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collana

Eclissi

Danilo Arona

Ritorno a Bassavilla
Edizioni XII
Ritorno a Bassavilla - versione demo

Collana Eclissi, n. 5
collana diretta da Luigi Acerbi

isbn 978-88-95733-12-8
Copyright © 2009 Danilo Arona
Copyright © 2009 Edizioni XII (Edizione)
Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi

Editing di Daniele Bonfanti


Impaginazione di Matteo Carriero
Intervista a cura di Giampietro Stocco
per gentile concessione di Horror Magazine
Copertina e progettazione grafica di collana
di Jessica Angiulli e Lucio Mondini - Diramazioni
Prima Edizione

Sito Web Danilo Arona: www.daniloarona.com


Sito Web Edizioni XII: www.xii-online.com
Bassavilla?
di Daniele Bonfanti

Ritorno a Bassavilla, cosa sarà mai quest’oggetto?


Una raccolta di spaccati, epifanie, storie, che vedono al proprio
centro gravitazionale le nebbie di una città particolare, che un
po’ è Alessandria e un po’ non lo è – sarebbe non troppo az-
zardato affermare che si tratta di una meta-Alessandria, forse.
E che è anche – soprattutto, dice Danilo – soprattutto i suoi din-
torni.
Perché a Bassavilla – e nei suoi dintorni – di cose strane ne suc-
cedono parecchie, in questo territorio di “folclore di pianura,
in cui l’occulto, la cronaca nera e le vecchie storie contadine si
mescolano sovente in affabulazioni dai percorsi inestricabili”; in
questa città per certi versi fantasma, e anzi dove “il fantasma è
un’esigenza sociale”. Sì, perché la pianura sortisce quest’effetto,
a volte: l’assenza di confini fisici impedisce di fissare punti di ri-
ferimento, àncore visuali e emotive, e ci si ritrova costretti a guar-
dare ciò che ci circonda con occhi diversi. E quando si guarda
così, spesso, si vedono delle cose che altrimenti sfuggirebbero.
Proiezioni di fantasmi interiori, o reali ectoplasmi, fa davvero
differenza?
Ma io parlo di fantasmi, mentre Ritorno a Bassavilla non è un
libro di fantasmi. Questo un po’ perché io sono sconnesso, un
po’ perché tante e tali sono le suggestioni del libro, che diventa
difficile percorrere una strada precisa senza divagare – quando
il libro stesso è un divagare, disciplina in cui l’autore è Maestro,
attorno alle strade di Bassavilla.

Parla di sovrannaturale, il libro? Anche.


Sovrannaturale, poi… la parola stessa è ridicola. Viene chiamato

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“sovrannaturale” ciò che non si conosce. Ma ciò che oggi è per
noi banale, per gli uomini di cent’anni fa sarebbe sovrannatura-
le. Lo chiamerebbero così.
Ciò che non si spiega, che sfugge alla comprensione, viene quin-
di bollato come non appartenente alla natura, e non semplice-
mente inaderente alla nostra visione del mondo: insolito o stra-
ordinario. No, sovrannaturale. La natura sarebbe dunque quel
pezzetto di natura infinitesimale che conosciamo, e saremmo in
grado di definirne i confini. Buffo.
Ma dicevamo – divagavo – che il libro non parla di sovrannatu-
rale, parla di Bassavilla. E delle cose strane, nere, inconsuete che
vi accadono. Io non sono di Bassavilla, né piemontese, abito in
un luogo per molti versi antitetico – tra boschi, laghi, fiumi e
montagne. Ci sono andato, però, prima di scrivere queste righe.
Lungi da me la presunzione di pensare di capirla davvero, questa
città, ma il gusto di provarci non me lo levo di certo.
Forse si tratta di quelle àncore, o meglio della loro assenza, di cui
parlavo. Perché la città mi è parsa galleggiare, senz’àncora, in
una quieta deriva, sulla sua nebbia.
Forse, le àncore che mancano a Bassavilla non si limitano ai
punti di riferimento fisici, ma divengono non-radici dal punto
di vista storico, culturale, religioso. Sì, perché Bassavilla è una
città che è nata in modo tutto particolare: apparsa d’improvviso,
come – è il caso di dirlo – uno spettro, in mezzo a un vasto ter-
ritorio di paludi tra il Tanaro e la Bormida. Un terreno dove, è
noto, le radici non hanno presa più di tanto. Nata da una mesco-
lanza di genti, venute da città e regioni diverse, dialetti diversi,
costumi diversi e diverse obbedienze.
Così che Bassavilla, per non scontentare nessuno, ha deciso di
obbedire soltanto a se stessa.
Sorta dal lavoro comune e impensabilmente armonioso di que-
ste persone tanto distanti, come sostanze alchemiche mescolate
con la cura necessaria al reggimento della fiamma: così che la “ne-
onata” esce dal suo Uovo Filosofico capace di tenere in scacco
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per sei mesi l’Imperatore Federico quando tante città più grandi
e munite erano cadute sotto i passi corazzati delle sue armate.
Capace di uscirne vittoriosa, e grazie a uno stratagemma, si nar-
ra, del vecchio Gagliaudo.

Gagliaudo è la maschera carnevalesca di Bassavilla, un anziano


che mise fine all’assedio ingannando l’esercito nemico, e rove-
sciando le sorti che ormai volgevano al peggio: presa una vacca,
la fa ingozzare di tutto quel che è rimasto di cibo – pochissimo,
ma sufficiente a riempirla per bene – poi la porta fuori. I nemici,
com’è ovvio, lo catturano e uccidono la vacca per mangiarse-
la, ma rimangono esterrefatti dall’enorme quantità di granaglie
che trovano nello stomaco dell’animale. Gagliaudo, interrogato,
spiega che le riserve alimentari della città sono ancora strari-
panti, tanto che la gente di Bassavilla può permettersi di nutrire
tanto bene le bestie, e quindi siamo ancora ben lontani da una
resa per fame – cosa che non era per nulla vera: la gente era allo
stremo. I nemici ci cascano, si demoralizzano, si arrendono.
Un inganno, insomma: Bassavilla deve, fin dai primi suoi giorni,
la sua libertà e la sua sopravvivenza a un mostrare ciò che non
è, a un apparire d’un tratto diversa da quello che sembra, a un
imprevisto del tutto inaspettato; a un’apparizione che, per quanto
fasulla, sortì eccome il suo effetto reale sulla Storia. Per di più,
tutta questa faccenda non si sa quanto sia vera: leggenda, realtà,
un misto di entrambe?
A Bassavilla porsi questa domanda ha poco senso.
Queste caratteristiche, anch’esse alchemiche, di essere e non es-
sere – e di dire e non dire – insieme sono insite nel suo dna,
non le può perdere; e Arona le sa intuire e individuare con il
microscopio infallibile del suo occhio attento e curioso, le co-
glie e le dipinge con il gusto e la sapienza propria dell’artigiano
magistrale e diabolico, accennandone le sfumature, le variazioni
cromatiche, i passaggi di tono. Così, alla fine non ci stupiremmo
più di tanto se, viaggiando per la bassa piemontese – ché poi, ve
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ne siete accorti? Bassavilla sta in mezzo a tutto, ma non ci si pas-
sa mai per caso: bisogna proprio andarci apposta – un giorno ci
trovassimo a attraversare un terreno spoglio, senza case, dove il
giorno prima c’era Lei.
Città battagliera quanto sfuggente, quindi. Guerriera senza un
nemico giurato, senza antichi rancori.
Libera, insomma. Libera di galleggiare.

E c’è un altro scrittore, uno dei più grandi di tutti, che Bassavilla
l’ha descritta come la racconta Danilo nel libro, e come l’ho ri-
conosciuta io l’altra mattina.

Negli spazi piatti ed esagerati di Alessandria ci si perde. Quando la città


è veramente deserta, di primo mattino, a notte, o a Ferragosto (ma basta
anche una domenica verso l’una e mezzo), c’è sempre troppa strada da fare
(in questa città piccolissima) per andare da un punto all’altro, e tutta allo
scoperto, dove chiunque appiattato dietro un angolo, o da una carrozza
che passa, potrebbe vederti, scoprirti nella tua intimità, pronunciare il tuo
nome, perderti per sempre. Alessandria è più vasta del Sahara, attraversa-
ta da fate Morgane slavate.

Umberto Eco, Il Miracolo di San Baudolino

Quando non ci sono radici, catene, àncore, a tenere ben serrato


il velo confortevole e rassicurante della “realtà”, e quando le
sostanze si mescolano e si combinano, allora diventa quasi ine-
vitabile imbattersi nell’Altro.
E diventa altrettanto impossibile resistere alla tentazione, una
volta chiuso il libro, di saltare in auto, imboccare l’uscita per
Alessandria, e scrutare – sperando e temendo insieme – se dalla
nebbia sbuca d’improvviso il cartello “Bassavilla”.

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La Grande Guerra

Unione Telepatica - Norme Iniziali

1. Chiunque giunga in possesso di una copia della progettata


azione telepatica è pregato di darne comunicazione integrale,
colle presenti norme, ad altre due persone amiche, le quali alla
lor volta saranno tenute a fare altrettanto più sollecitamente
possibile, affinché la Guerra Telepatica possa avere al più presto
esecuzione.
2. Per l’unificazione delle energie psicofisiche occorrerà si
formino gruppi di dieci persone, le quali deleghino una di loro
per le ulteriori comunicazioni. Ognuna delle persone così dele-
gate dovrà mantenersi in rapporto con altre dieci persone egual-
mente delegate, le quali alla lor volta creeranno un incaricato di
centuria, e così di mano in mano verranno a crearsi rappresen-
tanti di migliaia, di centinaia di migliaia di individui.
3. Ogni delegato, incaricato o rappresentante, dovrà nomi-
narsi col consenso del rispettivo aggruppamento persona di fi-
ducia per la sostituzione nelle proprie mansioni, quando si ren-
da necessario.
4. I gruppi di diverso grado, e in particolar modo i minori, si
riuniranno frequentemente per abituarsi a porsi nelle migliori
condizioni per il collegamento telepatico, in giorni e ore deter-
minate. Come inizio e per comodità si stabiliscono le sere di
ogni sabato, alle ore 22.30 dell’ora legale italiana al presente con-
cordante con l’ora francese anticipata.
5. Salvo quanto potrà suggerire in seguito l’esperienza, per
ragioni puramente fisiche, le quali sarebbe al momento troppo
lungo spiegare, sarà necessario che durante il collegamento tele-
patico le persone si volgano a levante.

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Queste norme necessarie a formare il grande organismo tele-
patico, dovranno praticarsi con animo tranquillo, senza timore
o senza coercizioni, ma con fermo volere. I recapiti provvisori
dell’Unione Telepatica, sinché abbia preso una certa consisten-
za, saranno in Torino, via Vassalli Eandi 7, presso il sottoscritto
ing. Vittorio Galli, e in Bassavilla, via Urbano Rattazzi 22 presso
il signor Giancarlo Prigione.

Torino, 28 aprile 1916.

Camillo Albanese finì la lettura a voce alta delle cosiddette


“norme iniziali” della Guerra Telepatica prospettata dall’inge-
gner Galli e passò il foglio al cognato Prigione scuotendo la te-
sta con espressione rabbuiata. Pochi giorni prima i due, assieme
a un altro centinaio di “imboscati” di Bassavilla (la maggior par-
te dei quali veleggiava oltre il sessantesimo anno di età), avevano
assistito alla conferenza del Galli tenutasi al Dopolavoro Ferro-
viario e intitolata “Applicazioni di psicofisica in tempo di guer-
ra”. La loro presenza nella natìa Bassavilla in piena campagna
bellica, nonostante la loro relativamente giovane età (il Prigione
aveva 36 anni e una figlia di 11, Melissa, mentre l’Albanese ne
contava 39 e un figlio di 14, Giovanni), aveva una spiegazione
più che solida.
Il 24 maggio dell’anno precedente l’Italia aveva dichiarato
guerra all’Austria ed era stato affisso il bando di chiamata alle
armi di diverse classi, che comprendevano le leve sino al 1874.
L’esercito italiano, prima dell’entrata in guerra, risultava suddivi-
so in tre categorie nette: l’Esercito Permanente (cioè gli ufficiali
e i soldati in ferma breve o lunga oppure sotto leva, dai 20 ai
28 anni), la Milizia Mobile (tutti gli abili già passati di leva dai
29 ai 32 anni tenuti in riserva ma, in tempo di pace, richiamati
periodicamente in caserma per alcuni giorni di addestramento;
e quelli dai 20 fino ai 28 non idonei al servizio di leva, cioè di II
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o III categoria) e la Milizia Territoriale (uomini dai 33 ai 39 anni,
con compiti di terza linea in caso di mobilitazione e in tempo di
pace non più sottoposti ad addestramenti). I rivedibili dovevano
invece ripresentarsi a visita l’anno successivo mentre i riformati
erano esentati completamente dal servizio; era il caso di uomini
alti meno di 154 cm, oppure invalidi per menomazioni gravi o
malattie croniche invalidanti. All’inizio del 1915 gli uomini della
classe del ’94 che stavano già prestando servizio militare si vi-
dero rinviare a tempo indeterminato il congedo e la classe 1895
fu chiamata tutta a visita di leva anticipatamente. Subito dopo
cominciò il sistematico richiamo alle armi degli uomini in con-
gedo illimitato tramite una cartolina-precetto, prime tra tutte le
classi 1889, 1890, 1891, 1892, 1893, (solo però quelli che a loro
tempo erano stati giudicati di I categoria e arruolati nell’E.P.);
poi quelle dal 1888 al 1886, destinati alcuni all’E.P. e alcuni alla
M.M., a seconda del Corpo di appartenenza. Dal maggio 1915
scattò poi l’ordine di mobilitazione generale, e tutti gli uomini,
anche quelli che a loro tempo erano stati esonerati dalla leva,
dovettero ripresentarsi a visita militare, e lo seppero non più
tramite la cartolina-precetto, ma leggendo i grandi manifesti che
vennero appesi ovunque riportando modalità e tempi per la pre-
sentazione in caserma. Dovettero così presentarsi tutte le altre
classi, fino a quella del 1874: da destinare alla Milizia Mobile
(dal 1882 al 1885) e alla Milizia Territoriale, che arruolò nei suoi
ranghi gli uomini dalla classe 1881 a quella del 1874, cedendo
però i più validi e robusti alla M.M. Nella foga di costruire un
esercito il più numeroso possibile i medici militari arruolarono
utilizzando criteri insensati, sordomuti, balbuzienti gravi, mino-
renni presentatisi con generalità false, tisici, alcolizzati, ritardati
mentali; le visite furono pura formalità e centinaia furono i casi
di soldati fatti abili e poi rimandati indietro una volta arrivati in
reparto dal loro comandante perché neppure autosufficienti.
A tutto questo il Prigione e l’Albanese erano risultati, per loro
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fortuna, estranei. Essi, infatti, a differenza della maggioranza
presente al fronte espressa per lo più dalle classi contadine, face-
vano parte in qualità di operai specializzati dell’industria bellica
e, come segnale dal loro esonero dal servizio militare, portavano
quasi sempre al braccio una fascia tricolore. Come altre migliaia
di persone, Carletto e Camillo erano stati esonerati perché le
loro competenze tecniche li rendevano indispensabili nelle pro-
duzioni di guerra. Né si trattava soltanto delle industrie di guerra
in senso stretto, bensì di svariati settori industriali: dal tessile al
calzaturiero, dall’alimentare al chimico, dalla produzione di auto,
camion e vagoni ferroviari, alla produzione di apparecchiature
ottiche, fotografiche, telefoniche e telegrafiche, dai cantieri na-
vali alla fabbricazione degli aerei. Nella fattispecie i due cognati
lavoravano nelle fonderie di ghisa dei fratelli Thedy, impegnate
nella produzione di proiettili in ghisa acciaiosa e nell’anno in
corso in piena euforia da commesse belliche. Solo alla fine della
guerra Camillo Albanese avrebbe aperto in via Umberto I un
negozio di fiori che sarebbe divenuto celebre e più che frequen-
tato sotto la conduzione del figlio Giovanni.
«Per quale motivo hai voluto impegnarti in prima persona?
Addirittura l’indirizzo di casa», stava giusto rampognando l’Al-
banese. «Non hai paura di vederti arrivare qui tutti i vecchi sfac-
cendati che non sanno come impiegare il loro tempo?»
I due cognati stavano seduti nella cucina dell’appartamento
al pianterreno in cui Prigione abitava con la famiglia. Era di ve-
nerdì. La moglie e la figlia in quel momento si trovavano da una
vicina al primo piano. Prigione, alle considerazioni di Camillo,
alzò le spalle e disse con voce strascicata: «Qualcosa dobbiamo
pur fare per la causa. Sono stanco di essere guardato di traverso
perché non sono in trincea a combattere.»
«In trincea si perde la vita, altro che combattere. Tu che fre-
quenti i socialisti dovresti saperlo meglio di me. In ogni caso, se

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ci rivolgiamo a levante, verso che cosa dovremmo puntare lo
sguardo?»
«Da qui vedremmo solo la casa dirimpettaia. Ma, se ci riunia-
mo a casa tua, usufruiamo della visuale del fiume.»
«Ci concentriamo sul Tanaro?»
«È acqua che scorre. Non la trovi rilassante?»
«È triste.»
«Meglio. Dobbiamo colpire il nemico e fargli male. Domani
sera, allora?»
«Sì.»
«Chi viene?»
«Ce ne sono soltano tre. Sono anziani che lavorano negli orti,
ma sono arzilli e bendisposti. Si chiamano Marola, Galtieri e
Ferrarese.»
E, come già successo una volta, il cronista a questo punto
deve ricordarvi i cognomi dei tre testimoni dell’avvistamento di
Melissa nella nebbiosa mattina del 29 dicembre 1999 in altret-
tanti punti della rete autostradale italiana: Thomas Ferrarese su
Mercedes, ore 5.20, autostrada A4 all’altezza di Brescia; Renato
Marola su camion non precisato, ore 5.20, autostrada A27 al
casello di Treviso Sud; Sandro Galtieri su un’utilitaria, ore 5.20,
autostrada A1 allo svincolo di San Martino. Quelli che, 83 anni
dopo il primo tentativo di “Guerra Telepatica”, hanno visto
Melissa camminare nel buio.

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La casa di sabbia e nebbia

La chiamavano “la casa sulla sabbia”. Dalla sua vetrata si scor-


gevano le arcate del ponte Cittadella e le acque, allora limpide,
del Tanaro. Maggio si mostrava tiepido, nonostante la grande
guerra che gelava i cuori d’Europa. Si potevano tenere aperte le
portefinestra e godere della vista del fiume amico.
“Casa sulla sabbia” perché a pochi metri dall’ingresso si eri-
gevano cumuli di diversi metri d’altezza di sabbia dragata dal
letto del Tanaro. In quel tempo, quando la gente era povera ma
non stupida, si praticava con un certo rigore la manutenzione
fluviale. Da un lato per evitare brutte sorprese in caso di pioggia
alluvionale e dall’altro per usufruire di materiale quanto mai uti-
le per l’edilizia. Gli “uomini della sabbia” abitavano sulle sponde
del Tanaro. Dentro baracche ospitali in grado di trasformarsi in
accoglienti rifugi per famiglie anche numerose.
Dentro la “casa sulla sabbia”, così impropriamente detta per-
ché in verità costruita dalla parte opposta della strada rispetto al
lungofiume, vivevano due famiglie. I Gilardi, in quel momento
rappresentati dalla sola Marta – vedova anzitempo e con i due
figli al fronte –, e gli Albanese, Camillo ed Evangelina, il cui so-
gno comune era quello di aprire e di gestire un negozio di fiori
nel centro città. Gli Albanese avevano un figlio, Giovanni, di
quattordici anni.
In quella carezzevole sera di maggio tre vecchi, un po’ ricurvi,
giunsero davanti alla casa poco prima delle ventidue. E uno di
loro, Pierino Marola, urlò con gli occhi rivolti al primo piano e a
quella porta semiaperta:
«Siamo arrivati, Camillo!»
«Bugia el cü!1» gli fece sardonico eco un altro anziano che si
chiamava Battista Galtieri.
1 In dialetto alessandrino: «Muovi il culo!»
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Il terzo uomo non disse nulla. Mostrava una faccia burbera e
rincagnata. Lui si chiamava Giangi Ferrarese. Nessuno a Bassa-
villa era in grado di dire cosa si nascondeva dietro l’abbreviativo
“Giangi”.
Pochi secondi e si udì un leggero sferragliare metallico al di
là della porticina d’ingresso. L’uscio si aprì e apparvero il corpo
molliccio e il volto triste di Camillo, uno dei tanti “saltafosso”
nella diceria popolare della città. Solo perché aveva evitato il
fronte per trovare impiego nell’industria bellica: ma un quasi
quarantenne senza alcuna attitudine atletica in trincea sarebbe
risultato solo d’impaccio ai propri commilitoni. «Salve, ragazzi»,
li accolse l’Albanese con un sorriso poco convinto.
«Ragazzi a noi?», replicò con falsa e allegra scortesia il Galtie-
ri. «Non siamo mica quelle tre lenze scatenate dei nostri nipo-
ti… A proposito, Giangi, non erano ancora rientrati mezz’ora
fa?»
«No, Battista», replicò quello, con il volto di colpo illuminato
da un sorriso sghembo e perfido. «Li ho sentiti parlottare verso
le sei. Hanno organizzato una caccia al gatto. E prima delle dieci
non torneranno a casa.»
«Cacciano i gatti? Che scarus2!» commentò scandalizzato Ma-
rola.
«Perché non hai idea di quanto sono buoni cucinati come
spezzatino!» replicò con acidità Giangi Ferrarese.
Ma Camillo, per quanto floscio, bloccò la triviale discussione
sul nascere e invitò i tre a seguirlo di sopra.
Raggiunsero il soggiorno la cui portafinestra socchiusa occul-
tava per metà la visuale del fiume. Qui già scalpitava, andando
su e giù come una peripatetica della circonvallazione, Carletto
2 In dialetto alessandrino: sporcaccione o persona poco pulita, ma nel caso
in questione persona moralmente poco seria. Da U disiunàri du dialët lisandrén
di Antonio Silvani, Grafismi, Alessandria 2000.

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Prigione. Un altro “saltafosso”, nell’opinione silenziosa dei tre
vecchi.
Saluti reciproci e convenevoli di maniera. Conditi con l’aria
fritta della retorica a proposito del “dovere” di agire insieme a
favore della nazione in guerra, anche lontani dal fronte. L’Unio-
ne Telepatica di Bassavilla rappresentava al proposito un’occa-
sione irripetibile.
Ma a un certo punto, quando mancavano dieci minuti all’ini-
zio della “seduta”, Pierino Marola sbottò con sguardo preoccu-
pato:
«Ma non dovremmo essere in dieci?»
«Si fa come si può», rispose Carletto. «Funzionano anche la
metà di dieci e i multipli di cinque. L’ho chiesto all’ingegner
Galli.»
«Bene. Mi sto già eccitando.»
«In che senso?» gli chiese il Prigione con perplessità.
«È tutto il giorno che richiamo alla mente immagini di vio-
lenza e devastazione. Mi vedo mentre spacco le ossa a quelle
bionde baldracche teutoniche che se ne stanno a casa ad aspet-
tare il ritorno dei loro mariti macellai. Così colpiamo il nemico
laddove meno se lo aspetta!»
«Frena, Pierino», s’intromise Battista Galtieri. «Di donne
bionde ce ne sono dappertutto. Devi immaginare qualcosa di
meno generico.»
«Ma io, mentre le picchio col randello, mi dico proprio che
sono tedesche! Vedo i loro cervelli che schizzano per aria, men-
tre io urlo: Muori, Gertrüd! Muori, Ursula!»
«Ah, che orribili visioni…» commentò Camillo.
«Orribili? Ma siamo in guerra. Le leggete o no le cronache in
trincea? Robe da mattatoio… E non ci dicono tutto.»
«Basta così. Prepariamoci», tagliò corto Carletto. «Il collega-
mento telepatico con i francesi è… va preceduto da qualche mi-
nuto. L’ingegnere la chiama “fase di compressione”. Andiamo
a sederci.»
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Camillo spense le luci. Quindi con l’aiuto di Carletto dispose
cinque sedie sul balcone.
«Staremo un po’ stretti», considerò il papà di Melissa, «ma
meglio così. Sapete, dobbiamo prenderci per mano durante la
connessione psichica…»
Parole che caddero nel vuoto, ma Giangi Ferrarese mostrò
un’espressione di disgusto.
Quando mancava un minuto alle dieci e mezza, secondo quel
che riportava la “cipolla” di Camillo, i cinque uomini si sedette-
ro e ognuno strinse la mano del vicino, rivolgendo gli occhi al
fiume. Una bella notte di primavera; una scarsissima illumina-
zione pubblica; quasi nessuno in giro. E in sottofondo il suono
dell’incedere delle acque. Una nota liquida e subliminale.
«Ecco, partiamo», sentenziò Camillo.
I cinque si concentrarono sul fiume che scorreva in direzione
del Po. Pierino Marola, come in un film del futuro, vedeva ben
chiaro nella sua mente: lui e i suoi due amici Battista e Giangi,
più giovani (molto più giovani) che inseguivano una lercia tedesca
lungo la riva del Tanaro. La raggiungevano, la montavano per
bene e poi, dopo averle spaccato il cranio fino ad appiattirle
la faccia, ne gettavano il corpo in acqua. La feroce intensità di
quelle immagini, resa ancora più vivida da lunghi anni di asti-
nenza forzata, invase le menti di tutti gli altri. Almeno per quel-
lo, il meccanismo alla base dell’Unione Telepatica funzionò alla
grande. Carletto e Camillo tentarono in silenzio di opporvisi:
soprattutto il primo perché il colore dei capelli della povera vit-
tima era identico a quello dei capelli di sua figlia Melissa. Ma poi
si lasciò vincere da quelle immagini perché, in fin dei conti, si
trattava di un’esperienza non reale, una specie di sogno condi-
viso a occhi aperti.
Chi invece si lasciò con assoluto piacere irretire dalle pulsioni
di Marola fu Giangi Ferrarese, l’unico ancora sessualmente atti-
vo del trio di anziani: brutta pellaccia da osteria e gran frequen-
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tatore di bordelli, il Giangi era una vera calamità per tutti coloro
che vivevano nei suoi paraggi. Il nipotino Edoardo già ne aveva
assorbito tutto il peggio. L’orrida iniziazione alla violenza rap-
presentata dalla caccia notturna ai gatti proveniva da quel nonno
laido e disonesto che da giovane aveva stuprato, rubato e forse
anche ucciso impunemente. E con le mani quasi tremanti per
la compartecipazione, il Giangi – che stringeva sul lato sinistro
la mano di Carletto Prigione – scoprì con piacere che, dentro
quell’allucinazione acquosa, la ragazza nemica cedeva il posto di
vittima alla figlia undicenne del Carletto. Piccola, ma già un bel
bocconcino…
Melissa.
Il fiume brontolò all’improvviso. Un rimbombo subacqueo
che dal profondo guadagnava in altezza facendo gorgogliare la
superficie. Davanti ai loro occhi il nastro fluviale guizzò, ser-
peggiando e avvitandosi su se stesso, come un gigantesco rettile.
Piccoli geyser spumeggianti si accesero di colpo qua e là come
spruzzanti fontanelle di gas.
«Che succede?» mormorò uno dei cinque, non importa chi.
La paura cadde su loro come un tetto ceduto all’improvviso
sotto il peso della neve ghiacciata. Ne furono travolti, quasi uc-
cisi dentro. Carletto Prigione staccò per primo le mani e urlò:
«Basta!», quasi con disperazione.
Si alzarono tutti e cinque dalle sedie, in preda allo stupore per
l’imponderabile. Il fiume, a pochi metri, si stava comportando
come un segmento di mare in burrasca. Ma non poteva essere
possibile. Si trattava di un fiume, pigro e prevedibile. Si trattava
di una sera di maggio, serena e piena di stelle, lontana dall’Apo-
calisse della guerra. Senza nuvole nere o presagi celesti.
Ma si era messa di mezzo la telepatia.
A pochi metri dalle acque, sulla spiaggia sabbiosa vicino alle
arcate del Ponte Cittadella, si bloccarono atterriti i tre monelli
pestiferi – Edoardo Ferrarese, Egidio Marola e Raoul Galtieri
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– impegnati sino a quel momento a inseguire, loro sì bestie, un
povero e smunto soriano a cui avevano intenzione di dar fuoco.
Si bloccarono perché il Tanaro mostrò loro due occhi terribili di
lava bruciante mentre un boato che pareva un terremoto sotter-
raneo li faceva quasi cadere per terra. E il gatto si salvò.
Quando l’urlo del fiume terminò, i tre vecchi abbandonarono
la casa di Camillo, anzitempo e senza commenti.
Carletto, dal balcone, li guardò svanire nel buio. Poi disse al
cognato: «Vado anch’io. Devo avvertire l’ingegner Galli. Forse
questa… questa cosa va gestita un po’ meglio. Che dici?»
«Nulla. Che vuoi che dica? Da qualche parte ho letto che con
la mente non si deve giocare. Forse è vero. Meno male che ho
mandato Evangelina e Giovanni in parrocchia…»
«Già. Salutali…»
«E tu abbraccia Melissa.»
Giancarlo Prigione uscì nella notte e camminò a lungo nel buio.

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Io sono leggenda

A pochi chilometri da Bassavilla, in un collinare paese che si


chiama San Salvatore Monferrato, andando a grattare sotto la
proverbiale indifferenza piemontese, ci s’imbatte in un macabro
mistero di provincia che, di sicuro, non sarebbe spiaciuto a Ed-
gar Poe. È la storia di Paolo Provera, classe 1850, che progettò
e realizzò nell’ultima parte della sua vita un clamoroso “monu-
mento a se stesso”, una spettacolare cappella funeraria piena
in ogni suo dove di lapidi, poesie incise su pietra e diversi busti
raffiguranti amici e parenti “ospitati in loco”. A tutti pare ancora
incredibile, ma il Provera seppe predire e programmare la sua
morte in modo da farsi seppellire seduto su una grande sedia di
cemento: una posizione francamente anomala, soprattutto per
un morto, a indizio di una ferrea volontà che si spinse ad atten-
dere la fine, prevista con assoluta precisione, il busto circondato
da una robusta catena metallica in modo che – una volta privo
di vita – il corpo non avesse a cadere in avanti, andando a vani-
ficare il progetto rimuginato per anni.
L’interno dell’edicola è pieno di incisioni di questo tenore:
“Creai quest’opera e gran lavoro mi costa, ma mi rallegro molto
nel pensiero che servirà a eterna sosta”, oppure, “Ti vidi alfin, o
sepolcro mio. Or che tu sei il lavoro a me più caro, se chiedessi
ancor tregua a Dio, mi potrebbe tacciare per un avaro”, e anco-
ra, “L’umile artista, il sottoscritto stesso, che creò questa tomba
non comune, si raccomanda a chi sarà in possesso d’averla a
tenere ben immune”.
Personaggio curioso, vero? Di più, a quanto si evince dalla
sua biografia. Nato nel 1850, da giovane ci provò come mastel-
laio e bottaio, ma la sua attività prevalente fu quella dell’oste,
lavoro che svolse sino a quando non decise di ritirarsi a riposo.
21
Dai dintorni di Bassavilla (che allora senza dubbio si chiamava
Alessandria) si trasferì a Torino, dopo aver contratto matrimo-
nio con tal Angela Teresa Porzio, e acquistò un’osteria, impresa
che si dimostrò economicamente proficua. Ritornò a San Salva-
tore nel primo decennio del secolo scorso, dove seppe trascor-
rere una vecchiaia tranquilla e agiata. Fu uomo ingegnoso, attivo
e “fuori dal gregge” per la sua originalità. Lo testimoniano il suo
soprannome, ancora oggi leggenda (“Tanta sà”, ovvero “tanto
sale”, alludendo alla sua intelligenza), la sua casa ricca all’epoca
di scritte e decorazioni, le sue svariate “fidanzate” e l’edicola
funeraria di cui sopra.
«La sua casa era piena in ogni centimetro quadrato di poe-
sie scritte sui muri», dichiarò qualche anno fa Attilio Benzi, «di
decorazioni e di congegni che non si capiva cosa fossero. Una
volta costruì un uccello di legno, un’aquila con le ali snodate che
mise in terrazza. Secondo lui, quando tirava il vento, il battito
delle ali doveva mettere in moto una piccola pompa per tirare
su l’acqua dal pozzo. Mi pare però che la storia non abbia mai
funzionato. Quando Paolo morì, io ero a militare, ma non di-
mentico tutti i preparativi che aveva messo in atto negli anni
precedenti per sistemare la sua tomba».
«Era ingegnoso, ma di certo un po’ strano», disse Giulia De-
martini. «Un giorno chiamò noi vicini nel laboratorio che aveva
costruito al piano terreno della sua villetta per farci vedere la sua
opera. Vedemmo una specie di massiccia poltrona di cemento
e lui ci disse: Con quella andrò al camposanto!, mostrandoci anche,
sedendosi dentro a quel cadregone e mettendosi una catena at-
torno al busto per non cadere, come sarebbe morto. Noi non gli
credemmo, ma invece era tutto vero.»
Paolo dedicò infatti gli ultimi anni della sua vita con ostina-
zione maniacale alla costruzione del suo sepolcro, realizzato in
materiali poveri (cemento, calce e ferro battuto) e adorno di
busti di vari parenti, lapidi e poesie. Il tutto ruotava attorno a
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quello strano chiodo fisso, l’essere inumato da seduto. L’uomo
fece persino una prova generale della sua morte e il suo sarco-
fago, realizzato in cemento perciò quanto mai ingombrante e
pesante, venne adattato per essere trasportato con due stanghe,
come una portantina. Ma, siccome Provera non poteva esse-
re matematicamente sicuro che il suo desiderio sarebbe stato
esaudito a meno di non farsi trovare già morto e seduto nella
cassa da lui appositamente realizzata (pronto insomma per esse-
re tumulato), il 12 aprile 1930 accese un braciere di carbone e si
sistemò dentro la sua costruzione. Si assicurò alla catena posta
di traverso e attese così la fine. Tutto avvenne come previsto e
il 14 aprile 1930 si prese atto dell’accaduto, ovvero che Paolo
Provera era indubitabilmente defunto.
All’alba del giorno dopo l’insolita bara fu caricata sopra un
carro trainato da una coppia di buoi in direzione del cimitero e
sistemata al centro della cappella. In piedi.
Questa la storia. Ovvio che qualche anno fa, quando ne venni
a sapere, andai a visitare la tomba. A me, Van Helsing di provin-
cia, un tipo che s’incatena in piedi all’interno del proprio sarco-
fago funerario ricordava non poco diverse leggende dell’Europa
dell’Est, dove quelli che si credevano vampiri venivano assicura-
ti alla terra e alla cassa da morto con un cospicuo supplemento
di catene. Appunto, la Transilvania o le “esequie premature” di
Poe, qui, nella fosca e “normale” Bassavilla. E me ne stavo lì,
tra lo stupito e il divertito, ad ammirare busti barbuti e le tante
iscrizioni, quando scorsi con la coda dell’occhio, in un angolo
buio, un tipo magro ed esangue, spettinato come Enrico Ghez-
zi, pure lui fuori sincrono, tenuta dark, occhiaie nere e denti
bianchissimi.
Scherzo? Per niente. Con questo tizio, per quel che può signi-
ficare, ci ho perfino fatto amicizia. E di lui vi parlerò in dettaglio
in altra occasione, anticipandovi però che trattasi di un “vampi-
roide”, un particolare genere di emarginato che ama vivere solo
23
di notte, schivando le folle e nutrendosi di carne quasi cruda. E
si trovava lì, davanti al monumento funebre di Provera, convin-
to che lui fosse “di famiglia” e che non volesse proprio “torna-
re”, una volta morto.
Sì, capisco, forse sono dotato anche di una bella fantasia (an-
che se poi non è un gran dono). Ma un po’ di tempo fa, qual-
cuno lo avrà pur letto sui giornali, a trecento metri da casa mia,
un tipo è stato sgozzato, incaprettato e poi gettato in un pozzo.
L’assassino, un giovane disturbato, ha confessato di averlo fatto
perché “quello era un vampiro e la Pasqua si stava avvicinando
e lui avrebbe fatto dell’altro male”.
La follia convive in mezzo a noi, ne abbiamo già discusso. Ma
convivono anche le leggende e i miti come termini di raffronto,
diconsi “deliranti”, con il quotidiano ancor più folle. E, finché
le leggende sopravvivono, non ce la sentiamo di escludere altre
possibilità.
Vampiri? Io ne conosco un sacco.

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Hangman’s Curse

Sera di primavera alla periferia di Bassavilla. Il Texas notturno


di Fausto Paravidino (splendido film, Texas, sulla “bassa” pie-
montese), le stelle, la campagna immota e deserta. Campi, prati
e poche cascine, quasi tutte all’apparenza abbandonate, perché
non s’intravedono luci.
Una giovane coppia di fidanzati sta viaggiando in auto per
recarsi a un appuntamento con amici in quel di Belforte, poco
dopo Ovada. Una quarantina di chilometri in un paesaggio da
dopobomba. I due ragazzi sono parecchio affiatati e non a caso
stanno assieme da più di un anno. Questa sera si recano a tro-
vare un’altra coppia con cui hanno trascorso una settimana in
montagna: giorni divertenti e riposanti, eccezion fatta per la
sfortunata caduta di lei proprio durante la discesa dell’ultimo
giorno. Ed eccola qui, la pupa, con la gamba ingessata e la testa
appoggiata alla spalla di lui che sta guidando.
Prendono la strada vecchia per Ovada. Poi lui dice di ricor-
darsi una scorciatoia attraverso le colline. Si dovrebbe tagliare
attraverso una frazione che si chiama San Lorenzo. S’inerpicano
ma, quando giungono in prossimità di un bivio, la macchina
inizia a rallentare per poi fermarsi senza più vita al bordo della
strada sotto i rami di un grosso albero. Il ragazzo scrolla la testa,
scende e svita il tappo della benzina. L’intuizione è giusta: il
serbatoio è a secco e senza dubbio si dev’essere guastato l’ago
del rilevatore.
Che si fa? Ci sono i cellulari coi quali si può chiedere aiuto a
qualche amico, magari proprio a quelli di Belforte. Ma non c’è
traccia di campo e il tutto comincia a sembrare un film thriller
di serie B.
«Senti, qualche minuto fa abbiano oltrepassato una cascina
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con le luci accese», dice lui, «non saranno più di due chilometri.
Vado a chiedere aiuto, anzi, mi porto dietro una tanichetta. Tu
chiuditi dentro. In mezz’ora si dovrebbe sistemare tutto. E, co-
munque, continuerò a provare con il cellulare. Magari bastano
pochi metri per riavere il campo.»
«Tu sei matto!» sbotta lei. «Io non ho voglia di starmene qui
da sola…»
«Hai ragione, ma come si fa?»
Le chiude la bocca con un bacio. Poi il ragazzo si avvia. Lei
lo guarda, torcendo il collo, finché lui non scompare inghiottito
dall’oscurità.
La ragazza non ha voglia di accendere la radio e ascoltare
musica. Si sta innervosendo ogni secondo di più, inutile far finta
di no: la situazione non è piacevole. Conosce più o meno bene
questa zona poco abitata: di notte è sempre così, un silenzio
irreale, rotto di tanto in tanto dai richiami dei cani e dagli uccelli
notturni, e non una macchina in vista. Ma forse, forse, è meglio
così: con tutti i malintenzionati che circolano di notte, una ra-
gazza sola e con una gamba rotta, anche se chiusa dentro un’au-
to, non può dirsi al sicuro.
Lentissimamente trascorre una mezz’ora. Il buio appare sem-
pre più impenetrabile e il silenzio opprimente.
Passano ancora venti minuti e la ragazza inizia a preoccupar-
si, sul serio.
Tutto questo tempo trascorso non ha giustificazione. Impos-
sibile che non ci sia campo in un raggio di due chilometri, siamo
in Piemonte e non in Transilvania. Un lungo brivido le percuote
la schiena. Che sia successo qualcosa?
Mentre il sudore le imperla la fronte, un insolito rumore sul
lunotto posteriore la fa trasalire.
Tac…
tac…
tac…
26
Un piccolo rumore, come un grosso tarlo nel legno, insisten-
te e a cadenza regolare.
Il terrore ora le dilaga per il corpo. Il suo ragazzo non ritorna
e là fuori c’è qualcuno che si sta prendendo gioco di lei.
Passa ancora una febbrile e orripilante mezz’ora. Lei non ri-
esce più a controllare il tremore. Spalanca la portiera e prende a
urlare verso il buio, mentre il rumore
tac…
tac…
tac…
alle sue spalle prosegue implacabile.
Dopo un minuto di disperate invocazioni d’aiuto, una luce
si accende in mezzo alla campagna dall’altra parte della strada.
La ragazza smette di gridare, trattenendo il respiro: la luce si
muove, non c’è dubbio, e sta venendo nella sua direzione. Forse,
forse, è la salvezza.
Altri minuti: dal buio spunta quello che sembra un contadino
vestito di una tuta stracciata con una pila in mano. La ragazza,
che ha posato con enorme fatica le gambe sulla strada, gli fa
cenni con le mani per farlo avvicinare. Ma l’uomo punta la pila
verso l’alto là dove si trovano i rami dell’albero sotto cui l’auto
si è fermata e spalanca la bocca per la sorpresa. Quindi, dopo
avere fatto sfoggio della più genuina espressione di terrore che
si riesca a immaginare, spegne la pila e se ne fugge di corsa.
La ragazza inizia a piangere. La paura adesso lascia il posto a
un altro sentimento indefinito in cui coabitano rassegnazione e
purissimo sgomento. Quel rumore è sempre più ravvicinato. Il
suo ragazzo non torna. E a questo punto lei non riesce nemme-
no più a calcolare quanto tempo realmente è trascorso.
Un nuovo intervallo d’interminabili minuti. Quindi una sire-
na squarcia il silenzio. All’orizzonte compare un lampeggiante.
È l’ambulanza. O, magari i Carabinieri chiamati dal contadino
di prima.
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Finalmente l’auto con la sirena la raggiunge. È una macchina
della polizia stradale di Belforte con a bordo quattro agenti ve-
stiti di giubbotto antiproiettile che fuoriescono con pile e armi
spianate. Guardano la ragazza senza parlare e puntano – anche
loro! – gli occhi verso l’alto, nella direzione dei rami dell’albero,
sopra il tettuccio della macchina, illuminando la scena con la
luce delle torce.
Allora alza la testa anche lei.
L’orrendo spettacolo che vede non abbandonerà mai più la
sua memoria: al ramo più grosso, sospeso a testa in giù con un
laccio attorno ai piedi, penzola il corpo privo di vita del fidanza-
to, che oscilla lentamente sotto la spinta di un uomo dallo sguar-
do stralunato che se ne sta appollaiato come una scimmia sopra
lo stesso ramo. Prima di svenire, sopraffatta dall’insopportabile
scena, comprende la natura dell’inusitato rumore che l’ha ter-
rorizzata per due ore: era la testa del suo ragazzo che, a causa
dell’effetto altalenante impresso al corpo dal pazzo assassino,
sbatteva contro il lunotto della macchina a intervalli regolari.
Quando la ragazza si sveglierà, qualcuno le racconterà che il
folle – uno dei tanti che vivono rinchiusi nelle cascine attorno
a Bassavilla, in teoria guardati a vista da parenti trasformatisi
loro malgrado in guardiani senza preparazione dopo la legge
180 –, prima di aggredire il fidanzato e inscenare quel macabro
scherzo, aveva ucciso a colpi d’ascia tutti i membri della famiglia
dalla quale il giovane si stava dirigendo per chiedere un po’ di
benzina.
Non ne avete mai letto sui giornali e pensate che sia solo una
leggenda metropolitana? Forse, ma fate sempre il pieno prima di
uscire la notte per le campagne di Bassavilla.

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Ghost

Un terribile incidente d’auto, un ragazzo e una ragazza che


muoiono. Purtroppo è cronaca quasi quotidiana dappertutto e
Bassavilla non ne risulta indenne. Ma per Maria Luisa quel volto
sul giornale è una fisionomia cara e familiare, l’amico del cuore
fino a due anni prima. Lo sconforto è grande quanto l’incredu-
lità. Si fa sempre un’enorme fatica a credere che la malasorte
debba colpire così vicino e così duramente.
Gli “amici del cuore” per una bella ragazza (e Maria Luisa lo
è) sono una categoria strana e non perfettamente definibile. Per
la donna di solito è un amico sul quale non riversare pulsioni di
tipo erotico, una sorta di via di mezzo tra un cugino asessuato
e una figura paterna non risolta; mentre per lui è esattamente
il contrario, stoppato sul confine del mito “amicizia tra uomo
e donna”, quando in realtà il suo sogno inconfessato sarebbe
quello di strapparle i vestiti e volarle addosso.
Difficile, soprattutto in questo momento, dire che razza di
amico del cuore fosse lui. Maria Luisa due anni prima si era
fidanzata, cambiando giro e ambiente. Adesso, che non sta più
con nessuno, lo ritrova in una foto da patente, anonima e gri-
giastra. Con a fianco parole in grassetto che ne descrivono la
prematura morte.
La vita in ogni caso scorre sempre. È un fiume pigro e un
po’ triste e, se vivi a Bassavilla, ti ritrovi qualche supplemento di
rampogna. Però Maria Luisa si sente ancora troppo giovane –
ha poco più di vent’anni – per lasciarsi andare ad amarezze dal
sapore definitivo.
Ma, nei giorni che seguono, lei avverte che qualcosa attorno è
cambiato. Strambe e improvvise sensazioni di freddo sulle mani
e sulle spalle, bizzarre luci che attraversano fulmineamente la
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sua visuale e la costringono a interrogarsi se per caso non sia
consigliabile una visita oculistica, l’impressione che ci sia qual-
cuno per casa anche quando sta da sola. Lei in verità non abita
in una casa vecchia e isolata, dove le suggestioni trovano il po-
tere d’ingannare il prossimo. Maria Luisa vive all’ultimo piano
di un popoloso condominio del rione Pista con gente solida che
percorre le tane dell’alveare: un palazzone vivace, più o meno
rumoroso come lo sono tutti. Un posto dove gli schiamazzi di-
chiarano sempre la loro fonte di provenienza.
Giungono così gli ultimi giorni dell’anno. Maria Luisa va dalla
parrucchiera. Manca poco alla notte più pazza e urge un’accon-
ciatura allegra e un po’ trasgressiva per iniziare alla meglio. Il
negozio è pieno di femmine di ogni età. Un caos ciacolante con
i Pooh in sottofondo funge da colonna sonora, mentre mani
esperte affondano nei lucentissimi capelli rossi della ragazza.
Mentre la parrucchiera fa il suo dovere, una donna sulla qua-
rantina, o forse più, seduta a qualche metro da lei dinanzi a un
altro specchio, la guarda con una certa insistenza e di tanto in
tanto le sorride. Maria Luisa non soppesa la cosa. Sono ore e
giorni particolari e la gente a volte può apparire strana, anche se
non lo è. E poi chi le garantisce che non l’abbia già conosciuta in
altra occasione? Non è così fisionomista, nonostante la giovane
età.
Solo quando le due si ritrovano assieme davanti alla cassa per
pagare, nel farsi i reciproci complimenti per le teste da sera, Ma-
ria Luisa sfodera un’espressione così interrogativa che la signora
si sente costretta a risponderle.
E lo fa dicendole: «Mi scusi se le sono sembrata invadente,
ma è raro vedere una ragazza che si porta dietro il fidanzato dal
parrucchiere. Ed è ancora più raro vedere un lui che accarezza
per più di dieci minuti i capelli di una lei, dicendole in continua-
zione che è la ragazza più bella del mondo. Però, che strano…
Il suo fidanzato non l’ho visto proprio uscire.»
Maria Luisa sgrana gli occhi e si sente percorrere la schiena
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da un lungo e soggiogante brivido. Quindi è costretta a sbottare:
«Ma che cosa sta dicendo?»
La signora sulla quarantina, a questo punto, assume un’espres-
sione di purissimo allarme e si porta ambedue le mani alla boc-
ca, come se avesse commesso una gaffe imperdonabile. E riesce
solo a sibilare con voce tremante: «Oddìo, mi scusi, non vole-
vo!», per poi uscire velocemente dal salone.
Maria Luisa però la tallona immediatamente, facendo un cen-
no alla cassiera che la conosce, giusto a comunicarle che non sta
fuggendo senza pagare il dovuto. Così, in pochi secondi, riesce a
bloccare la donna, proprio mentre sta salendo sull’auto posteg-
giata a pochi metri dal negozio di acconciature: «Signora, non se
ne vada così. Mi deve una spiegazione, non crede?»
La donna pare rassegnata.
Guarda verso terra, sul selciato del marciapiede, fingendo di
contemplare la punta delle proprie scarpe. Quindi, tutto d’un
fiato, le rivela: «Io vedo. A volte proprio non ho la possibilità di
distinguere i vivi da quelli che non lo sono più. Là dentro, dalla
parrucchiera, ho visto una scena così tenera. Lui le accarezzava i
capelli e diceva che erano bellissimi. Le ho sorriso quasi con una
punta d’invidia. Sa, un fidanzato così potrebbe essere il sogno di
migliaia di donne.»
Maria Luisa tiene nella borsetta la pagina di quel maledetto
giornale. Sussurra alla strana signora: «Aspetti un secondo», e
poi si mette a frugare. Trova quel che cerca e lo mostra alla
donna.
«Lo guardi bene. È lui la persona che ha visto alle mie spalle
dentro il salone?»
Lei accenna di sì col capo. E poi aggiunge:
«Adesso è sul marciapiede di fronte a noi che la sta aspettan-
do.»
Maria Luisa si volta verso quella direzione. E da quel giorno,
l’ultimo del 1997, la sua vita è straordinariamente cambiata.

31
Il signore delle mosche

I tipi li avete già conosciuti: sono quei ghostbuster ante litteram


che percorrevano, tra la fine dei Sixties e l’inizio del decennio
successivo, le lande piemontesi alla caccia, infinita e vana, di fan-
tasmi e case infestate, di esperienze ai confini della realtà e di
“stregherie”. Mentre amici e parenti, più pragmatici e “padani”,
consigliavano loro di dedicarsi alla gnocca o a qualche sport su-
blimante, costoro s’infilavano nottetempo in chiese sconsacra-
te, cimiteri di campagna e castelli diroccati. Come quei surfisti
mitizzati dal cinema che aspettano per una vita l’onda perfetta,
loro cercavano il brivido dell’assoluto.
Forse una notte lo sperimentarono, decidete voi.
Un dolce autunno incombente, profumo di mosto nell’aria…
Bleah, saltiamo i preamboli d’atmosfera, tanto sono cazzuti. Di
sicuro le tenebre avevano già da un po’ guadagnato terreno e il
commando di 500 (quattro auto, due bianche e due blu), partito
da Bassavilla, andava dirigendosi in zona operativa, leggi Ponti,
nel circondario di Acqui Terme, da qualcuno definito ai tem-
pi “paese delle streghe” ma oggi in provincia ben più famoso
per il suo mitico “polentone” lavorato in pentole gigantesche in
puro stile “Palo Mayombe”. Dopo abbondanti tre quarti d’ora,
colpa della scarsa velocità, i cacciatori di spettri raggiunsero il
bersaglio e posteggiarono le utilitarie nello spiazzo antistante un
cadente castello quanto mai in rovina.
Tra i ragazzi della notte primeggiava per prestanza fisica e per
lunga esperienza di tecniche paramilitari un tipo che di mestiere
faceva il pompiere e che si era già guadagnato nella “bassa” una
fama piuttosto sinistra per essersi gettato, durante un’esercita-
zione, verso un telone di salvataggio, sbagliandolo di un paio di
metri. Fu costui, che di tanto in tanto perdeva la memoria causa
33
la tremenda capocciata inferta al manto stradale, che assunse il
comando delle operazioni. E fu sempre costui che, una volta
verificata l’impossibilità di entrare nel perimetro dell’antica co-
struzione per vie normali in quanto queste ultime risultavano
cancellate dalla incuria del tempo, decise che il gruppo avrebbe
dovuto scalare una ripida parete terrosa per guadagnare quelli
che un tempo erano probabilmente gli spalti.
I giovani ghostbuster non erano proprio avvezzi a frequentare
palestre. Allora chi andava in palestra passava per sfigato, in più
di un caso di estrema destra. La palestra e lo sport in genere ap-
parivano come corollari quotidiani ed evitabili del motto “Dio,
patria e famiglia”. Insomma, i ragazzi non la digerirono affatto
la proposta di diventare degli scalatori notturni, ma il gusto della
conoscenza e il brivido dell’imprevisto ebbero la meglio sul loro
indugiare.
Così, mentre si avvicinava la classica ora che tutti temono –
mezzanotte che è sempre la fine e l’inizio di qualcosa che non
si comprende fino in fondo –, una dozzina di patetici disperati
con i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e le scarpe
Wolkswagen iniziò ad arrancare lungo quella via alquanto aspra,
sbuffando e imprecando.
La scalata fu impervia. Ogni tanto il commando doveva fer-
marsi per far riprendere fiato ai suoi membri. Quando il pom-
piere urlò nel buio all’improvviso: «Chi sono? Cosa cazzo ci fac-
cio qui?», lo smarrimento regnò sovrano per parecchi secondi.
Fortuna voleva che quelle crisi mnemoniche risultassero sempre
di breve durata.
Dopo un’eternità, all’una meno venti, i figlioli giunsero in
cima alla vetta. Quando tutti furono più o meno piazzati sulla
sporgenza di un traballante cornicione, i cacciadiavoli si resero
conto all’unisono che si trovavano sull’orlo di un precipizio più
nero della notte che li circondava. Quell’oscurità primordiale di
cui non distinguevano il fondo a loro parve il cortile interno del
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vecchio castello. E quando il sommo teorico in perenne contat-
to con le entità ultrafaniche (c’è sempre un sommo teorico in un
gruppo motivato – negli anni si è trasformato nell’archetipo del
Grande Vecchio…) sbottò con: «Qua sotto è il cuore marcio del
problema! Sento le vibrazioni dell’Homigon!», i ragazzi avverti-
rono i primi sintomi della cagarella.
Il pompiere però riequilibrò a suo modo la situazione.
«Chemminchia dici?»
«L’Homigon è lo spirito del luogo.»
«Non dire minchiate. È un nome marziano.»
«Ah.»
Il brevissimo e surreale interloquio bloccò gli spasmi, ma
non la curiosità. E fu proprio a quel punto che il pompiere,
dopo avere appena decretato che Homigon era un epiteto alie-
no (forse si confondeva con Omicron di Ugo Gregoretti), decise
di misurare con metodo artigianale la distanza che intercorreva
tra gli arditi e il fondo dell’abisso. Così afferrò un sasso lì vicino
e pronunciò con tono grave: «Vediamo quant’è profondo.» Poi
lasciò andare la pietra nel nero budello.
Dopo sette, otto secondi gli rispose un secco rumore di vetro
fracassato. I ragazzi, per quel pochissimo che permetteva il buio,
si guardarono negli occhi e da quell’istante s’innescò un crescen-
do orgiastico e feroce degno de Il signore delle mosche. Tutti s’im-
possessarono di pietre e sassi che lì attorno non scarseggiavano
e ognuno colpì con ferocia non più repressa l’Homigon che
giaceva laggiù in fondo, nel buio ventre dell’antico castello: di-
sumana ferocia e gratificante sadismo che crescevano ogni volta
che alle loro orecchie giungeva la risposta dolorante di metalli
sforacchiati e vetri frantumati.
Quindi, terminate le munizioni e accertata l’impossibilità di
andare da qualsiasi altra parte che non fosse la via del ritorno, i
giovani ghostbuster ripercorsero la parete di terriccio, giungendo
sulla terra in una decina di minuti. Aggirarono di nuovo le sche-
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letriche mura perimetrali e, quando giunsero allo spiazzo in cui
avevano posteggiato le Fiat 500, i loro cuori ebbero un sobbalzo
ai limiti del coccolone. Gli occhi si sgranarono. Le bocche si
aprirono in una muta esclamazione di tragica sorpresa.
Le loro gagliarde Cinque Chiappe stavano lì semidistrutte,
con carrozzeria e parabrezza irrimediabilmente compromessi,
dalla gragnuola di pietre e massi che gli stessi beneandanti not-
turni avevano lanciato dagli spalti del castello nell’errata convin-
zione di colpire l’abisso e stimolare le vibrazioni dell’Homigon.
Il pompiere urlò: «Chimminchia è stato? Io lo ammazzo!», e
subito dopo perse la memoria per alcuni giorni. Qualcun altro
ammutolì e decise su due piedi di abbandonare per sempre la
metapsichica. I più sfigati si misero a piangere.
Poco tempo dopo diedi un esame su Nietzsche. Io, che avevo
fatto parte di quel commando, incappai nella celeberrima massi-
ma “Se voi scrutate dentro l’Abisso, anche l’Abisso scruta den-
tro di voi”. Non esiste frase più vera e l’umanità lo sa da sempre.
Ma, se non ricordo male, Nietzsche diceva pure che la demenza
è rara nei singoli ma è la regola dei gruppi.
Oppure fu colpa dell’Homigon?

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The Believers

Il grande Lovecraft, tra le sue tante tecniche di scrittura, ama-


va spesso citare, a sostegno della presenza del nostro mondo
di Quelli-di-Prima, un sempre cospicuo numero di “ritagli di
giornale” che raccontavano di incidenti spaventosi, omicidi o
fatti soltanto bizzarri. Li assemblava in una certa disposizione,
suggerendo senza mai imporsi che quelle “cronache anomale”
preludevano all’ingresso nel nostro mondo percepito di forze
spaventose e indescrivibili, apportatrici di caos e di follia. Sareb-
be forse più facile sostenere il contrario, ma va precisato che sui
“ritagli” Lovecraft non inventava nulla, perché semplicemente il
solitario di Providence vampirizzava la cronaca a uso e consumo
dei richiami di Cthulhu e degli Orrori Oltre la Soglia, risultando
in quest’operazione più che convincente e regalando ai suoi rac-
conti inverosimili un climax assoluto di verosimiglianza.
Prendete questa sequenza tratta appunto da Il richiamo di
Cthulhu:

“I ritagli di giornale riguardavano casi di follia individuale o


collettiva che si erano verificati durante lo stesso periodo. C’era
la notizia di un caso di suicidio verificatosi a Londra: un uomo,
nel cuore della notte, s’era gettato dalla finestra dopo avere urlato
Attenti, l’inferno si avvicina. C’era una Lettera al Direttore pubbli-
cata da un giornale sudafricano in cui lo scrivente annunciava di
essere certo, in seguito a visioni avute, che un futuro spaventoso
si preparava per il mondo. Dalla California giungeva notizia che
un certo numero di braccianti agricoli, improvvisamente orga-
nizzatisi in setta teosofica, s’erano ritirati su una collina, tutti
vestiti di bianco, in attesa di un grandioso avvenimento. In India
c’erano state rivolte di indigeni al grido di un nome che nessuno
37
aveva compreso e che gli stessi rivoltosi arrestati avevano poi
dichiarato di non ricordare più. A Haiti c’era stato il suicidio
collettivo di otto persone, e una quantità di stregoni, in regioni
diverse dell’Africa, erano stati arrestati sotto l’imputazione di
spaventosi delitti. A New York tre poliziotti erano stati aggre-
diti e uccisi da un gruppo di filippini presi simultaneamente da
amok. Un pittore irlandese, d’altra parte, aveva presentato al Sa-
lon de Printemps di Parigi un Paesaggio di Sogno che aveva lasciato
piuttosto freddi i parigini, ma che aveva messo a rumore tutta
l’Irlanda occidentale per la sua manifesta e pazzesca empietà”.

Ci si può fermare qui. Lovecraft possedeva un repertorio


sterminato, ma autentico, di “ritagli” con cui surrogare le sue
suggestioni letterarie. Ma c’è forse qualcosa nella sequenza di
cui sopra che non vi stupireste di trovare in un qualsiasi quo-
tidiano di oggi? Esiste qualcosa d’inverosimile in questi avve-
nimenti? È solo questione di saper creare un’efficace sequenza
in crescendo, oppure Lovecraft – come tanti artisti in contatto
magari inconsapevole con altre dimensioni – viveva e scriveva
con la testa parzialmente già infilata nell’imbuto del futuro? E,
in ultima analisi, non è che la realtà quotidiana, di cui leggiamo
o sentiamo nei vari telegiornali, stia ammiccando a “qualcosa”
(in senso lovecraftiano) troppo impensabile o proponibile per i
nostri umani e ristretti sensi?
Di sicuro, se Lovecraft fosse vivente oggi, sarebbe sommerso
– virtualmente – di “ritagli di giornale” a conferma delle sue intu-
izioni su Cthulhu & viscida compagnia. Eccovi una sequenza in
ordine cronologico che si riferisce soltanto all’ultima settimana.

01/09/2006 Usa - Teme voodoo: annega due figli - Folle ge-


sto di un immigrato di Haiti. Era convinto che i familiari della
sua compagna gli avessero lanciato un malocchio voodoo. Così
un immigrato di Haiti, Franz Bordes, ha annegato i suoi due
38
bambini in una vasca da bagno e si è poi suicidato gettando-
si sotto un treno della metropolitana di Washington. L’uomo
aveva con sé numerosi messaggi suicidi. È stata la madre dei
piccoli, appreso del suicidio di Bordes, a scoprire i figli uccisi.
Franz Bordes, 39 anni, è stato trovato morto nella fermata di
Brooklyn della metropolitana newyorkese. All’inizio si è pensato
a un suicidio, come tanti ne succedono in tutto il mondo. Bor-
des in realtà aveva già portato con sé i due figli. A casa, infatti,
c’erano i corpi di Sweitzer, due anni, e Stephanie, quattro. Il
padre li aveva annegati nella vasca da bagno. A spiegare l’insano
gesto sono stati alcuni bigliettini scritti dal padre omicida: uno
trovato nei suoi vestiti, altri sei in casa. “Stanno usando tutto
quello che hanno per distruggermi, anche il voodoo”, si leggeva
in uno dei foglietti.

03/09/2006 Chivasso (Torino) - Loren Aparecida Dos San-


tos Landin, una donna brasiliana di 29 anni, per un’ora è stata
creduta morta dopo che aveva avuto un incidente stradale. A
scoprire che era ancora in vita, anche se in gravissime condizio-
ni, sono stati i necrofori che erano intervenuti per rimuovere
il cadavere. È accaduto sabato sera sulla superstrada Torino-
Chivasso. La donna, per cause non ancora accertate, ha perso
il controllo della sua vettura e, dopo aver carambolato più volte
tra una corsia e l’altra, è stata sbalzata fuori dal mezzo. Sul posto
è arrivato personale medico su un’ambulanza, che ha constatato
– a loro dire senza tema di smentita – il decesso della Dos San-
tos. Poco dopo le 21 sono arrivati anche i necrofori dopo il via
libera del magistrato di turno. La donna, che era rivolta verso il
manto stradale, è stata girata dai necrofori, che hanno verifica-
to con angoscia che respirava ancora. È stata quindi richiamata
l’ambulanza e la donna è stata portata d’urgenza in ospedale,
dov’è ricoverata in gravissime condizioni. L’anno scorso, nello
stesso tratto d’autostrada, la Dos Santos si buttò fuori dall’auto
39
in corsa del marito, tentando il suicidio. Ma, pur con fratture
multiple e ferite varie, riuscì a cavarsela.

02/09/06 Londra - Un frammento dei Manoscritti del Mar


Morto fornirebbe elementi per una nuova interpretazione in
senso negativo dell’attributo “Figlio di Dio”, riservato nella let-
teratura e nella tradizione cristiana a Gesù Cristo. Il testo, da
poco a disposizione, profetizza la venuta di un Figlio di Dio che,
però al contrario di Gesù, dominerà il mondo malvagiamente
sino a quando Dio stesso non riporterà la pace. Il professor Ver-
mes ritiene che l’espressione “Figlio di Dio” citata nel frammen-
to si riferisca a un cattivo despota pagano, l’ultimo dominatore
di un mondo di sofferenze, dilaniato da guerre fra le nazioni.

03/09/06. Ecuador - Due turisti italiani sono scomparsi nel-


la giungla amazzonica ecuadoriana dove si erano recati con un
gruppo di studio sugli sciamani. La scomparsa è avvenuta il 6
agosto, ma la denuncia da parte dei genitori e dei compagni di
viaggio è avvenuta soltanto il 30 agosto, diventando di pubbli-
co dominio soltanto ieri. La Polizia Nazionale dell’Ecuador ha
avviato le indagini anche se nessuno nasconde le difficoltà delle
ricerche. Ricerche, tra l’altro, non facilitate dalla mancata comu-
nicazione alla stampa dell’episodio. Ancora nessun giornale na-
zionale ha pubblicato la notizia, quindi nessuna eventuale infor-
mazione è giunta da parte di chi potrebbe avere incontrato i due
italiani scomparsi. Le ipotesi sono le più disparate: da una tra-
gica fine a un’inqualificabile leggerezza. Tra gli esempi negativi
la scomparsa mesi addietro dell’infermiera inglese letteralmente
volatilizzata da Banos (cittadina al limite della giungla amazzo-
nica) e ancora non ritrovata. A Macas viveva lo sciamano dai
poteri particolari con cui i due italiani dovevano incontrarsi. Al
momento nessuno dei tre sembra reperibile.

40
Vi pare che la realtà non sia lovecraftiana? Vi pare che uno
scrittore, sufficientemente dotato di fantasia, non possa trovare
un trait-d’union fra le quattro news (tra l’altro sta proprio lì, sotto
il naso e mi accontento di suggerirvelo parzialmente nel titolo
di questa cronaca…) e costruirci un clamoroso e suggestivo te-
orema che puntelli un romanzone o un romanzaccio in grado
di viaggiare tra Codici, demoni, profezie e religioni alternative?
Ma, come suggerivo più sopra, la questione sta soltanto in que-
sto dubbio da scuola creativa?
Faccio solo domande senza darmi risposte. Ma per me un
dato è (quasi) certo: è dall’11 settembre 2001, volendo andare a
caccia di linee di demarcazione, che la cronaca continua a offrir-
ci una stramba e complessa trama storica che ammicca sempre
a una realtà nascosta negli anfratti della visione collettiva (o al-
lucinazione compartecipata) in cui il mondo va gradualmente a
trasformarsi. Ci sono troppi segnali che lo confermano, troppi
eventi analogici, troppi incidenti strani e mille versioni di como-
do alle quali riesce possibile persino credere. Sotto – molto sotto
– c’è dell’altro. Cercheremo di scoprirlo. Nel frattempo, anch’io
continuerò a collezionare ritagli di giornale.
Ah, un solo commento alla prima notizia della serie: è eviden-
te che il voodoo funziona.

41
Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila”

Nel 1960 a Bassavilla. La squadra cittadina retrocedeva in se-


rie B, Gianni Rivera era stato da poco venduto al Milan tra le
urla di disappunto dei tifosi e in alcune zone periferiche si era
ripristinato il pattugliamento a cavallo dei Carabinieri nonostan-
te l’evidente e costante aumento del traffico veicolare.
Furono proprio due Carabinieri a scoprire una mattina in
Spalto Marengo delle parti di corpo umano ritenute lì per lì
come indizi inequivocabili di un turpe e macabro assassinio.
Sui giornali nei giorni seguenti si pubblicarono resoconti di
presunte analisi scientifiche forse in grado, stante dichiarazioni
“ufficiose” delle forze dell’ordine, di dimostrare che tali parti
anatomiche – cranio, sterno, tibie e ossa più piccole di una per-
sona molto giovane – erano state utilizzate da ignoti medici per
misteriosi e imprecisati esperimenti e gettate poi via. Ma diversa
risultava la versione popolare, quella che si sussurrava a mezza
voce nei bar e nelle botteghe di alimentari.
Allora Spalto Marengo stava proprio in periferia. Non come
oggi che è trafficata più del centro e circondata da decine e de-
cine di parallelepipedi di cemento armato. Nel 1960 la campa-
gna si apriva a pochi metri dagli “spalti” che cingevano la città
secondo l’antica regola dell’insediamento militare. Nella verde
e salubre corona che ossigenava Bassavilla si contavano, a deci-
ne, le cascine, le case coloniche, i granai e i campi coltivati. E a
un tiro di schioppo da Spalto Marengo, più o meno alle spalle
del contemporaneo Tennis Club Borsalino e in prossimità del
ponte sul Bormida, si trovava la casa di Maria “la smorsacandeila”,
letteralmente “la spegnicandela”, soprannome escogitato dalla
malevola lingualunga popolare che così la etichettava in quan-
to a detta di chiunque dedita al mestiere più antico del mon-
43
do. Non solo prostituta peraltro (e piuttosto fuori dagli schemi
come professionista del sesso perché, secondo i bene informati,
Maria copulava soltanto stando di sopra – questa la spiegazione
del soprannome), ma pure, ancor più blasfema e impenitente,
esperta nel raccogliere piante officinali che crescevano in riva al
fiume e a distillarne “rimedi” che poi tentava di regalare a cono-
scenti e a persone in difficoltà in cambio di un chilo di polenta
o di una manciata di castagne. Da qui, anche se si era appena
inaugurato il favoloso e fondamentale decennio dei Sixties, alla
“nomea” di stréa (strega) il passo risultava men che breve per-
ché le solite malelingue assicuravano, dati e testimonianze alla
mano, che la smorsacandeila era in grado di arrecare al prossimo
una scalogna mai vista con disgrazie a catena perpetua. Nessun
contadino o pastore dei paraggi si sarebbe mai sognato di far
transitare le proprie bestie vicino alla sua povera bicocca fatta
di vecchie assi e fango rappreso: gli animali sarebbero morti nel
giro di poche ore. Nessun bambino godeva del permesso di an-
dare a giocare in quel bel pezzo di prato vicino alla casa di Maria:
quegli sfortunati sarebbero stati colpiti da febbri misteriose in
grado di condurli alla morte oppure sarebbero spariti per finire
in qualche pentolone a lenta cottura. Per di più la sinistra fama
della povera donna, in realtà il solito capro espiatorio dell’igno-
ranza collettiva, aumentava di giorno in giorno a causa del suo
aspetto che andava in qualche modo “migliorando”, addirittura
sembrando più giovane di quel che si era visto sino a poche ore
prima.
Poi, una notte, a un paio di settimane dal macabro rinveni-
mento di Spalto Marengo, la baracca di Maria prese fuoco con
lei dentro. La sfortunata bagasòn (pesante epiteto dialettale con
cui la si appellava facendo riferimento alla sua esperienza pro-
fessionale da nave scuola) morì all’interno, forse prima soffo-
cata e poi arsa dalle fiamme. Sin qui la cronaca. Ma, come già

44
accennato, le chiacchiere che giungevano alle orecchie di troppi
raccontavano una storia diversa.
Il giorno dopo il ritrovamento delle ossa qualcuno sosteneva
che nella zona antistante il lungoBormida erano sparite due ra-
gazzine. Non risultavano denuncie ufficiali perché le adolescenti
provenivano da cascinali pericolanti occupati abusivamente da
“profughi” dell’Est europeo, ma le famiglie non si davano pace
e batterono palmo a palmo ambedue le rive del fiume dove la
gente allora si recava per fare il bagno. Qualcuno degli slavi andò
a chiedere anche a Maria. Lei rispose di non saperne nulla, ma
chi la vide confermò che la sua pelle appariva più liscia e rosea,
come ringiovanita.
Poi, una notte, la figlia tredicenne di un cantoniere dell’anas
che abitava con i genitori all’inizio del ponte sul Bormida si
svegliò di colpo e scese dal proprio letto, uscendo all’esterno
in camicia da notte in direzione del bosco vicino al fiume. La
madre, che in quel momento si trovava in cucina alla ricerca di
un analgesico per il mal di denti, la vide transitare davanti alla
finestra con lo sguardo rapito. Sembrava ipnotizzata, ammaliata.
Così era in realtà, perché la ragazzina stava seguendo un suono
melodioso che soltanto le sue orecchie potevano percepire.
La donna urlò il nome del marito che accorse in pigiama, ren-
dendosi conto subito della strana situazione. I due si buttarono
fuori e raggiunsero la figlia, tentando in mille modi di fermarla
e di trascinarla dentro casa. Ma non c’era verso: la forza della
ragazzina risultava quasi centuplicata e, tra urla e strattoni, il
cantoniere si ritrovò assieme alla moglie con le gambe all’aria
sopra la nuda terra, mentre la figlia proseguiva il suo robotico
cammino in discesa alla volta del lungofiume.
Nel frattempo le urla concitate avevano svegliato gli abitanti
delle varie baracche in riva al fiume, per la maggior parte coloro
che la gente di Bassavilla additava come “profughi”, uomini e
donne che da parecchie notti dormivano con un occhio solo
45
perché conoscevano meglio di tutti quel tipo di pericolo. Così,
mentre la ragazzina andava non curandosi di nulla in direzione
della casa della smorsacandeila, i suoi genitori si ritrovarono cir-
condati da gente straniera armata di forconi e di coltelli, qual-
cuno addirittura impugnante una pistola. Tutti che dichiaravano
di volerli aiutare e che facevano capire, in un italiano stentato,
che la colpevole di quegli accadimenti misteriosi era la strega
che viveva in riva al Bormida. Poi qualcuno urlò (“Guardate là!”),
indicando una strana luce ondeggiante accanto a una grande
quercia. Uomini e donne, in preda alla paura che rendeva tutti
più aggressivi, si avvicinarono e videro Maria in piedi vicino
all’albero mentre agitava un aguzzo e nodoso bastone dalla pun-
ta fosforescente in direzione della casa cantoniera. Chi s’inten-
deva di “certe cose”, riconobbe in quell’oggetto il cosiddetto
“bastone del comando”, uno strumento in grado di emettere
una luce soprannaturale e di ipnotizzare con musiche inesistenti
potenziali vittime da far cadere in trappola.
Furia e panico prevalsero. La folla si scagliò in quella dire-
zione. Il tipo che possedeva la pistola sparò e bucò Maria in un
fianco. Lei cadde sull’erba, mentre il magico bastone le sfuggiva
di mano. Mani brutali l’afferrarono e la trascinarono verso la sua
casupola alle cui spalle si scoprirono due tumuli scavati di fresco
con dentro mucchi d’ossa spolpate. La verità, orribile, non po-
teva essere negata, neppure se quelli erano gli anni Sessanta che
stavano iniziando: la strega aveva fatto il suo mestiere, mangian-
do carne umana e bevendo il sangue di giovani ragazzine. Così si
diede corso alla giustizia sommaria senza che a qualcuno, italiani
compresi, venisse in mente di chiamare i Carabinieri. Maria fu
prima bastonata e quindi scaraventata dentro il suo barachén. A
questo si diede subito fuoco perché la smorsacandeila potesse giu-
stamente morire come una strega di altri tempi, ovvero bruciata
viva.

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Dalle fiamme che si levarono subito, troppo alte e con un
anomalo colore verdastro, Maria fece udire la sua voce grac-
chiante, lanciando una maledizione contro i suoi aguzzini e con-
tro tutta la gente di Bassavilla. Se qualcuno, negli anni a venire,
avesse osato invocare ad alta voce il suo nome davanti a uno
specchio, il suo spirito sarebbe tornato per compiere una ter-
ribile vendetta nei confronti di quegli sprovveduti che avessero
infranto il tabù. Avrebbe sbranato i loro corpi pezzo per pezzo
e avrebbe strappato la loro anima da quei residui di carne mu-
tilata. Le anime, poi, sarebbero bruciate in un eterno tormento,
intrappolate per sempre al di là dello specchio.
Maria sapeva il fatto suo. Era certa che sarebbe bastato dif-
fondere il contenuto del tabù per assicurarsi un futuro di vitti-
me, tenere, fresche e virginali. Così lei divenne leggenda. Una
delle mille varianti di Bloody Mary.
Ma i giochi davanti allo specchio continuano e si moltiplica-
no. Oggi va per la maggiore invocare per tre volte “Melissa la
Sanguinante”.

47
Una perversione molto logica
bonus track

Mi sono laureato nel 1974 con una tesi intitolata “Interfe-


renza dell’affettività sullo sviluppo del pensiero”, roba tosta per
appassionati di psicoanalisi qual ero io al tempo e per addetti
ai lavori tra i quali progettavo di perdermi. Nel redarre i testi
bibliografici di riferimento m’imbattei in uno studio di un noto
psicoanalista, Giovanni Carlo Zapparoli, dal titolo “La perver-
sione logica – Il rapporto tra sessualità e pensiero nella tradi-
zione psicoanalitica”, un libro quanto mai affascinante, scritto
in maniera divulgativa e fruibile anche da chi, ai tempi, non era
avvezzo all’iper-specializzazione. Un libro pensato e prodotto
nel ’70 e talmente in anticipo da poterne ancora oggi parlare in
termini di attualità a quarant’anni dall’uscita.
L’autore vi esaminava il problema della patologia evidenziata
solo a livello delle funzioni di pensiero e non in quelle istintive e
sessuali. In altre parole, così come esistono perversi sessuali con
disturbi nella sfera intellettiva, ci sono anche persone (esistenza
provata dalla pratica terapeutica) che a piena ragione si possono
definire “perverse”, ma che non evidenziano alcuna perversione
sessuale, avendo spostato tutta la loro patologia dalle funzioni
sessuali a quelle logiche del pensiero. Tali individui venivano de-
finiti dallo Zapparoli perversi o devianti logici. Personaggi che,
a differenza dei perversi sessuali, non si rendono conto né della
loro perversione, né delle anomalie delle loro funzioni intellet-
tuali, che essi credono efficienti e funzionali. D’altra parte il di-
sturbo può essere tale che all’occhio di chi non è psicoanalista
tali soggetti appaiono del tutto normali.
Di sicuro gradireste degli esempi. Lo Zapparoli forniva due
tipologie provenienti dai rilievi clinici: l’impotenza relativa (ov-
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vero, poligamia per inibizione) e la potenza relativa (monogamia
per inibizione), due aspetti dello stesso problema affettivo per-
ché riguardano un analogo arresto nello sviluppo psicosessuale.
La prima va riferita alle inibizioni relative all’oggetto d’investi-
mento, che si riscontrano quando l’oggetto assume un ruolo so-
ciale, oltre che affettivo, in conseguenza di un atto di matrimo-
nio. Tali soggetti, per cui il rapporto sessuale con qualsivoglia
partner può avvenire solo se non esiste un contratto matrimo-
niale che vincola la loro relazione, sviluppano nei confronti del
coniuge un’inibizione sessuale relativa, manifesta nel maschio
con impotenza e nella femmina con frigidità. Per loro l’attività
sessuale si svolge senza inibizioni e in modo soddisfacente solo
con altri individui che non siano il loro coniuge. In certi casi lo
Zapparoli aveva osservato che, raggiunto lo scioglimento del
contratto matrimoniale, veniva a cadere anche l’inibizione nei
confronti dell’ex coniuge.
La seconda classificazione, potenza relativa, si riferisce invece
a quei casi, all’apparenza distinti, in cui si sviluppa una specifi-
ca inibizione relativa all’attività sessuale extramatrimoniale e per
cui l’impotenza relativa rappresenta una sicura difesa alla fedeltà
coniugale. Questi soggetti riescono a stabilire un soddisfacente
rapporto con il coniuge a patto che si sviluppi l’inibizione ses-
suale nei confronti di ogni altro “oggetto del desiderio”.
Ovviamente le problematiche più profonde riscontrate nella
pratica clinica sono assai più complesse di quel che appaiono e
soprattutto disturbanti a livello del pensiero per chi ne è affetto,
ma qui mi fermo per passare ad altre considerazioni. Ai tempi
trovavo l’analisi di Zapparoli stuzzicante, quasi divertente, e a
suo modo inquietante. Mi divertiva il fatto che la psicoanalisi
giustificasse organicamente temi di vissuto quotidiano quale la
fedeltà o l’infedeltà al proprio partner. E di certo non lascia-
va indifferente il fatto che, in ottica psicoanalitica, la fedeltà ri-
chiesta in sede di tradizionale matrimonio religioso fosse, né
50
più né meno, che la manifestazione di una particolare patologia
mentale. Infine un po’ perturbava l’affermazione, cara a Freud,
della sostanziale indiffenziazione tra “normale” e “patologico”
perché la possibilità d’imbattersi in un perverso logico, ricono-
scendolo come tale, era pari allo zero.
Invece oggi, in un periodo carico d’incognite, con una cro-
naca – nera e non solo – in cui le “schedature” su quel che è la
Norma sono di fatto saltate, gli argomenti di Zapparoli appaio-
no più che mai attuali. Perché quei normali di cui parlava (e parla
ancora) lo studioso manifestano un disturbo che spiega a suo
modo tante “stranezze” sociali del nostro momento storico.
Infatti i perversi logici “dispercepiscono” la realtà, oggetti-
vando al suo posto un insieme di meccanismi ideali che non
corrispondono al vero. Così, come gli oggetti d’amore vengono
idealizzati con conseguenti rapporti a dir poco velleitari, così
le sensazioni di pericolo futuro sono caricate di caratteristiche
magiche e onnipotenti, e il perverso logico gioca con i pericoli
futuri nello stesso modo di come gioca con le possibilità di in-
contro amoroso. Ovvero, le nega.
Si nega il pericolo, il bisogno, la possibilità di un piacere im-
mediato. La logica viene posta al servizio di una sorta di eroi-
smo illusorio che trascura il presente e valorizza solo il futuro.
Per questi soggetti proprio la logica è soprattutto il mezzo per
stabilire un rapporto con un feticcio (oggetto ideale) che com-
pare e si forma in concomitanza con i propri bisogni, e che si
dissolve e scompare con la saturazione dei bisogni stessi.
Non percepiscono la verità e sono anaffettivi, perché hanno
sostituito il sentimento con un castello di apparente funzionalità
logica. Quindi non sentono ma fingono di sentire.
Nel cinema di fantascienza forse li chiameremmo Ultracorpi.
Stanno con noi e attorno a noi. Vicini di pianerottolo e al gover-
no. Sfrecciano in macchina a trecento all’ora perché quel perico-
lo non esiste. Diffondono l’AIDS perché non esiste. Mandano
51
il mondo in bancarotta perché percepiscono un mondo econo-
mico che non esiste, quello che dovrebbe crescere all’infinito
quando neppure l’universo è infinito.
Normalità? Bisognerebbe cominciare a capire quel che s’in-
tende con questa parola. Ma non ci sarebbe da stupirsi se sco-
prissimo che il pianeta è in mano ai perversi logici.
In un saggio che scrissi e pubblicai nel 1980 a proposito di
un film amatissimo come L’invasione degli Ultracorpi di Don Sie-
gel scrivevo: “... se i perversi logici dovessero aumentare fino a
saturare numericamente la quasi totalità del corpo sociale, forse
si giungerebbe a una situazione in cui, al pari dell’invasione pro-
spettata nel film, le emozioni e la sfera affettiva risulterbbero del
tutto alienate.”
Non gioco a fare il bravo profeta, ma oggi – trent’anni dopo
averlo scritto – siamo qui a stupirci della scomparsa delle emo-
zioni. Oppure non ce ne stupiamo, e magari l’emozione inizia a
latitare anche in noi.

52
Danilo Arona e il ritorno a Bassavilla
intervista di Giampietro Stocco a Danilo Arona

In occasione della recente uscita di Ritorno a Bassavilla per i tipi delle


Edizioni XII, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Danilo Arona,
fra progetti futuri e storie vere di ordinario paranormale...

Bassavilla è la tua Alessandria. Molti autori cercano il sen-


se of wonder fuori dal proprio quotidiano, o fuori dalle
proprie radici. Tu invece fai la scelta opposta. Cosa c’è di
così inquietante ad Alessandria?

All’apparenza proprio nulla. Alessandria, oggi, è una città che


sta percorrendo con una certa velocità la strada verso l’omolo-
gazione, l’appiattimento, forse la spersonalizzazione. Soffocata
al suo interno e nell’immediata periferia da un coacervo nume-
ricamente improponibile di centri commerciali e iper/mega/
extra mercati che hanno ridotto in mutande il commercio tra-
dizionale, il che accade in una città essenzialmente popolata da
commercianti. Nonché martoriata dall’inquinamento. Gli ales-
sandrini puri sono ormai, a stime super partes, il 10% in un
contesto globale di poco inferiore ai centomila abitanti. Capisci
bene che parlare di “radici” qui è sempre più dura — in un pia-
neta che negli anni ottanta si era persino inventato l’“alessandri-
nità” come modo tipico e peculiare di essere. Il mio, in parte, è
un gioco, laddove uso un contenitore a mio parere congruo per
quel che racconto, e in seconda battuta è il tentativo di creare
una mitologia, inseribile in un contesto più ampio e affascinan-
te, quello del Piemonte gotico e noir, che non è certo una mia
invenzione. Le zone “inquietanti” però non mancano. Una per
tutte, nell’ultimo ventennio, in pieno centro città, sono accaduti
53
alcuni delitti, cruenti e misteriosi. Nemmeno uno risolto. Però
quasi tutti se ne sono già dimenticati e a nessuno frega nulla. E
dire che forse uno o più assassini camminano fra noi.

Ritorno a Bassavilla (RaB) è una collezione di piccoli ter-


rori quotidiani. Da dove viene fuori la paura per Danilo
Arona?

Sinceramente non ho paura di nulla, a parte il fatalistico timore


che più o meno tutti nutriamo nei confronti delle malattie in-
curabili dai nomi impronunciabili. La paura mi affascina, come
elemento antropologico e centrale dei grandi generi popolari e
della storia dell’umanità. I terrori quotidiani di RaB sono in buo-
na parte fatti di cronaca, misteriosi e di dubbia interpretazione,
su cui mi permetto di svisare, indossando in contemporanea
l’abito dello scrittore e quello del cronista.

Qual è il tuo rapporto col soprannaturale? Ci credi?

L’ho frequentato così tanto che sono in grado di affermare che


quello che “percepiamo” (per capirci) come soprannaturale so-
vente “esiste” ed è scientificamente spiegabile. Certo, come in
ogni fenomenologia di confine occorre scremare la suggestio-
ne dall’oggettività. Però l’approccio “ci credi o non ci credi?” è
sbagliato, fuorviante e indigesto. Il soprannaturale abita tanto
a Lourdes quanto in diversi castelli piemontesi. E allora? I mi-
racoli di Lourdes sono da tutti accettati, però chi vive un’espe-
rienza medianica è spesso giudicato un mentecatto credulone (e
preferisce tacere...). Non vedo la differenza. Io credo a quel che
vedo e sento. E ho “visto” e ho “sentito”... cose che voi umani,
ma adesso sto scherzando.

54
Non farti pregare: raccontaci almeno una storia (vera) di
ordinario soprannaturale che ti è capitata…

Siccome sono considerato un affabulatore, ti racconto qualcosa


che è accaduto di fronte a parecchi testimoni. Nel castello di
Piovera, vicinissimo ad Alessandria, all’inizio degli anni settan-
ta. Un luogo bellissimo, tuttora “popolato” di entità che spesso
provocano poltergeist ancor più spettacolari di quelli che si ve-
dono al cinema. A farla il più breve possibile, il conte di Piovera,
da poco insediato in quella che è tuttora la sua magione (e che
divide oggi con una sposa dai notevoli poteri medianici...), ci
chiamò al telefono per avere un aiuto nel problema riscontrato
non appena messo piede nel maniero, leggi scale a chiocciola
smontate, rumori strani, incubi, spifferi freddi in piena estate,
insomma il classico repertorio dell’infestazione “soft”. Quando
dico “ci”, mi riferisco a un “noi” che evoca un nutrito gruppo
di ghostbuster ante litteram, di cui racconto anche in un paio di
(comici) capitoli di Ritorno a Bassavilla (La casa dalle finestre
che ridono e Il signore delle mosche). Ci presentammo al ca-
stello in quella calda notte di giugno che eravamo in una ventina
circa (la voce di quella serata fuori dai canoni si era già sparsa
per Alessandria e un sacco di amici volevano esserne testimoni,
ivi comprese sette o otto ragazze tra le “top” dell’epoca...) e il
conte, affiancato da due sventole mai viste, ci fece accomodare
in una sala al primo piano. Per l’occasione mi ero trascinato die-
tro un amico medium (uno che allora faceva il veterinario e, sic-
come vedeva i morti alla stregua del bambino de Il sesto senso,
smise di operare gli animali...) e un medico, perché temevo qual-
che conseguenza pesante. Dopo i soliti preliminari per mettere
a fuoco il problema, optammo per una seduta “aperta”, senza
contatto fisico tra la gente in catena. Roba evoluta, con il me-
dium al centro che, andando in trance, metteva a disposizione il
proprio corpo per le entità che volessero comunicare in diretta
55
con il conte o con noi. Con pochi passaggi da tecnica ipnotica
effettuati con l’ausilio del medico (affinché tutto fosse regolare
anche su un piano giuridico...), il veterinario divenne lesso nel
giro di pochi secondi e io feci da conduttore. Alla prima rituale
domanda “C’è qualcuno che vuole parlare con noi? (non è pro-
prio così, ma sintetizzo...), il medium rispose con voce flebile:
“È in giardino, sta arrivando”... Adesso tieni presente che era
estate, che stavamo tutti al primo piano e che in quella sala due
finestre si aprivano proprio su quel giardino: tutti, indistinta-
mente, sentimmo con chiarezza dei passi lenti e strascicati che
arrancavano sul terreno cosparso di pietruzze. Ci fu subito uno
spostamento di pubblico dalle finestre al centro sala, ma il conte
pensò bene di stemperare l’accenno di panico suggerendo che
potevano essere i suoi cani. Ripetei la domanda e il veterinario
stavolta mi rispose: “Sta salendo”, parlando sempre di qualcuno
in terza persona. Considera che la pavimentazione tanto delle
scale che della sala in cui ci trovavamo era in legno, purissimo
parquet... Alla frase del veterinario, le orecchie di tutti percepi-
rono gli scricchiolii in avvicinamento scalare, come se qualcuno,
solido e pesante, stesse salendo. Questa volta la reazione fu di
autentico “cago”, comprensibile dialettismo locale, e i testimoni
si spostarono di nuovo in massa in direzione delle finestre. In-
calzai ancora l’amico Bruno, così si chiama (oggi non fa più il
veterinario), e lui mi disse, sempre in terza persona: “È di là”,
intendendo l’anticamera del pianerottolo... Qui, caro Giampie-
tro, puoi credere o non credere, puoi pensare che io stia facendo
lo scrittore e stia “ciurlando nel manico”. L’opinione del mondo
al riguardo è questione di lana caprina perché... perché quel “ru-
more dell’Altro Mondo” (fammelo scrivere così) lo sentimmo
io e altre venti persone. Non si trattava più di passi strascicati su
una superficie di legno, ma di enormi stracci zuppi d’acqua o di
liquido similare che arrancavano nella direzione del nostro in-
gresso. Qualcosa che potrei sonoramente descrivere così: swush,
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splash, swush, splash..., sempre più vicino. Le ragazze urlavano,
i maschi berciavano in un coro di “fanculo, chiccazzo è, fatemi
legnare quella testa di minchia!”, ma nessuno si spostava di un
millimetro. Quando la logica suggerì che il fradicio deambulante
stava per varcare la soglia, io chiesi ancora al medium: “Dov’è,
Bruno? Adesso dovremmo proprio vederlo”. La risposta ri-
suonò stupefacente, un rutto cavernoso che faceva sembrare la
voce di Regan de L’esorcista come quella di Titti il canarino...
“SONO QUI!”. Abbandonata la terza persona e urlata “in sog-
gettiva”... Un suono tanto basso e profondo, spaventoso, che
sembrava arrivare dalle fondamenta stesse del castello. E non
poteva trattarsi della voce di Bruno. Qui m’interrompo. Gli svi-
luppi che ne susseguirono sono a dir poco emozionanti e ancora
oggi, a distanza di tanto tempo, stanno provocando conseguen-
ze. Ma non sono autorizzato a parlarne, perché ci sono troppe
sfere private in ballo. Posso solo dire che Bruno ha smesso di
esercitare. “Vede” ancora e, con un grande equilibrio spirituale,
non va fuori di testa come accadrebbe alla gente comune.

In una parte di RaB sostieni che la santeria, il voodoo,


sono cose da non prendere alla leggera. Non ti senti un
po’ demodé in questo mondo così materiale?

Vale la risposta di prima. Ma posso approfondire due aspetti.


Il primo: santeria, voodoo (e Palo Mayombe, se posso...) non
sono da prendersi alla leggera perché funzionano in base al ta-
cito patto di complicità, inconsapevole, tra vittima e carnefice.
Il secondo: ho 59 anni e non mi sono mai preoccupato delle
mode. Seguo una mia strada, convinto che nella coerenza esiste
la chiave per affratellarsi con tanti altri miei “simili”. A Bas-
savilla — per restare in argomento — mi amano proprio per
questo. Qualcuno magari mi detesta, ma questo fa parte delle
controindicazioni dello scrivere e del diventare, di conseguenza,
57
personaggi pubblici. Infine, per quanto scriva romanzi “metafi-
sici”, apprezzo il sano materialismo epicureo.

È proprio necessario trovare un rapporto con l’inspiegabi-


le, il soprannaturale, per rendere più “appetibili”, letterari,
diciamo, certi fatti di cronaca?

Necessario, assolutamente no. Mai detto né sostenuto. Dico e


sostengo che l’inspiegabile e il mistero occhieggiano dalla cro-
naca di tutti i giorni, basta sfogliare qualsiasi giornale. E questa
è la linfa “basica” del genere narrativo che propongo, quello
“tutto mio”, parafrasando Evangelisti. E non da oggi, se posso
ricordarlo: ci feci persino un editoriale per “Aliens” (Armenia
Editore, fine anni settanta), partendo dal profondo mistero di
un fatto eclatante come il suicidio collettivo della Guyana, quel-
lo che riguardò la setta del reverendo Jim Jones. “Suicidio”, in-
somma, non proprio...

Che accadde, davvero, a Jamestown?

Non lo so. Come potrei saperne? Me ne stavo di qui, dall’altra


parte del globo, e neppure pensavo in quel momento che avrei
dedicato parte della mia vita al giornalismo. Allora ci fecero
vedere più di 900 cadaveri, tutti ben allineati e composti, e ci
raccontarono che si trattava di un suicidio di massa. A me col-
pirono le dinamiche “misteriose” di un accadimento del genere.
Peraltro che si tratti di una storia torbida, mai veramente spie-
gata e con intrallazzi politici a chissà quale livello, lo dimostra
il fatto che ancora oggi il massacro della Guyana è coperto da
segreto di stato. Di certo — non lo dico io — tantissimi, tra quei
900, vennero uccisi. Ma da chi? E perché?

58
Che rapporto c’è o potrebbe esserci fra il tuo mistery e la
fantascienza?

Un comun denominatore potrebbe essere proprio la paura.


Sono ambedue generi “di tensione”. Del resto la fantascienza
nasce storicamente come costola del gotico.
Come mai, secondo te, il mistery, o l’horror, sono più popolari
oggi della fantascienza?
Credo che il discorso sulla minor popolarità della fantascienza
sia pertinenza quasi esclusiva della letteratura. Al cinema la fan-
tascienza “tira” ancora. Sulla carta stampata ha perso molto del
suo fascino, un po’ perché certe tematiche dei decenni trascorsi
— soprattutto quelle tecnologiche — hanno debordato nella
cronaca quotidiana. Poi molti grandi maestri se ne sono andati e
non ho visto rimpiazzi. Per l’horror, il discorso è più comples-
so e non facilmente riassumibile in poche righe: di certo come
genere popolare si aggancia di più alle attuali paure del mondo
occidentale perché quest’ultimo da alcuni anni teme soprattutto
un nemico senza volto, mutaforma, in grado di metamorfizzarsi
nel nostro tessuto sociale. Che sia il kamikaze islamico o il disa-
stro economico nel quale stiamo allegramente nuotando, il fatto
è che il domani, ogni domani, si è trasformato in un gigantesco
punto interrogativo. Zombi e vampiri diventano così metafore
appropriate.

In RaB scrivi che di Stephen King hai fatto “indigestione”.


Eppure il tuo modo di evocare la paura dal quotidiano ri-
corda molto il suo. Quali sono gli autori con i quali ti senti
più familiare?

Se ricordo King, mi spiace e faccio ammenda. E mi spiego: in


una recente intervista rilasciata all’amico Eduardo Vitolo, ho di-
chiarato testualmente che per gli scrittori italiani è un autogol
59
riferirsi a King e agli americani, perché i “nostri” vivono su un
altro e diversissimo pianeta. Visto che rivendico la coerenza tra
le mie doti, trovo giusto ricordarlo. La verità è un’altra e te lo
dice uno che ha scritto un libro proprio su King, Vien di notte
l’Uomo Nero, stravenduto soprattutto in edicola. Esiste tutta
una generazione, tanto in America quanto in Europa, che oggi
viaggia tra i cinquanta e i sessant’anni, che si è abbeverata — per
quel che riguarda le fonti anglosassoni — alle stesse sorgenti for-
mative: The Twilight Zone, Lovecraft, Richard Matheson, Ray
Bradbury, la Hammer, Robert Bloch, insomma tutto quello che
è stato prima di King. L’horror, e soprattutto quel “certo modo
di evocare la paura dal quotidiano”, non vengono da King, an-
che se qualche improvvido blogger pensa il contrario. King è
un grandissimo scrittore che ha avuto il talento di raccontare
l’horror tradizionale alla Hemingway o alla Faulkner, attraverso
l’epica storica dell’orgogliosa appartenenza a una nazione... Che
ci azzeccherebbe un italiano con King? Siamo seri. Le analogie
di “atmosfera”, quando ci sono, sono puramente casuali.

La tua scelta con Edizioni XII significa che per te il picco-


lo editore è l’editore ideale?

Non ti so rispondere. Daniele (Bonfanti) è un mio amico. Io non


ho scelto di lavorare con lui. Lui mi ha scelto e ha selezionato
persino le “Cronache di Bassavilla” da infilare in questo libro. Io
le ho montate in un certo modo, aggiungendone una prodotta
“ex novo”. Non prima — Daniele può renderne testimonian-
za — di avere tentato di dissuaderlo dal procedere... Scherzi a
parte, non ho idea di chi sia l’editore “ideale”. Se ti riferisci alle
dimensioni ristrette come ambiente lavorativo particolarmen-
te ricco e stimolante dal punto di vista umano, la mia recente
esperienza — tuttora in corso — con Gargoyle Books è quanto
mai positiva, per non dire di più... Sotto questo profilo, il pic-
60
colo editore è del tutto consigliabile. Ma, per la professionalità
messa in campo, Paolo De Crescenzo è un “grande” editore. E
Daniele, per quel che ci ha fatto vedere sino a oggi, non gli è da
meno... I libri delle Edizioni XII sono prodotti di rara bellezza
grafica. La copertina di Ritorno a Bassavilla meriterebbe, lei da
sola, un saggio a parte...

In RaB scrivi anche di essere un cinefilo e dai un quadro


desolante del pubblico che oggi frequenta le multisale. Sia-
mo noi che stiamo invecchiando, oppure è vero che oggi
viviamo una fase di imbarbarimento complessivo?

Non voglio suonare come un vecchio trombone che si lamenta


dei ragazzini sociopatici. Vivo in mezzo ai ragazzi. Non sono
tutti così, per fortuna. Se una parte di loro si esprime attraverso
il vandalismo e la rottura di palle al prossimo, esiste una gene-
razione parentale che deve porsi una serie di domande. Poi il
discorso del degrado reale nella nazione — interno ed esterno,
psichico e urbano, in alto e in basso — è troppo complicato per
potermela cavare con una battuta o un elzeviro. Invecchio? A
qualcuno non capita? Non c’è nulla da fare... ma forse il pianeta,
se non invertiamo bruscamente la rotta, schiatta prima di me.

A quando un tuo nuovo romanzo, e quale paura andrai sta-


volta a scavare?

Dopo un’esperienza intensa e, per certi versi, devastante sul


piano personale quale L’estate di Montebuio, ho intenzione di
riposare e di dedicarmi solo alle “commissioni”. Il che significa
un nutrito elenco di racconti per varie antologie, e un saggio di
cinema. Come torno in forze, mi fiondo di nuovo sul progetto
Bad Winds, dedicato ai “venti cattivi” che nel pianeta provocano
disastri. E naturalmente continuo la collaborazione a “Carmilla-
61
online” con la rubrica La luce oscura, che si sta gradualmente
trasformando in una sorta di “orologio dell’Apocalisse”: i pezzi
che ho pubblicato sulla webzine di Valerio Evangelisti si sono
sempre trasformati in operazioni letterarie molto fortunate, da
Cronache di Bassavilla a L’estate di Montebuio, ivi passando
per Ritorno a Bassavilla. Temo che capiterà qualcosa di simile
con La luce oscura.

Intervista pubblicata su Horror Magazine il 23 settembre 2009:


http://www.horrormagazine.it/rubriche/4436

62
Se ti è p iaci u ta qu e s ta d emo e vu oi conti nuare a

sc op rire c os a na s c on d e B as s avi l l a , trovi

R i t or n o a B a s s av i lla

n e l l e mi gl i or i li b rerie , op p u re a ques to

in d iri zzo s u l l ’ es h op d i E d i zi oni XII:

www.xii-online.com/danilo-arona-ritorno-a-bassavilla
Indice della demo

5 Bassavilla?
di Daniele Bonfanti

9 La Grande Guerra
15 La casa di sabbia e nebbia
21 Io sono leggenda
25 Hangman’s Curse
29 Ghost
33 Il signore delle mosche
37 The Believers
43 Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila
49 bonus track: una perversione molto logica

53 danilo arona e il ritorno a bassavilla


intervista di Giampietro Stocco a Danilo Arona
Indice del libro integrale

5 Nota dell’Autore
7 Bassavilla? di Daniele Bonfanti

11 Scanners, the Beginning


17 La Grande Guerra
23 La casa di sabbia e nebbia
29 La guerra è finita
35 The Fog
39 Produttori di gelato in Siberia
45 La pianura fa paura
49 Vestiti per uccidere
53 Io sono leggenda
57 Mad (Alessandria 1951 - Milano 2000)
61 Il Diavolo probabilmente
65 Il maratoneta
69 Hell House
73 Zodiac
77 Boogeyman
83 Hanno sete
89 Grano rosso sangue
95 Hangman’s Curse
99 Psycho V - the Reality Show
103 Le colline hanno gli occhi
107 Satan’s School for Girls
113 Notte prima degli esami
117 La casa dalle finestre che ridono
123 Inseparabili
127 Kronos
131 Ghost
135 Punto zero
139 Spider
145 Il signore delle mosche
149 Il grande silenzio
155 The Believers
161 A volte ritornano
167 L’asso nella manica
171 Invasion
177 L’ultimo spettacolo
183 Dead Mary, o di Maria la “smorsacandeila”
Nella stessa collana
- Eclissi -
Si deve imparare a vedere nell’ombra dell’Immaginario,
poiché il debole sole della Realtà non sorge tutti i giorni
collana diretta da Luigi Acerbi

Melodia
di Daniele Bonfanti

Abattoir
di Ian Delacroix

Amandla!
di Marco Pagani

L’Altalena
raccolta a cura di Alessio Valsecchi

La corsa selvatica
di Riccardo Coltri

Six Shots
di Alfredo Mogavero
(primavera 2010)

Raimondo Mirabile, futurista


di Graziano Versace
(primavera 2010)

I ragni zingari
di Nicola Lombardi
(primavera 2010)
---

Dello stesso autore da Edizioni XII

Archetipi
con jay.rtf (Lake Effect)
raccolta a cura di Luigi Acerbi e Daniele Bonfanti
- Camera Oscura -

Scopri tutto su Edizioni XII


www.xii-online.com

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