlo, ma inutile provare ad aiutare chi non vuole essere aiutato. Per questo non ho preso lautobus e sono tornato a casa a piedi. Per sradicare il mio senso di colpa, e farmi una ragione della mia impotenza. E il vento freddo sulla faccia stato una carezza confortante, come la coccola di un dio.

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LA TERRA TREMA

Scart a sinistra e rivide la ciminiera caduta. La sua mente non riusciva ancora a dare un senso a quello che stava succedendo. La fine del mondo, ecco come lavrebbe descritta in un secondo tempo agli amici del bar, tra una moretti ghiacciata e una marlboro light. Ma no, era solo il terremoto, la vibrazione della terra, lo sconquasso della crosta del pianeta che ricordava agli umani la loro impotenza davanti all'incredibile forza della natura. Cerano cocci e frammenti sparsi dappertutto, una miriade di bagliori maligni. Chi stava sollevandosi dalla terra?, si chiese, mentre cercava di riprendere lequilibrio e conquistare luscita del capannone. Vi era qualcosa di ipnotizzante nella vibrazione, e dovette quasi combattere contro linsano impulso di fermarsi ed attendere la fine. Ma lidea di morire per 800 luridi euro al mese in una fabbrica di rotoli di carta da cucina era talmente demoralizzante, da indurlo a continuare nella sua corsa claudicante. Il suo interrogativo rimase sospeso nellaria. Forse cera davvero una creatura ancestrale imprigionata nelle viscere della terra, e le scosse che sentiva arrivare da sotto erano le conseguenze del suo sonno agitato. Presto si sarebbe svegliato e per gli uomini sarebbe stata la fine Lintensit non era pi la stessa e lenergia faticava ad emergere e vacillava, come una fiamma di candela in uno spiffero daria. Ma leffetto domino era ormai incominciato. Il mostro era tornato a dormire, ma le colonne della fabbrica si erano inclinate pericolosamente e presto tutto sarebbe venuto gi. Una questione di secondi, istanti che percep dilatarsi come un elastico nelle mani 27

di un bimbo. Fu in quel momento che guard in faccia la morte. La sua vicinanza era travolgente, quasi da starne male. Tutta la vita gli pass davanti, illudendo il senso del tempo, proprio come dicevano i film. Linfanzia, la scuola, la separazione dei genitori, i giorni del liceo, Maria, il matrimonio, le bimbe, tutto in uno scampolo di secondo poi finalmente la luce del parcheggio, mentre il tetto crollava con un fracasso assordante dietro di lui. Un graffio sulla guancia. Solo un piccolo, insignificante graffio sulla guancia ma tanta, tantissima paura.

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IL MAESTRO DEL GIOCO

Gi e Toby siedono sulla panchina del parco, quello vicino al fiume, quello dove c il mercato al marted e al sabato e la gente passa con le buste di plastica piene di ciarpame made in china. Gi e Toby fumano la sigaretta, perch ormai si pu fumare solo fuori, sulle panchine dinverno, coi guanti di lana bruciacchiati dai mozziconi. Maledette leggi antifumo... - Ma te ci credi in Dio? - domanda improvvisamente Toby. Gli alberi sono privi di foglie, le siepi ingiallite, lerba smorta. Difficile parlare di Dio in queste condizioni. - In un certo senso - risponde Gi, sputando una nuvola di fumo. - Come sarebbe a dire in un certo senso? - Credo al Maestro del Gioco, come posso spiegarti - Il Maestro del Gioco? Piccioni svolazzano davanti alla panchina, beccano a caso, si avvicinano quietamente agli stivali di Gi. Lui rimane immobile. Li osserva. Potrebbe dar loro un calcio ma non lo fa. Continuano a beccare per un po e poi se ne vanno. Tutto sembra avere una ragione di essere. - Beh, mi piace chiamarlo cos. Vedi, la maggior parte delle persone crede che esisti un disegno, un progetto divino studiato nei minimi dettagli. Forze della natura, energie delluniverso, un vecchio con la barba e un triangolo in testa. Non importa chi o che cosa abbia creato tutto ci, ma di sicuro non stato un caso. La pausa serve a Gi per dare enfasi a ci che sta per dire, la rivelazione all'enigma evocato dalle sue parole. Chi il Maestro del Gioco? - Beh, io credo lesatto contrario. Non esiste equilibrio migliore di 29

quello determinato dal caso, e siccome lesistenza dellintero universo si basa sullequilibrio, sono convinto che siamo semplicemente il prodotto si una serie infinita di risultanti casuali. Il Maestro del Gioco che lancia i dadi allinfinito. - Suona un po come lidea bislacca di un giocatore di ruolo - In un certo senso. La panchina dietro le bancherelle del mercato. La gente sfila in entrambi i sensi, un flusso continuo di carne e merce. Un venditore ambulante urla la sua ultima offerta: tutto a cinque euro. Gli va dietro una donna, unurlatrice migliore, con un imperdibile tre per due. Allora Gi rincomincia a parlare. - Se lanci cinque volte un dado potresti aspettarti di fare cinque volte sei. Se lo lanci dieci volte e hai molta fortuna potresti anche farne uscire sette o otto, o addirittura dieci, ma si tratterebbe di un caso davvero fortuito. Spesso pensiamo al caso sotto questa forma; la fortuna, la sorte. Quel tizio morto perch cos era scritto, oppure per fatalit. Se escono dieci sei consecutivi qualcuno passa col semaforo rosso e ti prende in pieno... e amen. Gi si accende unaltra sigaretta. Ne ha bisogno, se vuole finire di dire quello che sta per dire. Gli ingranaggi vanno oliati, a volte forzati, pi spesso caricati. - Ma se lanci quel dado un numero infinito di volte otterrai sicuramente un numero infinito di risultati differenti, da uno a sei. Lequilibrio cosmico, il disegno del Maestro del Gioco. - Ma allora il libero arbitrio? Lintento delluomo? La spiritualit? Il cambiamento? Tutto inutile? - ribatte Toby ancora scettico. Un vecchio passeggia con il cane, fa una pisciatina e se ne va. Il quadro ormai completo. - Per questo credo nella filosofia dellabbandono - decreta Gi. - Andiamo a farci una birra? - Si. Questi discorsi mettono sete, non trovi?

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PESCAIA SULL'ARNO

A volte vengo quaggi, quando le cose non vanno per il verso giusto. Ci arrivo per una stradina che passa sotto la ferrovia, poi attraverso il tennis club, un cancellino di legno e un sentiero che scende gi dallargine. In estate molto bello qui, ma dopo le dieci incomincia a fare troppo caldo. Di solito sono qui alle nove, dopo il caff. Mi fumo una sigaretta fatta da me, siedo sulle rocce sporgenti e mi perdo nei baluginii del fiume. I riflessi accecanti del sole riescono sempre a distrarmi dai miei guai. Non volevo dimostrare niente a nessuno, mi sono detto, ma mentivo. Ho lavorato quindici anni sottoposto dando sempre il meglio di me, ma se ne sono accorti in pochi. Con la scusa del destino si fanno le scelte pi strampalate. Sono i film americani che ci fanno sognare, che ci fanno sentire monchi senza i sogni, ma per ogni sogno realizzato ve ne sono mille che vanno in fumo. Un gioco dazzardo, ecco che cos questa vita Lazienda stata il buco nellacqua pi grosso, ma ormai il peggio passato; sono rimasti solo gli strascichi del fallimento. Anche i creditori se ne stanno facendo una ragione. Mi hanno preso tutto, che non era molto, ma era comunque tutto quello che avevo. Adesso il problema solo uno: ripartire. Gli amici mi dicono che sono ancora giovane, ma non facile a quarantacinque anni e con la crisi in corso. Preferisco venire gi in pescaia che prendere lautobus per andare allufficio di collocamento. Quando sono qui spengo anche il telefonino. Di colpo mi sento irraggiungibile, come un palloncino trascinato dal vento. Libero? Si, forse proprio cos che mi sento. Limpatto con la natura ti richiama alla realt, quella vera, non 31

quella fatta di strade e di palazzi. Non le bollette da pagare, lassicurazione dellauto o laffitto. Quelli sono solo specchietti per le allodole. La realt qui, nel gorgoglio di un rigagnolo che si getta nel grande fiume, nello scintillio del dorso di una nutria che appare dimprovviso sulla superficie dellacqua, nei frinii delle cicale sugli alberi. Lasfalto della citt ci nasconde la verit. Ecco perch vengo quaggi quando le cose non vanno per il verso giusto, ma appena la sigaretta finisce mi prende sempre una strana inquietudine. Cos mi metto a cercare delle pietre piatte da far rimbalzare sullacqua. Vado avanti finch ne trovo, poi mi decido a risalire verso casa. Linganno ha molti veli. Scostare il primo roba da ragazzi, rimuoverli tutti il segreto di una vita.

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POMODORI

Aglio, cipolletta e capperi soffriggevano allegramente nellolio extravergine doliva. Accanto le farfalline sguazzavano nella pentola dacqua bollente. - Allora, com finita con quella tipa? chiese Guido, iniziando ad affettare i pomodori a dadini. - Siamo diventati amici spieg Gianluca, impegnato ad aprire una bottiglia di Vernaccia. Guido alz gli occhi dal tagliere e sorrise. Come se fosse davvero possibile - Perch no? - Perch te sei caruccio e lei una bella fighetta, e vi piacete, perci ci sono tutti gli ingredienti per ritrovarvi sotto le lenzuola. - Tu credi? - Bastano un paio di bicchieri in pi, la giusta situazione e poi vedrai che fine fa la tua amicizia. Guido rovesci i pomodori tagliati sul soffritto dorato, sal con cautela per via dei capperi e spezz alcune foglie di basilico sulla salsa. Le farfalle erano quasi giunte a cottura. - Quindi non credi che un uomo e una donna che si piacciono possano solo essere amici? chiese Gianluca, versando il vino nei calici. Guido assaggi il sugo sulla punta del mestolo, schiocc la lingua approvando e si volse per prendere lo scolapasta. - No, non ci credo. Eppure era cos, pens Gianluca. Con Michela non ci sarebbe stato altro, perch riusciva a vederla per quello che era, e vedeva anche molte altre cose. In verit, non aveva mai visto cos chiaramente in 33

tutta la sua vita. Ma questo non lo disse a Guido, che era un ottimo cuoco, ma che per certe cose aveva la sensibilit di un cane in calore.

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UN UOMO TRANQUILLO

Nella mia vita non ho mai tirato un cazzotto a nessuno. Non ho mai litigato per strada con uno sconosciuto, non ho mai fatto a botte per una ragazza, o allo stadio dopo una partita andata storta. Non ho mai dato uno schiaffo ad una donna, una sberla ad un ragazzino, un calcio ad un randagio. Sono un tipo quieto, io, di quelli che preferiscono tenersi in disparte quando latmosfera si fa calda, ed anche quando bevo pi del solito rimango docile, anzi forse lo divento ancora di pi. Sono un tipo cos, come ce ne sono tanti ormai in questo occidente narcotizzato, e ne sono stato fiero per molto tempo. Ho sempre guardato i tipi violenti dallalto verso il basso, io che sapevo controllare le mie emozioni, impassibile davanti ad una provocazione, o forse pi semplicemente incapace di reagire per paura di prenderle. Calma, disciplina, intelligenza, cautela, tutte armi indispensabili per evitare un naso rotto o un dente spaccato. Sono cos, e se chiedete in giro tutti quelli che mi conoscono potranno confermarlo, per questo non posso fare a meno di sorridere al pensiero delle loro facce quando scopriranno quello che ho fatto Mi piace credere che in ogni uomo vi sia un interruttore. C chi lo tiene in superficie, in modo che tutti possano vederlo; un bottone rosso, con un teschio stampato sopra, e sotto vi scritto State attenti che se premo questo sono cazzi vostri! Alcuni lo tengono sottopelle, pronto alluso ma ben nascosto. Sono i tipi quieti che non bisogna fare incazzare, e devi stare attento a riconoscerli prima che sia troppo tardi. Poi ci sono quelli come me, che non sanno neanche di avere un bottone, almeno fino a quando qualcuno non va a scoprirlo, e se lo premi non sai quello che potrebbe 35

accadere Ho vissuto una vita ineccepibile. Sono stato il figliol prodigo dei miei genitori, ho conseguito una laurea in tempi brevissimi e ho intrapreso immediatamente la carriera di avvocato, con significativi risultati. Mi sono sposato prima dei trenta, ho avuto due magnifici bimbi e ho cercato di essere il miglior padre e marito possibile, ritagliando dagli assidui impegni di lavoro, ogni volta che ho potuto, un po di tempo da dedicare alla mia famiglia. Ho accudito mia moglie nei mesi della sua malattia, le sono stato accanto nei momenti pi difficili, e niente mi ha reso pi felice di vederla superare quella terribile prova. Ho assistito a tutte le gare di nuoto del mio bambino e, per due anni, ogni venerd pomeriggio, ho lasciato lufficio in anticipo per accompagnare la mia bimba alle lezioni di violino. Non ho mai pensato ad altre donne, desiderato unaltra vita, avuto rimorsi di alcun genere. Sono stato felice per trentotto lunghi anni, fino al giorno in cui entrato nella mia vita un uomo che mi ha portato via tutto. Mi piace chiamarlo il santone, perch per mesi me lo sono immaginato come uno di quei finti maghi che danno i numeri da giocare al lotto. Il giorno che me lo sono ritrovato davanti, in giacca, cravatta e mocassini marroni, mi scappato da ridere. Ma ho riso per poco, perch avevo altro a cui pensare Mia moglie non mai riuscita a superare psicologicamente la malattia. Lidea che potesse tornarle il cancro la terrorizzava, cos aveva incominciato a vedere alcuni terapisti, con risultati allinizio incoraggianti, ma che a lungo termine sembravano portarla sempre pi lontana da se stessa. Infatti pareva aver acquisito una certa dipendenza nel cercare conforto da chi ci sapeva fare con le parole. Fu in questo contesto che apparve nella nostra vita il santone. Lei ne fu entusiasta fin dal primo incontro. Le chiedevo che tipo di terapia praticava, ma lei rimaneva sul vago diceva soltanto che le parlava e la sua paura si dissolveva, semplicemente. Laveva contattato tramite una sua amica che da anni praticava yoga e 36

meditazione. Gi dopo un paio di sedute rivelai dei cambiamenti in positivo, perci in principio fui contento di questa sua nuova strada. Lestate era alle porte e mi auguravo di poter finalmente organizzare una bella vacanza tutti insieme da qualche parte allestero, magari in Spagna. Erano due anni che rimanevamo forzatamente in citt, dato che lei non se la sentiva di allontanarsi troppo dallospedale. Una sera come le altre, al tavolo di cucina, con una cotoletta, un piatto di verdure e mezzo bicchiere di vino davanti, il brusio del televisore in sottofondo e i bimbi sul divano lontani abbastanza dalle nostre chiacchiere, mi arriv addosso la valanga. Avete gi capito, no? Lei e il santone, certo come accade anche nel pi banale sceneggiato televisivo, di quelli che per anni hanno distorto il significato dellamore, degradandolo ad un banale impulso emotivo. Il colpo di fulmine, il segno del destino, lamore senza regole e senza perch all we need is love! Bene, torniamo a questo punto alla storia dellinterruttore Nonostante la tragica sequenza di eventi, lei che se ne va ad abitare con lui e si porta dietro i miei figli, io che non riesco pi a concentrarmi sul lavoro e perdo molti dei miei clienti, lesaurimento nervoso che mi costringe a casa per due mesi e i primi ed inevitabili problemi economici, non ero ancora consapevole dellesistenza del mio interruttore. Stavo male, avevo molta rabbia dentro, ma rimanevo calmo come al solito, docile come un agnellino. Forse sarei rimasto per sempre cos, ed probabile che pian piano le cose si sarebbero assestate, come succede un po a tutti coloro la cui vita viene improvvisamente scossa da eventi simili, se non fosse stato per locchio nero che lei cerc disperatamente di nascondere, un giorno in cui accompagn i bambini a trascorrere il pomeriggio da me. Ferm lauto davanti a casa per farli scendere, ma io stavo uscendo perch volevo portarli in citt, perci mi avvicinai e lei se ne accorse troppo tardi, ma lo stesso indoss velocemente gli occhiali 37

da sole per evitare di farmi vedere quel cerchio viola. Io mi bloccai sul marciapiedi, colpito da un fulmine al ciel sereno, mentre la sua auto veniva risucchiata dal traffico, e in quellistante ci fu il click. Tac!, fu proprio cos che lo percepii. Improvvisamente laria acquis un sapore nuovo, pi freddo ed inebriante. La testa venne sgombrata da pensieri inutili, da problemi privi ormai di alcuna urgenza. Di colpo ero diventato allerta, e sapevo esattamente cosa avrei dovuto fare. Portai i ragazzi in citt, andammo a visitare alcuni negozi, loro comprarono due cd ed io invece avevo bisogno di un martello nuovo e di un buon cacciavite a stella. Loro mi guardarono stupiti, ma io li rassicurai dicendo che ne avevo un bisogno disperato dovevo fare dei lavori di ristrutturazione. Pi tardi li riaccompagnai allappartamento che mia moglie condivideva ormai da alcuni mesi con il santone. Dopo averli salutati, rientrai in auto ed attesi. Le ore passarono veloci, nonostante tutto. Linterruttore aveva azionato il pilota automatico, non so se mi spiego Lui uscii di casa dopo le dieci. Come ho gi detto, indossava giacca, cravatta e mocassini marroni. Non prese lauto ma prosegu a piedi fino alla fine dellisolato, poi svolt in una strada secondaria che a quellora era praticamente deserta. Io lo seguii a fari spenti col motore al minimo. Com che dice quel detto? La fortuna aiuta gli impavidi E in quellistante, nel momento e nel luogo migliore, lui decise di attraversare la strada, distrattamente come si fa spesso, portandosi alla bocca una sigaretta e cercando di accenderla. Il mio piede scatt sullacceleratore con la prontezza di un pilota di formula uno. Bum! Pregai di non averlo ucciso non cos velocemente, e un dio malvagio deve avermi ascoltato. Scesi velocemente dallauto e aprii il bagagliaio della famigliare, ampio abbastanza per adagiare il corpo privo di sensi della mia vittima. Poi tornai al volante e in assoluta tranquillit attraversai la citt, fino alla periferia 38

industriale ed oltre, deve incominciano i campi. Imboccai uno sterrato e lo seguii per almeno trecento metri, poi spensi il motore e scesi dallauto per assicurarmi di essere abbastanza al sicuro. Le uniche luci visibili erano quelle di alcune case molto distanti e quelle dei lampioni della strada percorsa alle mie spalle, appena distinguibili nella nebbia notturna che incominciava a formarsi. Cos accesi i fari, afferrai gli utensili appena acquistati e iniziai a lavorare Trascinai il corpo del santone, ancora privo di sensi, davanti ai fasci di luce. Lui si rianim un poco; aveva un sopracciglio rotto, forse qualche costola spezzata, poca roba in confronto a quello che gli aspettava. Gli parlai della mia vita perfetta, mentre col cacciavite provai ad avvitare improbabili viti dentro i suoi orecchi. Gli dissi di quanto ero fiero dei progressi di mia figlia con il violino, mentre con un curioso blop estraevo dallorbita il suo occhio sinistro. Provai a fargli capire che cosa significa stare accanto alla donna che si ama quando i veleni della chemioterapia la fanno piegare in due dal dolore e vomitare anche lanima, e nel far questo il solito cacciavite si fece strada nella narice destra, pi su, sempre pi su, fino a toccare qualcosa di molliccio ma lo spettacolo non poteva finire cos presto. Rimase desto, nonostante la schiuma che fuoriusciva dalle labbra sanguinolente e le urla che gettava inutilmente per i campi deserti. Era giunto il tempo di spiegargli che cosa era la famiglia, un concetto a lui completamente oscuro, e nel fare ci afferrai il martello, poggiai le sue mani sul cofano della mia auto e iniziai dal pi piccolo, bam!, e poi anulare, medio, indice, pollice, e ancora laltra mano. Le urla continuarono inutilmente e si mischiarono alle mie parole, che rimasero sempre perfettamente lucide. Croll sul pietrisco della strada, il volto coperto di sangue. Prov a dire qualcosa, ma gli usc solo un rantolo, per fu sufficiente perch mi accorgessi di quelle due splendide file di denti, impeccabili come tutto il resto; la giacca, la cravatta, i mocassini 39

Col martello descrissi un colpo netto, preciso, che apr una voragine in quella dannata dentatura. Fu allora che mimplor di farla finita, anche se le parole gli vennero strane con quella pop di finestra in bocca. Beh, doveva essermi rimasto ancora un filo di piet dentro, cos iniziai a tempestare la sua testa di colpi e presto non si mosse pi, ma questo non mi ferm. Credo di averci messo una mezzora buona a finire il lavoro Linterruttore deve essersi spento da solo, o forse si sono esaurite le batterie, non saprei. Sono rimasto dentro lauto fino alle prime luci del giorno, immobile, con le mani lorde di sangue e la coscienza pulita. Quando i raggi del sole hanno incominciato ad illuminare lo scempio davanti al cofano, ho afferrato il cellulare per chiamare il 113. Ero di nuovo calmo, sereno, come lo sono sempre stato. Un uomo tranquillo, niente di pi.

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IL DELTA DEL FIUME

Il mio racconto nasce in una notte calda d'estate, una di quelle notti che non ti lasciano dormire. Le finestre sono spalancate, le lenzuola mi proteggono dal rumore delle zanzare e delle altre orrende creature dell'oscurit. Ci sono altri suoni, ma non facile riconoscerli: un motore in lontananza, il lamento di una bestia, la risacca della notte. Non mai completamente buio in queste notti. Le stelle sono maledettamente pi accese, la luna pulsa di una luce non pi riflessa; la lampada di un viaggiatore notturno senza meta, e il suo bagliore accarezza ogni cosa, ammorbandola. Non riesco pi a sopportare il contatto col cotone, il bagnato del sudore, l'odore inevitabile di lei che continua a far parte delle mie notti, anche se in realt lei non esiste pi. L'acqua e il sapone non sono riusciti a mandar via il suo profumo, e vaneggio che ormai solo il fuoco possa spezzare questa maledizione. Lei era il tempo che non passa, la nebbia che protegge, la velocit che libera, il fiume che rifluisce. Lei era mia, pericolosamente mia... Seduto sul bordo del letto, ho la certezza che non dormir pi. Afferro il vino rimasto sul tavolo e provo a tirare il sipario sui ricordi che la notte richiama. Sono ore che ci provo, ma non serve a niente. Cos mi alzo, mi copro minimamente ed esco fuori. Accendo una sigaretta, cammino a piedi nudi sul marciapiede ancora caldo, guardo avanti in automatico. La citt un deserto. morta cos, come quando incomincia a piovere e c' il sole. Guardi in alto e vedi che il cielo sopra di te limpido, e non sai spiegarne il perch. Perch? Un'auto mi abbaglia e mi sorpassa. Vedo la gente al suo interno che mi osserva. Chiss cosa riesce a vedere di me? Follia? Non 41

ancora, ma sono su quella strada, lo sento. Era una mattina come le altre, troppo simile alle altre. Avevo fatto il caff, ma non era un granch. Lei si era spremuta due arance ed era contenta. Mangiava una mela e mi guardava fare le boccacce mentre sorseggiavo la mia droga. Era una cosa normale, succedeva sempre, eppure quell'ultima volta rimasta scolpita nei miei sogni. E continuo a riviverla, notte dopo notte, nella luce ammalata della luna. Mi concentro sulla sensazione dei miei piedi sull'asfalto, un tocco proibito e innaturale che riporta alla mente una canzone... "...And when you're alone please take care Don't go walking after dark Shine a light behind the stair Remember what might be in there... ...Because my love is true, give my best to you Don't forget me dear! Cos divento un vulcano in eruzione. Non copro con le mani il mio volto che si distorce. Non smetto di camminare, lascio fare tutto ai miei fantasmi, e loro sanno fare bene il loro lavoro. Gemiti che diventano singhiozzi, lacrime caldissime che straripano sulle guance. Le mucose singrossano, la gola freme e poi lascia entrare il dolore. Il respiro smorzato, oppresso. E mi auguro di essere finalmente arrivato al delta di questo fiume di dolore.

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IL BOSCO DEI SUICIDI

La casa dove sono nato distava meno di un chilometro dalle propaggini della vecchia foresta, quella che si arrampica sulla montagna e che i nonni dicevano che fosse stregata, ma da bambino ci andavo regolarmente con gli amici nelle giornate torride di luglio, perch anche se appena una manciata di passi dopo lultima zona asfaltata diventava subito fitta e contorta, quello era lunico luogo in cui ci si poteva rinfrescare un po. Noi ragazzetti non ci addentravamo mai abbastanza da perdere di vista la strada, ma lo starci dentro anche solo ai margini ci dava i brividi che cercavamo. Respiravamo lodore del muschio, dellhumus e di qualche antica magia che era penetrata nella terra, come le radici degli alberi centenari che la abitavano. La vecchia foresta, cos che si chiamava allora, come nei libri di favole e nelle storie dei cartoni animati, anche se gli adulti quando dovevano nominarla omettevano sempre laggettivo, per non sembrare strambi, o superstiziosi, perci solo gli anziani e i bambini la chiamavano cos. Oggi quel nome senza storia, banale epiteto coniato dal popolo, stato scalzato da un appellativo molto pi accattivante, che ogni anno richiama migliaia di turisti dai macabri gusti. Il Bosco dei Suicidi, indica la mappa che vende la stazione di rifornimento sulla statale che aggira la montagna, e con solo tre euro e cinquanta ti puoi portare a casa lopuscolo illustrato con la storia della foresta maledetta, dove i giovani depressi accorrano da tutto il paese per togliersi la vita. Su internet un sito molto accurato e regolarmente aggiornato si occupa dei centosettantatr decessi avvenuti negli ultimi dieci anni allombra delle chiome di querce e tigli, con numerose gallery fotografiche che fanno letteralmente 43

accapponare la pelle. In breve tempo la nostra ridente cittadina, grazie agli strani rituali di morte avuti luogo allinterno della suddetta foresta, divenuta una vera e propria attrazione turistica. Sono sorti due nuovi pub, un albergo e tre ristoranti, oltre ad alcuni piccoli negozietti di souvenir dove si possono acquistare i gadget pi curiosi, dalle classiche bolle di vetro con la neve, che scuotendole fanno nevicare su una riproduzione in miniatura della foresta, ai vendutissimi portachiavi a forma di cappio con nodo scorsoio. infatti risaputo che la maggior parte dei suicidi avvengano per impiccagione, che si dice essere la tecnica meno dolorosa, anche se non si sa bene perch dato che chi lha provata non ne ha potuto lasciare testimonianza. Quella vecchia casa esiste ancora, anche se i miei genitori non ci vivono pi. Tre anni fa ho acquistato per loro un bel cottage nel paese dorigine di mio padre, una villettina in collina che era sempre stata il sogno del mio vecchio. Con una punta di orgoglio, me lo immagino ogni giorno a sorseggiare il suo caff sulla sedia del porticato dal quale si domina tutta la valle. Si, devo dire che mi sono levato qualche soddisfazione negli ultimi tempi. cos che succede quando gli affari girano per il verso giusto. I pub, lalbergo e due dei ristoranti di cui vi dicevo sono infatti di mia propriet, oltre ad altre piccole imprese, e modestamente credo di poter dire che in citt nessuno o quasi pu vantare un fatturato annuo pari al mio. Lultimo passo la la nomina di sindaco, che sicuramente non mi sfuggir alle prossime elezioni comunali. Oh, si ho sempre avuto un fiuto particolare per gli affari, fin da quando da piccolo, di ritorno da scuola, facevo il giro dietro il supermercato dove sapevo che gli impiegati dellufficio postale sostavano per il pranzo e spesso lasciavano i vuoti a rendere delle loro bibite. Io li raccoglievo e tiravo su qualche monetina, non per il gusto di spendermela, cosa che succedeva di rado, ma perch il constatare di avere un qualche vantaggio sugli altri, unidea in pi magari, mi dava uninebriante senso di sicurezza. Ed proprio 44

grazie a questa mia particolare attitudine che mi venne lidea del Bosco dei Suicidi. Allepoca lavoravo come colonnista per il giornale locale e mi occupavo di una rubrica spazzatura che riguardava il soprannaturale. Il lavoro, che veniva pagato una miseria, me lo aveva trovato il mio insegnante di lettere a cui stavo particolarmente simpatico. Il giornale veniva lasciato gratuitamente alle fermate degli autobus, alla stazione dei treni e in diversi punti della citt, perci aveva una tiratura di diverse migliaia di copie. Fu in quel riquadro in basso a sinistra, una finestra di una manciata di righe appena, che nacque la leggenda del Bosco dei Suicidi. Il caso volle che Priscilla, una ragazza di diciassette anni di un paese vicino, avesse deciso di togliersi la vita ingoiando un intero flacone di Seconal nella sua tenda da campo, che aveva innalzato in un pomeriggio estivo al limitare della vecchia foresta. Il decesso avvenne appena tre giorni dopo quello di un suo compagno di classe, che si era impiccato ad un albero nel medesimo punto. I due avevano avuto una relazione e le ragioni di quei due atti scellerati erano da ricercare nel loro tribolante rapporto. Loccasione era troppo ghiotta per farsela sfuggire, perci coniai il nuovo nome e il direttore del giornale, entusiasta di quella mia idea, mincaric di scrivere larticolo di prima pagina per il giorno successivo, nel quale riversai tutto il mio insano desiderio di provocare i lettori. La cronaca regionale raccolse al volo la notizia e la fece rimbalzare poi sui quotidiani nazionali. In pochi giorni la leggenda del Bosco dei Suicidi si era consolidata, ma perch non facesse la fine di tutte le altre notizie di cronaca avrebbe avuto bisogno di un aiutino. Fu cos che lanciai il sito. Le storie le presi qua e l nei libri di miti e leggende regionali, ma la maggior parte le inventai di sana pianta. Grazie al giornale per cui lavoravo ebbi la possibilit di conoscere molti dettagli sui due suicidi, e possedevo inoltre le copie dei files delle foto scattate in 45

loco. Sul sito compilai le schede dettagliate dei due ragazzi, che ancora oggi sono tra le pagine pi visitate di tutto larchivio virtuale, poi aggiunsi un sacco di roba che centrava poco o nulla con il reale svolgimento dei fatti: spiriti dei boschi, tradizioni indiane, trattati di psicologia. Aggiunsi svariati link che si occupavano di suicidi di gruppo, suicidi programmati e suicidi rituali. Arrivai perfino a scrivere sotto pseudonimo il manuale del perfetto suicida, che a oggi stato scaricato da pi di un milione di utenti. Senza mai dichiararlo apertamente, riuscii a trasmettere il messaggio che mi premeva far passare, e ben presto gli aspiranti suicidi del paese seppero che non esisteva posto pi romantico al mondo di quel bosco per esalare lultimo respiro. La leggenda divenne ben presto verit appurata, come succede sempre pi spesso. Ovviamente adesso non ho pi tempo per occuparmi del sito, che continua ad attrarre tantissima gente e che anche la pi affidabile guida turistica del paese, ma ho alcuni ragazzi che lo fanno per me. Io devo occuparmi delle mie aziende, dei miei dipendenti e soprattutto dei miei ospiti. Il tour guidato attraverso il bosco parte alle otto e mezza del mattino; 9 euro e cinquanta a persona, ed inclusa anche la merenda a sacco!

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IL NATALE RITROVATO

Quel natale Stefano non lavrebbe passato a casa con i suoi, non dopo gli ultimi litigi con suo fratello, e le urla di sua madre che ancora facevano vibrare i bicchieri della tavola imbandita per la cena della vigilia. Il pandoro era rimasto intatto nel suo involucro di plastica, con lo zucchero a velo che penetrava lentamente dentro la sua superficie oleosa. Suo padre se nera andato appena suo fratello Giacomo era uscito dal bagno, con i segni dellultimo sballo chimico dipinti sul volto. Non sopportava di vederlo in quelle condizioni, cos se la svignava, convinto di averne il diritto. Sua madre invece faceva finta di nulla. Non riusciva ad accettare il fatto che il suo primogenito si facesse di eroina e non tollerava che il figlio pi piccolo le ricordasse puntualmente quel dramma. Ma come poteva Stefano rimanere impassibile davanti alle ridicoli posizioni che suo fratello assumeva a tavola, il volto sporto in avanti con le palpebre abbassate, la sigaretta piena di cenere stretta tra le dita e un rivolo di bava che gli colava dalla bocca semiaperta solo stanco spiegava la mamma, sforzandosi di sorridere. No, sono io stanco. pensava Stefano. Stanco di fare parte di questa commedia! Ma questo natale non mi avrete Doveva uscire, scappare, trovare un buco in cui rifugiarsi per non pensare. Ma dove? E soprattutto con chi? Era la sera della vigilia, con un tempo da lupi e neanche uno scampolo di programma. Eppure era sicuro di una cosa: non era il solo a pensarla cos di quel natale. Agguant la cornetta e digit il primo numero che gli venne in mente. I genitori di Gabriele avevano un piccolo appartamento sullappennino. Due ore di macchina e sarebbero stati lontani da 47

tutto, citt, famiglie e messe di mezzanotte. - Pronto Gabri, ciao senti, io non ce la faccio stasera. Ho bisogno di andar via. Pensi di poterti far dare le chiavi di Gaggio? - Vai tranquillo, ne ho fatta una copia. Non si accorgeranno di nulla. Sono troppo presi dai loro affari Passa quando vuoi, sono pronto. A loro si unirono Cesare e Mimmo, ognuno con i suoi problemi e un minimo bagaglio nello zaino. - Ho fregato una bottiglia di grappa dalle scorte del vecchio - afferm entusiasta Cesare, prendendo posto sul sedile posteriore della uno bianca. - Io invece ho un paio di bottiglie di birra.. - aggiunse Mimmo, sedendosi accanto. - Ma domani come facciamo? I negozi sono chiusi - Qualcosa ci inventiamo, vai tranquillo. Limportante andar via da questo casino - disse Stefano, ingranando la marcia. A distanza di venti anni da quel natale, ognuno di quei quattro amici continua a ricordare quellepisodio come un momento di grande festa, questo perch lontano dalle loro famiglie erano riusciti ad afferrare il vero significato della tradizione natalizia, ovvero lo stare insieme alle persone care. I quattro amici, nel fuggire il natale, lo avevano ritrovato.

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IL SEGRETO NEL RESPIRO

Calma calma Il segreto sta nel respiro. Uno alla volta, inspirare profondamente, gli occhi chiusi magari, tenere laria nei polmoni, in quello stato di apnea che ricorda un po il volare, contare fino a tre e poi lentamente espirare, sollevando leggermente le palpebre, emulando una specie di rinascita. Ecco, adesso le parole che hai appena sentito non ti sembrano pi cos cattive, anzi. Hai appena scoperto che le parole non sono state la causa del dolore che hai provato, e non puoi neanche incolpare chi te le ha dette. Il solo responsabile della stoccata che ti ha perforato il cuore sei tu, sono le tue convinzioni, il tuo modo di pensare. Perch dovresti soffrire per gli errori di altri? Come puoi lasciare che la tua vita venga condizionata da questa persona che ti sta davanti? Alza gli occhi adesso e guardala si, hai vissuto sotto lo stesso tetto con lei per molti anni, hai condiviso gioie, dolori, sofferenze e meraviglie, hai intrapreso insieme a lei svariate strade e conquistato moltissimi obiettivi. Con lei hai creato una vita nuova, hai progettato piccoli mondi, pensando ad ogni minimo dettaglio. Hai fatto promesse, ti sei fidato, hai avvinghiato la tua vita alla sua come un boa constrictor si attorciglia al ramo di un albero, e ci sei rimasto annodato. Allora continua a respirare, sciogli i muscoli delle mani, sgombra la tua mente dai cattivi pensieri e guarda guarda finalmente la realt. Osserva la bellezza oltre la figura che ti sta di fronte, un universo pronto a dispiegarsi ai tuoi occhi. Hai visto come la luce si deposita sulle chiome degli alberi? Hai notato il brusio leggero degli uccelli che riescono a farsi sentire anche tra i rumori metallici 49

della citt? E questo profumo, che cos? Ma certo, lodore del pane appena sfornato. Si, insieme a tutto questo c anche lei, con gli occhi pieni di lacrime e di sensi di colpa. Credi che riesca a vedere tutto quello che vedi te? Credi che se ci riuscisse avrebbe fatto e detto quelle cose? Respira ancora lo senti? Lo senti come lodio si scioglie al sole della verit e diventa compassione? Eccolo, proprio quello mi aspettavo da te. Un sorriso, come un raggio di sole che spezza la tempesta. Mostra quel sorriso, portalo come un vessillo e permettigli di contagiare la gente che incontri. No, lei non ancora pronta, ma forse un giorno lo sar. Ma di questo non te ne devi crucciare. Hai altre cose a cui pensare, adesso che la realt ti si rivelata. Perch questa la realt, non quella in cui hai creduto finora, fatta di legami, di dipendenze, di ricerca estenuante di piacere, approvazione, affetto, attenzione no, niente di tutto questo. La realt qui, adesso, nel profumo del pane e nei bagliori sugli alberi, al di l del dolore di una parola che ferisce solo nel tuo orecchio, e oltre il significato di un gesto di cui non sei responsabile. Hai capito adesso? Eccolo l quello che credevi di aver perso. Sei vuoi puoi continuare a giocare con le parole, a chiamare le cose per i nomi che ti stanno pi simpatici; Amore solo un suono composto da tre sillabe, e se proprio ti piace usarlo, usalo pure, ma non ti fare pi ingannare dallAmore di zucchero filato e nastrini che viene venduto dalla TV. No, quello solo desiderio, passione, dipendenza, ed inevitabilmente sofferenza. LAmore quello vero lo hai appena trovato, ed sempre stato con te. Ora capisci? Puoi tornare a respirare normalmente. E adesso che hai finalmente aperto gli occhi, mi raccomando; non tornare pi nelloblio.

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SULLA CASSIA

Paolo non era un motociclista, cio non di quelli fissati che non si perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto, questo si, ma non cercava n lebbrezza della velocit, n lappartenenza ad un circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto Guzzi e ne andava fiero. A chi gli diceva perch non lo cambi quel catorcio! lui rispondeva perentorio perch mi piace, ed erano tre parole semplici ma che spiegavano tutto. Giacchetto di pelle, casco aperto, occhiali da sole e il vento in faccia; cos i suoi amici continuano a ricordarlo. Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la seguiva fino al lago Bolsena. C un pezzo di quella strada che ha un qualcosa di surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana e il Lazio. Te ne accorgi quando lo percorri destate, con la natura che soffre le pene del solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i campi e i letti dei fiumiciattoli secchi che si screpolano come le superfici di remoti pianeti. Sono una ventina di chilometri in cui non c praticamente nulla, a parte una galleria, un distributore di benzina e qualche isolata fabbrichetta. Su quel tratto Paolo osava un po di pi, dava gas e arrivava a centoventi, centoquaranta allora, ma mai oltre. Gli piaceva sentire il vento sulla faccia, quello caldo di agosto che profuma quasi sempre di mare. A Bolsena si faceva un panino, guardava il lago e di solito le cose andavano gi un po meglio. Poi il caff, la sigaretta, e via di nuovo verso nord, verso quella Firenze che non gli era mai piaciuta e che forse gli sarebbe sempre calzata stretta. Quel camionista entr in carreggiata senza guardare. Una sbadataggine, forse un riflesso accecante del sole di mezzogiorno, 51

oppure fu il caldo, la fretta, o chiss. Lultimo pensiero di Paolo fu dincredulit; che diavolo sta facendo quello!. Poi fu buio.

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NUVOLE DI PASSAGGIO

Ero rimasto tutto il pomeriggio a sorseggiare vino e a fotografare nuvole, con la voce del mio vecchio che dallaltro mondo mi ammoniva dicendomi che invece di perder tempo avrei dovuto fare qualcosa di costruttivo, tipo aiutare mio fratello a risanare i conti dellazienda che ci aveva lasciato in eredit, oppure rimboccarmi le maniche e dare una mano agli operai in fabbrica, o al limite trovarmi una donna, magari ricca, e sistemarmi una volta per tutte. Insomma, anche da morto quel povero cristo tornava ad assillarmi con le solite menate, come se non fosse stato abbastanza chiaro durante i nostri innumerevoli scontri aperti, e mia madre che dalla cucina faceva finta di non sentire, per poi consolarmi in segreto con un panino al prosciutto e una Ceres ghiacciata come piaceva a me. stata lei a salvarmi da questa macchina infernale, e gliene sar eternamente grato Le nuvole di passaggio sono una vera e propria figata. Fotografarle non di certo unidea geniale, ci aveva gi pensato Stiglitz negli anni trenta, perci sono in ritardo di quasi un secolo, ma quando le si riguarda sullo schermo fanno sempre un belleffetto e mi ricordano che anche noi come loro siamo solo di passaggio. anche vero che noi possiamo sempre osteggiare i venti e trovare le nostre rotte, ma quanti uomini riescono ancora a convincersi di non essere in balia delle correnti? Io ci provo, nel mio piccolo ma dopo il secondo bicchiere le sfumature prendono il sopravvento, conducendomi davanti alla solita scelta; avr ancora bisogno di confini oppure sono finalmente pronto a prendere il largo? Mi hanno dato dellubriacone ma chi lo ha detto aveva pi malizia che ragione. Posso arrivare al terzo bicchiere, anzi ci arrivo molto 53

spesso, ma poi mi fermo sempre, perch odio le conseguenze della sbornia, e non sopporto quando il piacere di un leggero galleggiamento si trasforma in un volo sfrenato e fuori controllo. Due giorni fa mio fratello Gaetano, impeccabile nel suo completo da ufficio, mi ha accusato di non essere n carne n pesce. Almeno se devi fare il barbone fallo come si deve, invece neanche l riesci a deciderti! ha sbraitato, dopo avermi chiesto con la sua solita arroganza di portare dei documenti dallavvocato di famiglia. Io sono rimasto fermo, col bicchiere in mano e il sole in faccia, e in un modo a dir poco perverso mi dispiaciuto per lui, piccolo uomo del terzo millennio convinto che esista un solo modo per fare lo sfaccendato questo suo bisogno di categorie, ruoli, funzioni, etichette mi mette i brividi. Fancazzista di professione, oppure pastore di nuvole, un termine che mi si addice perfettamente. E dai, fai qualcosa portami questi fogli! No Gaetano, non posso proprio. Non lo vedi che devo star dietro a tutte queste nuvole se mi scappassero dal cielo sarebbe un bel guaio! A lui la battuta non piaciuta, io invece lho trovata particolarmente astuta. Pap se ne veniva sempre fuori con la storia della moglie ricca, perch il figlio pi piccolo un po pigro ma le donne lo trovano affascinante, complice quel ciuffo sbarazzino e quella sua sicumera, o forse semplicemente perch le donne hanno tutte uninnata e malsana inclinazione per i ragazzi sbagliati. Ecco come entr Laura nella mia vita, un incontro organizzato dalle famiglie pi ricche del paesino, come succedeva nel medioevo. Decisamente pi interessante il modo in cui la ragazzina dagli occhi timidi e dai riccioli doro alla Candy Candy usc dalla mia vita. Laura, diciamocelo sinceramente, io e te non funzioneremo mai le dissi quel giorno assolato, mentre lei si riagganciava il reggiseno al bordo del mio letto. Mi aspettavo una reazione pi 54

movimentata, invece lei scoppi in un pianto frenetico, che riuscii a calmare solo dopo averla ingannata nuovamente con il solito cocktail di parole dolci e sesso orale. Mi ci vollero una decina di sedute terapeutiche della stessa specie per mettere finalmente la giusta distanza tra noi. Ed eccola l, la piccola Laura, una nuvola di passaggio che adesso viaggia insieme ad Antonio, meno ricco di me ma sempre un bellaffare. Sorseggio il terzo bicchiere (ve lo dicevo che si arrivava a tre!) e continuo a cercare nel cielo la mia nuvola. Dove si sar nascosta Forse quella laggi, pi scura delle altre, e pronta a piangersi addosso. E che male ci sarebbe! Dopotutto le nuvole servono proprio a questo.

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VIA DEL QUERCIONE

Lavevano chiamata Via del Quercione perch un tempo vi cresceva unenorme quercia allangolo con la statale, ma ormai di quellimponente albero che usava ombreggiare gran parte della strada che tagliava in due la collina, non rimaneva altro che un tronco mozzato alla base, e le radici che ancora deformavano lasfalto nei pressi dellincrocio. La gente locale ricorda ancora un grande temporale estivo di molti anni fa, ed il fracasso che si alz sopra la pioggia battente, quando un fulmine si abbatt sulla quercia tagliandola nel mezzo come farebbe una lama rovente con una candelina di compleanno. La chioma dellalbero avvamp precipitando sulla carreggiata, e per due giorni gli automobilisti furono costretti ad allungare di quindici chilometri i loro abituali tragitti. Io non ho mai visto quella quercia. La prima volta che imboccai Via del Quercione avevo sedici anni e il temporale che la uccise faceva gi parte degli sfocati ricordi degli abitanti della collina. Dopo appena una trentina di metri di asfalto, la strada si trasformava in sterrata e proseguiva costeggiando sulla destra i campi dei contadini, mentre a sinistra cera un boschetto di sempreverdi che apparteneva a una villetta quasi totalmente nascosta dai cipressi. Oltre i campi cera la vallata e oltre ancora le colline sullo sfondo del cielo doccidente, perfetto teatrino per i tramonti settembrini. Nelle giornate buone, profumate dautunno ma ancora piene di tepore estivo, la raggiungevo in motorino fino allinizio dello sterrato, per proseguire poi a piedi fin dove si perdeva, un chilometro pi avanti, dopo la curva dellultima casa. Laggi lerba alta ed i rovi prendevano il sopravvento, ma si 56

poteva sempre intuire la direzione del sentiero, che pi avanti discendeva repentinamente verso un ruscello. Una volta mi ero spinto sino al corso dacqua, solo per curiosit, ma non cera davvero niente laggi per cui valesse la pena rischiare di infangarsi le scarpe. No, lunica attrazione di Via del Quercione erano quei quattro o cinquecento metri di stradina davanti alla valle, col sole rosso in faccia che lentamente scivolava dietro le colline, accendendo il cielo di ocra e di vermiglione. Un giorno dottobre, mentre ripercorrevo quella strada allindietro per tornare al mio motorino, feci uno strano incontro. Mi era capitato a volte, anche se abbastanza di rado, di incrociare qualche trattore di ritorno dai campi, ma mai una persona a piedi. Era giovane, praticamente mio coetaneo, e mi assomigliava, anche se in un modo che non saprei descrivere. Non nellaspetto, dato che era biondo e con i lineamenti aggraziati, quasi femminei, completamente diversi dai miei. Non nel modo di vestire, o di camminare, ma in qualcosa di molto pi sottile, diciamo pure di pi intimo. Incrociandolo provai immediatamente la sensazione di conoscerlo. Lui mi salut garbatamente con un sorriso, ed io di rimando gli feci un cenno con la mano, ma nessuno dei due disse niente. Poi tornai al mio motorino e lui alla sua passeggiata. Qualche giorno dopo il tempo si ruppe, come si dice dalle mie parti, e non vi furono altre occasioni per godersi uno degli strepitosi tramonti di Via del Quercione. Pass un anno e verso la fine dellestate successiva decisi di lasciare per un po la citt, anche se mi trovavo in una fase della mia vita meno romantica del solito. Per i miei avevano litigato ferocemente ed avevo bisogno di starmene un po alla larga, cos salii sulle colline per la passeggiata rituale. Laria era davvero magnifica. Due giorni prima cera stato un temporale coi fiocchi e la temperatura era piacevolmente scesa sui venticinque gradi, sancendo cos la fine di una delle estati pi torride dellultimo decennio. In citt laria continuava a ristagnare nei viali invasi dal traffico, ma sulle colline 57

si stava dincanto. Iniziai a camminare lentamente respirando a pieni polmoni le flebili brezze profumate di paglia e di pini. Sul campo alla mia destra avevano gi incominciato ad arrotolare il fieno in enormi ballini che nella distanza sembravano le ruote di mastodontici carri. Laria frizzantina, il sole in faccia e il ritmico e cadenzato movimento dei miei passi, mi regalarono subito una sensazione di tranquillit. Sulla via del ritorno, le preoccupazioni per i recenti dissapori famigliari si erano ormai dissipate. Fu allora che rividi il ragazzo. Il mio cuore sussult. Come poteva essere, a distanza di quasi un anno, ritrovarlo nello stesso punto. Sembrava che avessi riavvolto il nastro della mia passata esperienza e la rivivessi al rallentatore. Le gambe facevano fatica a sorreggermi, ma continuai a camminare incontro a quella figura che, contro ogni probabilit, era vestita esattamente come quel giorno di ottobre di un anno prima. Continuava a sorridermi, come la prima volta, ma ci non mi rassicur per niente. Dovevo sapere se mi aveva riconosciuto anche lui, cos gli andai incontro e mi fermai a un paio di metri di distanza. Lui si ferm con il solito sorriso stampato sul volto. - Scusa, tu eri qui anche un anno fa provai a dire, pur non sapendo dove volessi andare a parare. Lui rimase impassibile, come se non mi avesse udito. - Ehi, mi senti? chiesi io, ma lui nulla. Rimaneva immobile davanti a me, col sorriso sulle labbra. La luce del vespro svaniva rapidamente e una brezza meno amichevole delle altre, soffi sul sudore che mi appiccicava la maglietta alla schiena, regalandomi un brivido di freddo. Ero sul punto di dire qualcosaltro, ma un riflesso, oppure un gioco di luci ed ombre, o pi probabilmente la mia immaginazione, mi fece salire un nodo alla gola. Per un attimo mi sembr di vedere attraverso la figura del ragazzo, quasi fosse unimmagine proiettata, come in quel famoso film di fantascienza. Qualcosa mi diceva che se non mi fossi mosso saremmo rimasti l 58

fino a notte, ed era lultima cosa che volevo. Abbassai lo sguardo, feci piazza pulita di ogni pensiero dalla mia testa, anche se il cuore mi correva nel petto come un indemoniato, e lentamente mossi alcuni passi. Con la coda dellocchio vidi che anche il ragazzo aveva ripreso a camminare, ma non osai girarmi. Vi gettai di sfuggita lo sguardo solo quando raggiunsi finalmente il motorino. Era quasi arrivato in fondo alla strada, laddove iniziava il sentiero. Per me poteva bastare, cos misi in moto e sfrecciai via, grato che il crepuscolo mi regalasse ancora alcuni minuti di penombra. Non tornai pi in Via del Quercione. Non per paura, anche se il pensiero di rivivere quellincontro mi turbava, ma perch pochi giorni dopo questa mia avventura molte cose nella mia vita cambiarono. I miei si separarono ed io andai a vivere con mia madre e mia nonna, dallaltra parte della citt, perci cambiai scuola, amici ed abitudini. Anche se superficialmente mi convinsi che il mio incontro non aveva niente di bizzarro, nonostante la strana coincidenza e labbaglio che mi era preso guardando quel ragazzo da vicino, qualcosa che tenni soppresso per molto tempo continu ad abitarmi, quasi fosse consapevole del fatto che un giorno sarebbe arrivato il tempo di fare di nuovo i conti con questa strana faccenda. E quel giorno finalmente arrivato. Sono passati ventanni da quel tramonto settembrino. Tre sere fa, mentre me ne tornavo a casa nella mia nuova citt, lontana duemila chilometri da quella nativa, ho incontrato nuovamente il mio amico. Era esattamente come me lo ricordavo; la stessa frangia bionda, gli stessi occhi azzurri, lo stesso portamento, e naturalmente non era invecchiato di un singolo giorno. Stranamente questa volta non ho sussultato. Era come se me laspettassi un altro grande cambiamento stava arrivando. La casa vuota, la pioggia batte, perch dove abito adesso lautunno arriva prima. Il silenzio mi ricorda langoscia di questa mia nuova condizione. Mia moglie mi ha lasciato e il piccolo Matteo se n andato insieme a lei. Le cose non andavano bene tra 59

noi ormai da diverso tempo, forse da troppo tempo arrivato il tempo di reinventarmi la vita, ma non ne ho pi tanta voglia. Vorrei solo dormire, e sognare Via del Quercione, provare a rimettere tutto a posto, fare scelte diverse, prendere strade pi sicure, come un baro che conosce tutti i trucchi per vincere la partita. Ma la partita finita, e questa volta ho perso tutta la posta in gioco. Se giocher ancora? Per forza che altro dovrei fare! E forse il mio amico torner di nuovo a trovarmi, per avvertirmi che il gioco finito e che qualcosa di nuovo mi sta aspettando. Perch per quanto gli eventi siano esaustivi, solo la tua coscienza potr convincerti della fine di un amore. Puoi fare finta di niente, ma tutto inevitabilmente passa, anche se qualcosa rimane per sempre, da qualche parte dentro al cuore.

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LUOMO ALBERO

Luomo albero aveva occhi profondi come lo stagno dal quale si abbeverava, grazie alle sue lunghe e nodose radici che da secoli penetravano la terra di quella foresta. Usc fuori nella sua forma di uomo da una macchia di rovi, leggero come una foglia, mi sorrise e si accomod su una panchina, al lato del sentiero. Indossava pantaloni di jeans e una giacca marrone a coste. Ti vedo spesso passare di qua mi disse, un sorriso come un taglio nella pelle rugosa che ricordava la dura corteccia. - Si, vero. Vengo qui a cercare le giuste domande risposi, le mani in tasca e il naso allerta. - E scommetto che le risposte le sai gi. - Le risposte mi hanno sempre interessato meno delle domande Il sole venne oscurato da una nuvola. La tramontana si alz. Un brivido percorse la mia schiena, ma cercai e trovai il coraggio di continuare quell'incontro. - gi tempo di dare al vento le mie foglie, constat luomo albero. - La cosa ti rattrista? - E perch dovrebbe? Torneranno in primavera, pi verdi che mai. La superficie dello stagno increspata dal vento, il lamento di un corvo, un tuono in lontananza. E poi il profumo di pioggia, la carezza elettrica di una brezza, lo squittio di un animale, tutte cose che facevano fremere le mie appendici. - Ma davvero ritorna tutto? chiesi, pensando allinverno. - una delle tue domande? - Beh, si Luomo albero si pass una mano tra i capelli, grigi e ritti come un 61

cespuglio di rovi, continu a sorridere e rispose: Prima o poi Tutto ritorna Ma per i miei gusti, anche quella risposta poteva aspettare.

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IL NUOVO SPETTACOLO

A volte pu prenderti cos; ti lasci andare completamente, per ritrovarti sempre davanti allo schermo bianco, con il cursore che lampeggia impaziente in alto a destra. Potrei pensare che sia tutta colpa dei fili che ci uniscono, una forza incontrollabile che mi spinge a comunicare, a provare a capire e spiegare. Me li immagino questi fili lunghissimi e sottili, sopra le nostre teste, da una parte allaltra della citt e del continente. Non nuova tecnologia... ci sono sempre stati. A volte riescono a toccarsi. Spesso si rompono. Quando riescono ad intrecciarsi bene formano delle corde pi salde, correndo sempre sopra le nostre teste. Quando ne sento il bisogno provo ad allungarmi ed afferrarne uno. Riuscir a sorreggermi? mi chiedo. Ho sentito T stasera. Gli ho mandato un messaggio perch erano sei mesi che non sentivo la sua voce. Mi ha chiamato subito dopo. - Ciao G, che bello risentirti... - Maledetto, dove ti eri cacciato? - Un po a giro, sai. Sto organizzando una mostra fuori, e poi altre cosine. Non ho avuto tempo neanche per respirare in questi ultimi mesi. - Me lo immagino. Ho visto due bozze degli ultimi tuoi lavori, quelli che hai lasciato da N, sai? Notevoli davvero. Soggetti un po pesanti, alla vecchia maniera... - Si, ho voglia di tornare alle prime cose, raschiare un po il pentolone dei bozzetti. - Gi! Le vecchie storie che non muoiono mai... - Eh si, lo hai detto! - Ma ci sei per il fine settimana? Che ne dici di andare da qualche 63

parte a farci una bevuta? - Mi piacerebbe un sacco davvero, ma devo tornare via. Sai, per la mostra - Ho capito. Beh, allora sentiamoci presto, okay? Aspetto tue notizie... Ma so che non sentir la voce di T fino alla prossima mia chiamata. I fili esistono ancora ma gli intrecci si sono sciolti. Succede, a volte... Esco. notte. Laria quella frizzante di settembre. I rumori della campagna vicina sono i sussurri di storie antiche. Un suono. il rumore di un treno in lontananza, una voce fascinosa che mi ricorda quei viaggi di un tempo. Erano viaggi diversi, brevi ma lontani. Oggi atterro dallaltra parte del continente e non mi sembra neanche di essermi mosso da casa. A volte anche a piedi coprivamo distanze inimmaginabili. Il segreto era varcare quelle porte. Le porte... Nella notte di settembre scendo al fiume. Raccolgo dei sassi mentre cammino perch so che non ce ne saranno pi in l. Sono diventato un uomo previdente, ma ho perso qualcosa. Un tempo sarei arrivato al fiume a mani vuote, ma guardandomi in giro avrei trovato quelle pietre che desideravo gettare. Non so perch, ma le avrei trovate. Sulla superficie del fiume ci sono i riflessi dei lampioni. Gioco a colpirli con i sassi e loro mi regalano delle onde luminose. Mi giunge anche un suono grazioso: gluc. Lo conosco. Mi piace. Starei seduto per ore ad ascoltarlo. Ripenso alla conversazione di stamattina col mio capo. - Non che non mi interessa, che in questo momento non me la sento. - Non te la senti? Ma come? Ti propongo unoccasione come questa e mi dici che non te la senti? Credevo che ne saresti stato pi che felice... 64

- Beh, forse un paio di mesi fa, ma adesso non so - Cosa non sai? Cazzo, adesso mi metti in difficolt G. Cio, credevo che avresti accettato al volo e mi ero organizzato di conseguenza. Adesso che cazzo faccio? - Non so cosa dirti, davvero. che ho bisogno proprio di tuttaltro in questo momento. Anzi, avrei bisogno di qualche giorno di ferie. - Addirittura! Allora sei messo veramente male. Quando sei entrato ti dovevamo mandare a casa con la forza, e adesso mi vieni a chiedere le vacanze anticipate. - Si, lo so, ma un periodo strano... - Sai cosa ti dico? Prenditi una settimana. Rilassati. Hai solo le pile scariche. Vedrai che quando torni starai meglio. No, non star meglio. Questa e la fine di qualcosa, lo sento. Sono i titoli di coda, o forse gi lintervallo tra uno spettacolo e laltro. La musica soffusa, le luci sono accese e la gente al bar a prendere da bere, ma io non ho la minima idea di come sia finito il film. Tra le mani mi ritrovo una pietra piatta. Cerco di farla saltare sullacqua. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei No, erano solo cinque. Si cerca sempre di fare qualcosa di pi, di essere pi bravi degli altri. tutta una rincorsa, e riprendi fiato solo nellintervallo. In quel breve momento ti fai una bevuta, tiri un respiro e poi riparti. Ma non provare a domandarti cosa stai rincorrendo, altrimenti rimpiangerai il prezzo del biglietto. Mi accendo un sigaretta. Mi piace vederla consumarsi di rosso mentre aspiro la sua mortale nicotina. Mi piace il fumo grigio che sprigiona nella notte. Mi piace quel suo gusto denso e stordente. Credo che il piacere pi grande sia quello di sapermi ancora sopravvissuto a lei, che ormai gi una cicca tra le mie mani. Siamo pronti per il nuovo spettacolo?

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L'ULTIMO NATALE

Il bambino chiese al padre del Natale. Ne aveva sentito parlare a scuola da un curioso professore di storia che la sapeva lunga, e quando lui aveva alzato la mano per chiedergli che cosa fosse, il maestro aveva scrollato le spalle e liquidato la questione dicendo che era qualcosa di assolutamente inutile che usavano fare gli Antichi. Il bambino aveva sentito molto parlare degli Antichi, quelli che avevano i computer, le televisioni, le auto super veloci, gli aeroplani e le partite di calcio, tutte cose ormai scomparse da svariati secoli. Alcuni ne parlavano bene, ma la maggior parte della gente li considerava dei selvaggi, corrotti fino allosso da una vecchia malattia che veniva chiamata materialismo. Cerano voluti grandi sacrifici e terribili guerre per sradicare questa terribile maledizione delluomo, ma alla fine la gente era tornata a vivere serenamente come usava fare quando il mondo era giovane, a contatto con la natura e in reciproca fratellanza. Certo, non era un mondo proprio perfetto. Cera ancora chi si ribellava, chi desiderava di pi di quello che aveva, chi si sentiva infelice, ma i saggi delle grandi citt erano sicuri che le cose andavano molto meglio di prima e non perdevano occasione per ripeterlo alla gente. Era il 24 dicembre e la neve cadeva abbondante da quasi due ore, tanto che il giardino di casa era completamente coperto da una candida trapunta bianca. Il padre, sprofondato nella poltrona accanto al caminetto acceso, guard il figlio da oltre il bordo del libro che stava leggendo. - Chi ti ha parlato del Natale? chiese, strizzando le due fessure cespugliose che aveva per occhi. 66

- Oh, nessuno. Ne ha solo accennato il professore di storia stamattina. Volevo saperne di pi, ma lui mi ha risposto che non era importante, per a me la curiosit rimasta... rispose il bimbo, mettendosi a sedere sul tappeto davanti allimponente figura paterna. Intuiva che presto gli avrebbe raccontato una delle sue favolose storie, ed infatti non rimase deluso. Messo da parte il libro, luomo si sistem meglio sulla poltrona ed elarg al figlio uno sguardo penetrante che gli mise addosso un po di paura. Poi, sciogliendo con un mezzo sorriso i suoi timori, disse: Bene, bene, bene arrivata lora che tu conosca una vecchia storia che la nostra famiglia ha tramandato per generazioni e riguarda giustappunto questo fantomatico Natale. Stai bene attento per, non tutto ci che ti dir corrisponde a verit, ma non te ne dolere. Dalle storie non bisogna sempre e solo prendere la verit, ma solo quello che veramente ti necessita. Una storia sempre un dono Intanto fuori limprovvisa nevicata si era trasformata in una vera tempesta. - Vedi, il Natale era una festa che veniva celebrata tutti gli anni allinizio dellinverno, precisamente il 25 di dicembre, cio domani. Era una festa religiosa, legata al cristianesimo, un antico culto degli uomini che per oltre duemila anni ha causato dolore, infelicit e numerose guerre. Negli ultimi decenni della civilt degli Antichi, il Natale si era trasformato in una ricorrenza prettamente commerciale, volta a soddisfare le esigenze del materialismo, altra grande afflizione delluomo. Allindomani dellultima grande rivoluzione che scosse il vecchio mondo, questa festivit, insieme a molti altri costumi in uso fino ad allora, venne bandita e col tempo la gente si completamente dimenticata della sua esistenza. Io stesso non ne sapevo niente fino a quando un giorno, il 24 dicembre di molti anni fa, mio padre mi raccont di un antico diario tramandato dalla nostra famiglia. Lo vedi quel vecchio libro 67

rilegato in cuoio che sta su quello scaffale lass? chiese il padre indicando un punto nella libreria del salotto. Il bambino volse lo sguardo e lo vide, forse per la prima volta in tanti anni, o forse lo aveva visto gi un milione di volte ma non laveva mai notato. - Apparteneva al tuo trisavolo e descrive gli eventi della grande rivoluzione. Vai a prenderlo lo incoraggi il padre, e lui, alzandosi di scatto, and verso la libreria e con estrema delicatezza sfil dallo scaffale quel piccolo tomo che doveva essere molto pi antico di tutti gli altri libri. Con altrettanta delicatezza lo porse al padre che attendeva sulla poltrona. - Eccolo qua sussurr, rigirando loggetto tra le mani. Poi, con dita abili, ne apr la copertina e inizi a sfogliare delicatamente le pagine totalmente ingiallite e ricoperte da una calligrafia minuta e sottile. Si ferm a circa tre quarti del libro, mormorando qualcosa tra le labbra come se volesse esprimere la sua soddisfazione. Ecco, ne parla proprio qui ascolta adesso. E quando inizi a leggere da quel diario la sua voce sembr trasformarsi come quella di un ventriloquo. Il bambino, anche se aveva udito molte volte quella magia vocale, ne rimase di nuovo stupefatto. Le cose stanno per cambiare, nessuno ormai ne dubita pi. Anche le televisioni hanno smesso di ignorare le grandi rivoluzioni che si riversano in ogni parte del paese. Neppure in questo giorno di festa, di cui ormai nessuno pi si ricorda, la gente riesce a fermarsi. Qualcosa di grande ci aspetta, il cambiamento tanto sperato, tanto voluto dal popolo e per il quale il popolo ha combattuto per tutti questi anni. Eppure oggi lunica cosa che desidero starmene a casa insieme alla mia famiglia. Per un giorno lascer le strade e rimarr tra queste mura, dimenticandomi dei combattimenti e della guerra che sta sconvolgendo le nostre vite. Non abbiamo molto da mangiare, ma non importante. Ho trovato una vecchia scatola di addobbi 68

natalizi su in soffitta, e un piccolo alberello di plastica che forse apparteneva ai miei genitori, quando erano giovani. Ebbene si, lo confesso, ho fatto lalbero di Natale. Lo abbiamo fatto insieme, io e mia figlia Giada, mentre mia moglie Tullia era in cucina ad inventarsi un pranzo degno di questa festa. Chiss quante persone ancora lo festeggiano, questo Natale pazzo, mi chiedo per la maggior parte dei combattenti solo una delle tante manifestazioni ipocrite del vecchio mondo, quello destinato a crollare, eppure non posso fare a meno di aggrapparmi a quei ricordi di fanciullo, io insieme ai miei genitori e i miei due fratelli. Non per la questione dei regali, che erano comunque uno spasso, ma per latmosfera, lodore, il sapore di quel giorno speciale. Mio padre metteva sempre del jazz per Natale, i classici di Nina Simone o Frank Sinatra, perch secondo lui non cera musica migliore per quel periodo dellanno. Mia madre rimaneva a dormire fino a tardi e poi ci chiamava su in camera e ci invitava nel letto a vedere i cartoni di Walt Disney, mentre mio padre preparava il pranzo. Poi cerano le lucine, il caminetto, il torrone, lodore di zenzero, lo spumante, il panettone e la passeggiata nel pomeriggio, per andare a trovare gli amici. Cerano gli zii che portavano dei regali strambi ma sempre divertenti, e poi la sera, dopo cena, ci riunivamo attorno al tavolo del salotto ed insieme a pap giocavamo al gioco del labirinto o a quello degli esploratori. Questo era il mio Natale, per molti anni, o forse lo stato solo per pochi, ma quando sei piccolo il tempo si dilata, perde significato, ed cos che certe cose rimangono immutate, nonostante le guerre e le rivoluzioni. Cos ho voluto fare un piccolo regalo alle mie due ragazze. Per Tullia ho comprato un paio di orecchini, una cosa piccola da bigiotteria, ma molto carina. A Giada ho preso una bambola, semplice, fatta a mano, come quelle di un tempo. Fuori il cielo bianco e a volte si sentono delle esplosioni. Forse stanotte nevicher Perch manca solo un sipario di neve a suggellare questo magico giorno, e forse sar davvero il nostro 69

ultimo Natale La voce del padre si spense e il crepitio del camino torn ad essere lunico suono presente nella stanza. Fuori il mondo era un vortice di candidi fiocchi impazziti. - Devessere stato bello allora, questo Natale esclam il figlio, guardando il padre con due occhi spalancati e lucenti. - Si, figlio mio, penso proprio di si rispose il padre, perdendosi nella danza del fuoco. E per un po nessuno parl, ma forse entrambi avvertirono qualcosa di impalpabile che li colm entrambi di calore. Qualcuno potrebbe chiamarlo superficialmente lo Spirito del Natale, ma forse c una spiegazione pi semplice. A volte, nella monotonia dei giorni tutti uguali, bello avere una scusa per stare pi vicini alle persone care, ed amarsi un po di pi. E che male se la si chiama Natale questa scusa.

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CASTAGNETO

Per andare a casa di Paola facevo la strada del castagneto, uno sterrato dissestato che era diventato col tempo il terrore di tutti gli automobilisti del paese. Tre diverse amministrazioni comunali avevano promesso di asfaltare quella strada, ma in dieci anni nessuno ha mai fatto niente. In Italia cose come queste sono la normalit. Io preferivo cos. Meno asfalto c' meglio , per avevo anche il vantaggio della jeep. Da Paola ci ritrovavamo ogni due settimane per fare un po' di musica insieme. Veniva Ermanno insieme al suo set di percussioni, Michele col Fender, Gianluca con la Roland e il Mac e poi c'ero io con una vecchia Gibson semi acustica che mi aveva regalato mio padre. Paola ci offriva un po' di t verde che sorseggiavamo piano in cucina (lei se ne faceva tre per scaldarsi la voce), poi montavamo gli strumenti nell'ampio salotto di casa. In inverno, ma spesso anche d'autunno, il camino rimaneva sempre acceso. Suonavamo un repertorio misto, selezionato insieme. Ognuno sceglieva due pezzi attingendo ai propri gusti, cos succedeva di alternare canzoni di Sanremo degli anni ottanta, per le quali Michele andava matto, con le litanie di Tim Buckley, uno dei miei idoli di ragazzo, per passare poi ai classici di Bacharach. Cercavamo comunque di amalgamare il tutto con un nostro sound, grazie soprattutto ai colori percussivi di Ermanno. Dopo la scaletta ci buttavamo a capofitto su un lunga jam nella quale Paola improvvisava delle splendide linee vocali sulle parole delle sue poesie. Andavamo avanti fino a mezzanotte, tanto la casa era isolata e nessuno veniva a darci noia. Spesso c'erano altri amici insieme a noi. Si mettevano sul divano ad ascoltare, con un 71

bicchiere di vino in mano oppure una birra, un pubblico selezionato con cura, perch nel processo creativo di un gruppo di musicisti l'atto di esibirsi un qualcosa di secondario. Per questo motivo non ci mai interessato suonare nei locali. Dopo il concerto accendevamo la radio. A quell'ora c'era una stazione jazz che passava vecchi pezzi di Coltrane e Monk. Aprivamo un paio di bottiglie di vino buono e parlavamo, non solo di musica, e andavamo avanti fino a quando ci reggevano le palpebre. Di solito quando tornavo a casa il cielo dietro i castagni stava gi rischiarandosi. Fu cos per diversi anni, non ricordo neanche quanti, poi a Paola le trovarono il cancro. Andai a trovarla pi volte nei mesi della malattia, ma prendevo l'altra strada, evitando di proposito lo sterrato. Perch quella era la via del castagneto, delle serate insieme, della musica fatta in casa, senza pretese. Era la strada di quelle notti piene di note e di risate, ed io volevo ricordamela cos.

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COSIMO E VIOLANTE (Omaggio al Barone Rampante di I. Calvino)

Cosimo e Violante oscillavano sulle altalene del parco mentre davanti ai loro occhi sfrecciavano le auto sulla tangenziale sopraelevata, un flusso continuo, statico nella suo moto perpetuo, cos come il rumore, un rombo persistente e sommesso a cui ludito dei ragazzi era ormai abituato. Il cielo era grigio ma privo del profumo di pioggia, ed era caldo per esser gi novembre, cos caldo che Violante aveva indosso soltanto il suo vestitino azzurro con le maniche sbracciate, mentre Cosimo sfoggiava con orgoglio la maglietta della sua squadra di calcio. Il cigolio delle altalene si disperdeva nel rombo, ma le vocine appuntite dei due ragazzi fuoriuscivano con facilit in superficie, squillanti come quelle dei pettirossi, un cip-cip di promesse, intenzioni e sbeffeggi che nascondeva un qualcosa di profetico. - Tu cosa vuoi fare da grande? domand la ragazza. - Non lo so E tu? rispose Cosimo, spingendo pi forte con le gambe. - Io voglio diventare il sindaco della citt! - Ah si! Allora io sar il governatore della regione. - Va bene, ma solo dopo che io sar diventata la presidentessa dellintero paese. - Per me va bene, ma lanno dopo mi faranno signore del mondo intero e tutti mi verranno a chiedere il permesso per qualsiasi cosa. - Allora sarai super indaffarato - Avr dei consiglieri, e tu sarai uno di questi. - Io? Ne sarei onorata, ma sar troppo occupata a ripiegare il ruolo di regina dellintero sistema solare. - Uh un incarico estremamente importante, solo poco al di sotto 73

del mio, che diventer quello di presidente della comunit intergalattica spaziale - Allora mi aiuterai con gli affari interni, dato che io ricoprir la carica di governatrice di tutto luniverso conosciuto. A questo punto ci fu una pausa, durante la quale laltalena di Cosimo rallent la sua corsa. Il ragazzo stava pensando a come ribattere. Che cosa cera di pi grande delluniverso? Niente Comprese allora che rispondere a quel gioco con lo stesso argomento non era conveniente, cos prov a cambiarlo. - E quale sar la prima cosa che farai una volta diventata tutte queste cose? domand allora il ragazzo, riprendendo a darsi lo slancio con le braccia ed il bacino. Questa volta fu la corsa dellaltalena di Violante a rallentare. Ci pens per un minuto intero, poi disse: Prima di tutto far abbattere questa autostrada che passa sulle nostre teste. - E come far la gente ad andare a lavoro? - Se ne occuperanno i robot. Nel mio mondo nessuno dovr lavorare. Le macchine penseranno a tutto - E per andare in vacanza, che strada prender la gente? - Nessuno andr in vacanza, perch tutti saranno sempre in vacanza - E i camion con tutti i loro carichi? - Non ce ne sar bisogno. La gente manger i prodotti dei propri orti e user gli oggetti fabbricati nelle proprie citt. - E le trasferte di calcio? chiese a questo punto Cosimo, pensando alla sua squadra del cuore. - Nel mio mondo si faranno ogni sorta di giochi, ma senza competere. N vincitori n vinti solo divertimento e risate, perci non sar necessario spostarsi. - Si, ma viaggiare una cosa bella. Come faranno i tuoi sudditi ad ammirare le bellezze del mondo? - A piedi! - A piedi? 74

- Esattamente! il modo migliore per non perdersi neanche un particolare del paesaggio. Cosimo ci pens un attimo e malgrado fosse attratto dai bolidi che a volte vedeva sfrecciare sulla sua testa, concluse che le idee di Violante erano giuste. Quando sedeva sul sedile posteriore dellauto dei suoi, appoggiava la fronte al finestrino e si perdeva dentro dossi, pianori, valli, alberi e tutte le bellezze che gli passavano davanti agli occhi. A lui sarebbe piaciuto poterle ammirare con pi calma, ma lauto filava via veloce, e la collina diventava una valle, e la torre di un campanile spariva dietro un ponte, e cos via - Mi piace il tuo mondo. Sar un onore lavorare per il tuo governo, mia signora. Poi tutti e due scoppiarono a ridere, e fu una risata cos squillante che si alz abbondantemente sopra il rombo dei motori, invase il parco e coinvolse i pochi uccelli che dormicchiavano sugli alberi. La risata divenne una melodia. Il cane che riposava fuori dalla bottega del barbiere tir su un orecchio, poi incominci ad abbaiare. Un gatto che passava vicino gli si mise accanto e miagol con tutto il fiato che aveva. Poi fu la volta di una piccola comunit di ratti che affacciarono i loro musi da un tombino e in coro iniziarono a squittire. Le rondini in volo si posarono su un cornicione e si unirono alla canzone. Il rombo non si sentiva pi, sovrastato dalla risata di Cosimo e Violante. Qualcuno si affacci alla finestra per vedere cosa stava succedendo e in quel mentre il cemento armato della sopraelevata si incrin, le colonne possenti che la reggevano si piegarono e la strada croll con uno schianto fragoroso, dentro uno squarcio nella terra che si era aperto proprio sotto di essa. Lo strappo si richiuse subito dopo, ingoiando il cemento e le centinaia di automobilisti che si recavano a lavoro. Quello fu linizio del mondo di Regina Violante e di Cosimo, suo fedele consigliere, una remota diramazione di questo nostro mirabolante e cespuglioso universo quantico. 75

UNA GIORNATA NATA STORTA

Gli ultimi giorni di febbraio sono i pi lunghi. come se si dilatassero, cercando di compensare con gli altri mesi, cos guardi fuori dalla finestra chiedendoti quando finir questo maledetto inverno, ma ti risponde soltanto una folata di vento che fa piegare senza piet i rami rinsecchiti degli alberi. Nei sabati mattina lasciati sfilare via tra le lenzuola del letto, con un caff troppo amaro che ti ricorda di dover cambiare la guarnizione alla caffettiera, e le note di un vecchio disco blues in sottofondo, ti vien da pensare che solo un amico possa rivolverti la giornata. Allora accendi il cellulare e scorri la rubrica, lo fai pi volte, soffermandoti di tanto in tanto su un nome, come fosse la playlist delle tue relazioni. Un contatto per ogni evenienza, un amica per le serate frivole, un parente per un favore, un amico per le cose importanti, come due chiacchiere e un bicchier di vino. Si, lui lideale per una giornata cos! schiacci il pulsante verde e il grigiore di quel sabato di febbraio incomincia a diradarsi. - Che ne dici di venire a pranzo da me? Faccio il sugo Il sugo viene meglio nel coccio. No, non n un segreto della nonna, n una legge fisica, solo uno stato mentale. Sedano, carota e cipolla tritati a rosolare nellolio di oliva, mentre lodore dolciastro del soffritto si spande rapidamente per la cucina ed il salotto. Giri distrattamente con un mestolo (rigorosamente di legno), chiudi gli occhi e dilati le narici poco sopra il ribollio, sorridendo soddisfatto. Il soffritto una forza come si farebbe senza! pensi, estraendo dal frigo la macinata di carne, quella magra. Il vecchio giradischi in soggiorno di cui va molto fiero ti ricorda 76

che i vinili non si girano da soli; getti la carne nel coccio, la disfai velocemente col mestolo amalgamandola alle verdure rosolate, poi corri a mettere sul piatto Whos Next, perch adesso che viene il bello ti serve tutta lacidit dellintro di Baba ORiley. Sono appena le undici e mezzo ma il sugo ha bisogno di un annaffiata di rosso, cos ti decidi a stappare il Montepulciano dAbruzzo che ti aspetta in un angolo della cucina, e con questa banale scusa non perdi loccasione di farti un goccetto, alla memoria del buon vecchio Keith Moon. Una volta aggiustato di sale e ricoperto con la passata di pomodoro, il rag se la pu cavare benissimo da solo, basta lasciarlo bollire almeno unora a fuoco lento, ed a guardarlo fare blup-blup nel coccio quasi una poesia. Allora doccia veloce, qualcosa di comodo e pulito, un po dordine in salotto e la tovaglia sul tavolino davanti alla finestra, per ricordarsi che nonostante il vento impietoso del nord, noi uomini ce la sappiamo cavare quando si tratta di comodit. Quando attacca la splendida Behind Blue Eyes, lacqua per la pasta gi sul fuoco e il sugo ha acquistato quel colorino granata acceso che ti fa venire lacquolina in bocca. Suona il campanello arrivato. Riempi due calici di vino per un aperitivo allantica, tagli due fette di pane di ieri e col mestolo di legno le ricopri di rag bollente. - Che te ne pare? - Favoloso! - Cosa buttiamo, penne o pappardelle? - Che, me lo chiedi pure? Cinque minuti e la pappardella al dente va a sposarsi dentro al coccio, e il gioco fatto. Spolverata di parmigiano, e un nuovo bicchiere di rosso. Dalle mie parti proprio cos che si risolvono le giornate nate storte.

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RITUALE NEL FIUME

Teresa cercava qualcosa di nuovo che potesse salvarla dall'apatia che la tormentava nei giorni sbagliati, come ad esempio il venerd sera sul divano davanti alla TV, col volume abbassato e il cellulare in mano a scorrere velocemente la rubrica piena di numeri sconosciuti. Il sabato non era male perch andava a fare visita a sua madre. Nonostante andasse per i quaranta, si sentiva sempre la sua piccolina, cosa che ovviamente non avrebbe mai confessato a nessuno. Invece la domenica se la vedeva davvero brutta. Di solito si rigirava tra le coperte fino a mezzogiorno, poi faceva la doccia e preparava un po' di colazione. Evitava di guardare l'orologio, o almeno ci provava. Sapeva che non le sarebbe piaciuto scoprire quante ore ancora mancavano alla fine della giornata. Il luned tornava a lavoro, felice. Per Teresa il luned era il pi bel giorno della settimana, ma anche questa era una delle cose che non avrebbe mai ammesso, neanche a se stessa. In ufficio lavorava fino a tardi. Era sempre la prima ad entrare e l'ultima ad uscire e, a parte il venerd, giorno in cui l'edificio chiudeva alle cinque per le pulizie, lei poteva starsene a scartabellare fascicoli e cartelle fino a sera inoltrata. Una domenica pomeriggio pianse pi del solito e seppe che non poteva andare avanti cos. Afferr il cellulare, apr la rubrica e incominci a cercare. Dopo cinque minuti aveva fatto due volte il giro dei nomi, sempre indecisa. Chiuse gli occhi, li sent frizzare per via del trucco annacquato di lacrime, e continu a premere la pulsantiera del telefono. - Pronto? - ud ad un tratto, cos apr gli occhi e si accorse di aver chiamato un numero a caso. Lesse il nome: Patrizia. Patrizia chi? 78

- Pronto, Teresa, sei tu? - Pronto? Si, ciao Patrizia, come stai? Inizi cos. In principio gli amici di Patrizia le parvero strani, o forse si sentiva strana lei insieme a loro. Ritrovarsi a trentanove anni ad andare per i boschi e a parlare di energie, flussi e spiriti della natura non era esattamente quello che aveva in mente il giorno in cui si laure in giurisprudenza, come d'altra parte non era proprio il suo sogno lavorare come impiegata in un ufficio legale. Ma gradualmente la sua vita cambi, e non in peggio. Incominci a lasciare il posto di lavoro alla stessa ora dei suoi colleghi. A volte andava a cena di qualcuno del gruppo, leggeva libri nuovi, evitava il divano e la TV. Non c'era solo Patrizia. C'erano Antonella, Giorgio, Mirco, Giulia, tutti suoi coetanei, pi o meno. Per San Giovanni andarono a fare un rituale nel bosco, dentro al fiume. Fu una giornata spettacolare. Mentre tornava in macchina verso casa, Teresa si chiese se ci credeva per davvero a tutte quelle cose. Forse, si disse, ma era secondario. Ci che pi importava era che incominciava a piacersi. Per la prima volta dopo tanto, tanto tempo.

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L'ALLENATORE ONIRICO

Da ragazzo avevo un sacco di idee per la testa. Se qualcuno mi chiedeva che cosa avessi voluto fare da grande, io me ne venivo sempre fuori con i mestieri pi stravaganti, tipo laddomesticatore di tarantole, il trombettista stonato di una band punk-rock, il ricercatore di animali preistorici (ancora in vita, sintende) oppure il soffiatore di vetri, che in effetti un mestiere vero e proprio e non ha nulla di strano, ma io lo trovavo talmente affascinante da annoverarlo nella mia collezione di mestieri fantasmagorici. Insomma, fin da piccolo avevo la nausea per i lavori normali, quelli dei nostri genitori, come ad esempio lassicuratore, che era il mestiere di mio padre, oppure il casellante autostradale, che solo lidea mi faceva sbadigliare. Volevo fare qualcosa che nessuno sapeva fare, che nessuno neanche pensava potesse esistere. Mai per avrei creduto che un giorno mi sarei occupato di sogni, e mai avrei pensato che a causa di ci sarei finito nei guai. Il mestiere lo chiamai Dream Trainer, anche se lappellativo anglosassone mi sempre rimasto antipatico, ma lequivalente Allenatore Onirico non avrebbe certo avuto molto successo in questo mondo a stelle e strisce. Il nome inglese mi consegn fin dallinizio una certa autorit, nonostante non sapessi neanche io bene come avrei potuto insegnare ad altri le cose che ero riuscito a scoprire, ma la gente dava per scontato il fatto che la mia scienza fosse in qualche modo importata dallaltra parte delloceano, e quindi si fidava ciecamente di me. Sai, sto andando da questo Dream Trainer per dei problemi dinsonnia oppure Se hai degli incubi ricorrenti, dovresti vedere un Dream Trainer questo il modo in cui la voce si sparsa, e 80

cos la gente si col tempo fatta unidea di ci che proponevo, anche se in realt facevo ben altro che risolvere problemi dinsonnia. Incominciai con una serie di seminari per circoli ristretti, massimo una decina di clienti. La mia esperienza in campo onirico era totalmente autodidatta, anche se mi ero fatto una discreta cultura a riguardo, specialmente dopo le mie prime personali scoperte. Alcuni trattati di psicologia mi aiutarono a capire la dimensione dei sogni, mentre studi pi pionieristici riuscirono a spiegarmi il perch fossi in grado di estendere a mio piacimento i miei viaggi sopra il cuscino. Lonironautica non una scienza nuova, ma il totale controllo del sogno lucido e della sua durata, hanno elevato il mio mestiere al rango di vera e propria arte, unarte che, nonostante il suo approccio non facile, risultata accessibile a tutti i miei clienti. Badate bene, ci tengo a sottolineare che chi ha lavorato con me non mai stato un mio paziente perch in realt io non possiedo alcun attestato di tipo medico, perci ho sempre considerato i partecipanti alle mie sedute come clienti. Il controllo del sogno unesperienza che abbiamo vissuto pi o meno tutti. Nella fase rem, o sonno superficiale, la percezione del sognatore diventa elastica e perci siamo in grado di fare presa sullesperienza onirica, che pu durare percettibilmente un tempo considerevole, anche se in realt si tratta sempre di una manciata di minuti appena. Ma il sogno lucido in fase rem, oltre ad essere sostanzialmente breve, ha anche un impatto emotivo minore perch si in realt quasi svegli, e quindi fin troppo coscienti dello stare sognando. Ben diverso il sogno lucido durante il sonno profondo, pi difficile da controllare e da ricordare ma estremamente pi gratificante dal punto di vista sensoriale. Avevo ventanni quando mi domandai in che modo avrei potuto attingere totalmente alla potenza del sonno profondo creando un sogno lucido da poter dilatare per un tempo praticamente illimitato, e mi ci vollero tre anni di esperimenti e tentavi per riuscire ad arrivare ad una 81

soluzione. Bisognava partire dal sonno di superficie per prendere il controllo del sogno lucido, e poi gettarsi nellabisso sconfinato del sonno profondo senza per perdere il ricordo dellesperienza. Per fare questo escogitai diversi tipi di espedienti, come ad esempio i deja-vu forzati, che lasciano dei solchi ben marcati sul supporto di memoria organica, oppure le risalite in superficie per imprimere meglio lesperienza, anche se queste potevano portare ad un risveglio precoce. Col tempo sono riuscito ad affinare la tecnica e a controllare pienamente il sogno nel sonno profondo, cos mi convinsi di poterla insegnare anche ad altri. Ma la rivelazione non poteva arrivarmi senza un prezzo da pagare, ed per questo che la mia storia vi giunge da un server remoto, a cui ho accesso grazie ad una connessione presa in prestito dal wi-fi di una stazione di servizio anonima. Non posso pi esercitare la mia professione, non posso pi insegnare alla gente a sognare, perch il sogno potere, e il potere solo per pochi. Immaginate di avere dieci, cento, mille vite a vostra disposizione. Immaginate di poterle plasmare a vostro piacimento, di dilatarle fino a poterle godere nella loro interezza, dagli spensierati giorni della fanciullezza ai tiepidi e riflessivi momenti della prima senilit. Immaginate di essere in grado, ogni sera prima di addormentarvi, di decidere chi, come, quando, dove essere nel vostro sogno lucido, e percepire fin nei minimi dettagli questa nuova vita, che al vostro risveglio sembrer pi vera della realt in cui vivete. Immaginate di poter godere di queste incredibili esperienze senza alcuna limitazione fisica, capaci di volare, respirare sottacqua, viaggiare nello spazio profondo o nelle intercapedini degli atomi. Quale potere superiore a questo potrebbe mai esistere? Ebbene era questo che io insegnavo, ed questo che mi stato portato via. In principio non avevo la minima idea delle possibili conseguenze dei miei seminari. La gente che vi partecipava rimaneva subito 82

entusiasta, come bambini dopo un giro sulla giostra, ma nel perfezionare la tecnica e nel dilatare sempre di pi le esperienze oniriche, questa diventava anche, come dire pi consapevole. Il modo di sognare che insegnavo dava loro modo di sperimentare ogni aspetto della loro personalit, arrivando a conoscersi in modo assai profondo. Dopo un paio di settimane di sogni dilatati infatti gi possibile scoprire cose su di s che nella vita normale si in grado di conoscere solo attraverso decenni di ricerca spirituale. Immaginate di avere lesperienza di molte vite dentro di voi, una sorta di reincarnazione cosciente sperimentabile ogni notte, negli universi illimitati del vostro sonno profondo, unilluminazione accelerata alla portata di tutti. Constatavo con sorpresa infatti che, chi prima e chi dopo (ma sempre nellordine di qualche giorno), i miei clienti raggiungevano un alto grado di consapevolezza interiore, nonostante le diverse potenzialit iniziali. Tutti quanti, una volta raggiunto il perfetto controllo della procedura, autolimitavano le loro esperienze oniriche, che usavano esclusivamente per una personale ricerca spirituale e mai per un banale appagamento emotivo. Stavo facendo esattamente quello che avevo sempre sognato: un mestiere unico che faceva felice la gente. Perch mi stato tolto? Perch sono entrati nel mio centro di formazione con un mandato di perquisizione accusandomi di spacciare droghe allucinogene da loro stessi impiantate? Perch ho dovuto lasciare la citt, cambiare nome, documenti e faccia per evitare il carcere e forse anche qualcosa di peggio? Perch non possono lasciare che la gente si risvegli. E il risveglio passa dal sogno passa dalla conoscenza passa dalla consapevolezza. Ma la mia missione solo allinizio Sentirete ancora parlare di me.

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IL PREZZO DEL GIORNO

Di notte, quando imbocco il vialone che mi conduce verso la strada di casa, non sto a preoccuparmi dei semafori. Di solito mi perdo nella musica dellautoradio ed affronto gli ultimi rossi con la perversa speranza che qualcosa vada male. Ma a quelle ore, dove vivo io, non c mai nessuno per strada. Passo veloce anche lultimo stop e vedo casa mia. Posteggio, scendo, e odoro il silenzio di quel vecchio borgo, il profumo del vicino inverno, laroma di unaltra serata gettata via, nel cestino degli effimeri ricordi. Ho fatto tardi e non la prima volta. Mi verso un altro drink prima di buttarmi sul letto, tanto per riempire totalmente il mio stato di ebbrezza. Ho bevuto come al solito, e questa la nota pi positiva di tutta la serata. Domani il mio capo, da quel gran pezzo di stronzo che , si lamenter dei miei movimenti lenti, della mia disattenzione e forse, se sar ancora in botta, capir che ci sono andato pesante questa volta. Sinceramente non me ne frega un cazzo. Lo odio con tutto me stesso quel bastardo, e non potrei desiderare di meglio che di fornirgli una scusa per licenziarmi. Ma poi me ne pentirei, perch non facile potersi permettere un monolocale da ottocento euro al mese. Dovrei sentirmi fortunato, invece mi sento un codardo di merda, l'ennesima vittima di una societ malata, con la scusa pronta per dare la colpa agli altri. Scegli la strada difficile e poi ti ritrovi a riflettere in modo semplice e lineare. Sembra che le due cose non vadano daccordo: pensare ed agire. Avrei bisogno di una donna con le palle, una ragazza in gamba per davvero, che creda ancora nei vecchi ideali, quelli che rimescolavo 84

nel mio cervello dieci anni fa e che adesso se ne stanno da qualche parte a prendere la muffa. Ho trentanni e mi sento sullorlo di quel baratro famoso, la trappola nella quale tutti cadono. Sono davanti a quella porta che mai nessuno riesce ad aprire. Col bicchiere in mano faccio velocemente tre giri dei canali maggiori, ma la TV semplicemente un pretesto per sentirmi meglio nei confronti di tutti quei cazzoni che la fanno. Mi accorgo di quanto sono patetico e la spengo. Prima di dormire decido di licenziarmi, ma qualcosa che fa gi parte del mio prossimo sogno. La sveglia suona alle sette ed io mi allungo a spegnerla. Desidero solo un caff. A lavoro oggi sono tutti carini con me. I1 motivo perch sono in uno stato moviola; le mie reazioni sono lente e i miei sorrisi troppo generosi. Sono ancora sotto leffetto dellalcol, ma non mi sento troppo male. Nella pausa pranzo mi faccio due aperitivi per restarmene allegro, e quando intravedo la fine della giornata, poche ore pi tardi, mi perdo nellidea di una serata tra vecchi amici. Potrei chiamare due bastardi che non vedo da tempo e parlare un po del buon vecchio passato. Lidea allettante e distrugge totalmente il pensiero del prossimo luned. proprio mentre scaccio il fantasma di una nuova settimana di lavoro che quello stronzo del mio capo mi fa visita. La butta subito sul pesante, come piace fare a lui, ma non prende decisioni drastiche. Potrebbe licenziarmi, visto che sono ubriaco sul lavoro, ma invece preferisce umiliarmi davanti ai miei colleghi, facendomi sentire una merda. Potrei ribattere, potrei dirgli di andare al diavolo, ma non riesco a farlo; sono come pietrificato davanti alla sua folle manifestazione di negativit. Mi domando semplicemente se non sia saltato fuori da una scena di un film americano, o forse un personaggio di un fumetto di satira politica, di sicuro il protagonista. 85

Se ne va via come il genio della lampada, lasciando fumo dietro di s. A quel punto vorrei ridere a pi non posso, dimostrare la mia totale noncuranza verso quellessere insignificante, e strappare un sorriso ai miei colleghi che mi guardano ammutoliti. Vorrei proprio farlo, ma non ci riesco. Salgo in macchina e me ne ritorno a casa. Mi fermo a met strada per chiamare quei due vecchi bastardi. Fissiamo alle dieci al solito pub, ma la serata non si preannuncia una grande cosa. Arrivo al pub e non c nessuno. Poco male; mi siedo al banco ed ordino una bionda doppio malto. Sorseggio il boccale dei misteri mentre un grande pezzo degli Who mi trascina verso un mondo pieno di rocknroll, pantaloni a campana, spinelli e donne dai capelli biondi. Il basso un qualcosa di lancinante, con note che si ripetano come accettate su un albero da abbattere. Lalbero la societ malata, ma alla fine il rocknroll si trasforma nel suo migliore amico. Insieme firmano un contratto che rende tutti pi felici, specialmente i pi stupidi. Arrivano i due bastardi. Si susseguono commenti, battute, vecchie strette di mano e una serie infinita di drink. Loro per sembrano pi interessati alla tipa dietro al banco, una morettina universitaria piena di belle speranze, che si paga il suo annetto scolastico con un paio di serate alla settimana. Sembra sveglia la pulzella, ma io che la osservo distaccato ne posso afferrare la sua totale ingenuit. Dietro la sua ammirevole voglia di realizzarsi con le migliori intenzioni, gi intravedo la sua fine; impiegatina che se la tira coi suoi colleghi fino a fine settimana, quando in un negozio del centro si porter via il suo nuovo paio di scarpe da tre testoni. Mostrer il suo sorrisetto cazzuto al primo palestrato e se lo inforcher solo per sentirsi un po donna. In verit la sua femminilit gli distante anni luce. Vorrei sentirmi ispirato dai due balordi, ma stasera li sento davvero lontani. Provo a parlare un po di me e i due fanno finta di 86

seguirmi, annuendo in modo scimmiesco ad ogni mia affermazione. chiaro che non capiscono niente di quello che sto cercando di dire. Mi accendo una sigaretta cercando di provocare in loro una reazione. Ho appena iniziato a fumare, ma loro non se ne accorgono e continuano a punzecchiare la barista. Finisco lultimo sorso di birra e mi avvio verso luscita. Loro mi guardano perplessi ma io non li saluto neanche. Anni fa mi avrebbero rincorso e fermato se mi fossi comportato cos, invece non fanno una piega. Salgo in macchina e mi guardo indietro sperando di vederli spuntare dal locale, ma non esce nessuno e cos metto in moto e me ne vado. Mi sento scivolare addosso una nuova sconfitta... Non vado subito a casa. Negli ultimi tempi ho conosciuto un tipo totalmente schizzato, un figlio dei fiori tardone degli anni novanta che diventato un erudito nel settore viaggi chimici. Non avevo mai sperimentato droghe prima, a parte lalcol ovviamente, ma sto attraversando un periodo di transizione che ha bisogno di essere stimolato da nuove esperienze. Non mi piace fumare, anche se mi sforzo di farlo, e odio sniffare e chi sniffa. Il mio sistema la cara e semplice via orale. Il figlio dei fiori mi allunga cinque confetti colorati ed io, insieme alla buonanotte, gli allungo un centone. Ne butto gi uno mentre mi immetto nei viali affollati del venerd sera. Prima che la botta mi salga, accosto davanti al primo locale che incontro. Con la testa in piena eiaculazione mi ci butto dentro. La tipa al banco decisamente meglio di quella del pub. Ordino un Cuba e lei me lo serve alla maniera giusta, ovvero bello pesante. Il locale un rigurgito di esseri non pensanti, proprio ci di cui avevo bisogno. Mi avvicino ad una che per un attimo assomiglia ad un cobra, invece solo una vecchia compagna di liceo che desidero con tutto me stesso in quellistante, solamente per riconoscere il mio totale 87

disprezzo di lei appena apre bocca. Parliamo del tempo e di sesso, e con la scusa di andarmene a prendere un altro drink la mollo. Mi sento parte di un gioco che odio. La domenica sera la passo in casa a guardarmi un film americano. la storia di un negoziatore che aiuta una bella fighetta di moglie alla quale stato rapito il marito. I cattivi sono un gruppo di ribelli boliviani o colombiani, non ricordo, che si finanziano con la coca e con i soldi dei riscatti dei rapimenti che mettono in atto; gente ignorante e povera che vive sulle montagne del sud-America. I buoni sono i ricchi occidentali (perlopi americani) sempre pronti ad aiutare il prossimo. Fine del film; i cattivi muoiono tutti, i buoni salvano il marito rapito della fighetta, leroe di turno se ne va via con le spalle alla telecamera mettendo in risalto la sua virilit. La storia mi deprime a tal punto che non riesco pi a trovare il sonno, cos esco a fare due passi, procedendo contro un vento freddo che mi sferza il viso costringendomi a tenere gli occhi socchiusi. Le strade sono vuote e silenziose. Mi guardo un po attorno e scorgo solo alcune luci accese nelle case vicine. Mi domando se l dentro ci siano persone che mi comprendano un po. Stasera vado da Luca e la sua cara Sara. Vogliono presentarmi una tipa che sembra perfetta per me, o almeno questo ci che dicono loro. Si chiama Ren ed per met svizzera. Dato che odio gli svizzeri, si prospetta proprio una bella serata. Non voglio per pregiudicare niente, cos indosso un abito decente e cerco di essere il pi puntuale possibile. Mentre salgo in ascensore dal mio caro ex-compagno di avventure, provo a respirare profondamente e a darmi unaria accesa, ma prima che la piattaforma si fermi ho gi ingoiato una delle mie pillole magiche. Inizio a contare i secondi che mi separano dalla tranquillit. 88

Ren decisamente una ragazza bellina, e per me questo aggettivo vale di pi di bella. Bellina risveglia in me un senso di purezza e trasgressivit, la perfetta combinazione tra la dolcezza dellapparenza e la giustificata incontenibile forza dei sensi. Mangiamo ed io mi immergo in una conversazione politica dalla quale non riesco proprio ad uscire, e alla fine della cena riconosco di aver fatto una brutta figura. Luca e Sara se la ridono, io finisco quel che rimane della terza bottiglia di vino, mentre Ren mi regala un sorriso, facendomi sentire a disagio e nello stesso tempo lusingato. Dentro di me sono sicuro di aver fatto una figura terribile, ma la ragazza non sembra essere assolutamente dispiaciuta della mia presenza. Si alza da tavola e dichiara di voler preparare il caff, ed io le guardo il sedere mentre va in cucina. In quel momento la desidererei con tutto me stesso, ma c una parte di me che non si sente alla sua altezza. La serata sfuma su qualche nota jazz e un paio di spinelli che io rifiuto prontamente. C un po di vodka sul tavolo, ed io preferisco finirmi con quella. Sto per andarmene e vorrei chiedere il numero di telefono di Ren, ma non ce la faccio proprio. Cos chiamo il mio amico da una parte e mi faccio dare il numero da lui. Mentre saluto la ragazza, con un innocente bacio sulla guancia, avverto il suo odore, e so gi che non mi far chiudere occhio stanotte. A casa mi metto a chattare con una tipa che di sicuro un uomo, ma non me ne importa granch. Porto la conversazione sul sesso e lei (o lui) la butta sul pesante. Mi convinco della mia intuizione iniziale e tronco la conversazione. Alla fine solo qualche bel sito porno riesce a consolarmi. II giorno dopo a lavoro non riesco a focalizzare niente. In parte colpa dello sballo della sera prima, ma non solo. Rievoco il volto di Ren in maniera costante. Proprio una brutta storia... 89

Il mio capo ne fa una delle sue. Si lamenta del mio ultimo lavoro, della lentezza con cui stato svolto, ma nella sua predica non ne esce con alcuna soluzione. In pratica si lamenta di me e basta, solo per demoralizzarmi. Che granduomo! Giunto a casa entro in uno stato di totale depressione, ma riesco subito ad individuare la mia isola di salvezza. Osservo il telefono morto in un angolo della stanza e riconosco in lui la mia unica arma di difesa. Cerco il numero di Ren e lo compongo, ma lultimo tasto che premo quello che interrompe la linea. Aspetto qualche secondo e aziono il ripetitore. Lei mi saluta con entusiasmo, la mia invece una reazione fiacca, o almeno cos che la percepisco. Lei mi assicura di aver passato una bella serata, io non le credo e mi compatisco. Balbetto, poi riprendo il controllo della conversazione e la porto quasi a fine, anche se senza un concreto risultato. A questo punto lei che mi lascia aperta unultima porta. La invito a cena, e quando attacco il telefono non sto pi nella pelle. Mi preparo alluscita e mi sento ringiovanire. Guido con prudenza, seguo attentamente le sue indicazioni e arrivo a casa sua in banale anticipo. Lei gi pronta e scende. veramente tanto carina! La serata quasi perfetta. La cena ottima, il vino squisito e lei adora girare in auto la sera con la giusta musica. Per me il massimo, cos ci lasciamo scivolare addosso i chilometri delle vicine colline accompagnati dallelettricit di Moby, dalle melodie nordiche di Bjork e dalle vibrazioni crepuscolari di David Sylvian. La situazione cos speciale che non vorrei confonderla con del sesso scontato. Fermo la macchina e parliamo un po. Decido di baciarla e lei mi accoglie. Nei nostri movimenti ci scopriamo simili nelle intenzioni. Rimaniamo a met strada, eccitandoci senza mai spingerci oltre. Entrambi siamo coscienti del fatto che una scopata rovinerebbe molte cose. La riporto a casa e fissiamo per la sera dopo. Mentre sparisce dietro il portone riesco a sentirmi appena vivo. 90

A lavoro, durante la pausa pranzo, me ne vado al bar vicino insieme ad alcuni miei colleghi. Lo faccio per non apparire misantropo. I miei colleghi parlano tutto il tempo, io invece mi limito ad annuire ed a staccare bocconi dai gommosi panini che ci servono. Le uniche conversazioni decenti che mi concedo sono con il ragazzo che ci serve e col senegalese di turno che cerca di venderci qualcosa. A casa ho una collezione di accendini invidiabile, il prezzo di alcune interessanti discussioni sulle difficolt di un extracomunitario in Europa. Oggi ho deciso di allungare la mia pausa pranzo, a dispetto di ci che il mio capo possa pensare. I miei colleghi sono appena rientrati ed io siedo davanti a Rudh, il ragazzo di colore, e Filippo il cameriere. Ho appena confessato il mio totale coinvolgimento amoroso con la tipa, e loro mi guardano con uno stupido sorriso sulle labbra. Potrei nascondermi sotto il tavolo, ma non lo faccio. Terminato il racconto vorrei sentirmi dire di lasciar perdere, di non farmi coinvolgere in storie pi grandi di me, invece i due rispondono con entusiasmo, consigliandomi di fare il passo successivo. Il cameriere mi offre un altro caff e Rudh mi regala un nuovo accendino, poi me ne torno a lavoro assorto in mille pensieri, che azzittiscono le voci di protesta del grande capo. Squilla il telefono e spero sia Ren. Delusione tremenda. La voce che mi risponde quella di uno dei due balordi del pub. Si finge preoccupato e forse lo per davvero, ma in fondo non fa che criticare il mio comportamento distaccato e lapatia che dimostro negli ultimi tempi. Faccio tesoro di tutte queste critiche costruttive e lo mando a fanculo con enfasi. Lui mi richiama subito dopo e chiede spiegazioni, ma io non gli rispondo e stacco il telefono. Lo riattacco solo dieci minuti dopo per controllare la mia posta elettronica. C una e-mail di Ren, ed il mondo si trasforma 91

magicamente in qualcosa di bello. Mi racconta della sua giornata di lavoro, decisamente non delle migliori, e della sua amica Denise, una ragazza americana con cui divide lappartamento. Poi si sofferma sullaltra sera, e mi confessa di aver passato una delle pi belle serate da quando in Italia. Mi chiede quando possiamo rivederci ed io lo vorrei subito, ma dopo aver cliccato sul replay non so pi cosa scrivere. Decido di spegnere larnese infernale e di chiamarla. Compongo il numero del suo cellulare per evitare esitazioni. Lei mi risponde con quel suo tenero accento che mi fa brillare dentro, poi ci scambiamo confidenze cos disponibili che lasciano spazio ad una bellissima intesa sessuale. La nostra notte gi stata scritta dalle nostre parole. Noi non possiamo far altro che lasciarci guidare dai nostri istinti. A cena non ordiniamo n il dolce n il caff, perch non ce la facciamo proprio ad aspettare ancora. Montinamo in auto, mi dirigo a casa mia e non le chiedo niente. Durante il tragitto non pronunciamo una singola parola. Solo la musica ci tiene compagnia, nella nostra insfofferente condizione di aspettativa. Assaporo il brivido delleccitazione che precede latto sessuale, una timida erezione che controllo per rispetto verso di lei. Ma tutto ci mi pare sciocco. Lei ha voglia di me tanto quanto io ne ho di lei. Apro la porta di casa ed accendo la luce, ma tutto ci che riesco a fare prima di gettarmi tra le sue braccia. Facciamo sesso al di sopra di qualsiasi aspettativa, dedicandoci reciprocamente ad ogni settore della nostra epidermide, sfiorandolo, leccandolo, gustandolo. Le libidini concettuali sperimentate in passato non possono competere con la semplicit del nostro rapporto. Latto in s non ha niente di particolare, ma il tempismo con il quale riusciamo a toccarci e ad unirci proietta le nostre menti al di l del piacere effimero dellorgasmo. Giochiamo con i nostri interruttori del piacere come dei bambini innocenti, ma sappiamo come azionare i giusti neuroni, 92

spingendoci verso confini pericolosi, l dove il piacere pu diventare rabbia e insoddisfazione. Alla fine per il risultato sempre appagante. I nostri orgasmi, perch ve ne furono pi di uno, li raggiungiamo in luoghi sconosciuti, dentro sfere di purezza assoluta, la purezza della completa accettazione di ununione, al di l di qualsiasi freno. Cadiamo in un sonno magico, sentendoci come pesci dentro un liquido protettivo, e cos respirare diventa pi facile... Si susseguono strane giornate, fatte di insostenibili attese ed intensi momenti di unione. Il lavoro diventa uno stato di non-vita che provo a lasciarmi scivolare addosso. Avverto le due distinte identit, quella povera e infelice del giorno e quella brillante della notte. Riesco a convincermi della giustezza di questa condizione, pagare il prezzo del giorno per la felicit della sera. Il lavoro diventa semplicemente un brutto film che sono costretto a guardare, ma anche se non mi permesso chiudere gli occhi, posso sempre viaggiare tra le fantasie pi prossime, quelle che mi attendono al di l della porta dellufficio. Ren un libro aperto che si lascia leggere con entusiasmo. A volte si rivela complesso ed un po contraddittorio, ma leggendolo con attenzione riesco ad afferrare tutte le risposte di cui ho bisogno. Sto pi attento ai semafori adesso, le poche volte che non dormo da lei e ritorno al mio vecchio borgo. Lentamente scompare quel bisogno di viaggio artificiale delle mie droghe, quellisola di sicurezza a basso costo nella quale mi rifugiavo sempre pi spesso. So che comunque sempre l, e potrei raggiungerla facilmente con il prossimo traghetto. Sono le sei di pomeriggio e ho appena aperto la porta si casa. Ren mi ha chiamato in ufficio dicendomi che sarebbe venuta da me stasera. Lentamente prendo consistenza, mi spoglio della mia veste di spettro e divento reale, almeno fino alla prossima alba. Nonostante tutto, mentirei se dicessi di non desiderare a volte che non sorga. 93

GIUGNO 1990

A ventanni usavamo focali corte, concentrandoci sui primi e i primissimi piani. Se chiudo gli occhi riesco ancora sentire sulla pelle lumidit di quel pratone dove andavamo a finire le serate, quattro amici, una busta piene di birre e un pezzo rock suonato nella distanza. Ebbro della sensazione di immortalit, a quellet fai soltanto le cose che ti senti di fare, pensando ingenuamente di essere lunico a farle, e ti aggrappi come un naufrago alla convinzione di essere speciale, solo per scoprire con gli anni di aver percorso una strada scritta e riscritta pi volte. Eppure, per quanto tu possa elaborare e razionalizzare quegli eventi, le emozioni di quegli anni rimarranno a farti compagnia fino alla vecchiaia. Ricordo solo sprazzi di quella serata di giugno, quel lontano 1990 che a bisbigliarlo tra le labbra assume tutto il significato di un riquadro appartenente ad un millennio lontano. Si, proprio cos, un accozzaglia di immagini preconfezionate, come le picconate sul muro di Berlino e le scudisciate di chitarra di Curt Cobain, vendute dalla televisione come placebi di libert. Ma ancora oggi la sensazione rimane quella di un periodo pieno di finzioni, dal quale preferivamo prendere le nostre distanze, quando il mondo ce ne dava loccasione. Il pratone era un modo come un altro, ma cerano anche le serate sotto i palazzi, le gare in motorino e le panchine dei giardini di periferia. La notte era calda, gli amici erano quelli giusti e la birra era quella a buon mercato, che a met bottiglia perdeva gi tutto il gas e diventava rancida, ma a noi ci andava bene lo stesso. Ne potevamo bere finch ce nera e al ritorno, sui nostri motorini, il vento in 94

faccia ci avrebbe tenuto lontano dai guai. Della birra, anche quella da due lire, ci si pu sempre fidare. I superalcolici invece sono unaltra faccenda Giacomino non era un abituale del gruppo. Lo conoscevamo tutti ma stava insieme ad altra gente, quelli del metal pesante, dicevamo, che noi ascoltavamo a volte, evitando sempre di conformarci a una qualsiasi tendenza, anche quelle pi estreme. Capelli lunghi, smilzo, con indosso una maglietta dei Cannibal Corpes e due occhi cerchiati che la dicevano lunga sulle sue abitudini alcoliche, cos che me lo ricordo ancora oggi, unombra degli anni novanta che cercava alla sua maniera di lasciare il segno. Suonava il basso in una band, roba quasi inascoltabile, e mi era successo un paio di volte di andare a vedere le prove in un piccolo studio arrangiato dietro la parrocchia del quartiere. Girava sempre molto alcol e nessuno della band si faceva dei problemi a mischiare birra, jegermeister e vin santo nella stesso bicchierino di plastica. Ma loscurit del contorno non riusciva a dissipare una particolarit di quel ragazzo che mi ha sempre colpito; la sua empatia. Ti guardava da oltre quella cascata di capelli corvini che gli arrivavano fino al culo e mai una volta che non ti regalasse un sorriso, di quelli sinceri, che la gente normale non sa nemmeno dove prenderli in prestito. Quella sera di giugno venne a sedersi insieme a noi con una bottiglia di grappa piena solo per met. Era assorto, pi silenzioso del solito. Solo in un secondo tempo venimmo a sapere che aveva dei problemi con il padre, un uomo vecchio ancora prima di nascere, consumato da un rancore di cui ignorava lui stesso lorigine. Ma a ventanni avere problemi con il proprio padre una cosa talmente normale che a ripensarci adesso mi vien da alzare le spalle e fare finta di niente. Eppure la storia rimane, rossa e incancellabile come le macchie di sangue sullasfalto, ed ogni storia ha i suoi perch. 95

Quando il bar in fondo al pratone stacc la spina agli altoparlanti troncando a met un pezzo dei Depeche Mode, la gente continu a riversarsi nel parco, perch a quellora non cera quasi pi niente di aperto in citt e sul pratone si poteva fumare indisturbati, parlare fino al mattino e continuare a bere senza problemi; limportante era averci il rifornimento. Noi andammo avanti oltre lora solita, perch era sabato e non ci correva dietro nessuno. Giacomino si fin da solo la grappa, che alternava alla birra che ci passavamo. Quando le prime luci dellalba rischiararono le chiome del parco, qualcuno del gruppo decise che era giunta lora di prendere la strada di casa e unanimemente seguimmo la sua decisione, perch avevamo davvero troppa roba nelle budella. Fui io a vedere Giacomino per ultimo. Lui ci salut con quel suo solito sorriso, allontanandosi barcollando verso un altro gruppo di ragazzi che noi non conoscevamo. Mentre seguivo i miei amici mi venne in mente di passargli una cassetta che tenevo in tasca del giacchetto, una compilation anni settanta che speravo potesse interessargli. Tornai indietro, lo chiamai e gli allungai il nastro. Lui mi sorrise con due laghi smeraldini negli occhi, poi mi abbracci in maniera istintiva, una di quelle cose che si fanno di solito a fine serata, con la mente alla deriva e il sangue pericolosamente contaminato dallalcol. La notizia ci arriv la sera dopo, come un macigno scagliato da Willy il Coyote nella gola del Gran Canyon. La legge sul casco era gi entrata in vigore da qualche anno, ma alle sei del mattino, rientrando da una nottata brava, con la temperatura che finalmente scende sotto i trenta gradi, ce ne sono pochi che si prendono la briga di allacciarselo. Forse, se Giacomino lavesse fatto, sarebbe ancora insieme a noi.

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LEZIONE DI FEDE

Lubriaco abbass gli occhi sul mio corpo agonizzante e mi offr lo sgrondino della bottiglia di scotch che teneva in mano. Io rifiutai con un sorriso, anche se ne avevo un bisogno matto. Lambulanza sarebbe arrivata presto, mi ripetevo. Credevo di sentirne gi la sirena Il dolore al petto, dove la pallottola era penetrata, si faceva pi sopportabile e la cosa era poco rassicurante. Avevo sempre supposto che quando il dolore di una ferita grave svanisce significa che si gi con un piede nella fossa. - Non temere, ce la farai biascic lubriaco. Mi si annebbi la vista, non so se per via della ferita o del suo alito. - Che ne sai te? chiesi io, sputando sangue. - Perch ce la fanno tutti... rispose lui, portandosi la bottiglia alle labbra. - Che vorresti dire? domandai, mentre sentivo uno strano calore salirmi dal petto alla testa. Lui allora avvicin il suo testone barbuto al mio, reggendosi a malapena sulle gambe. Mi guard con due occhi liquidi e profondi come il mare. - Ce la facciamo tutti ripet. Poi con un ultimo sorso termin la sua bottiglia di whisky e la gett lontano, dietro i cassonetti di quel vicolo in cui pochi attimi prima un ragazzino si era fatto scappare un colpo di pistola mentre cercava di derubarmi. Il ladruncolo era rimasto pi sorpreso di me, che me ne stavo in ginocchio con un buco allaltezza del torace, ed era fuggito tra le ombre della citt dimenticandosi completamente del mio portafoglio. - Hai chiamato lambulanza? chiesi allubriaco con un filo di 97

voce. Lui sorrise, o cos mi parve, sotto la sua barba ispida e puzzolente. - Si, sta arrivando. Non preoccuparti ti salverai! La sua espressione era diventata improvvisamente lucida e la sua voce era ferma come quella di un dottore che spiega la diagnosi al paziente. - Ma come fai ad esserne cos sicuro? - Perch tutti ci salviamo. Solo gli altri non ce la fanno Non te ne sei mai accorto? - Cosa? esclamai, senza capirci niente. Lui continu con voce sicura ma col fiato alcolico. - Incidenti, terremoti, guerre, ogni giorno la morte si manifesta tra noi in tutta la sua crudelt, sussurrandoci che presto potrebbe arrivare il nostro turno, eppure questo non accade, come se le tragedie di cui appendiamo notizia servino solo a ricordarci la nostra fortuna. E lo sai perch? - No - Perch tutti quanti siamo destinati ad una lunga vita. - Lunga quanto? il dolore intanto era cessato del tutto, insieme alla sensazione di bagnato e appiccicaticcio provocata dal sangue sulla camicia. - Molto lunga novanta, cento anni, forse di pi - Ma come pu essere? Lidea era ridicola, ma avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Ero certo che se non lo avessi fatto ci avrei lasciato le penne in quel vicolo. - Perch ognuno di noi percepisce solo la sua vita, il suo sogno continu lui. - Ma allora perch dobbiamo vivere nella paura di morire? A questo punto lui si fece ancora pi vicino e per un istante pensai di stare per affogare nei suoi occhi. - Per imparare a credere rispose. Dopodich devo avere perso i sensi. Mi sono risvegliato il giorno dopo in un letto dospedale. Ero stato operato, il proiettile fortunatamente era di piccolo calibro e per miracolo non era 98

riuscito a perforare il polmone. Ho ripensato molte volte alle parole del vecchio ubriaco, mentre uomini, donne, bambini, amici e parenti morivano attorno a me, per malattie o incidenti o altre strane cause del destino. Ci penso ancora adesso, alla vigilia del mio novantasettesimo compleanno, e sorrido. Se ho imparato a credere? Si, ho iniziato ad imparare il giorno dopo la rapina nel vicolo. E ho vinto anche la paura della morte. Anzi, se devo dirvi la verit, non vedo lora che mi venga a fare visita. Si, credo di essere pronto, adesso.

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IL RESPIRO

Faceva caldo, troppo caldo per rimanere sopra le lenzuola a vederla dormire accanto, perduta in sogni di sicurezza, echi di bugie dette e ripetute alla luce del sole, quel sole ormai scomparso dietro la linea dell'orizzonte. Ma la notte sembrava incapace di nascondere le verit dei presenti dissapori, e il caldo non faceva che peggiorare il mio stato di apatia. Non potevo continuare a fissarla alla luce quasi dolce del computer acceso; me la rendeva troppo innocua ed ingannevole. Allora spensi lo screen e con sicurezza trovai al buio la porta del bagno. La faccia che vidi riflessa aveva un colore sabbioso, due orbite distanti, i capelli appiccicati dal sudore quasi a volere incorniciare il quadro di una notte in bianco. Io, nei trenta gradi di una notte insonne d'estate, insieme a tutto il mio rancore. Bagnai il mio viso con cascate abbondanti dalle mie mani, ma era solo l'idea di un sollievo. Decisi allora di farmi una doccia bollente, per riflettere il caldo, o forse per sfidarlo. Dopo andava un po' meglio, ma non abbastanza per rimanermene l ad osservare il soffitto o lei, perch tanto gi lo sapevo che la notte era perduta. Nell'oscurit cercai la maglietta e i pantaloni corti sulla sedia dove li avevo lasciati. Li afferrai e me li infilai nel soggiorno, insieme alle scarpe di tela che avevo lasciato in un angolo. Gettai uno sguardo nel profondo nero della TV. La maligna sembrava invitarmi nella sua comoda prigione, ma ignorai la chiamata ed uscii nella notte bastarda di luglio. Dovevano essere passate da poco le una. Nessuno per strada a parte i rumori distanti dei televisori accesi da chi non sopportava il caldo come me. Un motorino scoppiett da qualche parte, e fu 100

come uno squarcio di luce nel buio. Poi torn la quiete, inevitabile come la temperatura. Cercai una direzione, seguendo forse ad istinto i percorsi pi freschi, aggirandomi come un rabdomante che insegue l'acqua con un bastoncino in mano, un folle nel deserto delle una di notte. Non incontrai nessuno. Un gatto nel giardino di un vicino, l'abbaiare di un cane in lontananza, la poca luce di una falce di luna appesa al cielo. La notte diventava sempre pi fonda, ma l'aria era troppo permeata di sole per poter morire nel freddo mondo senza astro. Lo sentivano anche gli animali attorno. Le rane facevano fatica a gracidare quanto io a camminare. Lo intuii. Non ricordo quanto fosse passato. So che mi ero perso in un punto del paese a me ignoto, un quartiere dove le case si facevano pi fitte e le stradine pi strette, e il tutto pi oppressivo. Fu in questo paesaggio che avvertii il respiro. Se fosse stato basso e roco sarebbe stato un rumore, ma era abbastanza acuto e prolungato da sembrare un suono, costante, trascinato, incombente. Proveniva dalle mie spalle, ma appena mi voltai lo avvertii davanti a me. All'inizio non ci badai. continuai a camminare cercando in quelle strade sconosciute qualcosa di familiare, un'indicazione che mi rimettesse sulla via di casa. La mia mente per veniva continuamente distratta da quel suono, perch era veramente troppo innaturale per passare inosservato. Quando mi fermavo per afferrare meglio quello strano respiro, questo svaniva nella notte, moriva brevemente nell'interesse che gli avevo riposto, quasi sfuggisse al mio desiderio di realt. Poi riprendevo a camminare e ritornava puntuale. Ma la notte era troppo calda anche solo per pensare di avere paura, e cos lasciai che quel respiro continuasse a prendersi gioco di me, arrendendomi a quella nuova ambiguit della mia vita. Quando rientrai in casa erano ormai passate le tre, e quasi non mi accorsi di sentirmi luomo pi stanco del mondo. Caddi accanto a lei in un sonno obliante, vincendo finalmente quella strana notte insonne.. 101

Adesso inverno, ed abbastanza freddo da poter aver paura. E non nego di averne, perch ho scoperto di chi era il respiro che mi inseguiva quella notte destate. Ora che il mistero mi si rivelato, so di non potermi pi tirare indietro. Devo prendere le mie decisioni, crederci e andare fino in fondo. Scappare sarebbe sbagliato. Rimanere forse anche peggio. Quando avverti il Suo fiato sul collo, devi deciderti. Non puoi pi rimandare.

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UNA QUESTIONE INSIGNIFICANTE

Avevamo fatto i nostri progetti, come ogni coppia passati i trenta. Emanuela voleva due figli, io mi sarei fermato al primo, ma non dissi niente perch le cose dovevano ancora mettersi in moto e non cera alcun bisogno di essere troppo previdenti. Prima di tutto il matrimonio, non perch credevamo nella sacralit del voto, ma per la comune idea di rassicurare i figli, come se un pezzo di carta fosse sufficiente Adesso, dopo tutto quello che successo, trovo buffa quella nostra complicit, quella voglia frenetica di disegnare il nostro mondo sin nei minimi particolari. Eppure ci credevo, come credevo alle cose normali che mi accadevano tutti i giorni, la mia rassicurante quotidianit fatta di cappuccini e cornetti, di chiacchiere con gli amici del bar e di giornali lasciati sugli sportelli dei freezer per i gelati. Credevo alla puntualit con cui mi recavo in ufficio alla mattina, alle tiepide battute insieme ai colleghi, per insaporire i rapporti, alle discussioni sportive durante la pausa pranzo e ai regolari messaggi di lei, che mi arrivavano sul cellulare per ricordarmi quanto ero fortunato di conoscere una persona dolce e sensibile come Emanuela. Credevo a tutto questo, come un miliardo di uomini come me. Ma il dolore capace di aprire porte che non avresti mai pensato di avere. Esistono angoli remoti dentro di noi, invasi da ragni ed insetti, in cui la luce bandita. I pi vivono una vita sospesa, galleggiando vicino ai piani bassi. Pochi si elevano oltre le nubi, per lasciarsi intrattenere dagli abbagli del sole. Solo chi ha questa fortuna vive con il rischio di cadere, e solo una caduta dallalto pu farti precipitare nelle profondit in cui dimorano gli aracnidi Ho visto quei luoghi dentro di me, ho aperto le porte proibite, ho 103

anelato di abbandonare la mia anima agli eccessi e lasciarmi cullare dalla follia. Ho pensato che la colpa fosse sua, ma in verit non esistono colpe. Siamo piccoli pedoni su una scacchiera sconfinata, dentro un gioco ad infinite dimensioni. Per il viaggio di nozze scegliemmo la Turchia. Era aprile ed entrambi preferivamo evitare le temperature proibitive dellestate, perci lidea di non perdere neanche uno scorcio della splendida Istanbul, scattare qualche migliaio di foto e godere spensieratamente latmosfera della citt dei due continenti, ci dissuase dallaspettare le ferie di luglio. Fu in un piccolo mercatino della metropoli turca che acquistai loggetto che cambi completamente la mia vita e la percezione del mondo in cui viviamo. Una scatola, una semplice scatola quadrata ricavata da un blocco di marmo di una ventina di centimetri di lato, un portagioelli, niente pi, o almeno questo sembrava. Non aveva decorazioni ma le venature del marmo creavano dei disegni naturali davvero stupefacenti, che in principio non riuscii ad identificare. Ve nera soprattutto uno sul coperchio che ricordava la forma di un insetto, o di un crostaceo. Tutto sommato loggetto non era molto bello, ed infatti lo intravidi in un angolo della bancherella, semicoperto dalle altre cianfrusaglie, ma per qualche oscura ragione ne fui affascinato. Fin dal principio Emanuela, come era suo solito fare, manifest accanitamente il suo disgusto e finimmo per litigare perch, per quanto assurda fosse la questione, io non avevo alcuna intenzione di lasciare il mercato senza quella scatola. Le promisi che lavrei portata in ufficio per usarla come portaoggetti e finalmente raggiungemmo un accordo. Solo adesso mi spiego quel suo incontenibile senso di rigetto nei confronti del mio curioso acquisto, come se un'abilit percettiva assopita si fosse ridestata dimprovviso dentro di lei. Tornati in Italia portai come promesso la scatola in ufficio ma evitai, per qualche oscuro motivo, di farla vedere ai miei colleghi. La usai come portaoggetti mettendoci dentro delle biro, alcune 104

graffette e una chiavetta usb, ma la nascosi dentro lultimo cassetto della scrivania che era sempre vuoto. Ogni tanto mi prendeva voglia di guardarla, di rigirarmela tra le mani, in un gioco tutto mio, cercando di interpretare i disegni delle sue venature. A volte vi vedevo il mare, altre volte la sagoma di una citt in rovina, altre ancora gli appendici contorti di strane creature insettoidi. Non so come mi sovvenne quellidea, forse presa in prestito dalle mie letture giovanili, ma mi torn in mente assiduamente durante il periodo antecedente i viaggi. Tra me ed Emanuela le cose andavano come da programma. Lei aveva smesso di usare la pillola, o almeno cos diceva, e si era presa un giorno libero in pi alla settimana per sistemare la nuova casa, un appartamento poco fuori dal centro che avevamo affittato insieme un paio di settimane prima del matrimonio, e che aveva una camera in pi per il futuro, o i futuri, membri della nostra famigliola. La sera, rientrando dallufficio, la vedevo serena ed appagata. Mangiavamo veloci una pasta in cucina, io parlavo distrattamente del mio lavoro, lei dei suoi amici su facebook, poi mi andavo a fare una doccia perch conoscevo il rituale: dovevamo provare ogni giorno durante il periodo pi fertile, perci facevamo lamore, sempre pi in maniera meccanica, ed infine ci lasciavamo cullare spensieratamente dallo schermo della nuova TV al plasma appesa davanti al nostro letto. Tutto sommato la prevedibilit di quella vita non mi disturbava. Accettavo tutto con una sorridente apatia, ma ogni giorno che passava mi scoprivo a desiderare con crescente fervore quel momento da solo in ufficio, durante la pausa pranzo delle una. I miei colleghi uscivano in fretta dai loro loculi per guadagnare la sala mensa o il bar di fronte, ma io rimanevo ancora cinque minuti, fino a quando gli scalpiccii degli impiegati si perdevano nella distanza lasciandomi al mio momento. Allora aprivo lentamente lultimo cassetto della scrivania, afferravo la scatola di marmo venata e mi perdevo nei suoi disegni, accarezzandola delicatamente con le punta delle dita. Quel rituale 105

aveva il medesimo effetto dellautoipnosi. Durante il primo dei miei molti viaggi scoprii linganno del tempo. Il mio sguardo seguiva una nuova venatura sul coperchio della scatola, quando ad un tratto avvertii un leggero calore sul palmo della mano che reggeva loggetto. Il disegno cambi impercettibilmente assomigliando vagamente a una di quelle immagini che si trovano nei libri di astronomia; un intrico di astri, una nebulosa, un angolo dello spazio infinito. La mia mano, pilotata da uno strano impulso, sollev delicatamente il coperchio. Allinterno non mi aspettavo pi di trovare gli oggetti che vi avevo riposti, e non fui deluso. Vi era prima oscurit, rotta ad intermittenza da luci lontane. In qualche modo era come se guardassi attraverso un dispositivo di alta tecnologia, una sorta di tavoletta digitale capace di proiettare immagini tridimensionali. Viaggiai per molte ore in uno spazio remoto, sorvolando pianeti deserti, a volte disseminati da strane costruzioni, di sicuro non umane. Vidi stelle esplodere e nascere dalle loro ceneri, e scie di luce risucchiate da buchi neri, in una danza cosmica scandita dal ritmo di flauti lontani. Una nuova consapevolezza inizi a crescere in me, ridestata dal sogno oppure innescata direttamente dal potere della scatola. Non ricordo quando la mia mano ripose il coperchio al suo posto, interrompendo quel bizzarro viaggio nelle profondit del cosmo, ma indelebile nella mia mente limmagine del riquadro dellorologio digitale sulla scrivania che segnava le 13 e 06. Appena un minuto era passato da quando avevo estratto la scatola dal cassetto, eppure erano sembrate ore. I viaggi si ripeterono regolarmente ogni giorno dufficio alla solita ora. Durante il fine settimana pensavo alla scatola senza mai esserne disturbato. Mi sentivo confortato da una strana accettazione, ed attendevo lora di pranzo del luned successivo indossando serenamente le mie vesti di marito, collega e uomo del terzo millennio. Quei viaggi stavano regalandomi un conforto nuovo, sussurrandomi linutilit di tutto, linsignificante danza 106

dellumanit al cospetto dei Grandi Antichi. Lentamente, viaggio dopo viaggio, il drappo veniva scostato, ed io ero finalmente in grado di capire. Arriv giugno, Emanuela ed io eravamo sposati da quasi tre mesi e le cose allapparenza procedevano come da copione. Anche lultimo test di gravidanza aveva dato esito negativo ma lei continuava ad essere ottimista. Io mostravo la solita complicit ma dentro sentivo ben poco. La nascita di un figlio mi appariva tanto insignificante quanto la mia vita o la vita di ogni altro uomo. La conoscenza portatami dai viaggi della scatola mi aveva elargito la pace che molti rincorrono senza successo con le discipline pi in voga del momento; yoga, meditazione, religioni orientali e via cos. Una pace diversa, certo, ma altrettanto liberatoria. Una pace che non mi sarei mai aspettato potesse finire da un momento allaltro per un qualcosa di inaspettato riguardante gli affari del mio piccolo ed insulso mondo. Emanuela mi tradiva con un collega di lavoro. Lo faceva gi prima del matrimonio in maniera regolare, ogni gioved sera dopo la palestra. Invece di starci unora e mezza rimaneva solo per il corso di bodypump, appena quarantacinque minuti, poi saltava sul suo scooter per raggiungere lappartamento del tale, un essere insignificante che lei usava esclusivamente per distrarsi. La scoprii passando per caso sotto il suo palazzo, un gioved sera che avevo fatto tardi al lavoro e che, per strane coincidenze, mi ero deciso a percorrere una strada diversa da quella abituale. La vidi scendere dal motorino, levarsi il casco e con estrema naturalezza suonare a un citofono, per poi scomparire dentro un portone. Quel bizzarro comportamento poteva anche avere altre spiegazioni, eppure qualcosa dentro di me mi convinse fin da subito che le cose stavano proprio sembravano. Non mi ci volle molto per scoprire chi era il tipo e che la loro relazione andava avanti da un bel po. In principio la cosa mi sfior appena, rapito comero dai viaggi e dalla mia nuova consapevolezza, eppure un tarlo sinsinu 107

sottopelle, come un nervo infiammato alla radice di un dente, che in silenzio cresce dintensit. Cercavo di convincermi che tutta quella storia, come daltronde il resto, non avesse la bench minima importanza, ciononostante quel sordo pensiero di lei tra le braccia di lui torn assiduamente a tormentarmi finanche nei miei momenti di quiete pi intensa, prima, dopo e durante i miei incredibili viaggi. Questo tumulto emozionale avveniva nella completa discrezione, mentre continuavo a fare la mia parte dentro lamara commedia che era diventata la mia vita. Lei non si accorse mai che io sapevo, rapita da tutte le sue distrazioni, le amiche, il lavoro, la palestra, lo shopping e i social network. Sperai che col tempo la cosa si acquietasse, ma sapevo anche che se non fossi intervenuto niente della routine di Emanuela sarebbe mai cambiato e lei avrebbe continuato a fare visita al suo amico puntualmente ogni gioved sera, salvo imprevisti. Avrei potuto confrontare lui, mai non sarei riuscito sicuramente ad estirpare il problema alla radice. Dovevo pensare a qualcosa, ma la mia mente faceva fatica a formulare un qualsiasi progetto al di fuori del mio teatrino quotidiano. La pace che avevo trovato grazie ai viaggi era stata contaminata da uno stupido impulso di gelosia, e non riuscivo a fare a meno di odiarmi per questo. I viaggi intanto mi portavano sempre pi lontano. Ebbi modo di conoscere razze superiori, creature appartenenti a nuove dimensioni, abitatori di pianeti lontani, che trovavo, malgrado le loro forme dure ed asimmetriche, meravigliosamente armonici. Una sera mi chiesi se quelle incredibili creature potevano risolvere il mio piccolo ed insignificante problema. Certo, forse la risposta stava proprio nella mia scatola Era la sera del solstizio destate. Emanuela dormiva profondamente accanto a me. La notte era insolitamente calda e il ventilatore ronzava con insistenza al bordo del letto, sollevando impercettibilmente la sua vestaglia di raso. Mi alzai in silenzio e raggiunsi il soggiorno dove avevo poggiato la borsa da lavoro nella 108

quale usavo riporre il mio portatile. Quella sera invece avevo lasciato il computer in ufficio e al suo posto avevo riposto il mio prezioso oggetto. Come molte altre cose che adesso ho la fortuna di conoscere, anche se non so bene come, seppi fin da subito cosa dovevo fare. Tornai in camera con la scatola che gi aveva incominciato a scaldarsi tra le mie mani, come usava fare allinizio di ogni viaggio. La poggiai sul letto, dalla mia parte, e senza esitare ne sollevai il coperchio. Dentro vi era loscurit del cosmo, ma in un angolo era percepibile lavvicinarsi di una supernova. Lasciai la scatola aperta e uscii dalla camera, lanciando unultima occhiata dallaltro lato del letto, dove mia moglie ignara dormiva il suo ultimo sonno. Conquistata luscita, non richiusi completamente la porta. Il desiderio di osservare il prodigio che stava per compiersi vinse sulla prudenza. Guardai dalluscio loscurit che fuoriusc da quel piccolo contenitore di marmo, un cono dombra distinguibile nel riverbero argenteo proiettato dalla luce della luna, che come un occhio alieno si affacciava dalla finestra. Dallombra emerse la cosa, meravigliosa nel suo lento strisciare, apparentemente grottesca eppure avvenente, per via della sua pelle debano ricoperta di fasce muscolari. Fluttuando a pochi centimetri dalle lenzuola, piegandosi in modo quasi rituale sul corpo di Emanuela, la cosa estrasse, da una larga bocca munita di una moltitudine di piccoli denti aguzzi, una lingua massiccia e grondante, lunga abbastanza da poterla attorcigliare attorno alla gola della sua vittima. In quellistante lei spalanc gli occhi, ma la follia le divor il grido che aveva in gola. La cosa si mosse rapida verso la scatola, comprimendosi contro le sue pareti di appena venti centimetri e trascinandosi dietro la sua preda. Tutto si era svolto in un silenzio agghiacciante e pulito. Io rientrai dentro la camera respirando regolarmente, cercando di riprendermi da uno stato di semi-estasi. Chiudendo il coperchio della scatola riuscii a scorgere di sfuggita il paesaggio di un nuovo pianeta, e una figura agile e contorta che 109

trascinava, dentro la cavit oscura di un cratere, una giovane donna in vestaglia da notte. Riposi la scatola nella borsa, chiusi gli occhi e la pace torn ad adagiarsi sul mio cuore. Una questione davvero insignificante pensai, prima di essere finalmente rapito da un sonno candido ed ovattato.

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IL VOLO E LA CADUTA

Il volo divenne una caduta... Ma mi rialzai e corsi indietro, tornai allinizio, al tempo in cui tutto era ancora incerto, e lei era bellissima, ed io giovane, e la strada era spianata davanti a noi. La rividi con quel libro in mano, sulla panchina del parco, il primo giorno. Avrei potuto tirare a diritto, ignorarla, attraversare la strada e sparire per sempre dalla sua vita. Cos avrei evitato la caduta, ma chiss se mi sarebbe stato permesso ancora di volare - Ciao, scusa non conosco la zona. Sai se c un bar qui vicino? - Ciao. Si, fammi pensare un attimo Sai cosa, ci vengo anchio. Ho proprio voglia di un caff E il caff divenne una pizza, ed un cinema, e una visita a casa mia, e poi le gite in montagna, le vacanze al mare, le feste di compleanno, i natali Sette anni di ascese e picchiate, virate e giravolte. Tutto un cielo a nostra disposizione. Se il volo torner ad essere una caduta, so gi che mi rialzer. Perch sono un pilota. Perch volare come respirare, e niente e nessuno potr mai negarmelo. Eccomi sono pronto. Chiudo gli occhi, spiano le ali e volo!

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IL MONDO SOTTOSOPRA

Ti mai passata per la mente lidea che tutto possa essere sottosopra? Che il giusto sia sbagliato e lo sbagliato sia giusto? Che il cielo si trovi in realt sotto i nostri piedi e la terra sopra di noi, ma per un effetto ottico di cui noi ignoriamo lesistenza ci appaiono al contrario? Hai mai pensato di essere dalla parte del fiume opposta a quella dove volevi approdare? Cento chilometri allora, non uno di pi, sulla tangenziale congestionata dal traffico, con una pioggerella insistente ma leggera, che non riesce neanche a rimuovere le macchie ed i pezzetti degli insetti sul parabrezza, una velocit troppo esigua per rimanere concentrati alla guida. Per questo motivo la mente vaga, alla ricerca di un motivo, o di un inganno, un modo come un altro per riuscire a trovare il bandolo della matassa. la mia auto che viaggia a cento chilometri allora oppure lasfalto sotto le ruote che scivola via alla medesima velocit? Dobbiamo morderci il labbro e andare avanti, nonostante le favole che ci raccontavano da piccoli, quelle sui cavalieri che uccidono gli orchi cattivi per far si che la giustizia trionfi. Ma la giustizia diventa ingiustizia nel mondo sottosopra in cui viviamo. Se fai appello alla tua sanit mentale rischi di cadere nelloblio. Se fai appello alle saggezze orientali, rischi di intrecciarti le ginocchia mentre cerchi di acquisire una posizione zen. Se fai appello alla tua coscienza, rischi di doverti confrontare con un ostacolo ancora maggiore di quello che ti si posto di fronte oggi. In nessunaltra occasione ho potuto assaporare la dolcezza di unidea vendicatrice come durante questo tragitto. Le auto che scorrono alla rinfusa, il cielo plumbeo pi basso del solito, la radio che vomita un pezzo 112

lounge. Passo la lingua sui canini per assicurarmi che non mi sia spuntata la dentatura di un vampiro, considerando questa improvvisa e sconsiderata voglia di sangue che mi venuta. Far soffrire, far morire, estirpare organi, tagliare, affettare, spezzettare, tutte pratiche che potrebbero darmi pace, che darebbero un senso a questo mondo sottosopra. Invece rimango impassibile, le mani alle dieci e dieci sul manubrio, la schiena leggermente incurvata, gli occhi puntati sulla carreggiata; un automa, niente pi. Non solo la mia vita in gioco. Ci sono tre figli, risultati di tre scelte consapevoli, di tre gesti di testa e di cuore, che valgono quanto la mia anima. Meglio essere un prestidigitatore che un vampiro. Meglio ingannare il mondo sottosopra che avventarvici addosso e succhiarne il sangue. Mi spunteranno ali di carta e non di pipistrello, e potr volare come un aquilone nel cielo purpureo di un nuovo giorno, di un nuovo mondo. - Ciao ragazzi, venite a giocare al gioco delle tre carte? domander, con un cilindro per cappello ed un bastone magico in mano. A chi mi seguir riveler il trucco, e forse riusciremo insieme a spezzare lincantesimo del mondo sottosopra. Vivremo felici e contenti dentro quattro mura, e ci baster una piccola finestra per sentirci liberi. - Babbo, lo vedi quellaquilone laggi? - Si tesoro quando ero legato ad un filo ero come lui. - E adesso? - Adesso passato molto tempo, e le cose sono cambiate

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UNA BIRRA LEGGERA

Oggi ci sono sedici gradi fuori. Appena la temperatura si fa pi mite, torno ad apprezzare la leggerezza di una pilsner, gustata in terrazzo con il maglione. Da ragazzo non amavo le birre forti. Da ragazzo bevevo quello che cera, e non badavo alletichetta. Mi ci sono voluti anni per coltivare questa pancetta, un sorso alla volta. Lentamente esco dal letargo dellultimo inverno, che ogni anno mi sembra pi lungo. Il tiepido sole di marzo cerca di scaldarmi il petto, di ricordarmi gli affari di cuore, anche se attraverso gli anni hanno assunto significati diversi, nonostante io li abbia sempre messi sullo stesso piano. Ununica moneta: lamore. Amore per i genitori, per i fratelli, per gli amici e per la propria donna. Amore per i figli, la terra, il calore del sole e la bellezza di un tramonto. Non ho mai capito perch alcune delle persone che ho amato non siano riuscite a ricambiarmi con lo stesso entusiasmo, con la medesima partecipazione, con la solita moneta. Oggi molte di queste abitano lontano, nella distanza fisica e mentale. Viviamo giornate piene di occasioni e pretesti per poterci sentire, per abbattere la lontananza che ci separa con un semplice click, ma nessuno fa nulla. Rimaniamo intrappolati nei nostri giochetti quotidiani, fatti di impercettibili spostamenti. Siamo treni dai vagoni vuoti, che girano a vuoto per stazioni deserte. La pilsner mi regala quella leggerezza di testa che desidero. Col sole in faccia e laria fredda e ancora pulita dellinverno nelle narici, non riesco a trattenere il sorriso. In questi istanti di innocente ebbrezza, mi perdo in fantasie mistiche, caleidoscopici disegni damore, scie luminose dentro oscuri universi e sinfonie 114

celestiali. Riconosco il tocco effimero di questa realt, mi vanto di essere eterno e gioco a fare il dio ed il granello di sabbia. Lamore una moneta strana; appaga nel guadagno e nella perdita. Linganno si dissolto, come ogni volta che il sole mi accarezza, mentre mi giunge allorecchio il confortante suono della seconda lattina che si apre. Sedici gradi possono andare per oggi, anche se domani prevista pioggia e vento. Perch linverno non ancora finito.

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UNA GIORNATA CORAGGIOSA

Stefano si fa un caff anche se forse non una buona idea. Stefano ha bevuto caff per ventanni e ha sopportato i crampi allo stomaco e la bocca impastata fino al giorno in cui si accorse di avere unintolleranza alla sua bevanda preferita, ma non gli fu facile rinunciarvi. Ci si abitua a tutto, anche alle intolleranze, perch siamo animali resistenti noi uomini, ma soprattutto riusciamo ad essere testardi come nessunaltra creatura sulla terra. Stefano si fa un caff nonostante tutto, ma oggi una giornata di quelle in cui senza caff non si va avanti. Durante la notte si svegliato tre volte, la prima alle due perch al piccolo gli cascata la giraffa di peluche dal letto, alle tre e mezzo (ovvero venti minuti dopo aver preso di nuovo sonno) perch il pi grande, dopo essere stato rincorso in un sogno da Dart Fener, si svegliato dimprovviso piangendo, e la terza volta alle cinque passate per la classica perdita di un pannolone. Mentre mette la caffettiera sul fuoco, Stefano si chiede se sar il caso di far vedere anche lImpero Colpisce Ancora al figlio maggiore, dato che cos impressionabile. Pensa di cambiare la marca dei pannolini, ma non gli va di buttare via mezza confezione di quelli economici che gli rimasta. Forse il caff sistemer le cose, si augura, mentre i due piccoli, sette anni Luca e appena tre Mirco, fanno colazione con latte e biscotti. Il trucco sta tutto nellallenare la mente. La vita, come ama dire lui, una serie pi o meno lunga di stati mentali, perci si sforza di vedere il giorno con positivit. La rabbia non lo ha ancora abbandonato, ma riuscito a riporla nello scantinato dei suoi stati mentali, appunto 116

Lei se ne andata un giorno di aprile, un salto nel vuoto, un tuffo nelloscurit. In principio non voleva crederci; riusciva a stento a riconoscerla nel vestito di seta che sua sorella aveva scelto di farle indossare per il suo funerale, eppure era stata truccata di tutto punto, tant che non pareva neanche morta. Ma agli occhi di Stefano non assomigliava per niente alla donna che per quindici anni era stata al suo fianco. Dopo un po si era ritrovato ad odiarla, un odio profondo e straziante di cui si serviva per passare le giornate ed evitare di impazzire. Si sforzava di non abbandonarsi allodio ma non riusciva a farne a meno, e spesso si scopriva deluso di questa sua debolezza. Desiderava ritrovare la via dellamore, illudendosi di poter bruciare le tappe di quellinevitabile percorso che ogni essere umano costretto ad affrontare quando viene a mancare una persona cara. Poi anche i giorni dellodio erano passati, in un banale evolversi di quegli stati mentali di cui amava argomentare, oppure per via della stanchezza che lo stava consumando, sia quella fisica che quella emotiva. Erano passati sei mesi da quel giorno in cui la sua famiglia era stata spezzata da una tragica scelta, ma dolore e rabbia continuavano ad essergli fratelli, anche se era finalmente in grado di contenerli, come mastini furiosi legati a catene dacciaio ai quali si gettano ossi di prosciutto per tenerli tranquilli. Gli ossi erano le speranze per un domani migliore, per una nuova primavera della vita. Il caff gorgoglia allegramente riempendo la cucina del suo forte aroma, Stefano prende una tazzina da un ripiano, la riempie per met e poi ci aggiunge mezzo cucchiaino di zucchero. - Luca, mettiti le scarpe che sono gi le otto. - Va bene babbo. A volte guarda i suoi figli da nuove angolazioni e scopre cose che continuano a sorprenderlo; le somiglianze che lo fanno sentire parte di loro in maniera carnale, ma soprattutto le differenze, 117

inconfutabili prove della loro unicit. Attraverso quegli sguardi rubati, Stefano riuscito a tenere a bada la disperazione che per mesi ha bussato risolutamente alla sua porta. Vi una magia profonda nel legame che unisce un genitore al figlio, una specie di fonte di potere, un globo di energia, come nelle storie di draghi e di stregoni, e se riusciamo ad attingervi niente pi in grado di ostacolare il nostro cammino. Stefano si chiede perch lei non sia riuscita a trovare negli occhi dei suoi figli questo incredibile potere. La ricerca un arte, pensa, e si chiede dove abbia letto quella frase. - Babbo, sono pronto. Andiamo? - Certo caro Un ultimo sorso di caff e gi sente lo stomaco contorcersi, per in bocca ha finalmente il gusto di una giornata iniziata bene. La sofferenza una moneta giusta, gli vien da pensare, prima di afferrare la giacca ed aprire la porta di casa. I due bimbi fanno a gara a chi arriva per prima allauto e il pi piccolo, come al solito, inciampa, cade in ginocchio sul marciapiede ed esplode in lacrime. Stefano lo raggiunge e lo conforta, poi tutti e tre dentro la macchina e via, per le strade del mondo, una giornata come le altre; scuola, lavoro, impegni tutto sommato una giornata coraggiosa.

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IL PROFUMO DI CIPOLLETTA

Quando sento il profumo di cipolletta mi sembra di entrare in casa di Lina. Lina era una vecchietta che abitava al piano di sotto, classe millenovecentodieci, sempre pimpante fino al suo ultimo giorno, un torrido pomeriggio di due estati fa in cui il suo cuore, dopo quasi un secolo di incessante lavoro, aveva deciso di non battere pi. A volte mi invitava a pranzo, in quelle domeniche in cui tutto sembra succedere sui campi di calcio, e il mondo pare fermarsi sugli spalti. Ignorando i messaggi degli amici che mi invitavano ad andare a vedere la partita insieme a loro, scendevo le scale del condominio e bussavo delicatamente alla porta della mia vicina. Il profumo dei suoi sughi si sentiva distintamente dal pianerottolo. Lei era raggiante quando mi vedeva. Mi faceva accomodare al tavolo, apparecchiato con un'impeccabile tovaglia di merletti, la brocca di vino rosso e il cestino di pane fresco. Mi sembrava di essere in trattoria. Io le parlavo del pi e del meno, del mio noiosissimo lavoro, di mia madre che aveva un problema alla schiena, mentre lei si muoveva placida e precisa, rimescolando nei suoi tegami e commentando quello che io dicevo con teneri sorrisi. Durante tutto il tempo la televisione rimaneva sintonizzata su un canale che dava solo telenovela brasiliane. L'immagine fotografica che mi rimasta di lei ferma in mezzo al salotto con un tegamino in mano e lo sguardo rivolto verso la TV. Faceva la pasta corta in mille sughi, e non saprei proprio dire quale fosse il pi buono. La cipolletta..., mi spiegava. lei il segreto 119

di tutto... Ma amavo anche quelle spesse fette di carne che faceva ammorbidire nel sugo, e le sue insalatine piene di aceto, che mi facevano strizzare gli occhi. Per tutto il tempo quasi non si metteva a sedere. Io le offrivo puntualmente di aiutarla, ma lei non voleva. Col tempo conclusi che quelle mie visite erano tra i pochi momenti speciali ai quali Lina si aggrappava, perch arrivati a una certa et, quando ormai tutti quelli pi cari ti aspettano dall'altra parte, difficile trovare dei pretesti per continuare questa buffa operetta che noi chiamiamo vita. Poi veniva il caff, fatto con la moka ovviamente. Io non riesco ancora a capacitarmi come fosse possibile che un caff fatto in casa potesse avere un simile aroma. Me lo sarei giocato tranquillamente con quello del bar pi esclusivo della citt. Lina ci ha lasciati un giorno di agosto, mentre io ero a in Grecia con gli amici. Quando tornai a casa e un vicino mi disse che era morta fu come un sasso scagliato con forza all'altezza dello stomaco. Mi sentii in colpa, e ci vollero alcuni mesi per riprendermi. Oggi, quando soffriggo la cipolla, penso sempre a lei.

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NATALE DA SOLO

Se avessi saputo di ritrovarmi il giorno della vigilia di natale, alla tenera et di sessantanove anni, da solo nel mio appartamento fuori centro, a guardare uno stupido programma alla TV a volume azzerato e ad ascoltare mielose canzoni natalizie, avrei lo stesso perseguito fino allultimo i miei ideali ed ascoltato in modo cos caparbio il mio cuore? La prima voce dellanima ha risposto con un secco no, ma poi quella pi calda, quella che vive nel profondo allaltezza del petto, quella che mi ha sempre fatto fare le scelte pi scomode, le pi difficili, ma anche le pi giuste, mi ha sussurrato la risposta che cercavo. Lei sempre l, con il suo tono pacato e rassicurante, una voce che si fa sentire solo quando ne ho davvero bisogno. In parte anche la mia voce, ma non solo mia, e questo lo so gi da un po di tempo, e mi d tanta forza. Dalla mia prima moglie ho avuto due figli bellissimi. Li ho cresciuti con amore, da solo, perch Veronica se ne and un giorno di autunno verso un destino fatto di stelle filanti e brillantini. Allinizio lho odiata, come si odiano gli amici quando ti pugnalano alle spalle, una reazione di autodifesa che in quei momenti ti necessaria per sopravvivere. Ma era la paura che mi faceva odiare, ed io non potevo permettermi di avere paura con due figli piccoli da crescere, perci smisi di odiarla e ad un tratto tutto divenne pi facile, pi giusto. Davide e Matteo sono cresciuti con me, sono diventati due uomini dal carattere un po difficile, proprio come quello della loro madre, ma con un grande cuore. Certo, forse non sarebbero diventati quello che sono oggi senza laiuto di Mirella, la mia seconda moglie, che ho amato tanto quanto ho 121

amato Veronica. Anche lei se n andata, ma non stata una sua scelta. Potrei scrivere che il cancro me lha portata via, ma sarebbe ingiusto. Mirella non mai stata mia, come non lo mai stata Veronica o i miei due figli. la lezione pi dura da imparare. Quando passi una vita a sacrificarti per le persone che ami, sviluppi inconsciamente un malsano sentimento di possesso, che rimane pericolosamente sopito fino al giorno in cui queste persone reclamano la loro libert. Ne hanno tutto il diritto, e nonostante tu ne sia cosciente, quel sentimento ti frega. Ma ho imparato a riconoscerlo, a combatterlo, e non mi fa pi paura. Davide vive allestero con sua moglie e i suoi tre figli. Mi ha appena chiamato per farmi gli auguri. I piccoli ancora non parlano bene litaliano ma lui ce la sta mettendo tutta per insegnarglielo. Mi ha promesso che verranno a trovarmi a fine gennaio, che andremo tutti quanti a fare un bel pranzo fuori, come facevamo un tempo, e magari potremo invitare anche dei vecchi amici. Si, forse faremo proprio cos Matteo impegnato con il suo nuovo locale. Lo ha inaugurato qualche giorno fa e sar costretto a lavorare per tutte le festivit natalizie. Lho visto stamattina, passato a trovarmi insieme al suo compagno, Nicco. Si, mio figlio Matteo gay e sono molto fiero di lui, o forse sono fiero di me per non averlo mai messo in imbarazzo ed averlo cresciuto senza la paura di non essere accettato. A scuola mi sono scontrato un paio di volte con i genitori di alcuni bulletti che lo prendevano in giro, e una volta addirittura con un professore. Non sono mai stato un tipo violento, ma quel giorno non riuscii a trattenere un pugno sulla faccia di quellocchialuto ed antico docente. Oggi che ci penso me ne pento un po, perch anche le persone pi ottuse meritano rispetto, anzi, forse lo meritano pi degli altri Per direte voi, e gli amici? Dove sono i tuoi amici? In realt non ne ho avuti molti di amici, ma forse di quelli veri ne ho avuti molti di pi di quanto ne possa vantare tanta gente. Tre, 122

quattro forse Due di loro li ho persi, per le stesse ragioni per le quali ho perso le mie due mogli; il tradimento e la tetra signora. Strana la vita, che si ripete come un vecchio film natalizio in bianco e nero. Me ne restano due, Sandro che vive lontano ma che ho sentito anche questa sera per telefono, e Carlo, che mi ha invitato domani al pranzo di famiglia e che io ho preferito declinare. Vederlo felice, circondato dalla moglie, i figli e i nipoti mi avrebbe sicuramente commosso, e non so se sarei riuscito a trattenere le lacrime. Lultima cosa che voglio la commiserazione, e poi perch mai dovrei, dato che non c niente per cui commiserarmi. Da solo, alla vigilia di Natale, davanti a un programma col volume azzerato e un albero di plastica di appena trentacinque centimetri Volete sapere se sono infelice, se mi sento solo, o se sono arrabbiato con la vita e gli eventi che mi hanno condotto fino a qui? No, non sono arrabbiato, e non sono neanche infelice. Ma vi dir di pi, non mi sento neanche solo, perch con me c sempre quella voce, delicata, serena e rassicurante. Mi sta dicendo Buon Natale, anche adesso, come io lo dico a voi. Buon Natale, allora. Buon Natale a tutti!

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UNA PARTITA A BILIARDO

Chiusi gli occhi e le luci si accesero. Mi trovavo in una sala da biliardo, dieci, dodici tavoli disposti in fila, pareti ricoperte di stecche, gessetti blu, lampade verdi sopra i teli, mattonelle marroni, sedie di formica, finestre su una strada buia. Era quella la sala dattesa? La stanza era pressoch deserta. Cera solo un giocatore, defilato al tavolo pi distante; il numero dodici. Mi avvicinai col pensiero e un attimo dopo ero seduto di fronte a lui. Mirava la numero otto in una buca dangolo. Attesi il colpo. Il silenzio era assordante. Toc! Con precisione la palla nera percorse tutto il tavolo depositandosi dolcemente nella buca. - Bel colpo! - mi venne di dire. Luomo, un tipo anonimo di mezzet, vestito con un paio di jeans e una giacca scura, mi rivolse un sorriso. - Te laspettavi, vero? - Aveva una voce roca, graffiata dal tabacco e dallalcol. - Cosa? - Che andasse a finire cos. Buca dangolo - Che vuoi dire? - Ero confuso e non ne facevo mistero. - La tua vita. La numero otto, in buca dangolo. - Vuoi dire che era lei? - Beh, hai rimbalzato un bel po prima di finire in buca. Alla fine ci finiscono tutte - Ehi, ferma un attimo. Mi vuoi dire che siamo di l? Che alla fine il cancro lha avuta vinta? - Questo lo dici tu. Forse pu bastarti - Si era messo a lavorare la stecca con il gessetto, ma continuava a guardarmi, da oltre la 124

frangia che gli ricadeva sugli occhi. - Ed io che credevo che avrei trovato delle risposte - Ehi uomo, non ti preoccupare. Non sei il primo che pensa di trovare delle risposte da questa parte. Qui si gioca solo a biliardo. Ti va di fare una partita? Che altro potevo fare, avevo leternit davanti. Mi alzai e afferrai una stecca. - A cosa giochiamo? - A Destino. Lo conosci? - No. - La vedi la numero quindici, laggi? - Si - Tua figlia Giulia. Se la butti in buca salva, altrimenti dopo tocca a me. Mi regal un sorriso di cui avrei fatto volentieri a meno. E cos mi ero ritrovato a giocare al Destino insieme al braccio destro del Caso. Non potevo farcela, era una partita impari, uno scherzo di cattivo gusto. Se solo E appena lo pensai, apparve. Un bicchiere di scotch sul bordo del tavolo da gioco. Ecco quello che mi ci voleva Lo buttai gi dun fiato e preparai il colpo. - Ordina pure quello che vuoi. Va tutto sul mio conto - disse il tipo col ciuffo, continuando a sorridere. Non lo guardai. Non guardai nemmeno la palla, o la stecca, o la buca. Chiamai il colpo pensando alla piccola Giulia, quando aveva solo tre anni, e si buttava dallo scivolo a testa in gi, e le dicevo di stare attenta, ma poi lei mi sorrideva e non potevo resisterle. La biglia battente descrisse una retta attraverso il tavolo verde, sfior appena la numero quindici vicina alla buca laterale; la palla bianca e bordeaux ruzzol con sicurezza dentro la cavit. La piccola Giulia era salva, almeno per il momento - Bel colpo! - ammise il mio compagno di gioco. - Cosa mi aspetta, adesso? 125

- Ancora domande? Te lho gi detto, qui non troverai risposte. In verit ti dico che di risposte non ci sono, da nessuna parte. N nella sala dei biliardi, n gi al bar, n tanto meno in strada In quel momento sentii transitare unauto, vidi le luci degli abbaglianti scorrere sul palazzo di fronte, mi avvicinai alla finestra e guardai gi., ma lauto era gi passata. Fuori pioveva e i lampioni illuminavano le pozze. Il silenzio era straziante. - Beh, dici che non esistono risposte, ma tu sei gi una risposta. Giochi a biliardo con le vite degli uomini, un fatto no? - Scusami se mi ripeto, ma questo lo dici sempre tu. Ci credi solo perch te lho detto? La numero sei, quella verde. Lo sai chi ? Poteva essere un sogno? Non avevo mai sentito che il cancro ti prendesse cos, di punto in bianco, sul divano mentre guardi la TV spenta e cerchi di farti una ragione di quello che ti sta per succedere. La morte, lamore, il tempo, il senso di tutto Mi aggrappai allidea del sogno e continuai a giocare. - Che diavolo vuoi da me? - urlai. Ma in quellintercapedine onirica, lurlo divent un sussurro. - La sei tuo padre. Proprio lui, il vecchio ubriacone, quello che non neanche venuto a vedere la sua nipotina, quello che non si fatto sentire per pi di dieci anni, quello che metteva mano alla cintura volentieri, quando ne combinavi una grossa La numero sei, dai su Non difficile Un colpo secco ed salvo. Ah, dimenticavo, puoi sempre decidere di passare il turno Il suo sorriso era diventato un ghigno. Sul bordo del tavolo apparve un secondo bicchiere. Lo afferrai con decisione, lo alzai e proposi un brindisi. A te, padre ti ho gi perdonato cos tante volte che non me ne frega pi niente, ormai Gi, proprio un colpo secco ci voleva, e la sei fu fuori dal gioco. Ne rimanevano troppe, per - Quanto deve andare avanti questa storia? - Non ti stai divertendo? - No! 126

- Io invece si. Quella gialla, la uno. Quella tua moglie. Vogliamo provare a buttarla dentro? Per me poteva bastare. Cercai linterruttore dei sogni, avete presente? un po come allungare una mano nel buio della cantina, e mentre senti il tocco delle ragnatele ti auguri che il ragno non sincazzi e ti venga a fare un salutino. Ma niente interruttore, questa volta. Cavoli, forse ero morto per davvero. Maledetto Il colpo era difficile stavolta. La uno era coperta da altre due palle. Avrei potuto mirare alla sette, per farla carambolare sulla gialla, un colpo estremamente complesso, ed io non sono mai stato un granch come giocatore. Lalternativa era mettere fuori gioco il mio avversario, nascondendogli la biglia dietro altre palle. Ma potevo fidarmi di lui? Chiss di cosa era capace - Puoi passare, se vuoi - incalz il braccio destro del Caso. Non gli badai e preparai il colpo. Pensai al giorno in cui la conobbi, alle cretinate che feci per farmi notare, a come mi guardava storta, ridendo al tempo stesso, alla vacanza in Grecia e allamore sugli scogli, ai litigi e alle passioni, allultimo sforzo, dopo ore di travaglio, che segn la nascita di nostra figlia, e a tutte le volte che avevo bisogno di una carezza e cera lei. Pensai a tutto questo chiudendo gli occhi, poi li riaprii e colpii, sicuro, con forza, dritto verso la biglia bordeaux. Stoc toc toc la uno in buca dangolo salva e la bianca in buca laterale - Peccato - sospir il mio avversario. Riaprii gli occhi e le luci si spensero. La TV era morta ma il led in alto mi diceva che erano quasi le due. Al piano di sopra il miei due gioielli respiravano piano, e sognavano di volare. O almeno me lo auguravo. Una fitta allo stomaco. La solita fitta, quella che mi tormenta ormai da settimane. Domani iniziamo la chemio, poi si vedr. Volete sapere cosa penso? Non penso niente. Le Grandi Risposte non minteressano. 127

Continuer a pormi domande fino alla fine, e cercher di rispondermi in sincerit, anche se dovr contraddirmi. Lo facciamo tutti, no? cosi che passiamo ogni singolo istante delle nostre esistenze. Ma ho smesso di credere al bianco e al nero, a dio e al diavolo, al male e al bene. In questo momento, solo di una cosa sono certo: se vuoi morire tranquillo, impara a tirare di stecca!

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MESSA IN SCENA

Non questione di coraggio, una questione di scelta, perch sempre e solo una questione di scelta. Mettila come vuoi, tira fuori dal cilindro tutti i tuoi trucchi, le tue retoriche preconfezionate, le tue fiere convinzioni, ma la verit non riuscirai mai a seppellirla. Sorridi pure, con quella tua faccia innocente, una bellezza angelica impassibile al tempo e alle tempeste della vita, almeno allapparenza. Pare che qualcuno abbia dimenticato le cose veramente importanti, le promesse, i valori, gli impegni ma sono poi cos importanti se vero che si vive una volta sola? Basta guardarci intorno, andare al cinema, leggere un libro, da qualunque parte ti giri la ricetta sempre la stessa: ascolta le tue emozioni e non puoi sbagliarti! Oh, certo, le emozioni, proprio loro, unombra fresca sotto lalbero nel giorno pi torrido dellanno. Aspetta caro che mi siedo un attimo a riprender fiato. Peccato che nellombra si nasconda la promessa dellinverno pi gelido Ancora pochi giorni e le conseguenze di queste scelte incominceranno a farsi sentire. Dun tratto i tuoi seducenti progetti perderanno la patina di smalto con cui li hai ricoperti nel tempo dellinganno. Ora che la verit venuta a galla e anche tu ti sei resa conto di che pasta sei fatta, lamaro retrogusto del tradimento ti salir alla bocca. Proverai a rimuoverlo con delle caramelle alla fragola, ma non farai che peggiorare la situazione. Ti sentirai come la narratrice di un film muto, e proverai a reinterpretare la storia nel modo a te pi congeniale, ma le immagini che passeranno sullo schermo saranno fin troppo chiare al pubblico. Hai dispensato dpliant per vendere le tue versioni e farti un po di 129

pubblicit, un modo come un altro per debellare il tuo senso di colpa. Oggi ho ricevuto le mie copie, e non ho potuto fare a meno di urlare, strappandole con gesti convulsi, ferendomi le mani con i loro bordi affilati. Ci hai sempre saputo fare con le parole Loscurit mi ha avvolto ma stato solo un attimo di oblio, la confusione che precede lascesa alla verit, perch oltre il dolore e la menzogna possono ancora aprirsi valli incontaminate e praterie fiorite. E oltre ancora le montagne, e forse ci saranno anche nuovi deserti ad aspettarmi. Laggi mi attender un caldo appiccicoso, intollerabile, sfiancante, afoso. Sar anchio tentato dallombra refrigerante di una palma, ma imporr il cammino alle mie gambe, passandomi la lingua sulle labbra screpolate; meglio morire nel deserto che accettare la gelida mano dellombra tentatrice. E la domenica davanti al cinema sceglier di farmi intrattenere da una storia damore e dartificio, senza lasciarmi ingannare come in passato. Amer la protagonista e il suo compagno, in quanto attori di una messa in scena, e amer le luci del direttore della fotografia e le musiche della colonna sonora, facendomi scivolare addosso il significato della storia. Perch sar solo una storia, dopotutto da Casablanca al Paziente Inglese. Ma cos, in realt, un classico? Una finzione? Un gioco di prestigio? Una bugia? Chi parla dellamore non ne sa mai abbastanza Anche tu sei amore, tu che mi hai letto fino a qui, che hai giocato insieme a me a questo gioco fatto di parole estratte dal caso, ed assemblate dal mio estro per raccontarti una piccola parte di me.

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PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA

Non ho motivo di rimanermene in casa, non oggi che una giornata di sole. Per decidermi ad uscire devo vincere una guerra interiore, la stessa che da oltre un mese mi tiene prigioniero dentro queste quattro mura. Ho dato la colpa all'inverno, ma oggi il primo giorno di primavera, anche se il calendario non lo dice. Niente torna come stato. Non posso cristallizzare la mia angoscia nei ricordi di lei. Devo uscire... Fuori sabato, il mio primo sabato dopo un'infinit di domeniche. La corrente cittadina mi risucchia senza che neanche me ne accorga. La prima sensazione di serenit, il sentirsi finalmente parte di qualcosa; un fiume inarrestabile di cervelli concentrati al consumo. Almeno non sono solo, penso. Ma chi sono questi qui? Abbagliato da una patina di sole, muovo piccoli passi in direzione del centro commerciale. La calca si fa ancora pi fitta, ma tutti si muovono con ordine, al tempo di una musica. Mi pare quasi di udirne il battito, una bossa nova che fa muovere le anche, sensuale e decadente, ipnotica a suo modo. Sono pronto per stare di nuovo al gioco? Mi chiedo. Allora indago, solo per vedere che effetto fa. C' una ragazza coi capelli biondi che compra cartoline in un negozio di souvenir. Avr venticinque o ventisei anni, non molto alta, poco trucco e un sorriso genuino. Potrei innamorarmene? No, non ancora, ma forse se la conoscessi meglio... Mi viene incontro una mora attillata, giacchetto di pelle, occhiali scuri e tutte le forme al posto giusto. La valchiria di una notte d'amore... forse, ma col retrogusto amaro. No, un esercizio stupido, e poi non sono qui per pensare ad altre. Cammino col sole in faccia per continuare a pensare a lei, ma in maniera diversa. 131

Rimorsi? No, nessun rimorso. Le cose sono andate come sono andate, e la colpa non di nessuno, o forse di tutti e due. Anzi no; la colpa irrilevante. Arrivo al centro commerciale, passo davanti alle vetrine dei negozi ma non entro in nessuno di questi. Torna a farsi visita sorella Malinconia, che ho usato come arma difensiva nelle ultime settimane della mia vita. Strano sentirsi solo in mezzo alla fiumana di gente del sabato pomeriggio. Strano ma fin troppo reale. So che la giara rimasta vuota, ed ho un bisogno tremendo di riempirla. Uso il sole per scaldarla e renderla pi accogliente. Verr il momento di metterci un nuovo fiore; una margherita oppure un narciso. C' tempo... La primavera appena iniziata.

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LA DONNA DELLA TORRE

Alla vecchia torre ci andai una domenica mattina dei primi di febbraio, in uno dei giorni pi freddi dellanno, assicurandomi cos la quiete del momento e la cristallina visione di quel paesaggio che, passandoci comera mia consuetudine ogni settimana per recarmi da un cliente, mi ero ripromesso pi volte di andare a visitare. La vista dalla strada statale lasciava presagire un piccolo ed idilliaco quadro medievale e devo ammettere che non ne rimasi deluso. Costruita durante il tredicesimo secolo, la torre fungeva da avamposto per i soldati nei periodi di guerra. Ristrutturata pi volte, era oggi adibita ad attrazione turistica, anche se ancora parzialmente abitata. Scesi dallauto appressandomi al cancello di accesso al piccolo ponte di legno che raggiungeva la base della costruzione, circondata interamente da un fossato pieno dacqua che, durante la notte, aveva incominciato a ghiacciarsi. Scattai un paio di foto ispirato dalla luce del sole invernale, con i suoi raggi orizzontali e freddi, poi rimasi per un po ad osservare la superficie congelata del fossato e le fronde degli alberi che, protendendosi dalla riva, scomparivano sotto lacqua come arti mozzati. Preoccupazioni prive di urgenza mi rapirono al paesaggio e mi ritrovai cos a pensare ad alcuni appuntamenti di lavoro che avevo preso per la settimana successiva. Quando mi resi conto di cosa stavo facendo, scrollai la testa e cercai una nuova angolazione per riprendere a fotografare, ma in quellistante mi accorsi di una presenza. Non avevo udito alcun rumore, n quello della porta che si apriva, n i passi sulle assi del ponte, eppure quella figura aveva raggiunto il cancelletto a pochi metri da me. Era una donna alta, avvolta in 133

una vistosa pelliccia scura, non saprei dire di che animale, dalla pelle chiara e dai profondi occhi marroni. Indossava un colbacco che le nascondeva la capigliatura e ai piedi calzava alti stivali di pelle col tacco, che la rendevano pi alta di me di almeno cinque centimetri. Non guardava nella mia direzione. Teneva il volto rivolto verso il sole, basso sopra i campi, cos potetti ammirare con pi attenzione i delicati lineamenti della sua faccia, la piega leggermente abbronciata della sua bocca carminia, il taglio lievemente a mandorla dei suoi occhi che, per qualche strano gioco di luce, mandavano riflessi esasperati. Di colpo una strana soggezione simpadron di me. - Buongiorno salutai, facendo fatica a non strozzarmi con le parole. Lei non rispose ma volt lo sguardo nella mia direzione, regalandomi un brivido che centrava poco con la temperatura glaciale di quella mattina. - Lei di qui? chiese, quando ormai mi ero convinto che non parlasse la mia lingua. La sua voce era baritonale, poco adatta al quel suo volto da bambina. - Beh, non proprio risposi, per passo di qui spesso, per lavoro intendo Ogni settimana. Lei torn a guardare il disco dorato allorizzonte, che quel giorno sembrava incapace di emanare calore. La sua bocca scintillava del suo riflesso, forse per il rossetto o perch inumidita dalla saliva, oppure una strana idea prese campo nella mia testa. Una velatura di ghiaccio - C un bel sole, oggi disse lei, distraendomi dai miei pensieri. - Si, per sembra che sia stato disegnato risposi, ma il mio umorismo non parve colpirla. lei che si occupa della torre? - Si e no. Le sue parole sembravano schiocchi di ghiaccio incrinato. Non riuscii a chiederle altro. Rimasi l per un po, mentre il gelo incominciava a rendermi insensibile la mano in cui tenevo ancora stretta la fotocamera. Guardai il sole, seguendo il suo sguardo, poi 134

tornai ad ammirare la torre, un bastione squadrato ed imponente sopra di noi, insensibile allinverno e al passare delle vite degli uomini. Infine guardai di nuovo il volto della fanciulla, rivolto ancora verso lalba. Qualcosa si era formato ai lati dei suoi occhi scintillanti. Lacrime parevano, ma erano solide e sfaccettate come diamanti. Rotolarono sulle sue guance come pietruzze, rimanendo impigliate nel pelo della pelliccia. - Buona giornata disse lei, voltandosi e attraversando con sicurezza il ponte, per poi scomparire dentro la torre. Mi ci vollero alcuni minuti per riprendere il controllo delle mie membra, guadagnare il parcheggio e montare finalmente in auto. Volsi un ultimo sguardo verso la torre, in cui dimorava una misteriosa donna che piangeva lacrime di ghiaccio, e provai ad immaginare la sua storia, per quanto improbabile fosse. Ero impazzito? Mentre tornavo a casa, decisi di non essere diventato pazzo. Forse quellincontro era la cosa pi normale che avessi fatto negli ultimi anni. Forse il mondo era pieno di cose simili, ed io le avevo scansate di proposito, con la mia sveglia alle sette in punto, le abitudini del dopo lavoro, le serate fuori il sabato e le domeniche mattina a rigirarmi fino a tardi nel letto, in attesa della partita di campionato. Da quel giorno le cose non sono state pi le stesse. No, non ho cambiato vita. Ci mi avrebbe soltanto condotto verso una nuova routine. Ho fatto di meglio Ho imparato a sorprendermi, tutto qui.

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SHARONA

Tra meno di unora sar qui. Lei, con quel portamento elegante da fotomodella, sofisticata come una straniera, lunghe ciglia di velluto che ombreggiano uno sguardo austero in cui adoro perdermi. Lei, Sharona come la canzone, che stringe il mio corpo con le sue lunghe gambe quando mi vuole dentro, che urla disinibita con le finestre aperte, mentre lorgasmo le esplode nella gola. Al solo pensiero tremo, e mi sento gi in tiro Il sugo bolle da unora. Ho preso la macinata magra perch so che le piace. Le pennette sono quelle piccole per la sua bocca minuta, coperta appena da una patina di rossetto. Poi la carne; bistecca al sangue per lei che la vuole sugosa, perch la fa sentire vampira al punto giusto. Il vino un Sassicaia, dato che per lei non bado a spese. E poi linsalatina di radicchi, la frutta, il gelato, il caff A stomaco pieno il sesso ludico giustificato. Sharona conosce tutto di me eppure io non conosco nulla di lei. Sharona stata dai miei genitori ed ha fatto una buonissima impressione a mio padre. Mia madre daltronde non mi parla pi e mia sorella la odia. Per due ore ha tenuto testa a tutti, davanti alla tavola imbandita a festa con lagnello sacrificato e i pisellini verdi. Una pasqua con i tuoi pu essere peggio di un pasto in una cella del braccio della morte. Mi alzai per andare in cantina a prendere il moscato e lei mi venne dietro. Mia madre ci sorprese mentre mi costringeva ad andarle gi, alla tenue luce della lampadina a quaranta volt del seminterrato. Difficile resistere alla dolcezza dei suoi succhi Sharona un mistero di odio-amore, di sesso frenetico, di donna allo stato puro. come se incarnasse il femmineo spirito della terra 136

nel tepore delle sue cosce, dentro gli abissi smeraldini dei suoi occhi. Non so niente di lei. apparsa dimprovviso nella mia vita o forse vi ci sono sbadatamente inciampato. Ricorder sempre quel primo caff insieme e le sue domande a bruciapelo, accompagnate da lunghi ed imbarazzanti sguardi. No, non mai stata una mia scelta Tra mezzora sar qui. Lei spacca sempre il minuto. La magnolia intensa del Dior precede il suo ingresso sul palcoscenico della mia vita. Io sono un mero spettatore delle sue imprese. Dannazione, devo girare il sugo altrimenti rischio di bruciare tutto, e se dovesse accadere per me sarebbe la fine Sharona mi sta divorando un pezzettino alla volta ed io non riesco a fermarla. Non voglio fermarla. Adoro questa pratica cannibalesca che lei sapientemente porta avanti gi da un anno. Non rimasto molto della mia anima. Lei succhia, succhia, succhia ed io la lascio fare. Ed bellissimo cos. Le servir laperitivo dentro i bicchieri di mia madre, quelli antichi. una sorta di rituale contro il bigottismo della mia vecchia. Sharona sa che mia madre un punto dolente. Quando mi lega al letto e si siede su di me, contorcendo la sua schiena come una lamia, mi guarda dritta negli occhi e mi dice che mia madre ci sta guardando dal buco della serratura, e mentre ci guarda scopare lei si tocca, non ne pu fare a meno. cos che mi fa venire, sempre Ormai manca poco. Metter sul fornello lacqua per la pasta e inizier a preparare linsalata. Voglio che sia tutto pronto per quando arriva. Ho staccato il telefono e presto spegner anche il computer. Lascer accese solo le luci della cucina e le candele sparse per la casa. A lei piace giocare con la cera Ecco, questa la sua auto. Ne riconoscerei il suono anche nel traffico cittadino allora di punta, o forse avverto semplicemente la sua presenza, lenergia che sprigiona, qualcosa che ha che fare con le frequenze che legano noi umani agli spiriti della natura. 137

Lessenza femminea della terra. Sharona, il sugo, le bistecche, mia madre driiin, driin Sto arrivando Sono tuo!

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CUORE FREDDO

Un cuore freddo, insensibile a tutto. cresciuto nei giorni apatici dell'ultimo autunno, durante quelle notti passate a fissare il soffitto buio, nei silenzi rotti soltanto dal ronzare inarrestabile della TV della vicina di casa. Non avrebbe mai potuto immaginare che una cosa cos gelida potesse crescere dentro di lui, e che arrivasse al punto di non riuscire pi a sentirla. Il cuore freddo attutisce ogni appendice percettiva. Rimane soltanto una sensazione di vuoto, comunque inafferrabile, alla quale preferibile tutto, anche il vortice abissale della disperazione. No, il cuore freddo ti rende robotico, meccanico, funzionante ma alienato. una pila atomica che brucia a temperature vicine allo zero assoluto. I muscoli della sua faccia rispondono al gioco di conseguenze logiche, in ogni relazione in cui viene coinvolto. Saluta, domanda, risponde, partecipa, ma ogni gesto, ogni parola, sono mere risultanti di complesse espressioni algebriche. il cuore freddo che lavora senza riposo. Si autoalimenta. Sopravvive della sopravvivenza del suo uovo. Quante persone come lui coltivano nel petto un cuore freddo, in questo occidente sferzato dal vento e dalla neve, nell'inverno pi gelido che l'uomo ricordi? Quante?

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UNDICI GRADI

Undici gradi, pioggia leggera ma insistente, vento dal nord undici dannatissimi gradi, non uno di pi, anche se la primavera arrivata e le cose, almeno secondo il calendario, dovrebbero essere cambiate Invece asfalto bagnato, petali al vento, gocce di pioggia sulla finestra, ombrelli e k-way, una mano di grigio su tutti i colori, come novembre, proprio come novembre, esattamente come quel maledettissimo giorno di novembre. Come fai a non farti corrompere dalla pioggia? Come puoi ascoltare il fischio del vento e non impazzire? Il ticchettio dellorologio, il controtempo del cuore, il silenzio della solitudine, con le pareti che sanguinano anni di rancore accumulati sotto la carta da parati, e negli angoli le ombre nascondono le ambizioni stroncate di una storia damore, una storia damore come un milione di altre storie, speciale a suo modo, scontata in molti altri. Undici miseri gradi attraverso le finestre a doppio vetro e la porta blindata, sinsinuano sotto la felpa che tieni addosso gi da una settimana e non ti decidi a lavarla, ti confinano sul divano con una coperta sulle gambe a schiacciare distrattamente i tasti del telecomando. Ogni tanto afferri il cellulare, fai il giro della rubrica per poi riporlo sul tavolino davanti al televisore, che riversa immagini a volume azzerato. Un t, uno stramaledettissimo t a met aprile, come dopo una colica o una passeggiata sulla neve. Un t per sentire ancora un po di calore, per assicurarsi di non essere diventato un cadavere, di avere ancora un cuore nel petto capace di battere Ritorni con la mente al momento in cui tutto crollato, un castello 140

di carte magnifico demolito in un batter di ciglia da una mossa sbagliata, una carta poggiata con poco tatto su quella pi sotto, e in un secondo tutto viene gi, nella cacofonia straziante delleco degli anni trascorsi assieme. Quel momento impresso cos bene nella tua mente che puoi riviverlo nella sua interezza e perfida crudelt tutte le volte che vuoi, come clikkare col mouse per avviare un video, inesorabile esso torna a tormentarti, niente viene tralasciato, lintonazione delle parole, gli sguardi, la gradazione delle fonti di luce, tutto quanto. una scena che ogni volta che rivivi si colora di nuova finzione, come se cercassi di estirparla dalla realt, trasformandola nella clip di una serie televisiva che non hai ancora visto e che non hai per niente voglia di vedere. Quella scena ha un potere soggiogante, riesce a trascinarti fino al ciglio del baratro, ti lascia guardare oltre labisso per farti desiderare la pace mentale, ed in quel momento che per fortuna stacchi la spina e non ci pensi pi. Almeno fino al prossimo replay Undici vergognosissimi gradi di pozzanghere sui marciapiedi, di tergicristalli in funzione, di cani e padroni di cani unici pedoni di una domenica mattina, perch ad aprile inoltrato, con la pioggia, il vento ed undici fottutissimi gradi, solo i matti e i cani hanno ragione di uscire fuori. Tiri pi su la coperta, verifichi per un attimo di non stare sognando e ti chiedi per la milionesima volta come sia possibile che sia successo proprio a te, e tutto cos allimprovviso, nessuna avvisaglia, un uragano a ciel sereno Funziona cos, non lo sapevi? si fa beffe una vocina interiore. Al diavolo la vocina, pensi. Resisti almeno fino a mezzogiorno! Resisti, dai! gli fa eco unaltra, quella pi giudiziosa. Che differenza far mai, concludi, alzandoti dal divano per correggerti il t con due dita abbondanti di scotch. Daltronde fuori ci sono appena undici deprecabili, riprovevoli, ignobili, scandalosi gradi!

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IDENTIT

Ho scoperto chi era. Le mani sul collo per allentare la tensione, coi polpastrelli cerco di praticarmi un massaggio rilassante, mi aiuto chiudendo gli occhi, respirando lentamente. La rivelazione mi ha accelerato il battito, innescando la solita aritmia. Tum, tu-tum, tum, tum Il problema lidentificazione. Non sappiamo chi siamo, cosa siamo, ma proiettiamo unimmagine che ci rappresenta, e poco importa se questa si rivela infelice; ci che conta sapere che esistiamo. Muoviamo marionette credendo di essere fatti di legnetti snodabili, stracci e una testa di polistirolo pressato. Non ci chiediamo a chi appartengono le mani che muovono i nostri fili. l che si cela linganno della falsa identificazione. Perci viviamo lennesima pantomima chiamata Amore, seguendo gli schemi mentali disegnati da una canzone estiva, e dormiamo in falsa sintonia con linterpretazione di lei, osservandola senza vederla. Anche lei non riesce a vedere, ovviamente, perch nella relazione di coppia si dorme sempre in due solo grazie al brusco risveglio che le cose acquistano i loro veri contorni. In uno stato di morte apparente, ci ancora concesso di sollevarci sopra i corpi assopiti, seguendo i fili delle marionette. cos che ho scoperto chi era luomo che mi rappresentava, il burattino che saltava e danzava sul palcoscenico di questo bizzarro teatrino che ingenuamente continuiamo a chiamare realt. Ancora oggi lo osservo da una postazione privilegiata, lo spettatore attento che assapora le immagini di uno sceneggiato: lo spettatore gode della storia, si lascia cullare da stati emotivi distaccati, cocktail leggeri da sorseggiare piano, e quando le luci si accendono 142

e passano i titoli di coda, ritorna ad essere lui. La recita a cui la sua proiezione mentale ha preso parte non lo ho scalfito minimamente. E ho finalmente scoperto chi era laltro Me; linsoddisfatto, linsicuro, la vittima, lannoiato, il sofferente, il depresso il protagonista dellultimo blockbuster nel quale usavo riconoscere la mia vita.

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IL CUORE DELLA LUCERTOLA

- Ciao, come stai? E come cazzo dovrei stare, mi andrebbe di dirle. Invece rispondo bene, e sorrido pure. Non mi va di darle vantaggi. Ai suoi occhi voglio apparire forte, anche se dentro sono a pezzi, come se il cuore me lavessero gettato nel tritacarne. Stronza! Sei anni insieme, e una mattina si sveglia e mi dice non ti amo pi! Ma che cazzo vuol dire? - Ci sei domani? Se non disturbo verrei a prendere le ultime cose Certo che disturbi. Disturbi ogni singolo minuto della mia giornata, perch non riesco a non pensare a te. Non dormo, non mangio, non posso neanche ad andare a lavoro senza che limmagine del tuo volto venga ad ossessionarmi. Sei un virus, ecco cosa sei! - No, ci mancherebbe. Vieni pure. Magari parliamo un po, mi verrebbe da aggiungere. Ma abbiamo anche parlato troppo. E quando si parla troppo, non c pi niente da dire. Ci sono i ricordi, che a me sembrano bellissimi e a lei non fanno il minimo effetto. Ci sono i rancori, e quelli lei li ricorda benissimo, mentre io me li sono gi dimenticati. E poi ci sono i momenti dindifferenza, e quelli sono la vera ragione per la quale lei verr a prendersi le sue dannate ultime cose. - Come va il lavoro? Ma che cazzo te ne frega! Non ti mai interessato quello che faccio. Eh certo, perch prima tinteressavo io, adesso invece tinteressa solo rimanere amica, riprenderti le tue cose e non fare pi scenate. Vuoi la dissolvenza, la chiusura col sorriso, il finale di Hollywood, i titoli di coda con i ringraziamenti, cos poi ti potrai buttare a capofitto nel tuo prossimo film, senza sensi di colpa. 144

- Bene. Marzo stato un buon mese - Sono contenta. E poi distrarsi fa bene, non trovi? Questa te la potevi risparmiare, stronza! Chi vedi adesso? Ci devessere qualcuno, lo so. C sempre qualcuno, quando si cambia in questa maniera. Un po stronza lo sei sempre stata, ma mai cos. Chi ? Un collega? Uno che hai incontrato in palestra? Uno che tinforca dopo lo spinning? - Si. Cerco di non pensarci, sai com Patetico. No, non fare il patetico adesso. Ce lhai quasi fatta. Tra poco arriva il bus, la saluti e te ne vai. Non tornare sullargomento, altrimenti sei fregato - Vedi qualcuno? Ma perch non te ne stai un po zitta, troia! Si, vedo te, tutti i giorni, nella mia testa, ti guardo chiudendo gli occhi, vedo i tuoi capelli sparsi sul cuscino, le tue labbra che mi accarezzano, la tua lingua che gioca. Vedo sempre e solo te, capito stronza! - No, solo i miei amici, ogni tanto. Domenica andiamo a pescare. - Dove? - In montagna - Bello Ma che fine hai fatto autobus di merda! Sei in ritardo di sette minuti. Vuoi vedere che la corsa saltata. Se cos mi tocca a farmi torturare per un altro quarto dora. - Sai, io vedo qualcuno Volevo dirtelo, perch mi piace essere sincera. Che sorpresa! Ma davvero? - Sai che ci tengo alla nostra amicizia - E se ti spingessi sotto lautobus, che ne diresti? Troppo tardi. La frase mi esce senza pensarci. Perch sapete, a volte la linea che divide limmaginazione con la realt talmente sottile Lei strabuzza gli occhi, rimane in silenzio, forse ha anche un po di paura. In quellistante la vedo sotto una nuova luce, vulnerabile e 145

stronza. Qualcosa ricomincia a battere dentro il petto. Il cuore un muscolo strano. come la coda delle lucertole. Lo puoi buttare nel tritacarne, ma quello ricresce, e torna a pulsare, pi forte di prima. - Guarda, quello il tuo autobus. Ti aspetto domani per la roba. Ciao Lei risponde con un timido ciao, sale sullautobus e si dilegua. La verit, specialmente la pi crudele, pu fare miracoli.

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IL VECCHIO ULIVO

I ragazzi saltarono gi dal motorino e procedettero a piedi sullo sterrato che in quel punto diventava pi insidioso, con rocce aguzze che spuntavano dappertutto minacciando di bucare qualche ruota. In mano tenevano i caschi e uno di loro c'aveva infilato dentro un sacchetto di plastica contenente un paio di bottiglie di Moretti da 66. La stradina divenne un sentiero e si apr sulla vallata. Il posto ideale era all'ombra di un vecchio ulivo che s'alzava vigile sul paesaggio, cos i due si sedettero sull'erba secca di quel caldo pomeriggio di luglio e aiutandosi con un portachiavi stapparono le due birre. Per un minuto abbondante non parlarono. Bevvero, guardarono ed ascoltarono. Ci venivano spesso lass, specialmente d'estate, perch dopo le cinque si alzava un buon vento e il mondo preparava il teatrino quotidiano del tramonto, che era sempre un gran bel vedere. Di cose ne avevano da parlare, ma chiss perch tutte le volte che si trovavano da soli sotto quel vecchio ulivo, al cospetto della vallata, le parole venivano meno. Allora uscivano fuori discorsi frammentati, mezze frasi colmate da sguardi e lunghi sorsi di birra. - Stasera chi viene? - I soliti, credo... - Ma siamo a casa tua? - Si, basta non facciate il casino dell'ultima volta... - Non ti preoccupare, ti aiutiamo a rimettere a posto... - Si, dite sempre cos. I pensieri volarono via, e qualcuno rimase appeso alle fronde del vecchio ulivo. Poi la solita ombra si pos sui due, come una nuvola improvvisa che oscura il sole. 147

- quasi un anno ormai... - Si... - Facciamo qualcosa il dodici? - Che hai in mente? - Un ritrovo... cos per ricordarlo insieme... - Non lo so... se ci penso sto malissimo... - Anch'io... Perch la morte inaspettata di un amico non un qualcosa che ci si lascia alle spalle cos facilmente. Non la ferita adulta, che col tempo si rimargina lasciando solo una brutta cicatrice. I ragazzi ci stavano convivendo con quella ferita, cercavano di capirla, accettarla, ma giorno dopo giorno, senza che loro lo sapessero, lei li stava cambiando. - Hai gi finito? - Si... avevo una sete terribile. - Che facciamo adesso? - Aspettiamo il tramonto... A valle un uomo vestito di scuro che non assomigliava per niente a un contadino continu a falciare con veemenza il grano dorato, ma nessuno dei due ragazzi lo not.

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L'ANELLO

- Amore, hai visto per caso il mio anello? - Ce lhai al dito. - Ma no, non la fede. Lanello che avevo al mignolo, quello fine dargento. - Avevi un anello al mignolo? - Ma certo che fai, mi prendi in giro? - Ti giuro che non te lho mai visto ma sei sicuro? - Certo che sono sicuro... Quinto Bertocchi se ne esce di casa alle otto meno un quarto, in leggero ritardo e con un evidente malumore. Si guarda il dito mignolo mentre poggia le mani sul volante e prova a ricordare dove potrebbe essere andato a finire il suo anello. Nonostante il traffico, la radio, il mal tempo e gli appuntamenti di lavoro, non riesce a pensare ad altro. Appena entra in ufficio convoca la sua segretaria. - Teresa, hai per caso visto il mio anello? - La fede nuziale? - No, quella ce lho. Sto parlando del piccolo cerchio dargento che avevo al mignolo, si ricorda? La segretaria prende tempo per far finta di ricordare e poi scuote la testa. - No, sinceramente - Ma come no - la interrompe lingegner Bertocchi, leggermente infastidito. - Aspetti, ora che ci penso, mi sembra di ricordare qualcosa. Per non lho visto - mente lei. - Ecco, lo sapevo! Mia moglie voleva farmi passare per scemo. 149

- Mi scusi? - No, niente - Ha provato a vedere nel bagno? Magari se lo tolto ieri per lavarsi le mani e poi lo ha dimenticato sul lavandino. - Si, ottima idea. Andr subito a vedere. Teresa se ne torna alla sua scrivania, felice di lasciare il capo alle sue beghe. Lui perlustra da cima a fondo ufficio e bagno ma non trova nulla. Si prova a mettere a lavorare, ma non riesce a concentrarsi. Attende arrovellandosi lora di pranzo. - Giorgio, ti ricordi dellanello che avevo al dito? Al tavolino del bar sotto gli uffici siedono Matteo Franceschini, Giorgio Pirani e il nostro Quinto Bertocchi. Insalatina, carpaccio di bresaola, prosciutto e melone e tre bicchieri di vino bianco, leggero perch dopo si torna a lavorare. - Un anello? - Esattamente! Qui al mignolo, avevo un anello dargento, come una piccola fede. - Ma sai, io sono un po distratto con queste cose. Ricordo a malapena quello che ho mangiato a colazione. - E tu, Franceschini? - Cosa? - Mi hai mai visto un anello a questo dito? Lui alza la testa dal carpaccio, ci pensa un po (o come Teresa fa solo finta di pensarci) e poi risponde di no. - Questa storia davvero strana, sapete? come se questo anello me lo fossi inventato. Nessuno lo ricorda, ma sono sicurissimo di averlo avuto al dito, almeno fino a ieri sera. - Beh, se sei sicuro allora ce lo avevi - risponde lingegner Pirani. - La gente distratta, sai com - aggiunge lavvocato Franceschini. - Si, ma neanche mia moglie se lo ricorda - Sabato scorso sono passato dalledicola e ho comprato una rivista di fotografia... - racconta Giorgio, - ...e mia moglie rimasta 150

sorpresa. Si era completamente dimenticata che dai tempi del liceo che sono un fotoamatore. un mondo troppo veloce, nessuno riesce pi a stare dietro a tutto. Non preoccuparti Quinto Ma le parole di conforto dellingegner Pirani non riescono a tranquillizzarlo. Alle tre e mezzo decide di tornarsene a casa, che tanto di lavorare non se ne parla nemmeno. Lingegner Bertocchi un tipo preciso. Non perde mai nulla perch ogni cosa ha un suo posto, sia nel mondo materiale che nella sua testa, per questo motivo la faccenda dellanello lo turba. tentato di mettere a soqquadro la casa, ma invece si limita a cercare senza smuovere gli oggetti. Si sforza di ricordare, unimmagine, unoccasione, un rituale della sua vita super programmata. Niente. Sua moglie torna alle sei e quaranta. Lui ha preparato un risotto che mangiano insieme guardando il telegiornale. Vorrebbe chiederle nuovamente dellanello ma teme unaltra smentita. Siedono in silenzio, si fumano un paio di sigarette, poi lei lascia il tavolo con la scusa di dover finire del lavoro per il giorno dopo. Sparisce nello studio mentre alla TV passano lo sport. Quinto si alza, spegne lapparecchio e si mette il cappotto. - Esco a comprare le sigarette. Ti serve niente? - domanda alla moglie attraverso la porta chiusa dello studio. Lei risponde di no e un secondo pi tardi lui gi fuori. Gira a vuoto per le strade del centro, nel silenzio ristoratore dellabitacolo della sua auto. Si chiede se non stia per impazzire. Succede a volte, come a quel vecchio collega che si era imbottito di pasticche. Quand che era successo? Un mese prima? Lo ricorda bene quel collega; Marzio Frignani, quarantotto anni, due figli. Quella mattina presero il caff insieme, lo ricorda benissimo, e mentre alzava la tazzina cera il suo anello, certo, come poteva dimenticarlo. No, non era pazzo Accosta lauto, slaccia la cintura e incomincia a perquisirla da cima a fondo. Dietro i sedili, sotto i tappetini, dentro gli scomparti laterali. Si aiuta con una torcia elettrica che estrae da dentro al 151

cruscotto. Passano i minuti, fuori piove ma deve tenere gli sportelli aperti se vuole fare un buon lavoro. Quando finalmente si convince che dellanello non vi traccia, ha i pantaloni completamente bagnati. Sprofonda sul sedile, tira un sospiro, si accende una sigaretta e guarda fuori attraverso lo sportello spalancato. Un uomo lo osserva dallaltra parte della strada. - Che c? - gli urla. infastidito, quasi rabbioso, ammazzerebbe una persona solo per darsi un contegno. Luomo ha un ombrello e un soprabito grigio. Fuori troppo buio per distinguere i suoi lineamenti. - Ha bisogno di una mano? - domanda gentilmente. - Ho perso il mio anello - Mi dispiace. Quella risposta lo scuote. Per la prima volta in tutta la giornata qualcuno lo aveva fatto sentire meglio. - Gentile da parte sua. Ma vede, il problema che non sono pi sicuro che ce lo avessi - Non ricorda di avere avuto quellanello? - No, io lo ricordo benissimo. Sono gli altri che non se lo ricordano. Persino mia moglie, si figuri - Cos lei pensa di essere sul punto dimpazzire... - Si La citt deserta, i lampioni si riflettono sullasfalto bagnato, la pioggia continua a battere. - Lei non sta cercando lanello. Lei sta solo cercando di convincersi che non mai esistito, ma per quanto si sforzi non riesce a dimenticarlo. - E se non fosse davvero mai esistito? - Beh, adesso esiste, non le pare? E per quanto lo voglia cancellare dalla sua testa, quellanello esister sempre. Quindi, le do un consiglio; accetti semplicemente il fatto che lo ha perso, e non ci pensi pi. Domani passi in gioielleria e ne compri uno nuovo, uguale a quello che crede di aver perduto. Poi lo mostri a sua 152

moglie e suoi conoscenti e dica loro che lo ha ritrovato. Vedr che non faranno una piega, e penseranno semplicemente di non averlo mai notato. Quinto Bertocchi alza la testa verso luomo con lombrello, immobile sullaltro lato della strada. - Che significa tutto ci? - Che nella vita a volte si rincorre e altre volte si rincorsi, e non possiamo permetterci di rimanere ad aspettare chi rimasto indietro - risponde misteriosamente lo sconosciuto, prima di rimettersi in cammino sulla strada buia. Il giorno dopo lingegner Bertocchi segu il consiglio delluomo con lombrello ed accadde esattamente quello che aveva previsto. Tutti quanti si convinsero di non aver mai notato lanello ma nessuno se ne preoccup. Per Quinto Bertocchi quello fu anche il primo giorno della sua nuova vita. Nei mesi successivi lasci il lavoro, la moglie e la citt, e prese un treno che andava verso nord. Dal finestrino gett via lanello, e si augur che qualcuno lo trovasse, e potesse iniziare a vedere le cose come adesso le vedeva lui. Perch tutto esiste nel momento in cui lo si pensa.

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FIORITURE

Come andranno le cose domani? Chi pu dirlo, ripetono amici e conoscenti, ma linterrogativo rimane scolpito indelebilmente negli occhi dei miei figli, che mi guardano da oltre la tazza del caffellatte regalandomi un altro straordinario esempio di purezza, o forse sono io che vi leggo cose che non esistono affatto. Daltronde quandero un ragazzo non andavo mai col pensiero pi lontano del giorno dopo, o al massimo mi spingevo fino al week-end, ma mai pi avanti, perch il tempo ha tutto un altro significato quando si giovani. Vinceremo anche questa battaglia, ripeto a me stesso, e rispondo sorridendo, scompigliando loro i capelli e dicendo frasi sciocche, prese in prestito dai cartoni animati visti insieme il giorno prima. Andr bene, ma certo! mi consolo, anche se non ci credo veramente. Il pi piccolo si esibisce in una delle sue solite gag, imitando i fratelli pi grandi. Il risultato una risata generale alla quale si unisce anche lui, troppo piccolo, troppo meravigliosamente ingenuo per capire che ci stiamo facendo beffe di lui. Su, muoviamoci, senn facciamo tardi a scuola li avverto, tornando per un attimo serio. Il mediano riversa nella sua tazza altri biscotti e rincomincia a fare la zuppetta. Il pi grande invece ne afferra cinque insieme immergendoli nel latte e infilandoseli senza troppi problemi in bocca. Anchio facevo cos, e mi chiedo come abbiano fatto a prendere la mia stessa abitudine. Non glielho certo insegnata io, ma si vede che esistono cose scritte nel sangue, il colore degli occhi e dei capelli, ad esempio, alcuni lati del carattere, fino alle 154

pi assurde strategie per fare colazione. Mi auguro che abbiano preso da me solo le cose buone, ma forse sarebbe ingiusto. Che sbaglino pure come ho fatto io, perch lunica maniera per vedere certe cose nel profondo, altrimenti sai che palle vivere la vita col pilota automatico Le otto meno cinque; lora di muoversi! Scarpe, giacchetto e cartella, uno sguardo oltre la finestra per vedere che tempo fa e noto con sollievo le prime fioriture, segno inequivocabile della fine di questo maledettissimo inverno. Finalmente! - Babbo, ci vieni a prendere te a scuola oggi? mi chiedono, mentre cerco le chiavi di casa. Se siamo ancora vivi! penso, con il mio solito pessimismo sornione, ma annuisco e li conduco oltre luscio di casa. Prima dinfilare in auto getto un ultimo sguardo agli alberi tappezzati di bianco. primavera. Oggi sono previsti venti gradi e per tutto il week-end la temperatura salir penso. E allora come mai sento ancora cos tanto freddo al cuore?

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LAPO E LUISA

Lapo ha tutto il tempo che vuole, dato che uscito prima da lavoro ed ha spinto il motorino al massimo lungo i viali, infilando le code che di venerd si formano puntualmente gi alle tre del pomeriggio. A cena stasera viene Luisa, con cui ha avuto una storia ai tempi del liceo ma che poi ha perso di vista, perch prima dei ventanni la vita segue un suo corso, disseminato di lucciole e stelle filanti, e quello che per un momento pare non aver tempo, lattimo dopo gi foglie secche nel vento. Ma Luisa gli era rimasta impressa, forse a causa di quelle sue deliziose fossette, o di quella maniacale fissazione per la musica degli anni settanta, oppure per via di quel folle sabato a Genova durante il G8. Insieme, correndo mano nella mano, avevano evitato per un pelo la carica di una camionetta della polizia, tra il fumo di un auto incendiata e le urla delle sirene. Poi sul treno, mentre tornavano a casa, gli era sfiorato per un momento il pensiero che fosse proprio lei quella giusta, quella per la quale si possono buttare via gli anni del divertimento, delle cazzate con gli amici, per mettersi a fare i ragazzi seri e scoprire una volte per tutte questa strana cosa che la gente chiama amore. A distanza di dieci anni da quellassurda giornata, Lapo rivide Luisa al caff della libreria Feltrinelli. Sfogliava distrattamente un portfolio di Atget con un cappuccino davanti, sempre bella come un tempo ma con un tocco in pi di regalit, perch verso i trenta le donne diventano donne per davvero. Non ci era voluto molto per riaccendere la scintilla; un saluto, due chiacchiere, un sorriso, ed era come se dieci anni fossero passati in un baleno. 156

- Dai, perch non vieni a cena da me uno di questi giorni? - Volentieri, la prossima settimana magari. Che ne dici di venerd? - Perfetto! Lapo parcheggia il motorino in una fessura ricavata tra un Kawasaki e un grosso scooter. Si toglie gli occhiali da sole, il casco, ed entra nel portone di casa, un antico palazzo del centro, poi sale le scale tre alla volta ed infila dentro il suo dignitoso monolocale di appena 35 metri quadrati. Gli costa un occhio della testa ma lui ne va molto fiero. Incastra lI-pod nellimpianto hi-fi e il lounge di Nicola Conte risuona con cristallina purezza dagli altoparlanti, prelibato antipasto di una serata allinsegna delleasy-jazz e del buon mangiare. un piacere starsene in cucina con la musica giusta, gli vien da pensare, e per fare un po di scena indossa il grembiule che gli ha regalato sua madre, di quelli professionali con il nome ricamato sul petto. Sorride, abbassa gli occhi, poi cerca uno specchio per fare qualche verso buffo. Le diciassette e ventitr, segna il display del forno elettrico; c tutto il tempo che si vuole... Lapo apre il frigo, ispeziona gli scaffali, sposta un cesto di lattuga, una cartoncino di uova, e intanto la sua testa incomincia a lavorare con rimarchevole rapidit. cos che sinventa i piatti, guardando dentro al frigo ed elaborando gli ingredienti dentro un programma tutto suo. Melanzane, pomodorini cigliegini, cipolletta e mezza vaschetta di formaggio alle erbe potrebbe andare per un antipasto. Poi ancora melanzane, zucchine, scongeliamo due filetti di pesce e doriamo tutto nellolio doliva La pastella si fa facile, con un po di farina, acqua e un uovo. Di primo gli faccio la carrettiera, che non mi batte nessuno Lapo si convince di avere davvero troppo tempo per un men cos semplice, perci decide di partire con calma, al passo di un pezzo lounge. Stappa un peroncino e si mette alla finestra a vedere la gente che passa, ma pi un pretesto per pensare a Luisa. Chiss se stasera si sentir come si era sentito su quel treno dieci anni 157

prima, si chiede. La birra fresca, la primavera nellaria, il men pronto. A questo punto manca soltanto lei

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RADIO BLUES

La radio sta andando con un mood lento, da estate, perch fuori non tira un alito di vento ed pieno di dannati moscerini. rimasta solo lei a raccontarmi le storie, vecchia scatola nera con lantenna rotta, riesci ancora a prendere quella stazione blues, e chiss perch continua a trasmettere. Ma quanti ubriaconi come me vivono in questa maledetta citt, ad ascoltare vecchi pezzi di Tom Waits e dei primi Deep Purple? Quanti? Lei se n andata. gi passata una settimana e non accenna a piovere. La pioggia fa cambiare gli odori, sapete? Non sopporto pi di sentire il suo profumo dappertutto, in camera, in salotto, in auto, persino nello scantinato, tra gli scatoloni ammuffiti e la catasta di legna per il camino. Ve lo dico subito, cos evito di prendervi per il culo; la colpa solo mia. Quando sei l con una birra di troppo nello stomaco e una perfetta sconosciuta che ti apre le gambe, se sei un vero uomo non ci capisci pi niente. Non sai pi distinguere il giusto dallo sbagliato. La vista ti sannebbia, il male diventa bene, il bene diventa roba per poppanti, e il passato, i ricordi, i sacrifici e le meraviglie della vita di coppia, tutto questo diventa unaccozzaglia di colori sfumati, unimmagine poco chiara, come uno di quegli assurdi quadri moderni che piacciono cos tanto ai ricchi. No, non sto cercando scusanti. Sto solo temporeggiando per vedere se finalmente questo tempo si decide a cambiare. Sento dei brontolii nella distanza, forse la tempesta vicina, forse lodore cambier forse. Lee Hooker farfuglia di una donna che lo fregher, e come lo capisco, in questo istante ti sono proprio vicino Johnny, vai... 159

continua a strimpellare quelle corde e cantamela, cantagliela a quelle nuvole ancora troppo lontane, oltre le colline, le colline che abbiamo percorso in lungo e in largo, io e lei sul vecchio chopper. Cristo, perch te ne sei andata! Potevamo parlarne, potevamo passare anche questa, come ne abbiamo passate tante Il problema che ne abbiamo parlato anche troppo, e quando non c pi da parlare non ti rimane altro che bere. Bere, scrivere e ascoltare vecchi pezzi blues. Ci siamo conosciuti a un rave per motociclisti nel lontano 87. Ventidue anni insieme, ve ne rendete conto? Lei caveva due trecce platinate, sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, io invece a quel tempo ero ancora in forma, maglietta dei Motorhead e coda di cavallo, nera come il velluto. Oggi non posso dire altrettanto; il ventre ha risentito dei fiumi di birra passati e il crine si schiarito per let e ingiallito per le cicche. Per mi ritengo ancora un bel figliolo, altrimenti la rossa di laltra sera non si sarebbe avventata cos famelicamente sui miei calzoni. Maledetta rossa! Era davvero bellissima la mia piccola. Le offrii la boccia di Jack e ce landammo a bere defilati, mentre il povero Ben Scott, pace allanima sua, urlava dalle casse dellapparecchio stereo. Al rave ci saranno state pi di cento persone, ma era come se fossimo soli. Lei cera venuta col suo ragazzo, ma quando mi vide lo moll su due piedi. Ce ne tornammo a casa sulla mia prima Harley, forse il mio unico amore. Cavolo, questi ricordi fanno troppo male, ma sono esattamente le scuse che cerco per versarmi un altro bicchiere. Tanto la radio continua il suo blues ed io per oggi non ho niente da fare. Anzi, per la verit la casa senza di lei diventata un tugurio; avrei da fare la lavatrice, rimettere a posto la camera, lavare i piatti di tre giorni, ma non riesco proprio a muovermi da questo dannato divano, lo stesso su cui abbiamo fatto lamore cento, forse mille volte. JD quasi alla fine e incomincio a vedere storto, come quella sera 160

balorda insieme alla rossa. Cacchio, ci mancava solo quel Bowie con la vocina stridula che mi racconta dei ragni marziani. Ma aspetta, forse aiuta Le nuvole sono pi vicine adesso. ma si, la radio, come la danza della pioggia, quella degli indiani d'America, la stessa cosa forse se alzo il volume Goccioloni grandi come sassi battono il tempo insieme al vecchio Bob Dylan. Ci voleva proprio lui per far piovere. Ecco, lodore gi cambiato, finalmente. Mi finisco il Jack e poi vado fuori a farmi lavare via la tristezza. Mi tornato il buonumore, e se mi prende bene stasera scendo al bar per vedere se ribecco la rossa Perch il lato positivo di ogni brutta storia che la storia pu sempre cambiare.

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CICCHE

Stretti in una morsa di apatia, i due rimasero a bordo piscina a fumare ed a inventarsi la giornata. Nonostante il caldo e l'acqua brillantissima che prometteva refrigerio, restarono immobili sotto l'ombrellone, perch anche l'idea di un tuffo sembrava un qualcosa di troppo faticoso. Riuscivano a tollerare soltanto quel meccanico movimento delle braccia, per afferrare il pacchetto sul tavolo, estrarre lentamente una sigaretta dal filtro arancione ed accenderla con profonde boccate. Parlarono di progetti, di intenti, di recenti trascorsi, enfatizzando il tutto con espressioni estive, tipo caramellarsi al sole oppure rovinarsi di tequila bum. La conversazione s'interrompeva di colpo ogni volta che una ragazza in bikini passava davanti al loro ombrellone. Dopo averla scrutata da capo a piedi, se ne venivano fuori con alcuni commenti poco garbati sulla cellulite o su altri piccoli difetti, vantandosi reciprocamente dei propri gusti raffinati. Ogni tanto, con enorme sforzo, uno dei due si alzava per andare al bar a prendere una birretta o un campari soda corretto a gin. La bevuta accompagnava sistematicamente una nuova cicca. Fu un ragazzino di dieci anni di nome Francesco, che a scuola tutti chiamavano Il Bomba per la sua massiccia corporatura dovuta a una poco salutare dieta di patatine e gelati confezionati, a movimentare la giornata dei due accaniti fumatori. Gettandosi dal trampolino con l'intento di esibirsi in una capriola, si schiant di schiena sulla superficie dell'acqua provocando un'onda anomala che ricadde sui due. Le sigarette si spensero, il portacenere si colm d'acqua e dal bancone del bar si alzarono alcune risate femminili. Ai due non 162

rimase altro da fare che raccattare i loro asciugamani bagnati e defilarsi verso le docce.

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BIRRA O CASETTA IN CANAD

Ecco, vai l e scrivi mi dice mia moglie, come se potesse servire a qualcosa, che io manco ci riesco a mettere una parola dietro laltra senza fare errori. Per convinta che mi faccia bene, che in questa maniera possa schiarirmi un po le idee. Forse non riuscirai a risolvere i tuoi problemi, ma quando avrai scritto tutto quello che senti almeno scoprirai che cos che non va! Ma io lo so cosa non va Non sono io che non funziono, la maledetta strada Sono nato trentacinque anni fa nellignoranza, tra le urla di mia madre che dal pianerottolo inveiva contro mio padre, buono a nulla ma non poco di buono. Mio padre era un tipo docile, che per faceva sempre i cazzi suoi, di conseguenza la famiglia veniva al tredicesimo o quattordicesimo posto nella sua personale lista delle priorit. Mia sorella era pi grande di me di sette anni. Si lev dai coglioni al tempo giusto e adesso inveisce dal pianerottolo contro Enzo, suo marito, perch la vita tinfinocchia in questo modo, col gioco della ruota. Tutto torna come prima, se non dai un bello strattone La scuola stata traumatica. La scuola andrebbe vietata ai minori di ventun anni. qualcosa di devastante, dalla sveglia la mattina che ti rapisce dal tepore delle coperte e dai sogni bagnati di fanciullo, allentrata in classe con le gelide sferzate dei soliti bulli, e poi le occhiate alle ragazze che bisbigliano alle tue spalle e timmagini chiss quali nefandezze stiano pensando sul tuo conto, fino alla traumatica interrogazione alla cattedra, durante la quale il professore gode del piacere di esserti sopra, in posizione erotica, un caprone col membro duro e rosso che sta per infilzare il tenero culetto dello studente. La scuola ti fa perdere la verginit, non 164

quella sessuale ma quella dellanima. Insomma, la scuola non si pu dire che mi sia piaciuta, e per questo abbandonai i sogni di medico alla terza liceo. Nessun rimpianto. Se vedo i medici che ci sono a giro, schiavetti delle multinazionali farmaceutiche, non posso che ritenermi fortunato. Per laltra opzione era il ristorante dei miei, e ci voleva dire turni sfiancanti e domeniche col grembiule, e non insieme agli amici in campagna o magari al mare. Mi accorsi ben presto di aver scelto la strada meno agevole, ma che ci volete fare... Non che non mi avessero avvertito, ma a quellet non capisci una sega e pensi che sia tutta discesa. Beh, finch hai la forza dei ventanni tutto in effetti sembra filare liscio, anche quando dormi un paio dore a notte e ti sballi fino allalba. Lo sballo, appunto, uno dei miei problemi. Inutile che ci giri intorno, se proprio devo scrivere di me sar meglio affrontare subito largomento alcol. Il problema che sono assolutamente convinto che lalcol faccia bene. Non sto scherzando. A me mette benissimo, e adesso penserete male Ma no, non nel senso dello sballo in s. Conosco un fottio di gente che con due birre in corpo mettono a soqquadro la casa, picchiano gli amici, urlano alla compagna Io invece pi bevo e pi sto tranquillo. Un bonomo Un bonomo brillo Per si arriva a trentanni con la pancetta e i fumi del dopo sbornia che ti rimescolano le carte della vita, ti svegli dopo lennesima notte brava e ti chiedi quanto ti rimanga da vivere, quanto ancora tu possa andare avanti cos. Son domande del cazzo, che fanno troppo male, e allora ti accendi un cicchino e non ci pensi pi. Vai a lavoro, il solito ristorante, e in Italia ti devi ritenere fortunato se lavori dieci ore il giorno met delle quali a nero, sei giorni su sette caff, convenevoli con i colleghi, solito tram-tram fino a pranzo e poi sincomincia col primo mezzino. Da l in poi tutto diventa sfumato, semplice, tranquillo, e fatevelo dire in tutta sincerit sbagliato! Ma forse non neanche questo il vero problema perch, come vi 165

dicevo allinizio, ci che non funziona nella mia vita quello che si trova fuori da quella porta, sui luridi marciapiedi della citt. La strada Lho sempre odiata, anche se ci sono praticamente cresciuto in mezzo. La strada ti vuole duro, cazzuto, impassibile alle emozioni degli altri, dritto sulla schiena, lo sguardo puntato avanti, il pugno chiuso e pronto a scattare. La strada il ceppo dellanima. Ti tiene ancorato a terra, si insinua nelle tue vene, provocandoti prima dolore e poi dipendenza. Quandero giovane amavo le gite al mare con gli amici, oppure a volte andavamo a fare trekking, che io duravo poco per via delle sigarette ma comunque mi divertivo da matti. Ricordo che adoravo quei posti desolati, quelle distese sconfinate, la natura, il cielo, i profumi. Sognavo una casa in campagna dove dare le feste, ritrovarsi, ridere e bere con gli amici. Col tempo abbiamo smesso di fare queste gite, ognuno preso dai suoi interessi e dal lavoro. Oggi non riuscirei a star lontano dalla citt per pi di un fine settimana. come se ne avessi bisogno, se sentissi il richiamo della strada, della dose giornaliera di cemento e ferro, di benzene e grigiore, di caos e disperazione. Perch sono questi gli odori che si percepiscono nelle strade della citt, eppure ne siamo attratti, ne sentiamo il bisogno. Sapete quale il nome per quella cosa che ti fa stare male ma non ne puoi fare a meno, no? Ok, cara mogliettina, ho scoperto qual la mia droga. Che facciamo adesso? Traslochiamo e tentiamo di recuperare questa maledetta carcassa duomo? Cinzia la conobbi per vie traverse. Era lex ragazza di un vecchio compagno di scuola che beccai per caso in un locale del centro. Lei era l con lui ma gi non stavano pi insieme. Ci sedemmo a parlare, in principio temevo che fosse scorretto darle toppe attenzioni, ma mi piacque fin dal primo sguardo. Lamico cap la situazione e ci lasci da soli. Il resto son storie di intese, passioni, interessi in comune, progetti, traguardi e futili contratti matrimoniali. Cinzia la cosa pi bella che mi sia capitata, e forse 166

se me lo chiedesse potrei anche pensarci di mollare tutto per la fantomatica casetta in canad, ma so che non lo farebbe mai perch lei mi conosce bene e sa che meglio evitare di trovarsi in debito nei miei confronti. Si, anche per questo sono un bastardo. un talento malignamente sublime quello di far sentire in colpa chi ti ama, ed io questarte la pratico ad occhi chiusi, in scioltezza, completamente ignaro dei suoi effetti collaterali. Cazzo, come vero quello che ho appena scritto. Ci starebbe bene una birra adesso, tanto per non pensarci, tanto per non rileggermi. Perch tutto si decide al bivio, anche quello apparentemente pi innocuo Birra o casetta in canad? E se le proponessi di andarcene con la bottiglia in mano, che ne pensate?

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IL MARINAIO

Nel cuore della tormenta, mentre la tua vita appesa a un filo, puoi riuscire a vedere una luce. Magari solo un riflesso, o forse addirittura un abbaglio, un inganno degli occhi, ma la sua apparizione ti porter a dover scegliere se credervi oppure no. La differenza tra il credere alla luce e lignorarla pari allo scegliere tra il vivere e il morire, perch anche quando sei in balia delle forze della natura, la tua vita dipende sempre dalle tue scelte. Il capitano Kruchek era un tipo prudente, conosceva i venti e le stelle, fiutava le tempeste e aveva un sesto senso particolare per evitare le correnti pericolose e gli scogli affilati. Credeva che nessuna onda anomala, nessun ciclone, nessun iceberg avrebbe mai potuto affondare la barca di un bravo marinaio, e in tutto il paese si diceva che non esistesse un uomo di mare abile quanto lui. La sua barca si chiamava Betulla, una galea leggera dalle bianche vele che solcava veloce i grandi mari. La sua ciurma era sempre la stessa da molti anni e per lui era come una famiglia. Di rado scendeva a terra, perch lo sciabordio delle onde e il movimento continuo dello scafo gli davano conforto. Kruchek era un capitano premuroso e si prendeva cura dei suoi compagni di viaggio. I marinai della Betulla erano ben ricompensati per il loro lavoro e venivano trattati sempre con grande dignit dal loro superiore. In questo modo Kruchek sapeva di poter contare ciecamente su ognuno di loro. Altro vanto del nobile marinaio era il modo in cui si prendeva cura della sua galea. Si occupava personalmente delle riparazioni, e prima di prendere il largo si assicurava pi volte delle condizioni delle vele, degli alberi, del sartiame, e non cera mai nulla che 168

poteva sfuggirgli. La Betulla aveva attraversato i mari pi impervi, le tempeste pi devastanti, e niente laveva mai fermata. Poi arriv la fatidica tormenta di quel nove di novembre. Il suo fiuto laveva avvertito che i venti erano cambiati, ma mai avrebbe immaginato che la furia dei sette cieli e dello spietato dio degli abissi si sarebbe abbattuta con tale violenza su di lui. Mentre la pioggia gli grondava sul volto e il tuono squassava la notte, Kruchek non vide la grande onda che si andava formando nelloscurit davanti alla prua. Quando la scorse, prov a cavalcarla, come aveva fatto mille altre volte, ma neanche la forza e leggiadria della sua Betulla furono in grado di competere contro quella massa dacqua. Kruchek si ritrov ad annaspare nel mare gelido, a gridare e a piangere per i suoi compagni che, uno ad uno, venivano sopraffatti dalle onde. Prov ad urlare la sua disperazione al cielo e agli dei, ai quali non aveva mai creduto, ma nessuno rispose, e gi sentiva le sue energie abbandonarlo. Allora una forza ancora pi distruttiva di quella tormenta gherm il suo cuore, una sensazione che non aveva mai provato prima e che gli tolse il respiro. Era la paura. La paura di aver sbagliato qualcosa, di aver sacrificato la vita dei suoi compagni per colpa di un banale errore. Se avesse puntato verso est invece di seguire la rotta incontro alla tempesta forse a questora sarebbero stati tutti salvi. Se avesse virato prima dellimpatto con londa o anche solo se fosse riuscito a vederla qualche secondo prima La paura lo stava soffocando e lavrebbe ucciso prima della furia del mare. Fu in quel momento che scorse una luce, uno squarcio nelloscurit, forse locchio della luna che per un attimo ammicc verso di lui. Inconsapevolmente seppe che cosa voleva dire quella luce. Doveva scegliere, anche solo per quegli ultimi minuti che gli rimanevano da vivere, lui doveva scegliere se avere paura oppure no. Allora una voce dentro di lui sembr sussurragli alcune parole: 169

tutto andr bene. Il capitano Kruchek accolse il gelido abbraccio del mare, mentre un senso di pace si adagiava sul suo cuore. Aveva scelto di non avere paura. Tutto andr bene continu a sussurrare, mentre le onde si alzavano sopra di lui. Tutto andr bene

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NOTTE UMIDA OTTOBRINA

Notte umida ottobrina. Mi riparo sotto le tettoie e allora il mio passo si fa incerto. Strofino il muro con la giacca ma non ci bado, mentre penso alla direzione preoccupandomi solo dei tratti scoperti che mi aspettano, e volo incurante sui marciapiedi. Scappo da una casa per raggiungerne unaltra. Sento ancora sulle labbra il sapore di quelle amare parole dette a lei senza pensare, frasi costruite con lintento di tagliare corta la discussione. Volevo finirla presto, perch sapevo bene che cose pi importanti mi aspettavano nella casa che adesso mi apprestavo a raggiungere. La casa delle mille opportunit, del mago che poteva mostrarmi nuovi mondi, di dame bellissime che alzavano le gonne, di amici intensi a poco prezzo, solo per una notte... Era la casa sulla collina, quella che vedi mentre percorri una stradina di campagna e la desideri con tutto te stesso, la fine di tutti i tuoi problemi di semplice uomo. C un fuoco che vi arde nella sala grande e tanti sono gli invitati. Quando la raggiungo la festa attraversa il suo momento pi intenso, ed io mi sento catapultato allinterno di una scena familiare, come se fossi esistito solo per quel particolare istante. Le musiche si fondono con i colori e tutto diventa un turbinio di sensazioni trascinanti, che mincatenano a una notte blasfema, ingiusta ricompensa per la mia fuga improvvisa. Una giostra prende la danza attorno a me, uomini e donne completamente estirpati dalla ragione portano avanti una movimento senza senso che mi avvolge e coinvolge, mi trasporta dentro il mondo della perdizione massima, e mi vedo a vendere 171

pezzi della mia vita nobile per qualche straccio di follia. Nasce dentro il desiderio di raggiungere lapice, disossarmi per vedermi in una nuova forma di verme, credendo perdutamente nella nobilt del mio strisciare. La festa non ha pi controllo, ha solo una direzione che laccompagna alla dispersione. Allalba tutto ormai tace, ma lapice stato raggiunto, la notte crollata lasciando tatuaggi dappertutto, indelebili marchi che ci ricordano i nostri sbagli. Apro gli occhi a un giorno nuovo e sento divampare il fuoco in ogni angolo del mio corpo. Prova allora a rotolarmi nella rugiada mattutina per placare il rimorso, e lentamente mi trascino attraverso lerba alta per raggiungere quellalbero che avevo visto tempo fa... Adesso sono a piangere sotto le sue fronde, e mi consola sentire il cielo che piange con me. Vieni inverno, vieni a trovarmi...

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CUCCIOLO

Al piccolo Giacomo piaceva la sua scimmietta di peluche, quella con le calamite sui palmi e gli occhi leggermente storti. Glielavevano regalata a maggio durante la gita al parco degli animali, unoccasione speciale per festeggiare il suo quarto compleanno, trascorso meravigliosamente insieme ai suoi genitori, che purtroppo vedeva solo nel weekend, o a sera tardi prima di andare a letto. Loro erano molto indaffarati; lavoro, appuntamenti, amici, palestra, tutti i giorni cera qualcosa, e anche il sabato poteva vederli solo di sfuggita, perch cera la spesa da fare e poi tutte quelle cose che non avevano il tempo di sbrigare durante la settimana. Insieme a Giacomo ci stava la tata, Carmela, una donna un po strana con la pelle scura ma sempre gentile. La domenica invece cera la partita; pap se ne stava in salotto davanti alla TV, a volte cerano anche degli amici, mentre la mamma si metteva a leggere, oppure andava a fare shopping quando i negozi restavano aperti. Lui il pomeriggio rimaneva nella sua cameretta a giocare a duplo oppure con i treni, e ogni tanto si affacciava in soggiorno per chiedere un bicchiere di latte o un biscotto, con la scimmietta sempre avvolticciolata al braccio. Non la lasciava mai. Proprio perch poteva vederli solo di rado, le giornate insieme ai suoi erano sempre delle occasioni di festa. In estate succedeva anche due volte al mese, perch la domenica non non cera il campionato e le giornate erano belle e fuori si stava dincanto. Allora lo portavano ai giardini oppure al mare, e poi al ristorante dove poteva ordinare un piatto di patatine fritte tutto per s, e al ritorno si addormentava in macchina ed era bellissimo lasciarsi cullare dalle vibrazioni dellauto. Quelli erano i momenti in cui 173

sentiva tanto caldo al cuore, una sensazione meravigliosa che lo lasciava tramortito. Era lamore che provava per suo padre e sua madre. Li osservava seduto nelloscurit della monovolume, con le luci dellautostrada che rimbalzavano sui finestrini. Si perdeva nel profilo aguzzo di lui, concentrato alla guida, gli occhiali con la montatura fine, il ciuffo appena striato di grigio che gli ricadeva sulla tempia destra. E poi accanto cera lei, bellissima con la sua chioma dorata dalla quale spuntava un orecchio perfetto, soffice come un marshmallow. Oh, come amava i suoi genitori. Avrebbe voluto stare sempre insieme a loro, sera e mattina. Ma cera lasilo e poi tra poco sarebbe iniziata la scuola. Il padre aveva appena ricevuto una promozione e quindi il lavoro sarebbe aumentato, e la madre aveva intenzione di scrivere un libro e quindi avrebbe avuto ancora meno tempo da dedicare a lui. Di sicuro per ci sarebbero state altre giornate come quella al parco degli animali, per il suo compleanno e poi per le feste di natale, oppure in agosto quando tutti andavano in ferie. Il pensiero di quelle prossime avventure lo cull insieme alla musica di sottofondo dellautoradio. Il piccolo Giacomo, col calore confortante allaltezza del petto, si lasci andare al sonno di un amore limpido ed incondizionato. Ore dopo, davanti ai volti stravolti dei suoi genitori, il medico disse che il suo cuoricino aveva semplicemente cessato di battere.

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IL FARO

Quel sabato pomeriggio presi la macchina e andai al faro. Non sapevo che mi ero diretto laggi fino a quando non lo vidi spuntare da dietro la collina. Gli eventi pi recenti avevano innescato il pilota automatico, un sistema difensivo notevole se si pensa a quanta gente distratta circola per le strade oggigiorno. Ma col pilota automatico inserito puoi fare chilometri ad andatura lenta, con la radio in sottofondo che ti sputa addosso i vecchi pezzi di Sanremo, e star sicuro che non ti succeder niente. Parcheggiai, spensi il motore e rimasi fermo dentro l'abitacolo ad osservare il faro. Era la volta dei Matia Bazar, cos lasciai finire la canzone per prendere tempo. Non avevo la minima idea di quello che avrei fatto. Era finita? Non era finita? Chi poteva dirlo... Claudia mi aveva detto che non mi voleva pi vedere, ma chiss che cosa voleva dire in realt. Le donne parlano con la pancia, un linguaggio adatto a chi ascolta con il cuore, ed io per troppo tempo ho ascoltato solo con le mie orecchie. pi facile imparare che disimparare, cantava Paul Simon... Al faro ci andammo la scorsa primavera. Fu bello perch c'era un vento terribile e sulla spiaggia eravamo solo noi e due ragazzi che cercavano inutilmente di far volare un'aquilone, ma con quel maestrale non c'era proprio verso. Lei si stringeva nel giacchetto di pelle mentre io mi facevo spettinare la chioma e annusavo il sale. Parlammo poco, ascoltammo il vento, poi andammo a prendere un caff al bar del paese. C' un albergo nei dintorni? domandai al barista. Lui m'indic la strada per la statale e disse che ad appena dieci minuti c'era l'Hotel Faro, ovviamente. Passammo la notte 175

laggi, e il vento si trasform in tempesta, e la tempesta ci fece amare pi del solito. I Matia Bazar lasciarono il posto a Ron. Mi decisi a spegnere la radio e fare due passi. Anche quel giorno c'era poca gente sulla spiaggia, bench si stesse bene al sole, ma era ormai novembre e la bella stagione era solo un ricordo. C'era anche il vento, ma era diverso, non come quello di qualche mese prima. Era un vento pi freddo, pi cattivo, il promemoria dell'inverno alle porte. Mi accesi una sigaretta. Era la prima in un mese. Non che avessi smesso di fumare, che io fumo cos, quando mi va. A volte mi finisco un pacchetto in una sera e poi faccio passare una settimana prima di riaccenderne una. Non ho mai sofferto la dipendenza da nicotina. Non mi piace essere dipendente da qualcosa o da qualcuno. Forse era proprio per questo motivo che Claudia non voleva pi vedermi. Mi avvicinai al faro fino a una staccionata di legno che ne delimitava la propriet. Mi ci appoggiai e finii la sigaretta. All'orizzonte un peschereccio seguiva lentamente una barca a vela. I gabbiani volteggiavano nel cielo in disegni random. Perch sentiamo il bisogno di dare un significato ai luoghi? Forse perch li infestiamo con i nostri spettri... Il fantasma del mio amore per Claudia fluttuava dietro una feritoia del faro. Non mi girai a guardarlo, ma sapevo che era l. Il cellulare vibr nella tasca dei miei jeans avvertendomi di un sms. Ti odio! c'era scritto. Fu allora che capii. Poi le lacrime iniziarono a rigarmi le guance ed il vento, per quanto soffiasse, non riusc ad asciugarmele.

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UN PANINO IN COMPAGNIA

Erano passati cinque anni dall'ultimo incontro con Marchino. C'avevo passato l'infanzia insieme, i pomeriggi alla sala giochi e le serate sulle panchine, specialmente d'estate. Nel quartiere rimanevamo solo noi due perch i nostri genitori potevano appena permettersi una settimana al mare di ferragosto, una vera tortura. Siamo praticamente cresciuti insieme e fino a venticinque anni non facevamo passare pi di una decina di giorni senza vedersi, a parte l'anno del militare. Io feci l'obbiettore mentre lui lo spedirono in Sardegna, ma si trov bene e torn rinvigorito ed abbronzato. Dopo un po' le nostre relazioni sentimentali incominciarono a diventare pi serie, pi complicate. E poi c'erano il lavoro, gli impegni, gli altri amici e casini vari. Continuavamo a sentirci, ma sempre pi spesso ci sforzavamo di vederci solamente per non perderci di vista. Erano due mesi che non lo sentivo quando mi chiam per invitarmi al suo matrimonio. Rimasi di sasso, ma ci andai e mi fece un piacere immenso fargli da testimone. Dopo quel giorno praticamente smettemmo di chiamarci. Telefonai io l'anno dopo per sentire come stava e lui mi disse che aspettava un bimbo. Provai una punta di gelosia, ma dur appena un attimo. Andai a vedere il pargoletto all'ospedale e quella fu l'ultima volta che vidi Marco. In seguito ci scambiammo un paio di e-mail di poche righe piene di come stai? e tutto bene. Era un pomeriggio di maggio e faceva gi caldo, ma il panino con la porchetta un vero e proprio must del gioved, giorno in cui faccio il giro degli uffici ad aggiornare i software della compagnia per cui lavoro. Mentre ordinavo mi sentii battere sulla spalla da 177

dietro: - Ordinane due, vai! - Mi girai e me lo ritrovai davanti, uguale come se ci fossimo visti la sera prima, eppure diverso, specialmente nello sguardo. C'erano anche dei capelli grigi sulle tempie, e qualche ruga appena accennata ai lati della bocca. Per il resto era sempre lo stesso Marchino. - Ci facciamo anche un gotto di vino? - proposi, dopo averlo abbracciato con trasporto. Parlammo velocemente, eccitati ed entusiasti, per un momento al di fuori delle nostre routine. Io dovevo tornare a lavoro e lui era solo di passaggio, non avrebbe dovuto nemmeno fermarsi ma mi aveva riconosciuto mentre era fermo al semaforo. Aveva parcheggiato in doppia fila ed era saltato fuori dalla macchina per raggiungermi. Per dieci minuti fummo totalmente assorbiti l'uno dall'altro, una rinfrescante immersione nel passato. Parlammo dei vecchi tempi, degli amici perduti, di quanto era buona la porchetta di Gino, incapaci di spendere una sola parola sul presente o sul futuro. Il panino era quasi alla fine quando io incominciai a guardare preoccupato l'ora sullo schermo del cellulare, mentre lui continuava a voltarsi freneticamente verso l'auto in doppia fila con le quattro frecce lampeggianti. Finimmo il vino con un lungo sorso e ci scapp pure lo schiocco di lingua, un vecchio tormentone della nostra infanzia. - Dai, ci si sente. Tanto il numero l'ho memorizzato sulla rubrica! - Ci mancherebbe. Si fa una cena insieme... Sono passati due anni da quell'incontro e ancora nessuno si deciso a chiamare. A volte me ne chiedo il motivo e me ne esco fuori con delle scuse banali, tipo che non bisogna forzare il destino o baggianate simili. Ma forse ho solo paura di chiamarla per nome; pigrizia.

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IL PROFUMO DELLA MAGNOLIA

Il profumo della magnolia tutto ci che ricordo di quell'estate, tutto quello che mi sono permessa di ricordare. Conosco il suo significato, il vento caldo pieno delle sue bugie, le notti sopra le lenzuola a sorseggiare un bicchiere di prosecco con la mente confusa, inebriata. Un calore all'altezza dello stomaco, e poi pi gi, nel pensiero di lui. Arriver stanotte? Quante volte me lo sono chiesta... Mi ero promessa di non ricascarci. Gli uomini sposati sono i pi pericolosi. Non ti amano per scordarsi delle loro mogli, ma per ricordarsi di come erano quando le incontrarono la prima volta. A volte li senti sussurrare i loro nomi mentre sono su di te, e l'affondo di un coltello farebbe meno male. Puoi giocare con l'inganno, compiacerti nel sentirti abusata, provare sensazioni nuove, spesso malsane, come lo stucchevole odore della magnolia in fiore. Ma questa non una storia di lacrime e rimorsi, la storia di un profumo che rievoca il dolore e l'amore, che s'insinua sotto le nostre pelli sudate e appiccicate, mentre le mani cercano disperatamente qualcosa: un'altra mano, un fianco, un gluteo. Il profumo pi intenso, adesso che che il movimento quello giusto. Lo sento arrivare dalla finestra. No, lui non venuto pi a bussare a questa porta, ma puntualmente ogni primavera la magnolia del giardino sotto casa fiorisce, e il ricordo torna a consolarmi nelle mie notti solitarie. Chiudo gli occhi. So che adesso sei tra le braccia della tua donna, ma io e te condividiamo questo profumo. E se i miei occhi rimangono chiusi e le mie mani tornano a cercare ci che tu cercavi cos avidamente, come se tu fossi qui. 179

IMPRONTE

Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un bambino goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate in salotto, con le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul divano, in cucina con le mie salsine piccanti in frigorifero e la mini collezione di bottiglie di birra artigianali, ovviamente vuote, messe in bella vista sulla mensola pi alta. In bagno c' ancora la schiuma da barba e le lamette usa e getta, oltre alla mia inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da letto, sotto il cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il libro di Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell'armadio due pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di camice. Tracce di una vita di coppia, che non toglier. Forse ci penser lei, appena si sar convinta che la nostra storia finita. Ma l'impronta pi indelebile gliel'ho lasciata sul cuore. Succede sempre cos. Vorrei sentirmi un po' in colpa, ma non ci riesco. Esco di casa, accendo il cellulare; tre messaggi e quattro chiamate mancate nella notte. Domani saranno di meno, penso, mentre mi m'infilo il casco e mi faccio risucchiare dal traffico cittadino. Io, da solo come tutti gli altri.

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LA MIA PERPLESSIT SULLE PARABOLE DI ENRICO

Trovai Enrico a fumare sigarette su una panchina del parco, con il culo poggiato sullo schienale di ferro e le sue lunghe fette calzate da espradillas puntellate su dove siedono di solito gli umani. Col sole in faccia e gli occhi fessurati, sbirciava i giardinieri impegnati in seri lavori di fioricultura. Nellaria il rumore della motosega era cos imperante da farti desiderare di trovarti in mezzo al traffico, piuttosto che nellunico ritaglio di verde della citt. Presi posto accanto a lui senza dire niente; accesi la mia cicca e attesi, perch sapevo che doveva parlarmi e ci sarebbero voluti alcuni minuti per rompere il ghiaccio. Con Enrico era sempre cos - Allora? - Allora son cazzi rispose lui, lo sguardo sempre fisso sugli operai con i rastrelli in mano. - Davvero? Non cera bisogno di aggiungere molto. La storia la conoscevo gi, ed era una storia come tante altre, fatta di parole vuote e promesse di polistirolo. Gioia ed Enrico si erano conosciuti alluniversit, lei si era laureata e lui invece aveva mollato al secondo anno, ma la relazione era andata avanti perch, a quanto dicevano tutti, era una di quelle serie. Cerano stati dei contraccolpi, come succede un po a tutte le coppie, ma dopo otto anni nessuno avrebbe pensato che la cosa potesse finire cos, da un giorno a un altro, e a meno di due mesi dal matrimonio. Era stata lei a far saltare tutto, almeno questo affermava lui, mentre le amiche di Gioia dicevano che la colpa era di Enrico, perch non le dava lattenzione che si meritava. A me non interessavano le ragioni della loro separazione, e tanto meno mi premeva dare la colpa a qualcuno. A me importava sapere come 181

stava il mio amico, che tre giorni prima avevo raccattato fuori dal bar con mezza bottiglia di J&B nello stomaco e un occhio nero, regalo di Mario detto Massiccio, un tipo dal quale bene tenersi alla larga. Ma quella sera Enrico avrebbe fatto a botte anche con luomo roccia dei Fantastici Quattro, tantera la rabbia che covava dentro. Vederlo sulla panchina, con lecchimosi che si andava riassorbendo e il cicchino allangolo della bocca, mi dette speranza. Piano piano sarebbe tornato quello di prima, pensai. - La sai la storia dellalbero e del boscaiolo? mi domand ad un tratto, indicando distrattamente un giardiniere in procinto di abbattere una magnolia mezza morta. Preso di sorpresa, scossi la testa manifestando tutta la mia perplessit. - La parabola dellalbero e dellamore, non la conosci? insistette lui. - No risposi io, alzando le spalle. - Beh, io le storie non le so raccontare, ma il senso pi o meno questo; lalbero non decide a chi concedere il refrigerio della sua ombra, se al pi o al meno meritevole. Nella pi torrida delle giornate, lalbero getta la sua ombra persino al boscaiolo che lo sta abbattendo a colpi dasciate, alleviando cos le sue fatiche In quellistante il rumore assillante della motosega torn a fremere nellaria. Attesi che si acquietasse per farmi spiegare la storia. - E allora? chiesi. - E allora cosa? - Che vorrebbe dire? - Come che vorrebbe dire? il sommo principio del vero amore. Vedi, lamore dellalbero puro, incontaminato, incondizionato. per questo motivo che getta lombra anche su colui che lo abbatte. Rimasi in silenzio per almeno un minuto a rimuginare su quelle parole. Certo, avevano un significato potente, illuminante, ma sembravano un po troppo passive per i miei gusti. - Dai Enrico, fatti poche seghe mentali. Gioia una stronza, tutto 182

qui. Non ci pensare e andiamo a farci una birra conclusi io, dandogli una pacca sulla schiena. Lui mi fulmin con lo sguardo, ma poi si addolc e si mise a ridere. - Per offri te! disse. E come avrei potuto tirarmi indietro?

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LA PANCHINA

Mi sono seduto insieme a Me. Mi sono accorto che non ero Io. Per troppo tempo mi sono vestito come lui, ho guardato attraverso i suoi occhi e parlato la sua lingua. Il suo mondo era anche il mio. Abbiamo dormito insieme nello stesso letto, mangiato lo stesso cibo, e amato nel modo in cui a lui sembrava pi giusto. Il suo unico modo di amare Sulla panchina del parco mi sono seduto insieme al mio vecchio Io, in un giorno di autunno. Poi lentamente mi sono alzato e gli ho detto Addio!

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Finito di pubblicare nel Novembre 2012

Edizioni Willoworld

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