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Requiem.

Isabella Santacroce.

Cuore mio prova a tenermi, questo ti chiedo, diventa una culla, un terremoto di estrema dolcezza, un
vento leggero che mi sollevi più in alto, verso il divino, dove finisce la luce, sopra la voce di Dio, nella sua
bocca, diventa un canto, musica che mi sconvolga, protegga, per sempre. Io resto immobile, aspetto che
il miracolo avvenga, un cuore come una culla, un cuore che la natura ribalta, un vento leggero che mi
sollevi più in alto, verso il divino, dentro la luce, un Dio che protegga, per sempre. Cuore mio, figlio che il
dolore hai raccolto, tu sai cos’è successo, dov’ero quando ti ho fatto, prova ad odiarmi. Per questi sbagli
che si ripetono, per non apprendere l’arte della lucidità senza punte, che non ferisce, non si conficca
dentro di te, nella tua morbida carne. Come posso capire il movimento da farsi per schivare la morte di
ogni gioia possibile, quanto devo studiare per non ucciderti ogni volta che incontro nessuno. L’abilità
della danza, questo mi serve, trasformarmi in equilibrista sporca di grazia, una fune sottile nel cielo
immobile, il vento a sorreggermi, ballare con furia abbracciando la follia che mantengo a distanza,
questo vorrei, perdere ogni controllo, questo vorrei, perdere la lucidità che posseggo, questo vorrei,
ingoiare e sputare la mente, questo vorrei, diventare magnifica.